lunedì 6 febbraio 2023

Il Segretario della Casa del Fascio di Diano Marina cadde in un agguato tesogli da tre partigiani

Diano Marina (IM). Fonte: Mapio.net

La mattina del 4 ottobre 1944 i partigiani eliminano in via Ca’ Rossa (località Giaiette) di Diano Marina il maggiore Enrico Papone, segretario politico del fascio della cittadina, e il maresciallo Jarranca dell’UPI nei pressi della vecchia fornace di Diano Calderina [Frazione di Diano Marina]. Quello stesso pomeriggio i militi della B.N. prelevano dalle carceri di Oneglia Natale Rainisio, Giovanni Bonsignorio e Giuseppe Marro e li fucilano.
È una rappresaglia contro un’azione di veri partigiani, ma ci sono anche formazioni false di ribelli composte in maggioranza da ufficiali e sottufficiali fascisti che portano al collo fazzoletti rossi e la scritta CION, i quali entrano nelle botteghe e nelle trattorie, asportano merce e mangiano e bevono senza pagare.
Ricciotti Lazzero, Le Brigate Nere, Rizzoli, 1983
 
Dal 20 al 25 agosto 1944 Enrico Papone del distaccamento di Diano Marina della XXXII^ Brigata Nera “Antonio Padoan”, nonché segretario della “Casa del Fascio” di Diano Marina, in accordo con il locale comando della compagnia “San Marco” e tramite il Commissario Prefettizio, ordinava la requisizione di oltre 150 radio nei Comuni di Diano Marina, Diano Castello e Diano San Pietro, perché non si potessero ascoltare le trasmissioni alleate in lingua italiana sulle sconfitte dei nazifascisti. In particolare “Radio Londra”, dalla quale parlava il colonnello Stevens, inglese di nascita ma che da giovane aveva abitato a Diano Marina.
In relazione a ciò ed a molte altre tristi iniziative, il 4 ottobre 1944, alle ore 12, Papone cadeva in un agguato tesogli da tre partigiani di un distaccamento della I^ Brigata e veniva ucciso in Via Casa Rossa, regione “Giaiette” (Diano Marina).
Nel tardo pomeriggio, il Comando delle Brigate Nere di Oneglia (Imperia), venuto a conoscenza del fatto, ordinava la rappresaglia. Una decina di emergenti fascisti con tre ostaggi prelevati dalle carceri di Oneglia giungevano su un camion a Diano Marina. Facevano un giro per la cittadina, emettendo urla bestiali e sparando raffiche di mitra; poi sulla piazza del Municipio i tre ostaggi venivano fatti scendere dal camion, addossati al muro del palazzo a levante della piazza, e massacrati.
I cadaveri dei tre giovani, Natale Rainisio, Giovanni Bonsignorio e Giuseppe Marro, rimasero tre giorni consecutivi bocconi sul marciapiede, per ordine dei fascisti, sotto la pioggia autunnale, mentre l'acqua arrossata dal sangue scorreva lenta nel canale di scolo.
Il terzo giorno il parroco Don Vento, disubbidendo alle disposizioni, facava ritirare i tre corpi nell'androne del Palazzo comunale e dare poi sepoltura nel cimitero di Diano Marina.
Notizie tratte da “Dalle valli al mare Diano e Cervo nella Resistenza” di Francesco Biga - pag. 138 - e da “Antologia della Resistenza Dianese” di Francesco Biga - pagg. 46 e 47 -.
Sabina Giribaldi, Episodio di Diano Marina, 04.10.1944, Atlante delle Stragi Naziste e Fasciste in Italia
 
Il 4 ottobre 1944, alle ore 12, Enrico Papone, Segretario della Casa del Fascio di Diano Marina, cadde in un agguato tesogli da tre partigiani di un distaccamento della I^ Brigata e venne ucciso in Via Casa Rossa, regione Giaiette, a Diano Marina. Il Comando delle Brigate Nere di Oneglia, venuto a conoscenza del fatto, ordinò la rappresaglia. Tre ostaggi, in carcere a Imperia per motivi non precisati, forse semplici renitenti la leva, vennero prelevati e portati a Diano Marina dove furono fucilati. Erano Natale Rainisio, Giovanni Bonsignorio e Giuseppe Marro. Nel corso di un interrogatorio del 1° settembre 1945 il milite delle Brigate Nere di Imperia Giovanni Moraschi indicava quali componenti il plotone di esecuzione i due legionari Lorenzi, padre (maresciallo B.N. Lorenzi Giovanni Battista, nato a Torri di Ventimiglia il 17/7/1890) e figlio, ed il legionario Dean, il quale, dopo il fatto, ritornò al suo corpo di provenienza (Arditi). Nel corso dell’interrogatorio del 17/1/45, G.B. Lorenzi negava di aver preso parte all’esecuzione.
Giorgio Caudano, Gli eroi sono tutti giovani e belli. I Caduti della Lotta di Liberazione nella I^ Zona Operativa Liguria, ed. in pr., 2020 
 
[ n.d.r.: tra le pubblicazioni di Giorgio Caudano: Marco Cassini e Giorgio Caudano, Bordighera al tempo di Bicknell e Monet, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2021; Giorgio Caudano, L'immagine ritrovata. Ventimiglia e dintorni nei dipinti dell'Ottocento e primo Novecento, Alzani Editore, 2021; a cura di Paolo Veziano con il contributo di Giorgio Caudano e di Graziano Mamone, La libera Repubblica di Pigna. Parentesi di democrazia (29 agosto 1944 - 8 ottobre 1944), Comune di Pigna, IsrecIm, Fusta Editore, 2020; Giorgio Caudano, Dal Mare alla Trincea... memorie di uomini, BB Europa, Cuneo, 2019; Silvia Alborno, Gisella Merello, Marco Farotto, Marco Cassini, Giorgio Caudano, Franck Vigliani, curatori della mostra Claude Monet, ritorno in Riviera, catalogo a cura di Aldo Herlaut, Silvana Editoriale, Milano 2019; La Magnifica Invenzione. I pionieri della fotografia in Val Nervia 1865-1925, a cura di Marco Cassini e Giorgio Caudano, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2016; Giorgio Caudano, Pigna. Storia di un paese, ed. in pr., 2016  ]

dalla Liguria
Imperia
Il 3 corrente in località "Le Giaiette" nel comune di Diano Marina veniva assassinato dai banditi a colpi di arma da fuoco il segretario del P.F.R. Enrico Papone.
Notiziario della Guardia Nazionale Repubblicana del 21 ottobre 1944, p. 14. Fonte: Fondazione Luigi Micheletti      

Moraschi Giovanni, nato a Torrazza (IM) il 7 aprile 1928, squadrista della Brigata Nera “Padoan” ad Imperia.
Interrogatorio dell’1.9.1945: Nel gennaio del 1944, allorché frequentavo il I° Istituto Tecnico Superiore, allettato dalle promesse di presunte preferenze, mi iscrissi alle organizzazioni giovanili del PFR. Nell’agosto dello stesso anno venni invitato a presentarmi in federazione e quivi il commissario federale Massina mi indusse ad arruolarmi nella brigata nera in formazione.
[...] Nego di aver partecipato al plotone di esecuzione allorché vennero fucilati tre partigiani in Diano Marina, ma so che a tale plotone parteciparono i due legionari Lorenzi, padre e figlio, ed il legionario Dean che dopo ritornò al suo corpo di provenienza (Arditi).
[...]
Lorenzi Giovanni Battista, nato a Ventimiglia il 17 luglio 1890, maresciallo della Brigata Nera “Padoan” ad Imperia.
Interrogatorio del 17.11.1945: Sono stato iscritto al PNF fin dall’epoca precedente alla marcia su Roma. Nell’ottobre 1944 sfollato a Torri a causa degli eventi bellici mi arruolai volontario nella brigata nera in qualità di semplice legionario.
[...] Ho prestato servizio nella guerra 15/18 con il grado di soldato semplice. Nella brigata nera venni arruolato come soldato semplice ma quando mi trovavo in servizio al posto di blocco di Cervo San Bartolomeo venni promosso a maresciallo per meriti di anzianità fascista.
Leonardo Sandri, Processo ai fascisti: una documentazione, Vol. 9 - Liguria: Imperia - Savona - La Spezia, StreetLib, Milano, 2019 

sabato 4 febbraio 2023

Gli squadristi denunciano il federale

Imperia: sede della Croce Rossa

Ghirlando Vincenzo: nato a Camporeale (TP) il 9 aprile 1924, agente di Polizia in servizio presso la Questura di Imperia. Ex partigiano.
Interrogatorio del 15.9.1945: Nel 1940, all’atto del richiamo feci domanda di arruolarmi come guardia di PS. Nel 1942 mi trovavo in Grecia e fui chiamato per fare un corso a Caserta. Terminato il corso fui inviato a Torino, destinato al Battaglione Mobile di Polizia [...] Giunto ad Imperia nel mese di aprile del 1944 fui messo a fare il piantone alla porta rimanendo in tale posto fino al 24 luglio. A tale data essendo comandato di servizio assieme alla GNR mi allontanai e giunto a Dolcedo venni arruolato nella brigata Garibaldi, comandata da Tito [Rinaldo Risso] del distaccamento Pelletta. Rimasi con i partigiani fino al 24 dicembre 1944, giorno in cui, sceso ad Imperia per ritirare i miei effetti di vestiario, venni a sapere che erano stati ritirati dai fascisti. Uscito in strada incontrai gli agenti di PS Rizzo Luigi e Nobbio i quali mi chiesero dove ero stato e da dove venivo. Io raccontai loro che ero stato prelevato dai partigiani e che ero disceso per presentarmi nuovamente. Il questore mi accettò e mi rimise in servizio in una squadra che faceva servizio ai posti di blocco.
Leonardo Sandri, Processo ai fascisti: una documentazione, Vol. 9 - Liguria: Imperia - Savona - La Spezia, StreetLib, Milano, 2019

Brigate Nere, Guardia nazionale repubblicana, SS italiane, Legione Muti, Bande Kock, Carità, Pollastrini, Bardi, Chiurco, Finizio Panfi, Maestri, la Sichereits italiana, i distaccamenti Op, l’ispettorato speciale polizia antipartigiana, la 1 divisione d’assalto Tagliamento, il Battaglione indiano, le ausiliare comandate dalla contessa Fondelli Gatteschi capaci di crudeltà inaudite, Corpo volontari della Morte, corpi speciali di varia denominazione e infine la X Mas. Formazioni utilizzate  in quella che il feldmaresciallo Kesserling chiamava “lotta al banditismo”. Queste formazioni si fecero notare per crudeltà ed efferatezza contro i loro connazionali. Spesso, a metà trada tra formazioni irregolari e combriccole di tagliagole, come le ha definite lo storico Franzinelli.
Vindice Legis, Dietro la bandiera di Salò l’Italia della vergogna e del disonore, Fuori Pagina, 5 settembre 2018
 
Ferraris Giovanni: nato ad Alessandria il 23 dicembre 1929, squadrista della Brigata Nera "Padoan"
Interrogatorio del 26.5.45:
Appartenevo alla brigata nera di Imperia dopo essere stato prima adibito come fattorino presso la locale federazione del P.F.R. Con la costituzione delle brigate nere venni inquadrato in queste formazioni sempre con il compito di fattorino per il comando della brigata. Ricordo che il comando della brigata nera di Imperia era formato dalle seguenti persone: comandante il Federale Massina Mario, capo di stato maggiore Col. Baralis, Capitano Musso Roberto, amministratore, Ten. Cocchi, addetto al magazzino, Maggiore Densa. Sottufficiali erano il Maresciallo Del Re Antonio, Maresciallo Lorenzi, Maresciallo Nardino, Sergente Berretta Ernesto [...]
Moro Pietro: nato a Pigna il 15 gennaio 1916, squadrista della Brigata nera "Padoan"
Interrogatorio del 13.7.45:
Il giorno 28 o 29 settembre 1944 mi recai con il Federale Massina a Dolcedo in unione allo squadrista Giancamillo ed un altro di cui non ricordo il nome. Quivi, fummo oggetto, mentre intraprendevamo la strada del ritorno, di scariche di mitraglia ed in tale occasione fui ferito alla gamba sinistra. Sconosco il motivo per cui il Federale Massina si recò a Dolcedo, lo vidi recarsi in un locale dove fuori campeggiava l’insegna "Telefono" [...]
Leonardo SandriOp. cit. 
 
Fra le brigate territoriali si andava dalla brigata nera di Milano che pur contando due soli battaglioni allineò una ventina di compagnie alla brigata nera di Asti che allineò una sola compagnia e alcuni presidi minori o come le brigate nere di Savona e Imperia che affiancarono a una compagnia mobile alcuni distaccamenti.
[...] I fascisti nizzardi, pur non costituendo una propria brigata nera, confluirono nella brigata nera di Parma dove costituirono un proprio reparto, conosciuto anche se non ufficialmente come Brigata Nera “Nizza”.
Leonardo Sandri, autore di Processo ai fascisti: una documentazione... op. cit.
 
Una delle ultime diagnosi sulle condizioni della RSI è redatta da Giorgio Pini. Il 20 ottobre 1944, il direttore del “Resto del Carlino” viene nominato Sottosegretario al Ministero dell'Interno. In questa veste, riceve da Mussolini l'incarico di ispezionare le province della Repubblica sociale
[...] Non mancano le annotazioni di “costume”, come quella relativa al Capo della provincia di Imperia che ha moglie e cinque figlie ma “trascura l'ufficio e i contatti col pubblico a causa di una donna… sarebbe bene sostituirlo” <643.
643 Giorgio Pini, Itinerario tragico (1943-1945), Omnia, Milano 1950, p. 337.
Antonio Gioia, Guerra, Fascismo, Resistenza. Avvenimenti e dibattito storiografico nei manuali di storia, Tesi di Dottorato, Università degli Studi di Salerno, Anno Accademico 2010-2011
 
Colombo Angelo: nato a Milano il 7 aprile 1927, marò dei Mezzi d’Assalto della X^ Flottiglia Mas.
Interrogatorio del 29.5.45: Ho fatto parte della X^ Flottiglia Mas dal 3 febbraio 1944 con residenza in un primo tempo a Spezia e dopo circa un mese venni trasferito a Sesto Calende (Varese) dove mi trattenni fino al 20 agosto. Ho trascorso quindi un breve periodo in Francia (Ville Franche) e dopo feci ritorno a Sanremo, dove sono stato fino al 24 aprile del 1945 con il Reparto Mezzi d’Assalto di Superficie che si sganciò da Sanremo portandosi a Strambino Romano ove si consegnò agli americani. Qui, io ed un mio amico, abbandonammo il reparto per poterci procurare da mangiare però giunti in una cascina di Romano fui fermato da elementi partigiani, perquisito e disarmato e condotto ad un comando partigiano. Non ho mai fatto parte di formazioni adibite a rastrellamenti: il mio reparto aveva unicamente il compito di affondare le navi nemiche. Mi sono iscritto al P.F.R., consigliato da un amico, per non finire nell’Organizzazione Todt a lavorare in Germania. Non ho mai avuto incarichi speciali come spionaggio o altro. Durante il periodo di appartenenza alla X^ Mas, solo quando eravamo in Francia, il mio reparto ha affondato un incrociatore nemico da 10.000 tonnellate.
Leonardo Sandri, Op. cit. 

Concludendo, abbinata all'azione preventiva sotto le direttive del Capo della Provincia e mia personale viene sviluppata la repressione che, affidata a reparti operanti misti di G.N.R., Brigata Nera e Reparto Arditi di Polizia, fa sentire il suo mordente nelle formazioni partigiane operanti nella zona montana, quasi del tutto sbandate ed assottigliate.
Giovanni Sergiacomi, Questore di Imperia, Relazione mensile sulla situazione politica, militare ed economica della Provincia di Imperia, Al capo della Polizia - Sede di campagna -, Imperia, 5 marzo 1945 [timbro di arrivo del Ministero dell'Interno della RSI in data 27 marzo 1945]
 
Gli squadristi denunciano il federale
Ad Imperia la realtà è ben più tragica, e nessuno cerca di mascherarla con la retorica. Il capo dell’Ufficio politico della B.N. manda, il 4 aprile 1945, un rapporto al federale di Parma, Archi (già commissario federale ad Imperia, N.d.R.), che gliel'ha richiesto, avvertendo che "la situazione politica in provincia è andata sempre più aggravandosi e peggiorando... La G.N.R. e la B.N. continuano ad operare arresti e ad eseguire azioni di polizia, contro le disposizioni del Duce, incendiando paesi e detenendo uomini e donne in istato di arresto più del necessario, rimandando interrogatori seri alle calende greche. (Vengono usati) mezzi coercitivi, inumani, per le confessioni... Se qualche elemento, ideologicamente fascista e puro, interviene... è preso di mira e lo si accusa... di connivenza con i partigiani. Date queste condizioni, il P.F.R. ... è sempre più malvisto. Non tutte le esecuzioni capitali... hanno colpito i veri rei di volgari assassinii. Sarebbe necessaria una revisione seria di tutti gli elementi della G.N.R., i cui componenti mantengono con lusso ingiustificato (date le loro condizioni finanziarie) donne più o meno di dubbia moralità".
"Nella B.N. si succedono i rastrellamenti nei quali i militi si limitano a compiere furti, rapine, atti di sopruso, anche contro il tranquillo apolitico cittadino, azioni tutte che acuiscono l’odio verso il P.F.R., che deve rappresentare, invece, ordine, serietà, onestà e giustizia. I colpevoli di tali 'scorrerie' qualche volta identificati (casi Spartaco, Pagni ed altri) non sono puniti esemplarmente, ma invece aiutati ad allontanarsi dalla provincia. Nei comandanti, specie in quelli più elevati, mancano polso e competenza... Nessuna serietà nella scelta di ufficiali e gregari. Si attribuiscono funzioni di comando a chi, forse, ha rivestito nei Corpi armati dello Stato la qualifica di attendente... In caso di ripiegamento i fascisti non sanno se saranno salvati dall’ira nemica e da quella popolare, e come: sanno solo che non esistono carburanti e mezzi di trasporto... Taluni fascisti si sono rivolti, infatti, alla Questura e ad altri enti per essere messi in salvo con le proprie famiglie (caso Fabi). Dal lato amministrativo sarebbe opportuna ed utile un’inchiesta sia in Federazione sia in Brigata Nera. Ufficiali e militi a tutt’oggi (aprile) non hanno avuti pagati gli assegni del mese di marzo. In Federazione non vi è denaro".
Il degradamento è generale. Mentre a Sanremo il comandante tedesco della piazza strappa in faccia al federale, al capo provincia, al capo di S.M. della B.N. le tessere di circolazione e di porto d’armi che dovrebbero essere concesse - con il visto nazista - ai brigatisti, secondo le nuove norme procedurali, ad Imperia un gruppo di fascisti repubblicani si riunisce il 19 aprile nel Gruppo Rionale "Nino Fossati" ed indirizza al commissario federale una lettera di cinque pagine denunciando "il diffuso malcontento e lo sdegno" esistenti nella Brigata Nera. Il gruppo si firma: capitani Vasco Landucci, Roberto Musso, Allione, tenente Basso, squadristi Arcangelo Vitiello, Bruno Arturo, Osvaldo Ragusa e Ugo Giordano, ragionieri Pietro Gerii e Giuseppe Tricotti, dott. Raffaele Densa.
La lettera è un atto d’accusa implacabile. "Constatato che l’opera finora svolta dal Fascio e dalla B.N. della provincia ha approdato ad un risultato opposto a quella che era l’aspirazione del Duce e dei fascisti onesti e retti che ne seguono con dedizione la dottrina, e cioè quello di riconquistare la fiducia e la stima del popolo sano e lavoratore...", viene denunciato il funzionamento del Centro sfollati di Alassio, dove "l'alimentazione fu quasi sempre pessima, scadente, scarsa, i cibi mal conditi e confezionati... I banchetti al Sinodico (la pensione Sinodico di Alassio, N.d.R.) fatti dal capitano Fantini, ecc. e da VOI Federale mentre i poveri sfollati fascisti avevano il trattamento alimentare suddetto dimostrano scarso senso morale, incomprensione del momento, mancanza di spirito di sopportazione da parte di chi li faceva...".
I denuncianti (un'altra denuncia per conto proprio è già stata presentata il 23 febbraio dallo squadrista Massimo Lombardi al sottotenente Pietro Gerii, comandante dell’Ufficio politico investigativo della B.N.) chiedono la documentazione di tutte le spese sostenute in campo alimentare, citano una serie di casi di malversazioni e vogliono che i colpevoli siano puniti.
Poi passano ad esaminare la situazione della Brigata Nera. "Non funziona né organicamente né disciplinarmente né moralmente... Esiste una indisciplina inconcepibile in un organismo militare... Gran parte degli squadristi manca completamente di educazione militare, di educazione civica, di rispetto, di comportamento, di istruzione scolastica e fascista, di rispetto alle cose, di amore all’ordine e alla pulizia, di decoro per la propria persona. Occorre agire... in profondità... Gran parte degli squadristi vanno volentieri ai rastrellamenti con l’unico scopo di razziare... Esempi: da San Lazzaro [una zona di Imperia] la squadra servizi ritornò con denaro e vestiario che poi si divise, da Diano Arentino gli squadristi portarono indumenti e vestiario che poi vendettero a negozianti di Imperia, che erano parenti degli svaligiati. Tedeschi e squadristi della B.N. ritornarono da un’azione con due muli carichi di refurtiva, che a notte alta vennero avviati verso il centro della città e furono venduti con la refurtiva... L’autorizzazione al saccheggio è sempre cosa riprovevole, che sa di compagnia di ventura. Anche quando i Capi ritengono necessità punire un paese per favoreggiamento ai ribelli bruciando le case, cosa che dalla massa dei fascisti non viene approvata poiché si distrugge patrimonio nazionale che lo Stato deve poi pagare, ... quanto dalle case (bruciate) viene asportato dovrebbe essere distribuito ai bisognosi, ai danneggiati dai bombardamenti, ecc.".
Ricordato un banchetto "molto criticato dalla popolazione e criticato dai fascisti di pura fede" tenuto all'Albergo Miramare alcune sere prima ed a cui hanno partecipato il questore, il prefetto, vari squadristi della B.N. e la "banda Alessandrini", il gruppo denuncia una serie di prepotenze e brutalità da parte del maresciallo Antonio Del Re contro i suoi sottoposti, diverse perquisizioni arbitrarie in casa di cittadini senza colpa e la mancanza di armi e munizioni. Poi conclude chiedendo al Federale "di impugnare il timone della barca e di essere a tutti di esempio stroncando l’immoralità, la disonestà, il sopruso, l’arbitrio e la violenza... Noi siamo pronti a darvi tutta la nostra appassionata collaborazione, e vedrete che così agendo tutti Vi seguiranno".
Ma, come dicevamo, è il 19 aprile 1945. La spietata autodenuncia (tra i firmatari vi sono il capo e il sotto capo dell’Ufficio Politico della B.N. il capo del servizio Sanitario della stessa, il capo dell’Ufficio Amministrazione della Federazione fascista e un ufficiale della G.N.R.) non serve più a nulla. Tra sei giorni suoneranno le sirene dell’insurrezione. 
Ricciotti Lazzero, Le Brigate Nere, Rizzoli, 1983

martedì 31 gennaio 2023

Nello stesso giorno furono uccisi dalla banda Ferraris il giovanissimo Matteo Canale ed il parroco di Stellanello don Pietro Enrico

 

Dintorni di Stellanello (SV). Foto: Eleonora Maini

Silvano Belgrano fu uno dei primi partigiani che aderirono alla lotta in montagna. Amico e componente della banda del Cion (Silvio Bonfante) e di Mancen (Massimo Gismondi), fu proprio a fianco di Cion che cadde, forse colpito a freddo da un infiltrato che approfittò dell’infuriare della battaglia per eliminare una delle figure più carismatiche della Resistenza imperiese della prima ora. Sicuramente a conoscenza delle posizioni tenute dal distaccamento Volante di Silvio Bonfante (Cion) e del distaccamento Volantina di Massimo Gismondi (Mancen), il comando provinciale della GNR di Imperia pianificò un’azione tesa a separare i due distaccamenti. Il distaccamento di Cion si trovava sul Monte Ceresa <1, quello di Mancen in zona Fussai, sopra Evigno, pronti a darsi manforte reciproca in caso di attacco nemico. La GNR mise in campo, tra le altre, la compagnia operativa del capitano Ferraris, sostenuta da un plotone tedesco di cacciatori della 42a Jäger-Division appena giunta in Liguria dalla Garfagnana. Ferraris, ricco dell’esperienza fatta nei Balcani contro i titini, pianificò l’operazione incuneandosi tra le due formazioni partigiane per evitare che potessero operare in sinergia. Una colonna, per lo più composta da tedeschi salì dalla rotabile Alassio-Testico, mentre un’altra proveniente da Cesio, superò il Passo San Giacomo. L’attacco venne diretto contro gli uomini di Cion, che in evidente inferiorità numerica riuscirono a tener testa ai nemici per parecchio ore per poi sbandarsi quando la pressione avversaria divenne insostenibile. Nonostante la notevole inferiorità numerica, il distaccamento “Volante” dovette piangere un solo compagno, Silvano Belgrano, e contare poco meno di una decina di feriti più o meno gravi. Nello stesso giorno furono uccisi dalla banda Ferraris il giovanissimo Matteo Canale (Stellanello 2/3/28) falciato sull’uscio di casa nella zona di San Lorenzo di Stellanello (SV) ed il parroco di Stellanello don Pietro Enrico che, accusato di fiancheggiare i partigiani, fu portato in località Molino del Fico [n.d.r.: oggi nel comune di San Bartolomeo al Mare (IM)] e fucilato.
(1) Il Pizzo d'Évigno (988 m), detto anche Monte Torre o Torre d'Évigno, è montagna erbosa a forma di piramide, che sorge alle spalle di Imperia. È la vetta più elevata di un sottogruppo montuoso abbastanza vasto, che si estende tra la Valle Impero, la Valle Arroscia. Costituisce un importante punto nodale: verso sud dirama il contrafforte che separa la Valle Impero dalla valletta di Diano, mentre verso est dirama il costolone che delimita sul lato destro idrografico la valle del Torrente Merula, e che forma l'adiacente Monte Ceresa.
Giorgio Caudano, Gli eroi sono tutti giovani e belli. I caduti della Lotta di Liberazione. I^ Zona Liguria, ed. in pr., 2020  

[ n.d.r.: tra le pubblicazioni di Giorgio Caudano: Marco Cassini e Giorgio Caudano, Bordighera al tempo di Bicknell e Monet, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2021; Giorgio Caudano, L'immagine ritrovata. Ventimiglia e dintorni nei dipinti dell'Ottocento e primo Novecento, Alzani Editore, 2021; (a cura di) Paolo Veziano con il contributo di Giorgio Caudano e di Graziano Mamone, La libera Repubblica di Pigna. Parentesi di democrazia (29 agosto 1944-8 ottobre 1944), Comune di Pigna, IsrecIm, Fusta Editore, 2020; Giorgio Caudano, Dal Mare alla Trincea... memorie di uomini, BB Europa, Cuneo, 2019; Silvia Alborno, Gisella Merello, Marco Farotto, Marco Cassini, Giorgio Caudano, Franck Vigliani, curatori della mostra Claude Monet, ritorno in Riviera, catalogo a cura di Aldo Herlaut, Silvana Editoriale, Milano 2019; La Magnifica Invenzione. I pionieri della fotografia in Val Nervia 1865-1925, a cura di Marco Cassini e Giorgio Caudano, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2016; Giorgio Caudano, Pigna. Storia di un paese, ed. in pr., 2016  ]
 
 
 
Matteo Canale. Fonte: Giorgio Caudano, op. cit.

Don Enrico e il ricordo di Lorenzo Stalla che fu catturato in Chiesa, patì la violenza dei Repubblichini e rimase prigioniero destinato ad un Lager. Riuscì a sopravvivere ed alla fine della guerra poté tornare a casa sfinito e morì dopo poco. L’altro ricordo riguarda l’uccisione di Matteo Canale, detto Malin, un ragazzo di 16 anni falciato da una raffica perché era stato visto correre verso casa sua gridando ‘I picca u prève!
Malin compagno di giochi sveglio e simpatico. In suo ricordo é stato posto un cippo davanti alla casa di famiglia, poco oltre la chiesa di San Lorenzo.
Don Enrico era austero: viveva solo nella Sua solitaria canonica, assistito da una vecchia perpetua (forse una parente), brava cuoca che ammanniva pranzi luculliani per le feste solenni a beneficio degli altri numerosi Parroci della valle e delle persone che riteneva di riguardo. A quei convivî partecipava sempre anche il vegliardo Don Laureri, di San Damiano - allora Vicario foraneo del Vescovo d’Albenga - che intratteneva i commensali improvvisando versi d’occasione.
La puntuale testimonianza sulla fucilazione di Don Enrico dev’essere di persona che si trovò ad assistervi, tanto é accurata. La vile ed inutile strage di Stellanello fu il movente del rastrellamento: chi semina vento raccoglie tempesta. Successivamente - ai primi d’agosto - vi fu il bombardamento di Andora ed allora c’è chi si trasferì a Torino (dove i bombardamenti erano ancora più frequenti e devastanti) [...]  Matteo Canale detto Malin. Nato a Stellanello il 2-3-1928. Assassinato il 19 Giugno 1944. Il comando fascista imperiese il 19 giugno 1944 coordinava un’azione di forte contrasto nelle vallate, inviando squadroni di militi con esperienza nei rastrellamento. Molti erano fuoriusciti dalla Francia, oriundi imbevuti di nazionalismo, avanzi di galera con alle spalle omicidi e violenze. Un gruppo di tedeschi seguiva le azioni repressive. Barbetta, il noto fascista Vittorio Ottavi di Stellanello, si era aggregato alle squadracce come guida pratica del posto, rimarcando così il suo odio per i resistenti. Appena giunti a Stellanello questi mercenari uccidevano un ragazzino sedicenne, Matteo Canale, uscito sulla soglia di casa al passaggio della soldataglia che aveva appena arrestato il prete don Pietro Enrico, accusato di avvisare i partigiani mediante scampanelli. Il ragazzo, impressionato dalle percosse affibbiate al povero chierico, aveva richiamato a gran voce la madre affaccendata in cucina. Ciò era bastato perché lo sventurato ragazzino si prendesse a bruciapelo una fucilata da quella ciurma di criminali. Un ulteriore colpo alla nuca ribadiva le intenzioni dei fascisti per la giornata, che si concluderà con l’assassinio del prete a Molino del Fico, vicino a dove erano già stati torturati orrendamente e poi fucilati qualche giorno prima i martiri partigiani Marco Agnese (Marco), Alessandro Carminati (Sandro), Carlo Lombardi (Giuseppe) e Celestino Rossignoli (Celestino).
Redazione, Stellanello: ricordi di don Enrico e di Malin ucciso a 16 anni. Quella vile e inutile strage. I convivi in canonica e i versi di don Laureri, Trucioli, 9 luglio 2020   
 
 
Don Pietro Enrico. Fonte: Giorgio Caudano, op. cit.

Una volta vennero sul serio da San Damiano, Testico, Stellanello, Chiusavecchia e Pairola [n.d.r.: Frazione del comune di San Bartolomeo al Mare (IM)], un finimondo che ci pareva il poligono dei tiri in funzione sul mandamento; epperciò tutto intorno, da  ogni parte, non si sentivano manco più a parlare tra loro negli spari così forti.
Con le pesanti in postazione, sì che i partigiani c'erano ai passi sempre di guardia; e anche le pattuglie avanti indietro si davano il cambio; sì che attorno ai casoni le sentinelle stavano ferme anche col freddo a sentire i rumori: ma quando li senti così vicini ormai è tardi, altro che balle.
Quando arrivano così da tutte le direzioni, che non sai come, non ti serve più, niente di niente, perché sai che tanto è inutile, sicché ce la metti tutta soltanto per schivarti se ti riesce.
Tu allora spari finché spari per fermarli e va bene, ma mica puoi gridargli alto là fermi tutti, di qui non si passa; come fai a fermarli se sono una valanga, e hanno già preso anche il Pizzo d'Evigno?
Come fai, se ce n'è pieno sulle creste e il pendìo del Ceresa è pelato come in mano, che di lì proprio non ci puoi passare sempre sotto tiro?
Adesso invece porca la miseria, in più tieniti anche sti colpi di mortaio sempre più secchi, spiaccicato lì sull'erba.
Sempre lì fermo con tutta la paura addosso che hai, intanto loro aggiustano il tiro coi binocoli; e tu rimani lì ad aspettare il colpo giusto se arriva sì o no a schiantarti; ti raggricci di più, sempre di più, con la pancia a terra da volerci sprofondare come un verme nell'erba fitta, e sparire.
Eccoti dunque che li impari a conoscere sul serio sti bastardi di mortai, col tempo che ci vuole per sentirteli proprio addosso; col tempo che ci vuole voglio dire per indovinare il colpo quando parte e lo squarcio quando arriva nello schianto, sempre di più vicino a te.
Questo modo che impari, è proprio come quello di starsene all'avventura; tanto o prima o poi lo schianto arriva preciso anche per te: è inutile pensare all'altromodo, se il tuo destino è così; ma è lo stesso anche se ti raggricci ancora di più, perché ciononostante gli squarci ti si aprono da tutte le parti coi sibili e il fracasso.
Poi sti tedeschi li senti che vengono avanti con le bardature e l'armamentario, scendono dalle creste passo passo frugando in tutti i buchi, che non gli scappa niente.
Ecco che così adesso, senti veramente di essere soltanto un verme molle da schiacciare come vogliono loro o prima o poi, siccome devi stare sempre fermo ad aspettare, guai a muoverti.
Devi starci spiaccicato pancia a terra in questo inferno, con gli squarci da tutte le parti, e loro che vengono sempre avanti a scovarti senza smetterla e sparando in presa diretta, sempre così; il fatto sta che loro sanno tutto della situazione com'è, scendendo dalle creste e mettendosi a frugare.
Lo sanno che in questa valle presidiata, da non poterne più uscire, ci sono quelli del Cion già famosi dappertutto; e che perciò adesso bisogna batterla ben bene coi mortai, per farli saltar fuori proprio tutti al completo.
Eppoi sanno che bisogna andarci dentro con le pattuglie passo passo in rastrellamento metodico per non dargli scampo; epperciò, con tutte le bardature elmetti armi automatiche munizionamento a bizzeffe e i mortai che li sparano giusti con tutti i colpi che ci vogliono e anche di più, adesso vengono avanti; vengono avanti sempre sul sicuro frugando dappertutto, così ce la faranno eccome a schiacciarti proprio come un verme molle.
Successe invece che quella impresa i nazifascisti la finirono da arrabbiati senza concludere, senza minimamente riuscire a scovarli dai nascondigli.
Dopo quel traffico della malora dalle creste e quegli spari coi mortai nel rastrellamento, ben sapendo che c'erano eccome i partigiani, o di qua o di là nella valle, ma non li trovarono chissà, si incattivirono di più, bestemmiando forte.
Difatti i partigiani erano pratici e ce la fecero anche stavolta, perché bastava un rovo una crepa una fessura o un po' di fieno, sempre lì rintanati; poi sapevano strisciare adagio un poco più in là mentre loro, proprio da crucchi, andavano passo passo frugando un poco più in qua; e così gli sgusciavano di sotto.
Per la strada invece presero don Enrico, parroco di Stellanello - lui va bene porcomondo, perché è prete; non può negare - dicevano andando; se lo misero davanti legato a colpi nella schiena, sempre più secchi: perdio se dovrà parlare altroché.
- Su, svelto, facci vedere questi nascondigli; ma fa presto che tu lo sai, spicciati.
Lo portarono di qui di là, nel folto dei canneti, ai lati del torrente e sotto negli orti, avanti fin quasi sulle creste e dentro i paesi con la gente chiusi, che parevano cimiteri.
Per le strade dei campi e fuori strada, fin nelle pietraie, dappertutto lo fecero girare legato quel prete catturato nella sua valle, picchiandolo; andando tra le botte, lui diceva di curare le anime, non ste faccende degli uomini che si sparano tra loro in questi tempi da lupi.
Diceva così: che non è lecito di andarsene in mezzo alla sua gente nelle sparatorie accanite soltanto per sparare, di andarsene senza pietà voleva dire; ma che bisognava starci da prete come si deve; non come le bestie, santo cielo, a pregare per tutti.
Loro invece no, avanti botte sempre di più a sfigurarlo - tu lo sai, tu sei d'accordo prete sovversivo; e ce lo devi dire. Per la miseria se ce lo devi dire, perché noi del fascio ti faremo cantare: hai capito che ce lo devi dire?
Lo spingevano sempre di più con le botte a fracassarlo; tanto che ormai, manco volendolo, ce la faceva più a stare dritto in mezzo a quei manigoldi.
Andando, chinava il capo rassegnato come poteva; tra le case della sua gente tutte chiuse sigillate, andava a quel modo che alla gente faceva pietà; si vedeva che andando pregava, e che sapeva come finiva la sua storia.
Lui sapeva della morte inevitabile e dei nascondigli dei partigiani, perché sapeva tutto della sua gente in quella valle da una parte all'altra; ma i fascisti perdio li fece girare a vuoto per tutto quel giorno, sotto le botte, avanti indietro nella sua valle sempre uguale; sicché alla fine non si riconosceva più massacrato a quel modo com'era, dalla testa ai piedi.
Poi loro se ne accorsero che era proprio inutile, siccome lo capirono alla fine del giorno, che non ci si vedeva più.
Lo capirono che li aveva presi ben bene in giro, non volendo tradire la sua gente né di giorno né di notte, mai.
Lo finirono, sparandogli a bruciapelo quando era già scuro, e lui non ce la faceva più a reggersi in piedi.
Lo trascinavano di peso per la strada nella polvere spessa: erano arrivati in fondo alla valle, vicino al Molino del Fico, e lì si fermarono; la gente chiusa nelle case col terrore e i ribelli nei nascondigli ad aspettare da un momento all'altro, alla fine sentirono l'ultima raffica al Molino del Fico, e loro che imprecavano bestemmiando tutti sporchi di polvere sgomberando la valle.
Allora, tutti insieme, la gente e i partigiani capirono che se un prete è un prete, deve essere un prete così come questo qui ministro di Dio e dei suoi fratelli, con la sua gente fino al patibolo; e non se lo scordarono mai più.
Osvaldo
Contestabile, Scarpe rotte libertà. Storia partigiana, Cappelli editore, 1982,  pp. 45-47  
  

giovedì 26 gennaio 2023

In una trentina (di partigiani) ci recammo alla stazione ferroviaria di Andora

Andora (SV): ex stazione ferroviaria. Foto: Giorgio Stagni su Wikimedia Commons

Il 12 luglio 1944, con una magnifica azione, il Distaccamento “Volante” asporta quintali di derrate alimentari da un treno merci tedesco.
In particolare: il comandante Cion [Silvio Bonfante], informato dal capostazione di Andora della presenza in linea di un treno tedesco, fermo nella stazione perché impossibilitato a muoversi a causa della ferrovia interrotta da bombardamenti aerei, decide di impossessarsi delle derrate stivate nei vagoni.
Su consiglio del comandante [n.d.r.: della II^ Divisione d'Assalto Garibaldi "Felice Cascione"]“Nino Siccardi” (Curto) si decide un sopralluogo per coordinare l’azione: Cion, Mancen e Germano, con alcuni uomini, circondano la stazione ferroviaria e sequestrato il personale ed il capostazione, i partigiani si vestono da ferrovieri.
Alle ore ventidue giunge un treno passeggeri, dalla parte della linea non interrotta, da cui scendono repubblichini, Tedeschi e molta gente.
Tutto si svolge regolarmente e ritornata la calma, vengono fatti affluire alla stazione alcuni carri per asportare le derrate.
Una parte di esse è trasferita a Stellanello e poi in Cian di Bellotto; l'altra è messa a disposizione della popolazione che se ne impossessa ed in poco tempo la fa sparire.
Il giorno successivo, il comando tedesco fa prelevare il Podestà di Andora...
                 
Andora (SV)

Redazione
, La Resistenza, Andora nel tempo
 
Trascorsero alcuni giorni senza nulla di nuovo.
Ma in me, anche se il comportamento degli altri partigiani nei miei confronti era migliorato (come ho già accennato), aumentava il desiderio di trasferirmi nella vallata di Stellanello dove si trovavano i miei amici d'infanzia.
Ne parlai con "Merlo" [Bruno Nello] che dichiarò di capirmi, anche se si dimostrava dispiaciuto, perché pensava di perdere un bravo ragazzo ed un buon partigiano.
Mi autorizzò a partire insieme a "Tenni", cosa che feci il giorno dopo.
Ci incamminammo verso Lucinasco e, attraversato il torrente Impero, raggiungemmo Torria dove facemmo sosta grazie ad una signora che mi conosceva, mangiammo qualche cosa che lei ci offrì, quindi trovammo la possibilità di riposarci in una stalla.
Il mattino seguente ci mettemmo in marcia verso il Pizzo d'Evigno, dove incontrammo una pattuglia di partigiani di guardia.
Tra questi c'era l'amico "Norsa" che ci fece festa.
La pattuglia ci indicò il luogo dove era dislocato il distaccamento detto "Volantina", che era comandato da "Mancen".
Trovammo il distaccamento accampato a monte di Evigno, in località Fussai.
Ricevemmo una calorosa accoglienza da tanti amici, non perché io ero l'autore dell'azione alla caserma Siffredi (forse non ne sapevano ancora niente), ma perché ero Sandro, il loro amico fraterno di tante avventure, magari stupide, infantili, amorose o illusorie.
Quella notte dormii saporitamente tanta era la contentezza: mi sembrava di essere a casa mia. 
Alcuni giorni dopo, agli ordini di Silvio Bonfante ("Cion"), in una trentina ci recammo alla stazione ferroviaria di Andora dove, su segnalazione, venimmo a sapere che da alcuni giorni vi era un treno in sosta, con vagoni carichi di grano, avena, pasta, zucchero e generi vari.
Dopo aver preso le opportune precauzioni e poste le pattuglie di guardia, ci trasformammo in scaricatori: asportammo quintali dei generi suaccennati, li caricammo su carri e partimmo prendendo la via del ritorno, dopo averne lasciato una certa quantità alla popolazione locale.  
Un particolare: invitai i miei compagni a recuperare le tendine dei finestrini di due vetture per viaggiatori in sosta.
Di primo acchito la cosa sembrò ridicola, ma non lo fu; con le tendine facemmo confezionare dei pantaloncini corti, resistenti simili, che però sulle natiche avevano impresso le lettere maiuscole FF.SS. (Ferrovie dello Stato): così non potevamo negare di avere rubato la stoffa alle ferrovie.                
Sandro Badellino, Mia memoria partigiana. Esperienze di vita e vicende di lotta per la libertà di un garibaldino imperiese (1944-1945), edizioni Amadeo, Imperia, 1998 

[...] i partigiani Lino Viale e Nino Agnese (Marco) e il presidente del C.L.N. Dottor Renato Negri (Renato II) erano venuti a conoscenza di un treno fermo alla stazione di Andora con un carico di viveri e generi diversi, destinato ai tedeschi in Francia.
La sosta era dovuta all'interruzione della linea conseguente al bombardamento del ponte ferroviario di Cervo. Un sopralluogo era effettuato da Massimo Gismondi (Mancen), insieme a Silvio Bonfante (Cion) - allora a Cian de Bellottu con Nino Siccardi (Curto) - e al podestà Giuseppe Vattarone, che, sebbene segretario del Fascio locale non disdegnava di dare sottomano aiuto ai partigiani e agli andoresi in genere, duramente provati dalla fame e dalla penuria imperante. Dopo alcuni giorni Cion, Mancen, Germano, Marco, Sandro ed altri, affluiti con alcuni carri per trasportare il vettovagliamento, presidiavano le vicinanze mentre un commando occupava la stazione. L'ora, circa le otto di sera, di per sé era propizia, perché l'ultimo treno arrivava alle sette e mezza, ma quella sera purtroppo il convoglio aveva due ore di ritardo. Annullare l'operazione era comunque improponibile per la mobilitazione effettuata, sicchè si procedeva all'occupazione della stazione: atrio, biglietteria e stanza del manovratore e del controllore. I ribelli, indossate divise da ferrovieri, si sostituivano al capo stazione Rendone e agli altri addetti, attendendo l'arrivo del treno. Nessuno dei passeggeri scesi dai vagoni, tra cui si trovavano sia tedeschi che fascisti, dava segno di accorgersi della presenza partigiana. Allontanatisi tutti i viaggiatori, i partigiani svuotavano diversi vagoni del treno merci in sosta forzata. Per quanto rimaneva sugli altri vagoni, provvedeva il podestà ad avvisare la gente in paese, che avrebbe terminato l'opera nottetempo. L'indomani i tedeschi, accortisi del clamoroso scacco, arrestavano il podestà Vattarone e intimavano agli andoresi la restituzione della refurtiva, ma essendo il maltolto già ben lontano o ben nascosto la richiesta rimaneva inevasa e tutto finì lì.
Francesco Biga in Francesco Biga e Ferruccio Iebole (a cura di Vittorio Detassis), Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria) - vol. V, Ed. Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia, 2016

venerdì 20 gennaio 2023

Stamattina alle ore 10 le forze di Turbine sono state attaccate a Garessio da forze tedesche

Garessio (CN)

9-7-44 - I tedeschi provenienti da Val Neva eseguono una puntata offensiva contro il Distaccamento Matteotti di presidio sul Colle S. Bernardo di Garessio. Avviene uno scontro nel quale il nemico riporta alcuni feriti.
10-7-44 - Una squadra del Distaccamento «Volante» in risposta ad un attacco precedente esegue al tramonto un colpo di mano contro il presidio tedesco di Erli (Savona) dal quale era partita la puntata del 9.
Il furioso fuoco di mitragliamento dei partigiani causa alle forze nemiche, adunate per il rancio serale, diversi morti e feriti.
10-7-44 - Una squadra del Distaccamento «Matteotti» provoca il ribaltamento di una camionetta tedesca lungo la strada Erli-Albenga. I 4 occupanti vengono uccisi. Bottino: 1 M.P., 2 fucili.
12-7-44 - Il Distaccamento «Volante» agli ordini di «Cion» [Silvio Bonfante] asporta dalla Stazione di Andora, da un treno merci tedesco, il seguente materiale: q.li 13 di zucchero, q.li 7 grano, q.li 114 di riso, q.li 1 di avena. Buona pane delle derrate vengono distribuite alla popolazione civile.
13-7-44 - Tre garibaldini della 4^ Brigata del Distaccamento Gar. «Libertas» si recano in frazione Romita a Porto Maurizio per ritirare 1700 colpi di mitra.
15-7-44 - In uno scontro con i tedeschi del presidio di Pogli (Savona) cade il garibaldino Cassiani Domenico.
15-7-44 - A conoscenza che in Via Romita a Porto Maurizio stanziano tre soldati russi armati di fucile «ta-pum» a guardia di sei cavalli, 4 uomini del distaccamento «Libertas» della 4^ Brigata si recano sul posto e, benché sorpresi dall'allarme aereo si impossessano dei «ta-pum» e di altro materiale ritornando alla base con i russi che già avevano espresso il desiderio di fuggire. La stessa pattuglia disarma della pistola un brigadiere di P.S.
20-7-44 - Tre Distaccamenti: «Volante», «ex Volantina», «Pelazza», agli ordini del Comandante Cion [Silvio Bonfante] entrano in Ceva nascosti nel treno della linea Ormea-Ceva. Il debole presidio tedesco si eclissa. La città viene rastrellata. I treni di passaggio in stazione perquisiti. Vengono catturati: 4 spie nazi-fasciste, un tedesco ed un italiano delle SS. Il magazzino militare viene vuotato.
23-7-44 - Dal 1° Distaccamento del Comando 4^ Brigata viene comunicato al Comando di Divisione:
«Diamo il nominativo di due splendide figure di partigiani immolatisi per la libertà dei popoli. Sono stati brutalmente assassinati sulla piazza di Moltedo per mano dei cani fascisti. Sono caduti chiedendo la fucilazione nel petto «perché non siamo dei traditori» e morivano gridando «Viva i partigiani».
Eccovi i nominativi:
GUARRINI ELSIO da Oneglia, classe 1925 - GAZZANO GIOVANNI da Moltedo, classe 1925.
23-7-44 - Una pattuglia di partigiani della 5^ Brigata comandata da «Ivano» viene attaccata da forze tedesche e deve ritirarsi dopo breve lotta. Al rientro alla base si nota la mancanza di due uomini. Da pronte indagini si viene a conoscere che, feriti alle gambe, sono stati fatti prigionieri dai tedeschi, portati a Tenda ed ivi passati per le armi. Ecco i nominativi:
PASTOR LUIGI di Luigi e di Borfiga Caterina, nato a Buggio (Frazione Pigna) il 21-10-1922, ivi residente in Via Carriera Piana n. 55, di professione infermiere, partigiano dal 2-6-44 - APOLLONIO ANGELO, di Pietro e di Baccolo Luigia, nato a Salò (Brescia) il 25-4-1925, ivi residente in Via Francesco Calzani n. 468, di professione pittore, partigiano dal 2-5-44.
23-7-44 - Una pattuglia di partigiani del 5° Distaccamento, durante la notte apre il fuoco di disturbo contro una postazione nemica che mette in allarme tutta la zona.
24-7-44 - Nella notte tra il 23 ed il 24 il 4° Distaccamento della 4^ Brigata in unione al 1° Distaccamento si porta in regione Garbella [di Imperia] nel tentativo di far saltare la galleria della strada ferrata. Colà si incontra col 3° Distaccamento che agisce sul medesimo obbiettivo. Malgrado un precedente accordo con un caporale e un soldato austriaci, l'azione non può essere effettuata: vengono comunque disarmati i 7 soldati di guardia; 4 di essi sono accolti nel 1° Distaccamento e 2 nel 4°. Bottino: due pistole automatiche, 3 canne per mitragliatori, 6 caricatori «Maxim», tre cassette munizioni per mitragliatore tedesco. Nessuna perdita.
25-7-44 - Il Comandante della Brigata Alpina (Capitano Umberto) comunica:
«Stamattina alle ore 10, le forze di «Turbine» sono state attaccate a Garessio da forze tedesche. I primi feriti sono arrivati qui da noi. Invieremo rinforzi».
Il nemico, proveniente da Albenga e Ceva, effettua un violentissimo rastrellamento nell'alta Val Tanaro. Il Distaccamento «Volante» di Garessio si porta sul Colle S. Bernardo di Garessio, in rinforzo al presidio ridotto agli estremi. Arrivati al Colle, gli uomini del Distaccamento sono costretti ad uscire di strada essendo il crinale già occupato dag1i attaccanti.
Operata una diversione, si spostano per un attacco laterale attendendo - per accerchiare il nemico - l'arrivo di rinforzi da Pivetta che, a loro volta attaccati, non giungono. Avvertiti del motivo del ritardo gli uomini della «Volante» attaccano ugualmente sostenendo un combattimento impari, con un avversario munito di armi pesanti ed ormai attescato. Dopo 4 ore di fuoco, centrati dal tiro delle armi pesanti e scarseggiando le munizioni, i partigiani debbono ritirarsi: Garessio è perduta.
Giorgio Gimelli, Cronache militari della Resistenza in Liguria, Istituto Storico della Resistenza in Liguria, 1969, pp. 299-301    

Nei primi giorni di luglio [1944] giunse l'ordine di partire per la Val Tanaro (Ormea, Garessio, Pievetta), in quanto in quella zona erano sorti dei dissidi tra le formazioni badogliane e i garibaldini della zona.
Dissidi che si trasformarono in gravi contrasti a tal punto da provocare in una settimana l'uccisione di alcuni garibaldini da parte dei badogliani stessi.
Tra gli uccisi ricordiamo il garibaldino detto "Dino", comandante di distaccamento.
Data la situazione, era necessario che si andasse a rinforzare le nostre esigue formazioni.
Il distaccamento "Volante" (che aveva per comandante "Cion" e per commissario "Germano") si stabilì a Garessio.
Il distaccamento "Matteotti" con comandante "Turbine" (Pasquale Muccia) a San Bernardo di Garessio, e noi della "Volantina", con comandante "Mancen" [Massimo Gismondi], nel paese di Pievetta.
Giungemmo nella località sopra un autocarro (dopo aver camminato per dodici ore a piedi).
Fu in questa occasione che "Raspin" [Franco Piacentini] mi disse: "In Piemonte va meglio, ci fanno viaggiare bene, speriamo sia sempre così".
Stabilimmo ottimi rapporti con la popolazione e con le ragazze del paese.
Ci accasermammo nelle scuole ed attendemmo nuovi eventi dopo la pacificazione raggiunta tra noi e i badogliani.
Intorno al 15 luglio [1944] si presentò al nostro distaccamento un ex ufficiale del Regio Esercito, giunto da Albenga per inquadrarsi nelle nostre formazioni.
Di nome Giorgio Olivero, ci informò che sia in Normandia che nell'Italia centrale, dopo i primi successi, il fronte si era stabilizzato, per cui le nostre speranze sulla fine del conflitto entro breve tempo si affievolirono, anche se continuammo a sperare.
Il fatto che Giorgio volesse fermarsi con i garibaldini ci sorprese un poco. Nella zona gli ex ufficiali del Regio Esercito erano nelle file dei badogliani di tendenza monaichica. In base a queste considerazioni, per un certo periodo di tempo lo tenemmo sotto controllo e in questo clima non poteva non crearsi un certo costume d'ambiente. Il partigiano "Grillo", osservando i magnifici scarponi che aveva ai piedi, gli faceva allusioni poco benevoli; gli chiedeva che numero avessero, diceva che forse gli andavano bene e che intendeva prenotarli in caso gli fosse successo qualcosa. Fatto sta che il mattino dopo Giorgio era sparito; con grande preoccupazione lo mandammo a cercare. Ma il giorno successivo venimmo a sapere che lui si era recato al nostro Comando a conferire con Nino Siccardi ("Curto"), per chiedere sicurezza e tranquillità. In seguito, grazie ai suoi meriti e alla sua esperienza militare, diventerà il comandante della I^ brigata d'assalto Garibaldi "Silvano Belgrano".
Sandro Badellino, Mia memoria partigiana. Esperienze di vita e vicende di lotta per la libertà di un garibaldino imperiese (1944-1945), edizioni Amadeo, Imperia, 1998  

La zona di Imperia assume nella primavera/estate del '44 un particolare rilievo strategico. Qui si sono concentrati numerosi gruppi partigiani, decisi a ostacolare le forze naziste in prevedibile ritirata attraverso i valichi alpini. Nonostante la complicità di due soldati austriaci nella notte fra il 23 e il 24 luglio '44 a Imperia in regione Garbella fallisce il tentativo di un gruppo di partigiani della II Divisione Garibaldi "F. Cascione" di far saltare un tratto di strada precedentemente minato dai tedeschi. I sette soldati di guardia vengono comunque disarmati e quattro di loro passano con i partigiani.
La reazione tedesca non si fa attendere. Il 25 i nazisti risalgono la Valle del Prino e raggiungono Vasia, un piccolo centro dell'entroterra.
[...] Così nella drammatica testimonianza di un ragazzo dell'epoca la rievocazione dei fatti che hanno portato alla morte di due civili e di cinque partigiani impegnati, pare, a mettere a segno l'assalto alla Questura di Imperia per impossessarsi di armi automatiche.
I partigiani caduti sono Salvatore Filippone, nome di battaglia "Mariella", nato a Palmi (RC) il 24 giugno 1920, Carmine Saffioti, nome di battaglia "Carmé", nato a Palmi il primo aprile 1925, Stefano Danini di Rivarolo (GE), Igino Rainis di Treppo Carnico (UD) e Vincenzo Raho di Ruffano (LE).
Pino Ippolito Armino, Storia della Calabria Partigiana, Pellegrini, 2020 

Interrogatorio di Valfrè Carlo del 7.5.1946:
[...]  Il 2 novembre 1943 entrai a far parte della GNR e assegnato alla Compagnia OP, comandata dal Tenente Ferraris.
[...] nei primi di luglio, unitamente alla compagnia, partimmo per un' azione di rastrellamento nei comuni di Vasia e Montegrazie. Prima di giungere a Vasia il Capitano Ferraris divise la compagnia in varie squadre. Durante il rastrellamento vennero catturati due partigiani (da una delle squadre) che vennero in seguito fucilati per ordine del Ferraris ma non posso precisare da chi in quanto la mia squadra si trovava più avanti.
Leonardo Sandri, Processo ai fascisti: una documentazione, Vol. 9 - Liguria: Imperia - Savona - La Spezia, StreetLib, Milano, 2019

Il nostro Comando, visto che la prima incursione nella città di Ceva era andata bene, volle ritentare l'operazione dopo alcuni giorni. Ma questa volta andò diversamente. Giunti sul piazzale della stazione, fummo accolti da un nutrito fuoco nemico (per fortuna di armi leggere) proveniente dall'interno dell'edificio. Constatata la difficile situazione nella quale ci trovammo coinvolti, decidemmo di ritornare alla base di partenza. Comunque il fatto che noi fossimo padroni di una parte della strada statale 28 (Imperia-Ceva ) metteva i tedeschi in crisi, sia per il traffico stradale, sia per il prestigio. Allora con una poderosa azione decisero di farci sloggiare.
Il 25 luglio 1944 iniziarono un rastrellamento in grande stile; avanzarono con autoblinde da Ceva e dal Colle di San Bernardo di Garessio. Venendo da Ceva, prima di Pievetta vi sono le Rocche di Santa Giuditta, (o Prancisa, o Recisa) costituite da due "spontoni" posti uno sopra la statale a sinistra e l'altro sopra il Tanaro a destra.
Il primo occupato dai nostri uomini, tra cui Tino Moi, capo squadra, e "Mancinotto", fratello di "Mancen" [Massimo Gismondi], con il compito di bloccare con una mitragliatrice pesante i tedeschi provenienti da Ceva, che mantenevano in avanscoperta due  autoblinde.
Il secondo occupato dai badogliani.
Quando i tedeschi giunsero a tiro, sia i nostri che i badogliani aprirono il fuoco di sbarramento, che costrinse il nemico a ritirarsi dietro una curva della strada, dando l'impressione di desistere. Ma non fu così perché, dopo una decina di minuti, iniziò a picchiare forte sulle due postazioni partigiane con i mortai da 81 millimetri. I nostri furono più fortunati perché non vennero colpiti, a differenza dei badogliani centrati al primo colpo, per cui la loro postazione fu messa a tacere.
Constatata la situazione veramente pericolosa, e visto cosa era successo ai badogliani, il comandante "Mancen" diede immediatamente l'ordine del ripiegamento.
Mentre ciò avveniva, i nostri furono individuati da una delle due autoblinde che stavano avanzando, la quale iniziò un fuoco infernale.
Fu in quel momento che Tino Moi venne colpito al petto in modo grave. "Mancen" e i compagni presenti cercarono di portare fuori tiro il ferito.
L'autoblinda continuava a sparare loro addosso in modo rabbioso.
Non rimase altra possibilità che mettere il ferito al riparo di una roccia, e quindi ritirarsi verso Pievetta, dove io e una seconda squadra eravamo appostati con un'altra mitragliatrice pesante sulla piazzetta della chiesa, in modo da prendere di infilata, se fosse stato necessario, il rettilineo che ci si presentava davanti e, al tempo stesso, tenere sotto tiro anche il letto del Tanaro.
Col cuore trepidante, attendevamo che comparissero i tedeschi. Dopo alcuni minuti scorgemmo dei tedeschi avanzare nel letto del fiume; iniziammo a sparare contro di loro, costrigendoli a eclissarsi nella vegetazione.
Intanto venne avanti l'autoblinda sparando raffiche a casaccio in tutte le direzioni. Il fuoco continuò ancora per qualche minuto, poi l'autoblinda si fermò, smettendo di sparare.
Noi non riuscivamo a spiegarci il perché.
Ben presto, però, capimmo la mossa del nemico, quando in alto a mezza costa "Mancen" iniziò a gridare di ritirarci in collina perché i tedeschi stavano giungendo, sopra di noi, nella nostra stessa direzione, mentre noi li attendevamo sulla strada o nel letto del fiume. Ci ritirammo con fatica e appena in tempo, per non rimanere circondati, portandoci dietro la mitragliatrice pesante.
Il grido di "Mancen" ci aveva salvato dall'annientamento.
Capimmo che l'autoblinda si era fermata ed aveva cessato il fuoco per non colpire i suoi e con la speranza di prenderci alle spalle.
Ci ritirammo a circa duecento metri sopra Pievetta e piazzammo la mitragliatrice, azionandola contro i soldati che stavano giungendo sulla piazzetta della chiesa. Erano convinti di catturarci, invece si trovarono sotto il nostro fuoco; si ripararono dietro la chiesa e nei vicoli vicini.
Però noi, consapevoli della precarietà della nostra posizione (sì che avevamo una mitragliatrice, ma essa era senza una idonea protezione), pensammo che era meglio ritirarci più in alto ancora, e facemmo bene perché, fatta una cinquantina di metri, arrivò un colpo di mortaio proprio nel punto dove eravamo stati piazzati, seguito da alcuni altri.
Raggiungemmo la cima della collina dove si era già ritirato il grosso del nostro distaccamento.
Nel frattempo giunse anche "Mancen", insieme agli altri.
Prendemmo posizione disponendoci in una lunga fila per essere meno esposti, scavando delle fosse ove piazzare meglio le nostre armi pesanti.
I tedeschi giunsero ad un centinaio di metri dalla nostra posizione; ma dopo un breve scambio di raffiche si ritirarono nel paese e lì si concentrarono.
Subito lo smacco, presi dalla solita ira sanguinaria, iniziarono a compiere i soliti eccidi di cittadini inermi. Passarono per le armi una ventina di civili locali e alcuni partigiani che avevano catturato dalle parti di Priola. La loro rappresaglia ci fece supporre che avessero avuto delle perdite durante gli scontri.
Dopo una breve consultazione decidemmo di spostarci sulle colline di Garessio o di Ormea per cercare notizie sulla "Volante" di "Cion". Ci dirigemmo verso la località Croce di Nascio e, sul far della notte, giungemmo sul Bricco Mindino (1879 metri sul livello del mare).
Sandro BadellinoOp. cit.  

Il rastrellamento della valle Tanaro tra il 25 e il 29 luglio 1944 fece 8 caduti civili e 24 partigiani nei comuni di Bagnasco, Garessio, Priola, ma tra i 24 riconosciuti partigiani si celano molti civili, di oltre 60 anni, il cui riconoscimento è dovuto soltanto a motivi pensionistici.
(a cura di) Aa.Vv., Il Piemonte nella guerra e nella Resistenza: la società civile (1942-1945), Consiglio Regionale del Piemonte, 2015 

domenica 15 gennaio 2023

Torre Paponi brucia

La vallata del torrente San Lorenzo con al centro Torre Paponi ed in alto a sinistra Pietrabruna

E’ stato uno dei peggiori eccidi di cui si macchiarono le truppe d'occupazione naziste durante la Guerra di Liberazione che divise l'Italia nel tragico triennio 1943-1945. E' l'eccidio di Torre Paponi il cui orrore, senza nulla togliere alle stragi di Marzabotto o Sant'Anna di Stazzema, ha colpito nei decenni dell'Italia repubblicana l'immaginario collettivo dei tanti studiosi che si sono applicati allo studio della Resistenza in Italia.
I fatti accaddero esattamente settant'anni fa, il sedici dicembre del 1944. Inverno duro e tragico quello che precedette la Primavera di Liberazione, soprattutto nell'estremo Ponente ligure. Già era caduto in quel di Alto, combattendo, il "mitico" capo partigiano Felice Cascione ma nell'Imperiese, la cui Provincia non a caso si fregia della Medaglia d'oro al valore militare, le bande partigiane davano parecchio filo da torcere ai nazi-fascisti per i quali l'entroterra rappresentava una vera e propria incognita. Fu così che i comandi tedeschi escogitarono la rappresaglia contro i molti contadini che nei paesi abbarbicati alle pendici delle Alpi liguri solidarizzavano con i combattenti per la libertà, di qualsiasi credo politico fossero.
La mattina del sedici, credendo di trovare a Torre Paponi, oggi frazione del Comune di Pietrabruna, gruppi partigiani, i tedeschi risalirono armati sino ai denti la stretta valle alle spalle di San Lorenzo al Mare. Molti civili, vedendoli salire determinati, si diedero alla macchia nei boschi quasi presagendo quella che sarebbe stata la tragica fine di molti loro compaesani. I nazisti occuparono in una manciata di minuti il borgo, poi radunarono gli abitanti rimasti (molti erano donne e bambini) nella barocca chiesa parrocchiale. Qui condussero anche, orribilmente torturato, il curato Don Vittorio De Andreis che ritenevano un fiancheggiatore delle bande partigiane.
A questi affiancarono il parroco, Don Pietro De Carli, reggiano di Guastalla. Incendiarono poi gran parte di Torre Paponi distruggendola. Non paghi di tanto orrore diedero fuoco pure ai due sacerdoti che morirono tra sofferenze atroci. Parimenti furono uccise altre ventisei persone del paese. Le uccisioni proseguirono, pure, il dì appresso [...]
Sergio Bagnoli, Settant’anni fa Torre Paponi, una delle peggiori stragi naziste del secondo conflitto mondiale, Agora Vox Italia, 15 dicembre 2014

Torre Paponi

Torre Paponi [Frazione di Pietrabruna (IM)] è un piccolo paese nell'immediato retroterra imperiese, sulla strada che da San Lorenzo al Mare conduce a Pietrabruna, nella vallata del torrente San Lorenzo, a 210 metri di altitudine. La popolazione (n. 150 abitanti) è composta, in stragrande maggioranza, di contadini olivicoltori piccoli proprietari e di qualche artigiano.
Durante l'occupazione nazifascista, senza essere un centro di reclutamento o base partigiana, è stato tuttavia un paese benemerito nella lotta di liberazione per i molti aiuti in denaro e viveri concessi ai partigiani di “Curto” [Nino Siccardi, comandante della I^ Zona Liguria], al distaccamento di “Mancen” [Massimo Gismondi], “Peletta” [Giovanni Alessio], “Artù” [Arturo Secondo], “Danko” [Giovanni Gatti], al distaccamento “Fenice” e ad altri più piccoli. Anche muli e bestiame vario furono imprestati o venduti o donati ai partigiani nel periodo novembre 1943 a dicembre 1944 (1).
Proprio nel dicembre del 1944 Torre Paponi viene a trovarsi al centro di una vasta zona partigiana.
Il nemico è a conoscenza di grossi concentramenti di garibaldini della IV brigata [d'Assalto Garibaldi "Elsio Guarrini"] sulle alture comprese tre la valle Argentina e la val Prino. Per l'ennesima volta tenta di distruggerli mettendo in esecuzione i piani prestabiliti.
Dal mattino del 13 al pomeriggio del 18 di dicembre i Comandi tedeschi di Taggia, di villa Cepollina e di Sanremo, rimangono quasi completamente privi di truppa inviata in rastrellamento nelle suddette zone.
L'azione dovrebbe iniziare con un fulmineo attacco al paese di Badalucco per mezzo di artiglieria e di reparti di guastatori con l'incarico di distruggere completamente il paese, reo di accogliere e rifornire giornalmente i garibaldini. Ma l'azione, per cause imprecisate, viene alquanto ridotta. (2)
Il primo contatto tra i garibaldini e tedeschi in fase di rastrellamento avviene alle ore 22 del 13, quando il garibaldino “Baffino” del 2° Distaccamento “Italo” (1° Battaglione, IV^ brigata), addetto alle spese viveri, scaglia una lanterna contro due Tedeschi sbucati tra le case inferiori del paese di Pietrabruna. Raggiunto l'accampamento verso l'una dopo mezzanotte e dato l'allarme, gli uomini nascondono tutto il materiale pesante del distaccamento.
Presa la decisione di imboscare il nemico, 25 garibaldini guidati dal comandante “Curto”, che occasionalmente aveva pernottato presso il distaccamento, con passo celere raggiungono la strada ad un chilometro da Pietrabruna e attendono in agguato tutta la notte invano.
Ormai è iniziata la giornata del 14, il sole s'innalza, ma il nemico non transita. Quattro borghesi, incontrati nei pressi del luogo dell'agguato, affermano che in Pietrabruna non vi sono Tedeschi, però, ripresa la via del ritorno, i garibaldini vengono investiti da raffiche di “Mayerling” partite dalle prime case del paese.
La reazione è pronta ed efficace, ma rimane ucciso sul posto Giuseppe Sciandra (Matteo) fu Matteo, nato a Pamparato (Cuneo) il 12-09-1907, garibaldino della IV^ brigata, mentre il garibaldino “Lolli”, colpito in modo grave alla schiena, non può più camminare, però alcuni animosi riescono a porlo in salvo. (3)
Sganciatosi, il gruppo di “Curto” insiste nell'agguato presso il paese di Torre Paponi fino a tarda sera, ma invano, il nemico è transitato altrove. Già nelle prime ore del mattino altri piccoli gruppi di partigiani passano per Torre Paponi, senza tuttavia fermarsi, perché avevano preso la direzione di San Salvatore.
Inspiegabilmente qualche ora dopo giungono i Tedeschi. Un piccolo gruppo di rastrellatori, forse di passaggio per caso o forse anche inviati sul luogo su segnalazione di qualche spia locale.
Intimorite dalla ostentata grinta dei nazisti, alcune donne del paese accennano o confermano (non è stato possibile accertare con precisione quale delle due versioni sia l'esatta) il passaggio dei gruppi partigiani. I tedeschi non fanno commenti e si avviano in direzione del paese di Lingueglietta.
Giunti sulla collina che separa i due paesi, ecco che compiono la prima rappresaglia su alcuni ostaggi che si portavano dietro da chissà dove. Fucilano i civili Francesco Guasco fu Domenico, Carolina Guasco fu Domenico, Agostino Ballestra di Ventimiglia e il pastore Pietro Lanteri nato a Realdo nel 1884, che col suo gregge svernava in Pietrabruna.
Costui portava a tracolla un sacco con del pane nero; gli sgherri ne prendono un pezzo e glielo infilano in bocca, quindi proibiscono di toccare il cadavere e ingiungono di lasciarlo per la strada a tempo indeterminato. Però dopo poco tempo il comandante “Curto”, di passaggio, ordina il recupero della salma ed il parroco la fa seppellire.
Alle ore 14.30 del giorno stesso i nazisti ritornano in forze su una quindicina di autocarri e circondano il paese.
Dopo un'intensa sparatoria eseguita con armi automatiche, restringono la morsa; ad un certo momento entrano nel paese e sparano a zero su un gruppo di giovani colti di sorpresa. Maurizio Papone, Pasquale Malafronte, Andrea Ascheri, Paolo Papone, Antonio Barla e quattro militari di stanza alle vicine polveriere, riescono a stento a mettersi in salvo. Rimane ucciso un giovinetto di quindici anni che stava rientrando in paese portando sulle spalle una fascina, non del paese ma profugo da Ventimiglia, in quei giorni battuta dai bombardamenti navali alleati.
Anche due donne, madre e figlia, colpevoli solo di aver chiamato ad alta voce il rispettivo figlio e fratello, bimbo di pochi anni, sembrando forse ai Tedeschi che esse cercassero di mettere sull'avviso ipotetici partigiani, vengono abbattute a raffiche di mitra.
Successivamente il paese subisce un iniziale incendio, prologo a quello ben più terribile appiccato due giorni dopo; vengono arse due case ed alcuni fienili.
A tarda sera, allorché i rastrellatori ritornano al loro Comando di Arma di Taggia con gli ostaggi Luigi, Stefano, Egidio, tutti di cognome Papone, e due profughi ventimigliesi, la popolazione riesce a circoscrivere l'incendio.
Però non tutti i Tedeschi lasciano la zona; alcuni piccoli gruppi si occultano, si pongono in osservazione e rimangono in contatto con eliografisti che, dalla località Castelletti, trasmettono segnali verso San Salvatore, davano disposizioni relative allo sviluppo che doveva assumere il rastrellamento nei giorni successivi.
All'alba del 15 altri fascisti e tedeschi rastrellano nuovamente le zone Circostanti Torre Paponi, Pietrabruna, Lingueglietta e rinforzano una loro batteria piazzata a Pian del Drago. Per rifarsi dei magri risultati ottenuti nella caccia ai partigiani, razziano tutto il bestiame che trovano.
L'esasperazione è al colmo ed una squadra di garibaldini del primo battaglione, messa al corrente della situazione dai contadini, per liberare il bestiame attacca senza indugio il nemico che, sorpreso, si ritira in direzione San Lorenzo al Mare per chiedere rinforzi al Comando locale. (4)
Il distaccamento “Italo” rientra in stato d'allarme, il nemico è scorto in lontananza.
Nonostante le lievi perdite subite, il comando tedesco ordina immediatamente di condurre una rappresaglia su Torre Papponi il giorno seguente con l'impiego di formazioni S.S. altoatesine e di brigatisti neri.
Gli ostaggi portati ad Arma di Taggia vengono rilasciati con la pura e semplice raccomandazione di non offrire più ospitalità ai partigiani e di rimanere tranquilli nelle loro case.
Ciò risulterà una menzogna ignobile a cui viene prestato credito per la sprovvedutezza del momento dettata dalla paura.
Con questo stratagemma i nazifascisti riescono a dissipare momentaneamente le apprensioni e ad affievolire la diffidenza degli abitanti di Torre Paponi, per poter mettere in esecuzione il loro insidioso piano, in particolare, per poter catturare più uomini possibile al momento opportuno, quando non guarderanno più di stare all'erta, premunirsi o nascondersi nei rifugi che si erano scavati per la campagna.
Anche l'accusa, che si sentirà ripetere poi dai fascisti con insistenza per giustificare la strage, che Torre Paponi ere un centro di banditi, sarà ben lungi da essere provata poiché il paese non è mai stato tale e tanto meno un centro di comando.
Nella notte colonne tedesche di rinforzo partono da Castellaro e salgono in direzione del monte Faudo e del passo Vena, rastrellano passo Follia e San Salvatore, si scontrano con pattuglie del distaccamento di “Italo” sotto il monte Faudo e sparano nell'oscurità, alla cieca, con mitraglie a canne da 20 mm. (5)
All'alba del 16 le S.S., accompagnate da una spia in borghese, investono il distaccamento “Nino Stella”, distruggono i casoni dell'accampamento, qualche arma e vari equipaggiamenti (una cassetta di munizioni per “Mayerling” con circa 200 colpi, cinque moschetti, otto coperte, la macchina da scrivere e un fagotto di Farina). I partigiani si ritirano presso il distaccamento di “Pancio” che non viene investito;però in giornata cade il garibaldino della IV brigata Antonio Novella “Novella” fu Giovanni, nato ad Arma di Taggia il 12-02-1923.
Altre forze nemiche occupano la valle di Dolcedo; sei autocarri carichi di truppa raggiungono il paese, poi il borgo di Bellissimi e Santa Brigida, quindi lanciano razzi bianchi; è il segnale dell'attacco. Rastrellano la valle sotto Santa Brigida, le zone a monte, Lecchiore e San Bernardo; lunghe raffiche di mitragliatrice e colpi di mortaio si ripercuoteranno per la vallate fino alle ore 19.00 (6)
Contemporaneamente a Lingueglietta, dove sostano per poco, le S.S. altoatesine arrestano il parroco del paese don Vittorio De Andreis, ritenuto colpevole di aver avvertito i partigiani con i rintocchi del mattino della presenza nemica. Dopo aver incendiato molte case di campagna e prelevano ventotto ostaggi (che tradurranno alle carceri di Oneglia e quattro saranno inviati in Germania di cui uno non tornerà più), proseguono il cammino e raggiungono Torre Paponi che si sveglia al crepitio delle armi automatiche.
Oltre 800 uomini tra Tedeschi e fascisti stringono in un cerchio di ferro e fuoco il paese impegnandosi in una delle più sanguinose imprese che la storia della Resistenza in Liguria ricordi.
Investono l'abitato con una valanga di proiettili, sparano con artiglierie pesanti e leggere, con razzi e proiettili traccianti, mettono in azione lanciafiamme e mortai che iniziano la loro opera di demolizione.
Sospeso il fuoco dopo circa mezz'ora, con mitra alla mano si lanciano nel paese. La prima vittima dello sterminio è Antonio Fossati di anni 43, ucciso a bruciapelo sulla soglia di casa. Il Fossati non è un partigiano o un particolare amico dei partigiani. Nessuno di quelli che saranno le innocenti vittime dell'infamia nazifascista potrà mai essere incolpata, a parziale discolpa per legge di guerra, di aver direttamente appartenuto al movimento di liberazione nazionale.
Colpito da una raffica di mitra al ventre, il sedicenne Giacomo Papone riesce a trascinarsi per una ventina di metri invocando disperatamente la madre, finché una seconda raffica sparata da un Italiano in divisa tedesca e che gli grida “te la diamo noi ora la mamma”, non lo inchioda definitivamente al suolo.
Matteo Temesio, decoratore di 41 anni, catturato presso la sua casa e condotto un po' fuori del paese, è ucciso con un colpo di rivoltella alla nuca.
Ernesto Pagani, Valentino Gonella, Luigi Papone (uno degli ostaggi rilasciato il giorno precedente), Bartolomeo Papone e Francesco Barla, vengono trucidati in gruppo in mezzo alle vie del paese. Si proibisce alla popolazione di rimuovere i loro corpi abbandonati sul posto, spostarli o pietosamente coprirli con un lenzuolo.
Sorte analoga subisce un altro Bartolomeo Papone, padre di famiglia numerosa, selvaggiamente ucciso ed abbandonato per la scala della propria abitazione.
Stefano Papone quindicenne (secondo ostaggio rilasciato), è ucciso poco distante, nella piazza ove era solito giocare a bocce.
Pure colpito Cosimo Papone, ma con scarso successo perché, con mossa prontamente eseguita, riesce ad offrire un bersaglio soltanto parziale ai mitra delle S.S. Per cui, ferito di striscio, se la caverà con un braccio amputato.
Dalla chiesa, dove erano stati sospinti ed ammassati dopo la cattura avvenuta nelle loro abitazioni, vengono prelevati Egidio Papone (terzo ostaggio rilasciato), don Pietro Carli parroco del paese, don Vittorio De Andreis canonico-vicario di Lingueglietta, Andrea Ascheri, due profughi di Ventimiglia di cui uno dodicenne, ed Antonio Geranio; i civili sono immediatamente Trucidati lungo la rampa che immette alla mulattiera per Boscomare, invece i due religiosi, condotti in un fienile e uccisi, vengono cosparsi di benzina e bruciati.
Solo l'Ascheri, a cui si parla in francese e lo si invita a discolparsi, dopo aver subito una specie di processo farsa e dopo essere stato posto davanti al plotone di esecuzione per un po' di tempo, è rilasciato incolume, con minacce e l'ingiunzione di non muoversi dalla chiesa fino a nuovo ordine.
Compiuta la strage, gli assasini pongono mano al fuoco per cui ben poche case del paese rimangono indenni. Volutamente risparmiano la chiesa, la canonica, l'oratorio dei SS Cosma e Damiano ed alcune case site alla perifferia, invece incendiano tutte le altre case, la scuola e l'asilo, i fienili ele stalle.
Una densa nube di fumo si leva in aria e ben presto ricopre l'intero paese. Le case crollano con grande schianto in una scena apocalittica di desolazione e di morte. I superstiti, ancora ammassati in chiesa, vengono ammoniti a non uscire per le vie, pena la morte. I Tedeschi ed i fascisti, accampati in Torre Paponi, lasceranno l'abitato soltanto il giorno dopo, alle ore 11.30 circa (7)
La suora Giovanna Simondini, rimasta ferita durante il bombardamento di Pietrabruna, morirà ad Imperia nei giorni successivi. Ballestra Francesco, Maccario Domenico e Maccario Mario sono gli altri ventimigliesi della frazione Torri, uccisi nell'incursione di Torre Paponi.
[NOTE]
(1) (Gran parte dei tragici episodi di Torre Paponi narrati in questo capitolo sono stati tratti dalla testimonianza di Andrea Ascheri, nativo del luogo, menzionato nella narrazione come protagonista, miracolosamente scampato alla strage).
(2) (Da una relazione del responsabile S.I.M. del 3° Battaglione “Artù” al comando della IV^ brigata, del 17-12-1944, prot.n. 86/E/5).
(3) (Da una relazione di Maurizio Massabò “Italo” comandante del 2° distaccamento [I° Battaglione "Carlo Montagna"] al Comando della IV brigata, del 16-12-1944. Il garibaldino Luigi Rovatti “Lolli” sarà trasportato nell'ospedale partigiano di Tavole ove rimarrà fino al 28 gennaio 1945 e poi in quello di Arzene (Carpasio) ove guarirà).
(4) ( Da una relazione di “Gianni”, responsabile S.I.M., al comando della V brigata [d'Assalto Garibaldi "Luigi Nuvoloni"], del 18-12-1944).
(5) (Da una relazione di Francesco Bianchi “Brunero”, responsabile S.I.M. al Comando della V brigata, del 19-12.1944 n. 217).
(6) (Da una relazione di Italo Bernardi “Montanara”, responsabile S.I.M., al Comando della IV brigata, del 16-12-1944, prot. n. 360/N/12).
(7) Col titolo “Fremete”, riportiamo dal giornale provinciale “Fronte della Gioventù d'Imperia” anno I n. 5 (1944) la narrazione dei tragici fatti di Torre Paponi: "... Ancora non sono dimenticati (e quando mai potranno obliarsi) gli insani terrorismi effettuati dai Tedeschi a Lingueglietta, Poggio, Stellanello, ed ecco nuovi e sempre più barbari eccidi ai danni delle nostre innocenti e pacifiche popolazioni contadine. A Torre Paponi, paese che conta 150 abitanti, incredibile a dirsi, i nazisti piazzarono la mitraglia antiaerea contro la popolazione e ne fecero strage orrenda: ventiquattro sono per ora le vittime accertate. Ci è stato descritto lo spettacolo: appena entrati nel paese i militi dell'UNPA videro corpi orribilmente maciullati, uomini, donne, giovinetti. E non solo, ma l'ira dei teutoni si riversò pure su due sacerdoti che sono stati buttati in una casa in fiamme e quindi carbonizzati. La popolazione è in preda al panico più atroce. Appena gli uomini dell'UNPA comparvero davanti ad essa, tutta raccolta in chiesa, furono scambiati per Tedeschi, videro tutta la gente terrorizzata alzare le mani; però quando, con buone maniere, fecero loro comprendere che erano amici, gli infelici contadini li abbracciarono invocando soccorso. Contemporaneamente Pietrabruna veniva bombardata dai folli, barbari Tedeschi, che uccisero tre persone, finché una loro concittadina residente nel paese riuscì a farli desistere dal massacro. E Villa-Talla? Pure incendiata dai massacratori di Hitler. Questi gli atti continui, tristi e feroci, degni soltanto di belve, compiuti nei nostri paesi.  Imperiesi, Italiani, meditate! Le ombre delle povere vittime implorano ven detta! Il loro sangue innocente, i Tedeschi lo devono mordere nella polvere. Giustizia sarà!...".
Francesco Biga,
Storia della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria), Vol. III. Da settembre a fine anno 1944, a cura dell'Amministrazione Provinciale di Imperia e con il patrocinio dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, Milanostampa Editore, Farigliano, 1977

Elenco delle vittime decedute
Amoretti Giovanni, civile.
Balestra (o Ballestra) Giovanni Battista, civile anni 55, deceduto il 16.12.1944 a Torre Paponi fraz. di Pietrabruna.
Ballestra Agostino, civile, anni 17, deceduto il 14.12.1944 a Torre Paponi fraz. di Pietrabruna.
Ballestra Francesco, civile, anni 44, deceduto il 16.12.1944 a Torre Paponi fraz. di Pietrabruna.
Barla Francesco, civile, deceduto il 14.12.1944 a Torre Paponi fraz. di Pietrabruna.
De Andreis Don Vittorio, canonico vicario di Lingueglietta fraz. di Cipressa, anni 72, ucciso e bruciato il 16.12.1944 a Torre Paponi fraz. di Pietrabruna.
De Carli Don Pietro. Parroco di Torre Paponi, anni 68, ucciso e bruciato il 16.12.1944 a Torre Paponi fraz. di Pietrabruna.
Fossati Antonio, civile, anni 43, deceduto il 16.12.1944 a Torre Paponi fraz Pietrabruna.
Geranio Antonio, civile, anni 40, deceduto il 16.12.1944 a Torre Paponi fraz. di Pietrabruna.
Gonella Valentino, civile, anni 34, deceduto il 16.12.1944 a Torre Paponi fraz. di Pietrabruna.
Guasco Carolina, civile, anni 45, deceduto il 14.12.1944 a Torre Paponi fraz. di Pietrabruna.
Guasco Francesco Giocondo, civile, infermo di mente deceduto il 14.12.1944 probabilmente presso il Cimitero di Costarainera.
Lanteri Pietro, civile, deceduto il 14.12.1944 a Pietrabruna.
Maccario Domenico, proveniente da Ventimiglia (fraz. Torri) sfollato a Pietrabruna, civile, anni 29, deceduto il 16.12.1944 a Torre Paponi fraz Pietrabruna.
Maccario Mario, proveniente da Ventimiglia (fraz. Torri) sfollato a Pietrabruna, civile, anni 17, deceduto il 16.12.1944 a Torre Paponi fraz Pietrabruna.
Novella Antonio (nome di battaglia “Novella”) di Giovanni, nato a Arma di Taggia il 12.02.1913, anni 21, contadino, partigiano (II Divis. iV Brig.) dal 14.05.1944 al 16.12.1944, n° dichiaraz. Integrativa 10511, deceduto il 16.12.1944 a Pietrabruna.
Pagani Valente (o Ernesto), civile, deceduto il 16.12.1944 a Torre Paponi fraz Pietrabruna.
Papone Bartolomeo di Giacomo, civile, anni 37, deceduto il 16.12.1944 a Torre Paponi fraz Pietrabruna.
Papone Bartolomeo di Maurizio, civile, anni 52, deceduto il 16.12.1944 a Torre Paponi fraz Pietrabruna.
Papone Egidio, civile, anni 40, deceduto il 16.12.1944 a Torre Paponi fraz Pietrabruna.
Papone Giacomo, civile, anni 16, deceduto il 16.12.1944 a Torre Paponi fraz Pietrabruna.
Papone Ida (figlia di Guasco Carolina), civile, anni 20, ferita il 14.12.1944 a Torre Paponi fraz Pietrabruna, deceduta ad Imperia il 16.12.1944.
Papone Luigi, civile, deceduto il 16.12.1944 a Torre Paponi fraz Pietrabruna.
Papone Stefano, civile, anni 17, deceduto il 16.12.1944 a Torre Paponi fraz Pietrabruna.
Ranise Gio Battista, civile, deceduto il 16.12.1944 a Torre Paponi fraz Pietrabruna.
Sciandra Giuseppe (nome di battaglia “Matteo”) di Matteo, nato a Pamparato il 12.10.1907, anni 37, partigiano (II Divis. IV Brig.) dal 11.08.1944 al 14.12.1944, n° dichiaraz. Integrativa 3068, fucilato il 14.12.1944 a Pietrabruna (da documento partigiano), deceduto presso cimitero di Costarainera (da opuscolo ”L'eccidio di Torre Paponi”), deceduto il 17.12.1944 a Cipressa (da certificato di morte rilasciato dal Comune di Imperia del 3.08.1945).
Simondini Suor Giovanna, ferita il 16.12.1944 a Pietrabruna, morirà a Imperia il 17.12.1944 per le ferite riportate.
Temesio Matteo, civile , anni 41, deceduto il 16.12.1944 a Torre Paponi fraz Pietrabruna.
Altre
Papone Cosimo, civile, rimane ferito ma si salva, (braccio amputato).
Sabina Giribaldi, Episodio di Torre Paponi, Pietrabruna, 14-16.02.1944, Atlante delle Stragi Naziste e Fasciste in Italia
 
Sono stato a Torre Paponi in questi giorni per ricostruire, nella sua dure e tragica realtà: le giornate di terrorismo vissute da quella onesta e laboriosa popolazione, che fu certamente la più martoriata di tutta la provincia; ne faccio ora una breve relazione, mettendo in rilievo soprattutto la figura dei due venerandi vecchi Sacerdoti, che in quella circostanza vennero bruciati vivi dagli sgherri sacrileghi di Hitler e Mussolini. Gli abitanti del paese rievocano le gesta di quei barbari con le lacrime agli occhi e sotto l'impressione di un diabolico terrore, che ancor oggi sembra li riempa di spavento. Pare incredibile che degli uomini abbiano potuto compiere atti selvaggi e crudeli! Quello che hanno fatto a Torre Paponi è una conferma sicura di tutto quello che i sicari di Satana hanno perpetrato nei campi di concentramento e nelle camere della morte in Italia, in Germania e nella Polonia. Qui mi fermo a descrivere le gesta sanguinarie di Torre Paponi, e lo faccio rapidamente, ma con precisione e chiarezza. Le giornate del terrore si aprono per quella gente pacifica e buona il 14 dicembre 1944. Al mattino per tempo passano nel paese nazisti e fascisti, che salgono sui monti in cerca di patrioti. La sera, al ritorno, entrano a Torre Paponi sparando all'impazzata e assassinano due donne e un uomo. Il 16 sabato ritornano fin dal mattino con diversi camion, provenienti da San Lorenzo, mentre altri scendevano dalla montagna, passando da Lingueglietta e da Boscomare. Erano senza dubbio insieme nazisti e fascisti, perché parlavano correntemente l'italiano e anche il nostro dialetto ligure! Iniziano la giornata con una sparatoria indiavolata, mettendo tutte le loro armi in azione: rivoltelle, moschetti, mitra, mortai e cannoni. La valle di San Lorenzo sembrava una bolgia infernale. Le donne, i vecchi e i fanciulli vengono chiusi nella Chiesa Parrocchiale dei Santi Cosma e Damiano. Intanto fuori i predoni e gli assassini compiono brutalmente i loro misfatti, svuotano le case di tutto ciò che potevano avare qualche valore, compreso mucche, capre, muli; e poi appiccarono il fuoco ai fienili, alle stalle, alle legnaie e uccidono tutti gli uomini e giovani che trovano in paese, sottoponendoli a orribili e strazianti torture. La piccola frazione di Torre Paponi viene così trasformata in un teatro di guerra, lasciando tutte le contrade seminate di morti. Di fatti ne uccidono 22 sopra 40 uomini, quanti ne poteva contare allora il piccolo paesetto. Solo uno Papone Marco, è riuscito a salvarsi dalla morte, perché quelle belve lo credevano morto. Gli hanno tagliato un braccio, gli hanno strappato i capelli e lo Hanno lasciato sulla strada! Do qui i nomi delle vittime, che saluto con l'anima commossa e piena di indignazione contro quelle tigri e quelle iene che godevano come demoni nell'orgia sanguinaria. Scriviamo questi nomi nei nostri cuori e custodiamoli come una cosa sacra, in modo indelebile, come i nomi dei caduti sull'altare della Patria e per la conquista di una vita civile e libera. Il loro sangue, è il sangue di tutti i nostri morti, valga a cementare l'unione e la fraternità del popolo italiano, che è riuscito a prezzo di tanto sacrificio, a spezzare le catene, che, per oltre un ventennio, lo tennero legato alla più obbrobriosa schiavitù.
Don Vittorio De Andreis, Parroco e Vicario Foraneo di Lingueglietta;
Don Pietro Carli, Parroco di Torre Paponi
Papone Ida
Guasco Carolina Papone
Amoretti Giovanni
Gonella Martino
Barla Francesco
Papone Bartolomeo fu Maurizio
Papone Bartolomeo di Giovanni
Papone Stefano
Papone Giacomo
Papone Luigi
Fossati Antonio
Papone Egidio
Temesio Matteo
Valencia Gonelli
Geranio Antonio
Pagani Valente
Macario Luigi
Macario Mario
Balestra Agostino
Balestra Francesco
Ma sopratutto è contro i due venerandi Sacerdoti che quei sacrileghi banditi usarono tutta la loro ferocia di barbari, indegni del nome di uomini. Il povero Don Pietro Carli, parroco di Torre Paponi, un bravo sacerdote milanese, sempre buono e affabile con tutti, fu sorpreso all'altare, mentre stava preparando per la celebrazione della Messa. Erano le 6.30. Lo strapparono all'altare, Obbligandolo a sedersi nei banchi della Chiesa con la popolazione, che nel frattempo entrava terrorizzata e piangente. Il bravo e pio sacerdote Incominciò a pregare insieme ai suoi parrocchiani recitando il S. Rosario. Passò appena mezz'ora ed ecco gli sbirri che vengono a prenderlo. A pugni e calci lo spingono fuori della Chiesa. poi lo prendono per le gambe e per le braccia e lo portano di peso, percuotendolo brutalmente, fino alla porta del fienile di un certo Ascheri Matteo, dove giunti si fermano, lo percuotono ancora con pugni, calci e bastonate, lo gettano in mezzo alle fiamme, che divampano e crepitano come da una bolgia infernale. I resti, consistenti in poche ossa, vennero ritrovati soltanto dopo un mese dalla macabra giornata tra le ceneri dell'immenso braciere. L'altro venerando e santo sacerdote, conosciuto ed apprezzato in tutta la diocesi per le sue preclare virtù di santità e scienza , vecchio di 72 anni, il Rev. Don De Andreis, Parroco e Vicario Foraneo di Lingueglietta, arrivò a Torre Paponi verso le 8. Lo presero i banditi nazi-fascisti nella sua Chiesa Parrocchiale mentre suonava le campane per la Messa. A pugni e calci, apostrofandolo con ogni sorta d'improperii, lo spinsero attraverso aspri sentieri, fino a Torre Paponi, accompagnandolo in chiesa, dove giunse sfinito, senza poter pronunciare una parola. Cadde a terra e poi si riebbe, mettendosi a sedere sui banchi; la corona del Rosario in mano pregava, recitando il S. Rosario. Dopo una mezz'ora, ecco nuovamente gli sgherri che entrarono in Chiesa e prelevano il Santo Sacerdote. Alzatosi, giunge le mani verso l'altare, poi getta uno sguardo sul popolo come per salutare tutti l'ultima volta, e viene spinto fuori, nelle vie del paese, a calci e pugni, giù giù dalla parte di Pietrabruna, sulla strada carrozzabile, dove stava il comando di quei maledetti. Laggiù non si sa come venne trattato; ma possiamo immaginarlo benissimo, perché fu riportato quasi subito in paese, sempre a calci e pugni, fino alle prime case, che ardevano da enorme incendio.
Qui una donna, esterrefatta dalla paura, che stava sulla strada accanto al marito, vecchio e paralitico, certa Maddalena Re mi racconta come ha potuto assistere all'ultima scena dell'orribile esecrando sacrilego delitto. Giunti alla porta della stalla di Papone Domenico, trasformata in fienile e legnaia, si fermarono, intimando alla donna di allontanarsi e andare in Chiesa. Ma la povera donna fece notare che aveva il marito infermo, in condizioni pietose, sulla strada, e non si sentiva di lasciarlo. Allora il pio Sacerdote a supplicare quelle tigri che avessero compassione di questa povera donna, perché in verità il marito si trovava da tempo in quello stato pietoso. Uno di quei sgherri afferra la donna per un braccio e le dice: “vieni con me”. Essa rispose: “ma io ho paura a venire con voi, perché voi mi uccidete”. Nelle strade, dappertutto, c'era già pieno di morti! “”No risponde il manigoldo, non è per uccidervi, ma perché non vediate ciò che faremo al prete”. Proprio in quel momento essa guardava e vedeva il sacerdote, le mani giunte gli occhi verso il cielo, e i sacrileghi assassini che lo prendono a forza e lo gettano nella fornace, spingendolo con lunghi bastoni, mentre cercava istintivamente di uscire da quel fuoco d'inferno. In seguito la popolazione andò ad intingere pannolini e fazzoletti nel sangue del martire per conservare la reliquia di un santo come i primi cristiani. Non posso dimenticare un povero padre, che mi raccontava piangendo come gli trucidarono il figlio Papone Stefano dinanzi ai suoi occhi e presente la mamma e la sorellina di 12 anni. Un altro giovane 15 anni quasi morente, il ventre squarciato (e gli uscivano le budella) invocava piangendo la mamma, e quelle belve vestite da uomini gli spararono un colpo alla testa, dicendogli beffardamente: “Te la diamo noi la mamma. Prendi”. Alle 10 tutto era finito. I camion, carichi della refurtiva, compreso mucche, capre e muli si allontanarono verso San Lorenzo, mentre un gruppo saliva a Pietrabruna a seminare altri lutti ed altre rovine. La popolazione rimase così esterrefatta e sbalordita che non seppe più uscire di Chiesa, dove sostò spaventata dal terrore per diversi giorni. Questa la tragica storia delle terroristiche giornate di Torre Paponi.
Tratto dalla relazione del teologo Mons. G.B. Revelli
Redazione, La strage di Torre Paponi, Pietrabruna me amù