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| Piaggia, Frazione del comune di Briga Alta (CN). Foto: Mauro Marchiani |
Dopo aver partecipato alle campagne di guerra 1940-1945 (Francia-Albania-Grecia-Jugoslavia) eccomi a raccontare la parte ben più tragica dopo l'8 settembre 1943.
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| Piaggia, Frazione del comune di Briga Alta (CN). Foto: Mauro Marchiani |
[...] Un documento straordinario, spaventoso, ma anche carico di insidie per il "fascino sinistro" che emana dal personaggio - il massacratore charmeur è ben tratteggiato da una delle sopravvissute - e non solo per questo: ma di ciò parleremo più avanti. Chi cerchi nell' intervistato la freddezza o il gesto trattenuto di un Priebke rimarrà deluso. Niente in Luberti tradisce contrizione. Non la voce né lo sguardo sornione né il ghigno perpetuo. Un personaggio inquietante, che sintetizza anche nella figura falstaffiana ferocia nazista e teatralità all' amatriciana. "Gli ho fatto un buco così, gli ho fatto, a Giovanni il Siciliano", ripete disegnando nell' aria un melone. "L' ho beccato dopo che aveva fatto fuori quel poveretto delle Brigate Nere. Gli ho scaricato in testa dieci bossoli, un buco così gli ho fatto a Giovanni il Siciliano...". Non la banalità, ma la voluttà del male. Prima di affrontare i rischi di questa operazione televisiva (che potrebbe sollevare le stesse perplessità che sollevò due anni fa Combat Film), converrà ricordare chi è il Boia d' Albenga, un personaggio romanzesco su cui s' è esercitato anche uno scrittore come Vincenzo Cerami. Fascista innamorato del Fuhrer, a ventidue anni s' arruola direttamente nella Wehrmacht. La sua brillante carriera nell' esercito tedesco comincia con il rastrellamento di partigiani italo-francesi in Corsica: è determinato, efficiente, merita la croce di ferro di seconda classe.
Quindi nel dicembre del 1944 il trasferimento ad Albenga, un paesino vicino a Savona che ospita il comando della Feldgendarmerie, la polizia militare del Fuhrer. Sevizie d' ogni genere. Torture. Anche stupri con bottigliette di gassosa infilate a calci. Capezzoli tagliati. Pareti imbrattate di sangue. "Beh, certo, la Feldgendarmerie lavorava sodo", dice ora il Boia un tantino compiaciuto. "Stavamo sulle palle anche ai camerati di Savona. Ma - che volete? - interpretavamo la legge, eravamo fedeli al regolamento". Dopo la guerra, la foce del fiume Centa restituirà cinquantanove cadaveri. "Befehl ist Befehl, l' ordine è ordine", continua a ripetere oggi il Boia, scuotendo la candida barba che va giù a cascata. "E io, al contrario di Priebke, ho obbedito senza lacrimare... Povero Priebke, ha 82 anni: finge un po' di pentimento, scarica su Kappler, ma se l' ha fatto è perché sentiva di obbedire volentieri a quell' ordine. Che me stanno a cantà?". Nell' aprile del 1945, Luberti riesce a fuggire. Prima Torino, poi Napoli, il tentativo di arruolarsi nella Legione Straniera. Il 17 maggio del 1946, sulla banchina del porto di Genova, viene riconosciuto da una sua vittima. Al processo i giudici lo condannano a morte. L' anno successivo la Corte d' Appello di Genova trasforma la sua pena prima in ergastolo, poi in 19 anni e sei mesi di carcere. L' amnistia del 1953 gli toglie ancora dieci anni. Nel luglio del 1956 il Boia torna libero. Possibile? Sentiremo ancora parlare di lui [...]
Simonetta Fiori, Sevizie e stupri. Torna l'incubo del boia di Albenga, la Repubblica, 11 febbraio 1997
Luciano Luberti, classe 1921, nacque a Roma, nell'infanzia si trasferì a Padova, dove dapprima frequentò le scuole elementari all'Istituto Pestalozzi, in via Montebello. Effettuò successivamente studi commerciali, diventando ragioniere.
Il Luberti è stato personaggio dagli aspetti psicologici inquietanti, frequentazioni spesso eccellenti hanno caratterizzato la sua ambigua esistenza. Ammise di avere avuto una relazione con un omosessuale appartenente ad una famosa famiglia ebraica.
IL BOIA DI ALBENGA
Partecipò alla Seconda Guerra Mondiale, dopo non aver portato a termine il corso per Allievi Ufficiali, prestando servizio, sino all' 8 settembre 1943, nell'Artiglieria.
Successivamente entrò nella Wehrmacht: si arruolò dapprima nella Guardia costiera ma poi fu inviato nella Feldgendarmerie.
Fremeva d'ammirazione per i nazisti (i fascisti gli parevano troppo “molli”). Combatté a Nettuno (RM), poi venne trasferito ad Alassio (SV), addetto alle batterie costiere; di lì, grazie alla conoscenza della lingua, passò al servizio, dapprima quale interprete quindi come alter ego, del maresciallo Strupp, comandante della Feldgendarmerie di Albenga, cioè il luogo dove venivano interrogati i partigiani, o i presunti tali, molto spesso davanti a padri, madri, figli, mogli o sorelle che non di rado subivano torture per far parlare i parenti inquisiti.
Si rese responsabile di torture, maltrattamenti, persecuzioni personali, abusi sessuali ed esecuzioni nei confronti non solo di partigiani ma anche di civili.
Così Luberti venne battezzato col sinistro epiteto di "Boia" di Albenga (SV), perché ritenuto torturatore e massacratore di una sessantina di albenganesi.
Molti testimoni, alcuni dei quali ancora viventi, ricordano che Luberti, la mattina, soleva leggere brani della Bibbia, mentre il pomeriggio andava a torturare i prigionieri dentro ad un bunker. Violenze di ogni genere, senza mai pentirsi o provare rimorso, pietà per le vittime; in uno speciale televisivo organizzato dal sociologo Sabino Acquaviva (nel 1997), ricordò con malcelato orgoglio: "Beh, certo, la Feldgendarmerie lavorava sodo.".
Altro tragico fatto il tradimento dell'amico d'infanzia ebreo Umberto Spizzichino.
Umberto Spizzichino e Luciano Luberti erano amici fin dalle scuole elementari all'Istituto Pestalozzi, in via Montebello.
Nel 1944 Umberto decise di fuggire in Svizzera e chiese aiuto all'amico. Luciano gli diede appuntamento in viale Manzoni. Dove le SS lo portarono in via Tasso, poi a Fossoli, poi ad Auschwitz dove morì il 28 agosto 1944.
Terminata la guerra, ad Albenga, in una fossa comune alla foce del Centa vennero riesumate ed identificate 59 salme.
Il 10 giugno 1946 tutte le 59 bare furono portate in Piazza San Michele, ad Albenga, ove si svolse una solenne cerimonia funebre; 2 lapidi vennero apposte alle pareti del bunker ove avvennero le torture e gli assassinii:
- la prima da parte dell'Unione Donne Italiane (U.D.I);
- la seconda da parte dell'Amministrazione comunale e di varie altre associazioni antifasciste.
Luberti, insieme al "boia di Genova" Friedrich Engel, è stato considerato dagli storici un "dio del male". Catturato nel 1946, riconosciuto da un prigioniero cui aveva torturato ed ucciso il fratello, mentre tentava di espatriare da Ventimiglia per arruolarsi nella Legione Straniera, fu accusato di cinquantanove delitti (tra torture ed omicidi).
Sottoposto a processo nel 1946 per i delitti nazifascisti, fu dapprima condannato alla pena di morte, «mediante fucilazione alla schiena», il 24 luglio 1946. La sentenza venne emessa dalla Corte d'Assise straordinaria di Savona, e fu l'ultima tra l'entrata in vigore dell'amnistia e la fine del 1947, anno in cui la Corte cessò le sue funzioni.
Per Luberti successivamente, facendo leva sull'infermità mentale, la condanna fu tramutata in ergastolo e quindi con l'amnistia (concessa dal guardasigilli Palmiro Togliatti e secondo una fonte opportunamente teleguidata da uno zio cardinale) a 7 anni di carcere militare. [...]
PUBBLICAZIONI
- Lionarto Kreyscaps, Luciano Luberti: assassino per onore
- Luciano Luberti, In difesa del popolo dei pazzi, programma in 7 puntate dalla rubrica televisiva - La gente scomoda (Telecittà, Bologna) febbraio-aprile 1982 / Luciano Luberti (M.T.), Luberti (Collana di documentazione sul nostro tempo; 9. ), Padova, 1982. BN 83-12359
- Vincenzo Cerami, Fattacci. Il racconto di quattro delitti italiani, Einaudi (Einaudi Tascabili. Stile libero n.483) , Torino, 1997, ISBN 88-06-14598-3
- Gianfranco Simone, Il boia di Albenga. Un criminale di guerra nell'Italia dei miracoli, Mursia, Vicenza, 1998, ISBN 884252378X
- Pier Mario Fasanotti e Valeria Gandus, Bang Bang, Marco Tropea Editore, 2004, ISBN 88-438-0422-7
- Giuliana Giani e Massimo Michelini, Luciano Luberti: il fiore putrefatto dell'amore, dal n° 3 di "M Rivista del mistero" , Alacran Edizioni, 2007
- Nanni De Marco, 1940-1945: La guerra dei Savonesi, ANPI Legino e Archivio del Partigiano Ernesto, Savona, 2002
- Luciano Luberti, La preghiera d'Ignazio e altre poesie, Organizzazione Editoriale Luberti, 1969
- Giuliano Luberti, Annali del debito pubblico / Giuliano Luberti, Roma: Organizzazione editoriale Luberti, 1966. BN 665881
- Renzo Vanni, Trent'anni di regime bianco, Giardini, 1976
- Petra Rosenbaum, II nuovo fascismo: da Salò ad Almirante: storia del MSI, Feltrinelli, 1975
- Luciano Luberti, Affaire Luberti, 1982-1984, Organizzazione Editoriale Luberti, 1987
- Application No. 9019/80: Luciano Luberti Against Italy: Report di Luciano Luberti - 1982
- Max Trevisan, Lukas, Organizzazione Editoriale Luberti, 1965
- Luciano Luberti, Le vacanze / grottesco di Max Trevisant, Roma: OEL, 1967 BN 677971.
- Luciano Luberti, I camerati / Luciano Luberti, Roma: Organizzazione editoriale Luberti, 1969,BN 709294
- Luciano Luberti, Israele : Appunti sulla crisi del Medio Oriente, Roma: Luberti, 1967, BN 6710260.
- Luciano Luberti, L'ebreo e il nazista, Roma: Organizzazione editoriale Luberti, 1968, BN 6814035.
- Luciano Luberti, La preghiera d'Ignazio, 2. ed., Roma: Organizzazione editoriale Luberti, 1975,BN 769984.
- Luciano Luberti, Altri dialoghi: gli assassini, Roma: Organizzazione editoriale Luberti, 1969, BN 7010974.
- Luciano Luberti, Furia, Roma: Organizzazione Luberti, 1964. BN 647002.
Armati Cristiano e Selvetella Yari, Roma Criminale, Newton & Compton, 2005
Fabio, Luciano Luberti..., crimeworld.forumcommunity.net, 31 dicembre 2011
Dottor Luberti, dovrei odiarla, ma non posso. Lei uccise mio cugino Esildo Simone. Non ricorda quando mia zia, una bella ragazza bionda, s'inginocchiò davanti alla Kubelwagen del capitano che aveva arrestato Esildo? II tedesco stava per cedere, conosceva mia zia perché occupava la sua casa, ma gridò: «Nein!».
Non ricordo né sua zia, né suo cugino.
Certo, visto che ne avete uccisi 59, stando ai nomi sulla lapide del bunker, alla spiaggia.
Erano di più.
Per gli Alleati erano duecento. E' vero?
Ridacchia. Usciamo insieme dal misero bilocale. Mi offro di portarlo in auto a ritirare le analisi.
Lei è sempre stato nazista, non fascista?
Fascista mai. I fascisti non mi piacciono, erano spacconi, ma non li disprezzo, ne sono stati uccisi tanti. E quelli dall’altra parte non erano migliori di noi. Sparavano alle spalle. Comunque nel ‘40 già capivo che avremmo perso, perché frequentavo gli ambienti vaticani e loro sapevano tutto.
Ecco perché Luberti, liberato, trovò un posto alle Acli. Ad Albenga dicono che lo proteggeva uno zio cardinale. C'era un suo parente fra quei prelati?
Mio nonno era un abate. Mio padre non me l'ha mai fatto conoscere. Lo odiava.
Simone Gianfranco, Io, boia di Albenga. Colpevole senza rimorsi, Corriere della Sera, 16 gennaio 1995
Luciano Luberti detto il Boia di Albenga (Roma, 25 aprile 1921 - Padova, 10 dicembre 2002) è stato un militare e criminale italiano e collaborazionista con il regime nazista durante l'occupazione tedesca dell'Italia. Fu responsabile di diversi crimini e dell'uccisione di almeno 59 persone durante la guerra, episodio conosciuto come strage di Albenga.
Biografia
Nacque da padre meccanico a Roma dove frequentò le elementari all'Istituto Pestalozzi. Divenne poi ragioniere, lavorando anche come commesso in un negozio. Soldato di leva della classe 1921, venne ammesso al ritardo alla leva perché impegnato negli studi universitari di Economia e Commercio.
Secondo il suo foglio matricolare il 4 marzo 1941 fu arruolato nel 3º reggimento Artiglieria Celere motorizzata. Fatti alcuni corsi militari, il 16 aprile divenne caporale e il 16 giugno fu promosso sergente. Venne inserito nel corso per Allievi ufficiali, ma il 16 novembre venne ritrasferito al Deposito del 3º Reggimento Artiglieria Celere per completare i suoi obblighi di servizio militare perché dichiarato non idoneo ad allievo ufficiale. Il 3 maggio 1942 venne denunciato al tribunale di Spoleto per furto e pertanto fu sospeso dal grado di sergente; il reato fu poi amnistiato l'8 ottobre 1945.
Dopo l'armistizio
Dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943 Luberti lavorò per le SS di Roma. Tuttavia Luberti molte volte negò quanto detto, dicendo di non essere mai stato nel Regio esercito, ma che quello era solo un omonimo.
Nel novembre del 1943 entrò in contatto con Umberto Spizzichino, che era stato suo compagno alle scuole elementari Pestalozzi. Secondo la ricostruzione dei carabinieri effettuata nel dopoguerra, nel gennaio 1944 Spizzichino chiese a Luberti un nascondiglio sicuro per sfuggire ai rastrellamenti tedeschi. Luberti si offrì di farlo fuggire in Svizzera, dove sarebbe stato in contatto con un altro ebreo che in Italia lo aveva incaricato di acquistare preziosi. Luberti gli diede appuntamento per il 23 gennaio 1944 in viale Manzoni per consegnargli i documenti per l'espatrio in Svizzera; in realtà Spizzichino venne consegnato alle SS dallo stesso Luberti. Il 22 febbraio Umberto Spizzichino riuscì a inviare al fratello Alessandro una lettera in cui comunicava che si trovava nel carcere di Regina Coeli, formulando il dubbio che Luberti fosse il responsabile del suo arresto. Infatti secondo Spizzichino i due dopo essersi incontrati si recarono presso il comando delle SS che si trovava in via Tasso dove furono entrambi tratti in arresto, ma il fatto che poi Luberti non fosse stato portato anch'esso a Regina Coeli gli fece sospettare il tradimento. Nello stesso mese Umberto Spizzichino fu trasferito nel campo di prigionia di Fossoli vicino a Modena, poi ad Auschwitz dove morì il 28 agosto 1944. Nella lettera scritta al fratello raccontò il tradimento:
Dopo un periodo di addestramento nella Wehrmacht Luberti fu assegnato alla Marina costiera tedesca, di Capo di Santa Croce di Alassio come addetto alle batterie costiere. Poi fu inviato alla Feldgendarmerie di Albenga come traduttore.
Il boia di Albenga
In seguito Luberti fu impiegato come traduttore presso la Feldgendarmerie di Albenga e successivamente presso il tribunale militare di guerra della 34 Infanterie-Division, che fu insediato nella palazzina dove aveva sede la locale Brigata Nera che faceva da carceriere. Il tribunale era solitamente composto dal maresciallo capo Friedrich Strupp che comandava la Feldgendarmerie e svolgeva il ruolo di accusatore, dai sergenti maggiori Fuchs e Nusslein. Luberti fungeva da traduttore, limitandosi a tradurre le domande agli imputati e riferire le risposte ai membri del tribunale. I processi si concludevano di solito con la condanna a morte e i prigionieri venivano condotti presso la foce del fiume Centa dove venivano allineati presso una fossa e uccisi con un colpo alla nuca. L'esecuzione della sentenza veniva assolta dal maresciallo Strupp e da Luberti.
La prima esecuzione presso la foce del fiume Centa avvenne il 3 dicembre 1944 quando furono fucilati quattro civili contigui alla resistenza. Secondo alcune testimonianze, mentre si trovavano prigionieri nella Feldgendarmerie furono torturati da Strupp e da Luberti. Il 16 dicembre avvenne una nuova fucilazione in cui trovarono la morte i due fratelli Gandolfo e un altro civile. Il marchese Andrea Rolandi Ricci, che divenne poi commissario prefettizio della città, ne perorò inutilmente la grazia.
Luberti fu responsabile di torture, maltrattamenti, persecuzioni personali, abusi sessuali ed esecuzioni nei confronti di circa una sessantina di partigiani e di civili tanto che fu soprannominato il "boia" di Albenga. Partecipò anche a molti rastrellamenti nei comuni vicino ad Albenga. Il 13 dicembre 1944 a Lusignano fece un rastrellamento che portò all'uccisione di due civili. Fu più volte interrogata la moglie del partigiano Libero Emidio Viveri. Per costringerla a confessare dove fosse nascosto il marito, Luberti prese per una gamba Angelo il figlio duenne, tenendolo appeso nel vuoto fuori dal balcone del quarto piano, e minacciando la madre di lasciarlo cadere nel vuoto; pur non ottenendo le informazioni non realizzò la minaccia. La signora Viveri venne torturata dallo stesso Luberti e detenuta sette giorni nelle carceri di Via Trieste. Durante il processo, molti testimoni raccontano che di ritorno in gendarmeria dopo le fucilazioni, ogni volta il Luberti era solito lasciarsi andare a manifestazioni rumorose di allegria per le avvenute morti.
Molti testimoni ricordano che Luberti, la mattina, soleva leggere brani della Bibbia pur professandosi non credente, mentre il pomeriggio andava a torturare i prigionieri dentro al bunker presso la foce del fiume Centa. In uno speciale televisivo organizzato dal sociologo Sabino Acquaviva (nel 1997), ricordò con orgoglio: "Beh, certo, alla Feldgendarmerie si lavorava sodo."
Fine della guerra e primo processo
Terminata la guerra, ad Albenga, in una fossa comune alla foce del Centa vennero riesumate e identificate 59 salme. Il 10 giugno 1946 tutte le 59 bare furono portate in Piazza San Michele, ad Albenga, dove si svolse una solenne cerimonia funebre. Due lapidi vennero apposte alle pareti del bunker dove avvennero le torture e le fucilazioni: una da parte dell'Unione Donne Italiane e la seconda da parte dell'Amministrazione comunale e di varie associazioni antifasciste.
Il 25 aprile 1945 Luberti si unì alle 34° Infanterie-Division che dopo aver lasciato la Liguria si stava spostando verso il Piemonte per poi dirigersi in Germania. A Torino trovò dei falsi documenti tedeschi e si fece ricoverare per farsi estrarre una scheggia di granata, ma venne preso dagli alleati e portato nel carcere di Ivrea. Un partigiano, Bruno Schivo detto Cimitero, al quale il boia aveva ucciso il padre e la fidanzata, lo riconobbe nel carcere in mezzo agli altri, ma il comandante del campo non glielo consegnò, ritenendo che fosse un tedesco. Luberti fuggì a Portici, dove si nascose da un panettiere, e dopo qualche tempo decise di arruolarsi nella Legione Straniera. A Napoli, occupata dai francesi, gli venne detto di dirigersi verso Marsiglia per arruolarsi. Venne catturato nel 1946, riconosciuto da Bruno Mantero, un poliziotto, che si era arruolato proprio per catturare Luberti, che anni prima gli aveva torturato e ucciso il fratello accusato di essere un partigiano. Stava tentando di espatriare da Ventimiglia [...]
Redazione, Luciano Luberti, owlapps
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| Uno scorcio della Calata G.B. Cuneo del porto di Oneglia ad Imperia |
Uno dei fatti più orrendi, solo secondo a quello di Torre Paponi, accade il 3 dicembre 1944 nell'alta Val Nervia, quando duecento uomini combattenti Tedeschi, bersaglieri e brigatisti neri, provenienti da Dolceacqua raggiungono il paese di Castelvittorio per rastrellare la zona.
Dal giorno che un reparto tedesco si era insidiato nell'abitato (8 ottobre 1944) la popolazione, benchè costretta a subire continue violenze, aveva fatto capire da quali sentimenti era animata. Ai lavori di fortificazione e di costruzione di trinceramenti, che i Tedeschi imponevano, spesso non si presentava nessuno o solo pochi comandati.
I Castellesi non avevano timore di tenere occultati nelle proprie case di campagna i partigiani, con pericolo della vita.
La collaborazione con le forze partigiane, invece di affievolirsi, si faceva più solidale, anche se il rischio era maggiore.
Si taceva e si lavorava per la Resistenza. Il nemico lo sapeva e tacciava di “banditi” tutti gli abitanti ed attendeva il giorno della sanguinosa vendetta. Non bastavano più le vessazioni quotidiane, i giorni di terrore trascorsi dagli uomini trattenuti come ostaggi nelle celle della posticcia prigione locale.
Appunto il 3 dicembre si presenta l'occasione per la rappresaglia. All'alba, iniziato il rastrellamento a monte Gordale, dove i tedeschi sapevano esservi partigiani alloggiati e riforniti di viveri dalla popolazione di Castelvittorio, si accende una sparatoria durante la quale un sottufficiale nemico rimane ferito.
La reazione è immediata e si abbatte spietata ed inesorabile sui contadini. Le porte vengono sfondate, i barbari entrano con impeto e ferocia nelle case, strappano gli uomini dai loro letti senza dare alcuna spiegazione, urlano solo “alles Kaput” (tutti a morte).
Gli uomini e le donne capiscono che è la fine: stringendo i denti e muti, come sanno essere i contadini delle aspre montagne liguri nei momenti terribili, vanno avanti nella direzione indicata loro dai carnefici. Cinque minuti dopo giunge l'ordine di fucilare i diciannove catturati: dieci in un luogo e nove in un altro.
La sentenza viene impartita, come poi ha riferito un Tedesco, dall'ufficiale Von Katen, aiutante maggiore del battaglione, con queste precise parole: “la terza compagnia, che ha avuto un ferito, ha l'onore di fucilare dieci civili”. A trecento metri di distanza viene ripetuta la stesa sentenza per gli altri nove condannati.
Prima dell'esecuzione, a tutti viene promessa salva la vita se avessero svelato l'ubicazione del rifugio partigiano, dal quale erano partite le fucilate, ma nessuno parla.
Anche le madri e le mogli rimaste nei casolari vicino odono e capiscono, ma non parlano, non dicono niente che possa danneggiare i partigiani. Lunghe raffiche di mitragliatori “Mayerling” abbattono i diciannove condannati i cui corpi rimangono sparpagliati per le “fasce” ed i cespugli. Tra questi una madre e due ragazze, falciate a bruciapelo, colpevoli di essersi scagliate con veemenza contro coloro che stavano per uccidere marito e padre.
Seguono saccheggi e rapine.
Emilio Allavena e Giovanni Orengo (Tumelin) emergono ancora di più da questo eccidio senza pari in Val Nervia.
La lezione che il nemico vuole impartire al paese non è ancora finita: ai due suddetti, accusati di aver rifornito i garibaldini, viene riservata la fucilazione da eseguirsi sulla pubblica piazza del paese.
Mentre la popolazione è a monte Gordale a raccogliere i propri famigliari trucidati, un tribunale improvvisato pronuncia la sentenza di morte.
Anche questi due contadini dimostrano al nemico ed ai compaesani di quale sangue freddo si può essere capaci. Nessuna disperazione ma calma assoluta, e vanno alla morte.
È il 5 di dicembre quando una scarica di mitra nel petto dei due padri di famiglia chiude la settimana più terribile che la storia del paese ricordi.
Così ancora una volta, dopo il 3 di luglio (sette trucidati), il 19 e il 29 di agosto, il 2 di settembre, il 5 e il 10 di ottobre, i Castellesi versano il loro sangue per la libertà.
Vittime del 3 dicembre 1944:
Allavena Eugenio Giovanni di Giacomo nato a Castelvittorio il 21-8-1923
Allavena Filiberto di Giacomo " 21-8-1923
Balbis Mario di Giovanni " 8-12-1902
Moro Remo fu Giuseppe " 25-4-1913
Orengo Giacomo fu Francesco " 25-7-1884
Orengo Giuseppe fu Francesco " 15-11-1892
Orengo Giobatta fu Giacomo " 10-10-1894
Orengo Luigi di Luigi " 1-12-1903
Orengo Luigi fu Giacomo
Orengo Maria Caterina
Orengo Maria Caterina di Luigi " 25-11-1915
Orengo Giovanna Caterina " di anni due
Pastor Ludovico fu Giacomo " 31-10-1905
Peverello Giuseppe fu Giovanni " 19-3-1902
Rebaudo Stefano fu Giacomo " 31-8-1894
Rebaudo Giuseppe fu Giacomo " 25-11-1885
Rebaudo Giovanni fu Giacomo " 3-12-1887
Rebaudo Giovanni fu Luigi " 17-11-1907
Rebaudo Stefano di Luigi " 3.2.1902
Vittime del 5 dicembre 1944:
Allavena Emilio fu Giacomo " 17-8-1908
Orengo Giovanni fu Bartolomeo " 15-5-1890
Il 16 di dicembre muore a Castelvittorio anche il garibaldino Giuseppe Caviglia (Sorcio) fu Giacomo, nato nel Comune il 24-5-1892, a seguito di malattia contratta in servizio.
Dopo qualche mese i Tedeschi se ne andranno ma non dimenticheranno Castelvittorio.
Durante due rastrellamenti catturano altri giovani che vengono seviziati per far loro confessare di appartenere a bande di partigiani: ancora omertà assoluta, è la loro salvezza. Chi ammette di aver fatto parte di bande perché arruolato per forza è passato per le armi. Alcuni vengono arruolati nelle forze repubblichine. Fuggiranno alla prima occasione.
In un successivo rastrellamento, Revello Maggiorino e Rebaudo Primolino, catturati in paese con altri giovani, pagheranno con la vita per aver appartenuto alle formazioni. Traditi da spie, saranno condotti prima a Pigna per subire interrogatori, quindi a Latte [Frazione di Ventimiglia] dove verranno fucilati il 14-3-1945.
Francesco Biga, Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), Vol. III. Da settembre a fine anno 1944, a cura dell'Amministrazione Provinciale di Imperia e con il patrocinio dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, Milanostampa Editore, Farigliano, 1977
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| Fonte: la Repubblica |
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| Fonte: la Repubblica |
A Ubaghetta c’era un deposito di viveri. Nella sera del 22 gennaio 1945 Luigi Boriello (Boriello), dopo essersi portato in Val Lerrone, tornava verso Ubaghetta e decise insieme a Mario Miscioscia e qualche altro partigiano di tentare una puntata sul deposito: se Ubaghetta fosse stata sgomberata avrebbe preso viveri per sé e per i compagni. Giunto a Ubaghetta, il gruppo di partigiani si accorse troppo tardi che il borgo era presidiato: una raffica di mitraglia da una finestra e Miscioscia venne colpito in pieno petto. I compagni cercarono di difenderlo. Boriello sparò contro la finestra da cui era provenuta la raffica, sparò con la pistola tutti i colpi del caricatore, poi non gli rimase che tornare nel bosco, abbandonando il compagno alla sua sorte, in quanto non vi era modo di portarlo in salvo. Raggiunto morente da alcuni militi che occupavano Ubaghetta, molto sofferente e conscio della sua sorte imminente, chiese egli stesso di ricevere il colpo di grazia. Giorgio Caudano, Gli eroi sono tutti giovani e belli. I caduti della Lotta di Liberazione. I^ Zona Liguria, ed. in pr., 2020
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| Fonte: ANPI Sezione di Lavello (PZ) |
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| Rinaldo Delbecchi - Fonte: Giorgio Caudano |
[ Giorgio Caudano, L'immagine ritrovata. Ventimiglia e dintorni nei dipinti dell'Ottocento e primo Novecento, Alzani Editore, 2021; La libera Repubblica di Pigna. Parentesi di democrazia (29 agosto 1944 - 8 ottobre 1944) (a cura di Paolo Veziano con il contributo di Giorgio Caudano e di Graziano Mamone), Comune di Pigna, IsrecIm, Fusta Editore, 2020; Giorgio Caudano, Dal Mare alla Trincea... memorie di uomini, BB Europa, Cuneo, 2019; Silvia Alborno, Gisella Merello, Marco Farotto, Marco Cassini, Giorgio Caudano, Franck Vigliani, curatori della mostra Claude Monet, ritorno in Riviera, catalogo a cura di Aldo Herlaut, Silvana Editoriale, Milano 2019; La Magnifica Invenzione. I pionieri della fotografia in Val Nervia 1865-1925, a cura di Marco Cassini e Giorgio Caudano, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2016; Giorgio Caudano, Pigna. Storia di un paese, ed. in pr., 2016 ]
Non meno marcata ed efficace è l'attività delle spie nella zona di Pieve di Teco ove operano con rapidità. Di conseguenza, la notte del 16 novembre 1944 i Tedeschi spingono una colonna di 60 uomini fino a Ponti di Pornassio. Cercano il Comando della I brigata, come primo obiettivo, ed un partigiano ferito, come secondo. Perquisiscono alcune case; poi la spia, accertato il nascondiglio di Rinaldo Delbecchi (Rinaldo) fu Carlo, nato a Castelvecchio il 19.8.1916, di cui abbiamo già descritto l'episodio, lo fa catturare e massacrare.
Francesco Biga, Op. cit., p. 347
Imperia. Nei giorni scorsi l’allieva della scuola Pantà Musicà, Salwa Amillou, ha superato brillantemente l’esame pre-accademico del corso di violino al Conservatorio Paganini di Genova. Molto spesso succede che allievi modello del corso superino brillantemente esami impegnativi come questo. Inoltre durante questa difficile prova l’allieva ha suonato un strumento di enorme prestigio: il violino che fu di Rinaldo Delbecchi, il partigiano che perse la vita durante la Resistenza. Il violino appartiene ora alla famiglia Bruzzone che lo ha gentilmente concesso alla bravissima Salwa così come a Marko Kurtinovich, un altro allievo della scuola Pantà Musicà, che ha suonato a San Bernardo di Conio (Comune di Borgomaro), lo scorso 3 settembre in occasione del 73mo Anniversario della “Battaglia di Montegrande“, una manifestazione dedicata ai caduti per la Libertà. La Storia, discreta, ci sussurra i suoi insegnamenti anche attraverso la musica e i suoi strumenti, che sopravviveranno certamente all’inevitabile decadimento della tradizione orale.
Redazione, La giovane Salwa Amillou supera l’ammissione al conservatorio Paganini suonando il violino del partigiano Rinaldo Delbecchi, Riviera24.it, 3 ottobre 2017
[...] Seguiranno quelli della Campagna di Russia: il Fante Wamoes Zaffoni, della Divisione di Fanteria ‘Sforzesca’, caduto ventenne in azione e tre Alpini del Battaglione ‘Pieve di Teco’, morti durante la ritirata (il Tenente Rodolfo Beraldi, ventisettenne, e gli Alpini Paolo Berio, ventunenne e Attilio Schivo, ventisettenne). Ultimo della lista il Marinaio Rinaldo Delbecchi, imbarcato sull'Incrociatore ‘Duca degli Abruzzi’, che dopo l'8 settembre si unì alla Resistenza e morì fucilato dai Tedeschi a Nava all'età di 26 anni [...]
Redazione, Imperia: sabato prossimo, inaugurazione della nuova lapide ai Caduti della frazione di Oliveto, Sanremo news.it, 9 dicembre 2015