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domenica 28 dicembre 2025

Ma ogni volta da Pigna li respingono con la fucileria in postazione finché c'è chiaro

Pigna (IM). Sullo sfondo Castelvittorio

«Vittò» [Giuseppe Vittorio Guglielmo] ed i suoi collaboratori, preso fiato, progettavano la conquista di Pigna, tenuta da circa un centinaio di nazifascisti accampati nella caserma Manfredi. Tale presidio ostacolava i movimenti delle formazioni garibaldine che controllavano larghe zone e paesi in tutte le vallate occidentali della provincia. D’altronde, tale centro rivestiva grande importanza anche per il Comando tedesco, il quale intendeva avere libero transito per le sue truppe in quelle zone di frontiera con la Francia.
I Tedeschi però sono indotti ad abbandonare la zona di Pigna non ritenendosi in grado di approntare sul luogo una linea difensiva consistente. I partigiani che, come visto in precedenza, già avevano progettato l’attacco a Pigna, si trovano il paese nelle mani.
Quando i Tedeschi vengono a conoscenza che la colonna anglo­americana non mostra intenzione alcuna di proseguire l’avanzata verso il territorio italiano, si pentono dell’errore di valutazione commesso e tentano la riconquista di Pigna. Ma, ormai, ci sono i partigiani e si accorgono quanti uomini e mezzi e sforzi necessiteranno per fiaccare la resistenza di «un pugno di disperati», per usare l’espressione del capitano Morton precedentemente citata.
Da quel povero ed eroico paesello, trovato in fiamme da Marco Dino Rossi (Fuoco) dopo la fuga tedesca, si costruirà una forza di resistenza degna d’ogni memoria.
Corre il 29 agosto del 1944. Entrano in Pigna i distaccamenti garibaldini e si incontrano con la popolazione. Nasce, ancora una volta, il binomio indistruttibile, popolo e partigiani e, da esso, la «Libera Repubblica di Pigna».
Liberi amministratori, cariche pubbliche assegnate ai più degni rappresentanti del popolo, deliberazioni democratiche, giustizia sociale, contributo alla difesa di questa grande conquista.
È formata una giunta comunale di civili e di partigiani che, ogni giorno, si riunisce e prende le decisioni: ordine pubblico, controspionaggio, requisizione di viveri o materiale illecitamente asportato dai magazzini del disciolto esercito italiano. Il tutto è distribuito alle famiglie più indigenti del luogo.
Il comandante «Vittò», che dà le disposizioni generali, e Lorenzo Musso (Sumi), inviato dal «Curto» [Nino Siccardi, a quella data comandane della II^ Divisione Garibaldi "Felice Cascione"] a Pigna, sono combattenti abili. Ma, nell’occasione, possiedono un pregio in più: l’esperienza comune della precedente lotta antifranchista consumata in Spagna […]
Carlo Rubaudo, Storia della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria) - Vol. II. Da giugno ad agosto 1944, edito a cura dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia, Imperia, Dominici Editore, 1992, p. 373

L'idea dei partigiani è di far credere che il mortaio è nella posizione numero 6, e invece no che non c'è, essendo un trucco. Invece spara dalla posizione numero 5 con le granate ben nascoste di modo che i tedeschi quando rispondono sbagliano il bersaglio. È una idea che viene a Leo [Vittorio Curlo], comandante dei mortaisti di Vittò nella battaglia di Pigna e i tedeschi non lo scoprono il trucco, macchè. A Pigna sotto il Torraggio c'è una forte concentrazione di partigianeria famosa nei dintorni fino in Francia da una cresta all'altra; è da lì che le bande si diramano anche nelle altre valli e al di là del confine, fino al maquis. I tedeschi non lo scoprono il trucco anche se indagano da tutte le parti per sapere com'è che sti contadini barbari li fregano fin qui sul confine italo-francese: eppure non gli sembra vero che dei paesani ignoranti di queste parti così lontane, li prendano in giro in questo modo così poco militare. Ma lo sanno da un pezzo eccome che Pigna la prenderanno soltanto se prima ci spareranno dentro ben bene coi cannoni distruggendola al completo, e se poi ci andranno addosso tutti insieme con tutte le forze concentrate e coi rifornimenti pronti, bruciandola. Altrimenti no. 
A dirlo adesso così e così e di su e di giù, uno non se lo crede com'era a quei tempi sta faccenda di Pigna con la gente tutta d'accordo insieme coi partigiani. 
Era una idea molto precisa sempre la stessa e per tutti sempre eguale che ciascuno se l'era ficcata bene in testa per conto suo, e lì c'era rimasta ben collocata. Il fatto sta che in questo paese guerreggiando così è proprio la gente chissà come grumo contadino tra pietre dure d'arcata e ciottoli di sagrato, a dire di no. "Piuttosto vivere tutti da ribelli, oppure morire tutti insieme in libertà, ma non mollare mai per nessun motivo al mondo" pensano a Pigna. "Chi toca in, toca titi" dicono a denti stretti i paesani compesandosi persin le sillabe; calcandosi il berretto di traverso. 
E dunque soltanto con tutto l'armamentario e la forza concentrata e le cannonate da tutte le parti i tedeschi prenderanno Pigna, altrimenti no. Ma anche se la prenderanno, questa loro idea ficcata dentro ci resterà sempre nella testa della gente da non potersela più togliere. Ci resterà sempre voglio dire anche coi tedeschi in casa a pestarci sopra scarpentandoli. 
Nel frattempo che la gente spara qua e là per la valle [ai primi di ottobre del 1944], gli anziani si mettono d'accordo tra loro e poi decidono di farsi in conto proprio una repubblica. Così fanno come se la sentono d'istinto una libera repubblica riparata a nord dal Torraggio che non lascia passare i venti e la tormenta, ma riparata anche a sud da due postazioni sempre all'erta al di qua e al di là del torrente che non lasciano passare i tedeschi manco a morire. 
I partigiani ne discutono con la gente di questa libera repubblica come l'avevano fatta lì per lì tutti d'accordo e ben precisa; poi gliela approvano quando vedono che funziona proprio sul serio dentro e fuori della valle.
Glielo certificano come qualmente è da riconoscersi a tutti gli effetti contro i nazifascistí in tempo di guerra e in tempo di pace per tutti i dintorni e anche più in là. 
Lo scrivano della V brigata sotto il documento nel registro del Comune ci mette il visto col timbro di Garibaldi bello chiaro; Vittò, che qui lo sanno tutti è il capintesta, lo legge e dice che non ci manca niente: ce ne fossero delle altre così, che va tutto bene altroché. In questo modo si fanno tra loro questa repubblica democratica riconosciuta per tutti gli affari ordinari e straordinari come si presentano di volta in volta. 
Il fascismo prepotente invece si incattivisce di più tutto all'intorno da una volta all'altra con le rappresaglie all'ingrande, e chi se ne frega: così adesso succede che la gente di Pigna e degli altri paesi vicini è gente più importante siccome decide in segreto le faccende che contano a monte e a valle, come si devono fare nell'interesse di tutti. Sono gli uomini al pascolo con le mandrie o nei boschi a far la legna, a decidere; sono le donne a raccogliere castagne o a impastare nella madia farina per il pane; sono tutti insieme con le postazioni dei mortai nei punti giusti, che decidono discutendo per il meglio ma dopo aver cacciato i tedeschi coi fascisti tutti insieme dalla valle, Prima no. Anche gli altri nei paesi vicini fanno lo stesso sotto il Torraggio che li ha sempre riparati dai tempi antichi facendogli barriera, soltanto così e basta. 
In questa repubblica funzionante ogni borgata ci manda il suo uomo al posto giusto di governo con l'incarico per ciascuno conforme al partito d'idea, se ce l'ha; e cioè come se la sente per conto suo; ma quando poi di tanto in tanto devono trattare col Prefetto, ci mandano il Podestà che figura vero per il fascio con tutte le carte in regola e ubbidiente, invece è sempre uno di loro fidatissimo che fa finta soltanto per la burocrazia. Governando come si deve da galantuomini, le delibere le rispettano trascrivendole ad una ad una in calligrafi, per esporle all'albo pretorio. 
Il registro apposito con le firme originali però se lo tengono ben nascosto non si sa mai.
Cosicché il prete che ce l'ha in consegna all'ultimo riesce a salvarlo quando ormai il paese comincia a bruciare e i tedeschi con gli ostaggi ci sono già dentro nei vicoli a rapinare casa per casa; lo seppellisce che nessuno se ne accorge per conservarlo come prova; e dimostrare in questo modo nero su bianco come è fatta veramente questa gente: come è fatta voglio dire coi nomi e coi cognomi dentro nel paese o fuori col mortaio o nascosta nelle tane, la gente di Pigna quando vive in libertà o quando vive in prigionia. 
I distaccamenti partigiani di protezione se li mettono tutti davanti e all'ingiro nei posti buoni; da lì mandano le pattuglie a Gola Gouta e al passo Muratone perché di là c'è sempre pericolo mentre i tedeschi accainati rifanno i ponti verso Isolabona per venirci sotto. 
Ma ogni volta da Pigna li respingono con la fucileria in postazione finché c'è chiaro; poi alla sera si mette a piovere sempre più fitto. Allora i tedeschi idrofobi ci scaraventano sopra l'artiglieria pesante che dura anche tutto il giorno dopo sulle case e tutto intorno; finito il bombardamento le staffette tornano per dire che i tedeschi risalgono la valle, schierati a ventaglio. 
Così quando sta trucchi arrivano proprio a tiro negli orti sotto il paese, sparano ancora tutti gli uomini insieme dalle case ricacciandoli un'altra volta nel torrente in baraonda: ce li ricacciano con le casse di granate che poi di notte se le vanno a prendere per adoperarle quando gli faranno bisogno. 
Durante la tregua, subito dopo le sparatorie, siccome anche i tedeschi sono stanchi, finalmente fanno passare la missione alleata che era lì ad aspettare per sconfinare in Francia. Qui succede perdio che non ci possono piú stare veramente questi ufficiali in divisa sempre in attesa che finiscano chissà come le sparatorie; è pericoloso con la fretta tra i calcinacci e gli spari dentro i vicoli in traffico di uomini, a spingere il mortaio dalla postazione civetta a quella buona, e dunque bisogna andarsene presto; intanto, eccome che adesso col telefono da campo glieli dicono giusti agli inservienti i dati di tiro sui tedeschi. Coi mortai sparano sul monte Vetta in sequenza regolare colpi contati, poi tacciono per lasciare rispondere i tedeschi fuoco lungo e tutto insieme, ma sbagliato. Ricominciano da capo sempre piú precisi finché centrano in pieno la batteria principale: così di quei tedeschi prepotenti là col cannone sempre in funzione adesso non se ne parla piú. 
Osvaldo Contestabile, Scarpe rotte libertà. Storia partigiana, Cappelli editore, 1982, pp. 92-94

mercoledì 3 settembre 2025

Uccisa sulla via Aurelia per non aver consegnato la bicicletta ai tedeschi

Taggia (IM): poco a levante del bivio Rossat di Arma

Giovanni Strato [n.d.r.: autore di Storia della Resistenza Imperiese (I^ zona Liguria) - Vol. I. La Resistenza nella provincia di Imperia dalle origini a metà giugno 1944, Editrice Liguria, Savona, 1976, ristampa del 2005 a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia] ricorda: Dilanda Silvestri che aiuta il padre Michele (Milano) nella sua opera a favore della Resistenza; Jolanda Zunino (Spavalda) non ha congiunti da coadiuvare, ma si impegna in prima persona in qualità di staffetta dei distaccamenti cittadini; Gea Gualandri è un'attiva collaboratrice; Cesira Lanteri ospita i partigiani nella sua casa nella zona di Langan [nel comune di Castelvittorio] ed i Tedeschi, scoperta l'attività, incendiano l'abitazione; la professoressa Adelina Biglia è arrestata nel maggio 1943; la professoressa Letizia Venturini è nei gruppi antifascisti già prima del periodo resistenziale e traduce scritti da diffondere clandestinamente; la professoressa Costanza Costantini di Torino è pure lei nel gruppo antifascista.
Né si debbono dimenticare Jose Pila, collaboratrice nella zona di Costa d'Oneglia; le sorelle Evelina e Giuliana Cristel [di Sanremo], già citate nel capitolo dedicato al FdG; Teresa Vespa Siffredi, internata nel campo di concentramento di Fossoli; Iside Corradini, uccisa sulla via Aurelia [vicino al bivio Rossat di Arma di Taggia] e buttata nella scarpata sottostante per non aver consegnato la bicicletta ai Tedeschi (12).
Se tocchiamo la montagna non finisce più la trafila. Già è stato detto che senza l'aiuto dei contadini la Resistenza non sarebbe esistita. Ciò significa che la popolazione contadina ne rappresenta il nucleo centrale. E sulla montagna la donna ha svolto un ruolo determinante. La sua collaborazione è stata qualcosa di sublime. Ma ciò che è più impressionante è la semplicità di un'azione per cui ogni cosa diventa naturale: sfamare un partigiano non è che il semplice dovere di una madre o di una sorella, anche se ciò comporta continui pericoli.
E la donna paga sempre perché le bruciano la casa, la depredano, la percuotono, la violentano, la uccidono. Tutto ciò è storia, non fantasia.
Storia nostra, dei nostri paesi, di tempi ancora recenti, verificabile, documentata da scritti o testimonianze.
Alle donne delle nostre montagne è stato fatto il grande torto di averle ricordate poco. La Resistenza è sempre stata rappresentata dal partigiano con il mitra in mano. Qualche accenno riempitivo al contributo del contadino. Fortunatamente la Storia sta facendo giustizia anche se in pratica la Resistenza non si assume ancora il ruolo di concreta riparatrice. Discorsi e conferenze hanno fruttato cariche ed onori a tanti arrampicatori. Ma si veda quante volte è stata organizzata una visita verso l'umile casa di qualcuna delle madri o sorelle che hanno perduto il figlio o il fratello, o sfamato interi gruppi di partigiani soffrendo esse stesse la fame, sfidando e sopportando le violenze nazifasciste.
Tra le fotografie riportate alla fine di questo capitolo figura l'interessante nota della direzione delle carceri giudiziarie di Sanremo che, in data 29 marzo 1945, dà notizia della detenuta Anna Maria Borgogno, ricoverata presso l'ospedale civile, sorvegliata dalla GNR e da consegnare successivamente al Comando tedesco per l'inevitabile fucilazione. Con lei è una altra donna, Bianca Pasteris (Luciana), ferita e catturata a Beusi, destinata ad analoga sorte (13).
Di Ada Pilastri (Sascia) si deve ricordare il bellissimo racconto della marcia sulla neve per procurare farina e viveri alle nostre formazioni (14). Rina Moraldo nel marzo 1945 salva il Comando garibaldino: di buon mattino, mentre si reca a Gerbonte per assistere alla Santa Messa, scorge i Tedeschi intenti a piazzare mitraglie a Loreto ed a Creppo, perciò ritorna sui suoi passi ed avverte tutti i partigiani.
E Pierina Boeri (Anita) è una partigiana vissuta soltanto di coraggio e di esempi sul campo di battaglia.
Nel capitolo concernente la Sanità partigiana sono ricordate benemerite suore ed infermiere: Angela Roncallo (Fernanda) nel suo diario alterna la pateticità alla disperazione. Ida Rossi (Natascia), diciannovenne, bionda e graziosa, si trova a Upega in quel tristissimo 17 ottobre 1944; è infagottata in una divisa da soldato tedesco, ma ciò non le consente di sfuggire alla cattura anche se poi, facendo tesoro delle risorse inesauribili della personalità femminile, riuscirà a sfuggire alla morte. A Triora, Antonietta Bracco è tuttora un esempio di dignità e di entusiasmo per la missione compiuta. E Ornella Musso passa di battaglia in battaglia contro il fascismo, dall'Italia alla Spagna, e ancora in Italia per la battaglia finale.
[NOTE]
(12) A proposito di Iside Corradini riportiamo un brano tratto dal libro di Alpinolo Rossi, Memorie luci ed ombre, Moderna stampa, Riva Ligure, s.d., pag. 195: "un gruppo di bersaglieri avevano fermato la compagna Iside Corradini che transitava in bicicletta, reclamando la consegna del velocipede di cui avevano urgente bisogno: - Sono infermiera e la bicicletta mi serve per raggiungere il domicilio dei miei pazienti che sono disseminati su una vasta zona; non fateci conto perché non ne posso fare a meno. Mentre alcuni, insensibili alle argomentazioni della ragazza si avvicinavano minacciosi per impossessarsi di prepotenza del veicolo, la Corradini in un impeto d'ira sollevò la bicicletta e la scagliò nella campagna sottostante gridando: - Piuttosto la butto! Fu il suo ultimo gesto di disprezzo: una scarica di mitra la fulminò proprio alla vigilia della liberazione".
(13) Le due patriote, Borgogno e Pasteris, saranno liberate dal distaccamento GAP Zamboni con un'ardita e ben riuscita azione. Cfr. M. Mascia, op. cit., pagg. 289,292.
(14) Cfr. M. Mascia, op. cit., pag. 181 e segg.
Carlo Rubaudo, Storia della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria) - Vol. II. Da giugno ad agosto 1944, edito a cura dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia, 1992, pp. 588-599 
 
Sanremo, 13 marzo. 
Il 23 aprile 1945, due giorni prima della disfatta delle truppe fasciste e tedesche in Alta Italia, un caporale del bersaglieri freddava al posto di blocco di Riva Santo Stefano una giovane donna che si era rifiutata di consegnare la propria bicicletta al soldati che intendevano requisirgliela. Per questo delitto il caporale del bersaglieri Giovambattista Paraboni era stato condannato dalla Corte di Assise di Imperia all'ergastolo. 
Oggi l'imputato si è presentato per il giudizio d'appello alla Corte di Assise di Sanremo, presieduta dal dott. Alfonso Tanas. 
Il Paraboni, che è comparso in gabbia ostentando una lunga fratesca barba, veniva arrestato solo nel 1952. Quattro anni prima era entrato nel convento dei frati di S. Barnaba a Genova, dove non riusciva a essere impiegato che con il ruolo di frate questuante data la sua impossibilità - malgrado fosse stato studente di buona riuscita - a tenere a mente le nozioni anche elementari. Si manifestava cioè in lui quella parziale infermità di mente che la Corte di Sanremo, dopo sei giorni di udienze, gli ha riconosciuto condannandolo per l'omicidio di Iside Corradini, l'infermiera vittima dell'improvviso furore del Paraboni, a diciotto anni di reclusione di cui tre condonati: cause psicologiche, cause cliniche stanno alla base dello sfasamento del giovane (egli ha oggi trent'anni) il quale avrebbe compiuto il suo delitto in un momento di "raptus" eccezionale. I difensori hanno interposto ricorso in Cassazione.
c.l., In appello un repubblichino che uccise una giovane donna. Ridotta la pena a diciotto anni, La Stampa, Sabato 14 Marzo 1953  

venerdì 14 febbraio 2020

Azioni dei partigiani imperiesi nella prima metà di giugno 1944

 
Notiziario dei Distaccamenti garibaldini imperiesi n° 1 dell'8 giugno 1944. Archivio: Isrecim. Foto: Rete Parri

 
Notiziario dei Distaccamenti garibaldini imperiesi n° 2 del 12 giugno 1944. Archivio: Isrecim. Foto: Rete Parri

Ben riuscito il colpo di mano del I° Distaccamento a Capo Berta: strada fatta saltare, 2 tedeschi uccisi.
Esemplare l'azione dello stesso Distaccamento sulla strada di Colle San Bartolomeo: un ufficiale superiore, un ufficiale e un soldato tedesco uccisi.
Bella l'azione del 4° Distaccamento a Perallo [nel comune di Molini di Triora (IM)]: 2 tedeschi e 3 soldati italiani uccisi.
Notiziario dei Distaccamenti garibaldini imperiesi n° 1 dell'8 giugno 1944. Archivio: Isrecim. Foto: Rete Parri
 
I rapporti delle autorità locali fasciste ai superiori sono caratterizzati da volute esagerazioni circa i pericoli da affrontare.
Adriano Maini

La prima quindicina del corrente mese di giugno è stata caratterizzata da un aumento considerevole dell'attività dei ribelli, che operano frequentemnte nelle immediate vicinanze dello stesso capoluogo.
I singoli più importanti episodi sono stati di volta in volta segnalati al Ministeero con i telegrammi giornalieri e con le relazioni settimanali.
[...] Si calcola che il numero dei ribelli aggirantisi per le montagne della provincia di Imperia, al confine di quella di Cuneo, ascende ad alcune migliaia.
Alcuni paesi montani come Nava, Borgomaro e Pieve di Teco sono controllati esclusivamente dai ribelli, in quanto quei Distaccamenti della G.N.R. sono stati o prelevati dai ribelli o ritirati per misura prudenziale.
[...] Il Questore ausiliario Durante Ermanno ha lasciato l'ufficio perché destinato alla Questura di Pavia. Non è ancora giunto il successore [...]
p. il Questore di Imperia, Relazione quindicinale sulla situazione politica, funzionamento servizi, attività di polizia, Imperia, 16 giugno 1944 - XXII. Documento <MI DGPS DAGR RSI 1943-45 busta n° 4> dell'Archivio Centrale dello Stato di Roma  

[...] Se nel corso del mese di giugno le battaglie frontali e di grande rilievo sono quelle di Badalucco, Pizzo d'Evigno [nel comune di Stellanello (SV)] e Carpenosa [località di Molini di Triora (IM)], fatti d'arme a catena si verificano in ogni angolo della provincia di Imperia.
Ogni balza, costone, cespuglio rappresentano un agguato per le forze nazifasciste ed i percorsi dei loro automezzi risultano sempre un'avventura, sia lungo la statale n. 28 e l'Aurelia, sia lungo tutte le altre strade che serpeggiano nelle valli.
Il numero dei morti, dei feriti, del materiale perduto dalle truppe d'occupazione è, più che rilevante, preoccupante ed a ritmo ininterrotto.
[...]
1-6-1944 - Sabotaggio, con una forte carica di dinamite, al ponte dell'Antognano sulla via Aurelia nei pressi di Albenga [(SV)] con conseguente sospensione del traffico da parte dei Tedeschi.

3-6-1944 - Rientra al distaccamento «Tito» [dal nome del comandante, Rinaldo Risso] la prima squadra, rinforzata da qualche elemento del comandante Ernesto Ascheri (Livio), reduce da un'azione compiuta nella zona di Mendatica ove ha distrutto gli incartamenti municipali, tranne lo stato civile e i registri degli accertamenti agricoli.

4-6-1944 - Due squadre del 3° distaccamento guidate da «Ivan» [Giacomo Sibilla], delle quali fanno parte «Battaia» [Bruno Semeria], «Bacistrasse» [Giobatta Gustavino] e «Kisne», attaccano una ventina di Tedeschi lungo la statale n. 28 nel tratto sovrastante San Lazzaro Reale, paesello sulla direttrice per Borgomaro. Due Tedeschi rimangono uccisi. Bottino: un Majerling e  munizioni.
Una pattuglia del 1° distaccamento disarma in Ville San Pietro [Frazione di Borgomaro (IM)] i componenti della guarnigione di guardia alla polveriera. Bottino: sei moschettti, cinque pistole, munizioni e materiale vario.
Uomini del 6° distaccamento di «Mirko» [Angelo Setti] attaccano e distruggono il presidio tedesco di Santa Brigida di Andagna [Frazione di Molini di Triora (IM)]; fanno altresì brillare il campo minato messo dai Tedeschi a loro protezione nel mese di settembre 1943.

5-6-1944 - Una squadra del 4° distaccamento, comandata da «Marco» [Candido Queirolo], attacca un gruppo di nazifascisti in località Ponte di Glori [località di Molini di Triora (IM)], uccidendone cinque. Tutti i nostri rientrano alla base.
Nei pressi di Diano Marina, due Tedeschi rimangono uccisi in un scontro con una pattuglia del distaccamento «Volantina» [comandata da Mancen, Massimo Gismondi].
Nel tardo pomeriggio un gruppo del 3° distaccamento «Inafferrabile» [comandata da Ivan, Giacomo Sibilla] si porta nei pressi di Carpenosa [località di Molini di Triora (IM)], per disarmare il posto di blocco tenuto da due Austriaci e da quattro repubblicani.
Il gruppo giunto nelle vicinanze viene avvistato ed i due Austriaci invitano i partigiani a scendere, facendo capire di aderire alla Resistenza. Uno dei due dice di essere iscritto al Partito Comunista di Vienna.
I tre repubblichini sono disarmati e lasciati in libertà. Bottino: un fucile mitragliatore S. Etienne, due fucili ta-pum, tre moschetti e un lancia bombe.

6-6-1944 - Una squadra del 3° distaccamento di Giacomo Sibilla (Ivan) disarma tre militi repubblicani nel paese di Agaggio [località di Molini di Triora (IM)]. Un nucleo di sedici uomini del medesimo distaccamento disarma i carabinieri di Borgomaro che non oppongono resistenza. Sono incendiati altresì l'esattoria, il dazio e il municipio.
Eguale azione viene compiuta nei comuni di Chiusanico e di Chiusavecchia.
Un nucleo di patrioti della formazione di Angelo Perrone (Vinicio) disarma a Pietrabruna due militi ai quali è concessa la vita per espresso desiderio della popolazione; distribuisce agli abitanti 150 carte annonarie; distrugge l'ufficio accertamenti agricoli, le liste di leva e quanto può indirizzare i fascisti al forzato reclutamento dei giovani.
A Molini di Prelà, il medesimo nucleo rende inservibile un'autocorriera (requisita in precedenza dai Tedeschi per inviarla in Germania) asportando pezzi vitali dal motore.
Le due azioni sono dirette dal caposquadra Bruno Aliprandi (Dimitri). Un'altra squadra della stessa formazione distrugge l'ufficio accertamenti agricoli e le liste di leva nel comune di Rezzo.

7-6-1944 - «Cion» [Silvio Bonfante, eroe della Resistenza] uccide tre Tedeschi nei pressi di Imperia.
Una pattuglia del 5° distaccamento disarma sei Guardie di Finanza in località Muratone ed asporta il materiale utile trovato in caserma [Strato, invece, come si può vedere infra, colloca quest'azione qualche giorno più tardi].
Una squadra del distaccamento «Volante» attacca i Tedeschi nelle vicinanze di Andora [(SV)]; i nostri rientrano al completo; un ferito tra i nemici.

8-6-1944 - Una pattuglia in località Ferriera, con l'appoggio del 5° distaccamento, mette in fuga una sessantina di Tedeschi sopraggiunti nella zona con due camion; quindici morti nelle fila nemiche.
Il distaccamento comandato da Rinaldo Risso (Tito) e da Gustavo Berio (Boris) prende possesso di Villatalla ed organizza nei dintorni azioni di guerriglia.    

9-6-1944 - Una squadra della «Volante», in combattimento nella zona di Stellanello, uccide un milite della Brigata «Ettore Muti» e ne cattura undici. I nemici, inoltratisi nella zona per effettuare importanti azioni di rastrellamento, sono costretti a desistere di fronte all'elevato spirito combattivo dei partigiani.

10-6-1944 - Venti uomini del 4° distaccamento, al comando di Candido Queirolo (Marco), attaccano la postazione tedesca di Carpenosa. Rimangono sul terreno cinque morti (un tenente tedesco, tre soldati della medesima nazionalità ed un sergente repubblichino). Altri otto soldati chiedono di essere accolti in banda e vengono accettati. Vario il bottino.
I garibaldini Marco Agnese, Alessandro [Gino] Carminati, Celestino Rossignoli e Carlo Lombardi, che il giorno precedente erano stati inviati in missione, pernottano in un casone-fienile in Valle Steria, nei pressi di Riva Faraldi. Una delatrice segnala la loro presenza, ed all'alba del giorno 10 sono sorpresi nel sonno da una squadra della G.N.R., comandata da A.C., detto «Capitan Paella». Legati e torturati, sono trascinati presso la carrozzabile della borgata «Molino del Fico» e dopo un sommario interrogatorio vengono barbaramente massacrati a colpi di pugnale e con il calcio del fucile. Viene pure fucilato il civile Angelo Limarelli. Due partigiani di origine siciliana riescono a fuggire.

12-6-1944 - Una pattuglia, al comando di «Marco», attacca in località Carpenosa un forte nucleo di nazifascisti. Tutti i partigiani rientrano all'accampamento; dodici nemici rimangono uccisi. 
 
[...] Già dall'8 settembre 1943, Silvio Bonfante [Cion] è pronto e presente alla lotta e, fin dall'inizio, rivela spiccate qualità di uomo destinato a diventare una guida trascinatrice. Il curriculum di combattente della montagna è più che garante della sua validità. Nel mese di giugno del 1944 ha ormai percorso in lungo ed in largo i nostri monti e le nostre valli. Quante azioni portate a termine! Con ogni mezzo, tritolo o mitra, ha già inferto gravi colpi ai nazifascisti. Ma, ciò che più conta, ha messo a disposizione le sue doti d'organizzatore con cui ha contribuito, in uno sforzo comune con gli altri combattenti maggiormente dotati, a creare l'ossatura di un esercito che, pur affamato e scalzo, infliggerà a Tedeschi ed a fascisti perdite ingenti. Mese di giugno 1944: «Cion» è capobanda della «Volante». Progetta le azioni più rischiose con pochi coraggiosi che, di volta in volta, si sceglie. Gli esiti sono sempre positivi e soddisfacenti. Egli possiede, innate, le doti del comando [...] Le notizie provenienti dai fronti di guerra con i Tedeschi in ritirata, il pensiero dell'imminente fine del conflitto e le sistematiche azioni partigiane a catena, sempre vittoriose sui nazifascisti, le gesta di «Cion» ingigantiscono la figura del condottiero garibaldino, e creano un senso di invulnerabilità e d'invincibilità della «Volante». L'ammirazione cresce e si diffonde ovunque nelle valli e, in tutti i paesi e città, il nome di «Cion» esalta e crea altissimo il morale sia tra i suoi uomini che nella popolazione. Scrive «Magnesia»: "...  «Cion» fu il più noto, il migliore dei capobanda garibaldini. Con coraggio freddo progettava le imprese più spinte e le portava a termine con un pugno di ardimentosi. Aveva tutte le quali1à del capobanda, sapeva ispirare fiducia negli uomini che andavano con lui sereni anche verso l'ignoto, consci di essere ben guidati, che il capo sarebbe andato innanzi a loro esponendosi di persona. Sapeva trascinare i combattenti con l'esempio ma valutava esattamente le situazioni e non arrischiava oltre il necessario ...". Noi esitiamo a sottoscrivere in assoluto il concetto espresso all'inizio del passo citato perchè, nel proseguimento della lotta, altri fior di combattenti sorsero nelle fila; anzi, già c'erano, ma è certo che «Cion» fu nella ristretta cerchia dei migliori. Non c'è dubbio che Silvio Bonfante sia stato un riconosciuto e naturale erede di Cascione: infatti, la I^ Brigata, dopo la sua morte, diventerà nel dicembre 1944 la Divisione d'Assalto Garibaldi ed assumerà il suo glorioso nome.
I Tedeschi e tanto meno i fascisti non osano avventurarsi, da lunga data ormai, per uno scontro armato in montagna da quando un gruppo della Ettore Muti, inoltratosi fino alla località Rossi, era stato annientato interamente e  seppellito sotto i castagni. Morale alle stelle, dunque, e cameratismo profondo tra i partigiani della «Volante» ed afflusso continuo, in primavera ed estate, di giovani dalle città e dai paesi alle bande armate. È vanto d'ognuno far parte della formazione di «Cion», partecipare alla lotta contro i nazifascisti, contribuire alla rinascita del paese.
Inoltre, tra le fila partigiane non si corre il rischio d'incorrere nei crudeli rastrellamenti che i Tedeschi operano tra i civili nelle città e di essere imprigionati o spediti in Germania, o essere costretti ad indossare la divisa della Repubblica di Salò, o inquadrati nell'organizzazione Todt con tutti i rischi e le conseguenze future.
L'afflusso dei nuovi venuti alle bande tocca il ritmo medio di cinque ­dieci unità al giorno; cifra notevole se si considera, come già ricordato, che i partigiani non possiedono caserme, magazzini, grosse scorte, armi e, tanto meno, munizioni per poter far fronte a necessità che, col tempo, diventano sproporzionate rispetto alle obiettive possibilità.
Le imboscate partigiane alle colonne nemiche, l'assalto ai presidii, la distruzione di ponti e vie di comunicazione, i colpi di mano per procurare viveri e munizioni, l'eliminazione delle spie, sono all'ordine del giorno nel mese di giugno. «Cion» per ogni azione da compiere alterna gli uomini per formare nuovi combattenti ed imparare a conoscere d'ognuno le qualità, i pregi, i difetti; quasi per selezione naturale, ognuno scopre in sé le attitudini per lo svolgimento delle mansioni adatte alle proprie possibilità [...] La certezza regna sovrana: nessuna sorveglianza intorno all'accampamento, nessun turno di guardia neppure durante la notte. In definitiva, è convinzione radicata nei partigiani di essere assistiti dalla fortuna; non resta che la battaglia finale e la discesa per liberare definitivamente le Città. Nella prima decade di giugno, la Volante ha tanti effettivi che Cion decide di scinderla e di creare un nuovo distaccamento. Nasce così la «Volantina», come figlia e sorella della «Volante», il cui comando è affidato a Massimo Gismondi (Mancen). Questi, di «Cion», è l'amico fraterno che sempre affiancherà in ogni luogo ed in ogni rischio.
Carlo Rubaudo, Storia della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria) Vol. II: Da giugno ad agosto 1944, volume edito a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, Imperia, Dominici Editore, 1992

Marco Agnese. Fonte: ANPI Savona cit. infra

Marco Agnese.
Nato a Villanova d’Albenga il 16 Luglio 1925; già componente della squadra di Felice Cascione, fa parte della prima “Volante” di “Cion” e “Mancen”, operante in Valle Steria e nel Dianese. Con i compagni garibaldini Alessandro Carminati,
Celestino Rossi e Carlo Lombardi, reduce da una missione si ferma a dormire in un casone adibito a fienile nei pressi di Riva Faraldi, in Val Steria. Una delatrice segnala la presenza dei partigiani e all’alba del 10 giugno 1944 sono sorpresi nel sonno da una squadra della GNR comandata da A.C., detto “capitan Paella”. Legato e torturato, è trascinato presso la carrozzabile della borgata Molino del Fico e, dopo un sommario interrogatorio, viene brutalmente massacrato a colpi di pugnale e con il calcio del fucile. La madre rilascerà una testimonianza scritta in cui afferma che a Marco furono strappati occhi e unghie.
Il fratello Nino Agnese assumerà quale nome di battaglia quello di Marco e lo onorerà diventando comandante di distaccamento.
A Marco Agnese è intitolato un Distaccamento della Brigata “Silvano Belgrano” - Divisione d’assalto Garibaldi “Silvio Bonfante”.
Redazione, Arrivano i Partigiani. Inserto 2. "Le formazioni di montagna della I^ e della VI^ Zona Operativa Ligure che operavano nella provincia di Savona", I Resistenti, ANPI Savona, numero speciale, 2011
 
Segnaliamo questi due colpi esemplari, che luminosamente rappresentano l'utilità e la bontà dei nostri sistemi di lotta:
I°  Il V Dist. il 10 corr. a Val Gavano affrontava una cinquantina di tedeschi che transitavano su due camion. Dopo breve lotta i tedeschi si ritiravano precipitosamente abbandonando un camion e portandosi con loro una ventina tra morti e feriti
2°  Il I Dist. il 10 corr. a Rossi obbligava 14 militi fascisti ad arrendersi. Questi venivano così disarmati e passati tutti per le armi.
Notiziario dei Distaccamenti garibaldini imperiesi n° 2 del 12 giugno 1944. Archivio: Isrecim. Fonte: Rete Parri

...appare chiaramente come nel giugno del '44, al momento della costituzione della IX^ Brigata (14 giugno secondo la data ufficiale o almeno convenzionalmente accettata) una vasta rete di formazioni partigiane si stendesse in tutto il territorio della provincia. Quando queste formazioni si furono riunite nella suddetta Brigata, con la quale tutta l'organizzazione antifascista era strettamente collegata, esse finirono col costituire un'unica entità militare di notevole proporzione e consistenza e di vaste possibilità.
Giovanni Strato, Storia della Resistenza Imperiese (I^ zona Liguria) - Vol. I. La Resistenza nella provincia di Imperia dalle origini a metà giugno 1944, Sabatelli Editore, Savona, 1976
 
Terzorio (IM), oggi comune autonomo

Il 17 corrente, alle ore 23, in Riva S. Stefano, alcuni banditi uccidevano nella propria abitazione, in frazione Terzorio del suddetto comune, il locale commissario politico Angelo VINAI.
Notiziario della Guardia Nazionale Repubblicana del 24 giugno 1944, p. 35.  Fonte: Fondazione Luigi Micheletti