domenica 9 maggio 2021

Come morì all'ultimo spaccando lo sten sulle pietre

Costante Rustida Brando

Nasino (SV) - Fonte: Wikipedia
 
Costamte Brando. Nato a Milano nel 1925, caduto nel marzo del 1945 in località Nasino (Savona), operaio.
Con Giulio Bernardoni, suo coinquilino, aveva preso parte alla Resistenza in provincia di Varese con i patrioti del colonnello Carlo Croce. Tornato a Milano per dar notizie ai suoi, il ragazzo aveva raggiunto la Liguria ed era entrato a far parte della VI Divisione d’assalto Garibaldi. Investiti, nel marzo del 1945 da un pesantissimo rastrellamento nazifascista, i patrioti sono costretti a ripiegare. Costante Brando ne protegge la ritirata sparando con una mitragliatrice. Quando, esaurite, le munizioni, i repubblichini stanno per catturarlo, il ragazzo si spara per non cadere nelle loro mani. Il suo corpo sarà recuperato soltanto dopo la Liberazione. Sulla casa di via Ponale 66, dove abitava a Milano, una lapide ne ricorda ora il sacrificio.
Redazione, Costante Brando, ANPI, 8 novembre 2010
 
Per il secondo Distaccamento, non avendo accettato Rustida [Costante Brando] il comando, lo convinsi a farne le veci fino a che gli uomini non avessero trovato un altro Comandante.
Giuseppe Garibaldi (Fra Diavolo), Dalla Russia all'Arroscia. Ricordi del tempo di guerra, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, 1994

Come dico dunque, Rostida [Costante Rustida Brando] con lo sten nuovo che a quei tempi ce l'avevano in pochi, era diventato un capobanda: quando lo fecero capobanda con le votazioni in regola, tra loro i sanmarchini lo sapevano eccome cosa si facevano. Se lo ricordavano benissimo di quando all'ultimo gli avevano detto di no; di farla finita una buona volta e di piantarla lì: basta con quella noiosata sempre la stessa di seguitare a remenarla, dicendo che lui non se la sente per niente di comandare, perché non sa come si fa; e che perciò vuol fare solo il soldato semplice nei partigiani.
Invece erano tutti d'accordo all'altro modo, porca la miseria; perché lo sapevano com'era generoso e sempre il primo nelle azioni rischiose, quando bruciava la pelle.
- E piantala di romperci le scatole, finiscila di fare il bamboccio -, gli dicevano seduti all'accampamento, dovendo decidere; quella volta però, glielo avevano detto sul serio per l'ultim  volta, fuori dai denti: che lui era veramente capace, era il più adatto; ci mancherebbe altro, e basta così.
E di su e di giù, gli avevano detto anche che lui era il più in gamba; che a fare il comandante con loro era facile, e imparava subito siccome lo era già di natura proprio adatto, e di qua e di là; che bisognava sbrigarsi, senza più ricominciare con tuttee quelle menate maiuscole.
Nell'alta Val Pennavaira è bello dopo l'inverno, col tempo già di scirocco, guardarsi in giro; è perché uno si guarda in giro andando nell'umido, con tanta voglia di vedere le prime viole al bordo delle mulattiere; è bello guardare così seguitando, appena i rami dei noccioli da grigi rinsecchiti, come sono d'inverno, diventano verdi a poco a poco per le foglie che crescono di nuovo, da un momento all'altro.
Tu allora, anche a pestarci di continuo nell'umido, ancora con tutto il marcio che c'è dopo la neve e con tutta sta miseria dei contadini intorno non te ne fai niente; anzi dici di sì; che è proprio bello quando finisce l'inverno e comincia la primavera; che ci vuole proprio sto tempo di scirocco, anche se è marcio, nell'umido che c'è dappertutto.
Ma adesso porcomondo c'è una cosa: c'è che bisogna vederle subito ste foglie crescere, ed allargarsi dappertutto dove passano i tedeschi; bisogna che si allarghino in fretta sempre di più per diventare il verde spesso, da buttarcisi dentro e perdersi in quesco verde; sicché non ti trovino quando ti cercano, sennò sei fottuto sul serio.
Bisogna che ci siano ste foglie, voglio dire, da buttarcisi dentro finalmeme come faceva da ragazzo per gioco, quando gli capitava spesso alla periferia milanese, prima che lo prendessero i fascisti quella volta nella retata, per mandarlo a fare la guerra; come quando era ancora piccolo a giocare nella pianura, rincorrendosi tutti insieme nel fogliame del fossato dietro l'idroscalo.
Osvaldo Contestabile, Scarpe rotte libertà. Storia partigiana, Cappelli editore, 1982, p. 229
 
Costante Brando 1925 - 1945
Lapide in via Ponale 66.
Residente in via Ponale 66. Nel ‘43, poco dopo l’8 settembre, lo troviamo con i Pavarotti a S. Martino. Poi raggiunge in Liguria i gruppi della Resistenza che operano nella provincia di Savona. Appartenente alla 6a divisione d’assalto Garibaldi. Nel marzo ’45, a Masino, i partigiani sono costretti a ripiegare. Brando si ferma con una mitragliatrice a proteggerne la ritirata. Viene raggiunto dai fascisti e per non consegnarsi, si spara. Il corpo verrà recuperato solo dopo la guerra.
Niguarda.eu
 
La zona di Nasino - Fonte: Mapio.net

Nel corso di un rastrellamento a Nasino vennero uccisi il 20 marzo 1945 Costante Brando e Francesco Pescatore. Brando era un ex sergente della Divisione repubblichina San Marco che aveva disertato per entrare nelle file partigiane. Comandante del distaccamento "De Marchi", tentò da solo di fermare i tedeschi per permettere ai suoi uomini di mettersi in salvo. Ferito gravemente da un colpo di mortaio, per non cadere in mano nemica si sparò un colpo di pistola alla testa. Il rastrellamento, condotto da militari tedeschi e militi della RSI, aveva avuto come guida un ex-partigiano, Amleto De Giorgi, detto Carletto il cantante (che venne ucciso dal boia di Albenga il successivo 26 marzo): aveva indirizzato i nazifascisti direttamente all'accampamento garibaldino sito in località Scuveo.
Giorgio Caudano [  La libera Repubblica di Pigna. Parentesi di democrazia (29 agosto 1944 - 8 ottobre 1944) (a cura di Paolo Veziano con il contributo di Giorgio Caudano e di Graziano Mamone), Comune di Pigna, IsrecIm, Fusta Editore, 2020; Giorgio Caudano, Dal Mare alla Trincea... memorie di uomini, BB Europa, Cuneo, 2019; Silvia Alborno, Gisella Merello, Marco Farotto, Marco Cassini, Giorgio Caudano, Franck Vigliani, curatori della mostra Claude Monet, ritorno in Riviera, catalogo a cura di Aldo Herlaut, Silvana Editoriale, Milano 2019; La Magnifica Invenzione. I pionieri della fotografia in Val Nervia 1865-1925, a cura di Marco Cassini e Giorgio Caudano, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2016  ]
 
Il 20 [marzo 1945] i Tedeschi puntano su Nasino provenienti da varie località: San Calogero, Martinetto, Castelbianco, Caprauna e Cerisola. Quelli provenienti da quest'ultima località sono accompagnati da una spia borghese, che li porta direttamente presso l'accampamento garibaldino del Distaccamento "G. De Marchi" [Distaccamento "Gian Francesco De Marchi", III^ Brigata "Ettore Bacigalupo", Divisione "Silvio Bonfante"]. Gli attaccanti possono scendere in ordine sparso verso il casone senza essere visti a causa della scarsissima visibilità. È appena l'alba. L'allarme non viene dato in tempo. I garibaldini sono sorpresi da un uragano di fuoco. Cercano di mettere in salvo tutto quello che possono. Mentre Costante Brando (Rustida), comandante del Distaccamento, tiene a bada i Tedeschi con la sua arma automatica, i compagni riescono ad allontanarsi. Ad un certo momento le schegge di un colpo di mortaio gli squarciano la pancia. Non può più fuggire. Allora esaurisce le munizioni, rompe l'arma e si uccide con un colpo di rivoltella per non cadere vivo in mano ai Tedeschi, i quali, per onorarlo, non permettono ai fascisti di togliergli le scarpe. Nello scontro rimane pure ucciso il garibaldino Francesco Pescatore (Remo). Il garibaldino Pietro Maggio (Meazza) prende il comando del Distaccamento in sostituzione del Brando, caduto.
Francesco  Biga, (con la collaborazione di Osvaldo Contestabile), Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), Vol. IV: Dal Primo Gennaio 1945 alla Liberazione, Ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, 2005, pp. 206,207

Caprauna - Fonte: Mapio.net

Invece quando i tedeschi quella volta arrivarono d'impeto in Val Pennavaira, con gli spari e col tempo guasto di scirocco, vennero in colonna, tutti ben concentrati da tutte le parti; chiusero subito i passi da Ranzo San Bernardo Capraùna e Castelbianco, che non ci passava manco più un topo.
Quella volta, nella tristezza infinita, ce n'era ancora tanta di miseria: ce n'era ancora per così del grigio senza foglie dappertutto, tra i rami stecchiti nella Val Pennavaira; altroché se ce n'era col freddo con la neve e col marciume, tutto all'intorno, nella grande malinconìa di non riuscire più a nascondersi in quel rastrellamento.
Sicché gli uomini di qua e di là, intontiti nella miseria di quei territori sotto tiro e depredati, non sanno più come fare; sicché la banda di Rostida, alla fine eccola lì: e tu adesso come fai, anche se sei un partigiano veramente in gamba forte e coraggioso, tanto che i tuoi uomini lo sanno e te lo dicono eccome; tu adesso, me lo sai dire come fai?
Come fai sotto il tiro preciso concentrato dei tedeschi, che ti arrivano addosso da tutte le parti, mondoschifo, come fai? Ma tu adesso che sei lì a sto modo e che ti chiami Rostida e sei il comandante come si deve, ecco lì come devi fare: tu coi tuoi uomini allo scoperto, con questo marcio intorno, tra questi rami spogli dappertutto, nel gerbido in questa valle strana e così diversa dalla tua dove ci sei nato e ci sei cresciuto, tu adesso farai così, siccome devi farglielo vedere a tutti come si fa.
Tu, mettendocela tutta, stavolta glielo farai vedere a tutto l'universo come si fa; ma standoci proprio davanti a sti tedeschi, da guardarli ben bene in faccia col tuo sten carico e gli altri caricatori pronti a portata di mano; glielo farai vedere perdio, puntandoti più forte che potrai con le spalle contro il muro, mentre i piedi te li terrai ben piantati per terra; a tutti, così, glielo farai vedere come si fa, quando si è veramente partigiani come si deve, sotto le raffiche.
E a sti tedeschi, mentre arrivano armati fino ai denti tutti concentrati, gli parlerai deciso; anche se li vedrai venire avanti, sempre avanti, tra questi rami secchi; - forza, venite avanti - gli dirai, - venite avanti, brutti macacchi: io vi aspetto qui.
Eppoi ai tuoi uomini, che sono sempre lì a guardarti per sapere come finirà, siccome tu sei il loro comandante, gli dirai di sparare preciso e di fare presto, più presto; ma ancora più presto mondoladro schifo.
Eccolo lì dunque adesso sto Rostida capobanda, che lo è sul serio comandante all'atto pratico, e stavolta anche lui lo sa; lo è proprio come lo volevano i suoi uomini ed esattamente come lo voleva lui, finalmente preciso al suo posto, ben piantato per terra, con le spalle contro il muro a secco, a sparare col suo sten contro i tedeschi o la va o la spacca.
Così, quella volta, i suoi uomini si misero al riparo e lo seppero veramente, quando lo videro sparare, che non si erano sbagliati a farlo comandante, anche se lui non voleva; i tedeschi invece lo impararono senza immaginarselo, a raffiche continue, mentre lui ci sparava dentro con lo sten, ficcandoci alla disperata un caricatore dopo l'altro, senza fermarsi. Quando ormai però scivola adagio, lungo disteso tra i lampi fitti degli spari, alla fine lo scuote ancora in un sussulto disperato prima di morire, un colpo secco di mortaio.
È proprio allora, in quell'ultimo momento con la vista torbida, che Rostida non riesce più a vederli i paesi distanti tra la ramaglia spoglia e il marciume dappertutto; e nemmeno le creste dei monti con la pianura di là, sempre più in là, dove c'è già il fogliame fitto finalmente: ma se li vede tutti addosso invece sti tedeschi con l'elmetto sulle orecchie, a strisciare nel tritume di corteccia e di terriccio, che salta tutto in giro per gli spari.
In quel grigiore così vasto, tutto allo scoperto, con un po' di fumo soltanto nei paesi lontani e le foglie appena appena che spuntano nella campagna ancora nuda sotto lo scirocco, lui quella volta lo impara a quel modo, come si fa veramente il comandante dei partigiani; quando gli tocca di farlo senza discutere, perché è il più in gamba di tutti.
Quella volta a Rostida non glielo insegnò nessuno che per fare il comandante contro i tedeschi, e nello stesso tempo salvare i suoi uomini, bisognava fare a quel modo davanti a tutti, contro i tedeschi concentrati, come fece lui lì perlì: a quel modo voglio dire da dover stare sempre dritto contro il muro a secco per vederci meglio a sparare con lo sten, e poterlo ricaricare sempre più alla svelta, a raffiche precise.   
Ma dopo il colpo di mortaio, il sangue aumenta; lui non ci vede più in tutto quel grigio sempre più grigio, tra gli spari fitti e i lampi tra i rami stecchiti; così se lo sente dentro, ad andarsene in fretta, che non è più quello il tempo per la pianura lombarda di casa sua, come se la ricorda lui da bambino: quand'era il tempo dei suoi giochi lontani, nella periferia milanese tanto diversa piena di fogliame, a rincorrersi per finta.
Epperciò, quella volta finisce a sto modo, senza remissione, in terra grigia di Liguria, la storia di Rostida capobanda dei garibaldini; finisce lontano da casa sua, quando alla disperata fa quello che può per salvare i suoi uomini, e ancora di più; ma peccato che le foglie nemmeno all'ultimo le abbia più potute vedere come se le sognava in quei giorni di scirocco, tutte belle larghe sui rami, da buttarcisi dentro; e con le viole sui bordi delle mulattiere.
I suoi compagni, quando gli capitò così, erano ormai tutti al coperto ben riparati; non lo sentirono più che disse ancora qualcosa nel suo dialetto milanese, mentre i tedeschi gli spararono addosso, e il sangue gli uscì veloce dalle ferite; lui scivolò nel gerbido, perché non ce la fece più ad impuntarsi per terra così fracassato com'era.
Ma lo videro eccome, che all'ultimo si scuoteva ancora, e gridava più forte, mentre sbatteva lo sten sul muro a secco forte forte per spaccarlo. Lo spaccò per non lasciarglielo intero ai tedeschi, siccome in banda ce l'aveva soltanto lui in consegna fin da quando era difficile averlo, e basta; poi Rostida morì nel fracasso di tutta quella sparatoria della Val Pennavaira, quando ormai l'inverno era finito col tempo di scirocco traditore: ma i tedeschi dopo non lo toccarono manco da morto, perché ebbero paura; così non gli si avvicinarono per prendergli le scarpe, come facevano sempre.
In seguito, per tutti gli altri giorni che durarono balordi finché ci fu la guerra nella Val Pennavaira e negli altri posti intorno, gli uomini in banda e quelli nei paesi ne parlarono sovente di Rostida; e di come morì all'ultimo spaccando lo sten sulle pietre; dicevano che di partigiani così coraggiosi non ne avevano mai visto. Dicevano che sì, uno può essere veramente in gamba forte coraggioso e altruista per natura: che i suoi compagni per convincerlo, potevano anche insistere che veramente era così, anche se lui diceva di no, che assolutamente non ce la faceva a fare il comandante perché era un timido: e va bene.
Ma porcomondo fare proprio così, e farlo tutto assieme in una volta sola a quel modo, come fece Rostida quella volta nell'ora della morte, dicevano, è una cosa eccezionale che non si è mai vista prima né qui, né da nessun'altra parte, mai. Adesso, perciò, si guardavano bene in faccia l'un l'altro, parlando di Rostida; dicevano che andando avanti bisognava soltanto stringere i pugni; ma stringerli di più, da farsi male a dire di no: e pestare i piedi per terra e dire di no, che è tutta una porcata maledetta: che non è giusta, e che assolutamente non si può più di così contro i tedeschi, quando ti sono addosso tutti concentrati, a scarpentarti in quel modo.
Osvaldo Contestabile, Op. cit., pp. 230,231, 232
 
Costante Rustida Brando. Nato a Milano il 25 ottobre 1925. Ex sergente sanmarchino, fa esperienza organizzativa al comando di Massimo Gismondi “Mancen” e di Nino Siccardi “Curto”; in seguito si unisce a Giuseppe Garibaldi “Fra Diavolo”. Molto stimato dal comando partigiano e da “Fra Diavolo”, dopo i rastrellamenti del gennaio 1945, è mandato a capo del distaccamento “De Marchi” a Nasino, zona ritenuta più tranquilla. Il 20 marzo i tedeschi puntano su Nasino, accompagnati da una spia borghese che li porta direttamente presso l’accampamento del distaccamento sito in località Scuveo. Gli attaccanti a causa della scarsa visibilità possono scendere indisturbati verso il casone. L’allarme non viene dato in tempo e i garibaldini sono colti di sorpresa; “Rustida”, tenendo a bada i nemici con la sua arma automatica permette ai compagni di allontanarsi; è raggiunto da un colpo di mortaio che gli squarcia il ventre e gli causerà una fine atroce: ha la gamba quasi staccata dall’anca. Esaurite le munizioni, rompe l’arma e si uccide con un colpo di rivoltella per non cadere vivo in mano dei tedeschi i quali non permetteranno ai fascisti di togliergli le scarpe. Arrivano i Partigiani, inserto, I RESISTENTI, ANPI Savona, 2011
 
La zona di Pornassio (IM) - Fonte: Mapio.net

18 marzo 1945
- Dal comando della Divisione "Silvio Bonfante", prot. n° 205, al comando della I^ Zona Operativa Liguria - Presentava il quadro delle operazioni compiute dalla Divisione nel mese di febbraio 1945: "il 1° febbraio la I^ Brigata ed i suoi Distaccamenti si trovavano nelle valli di Diano, Andora e Lerrone, la II^ nelle valli Arroscia e Pennavaira, la III^ nelle valli Pennavaira, Pieve di Teco ed Arroscia mentre il Distaccamento divisionale "M. Longhi" era dislocato in Val Tanaro. Il giorno 3 il capo di Stato Maggiore 'Ramon' con un garibaldino mitraglia 2 carri tedeschi uccidendo ed in parte ferendo i nemici. Il 6 'Russo' comandante del Distaccamento "Viani" uccideva 2 uomini della San Marco. Il 18 una squadra del Distaccamento "E. Castellari" sminava un campo ad Ortovero. Il 25 'Ramon' con un garibaldino uccideva nei pressi di Pieve di Teco 2 tedeschi ed il 28 distruggeva il ponte di Pogli appena ricostruito dai tedeschi".
20 marzo 1945 - Dal comando della Divisione "Silvio Bonfante", prot. n° 217, al comando della I^ Zona Operativa Liguria, al capo di Stato Maggiore della Divisione "Silvio Bonfante", ai comandi della I^ Brigata, della II^ Brigata e della III^ Brigata - Riportando notizie avute dal CLN di Alassio (SV) circa le conoscenze che il nemico poteva avere sulla Divisione stessa il comandante affermava, tra l'altro, "per quanto tali rivelazioni possano dare un'idea della serietà del servizio informativo nemico occorre provvedere al caso".
22 marzo 1945 - Da "Boris" [Gustavo Berio, vice commissario] al comando della Divisione "Silvio Bonfante" - Riferiva che il recente rastrellamento nemico in Val Pennavaira era stato imponente; che si era temuto che i tedeschi si trattenessero a presidiare quei luoghi [...]
24 marzo 1945 - Dal comando della III^ Brigata "Ettore Bacigalupo" al comando della Divisione "Silvio Bonfante" - Comunicava l'assegnazione degli encomi solenni alla memoria a "Rustida" ed a "Remo", sottolineando che "Rustida", Costante Brando, era nato a Milano il 25 ottobre 1925, mentre di "Remo" non si conoscevano i dati biografici.
25 marzo 1945 - Da "Pantera" [Luigi Massabò, vice comandante della Divisione "Silvio Bonfante"] al comando della Divisione "Silvio Bonfante" - Segnalava che il 20 marzo 1945 alle ore 7 forze nemiche, provenienti da Pornassio, San Bernardo di Garessio, Cerisola, Acquetico e Castel Bianco, avevano effettuato un rastrellamento in Val Pennavaira; che i garibaldini di Caprauna, avvisati da una sentinella appostata sul Passo dei Pali, si erano spostati sulle rocche sovrastanti Alto; che il Distaccamento "Gian Francesco De Marchi" era stato sorpreso e nella fuga aveva lasciato nel casone il mitragliatore Breda 1930 e diverso materiale di casermaggio; che i garibaldini "Rustida" [Costante Brando] e "Remo" [Francesco Pescatore] avevano aperto il fuoco, ma erano stati feriti da un colpo di mortaio; che "Rustida" dopo qualche minuto decedeva e "Remo" si suicidava per non cadere vivo in mano ai tedeschi; che i nemici avevano abbandonato la Val Pennavaira alle ore 22; che il servizio di sentinella di Alto-Caprauna aveva funzionato bene mentre quello di Nasino "pur avendo funzionato non ha preso sul serio l'allarme facendo giungere i nemici vicino ai casoni"; che stava per dare disposizione al comandante ["Gino", Giovanni Fossati] della II^ Brigata "Nino Berio" "di infliggere 12 ore di palo ai responsabili del cattivo funzionamento del servizio di guardia". Comunicava, poi, le situazioni di alcune formazioni: il Distaccamento "Giuseppe Maccanò" era privo di comandante perché "Riva" [Stefano Polini] si era rifugiato nelle Langhe ed aveva bisogno anche di un commissario; la stessa situazione si presentava al Distaccamento "Gian Francesco De Marchi" che aveva perso un mitragliatore; il comandante "Basco" [Giacomo Ardissone] aveva formato un altro Distaccamento che avrebbe preso probabilmente il nome di "Rustida" [Costante Brando]; una squadra del Distaccamento "Igino Rainis" aveva recuperato in Piemonte 1 mitragliatore pesante americano, 1 fucile inglese ed 1 Sten; il 22 marzo 1945 "Fra Diavolo" aveva compiuto un attentato sulla strada 28 in cui avevano trovato la morte la morte un maggiore tedesco ed altri soldati. Informava che [...]
25 marzo 1945 - Da "Boris" [Gustavo Berio, vice commissario della Divisione "Silvio Bonfante"] a "Mario" [Carlo De Lucis, commissario della Divisione "Silvio Bonfante"] ed a "Giorgio" [Giorgio Olivero, comandante della Divisione "Silvio Bonfante"] - Comunicava che rispetto a quando "Giorgio" era stato in visita in Val Pennavaira il morale della popolazione era mutato [...] che il recente rastrellamento del 20 marzo avevano addirittura terrorizzato la popolazione per la minaccia tedesca di bruciare tutte le case. Segnalava "la non esemplare combattività" dei Distaccamenti "Igino Rainis" della II^ Brigata "Nino Berio" e "Giuseppe Maccanò" e l'efficienza delle altre formazioni della II^ Brigata "Nino Berio"; la formazione del Distaccamento "Costante Brando", dedicato alla memoria di "Rustida", per il quale proponeva "Meazza" [Pietro Maggio] come comandante; che "Fra Diavolo" nonostante le difficoltà che incontrava in Val Tanaro teneva "alto l'onore dei garibaldini".
da documenti IsrecIm in Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell'Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e della Storia Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945) - Tomo II - Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Facoltà di Scienze della Formazione, Corso di Laurea in Pedagogia - Anno Accademico 1998 - 1999
 
Alcuni giorni dopo [a fine marzo 1945] ricevetti l'ordine di mandare un Distaccamento a Viozene, a disposizione del Comando Zona. Decisi di andare con cinque squadre, una per distaccamento e col vice Comandante di Brigata Lello. Credevo che Osvaldo [Osvaldo Contestabile], il Commissario, ormai completamente ristabilito, prendesse contatto con i vari Distaccamenti e anche con i componenti del C.L.N. perchè, è doveroso dirlo, i contatti con i vari componenti degli stessi non erano sempre improntati alla più schietta cordialità, (anche se, nel caso del C.L.N. dell'alta Val Tanaro, avevamo sempre trovato la massima comprensione.) Per Osvaldo invece le sue esperienze antecedenti (Commissario della quinta Brigata della Cascione e Commissario della Divisione Bonfante) lo avevano lasciato assai diffidente.
Arrivammo a Viozene e ci sistemammo in una frazione del paese. Subito dopo mi recai a salutare Curto. Mi feci accompagnare da alcuni garibaldini, ma lasciai Lazzaro con Lello e gli altri, raccomandando loro di fare in modo che non rimanesse mai solo. Curto mi chiese notizie della Brigata alpina, dei Distaccamenti, dei loro Comandanti. Lo informai di Rustida, forse era stato il primo ex Sanmarco a diventare Comandante di Distaccamento, gli raccontai della sua eroica morte e il duro Curto mi disse: «Immagino quello  che provi, perché so che eravate uniti; il tuo grande difetto è che ti affezioni troppo ai tuoi uomini migliori, e in guerra, in special modo nella guerra partigiana, questo porta indubbiamente dei vantaggi. Ma si corre anche il rischio, nel caso della perdita di uno di questi, di non essere abbastanza sereni». Capii che lui, in quel momento, pensava alla morte di Giulio e di Cion e al suo errato comportamento a Carnino; lo interruppi e gli disssi: «Tu pensi a Upega; ma io sono certo che, se non avessimo avuto la disgrazia di avere con noi il Prof., le cose sarebbero andate in altro modo. «Puoi anche avere ragione», rispose.
Giuseppe Garibaldi (Fra Diavolo), Op. cit., p. 187

sabato 1 maggio 2021

Lina Meiffret, eroina partigiana di Sanremo


La propaganda antifascista e antitedesca fu praticata nella zona di Bordighera da Renato Brunati e da me in un contempo indipendentemente, senza che nemmeno ci conoscessimo: ma nel 1940 ci incontrammo e d’impulso associammo i nostri ideali e le nostre azioni, legati come ci trovammo subito anche da interessi intellettuali ed artistici.
La vera azione partigiana s’iniziò dopo il fatale 8 settembre 1943, allorchè Brunati e la sig. Maiffret [Lina Meiffret] subito dopo l’occupazione tedesca organizzarono un primo nucleo di fedeli e racimolarono per le montagne, sulla frontiera franco-italiana e nei depositi, armi e materiali: armi e materiali che essi vennero via via accumulando a Bajardo in una proprietà della Maiffret, che servì poi sempre di quartier generale in altura, mentre alla costa il luogo di ritrovo e smistamento si stabiliva in casa mia ad Arziglia e proprio sulla via Aurelia. Nei giorni piovosi di settembre ed ottobre 1943 i trasporti d’armi e munizioni, furon particolarmente gravosi: occorreva (ai due capi) far lunghissimi rigiri per evitar le pattuglie ed i curiosi, sempre pronti alle indiscrezioni e delazioni: così i nostri patrioti conobbero a fondo l’asprezza e le insidie della zona Negi, Monte Caggio, Bajardo […] L’armamento della banda, ormai numerosa di circa 40 elementi, raggiunse i 30 moschetti e le 5 mitragliatrici, più bombe a profusione e forti riserve di munizioni. Verso la metà di novembre due ufficiali inglesi, fuggiaschi del campo di ferma vennero a capitar nella zona di Bajardo, ricoverati e confortati dai nostri, sistemati poi nottetempo in un casolare di vetta  […] Purtroppo il 14 febbraio 1944 Brunati e la Maiffret, venivano definitivamente presi dai repubblicani, su denuncia di (……) Garzo partigiano traditore, ex camicia nera rientrato nella guardia repubblicana per inimicizia coi 2 eroici capi: la denuncia era tale da comportar pronta esecuzione capitale, ma l’intervento d’un agente bene intenzionato, faceva sospender le condanne e vi sarebbe riuscito del tutto se il console Bussi vigliaccamente non avesse distratto le pezze a scarico, consegnando i 2 capi alla S.S. tedesca. Sappiamo dolorosamente che Brunati e la Maiffret vennero bestialmente seviziati: il 1° fu poi fucilato il … maggio a … la seconda deportata in Germania ove languì per 10 mesi: ora essa è salva, il che ha del miracoloso.
Giuseppe Porcheddu, manoscritto (documento IsrecIm) edito in Francesco Mocci (con il contributo di Dario Canavese di Ventimiglia), Il capitano Gino Punzi, alpino e partigiano, Alzani Editore, Pinerolo (TO), 2019

La casa di Frontone dove viveva Lina Meiffret (foto di Silveria Aroma) - Fonte: Rosanna Conte, art. cit. infra

[...] La gattara, Lina Meiffret, con la sua naturalezza, era al primo impatto la moglie del dottore Scudieri, il “medico dei papi”, e di certo le famiglie di Salvatore Mazzella e Giovanni Mazzella, con le quali ha avuto rapporti ultradecennali, non potevano immaginare che quella signora così affabile e che amava fermarsi a parlare con loro un po’ di tutto, avesse dentro di sé una storia di dolore e di tanto spessore.
A Ponza, la potevi ritrovare in diversi periodi dell’anno, in estate come in inverno, sempre in abbigliamento comodo e poco ricercato che le consentiva di camminare sicura per i sentieri di Frontone; e stiamo parlando degli anni Cinquanta.
[...] Ma chi era la signora Scudieri e perché ne voglio parlare?
 

Lina Meiffret a Ponza (per gentile concessione di Emilia Giacometti Loiacono) - Fonte: Rosanna Conte, art. cit. infra

Al di là di quanto si sapeva di questa signora che ormai pochi ricordano, ma che per anni si è un po’ identificata con Frontone, non avevo nessuna idea di chi fosse. La scorsa estate, al termine della presentazione del libro “La colonia confinaria di Ponza: 1928-1939” mi si avvicinò una signora che, dopo aver commentato la serata, si presentò dicendo che era una frequentatrice di Ponza e che abitava nella casa che era stata della gattara a Frontone.
Non era parente, ma suo marito era figlio di una cara amica della signora Scudieri e a lui, in ricordo dello stretto legame affettuoso con sua madre e sua nonna, aveva lasciato la casa in cui aveva abitato per tanti anni quando veniva sulla nostra isola. Ma la parte interessante di quel breve colloquio fra noi due, riguardò un lavoro, pubblicato l’anno precedente, in cui lei aveva ricostruito le vicende antifasciste di Lina Meiffret, il nome della signora Scudieri. Mi promise che me l’avrebbe inviato e così è stato. L’articolo Lina Meiffret: storia di una partigiana sanremese deportata nei lager nazisti e dei suoi documenti è stato pubblicato nel 2019 sulla rivista  Per leggere n. 36.
Intanto mi devo complimentare con la mia interlocutrice, Sarah Clarke, perché ha riportato alla nostra visibilità i tratti di una donna del cui passato a Ponza poco si sapeva, anche se, dalle poche testimonianze raccolte, nessuno ha avuto mai dubbi sulla sua forza, perseveranza, capacità di relazionarsi con tutti, amore per la natura e per le cose semplici.
La fonte principale di riferimento è stato un articolo di Italo Calvino del 1945 pubblicato su La nostra lotta col titolo “L’odissea di una internata”. Il suo contenuto è il racconto che Lina Meiffret fece delle sue vicissitudini, quando si erano appena concluse, al giovane scrittore, suo caro amico, col quale aveva condiviso gli anni della gioventù e della formazione politica. Ed è rimasta l’unica pubblicazione su di lei. Sarah Clarke, ha integrato le notizie lì esposte con quanto ha ritrovato nell’archivio dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età contemporanea di Imperia, riportando in appendice l’intera intervista così come era stata organizzata da Calvino.
[...]
Rosanna Conte, La gattara di Frontone (prima parte), Ponza Racconta, 21 marzo 2021 

[ndr: Lina Meiffret e Renato Brunati furono anche protagonisti dell'attività clandestina antifascista in Sanremo, tesa alla costituzione del CLN]

Lina Meiffret - Fonte: Rosanna Conte, art. cit. infra

Lina (Emanuela Maria Angela), nata nel 1917, apparteneva ad una agiata famiglia sanremese e avrebbe potuto condurre una vita spensierata, dedita al divertimento e ai rapporti sociali gratificanti come fecero molte ragazze borghesi degli anni trenta, senza chiedersi cosa stesse succedendo intorno a lei. Invece Lina aveva uno spessore culturale, morale e politico che le chiedeva impellentemente di agire contro la barbarie nazi-fascista che stava dilagando in tutta Europa.
Parlava correntemente inglese, tedesco e francese, amava la poesia, la filosofia, la natura e aveva frequentazioni non di poco conto, come Italo Calvino, il prof. Amoretti, espulso dal liceo di Imperia per aver rifiutato la tessera fascista, ed altri antifascisti come Aurora Ughes e Dino Giacometti, i nonni del marito di Sarah Clark. Nel giro di case che frequentava è probabile che  incontrasse anche il giovane Eugenio Scalfari che andava a lezione da Amoretti.
La sua decisione di agire è da collegare all’invasione nazista della Francia nel 1940. Lina, che era a Parigi perché studiava alla Sorbona, fu costretta a scappare e, tornata a Sanremo, entrò in contatto con i gruppi antifascisti legati alla locale sezione del PCI, a cui lei, convinta marxista, era iscritta.
Iniziò così la sua attività clandestina di partigiana durante la quale agì insieme a Renato Brunati, un giovane scrittore poeta e filosofo, che aveva svolto già in precedenza attività politica recandosi in Spagna per il “Soccorso rosso” (organizzazione internazionale a  fini umanitari che forniva  assistenza a coloro che, durante le rivolte operaie, erano imprigionati per il loro ruolo nella ribellione, organizzando anche campagne per l’amnistia ai prigionieri condannati a morte).
I due giovani, accomunati dalla passione politica, artistica e letteraria, si legarono anche affettivamente e all’indomani dell’8 settembre si attivarono per cercare basi in cui organizzare la resistenza. Lina mise a disposizione la sua villa di Baiardo, distante dieci chilometri da Sanremo, dove venivano raccolte le armi che si riuscivano a reperire e trovavano riparo i fuggiaschi. Fu con questa organizzazione che salvarono anche due ufficiali inglesi sbandati.
Quando furono arrestati, il 14 febbraio del ’44, furono condotti prima ad Imperia dove per diciassette giorni furono torturati dagli aguzzini fascisti ben noti ai partigiani. Lina non scorderà mai né riuscirà mai a far tacere nella sua mente le urla di Renato durante gli interrogatori. Portati poi al carcere di Marassi a Genova, furono separati per sempre.
Renato ne uscì a maggio per essere fucilato, nella zona del passo del Turchino, insieme ad altri 59 prigionieri politici come rappresaglia per l’uccisione di cinque militari tedeschi.
Lina, il 13 aprile, fu mandata in un campo di lavoro in Germania. L’inferno di Marassi, dopo le torture subite ad Imperia, aveva contributo a debilitarne il fisico per la fame (il rancio giornaliero era costituito da acqua calda, un cucchiaio di pasta nera  e quattro pezzi di rape) e gli estenuanti interrogatori a cui era sottoposta.
[...]
Lina fece anche l’esperienza di un campo di disciplina a Oberndorf, nella Foresta Nera. Sveglia alle tre del mattino, appello e quattro giri di campo di corsa, poi al lavoro in una  fabbrica di fucili. Rientro a mezzogiorno nel campo dove il povero rancio - acqua, poca pasta e cinque patate - diventava una tortura perché doveva essere ingerito in due minuti ed era bollentissimo. Chi non ce la faceva era accusato di sabotaggio, veniva picchiato e messo in prigione.
[...]
 

Documento falso rilasciato dal Commissario Prefettizio del Comune di Ospedaletti a Lina Meiffret, qui chiamata Emanuela Signorelli. Per gentile concessione di Emilia Giacometti Loiacono - Fonte: Rosanna Conte, art. cit. infra

Tutto questo mentre i campi venivano bombardati e nonostante i tentativi di evasione falliti di cui era riuscita, probabilmente, ad informare la famiglia vista la preparazione nel dicembre del 1944 di un documento falso con la sua foto [...]
Rosanna Conte, La gattara di Frontone (seconda parte), Ponza Racconta, 21 marzo 2021 

Imperia
Giunge ora notizia che il 5 corrente la G.N.R. dopo lunghe e laboriose indagini ha arrestato il maggiore Enrico ROSSI, il tenente Alfonso TESTAVERDE e il tenente Angelo BELLABARBA.
I tre ufficiali, provenienti dal servizio permanente dell'ex esercito regio, avevano tenuti contatti con la professoressa Emanuela MAIFRET e con l'amante di lei Renato BRUNATI, già arrestati dalla G.N.R. il primo marzo c.a. e consegnati alle S.S. di Genova, perché responsabili di attività sovversiva.
Notiziario della Guardia Nazionale Repubblicana [R.S.I.], 11 giugno 1944, pagina 27

Rivedo Lina Meyfrett [Lina Meiffret] che pare sempre miracolosamente scampata ad un campo di concentramento e insieme ricordiamo Renato Brunati e Beppe Porchedddu...
Guido Seborga, Occhio folle occhio lucido, Graphot/Spoon river, Torino 2012

mercoledì 28 aprile 2021

Esecuzione di partigiani al Prato San Giovanni

Lionello Menini - Fonte: Giorgio Caudano, Op. cit. infra

27 dicembre 1944 - Alle 7,30 la compagnia dei pionieri tedeschi e parte di quelli acquartierati nel palazzo scolastico [di Pieve di Teco] partono per Chiusavecchia. Portano con sé anche sei partigiani fatti prigionieri nei pressi di Ormea.
28 dicembre 1944 - Anche i nostri due ospiti tedeschi se nesono andati. Fino al 20 corrente le ulive erano pagate L.800 al doppio decalitro, ora sono ribassate alla metà. Tale fatto va attribuito non al deprezzamento della moneta (chè non è più possibile conoscerne il giusto valore) ma al fatto che, per essere eccezionale il movimento della truppa tedesca nelle nostre vallate e per il freddo veramente siberiano, il traffico per le nostre strade si è fatto addirittura impossibile; la borsa nera è diminuita di oltre la metà. Sia i posti di blocco, situati nei punti obbligati di transito, sia le truppe stesse, rendono assai improbabile la viabilità per ogni tipo di approvvigionamento.
29 dicembre 1944 - Questa notte intenso passaggio di automezzi e carriaggi in marcia verso Nava.
30 dicembre 1944 - Rastrellamento in Armo. Hanno portato a Pieve 11 patrioti e 2 civili, cioè Beppe Cacciò e Giovanni Ferrari (Giuanollu di Zerbi) nella cui casa era alloggiato mio figlio. Per il paese di Armo è stata una giornata di grande emozione, avendo i tedeschi radunati sul piazzale della Chiesa tutti gli uomini validi per il controllo dei documenti. Poi li rilasciarono dopo averli, però, portati fino a Pieve; questo fatto ha impressionato molto la popolazione già molto impaurita.
31 dicembre 1944 - Giornata caratterizzata dal terrore da cui è invasa la popolazione per tutti gli arresti di ieri. Si teme che gli undici partigiani, fatti prigionieri, debbano essere fucilati. I due civili sono trattenuti e sorvegliati in Municipio. Si dice debbano essere ancora sottoposti a rigoroso interrogatorio.
1 gennaio 1945 - Corre voce che gli arrestati del 30 scorso, siccome erano tutti disarmati, debbano solo essere trasportati in una Casa di lavoro, perché non rappresentano per i tedeschi un giustificato pericolo. Certo è che, se così fosse, il male sarebbe minore, ma io personalmente dubito molto su tanta generosità, perché troppo rigorosa era la sorveglianza che io stesso vidi attorno a loro, quando giunsero in Pieve.
2 gennaio 1945 - I tedeschi sono ritornati in Armo, dove hanno circondato la casa di Giuvanollu Ferrari e hanno portato al Comando in Pieve il padre e la figlia Pierina. Qui sono sottoposti a stringenti interrogatori, sempre per il sospetto che abbiano occultato nella propria abitazione, o nelle adiacenze, dei patrioti.
3 gennaio 1945 - Nel solito prato, oltre torrente, questa mattina sono stati giustiziati quattro dei patrioti catturati ieri l'altro in Armo. Il prato, detto di San Giovanni, dove vengono giustiziati questi eroi, è di proprietà di Augusto Gandolfo. La popolazione è terrorizzata.
4 gennaio 1945 - Due agenti della polizia annonaria sono stati accompagnati a casa da noi e vi hanno pernottato. Sono le 9 e comincia a nevicare.
5 gennaio 1945 - La neve stamattina misura uno spessore di 20 cm.; gli alberi d'ulivo però non hanno ancora subito danni, essendo neve asciutta e leggera. Verso mezzogiorno si è levato un vento leggero che è stato sufficiente però per liberare le piante dal loro peso.
6 gennaio 1945 - È una giornata caratterizzata da una intensa ricerca di alloggi per ufficiali e sottufficiali di truppa tedesca e repubblichina, proveniente dal Piemonte e diretta al litorale. Questa mattina i quattro superstiti degli arrestati in Armo, sono stati tradotti in Ormea, ov'è il Tribunale militare tedesco.
7 gennaio 1945 - Ieri sera, verso le 10, è giunto da Ormea un battaglione di truppa repubblichina che ha passato la notte qui in Pieve e stamattina alle 9 è ripartito verso la riviera.
8 gennaio 1945 - Nulla di speciale da segnalare, tranne il «lanciatore di grida» che ha chiamato i civili per la guardia ai fili telegrafici e telefonici in Val di Lavina.
9 gennaio 1945 - Giuvanollu Ferrari d'Armo è stato lasciato libero ieri verso le ore 6 dal Comando tedesco. È venuto a salutarmi. È in un vero stato di prostrazione, giustificato dall'arresto e dalla deportazione della figlia Pierina. Il Comando tedesco continua a chiedere alloggi.
10 gennaio 1945 - Nulla da segnalare, tranne un forte passaggio di truppa tedesca nella notte. Non è possibile accertare qualsia stata la loro direzione.
Nino Barli, Vicende di guerra partigiana. Diario 1943-1945, Valli Arroscia e Tanaro, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, tip. Dominici Imperia, 1994, pp. 143,144
 
Intanto l'ufficio SIM della Divisione "Silvio Bonfante" viene informato che il rastrellamento nazifascista preannunciato è rinviato di qualche giorno, perché la Divisione fascista "Cacciatori degli Appennini", che avrebbe dovuto effettuarlo, si trova impegnata contro la II^ Divisione d'assalto Garibaldi "F. Cascione". La notizia è trasmessa ai Comandi delle Brigate dipendenti, che hanno il tempo, così, di mettere in esecuzione con rapidità le direttive contenute nelle circolari n. 22 e n. 23. I garibaldini meno atti sono inviati a rafforzare le squadre di riserva, passate alle dipendenze dirette del vicecomandante di Divisione Luigi Massabò (Pantera). Anche le altre disposizioni contenute nelle ricordate circolari sono messe in esecuzione.
In attesa del grande rastrellamento, i Distaccamenti della nuova Divisione cercano di infliggere in qualche modo nuovi colpi al nemico: il 2 di gennaio una squadra del Distaccamento "A. Viani", smina un campo in Valle Andora, l'esplosivo è inviato a Ubaga, al Distaccamento di Giuseppe Garibaldi; il 3 altra squadra del "G. Catter", con il comandante Mario Gennari (Fernandel), al rientro da una missione, si scontra con una pattuglia tedesca sulla strada Albenga-Garessio, il nemico lascia sul terreno un morto e un ferito. Lo stesso nemico, che pare sia in attesa di eventi, compie micidiali puntate provocando vittime tra i civili.
Nel piccolo centro di Armo, in alta Valle Arroscia, era dislocato un nucleo partigiano dell'Intendenza Divisionale, per immagazzinare rifornimenti provenienti dal Piemonte. A fine dicembre vi si trovava ammalato pure Lionello Menini, comandante del Distaccamento Mortaisti "E. Bacigalupo". Su indicazione di una spia, il mattino presto del 31 dicembre 1944, un centinaio di Tedeschi, provenienti da Pieve di Teco, investono la zona di Armo, Trovasta e Moano. Alcuni garibaldini sfuggono al rastrellamento, altri cadono prigionieri, tra cui tre Austriaci disertori, e i civili Giuseppe Cacciò e Giovanni Ferrari.
Il Menini riesce a far fuggire altri due partigiani prima di essere catturato. Portato al comando tedesco di Pieve di Teco è riconosciuto come capo partigiano. Chiuso in carcere confessa di essere partigiano ma, malgrado sia sottoposto a feroci torture, non parla, mantiene il silenzio. Il 3 di gennaio è condannato a morte. Prima di morire riesce ad inviare un biglietto al suo Commissario (Giuseppe Cognein) per informarlo che gli Austriaci avevano parlato e che non era dispiaciuto di morire per una causa giusta.
Francesco  Biga, (con la collaborazione di Osvaldo Contestabile), Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), Vol. IV: Dal Primo Gennaio 1945 alla Liberazione, Ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, 2005, pp. 19,20 

Su indicazione di una spia il mattino del 31 dicembre 1944 un centinaio di tedeschi proveniente da Pieve di Teco investono la zona. Alcuni garibaldini sfuggono al rastrellamento, altri (tra cui tre austriaci disertori) cadono prigionieri. Menini riesce a far fuggire due suoi uomini, esponendosi all'arresto. Portati al comando di Pieve di Teco vengono riconosciuto come partigiani. Dopo tre giorni di percosse e un processo farsa in cui confessa di essere partigiano, è emessa per lui e per altri tre partigiani della II^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Sambolino" della Divisione "Gin Bevilacqua" operante nella II^ Zona Liguria G.B. Valdora, Ezio Badano e Lorenzo Cracco la sentenza di morte.
Giorgio Caudano, I Caduti della Lotta di Liberazione nella I^ Zona Operativa Liguria
[ A cura di Paolo Veziano con il contributo di Giorgio Caudano e di Graziano Mamone, La libera Repubblica di Pigna. Parentesi di democrazia (29 agosto 1944 - 8 ottobre 1944), Comune di Pigna, IsrecIm, Fusta Editore, 2020; Giorgio Caudano, Dal Mare alla Trincea... memorie di uomini, BB Europa, Cuneo, 2019; Silvia Alborno, Gisella Merello, Marco Farotto, Marco Cassini, Giorgio Caudano, Franck Vigliani, curatori della mostra Claude Monet, ritorno in Riviera, catalogo a cura di Aldo Herlaut, Silvana Editoriale, Milano 2019; La Magnifica Invenzione. I pionieri della fotografia in Val Nervia 1865-1925, a cura di Marco Cassini e Giorgio Caudano, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2016 ]
 
Ezio Badano - Fonte: Giorgio Caudano, Op. cit. infra

Lorenzo Cracco - Fonte: Giorgio Caudano, Op. cit. infra

Su indicazione di una spia il mattino del 31 dicembre un centinaio di tedeschi provenienti da Pieve di Teco investono la zona. Alcuni garibaldini sfuggono al rastrellamento, altri (tra cui tre austriaci disertori) cadono prigionieri. Menini riesce a far fuggire due suoi uomini, esponendosi all’arresto. Portato al comando di Pieve di Teco è riconosciuto come capo partigiano. Dopo tre giorni di percosse e un processo farsa in cui confessa di essere partigiano, è emessa per lui e per altri tre partigiani della II^ Brigata d’assalto “Sambolino” Divisione Garibaldi “Gin Bevilacqua” operante nella II^ Zona ligure (due savonesi: G.B. Valdora “Ferroviere” e Ezio Badano “Zio”, e un veneto Lorenzo Cracco) la sentenza di morte. Prima di morire riesce ad inviare un biglietto al suo Commissario, Giuseppe Cognein, per informarlo che gli austriaci avevano parlato e che non era dispiaciuto di morire per una causa giusta. L’esecuzione ha luogo il 3 gennaio 1945 al Prato San Giovanni.
Lionello Menini va incontro alla fucilazione cantando la canzone “La guardia rossa”. A lui viene intitolato un Battaglione della Brigata “Nino Berio” - Divisione d’assalto Garibaldi “Silvio Bonfante”.
Proposta alla memoria di Lionello Menini  la medaglia di bronzo con la seguente motivazione: “Fatto prigioniero dai Tedeschi durante un colpo di mano contro l’Intendenza Divisionale, essendosi attardato sino all’ultimo a dare ordini, si comportava sino alla sua ultima ora con la serenità dei forti, non smentendo la sua condotta da partigiano che lo aveva elevato a stima di tutti. Oltraggiato e seviziato, non mancò mai di incoraggiare i suoi compagni di sventura. Portato al luogo dell’estremo supplizio, attraversava la via di Pieve di Teco con la testa fieramente eretta, cantando le nostre canzoni. Avvicinato nella prigionia da elementi fidati, inviava informazioni utilissime. Lo stesso nemico ne elogiò la condotta. Pieve di Teco (Imperia) 30-12-1945"
Arrivano i Partigiani, I RESISTENTI,  ANPI Savona, 2011
 
Una sera, nei primi giorni del gennaio 1945, mentre mi recavo da un nostro informatore, con il quale avevo appuntamento nei pressi del cimitero di Vessalico, incontrai Bol (il socio di Walter che avevamo fucilato) il quale, non avendo notizie del suo compare, veniva a cercarlo.
Non volevo ucciderlo senza fargli un regolare processo e così gli dissi che non potevo portarlo in azione con me perché era disarmato, ma che l'avrei fatto accompagnare al Distaccamento da Libero. Incaricai un partigiano che era con me di accompagnarlo, mi allontanai, e lui seguì l'uomo incaricato da me di fargli da guida. Forse aveva già intuito dal mio comportamento che sospettavo di lui: il fatto è che chiese al suo accompagnatore notizie di Walter e questi, con la più grande ingenuità, gli disse che lo avevamo processato e condannato a morte.
Bol capì di essere stato scoperto e, approfittando dell'oscurità, si allontanò dal suo accompagnatore, il quale solo allora capì la «fesseria» compiuta; ma ormai era cosa fatta.
Al mio rientro dall'incontro con l'informatore, fui informato di quanto era accaduto e ciò mi convinse che oramai i tempi erano maturi per un rastrellamento. Chiesi al Comando di Divisione l'autorizzazione provvisoria a lasciare la zona, proponendo alcune località dove avrei potuto spostare i miei Distaccamenti. L'autorizzazione non mi venne concessa: il Comando di Divisione non aveva nessuna segnalazione di rastrellamento imminente e riteneva che era meglio non fare circolare grossi gruppi di uomini con la possibilità che venissero segnalati al nemico. Ma il nemico ormai sapeva della nostra presenza: lo provavano l'arrivo di Walter e, dopo la fucilazione, quello di Bol, che io, come un principiante, m'ero fatto scappare.
Giuseppe Garibaldi (Fra Diavolo), Dalla Russia all'Arroscia. Ricordi del tempo di guerra, Istituto Storico della Resistenza di Imperia, 1994, p. 156

3 gennaio 1945 - Tribunale Militare tedesco - Copia della sentenza di condanna a morte per i garibaldini Lionello Menini Menini, comandante del Distaccamento "Bacigalupo" della I^ Zona Operativa Liguria ed Ezio Badano Zio, G.B. Valdora Ferroviere e Lorenzo Cracco della II^ Brigata "Sambolino" della Divisione d'Assalto Garibaldi " Gin Bevilacqua" operante nella II^ Zona Operativa Liguria. La sentenza del Comando Tedesco recita così:
TRIBUNALE MILITARE DEL FELDERS BLL 34 contro banditi.
Presidente Tenente e comandante di compagnia Dexheimer (ufficiale con facoltà di giudice)
1° Assessore: S. Tenente Menjen
2° Assessore: Maresciallo capo Gelhana
GLI ACCUSATI
1° Menini Lionello nato il 25.10.1919 a Siena
2° Gracco Lorenzo nato il 5.5.1921 a Valdagno
3° Valdora Giovanni nato il 1.1.1922 a Savona
4° Badano Ezio nato il 3.5.1919 a Savona
Sono condannati a morte.
Loro furono catturati il 30.12.1944 nel paese di Armo, quale resto della banda, la quale si era colà soffermata per parecchi giorni. Una parte dei banditi, dopo una breve sparatoria, riuscì a sfuggire all'attacco della compagnia tedesca su Armo del giorno 30.12.1944. Presso gli accusati non furono trovate armi. Secondo le testimonianze di tre soldati tedeschi, risulta che gli accusati appartenevano ad una banda di partigiani. L'accusato Menini, secondo la dichiarazione dei tre soldati tedeschi, è un capo bandito. Per questo motivo il Tribunale si è convinto che gli accusati hanno partecipato ad attiva lotta contro le Forze Armate Germaniche.
In campo 3 gennaio 1945


5 gennaio 1945 - Dal comando della Divisione "Silvio Bonfante", prot. n° 92, ai comandi delle Brigate dipendenti - Si trasmetteva l'ordine ricevuto dal Comando della I^ Zona circa la necessità di comunicare tempestivamente qualsiasi azione intrapresa contro il nemico.

5 gennaio 1945 - Dal Comando Operativo della I^ Zona al comando della Divisione S.A.P. "Giacinto Menotti Serrati" - Venivano trasmesse le descrizioni fisiche di due spie da prelevare: il primo, zoppo, aveva circa 35-40 anni, l'altro, dai "piedi dolci", era di piccola statura.

6 gennaio 1945 - Dal comando della Divisione "Silvio Bonfante" al comando della I^ Brigata - Invito ad inviare uomini e muli ad Onzo (SV) per ritirare castagne secche. Inviare mine ed olio per fucili al Distaccamento di "Fra Diavolo" [Giuseppe Garibaldi].
 
8 gennaio 1945 - Dal comando della Divisione "Silvio Bonfante" al comando della III^ Brigata "Ettore Bacigalupo" - Il comando rispondeva negativamente alla richiesta di armi automatiche a causa della scarsità delle medesime e rimarcava che Fra Diavolo [Giuseppe Garibaldi] risultava irreperibile.
 
8 gennaio 1945 - Dal S.I.M. della I^ Zona Operativa Liguria al comando della Divisione "Silvio Bonfante" ed ai Distaccamenti di Fra Diavolo - Informazioni militari. Sul transito in Caramagna [Frazione di Imperia] di 2 camion con 40 tedeschi a bordo: 3 delatori (Musso, Ozenda ed un terzo di cui era solo indicata la descrizione fisica) avevano indicato la strada per Vasia (IM). Da Ceva (CN) erano giunti 60 fascisti a Porto Maurizio [Imperia]. Ad Albenga (SV) erano arrivati molti tedeschi: era probabile un rastrellamento nella zona ingauna.

18 gennaio 1945 - Da "Dario" [Ottavio Cepollini] alla Sezione SIM [Servizio Informazioni Militari] della Divisione "Silvio Bonfante" - Informava che "da parte dei tedeschi continua l'interrogatorio di 'Giulio' e 'Dek', 'Boll' collabora con i tedeschi, viene messo spesso con gli arrestati e con il pretesto di essere caduto anche lui in trappola cerca di carpire notizie utili da riferire ai tedeschi. Si cercherà di fare eliminare 'Boll' proprio dai tedeschi. I tedeschi a Pieve di Teco stanno ricostruendo il ponte crollato".

31 gennaio 1945 - Dal comando della Divisione "Silvio Bonfante" al comando della I^ Zona Operativa Liguria - Relazione sui rastrellamenti subiti il 10 ed il 20 gennaio 1945 "... Il giorno 20 gennaio avveniva il temuto rastrellamento a catena ad opera di forze della RSI e di alcuni reparti tedeschi. Furono attaccate formazioni della II^ e della III^ Brigata; a Bosco il nostro presidio venne dopo una battaglia catturato quasi al completo. Dei 16 garibaldini arrestati, 12 riuscivano a fuggire, evitando la fucilazione. Contemporaneo a questo attacco vi fu quello di Degolla, in cui i garibaldini ebbero 3 morti, 1 ferito e 8 uomini presi prigionieri. A Gazzo un'altra colonna, guidata dall'ex garibaldino 'Boll', catturava l'intera famiglia di 'Ramon' [Raymond Rosso], ma non riusciva a sorprendere il nostro capo di Stato Maggiore. A Nasino il Distaccamento "Giannino Bortolotti" infliggeva alcune perdite al nemico e poteva ritirarsi..."

da documenti IsrecIm in Rocco Fava di Sanremo (IM), "La Resistenza nell'Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945)" - Tomo II - Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Facoltà di Scienze della Formazione, Corso di Laurea in Pedagogia - Anno Accademico 1998 - 1999 

giovedì 22 aprile 2021

Nella notte una trentina di tedeschi partì per Diano Arentino

Diano Arentino (IM) - Fonte: Mapio.net

Era il giorno 20 gennaio 1945. Ci trovavamo al Comando della I^ brigata [Brigata "Silvano Belgrano" della Divisione "Silvio Bonfante"] a Diano Arentino ed era un periodo di calma. Erano diversi giorni che le nostre sparute squadre non attaccavano né tedeschi né fascisti.
Anche perché in quel mese, attaccarli ed ucciderne qualcuno voleva dire provocare delle reazioni spaventose con rappresaglie contro le popolazioni innocenti dei paesi.
Siccome ciò ci creava dei problemi di credibilità, cercavamo di starcene tranquilli in attesa di tempi migliori.
Tanto più che nella nostra zona, durante il mese di gennaio, avevamo perso una novantina di compagni ed altrettante furono le vittime civili, causate dalle rappresaglie. E' chiaro che tutto ciò ci costringeva a non provocare altri eccidi. Comunque il 20 gennaio venimmo a sapere che sulla strada di Diano Gorleri vi era una squadra di una decina di operai della TODT, sorvegliati da due soldati tedeschi, che scavavano delle trincee ai lati della strada. Le trincee dovevano servire come ripari antipartigiani agli stessi tedeschi, quando questi si recavano nei paesi vicini a razziare fieno per i loro cavalli e altri generi agricoli.
L'intenzione nostra non era di uccidere i due tedeschi, ma di disarmarli, quindi mandarli via e bruciare tutti gli attrezzi che servivano per gli scavi. Insomma, con una dimostrazione, volevamo far sapere loro che c'eravamo ancora.
Una mezza dozzina di partigiani si recò sul luogo. Tra loro erano presenti: Giuseppe Saguato ("Pippo"), Germano, Roberto Amadeo ("Billy"), "Martello" ed altri.
Si avvicinarono guardinghi ai tedeschi, mentre due di loro si appostavano, pronti a sparare se il nemico avesse reagito. All'intimazione di mani in alto, uno dei due ubbidì, mentre l'altro, più giovane, riuscì a sparare un colpo con il suo fucile, senza però colpire i nostri. In conseguenza di ciò vi fu una reazione e il giovane tedesco rimase gravemente ferito. Impadronitisi dei fucili, i partigiani accatastarono gli attrezzi da lavoro e gli diedero fuoco.
Poi posarono il tedesco ferito sopra un biroccio avuto dalla popolazione locale e, insieme al tedesco illeso, lo avviarono verso Diano Marina. In località Ferretti, però, il ferito morì. Intanto la squadra partigiana ritornava alla base.
Iniziò la rappresaglia nemica: nella notte una trentina di tedeschi partì per Diano Arentino (probabilmente conoscevano l'ubicazione precisa del Comando partigiano) per compiere la rappresaglia. Erano le 22 quando sentimmo una raffica e grida in tedesco. Eravamo sistemati in cima al paese, vicino ad una chiesetta.
La pattuglia nemica, che aveva rafficato, provenendo da nord, andò a piazzarsi sulla strada che saliva da Diano Castello per impedire che fuggissimo verso il fondovalle. Altri seguirono i primi e circondarono il paese.
"Mancen" [Massimo Gismondi, comandante della I^ Brigata] era assente. Io, Federico [Federico Sibilla], Germano e gli altri tentammo di dileguarci per la campagna, approfittando della notte oscura, dopo aver svegliato il sedicenne "Peccenen", nostra staffetta, mettendogli però una mano sulla bocca perché non gridasse.
Raccogliemmo tutti i documenti del Comando. Per affrontare ogni drammatica sorpresa, presi l'arma automatica che "Mancen" mi aveva lasciato, e in un momento che ci parve di tregua scendemmo la scala, per percorrere poi una stradina onde raggiungere, veloci, un rifugio in casa del maestro locale, dove pensavamo di trovarci al sicuro.
Giunti in fondo alla scala, sentimmo che stavano giungendo altri tedeschi. Ci fu tra noi un attimo di esitazione, poi Germano e "Peccenen", che avevamo davanti, con un balzo girarono l'angolo della casa del Comando, se pur seguiti da una raffica di mitra. Invece io e Federico risalimmo nel luogo da dove eravamo partiti. Sentivamo i tedeschi bussare alle porte, entrare nelle case ove cercarci.
Pensammo che forse l'unica via di salvezza sarebbe stata quella di salire sul tetto attraverso una piccola finestra: iniziativa che attuammo immediatamente. Purtroppo c'era la luna piena per cui dovemmo nasconderci dietro un fumaiolo perché i tedeschi, che più a monte ci sovrastavano, avrebbero potuto vederci. Mi portai sulla gronda del tetto per constatare se potevamo saltare nella viuzza sottostante già percorsa da Germano e "Peccenen".
Ma il salto da compiere ci sembrò troppo alto.
Vidi, però, a circa due metri di distanza un terrazzino e la viuzza che vi passava appresso. Pensammo di saltare sul terrazzino e da lì nella viuzza. Così facemmo, ma quando fummo sul terrazzino che aveva il muretto di riparo rotto in alcuni punti, per non farci vedere dovemmo appiattirci sul pavimento.
Intanto scorgemmo che a pochi metri di distanza vi era la porta della casa del maestro (dentro la quale si trovava il rifugio) e alcuni tedeschi che si accingevano ad  entrarci. Essi bussarono alla porta e dopo qualche istante il maestro aprì; gli domandarono se nella casa vi erano dei banditi. Al tempo stesso, non attendendo nemmeno la risposta, alcuni di loro, su ordine del graduato che li comandava, entrarono per perquisirla.
Il graduato si soffermò nell'ingresso osservando alcuni quadri, ma, quando vide il diploma di maestro del nostro amico, disse: «Anch'io insegnante, siamo colleghi». Iniziò così una conversazione.
Ogni tanto giungevano dei soldati che gli riferivano sull'andamento delle ispezioni effettuate nelle case. Intanto noi, esaminando bene la drammatica situazione nella quale ci eravamo venuti a trovare, ci accorgemmo che i soldati avrebbero potuto vederci benissimo; non ci rimaneva che strisciare sul pavimento per raggiungere un piccolo e cadente gabinetto situato in un angolo del terrazzino per essere meno visibili. Tenevo la pistola puntata alla tempia, pronto ad uccidermi se ci avessero scorto.
Federico mi diceva: «Guarda che non ti parta un colpo». Ma io ero talmente calmo che gli risposi: «Perché il colpo parta, prima debbo alzare il cane e poi premere il grilletto». Dopo una decina di minuti il gruppo di tedeschi se ne andò via e fu allora che scorgemmo una porticina che ci doveva permettere di uscire dal terrazzino per raggiungere la stalla della casa, la stessa nella quale ci eravamo sistemati.
Quando spingemmo la porticina, ci accorgemmo che dall'interno era bloccata da balle di fieno per cui bisognava spostarle. Ci eravamo messi appena all'opera quando un gruppo di tedeschi entrò nella stalla con delle pile a batteria, per ispezionarla. La stalla era vuota, vi erano solo le balle di fieno, i tedeschi non fecero caso ad esse e che cosa potessero nascondere.
Lì sentimmo esclamare: «Nein partisan, raus» (Niente partigiani, andiamo via). Anche questa volta fummo veramente fortunati. Dopo qualche tempo i soldati si concentrarono in fondo al paese per andare via.
Fu in quel momento che venne a chiamarci sottovoce Davide Gaggero ("Daviden"), un comandante della SAP locale. Usciti fuori con qualche difficoltà, fummo condotti nel sicuro rifugio del maestro dove trovammo il "Peccenen".
Germano ci raggiunse all'alba.
Purtroppo i tedeschi catturarono tre giovani del paese (Silvio Arancio, Giuseppe D'Andrea e Gerardo Cavalieri) che fucilarono presso l'oratorio di San Sebastiano, sulla strada che porta a Diano Castello.
Anche se ritenemmo che non fosse colpa nostra, poiché eravamo coinvolti in una brutta guerra di cui non eravamo responsabili, e per causa della quale sovente pagavano degli innocenti, tuttavia ci sentimmo molto male e a disagio con i parenti dei caduti e con gli abitanti del paese.
Il caro Davide Gaggero, fervente nostro collaboratore, rimarrà ucciso nella Stazione ferroviaria di Diano Marina il 24 aprile, nel tentativo di disarmare alcuni tedeschi del treno armato che ivi stazionava. Fu un vero eroe, ma non gli fu concessa alcuna onorificenza: se la sarebbe veramente meritata. La gente di Diano Marina gli fu generosa intitolandogli una strada della città.
Sandro Badellino, Mia memoria partigiana. Esperienze di vita e vicende di lotta per la libertà di un garibaldino imperiese (1944-1945), edizioni Amadeo, Imperia, 1998

[...] mentre poderose forze nemiche stanno per attaccare la Divisione Bonfante sul suo territorio, nel Dianese avvengono gravi fatti di sangue. Nel pomeriggio del 20 gennaio 1945 una squadra del Distaccamento “F. Agnese”, al comando di “Gordon”, vice comandante di Brigata, si scontra con il nemico nella zona di Diano Gorleri. Per le gravi ferite riportate muore un soldato tedesco ed è recuperato un fucile Mauser. A causa del forte pattugliamento nemico, la squadra si ritira. Appena fattosi notte, una squadra tedesca appiedata e una squadra di brigatisti neri s'inoltrano nella valle di Diano per compiervi rappresaglie. Catturano i civili Silvio Arancio, Giuseppe D'Andrea, Gerardo Cavalleri, cittadini di Diano Arentino e li fucilano nei pressi dell'Oratorio di San Sebastiano, poi circondano il suddetto paese con l'intento di catturare il Comando della I Brigata, che aveva il centro recapito staffette a Diano Roncagli. A stento il Comando riesce a sfuggire alla cattura, dopo che i partigiani Federico Sibilla e Sandro Badellino erano quasi rimasti imbottigliati sopra un terrazzo; anche il partigiano Germano Belgrano si mette in salvo. Proseguendo il cammino i Tedeschi scendono sulla strada di Diano San Pietro e nei pressi delle frazioni Ciapai e Camporondo catturano Adelmo Ardissone, Silvio Bottino, Damiano Abbo, Alfonso Messiga e Ardito Risso. Sulla carrozzabile, nei pressi della frazione Trinità, sparano loro alla schiena, dopo averli spinti in avanti di qualche passo. Si salvano per caso fuggendo il Risso e il Messiga che, lanciatisi negli oliveti sottostanti, benché sotto le raffiche, riescono a salvarsi dileguandosi nella notte. Sulla mulattiera tra Diano Castello e Diano San Pietro i tedeschi uccidono pure il civile Antonio Ugo.
Due giorni dopo la rappresaglia il Comando Tedesco di Diano Marina annuncia che sarebbero stati fucilati dieci ostaggi e distrutto paesi per ogni tedesco ucciso. Contemporaneamente chiede un compromesso di tregua che viene rifiutato. Il Comando partigiano già da tempo tempo aveva dichiarato che la guerra era totale e così si doveva condurre, a prescindere da ogni rappresaglia, contro un nemico barbaro e crudele in onore a tutti i caduti e per non tradire la causa per la quale avevano immolato le loro giovani vite. I tedeschi reagiscono puntando su Diano Castello il giorno 22.01.1945 [...]
Francesco  Biga, (con la collaborazione di Osvaldo Contestabile), Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), Vol. IV: Dal Primo Gennaio 1945 alla Liberazione, Ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, 2005, pp. 28,29

 

20 gennaio 1945 - Dal comando della I^ Brigata al comando della Divisione "Silvio Bonfante" - Riportava la richiesta della SAP "Walter Berio" di Imperia di procedere al rapimento di soldati tedeschi come rappresaglia per l'arresto dei partigiani Delle Piane e Stenca.

20 gennaio 1945 - Dal comando della III^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Libero Briganti" della I^ Divisione "Gin Bevilacqua" [II^ Zona Operativa Liguria, Savonese] al comando della I^ Brigata "Silvano Belgrano" della Divisione "Silvio Bonfante" - Comunicava che il collegamento tra le due formazioni sarebbe stato effettuato dal Distaccamento "S. Torcello", il più vicino alla I^ Brigata.

21 gennaio 1945 - Da "Gianni" del P.C.I. a Mancen e Federico - Informava che un uomo a Deglio voleva uccidere il segretario comunale in nome dei partigian, sottolineando:  "Vi ordino di fermare quel tizio dal commettere delitti. Noi patrioti non siamo assassini, ma vogliamo solo la liberazione dell'Italia".

21 gennaio 1945 - Dal Comando Operativo della I^ Zona Liguria al comando della II^ Divisione ed al comando della Divisione "Silvio Bonfante" - Si ordinava di rendere difficoltoso il transito ai nemici sia per strada che per ferrovia e veniva espressa perplessità sulla circostanza della ripresa di rastrellamenti tedeschi dopo che i nazisti avevano già fatto preparativi per l'evacuazione.

da documenti IsrecIm in Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell’Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell’Istituto Storico della Resistenza e della Storia Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945), Tomo II, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Facoltà di Scienze della Formazione, Corso di Laurea in Pedagogia, Anno Accademico 1998-1999 


domenica 18 aprile 2021

E giunse l'alba del 4 settembre 1944

La zona della Cappella di Santa Brigida in Dolcedo (IM) - Fonte: Mapio.net

A Poggi [Frazione di Imperia] qualche casa era stata bruciata dalle formazioni dell'esercito repubblicano inferocite dell'accaduto. Con la sorella, per evitare il pericolo di eventuali ritorsioni, aveva ritenuto prudente abbandonare il paese; gli informatori anche sull'altro fronte erano piuttosto attivi e per il momento sarebbero rimaste in loco, in attesa dell'evolversi degli avvenimenti, che promettevano soluzioni e progetti futuri. L'incontro, piacevole per entrambi, ci diede la possibilità di stabilire un appuntamento per il dopodomani mattina in località Santa Brigida, avvenimenti permettendo; si era infatti in procinto di partire per raggiungere in serata quella posizione, in previsione del balzo finale che ci avrebbe condotti ad Imperia. Al convegno, mi assicurò sorridendo, sarebbe venuta con un canestro colmo di cose buone, dolci compresi, di cui mi sapeva ghiotto, sarebbe senz'altro stata una bella merenda nei prati come nei giorni del sereno; un ultimo sorriso, e il semplice saluto d'una stretta di mano, la vidi allontanarsi, figura di giovane donna dai chiari e lunghi capelli annodati da un vivace nastro. Come per incanto, il festante rumore della piazza ritornò ad essere presente. Un appetitoso e gradito pasto concluse la bella giornata, e prima che il sole scomparisse al di là dei monti che chiudevano l'orizzonte, si partì per raggiungere la nuova base assegnataci.
Il nuovo giorno per me significava attesa, attesa di un incontro che sicuramente avrebbe portato ore di un diverso interesse e forse attimi di poesia; scorrevo con lo sguardo il crinale della montagna che dal Faudo scendeva in un fitto verde verso il sud, fino a raggiungere ordinate coltivazioni di ulivi, immagini di un profondo silenzio avvolto in una cornice d'azzurro.
Un piccolo spiazzo, una fontana e una chiesetta semidiroccata, momentaneo luogo di sosta al nostro reparto  in attesa d'uno sviluppo ulteriore degli avvenimenti, unica mansione da compiere, il controllo del sentiero proveniente dalla costa sul dorso della montagna, che terminava sullo spiazzo del piccolo santuario dedicato a Santa Brigida. A questo, in tempo di pace, affluivano i pellegrini provenienti da Porto Maurizio e Oneglia nel giorno della ricorrenza; lo stato del fabbricato denunciava l'incuria del campo e degli uomini, i vetri delle poche finestre infranti, la porta divelta e l'intonaco mancante quasi per intero; restava l'indicazione dei giorni sereni, i nomi dell'abbandono. Quella notte, per ripararsi dal freddo, si era stati costretti a rifugiarsi all'interno della chiesetta, mentre il giorno, con il caldo sole di quell'inizio di settembre, ci vide tutti pigramente seduti o distesi sul piazzale antistante il fabbricato; unico rumore che si univa al nostro dialogo il continuo gorgoglio della piccola fonte, piacevoli momenti di pausa che facilitavano l'osservazione. Uomini abbronzati dai volti asciutti e malrasati, volti giovanili che richiamavano alla mente la fanciullezza, in una strana fantasia di abbigliamenti dalle origini più disparate, divise militari frammischiate a vestiti valligiani e borghesi, evidenti differenze di età, fogge e provenienza, che però non incidevano, poiché si poteva cogliere nello sguardo del gruppo l'espressione di una vita scelta, indicante una coesione che una qualsiasi disciplina non avrebbe saputo rendere maggiore. Alla quiete d'una monotonia piacevole, una sola necessità si faceva sentire con una certa insistenza, un gagliardo appetito che non accennava mai a diminuire e il primo giorno di permanenza, quando la prospettiva di mangiare si era notevolmente allontanata, causando un mormorio di protesta e volti accigliati, l'arrivo di Lecchiore, il più giovane mulattiere del distaccamento, risolse il problema. Lo si sentì arrivare, allegro come sempre, alla guida di un grosso mulo sul cui dorso faceva mostra un contenitore colmo di pastasciutta, preparata nel paese di Lecchiore. I piatti mancavano, ma la difficoltà venne agevolmente superata versando l'intero contenuto del recipiente sopra la porta della chiesa, e malgrado la precarietà del servizio, un tenace assedio liquidò in breve il tanto atteso rifornimento. Un altro giorno volgeva alla fine e nessuna novità era intervenuta; la mancanza di nuovi ordini mi portò ad assaporare il riposo della notte, breve transito all'arrivo del nuovo giorno, che per me si preannunciava piacevole.
E giunse l'alba del 4 settembre 1944, un'alba luminosa come tante di quella splendida estate.
Riposato e ben disposto, nella notte infatti non avevo prestato alcun servizio di guardia, mi accinsi a partire per l'incarico di pattugliamento assegnatomi, prima di poter usufruire del permesso di recarmi all'appuntamento con N., prospettiva questa che mi rendeva particolarmente sereno e conciliante. Il compagno con cui dividevo l'incarico si chiamava “Turiddo”, magro ed allampanato, meridionale fuggito dalla Pubblica Sicurezza di Imperia.
[...] Si procedeva con una certa tranquillità e, pur conversando a tratti, il silenzio della valle rotto soltanto dal cinquettio degli uccelli favoriva la riflessione; risentivo ancora i commenti indirizzatici dai garibaldini anziani, e la nostra fortuna in essi espressa per il breve periodo trascorso in montagna dalla nostra fuga; era convinzione comune ormai che fra qualche giorno le nostre formazioni avrebbero occupato l'intero litorale. Con l'aumentare della distanza dalla base si proseguiva più guardinghi e a breve distanza l'uno dall'altro, il fucile con il proiettile in canna ed il pollice sulla sicura; gli occhi attenti seguivano il rapido volo degli uccelli che si allontanavano al nostro passaggio, e in questa ricerca prudente ed attenta su un possibile pericolo un lontano luccichio attirò la mia attenzione, provocando un istintivo arresto al mio procedere. Turiddo cominciò a ridere sul mio sospetto e nel suo linguaggio a metà incomprensibile mi stimolò ripetutamente ad andare avanti, ritenendo del tutto fantasiose le mie supposizioni su una minaccia incombente; certo ero ancora un ragazzo la cui esperienza di guerra doveva maturare, ma l'ottima vista e un carattere che, salvo costrizioni, mi faceva accettare una situazione solo se convinto, dissero no, dovevo appurare e convincermi.
Mi chinai a lato d'un cespuglio concentrando tutta la mia attenzione sul sentiero che dolcemente calava verso la costa e, frazioni di attimi, ebbi la conferma: un uomo carponi passò rapido da un cespuglio all'altro con un'arma in pugno. "Bisogna far presto", dissi, "è necessario tornare immediatamente e avvertire il distaccamento". Un sorriso ironico e una frase di scherno furono la risposta di Turiddo, per un attimo i nostri occhi si incontrarono ed ebbi la sensazione che il suo sguardo volesse evitare il mio. "Non importa", replicai, "regolati come credi, io ritorno", e m'incamminai veloce; lo sentii borbottare, e proiettata dal sole scorsi la sua ombra seguire la mia. Il nostro frettoloso arrivo e le discordanti versioni fornite crearono un certo scompiglio; l'arrivo immediato dei tedeschi, da me indicato, faticava ad essere accettato da buona parte dei nostri compagni per due precise motivazioni: la versione più comoda, seppure pericolosa, fornita da Turiddo che dissentiva totalmente dalla mia, e quella supposta, che presumeva prossima la fine della guerra nell'intera Liguria. Fortunatamente il buon senso di Danko [Giovanni Gatti] e di altri componenti prevalse. "E' opportuno essere prudenti", disse "appostiamoci, se nulla dovesse verificarsi, nulla perderemo". E nella provvisorietà di una situazione pericolosa afferrai pienamente l'importanza della partecipazione volontaria: un gruppo di una cinquantina di uomini, apparentamente indisciplinati, in pochi minuti prese posizione. Nel breve tratto pianeggiante su cui sorgeva il Santuario, disposto in linea lungo il dorso della montagna, il terreno, in lieve salita verso nord, era sufficientemente strutturato per dominare completamente il sentiero proveniente dal mare, oltre alla chiesetta ed il tratto antistante, mentre lo spazio retrostante al fabbricato era controllabile solo parzialmente; l'intera formazione si era disposta a semicerchio sul disuguale terreno che permetteva una buona mimetizzazione, il Majerlyng al centro del dispositivo, opportunamente coperto con ramoscelli per evitare la rifrazione sull'arma dei raggi solari, aveva il compito di centrare il grosso della formazione nemica, mentre i due S. Etienne disposti sui lati del dispositivo dovevano colpire l'avanguardia e la retroguardia; ai fucili la caccia era lasciata libera.
Bruciava il sole e il tempo scorreva con una lentezza esasperante, e quando i primi dubbi sulla attendibilità dell'informazione raffiorarono, alla fine della piazzuola, dove iniziava il sentiero, due uomini, due nemici, tranquillizzati dall'apparente abbandono del tratto loro visibile, lanciarono il razzo di via libera.
E giunse l'ordinata teutonica colonna, circa duecento uomini per ucciderci; appiattiti sul terreno, quasi incorporati alle rocce nei respiri che accompagnavano i battiti d'un tempo sconosciuto, contavamo metro per metro la distanza che il tedesco doveva percorrere prima di sparare: i cacciatori che si avvicinavano non sapevano d'essere diventanti preda, e improvviso come inferno, l'assordante crepitio delle armi esplose, armi vibranti che davano la morte, urla improvvise, ordini, incitazioni, e uno sbando di corpi alla ricerca di un rifugio per sfuggire alla pena di una spietata sorpresa, e pur nel disordinato frastuono dei colpi, si avvertì subito l'arrestarsi del fuoco del nostro Majerlyng: l'arma si erta inceppata e Oddo, ottimo fuciliere ma mitragliere improvvisato, anche se coadiuvato da Danko, non riusciva a restituire funzionalità all'arma.
Istanti in cui la mente supera la più grande delle velocità e con spietata lucidità evidenzia il maturarsi di nuove realtà; la decisione che mi ero imposto di non sparare col Majerlyng, fintanto che la P.38 sequestratami all'atto della fuga non fosse rientrata in mio possesso, sparì, la presunta offesa avallata da un inutile orgoglio si cancellò; i nemici erano di fronte, afferrai con violenza l'arma, pochi e precisi movimenti, e il vibrare del mostro riesplose nelle mie mani; solo brevi istanti avevano fugato le ultime ombre, mi sentivo sicuro, in una certezza che mi teneva inchiodato sulla posizione, e l'arma vibrava, vibrava inpietosa nella valle che ingigantiva la sua terribile eco; il battesimo del fuoco, un diverso battesimo, era avvenuto.
Le munizioni purtroppo cominciarono a scarseggiare, il nostro fuoco era ormai soverchiato da quello del nemico, il quale, superata la prima mezzora di sbandamento, si era organizzato attestandosi dietro la chiesa e sui rocciosi fianchi del crinale, e soltanto la naturale posizione da noi occupata permetteva una difesa anche se operata con mezzi notevolmente inferiori; ma quando i primi colpi dei mortai, inprendibili alle nostre armi, perchè piazzati in totale copertura dietro la chiesa, caddero a poca distanza dalle nostre postazioni, venne spontaneo l'esame delle nostre possibilità e, fatto rapidamente il punto, si decise lo sgombero della posizione.
Considerata la sicurezza di poterci allontanare senza incappare in pericolose sorprese, il distaccamento iniziò il ripiegamento con molta calma e gradualità.
Danko, avvicinatosi carponi, ci invitò ad allontanarci e fungendo da battistrada con Oddo ci indicò il percorso; io seguivo con Sparafucile [Domenico Garibaldi], laureando in medicina, che operava in qualità di medico nel distaccamento, cosa che non gli aveva impedito di partecipare al battesimo con un S. Etienne. Sorrisi mentalmente osservando l'etereogeneo gruppetto che chiudeva l'evacuazione. Danko l'interprete, Oddo l'autista, Sparafucile medico ed io bancario.
La parte esaltante dell'avventura era terminata [...]
[..] Della classe di mare, venne chiamato alle armi dalla Repubblica Sociale nei primi mesi del 1944. Ritornato in Italia dalla Germania alla fine di luglio, dopo conseguito l'addestramento di guerra tedesco nella divisione italiana San Marco, fuggì con l'intero reparto di appartenenza nelle montagne imperiesi il 29 agosto dello stesso anno, scegliendo la strada della libertà. Ivi combatté fino al termine del conflitto nelle file della 2^ Divisione d'assalto Garibaldi Felice Cascione [ndr: come capo di una squadra della IV" Brigata Elsio Guarrini].
Renato Faggian (Gaston) nato a Pordenone (Udine) il 29 agosto 1924. [...] Periodo riconosciuto: dal 29 agosto 1944 al 30 aprile 1945. Dichiarazione integrativa n. 2547.
da ultima di copertina
Renato Faggian (Gaston), I Giorni della Primavera. Dai campi di addestramento in Germania alle formazioni della Resistenza Imperiese. Diario partigiano 1944-45, Ed. Cav. A. Dominici, Imperia, 1984, pp. 46-52

mercoledì 14 aprile 2021

Invitava gli aguzzini a portare a termine l'esecuzione

Fonte: ANPI Imperia

Qualche giorno prima, il 27 [n.d.r.: marzo 1945: in ogni caso non solo per la maggior parte delle fonti, ma per lo stesso Biga più avanti, questa data sarebbe quella del 7 marzo] durante un rastrellamento effettuato a Montegrazie [Frazione di Imperia] dai Tedeschi, quattro partigiani cadono in loro mani, tre di essi Secondo Giribaldi (Gamba), Riccardo Marcenaro (Riccantonio) e Sinibaldo  Martellini (Falce) sono fatti fucilare sul posto dal maresciallo Mayer; invece Franco Ghiglia (Gigante), come vedremo più avanti, verrà fucilato in aprile e sarà insignito di medaglia d'oro al valor militare, per attività partigiana.
Francesco Biga, (con la collaborazione di Osvaldo Contestabile), Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), Vol. IV: Dal Primo Gennaio 1945 alla Liberazione, Ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, 2005, p. 220

[Franco Ghiglia] Era entrato giovanissimo nel Distaccamento "Walter Berio" della 4a Brigata Garibaldi della II Divisione "Felice Cascione". Le sue imprese gli valsero il nome di battaglia di "Gigante", ma una di queste (avvenuta l'8 gennaio 1945), gli fu fatale. "Gigante" e i suoi si erano scontrati con i nazifascisti nelle vicinanze di Costa d'Oneglia. Due tedeschi erano rimasti sul terreno e i partigiani, prima di allontanarsi, avevano sepolto i due caduti. A quello scontro seguì, dopo una settimana, un massiccio rastrellamento nella zona. Franco Ghiglia e i suoi riuscirono a sganciarsi, ma "Gigante" era stato raggiunto da un proiettile ad una gamba. Costretto all'immobilità e riparato con altri quattro patrioti in un fienile, il 7 marzo il giovane vi fu sorpreso dalle SS. Qualcuno si lasciò sfuggire dell'episodio di due mesi prima e per Ghiglia fu l'inizio tormentoso della fine [...]
Redazione, Franco Ghiglia, ANPI, 25 luglio 2010

Quando il maresciallo delle SS, Mayer, il famigerato torturatore, che comanda il presidio di Castelvecchio [Frazione di Imperia], lo prende in consegna, usa contro di lui i più raffinati metodi di tortura per farlo parlare, fargli dire i nomi delle località di dislocazione dei Distaccamenti, e quelli dei compagni. Ma "Gigante" non parla. Allora, con un compagno di prigionia, è condotto sul luogo dove sono stati seppelliti i due Tedeschi, il maresciallo nazista fa  consegnare loro una  zappa e una pala e ordina di disseppellire le salme. Il fetore dei corpi si fa sentire subito appena mossa la prima terra, per cui gli accompagnatori si scostano dalla fossa. Per prime compaiono le giacche, le ossa delle mani e quindi grumi di carne violacea. Franco alza il viso per cercare aria migliore, ma ciò gli viene impedito da un mitra puntato nella schiena. Quando i due cadaveri sono tirati fuori dalla fossa, lo sguardo sanguinario e rapace del maresciallo nazista che sta sudando all'ombra di una pianta di ulivo, si sposta dai due corpi che non hanno più volto, ai due partigiani, emettendo voci rauche di collera. Al momento contro i due ha il coltello per il manico e l'avrebbe usato: fa prendere loro i cadaveri sulle spalle con l'ordine di portarli nel cimitero. Brani di carne del cadavere che grava con il suo fetore si attaccano al collo e alle mani di Franco, mentre cammina per la campagna. Dopo una decina di minuti si sente come ubriaco. Anche i passi discontinui del compagno che segue, dicono di una nausea che è al limite della sopportabilità. Franco si ferma ma i Tedeschi non osano avvicinarsi a lui per bastonarlo. Comprende che se più presto cammina, accorcia il tempo del trasporto del cadavere. Riprende il cammino dopo aver rigettato acqua e sapone che gli avevano fatto bere abbondantemente. Quando giunge al cimitero inizia la lenta operazione della sepoltura. Ora le braccia si rifiutano di fargli maneggiare la pala e le gambe di reggerlo. Ma i Tedeschi gli fanno finire il lavoro a suon di bastonate.
In disparte l'ufficiale ghigna. Quando si era trovato davanti alla resistenza dei due partigiani, aveva ideato il suo piano per stroncarli: stremare prima i loro corpi forti, riducendoli a stracci, con la speranza che poi avrebbero cantato. Per una notte intera fa mettere Franco sotto una doccia continua, all'aria aperta, quindi lo fa camminare per ore con un forte peso su una sola spalla e lo fa nutrire nuovamente con acqua e sapone mentre gli provocano dei tagliuzzamenti. Ma la sua bocca non si apre. La notizia di questa resistenza eroica giunge anche alla popolazione di Oneglia attraverso gli stessi nazisti stupiti. Anche il maresciallo Mayer ammira tanto coraggio. Non gli rimane che decretare la morte di Franco.
La notte del 5 aprile 1945 le SS portano Franco a monte della Cava Rossa di Castelvecchio. Sulla collina gli viene preparato nell'oscurità il cappio. In esso è infilato il suo giovane capo che porta occhi e capelli neri. Inizialmente l'impiccagione è una finta, perché il maresciallo vuole ancora chiedere. Gli si fa sotto e "Nome partisan?" domanda, senza più forza nella voce e senza convinzione. Le labbra di Franco si schiudono infine per sputargli in faccia. "... Due giorni dopo il corpo di "Gigante" pendeva ancora dall'albero mentre il vento lo dondolava su un fianco e sull'altro. Pareva che il vento non potesse rassegnarsi a considerare morto quel giovane che era stato così pieno di vita, e scuoteva Franco quasi lo volesse ravvivarlo, svegliarlo e si aggirava per la cava con un lamento lungo e triste, sconsolato..." (4). Franco Ghiglia sarà insignito di medaglia d'oro al valor militare, alla memoria, per attività partigiana (5).
(4) - ISRECIM, Archivio, Sezione I, cartella 34. Un articolo importante su Franco Ghiglia è riportato dal giornale "L'UNITA'" del 7 febbraio 1955, scritto dal giornalista Leandro Canepa.
(5) - Motivazione della medaglia d'oro al valor militare, alla memoria, concessa a Franco Chiglia: "Diciottenne valoroso, audace partigiano, si distingueva in numerosi combattimenti per coraggio e ardore. Volontario in una pericolosa e difficile missione, scontrandosi con rilevanti forze nemiche, accettava la dura lotta nella quale veniva ferito e quindi catturato, perché rimasto senza munizioni. Sottoposto alle più crudeli torture e sevizie, non faceva alcuna rivelazione ed in segno di disprezzo sputava in faccia al suo inquisitore. Condotto sul luogo della sua esecuzione, subiva senza battere ciglio una simulata impiccagione a scopo intimidatorio. La sua fierezza non piegò e, dopo avere incitato un suo compagno di martirio a non parlare, invitava gli aguzzini a portare a termine l'esecuzione. Prima che il cappio stroncasse la sua giovine esistenza, elevava il grido di "Viva L'Italia!". - Valle Impero, 5.4.1945".

Francesco Biga, Op. cit., p. 286,287

6 aprile 1945 - Dalla Sezione S.I.M. [Servizio Informazioni Militari] della II^ Divisione "Felice Cascione" al Comando Operativo della I^ Zona Liguria ed al comando della II^ Divisione "Felice Cascione" - Segnalava che il giorno prima era stato impiccato a Pontedassio dai tedeschi il garibaldino "Gigante" [Franco Ghiglia]...
da documento IsrecIm  in Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell'Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945) - Tomo II - Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Facoltà di Scienze della Formazione, Corso di Laurea in Pedagogia, Anno Accademico 1998-1999

Franco Ghiglia nato ad Imperia il 18 aprile 1926. Era entrato giovanissimo nel Distaccamento “Walter Berio” della 4^ Brigata Garibaldi "Elsio Guarrini" della II^ Divisione “Felice Cascione“. Le sue imprese gli valsero il nome di battaglia di “Gigante“, ma una di queste (avvenuta l’8 gennaio 1945), gli fu fatale. “Gigante” e i suoi si erano scontrati con i nazifascisti nelle vicinanze di Costa d’Oneglia. Due tedeschi erano rimasti sul terreno e i partigiani, prima di allontanarsi, avevano sepolto i due caduti. A quello scontro seguì, dopo una settimana, un massiccio rastrellamento nella zona. Franco Ghiglia e i suoi riuscirono a sganciarsi, ma “Gigante” era stato raggiunto da un proiettile ad una gamba. Costretto all’immobilità e riparato con altri quattro patrioti in un fienile, il 7 marzo il giovane vi fu sorpreso dalle SS. Qualcuno si lasciò sfuggire dell’episodio di due mesi prima e per Ghiglia fu l’inizio tormentoso della fine. Condotto zoppicante, con un altro prigioniero, sul luogo dove erano stati sepolti i due militari tedeschi, “Gigante” e il suo compagno furono costretti a scavare e a riesumare le salme. Con i due corpi in decomposizione sulle spalle, i prigionieri dovettero trasportarli per chilometri sino a un cimitero. Qui, sfiniti e continuamente bastonati, i partigiani dovettero scavare due fosse e procedere ad una nuova inumazione. Ma per “Gigante” non era ancora finita: per tutta la notte il ragazzo fu torturato dal maresciallo delle SS Mayer, per estorcergli i nomi dei capi partigiani e notizie sulla dislocazione del Comando. Non una parola uscì dalle labbra di Ghiglia che, all’indomani, fu portato in località Cava Rossa. Qui i tedeschi fissarono una corda ad un albero di ulivo e infilarono il collo di “Gigante” nel cappio. Il sottufficiale tedesco si avvicinò al giovane, promettendogli la grazia se avesse parlato. Il ragazzo - come ebbe poi a raccontare un suo compagno, fortunosamente salvatosi dalla forca - fece come un segno di assenso, ma quando il tedesco gli andò a ridosso per sentire che cosa avrebbe detto, Ghiglia gli sputò in faccia. Il cadavere del giovane partigiano fu lasciato penzolare per due giorni dall’ulivo. Il coraggio con cui affrontò la tortura e l’abnegazione con cui andò incontro alla propria morte gli valsero la Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria.  Redazione, Un ricordo di  Franco Ghiglia a settantacinque anni dal suo assassinio, ANPI Imperia, 5 aprile 2020