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venerdì 23 ottobre 2026

Mancato l'attacco, cessa l'allarme per le formazioni garibaldine

Lingueglietta, Frazione di Cipressa (IM): subito a monte dell'abitato

Pattuglie nemiche rastrellano Lingueglietta [n.d.r.: frazione di Cipressa (IM)] seminando rovine e puntano su fontana Bora il 21 [ottobre 1944], mentre il 6° distaccamento sorveglia i passi di Carpasio e di Villa Talla.
A Lingueglietta una squadra partigiana del primo distaccamento (primo battaglione) [n.d.r.: della IV Brigata "Elsio Guarrini" della II Divisione "Felice Cascione"] in cerca di viveri, circondata da circa 250 nazifascisti, riesce a rompere l'accerchiamento spostandosi verso il mare senza subire perdite. Il nemico dà fuoco a parecchie case del paese e uccide il civile Littardi Giacomo, dopo aver perduto due uomini rimasti uccisi (fra cui un ufficiale delle SS) e quattro feriti; quindi cattura Morino Paolo (inviato in Germania non farà più ritorno) e ferisce i civili Dolmetta Bartolomeo e Fossati Domenico (vedi anche: Ministero dell'Italia occupata, bollettino delle azioni partigiane n. 18, documento n. 6, pagina n. 56) 
Il 20 di ottobre viene attaccata la polveriera presso Oliveto da garibaldini del 2° battaglione; muore il sig. Perasso; i bersaglieri fascisti del capitano Sporro distruggono a Costa Rainera la casa di Spinelli Carlo ritenuto partigiano. 
Lingueglietta è nuovamente attaccata dal nemico il giorno 28. Entrato nel paese e perlustrate le case asportando tutto, obbliga gli uomini a trasportare il fieno presso la colonna motorizzata sulla strada; quindi prende cinquanta uomini come ostaggi: una parte di essi la rilascia, una parte la trasferisce a San Lorenzo. Rimangono sei mesi in carcere ad Oneglia Dulbecco G. B. fu Francesco, Ricca Gustavo, Panizzi Pietro, Ricca Erasmo e Mallia Corrado. 
Durante il rastrellamento sono uccisi Ricca Antonio fu Giuseppe del 1878 e Ricca Giobatta fu Giuseppe del 1887 sul monte Faudo. 
Lo stesso giorno il nemico occupa Apricale e vi rimarrà fino alla liberazione. 
Le forze garibaldine e quelle naziste, in permanente movimento, si spiano a vicenda ma non si attaccano. Attendono ciascuna il momento favorevole. 
Tentativi sono intrapresi il 22 di ottobre per collegarsi al Comando divisione [n.d.r.: II Divisione Garibaldi "Felice Cascione", comandata da Nino Siccardi (Curto)] con la partenza per Fontane [n.d.r.: frazione di Frabosa Soprana (CN)] di un garibaldino staffetta, latore di una dettagliata relazione sulla situazione, e di un mulo carico di olio per risolvere, almeno per qualche giorno, la difficile situazione nella quale certamente si trovavano gli uomini della I brigata  ["Silvano Belgrano"] e della V brigata ["Luigi Nuvoloni] per mancanza di grassi.
Ma i collegamenti risultano quasi impossibili poiché l'unica zona transitabile è battuta da pattuglie nemiche, e perciò si è obbligati a compiere un giro molto lungo e difficile. Nonostante ciò la staffetta Santino Mela (Capitano) mantiene il collegamento del fondovalle (Sant'Agata) con la brigata che ha il recapito a Pantasina [frazione di Vasia (IM)]. 
Il giorno seguente informazioni giunte da Pieve di Teco asseriscono che i Tedeschi, individuata in Arzéne l'ubicazione del Comando brigata, stavano preparando un grande rastrellamento di tre giorni con base iniziale di partenza dalla linea San Bernardo di Conio-passo Fenaira. 
Di conseguenza vengono emanate disposizioni per l'occupazione dei passi di colla d'Oggia, di Carpasio, di Villa Talla e di monte Moro. Il Comando brigata, spostatosi a passo della Pistona, viene messo al corrente della situazione ogni ora dalle staffette dei vari distaccamenti che recano notizie precise sui movimenti del nemico che, intanto, aveva occupato passo Fenaira, Rezzo e San Bernardo di Conio. Ma da queste località non proseguirà oltre, escluse piccole puntate d'assaggio, né opererà alcuna azione nei giorni successivi. 
Mancato l'attacco, cessa l'allarme per le formazioni garibaldine. 
Studiata la situazione, al Comando, preoccupato per la sorte di "Simon" [n.d.r.: Carlo Farini, responsabile della Zona Operativa] e la mancanza di sue notizie, appare chiara la difficoltà di collegare la brigata col Comando divisione per il perdurare del maltempo e per l'inverno precoce. Però constata che l'isolamento non aveva scoraggiato gli uomini, anche se consapevoli di uno sbandamento sicuro in caso di attacco e dei disagi che avrebbe provocato la penuria di munizioni, scarpe, cappotti, impermeabili per le guardie, ecc. 
D'altronde non esisteva alcuna possibilità di spostamento organico in massa poiché tutti i passi alle spalle dello schieramento erano occupati dal nemico. 
Viene deciso di resistere a forze non preponderanti; nei casi più gravi ogni distaccamento, diviso in squadre separate, si sarebbe occultato fino a rastrellamento concluso. 
Tutte le forze sbandate della I e della V brigata, comprendenti 150 uomini, sono incorporate nell'8° distaccamento di Simi Domenico (Gori), costituitosi in battaglione.
Francesco Biga, Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria). Da settembre a fine anno 1944. Vol. III, a cura Amministrazione Provinciale di Imperia e patrocinio IsrecIm, Milanostampa Editore - Farigliano, 1977, pp. 230,231

Si superò Pietrabruna, già occupata, dirigendosi nel tratto di zona situato fra Boscomare [frazione di Pietrabruna] e Terzorio nel tentativo di scendere a ridosso delle postazioni nemiche permanenti. Ma il progetto venne abbandonato per forza maggiore: tutta la valle emanava la presenza del pericolo che alterava il volto di ogni giorno, silenzi strani, rotti soltanto dal timido canto di rari uccelli, lontani richiami di voci umane incapaci di nascondere l'ansia del momento. 
Fra sterpi, sassi e sentieri erbosi, ma privilegiati perchè protetti dal folto della residua vegetazione, si procedeva rapidi, in una tensione che ognuno cercava di contenere. I paesi ormai dell'intera zona erano tutti presidiati, una rete di uomini armati controllava i passi, le strade e i principali sentieri, cacciatori spietati che architettavano nuove trappole per abbattere una selvaggina impaurita ma decisa; era una nuova esperienza che ci dava l'energia per non tradire lo sforzo delle improvvise fughe e dei lunghi spostamenti di valle in valle. 
[...] Un ritorno sereno mentre il sole d'un estenuante secondo giorno volgeva al tramonto, l'ultima stanca pattuglia rientrava, il distaccamento [n.d.r.: della IV Brigata "Elsio Guarrini" della II Divisione "Felice Cascione"] si era nuovamente ricomposto, la tattica adottata e la fortuna amica ci avevano aiutato ad uscire indenni dalla pericolosa partita. 
Non così per i distaccamenti situati al nord, che denunciarono sensibili perdite che comprendevano alcuni ragazzi del San Marco, con me fuggiti da Poggi. I primi arrivati al campo, in previsione dell'affamato rientro dei ritardatari, non si erano persi in chiacchere, provvedendo all'immediato acquisto di una vacca di cui una buona parte bolliva rumorosamente nel grosso calderone; all'intorno uomini disordinati e sporchi, ma i cui occhi esprimevano la gioia del ritorno, raccolti nel calore di un fuoco che allontanava il buio e la paura dell'ultima notte. Quella sera non riuscii a mangiare, all'imponente pezzo di carne presentatomi lo stomaco si rifiutò, accettando soltanto del brodo. E subito un lungo, un lunghissimo sonno fino all'indomani. 
Il grosso rastrellamento subito ai primi del mese era ormai un ricordo, ottobre scorreva in una riposante tranquillità, accompagnato da un tempo relativamente buono, tale da rendere meno pesanti i ripetuti turni di guardia giornalieri effettuati al Passo della Follia. Piccole scene osservate e ripetute nel tempo diventavano famigliari, come alla domenica mattina l'ampia gradinata che portava alla chiesa di Bussana Nuova illuminata dal sole e il salirvi di lontane persone che partecipavano al rito festivo, un lontano mondo, staccato da quello violento che ci aveva coinvolti. Ogni aspetto del vasto paesaggio esprimeva una bellezza che continuava ad affascinarmi e, occasione rara, la visione della lontanissima Corsica, enorme massa sorgente dal mare che in un'alba fredda e chiara apparve per pochi secondi ai nostri occhi, nel cerchio di una massa di vapori che l'avvolsero fino a farla scomparire; oppure il quadro di un comune giorno di guerra, la piccola città d'Imperia che veniva bombardata da una nave alleata, guizzi di fuoco in un lontano rombo di cannoni [...]
Renato Faggian (Gaston), I Giorni della Primavera. Dai campi di addestramento in Germania alle formazioni della Resistenza Imperiese. Diario partigiano 1944-45, Ed. Cav. A. Dominici, Imperia, 1984, pp.68,69

venerdì 16 ottobre 2026

Simi dovette adoperarsi per ingrossare il suo gruppo di partigiani con nuovi elementi

Taggia (IM): poco a monte del centro urbano

Particolare menzione merita pure il gruppo costituito in Taggia e nei dintorni da Simi Domenico ("Gori"). 
Qui appresso si riassume soprattutto quanto Simi Domenico espose nell'intervista riportata nel volume "L'epopea dell'esercito scalzo" di Mario Mascia con quelle aggiunte o modifiche, che sono state rese necessarie da altre precisazioni e interviste. 
Il 9, quando l'esercito si sbandò, Simi era in Sanremo. Con alcuni amici tentò un colpo di mano alla caserma del Presidio, mentre altri, per altre vie, direttamente o indirettamente, tentavano anch'essi di armarsi. Per avere le armi, Simi trattò col capitano e col maggiore, ma inutilmente: e alla sera lo informarono che era ricercato. Con una macchina fu portato a Montalto, e di qui a piedi raggiunse Ormea. Dopo alcuni giorni tornò sulle colline di Taggia, e qui riuscì a mettere insieme una ventina di uomini. Con lui vi era pure l'avv. Onorato Anfossi. 
Per qualche mese restarono in montagna, adoperandosi per rifornirsi di armi. Nel dicembre '43 Simi scese in Taggia, dove vi era già un Comitato che gli mandava aiuti sporadici; ma dovette fuggire e sua moglie venne arrestata. 
Nascostamente altre puntate saltuarie in Taggia erano state fatte anche prima.  
Simi si stabilì di nuovo in montagna.
Intanto molti di coloro che erano saliti in montagna nei primi tempi avevano abbandonata la formazione, preoccupati perché si avvicinava il freddo invernale e perché i fascisti incominciavano a riprendere forza, mentre esigui erano i mezzi dei partigiani. Quindi Simi dovette adoperarsi per ingrossare il suo gruppo con nuovi elementi, e nel giro di un certo tempo riuscì a ricostituire un nucleo abbastanza consistente. 
In una prima azione liberarono due prigionieri politici dalle carceri di Taggia. In una seconda impresa catturarono tutto il presidio (9 uomini) del ponte dell'Officina, nella valle di Taggia. Presero armi, munizioni, due cavalli; e il ponte fu letto saltare. 
Con la primavera del '44, al gruppo di Simi affluirono altri giovani, e il numero aumentava di giorno in giorno.
Furono fatti vari colpi di mano. 
Nel giugno del '44 Simi aveva con sé più di un centinaio di uomini, molto bene organizzati.
Più tardi, in seguito a un rastrellamento di vaste proporzioni (3 luglio '44), gli uomini di Simi si sbandarono, pur non essendovi nessun caduto; e solo una trentina di partigiani resteranno con Simi. 
Egli allora si ritirerà in una zona denominata "Campi" per riorganizzare il proprio gruppo; qui resterà fino al 12 agosto '44, subendo otto attacchi in quaranta giomi; poi si recherà a San Faustino, dove il gruppo sarà ricostituito.
Infine, nell'ottobre del '44, il gruppo di Simi, anch'esso ormai incorporato da un certo momento nelle formazioni garibaldine, verrà trasformato in 3° battaglione della V Brigata e prenderà il nome di Battaglione "Candido Queirolo", dal partigiano caduto di Taggia. 
Il gruppo di Simi, dopo la sua adesione alle formazioni garibaldine, ebbe dapprima il nome di 8° distaccamento e, fino all'ottobre '44, sarà l'8° distaccamento della V Brigata, da non confondersi con quello di Macallé, già 8° distaccamento della IX Brigata, la quale, nel luglio del '44, prenderà il nome di Divisione (II Divisione d'Assalto garibaldina "Felice Cascione"), e si suddividerà appunto nelle Brigate I, IV e V.
Prima di unirsi alle formazioni garibaldine, Simi aveva avuto rapporti col gruppo di Artù, e come già è stato accennato, con Erven; più tardi egli entrò, col suo gruppo, nelle formazioni suddette. 
Giovanni Strato, Storia della Resistenza Imperiese (I^ zona Liguria) - Vol. I. La Resistenza nella provincia di Imperia dalle origini a metà giugno 1944, Editrice Liguria, Savona, 1976, ristampa del 2005 a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, pp. 312-313

Domenico Simi (Gori), nella bassa Valle Argentina, sta organizzando i suoi uomini che, nel giugno del 1944, supereranno il centinaio; «Gori» diventerà, successivamente, Comandante del 3° battaglione della V Brigata. 
Il 3 luglio, durante il rastrellamento tedesco, «Gori» subirà un grosso sbandamento; con la trentina di effettivi rimasti si stabilirà in località Campi fino al 12 agosto. Dopo tale data la formazione si trasferirà a San Faustino.
Carlo Rubaudo, Storia della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria) - Vol. II. Da giugno ad agosto 1944, edito a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, Imperia, Dominici Editore, 1992, p. 46

In questo frattempo arrivò dalla Francia il Capitano Gino Punzi per mettere il piano [ n.d.r.: la missione del capitano inglese Robert Bentley quale ufficiale di collegamento degli alleati con i garibaldini ] in esecuzione. La base di sbarco doveva essere il giro del Don, tra Arma di Taggia e Riva Ligure. Mi procurai una casetta nelle vicinanze come punto di appoggio. Tutto era pronto e si attendeva il primo sbarco, quando [il contrabbandiere], saputo che l'ufficiale aveva con sé una forte somma, lo rapinò e lo uccise...  
DomenicoGoriSimi, comandante del III° Battaglione "Candido Queirolo" della V^ Brigata della II^ Divisione d'Assalto Garibaldi "Felice Cascione" in Mario Mascia, L'epopea dell'esercito scalzo, Ed. ALIS, 1946, ristampa del 1975 a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia 

Intanto sulle alture di Taggia si era costituito un battaglione di partigiani, chiamato battaglione "Luigi Nuvoloni" che era il nome di un caduto in combattimento originario di un paese della valle Argentina. Detto battaglione era costituito in gran parte da partigiani di Taggia e località limitrofe ed era comandato da un vecchio socialista che si chiamava Simi di cognome, col nome di battaglia “Gori”; era molto anziano e cagionevole di salute e, poiché questo battaglione faceva parte della brigata “Vittò” [ n.d.r.: V Brigata "Luigi Nuvoloni" comandata da Vittorio Guglielmo (Vittò), il quale, però, a dicembre 1944 diventò comandante della II Divisione], mi chiamò e mi invitò a raggiungere quel battaglione e ad assumere la carica di commissario. In effetti, poiché “Gori” era sempre indisposto, dovevo portare avanti quella formazione come comandante e come commissario. Intanto eravamo giunti ai primi giorni del 1945, sapendo che gli Inglesi dovevano fare un lancio di armi e di viveri per le formazioni della 1a zona Liguria ed esattamente sul Mongioie 2600 m. di altitudine, mi fu ordinato di raggiungere tale località poiché conoscevo già il percorso, raggiunsi di nuovo Piaggia e più avanti Viozene provincia di Cuneo, dove ci accampammo in vecchi casolari di pastori, da Viozene al Mongioie la strada era abbastanza breve. In attesa dei lanci abbiamo fatto diverse imboscate sulla strada statale n° 28 che da Imperia porta a Pieve di Teco, Colle di Nava, Ormea, Garessio, Ceva e avanti fino a Torino. Durante uno di questi attacchi abbiamo dovuto ritirarci precipitosamente per non essere sopraffatti dai nazi-fascisti sul Pizzo di Ormea a m. 2475 sul livello del mare dove abbiamo bivaccato all’aperto tutta la notte. Rientrati a Viozene, dopo qualche giorno, seguendo le istruzioni di radio Londra, nella notte stabilita abbiamo acceso dei falò su una spianata alle falde del Mongioie. Tutto si è svolto nella massima semplicità, i lanci si sono svolti regolarmente, abbiamo ricevuto armi e viveri col consueto cioccolato. Armi e viveri sono stati divisi con le formazioni partigiane operanti nella zona fra la provincia di Cuneo e quella di Imperia. Intanto siamo arrivati ad Aprile del 1945, i Tedeschi e le Brigate Nere consapevoli della disfatta, pressati dalle forze alleate e dalle nostre formazioni, si ritiravano verso il nord dell’Italia con la speranza di raggiungere la Germania, molti di loro sono caduti e molti altri fatti prigionieri. Noi abbiamo avuto l’ordine di portarci sulle alture sopra Taggia e Sanremo, durante il trasferimento che è durato alcuni giorni, siamo stati attaccati dai Tedeschi in fuga con raffiche di mitragliatrice, anche se sparavano da molto lontano e disordinatamente, una pallottola a ferito alla gamba il Comandante Gori che non ha avuto la sveltezza di gettarsi a terra.
Ormai i Tedeschi e i fascisti erano in fuga. Noi abbiamo proseguito la nostra marcia verso Taggia e Sanremo portando a spalle su di una barella improvvisata il Comandante Gori che era stato medicato alla meglio. Si trattava di una ferita lieve, arrivati a Sanremo, è stato ricoverato nel locale Ospedale. Intanto siamo arrivati prima a Taggia e poi a Sanremo, era il 25 aprile 1945, contemporaneamente sono arrivate le truppe alleate e insieme abbiamo presidiato quelle città ormai abbandonate dai nazi-fascisti. Dalla vicina Francia sono arrivate anche delle truppe francesi formate da soldati di colore Senegalesi questi, dopo qualche giorno sono rientrati in Francia. Dopo i festeggiamenti per la vittoria sul nazifascismo, siamo rimasti a presidiare la città con le truppe alleate, fin quando il Comitato di Liberazione che si era costituito, dopo avere regolarmente registrato le nostre generalità e le formazioni in cui avevamo operato, ci ha messo in libertà e siamo rientrati nelle nostre famiglie. 
Gio Batta Basso (Tarzan)
Chiara Salvini, Ricordi di un partigiano, Nel delirio non ero mai sola, 29 luglio 2012  

mercoledì 7 ottobre 2026

Il contributo di un distaccamento partigiano alla battaglia di Badalucco il 26 settembre 1944

Il torrente Argentina poco a valle di Badalucco (IM)

Settembre [1944] stava finendo, si era già al venticinque, e nel riposo di quei giorni si assaporava la continuità di una stagione veramente splendida, soleggiate giornate mitigate da un lieve brezza che contribuiva ad aumentare il generale torpore avvertito dall'intero reparto. Ma quel mattino la dolce noia venne bruscamente interrotta dall'improvviso rumore di armi automatiche, raffiche lontane ma distinte provenivano dalla valle Argentina in direzione di Badalucco, sensibilmente attenuate dal massiccio del Faudo. Col passar delle ore, anzichè decrescere, gli scoppi aumentavano di intensità, giungevano nitidi i ritmati colpi di una Breda 37, la pesante mitraglia da posizione a cui a tratti si aggiungevano i cupi rombi dei mortai. In tutti la tensione era scattata, senza alcun ordine ognuno aveva raccolto le cose essenziali e controllate le armi in dotazione; e si cominciò ad attendere l'evolversi dei fatti e la loro conoscenza, una delle tante attese, a volte inutili, a volte pericolose. Il fragore dei colpi aumentava in un continuo crescendo confuso e minaccioso, giungendo stranamente spezzettato dalla discontinuità di un vento capriccioso; la nostra zona continuava a presentare un aspetto di assoluta tranquillità, anche all'attento occhio dei valligiani posti di guardia ai primi colpi d'armi da fuoco avvertiti. Scorrevano lente le ore di quella giornata e, quando il nervosismo cominciò ad accentuarsi, si era giunti alle prime ore del pomeriggio, una staffetta di Artù [Arturo Secondo, della IV^ Brigata "Elsio Guarrini" della II^ Divisione "Felice Cascione"], comandante della resistenza dislocata nella valle Argentina, si presentò finalmente per comunicarci quanto accadeva: una formazione di repubblicani, di stanza a Taggia, in una delle solite puntate intimidatorie, era stata affrontata dai reparti del luogo e costretta a rifugiarsi in un frantoio alla periferia di Badalucco. Un primo tentativo di forzare il blocco da parte dei repubblicani era stato nettamente sventato dalle forze di Artù, che controllava con i suoi uomini l'intera valle. Nella stessa, la resistenza trovava un completo appoggio da parte della popolazione che, oltre a fornire di generi alimentari i reparti combattenti, ad ogni infiltrazione di forze avversarie abbandonava il lavoro per impugnare le armi, determinando nella vallata una coesione operativa difficilmente riscontrabile in altre località. E come ogni avvenimento che raggiunge limiti al di sopra della norma, una spiegazione che giustificava l'intesa veniva presentata: conca semiselvaggia, circondata da monti ripidi, dagli accessi aspri e stretti, facilmente controllabili, in un'epoca lontana aveva duramente impegnato i pirati saraceni e, particolarmente, il feroce Luco, uomo spietato che terrorizzata il tratto di costa contiguo e le valli adiacenti; di qui la presunta origine del nome "Bada Luco" assunto dalla grossa borgata, capoluogo della valle. E nel rispetto d'una tradizione, o d'una fantasia diventata leggenda nel tempo, i suoi abitanti nei giorni del pericolo si univano solidali per affrontarlo. E per essere aiutati, nel ripetersi di una simile eventualità, venne richiesto al nostro distaccamento di tenersi pronto ad intervenire in qualsiasi momento, allo scopo di bloccare l'ingresso alla valle ai reparti tedeschi di stanza in riviera, tenuti in stato di preallarme per un previsto, secondo tentativo di liberare gli assediati. Il resto della giornata e la notte trascorsero nell'inutile attesa di ulteriori informazioni; unica variante notata, il rallentamento dei colpi che denunciava la forzata pausa imposta dall'oscurità. Ma alle prime luci dell'alba, dallo stretto sentiero che portava alla valle, quasi improvvisa ai nostri occhi, si presentò la staffetta, il volto largamente bagnato di sudore, nello sforzo di giungere in tempo a comunicarci d'entrare immediatamente in azione. I rinforzi tedeschi erano partiti e si ripetè ancora la spontaneità della partecipazione, il reparto che si dispose a partire raggruppava la quasi totalità degli effettivi. Il luogo dell'appostamento era lontano e l'urgenza non ammetteva indugi; la caccia era nuovamente aperta. Fresche energie, accumulate in giorni di assoluto riposo, ci consentirono di procedere a una velocità sostenuta, senza accusare lo sforzo; inoltre il forte ritmo assunto eliminava momentaneamente l'ansia che precedeva solitamente lo scontro. Sconosciuti sentieri, ripidi e tortuosi, percorsi nell'accompagnamento della minacciosa musica suonata dalle armi dei contendenti, tesi nell'affermazione d'una violenta supremazia. 
E quando la valle si restrinse fino a diventare gola sul cui fondo scorreva il fiume Argentina, il distaccamento, senza porre alcun indugio, poichè il nemico poteva giungere da un momento all'altro, prese posizione a circa un centinaio di metri d'altezza, su di uno strapiombo impossibile a raggiungersi dal basso per l'assoluta mancanza di sentieri diretti. La posizione dominava completamente il tratto di strada sottostante, che seguiva alternandosi sulle due sponde il corso del fiume; di fronte a noi, la strada, per le difficoltà del percorso, operava uno scarto che la portava a superare il ponte sull'Argentina, venendosi a trovare in una posizione a noi frontale. 
Iniziarono i lunghi, interminabili minuti dell'attesa, sempre accompagnati dal messaggio delle armi che ininterrotto continuava ad espandersi, tensione di sguardi nell'avvistare la preda, cacciatori chini sulle armi pronte a far fuoco, immobili nel cogliere il primo soldato apparire alla curva al di là delponte. E apparve il primo, e il secondo, e altri, ai lati della strada, un procedere lento, guardingo, lo sguardo alla ricerca del pericolo che sentivano vicino, e avanzavano ancora, lentamente ma avanzavano, le file dei soldati si snodavano sempre più lunghe, avvicinandosi. Giungeva appena qualche voce portata dall'aria e il rumore dei passi sul fondo sassoso della strada. E come un ruggito, le armi improvvise esplosero i loro mortali colpi, un assordante ritmo; il Majerling vibrava spietato e perfetto, come voluto dai suoi creatori che affannosamente ora cercavano riparo anche nel piccolo sasso, nel tentativo di evitare la morte che giungeva dall'alto. Per un attimo ebbi la sensazione di essere a bordo di un aereo, tanto impietoso il nostro fuoco colpiva i soldati della Wermacht che, come impazziti, correvano sulla nuda strada e nel sassoso letto del fiume, ridotto a puro rigagnolo dalla lunga estate. 
Di colpo il silenzio, le armi brucianti tacevano, e tutto al nostro sguardo apparve immobile, piccole forme in strane posizioni, solo i nostri respiri e qualche voce oltre la curva, soldati superstiti, uomini vivi che fuggivano un piccolo inferno. Nella valle il rumore del combattimento giungeva ancora, noi lo si sentiva lontano, enormemente lontano. Per quel giorno la caccia era finita, una giornata piena da considerarsi fortunata; la tradizione della valle ancora una volta era stata rispettata e, se di leggenda si trattava, la stessa era diventata realtà, anche ai pirati moderni era stato imposto il "Bada Luco". 
Renato Faggian (Gaston), I Giorni della Primavera. Dai campi di addestramento in Germania alle formazioni della Resistenza Imperiese. Diario partigiano 1944-45, Ed. Cav. A. Dominici, Imperia, 1984, pp. 63-66

La battaglia [n.d.r.: che riguardò tutta Badalucco e dintorni ed alla quale il distaccamento (della IV^ Brigata) di Faggian diede il contributo sopra descritto], iniziata alle sette del 25 e terminata vittoriosamente alle sedici del 26 settembre, salva Badalucco dalla rappresaglia dei nazi-fascisti che subiscono una delle più dure disfatte della guerra partigiana imperiese; perdono circa centosettanta uomini tra morti e feriti, compresi quattro ufficiali (due bersaglieri e due Tedeschi) e quattordici sottufficiali caduti in battaglia o dispersi, o colpiti dai propri mortai che avevano sbagliato tiro.
Francesco Biga, Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria). Da settembre a fine anno 1944. Vol. III, a cura Amministrazione Provinciale di Imperia e patrocinio IsrecIm, Milanostampa Editore - Farigliano, 1977, p. 92

mercoledì 23 settembre 2026

Sugli inizi della Resistenza a Bordighera

Bordighera (IM): regione Arziglia

Verso la fine del '42 alcuni antifascisti di Bordighera, o ivi residenti, che precedentemente svolgevano un'attività contro il fascismo non coordinata, si riuniscono, e formano un gruppo organizzato. Fra questi antifascisti, Tommaso Frontero allaccia il gruppo al PCI di Sanremo, e prende contatto con i comunisti sanremesi Luigi Nuvoloni, Umberto Farina, Alfredo Rovelli. Ai primi del '43 si crea in Bordighera il comitato comunista di settore, con a capo Tommaso Frontero, Ettore Renacci e Schiva Angelo. In seguito, a queste persone si aggiunsero altre, fra cui Charles Alborno, Siffredi Alborno, Pippo Alborno, l'architetto Mario Alborno (che prese poi il nome di battaglia "Cecof"), Renzo Rossi. 
Dopo il 25 luglio 1943 il gruppo entra in contatto con altri antifascisti di Bordighera, fra i quali Renato Brunati, indipendente. Al gruppo si aggregano nuovi elementi; più tardi, il gruppo entra pure in contatto col segretario della Federazione Provinciale del PCI (in quel periodo, Miroglio Augusto o "Domenico"), che invita i settori ad adoperarsi per la costituzione dei CLN. 
Giovanni Strato, Storia della Resistenza Imperiese (I^ zona Liguria) - Vol. I. La Resistenza nella provincia di Imperia dalle origini a metà giugno 1944, Editrice Liguria, Savona, 1976, ristampa del 2005 a cura dell’Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, p. 245

La propaganda antifascista e antitedesca fu praticata nella zona di Bordighera da Renato Brunati e da me in un contempo indipendentemente, senza che nemmeno ci conoscessimo: ma nel 1940 ci incontrammo e d'impulso associammo i nostri ideali e le nostre azioni, legati come ci trovammo subito anche da interessi intellettuali ed artistici. La vera azione partigiana s'iniziò dopo il fatale 8 settembre 1943, allorchè Brunati e la sig. Maiffret [Lina Meiffret] subito dopo l'occupazione tedesca organizzarono un primo nucleo di fedeli e racimolarono per le montagne, sulla frontiera franco-italiana e nei depositi, armi e materiali: armi e materiali che essi vennero via via accumulando a Bajardo in una proprietà della Maiffret, che servì poi sempre di quartier generale in altura, mentre alla costa il luogo di ritrovo e smistamento si stabiliva in casa mia ad Arziglia e proprio sulla via Aurelia. [...] Dalla casa mia venivan portati al covo di Bajardo coperte, viveri e materiali che gli affigliati provvedevano con me e tra questi attivissimo il compagno Giacometti di Ventimiglia. [...] Verso la metà di novembre [1943] due ufficiali inglesi, fuggiaschi del campo di ferma, vennero a capitar nella zona di Bajardo, ricoverati e confortati dai nostri, sistemati poi nottetempo in un casolare di vetta. Fu poi progettata la fuga in Corsica: ma il 1° tentativo perì per la defezione del marinaio che s'era assunto l'apparecchiamento della barca: tuttavia i 2 inglesi scesero ad Arziglia in casa mia, guidati dai capi in pieno equipaggiamento partigiano a mezzogiorno per via Aurelia sotto il naso dei tedeschi: da Arziglia si trasferirono alla casa di Brunati, alla Madonna della Ruota ma una sorpresa della polizia che arrestava Brunati e la Maiffret costrinse nuovamente gli inglesi a raggiungere casa nostra ove restarono 15 giorni. I 2 capi vennero rilasciati per insufficienza di prove il 22 dicembre, raggiunsero Bajardo ove già erano tornati gli inglesi. Un nuovo tentativo di fuga in Corsica venne organizzato in casa mia coll'aiuto di patrioti bordigotti; [Vincenzo Manuel] Gismondi - Assaddria [Assandria] - Maraglia [Moraglia]. Un canotto di Donegani, trafugato venne adattato col fuoribordo acquistato con fondi di Giacometti equipaggiato e messo in acqua: vi salirono… i 2 inglesi ed i nominati patrioti, dopo un breve soggiorno in casa mia per gli ultimi preparativi. Ma l'imbarco avvenuto felicemente ad onta della attiva sorveglianza tedesca, non ebbe buon esito, chè la barca si empì d'acqua a 200 metri da riva ed a stento i fuggiaschi raggiunsero la costa rifugiandosi poi da me, fradici ed avendo salvato solo il motore. Da allora i 2 inglesi restarono in casa fino al 25 gennaio '45, salvo un breve soggiorno a Bajardo nel gennaio ‘44. Gismondi fu arrestato e ciò allarmò tutta la nostra banda [...] Purtroppo il 14 febbraio 1944 Brunati e la Maiffret, venivano definitivamente presi dai repubblicani  [...]                                                                                             Giuseppe Porcheddu, Memoriale manoscritto (documento conservato in fotocopia presso IsrecIm), senza data, edito in Francesco Mocci, (con il contributo di Dario Canavese di Ventimiglia), Il capitano Gino Punzi, alpino e partigiano, Alzani Editore, Pinerolo (TO), 2019

Fino dai primi tempi in seno al PCI si crea, anche per la zona circondariale di Sanremo una specie di "triangolo operativo" (detto anche secondo un termine in seguito più diffuso "triangolo militare"). Ne fanno parte Erven [Bruno Luppi] (addetto militare), Luigi Nuvoloni (incaricato per le questioni politiche), Oreste Manetti (incaricato per il vettovagliamento degli eventuali gruppi in montagna).
In una riunione dell'ottobre '43, in casa dell'ing. Casella, in Sanremo, si incontrarono l'ing. Casella, il dott. Pigati [ ... Col crescere delle coscrizioni si rese necessario anche un comitato in S. Remo e si prese perciò contatto col dott. Pigati fervente avversario del fascismo; attivissimo e coraggioso propagandista tanto nel suo studio che nell’ambulatorio della Croce Rossa... Giuseppe Porcheddu, Op. cit. ], Calvini Nanni, il dott. Samà e il magg. Ferrari, per un esame e uno studio della situazione nella zona.
Nell'ottobre del 1943 Calvini Nanni partecipa, in Sanremo, alla formazione di un comitato interpartitico, di cui fanno parte lo stesso Calvini Nanni, Bruno Luppi («Erven»), la sig.na Meiffret, l'avv. Nino Bobba, Umberto Farina.
Giovanni  Strato, Op. cit.  

A Ventimiglia in ambienti che gravitavano intorno alla stazione ferroviaria si formò una rete clandestina con l’obiettivo di sabotare i trasporti tedeschi e difendere le infrastrutture ferroviarie e stradali in concomitanza di un’eventuale sbarco alleato. A questa organizzazione aderirono una decina di ferrovieri assieme a carabinieri, poliziotti, civili. Il gruppo, che assunse il nome di Giovine Italia, riuscì a collaborare con un’altra organizzazione legata al partito comunista di Bordighera, la quale in clandestinità forniva documenti falsi a militari sbandati e antifascisti ritenuti sovversivi dalle autorità della Repubblica Sociale. Gli ufficiali dell’esercito e i carabinieri che aderirono avrebbero dovuto stabilire il controllo dell’ordine pubblico una volta il territorio fosse stato liberato. A causa di un incauto approccio da parte di Olimpio Muratore, tentato con due suoi compagni di scuola arruolatisi nella GNR ferroviaria, Carlo Calvi e Ermanno Maccario, questi rivelarono l’esistenza dell’organizzazione al loro comandante. Iniziarono subito le indagini portate avanti dalla G.N.R. e dal Commissario Capo della Polizia Repubblicana di Ventimiglia, Pavone. All’alba del 23 maggio 1944 una retata portò alla cattura di una trentina di persone, ventuno delle quali consegnate ai tedeschi, e di queste tredici furono successivamente inviate a Fossoli e poi a Mauthausen: Airaldi Emilio, Aldo Biancheri, Antonio Biancheri, Tommaso Frontero, Stefano Garibaldi, Ernesto Lerzo, Amedeo Mascioli, Olimpio Muratore, Giuseppe Palmero, Ettore Renacci, Elio Riello, Alessandro Rubini, Silvio Tomasi, Pietro Trucchi e Eraldo Viale. Solamente Elio Riello, Tommaso Frontero, Amedeo Mascioli, Aldo e Antonio Biancheri sopravvissero alla deportazione. Emilio Airaldi, invece, già sul carro merci destinato in Germania, riuscì a scardinare un finestrino del carro e a gettarsi di notte nel vuoto nei pressi di Bolzano; venne aiutato da ferrovieri che lo aiutarono s nascondersi e quindi a ritornare a casa dove giunse dopo 3 mesi. Giuseppe Palmero e Ettore Renacci furono fucilati a Fossoli, Olimpio Muratore, Silvio Tomasi, Alessandro Rubini, Eraldo Viale, Ernesto Lerzo e Pietro Trucchi morirono nel campo di Mauthausen.
Giorgio Caudano, I caduti della Lotta di Liberazione. I^ Zona Liguria, ed. in pr., 2020

[ n.d.r.: tra le pubblicazioni di Giorgio Caudano: con Romolo Giordano, Le Stelle del Gusto, Azani Editore, 2026: (con Paolo Veziano), Dietro le linee nemiche. La guerra delle spie al confine italo-francese 1944-1945, Regione Liguria - Consiglio Regionale, IsrecIm, Fusta editore, 2024; Marco Cassini e Giorgio Caudano, Bordighera al tempo di Bicknell e Monet, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2021; Giorgio Caudano, L'immagine ritrovata. Ventimiglia e dintorni nei dipinti dell'Ottocento e primo Novecento, Alzani Editore, 2021; (a cura di) Paolo Veziano con il contributo di Giorgio Caudano e di Graziano Mamone, La libera Repubblica di Pigna. Parentesi di democrazia (29 agosto 1944-8 ottobre 1944), Comune di Pigna, IsrecIm, Fusta Editore, 2020; Giorgio Caudano, Dal Mare alla Trincea... memorie di uomini, BB Europa, Cuneo, 2019; Silvia Alborno, Gisella Merello, Marco Farotto, Marco Cassini, Giorgio Caudano, Franck Vigliani, curatori della mostra Claude Monet, ritorno in Riviera, catalogo a cura di Aldo Herlaut, Silvana Editoriale, Milano 2019; La Magnifica Invenzione. I pionieri della fotografia in Val Nervia 1865-1925, a cura di Marco Cassini e Giorgio Caudano, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2016; Giorgio Caudano, Pigna. Storia di un paese, ed. in pr., 2016  ]

Ettore Renacci, Tommaso Frontero e Angelo Schiva facevano parte di un gruppo comunista formatosi già all'inizio del 1943 in Bordighera. Nel dicembre dello stesso anno, tale gruppo assunse la denominazione di «Comitato Comunista di Settore» e si unì ad elementi di altre correnti e partiti antifascisti. In seguito all'attività comune fu creato il CLN di Bordighera per la lotta resistenziale ma la rete clandestina venne scoperta e sgominata. Frontero e Renacci furono arrestati nelle rispettive abitazioni verso le 8 del 23 maggio 1944. Subirono maltrattamenti e furono condotti a Imperia: se ne decise la fucilazione per il 25 maggio. Ma la Gestapo li considerava elementi troppo preziosi e cercò di indurli a rivelare notizie utili sull'organizzazione antifascista. Frontero e Renacci raggiunsero quindi le carceri di Marassi e, nel giugno, fecero parte di un gruppo di 59 prigionieri trasferiti da Genova a Fossoli per mezzo di camion. A Fossoli il Renacci venne fucilato ed il Frontero inviato nei Lager in Germania.
Carlo Rubaudo, Storia della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria) - Vol. II. Da giugno ad agosto 1944, edito a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, Imperia, Dominici Editore, 1992, p. 571 

giovedì 3 settembre 2026

Azioni partigiane tra il confine con la Francia e la Valle Argentina dal 9 al 14 settembre 1944

Castellaro (IM): Santuario di Lampedusa

All'alba del giorno stesso [9 settembre 1944] altra formazione tedesca composta da quattro autocarri, una autoblinda ed un centinaio di soldati, scontratasi presso Perinaldo con una ventina di garibaldini del 6° distaccamento inferiori per numero e per mezzi, dopo trenta minuti di combattimento li obbliga a ritirarsi. Cade nel combattimento il volontario Gianni Carli (Carletto) fu G. B. nato a Marsiglia il 14.6.1899 ed un altro rimane ferito. Non vengono accertate le  perdite nemiche. 
Altre batterie tedesche, piazzate nei pressi della cabina elettrica del Bevera sulla riva sinistra del fiume Roja, aprono il fuoco contro le linee alleate che rispondono al fuoco; il duello dura due ore. 
Il garibaldino Martino Blancardi (Martinetto) con altri compagni della V brigata tenta di liberare Arzilia, figlia dell'ex ministro Achille Grandi, ma il tentativo non riesce. 
A Taggia una pattuglia di garibaldini dell'8° distaccamento arresta alcune spie al servizio del fiduciario del Fascio repubblichino, mentre l'audace garibaldino «Ventimiglia» spara su due Tedeschi e su tre bersaglieri a poca distanza dalle caserme, ne uccide uno e ne ferisce due, allontanandosi poi incolume. 
Per lo scoppio di mine due Tedeschi muoiono dilaniati presso il Santuario di Lampedusa (valle Argentina). 
Un attacco condotto il 10 di settembre presso il ponte «Ruinà», tra il ponte Oxentina e San Giorgio (fiume Argentina), dall'8° distaccamento di Domenico Simi (Gori), mette fuori combattimento quarantacinque nazifascisti. Altro Tedesco rimasto ferito in combattimento muore all'ospedale di Taggia. 
Nella città vanno concentrandosi duemila nazifascisti al comando dell'ufficiale superiore Barone, per attuare il rastrellamento previsto. 
Tutte le case situate nei pressi del fiume Argentina, dalla villa Cappannuccia alla caserma De Sonnaz, vengono fatte sgomberare per accantonarvi le truppe, mentre il Commissario prefettizio della città, probabilmente antifascista, prende accordi con i partigiani per fornire informazioni sui movimenti nemici. 
Il giorno dopo cinque garibaldini del 2° distaccamento feriscono gravemente un ufficiale tedesco sotto Ceriana. 
A San Remo esce il primo numero del giornale clandestino «La voce di San Remo» che viene diffuso tra le popolazioni ed i combattenti della montagna. Il P.C.I. costituisce la brigata garibaldina cittadina, comprendente tutte le squadre di avanguardia, col compito di difendere il Comando della V brigata quando questa si sarebbe avvicinata alla costa.
Nella notte due garibaldini dell'8° distaccamento assaltano con bombe a mano le sentinelle di guardia ad un albergo di Taggia requisito e messo a disposizione degli ufficiali tedeschi. Le sentinelle rimangono gravemente ferite. 
Il 14 di settembre una pattuglia del 2° distaccamento cattura tre sottufficiali tedeschi recuperando un mitra, un moschetto e una pistola automatica. 
Squadre di alcuni distaccamenti della V brigata, affrontata una colonna tedesca presso Cima Marta, la distruggono completamente liberando il bestiame razziato e catturano grande quantitativo di armi e di munizioni. 
A queste formazioni della V brigata apparteneva una coraggiosa garibaldina di nome Maria che, oltre ad assistere i feriti ed i malati come crocerossina, sovente impugnava la pistola contro il nemico. Un giorno sulla funivia San Remo-monte Bignone, estratta la pistola dalla borsetta, intimava la resa a due Tedeschi che dovevano scendere a San Romolo e li catturava con l'aiuto di altri garibaldini. Servirono in seguito per uno scambio di prigionieri.
Francesco Biga, Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria). Da settembre a fine anno 1944. Vol. III, a cura Amministrazione Provinciale di Imperia e patrocinio IsrecIm, Milanostampa Editore - Farigliano, 1977, pp. 59,60

martedì 25 agosto 2026

I partigiani cercavano di eliminare la postazione tedesca di Monte Ceppo


Probabilmente in data 12 giugno 1944 vi è un'azione in Baiardo. Alcuni uomini di Vittò [n.d.r.: Giuseppe Vittorio Guglielmo], divisi in due squadre, e comandati da Argo [n.d.r.: Aldorino Iazzone] e da Assalto [n.d.r.: Carlo Peverello], erano stati mandati a Monte Bignone, all'arrivo della funivia, per attaccare dei tedeschi, che sarebbero dovuti arrivare con la funivia.
Gli uomini di Vittò erano partiti da Carmo Langan, dove vi era l'accampamento del 5° distaccamento (Vittò ed Erven). 
I partigiani aspettavano, tenendosi nascosti; ma con la funivia i tedeschi non arrivano. 
Al ritorno i partigiani passano per Baiardo, e si imbattono in una camionetta di tedeschi; alcuni di questi, nello scontro, restano feriti, e gli altri fuggono; nella fuga sparano all'inìpazzata contro tutti quelli che incontrano: così uccidono una donna e ne feriscono un'altra. 
Il giorno 13 giugno i partigiani di Vittò e di Erven [n.d.r.: Bruno Luppi] compiono una nuova azione, contro una postazione situata fra Baiardo e Monte Bignone. 
La postazione era forte di 25 uomini. 
Dirige l'azione Argo insieme con Assalto. Hanno una squadra per ciascuno, ma responsabile è Argo. 
I partigiani partono da Carmo Langan nella notte, anzi sul cader del sole, e tornano la mattina del giorno dopo, 13 giugno, con un forte bottino di materiale vario (armi, munizioni, coperte, gavette) e con 23 prigionieri, dei quali 2 sono austriaci e 2 cecoslovacchi. Uno dei cecoslovacchi è della zona dei Sudeti. 
I quattro stranieri rimasero con i partigiani, con i nomi Marx, Emilio, Romeo e Mario. Marx venne ferito a Sella Carpe, quando fu ferito anche Erven; dopo morirà in montagna, in combattimento. Anche un altro dei quattro stranieri cadrà in montagna. 
Dei militi fascisti, 4 vogliono tornare a casa. Fra questi Erven riconosce uno dei militari di Salò già lasciato libero dopo il fatto della "B8", che era stato compiuto dal gruppo di Vittò, Erven, Tento e Marco, e durante il quale Folgore si era assunto l'incarico di andare avanti agli altri, col prigioniero catturato in Molini. 
Il "repubblichino", fatto di nuovo prigioniero in questa circostanza, viene dapprima minacciato di morte; poi è rilasciato, ma, questa volta senza rifornirlo di carta di identità. 
Scopo principale dei partigiani era di attaccare ed eliminare la postazione tedesca di Monte Ceppo, molto munita, che dominava Carmo Langan e le strade circostanti, sia le rotabili, sia le mulattiere. 
Marco e Tento, a tal uopo, avevano anche procurato due cannoni, tolti da Cima Marta e collocati a Triora; dopo, però, si riscontrò che non era possibile farli funzionare, a causa delle munizioni deteriorate. 
Per attaccare Monte Ceppo si riteneva che fosse molto opportuno bloccare tutte le vie di accesso; ma, per fare questo, occorreva Baiardo libera; e, invece, sulla strada Baiardo-Monte Bignone vi era una forte postazione tedesca, e bisognava eliminarla. 
Perciò furono compiute nella zona di Baiardo le due azioni sopra ricordate, specialmente la seconda. 
Giovanni Strato, Storia della Resistenza Imperiese(I^ zona Liguria) - Vol. I: La Resistenza nella provincia di Imperia dalle origini a metà giugno 1944, Sabatelli Editore, Savona, 1976, ristampa del 2005 a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, pp. 293-294

lunedì 3 agosto 2026

I tedeschi stavano evacuando Ormea, Nava, Piaggia, Pieve di Teco, Cantarana ed altre località di importanza strategica

Piaggia, Frazione del comune di Briga Alta (CN). Foto: Mauro Marchiani

A Fontane [n.d.r.: Frazione del comune di Frabosa Soprana (CN)], dopo varie ricerche, il Comando della V brigata ["Luigi Nuvoloni"] riesce a reperire una radio per ascoltare le notizie sull'andamento della guerra, specialmente quelle sui fronti italiani che non erano molto incoraggianti. Solleva un po' il morale l'arrivo di un ingente quantitativo di vestiario il 3 di novembre [1944]. I garibaldini più bisognosi riescono così a rinnovare in qualche modo il loro equipaggiamento e ad affrontare più tranquillamente il freddo e i parassiti. Solo il tempo imperversa cattivo: pioggia e nevischio trasformano il terreno in fanghiglia. Intanto giungono ad un posto di blocco, situato tra Fontane di Frabosa e Corsaglia, alcune donne di Pigna stanche morte e raccontano la loro odissea. Avevano percorso la strada della V brigata nella ritirata ed erano orientate verso Mondovì in cerca di propri famigliari presi dai Tedeschi come ostaggi durante il grande rastrellamento ed in procinto di essere deportati in Germania (Testimonianza di «Monaco» [Giovanni Rebaudo]). 
L'anniversario del 4 novembre (la vittoria di Vittorio Veneto del 1918), viene ricordato con una messa per i caduti di tutte le guerre alla quale partecipano molti garibaldini; il sole rende mite la giornata. Una certa disponibilità di denaro può permettere l'acquisto di vitelli e mucche a L. 25-35 al chilogrammo per procurare carne agli uomini dopo tanti pasti a base di castagne. Coi depositi del Genio Civile di Bossea i contadini del luogo possono alimentare le loro scorte di legna bruciate dai garibaldini. Non lieve è la fatica di Gino Glorio (Magnesia), nuovo amministratore della I brigata ["Silvano Belgrano"], per risolvere tutti questi problemi. 
Intanto sul versante ligure la situazione da una quindicina di giorni è pesante. Sembra preclusa la possibilità del rientro in zona della I e della V brigata; è impressione generale che i Tedeschi, dopo il grande rastrellamento di ottobre, intendano presidiare in permanenza tutto il territorio tra le strade statali della valle Impero e della valle Argentina. 
Sintomo grave l'occupazione nemica di Piaggia, Pieve di Teco, Rezzo, Molini di Triora, Pigna e altre località d'importanza strategica, la costruzione di fortificazioni al Tanarello: fatti che prospettano la costruzione di una linea difensiva dal colle di Tenda al Marguareis, al monte Bertrand, al Saccarello e, giù giù, lungo la valle Argentina fino al mare. 
Se ciò si realizzasse tutta la zona a ovest della strada statale 28 (valle Impero) diventerebbe retrovia del fronte francese e la I e la V brigata non potrebbero rientrare nelle loro zone di operazione; anzi, anche la IV ["Elsio Guarrini"] dovrebbe abbandonare il suo territorio per non rimanere annientata da potenti forze nemiche che hanno disponibili tutte le carrozzabili e sono in grado di controllare ogni rifornimento. Però questa gravissima incognita svanisce quando, inaspettatamente, la sera del 5 giunge a Fontane la notizia che i Tedeschi stavano evacuando Ormea, Nava, Piaggia, Pieve di Teco, Cantarana ed altre località di importanza strategica. In linea di massima la statale n. 28 poteva considerarsi nuovamente transitabile per le forze garibaldine. 
Il periodo di riorganizzazione a Fontane dura una ventina di giorni; il 6 di novembre il Comando divisionale [n.d.r.: a quella data i partigiani imperiesi erano ancora inquadrati in un'unica Divisione, la "Felice Cascione", comandata da Nino Siccardi (Curto)], informato del ripiegamento del nemico, che non aveva osato inseguire i garibaldini in una zona molto impervia, praticamente priva di vie di comunicazione, dà l'ordine del rientro a scaglioni alle forze delle due brigate con l'obiettivo di raggiungere le rispettive zone sul versante ligure e di riprendere accanita la lotta. In novembre la presenza dei nazifascisti in Molini di Triora si fa quasi ininterrotta. Essi si insediano nelle poche case disponibili, obbligando i cittadini a sloggiare, si impadroniscono di letti, di materassi, di stoviglie e di viveri. Tolgono quel poco di grano e quelle scarse castagne che si erano potute raccogliere per darle in pasto ai cavalli. 
Presi dal sospetto che, per le loro continue ruberie, gli abitanti avessero occultato la merce, i nazifascisti fanno scavare negli orti e nei fondi per scovare supposti depositi. Ordinano la consegna dei carri, dei muli e del bestiame in genere.
Obbligano gli uomini a lavori pesanti e, ogni tanto, ne prelevano una trentina per portarli fino a Rezzo dove riparare il ponte dei «Passi». Tengono tre persone in ostaggio per tre giorni consecutivi, a rotazione. Come se tutto ciò fosse una cosa piacevole, organizzano balli obbligando a mano armata le fanciulle del paese ad intervenire. Nei giorni dei morti organizzano una vera orgia con schiamazzi, sperpero di cibi, ubriacature e beffano gli abitanti del luogo terrorizzati ed affamati. 
L'inverno è alle porte col suo triste carico di desolazione, di freddo e di fame; i rifornimenti pressoché impediti dal controllo nemico che sta dislocando presidi ovunque per impedire il riassettamento e il consolidamente dei distaccamenti nella I Zona Liguria [diretta da Carlo Farini (Simon)]. La neve che blocca i paesi annuncia un inverno precoce, l'indigenza dei luoghi è endemica.
Nonostante ciò i garibaldini riprendono le azioni contro l'oppressore; veramente alla garibaldina affrontano una situazione intollerabile. I nazifascisti conoscono le difficoltà in cui versano e seguono, col progredire della cattiva stagione, il loro terribile crescendo di difficoltà nella riorganizzazione delle formazioni, con l'intenzione di cogliere il momento culminante della loro crisi per condurre un'ennesima offensiva sterminatrice. 
Dal canto loro i comandanti della II divisione «Felice Cascione» studiano un piano per sveltire l'organizzazione bellica ed adeguarla alle esigenze del moìnento. Munizioni, armi e viveri diventano sempre più scarsi mentre la battaglia invernale sta entrando nella fase più acuta. 
Ma le gloriose bandiere partigiane non verranno ammainate e sventoleranno più che mai sulle montagne incappucciate di neve, simboli di lotta e di libertà.
La partenza delle due brigate è concordata il 4 novembre durante una riunione dei comandanti e dei commissari convocati nella sede del Comando divisionale.
Decisa la dislocazione della I brigata nelle valli Arroscia, Pennavaira, Lerrone, Andora, Steria e nel Dianese, a levante del torrente Impero, partono nella mattinata del 5 per la Liguria l'ufficiale alle operazioni Pario Ercole (Pablo) e il commissario «Osvaldo» [Osvaldo Contestabile], onde studiare i luoghi di destinazione dei distaccamenti. 
Il giorno successivo iniziano il trasferimento verso Piaggia i distaccamenti «A. Viani» (che lascia la val Corsaglia nelle prime ore del mattino), «G. Maccanò», «F. Airaldi» e il servizio SIM [Servizio Informazioni Militare] con una parte del Comando I brigata. 
I movimenti sono facilitati dalle informazioni del SIM, il quale accerta che, oltre la statale n. 28 e la val Tanaro, i Tedeschi avevano sgomberato l'alta valle Arroscia tra San Bernardo di Mendatica e Pogli (presso Albenga). 
Questa situazione favorevole risolve definitivamente i problema dello spostamento degli altri distaccamenti ormai riorganizzati e perciò il «Bacigalupo E.» dei mortaisti, partito la mattina del 7 per la zona di Mendatica, raggiunge Montegrosso il 9; così tutti gli altri, che giungono a destinazione senza alcun incidente. 
I componenti del Comando I brigata, giunti a Lovegno, vi si stabiliscono e provvedono subito a riorganizzare i collegamenti col fondo-valle e colle altre brigate della divisione. 
Il commissario «Osvaldo», che durante il rientro aveva avuto colloqui con le Giunte Comunali di Mendatica, Pornassio e Pieve di Teco per discutere il modo di aiutare le formazioni in arrivo, a Gazzo incontra il comandante «Ramon» [Raymond Rosso] rimasto in Liguria, che lo mette al corrente della situazione e dei movimenti del nemico intento a preparare un rastrellamento nella zona; inoltre incarica il comandante Ghirardo Firminio di recuperare il materiale precedentemente nascosto.
Francesco Biga, Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), Vol. III. La Resistenza nella provincia di Imperia da settembre a fine anno 1944, a cura dell'Amministrazione Provinciale di Imperia e con il patrocinio di IsrecIm - Milanostampa Editore, Farigliano, 1977,  pp. 313-316

lunedì 20 luglio 2026

Le formazioni GAP di Sanremo tentarono di mettersi in contatto con gli Alleati


Già una squadra GAP cittadina era stata creata in collina a Sanremo per iniziativa di Giuseppe Anselmi e di Adolfo Siffredi: essa agiva e si sviluppava sotto il comando di Aldo Baggioli ed Adriano Siffredi; ma occorreva appoggiarla e dirigerla nel quadro generale della  lotta e questo compito sarebbe spettato al C.L.N., al quale far capo.
Fu perciò che per iniziativa del Partito Comunista e di un gruppo socialista si giunse, alla metà di luglio [1944], alla costituzione del primo comitato periferico del circondario, quello di San Martino [a levante del centro urbano], composto da Oreste Manetti, sostituito quasi subito da Alfredo Rovelli, per il PCI; Mario Mascia, per i socialisti, segretario; Mario Benza, indipendente; Emilio Mascia, comandante militare, con Giovanni Siffredi, vice comandante.
Il Comitato di San Martino assunse le funzioni del Comitato Comunale e si pose subito in diretto contatto con quello di Imperia. I primi servizi essenziali per lo sviluppo della lotta entrarono nella fase organizzativa: la prima SAP del Comitato venne costituita ufficialmente con 16 elementi.
Mario Mascia, L'epopea dell'esercito scalzo, Ed. ALIS, 1946, ristampa del 1975 a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia 

Nasce ben presto il primo gruppo cittadino delle SAP (sedici uomini) e nell'agosto [1944] sorge la prima sezione del PSIUP. Ciò significa che anche fuori del PCI le altre forze antifasciste iniziano ad organizzarsi ed a contribuire più incisivamente nella lotta. Nell'ottobre Donzella e Gismondi vengono arrestati, mentre Cremieux evita la cattura con la fuga. Nel frattempo il CLN di San Martino si riorganizza assumendo definitvamente funzione comunale, ufficialmente riconosciuta dal CLNP il 2 novembre 1944, e prosegue la sua dura ed efficace lotta fino alla Liberazione.
Carlo Rubaudo, Storia della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria) - Vol. II. Da giugno ad agosto 1944, edito a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, Imperia, Dominici Editore, 1992 

Oldoino Maurizio (Mauro), che salì in montagna subito dopo l'8 settembre 1943, entrò poi nella banda garibaldina di Tito [n.d.r.: Rinaldo Risso, o Tito R., in seguito vice comandante della II^ Divisione d'Assalto Garibaldi "Felice Cascione"] dove rimase dal febbraio al marzo 1944, entrerà quindi - ritornato in Sanremo - nelle formazioni GAP (2 agosto), ed infine da queste inviato in Francia per tentare di mettersi in contatto con gli Alleati, resterà tagliato fuori dai tedeschi, ed entrerà nel Maquis (nome di battaglia "Batté Leo"), dove sarà promosso sergente di un battaglione di volontari stranieri, con i quali per oltre sette mesi combatterà contro i tedeschi sul confine italiano...  Caramia Francesco (Franco) che dal primo C.L.N. Sanremese e per esso più precisamente da Salvatore Marchesi e da Adolfo [Fifo] Siffredi ebbe incarico di arruolarsi nella milizia per esperire opera di informatore e di disgregatore e che lascerà tale incarico dopo circa tre mesi per entrare direttamente alle dipendenze del CLN circondariale, per il quale dall’ottobre 1944 in poi presterà servizio di staffetta per il collegamento con Bordighera....
Giovanni Strato, Storia della Resistenza Imperiese (I^ zona Liguria) - Vol. I. La Resistenza nella provincia di Imperia dalle origini a metà giugno 1944, Editrice Liguria, Savona, 1976, ristampa del 2005 a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia   

Nella zona circondariale di Sanremo i primi nuclei GAP sorgono nel mese di luglio del 1944. Detti gruppi assumono la denominazione di Brigata GAP "G. Matteotti" e, come nell'imperiese, la loro base è alla periferia cittadina, in zona collinare e boscosa.
La Brigata è composta dai tre distaccamenti "G.B. Zunino", "Fiandrino" e "Leone". Il numero complessivo degli effettivi si aggira sulla sessantina di giovani, alla guida dei quali sono nominati il comandante Aldo Baggioli (Cichito) ed il commissario Adriano Siffredi (Riccardo).
Numerose sono le azioni condotte contro i nazifascisti da tali gruppi. Alcune di esse hanno richiesto veramente grande audacia e perizia da parte degli esecutori. Accenniamo ad alcune di esse:
 - Attacco [ai primi di ottobre del 1944] contro la caserma di via Privata [l’attuale via Escoffier] (situata ai margini della città vecchia) con il conseguente disarmo di dodici militi, la cattura di due di essi, l'incendio dello stabile e la liberazione dei detenuti politici. Il piano, benché studiato e definito in ogni dettaglio dal Comandante e dal Commissario delle formazioni GAP comportava notevoli rischi. Nel corso di una riunione di un gruppo di audaci in casa del professore G.B. Calvini, al fine di garantire la sorpresa ed una ritirata snella e veloce, si decide di effettuare un'azione condotta da pochi uomini ben armati e dal procedere rapido. Si scelgono perciò elementi decisi edi assoluta fedeltà, tra cui Armando Bonfante con il fratello, Nino Carbone, Nando Cazzolino, Salvatore Grassadonna, Sergio Grignolio (Ghepeù), Dario Gruttin e "Saetta". "Cichito" e "Riccardo", attraverso le staffette erano già in contatto con "Negus" e "Totò", due militi collaboratori della Resistenza. Alle ore 21 inizia l'azione con il blocco delle strade adiacenti ed il controllo di via Palazzo, piazza Colombo e l'angolo di via Vittorio. A notte inoltrata si imbocca via Privata, sede della caserma. Tutto perfetto: trambusto, militi svegliati ed immobilizzati. Si recuperano fucili, mitragliatori, una mitragliatrice opesante, moschetti, pistole e munizioni. Si liberano i prigionieri, tra cui il dottor Marco Donzella, il generale Minchi, l'avvocatessa Ada Barbieri e don Angelo Aprosio, che rimangono meravigliati per tanto coraggio.
- Attacco notturno contro la casa del Fascio, in piazza Colombo a Sanremo, con l'uccisione di una pericolosa spia fascista.
- Attacco contro i bersaglieri in località Solaro.
- Colpo contro il presidio tedesco ubicato in San Romolo.
- Eliminazione di otto ufficiali e soldati tedeschi, di sette bersaglieri e di oltre venticinque spie nazifasciste.
Nel febbraio 1945 le tre formazioni GAP accennate vengono riunite nel distaccamento GAP "Mario Zamboni", ridotto a quattrordici uomini scelti per coraggio e capacità, al comando di Roberto Quadrio, mentre il garibaldino Mario Chiodo ["Dorio"] è nominato addetto al comando ed ai collegamenti [da altre fonti Mario Chiodo risulta in quel periodo ufficiale di collegamento del Distaccamento SAP "Giobatta Zunino": forse ebbe due cariche in contemporanea].
Anche questo distaccamento porta a termine numerose azioni, tra cui segnaliamo in particolare:
- La liberazione di garibaldini sorvegliati nell'ospedale civile di Sanremo e la contemporanea cattura di tre militi.
- L'eliminazione di una nota spia e di sei fascisti.
- Il salvataggio della famiglia Marty.
Carlo Rubaudo, Op. cit.

Nel frattempo Avogadro, in veste di collaboratore dell’intelligence britannica, per allacciare col Piemonte un servizio informativo alle dipendenze degli inglesi si era recato in Liguria, dove l’Arma «aveva perso molto terreno in seguito alla condotta degli ufficiali di quella Legione che in massa avevano aderito alla repubblica» <14. Riconoscendo improba l’impresa di impiantare un’organizzazione clandestina, per le sue forze e per la limitatezza delle sovvenzioni, riuscì a raggruppare una cinquantina di carabinieri nella zona tra Imperia e Sanremo, affidati alle cure del pretore di Taggia, il giudice Alessandro Savio, insieme al quale incontrò un comandante di una banda in costituzione (probabilmente Michele Silvestri “Milano”, comandante del distaccamento Gap di Verezzo, confluito poi nelle Sap di Imperia), ma i contatti con gli uomini di questo territorio furono saltuari per il resto della guerra.
Enrico Pagano, “A favore dell’Arma”. L’attività nel periodo clandestino di Rodolfo Avogadro di Vigliano, questore di Vercelli nominato dal Cln, l’impegno, a. XXXV, nuova serie, n. 2, dicembre 2015, Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nel Biellese, nel Vercellese e in Valsesia
 
Un altro distaccamento dei GAP sanremesi, riconosciuto come appartenente alla Brigata GAP «Matteotti» e comandato da Michele Silvestri, operò invece nella zona di Verezzo, compiendo numerose audaci imprese con le quali riuscì a recuperare denaro, indumenti e viveri che furono poi inviati alle formazioni partigiane di Gino Napolitano e Vincenzo Orengo. 
Carlo Rubaudo, Op. cit. 

martedì 7 luglio 2026

Il partigiano si sacrificò per salvare il comando Brigata

Pian Soprano, comune di Pornassio (IM). Foto: Mauro Marchiani

A Piaggia trovammo una staffetta del SIM con un austriaco che veniva a cercare il comando. Unimmo le sue alle nostre notizie ed esaminammo la situazione. Appena saputo che la Val Tanaro era libera erano partiti da Fontane Osvaldo [Osvaldo Contestabile] e Pablo [Ercole Pario]. Il comandante di Brigata [n.d.r.: I^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Silvano Belgrano" a quella data ancora incorporata nella II^ Divisione "Felice Cascione"] Mancen [Massimo Gismondi] era passato in Liguria poco dopo con alcune bande portandosi tra la "28" ed il mare. Osvaldo e Pablo avevano preso contatti con le giunte comunali di Mendatica, Pornassio, Cosio, Pieve di Teco con esito vario, indi, uniti ad altri elementi del comando brigata, cuochi, intendenti, armiere e SIM, erano passati per Pieve diretti a Gazzo in Val d'Arroscia per riunirsi con Mancen. 
A Pieve era avvvenuto un incidente doloroso: un garibaldino, visto un individuo vestito da partigiano che gli parve sospetto, gli intimò: "Mani in alto!". L'altro, sorpreso, si era voltato di scatto tenendo le mani in tasca ed il nostro aveva sparato. Al colpo accorsero i partigiani: il morto era un partigiano.
L'incidente dimostrava lo stato di eccitazione e di sospetto che si andava creando; dopo l'imboscata di Pieve in cui era caduto Nino Berio, ogni sconosciuto, anche se indossava i nostri abiti ed era armato, poteva essere un nemico.
Il comando sostò a Gazzo pochissimo poiché gli era giunta la notizia di un rastrellamento imminente. Senza prendere contatto con le bande in via di sistemazione né col comandante di brigata Mancen che proprio in quei giorni era giunto a Capraùna con la banda di Stalin, il gruppo di Osvaldo era ripassato nell'alta Val d'Arroscia al di qua della "28", sistemandosi a Pian Soprano presso Pornassio.
Durante la marcia era avvenuto un altro incidente: una bomba a mano greca era esplosa nello zaino di Carlo, l'armaiolo autriaco. Carlo, mortalmente ferito, era spirato poco dopo, e Rinaldo, che lo seguiva nella marcia, aveva il volto crivellato di schegge. Il ferito era stato ricoverato presso una famiglia di Pornassio. La perdita di Carlo era stata sentita da tutti: come armaiolo era insostituibile poichè, oltre ad una profonda conoscenza delle armi tedesche, aveva grande abilità nelle riparazioni con mezzi di fortuna. Si era unito a noi quando Cion [Silvio Bonfante] aveva attaccato le caserme di Diano. Era un ottimo compagno, laborioso, sobrio, intelligente ed allegro. A Vienna la madre lo attendeva. Rinaldo era il vice responsabile SIM.
Carlo aveva portato sulle spalle Simon [Carlo Farini, a quella data responsabile della I^ e della II^ Zona Operativa Liguria] malato durante tutto il periodo che era rimasto circoncondato nel bosco presso Valcona.
In quei giorni i tedeschi, che già occupavano Rezzo, si erano spinti su Pieve. Dopo lo sgombero della "28" effettuato il 4 novembre [1944], il nemico aveva continuato a presidiare il tratto Imperia-Cesio e la rotabile che, staccandosi dal colle di San Bartolomeo, per San Bernardo di Conio si univa alla carrozzabile che univa Triora con Rezzo e Pieve di Teco. 
Da San Bernardo di Conio i tedeschi si erano spinti lentamente su Rezzo ricostruendo gradatamente i ponti ed i tratti distrutti di detta carrozzabile.
Ad uno ad uno erano stati presidiati Rezzo, Lavina [frazione del comune di Rezzo], Cenova [frazione del comune di Rezzo], indi il 14 era stato occupato anche Pieve di Teco. 
Quali erano le intenzioni nemiche? Probabilmente ricostruire tutti i ponti sulla "28", onde riaprirla al traffico di retrovia. 
Avrebbe rinunciato il nemico a riattivare il tratto diretto Colle San Bartolomeo-Pieve di Teco e avrebbe continuato a dirottare per San Bernardo di Conio-Rezzo? Era probabile perché le distruzioni fatte da noi erano state radicali. 
Era possibile ai partigiani impedire o ritardare la rioccupazione della "28"? 
Purtroppo no. Il nemico intuiva la nostra presenza. Il piano di ricostruire gradatamente le opere d'arte procedendo contemporaneamente alla occupazione indicava chiaramente che i tedeschi temevano una sorpresa analoga a quella subita a Vessalico in ottobre. Erano così costretti a impiegare forze cospicue: con un forte presidio difendevano i lavori in corso mentre la rotabile ricostruita e pattugliata alle spalle garantiva l'arrivo rapido del materiale e dei rinforzi motorizzati. 
Come ci venne riferito in seguito, i tedeschi sapevano che nuclei partigiani avevano rivalicato il Mongioie portandosi in Liguria; convinti però di averci annientato in ottobre credevano trattarsi di formazioni dipendenti da Mauri. 
Il 16 i tedeschi da Pieve spingono una colonna su Ponti di Pornassio. Contrariamente al solito il nemico piomba in paese alle prime ore della notte: aveva uno scopo preciso. Il paese è ormai buio, le strade deserte. I tedeschi bussano alla prima casa del paese, entrano, perquisiscono: nulla! Proseguono allora fino all'ultima casa lungo lo stradone; entrano: lì è Rinaldo, il garibaldino ferito. Fatto prigioniero Rinaldo, verrà caricato su un carro, portato a Pieve e  ucciso. 
Mentre un gruppo di tedeschi cerca il ferito, il grosso della colonna, notando una luce che filtra da una finestra, circonda la casa. Forzata la porta, catturano Alfonso, un nostro caposquadra che Osvaldo aveva lasciato con una squadra partigiana vicino a Pornassio con l'ordine di avvertire il comando in caso di incursione nemica. Alfonso, che era chiaramente individuabile come partigiano dagli indumenti che indossava, era andato in paese a trovare la fidanzata. Il nemico però cerca una preda più importante: ad Alfonso viene intimato di guidare la colonna al Comando Brigata. 
La situazione è grave: se il prigioniero tradisce, il Comando non ha possibilità di difesa perché le armi erano state consegnate ai distaccamenti prima del rientro in Liguria; l'attacco sarà in notturna perché Pian Soprano dista da Pornassio due ore di marcia ed i partigiani non sospettano un attacco a quell'ora ed in quelle circostanze. 
Alfonso resiste alle intimazioni tedesche; il nemico tenta allora di piegarlo con percosse e torture: infine ne indebolisce la resistenza ubriacandolo di grappa: Alfonso cede e guida i tedeschi a Pian Soprano. 
Fortunatamente se nella vallata, malgrado le ripetute fucilazioni, c'erano ancora spie fasciste - e la cattura di Rinaldo lo dimostrava chiaramente - c'era anche chi lavorava per noi. Una ragazza, una nostra informatrice, intuì la situazione. Era la stessa fidanzata di Alfonso o venne da lei in qualche modo avvertita? Fu Alfonso al momento della cattura ad inviarla a Pian Soprano? Non lo so, ma la ragazza riuscì a superare la colonna nemica raggiungendo nel buio il Comando Brigata. Quando alle quattro i tedeschi, avvolti i piedi in stracci, piombarono in silenzio sul casone, i partigiani erano già scomparsi. Fallita la sorpresa Alfonso venne fucilato.
Pensai più volte al dramma di quella marcia notturna. Quali furono i pensieri, le speranze di Alfonso? Avrà sperato, tentato la fuga approfittando del buio? Avrà contato sull'aiuto dei compagni che aveva fatto in modo di avvertire? Sapeva che se l'imboscata falliva l'ira del nemico sarebbe ricaduta su di lui? Pensava che sarebbe bastato che la ragazza che correva nel buio in salita cadesse o perdesse la strada perché il Comando partigiano venisse sorpreso ed il nome di Alfonso bollato di tradimento? 
Forse nella confusione dell'attacco Alfonso sarebbe potuto fuggire, forse i tedeschi gli avrebbero salvata la vita in cambio della guida: pure il tempo impiegato da Pornassio a Pian Soprano indica chiaramente che il prigioniero rinunciò deliberatamente a barattare la propria vita con quella dei compagni, condusse il nemico fuori strada, lo guidò lentamente, impiegò un tempo più che doppio, ridusse volontariamente le proprie possibilità di salvezza per aumentare quelle dei compagni.
Dopo la fuga da Pian Soprano il gruppo del comando di Osvaldo e Pablo era scomparso. Tale era la situazione in quei giorni. 
Non era la prima volta che una banda scompariva per qualche tempo o andava dispersa. Era però la prima volta che un Comando Brigata si scindeva in quattro gruppi e che il gruppo principale spariva. 
Gino Glorio (Magnesia), Alpi Marittime 1943-45. Diario di un partigiano - II parte, Nuova Editrice Genovese, 1980, pp. 41,42,43

Il distaccamento Garbagnati con alla testa Massimo Gismondi (Mancen), comandante della I^ Brigata "Silvano Belgrano", lasciò Fontane di Frabosa Soprana (CN) il 13 novembre 1944 per ritornare in Liguria. Giunti a Pornassio, il trasferimento venne funestato dallo scoppio accidentale di una bomba a mano greca custodita nello zaino del vice responsabile del S.I.M. Rinaldo Delbecchi, che uccise Franz Mottl (Carlo), un disertore austriaco che aveva abbandonato nel mese di luglio il suo reparto per raggiungere il distaccamento di Silvio Bonfante (Cion), servendo fedelmente nei mesi che seguirono i suoi nuovi compagni.
Giorgio Caudano, I caduti della Lotta di Liberazione. I^ Zona Liguria, ed. in pr., 2020

I rastrellamenti tedeschi citati da Glorio era diretti soprattutto verso la provincia di Cuneo: vennero colpite duramente - come ha scritto Francesco Biga nel III° volume (cit. infra) della Storia della Resistenza Imperiese, Rastrellamento di Fontane, pp. 328-335 - le formazioni partigiane autonome guidate dal maggiore Enrico Martini (Mauri). Ma anche partigiani imperiesi era rimasti indietro, oltre il Colle di Nava, dati gli scaglionamenti con i quali gli uomini della Divisione "Cascione" rientrarono in Liguria, dopo avere sostato giorni proprio a Fontane come conseguenza della ritirata strategica operata in seguito allo scontro di Upega del 17 ottobre.
Adriano Maini

Arnera, capo di Stato Maggiore della I^ Brigata "Silvano Belgrano", a quel tempo ancora incorporata nella II^ Divisione, venne arrestato in Val Tanaro il 18 dicembre a seguito di un'involontaria delazione e fu fucilato a Mondovì (CN) il 27 dicembre 1944. A lui venne intitolata la IV^ Brigata della nuova Divisione "Silvio Bonfante". Si presero contatti anche con le formazioni autonome di "Mauri".
Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell'Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e della Storia Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945), Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998-1999   
 
Gli sbandati dell'Intendenza giunti in Liguria portano la notizia che Domenico Arnera (Aldo), rimasto per ultimo a Fontane, era stato catturato e fucilato dal nemico.
Francesco Biga, Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), Vol. III. La Resistenza nella provincia di Imperia da settembre a fine anno 1944, a cura dell'Amministrazione Provinciale di Imperia e con il patrocinio di IsrecIm - Milanostampa Editore, Farigliano, 1977, p. 334
 
Domenico Arnera, nato a Savona il 25 aprile 1917, aiuto disegnatore, già sottoufficiale di marina. Come molti savonesi di Villapiana, quartiere dove abita, aderisce al movimento della Resistenza. Agli inizi di luglio 1944 è tra gli organizzatori delle formazioni garibaldine liguri in Val Tanaro, comandante del Distaccamento "Bellina", dislocato a Fontane di Frabosa Soprana: è attivissimo nella raccolta di derrate alimentari, coperte ed abiti per i distaccamenti. A fine ottobre è Capo di Stato Maggiore della Brigata "Belgrano" della Divisione Garibaldi "Felice Cascione". È arrestato in Val Corsaglia il 18 dicembre 1944, a seguito di una involontaria delazione di un abitante del luogo che, vedendolo passare scortato da un tedesco armato, pare abbia commentato: "Hanno preso Aldo, il capo della Stella Rossa". In realtà Arnera, in compagnia di Fred Sutterline (disertore tedesco ancora in divisa, appena arruolatosi con i partigiani) è in viaggio verso l'ospedale di Mondovì per ricevere cure appropriate e debellare un'infezione. È condotto a Corsaglia, quindi a Mondovì Piazza e rinchiuso nelle carceri della Caserma Galliano. I tentativi dei comandi partigiani per uno scambio di prigionieri non danno l'esito sperato; Aldo viene fucilato il 27 dicembre 1944.
Decorato alla memoria di medaglia di bronzo al valor militare: "Durante un forte rastrellamento da parte del nemico, incurante del pericolo, sotto l'imperversare di un'intensa azione di fuoco, provvedeva ad occultare un ingente quantitativo di viveri evitando che cadesse in mani nemiche. Sebbene ferito, rimaneva ancora per cinque giorni al suo posto di lotta, finché sfinito di forze, veniva fatto prigioniero; sottoposto a torture e sevizie le sopportava fieramente destando l'ammirazione dello stesso avversario. Affrontava serenamente la morte senza svelare alcuna notizia". Val Corsaglia-Mondovì, 10-27 dicembre '44
Redazione, Arrivano i Partigiani, inserto "2. Le formazioni di montagna della I^ e della VI^ Zona Operativa Ligure che operavano nella provincia di Savona", I RESISTENTI, ANPI Savona, 2011 


Processi di reclutamento e inquadramento si verificano non solo nelle Langhe, ma caratterizzano tutta l'area di confine tra il Piemonte e la Liguria, territorio interessato, a partire dal novembre [1944], da intensivi rastrellamenti tedeschi che quasi contemporaneamente chiudono in una tenaglia il basso Piemonte partendo, a est, da Genova, Alessandria e Acqui e, a ovest, dal Ponente ligure e da Cuneo. Le operazioni tedesche costringono diversi gruppi a spostarsi in altre zone o province confinanti, contribuendo a generare caos tra le formazioni già in parte sbandate [...] Nel mese di novembre “Mauri” e i suoi sono costretti a rifugiarsi nella zona della VI divisione Garibaldi, non ancora colpita direttamente dai rastrellamenti. 
Giampaolo De Luca, Partigiani delle Langhe. Culture di banda e rapporti tra formazioni nella VI zona operativa piemontese, Tesi di laurea, Università degli Studi di Pisa, Anno Accademico 2012-2013