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venerdì 6 gennaio 2023

Disertori della Wehrmacht tra i partigiani dell'Imperiese

Dolceacqua (IM)

Almeno 170 garibaldini internazionali entrarono a far parte delle due divisioni Garibaldi «F. Cascione» e «S. Bonfante»; parecchi persero la vita sulla nostra terra, per la liberazione dell'Italia, e per contribuire alla liberazione della loro Patria vicina o lontana. Fra questi, più della metà furono sovietici, che raggiunsero le formazioni partigiane imperiesi con vero slancio, con la piena consapevolezza di un dovere da compiere verso la propria Patria, indimenticabile ed indimenticata, per condurre a migliaia di chilometri di distanza una titanica lotta contro il nemico comune.
Quelli con cui si riuscì, con grandi difficoltà, a stabilire il contatto, appena poterono fuggirono senza esitare un solo istante, con decisione e fermezza, mettendo a rischio la vita pur di raggiungere le formazioni. Già nel maggio del 1944 si era sentito parlare di prigionieri sovietici e polacchi nella I Zona Liguria che, inquadrati nella Wehrmacht, erano adibiti alla costruzione di fortificazioni lungo la costa. Mal nutriti, malmessi e bastonati o puniti con la morte, erano inavvicinabili da coloro che, con simpatia, avrebbero voluto dar loro un pezzo di pane.
Francesco Biga, Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), Vol. III. Da settembre a fine anno 1944, a cura dell'Amministrazione Provinciale di Imperia e con il patrocinio dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, Milanostampa Editore - Farigliano, 1977
 
Il contributo dei disertori della Wehrmacht alla Resistenza, segnatamente a quella della I^ Zona Liguria, è argomento degno di nota. Si trattava di uomini di nazionalità russa, polacca, serba ed austriaca, anche se non mancarono tedeschi che spesso si autodefinirono austriaci. I soldati di origine slava erano presenti in quasi tutti i presidi montani dell'esercito tedesco, soprattutto in Val Roia ed in Val Nervia. Furono numerosi, infatti, a Briga Marittima, San Dalmazzo di Tenda, Pigna, Isolabona, Dolceacqua, Carmo Langan, Perinaldo. I soldati non tedeschi dovevano in genere adempiere a compiti meno bellici, quali accudire i cavalli, numerosi soprattutto nei presidi germanici in Val Nervia, occuparsi della ricostruzione dei ponti distrutti affiancando i civili, condurre, spesso privi di scorta, carriaggi carichi di materiale.
Russi, serbi, polacchi, arruolati nella Wehrmacht, venivano sovente inviati in prima linea e, se accennavano a ritirarsi, divenivano oggetto di colpi di armi da fuoco degli altri soldati tedeschi.
Furono spesso, poi, questi soldati allogeni gli ultimi a lasciare l'imperiese, come nel caso di Apricale, dove di 18 soldati rimasti a presidiare il paese il solo di nazionalità tedesca era il maresciallo che li comandava.
Le diserzioni di soldati dell'Europa orientale, inquadrati nell'esercito tedesco, che si erano verificate già nel 1944, si intensificarono a gennaio e febbraio 1945, allorché diversi contingenti contattarono i garibaldini per trattare il loro passaggio nelle file della Resistenza, ma fu durante gli ultimi giorni di marzo  ed i primi giorni di aprile che si registrò un netto aumento di arrivi tra i partigiani di disertori dell'esercito tedesco.
Fatta eccezione per rari casi, come quello dei due soldati olandesi che indicarono ai tedeschi un nascondiglio di armi dei partigiani o quello dell'infermiere "Antonio", che guidò i suoi (ex) commilitoni nella strage della zona di Testico del 15 aprile 1945, i soldati di nazionalità non tedesca che entrarono nelle formazioni della I^ zona Liguria parteciparono con onore alle azioni di guerriglia. Molti di loro perirono in combattimento e spesso, per le difficoltà di comprensione della lingua, di loro rimase solo una scarsa traccia anagrafica, come per il russo "Gospar" fucilato con altri 3 garibaldini italiani il 19 gennaio 1945 in una frazione di Albenga o dell'altro russo "Androschi", il quale, catturato, fu capace di non rivelare nulla ai tedeschi.
Questi disertori della Wehrmacht erano in maggioranza di nazionalità russa o polacca. I comandi partigiani, per metterli maggiormente a loro agio, li inserirono in genere in formazioni in cui si trovavano già loro connazionali: poteva così accadere, come nel caso del V° Distaccamento "Felice Paglieri" del II° Battaglione "G.B. Rodi" della IV^ Brigata "Elsio Guarrini" della II^ Divisione "Felice Cascione", che su 38 garibaldini 6 fossero dei russi.
Si verificarono anche episodi poco bellici, come nel caso del maturo russo "Miscia", il quale chiese al comando della I^ Brigata di essere trasferito in altro Distaccamento perché mal sopportava gli scherzi dei suoi compagni più giovani.
Al termine della guerra, giunto il momento di rientrare nei rispettivi paesi di origine, molti garibaldini dell'Europa orientale chiesero ai comandi partigiani il rilascio di certificati che attestassero la loro partecipazione alla lotta partigiana in Italia.
Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell’Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945) - Tomo I, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998-1999

La vallata di Apricale

Nel novembre 1943 una dozzina di ex-prigionieri jugoslavi, capitanati dall’ufficiale Ilija Radović, si aggregò alla Brigata Valcasotto: lavoravano con le squadre di guastatori e logistici e nell’ambiente partigiano vennero presto denominati “legione straniera”. “Sono gentiluomini e godono, come i partigiani, della simpatia della popolazione”, scrisse nelle sue memorie don Emidio Ferraris, parroco di Pamparato. Della “legione straniera” si perdono poi le tracce nella documentazione, probabilmente a seguito dello sbandamento della brigata dopo la tragica battaglia della Valcasotto del marzo 1944. Il gruppo riappare però in scena nove mesi dopo, nel corso di un rastrellamento dei nazisti nella vicina Val Corsaglia.
Ma nelle valli di basso Piemonte e ponente ligure, i nomi di partigiani provenienti da oltre Adriatico e passati per Garessio affiorano un po’ ovunque, spesso a fianco di altri nomi francesi, polacchi, tedeschi, sovietici.
Alfredo Sasso, Lo stesso destino: resistenza internazionale, civile e partigiana tra Val Tanaro e Jugoslavia, OBCT, 24 aprile 2020  

Uno scorcio di Alpi Marittime

Un episodio significativo era stata la ricerca di tre ufficiali jugoslavi prigionieri, evasi dal campo di concentramento di Garessio e rifugiatisi sul Monte Galero, saltuariamente soccorsi da Rina Bianchi di Nasino [in provincia di Savona, Val Pennavaira]. Pippo Arimondo con alcuni albenganesi... coronavano la ricerca, aggregando i tre slavi Milan R. Milutinovic (Mille), Obren L. Savic (Vincenzo) e Mihajlo Kavagenic (Michele o Dabo) al distaccamento ribelle. I tre jugoslavi combatteranno con i partigiani fino alla fine del conflitto. Arimondo (Pippo) nel gennaio 1944 scendeva ad Alassio per organizzare, come detto, il trasporto di armi e di munizioni. Nella sosta di alcuni giorni in Riviera incontrava in una casa privata di via Diaz, assieme a Virgilio Stalla, Angelo Martino e Giovanni Sibelli, il dirigente comunista Giancarlo Pajetta (Nullo o Mare), ispettore militare in viaggio lungo la costa ligure per coordinare le prime squadre partigiane comuniste, le Stelle Rosse. Avuto l'assenso per la disponibilità degli armamenti, Pippo ritornava ad Alto per riferire l'esito della missione. A quel punto Viveri (Umberto) e il comando partigiano rimandavano Pippo ad Alassio... Nel frattempo da Alto arrivava la tragica notizia della morte di Felice Cascione e la conseguente dispersione dei garibaldini verso il Piemonte.
Francesco Biga e Ferruccio Iebole (a cura di Vittorio Detassis), Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), Vol. V, Ed. Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia, 2016

L'avvicinamento a Vessalico è compiuto all'indomani [8 ottobre 1944] alle 6 antimeridiane [...] Attuato da Cion (Silvio Bonfante) un lancio di manifestini invitanti alla resa gli Slavi e gli Austriaci presenti nel presidio - desiderosi di disertare - e inviata la ragazza Domenica Delfino per persuaderli a farlo veramente, viene sferrato un attacco violentissimo.
Francesco Biga, Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), Vol. III. Da settembre a fine anno 1944, a cura dell'Amministrazione Provinciale di Imperia e con il patrocinio dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, Milanostampa Editore - Farigliano, 1977

Fontane, Frazione di Frabosa Soprana (CN)

Il distaccamento Garbagnati con alla testa Massimo Gismondi (Mancen), comandante della I^ Brigata "Silvano Belgrano", lasciò Fontane di Frabosa Soprana (CN) il 13 novembre 1944 per ritornare in Liguria. Giunti a Pornassio, il trasferimento venne funestato dallo scoppio accidentale di una bomba a mano greca custodita nello zaino del vice responsabile del S.I.M. Rinaldo Delbecchi, che uccise Franz Mottl (Carlo), un disertore austriaco che aveva abbandonato nel mese di luglio il suo reparto per raggiungere il distaccamento di Silvio Bonfante (Cion), servendo fedelmente nei mesi che seguirono i suoi nuovi compagni.
[...] Il 24 novembre 1944 tre di questi vennero fucilati in località San Giacomo a Sanremo e gli altri al Poggio di Sanremo. Tra i caduti del Poggio ci fu anche una vittima rimasta ignota: potrebbe trattarsi di Jean Bertrand, disertore alsaziano giunto a Pigna nel settembre 1944 durante l’esperienza della repubblica partigiana insieme alla missione alleata composta, tra gli altri, dai capitani Long e Morton, questi un giornalista canadese, Bertrand abbandonato al proprio destino dagli altri che, attraverso strade diverse, raggiunsero la Francia ormai liberata.
[...] Domenico Arnera (Aldo), a fine ottobre è capo di Stato Maggiore della Brigata “Belgrano” della Divisione Garibaldi “Felice Cascione”, rifugiata a Fontane dopo il grande rastrellamento di ottobre. E' arrestato a Corsaglia il 18 dicembre 1944, a seguito di una involontaria delazione di un abitante del luogo che, vedendolo passare scortato da un tedesco armato, pare abbia commentato: “Hanno preso Aldo,il capo della Stella Rossa”. In realtà Arnera, in compagnia di Fred Sutterline (disertore tedesco ancora in divisa, appena arruolatosi con i partigiani) era in viaggio verso l'ospedale di Mondovì per ricevere cure appropriate e debellare un'infezione. Condotto a Corsaglia, quindi a Mondovì Piazza venne rinchiuso nelle carceri della caserma Galliano e fucilato il 27 dicembre 1944.
[...] Su indicazione di una spia il mattino del 31 dicembre un centinaio di tedeschi proveniente da Pieve di Teco investirono la zona. Alcuni garibaldini sfuggirono al rastrellamento, altri (tra cui tre austiaci disertori) caddero prigionieri. Menini riuscì a far fuggire due suoi uomini, esponendosi all'arresto. Portati al comando di Pieve di Teco vennero riconosciuti come partigiani. Dopo tre giorni di percosse e un processo farsa in cui confessò di essere un partigiano, venne emessa per lui e per altri tre partigiani della II^ Brigata d'Assalto Sambolino della Divisione Garibaldi “Gin Bevilacqua” operante nella II^ Zona Liguria, G.B. Valdora, Ezio Badano e Lorenzo Cracco, la sentenza di morte.
Giorgio Caudano, Gli eroi sono tutti giovani e belli. I caduti della Lotta di Liberazione. I^ Zona Liguria, ed. in pr., 2020

[ n.d.r.: tra le pubblicazioni di Giorgio Caudano: Marco Cassini e Giorgio Caudano, Bordighera al tempo di Bicknell e Monet, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2021; Giorgio Caudano, L'immagine ritrovata. Ventimiglia e dintorni nei dipinti dell'Ottocento e primo Novecento, Alzani Editore, 2021; (a cura di) Paolo Veziano con il contributo di Giorgio Caudano e di Graziano Mamone, La libera Repubblica di Pigna. Parentesi di democrazia (29 agosto 1944-8 ottobre 1944), Comune di Pigna, IsrecIm, Fusta Editore, 2020; Giorgio Caudano, Dal Mare alla Trincea... memorie di uomini, BB Europa, Cuneo, 2019; Silvia Alborno, Gisella Merello, Marco Farotto, Marco Cassini, Giorgio Caudano, Franck Vigliani, curatori della mostra Claude Monet, ritorno in Riviera, catalogo a cura di Aldo Herlaut, Silvana Editoriale, Milano 2019; La Magnifica Invenzione. I pionieri della fotografia in Val Nervia 1865-1925, a cura di Marco Cassini e Giorgio Caudano, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2016; Giorgio Caudano, Pigna. Storia di un paese, ed. in pr., 2016  ]
 
Domenico Arnera, nato a Savona il 25 aprile 1917, aiuto disegnatore, già sottoufficiale di marina. Come molti savonesi di Villapiana, quartiere dove abita, aderisce al movimento della Resistenza. Agli inizi di luglio 1944 è tra gli organizzatori delle formazioni garibaldine liguri in Val Tanaro, comandante del Distaccamento "Bellina", dislocato a Fontane di Frabosa Soprana: è attivissimo nella raccolta di derrate alimentari, coperte ed abiti per i distaccamenti. A fine ottobre è Capo di Stato Maggiore della Brigata "Belgrano" della Divisione Garibaldi "Felice Cascione". È arrestato in Val Corsaglia il 18 dicembre 1944, a seguito di una involontaria delazione di un abitante del luogo che, vedendolo passare scortato da un tedesco armato, pare abbia commentato: "Hanno preso Aldo, il capo della Stella Rossa". In realtà Arnera, in compagnia di Fred Sutterline (disertore tedesco ancora in divisa, appena arruolatosi con i partigiani) è in viaggio verso l'ospedale di Mondovì per ricevere cure appropriate e debellare un'infezione. È condotto a Corsaglia, quindi a Mondovì Piazza e rinchiuso nelle carceri della Caserma Galliano. I tentativi dei comandi partigiani per uno scambio di prigionieri non danno l'esito sperato; Aldo viene fucilato il 27 dicembre 1944.
Decorato alla memoria di medaglia di bronzo al valor militare: "Durante un forte rastrellamento da parte del nemico, incurante del pericolo, sotto l'imperversare di un'intensa azione di fuoco, provvedeva ad occultare un ingente quantitativo di viveri evitando che cadesse in mani nemiche. Sebbene ferito, rimaneva ancora per cinque giorni al suo posto di lotta, finché sfinito di forze, veniva fatto prigioniero; sottoposto a torture e sevizie le sopportava fieramente destando l'ammirazione dello stesso avversario. Affrontava serenamente la morte senza svelare alcuna notizia". Val Corsaglia-Mondovì, 10-27 dicembre '44
Redazione, Arrivano i Partigiani, inserto "2. Le formazioni di montagna della I^ e della VI^ Zona Operativa Ligure che operavano nella provincia di Savona", I RESISTENTI, ANPI Savona, 2011 


Arnera, capo di Stato Maggiore della I^ Brigata "Silvano Belgrano", a quel tempo ancora incorporata nella II^ Divisione, venne arrestato in Val Tanaro il 18 dicembre 1944 a seguito di un'involontaria delazione e fu fucilato a Mondovì (CN) il 27 dicembre 1944. A lui venne intitolata la IV^ Brigata della nuova Divisione "Silvio Bonfante".
Si presero contatti anche con le formazioni autonome di "Mauri".
Rocco Fava, Op. cit.

Sascia (Ada Pilastri) racconta:
«Ultimi di novembre [1944]. La I Brigata è tornata da poco da Fontane [Frazione di Frabosa Soprana in provincia di Cuneo], dove si era spostata durante il rastrellamento di Upega. Il problema dei rifornimenti diventa sempre più difficile: saremo costretti a mandare una parte degli uomini a casa. Tentiamo un ultimo espediente: una spedizione con i muli nella zona di Fontane per poter raccogliere dei viveri [...] C'è già parecchia neve. I muli si ricongiungono con noi a Falcone ove momentaneamente si trova il comando. Prima di entrare nell'abitato incontriamo un distaccamento di russi da Menini, un nostro eroico compagno ucciso in seguito dai nazisti. Tre russi armati vennero con noi. Andiamo avanti di pattuglia avanzata [...]»
Mario Mascia, L'Epopea dell'Esercito Scalzo, Ed. ALIS, 1946, ristampa del 1975 a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia  

Un scorcio di Val Roia

31 gennaio 1945 - Dalla Sezione SIM Fondo Valle della II^ Divisione "Felice Cascione" all'Ufficio informazioni e spionaggio della I^ Zona Operativa Liguria - Segnalava che "[...] il morale delle truppe tedesche è bassissimo: moltissimi quelli che si spacciano per austriaci. Molti i polacchi che piangono, pensando che avendo servito il nemico non potranno più ritornare in patria".
31 gennaio 1945 - Da "Laios" al comando della V^ Brigata "Luigi Nuvoloni" della II^ Divisione Garibaldi "Felice Cascione" - Informava che a Briga [n.d.r.: La Brigue, Alpes-Maritimes, Vallée de la Roya. In tutta la zona di confine, in particolare attraverso la Val Roia, proprio in quel periodo si intensificarono gli sforzi per fare penetrare agenti francesi] si trovavano 30-40 tedeschi, 50 russi ed alcuni militari della RSI e che "Natalin della Gamba" aveva riferito che i russi di Briga gli avevano chiesto l'ubicazione delle forze partigiane, "pregandolo di aiutarli a scappare per raggiungere la zona partigiana".
16 febbraio 1945 - Dal comando del I° Battaglione "Mario Bini" della V^ Brigata, prot. n° 45, al comando della V^ Brigata  e al comando della II^ Divisione - Comunicava...  che a Briga Marittima erano stanziati circa 100 uomini tra tedeschi e russi, oltre a 40 genieri della RSI; che sempre da Briga erano fuggiti una ventina di soldati, in prevalenza russi, ricercati dai tedeschi; che Tenda era stata bombardata da aerei alleati, che avevano causato la morte anche di 2 ufficiali; che Fontan, Saorge, Forte Tirion e San Michele  [Frazione di Olivetta San Michele (IM)] erano occupati da tedeschi, che Breil, Libri, Piena e Olivetta [il borgo principale di Olivetta San Michele] erano terra di nessuno.
17 febbraio 1945 - Dalla Sezione SIM [Servizio Informazioni Militari] della V^ Brigata, prot. n° 289, al comando della I^ Zona Operativa Liguria - Comunicava che "... a Pigna il presidio è composto da 200 uomini, in prevalenza russi, polacchi e sloveni..."
20 febbraio 1945 - Dalla Sezione SIM del II° Battaglione "Marco Dino Rossi", prot. n° 4, al comando della V^ Brigata "Luigi Nuvoloni" della II^ Divisione Garibaldi "Felice Cascione" - Comunicava che "a Briga si trovano 40 tedeschi, 40 soldati repubblichini, 100 militari russi e slavi, i quali ultimi sono disarmati e adibiti alla cura dei cavalli. Da Briga partono alcune pattuglie dirette a Sanson, da dove controllano la linea telefonica Pigna-Briga ora interrotta [...]"
26 febbraio 1945 - Dal comando della Divisione "Silvio Bonfante", prot. n° 138, al comando della I^ Zona Operativa Liguria - [...] segnalava che si avevano speranze di fare passare nelle fila partigiane un contingente di polacchi sin lì al servizio dei nazisti
23 marzo 1945 - Dal comando della II^ Brigata "Nino Berio" [comandante "Gino" Giovanni Fossati] della Divisione "Silvio Bonfante" al comando della Divisione "Silvio Bonfante" - Comunicava che alcuni soldati serbi avrebbero forse abbandonato il servizio prestato ai tedeschi e cercato di salire in montagna per unirsi ai garibaldini. Riferiva che anche soldati repubblichini di stanza nella caserma Crespi di Imperia avrebbero presto potuto raggiungere i partigiani.
24 marzo 1945 - Dalla Sezione SIM della Divisione "Silvio Bonfante", prot. n° 109, al comando della Divisione "Silvio Bonfante" - Riferiva che ad Ortovero (SV) si trovavano un ufficiale, 5 sottufficiali e 54 militari nemici, oltre a 40 cavalli e 15 carri e che da Nava giungevano una volta a settimana a Pontedassio (IM) circa 10 carri che, dopo un pernottamento, ripartivano per il Piemonte con viveri procurati sulla costa, formando una colonna priva di scorta, mentre gli uomini addetti a quel trasporto erano quasi tutti polacchi, serbi, sloveni, russi.
2 aprile 1945 - Da "K. 20" alla Sezione SIM della VI^ Divisione "Silvio Bonfante" - Comunicava che [...] nella casa di capitan "Paella" [il fascista Attilio Calvo] vi erano alcuni soldati slavi con 2 cavalli e 5 muli addetti al trasporto di mortai e munizioni
6 aprile 1945 - Dalla Sezione [responsabile "Brunero" Francesco Bianchi] S.I.M. della V^ Brigata, prot. n° 373, al Comando Operativo della I^ Zona Liguria ed al comando della II^ Divisione "Felice Cascione" - Segnalava che [...] stavano continuando da parte di una ventina di tedeschi e di una decina di polacchi i lavori di ricostruzione dei ponti della Valle Argentina
15 aprile 1945 - Da "Biscio" alla Sezione SIM della VI^ Divisione "Silvio Bonfante" - Comunicava che il traffico sulla strada n° 28 era limitato; che a Pieve di Teco il presidio tedesco era ridotto a 100 giovani soldati dell'aviazione e a circa 80 uomini, in gran parte russi, addetti ai carriaggi [...]
17 aprile 1945 - Dal Distaccamento di "Franco" al comando della II^ Divisione "Felice Cascione" - Comunicava che negli ultimi 2 giorni erano arrivati al Distaccamento come volontari 4 russi e 3 slavi... che sembrava certo che il fronte si fosse spostato verso Fontan, Breil-sur-Roya e zone limitrofe...
18 aprile 1945 - Dall'informatore "Max" [Massimo Porre] al comando della II^ Divisione "Felice Cascione" - Comunicava che da Briga [La Brigue, Val Roia] erano arrivati dai garibaldini 7 prigionieri russi, di cui 4 armati di ta-pum, i quali, con l'aiuto come interprete di "Andrey" avevano riferito che non c'erano più SS nella zona Briga-San Dalmazzo-Tenda e che i tedeschi avevano terrore dei partigiani al punto che avrebbero voluto compiere una resa alle truppe inglesi. Segnalava, poi, [...] che alcuni tedeschi erano saliti a Cima Marta a cercare 8 soldati russi evasi il 17 aprile da Briga [La Brigue, Val Roia]... che alcuni prigionieri serbi sostenevano che sul fronte italiano i tedeschi stavano mandando in prima linea i loro prigionieri russi e slavi facendo fuoco su di loro se recalcitranti o in procinto di darsi prigionieri agli alleati; che 5 militari slavi erano appena giunti tra i partigiani.
24 aprile 1945 - Dal comando [comandante "Fragola Doria" Armando Izzo] della V^ Brigata "Luigi Nuvoloni" della II^ Divisione "Felice Cascione", prot. n° 225, al comando [comandante "Vittò/Ivano" Giuseppe Vittorio Guglielmo] della II^ Divisione - Comunicava che [...] ad Apricale la Wermacht aveva ancora 18 uomini, tutti polacchi e russi, tranne il maresciallo, tedesco
28 aprile 1945 - Dal comando [comandante "Gino", Giovanni Fossati - commissario "Athos", Pellegrino Caregnato - vice commissario "Tino", Agostino Salvo - capo di Stato Maggiore "Sirio", Antonio Di Stefano] della II^ Brigata "Nino Berio" della VI^ Divisione "Silvio Bonfante" al comando della VI^ Divisione - Comunicava che tre partigiani di origine slava, Obren L. Savic (Vincenzo), Milan R. Milutinovic (Mille), Mihail V. Kovacevic (Daba), avevano chiesto il riconoscimento di avere militato, dopo avere disertato dalle file tedesche, nelle formazioni garibaldine, precisando che "possiamo attestare che corrisponde a verità quanto risulta nella copia della dichiarazione".da documenti IsrecIm in Rocco Fava, Op. cit. - Tomo II

Agostini Annibale: nato a Genova il 13 maggio 1911, agente in servizio presso la Squadra Antiribelli della Questura di Imperia
Interrogatorio del 10.10.1945: [...] Ammetto di aver preso parte al rastrellamento avvenuto a gennaio u.s. in Villatalla ove furono catturati 9 partigiani e due capi banda si suicidarono per non cadere nelle nostre mani. Tale rastrellamento venne effettuato su indicazioni fornite da un partigiano a nome Ferrero il quale ci accompagnò sul posto. I 9 partigiani catturati nella predetta azione erano 7 italiani e due russi. Gli italiani furono consegnati alla Questura e nei verbali vennero indicati come prigionieri dei partigiani da noi liberati, in quanto appartenenti all’esercito repubblicano. Seppi in seguito che cinque dei fermati vennero uccisi dai tedeschi per rappresaglia come da manifesti affissi sui muri della città. Non sapevo che anche i due russi vennero fucilati dai tedeschi. Dall’esame degli atti della questura sarà possibile accertare che cercai di salvare i predetti facendoli figurare come elementi prelevati e tenuti prigionieri dai partigiani.
Leonardo Sandri, Processo ai fascisti: una documentazione, Vol. 9 - Liguria: Imperia - Savona - La Spezia,  StreetLib, Milano, 2019 

Il 31 gennaio 1945 due colonne militari congiunte di tedeschi e italiani (approssimativamente 200 militari) risalirono all'alba le colline, scontrandosi con un gruppo di partigiani posizionato in località “Nicuni”, presso Tavole (frazione di Prelà). Nello scontro morirono sei partigiani: Tommaso Ricci, Manfredo Raviola, Bartolomeo Dulbecco e Ernesto Ascheri (tutti originari di Imperia), Matteo Zanoni (di Brescia), e Ivan Polesciuk (quest'ultimo russo).
Rocco Fava, Op. cit. Tomo I

Era il 5 febbraio 1945. Al sorgere dell'alba ci incamminammo verso Diano San Pietro [...] Invece l'altro rifugio che si trovava nei pressi non venne individuato e gli occupanti (tra cui Peccenen e tre soldati russi), salvatisi, ci raccontarono che i nostri compagni erano stati quasi massacrati di botte [...] che Raspen si era rifiutato di arrendersi sparando dal rifugio un colpo di rivoltella contro il brigatista nero della compagnia Ferraris (tra le bande fasciste, la più sanguinaria), probabilmente ferendolo ad una mano.
Sandro Badellino, Mia memoria partigiana. Esperienze di vita e vicende di lotta per la libertà di un garibaldino imperiese (1944-1945), edizioni Amadeo, Imperia, 1998

4 marzo 1945 - I due olandesi sono stati trasportati ad Ormea, dove è il comando tedesco presidiato da un generale. La truppa tedesca presente in Pieve si può oggi calcolare sui 200 uomini, cioè: 60 giovani ultimi arrivati e gli altri tutti conducenti. Tranne però i graduati, che sono effettivamente tedeschi, la ciurma è tutta composta da prigionieri russi e croati. Nino Barli, Vicende di guerra partigiana. Diario 1943-1945, Valli Arroscia e Tanaro, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, 1994 

Alle formazioni partigiane si unirono anche disertori delle forze armate tedesche, come emergerà più dettagliatamente nel quinto capitolo.
[...] Benjamin Ziemann <51 in particolare ha offerto una sintesi puntuale circa gli aspetti di maggiore importanza relativi al tema della diserzione nella seconda guerra mondiale. L'autore, oltre ad affermare che totalmente sconosciuta, ma probabilmente notevole, è la cifra di quanti, in Francia e in Italia, passarono nelle fila degli alleati, così come le motivazioni per cui venne compiuta questa scelta, rileva la mancanza di un'analisi che prenda in considerazione e offra un'interpretazione complessiva dei diversi aspetti del fenomeno: il contributo dato dalla popolazione civile, le motivazioni politiche e personali dei disertori, i loro aspetti biografici quali l'età e la professione. Sulla scorta degli studi particolari, Ziemann afferma inoltre che le convinzioni politiche, l'opposizione cioè alla politica nazista, rappresentarono solamente nella minoranza dei casi il motivo che spinse i soldati a disertare. Più frequentemente giocavano invece in tal senso un ruolo importante motivazioni legate alla nostalgia per la famiglia, alla passione per una donna, alla “stanchezza nei confronti della guerra” (Kriegsmüdigkeit) e alle preoccupazioni circa il suo sviluppo (soprattutto a partire dall'estate 1943), al timore di essere impiegati sul fronte orientale, alla discriminazione subita da quanti, di origine non germanica, servivano nella Wehrmacht.
A loro si affiancava un'altra categoria di persone, quantificabile nel 15-20 % del totale, che era rappresentata da soldati nei confronti dei quali erano stati presi provvedimenti disciplinari per reati minori, come allontanamento non autorizzato, infrazioni al turno di guardia, ritardo nel rientro dalla licenza; per sfuggire alla giustizia militare sceglievano la via della diserzione. Allo stesso modo anche Dieter Knippschild individuava alcuni gruppi di persone maggiormente rappresentate all'interno di quanti disertarono e invitava anche a valutare quanti si sottrassero al servizio militare tramite il suicidio <52.
Ziemann concludeva anche considerando come, tutte le ipotesi di quantificazione e gli studi condotti, portassero a ritenere che il fenomeno della diserzione, i casi di quanti si rifiutarono di eseguire gli ordini e di quanti si rifiutarono di prestare il proprio servizio militare, fu decisamente minoritario se rapportato ai 20 milioni di uomini circa che prestarono servizio nella Wehrmacht.
[...] La consistenza dell'esercito tedesco andò aumentando nel corso dei mesi: se nell'estate del 1943 i soldati della Wehrmacht in Italia erano 195000, divennero 412000 nel maggio del 1944; nell'autunno del '44 fu raggiunto il massimo della presenza militare della Wehrmacht, con tre armate, otto corpi d'armata e 32 divisioni. Ad inizio aprile del 1945 nelle tre armate tedesche (10ª Armata, 14ª Armata, Gruppo d'armate Liguria) militavano complessivamente 439334 soldati della Wehrmacht e 160180 soldati italiani delle formazioni della Rsi <88. A tale crescita quantitativa non era però corrisposto un aumento delle capacità belliche. I reparti erano infatti stati indeboliti negli armamenti e negli equipaggiamenti e si era anche abbassata la qualità della truppa: molti militari erano di età avanzata e numerose unità erano di etnia straniera, composte da soldati Volksdeutsche o della Deutsche Volksliste III arruolati spesso forzatamente <89; complessivamente, alla data dell'1 settembre 1943 gli appartenenti alla Deutsche Volksliste III inseriti nell'esercito tedesco, erano circa 56.000 <90. Nel corso del 1944 i soldati che, reclutati nei territori occupati dall'esercito, prestavano servizio nella Wehrmacht erano in tutto 763000 (circa l'8 % della forza complessiva) <91. Se si aggiungono a questa cifra i 370.000 “Hiwi” (ausiliari volontari) italiani e russi e 122.000 militari appartenenti a formazioni straniere, a metà 1944 la percentuale dei soldati non tedeschi nella Wehrmacht saliva almeno al 12 % <92.
[...] Karlo Hlana, caporalmaggiore, motivò invece diversamente la sua decisione di disertare. Arruolato il 28 ottobre del 1942, aveva combattuto due anni in Francia e si trovava da circa cinque mesi in Italia. Era stato prima a Ventimiglia e poi sul fronte della Garfagnana. Fuggito da Barga (Lucca), portando con se anche il fucile Mauser e 30 colpi, era stato trovato dalle formazioni S.A.P di Sillano
[...] Anche nelle formazioni della provincia di Imperia, alle dipendenze del comando operativo I zona-Liguria, è segnalata la presenza di partigiani stranieri, tra cui anche disertori tedeschi e austriaci, nella brigate sottoposte alla 2ª divisione garibaldina “Felice Cascione” e alla 6ª, “Silvio Bonfante” <468.
[...] A margine del documento stilato in occasione del suo interrogatorio i partigiani scrivevano: “risultano le seguenti informazioni di carattere generale sull'esercito tedesco: la 34ª divisione […] é un organismo militare dislocato nella Liguria e di esse fanno parte delle più svariate nazionalità in proporzione del 20/100 di Tedeschi e tutto il resto ossia l'80/100 di polacchi, russi, francesi, cecoslovacchi ecc. Riguardo al resto nessuna informazione si è potuta sapere data la loro condizione speciale che li faceva considerare da parte dei tedeschi quasi come prigionieri di guerra senza possibilità di venire a contatto con la popolazione civile e di essere al corrente della situazione politica e militare dell'Europa” <488.
[NOTE]
51 Benjamin Ziemann, Fluchten aus dem Konsens, cit. Dello stesso autore anche Gewalt im Ersten Weltkrieg. TötenÜberleben-Verweigern, Klartext, Essen, 2013 all'interno del quale un paragrafo è dedicato alla diserzione dei soldati dell'esercito tedesco durante la prima guerra mondiale (Fahnenflucht im deutschen Heer 1914-1918, pp. 91-119.)
52 Dieter Knippschild, »Für mich ist der Krieg aus«. Deserteure in der Deutschen Wehrmacht, in Norbert Haase - Gerhard Paul (Hrsg.), Die anderen Soldaten, cit., pp. 123-138.
88 Wolfgang Schumann e Olaf Groehler, Deutschland im zweiten Weltkrig.-Band VI-Die Zerschlagung des Hitlerfaschismus und die Befreiung des deutschen Volkes (Juni 1944 bis zum 8.Mai 1945), Akademie Verlag, Berlin, 1988, p. 152.
89 Andreas S. Kunz, Wehrmacht und Niederlage. Die bewaffnete Macht in der Endphase der nationalsozialistischen Herrschaft 1944 bis 1945, Herausgegeben vom Militärgeschichtlichen Forschungsamt, R. Oldenbourg Verlag, München, 2005, pp. 151-239.
90 Bernhard R. Kroener, Menschenbewirtschaftung, Bevölkerungverteilung und personelle Rüstung in der zweiten Kriegshälfte (1942-1944), in Das Deutsche Reich und der Zweite Weltkrieg, Herausgegeben vom Militärgeschichtlichen Forschungsamt, Deutsche Verlags-Anstalt, Stuggart, 1999, Band 5/2, pp. 982-983.
91 Andreas Kunz, Wehrmacht und Niederlage, cit., p. 267. Riguardo la presenza di combattenti stranieri arruolatisi volontariamente nell'esercito tedesco si veda anche Rolf-Dieter Müller, An der Seite der Wehrmacht. Hitlers auslandisches Helfer beim kreuzzug gegen den Bolschewismus« 1941-1945, Ch.Links Verlag, Berlin, 2007, o ancora per un esempio di formazione Waffen-SS formata da soldati provenienti dall'Albania: Franziska A. Zaugg, Albanische Muslime in der Waffen-SS.Von Großalbanien zur Division Skanderbeg, Ferdinand Schöning, Paderborn, 2016. Inoltre sulla composizione delle formazioni anche Carlo Gentile, I crimini di guerra, cit., pp. 282-307 per quanto riguarda le Waffen-SS e pp. 390-413 per quanto riguarda invece le formazioni dell'esercito regolare. Le differenze tra soldati tedeschi e austriaci in termini di mentalità e convinzione nella guerra sono trattate anche in Hans Burtscher, Die politisch Unzuverlässigen. Dokumentarische Tagebuchaufzeichnungen 1933-1946, Voralberger Verlagsanstalt, Bludenz, 1985.
92 Bernhard R. Kroener, 'Menschenbewirtschaftung', cit., pp. 983-984.
468 Francesco Biga, Storia della Resistenza imperiese (I zona Liguria), edizioni Isrecim, Farigliano, 1978, vol. III, pp. 495-507. A pp. 506-507 l'autore scrive anche che a seguito dell'eccidio di Testico causato sembra dalla delazione di un disertore tedesco che si era aggregato al distaccamento partigiano G. Garbagnati, il comando Iª zona Liguria aveva dato ordine a tutte le brigate di fucilare i soldati tedeschi presenti nelle formazioni che fossero in qualche modo sospetti.
488 Verbale dell'interrogatorio fatto il sabato 28 ottobre 1944 a due prigionieri catturati a Beinette, ivi.

Francesco Corniani, "Sarete accolti con il massimo rispetto": disertori dell'esercito tedesco in Italia (1943-1945), Tesi di Dottorato, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 2016-2017

sabato 8 agosto 2020

L'uccisione a tradimento a Rocca Spina dei partigiani Gelato e Sardena e di tre disertori repubblichini

Barchi, Frazione di Ormea (CN) - Fonte: Borghi Alpini
 
Un reparto distaccato della 1^ compagnia  9^ brigata GNR in servizio presso la polveriera Martinetto di Albenga (SV), per iniziativa ed interessamento di Osvaldo Melluso, segretamente iscritto alla cellula 61 del PCI alla stazione ferroviaria di Genova Brignole, decide di passare nelle file partigiane con tutto l’equipaggiamento e le armi. 

Caprauna (CN) - Fonte: Wikipedia
 
Il sergente repubblichino della polveriera di Martinetto, che si faceva chiamare Franco Cattaneo, invece era propriamente il furiere Salvatore Abate, che aveva cambiato nome per motivi di sicurezza personale quando Martinengo [Eraldo Hanau] lo aveva mollato. Lo aveva mollato liberandolo con gli altri militi fascisti della guardia nazionale repubblicana, dopo un assalto al Forte di Nava; - o rimanere in banda o tornare in camicia nera, come volete - gli disse. Ma quella volto fu uno sbaglio che costò caro alla partigianeria ligure piemontese. Fornito di moduli per lasciapassare, con bolli autentici nascosti nello zaino da quei tempi della fureria, adesso trafficava a pagamento licenze con i subalterni. Il milite Melluso, anche lui della polveriera di Martinetto, trafficava gratise con i partigiani di Capraùna, rischiando così di grosso tutti insieme. Gira e rigira, però, non ci misero granché a combinarsi su cosa fare in tornaconto per cambiare la situazione [...] A Capraùna dove sono in banda proprio di preciso glielo dice uno di guardia lì ad aspettarli, come si erano messi d'accordo; li fa accompagnare al punto giusto dalle due staffette del distaccamento, ma con le armi scariche si capisce, e le munizioni nello zaino da consegnare sul posto per precauzione, ci mancherebbe altro [...] Ma il sergente Cattaneo non se fa niente di tutto questo andare più leggeri nell'erba fresca [...] Neanche lui, il sergente Cattaneo, lo sa bene come succede; e intanto si fa dare il Saint-Etienne, perché adesso dice che tocca a lui portarlo un po', riprendendo a camminare.
Osvaldo Contestabile, Scarpe rotte libertà. Storia partigiana, Cappelli editore, 1982, pp. 49-54

Due giorni dopo lo scontro di Pizzo d'Evigno, la nostra Resistenza è colpita da un grave lutto.
Cinque partigiani sono uccisi a tradimento da Franco Cattaneo, sergente della Guardia Nazionale Repubblicana. Erano con lui sei militi: Luigi Austoni, Lazzaro Boldrini, Gaetano De Musso, Floriano Grassini, Osvaldo Melluso ed Antonio Vicini che costituivano un reparto distaccato della 1a Compagnia - 9a Brigata GNR - presso una polveriera in località Martinetto d'Albenga.
Per iniziativa ed interessamento del Melluso, segretamente iscritto alla cellula 61 del PCI presso la Stazione ferroviaria di Genova Brignole, l'intero reparto decide di passare nelle fila partigiane con tutto l'equipaggiamento e le armi.
Il 20 giugno 1944, a seguito di accordi presi con il Comando Partigiano, i militi giungono a Caprauna (CN).
Il giorno seguente, i sette uomini del reparto, guidati da due garibaldini, Giuseppe Maccanò e Angelo Viani, sono in marcia di trasferimento destinati ad una formazione di partigiani autonomi. Ma questa non è più sul luogo. Il gruppo si dirige verso un'altra banda e giunge a Rocca Spina, presso Barchi, piccola località tra Ormea (CN) e Garessio (CN). 
All'improvviso, con un pretesto, il Cattaneo (sergente della guardia nazionale repubblicana) si offre di tenere il fucile mitragliatore di un partigiano affaticato.
Questi glielo consegna: quello lo ritira e nascostamente innesta nel Saint-Etienne un caricatore. Poi s'avvicina al gruppo ed apre a bruciapelo il fuoco contro i compagni. Cadono tutti, chi gravemente ferito ed agonizzante, chi immediatamente ucciso.  Quindi, il Cattaneo s'allontana portando con sé i sopravvissuti Grassini e De Musso. I tre raggiungono, a detta del Grassini, il Comando GNR di Albenga ed il Cattaneo si presenta al suo comandante Crespi affermando di essere stato catturato con la forza dagli altri militi e di essere riuscito a fuggire portando con sé il De Musso ed il Grassini.
La versione del Melluso è diversa: un certo Chiesa, milite della GNR, in servizio presso un reparto di stanza a Leca d'Albenga, avrebbe riferito che sarebbero stati catturati ed accusati di diserzione.
Le due versioni, comunque, coincidono nella conclusione: Franco Cattaneo è fucilato per diserzione ed altri precedenti crimini, mentre il Grassini ed il De Musso sono inviati al fronte per punizione.
Carlo Rubaudo, Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), Vol. II: Da giugno ad agosto 1944, volume edito a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, Imperia, Dominici Editore, 1992, p. 103

Quando, alla fine di girare, il sergente Cattaneo si ripresentò ai fascisti di Albenga ormai non lo aspettavano più con i due militi in cattura, avendoli già dati per dispersi; eppertanto la storia finì così, che lui lo fucilarono lo stesso per diserzione siccome quella storia complicata non riuscirono a capirla, anche se girava che sì, lui era fascista; eppoi anche perché scoprirono che in verità si chiamava in un altro modo. Tanto per non sbagliarsi i due militari che erano tornati li mandarono per punizione sul fronte francese, ma in prima linea. Gliela facessero vedere là, in quegli avamposti della malora, la loro fede genuina nel fascismo come dicevano, rischiando la pelle. Invece il milite Melluso, appena guarito, sentendosi già patriota, non stette a ripensarci com'era la repubblica dove c'era stato prima; ma cominciando ad adoperare il braccio si mise a scrivere la relazione di tutto come aveva visto che era successo, dal principio alla fine. Eppoi cominciò veramente a fare il partigiano in banda da quelle parti, anche col braccio mezzo fottuto; in seguito diventò caposquadra e si guadagnò pure lui a tempo debito il nome di battaglia, come gli piaceva: se lo scelse personalmente di suo gusto, così come se l'era pensato fin da quando era ancora nella polveriera del Martinetto e cominciava a trafficare con quelli in montgan sul Colle di Capraùna.
Osvaldo Contestabile, Op. cit., pp. 57-58

Dal processo verbale di interrogatorio di Osvaldo Melluso rilasciato alla Stazione dei Carabinieri di San Fruttuoso, Genova, il 15 agosto 1964:
"Il giorno 20 giugno 1944 verso le 15, in seguito ad ordine datomi dal Comando Partigiano, condussi sei dei miei commilitoni, compreso il sergente Cattaneo Franco, a Caprauna… Il giorno successivo, durante la marcia di trasferimento da Caprauna verso i monti di Savona, accompagnati da due partigiani, Maccanò Giuseppe e Viani Angiolino, in funzione di guida, giunti in località Rocca Spina presso Barchi di Ormea, verso le 17, il sergente Cattaneo Franco… fece fuoco contro noi sei che lo precedevamo, causando il mio ferimento e la morte dei cinque compagni: Austoni, Maccanò, Viani, Boldrini e Vicini".

da una pubblicazione di A.N.P.I. Savona
 

[...] Legione territoriale dei carabinieri di Genova, Stazione di Arma di Taggia
Processo verbale di interrogatorio di Grassini Floriano fu Carlo e fu Saldani Eugenia, nato a Pisa il 3/2/1926, residente a Genova Pra - Via Sapello  N° 36 e domiciliato a Arma di Taggia Lido «Idellerj» Boghino.
L'anno 1964 addì 1° ottobre, nell'ufficio della Stazione Carabinieri di Arma di Taggia alle ore 9 - davanti a noi Vicebrigadiere Cariano Tommaso, Comandante interno della suddetta stazione, è presente Grassini Floriano, in rubrica generalizzato, il quale interrogato dichiara quanto segue: «Il 20 giugno 1944, mentre facevo parte del 9° Battaglione d'Assalto della G.N.R. unitamente ai miei compagni: V.B. Cattaneo Franco, De Musso Gaetano, Vicini Antonio, Melluso Osvaldo, Boldrini Lazzaro e Austoni Luigi, tutti noi che eravamo di servizio di guardia alla polveriera di Martinetto, di comune accordo abbandonammo il servizio per raggiungere una brigata partigiana. Preciso che nessuno di noi sapeva dove si trovava la brigata più vicina. Nonostante ciò iniziammo la nostra marcia con tutte le armi che avevamo in dotazione nella suddetta polveriera. Giunti nel territorio di Caprauna, nei pressi di Pieve di Teco, trovammo una banda armata la quale si dichiarò partigiana. Allora noi approfittammo di chiedere se potevamo rimanere con loro. A tale richiesta nostra il Comandante di detta banda ci indicò una brigata badogliana e per raggiungere detta brigata ci fece accompagnare da due partigiani armati. Dopo aver fatto circa sette chilometri di montagna sempre nella zana di Pieve di Teco, ci fermammo per riposare; ad un certo momento il V.B. Cattaneo si allontanò dicendo che doveva fare alcuni bisogni. Preciso che mentre si allontanava portava con sé il mitragliatore Sant Etienne con 25 colpi. Così dopo qualche istante dalla parte in cui si trovava il V.B. Cattaneo venne una raffica di mitragliatore al nostro indirizzo per cui, ad eccezione del De Musso Gaetano ed io, rimasero tutti feriti. Io e il De Musso non riportammo nessuna ferita. Infine puntò l'arma per ferire anche noi due e quindi abbiamo alzato le mani ed il Cattaneo ci disarmò. Così subito dopo ci obbligò a seguirlo e ci portò presso la caserma del 9° Battaglione di assalto di Albenga. Ad Albenga il Cattaneo si presentò al suo Comandante Crespi e dichiarò che noi tutti lo avevamo preso prigioniero e che con la sua abilità era riuscito ad uccidere i sei, facendo prigionieri noi due. Di tutti i fatti su esposti venne celebrato il processo militare di guerra ad Albenga il 17/7/1944. Aggiungo che eventuali chiarimenti ed equivoci possono essere riscontrati presso gli atti di Albenga. In seguito al processo risultò che il V.B. Cattaneo Franco - autore dell'eccidio - si faceva chiamare tale, ma in realtà il suo nome era Abate Salvatore. Aggiungo che detto V.B. Cattaneo Franco venne condannato alla pena di morte: immediata fucilazione alla schiena con esecuzione immediata in data 17/7/1944. Io e il De Musso Gaetano in seguito al processo fummo inviati al Fronte francese per punizione motivata di diserzione con passaggio al nemico. Non ho altro da dire ed in fede di quanto sopra, preciso lettura mi sottoscrivo».

Riportiamo ancora una lunga esposizione dei fatti narrati da Osvaldo Melluso:
«Nel mese di giugno 1944 mi trovavo, quale milite della 1a Compagnia della 9a Brigata d'Assalto della G.N.R., a prestar servizio in un presidio sito in località Martinetto di Albenga (distante circa 11 chilometri da Albenga e altrettanti da Caprauna). Il presidio era composto da sei militi ed un Vice Brigadiere e avevo il compito di vigilare delle casematte adibite a polveriera. Ricordo i loro nomi: Austoni Luigi, Boldrini Lazzaro, Vicini Antonio, Grassini Floriano, Mulas o De Musso Gaetano (il suo vero nome deve essere De Musso in quanto il Grassini, che era in più stretti rapporti con lui, lo chiamava appunto De Musso nel processo verbale fatto ad Arma di Taggia a seguito della vicenda di seguito descritta) e il V.B. Cattaneo Franco (nel verbale il Grassini dice che al processo fatto a Albenga, si venne a sapere che il vero nome, anzichè Cattaneo Franco, era Abate Salvatore) infine lo scrivente Melluso Osvaldo. Per mie indagini, fatte in seguito, venni a sapere che il V.B., tempo addietro, aveva prestato servizio presso il forte di Nava, quale furiere e che svolgeva ancora tale incarico quando il forte venne occupato dai partigiani i quali fecero tutti prigionieri. Ad essi veniva data facoltà di scelta fra rimanere nelle loro fila e l'essere mandati a casa. Questo fatto, in particolare, mi fu raccontato da uno dei militi che rimase appunto volontario nelle fila partigiane: egli stesso precisò che, se anzichè tornare a casa, qualcuno di loro si fosse ripresentato nella G.N.R. e fosse stato poi di nuovo catturato dai partigiani, sarebbe stato passato per le armi. Questa circostanza spiega le ragioni che indussero il Cattaneo ad agire come dirò in seguito, venutosi giocoforza a trovare tra le fila dei partigiani. Si era dunque nel giugno del 1944; il Cattaneo possedeva una valigetta in cui custodiva alcuni documenti, dei permessi, fogli di viaggio,  fogli [...] Vidi in lontananza un campanile e mi diressi in quella direzione correndo. Lungo il sentiero incontrai un contadino vecchio e zoppo, il quale aveva inteso la raffica e ne era terrorizzato. Lo presi sottobraccio e corsi, cercando di farmi indicare la strada per il paese. Me la indicò; lo lasciai e continuai a correre. Mi accorsi che il braccio sinistro roteava per conto suo: la giacca era forata, ma non grondava sangue perchè era tutto assorbito dalla stoffa. Mi tenni il braccio e raggiunsi Barchi d'Ormea. Giunse un calesse con degli uomini armati. Un uomo isolato arrivò in moto. Raccontai l'accaduto al comandante Colombo che mandò subito degli uomini sul posto dell'eccidio e poi mi fece trasferire all'ospedale di Ormea. Dietro consiglio del dottore non mi fecero sapere della morte dei miei amici se non dopo i funerali. Il comandante Colombo si interessò di avvisare i famigliari dei morti ed anche i miei che vennero a trovarmi. Il seguito è storia partigiana. Se mi sarà richiesto darò delucidazioni. Genova 8 luglio 1975 - Melluso Osvaldo»
Una versione sostanzialmente simile del fatto descritto si trova nel volume di Renzo Amedeo (2): «Un gruppetto di fascisti fuggiti dal proprio reparto ed accompagnati da due partigiani, in viaggio per raggiungere le formazioni combattenti in Valle Tanaro, nel tardo pomeriggio del 21 giugno 1944 furono improvvisamente uccisi da uno della compagnia, appena raggiunta la località di Rocca Spina (Ormea).
"Morti per ferita di arma da fuoco alla schiena e al capo, a seguito di una raffica di mitra sparata da un sottufficiale della Guardia Repubblicana Fascista che accompagnava i suddetti e che era in fondo alla colonna" - dicono i registri dello stato civile di Ormea (3).
I cinque caduti sono Austoni Luigi, nato a Genova il 13-1-1925; Boldrini Lazzaro, nato a Santa Margherita Ligure il 16-9-1925; Maccanò Giuseppe, nato a Oneglia il 25-2-1920; Viani Angiolino, nato a Oneglia il 1°-11-1921; Vicini Antonio, nato a Mezzanego il 25-11-1926.
Ma, assieme a questi cinque, si trovavano altre quattro persone: il signor Melluso Osvaldo (4), che si era impegnato ad accompagnare questo gruppo di militi, in servizio presso la prima compagnia della IX brigata d'assalto della GNR, dalla polveriera in località Martinetto d'Albenga alla sede dei partigiani in Caprauna; il Grazzini Floriano ed il De Musso Gaetano i quali, unitisi alla compagnia forse non del tutto persuasi a fuggire dalla Repubblica, poterono ritornare alla propria Compagnia assieme all'autore materiale della strage, il vice brigadiere Abate Salvatore che aveva mutato nome in Cattaneo Franco, dopo la fuga dai Forti di Nava, per approfittare del grado di un altro milite del quale era venuto in possesso dei documenti. In realtà i due scampati furono processati in Albenga il 17 luglio 1944 e condannati a morte, pena commutata poi nell'invio al fronte, mentre fu eseguita la fucilazione a carico del Cattaneo Franco che cercava di rifarsi una verginità vantando quella sua nefanda impresa. Il gruppo dei sette fuggitivi, giunto a Caprauna, fu accompagnato verso la Val Tanaro dai due partigiani Maccanò e Viani della IX Brigata garibaldina, che rimasero uccisi con tre dei fuggitivi, mentre il Melluso se la cavò con alcune gravi ferite
».

Infine, riportiamo ancora il documento con cui il 10° distaccamento dava notizia dell'accaduto al Comando della IX Brigata:
«IX Brigata d'Assalto Garibaldi - 10° Distaccamento
9 luglio 1944
Oggetto: relazione circa il compito affidato ai Garibaldini Sardena e Gelato.
          Al Comando della IX Brigata d'Assalto Garibaldi
La sera del 20 giugno 1944 il Comandante di un distaccamento badogliano «Enzo» informava l'ex Comandante del nostro distaccamento che un suo componente sarebbe transitato nella nostra zona nelle prime ore del mattino del 21 giugno accompagnando dei fascisti della «Muti» che avevano già deciso in precedenza la resa col detto distaccamento. Infatti alle ore 3 all'intimazione di «alt» delle nostre sentinelle rispondeva la pattuglia dei sette fascisti che dichiaravano di voler essere accompagnati al distaccamento suddetto. Il sergente, comandante la pattuglia in questione, confermava all'ex Comandante che aveva già preso accordi col distaccamento badogliano per la resa. Verso le otto del mattino l'ex Comandante del distaccamento, dopo aver fatto togliere le munizioni dai fucili dei fascisti, disponeva che due staffette accompagnassero al distaccamento dei badogliani i fascisti in parola. Però lasciava le munizioni nel fucile mitragliatore S. Etienne. L'incarico di staffetta veniva assegnato ai garibaldini Sardena e Gelato (Viani Angelo e Maccanò Giuseppe). I predetti non facevano più ritorno alla base, per i fatti a voi noti. Comunque si comunica che le due staffette che abbiamo inviato a cotesto comando sono concordi nell'affermare che:
- Sardena e Gelato giunti nella zona ove alloggiava il distaccamento badogliano hanno trovato la zona deserta. Gli stessi allora hanno deciso di raggiungere il nostro distaccamento, che nel mattino aveva ripreso la marcia di trasferimento.
- Giunti sopra Caprauna, mentre il piccolo nucleo era intento a riposarsi, il sergente che aveva impugnato in quell'istante il fucile mitragliatore S. Etienne, faceva fuoco sul nucleo che era disposto a semicerchio.
- Venivano uccisi sul colpo Sardena e Gelato e quattro fascisti.
- Un fascista ferito da varie pallottole, dopo l'allontanamento del sergente e dell'altro fascista riusciva a dare l'allarme alla popolazione di Caprauna che provvedeva al ricupero delle salme.
- Il sergente appena ritornato al suo presidio è stato passato per le armi.
          Il Comandante Marco
[Candido Queirolo] - Il Commissario politico Pantera [Luigi Massabò]»

Carlo Rubaudo, Op. cit.

(2) Volume inedito Storia della XIII Brigata Val Tanaro, pag. 187. Opera depositata presso l'Archivio del Comune di Garessio.
(3) Archivio del Comune di Ormea, atti di morte, p.2^ serie B, anno 1944, atti N° 7,8,9,10,11, stesi per autorizzazione del pretore di Ceva.
(4) Melluso Osvaldo, impiegato FF.SS. Già membro della cellula N° 61 di Genova Brignole, fuggito il 20 giugno 1944 dalla GNR di Cisano, ferito a Roccaspina, rimase all'ospedale di Ormea dal 21 giugno al 16 luglio 1944. Partigiano dal 20 giugno 1944 al 30 settembre 1944, poi caposquadra fino al 31 ottobre 1944 e quindi comandante di distaccamento fino al 30 aprile 1945 nella VI Divisione «Bonfante», III Brigata, dichiarazione integrativa n. 5921.