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mercoledì 22 aprile 2026

A Porto Maurizio le Brigate Nere erano già, con relative famiglie, in ripiegamento

Uno scorcio di Imperia, visto da Porto Maurizio

24 aprile 1945 - Dal comando della VI^ Divisione "Silvio Bonfante", prot. n° 339, ai comandi della I^, II^, II^, IV^ Brigata - Disponeva, a modifica del dispaccio prot. n° 301 in data 19 aprile 1945, che all'atto dell'insurrezione la I^ Brigata "Silvano Belgrano" doveva portare i Distaccamenti "Giovanni Garbagnati", "Angiolino Viani" e "Francesco Agnese", agli ordini del comandante "Mancen" [Massimo Gismondi], del vice commissario "Loris" [Carlino Carli] e del capo di Stato Maggiore "Cis" [Giorgio Alpron], su Oneglia, il Distaccamento "Franco Piacentini" della I^ Brigata doveva scendere a Diano Marina, il Distaccamento "Marco Agnese" della I^ Brigata doveva dirigersi su Andora e Cervo-San Bartolomeo, la II^ Brigata "Nino Berio" si doveva concentrare nella zona della Valle Arroscia per scendere su Albenga, che "Ramon" [Raymond Rosso, capo di Stato Maggiore della VI^ Divisione "Silvio Bonfante"] doveva controllare la mentovata discesa, la III^ Brigata "Ettore Bacigalupo" doveva attestarsi a Testico in attesa delle ultime disposizioni del comando di Divisione.
24 aprile 1945 - Dal capo di Stato Maggiore ["Ramon", Raymond Rosso] della VI^ Divisione "Silvio Bonfante", prot. n° 43, al comando della I^ Brigata "Nino Berio" della VI^ Divisione "Silvio Bonfante" - Ordinava di occupare subito militarmente la generatrice elettrica di Alto e di disporre 3 uomini all'ascolto continuo di Radio Londra di modo che potessero riferire al mittente i messaggi ed i bollettini di guerra.
24 aprile 1945 - Dal comando della I^ Brigata "Silvano Belgrano" della VI^ Divisione "Silvio Bonfante" al comando della VI^ Divisione - Comunicava che nella notte tra il 22 ed il 23 aprile "Billi" e Moschin" avevano piazzato 2 mine sulla ferrovia tra Diano Marina e Cervo San Bartolomeo che esplodendo avevano causato la distruzione di 2 vagoni e gravi danni alla motrice del treno proveniente al mattino seguente da Genova.
24 aprile 1945 - Dal comando della I^ Brigata "Silvano Belgrano" della VI^ Divisione "Silvio Bonfante" ai comandi del Distaccamento "Francesco Agnese", del Distaccamento "Giovanni Garbagnati" e del Distaccamento "Angiolino Viani" - Comunicava che il Distaccamento "Francesco Agnese" doveva spostarsi nella zona di San Pietro per mettersi a disposizione del comandante "Mancen" e che il Distaccamento "Giovanni Garbagnati" doveva aspettare nuovi ordini.
24 aprile 1945 - Dal comando della I^ Brigata "Silvano Belgrano" della VI^ Divisione "Silvio Bonfante" all'Intendenza di Brigata - Autorizzava la signora Caterina Tiberti al prelievo ogni settimana di una razione alimentare giornaliera per 6 persone.
24 aprile 1945 - Dal comando della II^ Brigata "Nino Berio" della VI^ Divisione "Silvio Bonfante" al comando del Distaccamento "Giannino Bortolotti" - Ordinava di occupare la generatrice elettrica di Masino (SV) per evitare che venisse fatta saltare dal nemico.
24 aprile 1945 - Dal comando della IV^ Brigata "Elsio Guarrini" della II^ Divisione "Felice Cascione" al comando del III° Battaglione "Orazio 'Ugo' Secondo" [comandante "Veloce" Ermanno Sebastiano Martini] - Ordinava che "a iniziare da questo momento il Battaglione si consideri in stato permanente di guerra, pronto per un eventuale immediato movimento"; che il VII° Distaccamento ["Antonio Castello"] dovesse portarsi in Località Madonna della Neve di Badalucco; che l'VIII° Distaccamento ["G.B. Boeri"] dovesse mantenere la posizione sul versante nord del Monte Faudo; che il IX° Distaccamento ["Bianchi"] dovesse rafforzare la posizione vigilando sul Passo San Salvatore; che la parola d'ordine era "Mantova-Mimmo".
24 aprile 1945 - Dalla Sezione SIM della V^ Brigata "Luigi Nuvoloni" della II^ Divisione "Felice Cascione", prot. n° 430, al Comando Operativo della I^ Zona Liguria ed al comando della II^ Divisione - Segnalava che la caserma di San Martino a Sanremo era stata completamente sgombrata dai reparti di marina tedesca che in precedenza l'occupavano; che verso le ore 23 del 23 aprile era transitato in direzione Genova il treno blindato che prima era ricoverato nella galleria ferroviaria nei pressi di Villa Helios di Sanremo; che erano stati rimossi i cannoni che si trovavano in località Borghi a Taggia; che una parte del presidio di Molini di Triora era partito nella notte.
24 aprile 1945 - Dal C.L.N. di Sanremo, prot. n° 636, al Comune di Sanremo, al Commissariato di P.S., al comando dei Vigili Urbani ed al comando dei Vigili del Fuoco - Comunicava che il C.L.N. di Sanremo, organo di governo della città, nell'interesse della popolazione e dell'interesse pubblico disponeva che tutti i dipendenti degli enti in indirizzo erano tenuti a restare al proprio posto. "Essi saranno responsabili per la continuazione dello svolgimento dei servizi pubblici e dell'ordine cittadino". Comunicava altresì che il rappresentante del PCI nel Comitato era "Amerigo" [Adalgiso Rovelli], quello del PSIUP "Fifo" [Adolfo Siffredi], del Partito d'Azione "Gaivano", della Democrazia Cristiana "Sascia".
24 aprile 1945 - Dal comando della II^ Divisione "Felice Cascione" al comando della IV^ Brigata "Elsio Guarrini" - Disponeva che la Brigata occupasse al più presto i capisaldi di Madonna della Neve e di Ciabaudo Alto [località di Badalucco (IM)]. "Nostri reparti hanno già occupato Ceriana  e Baiardo: si prevede però di dover attaccare le retroguardie che attraversino la zona. Bisogna, quindi, pattugliare la zona di vostra competenza. Il comando di Brigata si deve spostare a Ciabaudo [Frazione di Badalucco (IM)]".
24 aprile 1945 - Da "Fedé" al comando della II^ Divisione "Felice Cascione" - Segnalava che a Taggia ed a Arma di Taggia vi erano 700 tedeschi che sarebbero partiti nella notte e che molti questi sarebbero transitati per la strada di Drego [Frazione di Molini di Triora (IM)].
24 aprile 1945 - Dalla Sezione SIM [Servizio Informazioni Militari] della II^ Divisione "Felice Cascione" al comando della II^ Divisione - Segnalava che da Pieve di Teco a Rezzo erano transitati dai 50 ai 100 soldati nemici diretti al passo Teglia; che tale movinento durava da alcuni giorni; che erano già passati dai 200 ai 300 soldati; che a Rezzo il presidio nemico era composto da 50 uomini, dei quali 20 erano stati posti a guardia del ponte dei Passi; che il 22 aprile erano transitate sulla strada 28 200 carrette dirette da Pieve di Teco a Nava; che durante la notte erano transitati in direzione nord 11 camion nemici carichi di munizioni.
24 aprile 1945 - Da "Mina" al comando della II^ Divisione "Felice Cascione" - Comunicava che il 23 aprile verso le 19 il presidio nemico, composto da 40 bersaglieri e 5 tedeschi aveva lasciato Baiardo dirigendosi a Ceriana; che alle 23 sempre del giorno 23 il presidio di Ceriana, un centinaio di bersaglieri e 8 tedeschi, si univa ai commilitoni giunti da Baiardo per abbandonare, dopo aver distrutto il munizionamneto ed il materiale che non riusciva a trasportare per carenza di mezzi, il paese e dirigersi a Poggio [Frazione di Sanremo (IM)]; che i nemici avevano fatto saltare con mine in due punti la strada Ceriana-Sanremo; che ad Apricale si trovavano ancora 25 alpini tedeschi con una quarantina di cavalli; che ad Isolabona vi erano 80 nemici con 50 cavalli e 2 batterie da 75/27 in postazione; che, come già comunicato al SIM della V^ Brigata, a Pigna si trovavano 80 tedeschi con un centinaio di quadrupedi, 5 mitragliatrici ed un mortaio; che a Testa d'Alpe 100 tedeschi stavano eseguendo lavori di fortificazione; che a Carmo Langan [località in altura di Castelvittorio (IM)] si trovavano 100 nemici.
24 aprile 1945 - Da "S 22" della Sezione SIM "Fondo Valle" della II^ Divisione "Felice Cascione" al comando della II^ Divisione ed al comando della VI^ Divisione "Silvio Bonfante" - Comunicava che alle ore 13 di quel giorno Oneglia, ad eccezione di "carrette a mano in fuga", era completamente sgombera da nemici e che a Porto Maurizio le Brigate Nere erano già, con relative famiglie, in ripiegamento. "È da escludersi qualsiasi intenzione [da parte dei nazifascisti] di difendere la città. È stato già preordinato con elementi delle SAP il blocco di tutti i grossisti depositari delle merci disponibili in città". Aggiungeva che tutti i prigionieri politici erano stati posti in libertà. "Penso che l'occupazione della città si potrebbe benissimo effettuare nel tardo pomeriggio o nelle prime ore della sera".
24 aprile 1945 - Dal comando della II^ Divisione "Felice Cascione", prot. n° 93, ai comandi della IV^ Brigata "Elsio Guarrini" e della V^ Brigata "Luigi Nuvoloni" - Disponeva che in caso di "esecuzione capitale nei riguardi di spie il comando di Brigata dovrà far pervenire subito al comando di Divisione copia dell'interrogatorio e della sentenza, firmata dal commissario e dal comandante o da chi ne fa le veci".
28 aprile 1945 - Dal capo di Stato Maggiore ["Ramon", Raymond Rosso] della VI^ Divisione "Silvio Bonfante", prot. n° 46, al comando della VI^ Divisione [comandante "Giorgio", Giorgio Olivero - vice comandante "Pantera", Luigi Massabò - commissario "Mario", Carlo De Lucis - vice commissario "Boris", Gustavo Berio - responsabile SIM "Livio", Ugo Vitali] - Comunicava che la notte del 24 aprile, venuto a conoscenza del fatto che i tedeschi stavano abbandonando la zona, aveva mobilitato tutti i Distaccamenti della II^ Brigata "Nino Berio" per attaccare il presidio nemico di Coasco; che "fummo cannoneggiati da Nasino" mentre i partigiani liberavano Coasco e Villanova d'Albenga; che dopo vennero occupati Bastia ed il ponte di Leca d'Albenga; che subito dopo "strappai tutti i fili elettrici conducenti alle camere di scoppio [delle mine predisposte dai tedeschi] e diedi l'ordine di entrare in città [Albenga]. Alle ore 24 Albenga era occupata e tutti gli obiettivi da salvare erano salvi".
29 aprile 1945 - Dal comando della II^ Divisione "Felice Cascione" al comando della IV^ Brigata "Elsio Guarrini" ed al comando della V^ Brigata "Luigi Nuvoloni" - Direttiva di inviare tutti i prigionieri tedeschi alla caserma Crespi di Porto Maurizio in Imperia.
(?) maggio 1945 - Dal presidente, Gaetano Ughes (Giorgio), del CLN della provincia di Imperia [CLNP] al CLN Regionale - "il 24 u.s. alla notizia che i nazifascisti si preparavano ad abbandonare la provincia radunai immediatamente questo CLNP. Si presero contatti con il comando delle SAP per il mantenimento dell'ordine pubblico. La sera del 24 il prefetto ed il questore unitamente al federale fascista abbandonavano Imperia. Fu nominato un Capo della polizia provvisorio scelto tra i garibaldini. Nella notte tra il 24 ed il 25 il servizio di pattuglia e d'ordine venne eseguito da squadre miste di SAP e di P.S. Il giorno 25 alle ore 14 l'ultima colonna di tedeschi in ritirata ha lasciato Imperia ed alle ore 16.30 del giorno stesso i nostri gloriosi garibaldini facevano il loro trionfale ingresso in città. La mattina del 26 aprile alle ore 8 si prendeva possesso della prefettura e si iniziava l'attività del governo provvisorio della provincia in rappresentanza del governo nazionale. Il prefetto, avvocato Ambrogio Viale, prendeva possesso del suo ufficio, così come il presidente della deputazione provinciale Filippo Gazzano ed il sindaco della città Goffredo Alterisio coadiuvato dalla giunta... venivano nominati i commissari per tutti gli enti fascisti e per gli altri enti di pubblica utilità. la sera del 25 il CLNP chiamava un dirigente tecnico dell'Ente Ricostruzione Provinciale di Imperia affinché provvedesse alla riattivazione delle principali strade: in tal modo il 2 maggio si poteva liberamente transitare sulle due principali arterie della nostra provincia. Il problema alimentare fu in parte sopperito dai partigiani che riuscirono a bloccare nella galleria di Capo Berta circa 1.000 quintali di farina che i tedeschi cercavano di portare via. Quando il CLNP era nel pieno sviluppo del suo lavoro, è giunto, purtroppo, il governo alleato a far cessare ogni nostra attività di governo. Lo stesso con suo manifesto ha dichiarato che il CLNP non è più organo deliberatorio, ma solo organo consultivo. L'Ente Ricostruzione Provinciale, le cui basi erano state studiate nel periodo cospirativo, si propone fini collettivi e perciò dovrebbe avere tutto l'appoggio possibile".
da documenti IsrecIm in Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell’Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell’Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945), Tesi di laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998-1999 

martedì 19 agosto 2025

Dopo la battaglia di Alto due partigiani si recano ad Oneglia ad avvertire della morte di Cascione

Curenna, Frazione del comune di Vendone (SV). Fonte: Wikimedia

A Curenna [frazione di Vendone in provincia di Savona] la banda «Cascione» resta fino al 25 dicembre 1943. In questo giorno, per la ricorrenza del Natale, i partigiani vengono invitati dalle persone del posto, due per ogni casa; i partigiani portano con loro anche i prigionieri, trattandoli come se fossero loro compagni.
Frattanto è giunta notizia del bombardamento di Oneglia, avvenuto due giorni prima intorno alle ore 15.
Dopo il 25 dicembre 1943 la banda «Cascione» si sposta, passando per varie località, fra le quali di nuovo Curenna. Il 30 dicembre Cascione, Ivan e un terzo partigiano (Emiliano Mercati) si recano ad Alto [in provincia di Cuneo], per incontrarsi con esponenti di una banda di Albenga; il colloquio avviene in un'osteria del paese, e rappresentanti dei partigiani di Albenga sono Viveri (Libero Emidio Viveri) e Salimbeni Franco. Si decide che i partigiani delle due bande si riuniranno tutti nelle vicinanze di Alto, a monte del paese, per fare una manifestazione nel paese stesso, a scopo dimostrativo e di propaganda, e per fare altresì alla popolazione una distribuzione dei generi alimentari che sarebbero stati presi nei locali dell'ammasso in Nasino (la distribuzione verrà appunto fatta in questa località il 6 gennaio, giorno dell'Epifania).
Dopo gli accordi suddetti, il  6 gennaio tutta la banda, di circa una cinquantina di uomini, si sposta, suddivisa in quattro squadre, per recarsi ad Alto; e a Curenna vengono lasciati solo quattro partigiani, con i due prigionieri catturati a Montegrazie.
Lo stesso giorno la banda arriva ad Alto, sfila per le vie del paese, ricevuta dai partigiani di Albenga (comandati da «Viveri»): e nelle ore pomeridiane fa in Nasino la distribuzione annonaria alla popolazione, come sopra si è detto. 
Il giorno dopo fugge da Curenna il prigioniero Michele Dogliotti.
Un partigiano (Trucco G.B., «Titèn») si reca in fretta da Curenna ad Alto, per avvertire, affinché siano prese le necessarie precauzioni; arriva ad Alto intorno alle ore 12-13 del giorno 7. I partigiani vanno allora a Curenna a smontare il campo, e ripartono con tutto l'equipaggiamento la sera del giorno 7; durante la notte fanno sosta al Passo dell'Aquila, sulla strada di Alto, e la sera del giorno 8 arrivano alla «Madonna del Lago», sulle rocce di Alto, lungo la mulattiera Alto-Ormea, e si fermano nella località detta «Casa Fontane». Intanto la banda era stata raggiunta da altri partigiani (Vittorio Acquarone, con pochi del suo gruppo, che si era sbandato); e in «Casa Fontane» si forma un vero e proprio Comando così composto: Comandante, Felice Cascione («U megu»); Capo di Stato Maggiore, Acquarone Vittorio («Vittorio» o «Marino»); vicecapo di Stato Maggiore, Sibilla Giacomo («Ivan»).
Il giorno 8 gennaio, intorno alle ore 11, viene anche mandata una squadra di partigiani a Borgo d'Oneglia, per avvertire le famiglie di mettersi in salvo dalle accuse del milite fuggito. La squadra che viene mandata a Borgo d'Oneglia è composta di Mirko, Ivan, Emiliano Mercati o «Miliano» o «Taganov», Vittorio il Biondo, Tito.
I suddetti partigiani provvedono a fare avvertire le famiglie per mezzo di Antonio Dell'Aglio; poi ritornano in banda. In questo periodo, però, la madre di Mirko era ancora detenuta.
Frattanto, nello stesso giro di tempo, erano accaduti altri fatti: nel dicembre del 43 i fratelli Serra, Ricci Raimondo e i fratelli Todros erano stati arrestati; da parte sua, la banda «Cascione» aveva compiuto alcune azioni, fra cui l'attacco, ad Albenga, con bombe a mano, contro un gruppo di fascisti della GNR, mentre si accingevano a rientrare in caserma: all'azione avevano partecipato i partigiani Emiliano Mercati, «lo zio» (o «Terrero di Lusignano»), Rubicone Vittorio (o «Vittorio il Biondo»); i fascisti erano stati costretti a fuggire, lasciando sul terreno qualche morto e qualche ferito (15 gennaio '44).
Il 27 gennaio 1944 vi è la battaglia di Alto, in Val Pennavaira (o «Pennavaire»), presso la località «Madonna del Lago», dove è sistemata la banda «Cascione».
Giovanni  Strato, Storia della Resistenza Imperiese (I^ zona Liguria) - Vol. I. La Resistenza nella provincia di Imperia dalle origini a metà giugno 1944, Editrice Liguria, Savona, 1976, ristampa del 2005 a cura dell’Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, pp.144-146

Due giorni dopo, il 29 gennaio 1944, un documento della Bundesarchiv Militararchiv (abbreviazione: BA - MA, RH 24 - 75/l9) un rapporto "mattinale" dell'ufficio addetto alle informazioni del LXXV Corpo d'Armata, inviato all'Armeegruppe Von Zangen, riporta quanto segue: "... Banda comunista forte di cinquanta uomini, dispersa da un'operazione della 356^ Divisione di Fanteria, 2,5 chilometri a nordovest di Alto (25 chilometri a nord di Imperia). Il capo della banda è stato ucciso. Gli alloggi della banda distrutti. Un bandito preso prigioniero. Catturate: una mitragliatrice leggera, cinque fucili, munizioni e bombe a mano...".
Come si può constatare, il rapporto nemico ci rivela che i soldati tedeschi che hanno partecipato all'azione contro la banda appartenevano alla 356^ Divisione di Fanteria. Misero risulta il bottino catturato. Ciò vuol dire che i componenti la banda, disperdendosi, non avevano abbandonato le armi. Ma, la cosa più evidente il rapporto dice che il capo è stato ucciso, ma non dice che è caduto in combattimento.
Ciò conferma quanto abbiamo riportato sulla morte di Felice.
Quando nei giorni successivi alla Liberazione, era stato nominato questore Baldo Nino Siccardi (Curto), già comandante della I Zona Operativa Liguria, negli archivi della Questura furono rinvenuti alcuni documenti ed un rapporto firmato da Pier Cristoforo Bussi, tenente colonnello e capo dell'Ufficio Politico Investigativo (UPI), del Comando della 33^ Legione della GNR, inviati ai vari Comandi di competenza, i quali rivelano che i nazifascisti erano venuti in possesso dei documenti della banda, ricuperati a Case Fontane, i quali forniscono anch'essi la versione che Cascione non è caduto in combattimento, ma è stato fucilato subito dopo la sua cattura.
Il rapporto recita: "Il 27 gennaio scorso truppe tedesche in perlustrazione nella zona di Alto, ai confini tra la provincia di Imperia e quella di Savona, e precisamente a nordest di Pieve di Teco, catturavano e fucilavano sul posto il dottore Cascione Felice, fu G.B. e di Baiardo Maria, nato il 2 maggio 1918 ad Imperia Ponente ove risiede in Via Saffi 10. Con Cascione è stato pure arrestato il carabiniere Cortellucci di Teramo, non meglio identificato, già dipendente dal Gruppo C.C. di Imperia. Seguiranno le generalità precise del Cortellucci, non appena eseguite le indagini. Il Cascione era capo di una banda di ribelli, operanti nella Provincia di Imperia: banda di un centinaio di persone ed i cui maggiori esponenti risultano dall'elenco allegato".
Francesco Biga, Felice Cascione e la sua canzone immortale, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, tip. Dominici Imperia, pp. 244,245

Come si è detto durante la battaglia di Alto era anche stato fatto prigioniero il partigiano Cortelucci. Ad Alto il Cortelucci si salva, facendo credere di essere stato preso a forza dai partigiani, e costretto a seguirli. Ricoverato in ospedale, dall'ospedale riuscirà poi a fuggire, e ritornerà nelle bande. Morrà nel dicembre del 1944 (il giorno 29), a Pantasina, uccidendosi per non cadere nelle mani dei tedeschi, che sono in procinto di catturarlo una seconda volta.
Dopo la battaglia di Alto due partigiani (Giacomo Sibilla o «Ivan» ed Eolo Castagno o «Garibaldi») si recano ad Oneglia (28-1-44), ad avvertire esponenti del movimento antifascista della morte di Felice Cascione.
Più dettagliatamente, i partigiani che erano stati presenti allo scontro, mentre si stanno ritirando e sono ancora sulle alture di Caprauna, incontrano Ivan, che tornava indietro con la sua pattuglia, essendo stato informato per mezzo di una staffetta che Cascione era rimasto ferito. Ivan precedeva gli altri, che sopraggiungono poco dopo. Subito si fa una riunione degli uomini aventi incarichi di comando, e, in seguito alle decisioni prese, Ivan ed Eolo, lasciato il gruppo, si recano all'albergo «Miramonti» in Garessio, per prendere possibilmente contatto con le formazioni partigiane di quella zona (badogliani). Qui non trovano nessuno e dietro indicazione della proprietaria dell'albergo si recano a San Bernardo di Garessio, dove dovrebbe essersi trasferito quel comando. A San Bernardo di Garessio hanno un primo colloquio intorno alla mezzanotte fra il 27 e il 28 gennaio; si decide di continuare il colloquio la mattina seguente. Ma, durante la notte, viene dato l'allarme; motivo per cui, la mattina del giorno 28, Eolo ed Ivan si recano ad Ormea, e la mattina stessa, da Ormea, con la corriera, partono per Imperia. A Pieve di Teco riescono a stento a sottrarsi al controllo di due carabinieri, che, uno per porta, invitano le persone a scendere e ad esibire i documenti (essendovi stati, il giorno prima, i fatti di Rezzo). Da Pieve di Teco proseguono a piedi (via Cenova, bosco di Rezzo, Colle San Bartolomeo, Torria, Chiusanico, Gazzelli, zona di Costa d'Oneglia) e vicino alla città si separano: Eolo va in Oneglia, ed Ivan si reca a Barcheto.
Giovanni  Strato, Op. cit., p. 151

mercoledì 24 aprile 2024

Lo svolgimento del processo non piaceva all'amministratore della Divisione Garibaldi

Trovai il paracadutista in piedi accanto alla lettera che aveva scritto

Il 27 marzo [1945] vengono condotti ad Alto due prigionieri catturati ad Ortovero. Li portano in casa di Turbine [Alfredo Coppola, capo squadra, distaccamento "I. Rainis" della II^ Brigata "Nino Berio" della Divisione partigiana "Silvio Bonfante"]: quando entro li trovo rannicchiati in un angolo col viso gonfio dalle percosse. Con Boris [Gustavo Berio, vice commissario della Divisione "Silvio Bonfante"], Pantera [Luigi Massabò, vice comandante della Divisione "Silvio Bonfante"], Turbine e qualche altro facciamo passare i due in un'altra stanza ed iniziamo un rapido interrogatorio. II primo, un ex partigiano di Ramon [Raymond Rosso, capo di Stato Maggiore della Divisione "Silvio Bonfante"], sbandato al principio dell'inverno, era stato catturato dai repubblicani ed iscritto a forza nelle Brigate Nere. Dopo aver prestato servizio ad Albenga era stato inviato ad Ortovero con l'incarico di catturare una nostra informatrice. Il suo compagno affermava di essere stato paracadutatista, di aver disertato da tempo, di esser stato preso dai fascisti di Albenga e tenuto in carcere in attesa di processo per diserzione. Gli era stata proposta quella prima missione che avrebbe dimostrato il suo pentimento. Aveva accettato di uscire dalla prigione con l'intenzione non di compierla ma di venire con noi. Era difficile controllare quanto vi fosse di vero. Come era avvenuta la loro cattura? Ad Ortovero una nostra informatrice ci aveva avvertito che avrebbe attirato in paese con un appumamento un ufficiale delle Brigate Nere. Ortovero era nella terra di nessuno, così ai nostri sarebbe stato facile catturarlo. L'ufficiale fascista, al quale l'amore non aveva annebbiato il cervello, si era fermato all'ultimo posto di biocco repubblicano inviando i due uomini con l'incarico di avvertire la ragazza che il luogo dell'appuntamento era spostato.
L'imboscata tesa all'ufficiale aveva così portato alla cattura dei due che avevamo davanti. Questo era il racconto dei partigiani reduci dall'imboscata. Avrebbero condotto a termine la missione se non fossero stati catturati? Oppure sarebbero venuti con noi come affermavano? Era il problema essenziale ma non il solo. Avevano militato nelle Brigate Nere per qualche tempo? Uno lo aveva ammesso e con ciò aveva meritato la morte, ma l'altro aveva negato, ma che valore aveva? Appena presi avevano detto di esser fuggiti dalle carceri di Albenga, ma l'esser in possesso di una pistola e di una bomba a mano aveva smentito la loro affermazione. Quando, sotto le percosse, avevano raccontato di esser stati inviati da un ufficiale delle Brigate Nere che li attendeva, i nostri erano partiti di corsa, ma all'appuntaimento non c'era nessuno.
«Se aveste detto la verità lo avremmo preso e vi sareste salvati» dicevano i partigiani. «Eravate d'accordo con lui, così morirete voi al posto suo».
Li portammo fuori paese e li obbligammo a scavarsi la fossa: con un piccone ed una pala li vidi lavorare in silenzio mentre quattro o cinque partigiani li sorvegliavano da vicino incitandoli a sbrigarsi. Il terreno era duro ed argilloso, quindi, malgrado le parole, il lavoro procedeva lentamente. Quando la fossa fu fonda una trentina di centimetri li portammo di nuovo al Comando. Li interrogammo separatamente ed ambedue confermarono di aver chiesto ad un contadino se c'erano partigiani perché volevano disertare.
Chiesi loro se volevano confessarsi ed ambedue accettarono. Andai personalmente in canonica; il parroco, che stava pranzando, fece sulle prime qualche difficoltà a seguirmi, poi quando comnprese di che si trattava, prese la stola e venne subito con me. Lasciammo soli il sacerdote ed il paracadutista e ci ritirammo nell'altra stanza.
Passarono parecchi minuti: osservavo l'altro prigioniero, ma nel viso livido dai pugni era inutile cogliere un'espressione. «A che pensi?» gli chiede un partigiano. «A mia madre», rispose. «Quante madri avete fatto piangere voi delle Brigate Nere!» ribattè il partigiano.
Poi il paracadutista uscì ed il secondo andò a confessarsi.
«Se vuoi scrivere a casa fa presto», gli disse Boris. «Fuciliamo te ed il tuo compagno perché siete delle Brigate Nere».
«Io non sono delle Brigate Nere... Volevano che mi iscrivessi in carcere, ma ho sempre rifiutato», ribatté il prigioniero con voce umile ma ferma.
«Tutti dicono così... Se vuoi scrivere ci incaricheremo noi di spedirla, metti l'indirizzo».
Lo svolgimento del processo non mi piaceva. Non avendo prove né a favore né a carico non potevamo respingere a priori il racconto degli imputati. Il primo aveva ammesso di essersi iscritto alla Brigata Nera di Albenga, magari costrettovi, ma poi vi era rimasto, e per noi questo era sufficiente per condannarlo. Ma l'altro negava accanitamente... e se avesse detto il vero? L'armamento che avevano al momento della cattura era talmente modesto che non comprendevo come l'ufficiale fascista avesse rischiato due dei suoi uomini in quel modo. La risposta ovvia era che erano due della cui vita non gli importava niente e che temeva portassero a noi le armi che avesse loro affidato.
Uscì il parroco solo: «Mi ha detto che va al gabinetto, ma non è più uscito...».
Un grido di tutti: «E' scappato!».
Un istante di trambusto e sciamiamo tutti per il paese. La popolazione ci incita a prenderlo: «Se si salva e racconta che siete ad Alto siamo tutti perduti».
Il fuggiasco è avvistato tra i castani: una raffica di Sten, il prigioniero si getta a terra, viene raggiunto, trascinato presso la fossa poi spinto giù sul pendio erboso. Due colpi di fucile e il condannato cade supino. Osservo per qualche istante una macchia rossa che si allarga sul maglione del ferito: una palla lo ha colpito al torace ed il sangue esce a fiotti sospinto dal respiro affannoso, l'altra gli ha squarciato una guancia: le labbra sono contratte sui denti bianchi in una espressione di dolore e di angoscia, gli occhi socchiusi ci fissano intensamente.
«Ha da patire prima di morire...» mormora un partigiano. Qualcuno rimane ad osservare l'agonia del nemico, mentre io con gli altri mi avvio per tornare in paese. Due contadini mi raggiungono mentre sono ancora presso il ferito: «Non seppellittelo lì perché sotto c'è la fontana». «Allora incaricatevene voi, noi un'altra fossa non la facciamo». Quando giunsi in paese un colpo di moschetto mi avvertì che l'agonia del ferito era finita.
Trovai il paracadutista in piedi accanto alla lettera che aveva scritto. Presso di lui era Boris: « Avrebbe potuto scappare anche lui!», mi disse, poi fa un gesto ai compagni ed il condannato è condotto fuori al suo destino.
Boris non aveva chiesto il parere di nessuno. Era regolare quella procedura?
Aveva detto di volerli fucilare ambedue. Era quella la sentenza?
Aveva cambiato idea dopo la fuga di uno? Decisi di intervenire, l'esecuzione poteva aver luogo da un istante all'altro. Presi la lettera e mi rivolsi al commissario: «Boris, non si potrebbe aspettare? Se effettivamente avesse voluto disertare? Non ha ammesso di essere stata una Brigata Nera e forse esiste quel contadino cui ha chiesto dove fossero i partigiani e come potesse raggiungerli. Cerchiamolo e vediamo se quel che ha detto è vero. Ognuno di noi avrebbe fatto come lui se, arrestato, non avesse avuto altro mezzo per tornare libero».
Boris non rispese, rimase qualche istante sopra pensiero poi uscì.
«Anche a me secca fucilarlo specie quando ho visto che non è scappato quando, per prendere l'altro, lo abbiamo lasciato solo». Disse Turbine.
Uscimmo tutti per andare a pranzare in trattoria, la giornata movimentata ci aveva messo appetito. «Fortuna che quello che era scappato l'avete preso!» ci disse un contadino quando entrammo. «Cercate di sistemare presto l'altro prima che vi scappi». Poi visto che guardavamo tutti una porta dietro di lui tacque e si volse: era entrato Boris col prigioniero: «E' stato graziato, d'ora in avanti sarà partigiano come noi: lo chiameremo Lazzaro perché era morto e adesso è vivo!».
«Se però ne combina qualcuna la responsabilità è tua!» disse Turbine rivolto a me.
Lazzaro fu accolto fraternamente, lo facemmo sedere accanto a noi, dividemmo con lui il pranzo. Libero [Libero Nante della II^ Brigata "Nino Berio" della Divisione "Silvio Bonfante"], il dottore di brigata, gli medicò le ammaccature. Finito il pasto Fra' Diavolo [Giuseppe Garibaldi, comandante della Brigata d'Assalto Garibaldi "Val Tanaro" della Divisione "Silvio Bonfante"] lo arruolò nella sua banda rivolgendogli alcune parole di circostanza: «Devi dimenticare il passato comprese le botte che hai preso. Da oggi sei uno dei miei e sarai trattato come gli altri compagni. Se farai il tuo dovere non avrai da lamentarti, altrimenti pagherai come pagano tutti i partigiani quando mancano».
Il brusco cambiamento mi impressionò. Come era possibile che un uomo, che pochi istanti prima era odiato a morte, potesse ad un tratto esser considerato un compagno, un fratello, pure quello era l'animo partigiano: non odiavamo l'uomo ma la divisa che indossava, la parte per la quale combatteva. Se l'uomo non era stato fascista, ed anzi diventava partigiano, ogni motivo di rancore spariva. La teoria era facile, ma la pratica non cessava di meravigliarmi. E le parole di Turbine, che peso avevano? Il tono era scherzoso, ma la realtà poteva esserlo meno. Avrei voluto obiettare che io non avevo detto arruolatelo con noi, ma sospendete l'esecuzione e fate altri accertamenti. Ma compresi che non era il caso. Sarebbero stati capaci di dirmi: «Insomma decidi tu o lo teniamo con noi o lo fuciliamo...».
Non ebbi più notizie di Lazzaro fino al 15 maggio.
Gino Glorio (Magnesia), Alpi Marittime 1943-45. Diario di un partigiano - II parte, Nuova Editrice Genovese, 1980, p. 216-220

lunedì 4 dicembre 2023

Era Stalin con i suoi partigiani e quando giunsero il paese si animò d'improvviso

Aquila d'Arroscia (IM). Fonte: Wikipedia

Molti erano come Basco [n.d.r.: Giacomo Ardissone, vice comandante della II^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Nino Berio" della Divisione "Silvio Bonfante"], tutti anzi vivevano giorno per giorno senza chiedersi più se quello che facevano era bene o male o perché lo facevano. Avevano deciso una volta, quando erano venuti sui monti. Avevano meditato ancora sul da farsi quando la situazione era mutata, seguendo un impulso interno dettato più dai sentimenti che da ragionamento. Continuavano la lotta perché era ormai una seconda natura. Quali erano i sentimenti inespressi che covavano nell'inconscio di quei giovani che li avevano sostenuti, nei momenti di scoramento, quando l'abitudine non bastava più? Alcuni avevano sentito la necessità di riscattare il passato dell'Italia, di riconquistarle la libertà dall'oppressione con la forza non intendendola come un dono del più forte. Per i comunisti era la speranza di fondare un mondo nuovo, di gettare le basi per una società più giusta. E per gli altri? E' difficile dirlo perché ne parlavamo poco. Forse erano stati sufficienti i sentimenti che covavano in tutti: l'astio per il nemico, il desiderio di vendicare i compagni morti, i paesi bruciati, gli ostaggi fucilati, anche a costo di nuovi lutti; la speranza di prendersi una sanguinosa rivincita per tutto quello che avevamo sofferto; l'orgoglio di non piegarsi, di poter scendere alla costa a testa alta, il desiderio di non confondersi con la massa dei deboli, di quelli che sono vissuti nel terrore del nemico; la coscienza magari indistinta di essere tra gli attori del grande dramma, di una pagina di storia, di aver afferrato da forti una occasione unica che basterà a riempire di ricordi o di orgoglio tutta una vita per aver sfidato il nemico temuto da tutti e per non aver piegato quando i più l'avevano fatto.
"Una volta in Croazia" - raccontava Basco - " ero in postazione fuori paese quando avvistammo su una collina di fronte degli uomini in pantaloncini bianchi che scendevano con cautela. Era inverno e ci pareva strana una divisa di quel genere. Venivano verso di noi e non erano armati. Quando furono vicini ci accorgemmo che erano scalzi ed in mutande. Il nostro capitano uscì dalle linee, uno di loro scattò sull'attenti e si presentò, diede il nome del reparto e poi concluse: 'Catturati dai ribelli e poi liberati'. Il capitano esaminò il tenente da capo a piedi: 'Andate giù in paese a rivestirvi!'. Mentre scendevano per la mulattiera vedemmo che sul retro delle mutande avevano scritto con pittura rossa e azzurra VINCERE. Come erano stati presi? Lo seppi il giorno dopo da uno di loro che trovai in paese. Erano andati in perlustrazione fin quando avevano avvistato una sentinella partigiana; si erano buttati al riparo delle rocce, poi il tenente impugnando la pistola: 'Ragazzi, si attacca! Savoia!'. Gli altri risposero: 'Savoia!' ma poiché il tenente restava con la testa dietro al sasso, nessuno si mosse. Qualche minuto di attesa, poi di nuovo 'Savoia!' e di nuovo tutti fermi. Infine dopo aver gridato Savoia cinque o sei volte vennero i ribelli e li catturarono".
Il discorso fu interrotto dall'entrata di un partigiano: "C'è gente in cresta dalla parte di Aquila [Aquila d'Arroscia]". Uscimmo in due o tre: sulla mulattiera che scendeva dalla cappella di S. Cosimo scendeva una ventina di armati. "Forse son quelli della I che vengono per le armi. Fra poco li vedremo meglio". Era Stalin [Franco Bianchi, comandante del Distaccamento "Giovanni Garbagnati" della I^ Brigata "Silvano Belgrano" della Divisione "Silvio Bonfante"] con i suoi e quando giunsero il paese si animò d'improvviso.
Pranzammo e poi dividemmo le armi. C'era anche Giorgio [Giorgio Olivero, comandante della Divisione "Silvio Bonfante"] con Boris [Gustavo Berio, vice commissario della Divisione Bonfante], c'era un capobanda della Divisione di Savona cacciato in Val Pennavaira da un attacco tedesco. Anche sopra Savona avevano avuto un lancio: ci promise munizioni per mitraglie che avevano ricevuto in abbondanza mentre a noi mancavano ancora.
"Da oggi ha inizio la campagna di primavera", disse Giorgio, mentre gli uomini riempivano i caricatori dei mitra con i colpi per gli Sten. "Si riprendono gli attacchi, si abbandona la tattica cospirativa: piena libertà di azione per ogni banda, attaccate come e quando volete, non occorre più l'autorizzazione del Comando. Ragazzi, distruggete la scatola delle munizioni, in paese non deve restare traccia del lancio".
L'armamento della Divisione era finalmente aumentato, venne esaminata la situazione di ogni banda sotto l'aspetto delle armi automatiche in dotazione: col nuovo materiale era possibile creare un maggiore equilibrio. L'esplosivo, la miccia, tutto il materiale da sabotaggio che ci era piovuto dal cielo venne consegnato direttamente ai comandi brigata: sarebbe finalmente finita la ricerca snervante nei campi minati.
In quelle ore giunse notizia che una colonna nemica scendeva su Caprauna, l'annuncio sollevò l'entusiasmo: finalmente avremmo affrontato il nemico ad armi pari. La notizia era errata e l'eccitazione si spense, era però buon segno che i partigiani anelassero di nuovo ad incontrarsi col nemico.
La banda di Stalin col Comando divisionale lasciò la valle di Alto, lo schieramento protettivo venne sciolto, la situazione tornò normale. L'operazione L 1 si era conclusa con un successo.
La campagna di primavera
L'inizio della campagna di primavera annunciata da Giorgio al distaccamento «G. Garbagnati» e ripetuto lo stesso giorno [16 marzo 1945] agli uomini di Cimitero coincise con una forte ripresa offensiva solo nella zona costiera.
La I Brigata preparava in collaborazione col S.I.M. la distruzione del posto di blocco fascista di Cervo progettando di far saltare la casa dove era trincerato con esplosivo collocato nella cantina. Al progetto si oppose il C.L.N. di Cervo del quale faceva parte Semeria che, salvatosi in ottobre dal disastro di Upega, collaborava ora con Batè (Cotta) nelle S.A.P. e nel C.L.N. Semeria era entrato in contatto coi fascisti del posto di blocco avendone la garanzia che, oltre a non molestare nessuno, avrebbero dato informazioni sul traffico di persone e reparti. Il posto di blocco era messo in posizione errata, poiché controllava solo la Via Aurelia e chi non voleva farsi notare poteva evitarlo passando per il paese. Gli argomenti erano buoni ed i partigiani rinunciarono consolandosi con l'intensificazione delle imboscate. Nelle zone più interne l'iniziativa rimaneva ai tedeschi che intensificavano le puntate.
Era a conoscenza il nemico del lancio avvenuto? Taluni indizi ce lo facevano supporre; era però poco probabile che fosse al corrente del punto preciso.
Gino Glorio (Magnesia), Alpi Marittime 1943-45. Diario di un partigiano - II parte, Nuova Editrice Genovese, 1980, pp. 209-211

19 marzo 1945 - Dal CLN mandamentale di Diano Marina al comando della Divisione "Silvio Bonfante" - Chiedeva di desistere da un'azione prevista contro il posto di blocco nemico di Cervo, del resto pericolosa perché sussisteva già allarme tra i soldati e la popolazione stessa, anche per evitare una rappresaglia contro i civili, e sottolineava che questo assunto era stato già sollevato in un incontro, alla presenza di un delegato del CLN provinciale, con il commissario "Federico" [della I^ Brigata "Silvano Belgrano", Federico Sibilla] e con il comandante "Mancen" [della I^ Brigata "Silvano Belgrano", Massimo Gismondi]
da documento IsrecIm in Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell'Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e della Storia Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945) - Tomo II, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998-1999 

lunedì 20 novembre 2023

Però sarebbe bello, fatti fuori i tedeschi, mandar via anche gli inglesi...

Alto (CN). Fonte: Wikimedia

Il giorno 16 giunsi ad Alto. Là terminava la carrozzabile che saliva da Albenga per Castelbianco e Nasino. Inerpicato su un ripido pendio il paesino di Alto in quel marzo 1945 assomigliava stranamnente a Fontane in novembre. Castani spogli, cielo grigio piombo, viuzze fangose, cime e creste brulle ed a pascolo chiudevano a semicerchio la valle mascherando il varco che lasciava passare la mulattiera per Capraùna.
Alto; strano che Cascione avesse scelto per culla del movimento un luogo così cupo che, pur essendo ancora in Liguria, aveva già l'aspetto dei paesini d'alta montagna, dove la neve si fermava più a lungo, il clima era più freddo. Inesperienza? Motivi di sicurezza? Chi sa! Il fatto che la carrozzabile finisse ad Alto e quindi gli automezzi nemici potessero attaccare da una sola direzione e dopo una dura salita, la lontananza da altri paesi, quindi un maggiore controllo sugli abitanti e sullo spionaggio nemico possono aver fatto cadere la scelta su Alto. Ne dedussi anche che la banda di Cascione, dopo lo scontro di Montegrazie, dovette avere un atteggiamento difensivo analogo più o meno a quello adottato da noi nel periodo di stasi e depressione che ci colpì all'inizio del secondo inverno.
L'aspetto di Alto il 16 marzo era normale, nulla indicava che un lancio avesse luogo nelle vicinanze o che vi fossero concentramenti inconsueti di partigiani.
Che differenza con Garessio in luglio o Piaggia in ottobre. Allora una decina di partigiani riempiva un paese. Parevano migliaia e dopo un po' ti accorgevi che erano sempre le stesse facce. Ora invece pare che abbiano l'arte di scomparire.
Trovai Germano sulla piazza del paese; mi indicò la casa di Turbine [n.d.r.: Alfredo Coppola, capo squadra in seno alla II^ Brigata "Nino Berio" della Divisione Garibaldi "Silvio Bonfante"], uno degli incaricati del lancio. "Sta con la moglie" mi disse. Infatti anche Turbine nei giorni si scorsi si era sposato. Entrai: Basco [Giacomo Ardissone, vice comandante della II^ Brigata], Turbine, Trentadue e qualche altro erano intorno a piatti di castagne e di latte.
"Sempre la solita cagnara" -  diceva Basco - "chi si alza prima comanda. Nessuno di noi conosce il messaggio speciale, né i comandanti di brigata, né i capibanda ed è giusto. Poi ti trovi tra i piedi uno del S.I.M. che ascolta la radio con te e si mette a gridare: «Ecco il messaggio, stasera c'è di nuovo il lancio!» - e tu ci fai la figura dello scemo. Il Comando ti garantisce che di lancio ne fanno uno solo perché la zona è pericolosa e così ti fa perdere il secondo. Ma perdere è poco, ti fa scannare a correre nel buio e tutto per niente. Poi ti fa aspettare tre giorni i signori della I Brigata ["Silvano Belgrano"] che vengano con comodo a ritirare la loro parte. Adesso la zona non è più rischiosa secondo il Comando...".
Ricordavo il Basco dello scorso luglio caposquadra della Matteotti: "Questa volta ci hanno fregato: siamo al buio in una zona che non conosciamo, ma domani non ci stiamo più".
Il capobanda del distaccamento "I. Rainis" aveva conservato lo spirito ribelle di allora. "Ci fanno i lanci adesso i signori inglesi. Sperano che diamo loro una mano quando verranno avanti. Quando avevamo bisogno di armi per difenderci, per vivere, allora niente".
"A Mauri i lanci; noi, che siamo comunisti, più moriamo meglio è. Ma i primi inglesi che vedo... Ma siamo in pochi e finirebbe come in Grecia. Però sarebbe bello, fatti fuori i tedeschi, mandar via anche gli inglesi... Naturalmente i signori del Comando non la penseranno così. L'anno scorso quando speravamo di scendere avevano abolito le stelle rosse, i fazzoletti, le bandiere, tutto quello che c'era di rosso, come se gli inglesi non ci conoscessero. Quelli del Comando stavano al centro a decidere e noi sui passi intorno a far la guardia, a difendere quelli che decidevano. Quando abbiamo capito che la nostra vita valeva la loro e abbiamo cercato un posto meno rischioso, il Comando è sparito, è diventato clandestino. Adesso che viene il buon tempo verranno di nuovo fuori, pianteranno gli uffici in un paese e diranno a noi delle bande di schierarci a difenderli, ma stavolta non ci riusciranno".
"Guardate Boris [Gustavo Berio, vice commissario della Divisione Bonfante]: non ha preso mai un rastrellamento. Che furbo! Prima era al S.I.M. e quando le notizie eran brutte cambiava aria. Adesso è commissario e fa i comodi suoi. A Nasino ha un rifugio che è impossibile trovarlo. I poveri diavoli siamo noi che dobbiamo salvare gli uomini, il materiale e poi noi, se avanza il tempo".
"L'altro giorno trova un contadino che ha un permesso del Comando tedesco sotto il nastro del cappello, lo interroga e poi ci dà ordine di fucilarlo. Come se la vita degli altri non contasse niente! Noi abbiamo detto di sì e poi lo abbiamo lasciato andare. E' difficile giudicare uno ed è terribile condannarlo se non confessa. E' capitato a me con un S. Marco. Lo abbiamo interrogato per un giorno intero, ha sempre negato. Pure eravamo sicuri che era una spia.
Dovevo essere io a giudicarlo e vi assicuro che non ho chiuso occhio quella notte. Il giorno dopo era scappato. L'abbiamo ripreso per un miracolo ed allora ha confessato: era venuto su per tradirci. Ma se non avesse parlato non avrei avuto forse il coraggio di ucciderlo, neanche dopo la fuga".
Il tempo passava intorno alla stufa, qualcuno entrava, altri uscivano. Lungo il muro i sacchi del lancio erano comodi sedili, nella stanza più interna Trentadue aveva dormito immerso nei paracadute. Basco raccontava del tempo in cui era in Croazia come paracadutista: un giorno aveva aiutato i contadini a spegnere un incendio appiccato dagli alpini. Avevano avuto come compenso chili di miele. Un'altra volta avevano appostato una staffetta partigiana che passava di solito in uno stesso punto. L'avevano attesa a lungo, poi, appena avvistatala: una raffica e la staffetta era caduta: "Ci avvicinammo cautamente, quando fummo a pochi metri lo slavo fece scoppiare una bomba a mano. Si uccise ma distrusse i documenti che portava".
Episodi ed episodi, raccontati con naturalezza ed indifferenza. Ora si combatte da una parte, allora dall'altra. Ora si è rastrellati, allora si rastrellava. Si era mai chiesto Basco se vi era contraddizione fra le due guerre, se allora o ora si era nel giusto?
Allora il governo comandava di fare quello ed era naturale farlo, nessuno pensava a disubbidire apertamente. Ora i tedeschi non sono più sulle ali della vittoria, l'opinione pubblica è contro di loro e così è naturale esser partigiani. Cosa ha sostenuto questi giovani nel duro inverno? Il gusto dell'avventura? Il rancore per gli anni di guerra passati e subiti? Chissà...!
Gino Glorio (Magnesia), Alpi Marittime 1943-45. Diario di un partigiano - II parte, Nuova Editrice Genovese, 1980, pp. 206-209

17 marzo 1945 - Dal comando della Divisione "Silvio Bonfante" al comando della I^ Zona Operativa Liguria - "... il giorno 13 u.s. si è effettuata l'operazione lancio nella località convenuta [Piano dell'Armetta nei pressi di Alto (CN)]; sono stati lanciati 33 colli di cui 28 recuperati nella serata ed i restanti 5 nella successiva mattinata. Non è stato possibile per il disturbo alle stazioni radio ricevere il messaggio per il lancio del giorno successivo. Tutte le tracce del lancio sono state cancellate anche grazie alla popolazione, di modo che i tedeschi non hanno trovato nulla. Data l'esperienza si consiglia di potenziare l'ascolto messaggi mediante l'aumento delle apparecchiature sulle tre linee, visto che si è ordinata la revisione dell'impianto di Nasino. È da evitare inoltre il lancio in giorni consecutivi, poiché vi è un'unica via di deflusso rappresentata da una mulattiera ed è, quindi, impossibile creare una colonna eccessivamente grande di muli, perché desterebbe sospetti ed in quanto l'occultamento del materiale va eseguito a spalla. Il luogo si è mostrato idoneo allo scopo, per cui per il prossimo lancio si richiedono 150-180 colli. Non servono fucili, ma armi automatiche, mortati leggeri, bombe anti-carro. Il collo indirizzato a 'Roberta' [capitano del SOE britannico Robert Bentley, ufficiale di collegamento degli alleati con il comando della I^ Zona Operativa Liguria] contiene 2 R.T. [radiotrasmittenti]: si prega di inviare degli uomini a prelevarle. Il giorno 11 u.s. è stata bombardata Ormea ed è stata colpita la sede del generale. Alcuni garibaldini hanno requisito in detto comando vario materiale, tra cui una lettera di cui si invia traduzione circa gli spostamenti delle truppe tedesche. Sopra Ormea i tedeschi accendono fuochi per ingannare gli aerei alleati".
17 marzo 1945 - Da "Dario" [Ottavio Cepollini] al comando della Divisione "Silvio Bonfante" - Segnalava che "... il quartier generale tedesco si è trasferito nella palazzina Faravelli a Nava. I tedeschi, portandosi dietro il russo catturato ad Alto, hanno fatto una puntata a Gazzo e a Gavenola per arrestare 'Ramon' [Raymond Rosso, capo di Stato Maggiore della Divisione "Silvio Bonfante"] e gli altri, ma, fortunatamente, il russo si è dimostrato leale e ha reso vana la puntata".
da documenti IsrecIm in Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell'Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e della Storia Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945) - Tomo II, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998-1999  

sabato 14 ottobre 2023

Contabilità partigiana nei giorni dei primi aviolanci alleati

Nasino (SV). Fonte: mapio.net

Il 14 [marzo 1945] passa nell'ansia di una possibile reazione nemica. Il materiale [n.d.r.: derivante da un aviolancio degli Alleati] viene inventariato: sono una ventina di Sten, fucili 91 modello Africa orientale con canne arabescate senza cinghia che vengono dati alla banda locale di Alto, una delle poche sopravvissute. Ci sono munizioni calibro 9 lungo, buone per mitra, pistole, Sten, ci sono anche liquori e cioccolata che non superano la notte del lancio. C'è anche qualche coperta, accolta piuttosto male ora che l'inverno sta per finire.
Ci sono poi sigarette, le Woodbine, tabacco Virginia, in lattine da cinquanta. I partigiani, che da mesi fumavano le più strane misture non le gradirono. Giorgio [Giorgio Olivero, comandante della Divisione Garibaldi "Silvio Bonfante"] deciderà di darle al S.I.M. [Servizio Informazione Militare dei patrioti] perché le diffondesse tra i civili della costa per dimostrare l'abbondanza che regnava sui monti dopo i lanci alleati.
La distribuzione del materiale è provvisoria perché si attendono le bande della I^ Brigata [n.d.r.: Brigata "Silvano Belgrano" della Divisione "Silvio Bonfante"] che verranno a ritirare la loro parte, poi lo schieramento di sicurezza verrà sciolto. Ad Alto resteranno pochi incaricati, perché, se la zona resterà tranquilla, richiederemo un altro lancio.
La sera del 14 i partigiani ascoltano la radio: è la trasmissione delle 20,30: è in corso la prima fase della battaglia del Reno: sulla testa di ponte di Remagen si combatte la battaglia decisiva. Citrato [n.d.r.: Angelo Ghiron, vice responsabile S.I.M. della "Silvio Bonfante"] ed un altro del Comando hanno un gesto di disappunto: di nuovo il messaggio speciale: gli alleati ripetono il lancio questa notte, malgrado gli accordi presi. Vengono raggruppati i pochi partigiani che sono in paese e, via di corsa. Niente schieramento di sicurezza, sarà molto se arriveremo in tempo ad accendere i fuochi perché ci vogliono due ore buone per le mulattiere buie per arrivare al campo di lancio, e lassù, non c'è niente di pronto. Questa volta il lancio fallisce: i partigiani sentono il ronzìo dell'aereo vibrare nel buio mentre arrancano sudati. Quando arrivano al campo è ormai troppo tardi.
La sera del 15 giunsi anch'io in Val Pennavaira, la valle del lancio, ma per altro motivo. Ero passato per Menezo, una frazione tra Onzo [piccolo comune in provincia di Savona] e Costa Bacelega [Frazione del comune di Ranzo in provincia di Imperia]. Vi cercavo il commissario Gigi [n.d.r.: Giuseppe Alberti, commissario della II^ Brigata "Nino Berio" della "Silvio Bonfante"] perché vi era una differenza tra la contabilità sua e quella di una banda dipendente da lui. Trovai con lui Osvaldo [n.d.r.: Osvaldo Contestabile, in quel momento ancora convalescente, di lì a breve di nuovo commissario di una formazione partigiana, più precisamente della IV^ Brigata della "Silvio Bonfante"]: "Vai nella zona degli Sten nuovi", mi disse. Appresi così che il lancio era riuscito. Osvaldo si teneva informato della situazione, vedevo che soffriva di non poter riprendere la vita di prima, di star con Gigi e Natascia. Pareva a vederlo che stesse bene, ma aveva ogni tanto ancora qualche disturbo. Pranzai con loro, esaminai con Gigi i conti della II^ Brigata: perché Gigi aveva segnate come consegnate ad una banda 15.000 lire che la banda non segnava di entrata? Gigi ci restò male, pensò, guardò, poi concluse che la Brigata aveva chiuso la contabilità a fine mese mentre la banda l'aveva chiusa il 27. Esaminando i conti di mano avrei trovato la somma perché la consegna era avvenuta a fine febbraio. Così fu.
Lasciato Menezo andai verso la cresta che separava la Val d'Arroscia dalla Val Pennavaira. Si camminava bene in Liguria nel mese di marzo. Niente neve ormai, qualche albero in fiore e nell'aria un tepore primaverile: la campagna invernale era finita, il lancio sarebbe stato per noi il segnale della ripresa.
Trovai un contadino che esaminava due ciliegi. Gli chiesi la strada: "Vada su per i prati e poi, quando è in cresta, vada a sinistra per il sentiero fino alla cappellina... Vede quei maledetti... durante il rastrellamento mi hanno crivellato di colpi questi alberi. Che gusto ci avranno trovato?!". "Meglio gli alberi che i cristiani", gli risposi. "Già, questo lavoro lo hanno fatto gli alpini perché i tedeschi ad Onzo hanno ucciso una famiglia intera. Perché? Nessuno lo sa. Hanno ammazzato tutti, compresi due estranei che per combinazione erano in casa. Sembra che prima abbiano voluto che quei poveretti preparassero loro il pranzo: hanno mangiato e poi li hanno uccisi. Prima di andar via hanno dato fuoco a tutto. Dicono che avessero trovato in casa una macchina fotografica, ma di preciso nessuno sa niente perché di quella famiglia l'unica salva è una donna che quel giorno era andata in un altro paese".
"Tedeschi... Noi li conosciamo da mesi. Fortuna che non durerà più molto".
Non durerà più molto. Infatti non ci sarà più un altro inverno di guerra, forse nemmeno un'altra estate; questa volta la Germania è presa alla gola ed in Italia il primo balzo porterà gli alleati sul Po. Contento? Sì... eppure... ho una punta di nostalgia: è tutto un ambiente, tutto un mondo che finisce. Fosse finito allora, in ottobre quando eravamo stremati. Ma allora no, allora avanti, nella neve, nel fango, sempre più pochi. Titolo di onore sarà per noi la campagna invernale e che poco più di trecento sono i partigiani della Bonfante che hanno resistito. Ora che l'inverno sanguinoso è passato, che più forti e più armati potremmo affrontare il nemico da pari a pari, la grande avventura avrà termine. Mai più tornerà l'ambiente di luglio, i tempi della Volante, delle folli audace, le corse sui camion rombanti, i bivacchi sulle cime, le marce sotto la luna cantando. Ricordo i pascoli verdi di Pian del Latte, le malghe di Tanarello, l'odore del formaggio, del fieno, delle stalle; i campanacci delle mucche nella nebbia, il belato dei greggi, le lunghe ore passate sui prati ad osservare il tramonto... Tutta una vita!
Dalla strada in cresta si stacca un sentiero che scende in Val Pennavaira. Non sono ancora alla cappellina, ma a me preme scendere a fondo valle prima di notte. Devo trovare Gapon [Felice Scotto], ora commissario della III^ [Brigata "Ettore Bacigalupo" della Divisione "Silvio Bonfante"], la cui contabilità è piuttosto saltuaria.
Il sentiero con una ripida discesa di un'oretta tra sterpi e castani mi conduce tra Alto e Nasino. Sullo stradone un carro sale lentamente: sopra cinque o sei partigiani con le gambe penzoloni mi guardano indifferenti in silenzio.
"Sapete dove è Gapon?" chiedo loro. "A Nasino, se non è andato via". Avrei preferito ad Alto per aver notizie del lancio, ma in compenso a Nasino non c'era da salire. Dopo accurate ricerche, trovo Gapon all'osteria: avrei dovuto ricordare che quella era la sua base preferita. 
"Stasera ti offro uno spettacolo interessante", mi dice quando mi vede. "Vedrai perché noi della III possiamo fare anche a meno dei soldi della Divisione". Ero incuriosito. Infatti, quando la contabilità non era regolare, sospendevo l'invio dei fondi.
Con la III^ però il provvedimento non era stato efficace e venivo proprio a cercarne il motivo. Appena cenato lo spettacolo comincia. In un'altra stanza della stessa trattoria ci aspettano due contadini. Dietro ad un tavolo sediamo Gapon ed io; in piedi, con un fascio di carte in mano, Megu [Ugo Rosso], uno studente di medicina con barba e baffi vigorosi. Sono così riuniti commissario e capo di Stato Maggiore della III Brigata, nonché l'amministratore [n.d.r.: l'autore di questo memoriale, Gino Glorio] della Bonfante. Come cariche non c'è male. Megu inizia: "Da informazioni prese ci risulta che il signore..." e legge il nome dando una rapida occhiata alle carte. "Siete voi? Benissimo... Ha partecipato nel '36 come volontario alla guerra d'Africa. E il signore... ", anche qui un rapido sguardo alle carte, "alla guerra di Spagna contro il governo repubblicano. E' vero?". I due assentono assieme aggiungendo vivacemente qualche frase a discolpa. "Benissimo", continua Megu, "voi eravate disoccupato e voi avevate litigato con vostro padre. A parte il fatto che rimane da dimostrare che nel '36 non si trovasse altra occupazione più onesta ed onorevole che andare ad ammazzare negri che difendevano la loro terra o che l'aver litigato col padre possa autorizzare uno ad andar a cambiar governo in un altro paese, ho qui un documento che vi smentisce ampiamente e che è il principale capo di accusa... Dov'è?... Ah, ecco!". Ed estrae dal fascio un gruppo di fogli. "Salto le parole che non interessano... Ecco: è il verbale di un tribunale speciale, che voi ben conoscete, costituito nelle persone dei camerati...". E qui legge parecchi nomi. "Tutta brava gente" - mi dice sotto voce Gapon - " che a tempo debito sborserà fior di quattrini di multa se non avrà di peggio". "Constata su parere del medico legale camerata... la piena idoneità del signore... a sopportare il confino di polizia...". "Ti guardano in faccia ed anche se sei tubercolotico agli estremi ti trovano sempre in buona salute", commenta Gapon a bassa voce.
"Risultando provato che il signor... in un pubblico locale il giorno... affermava che i camerati... e..., e siete voi due... avrebbero partecipato rispettivamente alla guerra d'Africa e di Spagna non già, per compiere il loro dovere di italiani e di fascisti, ma per motivi privati. Su istanza dei suddetti camerati, che dalle affermazioni dell'imputato sentono gravemente offesa la loro fede fascista e menomata la loro fedeltà incondizionata al regime, condanniamo il signor... a due anni di confino di polizia. Contenti? E noi adesso multiamo voi di lire centomila e voi di quarantamila".
Segue un breve silenzio, poi i due contadini cominciano a scusarsi, a smentire, a dichiararsi impossibilitati a pagare.
"Niente paura, siamo informati anche a questo riguardo", replica Megu tirando fuori altre carte. "E' uno specialista", commenta Gapon compiaciuto. "E' andato apposta a Castelbianco per avere un estratto catastale con le terre ed i beni di questi due".
"Ci risulta che voi avete terreni che attualmente valgono un milione, se volete posso elencarli... Cosa avete detto? Non sono vostri, ma della buon'anima di vostro padre? Come scusa non vale perché non avete fratelli e siete l'unico erede. Quanto a voi abbiamo fatto un po' meno perché terre ne avete poche... Non avete quarantamila lire liquide! Non importa, avete una sorella, fatevele anticipare, ipotecate le terre, fate un debito, ma vi conviene pagare". Megu posa le carte. Poi prosegue. "Sentite, non sono scherzi, abbiamo bisogno di soldi per condurre la lotta. I partigiani non vivono d'aria ed han bisogno di vestirsi. L'ordine di arrestarvi non è partito di qui; è venuto dall'alto, ma per un insieme di circostanze gli alti comandi hanno altro da pensare e forse si sono scordati di voi. Per il vostro bene, se fermate la cosa qui, siete liberi, altrimenti domani vi mandiamo al tribunale divisionale ed allora non posso garantire per la vostra vita. Non dimenticate, non sono più i tempi in cui Cascione curava i fascisti feriti e prigionieri. Son passati due inverni e troppe ne abbiamo passate per avere il cuore tenero con i servi fedeli del regime".
I due parevano annientati.
"Avete una notte per pensarci. Domani mattina ci darete una risposta".
"Ti è piaciuto?" dice Gapon uscendo. "Li mandiamo a dormire in una cappellina con una squadra partigiana. Dormire per modo di dire, che non chiuderanno occhio senza coperte e con i pensieri che hanno. Domattina saranno maturi. Se pagheranno? Oh, altroché! Hanno sempre pagato tutti finora! Anche il macellaio di Caprauna multato per aver venduto in paese la carne troppo cara. Appena possibile mandiamo a mungere un seniore della milizia che vive tranquillo a Marmoreo ed un altro che ha fatto la guerra di Spagna. Il terreno è fertile se si sa farlo rendere".
Gino Glorio (Magnesia), Alpi Marittime 1943-45. Diario di un partigiano - II parte, Nuova Editrice Genovese, 1980, pp. 202-206

domenica 1 ottobre 2023

Cimitero ha mandato ai fascisti una sua fotografia che ora figura in tutti i posti di blocco

Il partigiano Cimitero è il primo a sinistra. Fonte: Gino Glorio, op. cit. infra

Il giorno 13 [marzo 1945] sono di nuovo a Ginestro [Frazione del comune di Testico in provincia di Savona]: al centro staffette si è sempre informati degli ultimi avvenimenti. A Ginestro sono in allarme perché sulla carrozzabile per Testico è in transito una macchina nemica; poi i tedeschi si allontanano e tutto torna normale. Vedo Venezia: la staffetta per la Cascione che si sposta a cavallo di un mulo: «Eri tu il partigiano cui la pattuglia tedesca ha sparato addosso?».
«Esatto, e me la sono cavata con una storta».
Venezia era contento per l'incidente. Compresi solo allora quale incubo fosse per lui passare tutti i giorni la «28» [n.d.r.: statale del Col di Nava] pattugliata dal nemico. Mai una volta si era lamentato di quell'incarico, pure l'incidente che lo immobilizzava e che da tutti noi era temuto perché l'esser bloccati in caso di attacco poteva essere la fine, faceva brillare di gioia gli occhi di Venezia. Conobbi la nuova staffetta, provvisoria perché appena guarito Venezia avrebbe ripreso il suo servizio. «Mancen [n.d.r.: Massimo Gismondi, comandante della I^ Brigata "Silvano Belgrano" della Divisione "Silvio Bonfante"] ci ha chiamato tutti», mi aveva detto. «C'è bisogno di una staffetta per la Cascione, ci ha detto. E' una cosa rischiosa perché c'è da passar la strada tutti i giorni. Chi si offre? Nessuno ha risposto. Benissimo allora va tu. Ed ha preso me. Dir di no non potevo. Avrebbe detto che avevo paura e sarebbe stata la verità. Al posto del moschetto ho la pistola, dà meno nell'occhio e spara lo stesso», ha detto Mancen. «Se ti vuoi sparare poi è più comoda. Se ci penso mi sento sudare... Dirlo è facile... Ma certo vivo non mi faccio prendere». Almeno Venezia guarisse presto!
Al pomeriggio lasciai Ginestro accompagnando fin quasi a Testico la staffetta della I^ Brigata. Mi raccontò un episodio di pochi giorni prima nella Valle di Diano.
Uno sbandato si era presentato al parroco di Diano Arentino. Il prete gli aveva dato un biglietto indirizzandolo a suo nome a chi gli avrebbe dato dei viveri; lo sbandato era caduto nelle mani dei fascisti ed il biglietto era stato sequestrato. Il giorno dopo, mentre il parroco diceva la Messa, venne uno di corsa ad avvertirlo che una macchina saliva per lo stradone: erano fascisti che venivano a cercare lui. Il prete cercò di affrettarsi ma l'auto era più veloce ed in pochi minuti fu in paese e si fermò sulla piazza della chiesa. Ad Arentino c'erano Mancen e suo fratello, udirono il rumore della macchina, i fascisti su un'auto non potevano essere molti ed attaccando risolutamente... Mancen piombò sulla piazza spianando il mitra: «Arrendetevi!». Due fascisti che stavano uscendo dall'auto cercarono di sparare, ma vennero fulminati da una scarica, gli altri due si arresero. Il parroco uscì di chiesa. Mancen lo chiamò: «Reverendo cercano di voi». «Eravamo venuti per una informazione... Una cosa amichevole...» balbettò il commissario di polizia.
«Per una informazione siete venuti con tutte queste armi?» ribattè il parroco. Il bottino era di due mitra, quattro pistole Berretta ed una Mauser. I due prigionieri vennero portati al Comando e fucilati, malgrado le loro implorazioni. Il parroco si rese irreperibile. Il giorno dopo i fascisti tornarono ad Arentino, incendiarono la canonica e altre case; ripiegarono poi rapidamente prima dell'arrivo di Mancen con i suoi. Gli eventi della Val di Diano indicavano che il morale dei partigiani andava migliorando, che a poco a poco tornava il desiderio di misurarsi col nemico direttamente, non limitandosi più alla tattica dell'imboscata.
Le imboscate erano pur sempre le azioni più redditizie e provocavano al nemico un lento stillicidio di perdite, un'inquietudine per ogni spostamento.
Il nemico aveva terrore di noi e resisteva ad oltranza. Non era facile catturar vivo un repubblicano ed un fascista come l'anno scorso. Russo [n.d.r.: Tarquinio Garattini, comandante del Distaccamento "Angiolino Viani" della già citata I^ Brigata] con i suoi intimò la resa a due repubblicani, quelli estrassero le armi e vennero uccisi. Un tedesco sorpreso da quei di Pippo [n.d.r.: detto anche Bill, Giuseppe Saguato, comandante del Distaccamento "Francesco Agnese" della I^ Brigata] in Diano S. Pietro si fece ammazzare ma non si arrese. Un altro, appostato da quei di Stalin [n.d.r.: Franco Bianchi, comandante del Distaccamento "Giovanni Garbagnati" della I^ Brigata] sulla «28» mentre passava in motocicletta frenò bruscamente alla prima raffica, sterzò e si gettò nella cunetta trincerandosi dietro alla macchina. Di là rispose al fuoco dei partigiani appostati a semicerchio finché un camion di truppe ci obbligò a sgomberare. Ricordavo che Stalin aveva preso in giro un altro capobanda perché aveva appostato gli uomini ai due lati della strada: «Al momento buono, per non colpirsi fra di loro, avevano dovuto rinunciare a sparare!», aveva commentato. Se quella volta però avesse avuto anche lui qualcuno oltre la «28» avrebbe preso il tedesco alle spalle.
Lasciata la staffetta della I presso Testico raggiungo Poggiobottaro [Frazione del comune di Testico (SV)].
Mi fermo pochi minuti perché trovo solo Livio [n.d.r.: Ugo Vitali responsabile SIM, Servizio Informazioni della Divisione "Silvio Bonfante"] e Citrato [n.d.r.: Angelo Ghiron, vice responsabile SIM della citata Divisione], poi prendo la mulattiera a fondovalle che porta a Degna [Frazione del comune di Casanova Lerrone (SV)]. A poco a poco, inavvertitamente, riprendiamo confidenza con le mulattiere, con le strade battute dal nemico, qualcosa però dentro di noi si mantiene sempre in allarme, ad ogni curva sostiamo istintivamente attenti se udiamo dei passi. A fondovalle, ad una curva, sento due che salgono: uno scatto fuori strada, ma è troppo tardi: i due mi compaiono di fronte ed uno abbassa il mitra in posizione di sparo. L'altro gli tocca il braccio: «E' l'amministratore!» Il compagno solleva l'arma, fa un passo avanti e mi tende la mano: «Sono Cimitero. Due occhi neri, profondi, una capigliatura corvina che gli scende ad onde sulle spalle, statura alta, torace d'atleta. Tale mi apparve quella sera Cimitero [n.d.r.: Bruno Schivo, capo di una squadra del Distaccamento "Filippo Airaldi" del Battaglione "Ugo Calderoni" della II^ Brigata "Nino Berio"] che avevo visto in agosto, ma che più non ricordavo. «Hanno ucciso suo padre e sua madre, mi avevano detto». Hanno preso la sua fidanzata e le hanno ucciso davanti un uomo: «Così finirai anche tu se non ci dai modo di prenderlo!». Le avevano detto, poi, visto che taceva, l'avevano uccisa.
Cimitero ha mandato ai fascisti una sua fotografia che ora figura in tutti i posti di blocco. «Ora lo conoscono ma non lo prenderanno mai!».
Arrivato a Degna trovo la popolazione in subbuglio: «E' passato Cimitero con un compagno tranquilli per lo stradone, poco dopo di loro sono passati i tedeschi della pattuglia, se si incontravano succedeva un macello!».
A poco a poco nella fantasia e nell'affetto popolare la figura di Cimitero con la giacca di telo da tenda, la capigliatura fluente, il nome funebre come il destino dei suoi fa presa ed ingigantisce.
La sera del 13 radio Londra manda l'atteso messaggio: il lancio è per questa notte. Le staffette partono dai posti di ascolto, il dispositivo di sicurezza entra in funzione, i distaccamenti incaricati occupano i passi, il Catter  [n.d.r.: distaccamento della III^ Brigata "Ettore Bacigalupo" della richiamata Divisione Bonfante] si schiera sul campo di lancio.
Scesa la notte, un aereo volteggia nel cielo di Capraùna, in basso palpitano nel buio le luci accese dai partigiani. I paracadute si aprono l'uno dopo l'altro, poi in cielo si accende una piccola luce: è il segnale che il lancio è finito. L'aereo si allontana rombando. Recuperati ed aperti febbrilmente i bidoni vengono estratti Sten, fucili, caricatori e pacchi di munizioni. Luci sospette vengono segnalate, le nuove armi vengono caricate febbrilmente al chiarore dei tizzoni che si spengono, partigiani si alternano nella difesa e nella raccolta, le armi vengono distribuite perché il campo di lancio deve esser difeso ad oltranza fino a raccolta ultimata.
Recuperato il materiale scompaiono anche le luci sospette. I partigiani rientrano a Capraùna.
Gino Glorio (Magnesia), Alpi Marittime 1943-45. Diario di un partigiano - II parte, Nuova Editrice Genovese, 1980, pp. 199-202

15 marzo 1945 - Da "Marco" al comando della Divisione "Silvio Bonfante" - Segnalava che occorreva avvisare "Cimitero" dei rischi di delazione che stava correndo.
15 marzo 1945 - Da "K. 20" alla Sezione SIM della Divisione "Silvio Bonfante" - Informava che era giunto "a Diano Marina un numero consistente di soldati appartenenti alla fanteria tedesca che si fermeranno per la notte"; che, oltre alle 3 compagnie della GNR, ne agiva un'altra, O.P., al comando del capitano Ferraris; che ad Imperia vi era un'altra compagnia ancora dell'esercito repubblichino.
17 marzo 1945 - Dalla Sezione SIM [Servizio Informazioni Militari] della Divisione "Silvio Bonfante" ["Livio", Ugo Vitali, responsabile], prot. n° 1/96, al comando della Divisione "Silvio Bonfante" ['Giorgio' Giorgio Olivero, comandante] - Riportava le notizie ricevute il 12 marzo da un informatore ed aggiungeva che il maresciallo Groot, addetto al controspionaggio tedesco, era stato trasferito da Pieve di Teco a Pontedassio e, ancora, che sempre il 12 il comando della II^ Brigata "Nino Berio" aveva condannato e fatto giustiziare il commissario di P.S. Santo Miglietta e l'agente Attilio Sorbara, che erano stati catturati armati di mitra nella zona di Diano Marina.
17 marzo 1945 - Dal comando della Divisione "Silvio Bonfante" al comando della I^ Zona Operativa Liguria - Svolgeva una lunga relazione soprattutto sul tema degli aviolanci alleati [n.d.r.: di cui si riportano qui di seguito significativi stralci]: "... il giorno 13 u.s. si è effettuata l'operazione lancio nella località convenuta [Piano dell'Armetta nei pressi di Alto (CN)]; sono stati lanciati 33 colli di cui 28 recuperati nella serata ed i restanti 5 nella successiva mattinata. Non è stato possibile per il disturbo alle stazioni radio ricevere il messaggio per il lancio del giorno successivo. Tutte le tracce del lancio sono state cancellate anche grazie alla popolazione, di modo che i tedeschi non hanno trovato nulla. Data l'esperienza si consiglia di potenziare l'ascolto messaggi mediante l'aumento delle apparecchiature sulle 3 linee, visto che si è ordinata la revisione dell'impianto di Nasino. È da evitare inoltre il lancio in giorni consecutivi, poiché vi è un'unica via di deflusso rappresentata da una mulattiera ed è, quindi, impossibile creare una colonna eccessivamente grande di muli, perché desterebbe sospetti ed in quanto l'occultamento del materiale va eseguito a spalla. Il luogo si è mostrato idoneo allo scopo, per cui per il prossimo lancio si richiedono 150-180 colli. Non servono fucili, ma armi automatiche, mortai leggeri, bombe anti-carro. Il collo indirizzato a 'Roberta' [n.d.r.: capitano del SOE britannico Robert Bentley, ufficiale di collegamento degli alleati con il comando della I^ Zona Operativa Liguria] contiene 2 R.T. [radiotrasmittenti]: si prega di inviare degli uomini a prelevarle...".
da documenti IsrecIm in Rocco Fava di Sanremo (IM), “La Resistenza nell’Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e della Storia Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945) - Tomo II, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998-1999

sabato 3 giugno 2023

Sopra Ormea i tedeschi accendono fuochi per ingannare gli aerei alleati

Il torrente Negrone nei pressi di Ormea (CN). Foto: Mauro Marchiani

L'evento atteso da mesi era [n.d.r.: primi di marzo 1945] ormai una realtà imminente, il lancio sarebbe avvenuto di notte, rapidamente, sul campo di lancio un distaccamento avrebbe acceso i fuochi e raccolto i paracadute, altre bande si sarebbero schierate a difesa. Il lancio non avrebbe dovuto ripetersi, tutto il materiale a noi destinato doveva cioè venire lanciato in una unica notte perché, appena avvenuta la raccolta, avremmo sgomberato la zona prima della probabile reazione nemica.
Agli alleati avevamo chiesto armi, proiettili calibro 9 per mitra e pistole, colpi per mitraglie M.G. che da mesi erano il nostro punto debole. Il Comando aveva insistito nella richiesta di armi e munizioni escludendo espressamente equipaggiamento e generi voluttuari come cioccolata e sigarette che pure a noi mancavano da mesi.
Il messaggio speciale, "La pioggia bagna", avrebbe preceduto il lancio di poche ore. Era indispensabile sentire con sicurezza il messaggio: Ramon [Raymond Rosso, Capo di Stato Maggiore della Divisione d'Assalto Garibaldi "Silvio Bonfante"] doveva creare ad Alto e a Borghetto dei posti di ascolto radio per esser sicuri che almeno in un posto non mancasse la corrente e la trasmissione non fosse comunque disturbata. Erano poi naturalmente necessarie staffette che portassero la notizia, tutto nella massima segretezza perché il nemico non venisse a conoscenza del significato del messaggio.
La notizia che un lancio di anni era imminente si diffuse lentamente. Il concentramento della II e III Brigata intorno alla Val Pennavaira non ci obbligò a spostamenti perché la maggior parte delle bande di tali brigate operava già a nord della Val d'Arroscia. L'occupazione dei passi e delle creste venne rimandata all'ultimo istante per non allarmare eventuali informatori nemici, scoprendo il nostro gioco con un prematuro schieramento e per non stancare inutilmente gli uomini costringendoli a bivaccare in posizioni esposte.
Le azioni di guerriglia che giù erano sporadiche, vennero sospese del tutto per non provocare reazioni nemiche. Fu ordinato alle bande di occultarsi all'eventuale passaggio di colonne: il nemico doveva dimenticare la nostra esistenza.
Della imminenza del lancio dovevano essere al corrente pochissimi ed anche i partigiani impegnati direttuamente dovevano ignorare di far parte di una manovra combinata e specialmente delle finalità dell'operazione.
Date le nostre condizioni solo il segreto poteva garantire il successo. Solo una decina di persone era a conoscenza del messaggio speciale.
Tutto questo riguardava la II e la III Brigata. A sud della Val Lerrone, dove il lancio era considerato una possibilità ancora remota, le imboscate e gli spostamenti continuavano in modo del tutto indipendente.
I giorni passavano nell'attesa, attesa dell'evento imminente per pochi, della primavera sospirata per gli altri.
Com'era considerato il lancio da quei pochi, dagli informati? E' difficile rispondere perché i pochissimi che erano addentro a tutto il meccanismo non ne parlavano mai in quei giorni. Gli altri, che qualcosa sapevano, avevano fortissimi dubbi. Chi non ricordava le fantasie sui lanci del primo inverno, le voci più assurde della scorsa primavera, il campo di lancio permanente nel bosco di Rezzo in luglio ed agosto con le cataste di legnad i partigiani di turno per accendere il fuoco? Anche Umberto a Piaggia aveva preparato il progetto per il campo di lancio. Che fondamento avessero avuto nel '44 le nostre speranze lo ignoravamo, sapevamo però dei due messaggi speciali, uno che aveva promesso lo sbarco in Liguria entro un mese e l'altro, "Cade la pioggia", che lo prometteva per la mattina del terzo giorno. Ricordavo personalmente le notizie radio che avevano annunciato l'avanzata alleata oltre Ventimiglia e poi la nostra occupazione della costa. Dopo tali esperienze era naturale una diffidenza radicata. Ci si preparava e si attendeva poiché l'evento era possibile e forse c'era chi ne sapeva più di noi, pure il dubbio di esporsi inutilmente, di essere delusi e beffati ancora una volta era forte.
Aveva avuto un lancio * la Cascione? Se ne parlava, si diceva anche che parte del materiale fosse stato sottratto dai tedeschi, che, in seguito a tradimento, parte della missione alleata fosse andata distrutta. Si collegava tutto ciò con la cattura e la fucilazione di un capo partigiano, ma erano voci confuse, come vaga era l'ipotesi ventilata allora di un invio di munizioni via mare.
Gino Glorio (Magnesia), Alpi Marittime 1943-45. Diario di un partigiano - II parte, Nuova Editrice Genovese, 1980, pp. 188-190

* "Nella notte del 23 u.s. [23 febbraio 1945] venivano segnalati reparti tedeschi a Carmo Langan, Graj, Cima Marta e colle Sanson. Sospettando che si  trattasse di un rastrellamento i Distaccamenti sono stati spostati a sud della rotabile Pigna-Rezzo. Il 24 u.s. il rastrellamento venne eseguito con molta organizzazione:  la  zona venne controllata da 4 gruppi provenienti da Graj e Colle Sanson. Verso le ore 15 del  25 u.s. 3 quadrimotori americani si aggiravano con insistenza sulla zona di Cima Marta. Alle ore 12 circa del 28 u.s. comparvero nuovamente 5-6 quadrimotori che effettuavano diversi lanci di materiale su Cima Marta. Tentando di raggiungere i paracadute, i garibaldini venivano attaccati e 6 di essi risultano dispersi. Da informazioni avute risulta che i lanci constano di 280 pacchi paracadute avente ognuno 1 quintale di materiale (Sten, mitragliatori,  munizioni, caffè, vestiario, scarpe, medicinali...). Si presume che questi lanci siano stati intercettati dai tedeschi in quanto essi hanno carpito una emittente destinata ai partigiani con relativo cifrario. Si fa, pertanto, richiesta di sospendere questi lanci che rafforzano la possibilità di resistenza del nemico".  Dal comando [comandante Vitò/Ivano Giuseppe Vittorio Guglielmo] della II^ Divisione "Felice Cascione" al comando [comandante Curto Nino Siccardi] della I^ Zona Operativa Liguria, documento IsrecIm, trascritto in Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell'Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e della Storia Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945) - Tomo II, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998-1999 

3 marzo 1945 - Sono le 7.30 e passa [n.d.r.: da Pieve di Teco] un gran camion carico di truppa fascista diretta al mare. La truppa tedesca e repubblichina è in continuo movimento, lasciando l'impressione della incertezza, cioè che non sappiano neanche più loro dove dirigersi. Questa mattina si sono udite raffiche di mitraglia e colpi di fucile: con tutta probabilità si trattava di raffiche estemporanee, fatte ad arte, per tenere a bada i partigiani, affinché non scendano a molestare le truppe di passaggio.
4 marzo 1945 - I due olandesi sono stati trasportati ad Ormea, dove è il comando tedesco presidiato da un generale. La truppa tedesca presente in Pieve si può oggi calcolare sui 200 uomini, cioè 60 giovani ultimi arrivati e gli altri tutti conducenti. Tranne però i graduati, che sono effettivamente tedeschi, la ciurma è tutta composta da prigionieri russi e croati. In Ormea, il generale con l'intero Comando occupa villa Bianchi. La gendarmeria occupa villa Pittavino. Il Comando, in un primo tempo, occupava la mia casa, ma a seguito del bombardamento che ha distrutto quasi tutti i caseggiati di Via alle Scuole, si è trasferito in villa Bianchi.
5 marzo 1945 - Un reparto di 36 pionieri mi hanno occupato la casa di Muzio. Ho potuto parlare con un sorvegliante tedesco che capiva assai bene la nostra lingua e gli feci presente che detta casa occorreva a noi per ragione di lavori agricoli e di altre necessità. Mi assicurò che avrebbe proseguito senz'altro per Vessalico, e me ne andai.
6 marzo 1945 - Il movimento della truppa è sempre in aumento; non in grandi masse, ma con molta frequenza.
Nino Barli, Vicende di guerra partigiana. Diario 1943-1945, Valli Arroscia e Tanaro, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, tip. Dominici Imperia, 1994

6 marzo 1945 - Dal capo di Stato Maggiore della Divisione "Silvio Bonfante", prot. n° 1, al comando della Divisione "Silvio Bonfante" - Comunicava che, dopo aver ricevuto il documento n° 162 del 4 marzo 1945, aveva predisposto 3 stazioni per l'ascolto di Radio Londra; che il campo che doveva accogliere il lancio di materiale alleato si presentava colmo di pietre e con una casetta di recente costruzione al centro; che il Distaccamento "Giuseppe Catter" [della III^ Brigata "Ettore Bacigalupo"] era appostato, pronto ad intervenire, ad un'ora di cammino dal campo; che si era dovuto desistere dallo scavare le buche prescritte [n.d.r.: per l'occultamento dal basso dei fuochi di segnalazione] in ragione della natura rocciosa del terreno; che i paracadute, appena recuperati, sarebbero stati nascosti in un anfratto già predisposto; che il vento, se continuava a soffiare in direzione di Alto (CN), sembrava ottimale; che a protezione dell'operazione aveva predisposto nei pressi del campo di lancio i Distaccamenti della II^ Brigata. Al documento fu allegata la cartina topografica in scala 1:25.000 del campo di lancio.
6 marzo 1945 - Dal capo di Stato Maggiore della Divisione "Silvio Bonfante", prot. n° 3, al comando della II^ Brigata "Nino Berio", al responsabile SIM "Ottavio" ed al cappellano della Divisione "Don Celesia" [Don Giuseppe Pelle] - Comunicava che dopo il 10 marzo poteva avvenire il primo lancio alleato di materiale; che presso la radio di Alto (CN) doveva rimanere in ascolto il comandante della II^ Brigata, "Gino" [Giovanni Fossati]; che, appena udito il messaggio di Radio Londra, "Gino" doveva mandare una staffetta al Distaccamento di "Fernandel" [Mario Gennari], che avrebbe così acceso i fuochi di segnalazione per gli aerei, ed altri messaggeri agli altri Distaccamenti perché si posizionassero al meglio a difesa del campo; che in ascolto alla radio di Borghetto doveva trovarsi "Ottavio", il quale, udita la frase convenuta, avrebbe avvisato lo scrivente capo di Stato Maggiore e poi avrebbe dovuto proseguire per Alto; che "Don Celesia" doveva occuparsi del terzo punto d'ascolto.
17 marzo 1945 - Dal comando della Divisione "Silvio Bonfante" al comando della I^ Zona Operativa Liguria - Svolgeva una lunga relazione soprattutto sul tema degli aviolanci alleati, di cui si riportano qui di seguito significativi stralci: "... il giorno 13 u.s. si è effettuata l'operazione lancio nella località convenuta [n.d.r.: Piano dell'Armetta nei pressi di Alto (CN)]; sono stati lanciati 33 colli di cui 28 recuperati nella serata ed i restanti 5 nella successiva mattinata. Non è stato possibile per il disturbo alle stazioni radio ricevere il messaggio per il lancio del giorno successivo. Tutte le tracce del lancio sono state cancellate anche grazie alla popolazione, di modo che i tedeschi non hanno trovato nulla. Data l'esperienza si consiglia di potenziare l'ascolto messaggi mediante l'aumento delle apparecchiature sulle 3 linee, visto che si è ordinata la revisione dell'impianto di Nasino. È da evitare inoltre il lancio in giorni consecutivi, poiché vi è un'unica via di deflusso rappresentata da una mulattiera ed è, quindi, impossibile creare una colonna eccessivamente grande di muli, perché desterebbe sospetti ed in quanto l'occultamento del materiale va eseguito a spalla. Il luogo si è mostrato idoneo allo scopo, per cui per il prossimo lancio si richiedono 150-180 colli. Non servono fucili, ma armi automatiche, mortati leggeri, bombe anti-carro. Il collo indirizzato a 'Roberta' [capitano del SOE britannico Robert Bentley, ufficiale di collegamento degli alleati con il comando della I^ Zona Operativa Liguria] contiene 2 R.T. [radiotrasmittenti]: si prega di inviare degli uomini a prelevarle. Il giorno 11 u.s. è stata bombardata Ormea ed è stata colpita la sede del generale. Alcuni garibaldini hanno requisito in detto comando vario materiale, tra cui una lettera - di cui si invia traduzione - circa gli spostamenti delle truppe tedesche. Sopra Ormea i tedeschi accendono fuochi per ingannare gli aerei alleati".
17 marzo 1945 - Dal comando della Divisione "Silvio Bonfante" al comando della I^ Zona Operativa Liguria - Sottolineava l'importanza del documento ritrovato ad Ormea che meritava una corretta traduzione perché "potrebbe trattarsi di una richiesta di rimpatrio per le truppe tedesche". Chiedeva altro materiale bellico attraverso gli aviolanci alleati "per poter incalzare ancora di più il nemico", in particolare uno nel periodo compreso tra il 23 ed il 27 successivi "verso le ore 21,30 in quanto sarà un periodo favorito dalla posizione della luna". Aggiungeva che continuava l'affluenza di di volontari nelle fila partigiane, per quel periodo limitata a uomini conosciuti o già appartenenti a bande locali.
18 marzo 1945 - Dal comando della Divisione "Silvio Bonfante", prot. n° 211, al CLN di Alassio - Segnalava che "... Il giorno 13 u.s. è stato effettuato il primo lancio. Se ne avranno altri in futuro. Dato l'arrivo delle armi..."
20 marzo 1945 - Dal capo di Stato Maggiore della Divisione "Silvio Bonfante" al comando della VI^ Divisione - Comunicava che aveva provveduto a fare aumentare il numero delle radio, necessarie per la buona riuscita dei lanci alleati di materiale, e ad impartire altre pertinenti disposizioni.
da documenti IsrecIm in Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell'Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e della Storia Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945) - Tomo II, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998-1999