giovedì 28 gennaio 2021

I partigiani imperiesi alla battaglia di Pizzo d'Evigno

Il Pizzo d'Evigno - Fonte: Gulliver

L'alba del 19 giugno 1944 sembra dare inizio ad una delle solite, meravigliose giornate, tutto splendore di prati e chiarore di cielo, che si protrarranno per tutta la successiva estate.
La primavera incantevole e varia delle nostre valli sembra, al suo morire, seminare a piene mani i suoi doni più belli perché l'uomo possa gioirne e serbarne un buon ricordo. Ma, in quel giorno, per vasto tratto, nella zona d'Evigno, non s'avverte il respiro profumato dei prati in fiore, né c'è tempo per osservare il chiarore del cielo.
Nel luogo hanno la loro base due distaccamenti garibaldini: quello comandato da Silvio Bonfante (Cion) (1) è a Cian Bellotto e controlla tutto il pendio nord del Pizzo d'Evigno; quello di Massimo Gismondi (Mancen) è lungo i fianchi rivolti a sud, in località «Fussai». Dal primo, s'abbraccia con lo sguardo la Valle dell'Arroscia, i selvosi monti a catena dell'entroterra delle province d'Imperia e di Savona, i sinuosi sentieri, la bianca strada serpeggiante Albenga  Pieve di Teco e, sparsi qua e là, abbarbicati ai degradanti dossi, i borghi, i paesi, i campanili, che offrono uno spettacolo da presepe, con quell'acqua dell'Arroscia che scorre nell'alveo ebbro di sole per gettarsi nel Centa presso Albenga, voglioso di baciare il mare. Dall'altro distaccamento s'osservano le valli dell'Impero e dello Steria, quasi parallele e divise fra loro da una cresta collinosa.

Pizzo d'Evigno ci conduce, attraverso dossi verdeggianti, a 980 metri sul livello del mare, al suo cocuzzolo dominatore di ogni altra cima all'intorno e forma con i monti Penna, Ceresa e Pizzo Aguzzo, una breve catena posta quasi trasversalmente alle vallate dell'Impero e dello Steria, come a volerle resecare. Tale catena converge poi a semicerchio verso sinistra, ed accenna a dirigersi verso il  mare. I monti e le zone nominate sono, appunto il 19 giugno, teatro di una delle battaglie più accanite avvenute fra le truppe nazifasciste e i garibaldini del solo distaccamento di «Cion», essendo impossibilitato a partecipare alla lotta quello di «Mancen», tagliato fuori dallo strano e repentino svolgersi delle operazioni. «Mancen», con vari uomini, si era recato a Diano Gorleri per disarmare un presidio della Guardia di Finanza. Compiuta felicemente l'azione, di ritorno verso l'accampamento, trova tutti i percorsi sbarrati per il rastrellamento nazifascista già iniziato.

Riportiamo, per intero, il rapporto del comandante «Cion » sullo svolgimento del combattimento (2):
«Giorno 19 giugno. Ore 6,45, il distaccamento viene messo in allarme dalle sentinelle che sentono alcuni colpi di fucile e movimenti di camion sulla strada Alassio-Testico. Ore 7, disposizione delle squadre per il combattimento. Il Distaccamento viene attaccato da sinistra e di fronte da forze nazifasciste di gran lunga superiori alle nostre (numero finora accertato degli attaccanti: 1.200). Noi attacchiamo senza esitare le forze nemiche che tentano l'accerchiamento di fronte al Distaccamento, per poterle fare ripiegare verso sinistra dove si trovano già altre loro forze: il tentativo riesce. Portatici sulle immediate alture, cerchiamo il tutto per tutto per far allontanare sempre più le forze tedesche dal Distaccamento. I nazi-fascisti (per paura o per tentativo di sorprenderci alle spalle) tentano di raggiungere le vette del Pizzo e del Pizzo della Ciliegia; però non tutto gli riesce perchè il Pizzo della Ciliegia era già saldamente tenuto da una nostra squadra. Spostamento immediato della nostra mitraglia verso il Pizzo della Penna, piccoli duelli della nostra mitraglia contro due postazioni più avanzate nemiche, intervallo di 40 minuti e tentativo da parte nemica di circondare i compagni delle postazioni del Pizzo della Ciliegia. Immediato ritiro delle nostre forze dalla suddetta postazione e contemporaneo attacco della nostra mitraglia. I tedeschi (solo tedeschi) ripiegano verso il Pizzo. A questo punto vengo avvisato dalla pattuglia spostatasi verso Gazzelli che forze numerose salgono da Chiusanico e da Torria mentre altre forze provenienti da Cesio avevano già raggiunto Passo San Giacomo. Avevo già disposto la ritirata nostra per paura che nostri compagni cadessero. Visto che avevamo ancora alcuni caricatori della mitraglia decido di rimanere con due compagni mitraglieri a sparare sino all'ultimo colpo per poi rendere l'arma inutilizzabile e ritirarci in posti sicuri: ma, purtroppo, ci tocca lasciare un caricatore e mezzo perchè sottoposti al tiro dei mortai da 81. Rientro in serata al distaccamento, ancora intatto, con alcuni compagni e riprendo la nostra auività sempre più spietata contro i maledetti tedeschi e i loro schiavi fascisti. Da segnalare il comportamento esemplare di 4 compagni: Federico, Germano, Carlo II, Aldo Fiume (3). Dapprima Germano (Giuda), attualmente Commissario politico, che con una squadra di 10 uomini (nuovi) trovandosi in pessima posizione di ripiegamento, sottoposto alle raffiche nemiche, riesce a tenere in pugno i suoi uomini, rincuorandoli affinché non abbandonino il posto senza mio ordine. Federico con 4 uomini tenta di raggiungere per la seconda volta, armato di mitragliatore, il Pizzo della Ciliegia. Impossibile l'azione perché raggiunto il Pizzo per primi, i tedeschi dirigono verso di lui e i compagni un nutrito fuoco di mitraglia. Rimasto ferito, tenta ugualmente di raggiungere la posizione della nostra mitraglia. Carlo (Siciliano) [Calogero Madonia], che da solo, con mitragliatore, spara contro i nostri nemici, impedendo loro di raggiungere il Distaccamento. Aldo (Fiume) che, aiutante mitragliere, prende di mano al compagno, feritosi ad un piede, la mitraglia e sfida con esemplare eroismo ogni attacco nemico. Esemplare, inoltre, il comportamento di tutti i compagni della vecchia Volante ed alcuni dei nuovi. Con compagni di questa tempra la vecchia e la nuova Volante non perirà mai! Accertamento dei molti nemici, da fonte competente n. 62 (tra i quali un capitano tedesco e un tenente fascista). Un secondo fascista è diventato pazzo. Gloria al nostro fuoco. Il Commissario politico Giuda - Il Comandante Cion"

Ma, nel rapporto, «Cion» ha omesso la cosa più importante: il suo grande coraggio, profuso generosamente, come sempre, nell'epica battaglia. Quando, da varie ore, la lotta infuria feroce contro l'esiguo numero di garibaldini, egli, pressato da ogni parte da soverchianti forze nazifasciste armate di mitragliatricie mortai ed attaccanti in continuità, comincia a sentirsi provato e stanco, centuplica energie e coraggio.
Con pochi altri ardimentosi, piazzato su Pizzo della Penna, impugnando stretta la sua Hotchiss, mitraglia con una continuità sconcertante, anche irritante, gli invasori esasperati. Calmo, come sempre, «Cion» risponde con precisione al fuoco dei nemici incalzanti. Oltre diecimila colpi vomita la sua prodigiosa mitragliatrice.
«Fiume», aiutante mitragliere, che ogni tanto deve orientare la direzione dell'arma a seconda degli spostamenti dello schieramento nemico, si trova le braccia ustionate dalla canna arroventata dell'arma e deve infine sostituire «Federico», il compagno mitragliere rimasto ferito.
Enormi lingue di fuoco, ininterrotte raffiche di mitragliatrici e mitragliatori, squarci di mortai, si accaniscono contro poche, irriducibili squadre di «Cion».
I Tedeschi non passano che a sera, dopo aver pagato a caro prezzo la padronanza del campo di battaglia e tutti i partigiani protetti dai compagni più valorosi, primo fra tutti il loro Comandante, si sono ormai sganciati e messi in salvo.
Tutti meno uno: Silvano Belgrano che, col suo parabellum ancora stretto in pugno, col bel viso immobile rivolto al sole, pare osservare la sua fiorente, esuberante giovinezza allontanarsi per sempre, verso orizzonti senza confini.
(1) «Cion» in dialetto imperiese significa chiodo.
(2) Il manoscritto originale è stato conservato dai familiari di Silvio Bonfante.
(3) Trattasi di Federico Sibilla (Federico), Germano Belgrano (Giuda), Calogero Madonia (Carlo Siciliano o Carlo II), Aldo Bukovic (Fiume).

Carlo Rubaudo, Storia della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria) - Vol. II. Da giugno ad agosto 1944, edito a cura dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia, Imperia, Dominici Editore, 1992, pp. 87-90

Fonte: Gulliver

Silvano Belgrano fu uno dei primi partigiani che aderirono alla lotta in montagna. Amico e componente della banda del Cion e di Mancen, fu proprio a fianco di Cion che cadde, forse colpito a freddo da un infiltrato che approfittò dell’infuriare della battaglia per eliminare una delle figure più carismatiche della Resistenza imperiese della prima ora. Sicuramente a conoscenza delle posizioni tenute dal distaccamento “Volante” di Silvio Bonfante (Cion) e del distaccamento Volantina di Massimo Gismondi (Mancen), il comando provinciale della GNR di Imperia pianificò un’azione tesa a separare i due distaccamenti. Il distaccamento di Cion si trovava sul Monte Ceresa (1), quello di Mancen in zona Fussai, sopra Evigno, pronti a darsi manforte reciproca in caso di attacco nemico. La GNR mise in campo, tra le altre, la compagnia operativa del capitano Ferraris, sostenuta da un plotone tedesco di cacciatori della 42a Jäger-Division appena giunta in Liguria dalla Garfagnana. Ferraris, ricco dell’esperienza fatta nei Balcani contro i titini, pianificò l’operazione incuneandosi tra le due formazioni partigiane per evitare che potessero operare in sinergia. Una colonna, per lo più composta da tedeschi salì dalla rotabile Alassio-Testico, mentre un’altra proveniente da Cesio, superò il Passo San Giacomo. L’attacco venne diretto contro gli uomini di Cion, che in evidente inferiorità numerica riuscirono a tener testa ai nemici per parecchio ore per poi sbandarsi quando la pressione avversaria divenne insostenibile. Nonostante la notevole inferiorità numerica, il distaccamento “Volante” dovette piangere un solo compagno, Silvano Belgrano, e contare poco meno di una decina di feriti più o meno gravi. Nello stesso giorno furono uccisi dalla banda Ferraris il giovanissimo Matteo Canale (Stellanello 2/3/28) falciato sull’uscio di casa nella zona di San Lorenzo di Stellanello (SV) ed il parroco di Stellanello don Pietro Enrico che, accusato di fiancheggiare i partigiani, fu portato in località Molino del Fico e fucilato.
(1) Il Pizzo d'Évigno (988 m), detto anche Monte Torre o Torre d'Évigno, è montagna erbosa a forma di piramide, che sorge alle spalle di Imperia. È la vetta più elevata di un sottogruppo montuoso abbastanza vasto, che si estende tra la Valle Impero, la Valle Arroscia. Costituisce un importante punto nodale: verso sud dirama il contrafforte che separa la Valle Impero dalla valletta di Diano, mentre verso est dirama il costolone che delimita sul lato destro idrografico la valle del Torrente Merula, e che forma l'adiacente Monte Ceresa.
Giorgio Caudano
[A cura di Paolo Veziano con il contributo di Giorgio Caudano e di Graziano Mamone, La libera Repubblica di Pigna. Parentesi di democrazia (29 agosto 1944 - 8 ottobre 1944), Comune di Pigna, IsrecIm, Fusta Editore, 2020; Giorgio Caudano, Dal Mare alla Trincea… memorie di uomini, BB Europa, Cuneo, 2019; Silvia Alborno, Gisella Merello, Marco Farotto, Marco Cassini, Giorgio Caudano, Franck Vigliani, curatori della mostra Claude Monet, ritorno in Riviera, catalogo a cura di Aldo Herlaut, Silvana Editoriale, Milano 2019;  La Magnifica Invenzione. I pionieri della fotografia in Val Nervia 1865-1925, a cura di Marco Cassini e Giorgio Caudano, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2016 ]

Matteo Canale - Fonte: Magazine Italia

Il comando fascista imperiese il 19 giugno 1944 coordinava un’azione di forte contrasto nelle vallate, inviando squadroni di militi con esperienza nei rastrellamento. Molti erano fuoriusciti dalla Francia, oriundi imbevuti di nazionalismo, avanzi di galera con alle spalle omicidi e violenze. Un gruppo di tedeschi seguiva le azioni repressive. Barbetta, il noto fascista Vittorio Ottavi di Stellanello, si era aggregato alle squadracce come guida pratica del posto, rimarcando così il suo odio per i resistenti. Appena giunti a Stellanello questi mercenari uccidevano un ragazzino sedicenne, Matteo Canale, uscito sulla soglia di casa al passaggio della soldataglia che aveva appena arrestato il prete don Pietro Enrico, accusato di avvisare i partigiani mediante scampanelli. Il ragazzo, impressionato dalle percosse affibbiate al povero chierico, aveva richiamato a gran voce la madre affaccendata in cucina. Ciò era bastato perché lo sventurato ragazzino si prendesse a bruciapelo una fucilata da quella ciurma di criminali. Un ulteriore colpo alla nuca ribadiva le intenzioni dei fascisti per la giornata, che si concluderà con l’assassinio del prete a Molino del Fico, vicino a dove erano già stati torturati orrendamente e poi fucilati qualche giorno prima i martiri partigiani Marco Agnese (Marco), Alessandro Carminati (Sandro), Carlo Lombardi (Giuseppe) e Celestino Rossignoli (Celestino).
Magazine Italia, 16 maggio 2020

Il Pizzo d'Evigno - Fonte: Gulliver

Nel mese di giugno, con la costituzione della «Volantina», la «Volante» che nel maggio era a Stellanello (SV) si trasferisce a Pian Bellotto (9). L'accampamento è composto da tre stanze con funzioni di dormitori, deposito armi e cambusa-viveri. Ci sono, inoltre, la tenda per il Comando, qualche altra tenda-dormitorio, ed una radio sempre tenuta ad alto volume ed udibile a lunga distanza, in segno di sicurezza e di sfida al nemico. Pian Bellotto è alle falde del ripido pendio del monte Ceresa ed è circondato, ai suoi fianchi, da boschi e rocce. Su una di queste è piazzata una mitragliatrice. La «Volante» possiede un discreto armamento; ma le sempre nuove esigenze ne rivelano l'insufficienza anche se attraverso le quotidiane azioni i garibaldini, via via, si procurano le armi sottraendole al nemico. Citiamo un fatto narrato da «Magnesia»: «Mi disse un partigiano: "Vedi quel fucile «Mauser» con cannocchiale? Il Calabrese ne desiderava uno; poi ha saputo che un Tedesco di Andora lo possedeva ed allora, l'altro giorno, è partito da solo. È ritornato con questo"».
Il vitto, per quanto i rifornimenti lo permettano, è cucinato all'aperto: poche pietre disposte a focolare protette da qualche ramo. Il cuoco non può mai conoscere in tempo il numero dei presemi essendovi sempre nella formazione un via vai di partigiani, di passaggio o in arrivo. Comunque, la quantità di cibo è sufficiente all'alimentazione degli uomini.
Il numero dei componenti la «Volante», a seguito della creazione del distaccamento affidato a «Mancen», è ridotto ad una quarantina; ma nuovi giovani continuano ad affluirvi.
Verso passo San Giacomo ha sede una banda di badogliani e sovente, la sera, s'odono degli spari d'esercitazione.
La «Volantina» di «Mancen» prende posizione alla base del monte Torre ma dalla parte opposta a quella della «Volante», cioè sul lato sud. La zona è quella già citata di «Fussai» ed è soprastante ad Evigno, nel comune di Diano Arentino. «Mancen» controlla, perciò, la zona dello Steria e dell'Impero. In caso d'attacco nemico, compito della «Volantina» è l'occupazione di Pizzo d'Evigno a protezione della postazione «Volante», sul monte Ceresa. Il piano prevede, dunque, il dominio delle alture da parte dei garibaldini.
Aggiungiamo ora qualche particolare sullo svolgimento dello scontro così ben sintetizzato, come abbiamo visto, dal bollettino di «Cion».
Alle 7 circa del mattino è dato l'allarme, con una lunga raffica di mitragliatrice, mentre parte dei partigiani, già svegli, sta facendo colazione. Tutti afferrano le armi e si raggruppano intorno al casone principale dell'accampamento per prendere ordini. A quanto è dato supporre dalle raffiche che si susseguono, i nemici si spingono verso Stellanello. Non è ancora possibile conoscere la consistenza delle forze nemiche, sia riguardo al numero, sia all'armamento, sia anche alla direzione in cui agiranno. Contrariamente al solito, però, si intuisce che stavolta la cosa si presenta seria; ma la fiducia nella loro forza e la coscienza dell'andamento favorevole degli avvenimenti fino a quel giorno, preparano i garibaldini ad una lotta da cui, come sempre, i nazifascisti usciranno sconfitti.
«Cion», con gli uomini armati, parte incontro al nemico, mentre i nuovi arrivati, in maggioranza ancora privi di armamento e, conseguentemente ancora inutili sul fronte dello scontro a fuoco, si disperdono nei boschi vicini con l'intenzione di svolgere funzioni di staffetta e di collegamento fra le varie postazioni partigiane combattenti, e di avvistamento del nemico. Un gruppo di essi raggiunge la vetta del monte Ceresa. Le notizie si fanno sempre più precise: un'imponente forza di circa milleduecento nazifascisti, disposta su varie colonne, si avvia all'assalto delle due bande partigiane partendo dalle varie direzioni di San Damiano, Testico, Stellanello, Chiusanico, Pairola.
La situazione dei garibaldini diventa rapidamente molto difficile poiché è esclusa ogni possibilità d'aiuto da altre formazioni.
«Cion» stima la vetta del Ceresa la posizione più opportuna per la difesa: lassù, il nemico concentrerà i suoi attacchi che potranno essere contenuti poiché «Mancen» occuperà la vetta del Pizzo d'Evigno, come previsto nei precedenti piani, e proteggerà di lassù il fianco sinistro della «Volante».
Ma, come abbiamo già riferito, la« Volantina» è impossibilitata all'appuntamento. Sicchè quando il gruppo dei partigiani di monte Ceresa è fatto segno di raffiche di mitragliatrice dalla vetta di Pizzo d'Evigno, si comprende allora che, in quel luogo ci sono i Tedeschi.
La situazione si aggrava ulteriormente. Non resta, comunque, che l'unica soluzione: il proseguimento del combattimento, imperniato sulla strenua resistenza partigiana.
Lo scontro diventa progressivamente ancor più selvaggio con l'attacco concentrico delle varie colonne nemiche. I garibaldini rafficano e gli assalitori si buttano tutti a terra; le raffiche cessano e gli assalitori operano un balzo avanti e così via, per lungo tempo. Ogni tanto qualche Tedesco colpito non si rialza più.
Infine, le posizioni delle armi garibaldine sono localizzate con precisione ed inizia il bombardamento con i mortai.
«Federico» è ferito ad un braccio da una pallottola esplosiva; un colpo di mortaio tramortisce «Fiume». Resiste sempre «Cion » con la pesante Hotchiss. La sua terribile arma trattiene ancora gli assalitori che avanzano a sbalzi ed
affannosamente e, ad ogni balzo, sono per loro feriti e morti. Non scomparirà mai quel sorriso ironico, a labbra socchiuse, del Comandante, ormai solo contro tutti. Come in seguito «Cion» confesserà, questo fu, per lui, il momento più difficile; ma la calma non l'abbandona. Infine, considerata inutile la prosecuzione della lotta, smonta l'arma automatica, la priva dell'otturatore e lanasconde. Quindi, ripiega nel bosco, tra i suoi uomini, ma a malincuore perché, purtroppo deve  abbandonare un caricatore e mezzo!
Fase finale della battaglia: i garibaldini si disperdono in piccoli nuclei, ormai isolati tra loro. Avvengono piccoli scontri in ogni luogo della zona, nei boschi e nei dirupi. I Tedeschi stanno rastrellando il campo ed i garibaldini tirano sporadicamente su di essi con moschetti, mitra, bombe a mano, finché s'ode soltanto l'eco delle lunghe raffiche degli assalitori indirizzate nei cespuglie lungo i fianchi del Ceresa, riecheggianti di monte in monte e nelle vallate circostanti.
I partigiani sono stremati: ognuno si cerca un rifugio tra i roveti, i cespugli, gli anfratti del terreno, sfruttando la conoscenza dei luoghi. Molti, nell'eventualità di essere catturati, sono determinati a suicidarsi per evitare di subire le torture e gli inevitabili strazi.
L'azione dei Tedeschi non è rapida perchè anch'essi sono prudenti anche se, ormai, sono assoluti padroni del campo. Poi, si preparano il rancio. Molti garibaldini nascosti li sentono vicini. I Tedeschi riprendono a sparare perchè, malgrado gli avvenimenti, non li abbandona il timore degli agguati partigiani. Verso le 16 è l'epilogo ed i nazifascisti s'allontanano.
L'azione e lo scontro sono durati, dunque dalle 7 alle 16!
Scende lentamente la sera con la sua pace. Con circospezione, i garibaldini, nascosti nei luoghi più vicini, escono cauti e silenziosi, nell'incertezza del momento. Alcuni sono rimasti feriti nel corso del combattimento. L'unico partigiano caduto è, come si è detto, Silvano Belgrano (10).
Durante il rastrellamento i nazifascisti catturano il parroco di Stellanello San Lorenzo, don Pietro Enrico «votato con il suo popolo al sostegno coraggioso di chi lottava per la libertà ed un mondo migliore» (11), il quale si lascerà barbaramente uccidere a Molino del Fico in Val Steria, rifiutando di fornire al nemico informazioni sui «ribelli».
Ognuno interroga e chiede notizie, che sono riferite varie ed incerte: «... I Tedeschi sono partiti, i Tedeschi sono nascosti in agguato, i Tedeschi attraversano la zona in gruppi compatti ...».
Tutti sono digiuni dal giorno precedente. Alcuni raggiungono Pian Bellotto sperando di vedervi «Cion», e constatano che i nazifascisti non hanno trovato il luogo dell'accampamento. Ma c'è chi dice che lo hanno individuato e che potrebbero ritornare all'improvviso. Occorre, dunque, salvare tutto da un eventuale saccheggio. Con grande rapidità sono asportate tende, coperte, gavette e viene distrutta la radio.
Numerosi garibaldini, da pochissimo venuti in banda, sono scossi dagli avvenimenti della giornata. Quella notte ed il giorno successivo rimangono nascosti e temono un'altra incursione nemica. Infine alcuni di essi ritornano alle loro case.
Ma, in soli due o tre giorni, la «Volante» si ricostituisce e, arricchita di esperienza, si accampa nello stesso luogo, a Pian Bellotto, lassù, a quattro passi dal mare. Rientrano gli sbandati, tornano ad affluire nuove reclute.
Va notato che lo scontro si è svolto secondo i canoni della strategia voluta dai Tedeschi: il campo aperto e lo scontro frontale, che la Resistenza imperiese ha dimostrato di non temere perché ha supplito col valore e la conoscenza dei luoghi alla stragrande differenza numerica e di mezzi.
Il timore iniziale di una strage di partigiani presto svanisce dall'animo della gente, soprattutto contadina, delle zone circostanti.
Per lungo tempo sono state osservate le strade percorse da teorie lunghe di camion carichi d'armi e di Tedeschi e di fascisti ed udito lo strepito ininterrotto di un grande scontro.
Poi, l'annunzio della lotta e della Resistenza partigiana, passa di borgo in borgo, percorre tutta la provincia e, come portato da creature invisibili ed inarrestabili, raggiunge le città ed i paesi. Nella popolazione nasce la coscienza di una nuova realtà: le formazioni partigiane, per il valore dei loro uomini, superato il periodo di formazione e di sviluppo, stanno passando ad una nuova fase poiché, oltre ad assolvere ai loro naturali compiti, pur già gravosi, dell'interruzione di vie di comunicazioni e di ponti, dei sabotaggi e degli agguati, hanno dimostrato a Pizzo d'Evigno di non voler rinunciare tanto facilmente alle loro posizioni resistendo agli invasori anche in campo aperto.
Ma il Comando tedesco ha compreso che le bande partigiane sopravvissute alla morte di Cascione hanno superato il periodo critico invernale e si stanno rafforzando, minacciando tutta la sua organizzazione militare nella zona. E' prevedibile, perciò, un riaccendersi furioso della lotta in ogni luogo attraverso le forme più varie, dall'imboscata fino alla battaglia campale ed al rastrellamento su vasta scala. Sicché, diventa necessario che, nelle formazioni garibaldine, ognuno sia efficiente ed efficace nell'azione.
I partigiani disarmati e quelli timorosi possono creare più difficoltà che vantaggi. Occorre il tempo per formarne il carattere e renderli validi anche per le prove più ardue.
Dopo lo scontro, «Cion» ha sentito discorsi e notato gli sguardi dei suoi uomini; comprende che una parte di essi non può non essere uscita scossa da quella prima vera battaglia. Perciò invita i garibaldini a discutere sul da farsi. Chiede se intendono spostarsi in qualche altra località ritenuta più sicura, come Testico o Degna. Ma tutti convengono nel ritenere Pian Bellotto la località migliore per la loro sede. Informa che il CLN ha fornito informazioni su un nuovo progettato rastrellamento tedesco e che occorrono decisioni rapide e dichiarazioni aperte e sincere. Ognuno è libero di restare o di partire, essendo la partecipazione alla lotta partigiana del tutto volontaria e senza costrizione  alcuna.
C'è chi propone allora di ritirare il distaccamento nel bosco di Rezzo; ma «Cion» respinge decisamente la proposta: «... Qui siamo una cinquantina e sono venuti in duemila; là saremo tanti e verranno in ventimila. Questa è la zona a noi destinata; di qui, in due ore di cammino possiamo raggiungere il mare ed attaccare là il nemico nella battaglia finale. Anche se dovessi restare solo, resterò lì; ma sono sicuro che c'è chi resterà con me. Chi ha paura lo dica e si trasferisca pure; potrà essere accompagnato da una staffetta che parte per il bosco di Rezzo. Con me deve restare chi ha del fegato!... » (12).
Nessuno proferisce parola, anche se l'indomani avrebbe potuto essere la fine per tutti. Ma nessuno, malgrado lo stato d'animo, vuole deludere il Comandante manifestandogli sentimenti di timore. Egli comprende. Di sua iniziativa fa una cernita ed invia una parte di uomini con la staffetta diretta al bosco di Rezzo. Egli resta al suo posto con gli altri.
(9) In dialetto «Cian Belotto»
(10) Si appurerà in seguiio  che il valoroso giovane è stato ucciso a tradimento da una spia tra le fila partigiane.
(11) Cfr.: F. Biga, «Diano e Cervo nella Resistenza», Ediz. Milano Stampa, 1975, pag. 98. Tesi di laurea della suora Franca Nurisso, Il clero nella I Zona Operativa Liguria, anno accademico 1975/1976, Istituto Universitario pareggiato di Magistero «Maria SS. Assunta», Roma, pag. 117
(12) Dal diario di Gino Glorio.

Carlo Rubaudo, Op. cit., pp. 95-100

Una volta vennero sul serio da San Damiano, Testico, Stellanello Chiusavecchia e Pairola, un finimondo che ci pareva il poligono dei tiri in funzione sul mandamento; epperciò tutto intorno, da  ogni parte, non si sentivano manco più a parlare tra loro negli spari così forti.
Con le pesanti in postazione, sì che i partigiani c'erano ai passi sempre di guardia; e anche le pattuglie avanti indietro si davano il cambio; sì che attorno ai casoni le sentinelle stavano ferme anche col freddo a sentire i rumori: ma quando li senti così vicini ormai è tardi, altro che balle.
Quando arrivano così da tutte le direzioni, che non sai come, non ti serve più, niente di niente, perché sai che tanto è inutile, sicché ce la metti tutta soltanto per schivarti se ti riesce.
Tu allora spari finché spari per fermarli e va bene, ma mica puoi gridargli alto là fermi tutti, di qui non si passa; come fai a fermarli se sono una valanga, e hanno già preso anche il Pizzo d'Evigno?
Come fai, se ce n'è pieno sulle creste e il pendìo del Ceresa è pelato come in mano, che di lì proprio non ci puoi passare sempre sotto tiro?
Adesso invece porca la miseria, in più tieniti anche sti colpi di mortaio sempre più secchi, spiaccicato lì sull'erba.
Sempre lì fermo con tutta la paura addosso che hai, intanto loro aggiustano il tiro coi binocoli; e tu rimani lì ad aspettare il colpo giusto se arriva sì o no a schiantarti; ti raggricci di più, sempre di più, con la pancia a terra da volerci sprofondare come un verme nell'erba fitta, e sparire.
Eccoti dunque che li impari a conoscere sul serio sti bastardi di mortai, col tempo che ci vuole per sentirteli proprio addosso; col tempo che ci vuole voglio dire per indovinare il colpo quando parte e lo squarcio quando arriva nello schianto, sempre di più vicino a te.
Questo modo che impari, è proprio come quello di starsene all'avventura; tanto o prima o poi lo schianto arriva preciso anche per te: è inutile pensare all'altromodo, se il tuo destino è così; ma è lo stesso anche se ti raggricci ancora di più, perché ciononostante gli squarci ti si aprono da tutte le parti coi sibili e il fracasso.
Poi sti tedeschi li senti che vengono avanti con le bardature e l'armamentario, scendono dalle creste passo passo frugando in tutti i buchi, che non gli scappa niente.
Ecco che così adesso, senti veramente di essere soltanto un verme molle da schiacciare come vogliono loro o prima o poi, siccome devi stare sempre fermo ad aspettare, guai a muoverti.
Devi starci spiaccicato pancia a terra in questo inferno, con gli squarci da tutte le parti, e loro che vengono sempre avanti a scovarti senza smetterla e sparando in presa diretta, sempre così; il fatto sta che loro sanno tutto della situazione com'è, scendendo dalle creste e mettendosi a frugare.
Lo sanno che in questa valle presidiata, da non poterne più uscire, ci sono quelli del Cion già famosi dappertutto; e che perciò adesso bisogna batterla ben bene coi mortai, per farli saltar fuori proprio tutti al completo.
Eppoi sanno che bisogna andarci dentro con le pattuglie passo passo in rastrellamento metodico per non dargli scampo; epperciò, con tutte le bardature elmetti armi automatiche munizionamento a bizzeffe e i mortai che li sparano giusti con tutti i colpi che ci vogliono e anche di più, adesso vengono avanti; vengono avanti sempre sul sicuro frugando dappertutto, così ce la faranno eccome a schiacciarti proprio come un verme molle.
31. Successe invece che quella impresa i nazifascisti la finirono da arrabbiati senza concludere, senza minimamente riuscire a scovarli dai nascondigli.
Dopo quel traffico della malora dalle creste e quegli spari coi mortai nel rastrellamento, ben sapendo che c'erano eccome i partigiani, o di qua o di là nella valle, ma non li trovarono chissà, si incattivirono di più, bestemmiando forte.
Difatti i partigiani erano pratici e ce la fecero anche stavolta, perché bastava un rovo una crepa una fessura o un po' di fieno, sempre lì rintanati; poi sapevano strisciare adagio un poco più in là mentre loro, proprio da crucchi, andavano passo passo frugando un poco più in qua; e così gli sgusciavano di sotto.
Per la strada invece presero don Enrico, parroco di Stellanello - lui va bene porcomondo, perché è prete; non può negare - dicevano andando; se lo misero davanti legato a colpi nella schiena, sempre più secchi: perdio se dovrà parlare altroché.
- Su, svelto, facci vedere questi nascondigli; ma fa presto che tu lo sai, spicciati.
Lo portarono di qui di là, nel folto dei canneti, ai lati del torrente e sotto negli orti, avanti fin quasi sulle creste e dentro i paesi con la gente chiusi, che parevano cimiteri.
Per le strade dei campi e fuori strada, fin nelle pietraie, dappertutto lo fecero girare legato quel prete catturato nella sua valle, picchiandolo; andando tra le botte, lui diceva di curare le anime, non ste faccende degli uomini che si sparano tra loro in questi tempi da lupi.
Diceva così: che non è lecito di andarsene in mezzo alla sua gente nelle sparatorie accanite soltanto per sparare, di andarsene senza pietà voleva dire; ma che bisognava starci da prete come si deve; non come le bestie, santo cielo, a pregare per tutti.
Loro invece no, avanti botte sempre di più a sfigurarlo - tu lo sai, tu sei d'accordo prete sovversivo; e ce lo devi dire. Per la miseria se ce lo devi dire, perché noi del fascio ti faremo cantare: hai capito che ce lo devi dire?
Lo spingevano sempre di più con le botte a fracassarlo; tanto che ormai, manco volendolo, ce la faceva più a stare dritto in mezzo a quei manigoldi.
Andando, chinava il capo rassegnato come poteva; tra le case della sua gente tutte chiuse sigillate, andava a quel modo che alla gente faceva pietà; si vedeva che andando pregava, e che sapeva come finiva la sua storia.
Lui sapeva della morte inevitabile e dei nascondigli dei partigiani, perché sapeva tutto della sua gente in quella valle da una parte all'altra; ma i fascisti perdio li fece girare a vuoto per tutto quel giorno, sotto le botte, avanti indietro nella sua valle sempre uguale; sicché alla fine non si riconosceva più massacrato a quel modo com'era, dalla testa ai piedi.
Poi loro se ne accorsero che era proprio inutile, siccome lo capirono alla fine del giorno, che non ci si vedeva più.
Lo capirono che li aveva presi ben bene in giro, non volendo tradire la sua gente né di giorno né di notte, mai.
Lo finirono, sparandogli a bruciapelo quando era già scuro, e lui non ce la faceva più a reggersi in piedi.
Lo trascinavano di peso per la strada nella polvere spessa: erano arrivati in fondo alla valle, vicino al Molino del Fico, e lì si fermarono; la gente chiusa nelle case col terrore e i ribelli nei nascondigli ad aspettare da un momento all'altro, alla fine sentirono l'ultima raffica al Molino del Fico, e loro che imprecavano bestemmiando tutti sporchi di polvere sgomberando la valle.
Allora, tutti insieme, la gente e i partigiani capirono che se un prete è un prete, deve essere un prete così come questo qui ministro di Dio e dei suoi fratelli, con la sua gente fino al patibolo; e non se lo scordarono mai più.
Osvaldo
Contestabile, Scarpe rotte libertà. Storia partigiana, Cappelli editore, 1982,  pp. 45-47
 

martedì 19 gennaio 2021

Su piloti ed ufficiali alleati in fuga verso la libertà con l'aiuto dei partigiani imperiesi

Una vista da Ceriana (IM) - Foto: Alessandro Spataro

[Le citazioni che qui seguono sono il tentativo di offrire al lettore uno spaccato, comunque incompleto, di vicende riguardanti piloti e prigionieri alleati e partigiani, non solo imperiesi, vicende una volta di più non semplici da ricondurre a sintesi, vicende in effetti già accennate talora su queste colonne. Vicende che sono accomunate dal fatto che hanno avuto incroci con altri importanti eventi, concernenti il ponente ligure, come ad esempio per la Missione Flap, conclusasi con i suoi tre distinti gruppi di fuga verso la Francia grazie al contributo determinante dei garibaldini della Divisione "Felice Cascione", nonché svolgimenti e/o epiloghi in provincia di Imperia, come nel caso del ruolo del Gruppo Sbarchi Vallecrosia. Vicende, ancora, che rimandano a necessarie integrazioni e spiegazioni, da effettuare con successivi articoli]

L'operazione più importante alla quale partecipai fu la fuga dei 5 prigionieri alleati che trasportammo in Francia. I 5 soldati erano 2 americani, 2 inglesi e un francese. Gli inglesi erano: Michael Ross, capitano del Welch Regiment; Cecil "George" Bell, tenente della Highland Light Infantry. Il francese era Fernand Guyot, pilota. Gli americani erano i piloti Erickson e Klemme: non ne so né il nome, né il reparto, né altri dettagli, solo che erano piloti [da ricerche fatte compiere presso l'Istituto Storico dell'US Air Force Giuseppe Mac Fiorucci (vedere infra) appurò che si trattava di Lauren Erickson, tenente pilota di P38 Lightnings, 1° Gruppo 270° Squadrone, e Ardell Klemme, tenente pilota di bombardieri B25, 340° gruppo, 489° Squadrone]. Dopo l'8 settembre 1943 erano fuggiti dai campi di prigionia e avevano vagato per l'Italia settentrionale alla ricerca di un passaggio per la Svizzera o per la Francia liberata. La Resistenza li nascose a Taggia (IM) per qualche tempo, sperando nell'arrivo di un sottomarino per metterli in salvo. Nel febbraio del 1945 il Comando decise di tentare da Vallecrosia [...] Renato Dorgia, "Plancia" *, in Gruppo Sbarchi Vallecrosia di Giuseppe Mac Fiorucci, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia - Comune di Vallecrosia (IM) - Provincia di Imperia - Associazione Culturale "Il Ponte" di Vallecrosia (IM), 2007> * insignito di Croce al Merito di guerra per attività partigiana

Il 24 gennaio [1945] il dott. Marchesi precipitatosi in casa mia [Villa Llo di mare a Bordighera (IM)] comunicò che i tedeschi dovevan partire entro 2 giorni, prelevando tutti i designati ostaggi di cui io risultai capolista. Si impose una fuga generale; Marchesi collocò altrove cognata e nipote, noi ci rifugiammo nella villa di Kurt Hermann… nazista, naturalmente a sua insaputa: i 2 ufficiali inglesi, guidati da mio figlio pei monti, di notte, raggiunsero rifugi ignoti, mentre mio figlio scendeva la costa in attesa degli avvenimenti. La notizia dataci risultò imprecisa, chè la fuga tedesca tardò ancora 3 mesi. Ma i 2 inglesi dopo romanzesche avventure in montagna e sulla costa di Vallecrosia raggiunsero la Francia e si misero finalmente al sicuro. Oggi scrivono dall’Inghilterra […] I 2 ufficiali inglesi si chiamano: Michael Ross e George Bell. Altro aiuto avemmo nell’occultamento dei 2 inglesi dal compagno Luigi Negro, autista della villa Hermann alla Madonna della Ruota. Egli ospitò una notte i 2 alleati nella detta villa, nonostante la permanenza di scolte tedesche nelle adiacenze e la possibilità di sorprese da parte del padrone e dei suoi accoliti.
Giuseppe Porcheddu, manoscritto (documento
IsrecIm) edito in Francesco Mocci (con il contributo di Dario Canavese di Ventimiglia), Il capitano Gino Punzi, alpino e partigiano, Alzani Editore, Pinerolo (TO), 2019 

Klemme, caduto al confine con il Piemonte, fu dunque indirizzato verso il Monferrato e si ritrovò con Walker Harris. Entrambi, purtroppo, persero il volo del 19 novembre [1944]. Il giorno successivo, i tedeschi attaccarono il campo d’aviazione di Vesime, se ne impadronirono e dissestarono il terreno di volo arandolo ripetutamente. I partigiani sarebbero nuovamente riusciti a rimetterlo in funzione, ma non prima della primavera successiva. Sfumata questa possibilità, Augusto Bobbio decise di trasferire Harris e Klemme a Prea, nella zona di Cuneo.
I due aviatori, marciando sempre di notte, giunsero a Prea tra la fine di novembre e l’inizio di dicembre del 1944. Furono presi in consegna dai partigiani di un’altra formazione autonoma, la Divisione Alpi di Pietro Cosa, che operava in collegamento con una Missione militare [
Flap] anch’essa britannica.
Di quest’ultima Missione aveva fatto parte, tra agosto e ottobre, un singolare personaggio, il capitano canadese Paul Morton. Morton era un giornalista ed era stato paracadutato con il compito di inviare corrispondenze di guerra al Toronto Star. Esibire un corrispondente dietro le linee nemiche era una mossa di forte impatto propagandistico, come ben sapevano le autorità britanniche, attente a questi dettagli. Morton era stato tra i primi a contribuire al passaggio in Francia di aviatori ed ex prigionieri attraverso un sentiero che si inerpicava sul Colle di Tenda. Dopo lo sbarco alleato in Provenza, infatti, le forze tedesche erano state respinte da un’ampia parte della Francia meridionale.
Nelle memorie scritte dopo la guerra, Morton ricorda <un pilota da caccia del Nebraska> che gli diede non pochi grattacapi: <mi annunciò che, poiché il suo addestramento era costato al suo governo più di centomila dollari, lui era l’uomo di maggior valore tra tutti noi, e perciò avrebbe dovuto andare in Francia per primo>. Morton diede una lunga occhiata alle vette innevate delle Alpi, quindi ribattè che, per parte sua, il pilota poteva andarsene in Francia anche subito [15]. Quel pilota era certamente Reginald Jacobson, nato, appunto, in Nebraska nel 1921 e abbattuto in settembre presso Saluzzo.
Quando Harris arrivò a Prea, Paul Morton era già stato richiamato. Il mutato clima politico-militare nei confronti della Resistenza aveva indotto le autorità britanniche a censurare i suoi articoli e a rispedirlo in Canada [16]. Intanto, era ancora a mordere il freno Reginald Jacobson, malgrado nel frattempo almeno due gruppi fossero passati in Francia.
Non vi fu tempo per organizzare la partenza di un nuovo gruppo. Il 2 dicembre le forze tedesche attaccarono le zone libere del Piemonte Meridionale. Gli aviatori vennero separati: Harris e Jacobson furono avviati in direzione Sud, verso la Liguria. L’estremo Ponente ligure, infatti, dopo l’arrivo delle forze alleate nella Costa Azzurra, era diventato un importante punto di partenza per chi volesse tentare di passare le linee.
Molti aviatori caduti in Piemonte o in Liguria venivano indirizzati verso l’Imperiese: tra di essi, anche Ian Smith, futuro presidente della Rhodesia, all’epoca pilota da caccia nella RAF [17]. La Resistenza italiana attivò addirittura un Gruppo Sbarchi: piccole imbarcazioni prendevano il largo dal litorale di Vallecrosia per poi sbarcare sulla Costa Azzurra [18].
Walker Harris fu aggregato al Battaglione Garibaldi Candido Queirolo, comandato da Domenico Simi Gori, che affiancò il Gruppo Sbarchi nell’organizzare il passaggio in Francia di ex prigionieri e aviatori alleati. Harris trascorse circa due mesi sui monti nell’entroterra di Taggia: era iniziato l’inverno, un inverno particolarmente aspro, che coincideva con una fase critica per la Resistenza. Successivamente fu nascosto in una cava nei pressi di Ceriana, in mezzo agli ulivi.
Qui lo vennero a stanare i soldati tedeschi, informati da una delazione. Harris venne pertanto incarcerato a Sanremo. Lo interrogò un ufficiale della Kriegsmarine, Georg Sessler, <che ci ha sempre trattati bene, nei limiti della sua autorità e delle circostanze>, ricorda l’aviatore. Di quei giorni, ad Harris rimase impresso anche il bombardamento navale [a febbraio 1945] subito dalla città: un incrociatore francese, infatti, il Jeanne D’Arc, periodicamente compariva al largo e cannoneggiava Sanremo [19]. In seguito, Harris venne tradotto a Genova e rinchiuso nel carcere di Marassi.
L’odissea del giovane aviatore durava ormai da mesi. La campagna d’Italia volgeva al termine e la Resistenza si preparava all’insurrezione finale. Il comando tedesco dispose di trasferire Harris e altri prigionieri in Germania, ma il veicolo su cui erano stati caricati fu bloccato dai partigiani e l’aviatore recuperò la libertà. Il 27 aprile le truppe americane entravano a Genova.
Harris si riunì ai suoi e rientrò negli Stati Uniti, dove ha vissuto sino al 3 giugno 2008, data della sua scomparsa. Negli anni della maturità era tornato più volte in Italia, ad incontrare ex partigiani e i loro discendenti, a ripercorrere i luoghi delle sue avventure di gioventù e a fare scorta di spumante. Nel 2003 è stato intervistato dalla Stampa, che lo ha promosso ufficiale pilota e messo ai comandi del suo B-25, e ha ringraziato gli italiani che lo avevano aiutato [20].
[15] Paul Morton, Missione Inside tra i partigiani del Nord Italia, Cuneo, L’Arciere, 1979, p. 91.
[16] In tempi recenti, un altro giornalista canadese, Dan North, ha svolto una ricerca storica per ricostruire la vicenda di Morton, venendo anche in Italia: Alberto Papuzzi, Sulle tracce di Paul Morton, il reporter partigiano che il Toronto Star censurò, “La Stampa”, 8 luglio 2008. Dalla ricerca è nato il libro Inappropriate conduct, pubblicato nel 2009.
[17] Ian Smith, ufficiale pilota di uno Spitfire, fu abbattuto il 22 giugno 1944 e precipitò in località Vallescura, nel Savonese: Bruno Chionetti-Riccardo Rosa-Gianluigi Usai, Aerei su Savona. Storie di piloti ed aerei caduti in provincia di Savona, Voghera, Marvia, 2010.
[18] Giuseppe Fiorucci, Gruppo Sbarchi Vallecrosia, Imperia, ISREC, 2007.
[19] Secondo il diario di guerra di Giuseppe Biancheri, messo in rete nel sito www.cumpagniadiventemigliusi.it., l’incrociatore cannoneggiò Sanremo il 6 febbraio, il 2, il 20 e il 31 marzo, il 12 e il 15 aprile 1945.
[20] Così bombardai il ponte di Casale, “La Stampa”, edizione di Alessandria, 6 maggio 2003.

Alberto Magnani, I sentieri della salvezza. Aviatori americani e resistenza italiana tra Piemonte e Liguria, in Gruppo Ricercatori Aerei Caduti Piacenza (Grac) 

Walker Harris con la moglie, durante una visita nel 2000 alla casupola dove era situata la base della Missione Flap. In mezzo, Pietro Cosa, il figlio di Piero Cosa, comandante della Divisione Autonoma "Alpi" - Fonte: Grac

[Sulla figura di Sessler Giorgio Caudano ha raccolto significativa documentazione cui ci si ripromette di fare riferimento in prossime occasioni]

Da informazioni non controllate o da semplici supposizioni popolari sembra invece che Dell Klemme si sia salvato […] passare e ripassare più volte a volo radente su Pecetto un aereo il quale, raggiunta l'altezza del Castello, avrebbe effettuato alcune scivolate d'ala per trasmettere l'ultimo saluto ai suoi amici di un tempo. Il pilota di quell'aereo sarebbe stato Dell Klemme.
Osvaldo Mussio, Tra lo Scrivia e il Po. Uomini e episodi della Resistenza, Edizioni dell'Orso, 1982

[Ross, Michael Ross, nel suo From Liguria with love. Capture, imprisonment and escape in wartime Italy, Minerva Press, London, 1997 (aggiornato di recente dal figlio, Michael Ross, The British Partisan, Pen & Sword, London, 2019), raccontò in modo dettagliato anche la permanenza sua e di Bell tra i partigiani imperiesi. Dei patrioti non fece mai nomi veri o di battaglia, ad eccezione del sopra citato Giuseppe Porcheddu e della sua famiglia, presso i quali idue ufficiali britannici trovarono ospitalità clandestina per circa un anno, di Renato Brunati, martire della Resistenza, e Lina Meiffret, tornata salva dalla deportazione in Germania, ma tormentata, a dir poco, nello spirito, i quali per primi sul finire del 1943 diedero loro rifugio ai due ufficiali in Baiardo, di Vito - Vitò, Ivano, Giuseppe Vittorio Guglielmo, comandante della II^ Divisione d'Assalto Garibaldi "Felice Cascione" - di Achille - identificabile in Achille "Andrea" Lamberti del Gruppo Sbarchi Vallecrosia - e di Giuseppe Porcheddu, colui che li tenne nascosti per circa un anno e che tentò di aiutarli in varie maniere. Di questo libro qui si vogliono citare solo alcuni fatti immediatamente antecedenti la fuga finale. Che per tre volte,  a seguito delle comunicazioni via radio fatte dal telegrafista dell'ufficiale di collegamento alleato, il capitano del SOE britannico Robert Bentley, un sommergibile inglese si avvicinò alla costa vicino a Taggia - forse alla Curva del Don di Riva Ligure, già altre volte pensata per simili missioni; che che per due volte la scorta dei partigiani ed il gruppetto degli alleati - tra i quali i sopra menzionati Erickson e Klemme - che dovevano imbarcarsi dovettero fuggire perché trovarono i tedeschi che li mitragliarono con l'ausilio di bengala; che all'ultimo appuntamento con il natante i nazisti attesero invano, perché nel frattempo i garibaldini avevano individuato la spia che aveva messo in allarme il nemico, una giovane donna, di probabile origine iugoslava, prontamente giustiziata. Che risultarono dispersi, poco prima della loro partenza, due partigiani e due americani, indicati come Ricky e Reg. E che alla fine si compose la squadra che, come già detto qui all'inizio, marciò verso Vallecrosia]

Giorni dopo recuperammo altre due barche dal solito deposito […] finalmente portammo i battelli al mare e i 7 passeggeri (i 5 alleati e i 2 "passeur"). Prima di partire uno dei "passeur" volle collaudare le barche per verificare che tenesso il mare. Imbarcati tutti, partirono in 9 guidati da Achille e un altro, non ricordo se "Gireu" [Pietro Gerolamo Marcenaro] o Renzo Rossi o altri. Credo Renzo Rossi, che era il capo di tutta l’organizzazione sbarchi. Arrivarono sani e salvi e questa operazione accrebbe non poco la considerazione degli alleati per la Sezione Sbarchi di Vallecrosia.
Renato Dorgia in Giuseppe Mac Fiorucci, Op. cit.

 

mercoledì 13 gennaio 2021

Sul rastrellamento di San Romolo

Uno scorcio di San Romolo, Frazione di Sanremo (IM), situata a 768 metri s.l.m.

È «Lori» Dario Rovella che racconta:
Il 10 novembre 1944 dopo un colloquio con Mimosa [Emilio Mascia, ufficiale della Brigata SAP "Giacomo Matteotti"] e Ludovisi il CLN di Sanremo, che intendeva creare in collina una nuova brigata GAP comprendente i vecchi e gloriosi distaccamenti delle GAP cittadine, comandati da (Riccardo) Adriano Siffredi, Aldo Baggioli [Cichito], dal ten. Ricò e da Leone (Jaure Sughi), mi nominava comandante della brigata e mi inviava con lettere credenzialia San Romolo [Frazione di Sanremo (IM)]. M'incontrai il 15 con Cichito (Baggioli) in attesa di vedere Riccardo, che era partito per il Gran Mondo. Gli uomini della GAP erano stati decentrati perchè si vedeva un rastrellamento tedesco in forza: soltanto il Comando restava a San Romolo in attesa di spostarsi.
Nella notte ci rifugiamo nel dopolavoro della borgata per riposarci. Eravamo in 5: io, Cichito, Tunin il Verde (Fiorillo), Comandante della banda locale, il Ten. Jugoslavo Miscia e Giordano.
Erano le 6.30 circa del mattino del 15 novembre, quando Tunin ci sveglia improvvisamente. Faceva freddo e la stanza era ancora immersa nel buio. Fuori si udivano voci e rumori come uomini in marcia. E tutto ad un tratto si scatenò l'inferno: da tutte le parti ci giungevano urla e spari.
Aprimmo: lo spiazzo antistante è occupato da tedeschi armati che corrono tirando e grugnendo come maiali inferociti.
Tre dei miei compagni, Cichito, Tugnin e Giordano si precipitano fuori fuggendo verso Monte Bignone.
Il nemico li scorge subito e raffica contro di loro: vediamo Cichito, Giordano e Tugnin cadere: un istante dopo quest'ultimo si rialza e fugge benchè ferito.
La mia posizione e quella di Miscia è disperata: siamo circondati senza via di scampo. Richiudiamo. Miscia si nasconde nel gabinetto. Io nascondo la pistola mia e quella di Cichito tra una coperta, la chiudo in un armadio e butto le carte compromettenti nella stufa che avevamo lsciato ardere tuttaa notte.
Nello stesso tempo sette od otto uomini sfondano la porta e vi irrompono con le armi spianate. Alzo le mani in segno di resa. Mi frugano e a colpi di calcio di moschetto nella schiena mi portano fuori.
Sulla piazzetta del paese erano assembrate un cinquantina di persone, abitanti del luogo, fra le quali conobbi Giuseppe Bramé, fratello di “Orsini” [Agostino Bramè, commissario politico della V^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Luigi Nuvoloni", membro del C.L.N. circondariale di Sanremo (IM)] e l'avvocato Carlo Bensa, guardati a vista dai tedeschi con i mitra imbracciati.
Da qualche casa, sparsa fra gli alberi, cominciavano ad alzarsi fiamme e colonne di fuoco: l'opera di distruzione era cominciata.
Pochi minuti di attesa, poi un tedesco giunge con due pistole: le riconosco, son quelle nascoste da me, evidentemente scoperte. I prigionieri vengono vengono passati in rivista, mi riconoscono, mi fanno uscire dal gruppo e comincia l'interrogatorio mentre altri due tedeschi giungono spingendo innanzi a pedate Piombo che casca esausto al mio fianco.
Di fronte a me, a pochi passi, erano i corpi straziati di Baggioli e Giordano. Baggioli era steso supino, il collo sfigurato dai colpi; Giordano giaceva bocconi con le braccia aperte.
Spiego al capitano che m'interroga che io sono salito a San Romolo per cercare dell'olio per la mia famiglia. Mi ordinano di marciare: pochi passi e sono davanti al plotone di esecuzione - composto da tre uomini, uno armato di machine pistola e due di mitra - ove Piombo mi segue.
Un maresciallo tedesco mi parla: "qui casa tua". Io spiego che abito a Sanremo. Il maresciallo chiama la sorella di Franco Giordano che è tra la folla e le chiede se mi conosce. Ella risponde: "No, non l'ho mai visto".
Le armi sono sempre puntate su di me a cinque passi di distanza ed io mi attendo di secondo in secondo una scarica mortale.
Alla fine il maresciallo mi dice: "tu conoscere partigiani, domani a Sanremo parlare... se non parlare... caput...". Domani a Sanremo: respiro: la morte mi ha appena sfiorato.
Mi portano indietro: sento una scarica: mi volto e scorgo Piombo, fucilato, steso nel suo sangue.
Ci ordinano di salire sul camion con urla, pugni e minacce.
Intanto prima di partire, venne dato fuoco al dopolavoro.
Miscia era dentro: vedemmo ad un tratto la sua nera figura balzare tra le fiamme e correre come il vento verso il bosco.
Gli spararono dietro numerose scariche: seppi poi che la sua giacca, aperta dal vento, venne ridotta come una schiumarola, ma egli si salvò.
Giunsero altri tedeschi carichi di galline e conigli razziati e si partì.
E così ebbe termine il rastrellamento di San Romolo nel quale vennero uccisi cinque partigiani delle GAP.
Del centinaio di prigionieri catturati la maggior parte venne rilasciata, otto furono trucidati nelle prigioni di S.Tecla e buttati in mare ed il resto, tra cui io, inviati a Genova, a Marassi o alla Casa delle Studente, e poi avviati ai campi di concentramento in Germania.
Per parte mia restai in prigione circa cinque mesi, fuggii definitivamente e raggiunsi le formazioni pochi giorni prima della fine, aggregandomi nuovamente alle GAP del CLN di Sanremo con le quali partecipai all'occupazione della città, il 25 aprile.
Mario Mascia, L'epopea dell'esercito scalzo, Ed. A.L.I.S., 1946, ristampa del 1975, pp. 285,286,287,288

È allora che avvampa il tuo generoso furore, indimenticabile Aldo Baggioli, eroe bello e spietato, e ti porta sfidando ogni pericolo a scaricare il tuo revolver nel petto dei traditori. Dietro a te Riccardo socchiude l’occhio mefistofelico: i fascisti hanno paura, sanno che a uno a uno cadranno sotto il tuo piombo giustiziere. Ma purtroppo presto sospireranno di sollievo sapendoti caduto crivellato dalle raffiche sul prato di S. Romolo.
Italo Calvino, articolo pubblicato sul numero 13 de “La voce della democrazia”, Sanremo, martedì 1 maggio 1945

Il Monumento ai Martiri della Resistenza, opera di Renzo Orvieto, già partigiano, posto davanti all'ex Fortezza di Santa Tecla a Sanremo (IM)

[...] un nutrito di prigionieri che furono condotti alle carceri di Sanremo. Qui Aldo Petenatti e G. Battista Buschiasso vennero lo stesso giorno fucilati e gettati in mare. Altri, tra cui l’avvocato Bensa e Dario Rovella condotti alla Casa dello Studente a Genova. Negli stessi giorni seguirono la sorte di Petenatti e Buschiasso anche i prigionieri politici che si trovavano in carcere. I lavoratori della funivia (durante un rastrellamento vennero requisiti i telefoni e fermati quattro operai, mentre un altro operaio e l'ing. Groff, il direttore degli impianti, si salvarono miracolosamente calandosi nel vano contrappesi, profondo 18 metri) Bombardieri Mario, Luison Carlo, Negro Antonio e il civile Semeria Giobatta vennero fucilati il 16 novembre 1944 e gettati in mare. Il giorno dopo la stessa sorte toccò a Pietro Bonfante, ostaggio politico. Dall’interrogatorio del maresciallo Schifferegger si acquisiscono altri particolari relativi al rastrellamento di San Romolo. L’operazione venne condotta dalla GNR e dagli uomini del capitano di corvetta Forster. A guidarli O. un partigiano che era stato precedentemente arrestato e dopo un solo giorno di detenzione inviato tra i partigiani di San Romolo. Durante l’operazione vennero uccisi sul posto cinque partigiani (così racconta Schifferegger, ma in realtà i caduti furono tre), circa un centinaio furono gli arrestati che vennero condotti all’Albergo Imperiale (sede dell'Orstkommandantur), dove sopraggiunsero anche tre membri dell’SD sanremese, Raiter, Schmidt e Schifferegger stesso, i quali controllarono i documenti di tutti gli arrestati, mentre l’informatore M. indicava quali tra questi fossero i partigiani. M. ne riconobbe sette che furono messi da parte, altri trenta giovani, ritenuti renitenti, furono messi a disposizione della GNR. Nel frattempo il capitano della GNR Sainas mi pregò, è sempre Schifferegger che rilascia la dichiarazione, di accompagnarlo a Santa Tecla perché desiderava conferire con il comandante Forster circa la sorte del professor Calvino e di suo figlio, arrestati e colà detenuti. Giunto al cospetto di Forster, era presente anche O. al quale il capitano chiedeva se fosse stato possibile ottenere la liberazione di due militari tedeschi che erano stati catturati due giorni prima mentre con la funivia raggiungevano Monte Bignone. Stando al brogliaccio della brigata nera sanremese a catturarli fu Laura Maria, nata a Bajardo il 9/11/1923, partigiana combattente). L’O. rispose positivamente, anzi fece uno schizzo che indicava il luogo in cui i due militari erano trattenuti. In seguito Forster acconsentì a consegnare il prof. Calvino e il figlio a disposizione della GNR.
Nella stessa riunione l’O. consegnò a Forster una lista con i principali sovvenzionatori sanremesi del movimento partigiano.
Contrariamente ai dati sopra esposti che rimandano a giorni diversi le fucilazioni dei sette giustiziati, secondo Schifferegger l’esecuzione avvenne nello stesso momento [...]
Giorgio Caudano  [A cura di Paolo Veziano con il contributo di Giorgio Caudano e di Graziano Mamone, La libera Repubblica di Pigna. Parentesi di democrazia (29 agosto 1944 - 8 ottobre 1944), Comune di Pigna, IsrecIm, Fusta Editore, 2020; Giorgio Caudano, Dal Mare alla Trincea… memorie di uomini, BB Europa, Cuneo, 2019; Silvia Alborno, Gisella Merello, Marco Farotto, Marco Cassini, Giorgio Caudano, Franck Vigliani, curatori della mostra Claude Monet, ritorno in Riviera, catalogo a cura di Aldo Herlaut, Silvana Editoriale, Milano 2019;  La Magnifica Invenzione. I pionieri della fotografia in Val Nervia 1865-1925, a cura di Marco Cassini e Giorgio Caudano, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2016   ]


4°) Circa l'attività di certo ORMEA, di S.Remo, preciso quanto segue: l'Ormea, in epoca imprecisata, fu arrestato dalla G.N.R. come partigiano. Dopo un giorno di detenzione, egli venne inviato fra i partigiani di S.Romolo con incarichi spionistici per conto della G.N.R. Qualche giorno dopo, egli fece ritorno alla G.N.R. con tutte le informazioni necessarie. Fu allora eseguito un rastrellamento al quale, oltre alla G.N.R. presero parte gli uomini del reggimento FORSTER. Nello scontro che ne risultò, cinque partigiani rimasero uccisi in combattimento e 200 persone furono catturate. Tutte furono poi portate all'albergo IMPERIALE, sede dell'Orstkommandantur. Fu allora avvisato l'ufficio nostro ed io, unitamente a RAITER e SCHMIDT, mi recai sul posto per controllare i documenti degli arrestati e vedere se fra di essi vi erano dei partigiani. Fu proceduto al controllo dei documenti, mentre MICELONI, già nominato nel verbale, era presente ed indicava quali erano partigiani. Egli ne riconobbe sette. Non posso precisare dove in quel momento si trovasse ORMEA, in quanto non lo vidi. I sette partigiani furono messi da una parte, mentre altri 30 giovani, riconosciuti come renitenti alla leva, furono consegnati al comando provinciale. In quel frattempo, il capitano della G.N.R. mi pregò di accompagnarlo a S.TECLA, dove desiderava conferire col comandante FORSTER circa la sorte del prof. CALVINO e suo figlio arrestati e colà detenuti. In seguito al colloquio, il prof. CALVINO ed il figlio passarono a disposizione del capitano SAINA [Sainas] (1) della G.N.R. Dopo di ciò, feci da interprete fra il comandante FORSTER ed il sig. ORMEA. Il FORSTER desiderava sapere se il sig. ORMEA era in grado di fargli riavere i due militari tedeschi, catturati alcuni giorni prima mentre sulla funivia si recavano a monte Bignone. L'ORMEA rispose affermativamente, anzi fece vedere al FORSTER uno schizzo di dove si trovavavano i due militari catturati. Aggiunse di essere in grado di far catturare i partigiani che avevano prelevato i due tedeschi. Nella stessa occasione l'ORMEA mostrò al FORSTER un elenco di nomi di sovvenzionatori di partigiani. Dopo di ciò, essendo egli considerato prigioniero, fu ricondotto in cella. L'ORMEA fu poi passato al carcere di ONEGLIA. Qualche tempo dopo mi recai ad ONEGLIA, dove feci da interprete fra l'ORMEA ed il maggiore GOHL (2). Quest'ultimo chiedeva all'Ormea se era disposto a recarsi in Francia per una missione per conto dei tedeschi. Anche questa volta la risposta fu affermativa. Se poi l'ORMEA sia stato o meno inviato io non l'ho mai saputo. Altre attività specifiche di Ormea non ne conosco, come pure non sono in grado di confermare se effettivamente l'ORMEA si trovasse ad una finestra dell'albergo IMPERIALE e segnalasse ai tedeschi quali dei duecento partigiani catturati a S. Romolo erano partigiani. Dall'ultima interpretazione con il maggiore GOHL, non ebbi più l'occasione di vedere l'Ormea né so quale fine abbia fatto. 5° In merito alla fucilazione dei sette partigiani indicati da MICELONE e fucilati a S.TECLA contrariamente a quanto dichiarato a pag. 12 del verbale, ero a S.Tecla quando i sette partigiani vennero accompagnati colà. Come ho già detto mi trovavo a S.Tecla per accompagnare il capitano SAINA [Sainas]. Nell'ufficio di FORSTER, presente, io, il FORSTER, il capitano della marina HUSTEGE e, se ben ricordo, il capitano SAINA [Sainas], fu effettuato un nuovo confronto fra i sette partigiani ed il MICELONE. Questi confermò nuovamente che gli stessi erano partigiani. Il FORSTER allora, confermata la loro appartenenza al movimento partigiano, diede ordine di fucilarli subito. Mentre io rimasi nell'ufficio di FORSTER, un plotone di esecuzuione formato da uomini da lui dipendenti prese i sette partigiani e portatili nel cortile li fucilò.  Io udii gli spari in quanto mi trovavo vicinissimo al luogo dell'esecuzione, ma non presi parte né vidi l'esecuzione. Lasciai poi l'ufficio di FORSTER per ritornare al mio comando, senza vedere i corpi dei giustiziati nè ho mai saputo come essi si chiamassero e dove furono sepolti. Circa l'affermazione che i giustiziati furono gettati in mare, nulla posso dire in quanto nulla so a questo riguardo. Ernest Schifferegger, * già SS ed interprete, in un verbale di reinterrogatorio  confluito in un documento del 2 giugno 1947 [se ne veda qui sopra la prima pagina] redatto dall’OSS statunitense, antenata della CIA *[Ernest Schifferegger era un italiano altoatesino che in occasione del referendum del 1939 aveva optato, come tutti i membri della sua numerosa famiglia, per la nazionalità tedesca. Entrato nelle SS, operò - a suo dire - solo nella logistica, su diversi punti del fronte occidentale. Era, tuttavia, a Roma come interprete, quando partecipò al prelievo di un gruppo 25 prigionieri politici italiani condotti a morte nella strage delle Fosse Ardeatine. Fece in seguito l’interprete per i nazisti anche a Sanremo. Il rapporto dell’OSS riporta che alla data del 2 giugno 1947 Schifferegger era ancora in custodia alla Corte d’Assise Straordinaria di Sanremo]

(1) 

Esemplare a riguardo quanto accade nella notte tra il 24 e il 25 aprile 1944 a Monte Castelluccio di Norcia: qui un un reparto della Gnr di Perugia utilizzato per la controguerriglia, denominato significativamente compagnia della morte e comandato dal capitano Sainas e dai tenenti Facioni e Vannucci, dopo un breve scontro a fuoco catturò il partigiano spoletino Paolo Schiavetti Arcangeli e due prigionieri di guerra di nazionalità sudafricana, tutti furono uccisi a sangue freddo dopo la cattura. La stessa compagnia, particolarmente attiva nella primavera 1944 nei rastrellamenti condotti in collaborazione con reparti tedeschi nella zona di Nocera Umbra e Cascia, fu protagonista a Marsciano, della fucilazione dei fratelli Ceci, fornendo i volontari per costituire il plotone di esecuzione e assicurando il servizio d’ordine.
Angelo Bitti, La guerra ai civili in Umbria (1943-1944). Per un Atlante delle stragi naziste, ISUC, 2007

Personaggi: un capitano tedesco, un tenente dell’Upi e un capitano della Gnr; per essere più precisi, il capitano Sainas. Ancora una volta la barbara legge tedesca delle rappresaglie sta per essere messa in atto: il capitano tedesco chiede al tenente dell’UOI dodici ostaggi da fucilare. Ma il numero dei prigionieri a disposizione del tenente è solo di otto.
Il tedesco s’intestardisce: “Ho detto dodici, Se no ci rimetto”. Il tenente non sa come fare. Il tedesco minaccia di far arrestare e fucilare le prime persone che incontra per la strada. Alla fine consultando le liste e le pratiche il tenente riesce a trovare altri tre candidati alla morte. Ne manca ancora uno, ma il tedesco è irremovibile. Si fa avanti il cap. Sainas e dice al tenente: “Se vuoi te ne presto uno io, ma poi tu me lo restituisci”.
Italo Calvino, articolo pubblicato senza firma sul numero 5 di “La nostra lotta”, giovedì 9 maggio 1945

Maselli Pietro: nato a Bussana il 16 agosto 1923, squadrista della Brigata nera “Padoan”, distaccamento di Sanremo
Interrogatorio di Maselli Pietro del 14.7.1945:
[...] Poco dopo sopraggiunse il Capitano Sainas della GNR, il quale con i suoi militi si recò a cercare il Modena che fu rintracciato dopo circa una mezz’ora e subito udimmo degli spari. Quando i militi vennero sul posto dove eravamo noi, portarono il Modena ferito ad una gamba. Non posso dire se il Modena venne ferito da noi o dai militi della GNR. Rimasi nella brigata nera fino al 13 dicembre 1944 [...] Nel febbraio del 1945 ho preso parte ad un rastrellamento effettuato in regione Pamparà di Ceriana. Dirigeva il servizio il Capitano Sainas della GNR [...]
Leonardo Sandri, Processo ai fascisti: una documentazione, Vol. 9,  StreetLib, Milano, 2019

(2)

Il maggiore SS Helmuth Gohl, SS-Sturmführer, Angehöriger des Sicherheitsdienst-Einsatzkommandos I, venne indagato, finita la guerra, anche, ad esempio, per crimini già commessi in Polonia nel 1939. Venne accusato, tra l'altro, di avere contribuito nel 1944 in Italia ad organizzare l'invio di gruppi di sabotaggio e di spionaggio dietro le linee alleate: alcuni documenti parlano in proposito di rete Zypres, specificando che il Piemonte e la Liguria fecero da base all’attività dell’ufficio VI (Amt VI) nel territorio francese liberato. Da Sanremo, dove era arrivato a gennaio 1945, Gohl operava con le organizzazioni Beltram e Tosca, il cui scopo era quello di raccogliere informazioni oltre le linee del fronte, inviando in Francia agenti reclutati tra collaborazionisti e fuoriusciti francesi.
Giorgio Caudano

[...] l’organizzazione Zypresse (la Z stava per Zerstörung, distruzione). Si trattò, insieme a Ida, di una delle maggiori reti stay behind impiantate dai servizi segreti tedeschi nel nostro paese e tra le più temute dai servizi alleati [...]
Carlo Gentile, Intelligence e repressione politica. Appunti per la storia del servizio di informazioni SD in Italia 1940-1945, in Paolo Ferrari/Alessandro Massignani (Eds.), Conoscere il nemico. Apparati di intelligence e modelli culturali nella storia contemporanea, Milano 2010, p. 459-495

Il 15 novembre i nazifascisti danno il via al rastrellamento di San Romolo, che parte dalle valli sottostanti e dura una decina di giorni. Alcuni partigiani (tra cui Floriano Calvino) riescono a fuggire, altri (tra cui Aldo Baggioli) vengono uccisi sul posto, parecchi vengono catturati. Italo [Calvino], risvegliato all'alba del 15 novembre dal rumore delle porte sfondate nei casolari dei dintorni, viene catturato mentre si allontana da San Giovanni [Frazione di Sanremo situata molto più in basso di San Romolo] in compagnia di Juarès Sughi: si salva dalla fucilazione immediata grazie a un foglio di licenza che porta con sé [...] Insomma Italo, non riconosciuto o per lo meno non denunciato come partigiano, fu considerato uno dei tanti renitenti alla leva [...] egli fu arruolato d'ufficio nella Repubblica Sociale e relegato per qualche tempo nel Deposito Provinciale di Imperia. Nessun documento attesta per quanti giorni sia rimasto a Imperia, né quando sia riuscito a scappare. Su tutte le vicende calviniane comprese fra il 19 novembre 1944 e il 1° febbraio 1945 anche le testimonianze offerte da quanti vissero quel difficile periodo sono manchevoli o troppo vaghe o contraddittorie.
Claudio Milanini, Appunti sulla vita di Italo Calvino, 1943-1945, «Belfagor», LXI, 1, 2006

lunedì 4 gennaio 2021

Chiappa: eliminazione delle postazioni "San Marco"

Chiappa - Fonte: Comune di San Bartolomeo al Mare (IM)

Prima di descrivere la brillante operazione dei partigiani che, attraverso varie e fulminee fasi, ha inferto un grave colpo al nemico, è utile fare una premessa che permetterà una più precisa comprensione del fatto e delle sue cause.
Il mese di agosto [1944] rappresenta il culmine della forza partigiana.
Già in precedenza sono state ricordate le modifiche in atto nelle fila della Resistenza, il progressivo potenziamento che, timidamente iniziato nel mese di marzo con l'afflusso di giovani alle formazioni partigiane, si è molto accentuato negli ultimi mesi primaverili e nell'estate.
L'esercito nazista è incalzato in ogni luogo, pressato ed in ritirata da tutti i fronti di guerra, è quotidianamente attaccato e colpito all'interno dei territori occupati dalla crescente forza ed aggressività dei partigiani e dalla resistenza delle popolazioni oppresse. Gli ordini impartiti in forme sempre più decise e minacciose dai Comandi militari e delle SS non ottengono ormai più che scarsi effetti (1).
Vero è che, giornalmente, patrioti o semplici cittadini subiscono infamie e torture a non finire; è pure vero che s'intensifica l'attività delle organizzazioni spionistiche tedesche e fasciste che sarà fatale per tanta gente e che le carceri ed i concentramenti sono pieni zeppi di prigionieri destinati alla morte. Ma la situazione è quella che è: un crollo può avvenire da un momento all'altro e molti militanti nelle fila della Repubblica di Salò, inquadrati in vari reparti ben distinti da quelli famigerati delle Brigate Nere, sono ormai stanchi di restare passivi di fronte agli avvenimenti, d'attendere la fine della guerra con una divisa che sanno indegna e che hanno indossato a seguito di situazioni in cui non avevano chiari i concetti di onore e di patria. Pian piano schiudono gli occhi alla realtà. Una parte di questi giovani vorrebbe disertare, nascondersi e raggiungere la propria casa; un'altra parte, invece, intenderebbe disertare e passare nelle fila della Resistenza. Conseguentemente gli esodi diventano sempre più frequenti, onde fughe e segreti accordi con i partigiani per organizzare prelevamenti di reparti ed il loro trasferimento ai distaccamenti.
Naturalmente, queste azioni non sono facili e comportano dei rischi. C'è sempre, nel numero dei militari, chi la pensa diversamente; ci sono degli ufficiali e, insieme a loro, quasi sempre dei Tedeschi. È possibile incontrare una reazione, subire delle perdite, fallire lo scopo.
Ma l'azione del 28 agosto riesce a perfezione. È condotta da garibaldini coraggiosi, esperti e collaudati ai rischi.
Il 24 agosto dalla base di Valcona partono il Comandante «Cion» [Silvio Bonfante] con il vice commissario Ivar Oddone (Kimi), i garibaldini «Fiume», Ettore Bacigalupo, Agostino Calvo (Il Rosso), «Vittorio il Biondo» ed un nucleo d'assalto con «Mancen» [Massimo Gismondi].
La meta è Chiappa [Frazione del comune di San Bartolomeo al Mare], in Val Steria, dove vi sono forti e munitissime postazioni della divisione «San Marco» (2), che rappresentano un notevole intralcio alle azioni volanti delle squadre partigiane operanti nella zona. Il fine consiste nell'eliminazione delle postazioni stesse.
I partigiani giungono sul luogo stabilito. Sono poco più di una decina e sanno, da informazioni, che la loro impresa si presenta di non facile attuazione. Ma «Cion» non è un comandante da intimorirsi, coraggioso com'è fino alla temerarietà, ed insiste verso gli altri affinché non deflettano dallo scopo. Infine, decisi, s'avviano verso il caposaldo dopo essersi uniti ad un'altra decina di garibaldini in missione nella zona.
La formazione si scinde e dà origine a due gruppi: il primo, guidao da «Cion» e da «Mancen», scende verso il paese percorrendo la via centrale; il secondo, al comando di «Kimi», prende la strada che fiancheggia l'abitato dalla parte destra. I due nuclei giungono alla prima posta quasi contemporaneamente al tramonto del sole verso le 19.
L'assalto è rapido ed i ventidue della «San Marco», sorpresi, neppure osano opporre resistenza.
L'altra postazione è ad un chilometro di distanza e consta di ventiquattro uomini.
«Kimi», «Mancen», «Ettore», «Grillo», «Totò», «Il Rosso» s'avviano veloci e, in breve tempo, saltando di fascia in fascia raggiungono il luogo.
Due sentinelle, atterrite dall'improvvisa comparsa dei Partigiani, si arrendono.
Nel frattempo, ignaro della presenza dei garibaldini, giunge un militare che è subito accerchiato e disarmato. Trattasi di Silvio Paloni il quale fornisce tutte le informazioni necessarie: precisa che la batteria è alla Rocca, che gli uomini sono ventiquattro e che alcuni Tedeschi alloggiano in due case, in posizione ben difendibile.
I partigiani si dividono in due gruppi di tre uomini ciascuno ed avanzano fino al luogo indicato. Si appostano e vedono i nemici intenti al rancio serale.
Paloni, poiché considera impossibile un attacco diretto, consiglia di parlamentare e si offre di fare da intermediario. Parte e ritorna con alcuni militi e con il sergente Facta, il quale chiede di quanta forza dispongano i garibaldini. Gli è risposto che all'esterno, ben appostati, stazionano molti partigiani!
Il sergente si avvia verso i suoi che si riuniscono in fretta nelle stanze inferiori, mentre alcuni aprono il fuoco nella direzione del gruppo di «Mancen».
I patrioti rispondono con raffiche di mitragliatore ed i sanmarchini cominciano a raccogliere le loro cose ed a fuggire. Alcuni abbandonano anche il fucile.
I garibaldini li inseguono e li catturano quasi al completo, senza subire alcuna perdita. Poi si dirigono verso la batteria e rendono inservibili i due cannoncini, privandoli dei pezzi necessari al funzionamento.
I tedeschi ed il tenente riescono a dileguarsi.
Sei partigiani hanno catturato una ventina di militari! Quindi si dirigono verso il gruppo comandato da «Cion » e tutti manifestano entusiasmo.
 

Pairola - Fonte: Comune di San Bartolomeo al Mare (IM)

Ma non basta. A Pairola [Frazione del comune di San Bartolomeo al Mare], con lo stesso sbrigativo metodo, fanno venti prigionieri, si impadroniscono di due mortai e requisiscono alcun muli per il trasporto.
Il giorno dopo partono tutti per San Bernardo di Conio. La colonna è imponente: i garibaldini procedono con oltre sessanta prigionieri e con i muli carichi di armi, viveri, munizioni nonché di due mortai (4).
Quei due mortai, azionati dagli stessi uomini della «San Marco» con abilità eccezionale, alcuni giorni dopo, ed esattamente il 5 di settembre, contribuiranno in modo determinante alla vittoria garibaldina nella battaglia di Montegrande.

(1) Nel mese di agosto, da parte del Comando Tedesco viene affisso nella Provincia di Imperia il seguente manifesto:
«Italiani,
è volontà delle forze armate germaniche di portare la pace nel paese: tranquillità e ordine devono tornare ovunque. A questo scopo è stabilito che tutte le persone tornino entro il 1° settembre alle loro residenze abituali. In caso di disobbedienza a questa ordinanza le forze armate germaniche prenderanno le misure adatte contro le case e gli averi dei non ottemperanti.
Attraverso Badoglio che ha sospinto gli Italiani al fratricidio, un piccolo gruppo di senza onore, si è fatto spingere ad uccidere alle spalle portando nel popolo italiano la vergogna del banditismo di pretta marca slavo-comunista. Contro questi ribelli e contro tutti i sovversivi le forze armate germaniche attueranno i mezzi più repressivi e più duri. Chiunque sia in possesso di armi senza permesso sarà  fucilato sul posto. Consegnate le armi nascoste, segnalate i possessori di armi e i nascondigli nei quali esse sono occultate. Chiunque aiuti i banditi, chiunque lavori per i ribelli, li provveda di viveri, vestiti e alloggio, sarà fucilato sul posto.
Tutti gli italiani devono riprendere immediatamente il lavoro.
L'armata germanica ha dimostrato di aver mantenuto la promessa data agli italiani alleati di combattere a fianco di essi, per assicurare con questa lotta l'amicizia del popolo italiano e germanico.
Collaborate con essa per il bene della vostra Italia.
Agosto 1944                                                                                Il Comandante Germanico
(2) La Divisione fascista «San Marco», addestrata in Germania, prima al comando del generale Princivalle e poi del generale Amilcare Farina, collegata alla 341 Divisione germanica del generale Won Lieb che operava nell'imperiese, era stata dislocata fra Genova e Ventimiglia ai primi di agosto 1944. Alcuni suoi reparti erano giunti nel dianese il giorno 7 (vedasi F. Biga, Diano e Cervo nella Resistenza, pag. 118).
(3) Silvio Paloni entrerà nelle fila della Resistenza con lo pseudonimo di «Romano» e morirà a Ginestro il 27 gennaio 1945.
(4) Dalla relazione stilata dal comandante «Cion» alcuni giorni dopo l'azione risulta il seguente bottino: due mortai da 81 mm con un centinaio di granate, ottanta fucili ta-pum, moschetti e trenta pistole di calibro vario.

Carlo Rubaudo, Storia della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria) - Vol. II. Da giugno ad agosto 1944, edito a cura dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia, Imperia, Dominici Editore, 1992, pp. 366-369

Kimi (Ivar Oddone) racconta:
Nella zona di Ciappa sopra Pairola stazionava un fortissimo gruppo del battaglione San Marco che vi aveva preso posizione ed aveva creato un munitissimo caposaldo.
Io e Cion ci trovavamo nella zona con una decina di uomini: era stato sempre nostro desiderio eliminare la postazione nemica che costituiva per le nostre squadre volanti una minaccia permanente, ma sapevamo, anche attraverso il rapporto  di due sanmarchini che avevano disertato unendosi a noi, che l'impresa non era di facile attuazione.
Ma Cion, sempre fiducioso nella sua buona stella e coraggioso fino alla temerarietà, insisteva nel tentare il colpo. Ci convinse alla fine: incorporammo nella nostra formazione altri dieci garibaldini che si trovavano in missione nella zona e si partì decisi a raggiungere il nostro scopo.
A poca distanza dal paese ci dividemmo. Cion, Mancen e alcuni altri scesero verso il paese per la strada di mezzo ed io col resto ci portammo alla destra dell'abitato. Giungemmo quasi contemporaneamente sulla prima postazione nemica. Erano le 7,30 pomeridiane ed il sole tramontava. Nella luce dorata balzammo sugli uomini, 22 in tutto, e li costringemmo alla resa senza che osassero opporre resistenza.
A un Km. circa di distanza vi era una seconda postazione con 24 uomini. Io, Mancen, Ettore Bacigalupo, Grillo, Totò e Rosso si partì di corsa. In pochi minuti, balzando di fascia in fascia, giungemmo sul posto. Due sentinelle ci videro sbucare come demoni dagli alberi al di sopra della postazione, che non avevamo ancora individuato, e, annichiliti, si arresero.
Nello stesso istanie scorgemmo un uomo venir verso di noi ignaro di ciò che stava accadendo. Lo circondammo e lo disarmammo. Era Romano un milite della Sanmarco che passò nelle nostre file e cadde da eroe l'inverno successivo.
Romano si unì a noi e ci informò che la batteria era a Roccà e gli uomini, 24 militi e alcuni tedeschi, alloggiavano in due case in posizione molto forte. Ci dividemmo in due piccoli gruppi di tre uomini ciascuno ed avanzammo.
Giunti sul posto ci appostammo fra le fasce: vedevamo le teste dei nemici affaccendati intorno al loro rancio serale. Romano ci consigliò di parlamentare: tentare un attacco gli pareva impossibile. Acconsentimmo. Egli discese e ritornò poco dopo col sergente Facta e due uomini. Cominciarono le trattative. Il sergente ci chiese qual'era la nostra forza: risposi, con una faccia tosta invidiabile, che si era 250, ben armati ed in ottima posizione. Il sergente ritornò alla postazione e subito dopo scorgemmo gli uomini raccogliersi in fretta sulle fasce basse mentre alcuni tiravano nella nostra direzione. Rispondemmo: poche scariche e poi i Sanmarchini cominciarono a far fagotto ed a fuggire, taluni abbandonando anche il fucile. Noi uscimmo dai nostri rifugi e li inseguimmo per poco lungo le fasce e li catturammo quasi tutti senza subire alcuna perdita. Solo i pochi tedeschi ed il tenente riuscirono a dileguarsi.
Coi nostri prigionieri ritornammo alla postazione e catturammo i due cannoncini della batteria che smontammo e rendemmo inservibili.
In sei avevamo catturato quasi venti uomini che uniti agli altri presi in precedenza costituivano un gruppo di oltre 40 prigionieri, il doppio della nostra forza complessiva.
Ci riunimmo a Cion e, entusiasmati dal successo, decidemmo di portarci a Pairola dove con lo stesso metodo sbrigativo catturammo quella postazione impadronendoci di un mortaio e di altri 20 prigionieri.
Requisimmo alcuni muli, li caricammo delle armi, munizioni e viveri catturati, inquadrammo i prigionieri e ci avviammo verso Stellanello.
Intanto Cion con un gruppo di pochi uomini decise di tentare un altro colpo per completare la vittoria.
Era una notte soffocante di agosto, senza luna: si marciava a fatica sui sentieri tortuosi e bui: impiegammo un tempo interminabile per raggiungere Stellanello: qui ci raggiunse Cion con due mortai e altri 18 decimini catturati.
L'indomani raccogliemmo sul posto numerose squadre di garibaldini e partimmo verso la base.
Formavamo una colonna imponente: 130 garibaldini, 80 prigionieri, 2 mortai e numerosi muli carichi.
Sfilavamo lungo le creste montane cantando: era in noi il presagio della vittoria e su di noi vegliava lo spirito glorioso dei nostri morti.
Mario Mascia, L'epopea dell'esercito scalzo, Ed. ALIS, 1946, ristampa del 1975 a cura dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia, pp. 167,168