lunedì 26 ottobre 2020

Il fallimento della missione alleata Zucca a Sanremo

La vecchia stazione ferroviaria di Sanremo (IM) - Fonte: Wikipedia

[…] il caso della missione Zucca del 2677° reggimento O.S.S.-U.S. Army. Ne era a capo il tenente di artiglieria Piero Ziccardi, Zucca, Bruno, che, da Roma, fu inviato a Genova per attuare un collegamento fra il Comando Supremo e la città, con l’aiuto degli americani. Egli iniziò a tessere una rete informativa che ebbe un duro colpo la notte del 22 febbraio [1944] a Riva Santo Stefano [oggi due distinti comuni della parte centrale della provincia di Imperia], quando la polizia sorprese alcuni appartenenti all’organizzazione che  attendevano un sommergibile alleato che doveva sbarcare materiale. Vi fu uno scontro a fuoco, una radio fu sequestrata e fu perduta una borsa piena di documenti [...] 
Giuliano Manzari, La partecipazione della Marina alla guerra di liberazione (1943-1945) in Bollettino d’Archivio dell’Ufficio Storico della Marina Militare, Periodico trimestrale - Anno XXIX - 2015, Editore Ministero della Difesa
 
Poco dopo la liberazione di Napoli, Stimolo [già eroe delle Quattro Giornate di Napoli] era stato inviato da Bourgoin assieme ad altri a Roma per prendere contatti con i gruppi partigiani locali, tornando alla base di Pozzuoli alla fine del mese di novembre 1943. Successivamente era stato imbarcato nel sommergibile Axum che, nella notte tra il 4 e il 5 dicembre 1943 aveva sbarcato sulle rive tra Pesaro e Gabicce, al di sotto del Colle San Bartolo, numerosi agenti inviati da Bourgoin, destinati a varie distinte missioni nel Nord Italia. Tra di essi vi era Stimolo (Corvo), con l'obiettivo di raggiungere a Roma il fratello Luigi (Civetta) e con lui ed il radioperatore Aldo Montesi (Maria Giovanna), ricongiungersi con gli uomini della missione Zucca operativi a Genova per supportarli nel portare a termine l'incarico affidato.
 
L’OSS, nata nel 1942, diede un forte contributo per organizzare lo sbarco degli alleati in Sicilia e Corvo [Max Corvo] era alla testa del S.I. (Service Intelligency). L’OSS si frantumò in varie Sezioni ma Max [Corvo] rimase a capo del S.I. fino a fine guerra; a questa apparteneva anche l’ORI (Organizzazione Resistenza Italiana), composta da circa 45 agenti, costituita a Napoli nel novembre del 1943, al cui comando era Raimondo Craveri, sorretto dal suocero Benedetto Croce. La maggior parte dei 45 antifascisti proveniva dal nord Italia, e diede un importante contributo alla lotta partigiana [...] fu costituita una Sezione OSS-SIM presso il Governo Badoglio con a capo il Maggiore [André] Bourgoin, un americano di origine francese che odiava gli italiani.
Ennio Tassinari su Patria Indipendente,  18 febbraio 2007
 
Nel frattempo Ziccardi, che aveva assunto il nome di copertura di "Zucca", doveva cercare un posto sicuro sulla costa Ligure dove poter sbarcare uomini ed equipaggiamento. Ziccardi-Zucca tornò a Genova dove, assieme al suo vecchio amico Tristano Luise, "Dattilo", collaborò con la missione di Enzo Stimolo (Corvo), sbarcato il 5 dicembre [1943] dal sottomarino Axum sulla costa adriatica con gli altri agenti di Bourgoin [...] Lo scopo di Bourgoin era di adopeare i due Stimolo, ex membri del SIM, per tenere sotto controllo Zucca e i suoi subagenti, arruolati tra i suoi studenti. Arrivati a Genova, i fratelli Stimolo, che non conoscevano nessuno da quelle parti, aggregandosi a Zucca e Dattilo informarono Bourgoin che avevano trovato un posto di sbarco su una spiaggia deserta cinque chilometri a sud [piuttosto, a levante], alle foci della fiumara di Taggia, poco prima della frazione [sic!] di Santo Stefano al Mare. Per sbarcare in quel punto uomini ed equipaggiamento Bourgoin partì in volo per Bastia dopo aver ordinato a Stimolo di aspettarlo sulla spiaggia con la sua radio in modo da restare in contatto costante con lui, mentre, con gli uomini da sbarcare, si sarebbe avvicinato via mare. Il 22 febbraio Corvo, Dattilo e il radiooperatore Montesi presero il treno per San Remo. Zucca non poté partecipare perché quel giorno doveva essere a Milano per fare lezione all'università. I cospiratori, scesi alla stazione di San Remo, furono fermati all'uscita da una guardia doganale che insisteva nel voler ispezionare la valigetta in cui c'era la radio. Nel resoconto drammatizzato di Bourgoin: "Stimolo prese in mano la valigetta dall'RT [radiotelegrafista] e girandosi verso il doganiere gli sparò un colpo di pistola, uccidendolo. Saltò il cancello e si perse nella folla". Il racconto più sobrio di Dattilo, testimone della scena, non fa menzione di questa uccisione. Riferisce che Stimolo riuscì a scappare schivando una raffica sparatagli dietro. Questa testimonianza è convalidata dal radiooperatore Montesi con maggiori dettagli: "Corvo portava la radio e io una borsa con cose personali. Al primo posto di controllo egli riuscì ad evitare una perquisizione da parte di due guardie repubblicane, dicendo che la valigia conteneva strumenti chirurgici e che aveva premura perché vi era una persona in pericolo di vita. Le guardie gli credettero e lo lasciarono passare. Ma un po' più in là fu fermato da una persona in borghese che insisteva nel vedere dentro la valigia. Corvo gli ripeté la storia di prima, ma non fu creduto. Vedendo che l'uomo tirava fuori la rivoltella, Corvo pose la valigia su un muretto e scappò, mentre l'altro lo inseguì sparando". Montesi continua la sua descrizione: "Decisi di non muovermi e di mantenere la calma, pensando che se avessi cercato di scappare sarei stato inseguito... Le due guardie repubblicane mi arrestarono. Con calma chiesi loro perché. Che colpa avevo io se uno scappava con roba da borsa nera... A tutte le loro domande risposi in modo naturale e fortunatamente fui creduto. Frugarono nella mia borsa, nella quale avevo dichiarato esserci effetti personali e dodici pacchetti di sigarette. Non trovarono niente di incriminante e io offrii a ciascuno un pacchetto di sigarette, che accettarono volentieri... Entrai in un ristorante per distruggere il piano di trasmissione e il cifrario che avevo in tasca... Presi il treno per Genova". Dattilo, che portava una borsa di documenti da imbarcare, piena di informazioni che avrebbero potuto incriminarli tutti, riuscì a nasonderla in una casa diroccata sulla strada per Santo Stefano al Mare, evitando la polizia sopraggiunta su varie macchine. Dalla stazione di San Remo Dattilo partì per Milano e comunicò alla base attraverso la radio di Como che bisognava cancellare l'operazione. Per due giorni Corvo si nascose in montagna, seguito dalla polizia, per poi tornare tranquillamente a Genova. Il 26 febbraio Alberto Blandi, "Falco", una giovane recluta di Zucca, tornò a Santo Stefano al Mare per cercare la borsa lasciata da Dattilo nella casa diroccata. Avendo indicazioni precise, quando non trovò la borsa capì che qualcuno l'aveva porata via, esponendo tutti loro a grave pericolo se fosse caduta in mano alle SS. Ma la Gestapo era già sulle loro tracce per via di un altro giovane reclutato da Zucca, "Conte". Questi si era messo a frequenatre un interprete della Gestapo per ottenere informazioni ed era stato pedinato. Arrestato, Conte fu torturato brutalmente finché dopo dieci giorni fece il nome di Zucca [...] Zucca riuscì a scappare e si rifugiò a Milano, dove si aggregò alla rete di Como grazie alla moglie Wanda, lasciando a Dattilo l'organizzazione a Genova. Dattilo durò poco. Nella missione di Corvo a Genova si verificarono una serie di fatti ancora più gravi. Il debole di Bourgoin per il doppio gioco e per le trattative con i doppiogiochisti avrebbero avuto conseguenze disastrose [...] Peter Tompkins, L'altra Resistenza. Servizi segreti, partigiani e guerra di liberazione nel racconto di un protagonista, Il Saggiatore, 2009
 
Il 22 febbraio 1944 Stimolo, Luise e Montesi, scesi alla stazione ferroviaria di Sanremo, furono bloccati da militi della RSI che chiedevano di ispezionare la loro valigetta, in cui era contenuta la radiotrasmittente. Stimolo, riuscito ad evitare la perquisizione con una scusa credibile, venne subito dopo bloccato da un individuo in borghese che richiese nuovamente di ispezionare la valigetta e che, alle risposte evasive dei cospiratori, fece l'atto di tirare fuori una rivoltella. A quel punto Stimolo abbandonò la valigia e si diede alla fuga, inseguito dai colpi di pistola, mentre i suoi compagni furono arrestati ma successivamente rilasciati, riuscendo abilmente a liberarsi dei documenti compromettenti che avevano addosso. Stimolo, dopo alcuni giorni di fuga, braccato dalla polizia, ritornò a Genova, continuando ad operare clandestinamente. 
 
Di questo periodo è pure da ricordarsi un fatto riguardante la missione Zucca, avvenuto nel territorio della provincia di Imperia. La missione "Zucca", centro di informazioni così denominato, aveva sede in Genova ed operava in collegamenti con esponenti di primo piano delle forze resistenziali della stessa città, con lo scopo di tenere contatti con gli Alleati [...] Nella notte del 22 febbraio 1944 alcuni componenti di detta missione, portatisi a Riva Santo Stefano in vicinanza di Arma di Taggia, erano in attesa di un sottomarino alleato, per  "sbarcare e imbarcare materiale", quando furono scoperti dalla polizia dei nazifascisti. Vi fu uno scontro, durante il quale i nazifascisti perdettero un uomo; la missione "Zucca", da parte sua, perdette una radio trasmittente ed una borsa piena di documenti, la cattura della quale paralizzò per molto tempo l'attività della missione stessa. L'operazione progettata non si potè effettuare.
Giovanni Strato, Storia della Resistenza imperiese (I^ zona Liguria) - Vol. I. La Resistenza nella provincia di Imperia dalle origini a metà giugno 1944, Sabatelli Editore, Savona, 1976
 
Nei mesi successivi, a causa della delazione di un membro nell'organizzazione che faceva il doppio gioco, vennero scoperti e, nell'estate del 1944, arrestati numerosi membri della missione, tra cui gli stessi Dattilo e Zucca , compromettendone definitivamente l'esito. 
 
 

giovedì 22 ottobre 2020

Il Garibaldino, giornale dei partigiani imperiesi

Fonte: Rete Parri

Il foglio "Il Garibaldino" nasce ad opera della sezione “agitazione e propaganda” della IX^ Brigata “Felice Cascione” - poi divenuta nel luglio 1944 la II^ Divisione d’Assalto Garibaldi “Felice Cascione” - con l’intento di essere la voce dei Garibaldini della provincia di Imperia.
Gli articoli affrontano vari argomenti, tra i quali si segnalano: l’andamento della situazione politica e militare; i commenti delle azioni compiute dai vari distaccamenti; gli atti di eroismo individuali; le informazioni sulla vita interna dei distaccamenti, con particolare risalto al morale e alla disciplina dei partigiani; l’incentivazione dello spirito di emulazione fra i singoli combattenti.
Detti contenuti sono indicati dall’Ispettore di Zona Carlo Farini, “Simon”, in una sua lettera circolare del 14 giugno 1944.
Gli articoli essenzialmente politici sono scritti dal Commissario politico della divisione Libero Briganti, “Giulio”, e da Agostino Bramé, “Orsini”.
I primi due numeri del 14 luglio e del 6 agosto 1944, sono tirati in 400 copie ciascuno e sono stampati presso la tipografia di Villatalla, situata nel comune di Prelà. Responsabili della stamperia sono Giovanni Acquarone, “Barba”, e Riccardo Parodi, “Ramingo”.
 

Fonte: Rete Parri

Il primo numero è distribuito nella provincia di Imperia e parte del basso Piemonte, mentre il secondo circola prevalentemente tra i distaccamenti della brigata.
Il terzo numero esce invece il 20 settembre 1944, come primo di una nuova serie promossa dalla II^ Divisione d’Assalto “Felice Cascione”, con cadenza periodica - almeno nelle intenzioni -, in 8 facciate. 

Fonte: Rete Parri

È stampato presso la tipografia di Realdo, frazione del comune Triora in Valle Argentina. La costituzione di tipografia è stata promossa da: Armando Izzo, “Doria Fragola”, Commissario di divisione; Vittorio Guglielmo, “Vittò”; Comandante del gruppo divisionale; Ferdinando Peitavino, “Silla”, nipote del parroco Don Luigi Peitavino, il quale ha messo a disposizione i macchinari tipografici installati nella canonica del paese.
L’idea è di stampare il periodico con cadenza quindicinale, ma per varie vicissitudini “Il Garibaldino” non sarà più pubblicato se non dopo la Liberazione, con l’uscita di alcuni numeri dedicati soprattutto alla commemorazione dei caduti.
Rete Parri
 
Come afferma il garibaldino Gino Glorio (Magnesia) amministratore della brigata, la prima copia de Il Garibaldino fu stampata il 14.7.1944 e distribuita a San Bernardo di Garessio, nell'alta val Tanaro e nella parte orientale della Provincia, dal Comando della I brigata con sede a Lovegno. La stessa cosa si ripeté nella parte occidentale.
Il giornale era formato  da  due pagine stampate in modo primitivo; vi si parlava del rastrellamento di Stellanello (battaglia di Pizzo d'Evigno del 19.6.1944) e si citavano le azioni principali delle varie brigate. Un articolo commentava in modo ottimistico le operazioni alleate, un altro esaminava la nuova situazione creatasi in seguito all'occupazione garibaldina dell'interno (Pieve, Ormea, Garessio): raccomandava il comportamento corretto, cordiale dei partigiani con la popolazione dei grossi centri perché in essi doveva vedere i suoi figli, la propria difesa. Solo in questo modo sarebbero stati degni di liberare le città della costa. Inoltre si deplorava la leggerezza con cui alcuni  partigiani raccontavano le azioni eseguite o progettate. Concludeva ricordando che il silenzio e la sorpresa erano le migliori garanzie per il successo. Il 6 agosto 1944 fu distribuito tra i distaccamenti delle brigate il secondo numero de Il  Garibaldino. Come il precedente, conteneva un commento sulla situazione militare, le principali azioni del mese di luglio, accennava ad un distintivo che sarebbe stato consegnato a  tutti i partigiani: la stella rossa con l'effige di Garibaldi. In agosto Libero Briganti (Giulio) commissario della II^ divisione F. Cascione, non solo faceva produrre materiale vario di propaganda stampato dalla tipografia di Villa Talla, ma anche dal suo commissariato con la macchina da scrivere per cui, durante il mese, vennero lanciati i seguenti dattiloscritti intitolati come segue:
Direttive per l'insurrezione nazionale e per l'organizzazione di organi di potere popolare (7 fogli, del 6.8.1944), Sulla via dell'insurrezione (8 fogli, del 10.8.1944), La disciplina che vuole il soldato del popolo (3 fogli, del 19.8.1944), Difendiamoci dal nemico (2 fogli, del 22.8.1944), Chi siamo, cosa vogliamo (2 fogli, del 24.8.1944), Garibaldini e popolo (2 fogli, del 28.8.1944.
Il presidente del C.L.N. provinciale Gaetano Ughes (Giorgio), in una sua relazione scriveva che il servizio stampa e  propaganda del C.L.N. era stato affidato all'organizzazione comunista, la più preparata ed organizzata, che già funzionava a pieno ritmo da molti anni. Essa fu diretta da numerosi compagni e particolarmente da Ernesto Baldini (Leandro, poi Serra), segretario della Federazione comunista d'Imperia, inviato da Genova e che restò alla Federazione dalla fine di agosto 1944 al marzo 1945.
Le squadre S.A.P. della divisione G.M. Serrati alle dirette dipendenze della Delegazione Militare provvedevano all'affissione notturna e diurna ed alla distribuzione in città e nel circondario del materiale propagandistico. Altro materiale di propaganda veniva inviato dal C.L.N. di San Remo (dirigenti: Rovelli e Mascia),  che ne curava la distribuzione nei diversi piccoli e grandi centri abitati.
A proposito, Mario Mascia ci ricorda che il C.L.N. di San Remo spese circa 150.000 lire per la stampa e propaganda; organizzò il servizio stampa e propaganda nella parte occidentale della Provincia con l'aiuto del P.C.I. che mise a disposizione tutti i suoi mezzi;  pose mano alla pubblicazione di manifesti di propaganda di varie dimensioni, lanciandone circa 30 tipi per un numero complessivo di circa 25.000 copie.
Il C.L.N. provinciale provvide a far stampare 40 tipi differenti di manifestini (nella tipografia di Villa Talla) per complessive 50.000 copie e ne curò l'affissione e la distribuzione.
Altre 20.000 copie di volantini diversi giunsero da Savona e da Genova. Furono diffuse parecchie migliaia di opuscoli di propaganda; stampigliate sui muri della città varie scritte antifasciste ed antitedesche.
Francesco Biga, Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), Vol. III. Da settembre a fine anno 1944, a cura Amministrazione Provinciale di Imperia e con patrocinio Isrecim, Milanostampa Editore - Farigliano, 1977
A metà settembre 1944 il Comando della divisione Cascione, dislocato a Piaggia, trasferì il tipografo Enrico Amoretti dalla tipografia di Villa Talla a quella di Realdo in valle Argentina, piccola tipografia parrocchiale installata nella canonica del paese, dove si stampavano foglietti a carattere religioso.
Per convincere il parroco don Peitavino a mettere a disposizione della Resistenza la tipografia, il comandante della V brigata Vittò aveva mandato don Micheletto (Domino Nero), parroco di Cetta [in effetti, prima di entrare in clandestinità, Don Micheletto era a Camporosso], a parlamentare con lui.
Il parroco di Realdo mise a disposizione il macchinario al quale s'impegnò personalmente, coadiuvando nel lavoro di stampa Ferdinando Peitavino (Silla) di San Remo [in effetti di Isolabona, in Val Nervia], Lorenzo Musso (Sumi) e l'Enrico Amoretti, il dottor Millo e un compagno di Pigna. Così il 20 di settembre, come periodico della II^ divisione Cascione, uscivano il primo numero del giornaletto Il Garibaldino  (3° della serie), su otto facciate, ed il primo quantitativo di tesserini di riconoscimento da distribuire ai garibaldini.
Il 26 ed il 27 del mese stesso i responsabili dei settori A, B, C (San Remo, Imperia, Albenga), informavano la Federazione del P.C.I. d'Imperia ed il Comando della Cascione di aver ricevuto i plichi contenenti i giornaletti Il Garibaldino, l'Unità del 19.9.1944 (edizione imperiese) e il volantino Ordine di mobilitazione volontaria con l'invito di rientro a tutti i partigiani che si erano allontanati. Gli addetti dei tre settori provvedevano subito a distribuire il materiale di propaganda.
Durante il grande rastrellamento di Pigna-Upega dell'8-22 ottobre 1944, il tipografo Enrico Amoretti, che aveva seguito il Comando della divisione garibadina, fu catturato ad Upega dai Tedeschi, ma dopo due giorni, liberato, ritornò alla tipografia di Realdo dove trovò le SS tedesche che stavano confrontando i caratteri tipografici con quelli dei giornaletti; però, siccome quelli usati per la stampa clandestina erano tenuti nascosti, non scoprirono il corpo del reato [...]
Francesco Biga, Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), Vol. III. Da settembre a fine anno 1944, a cura Amministrazione Provinciale di Imperia e con patrocinio Isrecim, Milanostampa Editore - Farigliano, 1977

lunedì 12 ottobre 2020

Testaverde Alfonso alias Tullio è stato inquadrato nelle forze di questo comando sin dalla fase cospirativa




La signora Angela Maria Calvi Testaverde

La signora Angela Maria Calvi Testaverde

Una cerimonia del 90° Reggimento, cui appartenne l'allora tenente Alfonso Testaverde

[  Vengono qui pubblicati due documenti ed alcune fotografie inviate dal signor Franco Testaverde, figlio di Alfonso Testaverde, ufficiale di carriera, e di Angela Maria Calvi, nata a Sanremo il 16 gennaio 1925, di storica famiglia della Città dei Fiori, all'epoca dei fatti qui di seguito tracciati non ancora sposati, entrambi ferventi patrioti antifascisti, la signora quale staffetta partigiana. Per una migliore comprensione del contesto si aggiungono, inoltre,  alcune debite informazioni   ]

Nei primi di ottobre 1943 Bruno "Erven" Luppi dopo varie peripezie raggiunge la sua abitazione a Taggia … In quel periodo entra a far parte del Comitato di Liberazione di Sanremo, come rappresentante insieme al Farina del PCI, con l’incarico di addetto militare. Organizza pure il CLN di Taggia … Il gruppo prende pure contatto con la banda armata di Brunati, dislocata a Baiardo e con altre formatesi in Valle Argentina.                                                                                               Francesco Biga in Atti del Convegno storico LE FORZE ARMATE NELLA RESISTENZA di venerdì 14 maggio 2004, organizzato a Savona, Sala Consiliare della Provincia, dall’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea della provincia di Savona (a cura di Mario Lorenzo Paggi e Fiorentina Lertora)

[…] l’eroica Meiffret, nella cui villa di Baiardo si costituirono le prime bande armate della zona e che in seguito doveva subire la tortura e gli orrori del campo di concentramento in Germania; il giovanissimo poeta Brunati spentosi nelle prigioni di Genova [in effetti dalle carceri prelevato per essere fucilato dalle SS il 19 maggio 1944 sul Turchino] […] il pittore Porcheddu; il Maggiore Enrico Rossi […] Chi potrà enumerare gli episodi infiniti, talvolta veramente eroici, di cui questi uomini, ai quali era solo compenso la coscienza del dovere adempiuto, furono i protagonisti nei lunghi mesi del terrore nazifascista? Le riunioni segrete sotto l’incubo della delazione […]                                         Mario Mascia, L’epopea dell’esercito scalzo, Ed. ALIS, 1946, ristampa del 1975

Viene arrestato il Brunati, che era specialmente in rapporti di amicizia con Calvini G.B. e con la sig.na Meiffret. Vi sono degli arresti anche fra i membri del già citato Comitato interpartitico che teneva le sue riunioni nel palazzo della sig.na Meiffret, e di cui faceva parte Erven [...] ...] Renato Brunati … sig.na Meiffret (che risiedeva in Sanremo, ma lavorava per l’antifascismo particolarmente in collegamento con Renato Brunati) [...]                                                                                                         Giovanni Strato, Storia della Resistenza imperiese (I^ zona Liguria) - Vol. I. La Resistenza nella provincia di Imperia dalle origini a metà giugno 1944, Sabatelli Editore, Savona, 1976


Imperia - Giunge ora notizia che il 5 corrente la G.N.R. dopo lunghe e laboriose indagini ha arrestato il maggiore Enrico ROSSI, il tenente Alfonso TESTAVERDE e il tenente Angelo BELLABARBA *. I tre ufficiali, provenienti dal servizio permanente dell'ex esercito regio, avevano tenuti contatti con la professoressa Emanuela MAIFRETT e con l'amante di lei, Renato BRUNATI, già arrestati dalla G.N.R. il primo marzo c.a. e consegnati alle S.S. di Genova, perché responsabili di attività sovversiva [...] i tre arrestati distribuivano stampati di licenza illimitata ad ex militari non in regola, arruolavano persone per un costituendo battaglione "Principe di Piemonte", sovvenzionavano ex militari, facevano parte del comitato direttivo di liberazione nazionale. I tre ufficiali sono stati consegnati alle S.S. germaniche di Imperia. Le indagini proseguono per scoprire eventualmente altri correi.                                                                                                                                              Notiziario della Guardia Nazionale Repubblicana del giorno 11-06-1944, p. 27    
[* Angelo Bellabarba, nato a Montegiorgio (AP) l'11 ottobre 1913, domiciliato in  Vallecrosia, deportato per motivi di sicurezza, giunse a Flossenbürg il 07/09/1944, fu trasferito a Hersbruck e Dachau, fu liberato dagli americani, morì a Monaco di Baviera il 26 luglio 1945 per malattia contratta durante la detenzione]


[...] Oggetto: Magg. ftr.spe.TESTAVERDE Alfonso - classe 1915 - In relazione alla nota sopra distinta, si comunica che risulta quanto segue: "Testaverde Alfonso di Ettore e di Virginia Romano, nato a Napoli il 29-5-1885 [data errata: l'anno di nascita era, come scritto poco sopra, il 1915], domiciliato in Sanremo, di professione Capitano Esercito, arrestato il 6-5-944 in S.Remo per ordine del Comando Provinciale. Introdotto in questo carcere il 7-5-944 proveniente da S.Remo e consegnato dall'Arma dei carabinieri per rimanere a disposizione del C.P.G.N.R. [Comando Provinciale della Guardia Nazionale Repubblicana], anzi SS Tedesca, per misure di pubblica sicurezza. Rilasciato il 28-7-944 a seguito di ordine della SS Tedesca. IL DIRETTORE SUPERIORE (Dr. G. Puggioni) [...]                                                                                                                                                      Direzione Carceri di Imperia, 23 marzo 1960

COMITATO DI LIBERAZIONE NAZIONALE   Corpo Volontari della Libertà   Comando Brigate Cittadine "Giustizia e Libertà"  SANREMO  Si certifica che Testaverde Alfonso alias Tullio è stato inquadrato nelle forze di questo comando sin dalla fase cospirativa e cioé dal febbraio del 1944 quale organizzatore. Ha preso anche parte come sapista alla insurrezione iniziatasi il 24 aprile 1945 [...] IL COMANDO BRIGATE CITTADINE G. L. (Lanero Gerolamo) (Garbarino Francesco Maria) [...]

Sulla mia supposta "amicizia" con Italo Calvino sono circolate a Sanremo molte innecessarie dicerie. Alcuni trovavano incredibile che, dato lo scarto di età, un’amicizia fra di noi fosse possibile. L’argomento, di per sé, non è affatto probante, perché ero un ragazzo precoce i cui amici furono quasi sempre maggiori di età, con differenze che andavano dall’uno ai cinque anni, rispettivamente con Mario Mignone, Renato Zaccari, Giuliano Martini, Guido Giorgi (il fratello Giorgio era invece uno dei pochi ad essere piú giovane di me), Carlo Mager (che frequentavo piú del fratello Paolo, pur mio coetaneo), Franco Martini, Franco Giordano, Libereso Guglielmi), con punte sino ai sette anni (Gerolamo Lanero) o addirittura ai sedici anni di scarto che mi separavano da Luciano Sceriffo [...] Quando, il Primo Maggio 1986, chiacchierai per parecchie ore con la vedova Calvino nel suo appartamento romano, Le spiegai che non ero mai stato un "amico intimo" di suo marito, anzi, dissi un po' in tono di celia, piuttosto un "nemico intimo". Prima che le potessi raccontare come l'inimicizia (del tutto circostanziale e provvisoria) derivava da un opposta concezione della Rivoluzione di Ottobre, m'interruppe dicendomi che Italo le aveva rivelato l'esistenza di un "nemico", che sarebbe stato anche l'uomo piú colto di Sanremo. La rassicurai, non si trattava di me, bensí di Gerolamo Lanero e le spiegai chi fosse stato. Nei miei articoli precedenti o nel mio libro su Calvino mi limitai ad accennare ad episodi che fossero avallati da testimonianze di persone ancor vive e che potessero accomunarci nei loro ricordi: Libereso Guglielmi, Angelo Nurra, Tito Barbé, Gildo Carrugati (il quale, come me, frequentava Lanero e la ristretta cerchia degli appassionati del jazz che si riuniva periodicamente nella sua casa di San Martino, e che conosceva tutti i retroscena del suo dissidio con Calvino, risalente agli anni liceali) e qualche altro. Pietro Ferrua, Incontri e scontri con Italo Calvino, 25 aprile 2012 in Ra.forum

Luigi Asquasciati riassunse la direzione della Biblioteca nel 1949 o poco dopo, succedendo a Gerolamo Lanero. Associazione Italiana Biblioteche

La storiografia non si è mai dilungata sulle formazioni di Giustizia e Libertà nell'imperiese  ]          

domenica 11 ottobre 2020

Radio Londra e le reclute partigiane

Torrazza, Frazione di Imperia - Foto:
 
Cresceva l'odio verso i nazisti, a causa dei quali la situazione diventava sempre più insostenibile; si sentiva parlare di attentati contro i tedeschi, ma pochi di noi conoscevano come avvenivano.
Il 14 dicembre 1943 per la prima volta da Torrazza
[Frazione di Imperia] sento le raffiche dei mitragliatori nello scontro di Montegrazie fra partigiani e militari fascisti.
Entusiasta di quella battaglia non valutavo il pericolo che si stava creando con la guerra partigiana, e dentro di me sentivo un gran desiderio di essere uno di loro, ma non ancora chiamato alle armi continuavo il mio lavoro, esposto ai bombardamenti.
La guerra si aggravava sempre di più, mentre ogni giorno le bande partigiane crescevano di numero .
Migliaia di persone venivano deportate nei campi di concentramento e i fascisti appoggiavano i nazisti in tutte le loro azioni più criminose.
L'otto giugno 1944 appare sui muri il bando fascista che recluta la mia classe. Quel manifesto cui ero già preparato, non mi aveva sorpreso e quasi ne provai  piacere.
Molti amici mi avevano già preceduto sui monti, non mi rimaneva che seguirli.
Lasciato il lavoro, il 9 di giugno mi nascondo nella mia casa isolata di campagna.
Disapprovato dai miei genitori, mi preparavo per l'imminente partenza.
Il giorno 11 successivo ci raduniamo nell'unica osteria del paese di Torrazza; con me sono Giuseppe Baria e Raffaele, la sala è vuota, vociferando stabiliamo il giorno della partenza in modo da avvertire tutti i compagni che vogliono seguirci e, mentre continua il nostro colloquio, accendiamo la radio per sentire le ultime notizie che possono riguardarci.
Con il volume appena udibile, ci sintonizziamo su radio Londra.
L'indimenticabile "tamtam", seguito dal bollettino di guerra, annunciava le notizie del fronte, proseguendo poi con le notizie della guerra partigiana e con una serie di bollettini in codice a noi incomprensibili.

Torre antibarbaresca di Torrazza - Foto:

11/6/44
Sono alla vigilia di quella indimenticabile partenza; seduto attorno al tavolo vicino a mio padre e a mia madre, ho appena finito di cenare. In casa mia c'è silenzio, sono preoccupato, nel mio entusiasmo nascondo un po' di paura; nello sguardo dei miei genitori c'è tanta malinconia. La mamma mi volta le spalle per nascondere le lacrime; sebbene mio padre capisca che quella é l'unica via che mi rimane, nel suo sguardo leggo disapprovazione. Per alcuni minuti mi trattengo con loro, provo una voglia matta di rimanere, ma non trovo più parole per tergiversare ancora. Mi alzo di scatto, inforco lo zaino sulle spalle e senza voltarmi saluto con un nodo alla gola uscendo quasi di fretta, allontanandomi nel buio.
Mentre proseguo su di una scaletta in mezzo al vigneto, guardo ancora una volta la mia casa; attraverso l'uscio le ombre dei miei genitori sono proiettate fuori dalla luce di un lume a petrolio. Come assalito da un rimorso, mi volto verso la strada per non pensarci, mi avvio sulla mulattiera verso Torrazza, proseguo oltre il paese e raggiungo la vecchia torre, dove avevamo fissato il luogo dell'appuntamento.
Quell'antica costruzione ancora una volta serviva, se pur brevemente, per sfuggire a un nuovo invasore.
Pochi scalini pericolanti mi conducono all'entrata, resto solo nel buio per mezz'ora, dopodiché mi raggiunge Ernesto Corradi detto "Nettu", promotore dell'appuntamento. Trascorriamo quasi tutta la notte al buio nel silenzio della torre, in attesa degli altri compagni. Prima dell'alba il rumore di svariate persone ci fa capire che i nostri amici stanno arrivando; un po' guardinghi ascoltiamo le voci che si approssimano. Con loro ci sono altri compagni del vicino paese di Piani [Frazione di Imperia]. Ci salutiamo nel buio con qualche battuta scherzosa e proseguiamo subito verso i monti.
12/6/44
Siamo in diciotto, senza una meta precisa camminiamo verso un destino che ci riserverà giorni spaventosi. Fra lo scalpitio dei nostri passi, seguo i vari discorsi di quei compagni, penso alle nostre famiglie e al nostro paese che, dopo il nostro gesto, sarebbero diventati motivo di rappresaglia delle milizie fasciste. Preoccupato del nuovo giorno cui andavo incontro, mi tormentavo inutilmente per una realtà che ancora non conoscevo. Raggiunta la chiesetta di Santa Brigida, è quasi l'alba; il cielo si è tinto di rosa e lontano si scorgono nitide le cime dei monti. Proseguiamo inoltrandoci nel bosco che fiancheggia monte Faudo. Ormai si è fatto giorno, finito il bosco siamo nei prati, la visibilità è buona, camminiamo osservando lontano con la speranza di incontrare i partigiani. In prossimità di monte Moro scorgiamo in basso verso Villa Talla [Villatalla, Frazione del comune di Prelà (IM)], fra le piante, qualcosa che luccica sotto i raggi del sole: è un gruppo di uomini armati che sale verso di noi. Seduti sul prato attendiamo l'avvicinarsi di quegli uomini che, senza dubbio, dovevano essere partigiani. Dopo venti minuti il gruppo è vicino sotto di noi. Riconosco subito due compagni che mi avevano preceduto su quelle montagne. Sono Luciano Sciorato e Nardetto. Ci dicono di far parte della banda "Ivan" (Giacomo Sibilla) e che sono di ritorno da una missione. Ci aggreghiamo a quel gruppo e con loro raggiungiamo il comando della banda a Costa di Carpasio [località di Montalto Carpasio (IM)]. La presenza di tanti partigiani che mai avevo visto prima, mi faceva quasi paura. Uomini equipaggiati con poche armi, tutte di tipo diverso, sdraiati qua e là sotto le piante, vestiti con abiti civili, molti con la barba lunga, alcuni feriti. Solo al cinema avevo vi­ sto quello che in quel momento vedevo e ciò mi impressionava molto. Seduto sotto i castagni in mezzo a quegli uomini, provati da una vita impossibile, mi sentivo a disagio. La presenza di tanti partigiani che mai avevo visto prima, mi faceva quasi paura. Uomini equipaggiati con poche armi, tutte di tipo diverso, sdraiati qua e là sotto le piante, vestiti con abiti civili, molti con la barba lunga, alcuni feriti. Solo al cinema avevo visto quello che in quel momento vedevo e ciò mi impressionava molto. Seduto sotto i castagni in mezzo a quegli uomini, provati da una vita impossibile, mi sentivo a disagio. In quella banda c'era pure una giovane donna detta "Candacca" (Pierina Boeri), che il giorno prima si era battuta contro i nazifascisti nella battaglia di Badalucco. Cominciavo a capire quale era la vita e il pericolo cui andavo incontro. Sentivo parlare di guerra, di attentati e torture; discorsi che mi facevano paura, ma per nessun motivo sarei tornato indietro, e col passare delle ore mi sentivo già dei loro. Ero giunto cosi al termine di una giornata in cui mi ero fatto un'idea di quello che stavo per affrontare. Prima del tramonto la banda si trasferisce; una parte delle attrezzature è caricata sui muli e col sopraggiungere della notte partiamo verso una destinazione sconosciuta. Accodati a quella colonna in marcia, imbocchiamo al buio la strada di Carpasio; appena nel paese ci viene distribuito pane e formaggio e verso mezzanotte giungiamo a Prati Piani. La sosta per quella notte sembrava definitiva; eravamo molto stanchi, alcuni, coricati sul margine della strada, dormivano già [...] 
Giorgio Lavagna (Tigre), Dall'Arroscia alla Provenza, Fazzoletti Garibaldini nella Resistenza, Isrecim - ed. Cav. A. Dominici - Oneglia - Imperia, 1982
 

venerdì 9 ottobre 2020

... avvistava nei pressi di Drego una colonna di nazifascisti

Drego - Fonte: Andagna

Il 13 [aprile 1945] nei pressi di Passo Drego, sulla strada che porta a Rezzo, una pattuglia garibaldina investe con raffiche di mitra un gruppo di Tedeschi conducenti carriaggi, i quali si danno alla fuga, e sono recuperati alcuni quintali di viveri. Nella notte tra il 14 e il 15 una squadra dell'VIII° Distaccamento in missione a Taggia, appostatasi sulla Via Aurelia, raffica un camion tedesco, causando la morte di due soldati e il ferimento grave di un terzo. Ancora sulla Via Aurelia, nei pressi di San Lorenzo al Mare, una squadra partigiana della IV^ Brigata ["Elsio Guarrini", della II^ Divisione "Felice Cascione"] a distanza ravvicinata attacca con armi automatiche e bombe a mano carriaggi tedeschi in transito: il nemico lascia sul terreno due soldati morti e altri quattro gravemente feriti; anche due cavalli muoiono, colpiti dalle raffiche. Un'altra squadra, munita di lanciagranate, in agguato sulla Via Aurelia attacca un automezzo tedesco, il quale sbanda: due soldati rimangono sul terreno, nessuna perdita partigiana. Ancora il 15 alcuni combattenti del III° Battaglione ["Orazio 'Ugo' Secondo" - comandante "Veloce", Ermanno Sebastiano Martini] della IV^ Brigata in missione ad Arma di Taggia nella zona del Giro del Don investono con raffiche di armi leggere una macchina con ufficiali tedeschi a bordo: due di essi sono colpiti a morte. 
Importanti notizie sui movimenti del nemico sono fornite ai Comandi partigiani dal dottor Denza, maggiore medico della Brigata Nera, il quale collabora con la Resistenza: per lui viene emesso un salvacondotto con ordine di non molestarlo in caso di arresto. 
Il 15 aprile guastatori del comando della IV^ Brigata minano e distruggono un ponte di fortuna ricostruito dal nemico in Valle Argentina.
Francesco Biga (con la collaborazione di Osvaldo Contestabile), Storia della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria), Vol. IV. Da Gennaio 1945 alla Liberazione, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, Grafiche Amadeo, 2005, pp. 287-288 


Il 17 aprile 1945 garibaldini del IV° Distaccamento "Semeria" del II° Battaglione "G.B. Rodi" della IV^ Brigata "Elsio Guarrini" collocarono sulla strada di Castelvecchio di Imperia una mina anticarro che alle 21 veniva urtata da un camion tedesco: il conducente del mezzo riportava gravi ferite ed il traffico rimaneva bloccato per circa 7 ore.
Lo stesso giorno una squadra del I° Distaccamento "Riccardo 'Cardù' Vitali" del I° Battaglione "Mario Bini" della V^ Brigata
"Luigi Nuvoloni" della II^ Divisione "Felice Cascione", appostata sulla strada Apricale-Baiardo verso le 22 apriva il fuoco contro 4 tedeschi che si dirigevano a cavallo verso Baiardo: venivano uccisi 3 soldati nemici, mentre il quarto, pur ferito, riusciva a fuggire.
Una squadra, sempre della V^ Brigata
, al comando di "Tritolo" (Pier Luigi Daniele), attaccava il presidio di Carmo Langan nel comune di Castelvittorio (IM), esplodendo 5 colpi di mortaio che costrinsero i nemici ad andare allo scoperto e subire i colpi di mitraglia dei garibaldini appostati nei pressi dell'accampamento nemico.
Sulla strada Ceriana-Baiardo altri garibaldini della V^ Brigata attaccarono quel giorno un'automobile tedesca, causando il ferimento di un capitano.
Il 18 aprile il V° Distaccamento "Silvio Lodi" del I° Battaglione "Marco Dino Rossi" della V^ Brigata verso le ore 12 "avvistava nei pressi di Drego una colonna di nazifascisti provenienti da Molini [di Triora (IM)]-Rezzo. Immediatamente un uomo avvertiva il comandante, il quale partiva con 8 uomini armati di armi automatiche e prendevano posizione nei pressi di Monte Grande. Verso le ore 13 il comandante ordinò il fuoco sulla colonna che marciava, occultandosi per non avere sorprese da parte nostra, infliggevano gravi perdite all'avversario, costringendola alla fuga disordinata. La battaglia è durate 4 ore. La perdita nemica ammonta a 6 morti, diversi feriti ed un mulo morto": così riportava un rapporto in data 23 aprile del comando della V^ brigata al comando della II^ Divisione "Felice Cascione".

Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell'Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e della Storia Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945) - Tomo I - Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Facoltà di Scienze della Formazione, Corso di Laurea in Pedagogia - Anno Accademico 1998 - 1999
 
13 aprile 1945 - Dal comando della V^ Brigata "Luigi Nuvoloni" della II^ Divisione "Felice Cascione", prot. n° 186, ai comandi del I° Battaglione "Mario Bini", del II° Battaglione "Marco Dino Rossi" e del III° Battaglione "Candido Queirolo" - Comunicava quali zone da controllare continuamente, con posti di blocco fissi con almeno 5 uomini ed 1 mitragliatore, le rocche di Drego [nel comune di Molini di Triora (IM)], la strada Molini-Langan, la strada sovrastante Molini di Triora, la strada Taggia- Badalucco, i paesi di Baiardo e di Ceriana, che occorreva attaccare i presidii nemici e, qualora non possibile, almeno disturbare i movimenti dei nazifascisti, che "si provveda allo stato di assedio per Molini e Langan [località in altura del comune di Castelvittorio (IM)], possibilmente anche per Baiardo".
22 aprile 1945 Dal Sezione SIM [Servizio Informazioni Militari] della V^ Brigata "Luigi Nuvoloni" della II^ Divisione al comando della V^ Brigata - Riferiva che il giorno 20 reparti nemici avevano compiuto un'azione nella zona del I° Battaglione "Marco Dino Rossi": divisi in due colonne, una aveva colpito la strada carrozzabile, l'altra le pendici del Monte Ceppo [nel comune di Baiardo (IM)], dove si era scontrata con il III° Distaccamento; che nello scontro era morto l'ausiliario San Remo [Andrea Grossi Bianchi, nato a Sanremo il 22 maggio 1922]; che il Distaccamento era riuscito a sganciarsi portando via tutto il materiale, tranne i viveri che erano stati depositati nel magazzino della Brigata.
22 aprile 1945 - Dal comando della II^ Divisione, Sezione Propaganda - Bollettino n° 2 delle azioni partigiane: il 17 aprile il II° Battaglione "G.B. Rodi" della IV^ Brigata "Elsio Guarrini" aveva collocato una mina anticarro a Castelvecchio di Imperia; nella notte tra il 14 ed il 15 una squadra dell'VIII° Distaccamento ["G.B. Boeri"] della IV^ Brigata, dopo aver sequestrato nell'abitazione di un maresciallo a Taggia (IM) un quintale di farina, al ritorno sulla Via Aurelia aveva attaccato un carro tedesco, causando la morte di 2 soldati; in un'azione su Pietrabruna (IM) del 15 era morto il garibaldino Casto [Antonio Castello] del VII° Distaccamento ["Romolo"] del III° Battaglione ["Artù"]; non era pervenuto l'elenco delle operazioni effettuate dalla V^ Brigata.
22 aprile 1945 - Dal comando della II^ Divisione, prot. n° 75, al Comando Operativo della I^ Zona Liguria - Comunicava: il 13 aprile l'arrivo di 19 soldati della X^ MAS [già di stanza a Sanremo] presso la V^ Brigata; l'operazione contro le Rocche di Drego [comune di Molini di Triora (IM)]; l'azione su Pietrabruna (IM) del 15; l'attacco del Distaccamento "Angelo Perrone" sulla Via Aurelia il 16; le azioni già segnalate dai comandi della IV^ "Elsio Guarrini" e della V^ Brigata "Luigi Nuvoloni" alla II^ Divisione.
da documenti Isrecim in Rocco Fava, Op. cit., Tomo II
 

domenica 4 ottobre 2020

Stragi alla foce del Centa fra il 1944 e il ’45

Il bunker alla foce del torrente Centa in Albenga (SV) - Fonte: Wikipedia

Fra l’ottobre del 1944 e l’aprile del ’45 ad Albenga, in via Trieste, in uno degli edifici Incis al momento disabitati, ma che in passato avevano ospitato famiglie di dipendenti statali, si insedia la Feldgendarmerie Trupp, un distaccamento della polizia militare della Wehrmacht che dipende dal 1° Battaglione dell’80° Reggimento Granatieri della 34ª Divisione.
Il 1° Battaglione, comandato dal capitano della riserva Gerhard Dosse, un insegnante prestato all’esercito e noto per la sua ferocia e lussuria, presidia la zona fra  Andora e Ceriale tramite singoli distaccamenti come quello ingauno e dipende a sua volta dall’80° Grenadier-Regiment, di stanza a Villa Grock, ad Oneglia.
Questo Reggimento è posto sotto il comando del colonnello Klaus Stange con il compito di controllare l’area compresa fra Imperia e Albenga e risponde alla 34ª Infanterie-Division, sotto l’alto comando del generale Theobald Helmut Lieb, che presidia il Piemonte meridionale e la Liguria occidentale. A capo della Feldgendarmerie c’è il maresciallo Fritz Friederich Strupp, da cui dipendono il sergente maggiore Alfred Fuchss, il caporale Johann Hans Nüsslein e una decina di graduati tedeschi. Li affianca un fascista, Luciano Luberti, che, arruolatosi nella Wehrmacht dopo l’8 settembre, è stato addestrato in Germania e, con il grado di caporalmaggiore, funge da interprete. 

Per effettuare azioni di rastrellamento e interventi di controllo del territorio, la Feldgendarmerie si avvale delle truppe del capitano Dosse e dei fascisti della Brigata nera locale intitolata a “Francesco Briatore”, fra i quali spicca per efferatezza Romeo Zambianchi. 

Le stragi a opera della Feldgendarmerie avvengono nei pressi della foce del fiume Centa, un’area pressoché inaccessibile alla popolazione sia per la presenza di fortificazioni militari erette dalla Todt in funzione antisbarco, sia per la vigente ordinanza del coprifuoco, che va dalle 17.30 alle 6 del mattino, sia infine per l’impraticabilità della zona, collocata fra la stazione ferroviaria e il mare e ricoperta da sterpaglia e canne. 

E’ tuttavia importante notare che, nel caso di Albenga, la procedura esecutiva messa in atto dalla polizia militare tedesca riflette solo parzialmente le misure repressive indicate dal sistema di ordini emanato il 17 giugno 1944 dal feldmaresciallo Kesselring. In tale sistema al rastrellamento, generalmente conseguenza di attacchi partigiani, segue la cattuta di civili sospettati di essere complici o parenti dei “banditi”, il loro concentramento presso strutture di raccolta, quindi l’interrogatorio aggravato dal ricorso a forme di tortura e, infine, la selezione dei “validi”, non coinvolti nel partigianato, che vengono inviati al lavoro in Germania, dai restanti prigionieri, destinati a formare un serbatoio di ostaggi funzionale a eventuali rappresaglie. 

In questo modo la procedura dei rastrellamenti, di per sé aberrante, assumeva il significato di un concreto monito rivolto alla popolazione per dissuaderla dall’offrire aiuto ai ribelli. La Feldgendarmerie di Albenga si discosta però da tali procedure mettendo in atto alcune modalità esecutive che eccedono in efferatezza la tattica imposta dalle direttive superiori. Fra queste si osserva: il frequente ricorso a segnalazioni di spie locali, sovente prive di qualsiasi fondamento; la forte propensione a far leva - grazie soprattutto alla stretta collaborazione con fascisti del calibro di Luberti e ingauni privi di scrupoli come il Zambianchi - su conflitti individuali e su contese di natura privata preesistenti fra le famiglie per provocare scontri, avviare rastrellamenti di cittadini e razzie e saccheggi dei loro beni; la “corte marziale”, priva d’ogni fondamento di legalità, allestita dal Dosse nella Feldgendarmerie; oppure ancora la tendenza a strumentalizzare con particolare pervicacia “l’invidia” personale e di classe, diffusa sul territorio anche a fronte del benessere di proprietari di aziende agricole, attività commerciali e imprese artigianali presenti in una piana come quella del Centa che, per estensione e fertilità, costituisce da sempre un’eccezione fra le modeste aree coltivabili del savonese. A queste costanti, occorre aggiungere le perplessità che i rastrellamenti di civili effettuati dai nazifascisti dell’albenganese
suscitano se interpretati, secondo la consuetudine, come deterrente in risposta a eventuali azioni partigiane o in funzione di possibili selezioni di personale valido e idoneo al lavoro rispetto a soggetti inabili. In altri termini, la Feldgendarmerie agisce con un surplus di crudeltà apparentemente gratuita e ingiustificata rispetto alle logiche belliche correnti e, data la frequenza e le dimensioni quantitative delle stragi di civili effettuate, non trova riscontro in altri eccidi avvenuti nel biennio 1944-’45 nel savonese né in altre zone operative liguri.

A titolo esemplificativo, tra gli episodi di delazione, ricordo la spiata di Roberto Richero che, denunciando i Gandolfo, ricchi proprietari di un’azienda agricola a Ortovero, per aver fornito viveri ai partigiani, offrì il destro alla Feldgendarmerie per impossessarsi dei beni della famiglia Gandolfo, farne razzia e per procedere all’arresto prima di Silvestro e poi di Amerigo, che si era presentato al distaccamento per chiedere il rilascio del fratello. Entrambi, pur non avendo mai dato prova di convinzioni politiche antifasciste, vengono fucilati il 16 dicembre 1944 insieme a Gino Zunino, un giovane cestaio di 18 anni, forse renitente alla leva. 

Un altro episodio in cui la spiata di un concittadino diventa l’occasione perchè la Feldgendarmerie attui le sue trame criminose è data dall’arresto a Villanova di Albenga di Pietro Navone, ricco macellaio del paese, con i due figli Annibale e Alfredo. L’accusa di aver fornito cibo ai partigiani gli viene mossa da Giovanni Navone, detto “il Pipetta”, non imparentato con l’omonima famiglia di Villanova. Poco importa che - come in regime d’emergenza poteva capitare - i Navone fossero stati indotti con la forza a consegnare le loro carni ai partigiani.
L’occasione è sufficiente per dare modo ai gendarmi tedeschi e alle Brigate nere di saccheggiare per una settimana i beni dei tre, i quali vengono fucilati il 27 dicembre del ’44 presso la foce del Centa con altri 4 ostaggi.

Alle vicende ingaune sono anche legate due macabre beffe. La prima rimanda al proclama del 29 dicembre 1944, emesso dal commissario prefettizio maggiore Bruno Pacifici, che sollecita la popolazione a sostenere con denaro le famiglie dei concittadini economicamente in difficoltà per l’arresto dei loro congiunti che si ritiene siano imprigionati presso la Feldgendarmerie o le carceri savonesi di Sant’Agostino.
L’offerta in denaro, che pare sia stata consistente, conferma che gli albenganesi sono all’oscuro delle reali macchinazioni dei nazifascisti. La seconda richiama la “tragica messinscena” della sera del 12 gennaio ’45, quando Luberti, in seguito a un sommario processo in cui ha riferito a 13 ostaggi che la loro condanna consiste in alcuni mesi da scontare nelle carceri di Sant’Agostino, mette nelle loro tasche
un biglietto ferroviario con destinazione Savona.
La verità emerge soltanto grazie alla fortuita fuga di uno degli ostaggi, Bartolomeo Panizza, attivo come Sap ad Albenga. Egli percorre sotto scorta con gli altri ostaggi il sentiero che dalla stazione ferroviaria conduce alla foce del Centa ma, giunto nel bunker di raccolta, riesce a liberarsi raggiungendo poi il Distaccamento di Domenico Trincheri (“Domatore”). Alla fuga rocambolesca del Panizza assiste accidentalmente anche Luigi Pesce, noto come “Luassu”, un partigiano incaricato dai compagni di esplorare la zona mare per verificare cosa avvenga in quell’area impraticabile. Durante il processo all’ex capitano Dosse, accusato di “reato continuato di violenza con omicidio da parte di militari nemici contro privati italiani”, la condanna imputatagli si ridurrà alle sole vittime del 12 gennaio ’45, ossia alla dozzina di civili sulla cui morte hanno testimoniato il superstite Bartolomeo Panizza, Luigi Pesce in quanto testimone oculare, nonché don Giacomo Bonavia, a conoscenza dei fatti per essere stato a sua volta catturato come ostaggio ma poi fortunatamente liberato per l’intercessione di Monsignor Cambiaso, vescovo di Albenga.
 

Le stragi di civili presso la foce del Centa si succedono nelle seguenti date: 3, 16, 27 e 28 dicembre del ’44, in cui rispettivamente vengono fucilate 4, 3, 7 e 15 persone. Le stragi del 1945 avvengono il 12 e il 22 gennaio e il 18 e il 19 febbraio. Le vittime in questo caso sono costituite da gruppi formati da 12, 5, 6 e 5 persone. A fine guerra, fra il 6 e l’8 giugno 1945, in tre successivi disseppellimenti, vengono estratte dalle 7 fosse comuni ben 59 salme. Di queste, due soltanto non sono riconoscibili. Procedendo all’identificazione delle vittime, il dottor Marcello Navone, Vicepretore del Mandamento, e il dottor Mario Pagliari, Ufficiale sanitario del Comune di Albenga, annotano particolari raccapriccianti (“teschio irriconoscibile... mancante della dentatura superiore... alla caviglia del piede destro una ferita di pallottola... col volto irriconoscibile... dentatura mancante di denti”), segno indubbio delle torture cui vennero sottoposti gli ostaggi. Dei 57 corpi identificati: 5 appartengono a donne e soltanto 10 a partigiani. Per quanto concerne le classi di età: 11 vittime hanno meno di 20 anni (il 19,2%), 12 hanno un’età compresa fra i 20 e i 30 anni, 16 si collocano fra i 31 e i 40 anni, 10 fra i 41 e i 50 anni, 4 fra i 51 e i 60 anni e altrettanti nella fascia dai 61 anni in su. L’occupazione più diffusa è certamente il lavoro della terra, che impegna 15 agricoltori, ma ci sono anche piccoli commercianti e diversi esponenti d’una variegata serie di mestieri legati all’artigianato (molti ortolani, 3 cestai, un barbiere, un falegname, alcuni fornaciai e meccanici, un carrettiere e un fabbro), mentre scarsi sono i salariati dell’industria. Si distinguono inoltre alcuni cittadini benestanti (3 commercianti) e una famiglia di macellai. Per quanto concerne la provenienza, la maggior parte delle vittime è nata ad Albenga (11), Villanova d’Albenga (11) e Ortovero (6); 18 sono invece nativi di comuni limitrofi, ossia: Cisano, Garlenda, Borghetto d’Arroscia, Arnasco, Vendone, Pieve di Teco, Castelvecchio di Roccabarbena, Alassio, Loano, Finale e Stellanello; 3 provengono dal Ponente genovese; 4 dal “basso Piemonte”, 3 dalle province di Ferrara e di Padova e uno da Gela. Il gruppo più numeroso riflette il profilo sociale e professionale dell’area in cui le stragi sono avvenute è infatti formato da maschi di età compresa fra i 20 e i 40 anni, che costituisce il 49,1% del totale delle vittime, opera nel settore agricolo e proviene da Albenga o da paesi vicini.
Infine, per quel che riguarda i criminali nazifascisti responsabili degli eccidi, rispetto alla componente italiana, l’unico a subire la condanna a morte per fucilazione, imputatagli il 21 marzo 1946 dalla Corte d’assise straordinaria costituita a Savona per i reati di collaborazionismo, è Matteo Zambianchi. Il Luberti, cui è imputata la medesima condanna con sentenza del 24 luglio 1946, nel 1949 ottiene la commutazione della pena nell’ergastolo che però, l’anno dopo, è tramutata dalla Corte di appello di Genova nella reclusione a 19 anni, a sua volta ridotta a 10 nel 1954. Di fatto, dopo 7 anni di carcere il Luberti nel 1953 viene liberato. Tuttavia torna agli onori della cronaca (nera) in quanto sospettato di contatti con gli esecutori materiali della strage di Piazza Fontana a Milano del 12 dicembre 1969 e con il principe Junio Valerio Borghese, noto per un tentativo di golpe nel dicembre dello stesso anno. Dal gennaio del ’70, dopo aver ucciso la giovane segretaria e amante Carla Gruber, è latitante. Catturato nel 1972 e condannato a 22 anni di reclusione dalla Corte di assise di appello di Roma, viene riconosciuto infermo di mente e rinchiuso nel gerontocomio di Aversa. Ricompare in un’intervista televisiva del 1998 e muore nel 2002.
Riguardo ai graduati tedeschi che operarono nella Feldgendarmerie, dopo anni di silenzio, le indagini si riaprono una prima volta in seguito alla scoperta nel 1994 dell’“armadio della vergogna”, quando alla Procura militare di Torino pervengono due documenti: l’uno a carico di “ignoti militari” accusati del reato di violenza con omicidio contro “Gandolfo Amerigo e altri 58”, l’altro a carico di Strupp, Fuchss e Dosse in ordine a reati di “violenza, maltrattamenti contro privati nemici e ostaggi, saccheggio ed incendio”.
In entrambi i casi l’anno successivo è però nuovamente chiesta l’archiviazione per “l’amplissimo lasso temporale trascorso” e, di conseguenza, per l’improbabile reperibilità degli autori materiali dei reati. Ma con la nomina a Procuratore militare di Torino di Pier Paolo Rivello e grazie soprattutto all’incontro
pressoché casuale del procuratore con l’avvocato Claudio Bottelli, ex partigiano e presidente dell’ANPI di Alassio e Laigueglia, il 16 dicembre 2001 le indagini si riaprono e Gehrard Dosse è iscritto nel registro degli imputati.[...] Il Dosse è rinviato a giudizio con l’accusa dell’omidicio di dodici persone il 12 dicembre 1944, grazie ai riscontri probatori relativi a questa strage. Ma nei confronti degli eccidi perpetrati in precedenza e in quelli successivi, come quello di Vendone del 20 gennaio 1945 o quello avvenuto nel Cimitero di Leca di Albenga il 17 marzo dello stesso anno, la mancanza di prove è di ostacolo alla procedura penale. Agli interrogatori Dosse risponde con ostruzionismo: da un lato ribadisce che non ricorda e, dall’altro, nega addirittura di essere mai stato ad Albenga.
Al processo i tre comuni di Villanova d’Albenga, Albenga e Arnasco si costituiscono parte civile (e Bottelli è uno dei tre avvocati che li rappresentano).
Dopo aver ascoltato i teste, che ricordano la messinscena delle false corti marziali presso la Feldgendarmerie di via Trieste e le atrocità commesse, il 13 dicembre 2006 il Tribunale militare di Torino condanna all’ergastolo Gerhard Dosse e la sentenza passa in giudicato il 13 aprile dell’anno successivo [...]

Giosiana Carrara, Stragi nazifasciste di civili nella provincia di Savona in Savona in guerra. Militari e vittime della provincia di Savona caduti durante il secondo conflitto mondiale (1940-’43/1943-’45), ISREC Savona, 21 gennaio 2013

giovedì 24 settembre 2020

Tre giovani uccisi dai fascisti a Molini di Triora...

Dintorni di Molini di Triora (IM) - Fonte: Wikipedia
 
13 gennaio 1945 - Dal Comando Operativo della I^ Zona Liguria al comando della Divisione "Silvio Bonfante" - Si chiedevano informazioni sulla missione anglo-americana catturata dal nemico a Frabosa (CN).

14 gennaio 1945 - Da fonte imprecisata al comando della Divisione "Silvio Bonfante" - Comunicava che la forza nemica di stanza a Pieve di Teco (IM) variava da 180 a 200 unità, che in tutta la zona di Ormea (CN) vi erano 200 tedeschi, i nomi di 3 presunte spie, il decesso del "povero Mario Ponzoni" [fucilato a Pieve di Teco l'11 gennaio].

15 gennaio 1945 - Dal Comando Militare Unificato della Liguria al comandante Curto [Nino Siccardi, comandante della I^ Zona Operativa Liguria] - Venivano a firma di Renato Ferrero chiesti chiarimenti circa il fermo effettuato ai danni del capitano Bartali [Giovanni Bortoluzzi, già a capo a settembre 1943 di una prima banda di partigiani in Località Vadino di Albenga (IM), poi dirigente sapista in quella zona, capo missione della Divisione “Silvio Bonfante” presso gli Alleati, vicecapo della Missione Alleata nella I^ Zona nei giorni della Liberazione], ricordando che vi era stata l'unificazione di tutti i comandi combattenti della Liguria e che "nella Liguria la parte operativa viene riassunta nelle persone di Miro [Anton Ukmar], Ferrero e Balbi [Tenente Colonnello Giulio Bertonelli ]", e veniva intimato il rilascio del capitano Bartali.

16 gennaio 1945 - Dal comando della III^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Libero Briganti" della I^ Divisione "Gin Bevilacqua" [II^ Zona Operativa Liguria] 1945 al comando della I^ Brigata "Silvano Belgrano" della Divisione "Silvio Bonfante" - Comunicava una risposta negativa alla richiesta di una fornitura di Sten avanzata dal comandante "Pantera" [Luigi Massabò, vice comandante della  Divisione Bonfante] dato che ne erano sprovvisti poiché il lancio era avvenuto nella zona della VI^ Brigata.

16 gennaio 1945 - Dalla Sezione SIM [Servizio Informazioni Militari] della Divisione "Silvio Bonfante", prot. n° 1/50, al comando della Divisione - Trasmetteva le informazioni avute da "Dario" [Ottavio Cepollini] circa l'arresto dei fratelli "Giulio" e "Dek" e di altre 2 persone e segnalava che a Rezzo e a Mendatica si trovavano molti repubblichini.
 
16 gennaio 1945 - Da Dario [Ottavio Cepollini] al S.I.M. (Servizio Informazioni Militari) al comando della Divisione "Silvio Bonfante" - Segnalava che era stati stati catturati due fratelli patrioti, indicava come probabile spia che aveva causato il detto arresto da parte del nemico il Sardo o Boll, avvisava che stava per essere affisso a Pieve di Teco (IM) un manifesto che minacciava l'uccisione di 10 civili per ogni tedesco morto in un agguato.

16 gennaio 1945 - Dal comando della I^ Brigata "Silvano Belgrano" della Divisione "Silvio Bonfante" ai comandi di tutti i Distaccamenti - Sottolineava che, nonostante i ripetuti appelli, non erano giunte staffette a Roncagli [Frazione di Diano San Pietro (IM)].

17 gennaio 1945 - Relazione sulla morte [avvenuta in pari data a Villatalla Frazione di Prelà (IM)] di Milan (Carlo Montagna), comandante della IV^ Brigata "Elsio Guarrini"  della II^ Divisione "Felice Cascione", ex operaio di fabbrica e "vecchio combattente alla testa del movimento negli scioperi del marzo '43".

17 gennaio 1945 - Dal comando della Brigata S.A.P. "Walter Berio" al comando della I^ Brigata "Silvano Belgrano" della Divisione "Silvio Bonfante"- Richiesta di intervento per la cattura di nemici da tentare di scambiare con sappisti, caduti in mano al nemico il 9 gennaio [come riferito con questo articolo, che riporta anche alcune tappe della nefasta azione della spia fascista, detta "la donna velata"] e tra i quali risultavano Carlo Delle Piane, Adolfo Rino Stenca, Roberto Sordello, con la raccomandazione di mettere in campo azioni da affidare, data l'accresciuta sorveglianza contro i sappisti, ai Distaccamenti di Stalin [Franco Bianchi, comandante del Distaccamento "Giovanni Garbagnati" della I^ Brigata] e di Buffalo Bill [nei successivi atti ufficiali solo Bill, Giuseppe Saguato, comandante del Distaccamento "Francesco Agnese"].

17 gennaio 1945 - Dal comando della Divisione "Silvio Bonfante" al capo di Stato Maggiore Divisionale [Ramon, Raimondo Rosso] - Veniva richiesto il pattugliamento notturno delle strade di Vessalico (IM) ed Ortovero (SV).

17 gennaio 1945 - Dal Comando Operativo di sottozona a Simon [anche Manes, Carlo Farini, Ispettore Generale al Comando Operativo della I^ Zona Liguria - Disposizioni sul trasferimento alla II^ Divisione del comandante Antonio.
 
18 gennaio 1945 - Da Dario al S.I.M. [Servizio Informazioni Militari] della Divisione "Silvio Bonfante" - Segnalava che continuava da parte dei nazisti l'interrogatorio di Giulio e di Dek, che Boll collaborava con i tedeschi, "spesso viene messo con gli arrestati e con il pretesto di essere anche lui caduto in trappola cerca di carpire loro notizie da riferire ai tedeschi", che si sarebbe cercato di fare eliminare Boll proprio dai nazisti, che i tedeschi stavano ricostruendo il ponte crollato a Pieve di Teco (IM).

18 gennaio 1945 - Dal comando della II^ Brigata "Nino Berio" al comando della VI^ Divisione - Veniva richiesto il da farsi dopo aver proceduto all'arresto di Corrado ex intendente della VI^ Divisione.

18 gennaio 1945 - Dal comando della V^ Brigata "Luigi Nuvoloni" della II^ Divisione "Felice Cascione" al comando della II^ Divisione - Relazione militare sul rastrellamento [come già riportato in questo articolo] da parte nemica del giorno prima a Tumena, San Faustino [località di Molini di Triora (IM)], Ciabaudo [Frazione di Badalucco (IM)], Vignai [Frazione di Baiardo (IM)] e dintorni, in cui si affermava che le forze nemiche erano rappresentate dai granatieri di stanza a Molini di Triora e dai soldati dei presidi di Montalto Ligure [oggi comune di Montalto Carpasio (IM)], Badalucco (IM), Ceriana (IM e Baiardo (IM), per un totale di 300-350 unità e che "nei dintorni di Ciabaudo verso Tumena molti rustici sono stati incendiati".

19 gennaio 1945 - Da Venko [Angelo Balegno] della IV^ Brigata "Elsio Guarrini" della II^ Divisione al comando della II^ Divisione  - Riferiva che la situazione della Brigata era allarmante a causa dei feroci attacchi subiti dal nemico e per la morte del comandante Milan [Carlo Montagna, comandante appunto della IV^ Brigata], di Alpino [Aldo Acquarone] e di K13 [Eraldo Guasco, K. 13, comandante di un Distaccamento della IV^ Brigata "Elsio Guarrini" della II^ Divisione]; che si ignorava la sorte di Bancarà [Angelo Perrone]; che il commissario Falco [Mario Bruna, prossimo a diventare commissario politico, come da circolare della II^ Divisione del 29 gennaio 1945, della IV^ Brigata] era ferito; che il responsabile S.I.M. era stato arrestato ad Imperia; che Tito [anche Tito R., Rinaldo Risso, vice comandante della II^ Divisione] era stato incaricato da Curto [Nino Siccardi, comandante della I^ Zona Liguria] di recuperare i garibaldini sbandati della IV^ Brigata.
 
19 gennaio 1945 - Dalla Sezione S.I.M. [Servizio Informazioni Militari] della Divisione "Silvio Bonfante" al comando della Divisione "Silvio Bonfante"  - Relazione su una spedizione tedesca ad Ubaghetta "che cercava di individuare il Comando della I^ Zona Operativa Liguria su segnalazione della spia 'Boll' che si è messo a lavorare per i tedeschi in un modo vergognoso e vile. Si apprende da fonte attendibile che ieri verso le 10 ad Alassio sono state sciolte per ordine del comando tedesco le Bande Nere. Risulta che gli ex appartenenti a questi reparti siano stati disarmati ed obbligati a svestirsi della divisa a causa delle malversazioni fatte patire alla popolazione".

da documenti Isrecim in Rocco Fava di Sanremo (IM), "La Resistenza nell'Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e della Storia Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945)" - Tomo II - Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Facoltà di Scienze della Formazione, Corso di Laurea in Pedagogia - Anno Accademico 1998 - 1999
 
Il 13 gennaio 1945 un reparto dei Cacciatori degli Appennini rastrella sette giovani nella vicina borgata di Agaggio e li portano a Molini di Triora (IM) per sottoporli a processo. Tra i sette rastrellati ne scelgono tre. Questi sono condotti davanti al capitano Christin (1) e a due ufficiali dei Cacciatori e vengono condannati a morte. La sentenza viene eseguita nei pressi del cimitero del paese.
Verso le ore 17 del 14 gennaio 1945 un gruppo di una decina di militi della Brigata Nera si scontrò a Sanremo in via Duca degli Abruzzi, nei pressi del numero civico 100, con i partigiani Siccardi Gildo, Foti Domenico e Tripodi Antonio, che percorrevano la strada in senso inverso, diretti verso il centro. Il gruppo delle brigate nere, evidentemente informati, aprì il fuoco contro i garibaldini riuscendo a catturare il Tripodi, il quale mentre veniva accompagnato verso Sanremo tentò di porsi in salvo dandosi alla fuga ma venne raggiunto da colpi d’arma da fuoco e subito finito con il lancio di una bomba a mano. Facevano parte del gruppo di partigiani il Ravinale Athos, il quale venne riconosciuto dalla signorina Furlan, che affermò che il Ravinale fu il primo ad aprire il fuoco, Bianchi Bruno, Siri Mauro, Nicò Ambrogio, Carlevaris Salvatore, il quale venne ferito ad una gamba, Rossi Ernesto.
Il 17 gennaio 1945 nella zona Palega-Zerni-Vinai, i Cacciatori degli Appennini in un imboscata uccidono i garibaldini Antonio De Santis (Marco) ed Emilia Rosso (Irma). De Santis si recava in missione assieme ad altri garibaldini e con lui si trovava la garibaldina Irma, colpita al petto da una prima raffica. Il De Santis, estratta la pistola, sparava contro il nemico, ma una seconda raffica lo colpiva a morte. Il Cacciatore Zecchini, responsabile della morte di entrambi, verrà catturato dai partigiani in marzo nella zona di Triora e fucilato.
In un mattino nebbioso del 17 gennaio 1945 un numeroso gruppo di fascisti perlustrava le campagne di Prelà. Secondo alcune fonti si sarebbe trattato di Cacciatori degli Appennini, secondo altre della compagnia operativa della G.N.R. del tenente Ferraris. Probabilmente l’azione fu condotta da entrambi i reparti. In due casoni posti ad una certa distanza avevano trovato ristoro per la notte alcuni uomini della IV Brigata Brigata "Elsio Guarrini" della II^ Divisione "Felice Cascione". In un casone sopra Canneto, di fronte a Tavole, si stavano riposando Carlo Montagna Milan, comandante della Brigata, Gaetano Sibilla Ivan, Angelo Perrone Bancarà o Vinicio, vicecomandante della brigata, Sebastiano Acquarone Alpino e Ferrero Staffetta Gambadilegno. In un altro casone più in basso sostavano Mario Bruna Falco, commissario della Brigata, Luigi Peruzzi Luigi ed altri uomini. I fascisti intravvidero nella nebbiolina un uomo armato, che sembrava stesse facendo la sentinella. Spararono senza avvertimento e colpirono, uccidendolo, Angelo Perrone. Gli altri partigiani, intese le raffiche, fuggirono in direzione della cresta della montagna, che però era già stata occupata dai nemici. Ritornarono allora sui propri passi infilando il Vallone di Villatalla dove trovarono altri repubblichini in agguato che al loro avvicinarsi spararono. Montagna e Acquarone vennero colpiti a morte. La staffetta Gambadilegno venne ferito e catturato. Gambadilegno, sottoposto a torture, fu costretto a confessare dove  aveva trovato rifugio il distaccamento di Dimitri.
Giorgio Caudano
(1)  [ Ironia tragica della storia, Christin, del resto responsabile di altri massacri di partigiani e di civili a Molini di Triora, aveva combattuto a Porta San Paolo di Roma, episodio eclatante e fondativo della Resistenza. A quanto pare non ebbe rimorsi per le azioni da lui comandate nel ponente ligure, nè queste gli sono mai state addebitate da vecchi e nuovi granatieri. Del resto, Christin pensò bene in almeno un'occasione di uscirsene con la seguente frase, ripresa in modo acritico dalla rivista Il Granatiere (organo ufficiale della presidenza dell'Associazione Granatieri di Sardegna, n° 3 del 2017): "Il tempo trascorso per noi, gli avvenimenti succedutisi nella storia della nostra Patria, hanno smussato, nel ricordo, l’asprezza degli episodi di allora. Su tutto sembra essersi steso un velo che, pur non facendoci dimenticare nulla di quanto abbiamo patito e gioito, ha creato come un alone di leggenda attorno ai fatti allora accaduti e dei quali siamo stati valorosi e tenaci protagonisti" ]