sabato 31 luglio 2021

Cercammo di raggiungere la formazione partigiana garibaldina che operava in Liguria

Uno dei Forti di Nava, Pornassio (IM)
 
Dopo aver partecipato alle campagne di guerra 1940-1945 (Francia-Albania-Grecia-Jugoslavia) eccomi a raccontare la parte ben più tragica dopo l'8 settembre 1943.
Mentre mi trovavo in licenza illimitata a casa, a Briga, vengo catturato da una pattuglia di SS tedesche arrivata all'improvviso verso mezzogiorno.
Mi viene dato appena il tempo di rimettermi la divisa militare e vengo fatto salire sul gippone con altri paesani catturati come me, con destinazione Cuneo, da dove partivano le tradotte con vagoni piombati verso la Germania.
Per fortuna, giunti a Tenda, paese presidiato dai militari tedeschi della Wermacht addetti al recupero di materiale della IV Armata Italiana, il maresciallo comandante del Presidio si impegna per il nostro rilascio.
Una quindicina di noi rimane a Tenda con la consegna di lavorare alla sistemazione di materiali vari ed accudire una trentina circa di muli; questo a causa dell'esiguità e dell'anzianità degli uomini che componevano il Presidio.
Lavoriamo per questo Presidio per alcuni mesi: lavoro di giorno e liberi di uscire alla sera.
Da Tenda veniamo spostati a Cuneo nella Caserma già IV° Artiglieria Alpina dove ci impongono di mettere un bracciale giallo con la scritta in caratteri gotici in lingua tedesca "soldato tedesco".
Chi non accetta viene spedito in Germania.
Così una sera decidemmo di fuggire; camminammo tutta la notte ed al mattino giungemmo a Briga.
Cercammo di raggiungere la formazione partigiana garibaldina che operava in Liguria e qui, con altri sbandati, costituimmo un nuovo distaccamento, cioè una Brigata.
Ci mettemmo in marcia per raggiungere il posto indicato, transitando per i Forti di Nava [nel comune di Pornassio (IM)].
Qua dovemmo cambiare rotta perché in quella località si trovavano già altri uomini del Capitano Martinengo [Eraldo Hanau].
Ci trasferimmo, pertanto, in Val Corsaglia (Mondovì).
Fu una marcia massacrante, attraversando Viozene, Mongioie, passando per Piaggia, frazione di Briga Marittima, ora diventata Briga Alta.
Lì appresi che i miei genitori e mio fratello Luciano di 16 anni in conseguenza alla nostra fuga erano stati arrestati e portati nel carcere "Leutrum" di Cuneo.
Mio fratello Luciano veniva sovente interrogato affinché dicesse dove noi eravamo.
Per impaurirlo gli prendevano le misure per la cassa da morto.
Poi tutto si è risolto grazie all’interessamento dell’ingegnere capo della Centrale Elettrica dove lavorava mio padre.
Egli chiese al Comando tedesco il rilascio motivandolo con la urgente necessità di operai specializzati da inserire nella Centrale Elettrica.
Grazie a questo mio padre fu subito rilasciato.
Seguirono la liberazione di mia madre e di mio fratello.
In Val Corsaglia trovammo la valle già presidiata e comandata da un ex appuntato dei Carabinieri (Taglietto).
Intanto il capitano Martinengo decise di ritornare verso Viozene [Frazione di Ormea (CN)] dove insediò il suo Comando di Brigata.
Il nostro gruppo rimase in Val Corsaglia prendendo posizione a Costa Calda sulle alture di fronte alle Grotte di Bossea, posizione che dominava un bel tratto di strada provinciale che da San Michele di Mondovì porta a Fontane di Frabosa.
Aldo Clerico in Libertà dal Popolo, Notiziario della F.V.L., n° 2 del 2011
 
Nella provincia di Cuneo, tra la fine del '43 e l'inizio del '44, le bande più organizzate sono quelle guidate da Ignazio Vian, l'eroe di Boves, Piero Cosa e Franco Ravinale, ufficiali dell'ex esercito. Questi, che occupano le valli Casotto, Corsaglia, Mongia, Tanaro, Ellero e Pesio, a partire dal febbraio decidono di affidare al maggiore “Mauri”, che dal dicembre guida una banda nella val Maudagna, il comando dell'area alpina. <209
Nella parte settentrionale della provincia prende corpo il nucleo costitutivo della I divisione Garibaldi “Piemonte”, formato dal comando della 4ª brigata “Cuneo”. Oltre a operare nelle valli alpine settentrionali, al comando della I^ divisione rispondono anche i gruppi presenti nelle valli Belbo e Tanaro, nucleo originario della 16ª brigata “Generale Perotti”, mentre verso la fine di novembre, venuto a conoscenza della presenza di diversi nuclei di resistenti, tra cui ex militari, “Barbato” [Pompeo Colajanni] trasferisce «un gruppo di uomini capaci» in val Varaita. <210
[...] A partire da novembre infatti, colonne tedesche e fasciste circondano la parte occidentale della provincia di Cuneo, chiudendo le vie di uscita ai partigiani. Il 18 novembre viene rastrellata l'intera val Casotto, che costringerà gli uomini al comando del sottotenente Colantuoni a spostarsi in val Corsaglia. <212
[...] Per tutto il mese di gennaio, le vallate alpine vengono colpite dai tedeschi, che adottano un nuovo tipo di rastrellamento, basato sullo scontro frontale e sull’accerchiamento. Le postazioni partigiane vengono assalite, tanto da disperdere i partigiani e metterli in fuga, come documenta “Mauri” nel suo diario dopo il rastrellamento in val Maudagna, il 14 gennaio: <217
"Siamo rimasti in trentacinque. Saliamo sull'alto, al rifugio di Prel, sopra Frabosa. Ma rimanere lassù non è possibile; è un posto ideale per villeggiare, ma non va bene per fare il partigiano. Troppo lontano dalle strade". <218
Dopo il rastrellamento, “Mauri” con i pochi uomini rimasti è costretto a spostarsi in Val Casotto, e a unirsi ai gruppi lì presenti.
[...] Come “Mauri” stesso scrive nella relazione sui fatti d'arme di val Casotto, in pochissimi giorni giungono al comando «circa un migliaio di uomini che non costituivano che un peso»: <221 l'impossibilità di armarli e la previsione di
un'imminente rastrellamento tedesco nella zona aggravano in questo modo una situazione già precaria. Simile circostanza si verifica presso altri comandi partigiani, come ad esempio in quelli GL posizionati in valle Stura. <222
209 G. Perona (a cura di), Formazioni autonome, cit., p. 319
210 M. Diena, Guerriglia e autogoverno, cit., p. 17
212 Questo gruppo entrerà poi a far parte della III divisione Alpi.
217 Per i rastrellamenti di gennaio '44 vedi M. Giovana, La Resistenza in Piemonte, cit., p. 53, in particolare nota 26; D. L. Bianco, La guerra partigiana, cit., pp. 37-41; e 25 aprile. La Resistenza in Piemonte, ANPI Torino, Orma, 1946
218 E. Martini, Con la libertà e per la libertà, cit., p. 32
221 “Relazione sui fatti d'arme dal 13 al 17 marzo nelle valli Casotto, Mongia e Tanaro”, Dalle Langhe, 9 aprile 1944 - I° della Liberazione, in G. Perona (a cura di), Formazioni autonome, cit., doc. 2, p. 340
222 M. Giovana, “Popolazioni alpine nella guerra partigiana del Cuneese”, cit., p. 89

Giampaolo De Luca, Partigiani delle Langhe. Culture di banda e rapporti tra formazioni nella VI zona operativa piemontese, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Pisa, Anno Accademico 2012-2013 
 
I tedeschi avevano nel frattempo posto un loro importante quartiere generale nell'Albergo Miramonti di Garessio (CN).
Da questo centro i nazisti organizzarono un forte rastrellamento contro le bande badogliane di Val Casotto, nelle quali militava anche un noto attore, Folco Lulli.
I nazisti furono, tuttavia, attaccati proprio nell'Albergo dai "ribelli", badogliani, ma non solo da questi.
Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell’Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945) - Tomo I - Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Facoltà di Scienze della Formazione, Corso di Laurea in Pedagogia - Anno Accademico 1998 - 1999
 
Verso la fine del febbraio '44 (nei giorni dal 25 al 27) vi era stata la battaglia di Garessio, con l'attacco dei partigiani al Miramonti, albergo nel quale si erano asserragliati i i tedeschi. Questi, con lo scopo di compiere una vasta opera di rastrellamento specialmente contro i partigiani di Val Casotto, avevano occupato Garessio (25 febbraio), incominciando subito a commettere uccisioni e devastazioni, e avevano posta la loro sede nell'albergo Miramonti.  Attaccati dai partigiani di Mauri, convenuti da varie parti, la battaglia aveva assunto ampie proporzioni, svolgendosi contemporaneamente in diverse località. Infine i tedeschi, dopo aver compiuto numerosi massacri con la cooperazione di militi fascisti del battaglione San Marco, avevano lasciato il paese (27 febbraio); ma vi erano stati strascichi dolorosi anche nei giorni seguenti. Durante questi fatti il 26 febbraio '44 era stato ripetutamente ferito in combattimento e dai militi fascisti catturato, torturato e ucciso Sergio Sabatini.
Giovanni Strato, Storia della Resistenza Imperiese (I^ zona Liguria) - Vol. I. La Resistenza nella provincia di Imperia dalle origini a metà giugno 1944, Editrice Liguria, Savona, 1976, ristampa del 2005 a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia  

Fonte: I Partigiani d'Italia

Nella battaglia di Garessio (CN) [il 26 febbraio 1944] venne ucciso il partigiano Sergio Sabatini * di Imperia.
Rocco Fava, Op. cit.
* Sergio Sabatini. Medaglia d'oro al valor militare con la seguente motivazione: "Giovane partigiano di eccezionale coraggio, rinunciava alla licenza per partecipare con i propri compagni ad un’azione di particolare importanza contro un presidio tedesco. Ferito due volte durante l’epica lotta e costretto dietro ordine del comando a ritirarsi per esaurimento delle munizioni, si offriva volontario per portare ordini ad un reparto impegnato su altro tratto di fronte. Ferito una terza volta nell’attraversare una zona scoperta e battuta tentava ancora con le ultime forze di assolvere il suo compito, finché, colpito una quarta volta al petto, cadeva nelle mani del nemico, che dopo avere tentato invano di estorcergli notizie sull’organizzazione partigiana, lo seviziava barbaramente. Condotto a morte, l’affrontava con sprezzo gridando al nemico: «Mio padre mi ha insegnato a vivere, io vi insegno a morire». Fulgido esempio di valore e di fermezza". Garessio, 25-26 febbraio 1944

Nella squadra di Martinengo [Eraldo Hanau] a tenere una posizione importante sopra il paese c'era anche lo studente onegliese Sergio Sabatini. I suoi compagni sapevano che sparava bene alla mitraglia: allora gliela diedero in consegna con tutto l'occorrente per la postazione; ma più tardi i tedeschi lo catturarono ferito, perché si era fidato troppo andando allo scoperto quando partì volontario per portare un ordine urgente ai mortaisti. Anche i nazifascisti capirono che era un ragazzo in gamba molto deciso, che non dava segno di dolore manco quando provarono a picchiarlo per farlo parlare. Cosicché prima di ricominciare cercarono di convincerlo con le buone; ma lui continuava a dire di no, che lì c'era per conto suo e basta; poi lo torturarono con accanimento avendo perso la pazienza, per fargli dire del comando e dei comandanti.
Osvaldo Contestabile, Scarpe rotte libertà. Storia partigiana, Cappelli editore, 1982, pp. 23-24

Fonte: I Partigiani d'Italia

Giorgio Carrara, nato a Garessio il marzo 1925, allievo meccanico. Partigiano del distaccamento del Colle di Casotto, il 27 febbraio 1944 scende in Garessio accompagnato da un partigiano del luogo con l’intento di recuperare armi abbandonate ed assumere notizie sulle intenzioni dei nazifascisti. Compiuto il recupero, i partigiani si avvicinano al piazzale dell’albergo Miramonti, (sede del comando tedesco), fanno fuoco sui tedeschi, quindi risalgono la "costa della battagliera" verso regione Campi. I tedeschi allertati li inseguono: Carrara è colpito all’addome da una raffica, mentre il suo compagno riesce a fuggire. Catturato da due soldati, è condotto prima al comando del Miramonti, poi verso la strada di Valsorda sino all’incrocio con quella delle Fonti. In tale località gli sparano in fronte con il mitra. Mostrando il tricolore che gli orna il risvolto della giacca, pronuncia le sue ultime parole: "Viva l’Italia!".
È insignito di Croce di guerra alla memoria: "Partigiano ardito e coraggioso, già ripetutamente distintosi in precedenti circostanze, durante un aspro combattimento per la conquista di un importante centro abitato, trovava morte gloriosa alla testa dei suoi compagni". Garessio 1° febbraio - 26 febbraio 1944
A Giorgio Carrara venne intitolato un distaccamento della Brigata "D. Arnera" - Divisione d’assalto Garibaldi "Silvio Bonfante".
Arrivano i Partigiani, inserto "2. Le formazioni di montagna della I^ e della VI^ Zona Operativa Ligure che operavano nella provincia di Savona", I RESISTENTI, ANPI Savona, 2011
 
[  n.d.r: l'alta Val Tanaro, la Val Casotto ed alcuni territori limitrofi furono poco dopo le date qui indicate area operativa delle formazioni garibaldine della I^ Zona Operativa Liguria, segnatamente da dicembre 1945 della Divisione "Silvio Bonfante"; del resto diversi partigiani, che erano stati dapprima con i badogliani, confluirono in seguito tra i garibaldini del ponente ligure: ad esempio Bruno Schivo (Cimitero), che divenne capo squadra del Distaccamento "Filippo Airaldi" della II^ Brigata "Nino Berio" della Divisione "Silvio Bonfante" ]
 

venerdì 23 luglio 2021

Circa il boia di Albenga

Albenga (SV) - Fonte: Wikipedia

È utile a questo punto tracciare una breve biografia di Luciano Luberti, battezzato durante la guerra, quando indossava la divisa nazista, il boia di Albenga.
Finito il liceo, il giovane fascista si iscrisse alla facoltà di Scienze politiche.
Non prese la laurea e nel 1941, chiamato alle armi, dopo essere stato cacciato per indegnità dalla scuola allievi ufficiali di Spoleto, fu assegnato al terzo reggimento artiglieria celere di stanza a Milano.
Il giovanotto rientra subito a Roma e prende a collaborare con i tedeschi, arruolandosi addirittura nella Wermacht e vestendo la divisa della Kriegsmarine, la marina da sbarco di Hitler.
Combatte a Nettuno e a Livorno. Ma poiché parla perfettamente tedesco, viene usato come interprete nelle operazioni di rappresaglia. È soldato semplice, diventa presto caporale.
La sua carriera nell’esercito tedesco comincia immediatamente rastrellando partigiani italo-francesi in Corsica e meritandosi la croce di ferro di seconda classe. Quindi viene destinato alle costiere di Alassio e in ultimo trasferimento ad Albenga dove c’è la sede del comando della Feldgendarmerie, la polizia militare tedesca.
Qui la sua macabra ideologia e la sua malvagia natura si scatenano.
Ecco la deposizione della signora Ernesta Spalla, vedova del sindaco di Albenga, Emidio Viveri:
“Un giorno si presentò a casa mia alla testa di un gruppetto di nazisti. Fecero una perquisizione ed in una camera trovarono mio figlio Angelo, di 15 mesi, che dormiva. Il Luberti afferrò il bambino per i piedi e, tenendolo sospeso nel vuoto, minacciò di lasciarlo cadere dalla finestra se non avessi smesso di piangere. Benché anziani, i miei genitori furono brutalemte percossi, io venni portata alla gendarmeria e chiusa in una stanzetta buia dove erano rinchiuse altre 14 donne. Ricordo che una delle mie compagne di sventura tentò di suicidarsi, ingoiando degli anelli e che un’altra non venne neppure portata in ospedale benché fosse in stato interessante e avesse abortito”.
I partigiani della zona dicono che Luciano Luberti si rese responsabile, sia pure non come esecutore diretto, di innumerevoli stragi.
Uno dei suoi divertimenti preferiti consisteva nel recarsi in un piccolo centro abitato, di raggruppare un bel numero di uomini e di donne e di sottoporli a sevizie. Ad Albenga c’è ancora chi non ha fugato quegli incubi.
Sulla coscienza di Luberti grava la barbara esecuzione di 59 ostaggi, donne e uomini, compiuta alle foci del fiume Centa tra il 1944 ed il 1945.
Bruno Mantero, un albergatore ligure, riferisce: “A mio fratello, davanti ai miei occhi, strappò le orecchie, le unghie, i denti e infine gli cavò gli occhi”.
Un’altra vittima, Bartolomeo Panizza, aggiunge:
“Era il 12 gennaio del 1945. Con altri 11 ostaggi ci stavano portando al fortino del Centa per fucilarci. In attesa dell’esecuzione, il Luberti, che montava la guardia con il suo vice, Luciano Zambianchi (il quale venne fucilato subito dopo la Liberazione) ci sottoponeva ad ogni sorta di sevizie. Io sono stato l’unico di quei famosi sessanta prigionieri a salvarsi. E’ stata una pura fortuna”.
Il luciferino e furbissimo boia di Albenga riuscì a cavarsela quando un suo “scagnozzo” tentò di farlo fuori. L’episodio ebbe come protagonista un ex saltimbanco, tale Carletto, suo collaboratore che egli era riuscito ad infiltrare nelle file partigiane. Carletto venne scoperto e fatto prigioniero, ma riuscì a scappare e a rimettersi in contatto con Luberti. Era l’inverno del 1944 èndr: inverno 1944-1945]. Il saltimbanco sentiva odor di Liberazione e, per mettersi in buona luce con i futuri vincitori, per farsi perdonare delle orrende malefatte, meditò di uccidere il boia. Prese il suo fucile Thompson e lo puntò contro Luberti. Ma questi, che aveva intuito il voltafaccia del subalterno, si era premunito, svuotando le cartucce dalla polvere da sparo. Quello tirò il grilletto davanti al riso sguaiato del capo, il quale, subito dopo, lo freddò con la rivoltella.
Terminata la guerra, i partigiani si misero alla caccia della belva. Ma lo presero soltanto il 17 maggio del 1946, mentre stava andando in Francia per arruolarsi nella Legione straniera, come fecero tanti altri collaborazionisti che cercavano di scamparla.
Al processo i giudici lo condannarono a morte, ma la sentenza non fu eseguita subito. Così quando, in applicazione della nuova Costituzione, fu abolita la pena di morte, quella venne tramutata in ergastolo.
Luciano Luberti stesso racconta, con un pizzico di disprezzo per la novella Repubblica, come accadde poi che da condannato all’ergastolo si ritrovò a godere della piena libertà:
“La Cassazione giostrò tra testo costituzionale ed indulgenze varie al fine di ridurre le pene. E così il mio ergastolo fu trasformato in venti anni; si trattò di un’operazione portata avanti sotto banco, senza clamore… Infine il ministro Pella aveva accordato un ulteriore condono di dieci anni, ma ne sarebbero restati da scontare due o tre… ma il procuratore generale di Genova, con arditissima piroetta giuridica, ci mise fuori subito” [...]
Fonte: Amare fino alla morte, suppl. Il Messaggero 1994
Vincenzo Cerami, Cenni biografici di un boia, Misteri d'Italia  

[...] A questo punto si pone il problema di definire soggetti come Luberti che, oltre a mostrare una personalità sadica e tratti di sadismo sessuale, svolgono anche una attività che giustifica queste caratteristiche. Accanto al soggetto che agisce come sicario o torturatore al semplice scopo di ottenere un vantaggio concreto (denaro, status…) senza trarne piacere, è presente un più esiguo gruppo di criminali che sceglie una attività perché sintonica col proprio io e con le proprie esigenze perverse. Guadagno o vantaggi materiali, a questo punto, costituiranno un tornaconto aggiuntivo e collaterale alla primaria fonte di soddisfazione: l’uccisone, la tortura e lo stupro.
Per esprimere il concetto con le parole di un sadico “Lo scopo è la sofferenza perché non c’è maggior potere su un’altra persona di quello derivato dall’infliggerle dolore, dal forzarla a subire sofferenze senza essere in grado di difendersi. L’essenza dell’impulso sadico, quindi non è altro che il piacere della completa dominazione su di un’altra persona”….”stava fremendo dal dolore, e mi è piaciuto. In quel momento stavo unendo il culmine del godimento sessuale con lo stupro ed il culmine del mio potere con la paura la somma di tutto ciò è al di la di ogni spiegazione… io ero vivo per il solo scopo di causare sofferenza e riceverne gratificazione sessuale. Mi stavo godendo il dolore come anche il sesso…” (Mike De Bardeleben)
Dalle narrazioni dei superstiti di Albenga, l’attività di Luberti sembra includere anche il  sadismo sessuale. Il compiacimento che provava nella sua attività di torturatore, infatti, era noto. Come lo era la sua sete di crudeltà. Luberti non mostrerà mai pentimento o rimorso per gli atti commessi, anzi, durante una intervista televisiva del 1997 (organizzata dal sociologo Sabino Acquaviva), ricorderà con malcelato orgoglio i tempi della Wehrmacht.
Chiara Camerani
(Psicologa, criminologa e direttrice Cepic) direzione@calasandra.it, Luciano Luberti: un possibile caso di psicopatia, www.cronaca-nera.it, 22 marzo 2013

[...] Un documento straordinario, spaventoso, ma anche carico di insidie per il "fascino sinistro" che emana dal personaggio - il massacratore charmeur è ben tratteggiato da una delle sopravvissute - e non solo per questo: ma di ciò parleremo più avanti. Chi cerchi nell' intervistato la freddezza o il gesto trattenuto di un Priebke rimarrà deluso. Niente in Luberti tradisce contrizione. Non la voce né lo sguardo sornione né il ghigno perpetuo. Un personaggio inquietante, che sintetizza anche nella figura falstaffiana ferocia nazista e teatralità all' amatriciana. "Gli ho fatto un buco così, gli ho fatto, a Giovanni il Siciliano", ripete disegnando nell' aria un melone. "L' ho beccato dopo che aveva fatto fuori quel poveretto delle Brigate Nere. Gli ho scaricato in testa dieci bossoli, un buco così gli ho fatto a Giovanni il Siciliano...". Non la banalità, ma la voluttà del male. Prima di affrontare i rischi di questa operazione televisiva (che potrebbe sollevare le stesse perplessità che sollevò due anni fa Combat Film), converrà ricordare chi è il Boia d' Albenga, un personaggio romanzesco su cui s' è esercitato anche uno scrittore come Vincenzo Cerami. Fascista innamorato del Fuhrer, a ventidue anni s' arruola direttamente nella Wehrmacht. La sua brillante carriera nell' esercito tedesco comincia con il rastrellamento di partigiani italo-francesi in Corsica: è determinato, efficiente, merita la croce di ferro di seconda classe.
Quindi nel dicembre del 1944 il trasferimento ad Albenga, un paesino vicino a Savona che ospita il comando della Feldgendarmerie, la polizia militare del Fuhrer. Sevizie d' ogni genere. Torture. Anche stupri con bottigliette di gassosa infilate a calci. Capezzoli tagliati. Pareti imbrattate di sangue. "Beh, certo, la Feldgendarmerie lavorava sodo", dice ora il Boia un tantino compiaciuto. "Stavamo sulle palle anche ai camerati di Savona. Ma - che volete? - interpretavamo la legge, eravamo fedeli al regolamento". Dopo la guerra, la foce del fiume Centa restituirà cinquantanove cadaveri. "Befehl ist Befehl, l' ordine è ordine", continua a ripetere oggi il Boia, scuotendo la candida barba che va giù a cascata. "E io, al contrario di Priebke, ho obbedito senza lacrimare... Povero Priebke, c' ha 82 anni: finge un po' di pentimento, scarica su Kappler, ma se l' ha fatto è perché sentiva di obbedire volentieri a quell' ordine. Che me stanno a cantà?". Nell' aprile del 1945, Luberti riesce a fuggire. Prima Torino, poi Napoli, il tentativo di arruolarsi nella Legione Straniera. Il 17 maggio del 1946, sulla banchina del porto di Genova, viene riconosciuto da una sua vittima. Al processo i giudici lo condannano a morte. L' anno successivo la Corte d' Appello di Genova trasforma la sua pena prima in ergastolo, poi in 19 anni e sei mesi di carcere. L' amnistia del 1953 gli toglie ancora dieci anni. Nel luglio del 1956 il Boia torna libero. Possibile? Sentiremo ancora parlare di lui [...]
Simonetta Fiori, Sevizie e stupri. Torna l'incubo del boia di Albenga, la Repubblica, 11 febbraio 1997

Luciano Luberti, classe 1921, nacque a Roma, nell'infanzia si trasferì a Padova, dove dapprima frequentò le scuole elementari all'Istituto Pestalozzi, in via Montebello. Effettuò successivamente studi commerciali, diventando ragioniere.
Il Luberti è stato personaggio dagli aspetti psicologici inquietanti, frequentazioni spesso eccellenti hanno caratterizzato la sua ambigua esistenza. Ammise di avere avuto una relazione con un omosessuale appartenente ad una famosa famiglia ebraica.
IL BOIA DI ALBENGA
Partecipò alla Seconda Guerra Mondiale, dopo non aver portato a termine il corso per Allievi Ufficiali, prestando servizio, sino all' 8 settembre 1943, nell'Artiglieria.
Successivamente entrò nella Wehrmacht: si arruolò dapprima nella Guardia costiera ma poi fu inviato nella Feldgendarmerie.
Fremeva d'ammirazione per i nazisti (i fascisti gli parevano troppo “molli”). Combatté a Nettuno (RM), poi venne trasferito ad Alassio (SV), addetto alle batterie costiere; di lì, grazie alla conoscenza della lingua, passò al servizio, dapprima quale interprete quindi come alter ego, del maresciallo Strupp, comandante della Feldgendarmerie di Albenga, cioè il luogo dove venivano interrogati i partigiani, o i presunti tali, molto spesso davanti a padri, madri, figli, mogli o sorelle che non di rado subivano torture per far parlare i parenti inquisiti.
Si rese responsabile di torture, maltrattamenti, persecuzioni personali, abusi sessuali ed esecuzioni nei confronti non solo di partigiani ma anche di civili.
Così Luberti venne battezzato col sinistro epiteto di "Boia" di Albenga (SV), perché ritenuto torturatore e massacratore di una sessantina di albenganesi.
Molti testimoni, alcuni dei quali ancora viventi, ricordano che Luberti, la mattina, soleva leggere brani della Bibbia, mentre il pomeriggio andava a torturare i prigionieri dentro ad un bunker. Violenze di ogni genere, senza mai pentirsi o provare rimorso, pietà per le vittime; in uno speciale televisivo organizzato dal sociologo Sabino Acquaviva (nel 1997), ricordò con malcelato orgoglio: "Beh, certo, la Feldgendarmerie lavorava sodo.".
Altro tragico fatto il tradimento dell'amico d'infanzia ebreo Umberto Spizzichino.
Umberto Spizzichino e Luciano Luberti erano amici fin dalle scuole elementari all'Istituto Pestalozzi, in via Montebello.
Nel 1944 Umberto decise di fuggire in Svizzera e chiese aiuto all'amico. Luciano gli diede appuntamento in viale Manzoni. Dove le SS lo portarono in via Tasso, poi a Fossoli, poi ad Auschwitz dove morì il 28 agosto 1944.
Terminata la guerra, ad Albenga, in una fossa comune alla foce del Centa vennero riesumate ed identificate 59 salme.
Il 10 giugno 1946 tutte le 59 bare furono portate in Piazza San Michele, ad Albenga, ove si svolse una solenne cerimonia funebre; 2 lapidi vennero apposte alle pareti del bunker ove avvennero le torture e gli assassinii:
- la prima da parte dell'Unione Donne Italiane (U.D.I);
- la seconda da parte dell'Amministrazione comunale e di varie altre associazioni antifasciste.
Luberti, insieme al "boia di Genova" Friedrich Engel, è stato considerato dagli storici un "dio del male". Catturato nel 1946, riconosciuto da un prigioniero cui aveva torturato ed ucciso il fratello, mentre tentava di espatriare da Ventimiglia per arruolarsi nella Legione Straniera, fu accusato di cinquantanove delitti (tra torture ed omicidi).
Sottoposto a processo nel 1946 per i delitti nazifascisti, fu dapprima condannato alla pena di morte, «mediante fucilazione alla schiena», il 24 luglio 1946. La sentenza venne emessa dalla Corte d'Assise straordinaria di Savona, e fu l'ultima tra l'entrata in vigore dell'amnistia e la fine del 1947, anno in cui la Corte cessò le sue funzioni.
Per Luberti successivamente, facendo leva sull'infermità mentale, la condanna fu tramutata in ergastolo e quindi con l'amnistia (concessa dal guardasigilli Palmiro Togliatti e secondo una fonte opportunamente teleguidata da uno zio cardinale) a 7 anni di carcere militare. [...]
PUBBLICAZIONI
- Lionarto Kreyscaps, Luciano Luberti: assassino per onore
- Luciano Luberti, In difesa del popolo dei pazzi, programma in 7 puntate dalla rubrica televisiva - La gente scomoda (Telecittà, Bologna) febbraio-aprile 1982 / Luciano Luberti (M.T.), Luberti (Collana di documentazione sul nostro tempo; 9. ), Padova, 1982. BN 83-12359
- Vincenzo Cerami, Fattacci. Il racconto di quattro delitti italiani, Einaudi (Einaudi Tascabili. Stile libero n.483) , Torino, 1997, ISBN 88-06-14598-3
- Gianfranco Simone, Il boia di Albenga. Un criminale di guerra nell'Italia dei miracoli, Mursia, Vicenza, 1998, ISBN 884252378X
- Pier Mario Fasanotti e Valeria Gandus, Bang Bang, Marco Tropea Editore, 2004, ISBN 88-438-0422-7
- Giuliana Giani e Massimo Michelini, Luciano Luberti: il fiore putrefatto dell'amore, dal n° 3 di "M Rivista del mistero" , Alacran Edizioni, 2007
- Nanni De Marco, 1940-1945: La guerra dei Savonesi, ANPI Legino e Archivio del Partigiano Ernesto, Savona, 2002
- Luciano Luberti, La preghiera d'Ignazio e altre poesie, Organizzazione Editoriale Luberti, 1969
- Giuliano Luberti, Annali del debito pubblico / Giuliano Luberti, Roma: Organizzazione editoriale Luberti, 1966. BN 665881
- Renzo Vanni, Trent'anni di regime bianco, Giardini, 1976
- Petra Rosenbaum, II nuovo fascismo: da Salò ad Almirante: storia del MSI, Feltrinelli, 1975
- Luciano Luberti, Affaire Luberti, 1982-1984, Organizzazione Editoriale Luberti, 1987
- Application No. 9019/80: Luciano Luberti Against Italy: Report di Luciano Luberti - 1982
- Max Trevisan, Lukas, Organizzazione Editoriale Luberti, 1965
- Luciano Luberti, Le vacanze / grottesco di Max Trevisant, Roma: OEL, 1967 BN 677971.
- Luciano Luberti, I camerati / Luciano Luberti, Roma: Organizzazione editoriale Luberti, 1969,BN 709294
- Luciano Luberti, Israele : Appunti sulla crisi del Medio Oriente, Roma: Luberti, 1967, BN 6710260.
- Luciano Luberti, L'ebreo e il nazista, Roma: Organizzazione editoriale Luberti, 1968, BN 6814035.
- Luciano Luberti, La preghiera d'Ignazio, 2. ed., Roma: Organizzazione editoriale Luberti, 1975,BN 769984.
- Luciano Luberti, Altri dialoghi: gli assassini, Roma: Organizzazione editoriale Luberti, 1969, BN 7010974.
- Luciano Luberti, Furia, Roma: Organizzazione Luberti, 1964. BN 647002.
Armati Cristiano e Selvetella Yari, Roma Criminale, Newton & Compton, 2005
Fabio, Luciano Luberti..., crimeworld.forumcommunity.net, 31 dicembre 2011

Luciano Luberti detto il Boia di Albenga (Roma, 25 aprile 1921 – Padova, 10 dicembre 2002) è stato un militare e criminale italiano e collaborazionista con il regime nazista durante l'occupazione tedesca dell'Italia. Fu responsabile di diversi crimini e dell'uccisione di almeno 59 persone durante la guerra, episodio conosciuto come strage di Albenga.
Biografia
Nacque da padre meccanico a Roma dove frequentò le elementari all'Istituto Pestalozzi. Divenne poi ragioniere, lavorando anche come commesso in un negozio. Soldato di leva della classe 1921, venne ammesso al ritardo alla leva perché impegnato negli studi universitari di Economia e Commercio.
Secondo il suo foglio matricolare il 4 marzo 1941 fu arruolato nel 3º reggimento Artiglieria Celere motorizzata. Fatti alcuni corsi militari, il 16 aprile divenne caporale e il 16 giugno fu promosso sergente. Venne inserito nel corso per Allievi ufficiali, ma il 16 novembre venne ritrasferito al Deposito del 3º Reggimento Artiglieria Celere per completare i suoi obblighi di servizio militare perché dichiarato non idoneo ad allievo ufficiale. Il 3 maggio 1942 venne denunciato al tribunale di Spoleto per furto e pertanto fu sospeso dal grado di sergente; il reato fu poi amnistiato l'8 ottobre 1945.
Dopo l'armistizio
Dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943 Luberti lavorò per le SS di Roma. Tuttavia Luberti molte volte negò quanto detto, dicendo di non essere mai stato nel Regio esercito, ma che quello era solo un omonimo.
Nel novembre del 1943 entrò in contatto con Umberto Spizzichino, che era stato suo compagno alle scuole elementari Pestalozzi. Secondo la ricostruzione dei carabinieri effettuata nel dopoguerra, nel gennaio 1944 Spizzichino chiese a Luberti un nascondiglio sicuro per sfuggire ai rastrellamenti tedeschi. Luberti si offrì di farlo fuggire in Svizzera, dove sarebbe stato in contatto con un altro ebreo che in Italia lo aveva incaricato di acquistare preziosi. Luberti gli diede appuntamento per il 23 gennaio 1944 in viale Manzoni per consegnargli i documenti per l'espatrio in Svizzera; in realtà Spizzichino venne consegnato alle SS dallo stesso Luberti. Il 22 febbraio Umberto Spizzichino riuscì a inviare al fratello Alessandro una lettera in cui comunicava che si trovava nel carcere di Regina Coeli, formulando il dubbio che Luberti fosse il responsabile del suo arresto. Infatti secondo Spizzichino i due dopo essersi incontrati si recarono presso il comando delle SS che si trovava in via Tasso dove furono entrambi tratti in arresto, ma il fatto che poi Luberti non fosse stato portato anch'esso a Regina Coeli gli fece sospettare il tradimento. Nello stesso mese Umberto Spizzichino fu trasferito nel campo di prigionia di Fossoli vicino a Modena, poi ad Auschwitz dove morì il 28 agosto 1944. Nella lettera scritta al fratello raccontò il tradimento:
Dopo un periodo di addestramento nella Wehrmacht Luberti fu assegnato alla Marina costiera tedesca, di Capo di Santa Croce di Alassio come addetto alle batterie costiere. Poi fu inviato alla Feldgendarmerie di Albenga come traduttore.
Il boia di Albenga
In seguito Luberti fu impiegato come traduttore presso la Feldgendarmerie di Albenga e successivamente presso il tribunale militare di guerra della 34 Infanterie-Division, che fu insediato nella palazzina dove aveva sede la locale Brigata Nera che faceva da carceriere. Il tribunale era solitamente composto dal maresciallo capo Friedrich Strupp che comandava la Feldgendarmerie e svolgeva il ruolo di accusatore, dai sergenti maggiori Fuchs e Nusslein. Luberti fungeva da traduttore, limitandosi a tradurre le domande agli imputati e riferire le risposte ai membri del tribunale. I processi si concludevano di solito con la condanna a morte e i prigionieri venivano condotti presso la foce del fiume Centa dove venivano allineati presso una fossa e uccisi con un colpo alla nuca. L'esecuzione della sentenza veniva assolta dal maresciallo Strupp e da Luberti.
La prima esecuzione presso la foce del fiume Centa avvenne il 3 dicembre 1944 quando furono fucilati quattro civili contigui alla resistenza. Secondo alcune testimonianze, mentre si trovavano prigionieri nella Feldgendarmerie furono torturati da Strupp e da Luberti. Il 16 dicembre avvenne una nuova fucilazione in cui trovarono la morte i due fratelli Gandolfo e un altro civile. Il marchese Andrea Rolandi Ricci, che divenne poi commissario prefettizio della città, ne perorò inutilmente la grazia.
Luberti fu responsabile di torture, maltrattamenti, persecuzioni personali, abusi sessuali ed esecuzioni nei confronti di circa una sessantina di partigiani e di civili tanto che fu soprannominato il "boia" di Albenga. Partecipò anche a molti rastrellamenti nei comuni vicino ad Albenga. Il 13 dicembre 1944 a Lusignano fece un rastrellamento che portò all'uccisione di due civili. Fu più volte interrogata la moglie del partigiano Libero Emidio Viveri. Per costringerla a confessare dove fosse nascosto il marito, Luberti prese per una gamba Angelo il figlio duenne, tenendolo appeso nel vuoto fuori dal balcone del quarto piano, e minacciando la madre di lasciarlo cadere nel vuoto; pur non ottenendo le informazioni non realizzò la minaccia. La signora Viveri venne torturata dallo stesso Luberti e detenuta sette giorni nelle carceri di Via Trieste. Durante il processo, molti testimoni raccontano che di ritorno in gendarmeria dopo le fucilazioni, ogni volta il Luberti era solito lasciarsi andare a manifestazioni rumorose di allegria per le avvenute morti.
Molti testimoni ricordano che Luberti, la mattina, soleva leggere brani della Bibbia pur professandosi non credente, mentre il pomeriggio andava a torturare i prigionieri dentro al bunker presso la foce del fiume Centa. In uno speciale televisivo organizzato dal sociologo Sabino Acquaviva (nel 1997), ricordò con orgoglio: "Beh, certo, alla Feldgendarmerie si lavorava sodo."
Fine della guerra e primo processo
Terminata la guerra, ad Albenga, in una fossa comune alla foce del Centa vennero riesumate e identificate 59 salme. Il 10 giugno 1946 tutte le 59 bare furono portate in Piazza San Michele, ad Albenga, dove si svolse una solenne cerimonia funebre. Due lapidi vennero apposte alle pareti del bunker dove avvennero le torture e le fucilazioni: una da parte dell'Unione Donne Italiane e la seconda da parte dell'Amministrazione comunale e di varie associazioni antifasciste.
Il 25 aprile 1945 Luberti si unì alle 34° Infanterie-Division che dopo aver lasciato la Liguria si stava spostando verso il Piemonte per poi dirigersi in Germania. A Torino trovò dei falsi documenti tedeschi e si fece ricoverare per farsi estrarre una scheggia di granata, ma venne preso dagli alleati e portato nel carcere di Ivrea. Un partigiano, Bruno Schivo detto Cimitero, al quale il boia aveva ucciso il padre e la fidanzata, lo riconobbe nel carcere in mezzo agli altri, ma il comandante del campo non glielo consegnò, ritenendo che fosse un tedesco. Luberti fuggì a Portici, dove si nascose da un panettiere, e dopo qualche tempo decise di arruolarsi nella Legione Straniera. A Napoli, occupata dai francesi, gli venne detto di dirigersi verso Marsiglia per arruolarsi. Venne catturato nel 1946, riconosciuto da Bruno Mantero, un poliziotto, che si era arruolato proprio per catturare Luberti, che anni prima gli aveva torturato e ucciso il fratello accusato di essere un partigiano. Stava tentando di espatriare da Ventimiglia [...]
Redazione, Luciano Luberti, owlapps

lunedì 19 luglio 2021

Dal sacrificio ultraventennale di Gilardi e di un buon nucleo di antifascisti imperiesi sorgono feconde premesse

Uno scorcio della Calata G.B. Cuneo del porto di Oneglia ad Imperia

Prima dell'entrata in guerra dell'Italia vi erano ad Imperia, come altrove, persone che si incontravano... appartenevano ai partiti politici dichiarati fuori legge dal regime... [molti] erano aderenti al partito comunista, che era il solo che poteva vantare una solida organizzazione clandestina. 
Altri appartenevano alle altre correnti: cattolica, socialista, liberale.
Non mancavano coloro che erano mossi solo dall'avversità al regime fascista.
A partire dai primi anni [del regime] ci furono numerosi arresti e processi ai danni di esponenti dell'opposizione al fascismo...
Nel 1928 vennero arrestati circa 50 giovani tutti appartenenti alla federazione giovanile comunista, capeggiati da Giovanni Giacomelli (Nino)...
... alcuni imperiesi parteciparono alla guerra civile spagnola nelle fila degli oppositori di Franco...
Reduci dalla guerra spagnola ritornarono alcuni combattenti che misero a frutto l'esperienza accumulata...
tra questi... Carlo Farini [con il nome di battaglia di Simon, dalla fine del 1944 Ispettore Generale della I^ Zona Liguria delle formazioni partigiane Garibaldi]... Lorenzo Musso [con il nome di battaglia di Sumi, dalla fine del 1944 Commissario Politico al Comando Operativo della I^ Zona Liguria] di Imperia... Giuseppe Vittorio Guglielmo  [con il nome di battaglia di Vittò, ma anche Vitò o Ivano, dalla fine del 1944 comandante della II^ Divisione d'Assalto Garibaldi "Felice Cascione"]...
Negli anni fino al 1943 i gruppi antifascisti non ebbero una comune organizzazione...
l'organizzazione comunista era già efficiente...
quella del P.d.A. [Partito d'Azione] venne costituita ad Imperia verso la fine del 1942...
Le riunioni per riorganizzare i partiti antifascisti... dopo il 25 luglio 1943 [caduta di Mussolini] nonostante i... divieti del governo Badoglio.
Nell'agosto 1943 venne dato l'incarico al professor Strato di costituire il partito democristiano...
Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell'Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e della Storia Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945) - Tomo I - Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Facoltà di Scienze della Formazione, Corso di Laurea in Pedagogia - Anno Accademico 1998 - 1999
 
Dai centri di raccolta di Figueiras e di Albacete se ne arruolarono una dozzina di queste parti coi repubblicani spagnoli, entrando nelle brigate internazionali: quattro caddero subito in combattimento nei primi scontri contro i falangisti. Nel frattempo il professor Parodi spiegava filosofia in còcina ligure e trascurava le riforme di Bottai, - ma va a spigolare -; qualche altro rifiutava il voi dalla cattedra come Giraud galantuomo o la Biglia la Drago e la Giobbia sempre recidive e sempre sorvegliate per antifascismo schietto.
[...] Sempre in quei tempi la folla, che tanto numerosa non si era mai vista in chiesa, straripava dalla collegiata di San Giovanni a Oneglia, quando don Boeri arciprete faceva predicare, bene in vista dalle balaustre, Giorgio La Pira e don Primo Mazzolari. Erano delle occasioni eccezionali, e a sentirli ci andavano anche quelli che a messa non ci andavano mai, neppure alla festa grande.
Più in dentro, nei paesi di queste valli aperte ai venti e alla pioggia, coi sagrati frusti, gli oratori erano più duraturi delle palestre della Gil; tra questa gente povera e tenace, sopravvissero fabbricerie e confraternite, coi registri rilegati in pelle di capra e le loro usanze guai a toccargliele.
Fra Ginepro cappellano della milizia arringava roboante i legionari d'oltremare per la quarta sponda, alé alla conquista; ma loro non ci capivano un tubo infastiditi dal sudore e dalla acidità di stomaco, fumando le milit.
Luigi Gedda faceva il tenente medico a Campochiesa, era di complemento, e nel frattempo collaudava l'azione cattolica pacelliana nella cella campanaria del Sacro Cuore di Albenga incitando jodel jodel ju ..., che era il suo grido va a sapere alla montanara, come lo voleva lui.
Moriva nella sua Casa rossa, tra le essenze salmastre i pini silvestri e i riflessi grigioargentei del Capo Berta, il poeta dei bimbi Angiolo Silvio Novaro, quello del «Cestello», rinomato assaggiatore d'olio e compilatore del testo unico per la quarta elementare, tutti balilla.
Gli fecero un funerale solenne, come a Oneglia non ne avevano mai visto, con feluca e spadino di accademico d'Italia sul cofano. Tutte le scolaresche in divisa della gioventù italiana del littorio venivano dietro bene allineate e coperte; finché il gerarca mandato da Roma in camicia nera, rappresentando il duce al cimitero, fece il discorso e tutti dissero - presente.
Giovanni Strato si ripassava in solitudine i momenti forti della storia locale per riparlarne coi suoi studenti, e allevava antifascisti in cospirazione coi fratelli Calvini, poi coi Serra.
Alla sera di nascosto a poco a poco traduceva Hitler m'a dit e i discorsi di Churchill, che ricopiava a mano, facendone delle copie per distribuirle a suo rischio e pericolo.
Nella tabaccheria di Amoretti a Porto, dietro un paravento, sotto il naso dei poliziotti, si rimontavano tutte le volte che facevano di bisogno i pezzi del ciclostile della cellula.
Poi Castagneto Elettrico smistava le copie de l'Unità sottobanco senza farsene accorgere, e proprio lì a due passi dalla questura fissava gli appuntamenti interpartitici della cospirazione.
I giovani cresciuti in sacrestia con don Gerini don Vìcari e don Montanaro, mostravano ai passanti l'Osservatore Romano con sussiego; magari non lo leggevano neanche perché era difficile, ma lo mostravano dalla tasca della giacca. Lo tenevano con la testata bene in vista sulla crocera per cimentare i fascisti che passeggiando avanti indietro facevano i bulli; erano i tempi che Trucchi e Faravelli ci sguazzavano da marpioni col regime, cuccandosi gli appalti uno sull'altro in Africa Orientale e in Spagna, quando andavano o venivano immanigliati a generali gerarchi ispettori e affaristi, con tutto il bataclan dei maneggioni che gli stavano intorno.
Dicevano perfino di una volta, quando Franco fu alle strette senza soldi per qualche manrovescio marocchino che gli era capitato all'improvviso: allora invece di valuta gli esibì in pagamento un treno blindato con tutto il munizionamento e gli accessori giusti per farlo funzionare, tutto in regola.
Osvaldo Contestabile, Scarpe rotte libertà. Storia partigiana, Cappelli editore, 1982, pp. 11-13
 
Già prima dell'8 settembre 1943, Andrea [Giovanni Gilardi] è in possesso di un curriculum di lotta eccezionale.
Nato ad Oneglia il 24 giugno 1903, da Stefano e da Giuseppina Bonavera, a diciassette anni si trova impegnato nella lotta operaia per l'occupazione delle fabbriche. Nel 1923 passa tra i militanti del PCI. Il fascismo comincia ad imperversare; ma Gilardi non cede. Nel 1927 è inviato in Russia per compiervi degli studi presso una scuola di partito. Rientra nel 1930 per riprendere il suo posto di rischio nella trincea dell'antifascismo. Ma, nel frattempo, la polizia segreta, avendo identificato in lui uno dei più strenui combattenti sovversivi, pericolosi al regime, lo fa sorvegliare durante tutte le tappe del ritorno verso l'Italia attraverso l'Europa. Sicché, dopo alcuni mesi di vita cospirativa dal suo arrivo in Italia, viene arrestato a Treviso e sottoposto al giudizio del Tribunale Speciale Fascista che, con sentenza n. 7 dell'11 marzo 1931 (presidente Tringali, relatore Presti), gli commina la pena di dieci anni di carcere e tre di sorveglianza speciale. Per sopravvenuta amnistia, nel 1934 «Andrea» esce dal carcere di Civitavecchia. È sorvegliato, ma ciò non lo fa desistere dal suo impegno e rientra ad Imperia per riprendere l'attività cospirativa.
Dal sacrificio ultraventennale di Gilardi e di un buon nucleo di antifascisti imperiesi, sorgono feconde premesse anche nella nostra provincia per un'altra forma di lotta, ultima battaglia per chiudere il conto con la dittatura in Italia.
«Negli anni della clandestinità (1927-1943) hanno sempre funzionato delle cellule di fabbrica e di strada; numerosi sono stati gli arrestati, alcuni di essi confinati e condannati dal Tribunale Speciale. Questi precedenti spiegano perché fu possibile dar vita - successivamente - ad un forte movimento partigiano della zona». Sono parole di Gilardi che, come al solito, ricerca per ogni effetto la sua causa.
Giunge l'8 settembre 1943. La polizia va allo stabilimento Italcementi di Oneglia per arrestarlo, ma egli riesce a saltare il muro di recinzione, perché avvertito dai suoi amici operai. Si rifugia con Cascione in località Magaietto e, in un vecchio casone, nasce uno dei nostri primi gruppi partigiani.
Gilardi ha quarant'anni di vita e già ventitré anni di lotta!
Ora, la sua battaglia riprende sotto altre forme perché il popolo può imbracciare un fucile. La Resistenza richiede nuovi impegni e dà inizio a quella metamorfosi per cui cadono, come foglie secche sotto il soffio del vento autunnale, certe effimere impalcature e ne sorgono di più solide e resistenti. Sta morendo l'epoca del passa-foglietto e del tremebondo ed inutile sussurro antifascista.
Sono chiamati a raccolta i combattenti autentici e, tra essi, per primi, quelli dell'antica lotta, affinché consegnino e trasferiscano alle giovani generazioni il bagaglio della loro esperienza e del loro coraggio. Tra i primi organizza i nuclei armati della montagna. È con Felice Cascione, Giacomo Amoretti (Leonida), Nino Siccardi (Curto), Giacomo Castagneto (Elettrico), Giovanni Giuseppe Garibaldi (Biondi) nelle riunioni per la preparazione della lotta armata.  
Il  compito è gravoso, duro oltre ogni dire, rischioso.
A  fine settembre, giunge ad Imperia Giancarlo Pajetta (Nullo), vice comandante delle Brigate d'Assalto Garibaldi in Italia. Dopo una riunione in casa di Giacomo Castagneto, nel corso della quale è affidato a «Curto» il Comando dei GAP, Gilardi accompagna Pajetta in località «Cappelletta» del monte Acquarone dove, in un raduno dei primi esponenti partigiani, prende corpo l'inquadramento delle formazioni armate in distaccamenti dotali di comandanti e di   commissari.
Carlo Rubaudo, Storia della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria) - Vol. II. Da giugno ad agosto 1944, edito a cura dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia, Imperia, Dominici Editore, 1992 

Dal 1940 al 25 luglio 1943 gli antifascisti si fecero più numerosi, diventarono più attivi, e si formarono dei veri e propri gruppi clandestini tendenti deliberatamente ad abbattere il fascismo.
Lo scrivente, prof. Strato, come esponente dei gruppi da lui creati ed organizzati, già attivi nel 1940, e che comprendevano circa un centinaio di persone in Imperia e fuori di Imperia, venne a contatto con esponenti di altri gruppi e con altri antifascisti. In queste pagine si limiterà a ricordare qualche persona isolata e alcuni fra gli esponenti di gruppi che, durante la guerra o subito dopo, svolsero una certa attività o ebbero qualche mansione, mentre spera di potere essere più completo in un eventuale studio più ampio. Così vengono ricordati specialmente: l'ing. Vincenzo Acquarone, con gli Oddone Ivar e Bruno, con Eliseo Lagorio, con Todros Alberto, con Carlo Carli e con altri: il prof. Bruno Giovanni, con Ugo De Barbieri di Genova, con Gazzano Federico, col sergente Alfredo Rovelli di Sanremo, e con altri; il rag. Giacomo Castagneto; Felice Cascione; Magliano Angelo (residente a Milano); l'avv. Ricci Raimondo; i proff. Giuseppe Maranetto e Letizia Venturini; la prof.ssa Costantino Costanza (residente a Torino): i Calvini (Nilo e Giovanni Battista o «Nanni») di Bussana; Lorenzo Acquarone, di Artallo; Nino Siccardi (poi «Curto») *. Ognuna delle persone sopra ricordate, e altre collegate con esse, che non abbiamo potuto elencare perché nel presente volume è solo possibile accennare brevemente a questo argomento, avevano a loro volta una cerchia più o meno vasta di amici, ad essi uniti per lo stesso fine e con lo stesso ideale. I gruppi, per lo più, si tenevano in contatto per mezzo dei principali esponenti; e persone e gruppi costituivano una fitta rete cospirativa, che svolgeva un'attività particolarmente intensa.
Dei gruppi costituiti e diretti dallo scrivente fecero parte, fra gli altri, Enrico e Nicola Serra e Sergio Sabatini.
* Dietro invito di Magliano Angelo, fatto in una delle molte riunioni clandestine tenute in casa dell'Ing. Vincenzo Acquarone, alcuni di noi, fra cui lo scrivente, avevano prenotato e poi acquistato copia del volume «Presupposti di un ordine internazionale» di Guido Gonella, Edizioni <<Civitas Gentium», Città del Vaticano, 1942.
Giovanni Strato, Storia della Resistenza Imperiese (I^ zona Liguria) - Vol. I. La Resistenza nella provincia di Imperia dalle origini a metà giugno 1944, Editrice Liguria, Savona, 1976, ristampa del 2005 a cura dell’Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, p. 59
 
«Menicco» [Giacomo Amoretti] è di quei combattenti che paiono scolpiti nella roccia, tanto duri da affrontare ogni tempesta. Ma il suo cuore è tanto tenero e sensibile verso la sofferenza e la giustizia da offrire argomento per la più sentimentale e commovente delle descrizioni.
Egli nasce a Oneglia da modesta famiglia di lavoratori (suo padre era il ben conosciuto calzolaio Lazzaro) il 9 giugno 1898. Studia e consegue il diploma di licenza tecnica. Giovinetto, entra nel movimento giovanile socialista, seguendo le idee del padre, iscritto alla sezione di Oneglia di quel partito fin dalla sua fondazione in seguito al Congresso di Genova del 1892. Dopo la scissione di Livorno, avvenuta com'è noto nel 1921, Giacomo Amoretti aderisce alla frazione terzinternazionalista finché, con l'avvento del fascismo e la promulgazione delle leggi eccezionali del 1927, aderisce al PCI.
Per tutto il periodo della dittatura, «Menicco» fa parte del Comitato direttivo del partito e tiene i contatti con i compagni comunisti della provincia di Genova, incontrandosi con Raffaele Pieragostini, e con quelli di Savona, soprattutto con Giuseppe Rebagliati (Pippo).
Nel periodo della guerra civile spagnola, egli è responsabile di un centro di smistamento dei volontari che si recano in Spagna per combattere a fianco del governo repubblicano. L'incarico presuppone non solo grandi pericoli, ma anche il possesso di notevoli doti di abilità cospirativa, ed il consenso di tutta l'organizzazione clandestina.
Giunge l'8 settembre 1943, e la lotta diventa oltremodo drammatica. La parola alle armi. Amoretti è uno degli animatori instancabili e porta un contributo inestimabile, sia per l'opera pratica, sia per la fiducia che la sua  calma sa ispirare.
È con Gilardi, Castagneto, Cascione: tutti insieme e con altri combattenti adattano l'organizzazione clandestina ai nuovi compiti, presupposto indispensabile per l'esistenza dei primi nuclei di patrioti armati sulla montagna. Nasce il primo gruppo; poi gli altri, tra mille fatiche, ma con progressione inarrestabile.
Carlo Rubaudo, Op. cit.

domenica 11 luglio 2021

Preferisco la morte al disonore di venire con voi



Alla Memoria del Partigiano Michele Mario Miscioscia, nato a Lavello (Pz) Medaglia d'Argento al Valor Militare alla memoria
Mario si arruola volontario nelle gloriose file dei Partigiani. Assegnato alla 6/a Divisione d'assalto "Gaibaldi"- 3/a Brigata "Bacigalupo", operante nella zona di Porto Maurizio (Liguria).
E nell'indomita unità Garibaldina si distingue per sprezzo del pericolo e spirito di sacrificio. Invano i superiori lo esortano a non esporsi troppo. Lui, sordo a ogni richiamo, vuol dimostrare come sanno combatere i soldati d'Italia!!!
Fu appunto in una di queste pericolose sortite, che rimase colpito.... Impossibilitato a ricevere i primi conforti dai compagni, e di raggiungere a causa delle ferite, le sue linee; cadde nelle mani dei nazi-fascisti. Da questi gli viene fatta la proposta se voleva essere  curato .... Era un appello alla vita per il povero Mario, poteva accettare. No!!!
La vita è ben poca cosa quando la si offre per un grande ideale.
"Non voglio niente da voi - disse - finitemi qui, vicino ai miei compagni!"
E la raffica micidiale, crudele e spietata di un ignoto varamaldo lo abbatte cadavere.
Son passati settanta anni o Mario, ma il tuo ricordo non è punto svanito.
Il dolore dei tuoi è ancora acerbo, ma fiero, come fiera e stata la tua morte.
Come fieri sono anche qui, nella tua amata Lavello, i vessilli abbrunati dei Combattenti, che ti onoreranno sempre e che, additandoti quale esempio luminoso ai posteri,diranno: "Fu forte, e morì credendo".
L'olocausto delle tue ventitré primavere, non è stato vano, perché ci hai tracciato la via da seguire che è quella: del bello ed alto eroismo.
La tua morte è Vita!!! E' l'espressione più pura di questa tanto martoriata e misconosciuta gioventù Italica.
La tua tomba è un'ara, sulla quale si inchineranno riverenti le future generazioni.
A te o Mario, a noi che ti seguiremo:
FRATELLI D'ITALIA, L'ITALIA S'E' DESTA!!!
di Achille Occhionero, Lavello 3 novembre 1945
Anpi Mario Miscioscia Lavello

Fonte: la Repubblica

Fotografie, documenti, attestati, riconoscimenti. Semplici carte che per le famiglie di appartenenza e per l’intera comunità diventano patrimonio storico, tesoro da custodire e memoria da tramandare. Raccontano un pezzo di storia dell’Italia del sud che si intreccia con quella personale di uomini e donne che hanno sacrificato la propria vita per la libertà. Antonio Pellegrino, Giuseppe Pace, Michele Mario Miscioscia, Luigi Tudisco, Alfredo Tucci, Domenico Traficante, Donato Pettorruso, Giovanni Pallottino, Mauro Mastrantuono, Luigi Giudice, Alfonso Cesarano, Giovanni Carretta, Mauro Carretta, Mauro Caprioli e Giuseppe Bisceglia sono i cittadini di Lavello (Potenza) che hanno dato il loro contributo alla lotta di Liberazione nazionale come partigiani nelle regioni del nord dal 1943 al 1945. A loro, l’Anpi di Lavello ha dedicato una mostra documentaria frutto di un lungo lavoro di ricerca condotto all'Archivio centrale dello Stato a Roma e visitabile fino al 30 aprile nei locali adiacenti al museo civico della sede del Comune. “Si tratta delle vicende storiche della gioventù dei nostri nonni, dell'emigrazione dalla nostra terra - spiegano gli organizzatori -  ci piacerebbe che le persone trovassero dei riscontri in modo da aiutarci a ricostruire e recuperare la memoria su quegli anni che, comunque la si pensi, hanno lasciato un segno profondo nella storia del nostro Paese”.
Anna Martino, Potenza, l’antifascismo abita a Lavello: mostra documentaria sui partigiani che persero la vita per la libertà, la Repubblica, 26 aprile 2018

Fonte: la Repubblica

Sempre il 20 gennaio veniva ucciso a Ubaghetta, Frazione di Borghetto d'Arroscia (IM), il partigiano Michele Miscioscia (Mario), nato il 3 novembre 1921 a Lavello (PZ) in Basilicata. Il giorno prima era stato incaricato di portare dei viveri nella zona di Marmoreo. Al ritorno, verso Ubaghetta, trovò il passaggio sbarrato dal nemico. Si lanciò all'attacco con una bomba a mano, sacrificandosi, ma permettendo agli uomini dell'intendenza della Divisione e del Distaccamento "Gian Francesco De Marchi" di sganciarsi incolumi da Ubaghetta, dove erano stati attestati. ... il 19 gennaio era stato incaricato di portare dei viveri nella zona di Marmoreo; mentre rientrava alla base avvistò una colonna nazi-fascista che si dirigeva verso Ubaghetta: impossibilitato a sorpassare il nemico senza farsi scorgere... non esitava a lanciare una bomba a mano... I partigiani ed i civili, mercé il suo sacrificio, poterono abbandonare il paese celati al nemico... con queste parole la morte di Miscioscia veniva ricordata in una successiva comunicazione del Distaccamento "Angiolino Viani" alla I^ Brigata (che, ad ulteriore conferma del momento drammatico vissuto da quelle formazioni partigiane, aggiungeva "Il 20 gennaio 1945 si è assentato il polacco Valter senza fare più ritorno. Da ultime informazioni risulta che attualmente si trovi presso il Distaccamento di "Domatore" della III^ Brigata...").
Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell’Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell’Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945) - Tomo I - Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Facoltà di Scienze della Formazione, Corso di Laurea in Pedagogia - Anno Accademico 1998 - 1999

A Ubaghetta c’era un deposito di viveri. Nella sera del 22 gennaio Luigi Boriello (Boriello), dopo essersi portato in Val Lerrone, tornava verso Ubaghetta e decise insieme a Mario Miscioscia e qualche altro partigiano di tentare una puntata sul deposito: se Ubaghetta fosse stata sgomberata avrebbe preso viveri per sé e per i compagni. Giunto a Ubaghetta, il gruppo di partigiani si accorse troppo tardi che il borgo era presidiato: una raffica di mitraglia da una finestra e Miscioscia venne colpito in pieno petto. I compagni cercarono di difenderlo. Boriello sparò contro la finestra da cui era provenuta la raffica, sparò con la pistola tutti i colpi del caricatore, poi non gli rimase che tornare nel bosco, abbandonando il compagno alla sua sorte, in quanto non vi era modo di portarlo in salvo. Raggiunto morente da alcuni militi che occupavano Ubaghetta, molto sofferente e conscio della sua sorte imminente, chiese egli stesso di ricevere il colpo di grazia.
Giorgio Caudano

Giorgio Caudano, L'immagine ritrovata. Ventimiglia e dintorni nei dipinti dell'Ottocento e primo Novecento, Alzani Editore, 2021;  La libera Repubblica di Pigna. Parentesi di democrazia (29 agosto 1944 - 8 ottobre 1944) (a cura di Paolo Veziano con il contributo di Giorgio Caudano e di Graziano Mamone), Comune di Pigna,  IsrecIm, Fusta Editore, 2020; Giorgio Caudano, Dal Mare alla Trincea... memorie di uomini, BB Europa, Cuneo, 2019; Silvia Alborno, Gisella Merello, Marco Farotto, Marco Cassini, Giorgio Caudano, Franck Vigliani, curatori della mostra Claude Monet, ritorno in Riviera, catalogo a cura di Aldo Herlaut, Silvana Editoriale, Milano 2019; La Magnifica Invenzione. I pionieri della fotografia in Val Nervia 1865-1925, a cura di Marco Cassini e Giorgio Caudano, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2016   ]
 
Nelle prime ore del 20 gennaio tre colonne tedesche ed alcune compagnie di “Cacciatori degli Appennini”, provenienti da Borghetto d’Arroscia, da Casanova Lerrone e da Pieve di Teco, giungono nella zona. La pattuglia garibaldina avvista il nemico e apre il fuoco.
Dal diario militare di Luigi Pantera Massabò:
Il partigiano Mario Miscioscia, di anni 23, addetto dell’Intendenza, mentre ritorna dalla zona di Marmoreo, dove aveva portato dei viveri, nei pressi di Ubaghetta avvista una delle tre colonne nazifasciste che stanno dirigendosi verso il paese. Impossibilitato a sorpassare il nemico senza farsi scorgere per andare ad avvisare in tempo i compagni, trovandosi in una posizione che gli rende difficile la fuga, viene scoperto, per cui non esita a lanciare contro la colonna una bomba a mano, ed avvicinatosi ulteriormente, la scarica contro la sua pistola, in modo da mettere in stato d’allarme i compagni che si trovano nella zona, manda così a vuoto il colpo di mano del nemico, ormai nell’ultima fase di avvicinamento. Mentre compie il valoroso atto, è colpito mortalmente da una raffica di arma automatica.
All’ufficiale fascista che li chiede di darsi prigioniero, in cambio delle cure che gli avrebbe fatto prodigare, risponde: “Preferisco la morte al disonore di venire con voi”.
Tale frase riferiva l’ufficiale stesso, ammirato, alla popolazione di Borgo di Ranzo
.
Francesco Biga 
(con la collaborazione di Osvaldo Contestabile), Storia della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria), Vol. IV. La Resistenza nella provincia di Imperia dal Primo Gennaio 1945 alla Liberazione, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, 2005
 

Spett. Comando
Nel territorio della parrocchia di Ubaghetta comune di Borghetto d'Arroscia è stato ucciso dai cacciatori degli appennini il garibaldino Miscioscia Mario della provincia di Bari [?] appartenente all'intendenza della brigata il giorno 20 gennaio 1945.
Fu religiosamente seppellito nel cimitero il giorno 21.1.45.
Questo mi è noto
Sac. Igino Rebaudo 
 

 
 

31 gennaio 1945 - Dal comando della Divisione "Silvio Bonfante", allegato n° 24, circa le perdite subite nel mese di gennaio 1945: "... il 20, a Bosco, Gino Bellato, William Bertazzini, Gospar, soldato russo, Rolando Martini e perirono in altre località Antonino Amato, Giuseppe Cognein *, Mario Miscioscia *, Attilio Obbia, Franco Riccolano *; il 22 a Pogli Giuseppe Caimarini e Settimio Vignola; il 23 Germano Cardoletti ...".
   * Proposta assegnazione medaglie d'argento alla memoria a Mario Miscioscia, caduto il 20 gennaio 1945 nel tentativo di avvertire i compagni dell'arrivo dei tedeschi, a Giuseppe Cognein e a Franco Riccolano.
da documenti IsrecIm in Rocco Fava, Op. cit., Tomo II

lunedì 5 luglio 2021

Il Marinaio Rinaldo Delbecchi morì fucilato dai Tedeschi a Nava all'età di 26 anni

La zona Ponte di Nava - Fonte: Mapio.net

Intanto i Tedeschi, che si preparavano a schiacciare in Piemonte la I e la V brigata, accortisi del deflusso degli uomini verso la Liguria, anticipando i piani strategici, attaccano il 12 di novembre [1944] nella valle Ellero.
Le prime forze impegnate sono i partigiani badogliani delle brigate "Mauri", a cui i garibaldini della Cascione si erano collegati.  
Furono queste le iniziali avvisaglie di un gigantesco rastrellamento che, come vedremo, doveva terminare il 20 di dicembre con la conseguente distruzione, pressoché totale, delle formazioni badogliane nel basso Piemonte.
Le formazioni avevano resistito validamente all'urto, ma il giorno successivo i nazifascisti riuscivano ad occupare parte della valle Ellero con lo scopo di ottenere il controllo della strada Mondovì-Cuneo.
I badogliani sgomberano definitivamente la valle il 12 ritirandosi in val Corsaglia (11), mentre tutte le formazioni garibaldine si pongono in stato d'allarme.
Durante la notte e il mattino seguente forze fasciste si spingono fino a Frabosa Sottana, ma un contrattacco le costringe a ripiegare sulle posizioni di partenza. Sul limite del versante ligure pattuglie tedesche, già spintesi da Garessio fino a Ponte di Nava, avevano tentato di intercettare il 10 di novembre le formazioni garibaldine in movimento.
Il distaccamento d'assalto "G. Garbagnati" con alla testa «Mancen», comandante della I brigata, lascia Fontane di Frabosa alle 7,30 del 13, ma a Pornassio il trasferimento viene funestato dallo scoppio accidentale di una bomba a mano greca custodita nello zaino del viceresponsabile S.I.M. "Rinaldo" (12) che ferisce in modo grave e uccide il garibaldino austriaco Franz Mottl (Carlo), nato a Vienna il 20-10-1917, capace armaiolo, venuto in banda da Diano quando "Cion" [Silvio Bonfante] il 10 luglio l944 aveva attaccato le caserme locali.
(11) Da relazione del S.I.M. di brigata al Comando II divisione F. Cascione (prot. N 174, 12/11/1944): Informatori comunicano che formazioni nazifasciste hanno attaccato le posizioni dei patriotti di Martello (Valle Ellero). Il combattimento è proseguito per tutta la notte e sembra continui nella mattinata. Operazioni di rastrellamento sono state compiute ieri a Mondovì, dove molti sono i mezzi meccanici colà accentrati. Sembra che i nazifascisti abbiano intenzione di eseguire un rastrellamento in grande stile (nota del red.: questi attacchi furono l'inizio del grande rastrellamento di Fontane descritto da Gino Glorio (Magnesia), nel capitolo che segue).
(12) Ferito il 13 novembre 1944 a Pian Soprano (Ponti di Pornassio), Rinaldo Delbecchi (Rinaldo), viceresponsabile del S.I.M. I brigata, veniva affidato dai compagni di lotta, disperati per i continui rastrellamenti, ai contadini di Pornassio. Riportiamo qui l'episodio della sua morte tratto dal Corriere d'Imperia del 4/8/1945, organo ufficiale del C.L.N. provinciale.
" ...  Da  Oliveto arriva la sposa Maria, veramente sempre pensata e adorata, e trova Rinaldo dagli occhi senza splendore e senza speranza, e sente che non possiede più una grande riserva d'energia. Ella, la sposa di un eroe, è forte e il suo viso chiaro e biondo si china benefico sulle ferite e aiuta Rinaldo a portare per qualche giorno la sua carne dilaniata e dolorante da rifugio a rifugio. È la notte del 17 di novembre e il silenzio desolato è interrotto, tratto tratto, dal malinconico e sinistro grido di uccelli notturni. Rinaldo e  Maria sono soli col buio, con il dolore e con la morte. Improvviso e martellante si ode, incerto prima e poi distinto, un rumore di scarponi. - Rinaldo! - grida spaventata la sposa - Rinaldo, i Tedeschi! - Era vero, e mentre Rinaldo le fa coraggio i nazisti buttano giù la porta e dopo un lento girare nel buio, eccoli, e appena arrivati maltrattano la carne già maltrattata. Quando un bieco e  briaco soldato del nord picchia la sposa, Rinaldo freme, si getta disperatamente dal giaciglio per difenderla..., non regge e sviene. Lo battono e ritorna in sé; il giovane sente vicina la morte e abbraccia la sposa, le affida il dolore della mamma, parla del fratello, dei compagni patriotti e della sua casa lontana... e non curante di sé: - fatti coraggio - dice alla sposa: - ricordami come il tuo migliore compagno. Addio! - E, mentre i loro cuori si chiamano disperatamente, Rinaldo è strappato a viva forza dalle braccia della sposa e gettato su un carro; dopo un po' di strada un soldato tedesco lo fredda con alcuni colpi di rivoltella al capo. Vicino, la sposa e gli abitanti di Pornassio. Nella triste e sanguinosa aurora tremano, piangono e pregano per il giovane eroe...".
Francesco Biga, Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), Vol. III. Da settembre a fine anno 1944, a cura dell'Amministrazione Provinciale di Imperia e con il patrocinio dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, Milanostampa Editore, Farigliano, 1977, pp. 317-319                                                               

Verso il 10 novembre giunse l'ordine di ritornare in Liguria. Io partii con un gruppo formato da una decina di uomini, tra cui mio cugino "Nino", Rinaldo Delbecchi, Gustavo Berio ("Boris"), due ex sanmarchini, il maresciallo austriaco Carlo ed alcuni altri.
Giunti al passo del Bochin d'Azeo, che attraversammo durante una bellissima giornata, anche se fredda, assistemmo ad uno spettacolo per me mai visto (lo rividi nel 1989 quando per la prima volta viaggiai in aereo). Sul versante della Liguria scorgemmo una massa di nubi bianche che copriva monti e valli, e sopra un sole tinto di rosso pieno che illuminava e arrossava tutta quella distesa bianca. Era uno stupendo panorama e in quel momento pensai quanto sarebbe stato bello il mondo se non fosse continuamente insultato da uomini criminali assetati di potere e di ambizioni.
Due  giorni dopo stavamo per giungere a "Cian Survan" (Pian Soprano), situato in un bel pianoro, a monte del paese di Ponti di Pornassio. Marciavamo come sempre in fila indiana poiché non sapevamo se nel pianoro ci fossero dei nemici. Ad un tratto sentimmo una forte esplosione e immediatamente ci sparpagliammo nei dintorni, preparandoci alla difesa.
Pensavamo che il nemico ci avesse scagliato contro una bomba a mano.
Non seguirono altre esplosioni, però sentimmo dei lamenti come se qualcuno fosse rimasto ferito. Infatti Rinaldo era a terra e perdeva sangue dalla schiena: gli togliemmo lo zaino dalle spalle e constatammo che era seriamente ferito.
Invece Carlo, che durante la marcia camminava dietro Rinaldo, ricevette in pieno viso lo scoppio di una bomba di fabbricazione greca, che lo stesso Rinaldo aveva nello zaino, rimanendo ucciso sul colpo.
Alcuni rimasero feriti lievemente, tra cui un sanmarchino che perse la punta del naso.
Provvedemmo a trasportare Rinaldo nel pianoro e con acqua gli pulimmo le brutte ferite. Non gli potemmo dare niente, nemmeno un antidolorifico. In qualche modo seppellimmo Carlo. Questi era un austriaco che, quando "Mancen" l'll luglio 1944 con il distaccamento "Volantina" aveva attaccato la caserma di Diano Castello (la "Camandone"), a differenza di altri, era passato dalla parte dei partigiani; aveva sublto parecchi rastrellamenti, era rimasto sbandato più di una volta, ma era sempre rientrato nei ranghi; era un abilissimo armaiolo, prezioso quando si dovevano riparare le nostre armi.
Rimanemmo qualche giorno a Pian Soprano.
Nel frattempo era arrivato da Albenga a visitare Rinaldo un medico il quale ci disse che bisognava portare il ferito all'ospedale di Pieve di Teco per estrargli delle schegge dalla schiena e dai reni (urinava sangue).
Chiedemmo aiuto agli uomini delle SAP locali: infatti ne giunsero quattro che, in un telo da tenda, trasportarono il ferito a Ponti di Pornassio e poi, in giornata, a Pieve di Teco.
Ma le spie erano già in funzione.
Infatti il partigiano Zanazzo, che lavorava in un bar, udì alcuni soldati tedeschi che, seduti ad un tavolo, parlottando tra di loro, dicevano che all'alba del giorno successivo si sarebbero recati a Pian Soprano per sorprendere alcuni partigiani che avevano dei feriti.
Lo Zanazzo si premurò di informarci.
ln conseguenza di ciò, nel pomeriggio, io e il commissario Osvaldo Contestabile cercammo nel bosco un luogo ove nasconderci. Trovammo una grotta quasi inaccessibile che, però, stillava acqua dalla volta. Pensammo che l'umidità era meglio dei tedeschi e perciò ritornammo nella baita per cenare e dormire, ma con l'intendimento di tornare a nasconderci nella grotta.
All'alba svegliai i presenti per incamminarci verso il luogo sicuro, ma "Boris", che non so bene come fosse capitato lì, disse che c'era tempo. Probabilmente aveva un appuntamento con Carlo Carli, che operava con i badogliani e che qualche tempo prima, mentre ero di guardia, avevo visto in compagnia di un partigiano, forse accompagnato dove eravamo dalla ragazza Nelly che, sfollata a Ponti di Pornassio, collaborava con la SAP locale.
Dissi a "Boris" e agli altri che, se volevano restare, restassero pure nella baita. Io mi incamminai verso il rifugio e notai, però, che, tosto, tutti mi seguivano. Fatto sta che avevamo appena oltrepassato il pianoro quando sentimmo il vociare dei tedeschi accompagnato da spari. Erano circa una trentina e, non trovando nessuno, incendiarono la baita.
Anche questa volta salvai la pelle.
Semidisarmati come eravamo, non avremmo potuto far fronte al nemico armatissimo. In seguito due pastori, che avevano le greggi nei dintorni, ci raccontarono che i tede schi erano giunti sul luogo con gli scarponi imbottiti di stracci per non farsi sentire e che, nell'occasione, si erano impadroniti di una dozzina di pecore.
Purtroppo Rinaldo Delbecchi venne catturato, portato a Pieve di Teco sopra un carretto, e dopo poco tempo, benché ferito, fucilato.
Sandro Badellino, Mia memoria partigiana. Esperienze di vita e vicende di lotta per la libertà di un garibaldino imperiese (1944-1945), edizioni Amadeo, Imperia, 1998, pp. 67-69

Sandro "Sandro" Badellino, entrò a far parte della Resistenza il 10 Maggio 1944, nella squadra comandata da Angelo Setti "Mirko", che operava nella zona del Monte Acquarone, tra la Valle Impero e la Val Caramagna. Quasi subito partecipò ad una prima fortunata azione alla Caserma "Siffredi" di Oneglia, che comportò un buon bottino di armi. In seguito passò nella formazione "Volante" di Silvio Bonfante "Cion" che agiva nella Val Steria (Testico, Rossi, Stellanello), e nella "Volantina" del Comandante "Mancen" Massimo Gismondi [in seguito comandante della I^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Silvano Belgrano" della Divisione "Silvio Bonfante"]. Ai primi di agosto 1944, durante uno scontro, Badellino subì varie ferite che lo costrinsero convalescente per un mese dopo essere sfuggito alla cattura. Costretto nuovamente alla fuga dal suo rifugio in seguito ad una spiata, raggiunse il Bosco di Rezzo nella circostanza del famoso rastrellamento che si concluderà con la Battaglia di Montegrande. Sebbene ferito, vi partecipò affiancando la squadra di mortaisti che, colpendo le postazioni tedesche da San Bernardo di Conio [Borgomaro (IM)], ebbe un ruolo determinante nella riuscita dell’operazione. In seguito ricoprì l'incarico di intendente presso il Distaccamento "Comando" di Mancen. Il 25 Aprile 1945 scese ad Andora (SV) in qualità di Commissario di Brigata.
da Vittorio Detassis

Rinaldo Delbecchi - Fonte: Giorgio Caudano

Durante il ritorno in Liguria, dopo le settimane in cui gran parte della Cascione aveva trovato rifugio a Fontane, Rinaldo Delbecchi rimase seriamente ferito dallo scoppio accidentale di una bomba a mano che teneva nel proprio zaino, deflagrazione che costò la vita al disertore austriaco Franz Mottl. Delbecchi venne affidato a dei contadini di Pornassio. Nella notte del 17 novembre i tedeschi fecero irruzione nel casone dei Ponti di Pornassio, dove Delbecchi aveva trovato rifugio e, benché ancora con le ferite aperte, venne trascinato fuori e ucciso con alcuni colpi di pistola alla nuca.
Giorgio Caudano

[ Giorgio Caudano, L'immagine ritrovata. Ventimiglia e dintorni nei dipinti dell'Ottocento e primo Novecento, Alzani Editore, 2021;  La libera Repubblica di Pigna. Parentesi di democrazia (29 agosto 1944 - 8 ottobre 1944) (a cura di Paolo Veziano con il contributo di Giorgio Caudano e di Graziano Mamone), Comune di Pigna,  IsrecIm, Fusta Editore, 2020; Giorgio Caudano, Dal Mare alla Trincea... memorie di uomini, BB Europa, Cuneo, 2019; Silvia Alborno, Gisella Merello, Marco Farotto, Marco Cassini, Giorgio Caudano, Franck Vigliani, curatori della mostra Claude Monet, ritorno in Riviera, catalogo a cura di Aldo Herlaut, Silvana Editoriale, Milano 2019; La Magnifica Invenzione. I pionieri della fotografia in Val Nervia 1865-1925, a cura di Marco Cassini e Giorgio Caudano, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2016   ]

Non meno marcata ed efficace è l'attività delle spie nella zona di Pieve di Teco ove operano con rapidità. Di conseguenza, la notte del 16 i Tedeschi spingono una colonna di 60 uomini fino a Ponti di Pornassio. Cercano il Comando della I brigata, come primo obiettivo, ed un partigiano ferito, come secondo. Perquisiscono alcune case; poi la spia, accertato il nascondiglio di Rinaldo Delbecchi (Rinaldo) fu Carlo, nato a Castelvecchio il 19.8.1916, di cui abbiamo già descritto l'episodio, lo fa catturare e massacrare.
Francesco Biga, Op. cit., p. 347

Imperia. Nei giorni scorsi l’allieva della scuola Pantà Musicà, Salwa Amillou, ha superato brillantemente l’esame pre-accademico del corso di violino al Conservatorio Paganini di Genova. Molto spesso succede che allievi modello del corso superino brillantemente esami impegnativi come questo. Inoltre durante questa difficile prova l’allieva ha suonato un strumento di enorme prestigio: il violino che fu di Rinaldo Delbecchi, il partigiano che perse la vita durante la Resistenza. Il violino appartiene ora alla famiglia Bruzzone che lo ha gentilmente concesso alla bravissima Salwa così come a Marko Kurtinovich, un altro allievo della scuola Pantà Musicà, che ha suonato a San Bernardo di Conio (Comune di Borgomaro), lo scorso 3 settembre in occasione del 73mo Anniversario della “Battaglia di Montegrande“, una manifestazione dedicata ai caduti per la Libertà. La Storia, discreta, ci sussurra i suoi insegnamenti anche attraverso la musica e i suoi strumenti, che sopravviveranno certamente all’inevitabile decadimento della tradizione orale.
Redazione, La giovane Salwa Amillou supera l’ammissione al conservatorio Paganini suonando il violino del partigiano Rinaldo Delbecchi, Riviera24.it, 3 ottobre 2017

[...] Seguiranno quelli della Campagna di Russia: il Fante Wamoes Zaffoni, della Divisione di Fanteria ‘Sforzesca’, caduto ventenne in azione e tre Alpini del Battaglione ‘Pieve di Teco’, morti durante la ritirata (il Tenente Rodolfo Beraldi, ventisettenne, e gli Alpini Paolo Berio, ventunenne e Attilio Schivo, ventisettenne). Ultimo della lista il Marinaio Rinaldo Delbecchi, imbarcato sull'Incrociatore ‘Duca degli Abruzzi’, che dopo l'8 settembre si unì alla Resistenza e morì fucilato dai Tedeschi a Nava all'età di 26 anni [...]
Redazione, Imperia: sabato prossimo, inaugurazione della nuova lapide ai Caduti della frazione di Oliveto, Sanremonews.it, 9 dicembre 2015