martedì 25 agosto 2026

I partigiani cercavano di eliminare la postazione tedesca di Monte Ceppo


Probabilmente in data 12 giugno 1944 vi è un'azione in Baiardo. Alcuni uomini di Vittò [n.d.r.: Giuseppe Vittorio Guglielmo], divisi in due squadre, e comandati da Argo [n.d.r.: Aldorino Iazzone] e da Assalto [n.d.r.: Carlo Peverello], erano stati mandati a Monte Bignone, all'arrivo della funivia, per attaccare dei tedeschi, che sarebbero dovuti arrivare con la funivia.
Gli uomini di Vittò erano partiti da Carmo Langan, dove vi era l'accampamento del 5° distaccamento (Vittò ed Erven). 
I partigiani aspettavano, tenendosi nascosti; ma con la funivia i tedeschi non arrivano. 
Al ritorno i partigiani passano per Baiardo, e si imbattono in una camionetta di tedeschi; alcuni di questi, nello scontro, restano feriti, e gli altri fuggono; nella fuga sparano all'inìpazzata contro tutti quelli che incontrano: così uccidono una donna e ne feriscono un'altra. 
Il giorno 13 giugno i partigiani di Vittò e di Erven [n.d.r.: Bruno Luppi] compiono una nuova azione, contro una postazione situata fra Baiardo e Monte Bignone. 
La postazione era forte di 25 uomini. 
Dirige l'azione Argo insieme con Assalto. Hanno una squadra per ciascuno, ma responsabile è Argo. 
I partigiani partono da Carmo Langan nella notte, anzi sul cader del sole, e tornano la mattina del giorno dopo, 13 giugno, con un forte bottino di materiale vario (armi, munizioni, coperte, gavette) e con 23 prigionieri, dei quali 2 sono austriaci e 2 cecoslovacchi. Uno dei cecoslovacchi è della zona dei Sudeti. 
I quattro stranieri rimasero con i partigiani, con i nomi Marx, Emilio, Romeo e Mario. Marx venne ferito a Sella Carpe, quando fu ferito anche Erven; dopo morirà in montagna, in combattimento. Anche un altro dei quattro stranieri cadrà in montagna. 
Dei militi fascisti, 4 vogliono tornare a casa. Fra questi Erven riconosce uno dei militari di Salò già lasciato libero dopo il fatto della "B8", che era stato compiuto dal gruppo di Vittò, Erven, Tento e Marco, e durante il quale Folgore si era assunto l'incarico di andare avanti agli altri, col prigioniero catturato in Molini. 
Il "repubblichino", fatto di nuovo prigioniero in questa circostanza, viene dapprima minacciato di morte; poi è rilasciato, ma, questa volta senza rifornirlo di carta di identità. 
Scopo principale dei partigiani era di attaccare ed eliminare la postazione tedesca di Monte Ceppo, molto munita, che dominava Carmo Langan e le strade circostanti, sia le rotabili, sia le mulattiere. 
Marco e Tento, a tal uopo, avevano anche procurato due cannoni, tolti da Cima Marta e collocati a Triora; dopo, però, si riscontrò che non era possibile farli funzionare, a causa delle munizioni deteriorate. 
Per attaccare Monte Ceppo si riteneva che fosse molto opportuno bloccare tutte le vie di accesso; ma, per fare questo, occorreva Baiardo libera; e, invece, sulla strada Baiardo-Monte Bignone vi era una forte postazione tedesca, e bisognava eliminarla. 
Perciò furono compiute nella zona di Baiardo le due azioni sopra ricordate, specialmente la seconda. 
Giovanni Strato, Storia della Resistenza Imperiese(I^ zona Liguria) - Vol. I: La Resistenza nella provincia di Imperia dalle origini a metà giugno 1944, Sabatelli Editore, Savona, 1976, ristampa del 2005 a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, pp. 293-294

martedì 18 agosto 2026

Il Comando tedesco emana l'ordine di blocco della strada Albenga - Ormea - Garessio

Ponte di Nava, Frazione di Ormea (CN). Foto:  Mauro Marchiani

Il servizio informazioni partigiano (SIM) segnala che il nemico ha rinforzato le guarnigioni di Diano Marina, di Cervo, di San Bartolomeo e di Andora. Tutti i militari sono consegnati e rimangono nelle trincee da loro costruite quasi tutto il giorno. Il tempo è molto migliorato per cui si creano le condizioni per sviluppare con meno difficoltà le azioni contro il nemico, in particolare sulle strade costiere e sulla Statale n. 28 (Imperia - Pieve di Teco - Garessio) [...]
Mentre per cause sconosciute il primo aprile 1945 a Pornassio i Tedeschi uccidono il civile Giacomo Frumento, e sarà l'inizio di un lungo stillicidio, il giorno stesso una squadra del Distaccamento "Brando C." attacca un pattuglione tedesco sulla Statale 28: quest'ultimo lascia sul terreno un morto e due feriti; all'alba, nei pressi di Garessio, altri partigiani, del Distaccamento "I. Rainis" si scontrano con una pattuglia tedesca la quale perde quattro uomini; dello stesso Distaccamento, il giorno successivo a Calderara, con bombe al plastico, alcuni partigiani fanno saltare un carro tedesco trainato da cavalli.
Il giorno 3, altri partigiani del Distaccamento "Brando C.", colpiscono sulla 28 un autocarro nemico che sbanda, mentre nei pressi di Barchi altri partigiani del "Rainis" ne mitragliano un altro ancora sulla stessa strada. Il 4 una squadra del "Rainis" prepara un'imboscata nei pressi di Martinetto (nell'Albenganese): Giorgio Alpron (Cis), capo di S. M. della I Brigata [n.d.r.: I Brigata "Silvano Belgrano" della  VI^ Divisione d'Assalto Garibaldi "Silvio Bonfante"], coadiuvato da alcuni compagni, mina gli scambi ferroviari ad Andora: viene applicato dell'esplosivo (dieci cilindri di plastico) sul triangolo degli scambi di levante. Con lo scoppio saltano per aria il triangolo e le rotaie del binario principale, rimangono pure inutilizzabili il secondo e il terzo binario per dieci ore. Un treno carico di esplosivo, scatolame, paglia e Tedeschi di scorta, rimane bloccato per un giorno nella galleria di Capo Mele. Per l'uccisione della G.N.R. Paulli, il commissario prefettizio di Albenga, A. Rolando Ricci fa affiggere un manifesto il quale rende noto che nel territorio della frazione di Leca è dichiarato il coprifuoco dalle ore 18 alle 6. Se accadessero altri fatti del genere, il centro abitato sarebbe stato spianato dalle artiglierie tedesche. 
Il giorno 6 una squadra di dieci uomini del Distaccamento "Castellari" affronta una corriera con civili e soldati tedeschi a bordo nei pressi di Cerisola [Frazione di Ormea (CN)]. All'autista viene intimato di fermarsi ma lui non eseguisce l'ordine, allora con una raffica nelle gomme delle ruote la macchina rimane paralizzata. Avviene una sparatoria durante la quale muoiono il maresciallo che era accanto all'autista e tre soldati, alcuni rimangono feriti. I partigiani non subiscono perdite e recuperano un Mauser, una pistola, alcuni caricatori di mitra e due fucili. Intanto giungono al Comando della I Brigata quattro militi postelegrafonici provenienti da Porto Maurizio: Ivo Panzani, Enzo Pignatti, Paride Bertoni e Francesco Idda: si arrendono allo stesso Comando, fornendo preziose notizie riguardanti i piani del nemico. 
Il SIM partigiano informa che nell'eventualità di una ritirata i Tedeschi, intendendo avere le spalle al sicuro, compierebbero un duro rastrellamento al fine di distruggere tutte le formazioni della Resistenza, andandole a scovare nei rifugi ed in tutti i casolari della Valle Arroscia. 
Il giorno 7 la squadra "Tamara" del Distaccamento "Rainis" attua un'imboscata contro soldati tedeschi sulla statale 29, i quali lasciano sul terreno un morto ed un ferito. Nel contempo una squadra del Distaccamento "Garbagnati" nei pressi di Diano Marina cattura due soldati repubblichini ed un soldato tedesco delle SS, altri partigiani dello stesso Distaccamento in Val Merula prelevano due soldati della Divisione "San Marco" muniti di pistola, i quali mentre vengono condotti al Comando partigiano, rimangono uccisi a causa di un loro tentativo di fuga. 
Lo stesso giorno è catturato un soldato tedesco che tenta la resistenza, ma viene ugualmente passato per le armi. Nei pressi di Casanova [Casanova Lerrone (SV)] partigiani del Distaccamento "De Marchi" si scontrano con una pattuglia tedesca; dopo lo scontro a fuoco non si riesce ad accertare le perdite nemiche che sono certe. 
All'alba del giorno 8 in seguito al persistere dell'allarme navale il Comando tedesco emana l'ordine di blocco della strada Albenga - Ormea - Garessio e Imperia - Taggia - Triora, inoltre ordina ai genieri di procedere al minamento dei ponti, delle opere e di alcuni tratti della statale 28. 
Nella serata del giorno stesso, nei pressi di Vessalico in Valle Arroscia, partigiani del distaccamento "Amato" sparano contro una compagnia di una trentina di Tedeschi i quali lasciano sul terreno due morti e tre feriti.
II giorno successivo una squadra partigiana comandata da "Spezza" del Distaccamento "Brando C.", in azione sulla strada 29, raffica con armi automatiche una pattuglia tedesca, causandole tre morti e due feriti. Un'altra squadra comandata da "Folgore", del Distaccamento "Rainis", lancia bombe a mano contro un autocarro nemico, il quale si capovolge: non accertate le perdite. 
Il nemico continua a rinforzare i presidi lungo le strade statali delle Valli Arroscia e Impero.
Francesco Biga, (con la collaborazione di Osvaldo Contestabile), Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), Vol. IV: Da Gennaio 1945 alla Liberazione, Ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, 2005, pp. 266-268

mercoledì 12 agosto 2026

La strage nazista di Grimaldi


Il 7 dicembre 1944 soldati nazisti fucilarono tre gruppi familiari nell'abitato di Grimaldi a Ventimiglia, precedentemente evacuato per ordine tedesco. La motivazione della strage è incerta, ma potrebbe essere legata al mancato rispetto dell'ordine di evacuazione del paese.
Il Tribunale Militare di Torino in data 15 maggio 2000, dopo un processo che vide alla sbarra il maggiore Hans Geiger (nato a Francoforte il 12 giugno 1906) e il tenente Heinrich Goering (nato a Betzdorf il 17 luglio 1923), rispettivamente comandanti del 253. Grenatier Regiment della 34 Infanterie division e della VI compagnia dello stesso reggimento, emise una sentenza di non luogo a procedere per i due ufficiali tedeschi. La sentenza riporta i seguenti fatti:
«Nella mattinata del 7 dicembre 1944, una pattuglia di soldati tedeschi, accompagnata da un noto collaborazionista italiano, tale Egidio Eugeni, irrompeva nell’Hotel “Vittoria” situato sulla Rocca di Grimaldi e, dopo averli radunati all’esterno dell’albergo, uccideva dodici civili: cinque donne, quattro uomini e tre bambini, espressamente indicati nel capo di imputazione. I corpi furono gettati in una fossa e coperti con terra, paglia e rifiuti. Nel giugno 1945 le salme furono riesumate e gli esami necroscopici rivelarono la causa della uccisione confermando che essa era avvenuta tramite fucilazione. Divenne opinione generale l’attribuzione della responsabilità della strage a soldati tedeschi in quanto, in quella fredda mattinata di dicembre, non poche persone ebbero modo di vedere la pattuglia tedesca salire sulla Rocca di Grimaldi, sentire da lontano il rumore degli spari, e, successivamente, vedere la pattuglia tedesca lasciare il villaggio. Cominciarono anche a circolare voci sulle singole responsabilità. Nel gennaio 1945, al Caffè Ligure di Bordighera, un Sergente tedesco in compagnia di altri suoi camerati, raccontò al Sig. Giuseppe Viale, titolare della panetteria di via Cavour in Ventimiglia all’epoca sfollato a Bordighera, e a un certo non meglio identificato Sig. Moro, titolare di un negozio di busti sito in Bordighera, via Vittorio Emanuele, di avere ucciso parecchi “banditi” - così erano definiti i partigiani dai soldati tedeschi - per ordine del loro comandante, il Maggiore Geiger, tra cui vecchi, donne e bambini.
Raccontò in particolare l’uccisione di un bambino bello molto biondo, che nessuno aveva il coraggio di trucidare, ma che fu anch’egli assassinato su reiterato ordine di Geiger (Relazione di Pallanca fogl. 422-423 fasc. PM). Il 10/7/1945 fu sentita la Sign.na Antonietta De Re la quale espose di avere incontrato l’8 dicembre 1944 un soldato tedesco di nome Karl, il quale, dopo avere bevuto molto, era scoppiato in lacrime, descrivendole i fatti di Grimaldi e confessando di avere ucciso «una bambina bionda che sembrava un angelo… per ordine del Maggiore Geiger e del Comandante la sua compagnia Tenente Goering» (copia della dichiarazione De Re fogl. 424 fasc. PM); il soldato tedesco sarebbe poi stato rintracciato e fucilato dai suoi commilitoni senza sapere chi fosse stato (verb. DE RE 6/6/1998 fogl. 145).
Il 25/11/1945 il Dott. Alberto Pallanca, fratello di Vincenzo Pallanca una delle vittime della strage, presentò un accurato esposto al Comando Alleato della Liguria (fogl. 420-423 fasc. PM), in cui ripercorreva le vicende di quei giorni dando ampio risalto alle testimonianze che aveva personalmente raccolto. Nell’esposto riferiva come le fonti tedesche indicassero in ragioni di spionaggio la causa della strage mentre egli personalmente riteneva assai più probabile che l’eccidio fosse stato stimolato da Egidio Eugeni, il quale era notorio nemico di Alberto Lorenzi, rimasto ucciso nella strage, il quale vantava una posizione economica assai invidiabile in quel fosco periodo, avendo riscosso una polizza assicurativa di lire 50.000 (e non come ha erroneamente sostenuto il P.M. nella sua requisitoria una indennità statuale - pag.11 verb. 15/5/2000) per la morte del figlio caduto in combattimento, incassando la somma di lire 50.000 per la vendita di un terreno. Era inoltre proprietario di «Titoli, argenteria, preziosi». Vincenzo Pallanca invece, - racconta sempre il fratello - «possedeva un buon ristorante a Grimaldi ed aveva ricavato da tale esecuzione un forte utile. Risulta inoltre che l’Eugeni e la sua famiglia, composta dalla moglie e da quattro figlie, mentre a Grimaldi vivevano in miseria, da quando l’Eugeni incominciò a praticare i tedeschi e specialmente da dicembre 1944 iniziarono un tenore di vita elevato. La moglie si vantava con i vicini di quanto giornalmente acquistava al mercato nero… in quei tempi l’Eugeni ebbe a dire a certo Giacometti Dario: “ho fatto un colpo che ho guadagnato ottanta mila franchi, ma io vivo all’albergo, la mia famiglia spende molto e se non mi procuro presto un altro colpo, finisco presto i soldi”. 
Il Pallanca continua sottolineando come l’Eugeni fosse a Grimaldi il giorno dell’eccidio e, come ebbe a dire alla Prof.ssa Maddalena Orengo, "io ero a tre metri quando li hanno uccisi e con essi vi è pure il Pittaluga" (altra vittima dell’eccidio). Alberto Pallanca riteneva quindi che la causa della morte del fratello e delle altre persone presenti all’Hotel Vittoria fosse da ricercare non in presunte attività di spionaggio, ma in moventi "di lucro e saccheggio". Alla fine del conflitto Egidio Eugeni fu processato dalla Corte d’Assise di Sanremo, Sezione speciale la quale con sentenza 12/2/1946 lo condannò all’ergastolo. Un mese dopo l’Eugeni morì (19/3/1946)».
Il tribunale non reputò la deposizione della signora De Re convincente e, a causa della morte degli altri due testimoni, Moro e Viale, decise il non luogo a procedere verso i due ufficiali tedeschi.
Giorgio Caudano, I caduti della Lotta di Liberazione. I^ Zona Liguria, ed. in pr., 2020

Altri lavori di Giorgio Caudano: con Romolo Giordano, Le Stelle del Gusto, Azani Editore, 2026: (con Paolo Veziano), Dietro le linee nemiche. La guerra delle spie al confine italo-francese 1944-1945, Regione Liguria - Consiglio Regionale, IsrecIm, Fusta editore, 2024; con Marco Cassini, Bordighera al tempo di Bicknell e Monet, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2021; L'immagine ritrovata. Ventimiglia e dintorni nei dipinti dell'Ottocento e primo Novecento, Alzani Editore, 2021; contributo a Paolo Veziano, La libera Repubblica di Pigna. Parentesi di democrazia (29 agosto 1944 - 8 ottobre 1944), con il contributo di Graziano Mamone, Comune di Pigna, IsrecIm, Fusta Editore, 2020; Dal Mare alla Trincea... memorie di uomini, BB Europa, Cuneo, 2019; con Silvia Alborno, Gisella Merello, Marco Farotto, Marco Cassini, Franck Vigliani, curatori della mostra Claude Monet, ritorno in Riviera, catalogo a cura di Aldo Herlaut, Silvana Editoriale, Milano 2019; La Magnifica Invenzione. I pionieri della fotografia in Val Nervia 1865-1925, con Marco Cassini, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2016; Pigna. Storia di un paese, ed. in pr., 2016.
Adriano Maini

lunedì 3 agosto 2026

I tedeschi stavano evacuando Ormea, Nava, Piaggia, Pieve di Teco, Cantarana ed altre località di importanza strategica

Piaggia, Frazione del comune di Briga Alta (CN). Foto: Mauro Marchiani

A Fontane [n.d.r.: Frazione del comune di Frabosa Soprana (CN)], dopo varie ricerche, il Comando della V brigata ["Luigi Nuvoloni"] riesce a reperire una radio per ascoltare le notizie sull'andamento della guerra, specialmente quelle sui fronti italiani che non erano molto incoraggianti. Solleva un po' il morale l'arrivo di un ingente quantitativo di vestiario il 3 di novembre [1944]. I garibaldini più bisognosi riescono così a rinnovare in qualche modo il loro equipaggiamento e ad affrontare più tranquillamente il freddo e i parassiti. Solo il tempo imperversa cattivo: pioggia e nevischio trasformano il terreno in fanghiglia. Intanto giungono ad un posto di blocco, situato tra Fontane di Frabosa e Corsaglia, alcune donne di Pigna stanche morte e raccontano la loro odissea. Avevano percorso la strada della V brigata nella ritirata ed erano orientate verso Mondovì in cerca di propri famigliari presi dai Tedeschi come ostaggi durante il grande rastrellamento ed in procinto di essere deportati in Germania (Testimonianza di «Monaco» [Giovanni Rebaudo]). 
L'anniversario del 4 novembre (la vittoria di Vittorio Veneto del 1918), viene ricordato con una messa per i caduti di tutte le guerre alla quale partecipano molti garibaldini; il sole rende mite la giornata. Una certa disponibilità di denaro può permettere l'acquisto di vitelli e mucche a L. 25-35 al chilogrammo per procurare carne agli uomini dopo tanti pasti a base di castagne. Coi depositi del Genio Civile di Bossea i contadini del luogo possono alimentare le loro scorte di legna bruciate dai garibaldini. Non lieve è la fatica di Gino Glorio (Magnesia), nuovo amministratore della I brigata ["Silvano Belgrano"], per risolvere tutti questi problemi. 
Intanto sul versante ligure la situazione da una quindicina di giorni è pesante. Sembra preclusa la possibilità del rientro in zona della I e della V brigata; è impressione generale che i Tedeschi, dopo il grande rastrellamento di ottobre, intendano presidiare in permanenza tutto il territorio tra le strade statali della valle Impero e della valle Argentina. 
Sintomo grave l'occupazione nemica di Piaggia, Pieve di Teco, Rezzo, Molini di Triora, Pigna e altre località d'importanza strategica, la costruzione di fortificazioni al Tanarello: fatti che prospettano la costruzione di una linea difensiva dal colle di Tenda al Marguareis, al monte Bertrand, al Saccarello e, giù giù, lungo la valle Argentina fino al mare. 
Se ciò si realizzasse tutta la zona a ovest della strada statale 28 (valle Impero) diventerebbe retrovia del fronte francese e la I e la V brigata non potrebbero rientrare nelle loro zone di operazione; anzi, anche la IV ["Elsio Guarrini"] dovrebbe abbandonare il suo territorio per non rimanere annientata da potenti forze nemiche che hanno disponibili tutte le carrozzabili e sono in grado di controllare ogni rifornimento. Però questa gravissima incognita svanisce quando, inaspettatamente, la sera del 5 giunge a Fontane la notizia che i Tedeschi stavano evacuando Ormea, Nava, Piaggia, Pieve di Teco, Cantarana ed altre località di importanza strategica. In linea di massima la statale n. 28 poteva considerarsi nuovamente transitabile per le forze garibaldine. 
Il periodo di riorganizzazione a Fontane dura una ventina di giorni; il 6 di novembre il Comando divisionale [n.d.r.: a quella data i partigiani imperiesi erano ancora inquadrati in un'unica Divisione, la "Felice Cascione", comandata da Nino Siccardi (Curto)], informato del ripiegamento del nemico, che non aveva osato inseguire i garibaldini in una zona molto impervia, praticamente priva di vie di comunicazione, dà l'ordine del rientro a scaglioni alle forze delle due brigate con l'obiettivo di raggiungere le rispettive zone sul versante ligure e di riprendere accanita la lotta. In novembre la presenza dei nazifascisti in Molini di Triora si fa quasi ininterrotta. Essi si insediano nelle poche case disponibili, obbligando i cittadini a sloggiare, si impadroniscono di letti, di materassi, di stoviglie e di viveri. Tolgono quel poco di grano e quelle scarse castagne che si erano potute raccogliere per darle in pasto ai cavalli. 
Presi dal sospetto che, per le loro continue ruberie, gli abitanti avessero occultato la merce, i nazifascisti fanno scavare negli orti e nei fondi per scovare supposti depositi. Ordinano la consegna dei carri, dei muli e del bestiame in genere.
Obbligano gli uomini a lavori pesanti e, ogni tanto, ne prelevano una trentina per portarli fino a Rezzo dove riparare il ponte dei «Passi». Tengono tre persone in ostaggio per tre giorni consecutivi, a rotazione. Come se tutto ciò fosse una cosa piacevole, organizzano balli obbligando a mano armata le fanciulle del paese ad intervenire. Nei giorni dei morti organizzano una vera orgia con schiamazzi, sperpero di cibi, ubriacature e beffano gli abitanti del luogo terrorizzati ed affamati. 
L'inverno è alle porte col suo triste carico di desolazione, di freddo e di fame; i rifornimenti pressoché impediti dal controllo nemico che sta dislocando presidi ovunque per impedire il riassettamento e il consolidamente dei distaccamenti nella I Zona Liguria [diretta da Carlo Farini (Simon)]. La neve che blocca i paesi annuncia un inverno precoce, l'indigenza dei luoghi è endemica.
Nonostante ciò i garibaldini riprendono le azioni contro l'oppressore; veramente alla garibaldina affrontano una situazione intollerabile. I nazifascisti conoscono le difficoltà in cui versano e seguono, col progredire della cattiva stagione, il loro terribile crescendo di difficoltà nella riorganizzazione delle formazioni, con l'intenzione di cogliere il momento culminante della loro crisi per condurre un'ennesima offensiva sterminatrice. 
Dal canto loro i comandanti della II divisione «Felice Cascione» studiano un piano per sveltire l'organizzazione bellica ed adeguarla alle esigenze del moìnento. Munizioni, armi e viveri diventano sempre più scarsi mentre la battaglia invernale sta entrando nella fase più acuta. 
Ma le gloriose bandiere partigiane non verranno ammainate e sventoleranno più che mai sulle montagne incappucciate di neve, simboli di lotta e di libertà.
La partenza delle due brigate è concordata il 4 novembre durante una riunione dei comandanti e dei commissari convocati nella sede del Comando divisionale.
Decisa la dislocazione della I brigata nelle valli Arroscia, Pennavaira, Lerrone, Andora, Steria e nel Dianese, a levante del torrente Impero, partono nella mattinata del 5 per la Liguria l'ufficiale alle operazioni Pario Ercole (Pablo) e il commissario «Osvaldo» [Osvaldo Contestabile], onde studiare i luoghi di destinazione dei distaccamenti. 
Il giorno successivo iniziano il trasferimento verso Piaggia i distaccamenti «A. Viani» (che lascia la val Corsaglia nelle prime ore del mattino), «G. Maccanò», «F. Airaldi» e il servizio SIM [Servizio Informazioni Militare] con una parte del Comando I brigata. 
I movimenti sono facilitati dalle informazioni del SIM, il quale accerta che, oltre la statale n. 28 e la val Tanaro, i Tedeschi avevano sgomberato l'alta valle Arroscia tra San Bernardo di Mendatica e Pogli (presso Albenga). 
Questa situazione favorevole risolve definitivamente i problema dello spostamento degli altri distaccamenti ormai riorganizzati e perciò il «Bacigalupo E.» dei mortaisti, partito la mattina del 7 per la zona di Mendatica, raggiunge Montegrosso il 9; così tutti gli altri, che giungono a destinazione senza alcun incidente. 
I componenti del Comando I brigata, giunti a Lovegno, vi si stabiliscono e provvedono subito a riorganizzare i collegamenti col fondo-valle e colle altre brigate della divisione. 
Il commissario «Osvaldo», che durante il rientro aveva avuto colloqui con le Giunte Comunali di Mendatica, Pornassio e Pieve di Teco per discutere il modo di aiutare le formazioni in arrivo, a Gazzo incontra il comandante «Ramon» [Raymond Rosso] rimasto in Liguria, che lo mette al corrente della situazione e dei movimenti del nemico intento a preparare un rastrellamento nella zona; inoltre incarica il comandante Ghirardo Firminio di recuperare il materiale precedentemente nascosto.
Francesco Biga, Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), Vol. III. La Resistenza nella provincia di Imperia da settembre a fine anno 1944, a cura dell'Amministrazione Provinciale di Imperia e con il patrocinio di IsrecIm - Milanostampa Editore, Farigliano, 1977,  pp. 313-316

domenica 26 luglio 2026

Sulle alture di Verezzo colpivano un partigiano che per mancanza di munizioni aveva gettato l’arma e si era arreso

Uno scorcio di Verezzo, Frazione del comune di Sanremo (IM)

Interrogatorio di Curti Valter (squadrista della Brigata Nera “Padoan”, distaccamento di Sanremo) del 28.5.1945: "[...] In seguito alla segnalazione di un partigiano traditore, una sera verso le ore 21, ci siamo recati alla villa Impero [di Sanremo (IM)] dove avremmo dovuto trovare elementi partigiani. Durante la perquisizione, venimmo fatti segno a colpi d’arma da fuoco che ferirono me ed il mio compagno Rubaudo Pietro. Il Capitano Mangano fece subito arrestare il padrone di casa ed un capitano ivi dimorante in servizio presso il tribunale militare. Il partigiano che diresse questa operazione, Impedovo Mario, nome di battaglia “Fernandel”, si arruolò subito nella brigata nera e divenne uno degli elementi più accesi data la sua conoscenza precisa dell’ubicazione dei partigiani" [...] Il Pelucchini ed il Nicco, assieme a reparti della SS, si resero colpevoli di tre delitti avvenuti nei pressi di Villetta [ sempre in Sanremo] alla vigilia del Natale del 1944. Sempre durante il periodo della mia degenza, seppi che reparti della brigata nera, unitamente a tedeschi, recatosi sulle alture di Verezzo, dopo un piccolo scontro, colpivano un partigiano che per mancanza di munizioni aveva gettato l’arma e si era arreso e lo finivano a colpi di pistola. Poiché il partigiano si manteneva ancora in vita, un tedesco avvicinatosi gli scaricò sulla testa la sua pistola. Dichiaro che il Pelucchini, l’Impedovo ed il Nicco erano in piena collaborazione con gli appartenenti alla SS Italiana, numerosi fra i quali si distinguevano elementi italiani residenti all’estero" [...] Interrogatorio di Maselli Pietro (squadrista della Brigata nera “Padoan”, distaccamento di Sanremo) del 14.7.1945: "[...] Nel febbraio del 1945 ho preso parte ad un rastrellamento effettuato in regione Pamparà di Ceriana. Dirigeva il servizio il Capitano Sainas della GNR. Io facevo parte della squadra del Capitano Bossolasco che aveva l’incarico di fermarsi nella valletta del torrente Armea, da dove, dopo circa un’ora dal nostro arrivo, sentimmo diversi colpi d’arma da fuoco. Ci siamo quindi poi spostati a Beusi dove ci riunimmo agli altri reparti. Qui venni a sapere che durante il rastrellamento erano stati uccisi i partigiani Moscone e Molosso, ma non seppi da chi". Leonardo SandriProcesso ai fascisti: una documentazione, Vol. 9 - Liguria: Imperia - Savona - La Spezia, StreetLib, Milano, 2019

3 gennaio 1945 - XXIII
Entrando [in Sanremo] nel laboratorio dell'orologiaio Edmondo Pignotti (Piazzale pensile del mercato - presso l'Anagrafe) a sinistra c'è un apparecchio telefonico che intercetta le altre comunicazioni tramite innesti. Provvedere ad un sopraluogo tecnico non appena saranno ripristinate le linee telefoniche. [...]
9 gennaio 1945 - XIII
"A Imperia c'è un maggiore che fa il doppio gioco. È un maggiore della G.N.R. Attualmente non ne conosco il nome, ma posso dire in maniera categorica che sa molto sulla fuga di Moscone. Ha pure aiutato molto nella scarcerazione di Cavallero. Deve pure sapere l'attuale posizione di Moscone". Informatore Imp. M.
Diario (brogliaccio) del Distaccamento di Sanremo (IM) della XXXII^ Brigata Nera Padoan, documento in Archivio di Stato di Genova, ricerca  di Paolo Bianchi di Sanremo 
 
24 gennaio 1945 - Bando dei Cacciatori degli Appennini - Invito ai renitenti alla leva [repubblichina] a costituirsi entro 48 ore pena l'applicazione della legge di guerra.
24 gennaio 1945 - Dal tenente Alfredo Molinari, comandante del presidio repubblichino di Nasino, al commissario prefettizio di quel comune - Comunicava che "... alle ore 18 è scaduto il termine per la presentazione. Nessuno ha ubbidito al bando. Peggio per loro. Per domani mattina alle 8 voi mi porterete l'elenco nominativo con tutti i dati anagrafici di tutti gli uomini interessati al bando. Non ammetto ritardi...".
Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell'Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945), Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998-1999
 
Imperia.
Notizie sui fuori legge e dislocazioni delle bande.
In seguito alle recenti nevicate le bande si sono ritirate nelle valli appoggiandosi ai centri abitati di Mendatica e Montegrosso.
L'armamento è il seguente: mortai da 81 e 45, armi automatiche pesanti e leggere, cannoni da 75.
Le bande, di tendenza badogliana, sono comandate dai capitani Martinengo e Umberto.
Notiziario della Guardia Nazionale Repubblicana del giorno 18 gennaio 1945, p. 18. Fonte:  Fondazione Luigi Micheletti   
 
8 gennaio 1945 - Dal comando della V^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Luigi Nuvoloni" della II^ Divisione "Felice Cascione", prot. n° 140 segreteria, al comando del I° Battaglione "Mario Bini", al comando del II° battaglione "Marco Dino Rossi" ed al comando del III° Battaglione "Orazio Secondo" - Alcuni giovani si erano presentati ai competenti uffici della RSI (Repubblica Sociale) perché i loro genitori temevano rappresaglie. "Necessario assumere severi provvedimenti contro chiunque svolga propaganda contro il movimento partigiano".
18 gennaio 1945 - Dalla Sezione SIM della V^ Brigata, prot. n° 265, al comando della II^ Divisione - Relazione militare sul rastrellamento subito il 17 gennaio nelle zone Tumena, San Faustino, Ciabaudo, Vignai.
20 gennaio 1945 - Dal comando della V^ Brigata - Sezione S.I.M. al comando della II^ Divisione - Veniva comunicato che i tedeschi di stanza a Badalucco si erano diretti a Carpasio e che a Taggia erano giunti 20 agenti di P.S. che avrebbero dovuto tentare di infiltrarsi tra i partigiani e che a Sanremo era arrivato un Battaglione della San Marco adibito ai rastrellamenti.
24 gennaio 1945 - Dal C.L.N. di Sanremo, prot. n° 219/CL, al comando della V^ Brigata - Comunicava l'attivazione di due staffette alla settimana, giovedì e domenica, tra la costa e la montagna e ricordava al comando di Brigata di inoltrare a sua volta le notizie ricevute verso le altre formazioni.
Rocco Fava, Op. cit.
 
27 gennaio 1945
Il Comando dei bersaglieri [n.d.r.: la frase "dei bersaglieri" sembra cancellata con una riga] Settore di Via Fiorentina [in Sanremo (IM)] ha richiesto i Legionari Nicò [n.d.r.: si trattava di Gin o Gim Mano Nera, fucilato dai partigiani al cimitero della Foce di Sanremo il 26 aprile 1945], Pelucchini, Impedovo, Maselli. Sono andati verso le ore 19. Per informazioni?
Continua la pattuglia mista con la P.S. e la G.N.R. per servizio di notte.
In più, una pattuglia nostra in missione nella città vecchia.
28 gennaio 1945. In missione a San Bartolomeo [Frazione di Sanremo] per prelevare "Nini", nipote di Pier de la Vigna [...]
29 gennaio 1945
Siamo partiti 30 uomini, al comando personale del Comandante Mangano per Imperia, alla 32^ Brigata Nera, a piedi.
Partiti alle 22 del 28 gennaio siamo giunti alle 3,30 antimeridiane di oggi, 29 gennaio.
Senonché non siamo stati impegnati in altre operazioni e, senza altre novità, siamo tornati, parte in camion di fortuna (14 uomini) e parte in corriera (16 uomini).
Ha partecipato il Capo-Squadra Bossolasco.
Diario (brogliaccio) del Distaccamento di Sanremo (IM) della XXXII^ Brigata Nera Padoan, documento in Archivio di Stato di Genova, ricerca  di Paolo Bianchi di Sanremo
 
Il 23 febbraio 1945 veniva ucciso a Beusi il garibaldino Moscone [n.d.r.: purtroppo non diversamente identificato, in ogni caso da non confondere con il comandante partigiano Basilio Moscone Mosconi], il quale era già stato ferito cinque giorni prima a Bussana, Frazione di Sanremo, mentre tentava il recupero di materiale bellico insieme a "Cancello" (Guerrino Mosso). Moscone venne ricoverato presso un Distaccamento del III° battaglione "Candido Queirolo" "per essere curato dal medico del Battaglione mentre il sottotenente 'Cancello' rientrava al Distaccamento per riferire dell'accaduto. Il giorno 23 febbraio fu eseguito in Beusi un rastrellamento da parte dei nazi-fascisti. Il garibaldino Moscone fu sorpreso unitamente ad altri in un casone a dormire. Benché ferito si gettava sopra il primo milite... fu ucciso selvaggiamente e fattone scempio il suo corpo venne abbandonato in tale località "(relazione successiva del 7 maggio 1945 - Dal comando del IX° Distaccamento "Bianchi" del III° Battaglione "Orazio 'Ugo' Secondo" della IV^ Brigata "Elsio Guarrini" della II^ Divisione "Felice Cascione", prot. n° 7, al comando del III° Battaglione - documento Isrecim).
Rocco Fava, Op. cit. 

lunedì 20 luglio 2026

Le formazioni GAP di Sanremo tentarono di mettersi in contatto con gli Alleati


Già una squadra GAP cittadina era stata creata in collina a Sanremo per iniziativa di Giuseppe Anselmi e di Adolfo Siffredi: essa agiva e si sviluppava sotto il comando di Aldo Baggioli ed Adriano Siffredi; ma occorreva appoggiarla e dirigerla nel quadro generale della  lotta e questo compito sarebbe spettato al C.L.N., al quale far capo.
Fu perciò che per iniziativa del Partito Comunista e di un gruppo socialista si giunse, alla metà di luglio [1944], alla costituzione del primo comitato periferico del circondario, quello di San Martino [a levante del centro urbano], composto da Oreste Manetti, sostituito quasi subito da Alfredo Rovelli, per il PCI; Mario Mascia, per i socialisti, segretario; Mario Benza, indipendente; Emilio Mascia, comandante militare, con Giovanni Siffredi, vice comandante.
Il Comitato di San Martino assunse le funzioni del Comitato Comunale e si pose subito in diretto contatto con quello di Imperia. I primi servizi essenziali per lo sviluppo della lotta entrarono nella fase organizzativa: la prima SAP del Comitato venne costituita ufficialmente con 16 elementi.
Mario MasciaL'epopea dell'esercito scalzo, Ed. ALIS, 1946, ristampa del 1975 a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia 

Nasce ben presto il primo gruppo cittadino delle SAP (sedici uomini) e nell'agosto [1944] sorge la prima sezione del PSIUP. Ciò significa che anche fuori del PCI le altre forze antifasciste iniziano ad organizzarsi ed a contribuire più incisivamente nella lotta. Nell'ottobre Donzella e Gismondi vengono arrestati, mentre Cremieux evita la cattura con la fuga. Nel frattempo il CLN di San Martino si riorganizza assumendo definitvamente funzione comunale, ufficialmente riconosciuta dal CLNP il 2 novembre 1944, e prosegue la sua dura ed efficace lotta fino alla Liberazione.
Carlo Rubaudo, Storia della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria) - Vol. II. Da giugno ad agosto 1944, edito a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, Imperia, Dominici Editore, 1992 

Oldoino Maurizio (Mauro), che salì in montagna subito dopo l'8 settembre 1943, entrò poi nella banda garibaldina di Tito [n.d.r.: Rinaldo Risso, o Tito R., in seguito vice comandante della II^ Divisione d'Assalto Garibaldi "Felice Cascione"] dove rimase dal febbraio al marzo 1944, entrerà quindi - ritornato in Sanremo - nelle formazioni GAP (2 agosto), ed infine da queste inviato in Francia per tentare di mettersi in contatto con gli Alleati, resterà tagliato fuori dai tedeschi, ed entrerà nel Maquis (nome di battaglia "Batté Leo"), dove sarà promosso sergente di un battaglione di volontari stranieri, con i quali per oltre sette mesi combatterà contro i tedeschi sul confine italiano...  Caramia Francesco (Franco) che dal primo C.L.N. Sanremese e per esso più precisamente da Salvatore Marchesi e da Adolfo [Fifo] Siffredi ebbe incarico di arruolarsi nella milizia per esperire opera di informatore e di disgregatore e che lascerà tale incarico dopo circa tre mesi per entrare direttamente alle dipendenze del CLN circondariale, per il quale dall’ottobre 1944 in poi presterà servizio di staffetta per il collegamento con Bordighera....
Giovanni StratoStoria della Resistenza Imperiese (I^ zona Liguria) - Vol. I. La Resistenza nella provincia di Imperia dalle origini a metà giugno 1944, Editrice Liguria, Savona, 1976, ristampa del 2005 a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia   

Nella zona circondariale di Sanremo i primi nuclei GAP sorgono nel mese di luglio del 1944. Detti gruppi assumono la denominazione di Brigata GAP "G. Matteotti" e, come nell'imperiese, la loro base è alla periferia cittadina, in zona collinare e boscosa.
La Brigata è composta dai tre distaccamenti "G.B. Zunino", "Fiandrino" e "Leone". Il numero complessivo degli effettivi si aggira sulla sessantina di giovani, alla guida dei quali sono nominati il comandante Aldo Baggioli (Cichito) ed il commissario Adriano Siffredi (Riccardo).
Numerose sono le azioni condotte contro i nazifascisti da tali gruppi. Alcune di esse hanno richiesto veramente grande audacia e perizia da parte degli esecutori. Accenniamo ad alcune di esse:
 - Attacco [ai primi di ottobre del 1944] contro la caserma di via Privata [l’attuale via Escoffier] (situata ai margini della città vecchia) con il conseguente disarmo di dodici militi, la cattura di due di essi, l'incendio dello stabile e la liberazione dei detenuti politici. Il piano, benché studiato e definito in ogni dettaglio dal Comandante e dal Commissario delle formazioni GAP comportava notevoli rischi. Nel corso di una riunione di un gruppo di audaci in casa del professore G.B. Calvini, al fine di garantire la sorpresa ed una ritirata snella e veloce, si decide di effettuare un'azione condotta da pochi uomini ben armati e dal procedere rapido. Si scelgono perciò elementi decisi edi assoluta fedeltà, tra cui Armando Bonfante con il fratello, Nino Carbone, Nando Cazzolino, Salvatore Grassadonna, Sergio Grignolio (Ghepeù), Dario Gruttin e "Saetta". "Cichito" e "Riccardo", attraverso le staffette erano già in contatto con "Negus" e "Totò", due militi collaboratori della Resistenza. Alle ore 21 inizia l'azione con il blocco delle strade adiacenti ed il controllo di via Palazzo, piazza Colombo e l'angolo di via Vittorio. A notte inoltrata si imbocca via Privata, sede della caserma. Tutto perfetto: trambusto, militi svegliati ed immobilizzati. Si recuperano fucili, mitragliatori, una mitragliatrice opesante, moschetti, pistole e munizioni. Si liberano i prigionieri, tra cui il dottor Marco Donzella, il generale Minchi, l'avvocatessa Ada Barbieri e don Angelo Aprosio, che rimangono meravigliati per tanto coraggio.
- Attacco notturno contro la casa del Fascio, in piazza Colombo a Sanremo, con l'uccisione di una pericolosa spia fascista.
- Attacco contro i bersaglieri in località Solaro.
- Colpo contro il presidio tedesco ubicato in San Romolo.
- Eliminazione di otto ufficiali e soldati tedeschi, di sette bersaglieri e di oltre venticinque spie nazifasciste.
Nel febbraio 1945 le tre formazioni GAP accennate vengono riunite nel distaccamento GAP "Mario Zamboni", ridotto a quattrordici uomini scelti per coraggio e capacità, al comando di Roberto Quadrio, mentre il garibaldino Mario Chiodo ["Dorio"] è nominato addetto al comando ed ai collegamenti [da altre fonti Mario Chiodo risulta in quel periodo ufficiale di collegamento del Distaccamento SAP "Giobatta Zunino": forse ebbe due cariche in contemporanea].
Anche questo distaccamento porta a termine numerose azioni, tra cui segnaliamo in particolare:
- La liberazione di garibaldini sorvegliati nell'ospedale civile di Sanremo e la contemporanea cattura di tre militi.
- L'eliminazione di una nota spia e di sei fascisti.
- Il salvataggio della famiglia Marty.
Carlo Rubaudo, Op. cit.

Nel frattempo Avogadro, in veste di collaboratore dell’intelligence britannica, per allacciare col Piemonte un servizio informativo alle dipendenze degli inglesi si era recato in Liguria, dove l’Arma «aveva perso molto terreno in seguito alla condotta degli ufficiali di quella Legione che in massa avevano aderito alla repubblica» <14. Riconoscendo improba l’impresa di impiantare un’organizzazione clandestina, per le sue forze e per la limitatezza delle sovvenzioni, riuscì a raggruppare una cinquantina di carabinieri nella zona tra Imperia e Sanremo, affidati alle cure del pretore di Taggia, il giudice Alessandro Savio, insieme al quale incontrò un comandante di una banda in costituzione (probabilmente Michele Silvestri “Milano”, comandante del distaccamento Gap di Verezzo, confluito poi nelle Sap di Imperia), ma i contatti con gli uomini di questo territorio furono saltuari per il resto della guerra.
Enrico Pagano, “A favore dell’Arma”. L’attività nel periodo clandestino di Rodolfo Avogadro di Vigliano, questore di Vercelli nominato dal Cln, l’impegno, a. XXXV, nuova serie, n. 2, dicembre 2015, Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nel Biellese, nel Vercellese e in Valsesia
 
Un altro distaccamento dei GAP sanremesi, riconosciuto come appartenente alla Brigata GAP «Matteotti» e comandato da Michele Silvestri, operò invece nella zona di Verezzo, compiendo numerose audaci imprese con le quali riuscì a recuperare denaro, indumenti e viveri che furono poi inviati alle formazioni partigiane di Gino Napolitano e Vincenzo Orengo. 
Carlo Rubaudo, Op. cit. 

martedì 7 luglio 2026

Il partigiano si sacrificò per salvare il comando Brigata

Pian Soprano, comune di Pornassio (IM). Foto: Mauro Marchiani

A Piaggia trovammo una staffetta del SIM con un austriaco che veniva a cercare il comando. Unimmo le sue alle nostre notizie ed esaminammo la situazione. Appena saputo che la Val Tanaro era libera erano partiti da Fontane Osvaldo [Osvaldo Contestabile] e Pablo [Ercole Pario]. Il comandante di Brigata [n.d.r.: I^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Silvano Belgrano" a quella data ancora incorporata nella II^ Divisione "Felice Cascione"] Mancen [Massimo Gismondi] era passato in Liguria poco dopo con alcune bande portandosi tra la "28" ed il mare. Osvaldo e Pablo avevano preso contatti con le giunte comunali di Mendatica, Pornassio, Cosio, Pieve di Teco con esito vario, indi, uniti ad altri elementi del comando brigata, cuochi, intendenti, armiere e SIM, erano passati per Pieve diretti a Gazzo in Val d'Arroscia per riunirsi con Mancen. 
A Pieve era avvvenuto un incidente doloroso: un garibaldino, visto un individuo vestito da partigiano che gli parve sospetto, gli intimò: "Mani in alto!". L'altro, sorpreso, si era voltato di scatto tenendo le mani in tasca ed il nostro aveva sparato. Al colpo accorsero i partigiani: il morto era un partigiano.
L'incidente dimostrava lo stato di eccitazione e di sospetto che si andava creando; dopo l'imboscata di Pieve in cui era caduto Nino Berio, ogni sconosciuto, anche se indossava i nostri abiti ed era armato, poteva essere un nemico.
Il comando sostò a Gazzo pochissimo poiché gli era giunta la notizia di un rastrellamento imminente. Senza prendere contatto con le bande in via di sistemazione né col comandante di brigata Mancen che proprio in quei giorni era giunto a Capraùna con la banda di Stalin, il gruppo di Osvaldo era ripassato nell'alta Val d'Arroscia al di qua della "28", sistemandosi a Pian Soprano presso Pornassio.
Durante la marcia era avvenuto un altro incidente: una bomba a mano greca era esplosa nello zaino di Carlo, l'armaiolo autriaco. Carlo, mortalmente ferito, era spirato poco dopo, e Rinaldo, che lo seguiva nella marcia, aveva il volto crivellato di schegge. Il ferito era stato ricoverato presso una famiglia di Pornassio. La perdita di Carlo era stata sentita da tutti: come armaiolo era insostituibile poichè, oltre ad una profonda conoscenza delle armi tedesche, aveva grande abilità nelle riparazioni con mezzi di fortuna. Si era unito a noi quando Cion [Silvio Bonfante] aveva attaccato le caserme di Diano. Era un ottimo compagno, laborioso, sobrio, intelligente ed allegro. A Vienna la madre lo attendeva. Rinaldo era il vice responsabile SIM.
Carlo aveva portato sulle spalle Simon [Carlo Farini, a quella data responsabile della I^ e della II^ Zona Operativa Liguria] malato durante tutto il periodo che era rimasto circoncondato nel bosco presso Valcona.
In quei giorni i tedeschi, che già occupavano Rezzo, si erano spinti su Pieve. Dopo lo sgombero della "28" effettuato il 4 novembre [1944], il nemico aveva continuato a presidiare il tratto Imperia-Cesio e la rotabile che, staccandosi dal colle di San Bartolomeo, per San Bernardo di Conio si univa alla carrozzabile che univa Triora con Rezzo e Pieve di Teco. 
Da San Bernardo di Conio i tedeschi si erano spinti lentamente su Rezzo ricostruendo gradatamente i ponti ed i tratti distrutti di detta carrozzabile.
Ad uno ad uno erano stati presidiati Rezzo, Lavina [frazione del comune di Rezzo], Cenova [frazione del comune di Rezzo], indi il 14 era stato occupato anche Pieve di Teco. 
Quali erano le intenzioni nemiche? Probabilmente ricostruire tutti i ponti sulla "28", onde riaprirla al traffico di retrovia. 
Avrebbe rinunciato il nemico a riattivare il tratto diretto Colle San Bartolomeo-Pieve di Teco e avrebbe continuato a dirottare per San Bernardo di Conio-Rezzo? Era probabile perché le distruzioni fatte da noi erano state radicali. 
Era possibile ai partigiani impedire o ritardare la rioccupazione della "28"? 
Purtroppo no. Il nemico intuiva la nostra presenza. Il piano di ricostruire gradatamente le opere d'arte procedendo contemporaneamente alla occupazione indicava chiaramente che i tedeschi temevano una sorpresa analoga a quella subita a Vessalico in ottobre. Erano così costretti a impiegare forze cospicue: con un forte presidio difendevano i lavori in corso mentre la rotabile ricostruita e pattugliata alle spalle garantiva l'arrivo rapido del materiale e dei rinforzi motorizzati. 
Come ci venne riferito in seguito, i tedeschi sapevano che nuclei partigiani avevano rivalicato il Mongioie portandosi in Liguria; convinti però di averci annientato in ottobre credevano trattarsi di formazioni dipendenti da Mauri. 
Il 16 i tedeschi da Pieve spingono una colonna su Ponti di Pornassio. Contrariamente al solito il nemico piomba in paese alle prime ore della notte: aveva uno scopo preciso. Il paese è ormai buio, le strade deserte. I tedeschi bussano alla prima casa del paese, entrano, perquisiscono: nulla! Proseguono allora fino all'ultima casa lungo lo stradone; entrano: lì è Rinaldo, il garibaldino ferito. Fatto prigioniero Rinaldo, verrà caricato su un carro, portato a Pieve e  ucciso. 
Mentre un gruppo di tedeschi cerca il ferito, il grosso della colonna, notando una luce che filtra da una finestra, circonda la casa. Forzata la porta, catturano Alfonso, un nostro caposquadra che Osvaldo aveva lasciato con una squadra partigiana vicino a Pornassio con l'ordine di avvertire il comando in caso di incursione nemica. Alfonso, che era chiaramente individuabile come partigiano dagli indumenti che indossava, era andato in paese a trovare la fidanzata. Il nemico però cerca una preda più importante: ad Alfonso viene intimato di guidare la colonna al Comando Brigata. 
La situazione è grave: se il prigioniero tradisce, il Comando non ha possibilità di difesa perché le armi erano state consegnate ai distaccamenti prima del rientro in Liguria; l'attacco sarà in notturna perché Pian Soprano dista da Pornassio due ore di marcia ed i partigiani non sospettano un attacco a quell'ora ed in quelle circostanze. 
Alfonso resiste alle intimazioni tedesche; il nemico tenta allora di piegarlo con percosse e torture: infine ne indebolisce la resistenza ubriacandolo di grappa: Alfonso cede e guida i tedeschi a Pian Soprano. 
Fortunatamente se nella vallata, malgrado le ripetute fucilazioni, c'erano ancora spie fasciste - e la cattura di Rinaldo lo dimostrava chiaramente - c'era anche chi lavorava per noi. Una ragazza, una nostra informatrice, intuì la situazione. Era la stessa fidanzata di Alfonso o venne da lei in qualche modo avvertita? Fu Alfonso al momento della cattura ad inviarla a Pian Soprano? Non lo so, ma la ragazza riuscì a superare la colonna nemica raggiungendo nel buio il Comando Brigata. Quando alle quattro i tedeschi, avvolti i piedi in stracci, piombarono in silenzio sul casone, i partigiani erano già scomparsi. Fallita la sorpresa Alfonso venne fucilato.
Pensai più volte al dramma di quella marcia notturna. Quali furono i pensieri, le speranze di Alfonso? Avrà sperato, tentato la fuga approfittando del buio? Avrà contato sull'aiuto dei compagni che aveva fatto in modo di avvertire? Sapeva che se l'imboscata falliva l'ira del nemico sarebbe ricaduta su di lui? Pensava che sarebbe bastato che la ragazza che correva nel buio in salita cadesse o perdesse la strada perché il Comando partigiano venisse sorpreso ed il nome di Alfonso bollato di tradimento? 
Forse nella confusione dell'attacco Alfonso sarebbe potuto fuggire, forse i tedeschi gli avrebbero salvata la vita in cambio della guida: pure il tempo impiegato da Pornassio a Pian Soprano indica chiaramente che il prigioniero rinunciò deliberatamente a barattare la propria vita con quella dei compagni, condusse il nemico fuori strada, lo guidò lentamente, impiegò un tempo più che doppio, ridusse volontariamente le proprie possibilità di salvezza per aumentare quelle dei compagni.
Dopo la fuga da Pian Soprano il gruppo del comando di Osvaldo e Pablo era scomparso. Tale era la situazione in quei giorni. 
Non era la prima volta che una banda scompariva per qualche tempo o andava dispersa. Era però la prima volta che un Comando Brigata si scindeva in quattro gruppi e che il gruppo principale spariva. 
Gino Glorio (Magnesia), Alpi Marittime 1943-45. Diario di un partigiano - II parte, Nuova Editrice Genovese, 1980, pp. 41,42,43

Il distaccamento Garbagnati con alla testa Massimo Gismondi (Mancen), comandante della I^ Brigata "Silvano Belgrano", lasciò Fontane di Frabosa Soprana (CN) il 13 novembre 1944 per ritornare in Liguria. Giunti a Pornassio, il trasferimento venne funestato dallo scoppio accidentale di una bomba a mano greca custodita nello zaino del vice responsabile del S.I.M. Rinaldo Delbecchi, che uccise Franz Mottl (Carlo), un disertore austriaco che aveva abbandonato nel mese di luglio il suo reparto per raggiungere il distaccamento di Silvio Bonfante (Cion), servendo fedelmente nei mesi che seguirono i suoi nuovi compagni.
Giorgio Caudano, I caduti della Lotta di Liberazione. I^ Zona Liguria, ed. in pr., 2020

I rastrellamenti tedeschi citati da Glorio era diretti soprattutto verso la provincia di Cuneo: vennero colpite duramente - come ha scritto Francesco Biga nel III° volume (cit. infra) della Storia della Resistenza Imperiese, Rastrellamento di Fontane, pp. 328-335 - le formazioni partigiane autonome guidate dal maggiore Enrico Martini (Mauri). Ma anche partigiani imperiesi era rimasti indietro, oltre il Colle di Nava, dati gli scaglionamenti con i quali gli uomini della Divisione "Cascione" rientrarono in Liguria, dopo avere sostato giorni proprio a Fontane come conseguenza della ritirata strategica operata in seguito allo scontro di Upega del 17 ottobre.
Adriano Maini

Arnera, capo di Stato Maggiore della I^ Brigata "Silvano Belgrano", a quel tempo ancora incorporata nella II^ Divisione, venne arrestato in Val Tanaro il 18 dicembre a seguito di un'involontaria delazione e fu fucilato a Mondovì (CN) il 27 dicembre 1944. A lui venne intitolata la IV^ Brigata della nuova Divisione "Silvio Bonfante". Si presero contatti anche con le formazioni autonome di "Mauri".
Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell'Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e della Storia Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945), Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998-1999   
 
Gli sbandati dell'Intendenza giunti in Liguria portano la notizia che Domenico Arnera (Aldo), rimasto per ultimo a Fontane, era stato catturato e fucilato dal nemico.
Francesco Biga, Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), Vol. III. La Resistenza nella provincia di Imperia da settembre a fine anno 1944, a cura dell'Amministrazione Provinciale di Imperia e con il patrocinio di IsrecIm - Milanostampa Editore, Farigliano, 1977, p. 334
 
Domenico Arnera, nato a Savona il 25 aprile 1917, aiuto disegnatore, già sottoufficiale di marina. Come molti savonesi di Villapiana, quartiere dove abita, aderisce al movimento della Resistenza. Agli inizi di luglio 1944 è tra gli organizzatori delle formazioni garibaldine liguri in Val Tanaro, comandante del Distaccamento "Bellina", dislocato a Fontane di Frabosa Soprana: è attivissimo nella raccolta di derrate alimentari, coperte ed abiti per i distaccamenti. A fine ottobre è Capo di Stato Maggiore della Brigata "Belgrano" della Divisione Garibaldi "Felice Cascione". È arrestato in Val Corsaglia il 18 dicembre 1944, a seguito di una involontaria delazione di un abitante del luogo che, vedendolo passare scortato da un tedesco armato, pare abbia commentato: "Hanno preso Aldo, il capo della Stella Rossa". In realtà Arnera, in compagnia di Fred Sutterline (disertore tedesco ancora in divisa, appena arruolatosi con i partigiani) è in viaggio verso l'ospedale di Mondovì per ricevere cure appropriate e debellare un'infezione. È condotto a Corsaglia, quindi a Mondovì Piazza e rinchiuso nelle carceri della Caserma Galliano. I tentativi dei comandi partigiani per uno scambio di prigionieri non danno l'esito sperato; Aldo viene fucilato il 27 dicembre 1944.
Decorato alla memoria di medaglia di bronzo al valor militare: "Durante un forte rastrellamento da parte del nemico, incurante del pericolo, sotto l'imperversare di un'intensa azione di fuoco, provvedeva ad occultare un ingente quantitativo di viveri evitando che cadesse in mani nemiche. Sebbene ferito, rimaneva ancora per cinque giorni al suo posto di lotta, finché sfinito di forze, veniva fatto prigioniero; sottoposto a torture e sevizie le sopportava fieramente destando l'ammirazione dello stesso avversario. Affrontava serenamente la morte senza svelare alcuna notizia". Val Corsaglia-Mondovì, 10-27 dicembre '44
Redazione, Arrivano i Partigiani, inserto "2. Le formazioni di montagna della I^ e della VI^ Zona Operativa Ligure che operavano nella provincia di Savona", I RESISTENTI, ANPI Savona, 2011 


Processi di reclutamento e inquadramento si verificano non solo nelle Langhe, ma caratterizzano tutta l'area di confine tra il Piemonte e la Liguria, territorio interessato, a partire dal novembre [1944], da intensivi rastrellamenti tedeschi che quasi contemporaneamente chiudono in una tenaglia il basso Piemonte partendo, a est, da Genova, Alessandria e Acqui e, a ovest, dal Ponente ligure e da Cuneo. Le operazioni tedesche costringono diversi gruppi a spostarsi in altre zone o province confinanti, contribuendo a generare caos tra le formazioni già in parte sbandate [...] Nel mese di novembre “Mauri” e i suoi sono costretti a rifugiarsi nella zona della VI divisione Garibaldi, non ancora colpita direttamente dai rastrellamenti. 
Giampaolo De Luca, Partigiani delle Langhe. Culture di banda e rapporti tra formazioni nella VI zona operativa piemontese, Tesi di laurea, Università degli Studi di Pisa, Anno Accademico 2012-2013