mercoledì 12 agosto 2026

La strage nazista di Grimaldi


Il 7 dicembre 1944 soldati nazisti fucilarono tre gruppi familiari nell'abitato di Grimaldi a Ventimiglia, precedentemente evacuato per ordine tedesco. La motivazione della strage è incerta, ma potrebbe essere legata al mancato rispetto dell'ordine di evacuazione del paese.
Il Tribunale Militare di Torino in data 15 maggio 2000, dopo un processo che vide alla sbarra il maggiore Hans Geiger (nato a Francoforte il 12 giugno 1906) e il tenente Heinrich Goering (nato a Betzdorf il 17 luglio 1923), rispettivamente comandanti del 253. Grenatier Regiment della 34 Infanterie division e della VI compagnia dello stesso reggimento, emise una sentenza di non luogo a procedere per i due ufficiali tedeschi. La sentenza riporta i seguenti fatti:
«Nella mattinata del 7 dicembre 1944, una pattuglia di soldati tedeschi, accompagnata da un noto collaborazionista italiano, tale Egidio Eugeni, irrompeva nell’Hotel “Vittoria” situato sulla Rocca di Grimaldi e, dopo averli radunati all’esterno dell’albergo, uccideva dodici civili: cinque donne, quattro uomini e tre bambini, espressamente indicati nel capo di imputazione. I corpi furono gettati in una fossa e coperti con terra, paglia e rifiuti. Nel giugno 1945 le salme furono riesumate e gli esami necroscopici rivelarono la causa della uccisione confermando che essa era avvenuta tramite fucilazione. Divenne opinione generale l’attribuzione della responsabilità della strage a soldati tedeschi in quanto, in quella fredda mattinata di dicembre, non poche persone ebbero modo di vedere la pattuglia tedesca salire sulla Rocca di Grimaldi, sentire da lontano il rumore degli spari, e, successivamente, vedere la pattuglia tedesca lasciare il villaggio. Cominciarono anche a circolare voci sulle singole responsabilità. Nel gennaio 1945, al Caffè Ligure di Bordighera, un Sergente tedesco in compagnia di altri suoi camerati, raccontò al Sig. Giuseppe Viale, titolare della panetteria di via Cavour in Ventimiglia all’epoca sfollato a Bordighera, e a un certo non meglio identificato Sig. Moro, titolare di un negozio di busti sito in Bordighera, via Vittorio Emanuele, di avere ucciso parecchi “banditi” - così erano definiti i partigiani dai soldati tedeschi - per ordine del loro comandante, il Maggiore Geiger, tra cui vecchi, donne e bambini.
Raccontò in particolare l’uccisione di un bambino bello molto biondo, che nessuno aveva il coraggio di trucidare, ma che fu anch’egli assassinato su reiterato ordine di Geiger (Relazione di Pallanca fogl. 422-423 fasc. PM). Il 10/7/1945 fu sentita la Sign.na Antonietta De Re la quale espose di avere incontrato l’8 dicembre 1944 un soldato tedesco di nome Karl, il quale, dopo avere bevuto molto, era scoppiato in lacrime, descrivendole i fatti di Grimaldi e confessando di avere ucciso «una bambina bionda che sembrava un angelo… per ordine del Maggiore Geiger e del Comandante la sua compagnia Tenente Goering» (copia della dichiarazione De Re fogl. 424 fasc. PM); il soldato tedesco sarebbe poi stato rintracciato e fucilato dai suoi commilitoni senza sapere chi fosse stato (verb. DE RE 6/6/1998 fogl. 145).
Il 25/11/1945 il Dott. Alberto Pallanca, fratello di Vincenzo Pallanca una delle vittime della strage, presentò un accurato esposto al Comando Alleato della Liguria (fogl. 420-423 fasc. PM), in cui ripercorreva le vicende di quei giorni dando ampio risalto alle testimonianze che aveva personalmente raccolto. Nell’esposto riferiva come le fonti tedesche indicassero in ragioni di spionaggio la causa della strage mentre egli personalmente riteneva assai più probabile che l’eccidio fosse stato stimolato da Egidio Eugeni, il quale era notorio nemico di Alberto Lorenzi, rimasto ucciso nella strage, il quale vantava una posizione economica assai invidiabile in quel fosco periodo, avendo riscosso una polizza assicurativa di lire 50.000 (e non come ha erroneamente sostenuto il P.M. nella sua requisitoria una indennità statuale - pag.11 verb. 15/5/2000) per la morte del figlio caduto in combattimento, incassando la somma di lire 50.000 per la vendita di un terreno. Era inoltre proprietario di «Titoli, argenteria, preziosi». Vincenzo Pallanca invece, - racconta sempre il fratello - «possedeva un buon ristorante a Grimaldi ed aveva ricavato da tale esecuzione un forte utile. Risulta inoltre che l’Eugeni e la sua famiglia, composta dalla moglie e da quattro figlie, mentre a Grimaldi vivevano in miseria, da quando l’Eugeni incominciò a praticare i tedeschi e specialmente da dicembre 1944 iniziarono un tenore di vita elevato. La moglie si vantava con i vicini di quanto giornalmente acquistava al mercato nero… in quei tempi l’Eugeni ebbe a dire a certo Giacometti Dario: “ho fatto un colpo che ho guadagnato ottanta mila franchi, ma io vivo all’albergo, la mia famiglia spende molto e se non mi procuro presto un altro colpo, finisco presto i soldi”. 
Il Pallanca continua sottolineando come l’Eugeni fosse a Grimaldi il giorno dell’eccidio e, come ebbe a dire alla Prof.ssa Maddalena Orengo, "io ero a tre metri quando li hanno uccisi e con essi vi è pure il Pittaluga" (altra vittima dell’eccidio). Alberto Pallanca riteneva quindi che la causa della morte del fratello e delle altre persone presenti all’Hotel Vittoria fosse da ricercare non in presunte attività di spionaggio, ma in moventi "di lucro e saccheggio". Alla fine del conflitto Egidio Eugeni fu processato dalla Corte d’Assise di Sanremo, Sezione speciale la quale con sentenza 12/2/1946 lo condannò all’ergastolo. Un mese dopo l’Eugeni morì (19/3/1946)».
Il tribunale non reputò la deposizione della signora De Re convincente e, a causa della morte degli altri due testimoni, Moro e Viale, decise il non luogo a procedere verso i due ufficiali tedeschi.
Giorgio Caudano, I caduti della Lotta di Liberazione. I^ Zona Liguria, ed. in pr., 2020

Altri lavori di Giorgio Caudano: con Romolo Giordano, Le Stelle del Gusto, Azani Editore, 2026: (con Paolo Veziano), Dietro le linee nemiche. La guerra delle spie al confine italo-francese 1944-1945, Regione Liguria - Consiglio Regionale, IsrecIm, Fusta editore, 2024; con Marco Cassini, Bordighera al tempo di Bicknell e Monet, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2021; L'immagine ritrovata. Ventimiglia e dintorni nei dipinti dell'Ottocento e primo Novecento, Alzani Editore, 2021; contributo a Paolo Veziano, La libera Repubblica di Pigna. Parentesi di democrazia (29 agosto 1944 - 8 ottobre 1944), con il contributo di Graziano Mamone, Comune di Pigna, IsrecIm, Fusta Editore, 2020; Dal Mare alla Trincea... memorie di uomini, BB Europa, Cuneo, 2019; con Silvia Alborno, Gisella Merello, Marco Farotto, Marco Cassini, Franck Vigliani, curatori della mostra Claude Monet, ritorno in Riviera, catalogo a cura di Aldo Herlaut, Silvana Editoriale, Milano 2019; La Magnifica Invenzione. I pionieri della fotografia in Val Nervia 1865-1925, con Marco Cassini, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2016; Pigna. Storia di un paese, ed. in pr., 2016.
Adriano Maini

lunedì 3 agosto 2026

I tedeschi stavano evacuando Ormea, Nava, Piaggia, Pieve di Teco, Cantarana ed altre località di importanza strategica

Piaggia, Frazione del comune di Briga Alta (CN). Foto: Mauro Marchiani

A Fontane [n.d.r.: Frazione del comune di Frabosa Soprana (CN)], dopo varie ricerche, il Comando della V brigata ["Luigi Nuvoloni"] riesce a reperire una radio per ascoltare le notizie sull'andamento della guerra, specialmente quelle sui fronti italiani che non erano molto incoraggianti. Solleva un po' il morale l'arrivo di un ingente quantitativo di vestiario il 3 di novembre [1944]. I garibaldini più bisognosi riescono così a rinnovare in qualche modo il loro equipaggiamento e ad affrontare più tranquillamente il freddo e i parassiti. Solo il tempo imperversa cattivo: pioggia e nevischio trasformano il terreno in fanghiglia. Intanto giungono ad un posto di blocco, situato tra Fontane di Frabosa e Corsaglia, alcune donne di Pigna stanche morte e raccontano la loro odissea. Avevano percorso la strada della V brigata nella ritirata ed erano orientate verso Mondovì in cerca di propri famigliari presi dai Tedeschi come ostaggi durante il grande rastrellamento ed in procinto di essere deportati in Germania (Testimonianza di «Monaco» [Giovanni Rebaudo]). 
L'anniversario del 4 novembre (la vittoria di Vittorio Veneto del 1918), viene ricordato con una messa per i caduti di tutte le guerre alla quale partecipano molti garibaldini; il sole rende mite la giornata. Una certa disponibilità di denaro può permettere l'acquisto di vitelli e mucche a L. 25-35 al chilogrammo per procurare carne agli uomini dopo tanti pasti a base di castagne. Coi depositi del Genio Civile di Bossea i contadini del luogo possono alimentare le loro scorte di legna bruciate dai garibaldini. Non lieve è la fatica di Gino Glorio (Magnesia), nuovo amministratore della I brigata ["Silvano Belgrano"], per risolvere tutti questi problemi. 
Intanto sul versante ligure la situazione da una quindicina di giorni è pesante. Sembra preclusa la possibilità del rientro in zona della I e della V brigata; è impressione generale che i Tedeschi, dopo il grande rastrellamento di ottobre, intendano presidiare in permanenza tutto il territorio tra le strade statali della valle Impero e della valle Argentina. 
Sintomo grave l'occupazione nemica di Piaggia, Pieve di Teco, Rezzo, Molini di Triora, Pigna e altre località d'importanza strategica, la costruzione di fortificazioni al Tanarello: fatti che prospettano la costruzione di una linea difensiva dal colle di Tenda al Marguareis, al monte Bertrand, al Saccarello e, giù giù, lungo la valle Argentina fino al mare. 
Se ciò si realizzasse tutta la zona a ovest della strada statale 28 (valle Impero) diventerebbe retrovia del fronte francese e la I e la V brigata non potrebbero rientrare nelle loro zone di operazione; anzi, anche la IV ["Elsio Guarrini"] dovrebbe abbandonare il suo territorio per non rimanere annientata da potenti forze nemiche che hanno disponibili tutte le carrozzabili e sono in grado di controllare ogni rifornimento. Però questa gravissima incognita svanisce quando, inaspettatamente, la sera del 5 giunge a Fontane la notizia che i Tedeschi stavano evacuando Ormea, Nava, Piaggia, Pieve di Teco, Cantarana ed altre località di importanza strategica. In linea di massima la statale n. 28 poteva considerarsi nuovamente transitabile per le forze garibaldine. 
Il periodo di riorganizzazione a Fontane dura una ventina di giorni; il 6 di novembre il Comando divisionale [n.d.r.: a quella data i partigiani imperiesi erano ancora inquadrati in un'unica Divisione, la "Felice Cascione", comandata da Nino Siccardi (Curto)], informato del ripiegamento del nemico, che non aveva osato inseguire i garibaldini in una zona molto impervia, praticamente priva di vie di comunicazione, dà l'ordine del rientro a scaglioni alle forze delle due brigate con l'obiettivo di raggiungere le rispettive zone sul versante ligure e di riprendere accanita la lotta. In novembre la presenza dei nazifascisti in Molini di Triora si fa quasi ininterrotta. Essi si insediano nelle poche case disponibili, obbligando i cittadini a sloggiare, si impadroniscono di letti, di materassi, di stoviglie e di viveri. Tolgono quel poco di grano e quelle scarse castagne che si erano potute raccogliere per darle in pasto ai cavalli. 
Presi dal sospetto che, per le loro continue ruberie, gli abitanti avessero occultato la merce, i nazifascisti fanno scavare negli orti e nei fondi per scovare supposti depositi. Ordinano la consegna dei carri, dei muli e del bestiame in genere.
Obbligano gli uomini a lavori pesanti e, ogni tanto, ne prelevano una trentina per portarli fino a Rezzo dove riparare il ponte dei «Passi». Tengono tre persone in ostaggio per tre giorni consecutivi, a rotazione. Come se tutto ciò fosse una cosa piacevole, organizzano balli obbligando a mano armata le fanciulle del paese ad intervenire. Nei giorni dei morti organizzano una vera orgia con schiamazzi, sperpero di cibi, ubriacature e beffano gli abitanti del luogo terrorizzati ed affamati. 
L'inverno è alle porte col suo triste carico di desolazione, di freddo e di fame; i rifornimenti pressoché impediti dal controllo nemico che sta dislocando presidi ovunque per impedire il riassettamento e il consolidamente dei distaccamenti nella I Zona Liguria [diretta da Carlo Farini (Simon)]. La neve che blocca i paesi annuncia un inverno precoce, l'indigenza dei luoghi è endemica.
Nonostante ciò i garibaldini riprendono le azioni contro l'oppressore; veramente alla garibaldina affrontano una situazione intollerabile. I nazifascisti conoscono le difficoltà in cui versano e seguono, col progredire della cattiva stagione, il loro terribile crescendo di difficoltà nella riorganizzazione delle formazioni, con l'intenzione di cogliere il momento culminante della loro crisi per condurre un'ennesima offensiva sterminatrice. 
Dal canto loro i comandanti della II divisione «Felice Cascione» studiano un piano per sveltire l'organizzazione bellica ed adeguarla alle esigenze del moìnento. Munizioni, armi e viveri diventano sempre più scarsi mentre la battaglia invernale sta entrando nella fase più acuta. 
Ma le gloriose bandiere partigiane non verranno ammainate e sventoleranno più che mai sulle montagne incappucciate di neve, simboli di lotta e di libertà.
La partenza delle due brigate è concordata il 4 novembre durante una riunione dei comandanti e dei commissari convocati nella sede del Comando divisionale.
Decisa la dislocazione della I brigata nelle valli Arroscia, Pennavaira, Lerrone, Andora, Steria e nel Dianese, a levante del torrente Impero, partono nella mattinata del 5 per la Liguria l'ufficiale alle operazioni Pario Ercole (Pablo) e il commissario «Osvaldo» [Osvaldo Contestabile], onde studiare i luoghi di destinazione dei distaccamenti. 
Il giorno successivo iniziano il trasferimento verso Piaggia i distaccamenti «A. Viani» (che lascia la val Corsaglia nelle prime ore del mattino), «G. Maccanò», «F. Airaldi» e il servizio SIM [Servizio Informazioni Militare] con una parte del Comando I brigata. 
I movimenti sono facilitati dalle informazioni del SIM, il quale accerta che, oltre la statale n. 28 e la val Tanaro, i Tedeschi avevano sgomberato l'alta valle Arroscia tra San Bernardo di Mendatica e Pogli (presso Albenga). 
Questa situazione favorevole risolve definitivamente i problema dello spostamento degli altri distaccamenti ormai riorganizzati e perciò il «Bacigalupo E.» dei mortaisti, partito la mattina del 7 per la zona di Mendatica, raggiunge Montegrosso il 9; così tutti gli altri, che giungono a destinazione senza alcun incidente. 
I componenti del Comando I brigata, giunti a Lovegno, vi si stabiliscono e provvedono subito a riorganizzare i collegamenti col fondo-valle e colle altre brigate della divisione. 
Il commissario «Osvaldo», che durante il rientro aveva avuto colloqui con le Giunte Comunali di Mendatica, Pornassio e Pieve di Teco per discutere il modo di aiutare le formazioni in arrivo, a Gazzo incontra il comandante «Ramon» [Raymond Rosso] rimasto in Liguria, che lo mette al corrente della situazione e dei movimenti del nemico intento a preparare un rastrellamento nella zona; inoltre incarica il comandante Ghirardo Firminio di recuperare il materiale precedentemente nascosto.
Francesco Biga, Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), Vol. III. La Resistenza nella provincia di Imperia da settembre a fine anno 1944, a cura dell'Amministrazione Provinciale di Imperia e con il patrocinio di IsrecIm - Milanostampa Editore, Farigliano, 1977,  pp. 313-316

domenica 26 luglio 2026

Sulle alture di Verezzo colpivano un partigiano che per mancanza di munizioni aveva gettato l’arma e si era arreso

Uno scorcio di Verezzo, Frazione del comune di Sanremo (IM)

Interrogatorio di Curti Valter (squadrista della Brigata Nera “Padoan”, distaccamento di Sanremo) del 28.5.1945: "[...] In seguito alla segnalazione di un partigiano traditore, una sera verso le ore 21, ci siamo recati alla villa Impero [di Sanremo (IM)] dove avremmo dovuto trovare elementi partigiani. Durante la perquisizione, venimmo fatti segno a colpi d’arma da fuoco che ferirono me ed il mio compagno Rubaudo Pietro. Il Capitano Mangano fece subito arrestare il padrone di casa ed un capitano ivi dimorante in servizio presso il tribunale militare. Il partigiano che diresse questa operazione, Impedovo Mario, nome di battaglia “Fernandel”, si arruolò subito nella brigata nera e divenne uno degli elementi più accesi data la sua conoscenza precisa dell’ubicazione dei partigiani" [...] Il Pelucchini ed il Nicco, assieme a reparti della SS, si resero colpevoli di tre delitti avvenuti nei pressi di Villetta [ sempre in Sanremo] alla vigilia del Natale del 1944. Sempre durante il periodo della mia degenza, seppi che reparti della brigata nera, unitamente a tedeschi, recatosi sulle alture di Verezzo, dopo un piccolo scontro, colpivano un partigiano che per mancanza di munizioni aveva gettato l’arma e si era arreso e lo finivano a colpi di pistola. Poiché il partigiano si manteneva ancora in vita, un tedesco avvicinatosi gli scaricò sulla testa la sua pistola. Dichiaro che il Pelucchini, l’Impedovo ed il Nicco erano in piena collaborazione con gli appartenenti alla SS Italiana, numerosi fra i quali si distinguevano elementi italiani residenti all’estero" [...] Interrogatorio di Maselli Pietro (squadrista della Brigata nera “Padoan”, distaccamento di Sanremo) del 14.7.1945: "[...] Nel febbraio del 1945 ho preso parte ad un rastrellamento effettuato in regione Pamparà di Ceriana. Dirigeva il servizio il Capitano Sainas della GNR. Io facevo parte della squadra del Capitano Bossolasco che aveva l’incarico di fermarsi nella valletta del torrente Armea, da dove, dopo circa un’ora dal nostro arrivo, sentimmo diversi colpi d’arma da fuoco. Ci siamo quindi poi spostati a Beusi dove ci riunimmo agli altri reparti. Qui venni a sapere che durante il rastrellamento erano stati uccisi i partigiani Moscone e Molosso, ma non seppi da chi". Leonardo SandriProcesso ai fascisti: una documentazione, Vol. 9 - Liguria: Imperia - Savona - La Spezia, StreetLib, Milano, 2019

3 gennaio 1945 - XXIII
Entrando [in Sanremo] nel laboratorio dell'orologiaio Edmondo Pignotti (Piazzale pensile del mercato - presso l'Anagrafe) a sinistra c'è un apparecchio telefonico che intercetta le altre comunicazioni tramite innesti. Provvedere ad un sopraluogo tecnico non appena saranno ripristinate le linee telefoniche. [...]
9 gennaio 1945 - XIII
"A Imperia c'è un maggiore che fa il doppio gioco. È un maggiore della G.N.R. Attualmente non ne conosco il nome, ma posso dire in maniera categorica che sa molto sulla fuga di Moscone. Ha pure aiutato molto nella scarcerazione di Cavallero. Deve pure sapere l'attuale posizione di Moscone". Informatore Imp. M.
Diario (brogliaccio) del Distaccamento di Sanremo (IM) della XXXII^ Brigata Nera Padoan, documento in Archivio di Stato di Genova, ricerca  di Paolo Bianchi di Sanremo 
 
24 gennaio 1945 - Bando dei Cacciatori degli Appennini - Invito ai renitenti alla leva [repubblichina] a costituirsi entro 48 ore pena l'applicazione della legge di guerra.
24 gennaio 1945 - Dal tenente Alfredo Molinari, comandante del presidio repubblichino di Nasino, al commissario prefettizio di quel comune - Comunicava che "... alle ore 18 è scaduto il termine per la presentazione. Nessuno ha ubbidito al bando. Peggio per loro. Per domani mattina alle 8 voi mi porterete l'elenco nominativo con tutti i dati anagrafici di tutti gli uomini interessati al bando. Non ammetto ritardi...".
Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell'Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945), Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998-1999
 
Imperia.
Notizie sui fuori legge e dislocazioni delle bande.
In seguito alle recenti nevicate le bande si sono ritirate nelle valli appoggiandosi ai centri abitati di Mendatica e Montegrosso.
L'armamento è il seguente: mortai da 81 e 45, armi automatiche pesanti e leggere, cannoni da 75.
Le bande, di tendenza badogliana, sono comandate dai capitani Martinengo e Umberto.
Notiziario della Guardia Nazionale Repubblicana del giorno 18 gennaio 1945, p. 18. Fonte:  Fondazione Luigi Micheletti   
 
8 gennaio 1945 - Dal comando della V^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Luigi Nuvoloni" della II^ Divisione "Felice Cascione", prot. n° 140 segreteria, al comando del I° Battaglione "Mario Bini", al comando del II° battaglione "Marco Dino Rossi" ed al comando del III° Battaglione "Orazio Secondo" - Alcuni giovani si erano presentati ai competenti uffici della RSI (Repubblica Sociale) perché i loro genitori temevano rappresaglie. "Necessario assumere severi provvedimenti contro chiunque svolga propaganda contro il movimento partigiano".
18 gennaio 1945 - Dalla Sezione SIM della V^ Brigata, prot. n° 265, al comando della II^ Divisione - Relazione militare sul rastrellamento subito il 17 gennaio nelle zone Tumena, San Faustino, Ciabaudo, Vignai.
20 gennaio 1945 - Dal comando della V^ Brigata - Sezione S.I.M. al comando della II^ Divisione - Veniva comunicato che i tedeschi di stanza a Badalucco si erano diretti a Carpasio e che a Taggia erano giunti 20 agenti di P.S. che avrebbero dovuto tentare di infiltrarsi tra i partigiani e che a Sanremo era arrivato un Battaglione della San Marco adibito ai rastrellamenti.
24 gennaio 1945 - Dal C.L.N. di Sanremo, prot. n° 219/CL, al comando della V^ Brigata - Comunicava l'attivazione di due staffette alla settimana, giovedì e domenica, tra la costa e la montagna e ricordava al comando di Brigata di inoltrare a sua volta le notizie ricevute verso le altre formazioni.
Rocco Fava, Op. cit.
 
27 gennaio 1945
Il Comando dei bersaglieri [n.d.r.: la frase "dei bersaglieri" sembra cancellata con una riga] Settore di Via Fiorentina [in Sanremo (IM)] ha richiesto i Legionari Nicò [n.d.r.: si trattava di Gin o Gim Mano Nera, fucilato dai partigiani al cimitero della Foce di Sanremo il 26 aprile 1945], Pelucchini, Impedovo, Maselli. Sono andati verso le ore 19. Per informazioni?
Continua la pattuglia mista con la P.S. e la G.N.R. per servizio di notte.
In più, una pattuglia nostra in missione nella città vecchia.
28 gennaio 1945. In missione a San Bartolomeo [Frazione di Sanremo] per prelevare "Nini", nipote di Pier de la Vigna [...]
29 gennaio 1945
Siamo partiti 30 uomini, al comando personale del Comandante Mangano per Imperia, alla 32^ Brigata Nera, a piedi.
Partiti alle 22 del 28 gennaio siamo giunti alle 3,30 antimeridiane di oggi, 29 gennaio.
Senonché non siamo stati impegnati in altre operazioni e, senza altre novità, siamo tornati, parte in camion di fortuna (14 uomini) e parte in corriera (16 uomini).
Ha partecipato il Capo-Squadra Bossolasco.
Diario (brogliaccio) del Distaccamento di Sanremo (IM) della XXXII^ Brigata Nera Padoan, documento in Archivio di Stato di Genova, ricerca  di Paolo Bianchi di Sanremo
 
Il 23 febbraio 1945 veniva ucciso a Beusi il garibaldino Moscone [n.d.r.: purtroppo non diversamente identificato, in ogni caso da non confondere con il comandante partigiano Basilio Moscone Mosconi], il quale era già stato ferito cinque giorni prima a Bussana, Frazione di Sanremo, mentre tentava il recupero di materiale bellico insieme a "Cancello" (Guerrino Mosso). Moscone venne ricoverato presso un Distaccamento del III° battaglione "Candido Queirolo" "per essere curato dal medico del Battaglione mentre il sottotenente 'Cancello' rientrava al Distaccamento per riferire dell'accaduto. Il giorno 23 febbraio fu eseguito in Beusi un rastrellamento da parte dei nazi-fascisti. Il garibaldino Moscone fu sorpreso unitamente ad altri in un casone a dormire. Benché ferito si gettava sopra il primo milite... fu ucciso selvaggiamente e fattone scempio il suo corpo venne abbandonato in tale località "(relazione successiva del 7 maggio 1945 - Dal comando del IX° Distaccamento "Bianchi" del III° Battaglione "Orazio 'Ugo' Secondo" della IV^ Brigata "Elsio Guarrini" della II^ Divisione "Felice Cascione", prot. n° 7, al comando del III° Battaglione - documento Isrecim).
Rocco Fava, Op. cit. 

lunedì 20 luglio 2026

Le formazioni GAP di Sanremo tentarono di mettersi in contatto con gli Alleati


Già una squadra GAP cittadina era stata creata in collina a Sanremo per iniziativa di Giuseppe Anselmi e di Adolfo Siffredi: essa agiva e si sviluppava sotto il comando di Aldo Baggioli ed Adriano Siffredi; ma occorreva appoggiarla e dirigerla nel quadro generale della  lotta e questo compito sarebbe spettato al C.L.N., al quale far capo.
Fu perciò che per iniziativa del Partito Comunista e di un gruppo socialista si giunse, alla metà di luglio [1944], alla costituzione del primo comitato periferico del circondario, quello di San Martino [a levante del centro urbano], composto da Oreste Manetti, sostituito quasi subito da Alfredo Rovelli, per il PCI; Mario Mascia, per i socialisti, segretario; Mario Benza, indipendente; Emilio Mascia, comandante militare, con Giovanni Siffredi, vice comandante.
Il Comitato di San Martino assunse le funzioni del Comitato Comunale e si pose subito in diretto contatto con quello di Imperia. I primi servizi essenziali per lo sviluppo della lotta entrarono nella fase organizzativa: la prima SAP del Comitato venne costituita ufficialmente con 16 elementi.
Mario MasciaL'epopea dell'esercito scalzo, Ed. ALIS, 1946, ristampa del 1975 a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia 

Nasce ben presto il primo gruppo cittadino delle SAP (sedici uomini) e nell'agosto [1944] sorge la prima sezione del PSIUP. Ciò significa che anche fuori del PCI le altre forze antifasciste iniziano ad organizzarsi ed a contribuire più incisivamente nella lotta. Nell'ottobre Donzella e Gismondi vengono arrestati, mentre Cremieux evita la cattura con la fuga. Nel frattempo il CLN di San Martino si riorganizza assumendo definitvamente funzione comunale, ufficialmente riconosciuta dal CLNP il 2 novembre 1944, e prosegue la sua dura ed efficace lotta fino alla Liberazione.
Carlo Rubaudo, Storia della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria) - Vol. II. Da giugno ad agosto 1944, edito a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, Imperia, Dominici Editore, 1992 

Oldoino Maurizio (Mauro), che salì in montagna subito dopo l'8 settembre 1943, entrò poi nella banda garibaldina di Tito [n.d.r.: Rinaldo Risso, o Tito R., in seguito vice comandante della II^ Divisione d'Assalto Garibaldi "Felice Cascione"] dove rimase dal febbraio al marzo 1944, entrerà quindi - ritornato in Sanremo - nelle formazioni GAP (2 agosto), ed infine da queste inviato in Francia per tentare di mettersi in contatto con gli Alleati, resterà tagliato fuori dai tedeschi, ed entrerà nel Maquis (nome di battaglia "Batté Leo"), dove sarà promosso sergente di un battaglione di volontari stranieri, con i quali per oltre sette mesi combatterà contro i tedeschi sul confine italiano...  Caramia Francesco (Franco) che dal primo C.L.N. Sanremese e per esso più precisamente da Salvatore Marchesi e da Adolfo [Fifo] Siffredi ebbe incarico di arruolarsi nella milizia per esperire opera di informatore e di disgregatore e che lascerà tale incarico dopo circa tre mesi per entrare direttamente alle dipendenze del CLN circondariale, per il quale dall’ottobre 1944 in poi presterà servizio di staffetta per il collegamento con Bordighera....
Giovanni StratoStoria della Resistenza Imperiese (I^ zona Liguria) - Vol. I. La Resistenza nella provincia di Imperia dalle origini a metà giugno 1944, Editrice Liguria, Savona, 1976, ristampa del 2005 a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia   

Nel frattempo Avogadro, in veste di collaboratore dell’intelligence britannica, per allacciare col Piemonte un servizio informativo alle dipendenze degli inglesi si era recato in Liguria, dove l’Arma «aveva perso molto terreno in seguito alla condotta degli ufficiali di quella Legione che in massa avevano aderito alla repubblica» <14. Riconoscendo improba l’impresa di impiantare un’organizzazione clandestina, per le sue forze e per la limitatezza delle sovvenzioni, riuscì a raggruppare una cinquantina di carabinieri nella zona tra Imperia e Sanremo, affidati alle cure del pretore di Taggia, il giudice Alessandro Savio, insieme al quale incontrò un comandante di una banda in costituzione (probabilmente Michele Silvestri “Milano”, comandante del distaccamento Gap di Verezzo, confluito poi nelle Sap di Imperia), ma i contatti con gli uomini di questo territorio furono saltuari per il resto della guerra.
Enrico Pagano, “A favore dell’Arma”. L’attività nel periodo clandestino di Rodolfo Avogadro di Vigliano, questore di Vercelli nominato dal Cln, l’impegno, a. XXXV, nuova serie, n. 2, dicembre 2015, Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nel Biellese, nel Vercellese e in Valsesia

martedì 7 luglio 2026

Il partigiano si sacrificò per salvare il comando Brigata

Pian Soprano, comune di Pornassio (IM). Foto: Mauro Marchiani

A Piaggia trovammo una staffetta del SIM con un austriaco che veniva a cercare il comando. Unimmo le sue alle nostre notizie ed esaminammo la situazione. Appena saputo che la Val Tanaro era libera erano partiti da Fontane Osvaldo [Osvaldo Contestabile] e Pablo [Ercole Pario]. Il comandante di Brigata [n.d.r.: I^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Silvano Belgrano" a quella data ancora incorporata nella II^ Divisione "Felice Cascione"] Mancen [Massimo Gismondi] era passato in Liguria poco dopo con alcune bande portandosi tra la "28" ed il mare. Osvaldo e Pablo avevano preso contatti con le giunte comunali di Mendatica, Pornassio, Cosio, Pieve di Teco con esito vario, indi, uniti ad altri elementi del comando brigata, cuochi, intendenti, armiere e SIM, erano passati per Pieve diretti a Gazzo in Val d'Arroscia per riunirsi con Mancen. 
A Pieve era avvvenuto un incidente doloroso: un garibaldino, visto un individuo vestito da partigiano che gli parve sospetto, gli intimò: "Mani in alto!". L'altro, sorpreso, si era voltato di scatto tenendo le mani in tasca ed il nostro aveva sparato. Al colpo accorsero i partigiani: il morto era un partigiano.
L'incidente dimostrava lo stato di eccitazione e di sospetto che si andava creando; dopo l'imboscata di Pieve in cui era caduto Nino Berio, ogni sconosciuto, anche se indossava i nostri abiti ed era armato, poteva essere un nemico.
Il comando sostò a Gazzo pochissimo poiché gli era giunta la notizia di un rastrellamento imminente. Senza prendere contatto con le bande in via di sistemazione né col comandante di brigata Mancen che proprio in quei giorni era giunto a Capraùna con la banda di Stalin, il gruppo di Osvaldo era ripassato nell'alta Val d'Arroscia al di qua della "28", sistemandosi a Pian Soprano presso Pornassio.
Durante la marcia era avvenuto un altro incidente: una bomba a mano greca era esplosa nello zaino di Carlo, l'armaiolo autriaco. Carlo, mortalmente ferito, era spirato poco dopo, e Rinaldo, che lo seguiva nella marcia, aveva il volto crivellato di schegge. Il ferito era stato ricoverato presso una famiglia di Pornassio. La perdita di Carlo era stata sentita da tutti: come armaiolo era insostituibile poichè, oltre ad una profonda conoscenza delle armi tedesche, aveva grande abilità nelle riparazioni con mezzi di fortuna. Si era unito a noi quando Cion [Silvio Bonfante] aveva attaccato le caserme di Diano. Era un ottimo compagno, laborioso, sobrio, intelligente ed allegro. A Vienna la madre lo attendeva. Rinaldo era il vice responsabile SIM.
Carlo aveva portato sulle spalle Simon [Carlo Farini, a quella data responsabile della I^ e della II^ Zona Operativa Liguria] malato durante tutto il periodo che era rimasto circoncondato nel bosco presso Valcona.
In quei giorni i tedeschi, che già occupavano Rezzo, si erano spinti su Pieve. Dopo lo sgombero della "28" effettuato il 4 novembre [1944], il nemico aveva continuato a presidiare il tratto Imperia-Cesio e la rotabile che, staccandosi dal colle di San Bartolomeo, per San Bernardo di Conio si univa alla carrozzabile che univa Triora con Rezzo e Pieve di Teco. 
Da San Bernardo di Conio i tedeschi si erano spinti lentamente su Rezzo ricostruendo gradatamente i ponti ed i tratti distrutti di detta carrozzabile.
Ad uno ad uno erano stati presidiati Rezzo, Lavina [frazione del comune di Rezzo], Cenova [frazione del comune di Rezzo], indi il 14 era stato occupato anche Pieve di Teco. 
Quali erano le intenzioni nemiche? Probabilmente ricostruire tutti i ponti sulla "28", onde riaprirla al traffico di retrovia. 
Avrebbe rinunciato il nemico a riattivare il tratto diretto Colle San Bartolomeo-Pieve di Teco e avrebbe continuato a dirottare per San Bernardo di Conio-Rezzo? Era probabile perché le distruzioni fatte da noi erano state radicali. 
Era possibile ai partigiani impedire o ritardare la rioccupazione della "28"? 
Purtroppo no. Il nemico intuiva la nostra presenza. Il piano di ricostruire gradatamente le opere d'arte procedendo contemporaneamente alla occupazione indicava chiaramente che i tedeschi temevano una sorpresa analoga a quella subita a Vessalico in ottobre. Erano così costretti a impiegare forze cospicue: con un forte presidio difendevano i lavori in corso mentre la rotabile ricostruita e pattugliata alle spalle garantiva l'arrivo rapido del materiale e dei rinforzi motorizzati. 
Come ci venne riferito in seguito, i tedeschi sapevano che nuclei partigiani avevano rivalicato il Mongioie portandosi in Liguria; convinti però di averci annientato in ottobre credevano trattarsi di formazioni dipendenti da Mauri. 
Il 16 i tedeschi da Pieve spingono una colonna su Ponti di Pornassio. Contrariamente al solito il nemico piomba in paese alle prime ore della notte: aveva uno scopo preciso. Il paese è ormai buio, le strade deserte. I tedeschi bussano alla prima casa del paese, entrano, perquisiscono: nulla! Proseguono allora fino all'ultima casa lungo lo stradone; entrano: lì è Rinaldo, il garibaldino ferito. Fatto prigioniero Rinaldo, verrà caricato su un carro, portato a Pieve e  ucciso. 
Mentre un gruppo di tedeschi cerca il ferito, il grosso della colonna, notando una luce che filtra da una finestra, circonda la casa. Forzata la porta, catturano Alfonso, un nostro caposquadra che Osvaldo aveva lasciato con una squadra partigiana vicino a Pornassio con l'ordine di avvertire il comando in caso di incursione nemica. Alfonso, che era chiaramente individuabile come partigiano dagli indumenti che indossava, era andato in paese a trovare la fidanzata. Il nemico però cerca una preda più importante: ad Alfonso viene intimato di guidare la colonna al Comando Brigata. 
La situazione è grave: se il prigioniero tradisce, il Comando non ha possibilità di difesa perché le armi erano state consegnate ai distaccamenti prima del rientro in Liguria; l'attacco sarà in notturna perché Pian Soprano dista da Pornassio due ore di marcia ed i partigiani non sospettano un attacco a quell'ora ed in quelle circostanze. 
Alfonso resiste alle intimazioni tedesche; il nemico tenta allora di piegarlo con percosse e torture: infine ne indebolisce la resistenza ubriacandolo di grappa: Alfonso cede e guida i tedeschi a Pian Soprano. 
Fortunatamente se nella vallata, malgrado le ripetute fucilazioni, c'erano ancora spie fasciste - e la cattura di Rinaldo lo dimostrava chiaramente - c'era anche chi lavorava per noi. Una ragazza, una nostra informatrice, intuì la situazione. Era la stessa fidanzata di Alfonso o venne da lei in qualche modo avvertita? Fu Alfonso al momento della cattura ad inviarla a Pian Soprano? Non lo so, ma la ragazza riuscì a superare la colonna nemica raggiungendo nel buio il Comando Brigata. Quando alle quattro i tedeschi, avvolti i piedi in stracci, piombarono in silenzio sul casone, i partigiani erano già scomparsi. Fallita la sorpresa Alfonso venne fucilato.
Pensai più volte al dramma di quella marcia notturna. Quali furono i pensieri, le speranze di Alfonso? Avrà sperato, tentato la fuga approfittando del buio? Avrà contato sull'aiuto dei compagni che aveva fatto in modo di avvertire? Sapeva che se l'imboscata falliva l'ira del nemico sarebbe ricaduta su di lui? Pensava che sarebbe bastato che la ragazza che correva nel buio in salita cadesse o perdesse la strada perché il Comando partigiano venisse sorpreso ed il nome di Alfonso bollato di tradimento? 
Forse nella confusione dell'attacco Alfonso sarebbe potuto fuggire, forse i tedeschi gli avrebbero salvata la vita in cambio della guida: pure il tempo impiegato da Pornassio a Pian Soprano indica chiaramente che il prigioniero rinunciò deliberatamente a barattare la propria vita con quella dei compagni, condusse il nemico fuori strada, lo guidò lentamente, impiegò un tempo più che doppio, ridusse volontariamente le proprie possibilità di salvezza per aumentare quelle dei compagni.
Dopo la fuga da Pian Soprano il gruppo del comando di Osvaldo e Pablo era scomparso. Tale era la situazione in quei giorni. 
Non era la prima volta che una banda scompariva per qualche tempo o andava dispersa. Era però la prima volta che un Comando Brigata si scindeva in quattro gruppi e che il gruppo principale spariva. 
Gino Glorio (Magnesia), Alpi Marittime 1943-45. Diario di un partigiano - II parte, Nuova Editrice Genovese, 1980, pp. 41,42,43

Il distaccamento Garbagnati con alla testa Massimo Gismondi (Mancen), comandante della I^ Brigata "Silvano Belgrano", lasciò Fontane di Frabosa Soprana (CN) il 13 novembre 1944 per ritornare in Liguria. Giunti a Pornassio, il trasferimento venne funestato dallo scoppio accidentale di una bomba a mano greca custodita nello zaino del vice responsabile del S.I.M. Rinaldo Delbecchi, che uccise Franz Mottl (Carlo), un disertore austriaco che aveva abbandonato nel mese di luglio il suo reparto per raggiungere il distaccamento di Silvio Bonfante (Cion), servendo fedelmente nei mesi che seguirono i suoi nuovi compagni.
Giorgio Caudano, I caduti della Lotta di Liberazione. I^ Zona Liguria, ed. in pr., 2020

I rastrellamenti tedeschi citati da Glorio era diretti soprattutto verso la provincia di Cuneo: vennero colpite duramente - come ha scritto Francesco Biga nel III° volume (cit. infra) della Storia della Resistenza Imperiese, Rastrellamento di Fontane, pp. 328-335 - le formazioni partigiane autonome guidate dal maggiore Enrico Martini (Mauri). Ma anche partigiani imperiesi era rimasti indietro, oltre il Colle di Nava, dati gli scaglionamenti con i quali gli uomini della Divisione "Cascione" rientrarono in Liguria, dopo avere sostato giorni proprio a Fontane come conseguenza della ritirata strategica operata in seguito allo scontro di Upega del 17 ottobre.
Adriano Maini

Arnera, capo di Stato Maggiore della I^ Brigata "Silvano Belgrano", a quel tempo ancora incorporata nella II^ Divisione, venne arrestato in Val Tanaro il 18 dicembre a seguito di un'involontaria delazione e fu fucilato a Mondovì (CN) il 27 dicembre 1944. A lui venne intitolata la IV^ Brigata della nuova Divisione "Silvio Bonfante". Si presero contatti anche con le formazioni autonome di "Mauri".
Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell'Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e della Storia Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945), Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998-1999   
 
Gli sbandati dell'Intendenza giunti in Liguria portano la notizia che Domenico Arnera (Aldo), rimasto per ultimo a Fontane, era stato catturato e fucilato dal nemico.
Francesco Biga, Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), Vol. III. La Resistenza nella provincia di Imperia da settembre a fine anno 1944, a cura dell'Amministrazione Provinciale di Imperia e con il patrocinio di IsrecIm - Milanostampa Editore, Farigliano, 1977, p. 334
 
Domenico Arnera, nato a Savona il 25 aprile 1917, aiuto disegnatore, già sottoufficiale di marina. Come molti savonesi di Villapiana, quartiere dove abita, aderisce al movimento della Resistenza. Agli inizi di luglio 1944 è tra gli organizzatori delle formazioni garibaldine liguri in Val Tanaro, comandante del Distaccamento "Bellina", dislocato a Fontane di Frabosa Soprana: è attivissimo nella raccolta di derrate alimentari, coperte ed abiti per i distaccamenti. A fine ottobre è Capo di Stato Maggiore della Brigata "Belgrano" della Divisione Garibaldi "Felice Cascione". È arrestato in Val Corsaglia il 18 dicembre 1944, a seguito di una involontaria delazione di un abitante del luogo che, vedendolo passare scortato da un tedesco armato, pare abbia commentato: "Hanno preso Aldo, il capo della Stella Rossa". In realtà Arnera, in compagnia di Fred Sutterline (disertore tedesco ancora in divisa, appena arruolatosi con i partigiani) è in viaggio verso l'ospedale di Mondovì per ricevere cure appropriate e debellare un'infezione. È condotto a Corsaglia, quindi a Mondovì Piazza e rinchiuso nelle carceri della Caserma Galliano. I tentativi dei comandi partigiani per uno scambio di prigionieri non danno l'esito sperato; Aldo viene fucilato il 27 dicembre 1944.
Decorato alla memoria di medaglia di bronzo al valor militare: "Durante un forte rastrellamento da parte del nemico, incurante del pericolo, sotto l'imperversare di un'intensa azione di fuoco, provvedeva ad occultare un ingente quantitativo di viveri evitando che cadesse in mani nemiche. Sebbene ferito, rimaneva ancora per cinque giorni al suo posto di lotta, finché sfinito di forze, veniva fatto prigioniero; sottoposto a torture e sevizie le sopportava fieramente destando l'ammirazione dello stesso avversario. Affrontava serenamente la morte senza svelare alcuna notizia". Val Corsaglia-Mondovì, 10-27 dicembre '44
Redazione, Arrivano i Partigiani, inserto "2. Le formazioni di montagna della I^ e della VI^ Zona Operativa Ligure che operavano nella provincia di Savona", I RESISTENTI, ANPI Savona, 2011 


Processi di reclutamento e inquadramento si verificano non solo nelle Langhe, ma caratterizzano tutta l'area di confine tra il Piemonte e la Liguria, territorio interessato, a partire dal novembre [1944], da intensivi rastrellamenti tedeschi che quasi contemporaneamente chiudono in una tenaglia il basso Piemonte partendo, a est, da Genova, Alessandria e Acqui e, a ovest, dal Ponente ligure e da Cuneo. Le operazioni tedesche costringono diversi gruppi a spostarsi in altre zone o province confinanti, contribuendo a generare caos tra le formazioni già in parte sbandate [...] Nel mese di novembre “Mauri” e i suoi sono costretti a rifugiarsi nella zona della VI divisione Garibaldi, non ancora colpita direttamente dai rastrellamenti. 
Giampaolo De Luca, Partigiani delle Langhe. Culture di banda e rapporti tra formazioni nella VI zona operativa piemontese, Tesi di laurea, Università degli Studi di Pisa, Anno Accademico 2012-2013

lunedì 22 giugno 2026

I fascisti rastrellano anche la zona di Terzorio

Terzorio (IM)

Continua il grande rastrellamento sul terreno della IV^ Brigata ["Elsio Guarrini" della II^ Divisione "Felice Cascione"]. Anche il famigerato capitano Ferraris con i suoi sgherri raggiunge il grosso della sua Compagnia Ordine Pubblico (O.P.) a Dolcedo, Compagnia con armamento automatico ottimo. Intanto, pare che forze tedesche, provenienti dalla Val Tanaro, partecipino anche loro al grande rastrellamento. Il 7 gennaio 1945 Vasia viene nuovamente investita e saccheggiata. I nemici raggiungono Molini di Prelà e distruggono la polveriera ubicata nella zona. Anche in Valle Argentina continua un pesante rastrellamento, mentre molti partigiani, per gli strapazzi subiti e il freddo, hanno la febbre e soffrono la sete. Sono accucciati su giacigli in casupole o piccoli antri e si lamentano. I luoghi sono insicuri. Si cerca di fare sciogliere la neve nelle gavette, ma non è facile. [...] Mentre il grande rastrellamento, come vedremo, si estende anche alla V^ Brigata "Luigi Nuvoloni", anche ad Oneglia, per opera della delatrice Maria Zucco (Donna Velata), si verifica una serie di arresti tra le forze della Resistenza [...].
Francesco Biga, (con la collaborazione di Osvaldo Contestabile), Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), Vol. IV: Da Gennaio 1945 alla Liberazione, Ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, 2005, p. 73
 
Nevicava da parecchie ore e le scarpe [di diversi partigiani della Brigata "Elsio Guarrini", in ritirata dalla zona di Pietrabruna (IM)] affondavano abbondantemente nel morbido tappeto; una fila di uomini silenziosi, nere figure che si seguivano l'un l'altro con facilità sul bianco sentiero. Ci si doveva congiungere al grosso del distaccamento per affrontare uniti il non gradito regalo che la befana ci aveva riservato. Albeggiava quando, riunitisi al completo, si affrontò la soluzione del pericoloso problema; al momento ci si appoggiò alla parete rocciosa del monte per meglio difendersi da un subitaneo pericolo proveniente dai fianchi e si vagliò con la necessaria calma le nostre limitate possibilità. L'organico del momento non superava la ventina di unità: uomini malamente equipaggiati e armati di due soli mitragliatori, in grado di sviluppare un fuoco alternato che non superava la mezz'ora, non potevano certo concedersi il lusso di affrontare le numerose formazioni impegnate nel rastrellamento, compito che la nudità del terreno sconsigliava decisamente; l'azione avrebbe determinato l'inutile distruzione del gruppo. Si accantonò, quindi, il preventivato spostamento verso i passi della Follia e di San Salvatore, probabilmente già presidiati dai reparti tedeschi; l'andare poi sul sentiero che portava a Badalucco era altrettanto sconsigliabile, per cui non restava che gettarsi a mezzo monte, nel mezzo dei boschi di castagni, cercando riparo e mimetizzazione nei nudi tronchi, a somiglianza dei camaleonti [...] La nostra attesa durò l'intera luce di quel giorno, immobili figure unite a quei tronchi nel gelo sottile che penetrava, mentre la musica rabbiosa del vento non voleva cessare. Bianche ciglia di neve si alzavano piano per seguire, sul lontano sentiero che portava a Badalucco, il lento passare dei soldati tedeschi [...]
Renato Faggian (Gaston), I Giorni della Primavera. Dai campi di addestramento in Germania alle formazioni della Resistenza Imperiese. Diario partigiano 1944-45, Ed. Cav. A. Dominici, Imperia, 1984, pp. 95,96
 
Reggi Giuseppe, «Dafne», da Vittorio e Manilla Mazzolini; n. il 26/4/1924 a Bologna; ivi residente nel 1943. Licenza elementare. Portalettere. Richiamato alle armi dalla RSI, allʼinizio del 1944, fu arruolato nel btg S. Marco e inviato in Liguria. Il 28/8/44, prima di prestare giuramento, disertò con altri 7 commilitoni, recando con sé armi e munizioni. Militò nella 5a brg della 2a div Cascione Garibaldi e operò in provincia di Imperia, con la quale prese parte a numerosi scontri con i nazifascisti.
Dopo un lungo periodo di malattia, fu aggregato al 2° btg della 4a brg Guarrini della stessa div. Riconosciuto partigiano dallʼ1/9/44 al 18/5/45.
(a cura di) Alessandro Albertazzi, Luigi Arbizzani, Nazario Sauro Onofri, Gli antifascisti, i partigiani e le vittime del fascismo nel Bolognese (1919-1945), Vol. V, Dizionario biografico R - Z (a cura di Luigi Arbizzani, Nazario Sauro Onofri, Bologna, 1998), Istituto per la storia della resistenza e della società contemporanea nella provincia di Bologna "Luciano Bergonzini", Istituto per la Storia di Bologna, Comune di Bologna, Regione Emilia Romagna, 1985-2003 
 
[...]  l’80° Grenadier Regiment iniziò il 3 gennaio 1945 i rastrellamenti anche nella zona della 4^ Brigata E. Guarrini.
Nella prima fase non vennero scoperti i partigiani perché nascosti nei casoni coperti di neve; però nella prima decade del mese i tedeschi si spostarono in altre zone e catturarono alcuni renitenti alle chiamate della Repubblica Sociale Italiana che furono trucidati. Anche il partigiano Lucio Ferlisi, caduto in mano nemica, venne fucilato il 12 gennaio. Un altro partigiano, Turiddu, si consegnò all’Ufficio Politico Investigativo fascista causando grossi problemi alla sicurezza dei partigiani imperiesi.
Durante gli scontri due tedeschi rimasero sul terreno; i partigiani li seppellirono nelle vicinanze di Costa d’Oneglia. I rastrellamenti continuarono anche nel comune di Imperia. Si parla di una donna, Maria Zucco, che veniva chiamata la donna velata per il suo coprirsi il volto al fine di non farsi riconoscere, che aveva fatto parte delle formazioni fasciste Azione Nizzarda in Francia. Giunta nella provincia di Imperia dopo il 15 agosto 1944, spacciandosi per una patriota, fece catturare alcuni partigiani tra cui Adolfo Stenca.
Nelle carceri di Oneglia il 14 gennaio 1945 venne fatto l’appello dei catturati che dovevano essere fucilati; il primo a essere chiamato fu Paolo De Marchi.
L’olocausto della 4^ Brigata E. Guarrini continuò; nei giorni dall’11 al 16 gennaio caddero: Pasquale Nisco, Francesco Vernaleone, Carlo Gatti, Antonio Dagnino, Settimio Raimondi, Giovanni Cortese, Rino Guglieri e Adolfo Capovani. Il 17 i fascisti effettuarono un altro rastrellamento, durante il quale morirono Carlo Montagna, comandante della 4^ Brigata, Angelo Perrone e Sebastiano Acquarone. Nei dintorni di Tavole molti casolari furono dati alle fiamme e alcuni civili vennero arrestati. Il 25 fu catturato, quasi al completo, il 10° Distaccamento Walter Berio. Nello Bruno e Vittorio Aliprandi, rispettivamente comandante e commissario della Brigata, si suicidarono per non cadere nelle mani del nemico.
In seguito alla scomparsa dei due tedeschi, della cui sorte il comando germanico non sapeva nulla, il comando annunciava che, se non si fosse provveduto alla loro liberazione, venti ribelli sarebbero stati fucilati. Successivamente i nazisti vennero a conoscenza della morte dei due soldati e mandarono perciò davanti al loro Tribunale militare venti antifascisti: Guglielmo Bosco, Francesco Garelli, Ettore Ardigò, Orlando Noschese, Giorgio Cipolla, Santo Manodi, Medardo Bertelli, Giobatta Ansaldo, Paolo De Marchi, Adolfo Stenca, Carlo Delle Piane, Vincenzo Varalla, Giacomo Favale, Luigi Guarreschi, Giuseppe De Lauro, Doriano Carletti, Ernesto Deri, Adler Brancaleoni, Biagio Giordano, Matteo Cavallero.
Riconosciuta la loro colpevolezza, il Tribunale pronunciò la sentenza di morte che venne eseguita, per alcuni di loro, il 31 gennaio 1945.
Dai documenti risulta che altri furono fucilati nei giorni successivi e in luoghi diversi [...]
Redazione, Adler Brancaleoni, Le pietre raccontano, Comune di Cinisello Balsamo (MI)

Il 24 gennaio i fascisti rastrellano la vallata di Montegrazie ed anche la zona di Terzorio dove purtroppo viene catturato il partigiano Renato Giusti (Baffino); sorpreso in un fienile (per causa di spie) dove solevano dormire dei partigiani è portato al comando tedesco di Santo Stefano al Mare (Villa Dea). Strada facendo è percosso duramente con il calcio del fucile. Gli viene intimato di rivelare il luogo dove si nascondono i suoi compagni altrimenti non avrebbe più visto la moglie e il figlio. Accompagnato per diversi giorni nelle località notoriamente consciute come frequantate dai partigiani non ottengono da lui nessuna informazione. Successivamente è trasferito a Sanremo (Villa Fiorentina) dove subisce ulteriori torture. Da quel momento non si è saputo più niente. Quando furono recuperate cinque salme irriconoscibili probabilmente tra queste c'era anche quella di "Baffino".
Francesco Biga (con la collaborazione di Osvaldo Contestabile), Storia della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria), Vol. IV. Da Gennaio 1945 alla Liberazione, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, Grafiche Amadeo, 2005, p. 149
 
Le nostre azioni purtroppo al momento erano in forte ribasso. Sorprese fatali accadevano di continuo, triste bilancio che l'inverno esigeva. Anche Baffino [Renato Giusti], in transito per Terzorio, all'alba del famoso mattino [24 gennaio 1945] era stato catturato nell'operazione congiunta effettuata nei due paesi della valle; quasi irriconoscibile per le percosse e sevizie subite, era stato portato da militi repubblicani, seduto sopra una sedia, come un trofeo per le vie di Pompeiana, triste sfilata di un uomo giunto alla fine del suo percorso.
Renato Faggian (Gaston), Op. cit. 

martedì 16 giugno 2026

Alle ore 15 pomeridiane i primi reparti di nazifascisti hanno lasciato Badalucco diretti verso Taggia

Tra Badalucco (a monte) e Taggia (a valle)

3 gennaio 1945
- Dal comando della IV^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Elsio Guarrini" della II^ Divisione "Felice Cascione", prot. n° 46, ai Battaglioni dipendenti: Trasmissione dell'ordine di sorvegliare attentamente la zona di appartenenza. Ricordati i doveri del capopattuglia. Consiglio di continuare l'addestramento all'uso delle armi ed alla guerriglia. Raccomandazione di fornire precise informazioni militari sulle formazioni nemiche.

5 gennaio 1945 - Dal comando della IV^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Elsio Guarrini" della II^ Divisione "Felice Cascione" al comando della II^ Divisione ed al Comando Operativo della I^ Zona Liguria - Si rendeva noto l'arrivo a Taggia (IM) di bersaglieri che dovevano effettuare rastrellamenti a Sanremo, Ceriana e Valle Argentina. Continuavano i lavori difensivi del nemico sul litorale e lungo la Valle Argentina.
6 gennaio 1945 - Dalla Sezione S.I.M. [Servizio Informazioni Militari] della V^ Brigata "Luigi Nuvoloni" della II^ Divisione "Felice Cascione", prot. n° 253, al comando della II^ Divisione "Felice Cascione" e p.c. al comando della V^ Brigata - Informazioni militari: "Oggi forze nazifasciste hanno effettuato un rastrellamento a Badalucco. Si calcola siano stati impiegati per detto rastrellamento più di Cinquecento uomini, i quali hanno occupato il paese con manovra avvolgente, provenienti da Molini di Triora, Diano Marina ed Imperia valicando Passo Veina, S. Remo, Ceriana seguendo la via del Passo S. Bernardo.
I nazifascisti hanno bruciato quasi tutte le case di campagna che hanno incontrato sul loro cammino. Le forze provenienti da Molini, arrivate al ponte rotto di Montalto che era ancora notte, cercarono della casa di Fedè (Recapito della Divisione). Verso le ore 9.30 i nazifascisti sono entrati in Badalucco dove sono andati di casa in casa cercando munizioni. È stata bruciata una casa dove è stato trovato un moschetto, un'altra  dove è stata trovata della munizione ed è stata fatta saltare... Tre individui borghesi sorpresi per la via sono stati vilmente trucidati. Alle ore 15 pomeridiane i primi reparti di nazifascisti hanno lasciato Badalucco diretti verso Taggia. In questo primo gruppo ho contato 160 uomini. 4 gruppi di 25 o 30 uomini, i rimasti, lasciavano il paese, diretti, parte verso Taggia, parte verso Carpasio e parte verso Molini di Triora. Questi ultimi sono stati attaccati da squadre di Garibaldini della V Brigata. Durante tale attacco i repubblichini perdevano un mortaio da 81 mm. Alle ore 16.30 una pattuglia composta di 7 uomini, gli ultimi rimasti, lasciava Badalucco e si congiungeva con un gruppo di 50 uomini che attendevano subito fuori il paese.
Al detto dei fascisti che hanno preso parte all'azione, dovevano circondare Badalucco sino dalle 5 del mattino. Tutto ciò è fallito perché al passo di Veina hanno smarrito la strada.
Si è notato che la forza adoperata per questo rastrellamento era composta in massima parte da fascisti e repubblichini, quasi tutti liguri e dei paesi a noi vicini. Pochi erano i tedeschi. Il responsabile S.I.M. di BRIGATA (Brunero) [Franco Bianchi]"
7 gennaio 1945 - Dalla Sezione S.I.M. [Servizio Informazioni Militari] di Fondo Valle della II^ Divisione "Felice Cascione" al comando della II^ Divisione - Si avvertiva di un prossimo rastrellamento ad opera della compagnia O.P. del capitano Ferrari di concerto con tedeschi di stanza a Taggia (IM) o nella Val Tanaro. "I 100 uomini della O.P. [della GNR, Guardia Nazionale Repubblicana della RSI] hanno morale alto e sono forniti di armamento automatico. Ad un milite è stato chiesto il motivo per cui osavano avventurarsi in così  pochi in zone infide: la risposta è stata che potevano per l'appunto contare sul supporto di forze tedesche".
da documenti IsrecIm in Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell'Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e della Storia Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945), Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998-1999
 
Sarti Oriano, da Otello e Maria Cremesani; n. il 14/ 4/1923 a Bologna; ivi residente nel 1943. Abilitazione magistrale. Insegnante elementare. Richiamato alle armi dalla RSI, non si presentò. Arrestato nel marzo 1944, si arruolò nellʼarma del genio della RSI per evitare la condanna per renitenza alla leva. Trasferito a Taggia (IM), nel giugno 1944 disertò, militò nel 3° btg della 5a brg Nuvoloni della 2ª divisione Cascione Garibaldi e operò in provincia di Imperia. Il 5/1/45 fu catturato dai tedeschi con altri partigiani. Dopo lunga detenzione nelle carceri di Taggia, Alassio (SV), Mantova e S. Michele Extra (VR), fu deportato in Germania. Riconosciuto partigiano dal 15/6/44 al 30/4/45.
(a cura di) Alessandro Albertazzi, Luigi Arbizzani, Nazario Sauro Onofri, Gli antifascisti, i partigiani e le vittime del fascismo nel Bolognese (1919-1945), Vol. V, Dizionario biografico R - Z, Istituto per la storia della resistenza e della società contemporanea nella provincia di Bologna "Luciano Bergonzini", Istituto per la Storia di Bologna, Comune di Bologna, Regione Emilia Romagna, 1985-2003