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Il bunker alla foce del torrente Centa in Albenga (SV) - Fonte: Wikipedia
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Fra l’ottobre del 1944 e l’aprile del ’45 ad Albenga, in via Trieste, in uno degli edifici Incis al momento disabitati, ma che in passato avevano ospitato famiglie di dipendenti statali, si insedia la Feldgendarmerie Trupp, un distaccamento della polizia militare della Wehrmacht che dipende dal 1° Battaglione dell’80° Reggimento Granatieri della 34ª Divisione.
Il 1° Battaglione, comandato dal capitano della riserva Gerhard Dosse, un insegnante prestato all’esercito e noto per la sua ferocia e lussuria, presidia la zona fra Andora e Ceriale tramite singoli distaccamenti come quello ingauno e dipende a sua volta dall’80° Grenadier-Regiment, di stanza a Villa Grock, ad Oneglia.
Questo Reggimento è posto sotto il comando del colonnello Klaus Stange con il compito di controllare l’area compresa fra Imperia e Albenga e risponde alla 34ª Infanterie-Division, sotto l’alto comando del generale Theobald Helmut Lieb, che presidia il Piemonte meridionale e la Liguria occidentale. A capo della Feldgendarmerie c’è il maresciallo Fritz Friederich Strupp, da cui dipendono il sergente maggiore Alfred Fuchss, il caporale Johann Hans Nüsslein e una decina di graduati tedeschi. Li affianca un fascista, Luciano Luberti, che, arruolatosi nella Wehrmacht dopo l’8 settembre, è stato addestrato in Germania e, con il grado di caporalmaggiore, funge da interprete.
Per effettuare azioni di rastrellamento e interventi di controllo del territorio, la Feldgendarmerie si avvale delle truppe del capitano Dosse e dei fascisti della Brigata nera locale intitolata a “Francesco Briatore”, fra i quali spicca per efferatezza Romeo Zambianchi.
Le stragi a opera della Feldgendarmerie avvengono nei pressi della foce del fiume Centa, un’area pressoché inaccessibile alla popolazione sia per la presenza di fortificazioni militari erette dalla Todt in funzione antisbarco, sia per la vigente ordinanza del coprifuoco, che va dalle 17.30 alle 6 del mattino, sia infine per l’impraticabilità della zona, collocata fra la stazione ferroviaria e il mare e ricoperta da sterpaglia e canne.
E’ tuttavia importante notare che, nel caso di Albenga, la procedura esecutiva messa in atto dalla polizia militare tedesca riflette solo parzialmente le misure repressive indicate dal sistema di ordini emanato il 17 giugno 1944 dal feldmaresciallo Kesselring. In tale sistema al rastrellamento, generalmente conseguenza di attacchi partigiani, segue la cattuta di civili sospettati di essere complici o parenti dei “banditi”, il loro concentramento presso strutture di raccolta, quindi l’interrogatorio aggravato dal ricorso a forme di tortura e, infine, la selezione dei “validi”, non coinvolti nel partigianato, che vengono inviati al lavoro in Germania, dai restanti prigionieri, destinati a formare un serbatoio di ostaggi funzionale a eventuali rappresaglie.
In questo modo la procedura dei rastrellamenti, di per sé aberrante, assumeva il significato di un concreto monito rivolto alla popolazione per dissuaderla dall’offrire aiuto ai ribelli. La Feldgendarmerie di Albenga si discosta però da tali procedure mettendo in atto alcune modalità esecutive che eccedono in efferatezza la tattica imposta dalle direttive superiori. Fra queste si osserva: il frequente ricorso a segnalazioni di spie locali, sovente prive di qualsiasi fondamento; la forte propensione a far leva - grazie soprattutto alla stretta collaborazione con fascisti del calibro di Luberti e ingauni privi di scrupoli come il Zambianchi - su conflitti individuali e su contese di natura privata preesistenti fra le famiglie per provocare scontri, avviare rastrellamenti di cittadini e razzie e saccheggi dei loro beni; la “corte marziale”, priva d’ogni fondamento di legalità, allestita dal Dosse nella Feldgendarmerie; oppure ancora la tendenza a strumentalizzare con particolare pervicacia “l’invidia” personale e di classe, diffusa sul territorio anche a fronte del benessere di proprietari di aziende agricole, attività commerciali e imprese artigianali presenti in una piana come quella del Centa che, per estensione e fertilità, costituisce da sempre un’eccezione fra le modeste aree coltivabili del savonese. A queste costanti, occorre aggiungere le perplessità che i rastrellamenti di civili effettuati dai nazifascisti dell’albenganese
suscitano se interpretati, secondo la consuetudine, come deterrente in risposta a eventuali azioni partigiane o in funzione di possibili selezioni di personale valido e idoneo al lavoro rispetto a soggetti inabili. In altri termini, la Feldgendarmerie agisce con un surplus di crudeltà apparentemente gratuita e ingiustificata rispetto alle logiche belliche correnti e, data la frequenza e le dimensioni quantitative delle stragi di civili effettuate, non trova riscontro in altri eccidi avvenuti nel biennio 1944-’45 nel savonese né in altre zone operative liguri.
A titolo esemplificativo, tra gli episodi di delazione, ricordo la spiata di Roberto Richero che, denunciando i Gandolfo, ricchi proprietari di un’azienda agricola a Ortovero, per aver fornito viveri ai partigiani, offrì il destro alla Feldgendarmerie per impossessarsi dei beni della famiglia Gandolfo, farne razzia e per procedere all’arresto prima di Silvestro e poi di Amerigo, che si era presentato al distaccamento per chiedere il rilascio del fratello. Entrambi, pur non avendo mai dato prova di convinzioni politiche antifasciste, vengono fucilati il 16 dicembre 1944 insieme a Gino Zunino, un giovane cestaio di 18 anni, forse renitente alla leva.
Un altro episodio in cui la spiata di un concittadino diventa l’occasione perchè la Feldgendarmerie attui le sue trame criminose è data dall’arresto a Villanova di Albenga di Pietro Navone, ricco macellaio del paese, con i due figli Annibale e Alfredo. L’accusa di aver fornito cibo ai partigiani gli viene mossa da Giovanni Navone, detto “il Pipetta”, non imparentato con l’omonima famiglia di Villanova. Poco importa che - come in regime d’emergenza poteva capitare - i Navone fossero stati indotti con la forza a consegnare le loro carni ai partigiani.
L’occasione è sufficiente per dare modo ai gendarmi tedeschi e alle Brigate nere di saccheggiare per una settimana i beni dei tre, i quali vengono fucilati il 27 dicembre del ’44 presso la foce del Centa con altri 4 ostaggi.
Alle vicende ingaune sono anche legate due macabre beffe. La prima rimanda al proclama del 29 dicembre 1944, emesso dal commissario prefettizio maggiore Bruno Pacifici, che sollecita la popolazione a sostenere con denaro le famiglie dei concittadini economicamente in difficoltà per l’arresto dei loro congiunti che si ritiene siano imprigionati presso la Feldgendarmerie o le carceri savonesi di Sant’Agostino.
L’offerta in denaro, che pare sia stata consistente, conferma che gli albenganesi sono all’oscuro delle reali macchinazioni dei nazifascisti. La seconda richiama la “tragica messinscena” della sera del 12 gennaio ’45, quando Luberti, in seguito a un sommario processo in cui ha riferito a 13 ostaggi che la loro condanna consiste in alcuni mesi da scontare nelle carceri di Sant’Agostino, mette nelle loro tasche
un biglietto ferroviario con destinazione Savona.
La verità emerge soltanto grazie alla fortuita fuga di uno degli ostaggi, Bartolomeo Panizza, attivo come Sap ad Albenga. Egli percorre sotto scorta con gli altri ostaggi il sentiero che dalla stazione ferroviaria conduce alla foce del Centa ma, giunto nel bunker di raccolta, riesce a liberarsi raggiungendo poi il Distaccamento di Domenico Trincheri (“Domatore”). Alla fuga rocambolesca del Panizza assiste accidentalmente anche Luigi Pesce, noto come “Luassu”, un partigiano incaricato dai compagni di esplorare la zona mare per verificare cosa avvenga in quell’area impraticabile. Durante il processo all’ex capitano Dosse, accusato di “reato continuato di violenza con omicidio da parte di militari nemici contro privati italiani”, la condanna imputatagli si ridurrà alle sole vittime del 12 gennaio ’45, ossia alla dozzina di civili sulla cui morte hanno testimoniato il superstite Bartolomeo Panizza, Luigi Pesce in quanto testimone oculare, nonché don Giacomo Bonavia, a conoscenza dei fatti per essere stato a sua volta catturato come ostaggio ma poi fortunatamente liberato per l’intercessione di Monsignor Cambiaso, vescovo di Albenga.
Le stragi di civili presso la foce del Centa si succedono nelle seguenti date: 3, 16, 27 e 28 dicembre del ’44, in cui rispettivamente vengono fucilate 4, 3, 7 e 15 persone. Le stragi del 1945 avvengono il 12 e il 22 gennaio e il 18 e il 19 febbraio. Le vittime in questo caso sono costituite da gruppi formati da 12, 5, 6 e 5 persone. A fine guerra, fra il 6 e l’8 giugno 1945, in tre successivi disseppellimenti, vengono estratte dalle 7 fosse comuni ben 59 salme. Di queste, due soltanto non sono riconoscibili. Procedendo all’identificazione delle vittime, il dottor Marcello Navone, Vicepretore del Mandamento, e il dottor Mario Pagliari, Ufficiale sanitario del Comune di Albenga, annotano particolari raccapriccianti (“teschio irriconoscibile... mancante della dentatura superiore... alla caviglia del piede destro una ferita di pallottola... col volto irriconoscibile... dentatura mancante di denti”), segno indubbio delle torture cui vennero sottoposti gli ostaggi. Dei 57 corpi identificati: 5 appartengono a donne e soltanto 10 a partigiani. Per quanto concerne le classi di età: 11 vittime hanno meno di 20 anni (il 19,2%), 12 hanno un’età compresa fra i 20 e i 30 anni, 16 si collocano fra i 31 e i 40 anni, 10 fra i 41 e i 50 anni, 4 fra i 51 e i 60 anni e altrettanti nella fascia dai 61 anni in su. L’occupazione più diffusa è certamente il lavoro della terra, che impegna 15 agricoltori, ma ci sono anche piccoli commercianti e diversi esponenti d’una variegata serie di mestieri legati all’artigianato (molti ortolani, 3 cestai, un barbiere, un falegname, alcuni fornaciai e meccanici, un carrettiere e un fabbro), mentre scarsi sono i salariati dell’industria. Si distinguono inoltre alcuni cittadini benestanti (3 commercianti) e una famiglia di macellai. Per quanto concerne la provenienza, la maggior parte delle vittime è nata ad Albenga (11), Villanova d’Albenga (11) e Ortovero (6); 18 sono invece nativi di comuni limitrofi, ossia: Cisano, Garlenda, Borghetto d’Arroscia, Arnasco, Vendone, Pieve di Teco, Castelvecchio di Roccabarbena, Alassio, Loano, Finale e Stellanello; 3 provengono dal Ponente genovese; 4 dal “basso Piemonte”, 3 dalle province di Ferrara e di Padova e uno da Gela. Il gruppo più numeroso riflette il profilo sociale e professionale dell’area in cui le stragi sono avvenute è infatti formato da maschi di età compresa fra i 20 e i 40 anni, che costituisce il 49,1% del totale delle vittime, opera nel settore agricolo e proviene da Albenga o da paesi vicini.
Infine, per quel che riguarda i criminali nazifascisti responsabili degli eccidi, rispetto alla componente italiana, l’unico a subire la condanna a morte per fucilazione, imputatagli il 21 marzo 1946 dalla Corte d’assise straordinaria costituita a Savona per i reati di collaborazionismo, è Matteo Zambianchi. Il Luberti, cui è imputata la medesima condanna con sentenza del 24 luglio 1946, nel 1949 ottiene la commutazione della pena nell’ergastolo che però, l’anno dopo, è tramutata dalla Corte di appello di Genova nella reclusione a 19 anni, a sua volta ridotta a 10 nel 1954. Di fatto, dopo 7 anni di carcere il Luberti nel 1953 viene liberato. Tuttavia torna agli onori della cronaca (nera) in quanto sospettato di contatti con gli esecutori materiali della strage di Piazza Fontana a Milano del 12 dicembre 1969 e con il principe Junio Valerio Borghese, noto per un tentativo di golpe nel dicembre dello stesso anno. Dal gennaio del ’70, dopo aver ucciso la giovane segretaria e amante Carla Gruber, è latitante. Catturato nel 1972 e condannato a 22 anni di reclusione dalla Corte di assise di appello di Roma, viene riconosciuto infermo di mente e rinchiuso nel gerontocomio di Aversa. Ricompare in un’intervista televisiva del 1998 e muore nel 2002.
Riguardo ai graduati tedeschi che operarono nella Feldgendarmerie, dopo anni di silenzio, le indagini si riaprono una prima volta in seguito alla scoperta nel 1994 dell’“armadio della vergogna”, quando alla Procura militare di Torino pervengono due documenti: l’uno a carico di “ignoti militari” accusati del reato di violenza con omicidio contro “Gandolfo Amerigo e altri 58”, l’altro a carico di Strupp, Fuchss e Dosse in ordine a reati di “violenza, maltrattamenti contro privati nemici e ostaggi, saccheggio ed incendio”.
In entrambi i casi l’anno successivo è però nuovamente chiesta l’archiviazione per “l’amplissimo lasso temporale trascorso” e, di conseguenza, per l’improbabile reperibilità degli autori materiali dei reati. Ma con la nomina a Procuratore militare di Torino di Pier Paolo Rivello e grazie soprattutto all’incontro
pressoché casuale del procuratore con l’avvocato Claudio Bottelli, ex partigiano e presidente dell’ANPI di Alassio e Laigueglia, il 16 dicembre 2001 le indagini si riaprono e Gehrard Dosse è iscritto nel registro degli imputati.[...] Il Dosse è rinviato a giudizio con l’accusa dell’omidicio di dodici persone il 12 dicembre 1944, grazie ai riscontri probatori relativi a questa strage. Ma nei confronti degli eccidi perpetrati in precedenza e in quelli successivi, come quello di Vendone del 20 gennaio 1945 o quello avvenuto nel Cimitero di Leca di Albenga il 17 marzo dello stesso anno, la mancanza di prove è di ostacolo alla procedura penale. Agli interrogatori Dosse risponde con ostruzionismo: da un lato ribadisce che non ricorda e, dall’altro, nega addirittura di essere mai stato ad Albenga.
Al processo i tre comuni di Villanova d’Albenga, Albenga e Arnasco si costituiscono parte civile (e Bottelli è uno dei tre avvocati che li rappresentano).
Dopo aver ascoltato i teste, che ricordano la messinscena delle false corti marziali presso la Feldgendarmerie di via Trieste e le atrocità commesse, il 13 dicembre 2006 il Tribunale militare di Torino condanna all’ergastolo Gerhard Dosse e la sentenza passa in giudicato il 13 aprile dell’anno successivo [...]
Giosiana Carrara, Stragi nazifasciste di civili nella provincia di Savona in Savona in guerra. Militari e vittime della provincia di Savona caduti durante il secondo conflitto mondiale (1940-’43/1943-’45), ISREC Savona, 21 gennaio 2013