lunedì 25 aprile 2022

Presso a poco è il luogo dove domenica è stato ucciso il bandito Tripodi

 

Pagina 70 del Diario del Distaccamento di Sanremo (IM) della XXXII^ Brigata Nera Padoan - cit. infra
 
17 gennaio 1945 [...] D'ordine del comandante invio quattro legionari con un soldato tedesco in Via Catalani dove questi precisa trovarsi dei fuori-legge.
Presso a poco è il luogo dove domenica è stato ucciso il bandito Tripodi.
All'ultimo momento il Caposquadra Bossolasco porta con sè Ravinale - Rubaudo affermando che gli altri li troverà in galleria per passarli al milite germanico. La scelta degli uomini avveniva durante l'allarme e il bombardamento aereo della città [n.d.r.: Sanremo (IM)].
Rientro della pattuglia ore 18 circa.
Novità n.n.
Sono state perquisite varie case.
Diario (brogliaccio) del Distaccamento di Sanremo (IM) della XXXII^ Brigata Nera Padoan, pagina 70 - Documento in Archivio di Stato di Genova, copia di Paolo Bianchi di Sanremo

Una vista sulle colline alle spalle del centro urbano di Sanremo (IM)

RAVINALE ATHOS: nato a Dogliani (Cn) il 13 luglio 1927, squadrista della Brigata Nera “Padoan”, distaccamento di Sanremo.
Rapporto della polizia giudiziaria di Sanremo dell’8.11.1945: Verso le ore 17 del 14 gennaio 1945, un gruppo di una decina di militi della brigata nera, armati di mitra, si scontrò nella via Duca degli Abruzzi, nei pressi del numero civico 100, con i partigiani Siccardi Gildo, Foti Domenico e Tripodi Antonio che percorrevano la strada in senso inverso, diretti verso Sanremo per missione. Il gruppo delle brigate nere, evidentemente informati, aprì il fuoco contro questi riuscendo a catturare il Tripodi, il quale mentre veniva accompagnato verso Sanremo tentò di porsi in salvo dandosi alla fuga ma venne raggiunto da colpi d’arma da fuoco e subito finito con il lancio di una bomba a mano. Facevano parte del gruppo di brigatisti il Ravinale Athos, il quale venne riconosciuto dalla signorina Furlan che affermò che il Ravinale fu il primo ad aprire il fuoco, Bianchi Bruno, irreperibile, Siri Mauro, Nicò Ambrogio, irreperibile, Carlevaris Salvatore, il quale venne ferito ad una gamba, Rossi Ernesto, irreperibile.
Interrogatorio di Ravinale Athos dell’8.4.1946: Mi sono arruolato volontariamente nella brigata nera sanremese il 10 novembre 1944. Fui subito incorporato ed assegnato a fare servizi di guardia alla caserma e pattuglie in città. Ho partecipato assieme ai miei compagni a diversi rastrellamenti contro i partigiani a Sanremo e dintorni. Il primo di detti rastrellamenti l’ho eseguito nel novembre 1944 in regione San Michele, nella quale vennero fermati due renitenti che vennero poi rilasciati.
[...] Il 13 gennaio ho partecipato ad un rastrellamento in regione San Bartolomeo - Gozzo - Borello, nella cui azione venne arrestato il partigiano Zunino Giobatta, detto Kim, che in seguito venne incorporato nella brigata nera. In località Borello venne effettuata una sparatoria a distanza contro due partigiani i quali non vennero colpiti. Detti rastrellamenti li ho eseguiti perché comandato dal comandante del distaccamento Mangano e dal capo squadra Bossolasco. Posso dire che durante tali azioni non feci mai male alcuno. Mi sono arruolato nella brigata nera perché disoccupato e bisognoso di guadagnare per aiutare la mia famiglia. [...]
Leonardo Sandri, Processo ai fascisti: una documentazione, Vol. 9, StreetLib, Milano, 2019 
 

Il 14 gennaio 1945 alcuni uomini della Cascione sono sorpresi a Sanremo dalla Brigata Nera. Alle 17.30, tra la via Duca degli Abruzzi e la via Franco Norero, viene ucciso Antonio Tripodi detto "Lupo" di Pietro e di Maria Crea, nato a Montebello Jonico il 10 dicembre 1918. È in compagnia del cognato Domenico Foti, detto "Vento", anche lui di Montebello, e di Salvatore Fazio di Bordonaro (ME). Lupo era residente a Sanremo e, dopo l'8 settembre, aveva disertato il servizio a Livorno, dove era marinaio scelto, per aggregarsi alla brigata partigiana che opera in città.
Pino Ippolito Armino, Storia della Calabria Partigiana, Pellegrini, 2020 
 
[n.d.r.: Foti e Fazio risultano - da una consultazione della banca dati Ilsrec - sopravvissuti alla guerra; il richiamato Istituto, poi, riporta, al pari di altri testi sulla Resistenza, la notizia della morte di Antonio Tripodi come avvenuta a Taggia]

sabato 16 aprile 2022

Morti da partigiani nella zona di Vasia alla fine di luglio '44 un ragazzo della Carnia, due giovani calabresi, un ferroviere di Rivarolo...

Vasia (IM) - Fonte: Mapio.net

Alla fine di giugno un rapporto redatto dall’U.P.I (Ufficio Politico Investigativo) segnalava la presenza di 50 ribelli armati che trovavano rifugio nei casolari sparsi nei pressi di Pianavia. Poco prima della fine di luglio la Compagnia O.P. di Imperia programmava un rastrellamento nel comune di Vasia e a Montegrazie, Frazione di Imperia. Prima di giungere a Vasia il Capitano Ferraris divideva la compagnia in varie squadre. Durante il rastrellamento venivano catturati due partigiani da una delle squadre: erano in seguito fucilati per ordine del Ferraris (da dichiarazione resa in data 7 maggio 1946 da Carlo Valfrè, componente della Compagnia OP che partecipò al rastrellamento). Non è dato sapere chi dei cinque appartenenti al distaccamento "Antonio Terragno" della I° Brigata erano i due fucilati e chi era caduto in battaglia. Testimoni dei fatti riferirono che Igino Rainis era rimasto ferito ad un ginocchio e che, per non cadere prigioniero del nemico, si era tolto la vita.
Giorgio Caudano, Gli eroi sono tutti giovani e belli. I Caduti della Lotta di Liberazione nella I^ Zona Operativa Liguria, Edito dall'Autore, 2020
[ Marco Cassini e Giorgio Caudano, Bordighera al tempo di Bicknell e Monet, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2021; a cura di Paolo Veziano con il contributo di Giorgio Caudano e di Graziano Mamone, La libera Repubblica di Pigna. Parentesi di democrazia (29 agosto 1944 - 8 ottobre 1944), Comune di Pigna, IsrecIm, Fusta Editore, 2020; Giorgio Caudano, Dal Mare alla Trincea... memorie di uomini, BB Europa, Cuneo, 2019; Silvia Alborno, Gisella Merello, Marco Farotto, Marco Cassini, Giorgio Caudano, Franck Vigliani, curatori della mostra Claude Monet, ritorno in Riviera, catalogo a cura di Aldo Herlaut, Silvana Editoriale, Milano 2019; La Magnifica Invenzione. I pionieri della fotografia in Val Nervia 1865-1925, a cura di Marco Cassini e Giorgio Caudano, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2016; Giorgio Caudano, Pigna. Storia di un paese, Edito dall'Autore, 2016 ]

Valfrè Carlo: nato a Ventimiglia il 7 luglio 1921, milite della Compagnia OP di Imperia.
Interrogatorio di Valfrè Carlo del 7.5.1946: Dopo l’8 settembre rimasi per un po’ di tempo sbandato ma in seguito tornai a casa mia. Il 2 novembre 1943 entrai a far parte della GNR e assegnato alla Compagnia OP, comandata dal Tenente Ferraris [...] Negli ultimi giorni di giugno o nei primi di luglio 1944, unitamente alla compagnia, partimmo per un'azione di rastrellamento nei comuni di Vasia e Montegrazie. Prima di giungere a Vasia il Capitano Ferraris divise la compagnia in varie squadre. Durante il rastrellamento vennero catturati due partigiani da una delle squadre che vennero in seguito fucilati per ordine del Ferraris ma non posso precisare da chi in quanto la mia squadra si trovava più avanti [...]
Leonardo Sandri, Processo ai fascisti: una documentazione, Vol. 9 - Liguria: Imperia - Savona - La Spezia, StreetLib, Milano, 2019

Igino Rainis "Lupo". Nato a Treppo Carnico (UD) il 19 giugno 1926, operaio; appartenente al Distaccamento “Antonio Terragno” della I^ Brigata [n.d.r.: Brigata "Silvano Belgrano" a quella data appena costituita ed ancora incorporata nella II^ Divisione "Felice Cascione"]. Il 25 luglio 1944 i garibaldini Stefano Danini [n.d.r.: nato a Genova Rivarolo, già ferroviere] ed Igino Rainis con i compagni Salvatore Filippone, Vincenzo Raho e Carmine Saffiotti sono diretti ad Imperia con il difficile compito di penetrare nei locali della Questura per impossessarsi di armi automatiche. Incappano in un rastrellamento nella zona di Vasia; “Lupo” è ferito ad un ginocchio e, per non cadere prigioniero del nemico, preferisce darsi la morte. Ad Igino Rainis è intitolato un Distaccamento della Brigata “Nino Berio” - Divisione d’assalto Garibaldi “Silvio Bonfante”.
Redazione, Arrivano i Partigiani, inserto "2. Le formazioni di montagna della I^ e della VI^ Zona Operativa Ligure che operavano nella provincia di Savona", I RESISTENTI, ANPI Savona, 2011   


La zona di Imperia assume nella primavera/estate del '44 un particolare rilievo strategico. Qui si sono concentrati numerosi gruppi partigiani, decisi a ostacolare le forze naziste in prevedibile ritirata attraverso i valichi alpini. Nonostante la complicità di due soldati austriaci nella notte fra il 23 e il 24 luglio '44 a Imperia in regione Garbella fallisce il tentativo di un gruppo di partigiani della II Divisione Garibaldi "F. Cascione" di far saltare un tratto di strada precedentemente minato dai tedeschi. I sette soldati di gaurdia vengono comunque disarmati e quattro di loro passano con i partigiani.
La reazione tedesca non si fa attendere. Il 25 i nazisti risalgono la Valle del Prino e raggiungono Vasia, un piccolo centro dell'entroterra.
"Alle 17 stavo tormando a casa da Porto Maurizio. Prima di entrare in paese mi sono accorto che erano arrivati i tedeschi e mi sono nascosto dietro una siepe, dove ho trascorso la notte e da dove ho potuto distintamente udire le invocazioni e i lamenti delle donne. Circa trecento tedeschi, con l'ausilio dei fascisti, avevano occupato Vasia, che sapevano nascondiglio di partigiani, salendo dalla carrozzabile di Porto Maurizio e dalla mulattiera che viene da Molini Prelà. L'avevano chiusa in una morsa ed avevano ucciso alcuni uomini dietro la chiesa all'ingresso del paese. Gli altri erano riusciti a fuggire e i nazisti avevano occupato le loro case usando i loro letti e le loro donne. Al mattino vennero anche da Pontedassio e colsero di sorpresa alcuni partigiani che si erano appostati sul Monte Treppia. Morirono in tre, uno venne finito dopo essere stato colpito a una gamba. Quando andarono via raccogliemmo le salme e le tumulammo in una fossa comune sulla montagna. Nei giorni successivi i partigiani vennero per recuperare quei corpi". <1
Così nella drammatica testimonianza di un ragazzo dell'epoca la rievocazione dei fatti che hanno portato alla morte di due civili e di cinque partigiani impegnati, pare, a mettere a segno l'assalto alla Questura di Imperia per impossessarsi di armi automatiche.
I partigiani caduti sono Salvatore Filippone, nome di battaglia "Mariella", nato a Palmi (RC) il 24 giugno 1920, Carmine Saffioti, nome di battaglia "Carmé", nato a Palmi il primo aprile 1925, Stefano Danini di Rivarolo (GE), Igino Rainis di Treppo Carnico (UD) e Vincenzo Raho di Ruffano (LE).
Le fonti sono pressoché concordi nel collocare "Mariella", colpito alla testa e al braccio, nel gruppo dei tre che ha trovato iniziale rifugio sul Monte Treppia, mentre vi è incertezza per quanto riguarda "Carmé", che potrebbe essere tra i caduti della sera prima.
"Mariella" è un contadino con la quinta elementare, divenuto soldato dell'82° Reggimento fanteria "Torino", all'8 settembre di stanza a Gorizia. Si è sposato qualche anno prima, il 5 luglio '41, con Teresa Barbera dalla quale ha avuto un figlio, Vincenzo, nato a Palmi il 5 aprile '42. Sembra aver avuto un peso nella scelta di restare in armi al Nord la notizia, giunta dalla Calabria, che la moglie lo ha abbandonato per un altro uomo. <2
"Carmè", orfano di padre è emigrato a Imperia nel '43 insieme alla madre, Maria Squadriti, che è passata in seconde nozze con Rosario Barbera, forse fratello di Teresa. Ha la terza elemenatare e contribuisce alla magra economia familiare come giornaliero in campagna. In casa ci sono altri due figli dal secondo matrimonio di Maria, Angela di dodici anni e Maurizio di tre, e il quindicenne Pietro Oliva. "Carmé" era partigiano da pochi giorni; forse ha seguito in montagna il cognato del patrigno, che è cinque anni più vecchio di lui e milita nella 4a Brigata "E. Guarrini".
Filippone e Saffioti sono ricordati nel sacrario partigiano del cimitero di Oneglia, realizzato in occasione del venticinquesimo anniversario della Liberazione. Niente, invece, li ricorda nella nativa Palmi.
[NOTE]
1 Emilio Giuseppe Badano, classe 1928, all'autore, Vasia 5 aprile 2018.
2 Vincenzo Filippone, classe 1928, nipote di Salvatore (figlio del fratello Giuseppe) all'autore, Palmi 26 aprile 2018
Pino Ippolito Armino, Storia della Calabria Partigiana, Pellegrini, 2020


[...] Ed ora la seconda parte del libro il cui titolo è: Igino Rainis "Lupo" (1926-1944).
Di queste 30 pagine, le prime 20 sono dedicate alla famiglia Rainis ed in particolare al padre Gilberto la cui vita di emigrante (Africa orientale, Francia, Germania) ricalca esattamente quella di altre centinaia di emigranti carnici, divenendone quasi un perfetto paradigma, tratteggiato dall'autore con inimitabile sintesi. Gilberto morirà a Udine nel 1940 a seguito di malattia (non specificata) contratta in Africa, lasciando moglie e 4 figli. Le successive 4 pagine sono dedicate alla madre Teresa Morocutti che l'autore delinea esattamente come perfetto paradigma della donna carnica, anche se egli si lascia coinvolgere e indulge in nominalismi radicaleggianti ("...una storia di genere": pag 152). Entrambe queste figure rientrano perfettamente nell'economia del libro in quanto bene rappresentano e caratterizzano l'uomo e la donna carnici nel Ventennio fascista, con le loro angosce e la loro faticosa quotidianità.
Ed eccoci finalmente all'ultimo capitoletto ("In Liguria, la breve storia di un piccolo maestro") che presenta la figura sfumata di Igino Rainis in maniera (a mio sommesso avviso) un po' romanzata per quei troppi: ...è plausibile... non si conoscono i tempi precisi... non avendo trovato traccia... non poteva non... La storia appare davvero brevissima: Igino Rainis ha 14 anni quando muore il padre; diventa capofamiglia, come usava allora; nel 1942 la sorella Maria si sposa e va ad abitare in Liguria ad Aurigo; lì la raggiunge il fratello Igino sedicenne che trova lavoro come meccanico a Pontedassio. In questi mesi, diciassettenne, viene a contatto con i partigiani liguri che sono assai politicizzati ed attivi in zona e impegnano spesso i nazifascisti in scontri di guerriglia; si aggrega a loro presumibilmente "nel maggio 1944 entrando a far parte del distaccamento garibaldino 'Antonio Terragno'" (pag. 16); il 26 luglio 1944, assieme ad altri 4 compagni, si dirige verso Imperia per "tentare di penetrare nei locali della Questura per impossessarsi di armi automatiche" (pag. 164); il gruppo viene però intercettato dai nazifascisti a Treppia di Vasia e nello scontro muoiono subito i 4 compagni mentre Igino, "ferito al ginocchio e alla testa, non accettò di essere catturato e, presa la pistola, si tolse la vita" (pag 165). Fu sepolto nel cimitero di Oneglia nè fu mai poi traslato a Treppo Carnico dove tuttavia, di recente, gli è stata dedicata una piazzetta con targa celebrativa a Tausia.
Ancora alcune considerazioni:
- Igino Rainis non fu mai maestro non solo perchè non frequentò l'Istituto Magistrale di Tolmezzo, ma non concluse neppure (verosimilmente a causa della improvvisa morte del padre) la Scuola di Avviamento Professionale di Paluzza, tant'è che trovò occupazione come meccanico. Con questa dicitura, verosimilmente ci si vuole riferire, per assonanza letteraria [ha fatto la stessa cosa Igino Piutti con "Il partigiano Gianni"], al romanzo autobiografico di Luigi Meneghello, pubblicato nel 1964, "I piccoli maestri", che è un racconto diretto ed in prima persona dell'esperienza partigiana dell'autore, che ricorda con lucidità e semplicità gli avvenimenti senza volontà celebrative o retoriche. Ma questa singolare interpretazione non è di certo percepibile presso la stragrande maggioranza dei lettori più semplici.
[...] pertanto la vicenda del diciottenne Rainis non può assolutamente essere elevata a paradigma della lotta partigiana a Treppo (che non subì mai alcuna rappresaglia nazifascista), ma deve essere ricondotta più semplicemente a quella che è stata una storia personale di entusiasmo e impegno giovanile, certamente eroico, condizionata da tutta una serie di circostanze, spesso fortuite, peraltro ben evidenziate nelle pagine finali del libro. [...]
Redazione, Storia di un paese e di un piccolo maestro, I libri di Cjargne Online

Storia di un paese e di un «piccolo maestro». Treppo Carnico tra le due guerre attraverso la vicenda del partigiano Igino Rainis «Lupo»: Il periodo tra le due guerre mondiali e le vicende della Resistenza sono raccontati in questo volume attraverso la storia di un giovane partigiano, Igino Rainis, la cui esperienza di vita s'intreccia con quella del suo paese di origine, Treppo Carnico, e della sua gente, lasciando emergere un quadro dettagliato sulla società, l'economia e la politica di un piccolo paese che diventa emblema di un'intera epoca storica. Il saggio offre la chiave per comprendere le vicende della Carnia, e con essa di tutta l'Italia, nella transizione dal mondo liberale al totalitarismo fascista, fino agli anni della seconda guerra mondiale. In questo lungo periodo si dipanano i fili della storia del 'piccolo maestro' Igino Rainis e della sua famiglia, vero e proprio exemplum delle vite di uomini e donne della montagna friulana del ventennio.
Redazione, Storia di un paese e di un «piccolo maestro». Treppo Carnico tra le due guerre attraverso la vicenda del partigiano Igino Rainis «Lupo» di Denis Baron, edito da Forum Edizioni, 2012, unilibro

domenica 10 aprile 2022

Natale a casa per due partigiani di Imperia

Imperia (Oneglia): Via Amendola

Riportando in breve una statistica, possiamo dire che, mentre nel periodo estivo la consistenza numerica della I^ brigata ammontava a circa settecento partigiani, essa si ridusse ad un centinaio nell'inverno; gli uomini rimasti erano suddivisi in una dozzina per ogni distaccamento. Ecco perché i tedeschi si limitavano a fare delle puntate: sapevano che i partigiani potevano opporre poca resistenza.
Fu in quel periodo, durante questa pericolosa situazione, che decisi di farmi tagliare i capelli in modo normale; se mi avessero catturato con quei capelli lunghi, sarei stato immediatamente fucilato; non  mi avrebbero nemmeno chiesto: «Tu partigiano?». Invece con i capelli normali forse (dato che fin che c'è vita c'è speranza) non mi avrebbero fucilato subito, probabilmente più tardi. Aggiungo ancora che possibilmente non mi sarei lasciato catturare vivo.
A metà dicembre 1944, su ordine del comando [n.d.r.: della I^ Brigata "Silvano Belgrano" della Divisione "Silvio Bonfante"], ci trasferimmo a monte dell'abitato di Diano San Pietro, in una località denominata "Besta" e anche lì ci trovammo bene: solidarietà da parte della popolazione, la quale ci forniva viveri e tutto quanto ci poteva servire.
Fu in quei giorni che io e Germano Belgrano pensammo di trascorrere il Natale con le nostre famiglie. Però Germano aveva i genitori sfollati che non avrebbero potuto ospitarci, mentre la mia casa era più grande. Con le staffette stabilimmo che alcuni giovani della SAP di Oneglia ci avrebbero fatto strada e dalla cima di Santa Lucia ci avrebbero accompagnato e scortato con discrezione sino alla mia casa sita nell'attuale via Amendola.
Alla cima di Santa Lucia incontrammo Vittorio Aliprandi che, per ragioni di salute, era ritornato a casa ma si dava da fare. Ci disse di stare attenti alle caserme di Santa Lucia perché sulla strada c'era un commissariato di polizia, e all'inizio di via Roma, nell'ex caserma dei carabinieri, c'erano dei tedeschi. Dunque, avevamo un sapista davanti e uno dietro che ci scortavano; essendo pratici del luogo avrebbero notato subito degli sconosciuti e ci avrebbero messo in guardia. Ad ogni modo io e Germano avevamo la pistola e, all'occorrenza, ci saremmo difesi.
Quando le cose debbono andare bene, vanno bene, però si possono prendere anche delle paure: infatti, giunti davanti al commissariato di polizia, il caso volle che dei ragazzini, giocando a palla, rompessero un vetro alla porta del commissariato stesso, dal quale uscirono immediatamente due agenti in borghese chiedendo ad alta voce chi fosse stato il colpevole. Io misi la mano sulla pistola pronto ad usarla, ma Germano se ne accorse e, più freddo di me, mi disse di stare fermo, di far finta di niente e di proseguire. Per fortuna si fece avanti un ragazzino il quale, parlando con i poliziotti, ammise di essere stato l'autore del misfatto. Nel frattempo noi ci eravamo allontanati.
Ma quando giungemmo davanti alla caserma dove erano alloggiati i tedeschi, all'inizio di via Roma, scorgemmo un soldato di guardia; quando ci vide, ci guardò intensamente come se scorgesse in noi qualche cosa di strano. Anche in questa occasione misi mano alla pislola senza estrarla trovando sospetto quello sguardo insistente. Anche in questo caso Germano mi invitò ad essere normale non facendo caso alla sentinella.
Quando giungemmo in vico Santa Elisabetta (a cinquanta metri dopo la caserma) infilammo di corsa la scala che conduceva a casa mia. Ivi trovai i miei genitori, mia nonna, una zia, una cuginetta e la mia sorellina di otto anni; seguirono molti abbracci festosi per me e per Germano.
Dopo i convenevoli non potevamo non parlare della nostra situazione, della guerra, di coloro che erano morti sia in montagna che sotto i bombardamenti, dei partigiani fucilati in città e di altri argomenti simili. Intanto ci preparammo  a cenare e la cosa ci allettò alquanto perché mia madre ci aveva preparato delle cose buone, compreso un buon risotto alla seppia, cose che oramai noi avevamo dimenticato.
Ad un certo momento, mentre stavamo per iniziare a mangiare, sentimmo bussare alla porta; siccome non doveva arrivare più nessuno, rimanemmo perplessi. Allora io e Germano, guardandoci in faccia con apprensione, passammo nella stanza accanto mentre mia zia chiedeva, senza aprire la porta, chi avesse bussato. Rispose una voce gutturale, inequivocabilmente tedesca: «Sono Hans, signora, sono venuto a vedere se mi ha aggiustato la giacca della divisa». Io e Germano questa volta avevamo messo veramente mano alle pistole, ma a quella voce ci sedemmo tranquillizzati in attesa che il tedesco se ne andasse. Infatti, ritirata la giacca, si scusò per il disturbo recato nell'ora di cena; forse si sarebbe fermato volentieri a fare quattro chiacchiere, come se fosse stato con i suoi familiari, ma mia madre e mia zia gli fecero presente che a tavola vi erano due piatti in più perché dovevano giungere altri due parenti, per cui il tedesco se ne andò e noi potemmo ritornare a mangiare. Salimmo poi a dormire in un lettone e sprofondammo in morbidi materassi di lana ai quali da molto tempo avevamo rinunciato. Il giorno successivo giunse il padre di Germano a trovarci, stette un paio d'ore con noi, ci ricordò piangendo l'altro suo figlio, Silvano, caduto il 19 giugno 1944 durante il rastrellamento di Pizzo d'Evigno. Aveva paura per Germano, ma questi lo rassicurò raccontandogli qualche storia, facendo presente che la guerra sarebbe finita presto.
Sandro Badellino, Mia memoria partigiana. Esperienze di vita e vicende di lotta per la libertà di un garibaldino imperiese (1944-1945), edizioni Amadeo, Imperia, 1998

lunedì 4 aprile 2022

I partigiani procedono immediatamente alla raccolta delle armi

Una vista su Imperia dalla Frazione di Caramagna - Fonte: www.imperiaexperience.it

Interessante e degna di rilievo è l'azione compiuta brillantemente dal 2° distaccamento della IX Brigata [n.d.r.: la IX Brigata "Felice Cascione", in effetti formalizzata come tale il giorno dopo l'evento qui narrato e destinata a trasformarsi a breve, il 4 luglio (o il 7, a seconda delle fonti) in II^ Divisione d'Assalto Garibaldi "Felice Cascione"] comandato da Risso Rinaldo (Tito), di stanza  a Villatalla.
19 giugno 1944. Ore due: partenza da Villatalla di quasi tutti i componenti la formazione. Obiettivo: la postazione di artiglieria tedesca dotata di quattro cannoni, presidiata da circa cinquanta uomini della GNR e da una aliquota di Tedeschi. Località: Caramagna, frazione di Imperia, nell'entroterra di Porto Maurizio.
L'azione è studiata nei minimi particolari e preordinata secondo la tecnica della sorpresa con l'aiuto di qualche informatore locale che si è prestato a fornire tutte le preziose e necessarie notizie, sia sulla disposizione delle forze, che sull'entità dell'armamento e sul morale della guarnigione nemica.
Alle tre, a Molini di Prelà, le macchine requisite forniscono un celere mezzo di trasporto verso la meta. Una motocicletta in perlustrazione batte la strada. Prima dell'alba, arrivo a Cima Bastera, lungo la strada che da Caramagna svolta verso Dolcedo. Alle quattro e trenta circa, i garibaldini sono in Caramagna, quivi, secondo il piano prestabilito, gli uomini sono suddivisi in tre colonne: la prima, in posizione centrale, deve percorrere il tratto di via più breve ed appostarsi in agguato nel torrente; la seconda procede sul lato destro lungo la strada per Cantalupo; l'altra, infine, percorre la via di Caramagnetta.
Alle cinque, un fischio: il segnale dell'azione. La squadra nascosta nel torrente si muove rapidamente e aggredisce di sorpresa la sentinella, che non può dare l'allarme, mentre le due formazioni operanti sui lati invadono il campo e colgono nel sonno i soldati di guarnigione. Sono fatti prigionieri anche i due marescialli tedeschi e gli ufficiali italiani che dormivano a parte, in una casetta presso l'entrata del campo.
I partigiani procedono immediatamente alla raccolta delle armi ed al sabotaggio dei pezzi d'artiglieria non trasportabili, cui vengono tolti gli otturatori.
Mentre nuclei di mitraglieri fanno buona guardia, sorvegliando le strade provenienti da Piani e da Porto Maurizio, si procede all'ispezione del magazzino. Sono caricate su di un carro, cui sono attaccati un mulo ed un cavallo rinvenuti nelle stalle presso la postazione, tutte le cose che possono tornare di utilità alla brigata. Un altro mulo viene condotto via dagli uomini.
Intanto, i repubblichini chiedono di poter seguire i partigiani sui monti; nella confusione, qualcuno, d'idea diversa, sgattaiola e fugge via.
Sulla corriera, condotta sul posto dai partigiani, sono caricati altri oggetti in dotazione, tra cui una radio, una macchina da scrivere e vestiario. Poi, ritorno verso la base di partenza.
Un nucleo, armato di mitragliatore, si presta volontariamente per proteggere la ritirata del distaccamento ed apre il fuoco su tre camion nazifascisti sopraggiunti poco dopo.
Intimoriti dal fuoco del mitragliatore, gli autisti dei camion virano di bordo senza neppure arrivare nei pressi dell'abitato del paese.
I protagonisti, che vengono citati all'ordine del giorno, quale esempio di coraggio ed intelligente iniziativa, sono l'austriaco «Erik» e l'ex repubblichino «Umberto».
l garibaldini, trasportati da automezzi, rientrano a Villatalla verso mezzogiorno. Manca solo Giuseppe Corradi che, rimasto gravemente ferito, morirà il giorno successivo.
Bilancio dell'azione: due casse di bombe a mano tedesche fumogene, sette casse di caricatori da 6,5, sei casse di caricatori per fucile mitragliatore S. Etienne, quaranta moschetti da 6,5, due mitragliatori francesi S. Etienne, cinquantasette coperte, tre sacchi di vestiario vario, quaranta zaini e tre rivoltelle che sono consegnate a coloro che più si sono distinti nell'azione.
I repubblichini, che spontaneamente hanno seguito i partigiani, sono trentadue, tra i quali due ufficiali ed un Austriaco. Uno degli ufficiali è stato ferito per errore nel corso dell'azione: essendosi affacciato alla finestra, i partigiani, pensando che volesse reagire con lancio di bombe a mano, gli hanno sparato colpendolo alla spalla sinistra. Ma la cosa non riveste carattere di gravità non essendo stato leso alcun organo vitale.
Nella stessa giornata della brillante azione, due garibaldini partiti in missione due giorni prima, rientrano all'accampamento con ventiquattro repubblichini venuti volontariamente in banda quasi totalmente armati.
Carlo Rubaudo, Storia della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria) - Vol. II. Da giugno ad agosto 1944, edito a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, Imperia, Dominici Editore, 1992

Il 19 giugno 1944 il 2° distaccamento della IX Brigata comandato da Tito (Rinaldo Risso) di stanza a Villatalla decide di scendere a valle per rifornirsi di armi e munizioni. L’obiettivo prescelto è un postazione di artiglieria costiera tedesca a Caramagna, presidiata da una cinquantina di militi della G.N.R. e alcuni tedeschi. Giunti in prossimità della postazione, i garibaldini con un’azione fulminea riescono a disarmare le guardie e fare irruzione all’interno della palazzina che funge da dormitorio. La sorpresa e la rapidità con cui si muovono gli uomini di Tito non lascia scampo ai difensori. Inizia quindi la razzia di armi e munizioni che vengono caricati su un carro trainato da due muli, requisito in loco. Oltre alle armi i partigiani portano con sé una trentina di militi della GNR che, volontariamente decidono di unirsi alla lotta in montagna. Ben presto arrivano alcuni camion nemici carichi di uomini che cercano di ostacolare la ritirata verso i monti dei partigiani. Giuseppe Corradi viene colpito mentre trasporta sulle spalle una cassetta di munizioni. Gravemente ferito morirà il giorno seguente.        Giorgio Caudano, Gli eroi sono tutti giovani e belli. I Caduti della Lotta di Liberazione nella I^ Zona Operativa Liguria, Edito dall'Autore, 2020
 

[   Marco Cassini e Giorgio Caudano, Bordighera al tempo di Bicknell e Monet, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2021; a cura di Paolo Veziano con il contributo di Giorgio Caudano e di Graziano Mamone, La libera Repubblica di Pigna. Parentesi di democrazia (29 agosto 1944 - 8 ottobre 1944), Comune di Pigna, IsrecIm, Fusta Editore, 2020; Giorgio Caudano, Dal Mare alla Trincea... memorie di uomini, BB Europa, Cuneo, 2019; Silvia Alborno, Gisella Merello, Marco Farotto, Marco Cassini, Giorgio Caudano, Franck Vigliani, curatori della mostra Claude Monet, ritorno in Riviera, catalogo a cura di Aldo Herlaut, Silvana Editoriale, Milano 2019; La Magnifica Invenzione. I pionieri della fotografia in Val Nervia 1865-1925, a cura di Marco Cassini e Giorgio Caudano, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2016; Giorgio Caudano, Pigna. Storia di un paese, Edito dall'Autore, 2016   ]

Pagina 23 del Notiziario GNR cit. infra - Fonte: Fondazione Luigi Micheletti

Il 19 corrente, alle ore 16,15, in Caramagna di Imperia, numerosi banditi armati assalirono una batteria contraerei, prelevando oltre 70 militari italiani e due germanici, sostendendo soltanto con questi ultimi un breve conflitto a fuoco.
I malviventi, dopo aver arrecato danni a pezzi d'artiglieria, asportarono tre cavalli, due muli e materiali vari dell'Organizzazione TODT, allontandosi quindi in direzione di Dolcedo.
Notiziario della Guardia Nazionale Repubblicana del giorno 26 giugno 1944, p. 23, Fondazione Luigi Micheletti