domenica 28 novembre 2021

Il comando partigiano si spostò a Poggio Bottaro

Poggio Bottaro

Verso la sera del 26 gennaio 1945 il Distaccamento "Giuseppe Catter" della III^ Brigata "Ettore Bacigalupo" della Divisione "Silvio Bonfante" si portò con una marcia di quasi cento chilometri dalla Val Pennavaira alle pendici del Monte Torre. Giunti nei pressi della Cappella Soprana di Stellanello (SV), quattro garibaldini si accantonarono in un casone da cui avvistarono una colonna della Divisione repubblichina Monte Rosa.
Il commissario Gapon Renzo Scotto, il caposquadra Bruno Bruno Amoretti, i partigiani Marat Renzo Arbotti e Franco Dante del Polito combatterono eroicamente uccidendo il tenente a capo del pattuglione nemico, un sottufficiale e 4 soldati. Nel corso dello sganciamento morì Marat per le ferite riportate nello scontro.
[...] Durante le prime ore dell'11 febbraio 1945 una colonna di soldati tedeschi operò un rastellamento nella zona di Aurigo nella Valle del Maro, parte orientale della provincia di Imperia.
Il nemico riuscì ad accerchiare il Distaccamento "Giuseppe Maccanò" della III^ Brigata "Ettore Bacigalupo" della Divisione "Silvio Bonfante", il quale si sottrasse all'attacco ma riportando un morto ed un ferito grave.
I nazisti subirono "dure perdite di cui non è possibile accertare l'entità".
[...] La sera del 12 febbraio, inoltre, un altro contingente di soldati tedeschi abbandonò la provincia dirigendosi in Piemonte.
Si trattava degli uomini del presidio di Borgo di Ranzo, che era l'unico rimasto in Valle Arroscia dopo i rastrellamenti di fine gennaio 1945.
Con la partenza di questi militari la zona Ortovero (SV)-Vessalico (IM) risultava sgombera, tanto che 'Pantera' [Luigi Massabò, vice comandante della Divisione "Silvio Bonfante"] potè scrivere: "la situazione nemica nella zona della Divisione è molto precaria. I tedeschi si schierano lungo le vie di comunicazione principali allo scopo di proteggere il transito delle colonne ripieganti".
Infatti, i nazisti rinforzarono i presidi di Pieve di Teco e di Garessio (CN), paesi posti rispettivamente a sud e a nord del Colle di Nava lungo la statale n° 28.
[...] Elenco dei caduti della Divisione Bonfante nei primi giorni di febbraio 1945: Mario Michele Miscioscia (Mario), Redavelli, "Marat" [Renzo Arbotti, nato a Reggio Emilia nel 1920], Giuseppe, "Assassino" [Calcedonio Riccobono], "Brescia" [Matteo Zanoni], "Raspin" [Franco Piacentini], "Villa" [Antonio Gioffé], "Luis" [Luigi Vaghi], "Stendal", Gioé" [Joe, Giorgio Parmeggiani], "Lorano", "Bagatto" [Antonino Amato].
Rocco Fava di Sanremo (IM), “La Resistenza nell’Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e della Storia Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945)” - Tomo I - Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Facoltà di Scienze della Formazione, Corso di Laurea in Pedagogia - Anno Accademico 1998 - 1999

14 febbraio 1945 - Dal comando della I^ Brigata "Silvano Belgrano" al comando della Divisione "Silvio Bonfante" - Segnalava un rastrellamento avvenuto nella zona del I° Distaccamento con i nemici che arrivavano da tre direzioni, da Via Colletto di Pairola, da Diano Castello e da Chiusavecchia e che, individuato il nascondiglio i nemici, avevano prelevato 5 garibaldini in seguito fucilati a Chiusavecchia: Raspin, Luis, Stendhal, Joe ed un certo Villa.

14 febbraio 1945 - Dal comando della I^ Brigata "Silvano Belgrano" al comando della Divisione "Silvio Bonfante" - Relazione sull'attività svolta a gennaio dai Distaccamenti dipendenti dalla Brigata, nella quale si riferiva che il 9 gennaio 1945 una squadra sulla strada 28 nei pressi di Pontedassio aveva attaccato una pattuglia tedesca, uccidendo 3 soldati e ferendone 2; che il 20 una squadra al comando di 'Gordon' [Germano Belgrano] aveva assalito una pattuglia tedesca uccidendo un soldato; che, ancora il giorno 20, il Distaccamento "Giovanni Garbagnati" aveva ferito 2 tedeschi facendo scoppiare delle mine.

14 febbraio 1945 - Dal comando della Divisione "Silvio Bonfante", prot. n° 116, al comando della I^ Brigata - Convocazione del comandante "Mancen" [Massimo Gismondi] e del commissario "Federico" [Federico Sibilla] per concertare l'impiego di alcuni Distaccamenti.

14 febbraio 1945 - Dal comando della I^ Zona Operativa Liguria al comando della Divisione "Silvio Bonfante" - Informava che presto avrebbe potuto avere luogo un lancio di materiale nella zona indicata da quel comando di Divisione, ma aggiungeva che occorrevano dati più precisi sulla natura del terreno, sulla distanza dai presidi militari più vicini e dalle abitazioni. Concludeva invitando a comunicare la lista del materiale ricevuto, per il quale aggiungeva la raccomandazione di un trasferimento in luogo sicuro.

15 febbraio 1945 - Dal comando della I^ brigata al comando della Divisione "Silvio Bonfante" - Riferiva dell'attacco subito il 9 gennaio 1945 dal Distaccamento "Giovanni Garbagnati" a Casanova Lerrone (SV) ad opera di reparti della Divisione repubblichina "Monterosa" e di quello del 27 gennaio, effettuato da reparti sia della "Monterosa" che della "Muti", che aveva causato la morte dei partigiani Mario Longhi (Brescia) e Silvio Paloni (Romano).

15 febbraio 1945 - Dal comando del Distaccamento "Silvio Torcello" della III^ Brigata Garibaldi "Libero Briganti" della I^ Divisione "Gin Bevilacqua" [II^ Zona Operativa Liguria] al comando della Divisione "Silvio Bonfante" - Comunicava che 6 ex appartenenti alla Brigata scrivente, fuggiti a dicembre dopo il rastrellamento nemico, razziavano, continuando ad autodefinirsi garibaldini, civili, per cui, siccome "da ottime segnalazioni" risultava che i 6 si aggirassero nella zona della Bonfante, si chiedeva di arrestare quei sei, "Maciste", "Salvatore", "Cancarin", "Morello", "Brindisi", "Pianta", e di trasferirli nelle mani della Briganti.

15 febbraio 1945 - Dal comando della Divisione "Silvio Bonfante", Sezione SIM, a "Citrato" [Angelo Ghiron] - Comunicava che era stato nominato vice responsabile del servizio SIM e che in tale veste avrebbe dovuto "carpire notizie" sulle truppe tedesche dei vari presidii ed in transito sulla Via Aurelia, con particolari indagini sul semaforo di Capo Mele e sui posti di ascolto di Albenga (SV), Alassio Capo Mele e Capo Berta, nonché scoprire se il fiume Centa [ad Albenga] era nel suo ultimo tratto minato.

15 febbraio 1945 - Dal comando della I^ brigata "Silvano Belgrano" al comando della Divisione "Silvio Bonfante" - Avvertiva che la famiglia di "Elettrico" aveva comunicato che l'abitazione era stata perquisita dai fascisti, che avevano asportato anche delle fotografie del partigiano.

15 febbraio 1945 - Dal comando della I^ Zona Operativa Liguria al comando della Divisione "Silvio Bonfante" - Trasmetteva i ringraziamenti del "Capitano Roberta" [Robert Bentley, ufficiale alleato di collegamento] per la prontezza con cui il comando della Divisione aveva realizzato il collegamento con il colonnello Stevens ed il suo impegno a fare prendere in considerazione l'ipotesi di bombardare Ormea (CN), "in cui si trovano importanti obiettivi militari" e ribadiva la necessità di fare propaganda tra i soldati repubblichini per indurne il più alto numero possibile a passare con le armi nelle fila della resistenza.

da documentiIsrecim in Rocco Fava, Op. cit., Tomo II


Il 18 febbraio giunse a tutti i distaccamenti il proclama del comando della Bonfante:
«Garibaldini, ormai insistente è la voce messa in giro dai nostri nemici, dai loro giornali, dalle loro radio, che i partigiani sono stati distrutti. Gongolano nelle loro caserme i traditori repubblicani. Abbiamo distrutto i partigiani e i nuovi partigiani, quelli che saranno stati i più furbi, saremo noi! Essi dicono. Così questi bastardi insultano i nostri morti, così questi rapinatori, che la nostra popolazione ha ben dolorosamente riconosciuti, credono di aver trovato la loro salvezza nel nostro sangue. Ma non è per loro che sono caduti i nostri compagni.
Tedeschi e fascisti sono riusciti a cacciarci dai paesi e ci siamo rifugiati nelle capanne, ci hanno incendiato le capanne, ma abbiamo dormito nella neve. Nulla potrà mai la loro ira bestiale contro la nostra fede. Sono i nostri caduti che ci indicano la via da seguire, sono i nostri fratelli che giacciono a centinaia nei crepacci gelati del Mongioie, ancora stretti l'uno all'altro per mano, quelli che riposano sotto la neve a piccoli gruppi e sparsi lontano a passo Saline.
Aspettare con calma, come belve in agguato, questo è il nostro compito ora. Rivelarci è fare il gioco tedesco. Troppo vale per loro aver la strada della ritirata libera, quella strada che hanno agognato per sei anni per non usare ogni mezzo per raggiungere i loro scopi. Invece dobbiamo aspettare silenziosi, non visti da nessuno, ignoti. E poi scatteremo con la violenza della nostra passione, con i nostri vent'anni, in giù verso il mare, combatteremo ovunque, nessuna tregua daremo ai fascisti, ai traditori, a tutti coloro che hanno tradito il popolo, che hanno scavato trincee contro di noi. E tutta questa sbirraglia, quando si sentirà ormai sola, senza l'appoggio tedesco, cadrà ai nostri piedi implorando quella pietà che loro hanno cancellato dalla nostra anima. Un pugno d'acciaio tratterà i vinti. Guai a loro!
Garibaldini! Questo è il momento del silenzio, dell'attesa! Ogni imprudenza può rovinare i nostri piani. Sparite dai paesi, marciate solo di notte. Eseguite gli ordini con la massima esattezza. Siete rimasti in pochi, i migliori. Unici tra le formazioni partigiane siamo riusciti con la nostra tattica ed una buona applicazione degli ordini a superare questo periodo tremendo con pochissime perdite che sarebbero state irrisorie se gli ordini fossero stati eseguiti a   tempo, anche là dove ciò non è avvenuto.
In alto gli sguardi, la nostra ora non può tardare. Morte all'invasore tedesco! Morte ai traditori!
P.S.: Distruggete il presente appena data lettura nei distaccamenti.
Il COMANDANTE
Giorgio [Giorgio Olivero
Dal proclama [n.d.r.: documento (Isrecim in Rocco Fava, Op. cit.) in data 17 febbraio 1945, Dal comando della Divisione "Silvio Bonfante", prot. n° 124, a tutte le formazioni dipendenti] di Giorgio possiamo vedere quale era lo stato d'animo del Comando e di parte della Bonfante superato il rastrellamento, quali erano le direttive immediate, quale il giudizio che dava il Comando sul rastrellamento.
Malgrado le recenti prove subite si vede che il dramma dei badogliani di Fontane era sempre assai vivo nel nostro cuore che non dimenticava il sacrificio di tanti fratelli di lotta.
Le direttive della  tattica invernale semicospirativa venivano ribadite e rafforzate nella loro necessità dalla recente esperienza.
Più importante è l'ultima parte del proclama: le nostre perdite erano state esigue ed avrebbero potuto essere minori: merito degli ordini dati e colpa degli errori fatti.
Più di due terzi delle perdite ci furono inflitte infatti nel primo giorno. Ciò è imputabile al mancato funzionamento delle sentinelle di Degna, alla inerzia delle staffette del recapito e di ciò non è responsabile il Comando divisionale. E' imputabile al mancato pattugliamento della cresta che era stato ordinato alla III Brigata e di ciò è responsabile Fra' Diavolo [Giuseppe Garibaldi] che disse a sua discolpa che aveva gli uomini senza scarpe idonee. In realtà vedemmo come il 19 gennaio fossimo alla ricerca affannosa di una partita di scarpe.
La sorpresa è imputabile al tradimento di Carletto [Amleto De Giorgi, un ex partigiano passato alle dipendenze della Feldgendarmerie di Albenga] che condusse le colonne nemiche alle spalle dei nostri, che segnalò l'intendenza di Ubaghetta, ciò il comando avrebbe potuto impedire sopprimendo Carletto senza indugio la sera del processo. E' però da tener presente che, anche in tale ipotesi, parte delle informazioni Carletto le aveva già date. Sarebbe stato bene cambiare posizioni alle intendenze: ed alle squadre e ciò non venne fatto. Se i partigiani avessero  adottato già in precedenza le misure precauzionali prese in seguito, avessero dormito nei rifugi o all'aperto, la sorpresa sarebbe mancata. La data precisa del rastrellamento era stata comunicata alle bande, bisogna però riconoscere che  erano mesi che la minaccia si rinnovava periodicamente.
Un buon servizio di guardia avrebbe potuto salvare le squadre? Forse, ma sarebbe stato necessario che le sentinelle fossero numerose e controllassero tutte le vie di accesso e poste in modo tale da avvistare il nemico a sufficiente  distanza, in modo da dare il tempo ai compagni di prepararsi a resistere o ad occultarsi. Ciò non era mai stato nelle abitudini partigiane ed era ancor più difficile ora con le squadre ad effettivi ridotti.
«Se pensassimo che ogni notte rischiamo la vita e che il nemico può ucciderci nel sonno non chiuderemmo occhio», mi disse un partigiano in quei giorni. L'abitudine al pericolo era un bene, perché altrimenti la nostra vita sarebbe diventata insostenibile; era però un danno perché ci portava a trascurare precauzioni essenziali. Era necessario arrivare ad un compromesso che fu raggiunto da qualche banda e solo in parte, tra queste fu il Garbagnati.
Se le squadre di Bosco e di Degolla avessero avuto la combattività del Garbagnati o del Catter avrebbero potuto sganciarsi? Forse a Degolla Franco con i suoi tentò un'estrema difesa. Il fatto però che due terzi degli effettivi venissero fucilati a Pieve di Teco fa supporre che dopo la morte di Franco la lotta disperata venisse abbandonata.
L'esempio della banda di Stalin [Franco Bianchi, comandante del Distaccamento "Giovanni Garbagnati" della I^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Silvano Belgrano"] ci fa pensare che una decisione estrema avrebbe permesso uno sfondamento, sicuramente avrebbe inflitto al nemico perdite gravi.
Bisogna però riconoscere che quei di Bosco e Degolla non disponevano del volume di fuoco del Garbagnati e vennero colti completamente di sorpresa, perché nessuno di loro sospettava un attacco alle spalle, ciò non accadde più alle altre bande.
Avrebbe potuto il nemico infliggerci perdite maggiori, annientarci?
Commise errori gravi e fatali alla buona riuscita dell'operazione?
Non credo. Se avesse prolungato il rastrellamento nel tempo, se avesse intensificato le puntate, adottato la tattica della controbanda certo la nostra situazione si sarebbe aggravata, ma tenendo conto che la sorpresa del primo giorno non poteva ormai più ripetersi, che la probabilità di incontrare i partigiani in transito sulle mulattiere era minima, credo di poter concludere che le nostre perdite non sarebbero state molto maggiori.
Avrebbe potuto crollare il nostro morale? Portarci allo sbandamento definitivo, alla resa? Non era la minaccia di un rastrellamento, sempre limitata nel tempo,    che avrebbe potuto piegarci.    
Ricordo una minaccia ben più grave che mi aveva fatto meditare in quei mesi. Ero a Pairola per Natale, quando era giunta la notizia della controffensiva tedesca sul fronte belga. Le notizie come al solito erano state ingrandite, si diceva cbe i tedeschi avessero sfondato e puntassero sul mare e su Parigi, che avanzassero anche sul nostro fronte ed avessero ripreso Nizza, che avessero impiegato nuove armi misteriose e decisive.
«Che farai figlio? - mi chiese mia madre portandomi queste belle notizie - se i tedeschi vinceranno ci sarà sicuro qualche amnistia e tu potrai tornare a casa». Sentii un brivido interno. In tanti mesi non avevo mai considerato l'ipotesi di una vittoria tedesca.
«Vedremo - risposi - non è ancora detto che vincano. Una sola cosa posso dirti fin d'ora, se dovessero vincere a casa non ci torno mai più. Cercheremo di sconfinare in Francia, piomberemo su Oneglia e ci impadroniremo di qualche nave per andare in Corsica, ma la resa mia e dei miei compagni non l'avranno mai». Sentivo che se non proprio tutti, la maggioranza l'avrebbe pensata come me.
Il nostro morale malgrado tutto era ancora abbastanza saldo per non considerare la possibilità di una resa. Certo, senza il bando emesso nelle vallate, molti partigiani sarebbero tornati alla vita civile, si sarebbero confusi con i giovani che lavoravano nei paesi, ma finito il pericolo, forse dopo soli pochi giorni, sarebbero riaccorsi nelle bande. Il nemico ci aveva tolto anche questa possibilità contribuendo a mantenerci uniti, armati e vigilanti.
Il nemico fu sorpreso di non scontrarsi con uno schieramento difensivo, di non subire un contrattacco organizzato: i Cacciatori degli Appennini erano un corpo specializzato in rastrellamenti: era la prima volta, dicevano, che i  partigiani non reagivano. Un nostro contrattacco fu temuto a lungo, ciò impedì al nemico di aumentare il numero dei presidi a scapito della loro forza numerica, di operare in colonne più numerose, ma meno forti, di disperdere sentinelle e pattuglie a tutti gli incroci, sui passi, nei passaggi obbligati, occultandole e tendendoci agguati.
Il nemico comprese che i colpi che ci aveva inflitto avevano eliminato due o al massimo tre squadre e che tutte le altre nostre bande erano intatte ed inafferrabili. Non comprese la nostra tragica debolezza, la mancanza di capi, di armi e di collegamenti.
Certo che se avessimo usato di tutte le nostre forze, se tutte le bande, le squadre ed i partigiani isolati avessero sempre agito con freddezza e coraggio come i quattro di Cappella Soprana ed avessimo attaccato il nemico ad ogni occasione, avremmmo potuto infliggergli duri colpi se avesse commesso l'imprudenza di lasciare nuclei esigui ed isolati. Ciò lo indusse alla prudenza e contribuì alla nostra salvezza.
Il nemico volle attaccarci contemporaneamente alla Cascione per impedire uno spostamento, un appoggio reciproco che in pratica non sarebbero stati possibili, ciò ridusse gli effettivi impiegati.
Questo il giudizio che è possibile dare del rastrellamento di gennaio, atteso da molti mesi come il colpo di grazia della Bonfante.   
In conclusione le nostre possibilità di resistenza avevano superato le previsioni.
Terminato il rastrellamento, il Comando cercò di prendere in mano la Divisione. Giorgio e Boris [Gustavo Berio, vice-commissario della Divisione] tornarono dal territorio della Cascione confermati nei loro incarichi. In base a quali elementi il Comando Zona abbia operato la sua scelta  non saprei dire. E' probabile che abbia tenuto conto che le difficoltà erano sorte in massima parte proprio per la decisione di Giorgio di rendere operanti le circolari e le disposizioni del Comando Zona, sostituirlo avrebbe minato per sempre l'autorità dei comandi superiori. Giorgio, Boris e Pantera [Luigi Massabò, vice-comandante della Divisione] si unirono al S.I.M. nella sede di Poggiobottaro o Poggio Bottaro, nel comune di Testico (SV)], che d'ora in avanti sarà la nuova base clandestina del Comando della Bonfante. Osvaldo [Osvaldo Contestabile], ancora malato, venne ricoverato  a Meneso presso privati e sostituito da Mario [Carlo De Lucis, commissario]  [...]
Gino Glorio (Magnesia), Alpi Marittime 1943-45. Diario di un partigiano - II parte, Nuova Editrice Genovese, 1980,  pp. 163-167

Negli ultimi giorni di gennaio [1945] in una meravigliosa giornata di sole (con noi c'era anche Rustida [Costante Brando] che coi suoi ci aveva nel frattempo raggiunto) andavamo verso Nasino [(SV)] senza nessuna meta particolare, quando vediamo venire verso di noi un uomo. Lello [Raffaele Nante, in seguito vice comandante della IV^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Domenico Arnera" della VI^ Divisione "Silvio Bonfante"] con il suo solito umorismo dice: «Sento odore di C.L.N. Questo qua è uno di loro».Quando lo incrociamo si ferma e domanda di Fra Diavolo [Giuseppe Garibaldi, già a capo nell'autunno 1943 di un piccolo gruppo partigiano in Cipressa (IM), poi comandante della IV^ Brigata]. A mia volta gli chiedo cosa vuole.  Replica che può dirlo solo all'interessato.Uno dei ragazzi allora gli chiese se era del C.L.N. di Albenga [(SV)] e lui rispose di no, che era un rappresentante del C.L.N. di Ormea [(CN)]. Tutti scoppiammo in una grossa risata, che disorientò alquanto il nostro amico.Allora mi presentai e gli spiegai il motivo di tanta ilarità. Ci aveva portato alcuni pacchetti di sigarette e ce li offrì. Mi appartai con lui, che era latore di una lettera del Comandante della I^ Zona Liguria, una lettera di Curto [Nino Siccardi]. Prima di aprirla gli chiesi se ne conosceva il contenuto. «Parzialmente sì» mi rispose. Gli dissi che quello che non conosceva non mi interessava, perché certamente sarebbero state parole poco lusinghiere per me. Aggiunse che era certo che mi sbagliavo e iniziò a spiegarmi il perché della sua visita.Il Comitato Liberazione Nazionale di Garessio [(CN)] e quello di Ormea [(CN)] avevano deliberato di dar vita ad una formazione Garibaldina Ligure-Piemontese che operasse nell'alta Val Tanaro e nell'alta Val d'Arroscia, nella quale far confluire tutti i giovani desiderosi di combattere contro i tedeschi e i fascisti, ma che per vari motivi non intendevano farlo nelle formazioni Autonome (che noi allora chiamavamo Badogliani, come loro ci chiama­vano Stelle Rosse). Tradotto in pratica, tutto questo poteva voler dire che gli Autonomi non davano grande importanza al C.L.N. e che, per questo motivo, molto probabilmente, lo stesso aveva deciso di creare o di favorire la formazione di una Brigata garibaldina. E proprio a me, che ero il «rompiballe» della I^ Zona Liguria, affidava la gatta da pelare. Giuseppe Garibaldi (Fra' Diavolo), Dalla Russia all'Arroscia. Ricordi del tempo di guerra, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, 1994

venerdì 19 novembre 2021

Il comandante partigiano Libero Briganti (Giulio)

Libero Briganti - Fonte: Wikipedia

Libero Briganti (Giulio) inizia giovanissimo la sua attività rivoluzionaria. Militare a Torino, sorpreso con libri marxisti nascosti sotto il materasso, conosce la cella d'isolamento. Arrestato nel 1934, viene condannato a cinque anni di duro carcere ove continua a maturare la sua coscienza politica. Con i segni della tortura sul viso esce nel 1938 e subito si impegna nella riorganizzazione del Partito Comunista Italiano, al quale apparteneva, ed alla diffusione della stampa clandestina.
Il 25 luglio 1943 guida le masse popolari nell'assalto alle carceri savonesi per liberare i compagni conosciuti durante la lotta antifascista e tutti gli altri prigionieri politici.
Dopo l'8 settembre 1943 prepara le prime azioni armate. Il PCI gli affida la responsabilità del lavoro militare. Milita nei GAP (Gruppi di Azione Patriottica) ma, ben presto, deve abbandonare la città di Savona dove alcuni suoi compagni sono trucidati per aver gettato bombe a mano in un ritrovo di Tedeschi.
Il 22 febbraio 1944 «Giulio» è già alla Maddalena presso Lucinasco, fra i partigiani imperiesi, con il gruppo di Rinaldo Risso (Tito). Vi è pure «Cion» [Silvio Bonfante], il futuro eroico Comandante, vincitore di cento battaglie. Presso quel gruppo, che in precedenza aveva progettato un'ardimentosa azione in regione Garbella, Libero Briganti legge uno scritto di encomio per gli uomini di Felice Cascione. Con tale lettera il gruppo è riconosciuto «Formazione garibaldina» e «Giulio» ne diventerà il Commissario.
A marzo è a Costa di Carpasio con «Curto», «Erven» [Bruno Luppi] e «Marco» [Candido Queirolo] per unificare le formazioni della I Zona Liguria.
Successivamente si rifugia ad Artallo (entroterra di Imperia Porto Maurizio), in casa di Nino Siccardi (Curto), e vi si ferma alcuni giorni per curarsi. «Curto» riferirà in seguito dello spirito acuto di Libero Briganti e della evidente difficoltà di esprimere i propri sentimenti per il carattere introverso. Nella sua vita esisteva solo il sacrificio per la famiglia ed il lavoro per il Partito.
A fine marzo è fra i ventidue camminatori più resistenti che si dirigono a Caprauna per ricevere un annunciato lancio degli aerei alleati. Nel maggio del 1944 lo troviamo, insieme a «Curto», lungo la strada Pontedassio-Chiusanico a nascondere sotto mucchi di pietriccio i proiettili adibiti a mine che dovevano scoppiare a comando. In tale occasione si imbatte in una pattuglia di Tedeschi, ma riesce a fuggire.
Con «Vittò», «Erven», «Argo» ed «Aldo di Cetta», raggiunge Cima Marta. Con «Curto» progetta l'attacco alla guarnigione nazifascista di Badalucco ed il 10 di giugno partecipa con «Mirko» a tale azione.
Qualche giorno dopo è nominato Commissario della IX Brigata d'Assalto Garibaldi, una formazione di 1500 uomini, composta da combattenti di prim'ordine e successivamente, come vedremo, sarà il Commissario della II^ Divisione «F. Cascione».
Il 3 luglio 1944 è a Rocchetta Nervina. Insieme ad un pugno di coraggiosi «Giulio» sostiene il primo attacco del nemico che si ritira dopo aver subito gravi perdite.
Con i piedi doloranti non cessa mai di camminare; anche nei momenti di sosta, riservati al riposo, non sottrae un minuto al lavoro di commissario. La sua presenza è esempio continuo di vita e di lotta.
Nessuno dei comandanti partigiani fu più incompreso di Libero Briganti nelle formazioni garibaldine della I^ Zona Liguria. Di carattere chiuso, alieno da parole ed atti superflui, a chi non lo conosceva profondamente egli appariva freddo e distante. Eppure, per «Giulio» la lotta della montagna non era che il semplice proseguimento di quella sommessamente eroica che aveva intrapreso dieci anni prima.
Fin dall'inizio, come si può notare dalla biografia, è nominato Commissario della prima formazione partigiana organica dell'imperiese, provincia madre di tante valorose figure di combattenti. Non a caso la scelta era caduta su «Giulio», secondo ad alcuno nel coraggio, a nessuno secondo per generosità e calore umano.
In quell'epoca travagliata, piena di tormenti e sacrifici, non sempre era facile distinguere i valori nascosti.
I partigiani combattevano, soffrivano e morivano. Però, pur nell'epopea che, forse inconsapevolmente, stavano vivendo, amavano esprimere l'esuberanza della giovinezza anche attraverso la forma della comunicazione umana, esternare i propri pensieri ai compagni e dagli stessi udire altri fatti. Molti erano ventenni, non pochi ancora imberbi, saliti alla montagna per l'innato spirito di libertà avvertito dalle coscienze oneste o per lucida, raziocinante determinazione. Nei momenti di riposo c'era posto anche per il riso e per lo scherzo; ed era giusto che fosse così. Perciò, accanto alle discussioni impegnate sull'organizzazione ed i problemi ad essa connessi, in ogni formazione regnava sovente la spensieratezza. Libero Briganti comprendeva tutto ciò e gioiva per lo spirito giovanile e sano dei partigiani, ma non sapeva esternare i moti generosi del suo animo, creando così la stereotipata immagine del comandante freddo e distaccato dai suoi uomini.
Ma, col trascorrere del tempo e l'infuriare delle bufere, il Commissario cominciò ad essere meglio conosciuto e, perciò, apprezzato.
Silenzioso sempre, sì, ma presente sempre nei rischi e nei disagi. E sempre così, fino a quando, in uno degli eventi più infausti e tempestosi per la Resistenza della I^ Zona Liguria, ai suoi compagni «Giulio» offrì la vita, con mitra in mano, nello sperduto paesello di Upega. Al suo fianco era il «Curto». Era il 17 ottobre dell'anno 1944. Lassù stava già nascendo l'inverno e con «Giulio» morivano «Cion» e tante altre primavere di giovani generosi. Che tristezza  infinita, quel giorno!
Carlo Rubaudo, Storia della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria) - Vol. II. Da giugno ad agosto 1944, edito a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, Imperia, Dominici Editore, 1992

Nome: Libero Remo Cognome: Briganti Genere: M
Nascita: 02/12/1914, Savona (SV), Italia
Morte: 18/10/1944, Upega - Briga Marittima (CN), Italia
Profilo: Di mestiere faceva l'operaio meccanico. Conosciuto con il nome di battaglia "Giulio", fu un partigiano combattente attivo dal 1-10-1943 presso il Comando della II Divisione Garibaldi "Cascione", all'interno della quale ha ricoperto il ruolo di commissario.
Comunista vigilato dal 1931, schedato dal 1934, venne arrestato nell'aprile del 1934 per partecipazione ad organizzazione comunista, nuovamente arrestato l'11-5-1934 e poi rilasciato dal penitenziario di Finalborgo, presso Finale Ligure (SV) nel luglio dello stesso anno.
Nel 1934 fu operaio allo stabilimento "Scarpa & Magnano", dove era responsabile della cellula comunista per incarico del PCI clandestino (al fine di infiltrarsi nelle organizzazioni sindacali fasciste). Lavorò in diversi stabilimenti savonesi, dove, tra gli operai, cercava terreno fertile per fomentare l'associazione comunista, l'organizzazione antifascista e la propaganda sovversiva. Proprio per questo venne arrestato il 20-4-1938 e condannato dal Tribunale Speciale ad una pena detentiva di 5 anni (2 condonati), presso il carcere di Castelfranco Emilia (MO); venne rilasciato il 20-4-1940 e, a partire dal 6-5-1941, gli venne revocata la libertà vigilata. Fu segretario della Federazione savonese del PCI dal maggio del 1940 all'ottobre del 1943. Il 26 luglio 1943 guidò la popolazione savonese all'assalto del carcere di Savona, penetrando nel cortile ed ottenendo dal direttore l'impegno, in parte poi mantenuto, di liberare i detenuti politici.
Dopo l'8 settembre del 1943 iniziò ad organizzare i primi nuclei e gruppi partigiani e a condurre le prime azioni armate contro i nazifascisti occupanti; nell'ottobre del 1943, ormai braccato dalla polizia per la sua politica sovversiva durante i "quarantacinque" giorni di regime badogliano, dovette lasciare la città alla volta dell'imperiese, dove curerà l'organizzazione e la formazione politica di gruppi partigiani che là stavano nascendo, rivestendo importanti incarichi di coordinamento della Resistenza in questi luoghi. In particolare si distinse per il coraggio e per le capacità di organizzare strategicamente la lotta armata contro il nemico nel luglio del 1944, presso Rocchetta Nervina (IM), dove tenne in scacco per tre lunghi giorni le forze tedesche, dotate di artiglieria, che occupavano il paese. Cadde eroicamente il 17-10-1944, a Upega, presso Briga Marittima (CN), colpito a morte da una raffica di mitraglia mentre, insieme a Nino Siccardi (detto Curto, comandante della Divisione Cascione), tratteneva e fiaccava il nemico a colpi di artiglieria nel tentativo di dare il tempo alle proprie formazioni di evacuare la zona e di salvare alcuni compagni feriti. Dice di lui Carlo Farini "...vecchio e bravo compagno, la sua qualità maggiore che tanti non conoscevano, dato il suo carattere chiuso e l'incapacità di esteriorizzare le sue conoscenze e il suo parere, era l'indubbia cultura politica, l'orientamento giusto, l'attaccamento e la fedeltà al Partito. Egli era certamente il compagno più preparato, ideologicamente, di tutta la Divisione, e pur tanto così semplice e modesto. [...] Giulio era certo uno dei migliori nostri e la sua perdita è perdita incalcolabile..." (lettera di Carlo Farini, "Simon", del 19-11-1944 a Nino Siccardi, "Curto", comandante della Divisione Cascione).
Tra le sue memorie, molto popolare una sua riflessione dell'agosto del 1944, diffusa anche alle formazioni partigiane del savonese, in cui esorta i garibaldini quali soldati del nuovo esercito nazionale d'Italia ad un necessario spirito di disciplina partecipativa (Libero Briganti, "Giulio, riflessione del 19-8-1944, "Il commissario divisionale - La disciplina che vuole il soldato del popolo", fotocopia in "Memorie partigiane). Fu decorato alla memoria con medaglia d'argento al valor militare.
Redazione, Libero Remo Briganti, Archivi della Resistenza e del '900  

«Con profondo sentimento di cordoglio che dobbiamo comunicarvi l'avvenuta morte del commissario politico di divisione Giulio caduto eroicamente il 17 ottobre a Upega mentre si portava con pochi animosi, con supremo sprezzo della vita, ad attaccare il nemico piombato di sorpresa, onde dar tempo all'evacuazione e al salvamento dei nostri feriti colà ricoverati.
Portatosi innanzi intrepidamente cadeva colpito a morte da una raffica di mitraglia.
Con la sua eroica morte egli ha gloriosamente suggellata la sua vita di combattente, una vita coraggiosamente vissuta nella lotta per la libertà e l'indipendenza del nostro Paese, per la libertà e i diritti delle masse popolari.
Egli è stato per tutti noi un esempio di abnegazione, di spirito di sacrificio, di sicuro coraggio.
Nella espletazione dell'importante incarico che gli era stato affidato aveva dimostrato le alte doti del suo intelletto e della sua preparazione, come la saldezza della sua fede. Egli è una tipica figura di garibaldino, di combattente e di militante.
Con la sua gloriosa morte onora il suo paese, i suoi compagni di fede e di lotta.
La seconda Divisione Garibaldina della Liguria perde in lui uno dei suoi migliori, esempio luminoso e indimenticabile di devozione alla Causa comune a tutti quegli italiani che hanno imbracciato il fucile per cacciare dal suolo della Patria i barbari alemanni ed estirpare per sempre la peste nera del fascismo.
Egli era un esempio luminoso di entusiasmo, di tenacia, di coraggio e di fervida volontà di migliorarsi per assurgere alla funzione del capo, della guida sicura, del militante d'avanguardia forgiato alla scuola del sapere, del dovere e del sacrificio.
La sua memoria e il suo nome resteranno indelebili nel ricordo e nella coscienza di tutti i Garibaldini della seconda divisione, che sentono oggi quanto con lui essi hanno perduto, ma che dal suo esempio di fulgido coraggio sono animati a raddoppiare le loro energie per accentuare la lotta, anche per lui, per tutti i caduti, e avvicinare così il giorno della Liberazione.
E in quel giorno anch'egli non sarà dimenticato, anch'egli sarà in mezzo a noi e il suo nome sarà stampato a lettere d'oro nei monumenti che ricorderanno il contributo di sacrificio e di sangue che abbiamo dato alla causa della liberazione nazionale.
Vogliate, a nome di tutti i volontari, commissari e comandanti della Divisione che lo ebbero soldato e capo non comune, esprimere alla sua famiglia la loro simpatia più profonda e la loro solidarietà fraterna.»
Il Commissario Politico della II^ Divisione "Felice Cascione" Mario [Carlo De Lucis]

martedì 9 novembre 2021

Il distaccamento partigiano scende verso la località Molino Nuovo di Andora...

Fonte: Ferruccio Iebole, art. cit. infra

Leopoldo Leo Fassio è nato ad Andora (SV) il 4 giugno 1925. Alla fine del 1943 saliva al Casone du Beu, nel comune di Testico (SV), dove sostavano nascosti i primi partigiani comunisti comandati da Felice Cascione
Leo aveva raccolto poche cose di vestiario e qualche provvista alimentare in uno zaino tedesco, che lo zio Quinto reduce dalla Russia aveva portato a casa, e si era incamminato verso i monti, fiducioso di trovare i ribelli. Giunto con fatica all’accampamento era interrogato in modo stringente, sulla sua identità e sulla parentela, specie dal partigiano Felice Spalla (Felì) futuro caduto in battaglia e da un altro ribelle. Leo non capiva la brusca inquisizione, non aveva riflettuto sul messaggio comunicato dal suo sospettoso zaino. Chiarita la provenienza e la famiglia, conosciuta proprio da Felì, anch’esso reduce con lo zio di Leo dalla guerra russa, dopo due giorni di permanenza nel Casone du Beu era comunque invitato a tornare a casa.
La breve esperienza a contatto con il gruppo Cascione aveva infiammato Leo che tornerà per vivere con Silvio Bonfante (Cion), l’erede di Felice Cascione, l’epopea di Cian de Bellottu, le prime battaglie contro i nazifascisti e dopo la presenza nella Volante; infine l’adesione al Distaccamento di Nino Agnese (Marco) fino alla Liberazione.
 
[...] l’episodio di Molino del Fico del 10 giugno 1944. Leo ormai faceva parte della Volante di Cion, con altri cinque compagni erano reduci da una giornata di pattugliamento in Valle Steria e nei pressi di Conna si dividevano.
Quattro ribelli all’imbrunire si fermavano in un fienile di proprietà di Angelo Limarelli per ristorarsi e riposare, Leo e Vincenzo Marchiano (Ceno) proseguivano ancora nonostante la stanchezza, per raggiungere le rispettive famiglie ad Andora per una visita fugace. Il capo pattuglia Marco Agnese (Marco), Alessandro Carminati (Sandro), Carlo Lombardi (Giuseppe) e Celestino Rossignoli (Celestino) nella notte, (sembra su spiata) erano catturati dai militi del capitano Giovanni Ferraris, comandante una feroce banda di fuoriusciti italo-francesi ed esaltati fascisti, con il concorso determinante del capitano Paella Attilio Calvo. L’indomani mattina, dopo una notte protrattasi con orribili torture, venivano orrendamente fucilati in località Molino del Fico. 

Il senso di repulsione provato dai partigiani in questo episodio segnerà uno spartiacque nella lotta resistenziale: se prima si potevano ammonire e perdonare gli avversari, ora le sentenze diventavano inappellabili. Un incerto equilibrio si era rotto a favore della ritorsione più spietata.
 
Un altro episodio in quel rovente giugno 1944 era la battaglia di Pizzo d’Evigno [Diano Arentino (IM)] dove Leo trovava il cadavere di Silvano Belgrano *, ucciso da una spia, presente nell’accampamento ribelle, poi scoperta e giustiziata. 

In questo periodo si rafforzavano certe amicizie. Padoan [Bruno Brilla, in seguito commissario del Distaccamento "Marco Agnese" della I^ Brigata "Silvano Belgrano" della VI^ Divisione "Silvio Bonfante"], Cigrè [Paolo Ferreri. Nato ad Alassio 17 giugno 1926. Del Distaccamento “Volantina”. Il 31 luglio 1944, assieme ad un compagno, ebbe l'incarico di scortare il commissario politico di un altro Distaccamento del Basso Piemonte. In seguito ad una delazione i tre furono intercettati dai soldati tedeschi sulla Colla (Colle San Bartolomeo), tra Cesio e Pieve di Teco. Catturato, venne fucilato sul posto, a Cesio, lo stesso giorno.], Badellino ** erano amici cari oltre a essere partigiani coraggiosi, sempre disponibili a dare una mano a tutti nelle difficoltà. 

Lo spirito di gruppo si rafforzava con diverse azioni come lo svuotamento di un vagone tedesco, fermo nella stazione di Andora (SV) e colmo di viveri destinati alle truppe germaniche, tra cui farina, zucchero, sigarette e liquori. Con una occupazione rocambolesca ad armi spianate, veniva invasa la stazione ferroviaria e venivano fermati tutti gli addetti, poi iniziava il trasporto delle merci requisite sopra un carro e avviato al comando.
Un’altra requisizione avveniva a Passo Rollo. Sopraggiungeva ed era fermato un camion che trasportava derrate alimentari. Uno dei tre tedeschi presenti sull’autocarro aveva una reazione scomposta e minacciosa per l’incolumità dei ribelli; i militi teutonici soccombevano sotto i colpi dei
partigiani, che non erano sorpresi dal tentativo di replica. Poi il camion veniva condotto a Stellanello (SV) per lo svuotamento. Un buon rifornimento per le scarse provviste ribelli.

A metà settembre 1944 Leo partecipava alla grande beffa ai danni dei San Marco dislocati a Molino Nuovo di Andora (SV)  con una spericolata condotta.
In breve: Giovanna Frau una ragazza spigliata, attrice dilettante nella locale compagnia teatrale, riusciva a circuire un tenente per una passeggiata.
Al ritorno nei pressi dell’accesso all’insediamento militare, entravano in azione dieci partigiani tra cui Nino Agnese (Marco) che sbucato dal buio, puntava una pistola alla schiena del sottufficiale.
Il graduato, facendosi riconoscere dalle sentinelle, permetteva l’irruzione partigiana nell’accampamento per una cospicua razzia di armi, munizioni, muli ecc. In più, un notevole gruppo di sanmarchini erano presi prigionieri, altri invece aderivano felicemente e si accodavano con i partigiani. Gli otto ribelli partecipanti oltre a Marco e Leo erano: Bruno Carrara (Spantegau), un certo Eros, Giuseppe Frau (Giuseppe), Paolo Lanteri (Carabinè o Biondo), Giulio Marchiano (Lucio), Vincenzo Marchiano (Ceno), Umberto Palermo (Palermo o Matto) e Domenico Pastorino (Rascel). 
 
Ferruccio Iebole, Leopoldo Fassio “Leo”, un partigiano, I Resistenti, ANPI Savona, n° 1 - Aprile 2019
 
Giovanni Molineri - Fonte: Giorgio Caudano, Op. cit. infra

Elio Castellaro - Fonte: Giorgio Caudano, Op. cit. infra

Antonio Terragno - Fonte: Giorgio Caudano, Op. cit. infra

Nella notte tra il 14 e il 15 settembre 1944 il distaccamento “Marco Agnese”, accampato presso il Santuario della Madonna di Degna, scende verso la località Molino Nuovo di Andora (SV) per fare prigionieri una guarnigione di militari della San Marco e procurarsi delle armi. L’azione riesce senza troppi problemi. Procurate le armi e incolonnati i prigionieri, i dieci garibaldini protagonisti dell’azione, Nino Agnese "Marco", Leopoldo Fassio "Leo", Bruno Carrara "Spantegau", un certo Eros, Giuseppe Frau "Giuseppe", Paolo Lanteri "Carabinè" o "Biondo", Giulio Marchiano "Lucio", Vincenzo Marchiano "Ceno", Umberto Palermo "Palermo" o "Matto" e Domenico Pastorino "Rascel", si allontanano per portare i prigionieri al comando di divisione. Alcuni marò della San Marco sono però sfuggiti alla catture riescono ad informare il proprio comando di quanto accadduto. Il maggiore Luigi Uccelli, il tenente Franco Martinola, il tenente Giulio Seth, il tenente Rodolfo Talamo, il sergente Bruno Carradori, il sergente Arturo Gazzarata organizzano in tutta fretta l’inseguimento dei disertori e fuggitivi, che avevano come meta le montagne sopra Degna (Casanova Lerrone), precisamente il Santuario Madonna di Degna. Verso le 9 del 15 settembre alcuni partigiani vengono intercettati nella zona di Degna, dove viene gravemente ferito Elio Castellaro, commissario del distaccamento "Domatore". Successivamente a Casanova Lerrone due compagnie della San Marco quasi al completo piombano su una pattuglia partigiana in avanscoperta. Lo scontro armato è breve, vista la netta superiorità numerica del nemico: cadono Antonio Terragno e Giovanni Molineri; Elio Castellaro, precedentemente ferito, viene fatto prigioniero e morirà tre giorni dopo all’ospedale di Albenga. Vengono catturati anche Franco Vaccani, Giacomo Bianchi, Giovanni Barale: i tre saranno fucilati il 19 settembre lungo le sponde del torrente Merula ad Andora. Viene catturato anche Angelo Rolando "Fanfulla" che riuscirà a evadere dalla prigione. Due giorni dopo viene catturato anche Carlo Fagnani, che, sbandatosi, si era rifugiato in zona: sarà passato per le armi in località Marmoreo lo stesso giorno della cattura.
Giorgio Caudano, Gli eroi sono tutti giovani e belli. I caduti della Lotta di Liberazione. I^ Zona Liguria, edit. in pr.
 
Giorgio Caudano, L'immagine ritrovata. Ventimiglia e dintorni nei dipinti dell'Ottocento e primo Novecento, Alzani Editore, 2021;  La libera Repubblica di Pigna. Parentesi di democrazia (29 agosto 1944 - 8 ottobre 1944) (a cura di Paolo Veziano con il contributo di Giorgio Caudano e di Graziano Mamone), Comune di Pigna,  IsrecIm, Fusta Editore, 2020; Giorgio Caudano, Dal Mare alla Trincea... memorie di uomini, BB Europa, Cuneo, 2019; Silvia Alborno, Gisella Merello, Marco Farotto, Marco Cassini, Giorgio Caudano, Franck Vigliani, curatori della mostra Claude Monet, ritorno in Riviera, catalogo a cura di Aldo Herlaut, Silvana Editoriale, Milano 2019; La Magnifica Invenzione. I pionieri della fotografia in Val Nervia 1865-1925, a cura di Marco Cassini e Giorgio Caudano, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2016  ]
 
L’allarme dato dai Sanmarchini una volta terminato l’attacco partigiano vedeva il comando di Stampino sparare con mortai sui fuggitivi per cercare di fermarli. Il maggiore Luigi Uccelli, il tenente Franco Martinola, il tenente Giulio Seth, il tenente Rodolfo Talamo, il sergente Bruno Carradori, il sergente Arturo Gazzarata organizzavano in tutta fretta l’inseguimento dei disertori e fuggitivi, che avevano come meta le montagne sopra Degna, in Casanova Lerrone (SV), precisamente  il Santuario Madonna di Degna. 
In mattinata, dopo aver camminato tutta la notte, alcuni ribelli in coda alla colonna si fermavano per riposarsi e ristorarsi tra gli olivi, quando vedevano arrivare i Sanmarchini inseguitori. Pensando a dei ritardatari, si avvicinavano per dare loro indicazioni per proseguire il cammino. Invece erano degli agguerriti e spietati predatori, che uccidevano in sequenza Giovanni Molineri (Barbisio) ed Antonio Terragno (Primula Rossa). Si salvava Giacomo Giaccone (Semeria). Lo scontro proseguiva per tutto il giorno e sfortunatamente erano presi prigionieri il savonese Franco Vaccani (Baldo), Giacomo Bianchi (Marinaio), Giovanni Barale (Giovanni), fucilati ad Andora (SV), e Angelo Rolando (Fanfulla), riuscito a scappare dalla prigione. 

Fonte: Ferruccio Iebole, art. cit.

Nel rastrellamento di quei giorni era ferito e moriva anche Elio Castellari (Janez),  grande comandante ribelle.

Leo ha serbato per oltre settant’anni la borsa medica in cuoio in cui Felice Cascione (U Megu)  conservava i ferri per la sua professione e portata anche ad Alto (CN), durante la precoce organizzazione e il comando delle prime bande resistenziali nell’Imperiese e nell’Albenganese.
Dopo la morte di Cascione il 27 gennaio 1944 a Case Fontane, la borsa veniva recapitata alla madre Maria Baiardo, che la conservava anche durante il suo segreto occultamento, in quanto ricercata dal regime fascista, a Villa Faraldi (IM), ospitata sotto falso nome in casa della famiglia antifascista Elena. Quando il rifugio, per ovvi motivi era divenuto pericoloso, la mamma di Felice aveva traslocato in luoghi più sicuri; la borsa era stata consegnata a Leo che la nascondeva presso uno zio Pietro Fassio [...].
Ferruccio Ieboleart. cit.

 * Silvano Silvano Belgrano. Nato ad Imperia il 5 agosto 1924. Appartenente al Distaccamento "Volante". All’alba del 19 giugno 1944 il distaccamento di Silvio Bonfante "Cion", di stanza ad Evigno [Diano Arentino (IM)], venne attaccato da forze nemiche, numericamente di gran lunga superiori, che ne tentarono l’accerchiamento. I partigiani si portarono sulle alture e combatterono strenuamente a lungo: i tedeschi non passarono che a sera. I garibaldini, protetti dai loro compagni, si misero in salvo. Tutti, ad eccezione di Silvano Belgrano. In seguito si appurerà che a causarne la morte era stata una spia infiltratasi tra le fila dei garibaldini. A Silvano Belgrano venne intitolata la I^ Brigata della VI^ Divisione "Silvio Bonfante". Redazione, Arrivano i Partigiani, inserto "2. Le formazioni di montagna della I^ e della VI^ Zona Operativa Ligure che operavano nella provincia di Savona", I Resistenti, ANPI Savona, 2011

** Sandro Badellino, nato a Imperia il 20 settembre 1924, entra a far parte della Resistenza il 10 Maggio 1944, nella squadra comandata da Angelo Setti "Mirko", che opera nella zona del Monte Acquarone, tra la Valle Impero e la Val Caramagna. Dopo soli 20 giorni partecipa ad una prima fortunata azione alla Caserma "Siffredi" di Oneglia, che frutterà un buon bottino di armi. In seguito passerà nella formazione "Volante" di Silvio Bonfante "Cion" che opera nella Val Steria (Testico, Rossi, Stellanello), e nella "Volantina" del Comandante "Mancen" Massimo Gismondi <in seguito comandante della I^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Silvano Belgrano" della VI^ Divisione "Silvio Bonfante">, Brigata nella quale Sandro sarà in seguito prima intendente e poi, verso la data della Liberazione, commissario. Ai primi di agosto 1944, durante uno scontro, subisce varie ferite che lo costringono convalescente per un mese dopo essere sfuggito alla cattura. Costretto nuovamente alla fuga dal suo rifugio in seguito ad una spiata, raggiunge il Bosco di Rezzo nella circostanza del famoso rastrellamento che si concluderà con la Battaglia di Monte Grande. Sebbene ferito, vi partecipa affiancando la squadra di mortaisti che, colpendo le postazioni tedesche da San Bernardo di Conio [Borgomaro (IM)], ebbe un ruolo determinante nella riuscita dell’operazione. Vittorio Detassis in Isrecim
 

martedì 2 novembre 2021

La donna velata dovette sentirsi attratta da un ruolo che le dava un profondo senso di onnipotenza


4.3. La “donna velata”
Uno dei casi più rappresentativi del rapporto tra donne e violenza durante la guerra civile in Italia è quello di Maria Concetta Zucco, soprannominata la “donna velata” per il travestimento - composto da occhiali scuri, fazzoletto davanti al viso e divisa delle Brigate Nere - con il quale era solita procedere a rastrellamenti e interrogatori <663.
Condannata dalla Cas di Imperia il 22 novembre 1946, il suo processo fu seguito con vivo interesse dall’opinione pubblica e suscitò particolare scalpore, per il fascino sinistro che evocavano le sue gesta sanguinose e il suo abbigliamento maschile. Nell’annunciare l’inizio del dibattimento, il giornale “Il Lavoro” l’aveva infatti definita una «donna perfida e malvagia che regge degnamente il confronto con quante altre ignobili feroci seviziatrici ha rivelato il triste periodo della dominazione nazifascista»: "il processo rivelerà le sue malefatte. Rivivremo le gesta della “donna velata” in testa alle squadracce dei rastrellatori, seminascosta sotto al cappuccio, gli occhi di un nero viscido celati dietro gli occhiali di tartaruga, alla caccia dei patrioti indiziati, sempre prima ad intonare oscene canzoni di trionfo quando le “operazioni” erano, mercé sua, condotte a termine". <664.
La Zucco era nata nel 1916 a Scido, in Calabria, ed era cresciuta in un ambiente antifascista. Con la famiglia si era poi trasferita ad Antibes, in Francia, per sfuggire alle persecuzioni del regime. Qui aveva conosciuto il marito, Yvon Clement Soli, membro della resistenza francese.
Secondo quanto dichiarato dalla stessa imputata durante l’interrogatorio del luglio 1945, nel settembre del 1944 fu catturata dai tedeschi durante un rastrellamento e destinata alla deportazione in Germania. A Verona riuscì tuttavia a fuggire e a raggiungere Alassio da dove, insieme a due compagni di viaggio, Elisabetta Rossi e Domenico Viale, si spostò a Imperia, intenzionata a tornare in Francia. Qui un brigadiere della Guardia di Finanza, Enrico Gentile, la presentò all’antifascista Salvatore Cangemi, introducendola come la moglie di un resistente francese. Quest’ultimo a sua volta si offrì di nascondere per circa un mese Maria, la Rossi e il Viale a casa di Lucia Inglesi Scorrano, dove abitualmente si ritrovavano i membri del Cln di Imperia. Lo stesso Cangemi li accompagnò poi a Sant’Agata, da dove altri partigiani li aiutarono a passare il confine con Ventimiglia. Sempre secondo il racconto della Zucco, tuttavia, i tre furono traditi da un contrabbandiere e arrestati dagli uomini della Gnr di Imperia, comandati dal tenente Vannucci. Sottoposti a pesanti interrogatori e a minacce di morte, sia lei che la Rossi decisero di collaborare.
Questa la versione della Zucco; secondo Francesco Biga, invece, la Zucco e la Rossi vennero in Italia con il preciso scopo di infiltrarsi nelle formazioni partigiane, e furono arrestate dai tedeschi solo affinché queste potessero presentarsi come antifasciste e guadagnarsi la fiducia dei compagni <665.
All’interno del fascicolo processuale della Zucco, infatti, è presente il rapporto del suo arresto da parte del 1° plotone fucilieri della Gnr di Ventimiglia, dove le due donne si dichiarano “espatriate volontariamente” in quanto appartenenti a organizzazioni collaborazioniste francesi e prendono le distanze dall’ambiente antifascista che le aveva accolte: "Si è proceduto al fermo delle nominate in oggetto, espatriate volontariamente dalla Francia in seguito allo sbarco Anglo americano, la prima perché appartenente al Fronte Popolare Francese [sic], la seconda perché appartenente alla Milizia Francese. Le suddette si sono presentate a questo Comando dichiarando di voler oltrepassare il fronte di guerra per raggiungere i loro parenti nella Francia occupata. Spontaneamente hanno fatto dichiarazioni sul Comitato di Liberazione di Imperia, sulla banda “Pelletta” come da accluse dichiarazioni scritte". <666.
La Zucco rivelò dunque tutti i nomi dei componenti del Cln con i quali era venuta in contatto, indicando i luoghi dove questi si riunivano clandestinamente.
Il 14 gennaio partecipò inoltre a un rastrellamento nazifascista a Sant’Agata, durante il quale quasi tutti gli uomini del paese che le erano stati presentati come partigiani vennero arrestati. Faustino Zanchi, che nel novembre del 1944 aveva accompagnato in montagna la Zucco e i suoi compagni, riferì di essere stato prelevato da casa alle cinque di mattina e condotto in piazza; qui venne gettato in un fuoco, e, mentre le fiamme gli bruciavano gli abiti, percosso a sangue dai militi della Gnr e dalla Zucco, che lo picchiò con il calcio della pistola <667. Anche uno sfollato nel comune di Sant’Agata raccontò di essere stato interrogato e picchiato dalla donna velata: «alle mie risposte negative […] la Zucco mi percuoteva a sangue sul viso con la pistola che essa teneva, gridandomi in faccia che lassù eravamo tutti ribelli e nessuno voleva confessarlo» <668.
Alcuni, infine, riconosciuti e segnalati da Maria, vennero giudicati da un tribunale tedesco e condannati a morte. Uno di questi fu Adolfo Stenca, arrestato durante il rastrellamento a Sant’Agata. Dell’identificazione di quest’ultimo abbiamo la testimonianza del partigiano “Maschera Bianca”, catturato insieme a lui il 14 gennaio 1945: "infine furono chiamati i ventiquattro rastrellati tra i quali mi trovavo anch’io e, incolonnati, ci portarono dall’altro lato del corridoio dove si trovava già la SS italiana e gli ufficiali della BN: Va, Lo, F, B, ecc.., ed infine uscì dagli uffici la “Donna velata” che ci passò davanti fissandoci, con quegli occhiali scuri. Si soffermò alquanto davanti a noi, come volesse ravvisare in ciascuno quelli che aveva conosciuto in montagna, quelli stessi che l’avevano trattata come una sorella. Giunta che fu davanti allo Stenca, senza esitare lo tolse dalla fila e fece cenno all’ufficiale della BN che avevano terminato. Ricondotti in cella, dopo una mezz’ora vidi Stenca che lo portavano verso la cella n. 1 e cioè quella dove si trovavano i condannati a morte". <669.
Nel dopoguerra, alla notizia dell’arresto della Zucco, numerosi testimoni sporsero denuncia contro di lei, riferendo di arresti, perquisizioni, saccheggi e sevizie sui prigionieri.
Testimoniò inoltre Salvatore Cangemi, che le aveva accordato fiducia introducendola nell’ambiente antifascista di Imperia e che la accusò di «feroci assassini, rapine, persecuzioni violente, torture e sevizie a sangue a cui essa “pasionaria” fece sottoporre e sottopose una schiera di giovani e giovane innocenti» <670.
Infine, durante il processo la Zucco dovette confrontarsi con Lucia Scorrano, che l’aveva ospitata per quasi un mese in casa sua, nascondendola dai nazifascisti. La testimone dichiarò infatti in Corte d’Assise di essere stata prelevata in barella dall’ospedale di Oneglia - dove si trovava ricoverata a seguito di un intervento chirurgico - e trasportata alla Caserma Gandolfo; qui, allo scopo di farle rivelare i nomi degli appartenenti al Cln, fu torturata e seviziata. La Zucco vi si accanì particolarmente, passandole sotto la pianta dei piedi delle candele accese e percuotendola alternativamente con sbarre di legno e una corda bagnata. La Scorrano riferì inoltre che i militi della Gnr le avevano strappato il tampone della ferita alla gamba infilandoci la canna del moschetto, le avevano bruciato i seni, strappato i peli degli organi genitali e rotto le costole; fu inoltre costretta dalla Zucco a ingerire dell’urina, che le
procurò danni permanenti allo stomaco <671.
La Zucco riconobbe la sua partecipazione al rastrellamento di Sant’Agata, ma cercò di minimizzare il suo ruolo nei riconoscimenti, negli arresti e nelle torture inflitte ai partigiani.
Indicò inoltre la sua compagna di viaggio, Elisabetta Rossi, come responsabile dell’identificazione degli antifascisti catturati, dichiarando che questa aveva annotato su un taccuino i nomi dei membri del Cln e l’aveva consegnato alla Gnr.
La donna sostenne anche di aver cercato di ostacolare le missioni nazifasciste a cui, secondo il suo racconto, era stata costretta a partecipare, aggiungendo addirittura di essersi messa al servizio delle forze alleate a partire dal febbraio 1945.
Come sottolineato da Cecilia Nubola, dunque, la Zucco «non essendo né un’ingenua né una sprovveduta, seppe creare ad arte una cortina di fumo attorno alla sua vita e alle sue scelte» <672 che rese difficoltosa la ricostruzione dei fatti e delle vicende in cui era coinvolta.
Ancora più complesso, inoltre, è il tentativo di rintracciare le motivazioni che la condussero a schierarsi con la Gnr e a prendere parte alle sevizie sui prigionieri.
In linea - come vedremo - con il consueto paternalismo giudiziario adottato nei confronti delle collaborazioniste, avvocati difensori e giornalisti la descrissero come una donna innamorata, plagiata dall’amante fascista, spinta da gelosia e frustrata da un amore non corrisposto: «siamo forse davanti ad una creatura cui fu sempre negato l’amore e che per l’amore che non le è concesso, si abbandona a sadismo contro coloro che dell’amore possono godere?» <673.
Ma se le trame amorose non sono ovviamente sufficienti a giustificare la condotta dell’imputata, ancora più difficile - come sottolinea Alberico - risulta individuarne una motivazione politica: la Zucco era cresciuta in un ambiente antifascista e durante il processo furono pochissimi i riferimenti alla sua fede fascista. <674
L’emergere della figura della Zucco è dunque, secondo l’autrice, da ricondurre al «clima di corruzione, disfacimento morale e di estremizzazione della violenza che caratterizzò gli ultimi anni di guerra e che agevolò veri e propri casi di criminalità» <675. Il suo coinvolgimento fu probabilmente motivato dai vantaggi materiali che derivavano dalla sua posizione, dimostrati dalle numerose razzie a cui partecipò durante i rastrellamenti. In particolare, la Zucco dovette sentirsi attratta da un ruolo che le dava un profondo senso di onnipotenza e le procurava un inedito potere di vita e di morte sugli altri.
La Cas di Imperia la condannò dunque a 30 anni di reclusione, e la Cassazione, pur condonandole un terzo della pena, ne rigettò il ricorso riconoscendo nelle torture inflitte alla Scorrano quelle “sevizie particolarmente efferate” escluse dall’amnistia Togliatti.
Il 9 giugno 1951, tuttavia, il guardasigilli Piccioni firmò il decreto per la liberazione condizionale: dopo appena 5 anni di carcere la “donna velata” era libera <676.
[NOTE]
663 Cfr ACS, Ministero di Grazia e di Giustizia, Direzione generale affari penali grazia e casellario, Ufficio Grazie, Collaborazionisti, Maria Concetta Zucco; F. Alberico, La “donna velata”: un caso di collaborazionismo femminile nell’imperiese, in «Storia e Memoria», 1, 2008, pp. 49-67; F. Biga, Storia della Resistenza imperiese (I Zona Liguria). La Resistenza nella Provincia di Imperia da settembre a fine anno 1944, III, Milanostampa, Farigliano (CN), 1977; C. Nubola, Fasciste di Salò, op.cit. pp. 115-122; F. Gori, Ausiliarie, spie, amanti, op.cit. pp. 91-94.
664 La “Donna Velata” domani di turno in Corte d’Assise, in «Il Lavoro», edizione Imperia, 20.11.1946, cit. in F. Alberico, La “donna velata”, op. cit. p. 49.
665 F. Biga, Storia della Resistenza imperiese, op.cit. pp. 576-577.
666 Verbale di fermo di Maria Zucco. e Lisetta Rossi. del 3 gennaio 1945, inviato dalla Gnr di Ventimiglia al Comando Gnr di Sanremo, cit. in F. Gori, Ausiliarie, spie, amanti, op.cit., p. 91. La dichiarazione di fede fascista, tuttavia, rilasciata durante un interrogatorio della Gnr, non è particolarmente significativa perché potrebbe essere stata fatta, come scrive Alberico, a causa della difficoltà della situazione contingente.
667 F. Gori, Ausiliarie, spie, amanti, op.cit. p. 93.
668 Ivi, p. 93-94.
669 F. Alberico, La “donna velata”, op. cit. p. 66; F. Biga, Storia della Resistenza imperiese, op.cit. p. 584; C. Nubola, Fasciste di Salò, op. cit. p. 120.
670 F. Alberico, La “donna velata”, op. cit. p. 55.
671 Ivi, p. 56-58; C. Nubola, Fasciste di Salò, op. cit. p. 120.
672 C. Nubola, Fasciste di Salò, op. cit. p. 121.
673 F. Alberico, La “donna velata”, op. cit. p. 64.
674 Ivi, p. 65.
675 Ivi, p. 66.
676 C. Nubola, Fasciste di Salò, op. cit. p. 122.
Barbara De Luna, Le donne del nemico. I processi per collaborazionismo nel dopoguerra: Francia e Italia a confronto. 1944-1951, Tesi di Dottorato, Alma Mater Studiorum Università di Bologna in cotutela con Université Paris 1 Panthéon Sorbonne, maggio 2021

lunedì 1 novembre 2021

È il distaccamento di Arturo Secondo

Badalucco (IM): Monumento ai Partigiani - Fonte: Pietre della Memoria

A soli 11 chilometri all'interno della via Aurelia, lungo la strada carrozzabile che da Arma di Taggia conduce a Triora e Loreto vive la gente di Badalucco. È gente lavoratrice ed indomabile. Indissolubile dalla generosità del suo popolo è la bellezza superba e, nel contempo, ridente della sua natura. Un fresco gorgogliare dell'acqua nell'Argentina,che serpeggia fra pietriccio, piante, sassi, dà il suo contributo alla bellezza del paese.
Dall'alto, il monte Carmo e il monte Rotondo sono ritti per proteggere dalle bufere la tenace gente e per creare uno scenario di fiaba.
Di fronte, domina il monte Faudo, ricco di gloria e di dolore partigiano, che contempla la verde e cupa colonna di sentinelle, e il paese compiaciuto, fra la maestà delle sue aguzze vedette, adagiato nel basso, si presenta con i suoi mille volti ed offre frescura d'alberi, vetustà d'abitacoli, viottoli senza tempo, con la loro pace e la loro storia.
Se la chiesa Madonna degli Angeli pare benedire chi giunge dalla via del nord, quella di S. Nicolò, ieratica e quasi austera, pur se minuta ed aggraziata su un alto poggio, pare vegliare su tutto e su tutti.
Bellezza austera e forza di popolo: due forze, natura ed uomo, insieme hanno irriducibilmente lottato, sofferto, pianto, incredibilmente vinto. Le lotte di Badalucco per la libertà sono degne di leggenda. In ogni mese della tragica epopea vissuta, esistono ricordi di fatti d'arme, di rivolte e di sacrifici. Quanti esaltanti trionfi popolari e sofferti saccheggi! Per lunghi periodi, i nazifascisti non possono calcare il suolo del paese che, in piena epoca d'occupazione del terrritorio nazionale, ha per lunghi periodi propri democratici amministratori, con le sue forze d'ordine perché è una «libera giunta», con tanto di bandiere tricolori e partigiane che sventolano al vento.
L'epopea di Badalucco ha origine dalla sua posizione strategica, vitale per i movimenti delle forze nazifasciste. Infatti oltre a costituire un passaggio obbligato per tutte le località della media ed alta Valle Argentina, si trova quasi al centro della provincia di Imperia. Perciò, già dal settembre 1943, il Comando tedesco ha posto, a presidio del paese, un battaglione di soldati cui si è aggiunto, nel successivo novembre, un contingente di dodici militi della Repubblica di Salò.
Ma i giovani delle classi 1923, 1924 e 1925, chiamati alle armi dalla Repubblica Sociale, disubbidiscono in blocco e raggiungono le formazioni partigiane o formano la banda locale.
Le rappresaglie dei Tedeschi e dei fascisti sono continue e di varia natura: minacce di stragi, bombardamenti indiscriminati sull'abitato, uccisioni di vecchi e bambini, ostaggi, chiusura di negozi gestiti da famiglie di giovani non presentatisi all'appello. Le autorità fasciste dispongono la soppressione, per tutta la popolazione di Badalucco, delle carte annonarie che danno diritto alle razioni di generi alimentari.
Gli abitanti di Badalucco rispondono con una lotta continua ed irriducibile. Sopportano tutte le angherie, le uccisioni ed i saccheggi. Piangono in silenzio i loro morti e i torturati. Ma, quel silenzio, è pieno di rabbia e di forza.
Il paese non solo aiuta i garibaldini in tutte le forme  possibili, ma dà un intero distaccamento di figli tutti suoi alla Resistenza.
È il distaccamento di Arturo Secondo (Artù), che si coprirà di gloria in cento battaglie.
I nazifascisti sono costretti a sbarrare, con filo spinato e cavalli di frisia, numerosi luoghi e vie, nonché le loro postazioni. E, inoltre, ordinano un rigido coprifuoco notturno e sguinzagliano pattuglie per proteggere ponti e linee elettriche.
In tutte le zone intorno al centro abitato si susseguono le azioni armate partigiane che, si può ben dire, giornalmente apportano danni alla macchina bellica dei Tedeschi.
Il 31 maggio 1944 i partigiani attaccano frontalmente la guarnigione nazifascista. Ed è guerra aperta. Tutto il popolo insorge ed aiuta i patrioti (1).
La battaglia dura aspra ed accanita per tre ore, con i garibaldini all'attacco della chiesa Madonna degli Angeli (2), trasformata in arsenale dai fascisti, e della villa Boeri sede del presidio tedesco.
La reazione nazifascista è rabbiosa, ma necessita dell'intervento di contingenti venuti in aiuto dal litorale e da Taggia.
Lo scacco subito suscita ira e repressione selvaggia nell'animo dei fascisti e dei Tedeschi. Ormai essi sanno con certezza che tutta la popolazione di Badalucco non solo è loro ostile, ma pronta anche a combatterli ed a morire.
Sono presi dodici ostaggi (3) che vengono percossi e torturati affinché forniscano notizie sui combattenti della libertà e su chi li aiuta. Le caserme risuonano delle urla e dei lamenti dei seviziati.
I partigiani Giobatta Brezzo, Antonio Marvaldi, Marcello Panizzi, caduti nelle mani degli aguzzini, anche se inutilmente sono interrogati, selvaggiamente percossi e torturati; finché, il 6 di giugno, portati di notte nel canneto «Al Mulino» presso il ponte di Desteglio, frazione del comune di Montalto Ligure [oggi comune di Carpasio Montalto ((IM)], sono fucilati e sepolti (4).
Il 6 giugno 1944 a Badalucco viene anche fucilato il partigiano Alipio Amalberti, che era stato catturato il 24 di maggio.
La popolazione dello sfortunato paese è percorsa da fremiti di ribellione misti a sentimenti di dolore e di angoscia.
Nello stesso giorno in cui i quattro generosi perdevano la vita, in una località più a nord della valle Argentina, precisamente a Santa Brigida, presso Andagna, Angelo Setti (Mirko) attaccava una postazione nemica annientandola. I tre soldati che si arresero aderirono alla causa partigiana ed entrarono a far parte delle formazioni garibaldine (5).
Il materiale bellico prelevato venne caricato su un camioncino e trasportato a Molini di Triora. Quivi c'erano pure Gino Napolitano ed un contingente del distaccamento di «Tento» e «Marco» [Candido Queirolo]. «Mirko» dispose per il trasbordo delle armi dal camioncino ad una corriera per trasferirle a Triora.
Pattuglie partigiane sorvegliavano l'accesso in Molini di Triora dove, però, riuscì a penetrare un contingente tedesco che iniziò una nutrita sparatoria anche dalle finestre delle abitazioni. Ma l'operazione si concluse felicemente e la corriera partì senza danni per la sua destinazione.
Nello scontro, Emilio Amalberti, della formazione di «Marco», fu ferito alla gola, ma catturato dai Tedeschi che lo scambiarono per un civile colpito casualmente, fu medicato e rilasciato. Successivamente venne curato nell'ospedale partigiano di  Triora.
Qualche giorno prima dell'attacco a Santa Brigida, Umberto Cremonini (6) era stato inviato da «Mirko» ad ispezionare la zona preventivata per l'azione. Il giovane, insieme ad un suo compagno, partì in corriera da Triora diretto a Molini. Raggiunto il paese i due partigiani videro un sottufficiale repubblichino con un soldato. «Folgore» gli intimò la resa ed il sottufficiale tentò di reagire, ma fu freddato e spogliato delle armi, mitra compreso.
I partigiani non sono ancora a conoscenza del fattoche i loro compagni, caduti nelle mani dei nazifascisti nel mese di maggio sono stati ferocemente uccisi e seppelliti il 6 di giugno. «Curto» [Nino Siccardi] e «Giulio» [Libero Briganti] progettano di liberarli ed il giorno 9 ordinano l'attacco alla guarnigione nemica di Badalucco composta da reparti Tedeschi, fascisti e carabinieri.
L'esito della battaglia del 10 di giugno non è quello sperato.

Badalucco (IM): Monumento ai Partigiani (part.) - Fonte: Pietre della Memoria

[NOTE]
(1) Erano sul campo di battaglia: «Artù» con i suoi partigiani; «Mirko», comandante del 6° distaccamento, con il suo vice «Folgore» e parte dei suoi uomini giunti da Bregalla; «Tito» e «Dimitri» giunti dalla località Navette, e Pierina Boeri (Anita o Candacca). Quest'ultima dimostrò, e dimostrerà sempre durante la lotta partigiana, un coraggio eccezionale.
Intanto la chiesetta Madonna degli Angeli era già stata presa di sorpresa e, dalla stessa, molti mitragliatori, moschetti e munizioni erano stati prelevati dai partigiani che li avevano trasportati al sicuro, fuori del paese.
«Artù» attaccò poi, in piazza della Misericordia, la caserma in cui si erano asserragliati i carabinieri. Con le bombe a mano i partigiani sfondarono la porta ed intimarono la resa, ma questi resistettero perché erano a conoscenza dell'arrivo di rinforzi dal litorale. Nel frattempo, due carabinieri sparavano con la mitraglia dal campanile della chiesa parrocchiale del paese.
Il partigiano Armando Cane fu gravemente colpito al ventre, mentre Dario Secondo, fratello di «Artù», fu raggiunto dalle schegge di una bomba a mano mentre correva all'assalto. Purtroppo, il povero giovane perdette la vista di un occhio.
Verso le diciotto, giunsero i rinforzi attesi dai nazifascisti ed «Artù», con due feriti gravi nelle sue fila, dovette forzatamente desistere dal combattimento.
(2) La chiesa Madonna degli Angeli verrà distrutta dai nazifascisti il 28 giugno 1944.
(3) Adamo Buffaria, preso in ostaggio e successivamente rilasciato, morirà il 22 febbraio 1945 nell'ospedale di San Lorenzo-Costarainera a causa delle percosse ricevute (Da documento presso ASR).
(4) Dal diario inedito del partigiano Pietro Carassale.
(5) Due partigiani, Enrico Martelli e «Folgore», passando per Andagna, videro due Tedeschi e li attaccarono. S'iniziò una sparatoria finché i Tedeschi fuggirono e furono inseguiti; ma i partigiani abbandonarono l'inseguimento nelle campagne e proseguirono per Santa Brigida per il combattimento descritto.
(6) Ricordiamo che Umberto Cremonini (Folgore), che troveremo protagonista anche nell'azione temeraria di Sgorreto, era un partigiano giovanissimo di eccezionale coraggio.    
Carlo Rubaudo, Storia della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria) - Vol. II. Da giugno ad agosto 1944, edito a cura dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia, Imperia, Dominici Editore, 1992, pp. 74-76

Chiesa di San Brigida in Andagna, Frazione di Molini di Triora (IM) - Fonte: wwww.andagna.it

BUFFARIA Adamo Luigi, “Adamo” - Di Celeste e Vento Carlotta, nato a Livorno il 04 agosto 1890. Partigiano combattente nella Vª Brigata Nuvoloni - IIª Divisione Garibaldi Cascione, nel periodo dal 02 aprile 1944 al 22 febbraio 1945 quando decede per le sevizie ricevute dopo la sua cattura.
Redazione, Partigiani... caduti in Liguria, Radio Maremma Rossa

Il 31 maggio 1944 il distaccamento di Arturo Secondo (Artù), allo scopo di procurarsi armi e munizioni, attacca la caserma dei carabinieri di Badalucco. Due militi saloini appostati sul campanile della chiesa parrocchiale sparano verso gli assalitori. Armando Cane viene colpito al ventre (morirà il 6 giugno nell’ospedale di Sanremo). L’azione continua per circa tre ore, con l’attacco alla chiesetta della Madonna degli Angeli, utilizzata come armeria dai fascisti, e con l’assedio al presidio tedesco di Villa Boeri. Al sopraggiungere dei rinforzi giunti da Taggia, gli uomini di Artù riescono a disimpegnarsi. I nazifascisti prelevano una dozzina di ostaggi, che sono trattenuti all’interno del presidio tedesco. Tre giovani, Giobatta Brezzo, Antonio Marvaldi e Marcello Panizzi, accusati di far parte delle bande ribelli, dopo giorni d’interrogatori, il 6 giugno vengono portati di notte presso il ponte di Deste nel comune di Montalto Ligure, dove vengono fucilati.
Giorgio Caudano

[ Giorgio Caudano, L'immagine ritrovata. Ventimiglia e dintorni nei dipinti dell'Ottocento e primo Novecento, Alzani Editore, 2021;  La libera Repubblica di Pigna. Parentesi di democrazia (29 agosto 1944 - 8 ottobre 1944) (a cura di Paolo Veziano con il contributo di Giorgio Caudano e di Graziano Mamone), Comune di Pigna,  IsrecIm, Fusta Editore, 2020; Giorgio Caudano, Dal Mare alla Trincea... memorie di uomini, BB Europa, Cuneo, 2019; Silvia Alborno, Gisella Merello, Marco Farotto, Marco Cassini, Giorgio Caudano, Franck Vigliani, curatori della mostra Claude Monet, ritorno in Riviera, catalogo a cura di Aldo Herlaut, Silvana Editoriale, Milano 2019; La Magnifica Invenzione. I pionieri della fotografia in Val Nervia 1865-1925, a cura di Marco Cassini e Giorgio Caudano, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2016   ]