domenica 1 febbraio 2026

La liberazione ad Imperia di ventidue ostaggi dei tedeschi

Imperia: uno scorcio dei portici di Oneglia

Intanto, nei giorni del laborioso processo di riorganizzazione dei quadri Comando si verificava per un fortuito caso un episodio che contribuì in modo decisivo a scoprire la spia dei nazifascisti celata nel Comando divisione [n.d.r.: II^ Divisione d'Assalto Garibaldi "Felice Cascione"].
Vistosi scoperto e fuggito da Imperia, il sottotenente tedesco delle SS Otto Trostel (14), informatore dei partigiani, raggiungeva il 24 di ottobre [1944] le formazioni di montagna portando seco la documentazione e il nome del traditore Giuseppe Della Valle detto "Prof", professore in lingue orientali, liberato dalle carceri di Oneglia nell'azione condotta dai garibaldini del 2° battaglione (IV brigata) il 19 luglio 1944 e assurto al grado di presidente del Tribunale della divisione "F. Cascione".
[NOTA]
Il 25 ottobre 1944 venne affisso a Imperia un manifesto con i nominativi di ventidue ostaggi che, per ordine del Comando tedesco di Genova, sarebbero stati fucilati se entro il 28 di ottobre non veniva consegnato un ufficiale tedesco prigioniero dei partigiani. In nome del CLN fu immediatamente recapitata una lettera al Prefetto rendendolo responsabile della fucilazione degli ostaggi. Informatori portarono a conoscenza che il Comando tedesco voleva avere nelle mani l'ufficiale tedesco (Otto Trostel) per fucilarlo, poiché era passato volontariamente nelle formazioni partigiane [...] Gaetano Ughes (Giorgio), presidente del CLN di Imperia, su consiglio di "Leandro", responsabile della zona B (Cervo-Porto Maurizio), messosi a contatto con Carlo Berio, amico di un certo Guido Sancione, interprete italiano al servizio delle SS tedesche, chiese un abboccamento coi Tedeschi come persona anonima, il che venne accettato per il giorno dopo alle ore 10,30, da tenersi nella Casa del Caffè, sotto i portici di Oneglia [...] Informato il Comando tedesco sulle risultanze del colloquio, il 28 di ottobre trascorse senza alcuna esecuzione ed in seguito gli ostaggi furono tutti liberati.
Francesco Biga, Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), Vol. III. Da settembre a fine anno 1944, IsrecIm, Milanostampa Editore - Farigliano, 1977, p. 214

Gaetano Ughes, il nostro Giorgio del periodo cospirativo, pur col suo inconfondibile accento imperiese ha nelle linee del volto aperto un qualcosa di esotico: la maschera di uno scozzese, ma gli occhi ed il sorriso sono schiettamente italiani [...] Mi pare di rivederlo: la grigia ispida barba che trasformava il suo aspetto di buon padre di famiglia in quello di un terribile bandito; i gesti cauti e misurati dell'uomo che deve vigilare ogni sua mossa; il parlare sommesso di chi sa di essere oggetto di una sorveglianza continua e spietata [...]
"Ti racconterò le mie trattative con un sottufficiale tedesco per la liberazione di ventidue ostaggi destinati ad essere fucilati come rappresaglia per il prelevamento di Otto Trustle [o Trostel?], l'informatore tedesco che tu ricordi. Un'esperienza singolare, infatti: ho conosciuto in quella occasione un militare germanico che si è ribellato all'idea di un'ingiustizia e che ha lottato con noi per evitarla... 
Dunque come sai, nell'ottobre del 1944 fu prelevato Otto Trustle, residente a Sanremo, figura ambigua di informatore, sul quale correvano le voci più disperate. Fu un bel colpo... ma questa è un'altra storia! Il tedesco [il Comando tedesco] reagì come al solito. Arresto di ostaggi - 22 di numero - affissione di un manifesto annunciante alla popolazione che se entro il tal giorno, alle ore tali il Trustle non sarebbe stato rilasciato, ventidue innocenti avrebbero pagato con la vita la sua scomparsa. 
Il fatto era grave, atroce, anzi: ti assicuro che quella notte non domi: il pensiero della morte di uomini e donne ignari mi perseguitava come un incubo. 
Mi metto in moto per fare qualcosa. Parlo con Carlo Berio, che era in contatto con un certo Guido Sancione, interprete italiano al servizio delle SS; discutiamo sul da farsi e si stabilisce di prendere contatto col Sancione allo scopo di intervenire direttamente presso il comando nemico. Mi incontro con Leandro, nostro responsabile di zona, e prendo consiglio con lui. L'unico modo per salvar la situazione è quello di sostenere che il Trustle informatore dei partigiani è passato in formazione sapendosi sospettato - mi dice Leandro. L'affare non mi sembra tanto semplice: sostenere una cosa è un conto, provarla è un'altra. Ad ogni modo Leandro m'autorizza a trattare e s'incarica di ottenere una comunicazione del Trustle, nel senso da lui proposto, da presentare alle autorità nemiche. 
Ritorno da Berio - era molto pericoloso incontrarci, ma l'affare era troppo grave per ricorrere ad eccessive precauzioni - e faccio telefonare al Sancione perchè comunicasse al comando [tedesco] che un cittadino sconosciuto chiedeva di conferire con un incaricato del comando stesso sulla questione Trustle. Le trattative per telefono si potrassero a lungo: studiavo sul volto di Berio lo svolgersi della conversazione, col cuore che mi batteva per l'angoscia. Alla fine vidi l'amico sorridere: la prima parte della partita era stata vinta. Infatti i tedeschi accettavano di sospendere momentaneamente l'esecuzione degli ostaggi e fissavano un appuntamento per il giorno successivo, domenica, alle 10,30 alla Casa del Caffè sotto i portici di Oneglia. 
Faccio una smorfia di perplessità: veramente un colloquio a quattro occhi fra me, segretario del C.L.N., ed un rappresentante dei nostri nemici non era molto promettente: ma occorreva far buon viso e cattivo gioco. Ritorno in sede, rivedo Leandro e stabiliamo il piano d'azione: sarei andato all'appuntamento accompagnato da una squadra di uomini delle nostre SAP, armati. Ne scegliemmo otto, fra i più coraggiosi, al comando di Liprandi e di Ciccione. Diramammo le istruzioni necessarie e me ne andai a letto non molto tranquillo sulla mia sorte futura. 
La mattina appresso prima delle dieci, dopo che i nostri informatori mi ebbero data via libera, ero sul posto. La squadra, che mi seguiva a distanza, si dispose in quattro gruppi occupando i punti strategici. Entro, vado nel retrobottega, mi seggo e attendo. Avevo i nervi tesi fino a spezzarsi; per ogni eventualità mi ero armato e tenevo l'arma nella tasca della giacca, pronto ad usarla: sapevo, peraltro, che ogni via di scampo mi era preclusa e in caso di tradimento tutto sarebbe finito per me. Finalmente alle 10,30 precise, - consultavo l'orologio ad ogni istante - sento dei passi, la porta si apre e il Sancione, che già conoscevo, entra. Balzo in piedi: «Tutto a posto?» - gli dico.  «Tutto a posto» mi risponde. «Sono giunto accompagnato da un maresciallo delle SS. È qui fuori». «Solo?» - domando. «Solo e non pretende nemmeno di conoscere il vostro nome». «Bè - sospiro - venga!»
L'uomo esce: io mi siedo. Ora che tutto è fatto mi sento calmo e tranquillo. Un minuto dopo l'interprete entra accompagnato da un milite germanico: alto, muscoloso, occhi azzurri e freddi; viso duro, tipo teutonico. Mi alzo, ci inchiniamo con formale cortesia; ci squadriamo un attimo, gli occhi negli occhi, sediamo. 
E le trattative cominciano. Ripeto l'affermazione di Leandro, espongo i fatti, mi animo, gesticolo. L'uomo risponde appena: obiezioni monosillabiche che il Sancione non traduce nemmeno tanto son chiare: e durante tutto il tempo egli mi tiene sotto il freddo sguardo dei suoi occhi chiari e duri. È convinto? non è convinto? Mentre parlo il mio cervello lavora e la domanda mi risuona nel cranio sempre più angosciante. Dico: ecco voi avete arrestato 22 persone innocenti: che hanno essi a che fare con Otto Trustle ed i suoi catturatori, anche se ciò che vi dico non è vero? Se la vostra famiglia fosse arrestata e fucilata perchè a cinquanta o cento chilometri dal luogo ove essa abita un uomo è scomparso, che pensereste voi; uomo, non soldato, di un simile atto? 
Egli balza in piedi: sembra trasformarsi: arrossisce e i suoi occhi, sempre freddi e duri, hanno come una luce di angoscia, simile al riflesso di un tormento interiore. Batte un pugno sul tavolo e grida: «Sarebbe un delitto». Siede di schianto e ripete: «un delitto». 
Sento che l'uomo sta per essere vinto; sento che sotto la sua dura, quasi feroce maschera di soldato, batte un cuore. E soggiungo: «Voi state commettendo un delitto!» Il maresciallo mi ascolta, nascondendo gli occhi dietro la mano che sostiene la fronte, quasi a voler celare le sue impressioni. Ma io so di essere riuscito nel mio intento. 
In breve ci mettemmo d'accordo sulle modalità delle trattative ulteriori. Una lettera ci giunse dalla montagna a firma di Otto Trustle. Mi si fece ancora qualche difficoltà sul riconoscimento della scrittura e della firma, ma poi si giunse alla definizione ed i ventidue ostaggi vennero, nei giorni seguenti, posti in libertà a gruppi di due o tre per volta. 
Un grande delitto fu evitato. E fu evitato per opera di un uomo sconosciuto, di un nemico, che sentì, oltre le barriere create dall'odio, il richiamo della giustizia e della pietà. E questo dimostra" - finisce pensieroso il sempre ottimista amico Ughes - "che lo spirito dell'amore è innato nell'uomo e che la fratellanza universale non è un'utopia; ma trionferà nel mondo perchè è fatale che ciò avvenga".
Mario Mascia, L’epopea dell’esercito scalzo, A.L.I.S., 1946, ristampa del 1975 a cura dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia,  pp. 55-58 

mercoledì 14 gennaio 2026

Partigiani imperiesi e partigiani di Mauri in Val Corsaglia a novembre 1944

Copia della lettera inviata il 6 novembre 1944 dal comandante della brigata autonoma "Val Corsaglia" a Nino Siccardi "Curto", comandante della Divisione Garibaldi "Felice Cascione".  Fonte: Gino Glorio, Op. cit. infra


Intanto giunse a Fontane, Frazione di Frabosa Soprana (CN), Val Corsaglia [n.d.r.: dove era confluita la maggior parte dei partigiani della I^ Zona Liguria - dove operava la Divisione Garibaldi "Felice Cascione" - per sfuggire al rastrellamento nemico di metà ottobre 1944, per l'appunto, durante il quale, tragedia nella tragedia, il 17 persero la vita i valorosi comandanti partigiani Libero Briganti (Giulio) e Silvio Bonfante (Cion)] l'ex sottotenente tedesco Otto Trostel, da tempo collaboratore dei garibaldini, che portò con sé le prove del tradimento di Giuseppe Della Valle (Prof), il quale da presidente del tribunale della Divisione "Felice Cascione" aveva provocato la morte di diversi giovani patrioti il 9 agosto 1944 a nord di Pieve di Teco, il 5 settembre a San Bernardo di Conio, il 19 settembre nel bosco di Rezzo, ancora il 17 ottobre ad Upega. Della Valle, riconosciuto colpevole dal tribunale militare partigiano, venne fucilato il 4 novembre 1944 a Fontane. Il 24 ottobre analoga sorte era già stata riservata alla moglie del "Prof", che aveva fatto da tramite tra il marito ed i nazisti.
Rocco Fava, La Resistenza nell’Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945) - Tomo I, Tesi di laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998-1999

Soppresso "Prof", formati i nuovi quadri, prendemmo contatti e accordi con le formazioni badogliane [n.d.r.: partigiani autonomi comandati da Enrico Martini "Mauri"] che avevano stabilito posti di blocco su tutte le carrozzabili che portavano nella nostra zona. Notammo subito una diversità di stile fra i nostri capi ed i loro. Forse anche i badogliani usavano pseudonimi, in tal caso però erano meno strani e coloriti dei nostri. Al nome nelle lettere e nelle presentazioni usavano premettere il grado: tenente, capitano, maggiore invece che l'incarico: commissario, comandante, vicecomandante. Immediatamente Mancen, Pantera, Giorgio [n.d.r.: Giorgio Olivero, da lì a breve comandante della nuova Divisione "Silvio Bonfante]  fecero uso dei gradi creati a Piaggia diventando maggiori e colonnelli. Qualche volta un sorriso ironico spuntava sulle labbra dei badogliani vedendo quei gradi, ai quali non corrispondeva qualche volta l'educazione e la cultura, precedere nomi di battaglia strani e grotteschi; pure i nostri, anche avvertendo la stonatura, sentivano di meritare quei gradi per il loro passato di lotte e di ardimento. La differenza tra noi e loro era ben più profonda. Il movimento garibaldino era giovanile e come tale rivoluzionario e selvaggio. Dei giovani aveva i pregi e i difetti: ne aveva l'entusiasmo, l'ardimento, la ferocia, il gusto dell'avventura e della sfida, ma anche la goffaggine e l'indisciplina. Il movimento badogliano era l'erede del Regio Esercito e come tale aveva tradizioni e pregiudizi. Gli ufficiali, gente d'esperienza, d'educazione e spesso d'età, davano al movimento un carattere militare, gerarchico, disciplinato. Evitavano accuratamente il termine «bande» che noi usavamo ancora comunemente, respingevano sdegnosamente l'accusa di ribelli, banditi, che a noi non spiaceva del tutto perché effettivamente ci sentivamo più dei fuorilegge che non i rappresentanti legittimi del Re e del Governo del Sud. Il problema principale trattato nei frequenti contatti fu quello dello scambio di partigiani: fu deciso che il passaggio di combattenti da una formazione all'altra doveva avvenire con l'approvazione dei rispettivi comandi. In mancanza di un consenso scritto o verbale il partigiano doveva esser considerato disertore e riconsegnato alla formazione d'origine. L'accordo era più a vantaggio nostro che loro poiché era più probabile che le formazioni badogliane diventassero centro d'attrattiva per i nostri elementi più stanchi ed originari della Val Padana che non viceversa. Qualche garibaldino si presentò al comando, chiese ed ottenne di passare alle formazioni vicine meglio armate ed equipaggiate. Prima del trasferimento il partigiano venne privato delle anni e dell'equipaggiamento. Qualche altro riuscì a passare di nascosto superando i nostri posti di blocco, alcuni di costoro vennero respinti dai badogliani, altri sparirono senza lasciare traccia, o arruolati malgrado l'accordo, o passati a formazioni più lontane o tornati a vita borghese. Furono però casi sporadici, i più ormai si erano affezionati ai compagni, all'ambiente, ai metodi. Un graduato badogliano, passò alle nostre formazioni. Pare fosse comunista e come tale incontrasse ostilità presso i compagni. Rimase col Garbagnati per qualche tempo, poi il Curto [Nino Siccardi, comandante della Divisione d'Assalto Garibaldi "Felice Cascione"] lo rimandò alle sue formazioni. Venne processato per diserzione e condannato, poi, fu detto, graziato. Qualche garibaldino chiese in quei giorni di abbandonare definitivamente le formazioni per tentare di tornare a casa. Ai primi venne concesso, ad alcuni veneti diedi anche un po' di denaro per il lungo viaggio (*), poi cambiammo idea ed affiggemmo un manifesto dichiarando disertori tutti i partigiani che avessero lasciato le bande: gli effettivi durante il periodo di Fontane non dovevano diminuire a nessun costo: il comando voleva evitare il disgregamento delle Brigate almeno fin quando non si fosse deciso se restare o cambiare zona. Il nuovo commissario della I Brigata Osvaldo [Osvaldo Contestabile] chiarì le direttive del comando in una riunione di commissari convocata poco dopo la sua nomina. Dopo aver premesso un breve commento alla situazione, dopo aver abbozzato con brevi ed efficaci parole le caratteristiche, i compiti dei commissari per i mesi invernali, entrò in argomento. Era necessario evitare a qualunque costo che gli uomini si sbandassero; se fossimo stati in Liguria avremmo potuto contare nella prossima primavera di riaverli con noi, in Piemonte invece sarebbero andati dispersi o attratti da altre formazioni. Nell'ipotesi di un ritorno in Liguria sarebbe stata probabile una modifica dell'attuale inquadramento, avremmo dovuto organizzarci in modo diverso, più elastico, più autonomo: il che, avrebbe dato alle bande più libertà, ma avrebbe anche accresciuto le responsabilità dei comandanti perché avremmo vissuto quasi a contatto col nemico. Maggiori sarebbero stati anche i compiti dei commissari perché il morale degli uomini, obbligati a vivere in continuo allarme, sarebbe stato affidato esclusivamente ai commissari di distaccamento non più coadiuvati strettamente dalla organizzazione e dai servizi dei comandi brigata. Athos, commissario del Garbagnati, chiese se ci fosse di vero nelle voci che affermavano esser intenzione del comando, una volta passati in Liguria, di sciogliere le formazioni garibaldine. Erano autorizzati a smentire? Era difficile dare una risposta decisa perché tale eventualità non poteva esser completamente scartata. Sapevamo che molti, non sperando più in una prossima fine della guerra, attendevano quasi un congedo ufficiale del comando che consentisse loro di tornare a casa onoratamente, consci che di più non si poteva fare. Escludere tale possibilità sarebbe stato togliere loro una speranza che aveva il suo peso morale e che poteva aiutarli a superare le presenti difficoltà. Sosteneva spesso più la speranza di una meta onesta vicina che la certezza di un successo lontano. Osvaldo rispose che si poteva smentire che il comando avesse attualmente intenzione di sciogliere le formazioni. Invitò a considerare il valore di quel "attualmente". Se le condizioni alimentari o militari lo avessero richiesto, avremmo potuto ridurre temporaneamente gli effettivi o sospendere la tattica di lotta ad oltranza. Respinta la proposta del commissario Gigi di inquadrare i partigiani nelle formazioni S.A.P., Osvaldo precisò che tutti avrebbero potuto sempre contare sui capi, sul comando che fino in fondo avrebbe sostenuto e guidato i partigiani che avessero voluto continuare la lotta. Anche per gli altri avremmo trovato una sistemazione onorevole che non li escludesse dal combattimento: era necessario che sui monti rimanesse accesa la fiaccola della libertà per potere in primavera far divampare il grande incendio dell'insurrezione. 
(*) Il viaggio non fu lungo: i tre veneziani Walther, Carlo e Antonio finirono nelle Langhe di Mauri poi tornarono verso Mondovì. Quando cercarono dl scendere in pianura, il 20 novembre 1944, vennero presi dai Cacciatori degli Appennini mentre passavano un ponte. Carlo e Antonio avevano ancora completa la divisa da S. Marco mentre a quella di Walther mancavano i pantaloni che aveva barattato in ottobre con quelli di Simon [n.d.r.: Carlo Farini, ispettore della I^ Zona Liguria]. Tutti e tre erano quindi facilmente individuabili. Essendo disarmati ed in divisa sostennero di esser stati catturati dai partigiani e di esser fuggiti per rientrare al reparto. Processati ad Altare nel marzo 1945 vennero assolti per insufficienza di prove ed assegnati ad una compagnia di disciplina fino alla Liberazione. Ebbi così la gioia di ritrovare dopo molti anni a Venezia Walther Zecchini e di sentire da lui la conclusione delle vicende del gruppetto veneziano iniziata a Molino Nuovo il 15 settembre [1944].
Gino Glorio (Magnesia), Alpi Marittime 1943-45. Diario di un partigiano - II parte, Nuova Editrice Genovese, 1980, pp. 22-26

domenica 21 dicembre 2025

Altri gruppi partigiani agli inizi della Resistenza imperiese

Torria, frazione del comune di Chiusanico (IM). Foto: Davide Papalini. Fonte: Wikipedia

Un piccolo gruppo di partigiani si era formato anche presso Civezza, dove rimase nei mesi di ottobre, novembre e dicembre 1943.
Ne facevano parte: Leone Carlo (dell'Azione Cattolica imperiese), Brusso Domenico, i di lui zii Gaddini Pietro e Michele, Aicardi Giuseppe fu Filippo, i fratelli Sebastiani Fausto e Livio, e qualche altro giovane. 
Il gruppo si sciolse poco prima del Natale '43; ma alcuni componenti di esso ritornarono in montagna: ad esempio, Brusso Domenico, che entrò nella banda «Fenice», Aicardi Giuseppe e i fratelli Sebastiani, dei quali Fausto morirà in montagna. 
Di Brusso Domenico verrà arrestata la madre, Gaddini Teresa, nell'autunno del '44, insieme con altre persone, tutte prese come ostaggi. La madre di Brusso Domenico sarà condotta dapprima in Viale Roosevelt, nella Villa Salvo, sede di un comando germanico in Porto Maurizio; poi nel carcere di Marassi, di Genova; quindi in quello di San Vittore, a Milano; e infine sarà deportata nei campi di concentramento in Germania, da dove tornerà solo a guerra finita. Arresto e deportazione furono dovuti al fatto che il figlio non era sotto le armi. 
Per qualche tempo nel gruppo presso Civezza vi era anche stato Terragno Antonio (Primula rossa), già ricordato a proposito del gruppo di Boscomare. 
Esistevano pure, come si è detto, molti altri gruppi. Uno, ad esempio, si era formato nei pressi di Castelvittorio, intorno al prof. Francesco Ravera, ex ufficiale di complemento del disciolto esercito, direttamente collegato con lo scrivente. Anche di questo gruppo, poi scioltosi, rimasero in montagna alcuni componenti, fra i quali il giovane Giacomo Castello, che più tardi verrà arrestato dai nazifascisti, e tenuto a lungo in carcere, dopo che anche il di lui padre, Riccardo, era stato arrestato, e incarcerato prima ad Imperia e poi a Savona, sia per avere ospitato il prof. Ravera, sia perché il figlio era latitante. 
Un piccolo gruppo era anche presso Cipressa; ne faceva parte, fra gli altri, Garibaldi Giuseppe (chiamato poi «Fra Diavolo»), reduce dalla Russia, e oriundo appunto di quel villaggio. Il Garibaldi, non collegato con alcuna organizzazione antifascista, dopo varie azioni compiute con qualche amico (sparatorie contro macchine tedesche in transito sull'Aurelia), si avviò verso le Langhe, insieme con Michele Bonardi, caduto in combattimento nell'inverno 1944-45, ed entrò fra i badogliani. Ritornato a Cipressa verso la fine di dicembre '43 per la malattia del padre, che morrà poco dopo, a un certo momento ripartirà per il Piemonte; ma, incontrato Curto [Nino Siccardi] in Rezzo, si aggregherà alle di lui formazioni, e per suo ordine entrerà nei Vigili del Fuoco, con l'incarico di collaborare con i partigiani; nel maggio del '44, però, ritornerà in montagna, sarà con Ivan, con Macallé, con Peletta, avrà una squadra sotto il suo comando, e più tardi, dopo il rastrellamento di Upega dell'ottobre '44, diventerà Comandante di Brigata. 
Ma, torniamo a dire, oltre ai gruppi sopra ricordati ve ne furono molti altri, più o meno ben definiti, anch'essi sorti subito dopo l'8 settembre '43. Fin da principio si cerca di creare fra i giovani alla macchia e fra le bande un persistente e costante collegamento o un legame unitario. 
Verso la fine del settembre '43 (27 settembre) si forma una nuova banda nei pressi di Lucinasco, quella di Giacomo Sibilla (Ivan), composta di uomini del luogo e di ex militari (in tutto, quattordici persone). La banda si stabilisce in una località situata fra il Monte Acquarone e la «Maddalena», detta zona «Cuccagna». 
In quello stesso periodo, anzi nello stesso giorno (27 settembre '43, intorno alle 9 del mattino), vi è al Pizzo d'Evigno un incontro di varie persone, durante il quale si trattano argomenti inerenti alla resistenza. Sono presenti, fra gli altri: Ivanoe Amoretti, Enrico Gaiti, Silvio Bonfante (il quale, però, non si era ancora stabilito definitivamente in montagna), Silvano Alterisio, Eolo Castagno, Ivar Oddone; della DC vi è Carlo Carli, insieme con gli amici Alassio Ugo e Rossi Francesco (6). 
L'8 settembre '43 Alassio Ugo, ufficiale di complemento, si trovava a casa da un giorno, in Oneglia, in licenza di convalescenza. Dopo l'armistizio si mise subito in contatto con amici dell'azione Cattolica e della DC onegliesi, e incominciò a collaborare con essi per la lotta di liberazione. Aveva rapporti con Don Boeri, con Carlo Carli e con altri. 
Intorno al 25 settembre '43, dopo le prime intimazioni del neofascismo ai militari del disciolto esercito, si rifugiò in Torria (Valle Impero) [n.d.r.: frazione del comune di Chiusanico (IM)], insieme con gli amici tenente R. M. Borreo Giovanni e Rossi Francesco. Due giorni dopo, insieme col Rossi e col Carli, si incontrerà, vicino a Pizzo d'Evigno, come già detto, con altri esponenti della Resistenza. 
Rimase in Torria fino ai primi di marzo del '44; poi, ammalatosi, scese in città; e risalì in Torria dopo circa un mese, nei primi giorni di aprile. 
Nei primi giorni della sua permanenza in montagna, ebbe contatti con i partigiani sistemati nella località «Inimonti» o «Monti» di Pontedassio. D'accordo con Carlo Carli e con altri esponenti della DC, formò in Torria una banda locale che, come quella del «Grillo», fu chiamata «Libertas». 
Anch'egli per la sua banda ha come distintivi degli scudetti di stoffa con la scritta «Libertas», che gli vengono consegnati in casa di Carlo Carli, e che erano stati preparati parte nella casa dello stesso Carli e parte in casa dell'avv. Ambrogio Viale.
La banda aveva sede in Torria, ed operava anche nei territori di Chiusanico e Gazzelli, poco distanti. Teneva pure contatti con la banda del «Grillo» e con bande locali dei paesi vicini. 
Da un certo momento in poi, specialmente dal maggio '44, la banda «Libertas» di Torria compierà azioni varie, generalmente in collaborazione con altri gruppi. Ad esempio: darà la sua opera per la distruzione di tratti stradali e di ponti (strada presso Cesio, ponte di Garsi, ponte di Gazzelli): prenderà parte ad un attacco a fucilate avvenuto alla «Crocetta» (cima a levante di Torria) contro i tedeschi che stanno effettuando un rastrellamento, e contribuirà in tal modo a fare sì che le altre bande possano meglio predisporre i loro movimenti (battaglia del Pizzo d'Evigno del 19 giugno 1944, in cui cadde Silvano Belgrano); darà il suo aiuto ai partigiani transitanti per Torria dopo la liberazione dei detenuti politici dal carcere di Oneglia (19 luglio '44). Alassio Ugo avrà inoltre contatti con i comandanti Arrigo Giovanni (o «Romolo») e Osvaldo Contestabile. 
Tuttavia, verso la fine dell'estate '44, o all'inizio dell'autunno, la banda si scioglierà. Alassio Ugo, arrestato in casa a Torria dalla Compagnia O.P. del capitano Ferrari di stanza in Chiusavecchia, verrà poi rilasciato, dopo inutile interrogatorio; ritornato in Imperia entrerà nelle Formazioni di città (Divisione SAP «G. M. Serrati»), in relazione con Amilcare Ciccione e sempre aggregato alla DC; e in tali formazioni svolgerà la sua opera fino alla Liberazione. Il tenente Borreo, a sua volta, riparerà in Corsica, con una piccola barca. 
[NOTA]
(6) Notizie fornite dal rag. Alassio Ugo e dal dott. Silvano Alterisio. 
Giovanni Strato, Storia della Resistenza Imperiese (I^ zona Liguria) - Vol. I. La Resistenza nella provincia di Imperia dalle origini a metà giugno 1944, Editrice Liguria, Savona, 1976, ristampa del 2005 a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, pp. 131-132

sabato 6 dicembre 2025

Quattro bersaglieri fascisti catturati dai partigiani a Pietrabruna

Pietrabruna (IM)

Il passo della Follia, dalla caratteristica forma di mammella volta al cielo, situato a breve distanza dalla Bramosa, era il punto strategico dei nostri servizi di guardia; dal passo si dominava un incrociarsi di sentieri provenienti da valli diverse e si aveva la possibilità di scegliere, in caso di pericolo, il percorso più idoneo per il disimpegno. A nord l'ombrosa valle di Badalucco, a ovest il passo di San Salvatore e i relativi itinerari, a sud l'intera valle di Pietrabruna, mentre ad est, oltre a sentieri poco conosciuti, si accedeva alla strada di Santa Brigida che portava alla valle di Dolcedo. Piuttosto strano il nome del passo, di cui anche i locali non riuscivano a spiegare l'origine, solo una lontana cronaca, riportava il fatto che lo stesso era servito da avamposto ai soldati di Napoleone. Un mattino, io e Giorgio, quello di Modena, in un normale turno di guardia, si assaporava la tranquillità della giornata, comodamente sdraiati e a torso nudo sulla fascia del sentiero che affiancava il passo, ci si appagava nell'ammirare la profonda bellezza d'un panorama, dove il verde delle valli e l'azzurro del mare dominavano assoluti; l'ottima visibilità facilitava notevolmente l'incarico di controllare i percorsi che accedevano al passo; a mezzo d'un binocolo si riusciva a scorgere il lontano inizio degli stessi, che a turno, sistematicamente, si controllava. Ore piacevoli, dove il fruscio di un leggero vento accarezzava la nuda pelle, resa calda dal sole; pausa di serenità, dove l'occhio fermava la bianca vela sulla costa lontana, e un invitante silenzio portava la mente in luoghi e cose lontani; ma brusca, come sonora sveglia, la mano di Giorgio con un tocco mi riportò alla realtà: « Osserva », mi disse, « ho la sensazione che qualcosa si muova, qualcosa di diverso dal solito contadino che accompagna il mulo ». Afferrai il binocolo e guardai attentamente il punto indicatomi, rendendomi subito conto dell'esattezza della sua osservazione: si trattava sicuramente di diversi uomini e, quel che più conta, erano armati, l'inconfondibile luccichio delle armi ai raggi del sole non ammetteva dubbi. Si convenne di lasciarli avvicinare a distanza di sicurezza, dove il Majerling a mia disposizione avrebbe agevolmente falciato l'intero gruppo sulla piana pulita dei prati, nel peggior dei casi la nostra posizione ci permetteva un'agevole ritirata, mentre il rumore delle armi avrebbe sicuramente messo in allarme il distaccamento. Aderenti al terreno si attendeva immobili e, con l'avvicinarsi degli uomini, si prendeva esatta visione della consistenza e della composizione del piccolo reparto. Si trattava infatti di un totale di sei uomini: quattro bersaglieri, riconoscibili anche da lontano dal fluttuante piumetto, apparentemente disarmati, seguivano due borghesi in possesso di parecchie armi, quantitativo superiore in assoluto a una normale dotazione; perplessità da parte nostra di definire chiaramente la presenza in zona partigiana dello stesso gruppo. Seminascosto dall'erba, la bocca minacciosa del Majerling imbracciato, seguivo attentamente il gruppo che ormai aveva raggiunto la zona limite da noi stabilita. Il secco alt intimato da Giorgio, postosi in ginocchio con il fucile puntato ben visibile, li bloccò istantaneamente, parole incomprensibili che la distanza ed il vento non fecero giungere nitide; Giorgio ripetè ancora decisamente: « Non muovetevi, siete sotto tiro, fatevi conoscere », e finalmente uno dei due borghesi, dotato di una folta barba, alzò per tre volte contro il cielo il mitra che impugnava, il segnale; tranquillizzati si abbandonò il sentiero avvicinandoci, una spiegazione semplice e concisa: due partigiani volanti, componenti di rara permanenza in distaccamento, coadiuvati da due patrioti, avevano sorpreso in Pietrabruna, all'osteria di Petran, i quattro bersaglieri comodamente seduti, intenti a sorseggiare un bicchiere di vino. All'intimazione di mani in alto gli stessi non avevano opposto alcuna resistenza, lasciandosi sequestrare le armi in dotazione. Tranquilli ma pensosi, ragazzi di vent'anni come noi, li vidi allontanarsi verso la Bramosa, seguiti dai due garibaldini e mi domandavo cosa mai avesse mosso i loro passi, il coraggio, l'incoscienza, o una precisa volontà di incamminarsi su di un'altra via? Era strana la nostra guerra. 
Renato Faggian (Gaston), I Giorni della Primavera. Dai campi di addestramento in Germania alle formazioni della Resistenza Imperiese. Diario partigiano 1944-45, Ed. Cav. A. Dominici, Imperia, 1984, pp. 60-61

L'episodio della cattura dei quattro bersaglieri - avvenuta intorno a metà settembre 1944 - veniva confermato da Umberto Maria Bottino nel suo "I nostri giorni cremisi. 1943-1995" (Attilio Negri srl, Rozzano, 1995): l'autore, all'epoca bersagliere repubblichino, scriveva di essere entrato in Pietrabruna qualche giorno dopo la vicenda, di avere raccolto in merito informazioni anche dall'oste e, quindi, di poter ipotizzare la fucilazione da parte dei partigiani di due, se non di tutti i suoi camerati.
Adriano Maini 

mercoledì 19 novembre 2025

Cosa spingeva di nuovo i giovani sui monti a rischiare la vita?

Casanova Lerrone (SV). Fonte: Insiemefacile

Il 28 [marzo 1945], dopo aver parlato con Ramon [n.d.r.: Raymond Rosso, capo di Stato Maggiore della Divisione d'Assalto Garibaldi "Silvio Bonfante"], proseguii per la Val Lerrone. Erano con me due partigiani della scorsa estate che, tornati a casa durante l'inverno, cercavano il Comando divisionale nella speranza di avere qualche carica. Volli approfittare delle ore di cammino assieme per studiare la mentalità dei nuovi venuti. 
«Eravamo amici del Cion [Silvio Bonfante], mi dicevano, lui sapeva quel che valevamo. Siamo stati con lui fin quando fu ferito, poi siamo tornati ad Aurigo, a casa nostra». 
«Sono quindi molti mesi che mancate, forse vi sarà difficile adattarvi alla nuova vita, in quest'inverno molte cose sono cambiate». 
«Ce ne siamo già accorti in questi giorni. Quando il Cion comandava, si poteva andare al comando quando si voleva, adesso invece non si capisce dove sia». 
«Già perché voi non conoscete cosa sia la tattica cospirativa: è dal principio dell'inverno che il nuovo obiettivo non è più ammazzare i tedeschi, ma nascondersi il meglio possibile. Gli uomini più apprezzati sono quelli che sanno sganciarsi rapidamente in ogni circostanza, occultare uomini e materiale nel tempo più breve e nel modo più sicuro». 
«Insomma è più bravo chi scappa prima e si nasconde meglio?». 
«Sotto un certo punto di vista è così. Eravamo rimasti in pochi e dovevamo restare per campione. In compenso da brigata siamo diventati divisione [n.d.r.: la Divisione "Silvio Bonfante"] e siamo cresciuti tutti di grado». 
«Ai tempi del Cion queste cose non succedevano e se ci fosse ancora lui le cose andrebbero meglio. Tra i partigiani i gradi non ci sono mai stati». 
«Non ci sono stati ma adesso ci sono. Vi credete che questo inverno non sia servito a niente? Io per esempio sono capitano, poi ci sono colonnelli, tenenti e tutti gli altri gradi. Se restavate anche voi in montagna qualche filetto lo avreste guadagnato: eravamo in pochi e ce n'era per tutti. Così invece c'è il rischio che qualcuno vi faccia mettere sull'attenti se, come sembra, metteranno d'obbligo il saluto». Parlavo tra il serio e lo scherzoso: mi seccava vedere due che, essendo stati tutto l'inverno a casa, non si adattavano a riprendere il loro posto nelle bande come semplici garibaldini e per ottenere lo scopo non avevo parlato di quante sofferenze e di quanto sangue ci fosse costato il passare l'inverno sui monti e con quali difficoltà avessimo continuato le imboscate per far pagare al nemico l'occupazione della nostra terra, per mantenergli basso il morale e contribuire alla vittoria finale. A poco a poco, pur dubitando sempre delle mie parole, non riuscendo a separare la verità dallo scherzo, i due partigiani si eccitavano lentamente. «Non è però il caso che vi disperiate, se c'è qualcuno che vi raccomanda, se avete conoscenze al Comando, Forse...  A me per esempio mi aveva raccomandato il Rosso ancora lo scorso agosto, poi lui è andato a casa ed io ho fatto carriera». 
«Conosciamo Mario, lo abbiamo curato noi quando era ferito, ma non cerchiamo raccomandazioni».
«Beh, adesso siete voi che non volete chiamare le cose col loro nome. Tutto sta che al comando vi vogliano ricevere». 
«Cioè?». 
«Ecco, la cosa non è semplice come una volta, adesso che hanno i gradi quelli del Comando sono cresciuti di importanza; hanno cessato di dormire sulla paglia e di mangiare nella gavetta. Hanno creato un recapito e tutti quelli che hanno qualche cosa da chiedere o da dire si mettono a rapporto. I comandanti leggono l'esposto che portano le staffette e poi, se credono, rispondono o fissano il giorno ed il luogo del colloquio». 
«Se il Comando si crede che anche noi ci mettiamo a rapporto... ». 
«Se ci tenete ad esser ricevuti non c'è altro mezzo». 
Quella sera dormimmo tutti a Segua [borgata del comune di Casanova Lerrone (SV)] , il giorno dopo i due partirono per Ginestro [Frazione del comune di Testico (SV)] mentre io raggiunsi Poggio Bottaro [Frazione del comune di Testico (SV)] pensando a quello che avrebbero detto i compagni del giorno prima quando a Ginestro avrebbero trovato il recapito invece del Comando come speravano. 
«Guarda qua cosa scrivono due da Ginestro, disse quel pomeriggio Giorgio, se invece che partigiani siamo diventati l'esercito di Mussolini, se ci crediamo di essere i Signori Ufficiali del tempo della naja: che una volta comandava il coraggio mentre adesso diamo l'esempio a nasconderci... Cosa si credono questi matti: sono stati a casa tutto l'inverno ed ora giudicano e sputano sentenze. Che se ne tornino a casa che nessuno li ha chiamati». 
Era stato quello per me il primo contatto con le reclute della seconda primavera. Cosa spingeva di nuovo i giovani sui monti a rischiare la vita? Cosa induceva quelli che erano tornati a casa a riprendere le armi? Non era più come nel 1944 la minaccia dei bandi fascisti perché la Repubblica si era guardata bene di rinnovare l'errore molestando chi cercava di vivere tranquillo. Vi erano sempre le saltuarie retate di ostaggi che si abbattevano su giovani e vecchi, ma in percentuale il rischio era minimo. Si erano cancellati nel loro ricordo la memoria dei mille timori e scoramenti che in ottobre e novembre li avevano obbligati a piegarsi? Era forse la speranza rinnovata e più sicura della vittoria imminente? Per buscarsi una pallottola e restare storpi per sempre o morti il tempo c'era ancora e ne avanzava. Ed allora? Allora non ci facevamo molte domande, avevamo previsto e trovavamo naturale che gli arruolamenti riprendessero. Capirò in pieno solo durante l'inverno del 1946 quali sentimenti avessero agitato quei compagni fino a spingerli a tornare sui monti. La nostalgia potente, invincibile di quella vita, il ricordo dei compagni, dell'ambiente, dell'avventura, erano sentimenti duri ad estinguersi. Sapere che c'era sui monti chi continuava la lotta e che in futuro non un solo sguardo poteva rinfacciare loro la passata debolezza doveva accendere il sangue nelle vene. Tutta la vita partigiana era come una droga il cui sapore, una volta gustato, non si può dimenticare e spingeva fatalmente a tornarvi. Chi era partigiano nella seconda primavera non lo era più per gli errori e le minacce del nemico, ma solo per sua libera scelta, per l'amore della sua libertà e dignità.
Gino Glorio (Magnesia), Alpi Marittime 1943-45. Diario di un partigiano - II parte, Nuova Editrice Genovese, 1980, pp. 223-225 

sabato 1 novembre 2025

Il primo febbraio 1944 il primo CLN Provinciale di Imperia veniva modificato

Imperia: uno scorcio da Viale Matteotti

E' al Partito Comunista Italiano che bisogna riconoscere il merito di aver organizzato e potenziato i Comitati di Liberazione nazionale nella provincia. 
Già da anni il P.C.I. aveva costituito ad Imperia una Federazione regolarmente inquadrata e a Sanremo una sua zona saldamente diretta. Fu perciò possibile a questo partito iniziare in piena efficienza, come già si è detto, la lotta subito l'8 settembre 1943; non solo, ma, non appena l'organizzazione dei Comitati di Liberazione centrali ebbe superato la fase preparatoria, entrare in contatto, a mezzo dei collegamenti già da parecchio tempo in funzione fra le diverse federazioni del partito stesso, con gli enti superiori per raggiungere anche qui l'unità necessaria al rafforzamento della resistenza contro il nemico. 
Nella città di Imperia le premesse per il raggiungimento della collaborazione fra i maggiori gruppi politici erano già in atto con l'esistenza del “Comitato di unione”, di cui si è fatto cenno, al quale aderivano i tre principali partiti: quello comunista, il socialista ed il democratico cristiano, questi ultimi due ancora allo stato embrionale, in quanto non possedevano in quel tempo una struttura vera e propria, ma soltanto uomini e gruppi rappresentativi. 
Le trattative per la trasformazione del Comitato di unione in un Comitato di Liberazione Nazionale, che, a differenza del primo, costituito su basi esclusivamente politiche, doveva agire sul terreno politico-militare, furono lunghe e non sempre facili. Occorreva superare difficoltà enormi dovute allo stato di terrore continuo in cui si viveva: impossibilità di riunioni e di discussioni; deficienza di collegamenti; e, non ultimo, prevenzioni e diffidenze e timori di ogni genere. 
Ma la volontà delle masse, che si esprimeva attraverso l'ostinato spirito di resistenza e lo sviluppo costante delle formazioni di montagna, ebbe ragione degli indugi e delle tergiversazioni: il 1° febbraio 1944 il C.L.N. Provinciale veniva definitivamente costituito ed assumeva, col riconoscimento degli organi superiori, la direzione della lotta, condotta fino allora quasi esclusivamente dal Partito Comunista, il quale con encomiabile spirito di fratellanza poneva a disposizione del nuovo Comitato tutta la sua organizzazione, l'unica veramente efficiente fino a quel momento. 
Il sorgere del C.L.N. Provinciale di Imperia può considerarsi, senza dubbio, un avvenimento capitale per la condotta della guerra di liberazione nella nostra provincia: da quel momento la resistenza contro il nazi-fascismo si trasforma da lotta di partito in lotta di tutto il popolo, senza distinzione di fede politica, e pure la nostra zona viene finalmente a possedere un organo di direzione regolarmente riconosciuto anche dal punto di vista legale, in quanto emanazione diretta del governo democratico italiano e perciò in grado di esercitare con pieno diritto, se pur in forma clandestina, i poteri e le funzioni del governo. 
I membri del C.L.N. provinciale di Imperia, che durò in carica sino alla fase ultima dell'insurrezione e si allargò poi dopo il 25 aprile con i rappresentanti di altri partiti, furono Gaetano Ughes (Giorgio), rappresentante del P.C.I. e segretario, Carlo Aliprandi (Lungo), A. M. [addetto militare], Ernesto Valcado (Sirco), rappresentante del gruppo socialista, Ugo Frontero, A. M., Carlo Folco rappresentante del gruppo democristiano, Amilcare Ciccione, A. M.  
Il lavoro che il Comitato di Imperia svolse, con la diretta e completa collaborazione della Federazione comunista e sotto la guida intelligente accorta ed instancabile del suo segretario Ughes, fu importantissimo e complesso. 
Vennero, innanzi tutto, potenziati i servizi di propaganda e quelli militari con la creazione di numerosi organismi ad hoc: una delegazione militare della 1^ Zona Liguria col compito di tenersi collegata, come ente sussidiario cittadino, alle formazioni armate operanti in montagna; una divisione di S.A.P. (Squadre di azione patriottica), la “Giacinto Menotti Serrati”, che in breve accentrò, con le sue numerose brigate, tutto il movimento delle squadre di città della Riviera; una formazione di G.A.P. (gruppi di azioni patriottica) di cui Nino Siccardi (Curto), fu il primo comandante, costituenti speciali squadre volontarie di punta e di assalto; per la città e il circondario di Imperia un S.I.M. (Servizio informazioni militare) con l'incarico di raccogliere e diramare ai S.I.M. di montagna, a quello di Sanremo ed ai servizi delle altre province, informazioni e rapporti militari e politici di ogni genere, di seguire e studiare i movimenti delle truppe nemiche, di collaborare con i servizi alleati, di mettere a punto piani di operazioni e di azioni; un ufficio intendenza con una speciale squadra finanziaria, per la raccolta ed il convogliamento in montagna che con Savona e Genova e con Sanremo; un centro di propaganda, fornito di tipografia clandestina, per la stampa di manifesti e volantini che venivano distribuiti o affissi in tutta la provincia; numerosi organismi economici, sindacali ed amministrativi per lo studio preventivo dei problemi relativi e delle misure necessarie da essere messe in atto a liberazione avvenuta. 
I risultati raggiunti, in condizioni sempre pericolose e spesso disperate, furono tali da superare ogni aspettativa, ed il successo finale dell'insurrezione, preparata e sviluppata attraverso mesi di lotta senza quartiere, sta a testimoniare quanto il C.L.N. compì. 
Oltre alla propaganda orale svolta ovunque nelle fabbriche, negli uffici, nei ritrovi, migliaia di manifestini furono affissi o distribuiti in città e nei paesi del circondario; decine di milioni in denaro od in merci vennero inviati alle formazioni di montagna. L'arruolamento e lo smistamento dei volontari della libertà non ebbe mai sosta; operazioni ardite ed estremamente rischiose vennero eseguite in città per mezzo del C.L.N. o in stretta collaborazione con nuclei partigiani, come, per citare qualcuno dei numerosi episodi, la liberazione di prigionieri politici dal reclusorio di Oneglia, l'esecuzione di spie e traditori, il prelevamento di armi, munizioni e viveri, il riscatto di ostaggi e, infine il salvataggio degli impianti portuali, di ponti, centrali elettriche, officine e magazzini, che rese possibile la immediata ripresa delle attività il giorno stesso della cacciata dei nazi-fascisti. Come fu opera del Comitato la preventiva organizzazione dell'amministrazione pubblica e la relativa assegnazione delle cariche cittadine, che evitò il disgregamento dei servizi a Liberazione avvenuta e dette il modo, il 25 aprile 1945, di iniziare l'opera di ricostruzione e di mantenere l'ordine e la legalità nella città e nel circondario con l'ausilio delle truppe partigiane.
Mario Mascia, L’epopea dell’esercito scalzo, A.L.I.S., 1946, ristampa del 1975 a cura dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia,  pp. 53-55

Nell'ottobre 1943, mentre l'azione organizzativa dei comunisti si sviluppava ulteriormente nella lotta, nella città di Imperia continuavano i contatti del centro con gli esponenti delle altre correnti politiche antifasciste, per giungere alla costituzione del primo Comitato di Liberazione Nazionale, nel mese di novembre 1943, così composto: Giacomo Castagneto (PCI), Giacomo Amoretti (PCI), Ambrogio Viale (DC), Filippo Berio (Pd'A) ed Ernesto Valcado (PSIUP). Questo primo Comitato completò l'organizzazione delle SAP cittadine, istituì il Servizio Informazioni Militari (SIM) partigiano, sostenne con ogni aiuto possibile i nuclei che si andavano formando, quali veri e propri gruppi partigiani in montagna. Il 17 novembre 1943 cadeva, in uno scontro con i fascisti, Walter Berio, il primo partigiano che immolava la sua vita per la libertà.
Dopo l'eroica morte di Felice Cascione in montagna (Alto, 27.1.1944), il Comitato decideva di inviare Nino Siccardi (Curto) a prendere il comando delle formazioni partigiane della I Zona Operativa Liguria. 
Il primo febbraio 1944 il primo CLN Provinciale veniva modificato in quanto, essendo stati individuati dai nazifascisti, i membri Viale e Berio dovettero allontanarsi, mentre Giacomo Castagneto, per disposizione del PCI, si trasferiva a Cuneo a dirigere la Federazione del Partito in quella Provincia, in sostituzione del compagno Barale, caduto durante l'incendio di Boves da parte dei tedeschi. Lasciò infine il CLN Giacomo Amoretti, pur restando nelle file dell'organizzazione della Resistenza a Imperia, per trasferirsi poi nei primi giorni di settembre 1944 a Genova, a far parte del Comando della Delegazione delle Brigate Garibaldi della Liguria. 
Il nuovo Comitato era subito riconosciuto dal CLN Regionale Liguria e durerà in carica dal primo febbraio 1944 alla Liberazione, con giurisdizione su tutta la Provincia di Imperia e sul Circondario di Albenga. Questa la formazione del nuovo Comitato: Gaetano Ughes (PCI), presidente; Ernesto Valcado (PSIUP); Carlo Folco (DC); Ugo Frontero (PSIUP), Carlo Aliprandi (PCI) e Amilcare Ciccione (DC), tutti e tre addetti militari. Allo scopo di coordinare l'azione militare, che andava oramai assumendo un ruolo di prim'ordine nella lotta di liberazione nazionale, veniva pure costituito, alle dirette dipendenze del CLN, un centro militare che riprendeva le funzioni del "triangolo militare" creato subito dopo l'armistizio e poi sciolto a fine novembre 1943, quando i suoi più attivi componenti erano stati inviati in montagna per organizzare le formazioni partigiane. Del Centro Militare, strettamente integrato nel gruppo politico del CLN e da questo dipendente, fecero parte, fino alla Liberazione, i tre addetti militari del CLN stesso, Carlo Aliprandi (Il Lungo), Amilcare Ciccione (Milcoz) e Ugo Frontero (Ugo). 
Nell'intento di garantire la clandestinità dell'organizzazione e sventare i continui tentativi della polizia nemica di annientarne gli organismi dirigenti, nonché onde evitare inutili dispersioni di energie, venne deciso di accentrare, per quanto possibile, nelle mani del presidente e segretario la gran parte dell'organizzazione politica (stampa e propaganda, organizzazione locale e gli svariati e delicati servizi di collegamento), anche in considerazione del fatto che il presidente era in grado di valersi, nell'espletamento delle sue funzioni, della già esistente organizzazione del PCI e dei suoi principali terminali nella Provincia. Anche gran parte della finanza venne affidata alle cure del segretario, il quale poteva così disporre sia dei fondi che giungevano saltuariamente dal Centro di Genova, sia di quelli raccolti o prelevati nella città di Imperia e nei centri della Provincia, e quindi provvedere di volta in volta, anche nei casi di emergenza, ai necessari finanziamenti, si trattasse delle forze operanti in città o delle formazioni partigiane in montagna, le cui esigenze si andavano facendo sempre più onerose e complesse con il crescere delle loro file. I membri del Comitato di Liberazione si riunivano periodicamente, quasi sempre con la presenza di uno o di tutti gli addetti militari. Nei primi mesi del 1944 le riunioni avvenivano una o due volte la settimana, poi, quando i tempi divennero più duri e la situazione si fece pericolosa, in media ogni quindici o venti giorni. Generalmente le riunioni avevano luogo nell'abitazione del segretario. Talvolta, quando si sospettava un pericolo, presso quella dell'avvocato Folco, di Valcado, o di uno degli addetti militari. In alcune occasioni, convegni vennero tenuti in caffè cittadini. Il Comitato, in seduta plenaria, esaminava nelle grandi linee il lavoro svolto nel periodo precedente e dava al segretario disposizioni per il lavoro da svilupparsi nel futuro. Naturalmente non sempre era possibile fissare in precedenza una linea di condotta precisa, poiché, dopo l'occupazione di Roma (2 giugno 1944), gli sbarchi alleati prima in Normandia (6 giugno 1944) e poi nella Francia Meridionale (15 agosto 1944), la situazione era pur sempre estremamente fluida e richiedeva continui adattamenti, e talvolta impensate soluzioni d'urgenza.
Francesco Biga e Ferruccio Iebole (a cura di Vittorio Detassis), Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria) - vol. V,  Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia, 2016,  pp. 110,111

mercoledì 22 ottobre 2025

Con gli abiti a brandelli, i fascisti passano per le vie di Triora

Triora (IM). Foto: Alessandro Spataro

Lo stesso giorno 12 [febbraio 1945], verso le ore 10, una cinquantina di fascisti salgono da Molini di Triora verso il Monte Pellegrino per poi scendere a Bregalla. E' il momento della riscossa: due Distaccamenti del I Battaglione (V Brigata), raggiungono il Pellegrino prima del nemico che, per sfuggire al tiro dei mitragliatori partigiani, è costretto a scendere in un vallone adiacente a Bregalla. Dalla località Goletta il Distaccamento comandato da Vittorio Curlo (Leo), apre il fuoco con il mortaio da 81. Sotto il tiro delle bombe il nemico si disperde. Nuovi rinforzi cercano di raggiungere i fascisti che intanto erano stati accerchiati. Ma anche questi uomini, che avrebbero dovuto soccorrere i primi, ritornano sui loro passi in precipitosa fuga, sotto le bombe. Soltanto durante la notte il nemico riuscirà a liberarsi dalla stretta. Affranti ed umiliati, con gli abiti a brandelli, i fascisti passano per le vie di Triora  additati a scherno da parte della popolazione. A causa della sua fuga il nemico lascia sul terreno una mitraglia pesante, bombe a mano e diversi caricatori. Pare che sette fascisti non siano rientrati alla base di partenza (19). 
Un fascista del presidio di Molini di Triora, mentre sta rubando galline in un pollaio, viene ucciso da una pattuglia partigiana (20).
[NOTE]
(19) - ISRECIM, Archivio, Sezione I, cartella 30, da relazione del comandante Armando Izzo (Doria) - Archivio, Sezione III, cartella 9, da una relazione di Vittorio Curlo: "Ero alla Goletta con Vitò e vi rimasi fino alla metà di febbraio. Il giorno 12 febbraio avvenne il fatto che, pur non cambiando il rapporto delle forze, ci risollevò il morale e ci fece intravvedere la fine delle sofferenze. A Molini di Triora era di stanza una Compagnia di Cacciatori degli Appennini (fascisti), comandata dal famigerato capitano Cristin. Erano convinti, credo, che fossimo tutti dispersi, avevano arruolato di forza, piu che altro per tenerli d'occhio, tutti i giovani della zona, e facevano duramente pesare l'occupazione sulle popolazioni con angherie, sopraffazioni e razzie, tipico loro modo di comportarsi quando si ritenevano i più forti. Effettivamente il loro modo di comportarsi con le popolazioni locali era pessimo e spesso mi sono chiesto le ragioni di ciò: forse il loro credo politico che li portava a disprezzare le opinioni e gli interessi della povera gente. Il loro carattere mercenario, la scarsa disciplina, il presentimento della fine prossima, la chiara senzazione dell'inimicizia che li circondava, era un generale comportamento che nuoceva loro e favoriva noi. Ci venne riferito che sarebbero venuti a Bregalla per razziare e far festa a spese di quei poveri contadini. Vennero effettivamente il mattino del 12 febbraio 1945, credo attraverso Triora, monte Trono, Gorda, scendendo poi verso Bregalla. Se li trovò di fronte, all'improvviso, il Distaccamento comandato da "Sergio", che si trovava in regione Castagna, in funzione protettiva nei confronti dell'ospedale da campo governato dallo studente in medicina Leo Anfosso (Pavia). La sorpresa fu reciproca, ed incominciò la sparatoria. Loro si ritirarono sulla cresta vicino a Gorda, e di là sparavano con i mitragliatori contro i nostri in regione Castagna, senza risparmiare munizioni. Il nostro Distaccamento rispondeva con brevi raffiche e colpi isolati. Per qualche ora la situazione non cambiò. Come dissi, con Vitò mi trovavo alla Goletta, sopra le rocche di Loreto; tirammo fuori ii mortaio da 81 dal ricovero e sparammo qualche colpo sulla cresta di Gorda: i nemici si dispersero quasi subito. Dopo qualche minuto, sul sentiero che da Triora passa sopra Loreto e giunge a Bregalla, scorgemmo una lunga colonna di rinforzi, il resto della Compagnia, indubbiamente chiamata con radio da campo. Attendemmo di averli di fronte e poi sparammo anche a loro; si arrestarono per qualche secondo quando udirono il colpo di partenza, poi continuarono ad avanzare, certo persuasi che il colpo non fosse diretto a loro e mancarono così l'appuntamento con la bomba che, dopo un viaggio di mezzo minuto, esplose una ventina di metri innanzi; non ebbero quindi dei danni, forse qualche ferito leggero, ma bastarono il fumo e la polvere dell'esplosione per farli tornare sui loro passi di corsa. Li accompagnammo con gli ultimi due o tre colpi fino a Triora; correvano molto rapidamente, ma ad ogni colpo in arrivo acceleravano ancora di più la loro corsa; in fondo uno spettacolo abbastanza penoso, che dimostrava, oltre al resto, la loro scarsa convinzione politica. L'azione non produsse gran danno al nemico, forse qualche ferito leggero, più che altro di schegge e per cadute nella corsa disperata per salvarsi. Le conseguenze psicologiche furono invece enormi, rovesciarono addirittura il rapporto in modo a noi favorevole, tanto che, la notte successiva, una nostra pattuglia con divise tedesche andò a Molini di Triora e prelevò le loro sentinelle sulla porta della caserma, senza che nessuno di loro reagisse efficacemente. L'azione venne compiuta, tra gli altri, da Riccardo Vitali (Cardù), Pierluigi Daniele (Tritolo), e "Minturno". Gli altri loro presidi erano in allarme, ed in parte vennero ritirati per rinforzare i rimasti: era quanto volevamo noi. Ci venne riferito che, come prima ci sottovalutavano considerandoci dispersi e innocui, ora ci ritenevano ben più forti di quanto non fossimo, tanto da non sentirsi sicuri neppure nella loro caserma. La circondarono, dopo l'azione della nostra pattuglia, di cavalli di Frisia, la notte vegliavano tutti e sparavano al minimo rumore. Il favore delle popolazioni verso di noi aumentò e si tradusse in maggiori aiuti e informazioni". 
(20) - Archivio Storico del Comune di San Remo. 
Francesco Biga, (con la collaborazione di Osvaldo Contestabile), Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria). Da Gennaio 1945 alla Liberazione - Vol. IV, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, 2005, pp. 172, 173