lunedì 20 luglio 2026

Le formazioni GAP di Sanremo tentarono di mettersi in contatto con gli Alleati


Già una squadra GAP cittadina era stata creata in collina a Sanremo per iniziativa di Giuseppe Anselmi e di Adolfo Siffredi: essa agiva e si sviluppava sotto il comando di Aldo Baggioli ed Adriano Siffredi; ma occorreva appoggiarla e dirigerla nel quadro generale della  lotta e questo compito sarebbe spettato al C.L.N., al quale far capo.
Fu perciò che per iniziativa del Partito Comunista e di un gruppo socialista si giunse, alla metà di luglio [1944], alla costituzione del primo comitato periferico del circondario, quello di San Martino [a levante del centro urbano], composto da Oreste Manetti, sostituito quasi subito da Alfredo Rovelli, per il PCI; Mario Mascia, per i socialisti, segretario; Mario Benza, indipendente; Emilio Mascia, comandante militare, con Giovanni Siffredi, vice comandante.
Il Comitato di San Martino assunse le funzioni del Comitato Comunale e si pose subito in diretto contatto con quello di Imperia. I primi servizi essenziali per lo sviluppo della lotta entrarono nella fase organizzativa: la prima SAP del Comitato venne costituita ufficialmente con 16 elementi.
Mario MasciaL'epopea dell'esercito scalzo, Ed. ALIS, 1946, ristampa del 1975 a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia 

Nasce ben presto il primo gruppo cittadino delle SAP (sedici uomini) e nell'agosto [1944] sorge la prima sezione del PSIUP. Ciò significa che anche fuori del PCI le altre forze antifasciste iniziano ad organizzarsi ed a contribuire più incisivamente nella lotta. Nell'ottobre Donzella e Gismondi vengono arrestati, mentre Cremieux evita la cattura con la fuga. Nel frattempo il CLN di San Martino si riorganizza assumendo definitvamente funzione comunale, ufficialmente riconosciuta dal CLNP il 2 novembre 1944, e prosegue la sua dura ed efficace lotta fino alla Liberazione.
Carlo Rubaudo, Storia della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria) - Vol. II. Da giugno ad agosto 1944, edito a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, Imperia, Dominici Editore, 1992 

Oldoino Maurizio (Mauro), che salì in montagna subito dopo l'8 settembre 1943, entrò poi nella banda garibaldina di Tito [n.d.r.: Rinaldo Risso, o Tito R., in seguito vice comandante della II^ Divisione d'Assalto Garibaldi "Felice Cascione"] dove rimase dal febbraio al marzo 1944, entrerà quindi - ritornato in Sanremo - nelle formazioni GAP (2 agosto), ed infine da queste inviato in Francia per tentare di mettersi in contatto con gli Alleati, resterà tagliato fuori dai tedeschi, ed entrerà nel Maquis (nome di battaglia "Batté Leo"), dove sarà promosso sergente di un battaglione di volontari stranieri, con i quali per oltre sette mesi combatterà contro i tedeschi sul confine italiano...  Caramia Francesco (Franco) che dal primo C.L.N. Sanremese e per esso più precisamente da Salvatore Marchesi e da Adolfo [Fifo] Siffredi ebbe incarico di arruolarsi nella milizia per esperire opera di informatore e di disgregatore e che lascerà tale incarico dopo circa tre mesi per entrare direttamente alle dipendenze del CLN circondariale, per il quale dall’ottobre 1944 in poi presterà servizio di staffetta per il collegamento con Bordighera....
Giovanni StratoStoria della Resistenza Imperiese (I^ zona Liguria) - Vol. I. La Resistenza nella provincia di Imperia dalle origini a metà giugno 1944, Editrice Liguria, Savona, 1976, ristampa del 2005 a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia   

Nel frattempo Avogadro, in veste di collaboratore dell’intelligence britannica, per allacciare col Piemonte un servizio informativo alle dipendenze degli inglesi si era recato in Liguria, dove l’Arma «aveva perso molto terreno in seguito alla condotta degli ufficiali di quella Legione che in massa avevano aderito alla repubblica» <14. Riconoscendo improba l’impresa di impiantare un’organizzazione clandestina, per le sue forze e per la limitatezza delle sovvenzioni, riuscì a raggruppare una cinquantina di carabinieri nella zona tra Imperia e Sanremo, affidati alle cure del pretore di Taggia, il giudice Alessandro Savio, insieme al quale incontrò un comandante di una banda in costituzione (probabilmente Michele Silvestri “Milano”, comandante del distaccamento Gap di Verezzo, confluito poi nelle Sap di Imperia), ma i contatti con gli uomini di questo territorio furono saltuari per il resto della guerra.
Enrico Pagano, “A favore dell’Arma”. L’attività nel periodo clandestino di Rodolfo Avogadro di Vigliano, questore di Vercelli nominato dal Cln, l’impegno, a. XXXV, nuova serie, n. 2, dicembre 2015, Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nel Biellese, nel Vercellese e in Valsesia

martedì 7 luglio 2026

Il partigiano si sacrificò per salvare il comando Brigata

Pian Soprano, comune di Pornassio (IM). Foto: Mauro Marchiani

A Piaggia trovammo una staffetta del SIM con un austriaco che veniva a cercare il comando. Unimmo le sue alle nostre notizie ed esaminammo la situazione. Appena saputo che la Val Tanaro era libera erano partiti da Fontane Osvaldo [Osvaldo Contestabile] e Pablo [Ercole Pario]. Il comandante di Brigata [n.d.r.: I^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Silvano Belgrano" a quella data ancora incorporata nella II^ Divisione "Felice Cascione"] Mancen [Massimo Gismondi] era passato in Liguria poco dopo con alcune bande portandosi tra la "28" ed il mare. Osvaldo e Pablo avevano preso contatti con le giunte comunali di Mendatica, Pornassio, Cosio, Pieve di Teco con esito vario, indi, uniti ad altri elementi del comando brigata, cuochi, intendenti, armiere e SIM, erano passati per Pieve diretti a Gazzo in Val d'Arroscia per riunirsi con Mancen. 
A Pieve era avvvenuto un incidente doloroso: un garibaldino, visto un individuo vestito da partigiano che gli parve sospetto, gli intimò: "Mani in alto!". L'altro, sorpreso, si era voltato di scatto tenendo le mani in tasca ed il nostro aveva sparato. Al colpo accorsero i partigiani: il morto era un partigiano.
L'incidente dimostrava lo stato di eccitazione e di sospetto che si andava creando; dopo l'imboscata di Pieve in cui era caduto Nino Berio, ogni sconosciuto, anche se indossava i nostri abiti ed era armato, poteva essere un nemico.
Il comando sostò a Gazzo pochissimo poiché gli era giunta la notizia di un rastrellamento imminente. Senza prendere contatto con le bande in via di sistemazione né col comandante di brigata Mancen che proprio in quei giorni era giunto a Capraùna con la banda di Stalin, il gruppo di Osvaldo era ripassato nell'alta Val d'Arroscia al di qua della "28", sistemandosi a Pian Soprano presso Pornassio.
Durante la marcia era avvenuto un altro incidente: una bomba a mano greca era esplosa nello zaino di Carlo, l'armaiolo autriaco. Carlo, mortalmente ferito, era spirato poco dopo, e Rinaldo, che lo seguiva nella marcia, aveva il volto crivellato di schegge. Il ferito era stato ricoverato presso una famiglia di Pornassio. La perdita di Carlo era stata sentita da tutti: come armaiolo era insostituibile poichè, oltre ad una profonda conoscenza delle armi tedesche, aveva grande abilità nelle riparazioni con mezzi di fortuna. Si era unito a noi quando Cion [Silvio Bonfante] aveva attaccato le caserme di Diano. Era un ottimo compagno, laborioso, sobrio, intelligente ed allegro. A Vienna la madre lo attendeva. Rinaldo era il vice responsabile SIM.
Carlo aveva portato sulle spalle Simon [Carlo Farini, a quella data responsabile della I^ e della II^ Zona Operativa Liguria] malato durante tutto il periodo che era rimasto circoncondato nel bosco presso Valcona.
In quei giorni i tedeschi, che già occupavano Rezzo, si erano spinti su Pieve. Dopo lo sgombero della "28" effettuato il 4 novembre [1944], il nemico aveva continuato a presidiare il tratto Imperia-Cesio e la rotabile che, staccandosi dal colle di San Bartolomeo, per San Bernardo di Conio si univa alla carrozzabile che univa Triora con Rezzo e Pieve di Teco. 
Da San Bernardo di Conio i tedeschi si erano spinti lentamente su Rezzo ricostruendo gradatamente i ponti ed i tratti distrutti di detta carrozzabile.
Ad uno ad uno erano stati presidiati Rezzo, Lavina [frazione del comune di Rezzo], Cenova [frazione del comune di Rezzo], indi il 14 era stato occupato anche Pieve di Teco. 
Quali erano le intenzioni nemiche? Probabilmente ricostruire tutti i ponti sulla "28", onde riaprirla al traffico di retrovia. 
Avrebbe rinunciato il nemico a riattivare il tratto diretto Colle San Bartolomeo-Pieve di Teco e avrebbe continuato a dirottare per San Bernardo di Conio-Rezzo? Era probabile perché le distruzioni fatte da noi erano state radicali. 
Era possibile ai partigiani impedire o ritardare la rioccupazione della "28"? 
Purtroppo no. Il nemico intuiva la nostra presenza. Il piano di ricostruire gradatamente le opere d'arte procedendo contemporaneamente alla occupazione indicava chiaramente che i tedeschi temevano una sorpresa analoga a quella subita a Vessalico in ottobre. Erano così costretti a impiegare forze cospicue: con un forte presidio difendevano i lavori in corso mentre la rotabile ricostruita e pattugliata alle spalle garantiva l'arrivo rapido del materiale e dei rinforzi motorizzati. 
Come ci venne riferito in seguito, i tedeschi sapevano che nuclei partigiani avevano rivalicato il Mongioie portandosi in Liguria; convinti però di averci annientato in ottobre credevano trattarsi di formazioni dipendenti da Mauri. 
Il 16 i tedeschi da Pieve spingono una colonna su Ponti di Pornassio. Contrariamente al solito il nemico piomba in paese alle prime ore della notte: aveva uno scopo preciso. Il paese è ormai buio, le strade deserte. I tedeschi bussano alla prima casa del paese, entrano, perquisiscono: nulla! Proseguono allora fino all'ultima casa lungo lo stradone; entrano: lì è Rinaldo, il garibaldino ferito. Fatto prigioniero Rinaldo, verrà caricato su un carro, portato a Pieve e  ucciso. 
Mentre un gruppo di tedeschi cerca il ferito, il grosso della colonna, notando una luce che filtra da una finestra, circonda la casa. Forzata la porta, catturano Alfonso, un nostro caposquadra che Osvaldo aveva lasciato con una squadra partigiana vicino a Pornassio con l'ordine di avvertire il comando in caso di incursione nemica. Alfonso, che era chiaramente individuabile come partigiano dagli indumenti che indossava, era andato in paese a trovare la fidanzata. Il nemico però cerca una preda più importante: ad Alfonso viene intimato di guidare la colonna al Comando Brigata. 
La situazione è grave: se il prigioniero tradisce, il Comando non ha possibilità di difesa perché le armi erano state consegnate ai distaccamenti prima del rientro in Liguria; l'attacco sarà in notturna perché Pian Soprano dista da Pornassio due ore di marcia ed i partigiani non sospettano un attacco a quell'ora ed in quelle circostanze. 
Alfonso resiste alle intimazioni tedesche; il nemico tenta allora di piegarlo con percosse e torture: infine ne indebolisce la resistenza ubriacandolo di grappa: Alfonso cede e guida i tedeschi a Pian Soprano. 
Fortunatamente se nella vallata, malgrado le ripetute fucilazioni, c'erano ancora spie fasciste - e la cattura di Rinaldo lo dimostrava chiaramente - c'era anche chi lavorava per noi. Una ragazza, una nostra informatrice, intuì la situazione. Era la stessa fidanzata di Alfonso o venne da lei in qualche modo avvertita? Fu Alfonso al momento della cattura ad inviarla a Pian Soprano? Non lo so, ma la ragazza riuscì a superare la colonna nemica raggiungendo nel buio il Comando Brigata. Quando alle quattro i tedeschi, avvolti i piedi in stracci, piombarono in silenzio sul casone, i partigiani erano già scomparsi. Fallita la sorpresa Alfonso venne fucilato.
Pensai più volte al dramma di quella marcia notturna. Quali furono i pensieri, le speranze di Alfonso? Avrà sperato, tentato la fuga approfittando del buio? Avrà contato sull'aiuto dei compagni che aveva fatto in modo di avvertire? Sapeva che se l'imboscata falliva l'ira del nemico sarebbe ricaduta su di lui? Pensava che sarebbe bastato che la ragazza che correva nel buio in salita cadesse o perdesse la strada perché il Comando partigiano venisse sorpreso ed il nome di Alfonso bollato di tradimento? 
Forse nella confusione dell'attacco Alfonso sarebbe potuto fuggire, forse i tedeschi gli avrebbero salvata la vita in cambio della guida: pure il tempo impiegato da Pornassio a Pian Soprano indica chiaramente che il prigioniero rinunciò deliberatamente a barattare la propria vita con quella dei compagni, condusse il nemico fuori strada, lo guidò lentamente, impiegò un tempo più che doppio, ridusse volontariamente le proprie possibilità di salvezza per aumentare quelle dei compagni.
Dopo la fuga da Pian Soprano il gruppo del comando di Osvaldo e Pablo era scomparso. Tale era la situazione in quei giorni. 
Non era la prima volta che una banda scompariva per qualche tempo o andava dispersa. Era però la prima volta che un Comando Brigata si scindeva in quattro gruppi e che il gruppo principale spariva. 
Gino Glorio (Magnesia), Alpi Marittime 1943-45. Diario di un partigiano - II parte, Nuova Editrice Genovese, 1980, pp. 41,42,43

Il distaccamento Garbagnati con alla testa Massimo Gismondi (Mancen), comandante della I^ Brigata "Silvano Belgrano", lasciò Fontane di Frabosa Soprana (CN) il 13 novembre 1944 per ritornare in Liguria. Giunti a Pornassio, il trasferimento venne funestato dallo scoppio accidentale di una bomba a mano greca custodita nello zaino del vice responsabile del S.I.M. Rinaldo Delbecchi, che uccise Franz Mottl (Carlo), un disertore austriaco che aveva abbandonato nel mese di luglio il suo reparto per raggiungere il distaccamento di Silvio Bonfante (Cion), servendo fedelmente nei mesi che seguirono i suoi nuovi compagni.
Giorgio Caudano, I caduti della Lotta di Liberazione. I^ Zona Liguria, ed. in pr., 2020

I rastrellamenti tedeschi citati da Glorio era diretti soprattutto verso la provincia di Cuneo: vennero colpite duramente - come ha scritto Francesco Biga nel III° volume (cit. infra) della Storia della Resistenza Imperiese, Rastrellamento di Fontane, pp. 328-335 - le formazioni partigiane autonome guidate dal maggiore Enrico Martini (Mauri). Ma anche partigiani imperiesi era rimasti indietro, oltre il Colle di Nava, dati gli scaglionamenti con i quali gli uomini della Divisione "Cascione" rientrarono in Liguria, dopo avere sostato giorni proprio a Fontane come conseguenza della ritirata strategica operata in seguito allo scontro di Upega del 17 ottobre.
Adriano Maini

Arnera, capo di Stato Maggiore della I^ Brigata "Silvano Belgrano", a quel tempo ancora incorporata nella II^ Divisione, venne arrestato in Val Tanaro il 18 dicembre a seguito di un'involontaria delazione e fu fucilato a Mondovì (CN) il 27 dicembre 1944. A lui venne intitolata la IV^ Brigata della nuova Divisione "Silvio Bonfante". Si presero contatti anche con le formazioni autonome di "Mauri".
Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell'Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e della Storia Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945), Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998-1999   
 
Gli sbandati dell'Intendenza giunti in Liguria portano la notizia che Domenico Arnera (Aldo), rimasto per ultimo a Fontane, era stato catturato e fucilato dal nemico.
Francesco Biga, Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), Vol. III. La Resistenza nella provincia di Imperia da settembre a fine anno 1944IsrecIm - Milanostampa Editore, Farigliano, 1977, p. 334
 
Domenico Arnera, nato a Savona il 25 aprile 1917, aiuto disegnatore, già sottoufficiale di marina. Come molti savonesi di Villapiana, quartiere dove abita, aderisce al movimento della Resistenza. Agli inizi di luglio 1944 è tra gli organizzatori delle formazioni garibaldine liguri in Val Tanaro, comandante del Distaccamento "Bellina", dislocato a Fontane di Frabosa Soprana: è attivissimo nella raccolta di derrate alimentari, coperte ed abiti per i distaccamenti. A fine ottobre è Capo di Stato Maggiore della Brigata "Belgrano" della Divisione Garibaldi "Felice Cascione". È arrestato in Val Corsaglia il 18 dicembre 1944, a seguito di una involontaria delazione di un abitante del luogo che, vedendolo passare scortato da un tedesco armato, pare abbia commentato: "Hanno preso Aldo, il capo della Stella Rossa". In realtà Arnera, in compagnia di Fred Sutterline (disertore tedesco ancora in divisa, appena arruolatosi con i partigiani) è in viaggio verso l'ospedale di Mondovì per ricevere cure appropriate e debellare un'infezione. È condotto a Corsaglia, quindi a Mondovì Piazza e rinchiuso nelle carceri della Caserma Galliano. I tentativi dei comandi partigiani per uno scambio di prigionieri non danno l'esito sperato; Aldo viene fucilato il 27 dicembre 1944.
Decorato alla memoria di medaglia di bronzo al valor militare: "Durante un forte rastrellamento da parte del nemico, incurante del pericolo, sotto l'imperversare di un'intensa azione di fuoco, provvedeva ad occultare un ingente quantitativo di viveri evitando che cadesse in mani nemiche. Sebbene ferito, rimaneva ancora per cinque giorni al suo posto di lotta, finché sfinito di forze, veniva fatto prigioniero; sottoposto a torture e sevizie le sopportava fieramente destando l'ammirazione dello stesso avversario. Affrontava serenamente la morte senza svelare alcuna notizia". Val Corsaglia-Mondovì, 10-27 dicembre '44
Redazione, Arrivano i Partigiani, inserto "2. Le formazioni di montagna della I^ e della VI^ Zona Operativa Ligure che operavano nella provincia di Savona", I RESISTENTI, ANPI Savona, 2011 


Processi di reclutamento e inquadramento si verificano non solo nelle Langhe, ma caratterizzano tutta l'area di confine tra il Piemonte e la Liguria, territorio interessato, a partire dal novembre [1944], da intensivi rastrellamenti tedeschi che quasi contemporaneamente chiudono in una tenaglia il basso Piemonte partendo, a est, da Genova, Alessandria e Acqui e, a ovest, dal Ponente ligure e da Cuneo. Le operazioni tedesche costringono diversi gruppi a spostarsi in altre zone o province confinanti, contribuendo a generare caos tra le formazioni già in parte sbandate [...] Nel mese di novembre “Mauri” e i suoi sono costretti a rifugiarsi nella zona della VI divisione Garibaldi, non ancora colpita direttamente dai rastrellamenti. 
Giampaolo De Luca, Partigiani delle Langhe. Culture di banda e rapporti tra formazioni nella VI zona operativa piemontese, Tesi di laurea, Università degli Studi di Pisa, Anno Accademico 2012-2013

lunedì 22 giugno 2026

I fascisti rastrellano anche la zona di Terzorio

Terzorio (IM)

Continua il grande rastrellamento sul terreno della IV^ Brigata ["Elsio Guarrini" della II^ Divisione "Felice Cascione"]. Anche il famigerato capitano Ferraris con i suoi sgherri raggiunge il grosso della sua Compagnia Ordine Pubblico (O.P.) a Dolcedo, Compagnia con armamento automatico ottimo. Intanto, pare che forze tedesche, provenienti dalla Val Tanaro, partecipino anche loro al grande rastrellamento. Il 7 gennaio 1945 Vasia viene nuovamente investita e saccheggiata. I nemici raggiungono Molini di Prelà e distruggono la polveriera ubicata nella zona. Anche in Valle Argentina continua un pesante rastrellamento, mentre molti partigiani, per gli strapazzi subiti e il freddo, hanno la febbre e soffrono la sete. Sono accucciati su giacigli in casupole o piccoli antri e si lamentano. I luoghi sono insicuri. Si cerca di fare sciogliere la neve nelle gavette, ma non è facile. [...] Mentre il grande rastrellamento, come vedremo, si estende anche alla V^ Brigata "Luigi Nuvoloni", anche ad Oneglia, per opera della delatrice Maria Zucco (Donna Velata), si verifica una serie di arresti tra le forze della Resistenza [...].
Francesco Biga, (con la collaborazione di Osvaldo Contestabile), Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), Vol. IV: Da Gennaio 1945 alla Liberazione, Ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, 2005, p. 73
 
Nevicava da parecchie ore e le scarpe [di diversi partigiani della Brigata "Elsio Guarrini", in ritirata dalla zona di Pietrabruna (IM)] affondavano abbondantemente nel morbido tappeto; una fila di uomini silenziosi, nere figure che si seguivano l'un l'altro con facilità sul bianco sentiero. Ci si doveva congiungere al grosso del distaccamento per affrontare uniti il non gradito regalo che la befana ci aveva riservato. Albeggiava quando, riunitisi al completo, si affrontò la soluzione del pericoloso problema; al momento ci si appoggiò alla parete rocciosa del monte per meglio difendersi da un subitaneo pericolo proveniente dai fianchi e si vagliò con la necessaria calma le nostre limitate possibilità. L'organico del momento non superava la ventina di unità: uomini malamente equipaggiati e armati di due soli mitragliatori, in grado di sviluppare un fuoco alternato che non superava la mezz'ora, non potevano certo concedersi il lusso di affrontare le numerose formazioni impegnate nel rastrellamento, compito che la nudità del terreno sconsigliava decisamente; l'azione avrebbe determinato l'inutile distruzione del gruppo. Si accantonò, quindi, il preventivato spostamento verso i passi della Follia e di San Salvatore, probabilmente già presidiati dai reparti tedeschi; l'andare poi sul sentiero che portava a Badalucco era altrettanto sconsigliabile, per cui non restava che gettarsi a mezzo monte, nel mezzo dei boschi di castagni, cercando riparo e mimetizzazione nei nudi tronchi, a somiglianza dei camaleonti [...] La nostra attesa durò l'intera luce di quel giorno, immobili figure unite a quei tronchi nel gelo sottile che penetrava, mentre la musica rabbiosa del vento non voleva cessare. Bianche ciglia di neve si alzavano piano per seguire, sul lontano sentiero che portava a Badalucco, il lento passare dei soldati tedeschi [...]
Renato Faggian (Gaston), I Giorni della Primavera. Dai campi di addestramento in Germania alle formazioni della Resistenza Imperiese. Diario partigiano 1944-45, Ed. Cav. A. Dominici, Imperia, 1984, pp. 95,96
 
Reggi Giuseppe, «Dafne», da Vittorio e Manilla Mazzolini; n. il 26/4/1924 a Bologna; ivi residente nel 1943. Licenza elementare. Portalettere. Richiamato alle armi dalla RSI, allʼinizio del 1944, fu arruolato nel btg S. Marco e inviato in Liguria. Il 28/8/44, prima di prestare giuramento, disertò con altri 7 commilitoni, recando con sé armi e munizioni. Militò nella 5a brg della 2a div Cascione Garibaldi e operò in provincia di Imperia, con la quale prese parte a numerosi scontri con i nazifascisti.
Dopo un lungo periodo di malattia, fu aggregato al 2° btg della 4a brg Guarrini della stessa div. Riconosciuto partigiano dallʼ1/9/44 al 18/5/45.
(a cura di) Alessandro Albertazzi, Luigi Arbizzani, Nazario Sauro Onofri, Gli antifascisti, i partigiani e le vittime del fascismo nel Bolognese (1919-1945), Vol. V, Dizionario biografico R - Z (a cura di Luigi Arbizzani, Nazario Sauro Onofri, Bologna, 1998), Istituto per la storia della resistenza e della società contemporanea nella provincia di Bologna "Luciano Bergonzini", Istituto per la Storia di Bologna, Comune di Bologna, Regione Emilia Romagna, 1985-2003 
 
[...]  l’80° Grenadier Regiment iniziò il 3 gennaio 1945 i rastrellamenti anche nella zona della 4^ Brigata E. Guarrini.
Nella prima fase non vennero scoperti i partigiani perché nascosti nei casoni coperti di neve; però nella prima decade del mese i tedeschi si spostarono in altre zone e catturarono alcuni renitenti alle chiamate della Repubblica Sociale Italiana che furono trucidati. Anche il partigiano Lucio Ferlisi, caduto in mano nemica, venne fucilato il 12 gennaio. Un altro partigiano, Turiddu, si consegnò all’Ufficio Politico Investigativo fascista causando grossi problemi alla sicurezza dei partigiani imperiesi.
Durante gli scontri due tedeschi rimasero sul terreno; i partigiani li seppellirono nelle vicinanze di Costa d’Oneglia. I rastrellamenti continuarono anche nel comune di Imperia. Si parla di una donna, Maria Zucco, che veniva chiamata la donna velata per il suo coprirsi il volto al fine di non farsi riconoscere, che aveva fatto parte delle formazioni fasciste Azione Nizzarda in Francia. Giunta nella provincia di Imperia dopo il 15 agosto 1944, spacciandosi per una patriota, fece catturare alcuni partigiani tra cui Adolfo Stenca.
Nelle carceri di Oneglia il 14 gennaio 1945 venne fatto l’appello dei catturati che dovevano essere fucilati; il primo a essere chiamato fu Paolo De Marchi.
L’olocausto della 4^ Brigata E. Guarrini continuò; nei giorni dall’11 al 16 gennaio caddero: Pasquale Nisco, Francesco Vernaleone, Carlo Gatti, Antonio Dagnino, Settimio Raimondi, Giovanni Cortese, Rino Guglieri e Adolfo Capovani. Il 17 i fascisti effettuarono un altro rastrellamento, durante il quale morirono Carlo Montagna, comandante della 4^ Brigata, Angelo Perrone e Sebastiano Acquarone. Nei dintorni di Tavole molti casolari furono dati alle fiamme e alcuni civili vennero arrestati. Il 25 fu catturato, quasi al completo, il 10° Distaccamento Walter Berio. Nello Bruno e Vittorio Aliprandi, rispettivamente comandante e commissario della Brigata, si suicidarono per non cadere nelle mani del nemico.
In seguito alla scomparsa dei due tedeschi, della cui sorte il comando germanico non sapeva nulla, il comando annunciava che, se non si fosse provveduto alla loro liberazione, venti ribelli sarebbero stati fucilati. Successivamente i nazisti vennero a conoscenza della morte dei due soldati e mandarono perciò davanti al loro Tribunale militare venti antifascisti: Guglielmo Bosco, Francesco Garelli, Ettore Ardigò, Orlando Noschese, Giorgio Cipolla, Santo Manodi, Medardo Bertelli, Giobatta Ansaldo, Paolo De Marchi, Adolfo Stenca, Carlo Delle Piane, Vincenzo Varalla, Giacomo Favale, Luigi Guarreschi, Giuseppe De Lauro, Doriano Carletti, Ernesto Deri, Adler Brancaleoni, Biagio Giordano, Matteo Cavallero.
Riconosciuta la loro colpevolezza, il Tribunale pronunciò la sentenza di morte che venne eseguita, per alcuni di loro, il 31 gennaio 1945.
Dai documenti risulta che altri furono fucilati nei giorni successivi e in luoghi diversi [...]
Redazione, Adler Brancaleoni, Le pietre raccontano, Comune di Cinisello Balsamo (MI)

Il 24 gennaio i fascisti rastrellano la vallata di Montegrazie ed anche la zona di Terzorio dove purtroppo viene catturato il partigiano Renato Giusti (Baffino); sorpreso in un fienile (per causa di spie) dove solevano dormire dei partigiani è portato al comando tedesco di Santo Stefano al Mare (Villa Dea). Strada facendo è percosso duramente con il calcio del fucile. Gli viene intimato di rivelare il luogo dove si nascondono i suoi compagni altrimenti non avrebbe più visto la moglie e il figlio. Accompagnato per diversi giorni nelle località notoriamente consciute come frequantate dai partigiani non ottengono da lui nessuna informazione. Successivamente è trasferito a Sanremo (Villa Fiorentina) dove subisce ulteriori torture. Da quel momento non si è saputo più niente. Quando furono recuperate cinque salme irriconoscibili probabilmente tra queste c'era anche quella di "Baffino".
Francesco Biga (con la collaborazione di Osvaldo Contestabile), Storia della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria), Vol. IV. Da Gennaio 1945 alla Liberazione, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, Grafiche Amadeo, 2005, p. 149
 
Le nostre azioni purtroppo al momento erano in forte ribasso. Sorprese fatali accadevano di continuo, triste bilancio che l'inverno esigeva. Anche Baffino [Renato Giusti], in transito per Terzorio, all'alba del famoso mattino [24 gennaio 1945] era stato catturato nell'operazione congiunta effettuata nei due paesi della valle; quasi irriconoscibile per le percosse e sevizie subite, era stato portato da militi repubblicani, seduto sopra una sedia, come un trofeo per le vie di Pompeiana, triste sfilata di un uomo giunto alla fine del suo percorso.
Renato Faggian (Gaston), Op. cit. 

martedì 16 giugno 2026

Alle ore 15 pomeridiane i primi reparti di nazifascisti hanno lasciato Badalucco diretti verso Taggia

Tra Badalucco (a monte) e Taggia (a valle)

3 gennaio 1945
- Dal comando della IV^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Elsio Guarrini" della II^ Divisione "Felice Cascione", prot. n° 46, ai Battaglioni dipendenti: Trasmissione dell'ordine di sorvegliare attentamente la zona di appartenenza. Ricordati i doveri del capopattuglia. Consiglio di continuare l'addestramento all'uso delle armi ed alla guerriglia. Raccomandazione di fornire precise informazioni militari sulle formazioni nemiche.

5 gennaio 1945 - Dal comando della IV^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Elsio Guarrini" della II^ Divisione "Felice Cascione" al comando della II^ Divisione ed al Comando Operativo della I^ Zona Liguria - Si rendeva noto l'arrivo a Taggia (IM) di bersaglieri che dovevano effettuare rastrellamenti a Sanremo, Ceriana e Valle Argentina. Continuavano i lavori difensivi del nemico sul litorale e lungo la Valle Argentina.
6 gennaio 1945 - Dalla Sezione S.I.M. [Servizio Informazioni Militari] della V^ Brigata "Luigi Nuvoloni" della II^ Divisione "Felice Cascione", prot. n° 253, al comando della II^ Divisione "Felice Cascione" e p.c. al comando della V^ Brigata - Informazioni militari: "Oggi forze nazifasciste hanno effettuato un rastrellamento a Badalucco. Si calcola siano stati impiegati per detto rastrellamento più di Cinquecento uomini, i quali hanno occupato il paese con manovra avvolgente, provenienti da Molini di Triora, Diano Marina ed Imperia valicando Passo Veina, S. Remo, Ceriana seguendo la via del Passo S. Bernardo.
I nazifascisti hanno bruciato quasi tutte le case di campagna che hanno incontrato sul loro cammino. Le forze provenienti da Molini, arrivate al ponte rotto di Montalto che era ancora notte, cercarono della casa di Fedè (Recapito della Divisione). Verso le ore 9.30 i nazifascisti sono entrati in Badalucco dove sono andati di casa in casa cercando munizioni. È stata bruciata una casa dove è stato trovato un moschetto, un'altra  dove è stata trovata della munizione ed è stata fatta saltare... Tre individui borghesi sorpresi per la via sono stati vilmente trucidati. Alle ore 15 pomeridiane i primi reparti di nazifascisti hanno lasciato Badalucco diretti verso Taggia. In questo primo gruppo ho contato 160 uomini. 4 gruppi di 25 o 30 uomini, i rimasti, lasciavano il paese, diretti, parte verso Taggia, parte verso Carpasio e parte verso Molini di Triora. Questi ultimi sono stati attaccati da squadre di Garibaldini della V Brigata. Durante tale attacco i repubblichini perdevano un mortaio da 81 mm. Alle ore 16.30 una pattuglia composta di 7 uomini, gli ultimi rimasti, lasciava Badalucco e si congiungeva con un gruppo di 50 uomini che attendevano subito fuori il paese.
Al detto dei fascisti che hanno preso parte all'azione, dovevano circondare Badalucco sino dalle 5 del mattino. Tutto ciò è fallito perché al passo di Veina hanno smarrito la strada.
Si è notato che la forza adoperata per questo rastrellamento era composta in massima parte da fascisti e repubblichini, quasi tutti liguri e dei paesi a noi vicini. Pochi erano i tedeschi. Il responsabile S.I.M. di BRIGATA (Brunero) [Franco Bianchi]"
7 gennaio 1945 - Dalla Sezione S.I.M. [Servizio Informazioni Militari] di Fondo Valle della II^ Divisione "Felice Cascione" al comando della II^ Divisione - Si avvertiva di un prossimo rastrellamento ad opera della compagnia O.P. del capitano Ferrari di concerto con tedeschi di stanza a Taggia (IM) o nella Val Tanaro. "I 100 uomini della O.P. [della GNR, Guardia Nazionale Repubblicana della RSI] hanno morale alto e sono forniti di armamento automatico. Ad un milite è stato chiesto il motivo per cui osavano avventurarsi in così  pochi in zone infide: la risposta è stata che potevano per l'appunto contare sul supporto di forze tedesche".
da documenti IsrecIm in Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell'Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e della Storia Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945), Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998-1999
 
Sarti Oriano, da Otello e Maria Cremesani; n. il 14/ 4/1923 a Bologna; ivi residente nel 1943. Abilitazione magistrale. Insegnante elementare. Richiamato alle armi dalla RSI, non si presentò. Arrestato nel marzo 1944, si arruolò nellʼarma del genio della RSI per evitare la condanna per renitenza alla leva. Trasferito a Taggia (IM), nel giugno 1944 disertò, militò nel 3° btg della 5a brg Nuvoloni della 2ª divisione Cascione Garibaldi e operò in provincia di Imperia. Il 5/1/45 fu catturato dai tedeschi con altri partigiani. Dopo lunga detenzione nelle carceri di Taggia, Alassio (SV), Mantova e S. Michele Extra (VR), fu deportato in Germania. Riconosciuto partigiano dal 15/6/44 al 30/4/45.
(a cura di) Alessandro Albertazzi, Luigi Arbizzani, Nazario Sauro Onofri, Gli antifascisti, i partigiani e le vittime del fascismo nel Bolognese (1919-1945), Vol. V, Dizionario biografico R - Z, Istituto per la storia della resistenza e della società contemporanea nella provincia di Bologna "Luciano Bergonzini", Istituto per la Storia di Bologna, Comune di Bologna, Regione Emilia Romagna, 1985-2003  

martedì 2 giugno 2026

Pigna è perduta dai partigiani



Abbiamo visto come, preceduti da tre giorni di cannoneggiamenti, reparti tedeschi provenienti da Isolabona, Saorge e Briga, l'8 ottobre 1944 avessero costretto i reparti garibalbini nella zona di Pigna a ripiegare sotto la minaccia di accerchiamento.
Riassumendo: il rastrellamento continua incalzante. Il distaccamento di «Barba» arretra dal monte Vetta. Una pattuglia del 5° distaccamento, armata di due fucili mitragliatori, è inviata in direzione di Castelvittorio per accertare lo stato delle cose, i movimenti nemici e appoggiare eventuali formazioni che già combattono.
La zona che si estende dal confine francese a Pigna e che scende a Castelvittorio-Buggio-Carmo Langan, alle ore 22 non è più sotto il controllo garibaldino; della situazione viene informato con un messaggio anche il 3° battaglione della IV brigata e l'8° distaccamento di «Gori» della V brigata, ritornato nella zona di Beusi a monte di Taggia.
Dopo monte Vetta è perduto il passo Muratone; il distaccamento comando della V brigata è obbligato a indietreggiare da Carmo Langan e a ritirarsi su Triora. Il Comando brigata si prefigge, nell'eventualità di una ritirata, di seguire la direttrice Triora-Piaggia per raggiungere il Comando divisione.
Il distaccamento di «Moscone» che si trovava a Cima Marta per proteggere Pigna dal lato di Briga e che, esaurito il suo compito, attendeva ordini precisi, alle 11 del giorno 9 è messo in allarme dalle vedette; una colonna tedesca sale da Briga, il distaccamento si mette in postazione e l'attacca con raffiche di mitraglia per rallentare la marcia e permettere alla colonna dei muli diretta a Bregalla di guadagnare terreno e mettersi al riparo. Gli acquazzoni si susseguono incessanti per tutta la giornata e i garibaldini sono bagnati fino alle ossa; camminano stanchi e taciturni
[...] la I^ brigata pone vigilanza alla strada che da Collardente porta alla galleria del Garezzo ove sono in perlustrazione pattuglie avanzate tedesche.
Il distaccamento di Gino Napolitano (Gino) che, dopo essersi trovato in grave difficoltà, da sud-ovest del monte Ceppo si era già portato a Carmo-Langan e poi a Buggio, riesce a riordinarsi a Triora insieme agli altri reparti.
Nei giorni 10 e 11 la calma si ristabilisce. Il nemico sembra avere subito una battuta d'arresto; sembra stia ordinando le fila, preparando nuovi piani d'attacco.
Le perdite sono gravi, molti gli sbandati e le armi perdute.
Durante questa tregua il distaccamento di «Gino» ritorna a Langan con lo scopo di proteggere il ripiegamento della formazione partigiana da un eventuale pericolo di sorpresa.
[...] Il lavoro dei commissari, provvisoriamente interrotto viene riattivato a Triora; si curano i migliori elementi per poi darli affidati ai tre battaglioni della brigata in via di ricostruzione. In questo precario periodo di vita della V^ brigata i garibaldini hanno dimostrato grande compattezza e massimo coordinamento coi Comandi; ciò verrà confermato nei giorni successivi con l'ulteriore spostamento a Piaggia [Frazione di Briga Alta (CN)], poi a Carnino e indi a Fontane in Piemonte.
Sul ripiegamento ordinato della V brigata, il garibaldino Giulio Manasero (Lulù) racconta: « ... Con l'attacco tedesco a Pigna, non potendo resistere al nemico, i distaccamenti della V brigata riuscirono a ripiegare con ordine, ma questo avvenne anche grazie all'impianto telefonico che ero riuscito a costruire con tenacia e pazienza. Messomi al lavoro dopo l'occupazione di Pigna da parte dei partigiani, avvenuta negli ultimi giorni di agosto, mi misi a collegare con linee telefoniche tutti i distaccamenti della V brigata dislocati su un largo territorio che si prolungava fino a Langan. Con la mia esperienza, costruii un centralino, smontando e selezionando i pezzi di vari apparecchi da campo già in dotazione all'esercito, abbandonati da settembre 1943 nelle varie casematte situate in montagna, come quelle di Margheria dei Boschi, di Muratone, di Lega. Il centralino venne innestato alla ex linea pubblica già dalla "Società dei telefoni e telegrafi", così Langan, Pigna, Marta, Baiardo, Molini di Triora e Badalucco vennero collegati tramite questo ingegnoso lavoro che svolse per un mese un servizio efficiente e, come ho detto all'inizio, fu un prezioso elemento, anche per la salvezza di tutti i distaccamenti nel corso del rastrellamento. Inviati gli ultimi messaggi, con i Tedeschi nelle vicinanze, mi incaricai di distruggere tutti gli impianti...».
Intanto il distaccamento di «Franco» raggiunge Piaggia assieme ad una quindicina di garibaldini di «Leo».
Da Ventimiglia giunge notizia che i tedeschi stanno risalendo la valle del Roja in forze, lasciando sulla costa solo elementi della Marina, mentre a Oneglia pattuglie formate da nazisti e brigate nere partono per perlustrare le strade che danno accesso alle vallate.
La situazione diviene nuovamente critica.
I Tedeschi, distruggendo e incendiando case e fienili per la campagna, compaiono nei dintorni di Triora e la banda locale di Molini si sbanda.
Anche la IV brigata si prepara al peggio: il 7° distaccamento di «Veloce» si tiene pronto a partire per spostarsi sotto monte Ceppo sperando di venirsi a trovare alle spalle dello schieramento nemico, qualora questi operasse verso sud in valle Argentina; nella notte sotto il monte giungono garibaldini sbandati del distaccamento di «Gino» attaccato in mattinata a Langan. Molini è investita da colonne di nazifascisti che riprendono l'offensiva il mattino del 13.
Le prime raffiche prolungate si odono di fronte all'accampamento del distaccamento «Moscone»; colonne di fumo s'innalzano dai tetti delle case di campagna in località Goletta, il nemico dà fuoco a tutto quello che scorge, compresa la casa ove era stato il Comando della V brigata.
Il distaccamento riesce a prendere posizione sul monte Castagna e a rimanervi per quattro ore. Al tramonto, ricevuto l'ordine da «Vittò» di spostarsi, dopo una marcia notturna sotto lo scrosciare incessante della pioggia e per sentieri invisibili ed infangati, raggiunge il paese di Piaggia sul fare dell'alba. I Tedeschi avevano annunciato il loro arrivo a Triora con una breve sparatoria su Langan, dopo aver attraversato il bosco di Tenarda; come abbiamo accennato, incendiati i casoni della Goletta, scendono per i castagneti di Mauta e giunti in località La Besta non proseguono sulla via maestra ma deviano per una scorciatoia che porta alla Noce, indizio evidente che qualche conoscitore dei luoghi li stava guidando.
Giunti nel luogo detto Casin sparano al campanile del capoluogo, come avviso del loro arrivo.
Ondate di soldati tedeschi si susseguono per tutta la giornata. Si fermano nel paese occupando le case private Tamagni, Capponi, Bonfanti, Ausiello, Costa, Moraldo, ecc. L'artiglieria sosta sotto i portici dell'asilo e dell'ospedale; ivi sostano pure le cucine della truppa, mentre la sanità viene si ternata in casa di Lina Novaro (La Baracca) ed i cavalli nella scuderia del «Casermone».
Intanto tutta la V brigata è in ripiegamento verso Piaggia. Avviene in modo ordinato e con calma. Al tramonto del 13 tutti i distaccamenti sono nella zona in attesa di una sistemazione provvisoria. In due giorni la formazione viene riorganizzata con gli effettivi rimasti in efficienza comprendente 350 garibaldini. Mancano ancora i distaccamenti di «Gino» che, rimasto tagliato fuori, riuscirà in seguito a raggiungere Piaggia attraverso il passo della Mezzaluna e la galleria del Garezzo, scansando le colonne nemiche, e l'8° distaccamento di «Gori», in posizione avanzata a Beusi, a monte di Taggia, ove rimarrà per tutto il mese appoggiato a levante dal 3° battaglione di «Artù» della IV brigata
«...il Comando partigiano è sempre a Piaggia; all'intorno sui passi, nei casoni, sulle cime, ancora distaccamenti e pattuglie. Pioggia, fango, umido, nevischio; lento stillicidio dei giorni, la neve è appena sulle cime, l'inverno avanza minaccioso. Il giorno 13 mattino s'ode distinto il rombo del cannone. La V brigata è ancora attaccata; riuscirà ancora a tenere? La domanda ansiosa fa tremare il cuore.
"Osvaldo" [Osvaldo Contestabile] era stato nominato commissario della V e il 5 di ottobre aveva salutato quelli della I brigata prima di lasciarli e rivoltosi al garibaldino Gino Glorio (Magnesia) aveva detto: "Vuoi venire con me? Andiamo verso il fronte, saremo i primi ad essere liberati". "Osvaldo" era partito con la sua pesante coperta sulle spalle... sarebbe stato mai più rivisto?
"Abbiamo ricevuto dal Comando tedesco una specie di ultimatum. Se ci impegnamo a non attaccare ulteriormente i collegamenti tra il fronte e le retrovie, se lasciamo libere le strade, il nemico s'impegna a non molestarci, in caso contrario comincerà il rastrellamento (vedi precedente capitolo: "La battaglia di Pigna")": così il commissario "Osvaldo" [n.d.r.: Osvaldo Contestabile] scriveva al Comando della "Cascione" [n.d.r.: a quella data ancora l'unica divisione della I^ Zona Liguria]. La risposta dei garibaldini è netta e decisa: se i Tedeschi sono disposti a lasciare la Liguria, le azioni di disturbo cesseranno, finchè rimarranno sulla nostra terra sarà nostro diritto e dovere attaccarli ad oltranza. Le formazioni partigiane sono cosapevoli di essere più deboli, che il nemico non minaccia invano, può sgominarle, forse per sempre, ma nulla le piegherà a trattare; la sfida sanguinosa è lanciata, se ne sopporteranno le estreme conseguenze.
Il nemico attacca, ritira le truppe dal fronte e le lancia contro di noi, ritira gli alpini scelti, le artiglierie da montagna e rovescia una valanga di fuoco sulle posizioni della V^. I nostri ripiegano, attendono che il bombardamento si plachi, più veloci tornano in linea e attendono a piè fermo il nemico che sale all'attacco. Più volte il tedesco è respinto; poi riesce a infiltrarsi, la prima linea cede, Pigna è perduta. La V ^ripiega su monte Ceppo, Langan, Cima Marta a copertura di Triora.
L'attacco nemico prosegue; ancora artiglierie, bombardamenti, assalti, ancora i nostri senza cannoni e trincee lasciano le posizioni durante il fuoco per tornarvi subito dopo; ancora tre volte il nemico è ributtato con perdite sanguinose; ora, però, il rombo del cannone è troppo vicino e frequente.
A sera giungono i primi sbandati sotto la pioggia che cade insistentemente. Chi ha una coperta, con quella si ripara dall'acqua, alcuni hanno anche lo zaino, altri hanno tutto perduto, scendono dal Frontè, camminano da ore tra la neve ed il fango. Nella notte il Comando divisionale è pieno di garibaldini della V; sono infangati, bagnati, sfiniti, il morale però è alto, forse più alto di quello dei partigiani della I; già, si è sempre sollevati quando si esce da un rastrellamento, si sfugge da un pericolo, si arriva in una zona controllata dai nostri.
"Ciao, 'Magnesia', come vedi sono tornato... però è andata male". Era 'Osvaldo', il commissario della V con la coperta a tracolla. "Petroni", un uomo di "Umberto" racconta le ultime fasi di vita di una banda: il rastrellamento di San Romolo, la scomparsa del capitano "Umberto": "Ora sono con la V, ce ne sono anche altri... No, 'Marcello' non è con noi, è andato in missione verso San Remo ed è scomparso".
Nella stanza c'è un brusio continuo, partigiani arrivano e ripartono, vengono a cercare un compagno, una banda perduta, chiedono notizie, informazioni, si fermano un po' e poi escono a cercare un fienile. Raccontano i particolari della lotta: il nemico molto superiore aveva attaccato di sorpresa approfittando della nebbia.
Cima di Marta era andata perduta e poi, dopo breve e violenta lotta, la disfatta. Certi distaccamenti sono stati tagliati fuori e si ignora la loro sorte, altri hanno perduto i capi, altri si sono sfasciati.
Alcuni, i più, hanno conservato le armi, la compattezza e ripiegano ordinati; hanno ricevuto l'ordine di fermarsi perchè Pigna si va congestionando. Sono indicati loro i luoghi dove accamparsi.
Rapidi e febbrili fervono a Piaggia i preparativi; gli sbandati vengono nutriti, riequipaggiati secondo le possibilità, inquadrati nuovamente; i distaccamenti meno provati sono nuovamente in postazione per rinforzare lo schieramento della I che protegge l'alta val Tanaro dal lato est contro minacce provenienti da Pieve e da Garessio; la V terrà il fronte sud-ovest: Tanarello-Frontè.
Pattuglie partono in tutte le direzioni per segnalare il nemico e prevenire sorprese. Triora, Langan, Molini sono di nuovo occupati dal tedesco che chiedeva con insistenza: "Dov'è Piaggia? Dov'è il Comando?".
La minaccia si aggrava, i documenti vengono nascosti, l'ospedale di Valcona è sciolto; tutti quelli in grado di camminare vengono rimandati in formazione.
Verrà tentata una resistenza ad oltranza. Ogni ora giungono staffette, notizie, comandanti per discutere; si organizza una riserva al centro, si destinano i comandi; il comandante, il commissario e il capo di Stato maggiore della brigata assumeranno la guida dei tre battaglioni, si fanno previsioni sulle direttive di attacco, tutto pare calcolato; c'è però una cosa che si saprà in seguito e che i comandanti sanno: che mancano le munizioni.
Il punto debole della guerra partigiana sono ancora e sempre le munizioni. Per la guerriglia e l'imboscata necessitano pochi colpi: una raffica e tutto è fatto. Per la resistenza, invece no, per tenere una posizione oltre alle armi occorrono i colpi e le armi della I brigata hanno già sparato a Cesio e a Vessalico ... Piaggia è l'ultimo tentativo di apporre al nemico uno schieramento, di tenere una posizione.
I garibaldini non conoscono la reale situazione, il Comando sa e medita. Le possibilità sono varie: sgombrare subito e portarsi in un'altra zona; ma quale? Nessuna presenta garanzie di sicurezza e il nemico avrebbe attaccato ugualmente dirigendo nella nuova direzione le forze ammassate.
In tal caso, la zona di Piaggia, data la scarsità di carrozzabili, sembra la migliore.
Resistere od evacuare durante il rastellamento? L'ultima ipotesi sottrarrebbe le forze partigiane all'attacco nemico, obbligherebbe quest'ultimo a ricominciare da capo tutti i preparativi concedendo così una sosta valutabile a circa un mese.
La difficoltà sta nella scelta della direzione di marcia, nella impossibilità di aver notizie recenti e precise sui movimenti nemici, nella difficoltà di mantenere rapidi collegamenti con i distaccamenti durante la marcia.
Per evitare un sicuro sbandamento che potrebbe, dato l'avvicinarsi dell'inverno e la conseguente demoralizzazione, avere conseguenze più gravi del solito, si decide per la resistenza. Sabato 14 di ottobre: una colonna tedesca di forza imprecisata raggiunge Ormea, è l'inizio; i feriti di Piaggia vengono in fretta evacuati verso Upega, il piano di resistenza contro l'attacco da due direzioni entra in azione, due distaccamenti partono per intercettare il nemico a Ponte di Nava.
L'ansia è nel cuore di tutti.
La giornata di domenica 15, dopo tanta pioggia, è finalmente serena; tutto è tranquillo, silenzioso; si stenta a credere che il rastrellamento sia già iniziato; il cuore, inconsciamente, si apre di speranza ...
Purtroppo la speranza dura poco tempo. Il nemico prosegue il grande rastrellamento iniziato a Pigna il 5 di ottobre. Il giorno 17 a Upega [Frazione di Briga Alta (CN)] sorprende il Comando della II divisione "Felice Cascione".
Cadono valorosi comandanti partigiani. La V^ brigata "L. Nuvoloni", con la I^ "S. Belgrano", attraverso il passo del Bocchin d'Aseo (Mongioje) si ritira a Fontane (CN), in Piemonte.
Rientrerà nei primi giorni di novembre in Liguria per riprendere la lotta, che condurrà dura e ininterotta fino alla Liberazione.
Osvaldo Contestabile, La Libera Repubblica di Pigna, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia, 1985

lunedì 1 giugno 2026

Davanti e dietro c'erano altri partigiani

Camporosso (IM): la spiaggia in prossimità della casa della famiglia Guglielmi

La mia famiglia abitava ai Piani di Camporosso, a poca distanza dal mare, nel piccolo gruppo di case che noi chiamavamo “Tribù”.  Mio padre era pescatore e, come tutti i pescatori abitanti in riva al mare, era anche contrabbandiere. Prima dello scoppio della guerra eravamo arrivati alla casa dei nonni alla Tribù da Beausoleil, dove i miei vivevano come emigrati degli anni ‘30. Nel 1935 mio padre si arruolò volontario per la guerra di Etiopia. Nella sua attività di contrabbandiere credo che diverse volte trasportasse oltre frontiera anche degli ebrei allora perseguitati e in fuga verso altri paesi. Una volta lo sentii parlare con la mamma di “brava gente che scappava”. Forse nacque così il suo antifascismo [...] Mio fratello Nino accompagnava già nostro padre nei viaggi in Francia per contrabbando, quando venne arruolato, ironia della sorte, nella Guardia Confinaria e inviato proprio a Beausoleil. Spesse volte, anche senza permesso, ritornava a casa in bicicletta per brevi visite. L’8 settembre 1943 lo colse a Beausoleil. Tutto il reparto come tutto il Corpo d’Armata Italiano si sfaldò. Nino ricevette vestiti borghesi dal clero della chiesa di St. Charles di Beausoleil, che lo aiutarono anche nella fuga verso l’Italia. Nei giorni seguenti ero a Ventimiglia, che era nel marasma generale e sul lungo Roia notai tre uomini nel greto del fiume che procedevano verso la foce portando in spalla fasci di canne. Uno di questi mi fissò e con impercettibile gesto della mano mi fece segno di allontanarmi: era Nino. Ritornai a casa e avvisai mio padre dell’accaduto. Quella sera mio padre non chiuse la porta di casa. A notte arrivò mio fratello.
A causa delle continue visite della polizia che avrebbe potuto facilmente scoprire il disertore, Nino si rifugiò in località Marcora sopra Isolabona, in un casone di campagna adibito a ricovero degli attrezzi agricoli di una vigna di un nostro conoscente. Per qualche settimana periodicamente andavo in Marcora a portare generi alimentari e biancheria a mio fratello. Credo che altri si fossero uniti a lui perché una volta mi chiese di portare più pane. Un giorno, lasciata la bicicletta ai margini della carrozzabile, mi inoltrai a piedi per il sentiero che conduceva al rifugio di mio fratello. Mi accorsi di essere seguita, cambiai strada ritornando verso il paese. Un uomo mi si avvicinò: era un signore nostro vicino di casa che conoscevo bene, perché frequentava anche la nostra casa; chiedeva sempre di mio fratello. Capii allora la sua insistente curiosità. Era armato e mi puntò la pistola alla faccia chiedendomi di condurlo da mio fratello. Ebbi la forza di mentire dicendo che non sapevo dove fosse. Mi credette, ma mio fratello dovette fuggire di nuovo. Con mio padre ci trasferimmo a Vallecrosia Alta, perché la costa era sovente bombardata dal mare, dai cannoni di Monte Agel, e mitragliata dagli aerei. Nel gennaio del 1944 morì mia madre e mio fratello Nino [Alberto Guglielmi] non fu presente al funerale. Sparito. 
Dalla primavera del 1944 mio fratello iniziò a fare qualche furtiva visita nottetempo. Confabulava con mio padre, poi spariva di nuovo. Diverse volte con mio padre ritornavamo alla casa al mare e a volte papà partiva per raggiungere la Francia con la barca. La cantina a volte era piena di merci le più varie, una volta persino dei datteri. Credo a settembre del ‘44, Nino una notte portò a casa, a Vallecrosia Alta, una radio e la nascose nell’armadio a muro nell’ultima stanza. Si apprestava a sparire un’altra volta. Mi accusò di non aver chiuso bene le porte. Non era vero, ero certa di aver chiuso bene tutte le porte, ma Nino mi disse che XY, un nostro parente, era entrato in casa e l’aveva sorpreso mentre usava la radio.
Aumentarono per tutto il 1944 le nostre visite alla casa sulla costa. Accompagnavo mio padre con in braccio mio fratellino Bruno per rendere più facile il passaggio al posto di blocco all’altezza della caserma Bevilacqua. Sorpassavamo di lato la sbarra e i tedeschi e i fascisti di guardia ci salutavano dalla guardiola. A volte trascinavamo il carretto con sopra le ceste dei fiori. A Vallecrosia Alta coltivavamo un piccola piantagione di garofani. Molte volte tra i garofani mio padre nascondeva casse che nottetempo erano sbarcate sulla costa. [...] papà nascose in un altro nascondiglio la radio. Venne la polizia: gli agenti rovistarono dappertutto, ma fu facile dire che non sapevamo niente della radio e che non sapevamo dove Nino fosse fuggito.
Compresi che quando era in previsione uno sbarco pernottavamo al mare a dispetto dei cannoneggiamenti da Monte Agel e al mattino ritornavamo ripetendo la manfrina delle ceste dei garofani invenduti al mercato. Da quei giorni nella cantina della casa al mare furono custodite anche strane casse.
Sono certa che sbarcarono o si imbarcarono anche altri soldati alleati. In particolare ricordo che prima di Natale del  1944 una notte riapparve Nino accompagnato da un uomo alto, biondo come uno svedese e con due baffoni. Erano appena sbarcati dalla barca, perché i pantaloni erano bagnati, e avevano anche diverse casse che nascosero in cantina e che vennero recuperate nei giorni successivi dagli amici di Nino: Achille [Achille "Andrea" Lamberti], Lotti e altri. Ancora a notte partirono per Negi [Frazione del comune di Perinaldo].
La notte della Epifania  riapparve mio fratello Nino con “Mimmo” (Domenico Dònesi) e un ufficiale inglese [n.d.r.: il capitano Robert Bentley, del SOE, incaricato di assumere il compito di ufficiale di collegamento tra gli alleati ed i partigiani della I^ Zona Liguria] bagnato fradicio. Era evidentemente appena sbarcato. Sistemarono delle casse in cantina poi si incamminarono di nuovo.
 

Vallecrosia al Mare (IM): centro storico di Vallecrosia Alta

L’indomani, di buona ora con mio padre e mio fratellino Bruno ci incamminammo per Vallecrosia Alta. Era una strana carovana che procedeva dalla costa verso la collina di Santa Croce fino all’attuale via Orazio Raimondo. Io, mio padre con mio fratellino sulle spalle e un carretto con delle ceste di fiori, all’interno delle quali forse era nascosta una radio ricetrasmittente o celate altre casse, procedemmo  lungo la via provinciale per passare il posto di blocco. Elio Bregliano, Mimmo, Nino, il capitano inglese Bentley e Mac il marconista marciavano lungo il versante della collina, nascosti tra i pini e sotto i pergolati delle coltivazioni di verde ornamentale proprio dietro la caserma Bevilacqua lungo il sentiero del Nespolo. Davanti e dietro c'erano altri partigiani. All’altezza del cimitero di Vallecrosia incontrammo Achille e Lotti che avevano fatto da staffetta e portato un po’ di pane. Arrivò anche Eraldo Fullone con un carro e una mula per caricare le ceste di fiori.
[...] Nino, Mimmo, Elio e gli inglesi procedettero fino a Soldano con Lotti, Achille e Eraldo, che li precedevano di vedetta contro eventuali incontri di tedeschi.
Il 10 gennaio 1945 nella chiesa parrocchiale venne officiata la S. Messa dell’anniversario della morte di mia madre. A cerimonia appena iniziata apparve Nino, si sedette qualche banco davanti a me. Dal mio posto ad un tratto vidi una donna che era dietro di lui e che non riconobbi, toccare lievemente Nino sulla schiena. Come fosse un segnale convenuto senza voltarsi mio fratello si alzò e si allontanò confondendosi tra la gente. Fu l’ultima volta che vidi mio fratello.
Emilia Guglielmi in Giuseppe "Mac" FiorucciGruppo Sbarchi Vallecrosia, Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia <Comune di Vallecrosia (IM) - Provincia di Imperia - Associazione Culturale "Il Ponte" di Vallecrosia (IM)>,  2007

Della Missione Kahnemann faceva parte anche Alberto Nino Guglielmi.
Raggiunti gli alleati, Domenico Mimmo Dònesi e Nino furono ingaggiati dai servizi inglesi, sottoposti ad un breve addestramento e preparati alla missione di invio dell’ufficiale di collegamento presso i partigiani della I^ Zona Operativa Liguria, il capitano Robert Bentley, del SOE  britannico. Intorno a Natale Nino fu inviato a preparare lo sbarco di Bentley, che avvenne il 6 gennaio 1945, sempre sulla spiaggia di Vallecrosia. Di questa missione faceva parte anche Dònesi. Capacchioni era già in attesa in zona.
appunti inediti di Giuseppe Mac Fiorucci, per Op. cit.
 
Ad ogni modo presi contatto con Leo [Stefano Carabalona], che era appunto appena sbarcato in Francia in quel tempo, e poi con Kahnemann (Nuccia), il quale era pure passato a Nizza e mi posi immediatamente al lavoro. Tonino [Antonio Capacchioni], Mimmo [Domenico Dònesi] e Nino [Alberto Guglielmi] mi furono di grande ausilio durante la fase preparatoria. Le difficoltà di una traversata erano grandissime… decidemmo di inviare Nino perché preparasse il terreno… Nino venne tagliato fuori… Decidemmo di inviare Tonino... Alle 17.30 completammo l'operazione e raggiungemmo Vignai [Frazione di Baiardo (IM)]. Lì incontrai il sergente Henry Harris dell'USAAF che era stato con il maggiore Campbell... Più tardi scoprii che il sergente Harris era stato chiamato da Curto per controllarci ed essere sicuro che fossimo inglesi e non delle spie...    
Robert Bentley in Mario Mascia, L’epopea dell’esercito scalzo, Ed. ALIS, 1946, ristampa del 1975 a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia
 
[...] Comando alleato il quale, accogliendo le proposte avanzate dal Comando della “Felice Cascione”, organizzò una sede di appoggio per rifornimenti in una villa di Cap-Ferrat provvista anche di un alloggiamento coperto per un motoscafo, col quale numerosi furono i viaggi in mare per portare rifornimenti, armi e piani strategici.
Gli alleati compresero l’importanza di questa iniziativa e concordarono l’invio in Italia di un ufficiale inglese con un collaboratore dotato di una potente radio trasmittente. La notte del 6 gennaio 1945 tutto il gruppo Kahnemann [n.d.r.: ma non "Nuccia" che rimase in Francia per poi andare a Roma] ed il capitano Bentley partirono via mare per Vallecrosia. Due giorni dopo Bentley era al comando della “Felice Cascione” dove, in permanente contatto col Comando alleato, nell’ultima parte del periodo resistenziale, si realizzò una piena collaborazione strategica degli alleati e delle formazioni partigiane.  
Domenico Mimmo Donesi in Giuseppe Mac Fiorucci, Op. cit. 

sabato 16 maggio 2026

I sanmarchini a Poggi si preparavano a raggiungere i partigiani

Poggi, Frazione di Imperia. Foto: Jk4u59. Fonte: Wikipedia

Si raggiunse [un gruppo di militi della repubblichina San Marco] Imperia, che aveva subito un bombardamento nelle prime ore del mattino; sotto i nostri occhi, evidenti i segni dei danni subiti, incendi non ancora spenti, automezzi ribaltati, cavalli uccisi trascinati sui marciapiedi, e un frenetico andarevieni di persone in un vociare confuso e caotico. Qualche chilometro ancora, e giunti nelle vicinanze della nuova base, si voltarono le spalle al mare per inerpicarsi su una stretta e ripida stradina di montagna che si snodava con un susseguirsi di curve fra ampie gradinate di ulivi; il fondo, duro e sassoso era percorso da piccole fenditure che l'attraversavano irregolarmente, rigagnolo nei rari giorni di pioggia. Il caldo si faceva sentire, ed il Majerling, che sembrava aumentare di peso col passar delle ore, mi faceva sudare abbondantemente; cominciavo a rimpiangere la brezza del mare, visibile solo a tratti attraverso i varchi delle coltivazioni e le ampie superfici di ulivi, nota preminente del nuovo paesaggio. La stanchezza ormai, per il lungo percorso effettuato, era accusata da tutti, e solo i frammentari commenti sulla nuova destinazione servivano a distoglierne il pensiero; si andava a Poggi a rimpiazzare una formazione di Brigata Nera di stanza nel piccolo paese abbarbicato sulle alture che cingono Porto Maurizio. Un ultimo sforzo e, alla fine della salita, sopra uno spiazzo situato all'inizio del paese, la postazione, una vecchia e robusta casa con piccole finestre, provviste di inferriate; il fabbricato era inoltre protetto da un solido muro di cinta, opportunamente adattato per una postazione di mitragliatrice, che dominava la strada d'accesso alla borgata; alle spalle, un notevole dislivello permetteva facilmente di controllare la campagna circostante. Il luogo era completamente deserto, imprudentemente la postazione era stata sguarnita all'alba, senza attendere la nostra venuta; non rimase che stabilire la dislocazione delle sentinelle e distendere finalmente i giovani ma stanchi corpi in accoglienti brande.
Si era tornati indietro nel tempo, non più rumori di treni ed automezzi, né di aerei che scendevano sibilando a bassa quota; un silenzio patriarcale avvolgeva ogni cosa, debole qualche voce femminile filtrava fra gli ulivi, o lo scalpitio di un mulo che transitava carico di fieno, ma il tutto attenuato, quasi a non disturbare un mondo da sempre uguale. Il paese era piccolo e all'apparenza disabitato, ombrose e strette viuzze, quasi soffocate dalle vecchie costruzioni in roccia, le persiane socchiuse ad ogni ora del giorno; unico segno di vita riscontrabile, il raro passaggio di qualche donna o ragazzo, che volutamente ci evitavano, atteggiamenti che acuivano in noi il senso di isolamento, recepito fin dal primo giorno di arrivo. 
Il comando aveva ripetutamente fatta presente la necessità di uscire dalla base, perlomeno a piccoli gruppi, sorvegliando con molta attenzione le persone che si incontravano; il nostro iniziale atteggiamento, piuttosto allegro ed imprudente, doveva essere messo decisamente da parte, il pericolo lo si poteva trovare ad ogni angolo di strada; ma la maggior parte di noi non voleva subire quell'atmosfera di netto distacco in un paese della propria terra, forse la presenza del sergente tedesco, aggregato al nostro contingente in qualità di «camerata», maggiormente acuiva in noi il desiderio di avvicinarci agli abitanti del luogo; ma le finestre, in cui per un attimo si intravvedeva un volto, continuavano a chiudersi immediate e silenziose al nostro avvicinarci. Alla fontana poi, situata in prossimità della postazione, cui dovevamo recarci giornalmente per il normale fabbisogno d'acqua potabile, il nostro arrivo causava una generale ed affrettata partenza, magari con i recipienti riempiti a metà, e nel tempo necessario al nostro rifornimento nessuno si accostava. Ma un giorno, arrivando silenziosi, si colsero di sorpresa due ragzze che, superata la momentanea incertezza, cercarono disinvoltamente di affrettare la partenza; il peso però che tenevo sullo stomaco da parecchi giorni mi indusse a bloccarle, nell'intento di riuscire a chiarire uno stato di fatto per noi insopportabile. La domanda che espressi fu esplicita e precisa: «Perchè la popolazione è così scostante nei nostri riguardi? Il nostro comportamento non intende creare noie ad alcuno, e tantomeno far del male. Non dimentichiamo inoltre di essere cittadini dello stesso paese». La risposta che seguì fu chiara e coraggiosa: la nostra venuta era stata preventivamente illustrata dal reparto che ci aveva preceduti, qualificati come soldati pericolosi e disposti a qualsiasi violenza, addestrati dai tedeschi a quel preciso scopo, e non solo i ribelli, ma anche i civili, avrebbero fatto bene a girarci al largo; il fatto poi di essere armati come i tedeschi, e accompagnati da loro ufficiali e sottufficiali, avvalorava a loro giudizio l'esattezza dell'avvertimento. Fissai la ragazza che mi aveva risposto, e con un sorriso misto a malinconia le chiesi: «Tu credi ch'io sia capace di comportarmi a questo modo? Rifletti e guardami prima di rispondere». Una breve pausa, uno sguardo intenso, «Credo di no, ne sono convinta», e si allontanò con l'amica, non senza averci inviato un ultimo sorriso. Il conoscere la predisposizione dei civili ad un clima di tensione contro il nostro reparto, cosa volutamente creata dalla Brigata Nera, ci amareggiò, anche perchè la composizione di quel corpo non godeva presso di noi di alcuna stima. 
Passarono alcuni giorni. Sottili dubbi e nascoste incertezze riaffiorarono, acquistando una dimensione più ampia; si parlava cautamente in un'alternanza di stati d'animo, dove ansia ed attesa erano presenti. Il particolare modo in cui improvvisamente ci si era trovati a vivere, dopo le movimentate precedenti vicissitudini, favoriva la riflessione; la noia di giorni sempre uguali, occupati esclusivamente nell'espletamento dei turni di guardia, e la mancata conoscenza di prospettive future ci portavano a sentirci archi tesi in procinto di essere vibrati, e intanto i pensieri correvano, rendendo visibile la possibilità di una vita diversa, dapprima avvertita indistintamente, ora concreta e possibile. 
Si approssimava la fine di agosto, si era al ventotto, e uno stato d'animo di particolare emotività mi aveva preso; il giorno dopo, infatti, raggiungevo il mitico traguardo dei vent'anni, e pensare alla ricorrenza, ai piccoli doni e alle affettuosità di solito espresse dai familiari mi causava una strana malinconia; mi sentivo intrattabile e litigioso, e nel cercare uno sbocco alla tensione che avvertivo approfittai dell'unica possibilità a disposizione, recarmi in paese.
[...] Prudenza e paura non erano certo presenti nel locale poveramente arredato con vecchi tavoli e sedie impagliate, l'ambiente godeva di una nomea pericolosa, partigiani e repubblicani casualmente incontratisi si erano divertiti a spararsi reciprocamente e si diceva ci fosse cascato il morto; le stesse voci inoltre affermavano che le sorelle erano in contatto con i ribelli, e questo era vero. Oddo, l'unico paesano rimastomi vicino, era entrato nel locale e, avvicinatosi, con cautela mi avvertì che qualcosa stava maturando, Giorgio mi attendeva per aggiornarmi sulla situazione, prudente il comportarsi con un atteggiamento normale. 
Il tramonto allungava ormai le ombre delle case sulla piazzetta antistante l'osteria. In breve raggiunsi il caposaldo, dove apparentemente le cose scorrevano nella normalità, ma all'osservatore prevenuto non sfuggiva la velata inquietudine che già passava nell'ambiente, malgrado i soliti discorsi che contribuivano in qualche modo a presentare una situazione di piena regolarità. Giorgio, vistomi arrivare, mi aveva preso in disparte, iniziando una conversazione fittizia, e appena gli fu possibile, con poche e sintetiche parole mi aggiornò: i tempi erano stati bruciati e ad evitare pericolosi contrattempi il tutto era deciso per quella notte; la quasi totalità delle adesioni dava un senso di sicurezza pur considerando la pericolosità dell'azione, unici a non essere stati avvertiti, il tenente Zangiacomi, il sergente tedesco, e il più giovane di noi, un volontario. La fuga verso la libertà aveva dunque valide premesse per riuscire. Le ombre della notte avevano aggiunto un tono di misterioso fascino all'atmosfera del caposaldo, in silenzio e guardandoci con dosata indifferenza si consumò l'ultima cena offertaci dalla cucina tedesca, qualche parola ancora, qualche saluto, a cui seguì il consueto ritiro nelle brande. Anche il tenente, ufficiale piuttosto grassoccio, dotato di buona flemma e di buoni occhiali, all'apparenza più intellettuale che soldato, si apprestava a ritirarsi in una stanza a lui riservata nella casa di fronte alla postazione della mitragliatrice, al di là della strada. 
Ormai il silenzio copriva l'intera guarnigione; la luna, filtrando dalle inferriate, indicava confusamente figure di soldati addormentati e corpi inquieti nella ricerca di un riposo che faticava a venire.
Renato Faggian (Gaston), I Giorni della Primavera. Dai campi di addestramento in Germania alle formazioni della Resistenza Imperiese. Diario partigiano 1944-45, Ed. Cav. A. Dominici, Imperia, 1984, pp. 35-40