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martedì 2 giugno 2026

Pigna è perduta dai partigiani



Abbiamo visto come, preceduti da tre giorni di cannoneggiamenti, reparti tedeschi provenienti da Isolabona, Saorge e Briga, l'8 ottobre 1944 avessero costretto i reparti garibalbini nella zona di Pigna a ripiegare sotto la minaccia di accerchiamento.
Riassumendo: il rastrellamento continua incalzante. Il distaccamento di «Barba» arretra dal monte Vetta. Una pattuglia del 5° distaccamento, armata di due fucili mitragliatori, è inviata in direzione di Castelvittorio per accertare lo stato delle cose, i movimenti nemici e appoggiare eventuali formazioni che già combattono.
La zona che si estende dal confine francese a Pigna e che scende a Castelvittorio-Buggio-Carmo Langan, alle ore 22 non è più sotto il controllo garibaldino; della situazione viene informato con un messaggio anche il 3° battaglione della IV brigata e l'8° distaccamento di «Gori» della V brigata, ritornato nella zona di Beusi a monte di Taggia.
Dopo monte Vetta è perduto il passo Muratone; il distaccamento comando della V brigata è obbligato a indietreggiare da Carmo Langan e a ritirarsi su Triora. Il Comando brigata si prefigge, nell'eventualità di una ritirata, di seguire la direttrice Triora-Piaggia per raggiungere il Comando divisione.
Il distaccamento di «Moscone» che si trovava a Cima Marta per proteggere Pigna dal lato di Briga e che, esaurito il suo compito, attendeva ordini precisi, alle 11 del giorno 9 è messo in allarme dalle vedette; una colonna tedesca sale da Briga, il distaccamento si mette in postazione e l'attacca con raffiche di mitraglia per rallentare la marcia e permettere alla colonna dei muli diretta a Bregalla di guadagnare terreno e mettersi al riparo. Gli acquazzoni si susseguono incessanti per tutta la giornata e i garibaldini sono bagnati fino alle ossa; camminano stanchi e taciturni
[...] la I^ brigata pone vigilanza alla strada che da Collardente porta alla galleria del Garezzo ove sono in perlustrazione pattuglie avanzate tedesche.
Il distaccamento di Gino Napolitano (Gino) che, dopo essersi trovato in grave difficoltà, da sud-ovest del monte Ceppo si era già portato a Carmo-Langan e poi a Buggio, riesce a riordinarsi a Triora insieme agli altri reparti.
Nei giorni 10 e 11 la calma si ristabilisce. Il nemico sembra avere subito una battuta d'arresto; sembra stia ordinando le fila, preparando nuovi piani d'attacco.
Le perdite sono gravi, molti gli sbandati e le armi perdute.
Durante questa tregua il distaccamento di «Gino» ritorna a Langan con lo scopo di proteggere il ripiegamento della formazione partigiana da un eventuale pericolo di sorpresa.
[...] Il lavoro dei commissari, provvisoriamente interrotto viene riattivato a Triora; si curano i migliori elementi per poi darli affidati ai tre battaglioni della brigata in via di ricostruzione. In questo precario periodo di vita della V^ brigata i garibaldini hanno dimostrato grande compattezza e massimo coordinamento coi Comandi; ciò verrà confermato nei giorni successivi con l'ulteriore spostamento a Piaggia [Frazione di Briga Alta (CN)], poi a Carnino e indi a Fontane in Piemonte.
Sul ripiegamento ordinato della V brigata, il garibaldino Giulio Manasero (Lulù) racconta: « ... Con l'attacco tedesco a Pigna, non potendo resistere al nemico, i distaccamenti della V brigata riuscirono a ripiegare con ordine, ma questo avvenne anche grazie all'impianto telefonico che ero riuscito a costruire con tenacia e pazienza. Messomi al lavoro dopo l'occupazione di Pigna da parte dei partigiani, avvenuta negli ultimi giorni di agosto, mi misi a collegare con linee telefoniche tutti i distaccamenti della V brigata dislocati su un largo territorio che si prolungava fino a Langan. Con la mia esperienza, costruii un centralino, smontando e selezionando i pezzi di vari apparecchi da campo già in dotazione all'esercito, abbandonati da settembre 1943 nelle varie casematte situate in montagna, come quelle di Margheria dei Boschi, di Muratone, di Lega. Il centralino venne innestato alla ex linea pubblica già dalla "Società dei telefoni e telegrafi", così Langan, Pigna, Marta, Baiardo, Molini di Triora e Badalucco vennero collegati tramite questo ingegnoso lavoro che svolse per un mese un servizio efficiente e, come ho detto all'inizio, fu un prezioso elemento, anche per la salvezza di tutti i distaccamenti nel corso del rastrellamento. Inviati gli ultimi messaggi, con i Tedeschi nelle vicinanze, mi incaricai di distruggere tutti gli impianti...».
Intanto il distaccamento di «Franco» raggiunge Piaggia assieme ad una quindicina di garibaldini di «Leo».
Da Ventimiglia giunge notizia che i tedeschi stanno risalendo la valle del Roja in forze, lasciando sulla costa solo elementi della Marina, mentre a Oneglia pattuglie formate da nazisti e brigate nere partono per perlustrare le strade che danno accesso alle vallate.
La situazione diviene nuovamente critica.
I Tedeschi, distruggendo e incendiando case e fienili per la campagna, compaiono nei dintorni di Triora e la banda locale di Molini si sbanda.
Anche la IV brigata si prepara al peggio: il 7° distaccamento di «Veloce» si tiene pronto a partire per spostarsi sotto monte Ceppo sperando di venirsi a trovare alle spalle dello schieramento nemico, qualora questi operasse verso sud in valle Argentina; nella notte sotto il monte giungono garibaldini sbandati del distaccamento di «Gino» attaccato in mattinata a Langan. Molini è investita da colonne di nazifascisti che riprendono l'offensiva il mattino del 13.
Le prime raffiche prolungate si odono di fronte all'accampamento del distaccamento «Moscone»; colonne di fumo s'innalzano dai tetti delle case di campagna in località Goletta, il nemico dà fuoco a tutto quello che scorge, compresa la casa ove era stato il Comando della V brigata.
Il distaccamento riesce a prendere posizione sul monte Castagna e a rimanervi per quattro ore. Al tramonto, ricevuto l'ordine da «Vittò» di spostarsi, dopo una marcia notturna sotto lo scrosciare incessante della pioggia e per sentieri invisibili ed infangati, raggiunge il paese di Piaggia sul fare dell'alba. I Tedeschi avevano annunciato il loro arrivo a Triora con una breve sparatoria su Langan, dopo aver attraversato il bosco di Tenarda; come abbiamo accennato, incendiati i casoni della Goletta, scendono per i castagneti di Mauta e giunti in località La Besta non proseguono sulla via maestra ma deviano per una scorciatoia che porta alla Noce, indizio evidente che qualche conoscitore dei luoghi li stava guidando.
Giunti nel luogo detto Casin sparano al campanile del capoluogo, come avviso del loro arrivo.
Ondate di soldati tedeschi si susseguono per tutta la giornata. Si fermano nel paese occupando le case private Tamagni, Capponi, Bonfanti, Ausiello, Costa, Moraldo, ecc. L'artiglieria sosta sotto i portici dell'asilo e dell'ospedale; ivi sostano pure le cucine della truppa, mentre la sanità viene si ternata in casa di Lina Novaro (La Baracca) ed i cavalli nella scuderia del «Casermone».
Intanto tutta la V brigata è in ripiegamento verso Piaggia. Avviene in modo ordinato e con calma. Al tramonto del 13 tutti i distaccamenti sono nella zona in attesa di una sistemazione provvisoria. In due giorni la formazione viene riorganizzata con gli effettivi rimasti in efficienza comprendente 350 garibaldini. Mancano ancora i distaccamenti di «Gino» che, rimasto tagliato fuori, riuscirà in seguito a raggiungere Piaggia attraverso il passo della Mezzaluna e la galleria del Garezzo, scansando le colonne nemiche, e l'8° distaccamento di «Gori», in posizione avanzata a Beusi, a monte di Taggia, ove rimarrà per tutto il mese appoggiato a levante dal 3° battaglione di «Artù» della IV brigata
«...il Comando partigiano è sempre a Piaggia; all'intorno sui passi, nei casoni, sulle cime, ancora distaccamenti e pattuglie. Pioggia, fango, umido, nevischio; lento stillicidio dei giorni, la neve è appena sulle cime, l'inverno avanza minaccioso. Il giorno 13 mattino s'ode distinto il rombo del cannone. La V brigata è ancora attaccata; riuscirà ancora a tenere? La domanda ansiosa fa tremare il cuore.
"Osvaldo" [Osvaldo Contestabile] era stato nominato commissario della V e il 5 di ottobre aveva salutato quelli della I brigata prima di lasciarli e rivoltosi al garibaldino Gino Glorio (Magnesia) aveva detto: "Vuoi venire con me? Andiamo verso il fronte, saremo i primi ad essere liberati". "Osvaldo" era partito con la sua pesante coperta sulle spalle... sarebbe stato mai più rivisto?
"Abbiamo ricevuto dal Comando tedesco una specie di ultimatum. Se ci impegnamo a non attaccare ulteriormente i collegamenti tra il fronte e le retrovie, se lasciamo libere le strade, il nemico s'impegna a non molestarci, in caso contrario comincerà il rastrellamento (vedi precedente capitolo: "La battaglia di Pigna")": così il commissario "Osvaldo" [n.d.r.: Osvaldo Contestabile] scriveva al Comando della "Cascione" [n.d.r.: a quella data ancora l'unica divisione della I^ Zona Liguria]. La risposta dei garibaldini è netta e decisa: se i Tedeschi sono disposti a lasciare la Liguria, le azioni di disturbo cesseranno, finchè rimarranno sulla nostra terra sarà nostro diritto e dovere attaccarli ad oltranza. Le formazioni partigiane sono cosapevoli di essere più deboli, che il nemico non minaccia invano, può sgominarle, forse per sempre, ma nulla le piegherà a trattare; la sfida sanguinosa è lanciata, se ne sopporteranno le estreme conseguenze.
Il nemico attacca, ritira le truppe dal fronte e le lancia contro di noi, ritira gli alpini scelti, le artiglierie da montagna e rovescia una valanga di fuoco sulle posizioni della V^. I nostri ripiegano, attendono che il bombardamento si plachi, più veloci tornano in linea e attendono a piè fermo il nemico che sale all'attacco. Più volte il tedesco è respinto; poi riesce a infiltrarsi, la prima linea cede, Pigna è perduta. La V ^ripiega su monte Ceppo, Langan, Cima Marta a copertura di Triora.
L'attacco nemico prosegue; ancora artiglierie, bombardamenti, assalti, ancora i nostri senza cannoni e trincee lasciano le posizioni durante il fuoco per tornarvi subito dopo; ancora tre volte il nemico è ributtato con perdite sanguinose; ora, però, il rombo del cannone è troppo vicino e frequente.
A sera giungono i primi sbandati sotto la pioggia che cade insistentemente. Chi ha una coperta, con quella si ripara dall'acqua, alcuni hanno anche lo zaino, altri hanno tutto perduto, scendono dal Frontè, camminano da ore tra la neve ed il fango. Nella notte il Comando divisionale è pieno di garibaldini della V; sono infangati, bagnati, sfiniti, il morale però è alto, forse più alto di quello dei partigiani della I; già, si è sempre sollevati quando si esce da un rastrellamento, si sfugge da un pericolo, si arriva in una zona controllata dai nostri.
"Ciao, 'Magnesia', come vedi sono tornato... però è andata male". Era 'Osvaldo', il commissario della V con la coperta a tracolla. "Petroni", un uomo di "Umberto" racconta le ultime fasi di vita di una banda: il rastrellamento di San Romolo, la scomparsa del capitano "Umberto": "Ora sono con la V, ce ne sono anche altri... No, 'Marcello' non è con noi, è andato in missione verso San Remo ed è scomparso".
Nella stanza c'è un brusio continuo, partigiani arrivano e ripartono, vengono a cercare un compagno, una banda perduta, chiedono notizie, informazioni, si fermano un po' e poi escono a cercare un fienile. Raccontano i particolari della lotta: il nemico molto superiore aveva attaccato di sorpresa approfittando della nebbia.
Cima di Marta era andata perduta e poi, dopo breve e violenta lotta, la disfatta. Certi distaccamenti sono stati tagliati fuori e si ignora la loro sorte, altri hanno perduto i capi, altri si sono sfasciati.
Alcuni, i più, hanno conservato le armi, la compattezza e ripiegano ordinati; hanno ricevuto l'ordine di fermarsi perchè Pigna si va congestionando. Sono indicati loro i luoghi dove accamparsi.
Rapidi e febbrili fervono a Piaggia i preparativi; gli sbandati vengono nutriti, riequipaggiati secondo le possibilità, inquadrati nuovamente; i distaccamenti meno provati sono nuovamente in postazione per rinforzare lo schieramento della I che protegge l'alta val Tanaro dal lato est contro minacce provenienti da Pieve e da Garessio; la V terrà il fronte sud-ovest: Tanarello-Frontè.
Pattuglie partono in tutte le direzioni per segnalare il nemico e prevenire sorprese. Triora, Langan, Molini sono di nuovo occupati dal tedesco che chiedeva con insistenza: "Dov'è Piaggia? Dov'è il Comando?".
La minaccia si aggrava, i documenti vengono nascosti, l'ospedale di Valcona è sciolto; tutti quelli in grado di camminare vengono rimandati in formazione.
Verrà tentata una resistenza ad oltranza. Ogni ora giungono staffette, notizie, comandanti per discutere; si organizza una riserva al centro, si destinano i comandi; il comandante, il commissario e il capo di Stato maggiore della brigata assumeranno la guida dei tre battaglioni, si fanno previsioni sulle direttive di attacco, tutto pare calcolato; c'è però una cosa che si saprà in seguito e che i comandanti sanno: che mancano le munizioni.
Il punto debole della guerra partigiana sono ancora e sempre le munizioni. Per la guerriglia e l'imboscata necessitano pochi colpi: una raffica e tutto è fatto. Per la resistenza, invece no, per tenere una posizione oltre alle armi occorrono i colpi e le armi della I brigata hanno già sparato a Cesio e a Vessalico ... Piaggia è l'ultimo tentativo di apporre al nemico uno schieramento, di tenere una posizione.
I garibaldini non conoscono la reale situazione, il Comando sa e medita. Le possibilità sono varie: sgombrare subito e portarsi in un'altra zona; ma quale? Nessuna presenta garanzie di sicurezza e il nemico avrebbe attaccato ugualmente dirigendo nella nuova direzione le forze ammassate.
In tal caso, la zona di Piaggia, data la scarsità di carrozzabili, sembra la migliore.
Resistere od evacuare durante il rastellamento? L'ultima ipotesi sottrarrebbe le forze partigiane all'attacco nemico, obbligherebbe quest'ultimo a ricominciare da capo tutti i preparativi concedendo così una sosta valutabile a circa un mese.
La difficoltà sta nella scelta della direzione di marcia, nella impossibilità di aver notizie recenti e precise sui movimenti nemici, nella difficoltà di mantenere rapidi collegamenti con i distaccamenti durante la marcia.
Per evitare un sicuro sbandamento che potrebbe, dato l'avvicinarsi dell'inverno e la conseguente demoralizzazione, avere conseguenze più gravi del solito, si decide per la resistenza. Sabato 14 di ottobre: una colonna tedesca di forza imprecisata raggiunge Ormea, è l'inizio; i feriti di Piaggia vengono in fretta evacuati verso Upega, il piano di resistenza contro l'attacco da due direzioni entra in azione, due distaccamenti partono per intercettare il nemico a Ponte di Nava.
L'ansia è nel cuore di tutti.
La giornata di domenica 15, dopo tanta pioggia, è finalmente serena; tutto è tranquillo, silenzioso; si stenta a credere che il rastrellamento sia già iniziato; il cuore, inconsciamente, si apre di speranza ...
Purtroppo la speranza dura poco tempo. Il nemico prosegue il grande rastrellamento iniziato a Pigna il 5 di ottobre. Il giorno 17 a Upega [Frazione di Briga Alta (CN)] sorprende il Comando della II divisione "Felice Cascione".
Cadono valorosi comandanti partigiani. La V^ brigata "L. Nuvoloni", con la I^ "S. Belgrano", attraverso il passo del Bocchin d'Aseo (Mongioje) si ritira a Fontane (CN), in Piemonte.
Rientrerà nei primi giorni di novembre in Liguria per riprendere la lotta, che condurrà dura e ininterotta fino alla Liberazione.
Osvaldo Contestabile, La Libera Repubblica di Pigna, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia, 1985

domenica 28 dicembre 2025

Ma ogni volta da Pigna li respingono con la fucileria in postazione finché c'è chiaro

Pigna (IM). Sullo sfondo Castelvittorio

«Vittò» [Giuseppe Vittorio Guglielmo] ed i suoi collaboratori, preso fiato, progettavano la conquista di Pigna, tenuta da circa un centinaio di nazifascisti accampati nella caserma Manfredi. Tale presidio ostacolava i movimenti delle formazioni garibaldine che controllavano larghe zone e paesi in tutte le vallate occidentali della provincia. D’altronde, tale centro rivestiva grande importanza anche per il Comando tedesco, il quale intendeva avere libero transito per le sue truppe in quelle zone di frontiera con la Francia.
I Tedeschi però sono indotti ad abbandonare la zona di Pigna non ritenendosi in grado di approntare sul luogo una linea difensiva consistente. I partigiani che, come visto in precedenza, già avevano progettato l’attacco a Pigna, si trovano il paese nelle mani.
Quando i Tedeschi vengono a conoscenza che la colonna anglo­americana non mostra intenzione alcuna di proseguire l’avanzata verso il territorio italiano, si pentono dell’errore di valutazione commesso e tentano la riconquista di Pigna. Ma, ormai, ci sono i partigiani e si accorgono quanti uomini e mezzi e sforzi necessiteranno per fiaccare la resistenza di «un pugno di disperati», per usare l’espressione del capitano Morton precedentemente citata.
Da quel povero ed eroico paesello, trovato in fiamme da Marco Dino Rossi (Fuoco) dopo la fuga tedesca, si costruirà una forza di resistenza degna d’ogni memoria.
Corre il 29 agosto del 1944. Entrano in Pigna i distaccamenti garibaldini e si incontrano con la popolazione. Nasce, ancora una volta, il binomio indistruttibile, popolo e partigiani e, da esso, la «Libera Repubblica di Pigna».
Liberi amministratori, cariche pubbliche assegnate ai più degni rappresentanti del popolo, deliberazioni democratiche, giustizia sociale, contributo alla difesa di questa grande conquista.
È formata una giunta comunale di civili e di partigiani che, ogni giorno, si riunisce e prende le decisioni: ordine pubblico, controspionaggio, requisizione di viveri o materiale illecitamente asportato dai magazzini del disciolto esercito italiano. Il tutto è distribuito alle famiglie più indigenti del luogo.
Il comandante «Vittò», che dà le disposizioni generali, e Lorenzo Musso (Sumi), inviato dal «Curto» [Nino Siccardi, a quella data comandane della II^ Divisione Garibaldi "Felice Cascione"] a Pigna, sono combattenti abili. Ma, nell’occasione, possiedono un pregio in più: l’esperienza comune della precedente lotta antifranchista consumata in Spagna […]
Carlo Rubaudo, Storia della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria) - Vol. II. Da giugno ad agosto 1944, edito a cura dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia, Imperia, Dominici Editore, 1992, p. 373

L'idea dei partigiani è di far credere che il mortaio è nella posizione numero 6, e invece no che non c'è, essendo un trucco. Invece spara dalla posizione numero 5 con le granate ben nascoste di modo che i tedeschi quando rispondono sbagliano il bersaglio. È una idea che viene a Leo [Vittorio Curlo], comandante dei mortaisti di Vittò nella battaglia di Pigna e i tedeschi non lo scoprono il trucco, macchè. A Pigna sotto il Torraggio c'è una forte concentrazione di partigianeria famosa nei dintorni fino in Francia da una cresta all'altra; è da lì che le bande si diramano anche nelle altre valli e al di là del confine, fino al maquis. I tedeschi non lo scoprono il trucco anche se indagano da tutte le parti per sapere com'è che sti contadini barbari li fregano fin qui sul confine italo-francese: eppure non gli sembra vero che dei paesani ignoranti di queste parti così lontane, li prendano in giro in questo modo così poco militare. Ma lo sanno da un pezzo eccome che Pigna la prenderanno soltanto se prima ci spareranno dentro ben bene coi cannoni distruggendola al completo, e se poi ci andranno addosso tutti insieme con tutte le forze concentrate e coi rifornimenti pronti, bruciandola. Altrimenti no. 
A dirlo adesso così e così e di su e di giù, uno non se lo crede com'era a quei tempi sta faccenda di Pigna con la gente tutta d'accordo insieme coi partigiani. 
Era una idea molto precisa sempre la stessa e per tutti sempre eguale che ciascuno se l'era ficcata bene in testa per conto suo, e lì c'era rimasta ben collocata. Il fatto sta che in questo paese guerreggiando così è proprio la gente chissà come grumo contadino tra pietre dure d'arcata e ciottoli di sagrato, a dire di no. "Piuttosto vivere tutti da ribelli, oppure morire tutti insieme in libertà, ma non mollare mai per nessun motivo al mondo" pensano a Pigna. "Chi toca in, toca titi" dicono a denti stretti i paesani compesandosi persin le sillabe; calcandosi il berretto di traverso. 
E dunque soltanto con tutto l'armamentario e la forza concentrata e le cannonate da tutte le parti i tedeschi prenderanno Pigna, altrimenti no. Ma anche se la prenderanno, questa loro idea ficcata dentro ci resterà sempre nella testa della gente da non potersela più togliere. Ci resterà sempre voglio dire anche coi tedeschi in casa a pestarci sopra scarpentandoli. 
Nel frattempo che la gente spara qua e là per la valle [ai primi di ottobre del 1944], gli anziani si mettono d'accordo tra loro e poi decidono di farsi in conto proprio una repubblica. Così fanno come se la sentono d'istinto una libera repubblica riparata a nord dal Torraggio che non lascia passare i venti e la tormenta, ma riparata anche a sud da due postazioni sempre all'erta al di qua e al di là del torrente che non lasciano passare i tedeschi manco a morire. 
I partigiani ne discutono con la gente di questa libera repubblica come l'avevano fatta lì per lì tutti d'accordo e ben precisa; poi gliela approvano quando vedono che funziona proprio sul serio dentro e fuori della valle.
Glielo certificano come qualmente è da riconoscersi a tutti gli effetti contro i nazifascistí in tempo di guerra e in tempo di pace per tutti i dintorni e anche più in là. 
Lo scrivano della V brigata sotto il documento nel registro del Comune ci mette il visto col timbro di Garibaldi bello chiaro; Vittò, che qui lo sanno tutti è il capintesta, lo legge e dice che non ci manca niente: ce ne fossero delle altre così, che va tutto bene altroché. In questo modo si fanno tra loro questa repubblica democratica riconosciuta per tutti gli affari ordinari e straordinari come si presentano di volta in volta. 
Il fascismo prepotente invece si incattivisce di più tutto all'intorno da una volta all'altra con le rappresaglie all'ingrande, e chi se ne frega: così adesso succede che la gente di Pigna e degli altri paesi vicini è gente più importante siccome decide in segreto le faccende che contano a monte e a valle, come si devono fare nell'interesse di tutti. Sono gli uomini al pascolo con le mandrie o nei boschi a far la legna, a decidere; sono le donne a raccogliere castagne o a impastare nella madia farina per il pane; sono tutti insieme con le postazioni dei mortai nei punti giusti, che decidono discutendo per il meglio ma dopo aver cacciato i tedeschi coi fascisti tutti insieme dalla valle, Prima no. Anche gli altri nei paesi vicini fanno lo stesso sotto il Torraggio che li ha sempre riparati dai tempi antichi facendogli barriera, soltanto così e basta. 
In questa repubblica funzionante ogni borgata ci manda il suo uomo al posto giusto di governo con l'incarico per ciascuno conforme al partito d'idea, se ce l'ha; e cioè come se la sente per conto suo; ma quando poi di tanto in tanto devono trattare col Prefetto, ci mandano il Podestà che figura vero per il fascio con tutte le carte in regola e ubbidiente, invece è sempre uno di loro fidatissimo che fa finta soltanto per la burocrazia. Governando come si deve da galantuomini, le delibere le rispettano trascrivendole ad una ad una in calligrafi, per esporle all'albo pretorio. 
Il registro apposito con le firme originali però se lo tengono ben nascosto non si sa mai.
Cosicché il prete che ce l'ha in consegna all'ultimo riesce a salvarlo quando ormai il paese comincia a bruciare e i tedeschi con gli ostaggi ci sono già dentro nei vicoli a rapinare casa per casa; lo seppellisce che nessuno se ne accorge per conservarlo come prova; e dimostrare in questo modo nero su bianco come è fatta veramente questa gente: come è fatta voglio dire coi nomi e coi cognomi dentro nel paese o fuori col mortaio o nascosta nelle tane, la gente di Pigna quando vive in libertà o quando vive in prigionia. 
I distaccamenti partigiani di protezione se li mettono tutti davanti e all'ingiro nei posti buoni; da lì mandano le pattuglie a Gola Gouta e al passo Muratone perché di là c'è sempre pericolo mentre i tedeschi accainati rifanno i ponti verso Isolabona per venirci sotto. 
Ma ogni volta da Pigna li respingono con la fucileria in postazione finché c'è chiaro; poi alla sera si mette a piovere sempre più fitto. Allora i tedeschi idrofobi ci scaraventano sopra l'artiglieria pesante che dura anche tutto il giorno dopo sulle case e tutto intorno; finito il bombardamento le staffette tornano per dire che i tedeschi risalgono la valle, schierati a ventaglio. 
Così quando sta trucchi arrivano proprio a tiro negli orti sotto il paese, sparano ancora tutti gli uomini insieme dalle case ricacciandoli un'altra volta nel torrente in baraonda: ce li ricacciano con le casse di granate che poi di notte se le vanno a prendere per adoperarle quando gli faranno bisogno. 
Durante la tregua, subito dopo le sparatorie, siccome anche i tedeschi sono stanchi, finalmente fanno passare la missione alleata che era lì ad aspettare per sconfinare in Francia. Qui succede perdio che non ci possono piú stare veramente questi ufficiali in divisa sempre in attesa che finiscano chissà come le sparatorie; è pericoloso con la fretta tra i calcinacci e gli spari dentro i vicoli in traffico di uomini, a spingere il mortaio dalla postazione civetta a quella buona, e dunque bisogna andarsene presto; intanto, eccome che adesso col telefono da campo glieli dicono giusti agli inservienti i dati di tiro sui tedeschi. Coi mortai sparano sul monte Vetta in sequenza regolare colpi contati, poi tacciono per lasciare rispondere i tedeschi fuoco lungo e tutto insieme, ma sbagliato. Ricominciano da capo sempre piú precisi finché centrano in pieno la batteria principale: così di quei tedeschi prepotenti là col cannone sempre in funzione adesso non se ne parla piú. 
Osvaldo Contestabile, Scarpe rotte libertà. Storia partigiana, Cappelli editore, 1982, pp. 92-94

mercoledì 17 settembre 2025

Veniva inviato Pagasempre ad un colloquio con i maquisards francesi

L'Escaréne. Fonte: Wikipedia

Scelgo per prima, e non è in ordine cronologico, l'avventura di Pagasempre-Ruffini.
Pagasempre, Arnolfo Ravetti, è nato a Reggio Emilia, diplomato maestro. Prima della seconda guerra mondiale risiedeva a Sanremo con la madre e i fratelli. Chiamato sotto le armi fu mandato in Africa. Nella ritirata percorse la Libia e raggiunse la Tunisia. Fu rimpatriato nel 1943. 
Arruolato nella GAF, fu a Pigna e a Mentone. Torna a Sanremo e quando vuole andare a Mentone per rivedere alcuni amici, viene catturato dai tedeschi. Tenta di fuggire ma viene rinchiuso un mese nelle carceri di Nizza. E' destinato ai lavori di guerra. Mandato  a Calais e poi nella Normandia Francese. Considerato prigioniero è costretto al lavoro coatto. Il trattamento è quasi disumano. Lavorare al freddo ed anche sotto i bombardamenti, con una fame non mai spenta. Doveva lavorare agli scavi e alla costruzione della prima stazione di lancio delle micidiali e infernali bombe radiocomandate V-1. 
Nel febbraio 1944 riusciva a fuggire con altri due italìani. Uno fu catturato sul treno subito dopo la fuga, il secondo riuscì a raggiungere Mentane e qui anche lui fu catturato. I due erano rispettivamente di Salerno e di Lodi. Lui, Paga, raggiunse Parigi e si rifugiò in casa di un certo capo Vincent. Andò quindi a Tolone e trovò lavoro e pane, rimanendo sempre nascosto. 
Nell'aprile del 1944 rientrò in Italia, a Sanremo. Finalmente venne a sapere dell'esistenza dei partigiani sui monti retrostanti Sanremo. Si avviò verso di loro ma non sapeva dove. Sul monte Ceppo, seguendo vaghi indizi di contadini, si diresse verso Carmo Langan. Incontrata una pattuglia tedesca si ritirò verso Baiardo. Rimaneva sempre uccel di bosco e si nutriva come l'istinto dello stomaco suggeriva. Riprese il cammino verso Carmo Langan tenendosi, naturalmente, distante dai sentieri. Arrivato sopra il Santuario di San Giovanni dei Prati, il suo olfatto percepì un odore inconfondibile. Era il lezzo di corpi umani in decomposizione. Erano due soldati tedeschi morti e due carogne di muli. Erano passati sopra una mina. Si avvicinò, si impossessò di una machine-pistole e del sacco di un morto che conteneva ancora zucchero e pane. Dopo essersi rifocillato riprese a camminare e si imbatté in una pattuglia di tedeschi, forse in cerca dei due camerati morti. Impauritosi sparò contro la pattuglia per avere una posizione migliore. Credette di avere ucciso un tedesco ma si curò di più di mettersi al sicuro ed in salvo. Scese, anzi si precipitò nella forra del bosco verso la vallata. Sapeva che ci doveva essere Molini di Triora. Vide poi Cetta e vi si avviò. Incontrati alcuni partigiani, si presentò. Lo temevano come una spia e fu sottoposto ad un lungo interrogatorio. Descrisse il suo viaggio ed il giorno dopo con la scorta di Guido e di Martelau, provò la sua sincerità mostrando sul luogo la verità del suo racconto. Aveva veramente colpito un tedesco della pattuglia. Durante i fatti del 3 luglio 1944, andò con alcuni compagni a Carmo Langan. Qui trovò, fra i rottami di diversa specie, un fucile, un moschetto. Lo pulì per osservarne l'efficienza e scoprì, intagliata sul calcio del moschetto, la parola "Pagasempre". Meravigliato e nello stesso tempo soddisfatto, prese quel nome come termine di riconoscimento.
Divenne, in seguito, capo di Stato Maggiore della V Brigata ["Luigi Nuvoloni" della II^ Divisione d'Assalto Garibaldi "Felice Cascione"]. 
Noi tutti lo conosciamo bene. La sua azione si protrasse nel tempo. Continuò a dare la sua attività nell'ANPI e nella FVL. Aiutò molti partigiani a sistemarsi nella vita. Di lui abbiamo tutti un ricordo che ci fa pensare ad un buon amico.
don Ermando Micheletto, La V^ Brigata d’Assalto Garibaldi “Luigi Nuvoloni” (Dal Diario di “Domino nero” - Ermando Micheletto), Edizioni Micheletto, Taggia (IM), 1975, pp. 99-100

Nel frattempo «Doria Fragola», con un gruppo di partigiani, attacca ed infligge gravi perdite ai Tedeschi che sorvegliano gli abitanti di Isolabona e Dolceacqua, costretti a lavorare per riattivare il ponte di Bunda [n.d.r.: in effetti, il ponte degli Erici] semidistrutto precedentemente dai partigiani.
Ancora «Doria Fragola» effettua alcuni improvvisi attacchi in Val Roja e, in un'azione improvvisa a Breil, in territorio francese, rompe ponti e danneggia strade utili al transito delle truppe tedesche.
Infine, invia «Pagasempre» ad un colloquio con i maquisards francesi, fissato a l'Escarène, nelle vicinanze di Nizza. I partigiani francesi si fanno attendere per tre giorni. «Pagasempre» si allontana con il suo gruppo, dopo aver fatto saltare il viadotto ferroviario Digne-Nizza, presso l'Escarène. «Tra il 25 settembre ed il primo ottobre - sono parole di Vittorio Curlo (Leo) - si ebbe qualche scaramuccia, ed il 26 settembre un nostro attacco di sorpresa ad Isolabona, col mortaio da 45 mm fatto venire da Langan per l'occasione, scaglia sulla postazione tedesca oltre 25 granate. L'azione è condotta da «Doria Fragola». Questi fatti si rivolsero a nostro favore perché riuscimmo a ricuperare munizioni».
Carlo Rubaudo, Storia della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria) - Vol. II. Da giugno ad agosto 1944, edito a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, Imperia, Dominici Editore, 1992  

Pagasempre, che doveva far parte del gruppo di Fragola-Doria [n.d.r.: Armando Izzo, comandante, poco tempo dopo i fatti qui narrati, della V^ Brigata “Luigi Nuvoloni”], era riuscito a scappare dal campanile [n.d.r.: della Chiesa Parrocchiale di Pigna] e a raggiungere il gruppo di retroguardia [n.d.r.: l’autore non mette date, ma qui dovrebbe trattarsi del 10 ottobre 1944, quando la Repubblica Partigiana di Pigna era ormai caduta e la maggior parte dei patrioti combattenti imperiesi, non solo quelli attestati in Alta Val Nervia, ma anche coloro del resto della provincia, si erano ormai avviati, per sfuggire ai rastrellamenti nazifascisti, verso Fontane in Piemonte, in quella che è rimasta nella storia come un’epica ritirata strategica]. È lui, il testimone oculare dei fatti che sto per narrare.
«Stavo per raggiungere il gruppo di Fragola-Doria, dopo aver visto dall’alto del campanile i vari gruppi dirigersi verso Langan. Erano riusciti a sganciarsi bene ed il ripiegamento avveniva con ordine, anche merito mio che sparavo dal campanile e del gruppo di Fragola-Doria che compiva eccellentemente il compito di retroguardia».
[...] Intanto Pagasempre, rimasto solo, all’alba, dopo aver passato la notte al riparo degli alberi, si avviava verso Buggio. Sentiva sopra, verso il Torraggio, le mitragliatrici, che lui pensava fossero di Moscone [n.d.r.: Basilio Mosconi, comandante di un Distaccamento, poi comandante del II° Battaglione “Marco Dino Rossi” della V^ Brigata], attestate all’incrocio della strada militare del Torraggio, verso Pietravecchia, che respingevano i tedeschi.
Giunto a Spegli fu accolto da alcuni carbonari, dove incontrò il maggiore Zoroddu, con la moglie e le due bambine.
[...] In Gordale si radunarono molti sbandati e formarono il distaccamento del tenente Lilli [Fulvio Vicàri, medaglia d’argento alla memoria], ma non avevano mezzi di sussistenza, né collegamenti con il grosso delle forze avviate verso il Piemonte.
I tedeschi avevano occupato tutta la zona e bisognava stare in guardia.
Il maggiore Zoroddu incarica Pagasempre di recarsi a Poggio di Sanremo con un biglietto di presentazione per i signori Nino Ghersi e Corrado Mancini, facenti parte del C.L.N. onde avere mezzi di sussistenza. 
don Ermando Micheletto, Op. cit., pp. 199-202

Tornato dalla ricognizione a Cima Marta e dalle zone su Briga non trovai più nessuno. 
Erano tutti scesi verso la costa. 
La strada da Carmo Langan rigurgitava di colonne tedesche in discesa verso Molini di Triora per andare ad imboccare poi la strada verso Rezzo.
Io mi mordevo le mani perché ero nell'impossibilità di fare qualcosa. 
Avevo racimolato qualche uomo da Realdo, da Creppo, da Bregalla. 
In un momento di interruzione del transito dei nemici attraversammo un tornante di quella strada dirigendoci verso Colle Bracco. 
Di lì vidi uno spettacolo impressionante. Lunghe colonne di tedeschi erano in marcia sulla strada di Rezzo. Sarebbero bastati pochi uomini, dotati di armi automatiche, per fermare tutta la fila di tedeschi, senza possibilità di scampo: il passaggio dalle rocche di Drego, distrutto e rifatto male, comportava un passaggio lentissimo.
Sulla via Molini di Triora-Taggia i ponti erano stati fatti saltare.
Impossibilitato a fare qualcosa per mancanza di uomini ben armati, mi diressi verso San Faustino, dove recuperai altri partigiani.
Pensando che il grosso delle nostre forze fosse già a Sanremo, condussi i miei uomini verso Ceriana, Monte Bignone, San Romolo.
Nel tragitto il mio gruppetto aumentava di unità in continuazione. Erano però quasi tutti patrioti disarmati, ragazzi lasciati indietro perché semiinvalidi o per adempiere ad altre incombenze, una specie di informatori di retroguardia.
Giunti a Sanremo la trovammo tutta imbandierata...
Pagasempre in don Ermando Micheletto, Op. cit.

lunedì 4 agosto 2025

Nei giorni successivi la formazione passa al comando di Stefano Carabalona

Pigna (IM), Val Nervia

Nella Valle Nervia [dopo l'8 settembre 1943] alcuni ufficiali cercarono rifugio e sicurezza a Rocchetta Nervina, dove il tenente Stefano Carabalona ["Leo"], residente in loco, cercava di organizzare gli sbandati e di procurare il maggior numero di armi possibili.  
don Ermando Micheletto, La V^ Brigata d’Assalto Garibaldi “Luigi Nuvoloni” (Dal Diario di “Domino nero” - Ermando Micheletto), Edizioni Micheletto, Taggia (IM), 1975

L'8° distaccamento [della IX^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Felice Cascione"] giunge a Rocchetta Nervina verso il 20 giugno [1944]. È comandato da Alfredo Blengino (Spartaco) che il giorno 23 dello stesso mese lancia un proclama alla popolazione del paese, ringraziandola per la solita buona accoglienza fatta ai partigiani ed invitandola ad appoggiare, nella maggior misura possibile, l'azione di chi combatte per la libertà [...] Gli uomini della formazione ammontano ad una ventina, ma, in pochi giorni, il numero degli effettivi è pressocchè raddoppiato, mentre viene notevolmente migliorata l'organizzazione del distaccamento. L'armamento consiste in fucili e moschetti. L'8° distaccamento opera nella Val Roja, procurando notevoli difficoltà al traffico delle truppe nazi-fasciste. 
Nei giorni successivi la formazione passa al comando di Stefano Carabalona (Leo) che si trova subito impegnato in un durissimo combattimento.
Carlo Rubaudo, Storia della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria) - Vol. II. Da giugno ad agosto 1944, edito a cura dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia, p. 154

[...] il mese di luglio [1944] si aprì con un rastrellamento tedesco a largo raggio, essenzialmente rivolto verso Rocchetta Nervina, Castelvittorio, Molini di Triora e Langan.
La difesa di Rocchetta Nervina, che si protrasse dal 1° al 4 luglio 1944, ebbe luogo soprattutto ad opera dell'8° Distaccamento della IX^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Felice Cascione", che da circa una settimana era attestato nel paese. [...] Per alcune ore il combattimento si protrasse con alterne vicende ed alle 12 i nazifascisti si ritirarono, accusando la perdita di un centinaio di uomini.
La difesa del paese venne fiaccata il giorno successivo, 4 luglio 1944, ad opera di 800 uomini di truppa che, occupato il paese, lo saccheggiarono. Alla sera rimase sul selciato un ingente numero di vittime.
Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell'Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945), Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998-1999

"Ma il tedesco pagò ben caro il suo successo, perché non meno di 180 uomini furono messi fuori combattimento... Fra coloro che maggiomente si distinsero sono da ricordare il vecchio "Notu" che, benché fosse rimasto ferito due volte, continuò a lottare fino all'esaurimento delle sue munizioni, Longo [Antonio Rossi], Falce [G.B. Basso], Colombo, Filatri [n.d.r.: Gennaro Luisito Filatro, nato il 24 giugno 1917 a Civita (CS), già sergente maggiore del Regio Esercito, ufficiale addetto alle operazioni di distaccamento, passò poi in Francia al seguito di Carabalona], il giovanissimo Arturo [Arturo Borfiga] ed il prode Lilli [Fulvio Vicàri], che doveva più tardi immolare la sua giovane esistenza per la causa della liberazione".
Stefano Carabalona (Leo) in Mario Mascia, L’epopea dell’esercito scalzo, A.L.I.S., 1946, ristampa del 1975 a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia

Il rastrellamento di luglio [1944] da parte dei nazifascisti non fu lungo. Il Comandante Vitò [Giuseppe Vittorio Guglielmo] aveva ordinato ed organizzato una ritirata di emergenza e dava ordini precisi ai vari comandanti dei distaccamenti di attendere i suoi ordini. Radunò lo Stato Maggiore e studiò nei minimi particolari un attacco alla caserma di Pigna.
[...] Il distaccamento di Stefano Leo Carabalona [n.d.r.: poco tempo dopo comandante della Missione Militare dei Partigiani Garibaldini presso il Comando Alleato di Nizza] dalla parte di Rocchetta Nervina, con Lolli [n.d.r.: Giuseppe Longo, in seguito vice comandante della citata Missione Militare presso il Comando Alleato], doveva vegliare con i suoi uomini la strada Dolceacqua-Pigna.
don Ermando Micheletto, Op. cit.

Verso la fine d’agosto 1944, in concomitanza con l’avanzata degli eserciti alleati sbarcati in Provenza, la V^ Brigata Garibaldi,  forte ormai di oltre 950 uomini, iniziò un’azione convergente su Pigna, tenuta da un centinaio di militi repubblicani e centro delle difese nazi-fasciste della zona di montagna... In quei giorni si distinsero i distaccamenti di Gino (Gino Napolitano), di Leo (Stefano Carabalona), e di Moscone [Basilio Mosconi]. Alla fine il nemico rinunciò a difendere le sue posizioni di Pigna: evacuò il paese e si ritirò su posizioni più arretrate (Isolabona - Dolceacqua), abbandonando nella fuga precipitosa armi e munizioni che furono recuperate dai nostri e che andarono ad arricchire l’esiguo armamento di cui la brigata era provvista. Venne occupata Pigna, dove si stabilì il comando dei partigiani, si nominò un’amministrazione provvisoria e si provvide a munire la difesa della zona sia per poter riprendere gli attacchi verso la costa ed in direzione del fronte francese che si andava spostando verso est, sia per far fronte ad eventuali contrattacchi nemici.  Infatti il I° distaccamento prese posizione su Passo Muratone alla destra dello schieramento per impedire puntate provenienti da Saorge (Francia); il V° distaccamento, al comando di Leo, occupò la stessa Pigna, posta al centro dello schieramento, distaccando una squadra di venti uomini a Gola di Gouta a guardia della strada. [...]  A Pigna, nel frattempo, era giunta una missione composta di numerosi ufficiali “alleati”, accompagnati da un corrispondente di guerra canadese. La missione, studiata la zona, avrebbe dovuto proseguire per la Francia passando attraverso le maglie delle linee tedesche fra Gramondo e Sospel.
Mario Mascia, Op. cit. 

Stefano "Leo" Carabalona era nato a Rocchetta Nervina (IM) il 10 gennaio del 1918. Dopo aver conseguito la maturità classica a Mondovì (CN), nell’imminenza della guerra fu chiamato alle armi ed inviato a Pola presso l’allora esistente scuola allievi ufficiali di complemento dei bersaglieri. Quale sottotenente dei bersaglieri partecipò alla campagna di Albania ed alla guerra in Grecia, dove venne decorato con una medaglia di bronzo al V.M. Promosso per merito straordinario tenente ed infine ferito più volte in combattimento, in seguito alle lesioni riportate nell’ultima delle ferite (schegge all’occhio sinistro) venne rimpatriato a Firenze presso l’ospedale militare. Congedato al termine della convalescenza, tornò a Rocchetta Nervina, ma nel 1941 in vista della campagna di Russia si arruolò volontario quale ufficiale di fanteria ed assegnato alla divisione celere “Legnano”. Rientrò in Italia a piedi con pochi superstiti della compagnia di cui era comandante. Nel 1943 si sottrasse alla chiamata della R.S.I.: per vendetta fu incendiata la casa di famiglia in Rocchetta Nervina, ma fortuite circostanze impedirono al fuoco di propagarsi e la casa si salvò; sono rimaste sul pavimento di una stanza, visibili a tutt’oggi, le tracce di quelle fiamme.  Giuseppe Carabalona, figlio di Stefano, email, 2012 

Arturo Borfiga portò 12 russi al Distaccamento di Leo e un'altra volta un mulo con 2 mitragliatrici, di cui aveva infilato le canne nei pantaloni.
Leo sgozzò l'ufficiale repubblichino che dai pressi del cimitero di Camporosso faceva sparare su Rocchetta Nervina.
Quando a Vallecrosia, il giorno del suo ferimento, aprì la porta agli uomini dell'UPI, era riuscito a mettere la mano sulla pistola del nemico, deviando il colpo partito nella colluttazione. Massimo Carabalona, figlio di Stefano, email, 2020 

Pippo Longo (Lolli) mi raccontò che quando lo vide [n.d.r.: vide Stefano Carabalona, arrivato a Nizza gravemente ferito] era talmente giù che stentò a riconoscerlo.
Ricordo che gli americani lo curarono al Pasteur di Nizza dove gli estrassero il proiettile. Gli fecero un regalo facendo realizzare un braccialetto e fecero montare l’ogiva.
La palla fu estratta dalla schiena, dove gli rimase una significativa cicatrice.
Longo, siciliano di Catania, era ufficiale della Guardia alla frontiera GAF. Più o meno era coetaneo di mio padre. Non mi ricordo dove Longo era in servizio, sicuramente il comando era a Ventimiglia ma le unità erano assegnate sul confine. Se non ricordo male andarono in montagna insieme. Sicuramente si erano conosciuti in precedenza: Rocchetta era un centro di distribuzione di riferimento per quella porzione di fronte. Di lì partiva gran parte del tabacco e delle poche sigarette destinate ai militari. Non credo avesse avuto le stesse esperienze operative di mio padre, ma ricordo che era ben considerato e che sono stati insieme in tutti i guai. 
Massimo Carabalona, figlio di Stefano, email, 23 dicembre 2021 

venerdì 23 maggio 2025

I partigiani di Pigna puntarono la loro mitragliatrice pesante in direzione del trivio di accesso a Baiardo


La V^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Luigi Nuvoloni" della II^ Divisione "Felice Cascione" venne fatta oggetto nei primi giorni di settembre 1944, nella zona di Baiardo, di un mal riuscito tentativo di rastrellamento da parte nazi-fascista.
Il 4 settembre 1944 nei pressi del cimitero del paese le sentinelle garibaldine avvistarono un gruppo di nemici che si avvicinavano e, aperto il fuoco, causarono otto morti ed un ferito. "Il caso volle che il prigioniero ferito fosse un polacco, il quale informò i partigiani che il sergente tedesco comandante della pattuglia, roso dall'ira per la sconfitta subita, aveva svelato il piano nemico: l'indomani cinquanta tedeschi sarebbero giunti a Baiardo per sloggiare i banditi", così scrive Francesco Biga in  Storia della Resistenza imperiese, Vol. III: Da agosto a dicembre 1944 (a cura dell'Amministrazione Provinciale di Imperia e con patrocinio IsrecIm, Milanostampa Editore - Farigliano, 1977).
Questa preziosa informazione eliminò il fattore sorpresa a vantaggio degli attaccanti, in quanto i garibaldini poterono organizzare la difesa del paese sotto gli ordini di "Vittò" ["Ivano", Giuseppe Vittorio Guglielmo, da luglio 1944 comandante della V^ Brigata Garibaldi "Luigi Nuvoloni" e dal 19 Dicembre 1944 comandante della II^ Divisione "Felice Cascione"] e di "Gino", Gino Napolitano. Alle 6 del mattino i tedeschi attaccarono da tre direttrici: "la prima proveniente da Badalucco-Ceriana, la seconda da San Romolo-Monte Bignone, la terza da Isolabona-Apricale".
I partigiani con il loro ampio raggio di fuoco impedirono l'avanzata dei tedeschi e successivamente si sganciarono verso Monte Ceppo in modo da essere fuori dalla portata del tiro dei mortai nemici.
Contemporaneamente i garibaldini di Pigna puntarono la loro mitragliatrice pesante in direzione del trivio di accesso a Baiardo e bloccarono in questo modo i nazisti.
Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell'Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945), Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998-1999
 
[...] sentinelle che avevano udito raffiche di mitra provenienti da Bajardo. Segno di un conflitto del quale il comandante Ivano venne avvisato da una staffetta. Vittò, trovandosi in zona, raduna una squadra e parte immediatamente alla volta di Bajardo, paese occupato il 2 settembre dal I° Battaglione di Gino Napolitano (Gino). La situazione, infatti, stava per precipitare. Le raffiche di mitra udite in precedenza segnalavano uno scontro tra alcuni uomini del II Distaccamento e un'avanguardia di tedeschi. Questi ultimi, nel pomeriggio, al termine di un conflitto a fuoco lasciarono sul posto morti e feriti. Tra coloro ai quali i partigiani prestarono cure c'era un polacco che, sentitosi in debito con i propri soccorritori, rivelò il piano nemico; il giorno successivo circa 500 tedeschi sarebbero saliti a Bajardo per cacciare i partigiani.
Alle 3 del mattino del 5 settembre, la gran parte delle forze appartenenti alla V Brigata aveva raggiunto le postazioni per contrastare l'avanzata dei nazifascisti, i quali, mentre avanzavano divisi in tre colonne provenienti da Ceriana, San Romolo e Apricale, vennero contrastati efficamente dai partigiani. Dopo i primi attacchi ci fu un periodo di relativa tranquillità ma, quando i tedeschi e i repubblichini del Battaglione San Marco misero in campo le armi pesanti (mortai e cannoni), i partigiani compresero che era giunto il momento di ritirarsi.
"Nonostante dovessimo ritirarci" - ha raccontato Vittò "eravamo soddisfatti di aver dimostrato la nostra presenza efficace. Erano in gran numero e compresi che la roccaforte di Bajardo era per noi in quel momento inattaccabile. Insegnai ai miei uomini la tattica del ripiegamento adatta a far consumare al nemico tante munizioni senza risultato. I miei suggerimenti furono accettati ed i miei insegnamenti sfruttati. Diventavano regola per le prossime circostanze. Avremmo potuto resistere di più ma io non dimenticavo che la nostra era una guerriglia. Dovevamo attirare le pattuglie nemiche a cercarci e far sì che, sparpagliandosi, dovessero diminuire di numero; così le potevamo attaccare in superiorità per le nostre cercate posizioni strategiche. Diminuendo il numero degli uomini delle pattuglie, esse dovevano avanzare prive di armi pesanti e così erano da noi battute. Quando arrivava la forza grossa, la massa, noi avevamo cambiato posizioni e li costringevamo nuovamente, per cercarci, a riformare piccole pattuglie. La battaglia, in queste condizioni, era favorevole a noi. Ci siamo ritirati tutti a Carmo Langan e non ci inseguirono. Ogni distaccamento tornò alla sua sede". <44

44 don Armando Micheletto, La V^ Brigata d’Assalto Garibaldi “Luigi Nuvoloni” (Dal Diario di “Domino nero” - Ermando Micheletto), Edizioni Micheletto, Taggia (IM), 1975, pagg, 117-118
Romano Lupi, VITTO'. Vita del comandante partigiano Vittorio Guglielmo, Quaderni sanremesi, Sanremo, 2011  

domenica 11 maggio 2025

Il comando tedesco preparava da Taggia l'attacco a Pigna

Taggia (IM): una vista su Castellaro

Il 6 [ottobre 1944] il garibaldino «Pablos», a Civezza in missione, venuto a conoscenza che un Tedesco era salito in paese, lo affronta per disarmarlo; avviene una sparatoria e il Tedesco rimane ucciso; tra quelli sopraggiunti in aiuto al camerata uno rimane gravemente ferito, mentre il garibaldino riesce a ritirarsi incolume.
Un'altra squadra del 4° distaccamento tende un'imboscata presso la «strada rotta» ad una quindicina di Tedeschi che si erano recati a Borgomaro per prelevare fieno. Cadono tre nemici (un morto e due feriti gravi) mentre i superstiti riescono a fuggire attraverso un canneto sottraendosi così alla cattura. La squadra rientra al completo alla base.
Per rappresaglia i Tedeschi uccidono un giovane e bruciano alcune case presso San Lazzaro Reale.
Presso Taggia due garibaldini del 2° ballaglione fanno fuoco contro i Tedeschi che perdono un uomo; per rappresaglia rastrellano Riva Santo Stefano e imprigionano il parroco don Pistola Luigi, l'ex sindaco Gatti Pietro ed il Direttore didattico.
Nella prima settimana di ottobre i Tedeschi presidiano la strada statale n. 28 da Oneglia a Chiusavecchia con le seguenti forze: reparto tedesco di trenta uomini con mortai a Castelvecchio; un cannone da 75 ai piedi del ponte vecchio e un altro suIla pista da ballo di San Giacomo a Barcheto, puntati in direzione di Pontedassio, presidiati da trenta soldati; alla cabina elettrica: sei Tedeschi di guardia pronti a farla saltare; in località Lalena: trenta uomini di presidio alla strada minata; a cava Rossa: cannone piazzato oltre le case della cava e mitragliatrice sul ponte con venti uomini; in località Libaghi: infermeria e personale vario; a Pontedassio: nel giardino sotto il carradore piazzati cinque cannoni da 105 mm., duecento Tedeschi in paese; a Monteminato: montagna minata con accensione a miccia e non più a corrente elettrica, posto di guardia composto da una diecina di Tedeschi; a Chiusavecchia: fortino in pietra all'ingresso del paese e un altro ove risiede il Comando della «Muti»; a Garzi: due fortini, uno di fronte all'altro, ai lati del ponte.
Tutti questi preparativi sono rivolti verso nord, ossia verso i monti dove si suppone che i Tedeschi attendano gli eventi.
Frattanto s'insedia a Taggia il Quartiere Generale del Comando tedesco incaricato di organizzare e dirigere il prossimo rastrellamento che scatterà da Pigna nella mattinata dell'8 di ottobre.
Vi giunge un generale d'armata che predispone lo sfollamento delle case in località Seru du Bon per allestirvi un deposito di munizioni e  carburante e alloggiarvi un battaglione di SS tedesche; di altre case di Arma e di Taggia, necessarie a numerose truppe che incessantemente affluiscono, con l'ordine di risalire, in fase di rastrellamento, la valle Argentina e raggiungere i forti di Nava.
Altri attacchi contro il nemico vengono condotti con accanimento nei giorni successivi. Una pattuglia del 10° distaccamento «W. Berio», comandata da Angelo Setti (Mirko) ed operante sulla 28, sorpreso nel pomeriggio del 7 un plotone di quaranta militi fascisti presso San Lazzaro, lo sottopone ad un intenso fuoco di mitragliatori e lo sbaraglia causandogli otto morti compreso un ufficiale.
Il 10 una squadra del 7° distaccamento comandata dal caposquadra «Romolo», in agguato sulla via Aurelia, mitraglia un autocarro e provoca la morte di due Tedeschi ed il ferimento di altri quattro. Segue un forte rastrellamento su tutto il territorio del Comune di Taggia con prelievo di civili (quattordici persone tra cui Lasagna Angelo trattenuto per molto tempo).
A San Lorenzo al Mare vengono prelevati in ostaggio i civili don Mariano Clerici, Ricca Francesco, Belgrano Vincenzo e portati alla caserma «G.B. Revelli» ad Arma; saranno seviziati per tre mesi. Solo il parroco viene liberato il giorno 28.
L'11 di ottobre sette uomini del 5° distaccamento col comandante Giovanni Arrigo (Romolo), tesa un'imboscata nella zona di Cesio a ottanta fascisti e Tedeschi, li sbandano con raffiche di mitragliatore: dieci morti e undici feriti nemici rimangono sul terreno. L'azione viene completata con la distruzione del nuovo ponte ricostruito dai Tedeschi tra San Lazzaro e Caravonica. Nessuna perdita garibaldina.
Il 12 un'altra pattuglia del 7° distaccamento assalta tre camion tedeschi che transitano sulla via Aurelia tra il capo di Santo Stefano e la torre Aregai; apre il fuoco alla distanza di una diecina di metri con «Mayerling», mitra, machinen-pistole e bombe a mano di fabbricazione greca; le perdite del nemico assommano ad un elevato numero di morti e feriti, un autocarro rimane incendiato al lato della strada.
Il giorno 13, garibaldini del 2° distaccamento prelevano a Piani d'Imperia due agenti fascisti di Pubblica Sicurezza ivi recatisi per informazioni e il 14 una spia a Caramagna.
Dal settembre all'ottobre Ville San Pietro fu sede del Comando della IV brigata e dell'ospedaletto da campo partigiano.
La 5^ compagnia della brigata nera occupa Ceriana il 15 di ottobre.
Francesco Biga, Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), Vol. III. Da settembre a fine anno 1944, IsrecIm, Milanostampa Editore - Farigliano, 1977, pp. 163-164


 

mercoledì 5 marzo 2025

Le raffiche tedesche rendono fumanti le rocce su cui battono

Pigna (IM)

In località Colla cade il partigiano Rollo Giovanni di Giovanni (classe 1899).
Pigna è perduta, i Tedeschi vi bruciano decine di casolari e così a Buggio. Inizia il grande rastrellamento nazifascista che durerà dieci giorni e terminerà il 18 di ottobre [1944] con il passaggio in Piemonte delle forze garibaldine della V brigata. Castelvittorio viene occupata da un battaglione di Tedeschi che si accantonano nelle case migliori e vi rimangono tre mesi razziando e uccidendo molte persone e ne deporteranno cinque in Germania.
Ecco uno degli episodi di cui furono protagonisti garibaldini della V brigata nella giornata dell'8 di ottobre [1944], come racconta il comandante Giuseppe Gaminera (Garibaldi):
«...il mattino dell'8 di ottobre "Spartaco", comandante di quello che fu un distaccamento di Candido Queirolo (Marco) decimato il 14 di agosto a Baiardo, accampato nella caserma distrutta di Muratone, tramite una staffetta riceve l'ordine dal comandante "Vittò" di inviare rinforzi al distaccamento di Rocchetta Nervina. Parte il garibaldino Giuseppe Gaminera (Garibaldi) al comando di una squadra di dodici uomini; il drappello s'inoltra nella gola di Scarasan presso il bivio di Gouta.
In basso s'intravvede a tratti la strada militare percorsa da numerose colonne tedesche che salgono verso l'alto. Il Gaminera chiede informazioni ad una postazione garibaldina il cui comandante, accompagnato dal commissario e da alcuni subalterni era sceso a valle venendo tagliato fuori dalle colonne avanzanti, quindi attacca il nemmico con foga e valore, dopo di che, con gli uomini del distaccamento di Rocchetta Nervina, si sposta su posizioni più sicure presso il passo Muratone, sperando di trovarvi ancora gli altri compagni del distaccamento col comandante "Spartaco", ma invano.
Ad un tratto il Gaminera ode il mitragliatore del bravo garibaldino Nicolò Rubino (Matteotti), che aveva fatto appostare in una posizione sottostante. Ode pure i cannoni e le mitraglie che rimbombano presso Pigna. L'eco pauroso sale verso l'alta montagna ed i garibaldini immaginano cosa sta succedendo nel paese, mentre scorgono altre colonne nemiche che stanno salendo da Saorge.
Il drappello s'incammina verso il Toraggio per una strada intagliata nella roccia, buona posizione per opporre resistenza al nemico. Per il sentiero nord, giunto all'incontro con il sentiero sud presso il secondo costone, il comandante Gaminera piazza un mitragliatore Saint-Etienne ed invita "Matteotti", che intanto si era ritirato, a portarsi lassù, sul lato ovest del Toraggio, per coprire i suoi uomini.
Davanti le raffiche nemiche rendono fumanti le rocce su cui battono. "Garibaldi" apre il fuoco contro un "Majerling" nemico riducendolo al silenzio per alcuni minuti; è l'occasione per passare oltre il tiro nemico. Passa anche una capretta bianca che per caso era sul posto e che, imperterrita continua a brucare l'erba.
Ma ecco che il "Majerling" riprende a sgranare le sue raffiche, accompagnate da assordanti colpi di mortaio. Il garibaldino "Matteotti" che, rimasto sommerso con i suoi uomini e con quelli di Rocchetta Nervina dai Tedeschi avanzanti non aveva fatto in tempo a raggiungere la posizione che gli era stata assegnata, riesce in tempo a porsi in salvo.
I mortai nemici picchiano sempre più duro. Ora agli uomini di "Garibaldi" non rimangono che pochi minuti per mettersi in salvo. Il comandante ordina ai compagni di percorrere di corsa i cento metri in rapidissima salita che li dividono dalla sommità della collina, per sganciarsi dal nemico. Sono cento metri difficilissimi, il pietrame sgretolato rallenta la corsa, mentre il nemico spara con furia. Sulla collina per primo giunge "Fulmine" seguito da tutti gli altri. Ma il drappello si accorge che sul versante opposto la collina strapiomba su un abisso dove si scorgono soltanto le cime dei pini. È impossibile scendere, mettersi in salvo.
Allora "Garibaldi" punta il mitragliatore di fianco mentre gli inservienti Zambarbieri Lino (Piero), Moraglia Gerolamo (Fulmine), Allaria Battistino (Savona) e Capponi Antonio (Nino) puliscono i caricatori per evitare un inceppamento dell'arma. Il nemico è vicino, il momento è drammatico. Un prete olandese, già prigioniero dei Tedeschi e poi passato ai garibaldini di Rocchetta Nervina, trova riparo dietro un grosso sasso; prega con un rosario in mano conscio della prossima fine.
Ma ecco un po' di nebbia inghiottire la collina, mentre s'ode un Tedesco dare un calcio al mucchietto di bossoli lasciati dal mitragliatore di "Garibaldi" nella precedente posizione. Alla nebbia segue una fitta pioggia mentre la truppa tedesca passa; lo dice un vociare in tedesco, un tintinnio di armi e di borracce e un bestemmiare in dialetto dei contadini requisiti con i propri muli. Dopo parecchio tempo, il silenzio.
Dalla cresta della collina i garibaldini di Gaminera scendono sul sentiero che avevano lasciato qualche ora prima e guidati da Ballistino Allaria (Savona), di Andagna, raggiungono il casone di un pastore sperando in qualche modo di potersi sfamare. Ma ritrovano i Tedeschi ed ancora devono allontanarsi verso una baita in basso. Stremati dalla fatica quivi si addormentano sotto il fieno. Chi, all'alba, apre la porta del ricovero, scorge a cinquanta metri una sentinella tedesca presso un'altra baita; ma cammina avanti e indietro e, quando volge la schiena, uno alla volta, i garibaldini riescono nuovamente a fuggire, però devono rimanere nei dintorni perchè sono circondati.
Si cibano di castagne e dopo due giorni, con l'aiuto di un pastore di Pigna, riusciranno a raggiungere Baiardo per incorporarsi, poi, come 9° distaccamento, nel 3° battaglione comandato da Domenico Simi (Gori), della V brigata.
Un garibaldino di Rocchetta Nervina, dopo le peripezie rimasto solo con "Garibaldi", ed il prete olandese, erano ritornati verso passo Muratone...».
Osvaldo Contestabile, La Libera Repubblica di Pigna, Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia, 1985, pp. 54-56

lunedì 19 agosto 2024

Durante l'inverno molti altri reparti tedeschi si acquartiereranno nelle vicine zone di Isolabona e di Pigna

Pigna (IM)

Il primo gennaio [1945] il commissario federale fascista Mario Massina annuncia ai cittadini di Baiardo che è stato giustiziato il partigiano "Boia" (4).
A Pigna i fascisti insediano il Tribunale Militare antipartigiano. Coloro che sono fermati vengono tenuti prigionieri in casa Ubago. Anche a Isolabona è insediato un Tribunale in casa Basottini. Entrambe le case diventeranno più di una volta l'anticamera della morte (5) [...] Don Antonio Allaria Olivieri informa che la presenza dei Tedeschi a Castelvittorio ha uno scopo ben preciso. Essi hanno l'ordine di incunearsi tra i monti dell'alta Val Nervia per annientare le formazioni partigiane colà operanti e tenere ad ogni costo il libero accesso alla valle che, attraverso i passi, conduce in Piemonte. Le prime sortite punitive del nemico ed i suoi vari tentativi di rastrellare la valle sono contrastati da improvvisi attacchi partigiani causandogli delle perdite. A Castelvittorio il nemico pone la sua sede in casa Moro ubicata in Via Roma, mentre quello politico e il tribunale si insediano in una casa di Piazza XX Settembre. Un folto gruppo di ufficiali prende alloggio in casa Caviglia, altri ancora in casa Borfiga. Nella casa canonica, tenuto conto della sua posizione dominante la valle, vengono installate tutte le apparecchiature radio. Lungo Via B. Caviglia sono salmerie e cucine.
Le truppe sono sparse o alloggiate in varie case. In breve tempo i Tedeschi si organizzano, emanano ordini duri e precisi ai Castellesi, ma organizzano in modo forzato anche i civili. I capifamiglia devono presentarsi per tre alla volta per tre giorni consecutivi presso il Comando di Piazza XX Settembre. Da ora in poi molti cittadini passeranno delle notti in carcere, altri saranno richiesti per svolgere lavori pesanti.
Non pochi saranno inviati fuori paese e a valle per costruire trincee e stendere fili spinati. I Castellesi, che oramai sono sotto controllo continuato del nemico, avrebbero pagato di persona nel caso i partigiani avessero ucciso dei militari. Ogni Tedesco ucciso, sarebbero stati fucilati cinque cittadini locali (7).
Durante l'inverno molti altri reparti tedeschi dislocati sul fronte delle Alpi Marittime meridionali, si acquartiereranno nelle vicine zone di Isolabona e di Pigna.
[NOTE]
4 Vedasi: "Eco della Riviera", dell'8 gennaio 1945: il partigiano, trovatosi davanti al plotone di esecuzione, ordina lui stesso il fuoco.
5 Cfr. Don Nino Allaria Olivieri, Sangue a Castelvittorio, pag. 42.
6 ISRECIM, Archivio, Sezione II, cartella 28, lettera del CLN all'ufficio SIM della V Brigata.
7 Cfr. Don Nino Allaria Olivieri, Op. cit., pagg. 41-43.
Francesco Biga  (con la collaborazione di Osvaldo Contestabile), Storia della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria), Vol. IV. Da Gennaio 1945 alla Liberazione, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, Grafiche Amadeo, 2005, pp. 103,104

4 gennaio 1945 - Dal comando del I° Battaglione "Mario Bini" della V^ Brigata, prot. n° 33, al comando della V^ Brigata "Luigi Nuvoloni" della II^ Divisione "Felice Cascione". Relazione militare: erano presenti a Pigna 60 tedeschi equipaggiati con armi leggere; artiglierie nemiche nel frattempo spostate da Pigna a Passo Muratone, Gouta e Margheria dei Boschi.
4 gennaio 1945 - Dal comando della V^ Brigata, prot. n° 250, al comando della II^ Divisione. Trasmetteva la relazione militare del I° Battaglione ricevuta con prot. n° 31
4 gennaio 1945 - Dal comando [comandante "Danko" Giovanni Gatti] del I° Battaglione "Mario Bini", prot. n° 32, al comando della V^ Brigata. Relazione militare: a Isolabona (IM) erano presenti 200 tedeschi; 200 tedeschi anche ad Apricale (IM); 300 a Dolceacqua (IM); a Perinaldo (IM) una squadra di 20 tedeschi per riparare la strada Perinaldo-San Romolo; da Sanremo (IM) erano partiti 2 Mas, con a bordo uomini della X^ Flottiglia disertori dalle file repubblichine, che sembravano diretti alla costa francese; a Baiardo (IM) il tenente dei bersaglieri era ben visto dalla popolazione perché per Natale aveva regalato sigarette e liquori.
7 gennaio 1945 - Dal comando del I° Battaglione "Mario Bini" al comando della V^ Brigata. Relazione militare: "a Pigna (IM) sono presenti 80 soldati nemici. A Buggio [Frazione di Pigna (IM)], Testa d'Alpe, Passo Muratone, Castelvittorio (IM), Ormea (CN) e Garessio (IM) sono ubicate alcune batterie nemiche".
7 gennaio 1945 - Dal comando della II^ Divisione al Comando Operativo della I^ Zona Liguria. Con questo dispaccio si esprimevano giudizi sulla presentazione di giovani alle chiamate della RSI "...coloro che si sono presentati sono i giovani imboscati di sempre: gli ex-garibaldini si contano sulle punta delle dita e sono quasi tutti presi", soggiungendo che sarebbe stato da ricordare ai giovani "quanto accaduto a Baiardo, ove i giovani presentatisi vennero in parte fucilati ed in parte inviati in Germania... Molini di Triora l'unica che ha sempre una netta ostilità contro il movimento partigiano".
10 gennaio 1945 - Dal comando della V^ Brigata", prot. n° 150 - segreteria, al comando della II^ Divisione. Relazione militare sul mese di dicembre 1944: inviati in licenza, sulla base della circolare n° 23 dell'ispettore "Simon", molti garibaldini. Sottolineato che la nomina di Ivano [n.d.r.:anche Vitò, Giuseppe Vittorio Guglielmo, organizzatore di uno dei primi distaccamenti partigiani in provincia di Imperia, dal 7 luglio 1944 comandante della V^ Brigata, dal 19 Dicembre 1944 comandante della II^ Divisione "Felice Cascione"] da comandante di Brigata a comandante di Divisione aveva dato luogo ad un nuovo riassetto dei quadri: comandante di Brigata Doria [o Fragola Doria, Armando Izzo], vicecomandante Brescia [Umberto Borromini], commissario politico Orsini [Agostino Bramè], vicecommissario politico Silla [Ferdinando Peitavino], responsabile del S.I.M. (Servizio Informazioni Militari) Brunero [Francesco Bianchi], deciso a migliorare il servizio, Igor [Dermo Zecchini] responsabile sanitario.
24 gennaio 1945 - Dal C.L.N. di Sanremo, prot. n° 220/CL, al comando della V^ Brigata. Comunicava che la propria zona di competenza comprendeva il territorio tra Ventimiglia e Santo Stefano al Mare con relativo entroterra.
30 gennaio 1945 - Dal CLN di Sanremo, prot. n° 243, al comando della I^ Zona Operativa Liguria ed al comando della II^ Divisione. Avvisava che era imminente un rastrellamento, ad iniziare da Baiardo, di tedeschi e di fascisti, della presumibile durata di 5-6 giorni.
Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell’Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio-30 Aprile 1945), Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998-1999

giovedì 18 luglio 2024

Il distaccamento garibaldino ritorna momentaneamente a Carmo Langan

Castelvittorio (IM): una vista da Località San Sebastiano

Abbiamo visto come, preceduti da tre giorni di cannoneggiamenti, reparti tedeschi provenienti da Isolabona, Saorge e Briga, l'8 ottobre 1944 avessero costretto i reparti garibalbini nella zona di Pigna a ripiegare sotto la minaccia di accerchiamento.
Riassumendo: il rastrellamento continua incalzante. Il distaccamento di «Barba» arretra dal monte Vetta. Una pattuglia del 5° distaccamento, armata di due fucili mitragliatori, è inviata in direzione di Castelvittorio per accertare lo stato delle cose, i movimenti nemici e appoggiare eventuali formazioni che già combattono.
Osvaldo Contestabile, La Libera Repubblica di Pigna, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia, 1985

Il 9 ottobre 1944 Pigna era saldamente in mano ai tedeschi. Uno dei protagonisti della ritirata partigiana, Giovanni Rebaudo (Janò/Monaco), così racconta quei giorni:
"Visto che l'operazione di rastrellamento si stava estendendo su tutto il territorio dell'imperiese, tra gli altri, venne dato l'ordine al terzo distaccamento (V brigata) di ripiegare gradatamente verso le alture piemontesi, anche per convincere i nemici di avere sgominato le bande. Dopo diversi giorni di marcia in diverse tappe, passando per Cima Marta, Gerbonte, Castagna, Monte Pellegrino, si arrivò a Viozene. Sperando di fermarci qui, requisimmo come nostri accantonamenti tutti i fienili. Ventiquattro ore dopo, mentre si attendevano notizie precise, giunse Vittò, comandante la V brigata Nuvoloni, e si mise a capo della nostra colonna che si incamminò per l'altura verso il Passo del Bocchin d'Aseo sul Mongioie. Sapemmo così che la nostra meta era Fontane, un paese nella provincia di Cuneo, nell'alta Val Corsaglia. Giunti quasi al passo ci fermammo un paio d'ore per riposare mentre si decise il servizio di guardia e chi doveva rimanere al passo per proteggere la marcia della V Brigata verso Fontane. A mezzanotte la marcia riprese e il grosso raggiunse il paese verso l'alba. Al passo rimasero Vittò, Janò capo squadra, Domenico Siboldi (Spada), Antonio Allavena (Cuma), Emilio Arizzi (Penna), Giovanni Bonatesta (Vencu) e Silvio Lodi (Bersagliere), armati di due mitragliatori, oltre alle armi individuali. Allo spuntare dell'aurora, dopo una notte calma ma non fredda, si vide in lontananza, in fondovalle, il movimento di una colonna che ripercorreva la stessa strada fatta da noi la sera prima; erano i nostri del Comando Divisione e della I brigata, già accampati a Upega e a Carnino. Li guidava Curto [Nino Siccardi]. Quando giunsero al passo, potemmo notare che erano reduci da una lotta e si visse un momento di commozione quando Curto, nella sua figura imponente, con il vestito di tweed strappato e sporco di sangue, si buttò nelle braccia di Vittò singhiozzando e poi quando ci disse che erano morti Cion, Giulio, De Marchi [...]."
Giorgio Caudano, Pigna. Storia di un paese, ed. in pr., 2016

n.d.r.: altri lavori di Giorgio CaudanoGiorgio Caudano (con Paolo Veziano), Dietro le linee nemiche. La guerra delle spie al confine italo-francese 1944-1945, Regione Liguria - Consiglio Regionale, IsrecIm, Fusta editore, 2024; Giorgio Caudano, L'immagine ritrovata. Ventimiglia e dintorni nei dipinti dell'Ottocento e primo Novecento, Alzani Editore, 2021; Marco Cassini e Giorgio Caudano, Bordighera al tempo di Bicknell e Monet, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2021; a cura di Paolo Veziano con il contributo di Giorgio Caudano e di Graziano Mamone, La libera Repubblica di Pigna. Parentesi di democrazia (29 agosto 1944 - 8 ottobre 1944), Comune di Pigna, IsrecIm, Fusta Editore, 2020; Giorgio Caudano, Gli eroi sono tutti giovani e belli. I Caduti della Lotta di Liberazione nella I^ Zona Operativa Liguria, ed. in pr., 2020; Giorgio Caudano, Dal Mare alla Trincea... memorie di uomini, BB Europa, Cuneo, 2019; Silvia Alborno, Gisella Merello, Marco Farotto, Marco Cassini, Giorgio Caudano, Franck Vigliani, curatori della mostra Claude Monet, ritorno in Riviera, catalogo a cura di Aldo Herlaut, Silvana Editoriale, Milano 2019; La Magnifica Invenzione. I pionieri della fotografia in Val Nervia 1865-1925, a cura di Marco Cassini e Giorgio Caudano, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2016

La zona che si stende dal confine francese a Pigna e che scende a Castelvittorio-Buggio-Carmo Langan, alle ore 22 dell'8 ottobre 1944 non è più sotto il controllo garibaldino; della situazione viene confermato con un messaggio anche il 3° battaglione della IV brigata e l'8° distaccamento di "Gori" [comandante "Gori", Domenico Simi] della V brigata, ritornato nella zona di Beusi a monte di Taggia.
Dopo monte Vetta è perduto il passo Muratone; il distaccamento comando della V brigata è obbligato a indietreggiare da Carmo Langan e a ritirarsi su Triora. Il Comando brigata si prefigge, nell'eventualità di una ritirata, di seguire la direttrice Triora-Piaggia per raggiungere il Comando divisione.
Il distaccamento di "Moscone" [comandante "Moscone", Basilio Mosconi] che si trovava a Cima Marta per proteggere Pigna dal lato di Briga e che, esaurito il suo compito, attendeva ordini precisi, alle 11 del giorno 9 è messo in allarme dalle vedette: una colonna tedesca sale da Briga, il distaccamento si mette in postazione e l'attacca con raffiche di mitraglia per rallentare la marcia e permettere alla colonna dei muli diretta a Bregalla di guadagnare terreno e mettersi al riparo. Gli acquazzoni si susseguono incessanti per tutta la giornata e i garibaldini sono bagnati fino alle ossa; camminano stanchi e taciturni, quasi abbiano paura di parlare. Bregalla è raggiunta nelle prime ore della notte e gli uomini cercano riposo nei casoni presso monte Castagna insieme a un gruppo del distaccamento di "Lilli", confortati dalle castagne bollite, in attesa dell'alba.
Il distaccamento di "Doria" ["Fragola Doria", Armando Izzo], giunto a Croce di Campo Agostino al crepuscolo del giorno 8 sotto una pioggia insistente, non può fermarsi perché il nemico incalza. Il distaccamento marcia lento, disposto in fila indiana quando, oltre Croce di Campo Agostino, viene affrontato da un'intera compagnia tedesca: si accende una sparatoria, la sorpresa annulla la difesa. I garibaldini a stento si ritirano verso la Madonna del Passaggio. "Doria", colpito ad una gamba, rotola per una scarpata tra i cespugli ma riesce a salvarsi e a raggiungere la fonte Provenziale.
Il giorno dopo, all'imbrunire, è a Prearba dove sfugge miracolosamente ancora ai tedeschi. Rintracciato e aiutato da due partigiani in perlustrazione, raggiunge Ciabaudo ricevendovi premurosa assistenza dai contadini del luogo. Dispiegando nel modo più poderoso le loro forze i Tedeschi tentano il 9 di ottobre di stringere in una morsa inesorabile le forze partigiane della V brigata, manovra che, per l'abilità dei comandi garibaldini, non riesce.
Circa 400 Tedeschi si piazzano a Collardente e 300 nella zona di Pigna; altre truppe con cannoni aprono il fuoco su Buggio nel tentativo di annientare reparti del 4° distaccamento posto a difesa della zona.
Oltre 200 Tedeschi si dispongono in offensiva nella zona di Graj. Si delinea il grave pericolo dello sbarramento della via di ritirata Triora-Piaggia.
Il comandante "Vittò" [anche "Ivano", Giuseppe Vittorio Guglielmo] col suo Stato maggiore cerca di studiare un nuovo schieramento facendo perno su Triora con utilizzazione del 3° del 1°, e di metà del 5° distaccamento, in posizione nella zona sopra Bregalla; il 2°, il 6° e il distaccamento comando sono già a Triora da dove cercano di richiamare l'8° distaccamento di "Gori".
Informata dalla situazione, la I brigata pone vigilanza alla strada che da Collardente porta alla galleria del Garezzo ove sono già in perlustrazione pattuglie avanzate tedesche.
Il distaccamento di Gino Napolitano (Gino) che, trovatosi imbottigliato da sud-ovest del monte Ceppo, si era portato a Baiardo, di lì a Carmo-Langan e poi a Buggio, subìto lo sbandamento riesce a riordinarsi a Triora insieme a gli altri reparti.
Nei giorni 10 e 11 la calma si ristabilisce. Il nemico sembra abbia subito una battuta d'arresto; sembra stia ordinando le proprie fila, preparando nuovi piani d'attacco. Le perdite garibaldine sono gravi, molti gli sbandati e le armi perdute.
Durante questa tregua il distaccamento di "Gino" ritorna a Carmo Langan con lo scopo di proteggere il ripiegamento della brigata da un eventuale pericolo di sorpresa. Il lavoro dei commissari, provvisoriamente interrotto, viene riattivato a Triora; si curano i migliori elementi per porli candidati ai tre battaglioni della brigata in via di ricostituzione.
In questo precario periodo di vita della V brigata i garibaldini hanno dimostrato grande compattezza e massimo affiatamento coi Comandi; ciò verrà confermato nei giorni seguenti con l'ulteriore spostamento a Piaggia, poi a Carnino e infine a Fontane in Piemonte.
[...] Intanto il distaccamento di "Franco" raggiunge Piaggia il 12 assieme ad una quindicina di garibaldini di "Leo". Da Ventimiglia giungono notizie che i Tedeschi stanno risalendo la valle Roja in forze, lasciando sulla costa solo elementi della marina, mentre a Oneglia pattuglie formate da nazisti e brigate nere partono per perlustrare le strade che danno accesso alle vallate.
La situazione diviene nuovamente critica.
I Tedeschi, distruggendo e incendiando case e fienili per la campagna, compaiano nei dintorni di Triora e la banda locale di Molini si sbanda.
Anche la IV brigata si prepara al peggio: il 7° distaccamento di "Veloce" si tiene pronto a partire per spostarsi sotto monte Ceppo sperando di venirsi a trovare alle spalle dello schieramento nemico, qualora questi operasse verso sud in valle Argentina; nella notte sotto il monte giungono garibaldini sbandati del distaccamento di "Gino" attaccato in mattinata a Langan. Molini è investita da colonne di nazifascisti che riprendono l'offensiva il mattino del 13.
Le prime raffiche prolungate si odono di fronte all'accampamento del distaccamento di "Moscone"; colonne di fumo s'innalzano dai tetti delle case di campagna in località Goletta, il nemico dà fuoco a tutto quello che scorge, compresa la casa ove era stato posto il Comando della V brigata.
Il distaccamento riesce a prendere posizione sul monte Castagna e a rimanervi per quatto ore. Al tramonto, ricevuto l'ordine da "Vittò" di spostarsi, dopo una marcia notturna sotto lo scrosciare incessante della pioggia e per sentieri invisibili ed infangati, raggiunge il paese di Piaggia sul fare dell'alba.
Francesco Biga, Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), Vol. III. La Resistenza nella provincia di Imperia da settembre a fine anno 1944, a cura dell'Amministrazione Provinciale di Imperia e con il patrocinio dell'Istituto Storico della Resistenza di Imperia, Milanostampa Editore, Farigliano, 1977 

giovedì 9 maggio 2024

Il 30 aprile 1944 Pigna entrò nell'incubo

Pigna (IM): la Chiesa Parrocchiale di San Michele

Il momento più duro per Pigna ebbe inizio l'8 settembre 1943, quando dalle poche radio presenti in paese si venne a conoscenza, dalla voce del generale Badoglio, della resa incondizionata dell'esercito italiano siglata cinque giorni prima a Cassibile. La notizia si sparse rapidamente sia tra i militari di stanza a Pigna sia fra la popolazione; i primi, come se fosse stato lanciato il “si salvi chi può” gettarono le proprie divise, abbandonarono le caserme e cercarono di organizzarsi per raggiungere le loro case. I pignaschi, come in tante altre parti del suolo nazionale non ancora liberato dalle forze anglo-americane, diedero l'assalto alle caserme ormai abbandonate dai reparti del Regio Esercito. La razzia proseguì per alcuni giorni, vennero divelte porte, poi riutilizzate nelle abitazioni di campagna, divelti tetti per accaparrarsi le tegole, sottratti mobilia e suppellettili. Il bottino più ricercato erano indubbiamente i generi alimentari abbandonati nei magazzini della sussistenza. Tutto restò calmo fino ai primi mesi del 1944: l'ordine e il controllo dello Stato sul territorio era affidato al commissario straordinario nominato dal prefetto di Imperia, avvocato Borgogno, già podestà, e agli uomini dei Carabinieri Reali del maresciallo Torta che rimasero al loro posto indossando la camicia nera sotto la divisa di ordinanza.
Nei primi giorni di ottobre si ricostituiva il distaccamento della «Guardia Nazionale Repubblicana Confinaria» formato da una trentina di uomini» occupando la caserma Manfredi, precedentemente occupata dalla G.A.F.
Nei primi giorni di febbraio 1944 cominciava a diffondersi la notizia che sul colle Langan [n.d.r.: nel territorio del comune di Castelvittorio] si stavano formando gruppi di partigiani intenzionati a combattere, armi in pugno, contro i fascisti.
Il 18 febbraio venne emanato il «bando Graziani» <287 con il quale la Repubblica Sociale cercò di ricostituire l'esercito disciolto dopo lo sbandamento dell'8 settembre 1943.
Il bando richiamava alle armi le classi 1922, 1923 e il primo quadrimestre 1924 e condannava alla fucilazione gli eventuali renitenti alla leva <288: "Gli iscritti di leva e i militari in congedo che, durante lo stato di guerra e senza giustificato motivo non si presenteranno alle armi nei tre giorni successivi a quello prefissato, saranno considerati disertori di fronte al nemico, ai sensi dell'art. 144 del codice penale militare e puniti con la pena di morte mediante fucilazione al petto". I risultati ottenuti dalle autorità della RSI non furono quelli previsti: i giovani risposero freddamente e una gran parte preferì rimanere nelle proprie case pur correndo il rischio di essere arrestati e quindi fucilati.
Delusione per le aspettative di pace assaporate con l'armistizio dell'8 settembre troppo presto disilluse, stanchezza della guerra di una generazione che aveva conosciuto la disfatta e le sofferenze della ritirata di Russia, delle rotte in Libia e delle difficoltà conosciute in Grecia e nei Balcani, costituirono le ragioni preminenti di questo rifiuto quasi generalizzato di presentarsi nuovamente presso i centri di reclutamento. Per comprendere l'atteggiamento di tanti giovani non è possibile spiegare il loro sottrarsi ai provvedimenti di leva e di richiamo generalizzando una consapevole scelta di campo in senso antifascista, che, indubbiamente, ci fu, ma riguardò solo una minoranza dei futuri partigiani <289, che avevano maturato nel corso degli anni una coscienza politica di rifiuto dei miti e del nazionalismo imperante. Fino all'emanazione del «bando Graziani» la maggior parte dei giovani preferì rimanere nelle proprie case; nei territori montani come Pigna questi abbandonarono il paese e si recarono nelle campagne circostanti, dove continuarono a coltivare la terra di proprietà della propria famiglia mentre dormivano nei casoni. Una parte di coloro che risposero in un primo momento alle varie chiamate di leva senza convinzione, per un generico rispetto dell'autorità o per timore di incorrere nei rigori della legge ben presto disertò e andò ad ingrossare le file dei partigiani.
La lotta partigiana in Liguria si diede un'organizzazione basata sulla divisione in zone operative; la “1^ Zona Operativa Liguria” comprendeva la provincia di Imperia e l'albengalese. I primi nuclei di resistenza sorsero fin dai primi giorni che seguirono l'8 settembre '43. Il 27 gennaio 1944 morì, colpito da una raffica di mitra, il primo comandante delle formazioni partigiane imperiesi, Felice Cascione <290 detto «u meighu». In primavera le bande partigiane, che avevano raggiunto una consistente forza numerica, furono raggruppate nella IX Brigata d'assalto G. Garibaldi. Nel luglio dello stesso anno la brigata si trasformò nella II Divisione d'assalto G. Garibaldi «Felice Cascione», in onore del comandante imperiese perito ad Alto. La divisione fu organizzata su tre brigate <291, agli ordini di Nino Siccardi “il Curto”, con commissario politico Libero Briganti “Giulio”, vice comandante Luigi Massabò “Pantera”: il comando si stabilì a Piaggia.
La zona delle valli del Nervia e del torrente Argentina era competenza della V brigata stanziata sul colle Langan; il comando fu affidato a Vittorio Guglielmi “Vittò” reduce della guerra di Spagna, combattuta nelle fila delle brigate internazionali; il commissario politico era Orsini “Bramé”, vice Comandante Marco Dino Rossi “Fuoco” <292. La brigata a sua volta si suddivideva in numerosi piccoli distaccamenti <293.
Il 30 aprile 1944 Pigna entrò nell'incubo, che sarebbe durato poco meno di un anno. Appena conclusa la tradizionale messa domenicale delle 10.30, due giovani partigiani vennero portati in chiesa, scortati da un drappello di brigate nere e il parroco don Bono fu costretto a impartire ai due sfortunati l'estrema unzione. Il drappello si diresse attraverso la via Fossarello seguito da pochi curiosi per raggiungere il cimitero. Verso l'una del pomeriggio il paese venne scosso da una salma di fucileria; il plotone di esecuzione, comandato dal capitano della M.V.S.N. Maggi <294, fece fuoco su Carmelo Repetto di Rezzoaglio e Tommaso Faraldi di Triora, due partigiani arrestati il 26 aprile a Bajardo e condannati dal tribunale militare, istruito a Pigna per l'occasione, alla pena di morte mediante fucilazione al petto, come previsto dal decreto legislativo del Duce n° 30/1944. I due partigiani, insieme a un polacco chiamato Giuseppe, vennero catturati dagli agenti della GNR Tommaso Cataldi e Antonio Di Giovanni in servizio investigativo in borghese. <295
La rappresaglia partigiana non si fece attendere; nella notte tra il 7 e l'8 maggio alcuni partigiani, rimasti ignoti, irruppero nella canonica di Castelvittorio e uccisero con due colpi di pistola il parroco del paese don Antonio Padoan. L'azione è, ancora oggi, avvolta nel mistero; non è ben chiaro il motivo dell'esecuzione. La sera del 7 maggio del 1944, alcuni garibaldini si introdussero nella canonica per indurlo a desistere dai suoi atteggiamenti filo-fascisti e invitarlo a lasciare Castelvittorio. Fonti partigiane affermano che la discussione non fu pacifica e che nacque una colluttazione con spari da ambo le parti. Il partigiano “Albenga” ebbe il calcio del fucile fracassato da una pallottola, Padoan rimase ucciso <296. Stando alla versione fascista, non vi fu alcuna discussione ma il religioso fu ucciso con due colpi sparati a bruciapelo. Il sacerdote era accusato di aver tenuto un sermone nella celebrazione della Pasqua nel quale aveva additato come traditori alcuni giovani renitenti alla leva: "Voi tutti dovreste vergognarvi! Il vostro posto non è in questa Chiesa. Dovreste arrossire come sono rossi i drappi che coprono queste mura! Il fratello, Franco Padoan, al contrario, dichiarò: “Sfido chiunque a provare che mio fratello facesse propaganda per i nazifascisti in chiesa. Io allora ero presso il seminario di Ventimiglia e spesso ero a Castelvittorio ed, ovviamente, assistevo a tutte le celebrazioni... Ho sentito parlare di patria e di auspicio alla sua resurrezione dopo il Venerdì Santo che stava passando il Paese, ma non ho mai sentito apostrofare i giovani quali traditori”. Certamente don Padoan aveva aderito alla organizzazione ideata dal famoso cappuccino, fra Ginepro da Pompeiana <297, al secolo Antonio Conio, e da don Dulio Calcagno, “Crociata italica”, creata per sostenere, da parte di una marginale schiera di religiosi, la R.S.I. Quando il 30 giugno 1944 il decreto legislativo n° 446 istituì le Squadre d'Azione delle Camicie Nere» comunemente conosciute come Brigate Nere <298, in provincia di Imperia venne istituita la XXIII Brigata Nera «Antonio Padoan». Nonostante queste prime drammatiche avvisaglie, che prefiguravano un prevedibile tragico futuro, nell'inverno 1943-'44 e nella primavera successiva la vita a Pigna trascorse con una certa serenità, le botteghe riuscivano a rifornirsi con una certa regolarità, non mancando i generi di prima necessità che venivano venduti a prezzi calmierati dietro la presentazione delle tessere annonarie, che prevedevano ancora livelli di sussistenza accettabili; le campagne riuscivano a offrire castagne, vino, patate che assicuravano l'autosufficienza alimentare. Certamente l'angoscia delle famiglie che avevano perso i loro cari durante le campagne di guerra, che avevano i figli o mariti dispersi in Russia o prigionieri in Germania, rendeva l'atmosfera del paese pesante e triste: il «bando Graziani» non era stato ancora emanato, quindi i giovani potevano trascorrere un'esistenza relativamente tranquilla. I contadini iniziavano a disattendere le disposizioni emanate dalle autorità repubblicane che obbligavano l'apporto all'ammasso di alcuni prodotti della terra al fine di assicurare i rifornimenti per le città, denunciando raccolti nettamente inferiori a quelli reali, preferendo nascondere olio, grano, patate e lana per renderli disponibili al mercato nero.
Solamente nell'inverno 1944 le tessere annonarie non furono più sufficienti ad assicurare un livello di sussistenza accettabile <299. Pigna forniva a questo mercato “libero” destinato alle cittadine della costa olio, castagne, patate, vino, mentre era costretta a rifornirsi principalmente di grano, farina, riso, sale, tabacco e zucchero, conservando comunque negli scambi complessivi un saldo, dal punto di vista economico, positivo. I prezzi dei generi calmierati acquistati con le tessere non subirono nel corso del 1944 aumenti significativi, se non nel mese di dicembre, mentre i prezzi praticati dalla borsa nera subirono aumenti più consistenti: mediamente essi erano più di 10 volte superiori a quelli del mercato regolamentato. I prezzi dei generi acquistabili con la tessera erano simili in tutto il territorio della RSI, mentre quelli del mercato nero dipendevano dalle condizioni effettive di possibilità di reperimento dei vari prodotti <300. I contadini pignaschi riuscirono a sottrarre all'ammasso quantitativi d'olio che poi vendevano dalle 100 lire alle 200 lire il chilogrammo ai commercianti incaricati di smistare il prodotto verso le città rivierasche.
Nell'autunno del 1944, a causa dei bombardamenti, della ridotta produzione agricola ed industriale e del sistema di distribuzione fortemente compromesso dall'organizzazione burocratica della RSI, le razioni stabilite dalla tessera vennero diminuite, e il razionamento del pane venne ridotto a 125 grammi al giorno. Il sistema della tessera contribuì, in parte, a convincere i richiamati a rispondere alla leva, poiché si aveva diritto alla tessera esclusivamente se in regola con gli obblighi militari o se occupati nei servizi di lavoro organizzati dalla Todt <301. Pigna, come tutti i paesi dalla preminente economia agricola, risentì meno di questa stretta alimentare, anche se i mesi dell'inverno 1944-1945 furono durissimi. Il regime alimentare era costituito principalmente da castagne secche, poco pane ottenuto con farine miscelate di grano e patate, conigli, latte e qualche uovo di gallina e i grassi provenivano esclusivamente dall'olio d'oliva. L'estate 1944 conobbe il momento più intenso per quanto riguarda l'adesione al movimento partigiano del territorio; le bande, che fino ai primi giorni di primavera erano costituite soprattutto da un'èlite di uomini politicamente consapevoli, vennero ingrossate da numerosi renitenti alla leva e disertori dell'esercito repubblichino. I pochi paesi dove non vi era alcun presidio della GNR erano spesso occupati dai partigiani che scendevano dalle montagne circostanti.
[NOTE]
287 Decr. Legislativo del Duce n° 30/1944 288 Alla fine del 1943 erano già state richiamate le classi 1924 (secondo, terzo e quarto trimestre) e 1925, ma gli esiti furono assai deludenti per i vertici militari della R.S.I. Il 7 aprile la chiamata alle armi interessò le classi 1916 e 1917. Nei mesi seguenti, a breve distanza tra loro, venne completato il richiamo di tutte le classi con i seguenti scaglioni, prima il 1918-19 poi il 1920-21 e per ultimo il 1914-15. L'11 maggio vennero emessi due decreti correttivi: il 336 che stabiliva che i mancati alla chiamata e i disertori, appartenenti a qualsiasi classe di leva, che si presentavano alle armi prima del 9 marzo non sarebbero incorsi in sanzioni; il secondo, n° 431, dichiarava che il disertore o il mancante alla chiamata che si costituiva volontariamente, veniva condannato con una pena minima di dieci anni di reclusione e non la morte.
289 Renzo De Felice, Mussolini, l'alleato, la guerra civile (1943-1945), Einaudi 1997
290 Medaglia d'oro al Valor Militare e autore della canzone «Fischia il vento».
291 La I brigata operava nelle valli dell'imperiese al comando di Silvio Bonfante «Cion», la IV brigata nell'alta valle del Tanaro, territorio a cavallo di Liguria e Piemonte
292 Mario Mascia, L'epopea dell'esercito scalzo, ed. A.L.I.S., Sanremo, [n.d.r.: 1946, ristampa a cura di Isrecim nel 1975] pag 116
293 A Buggio quello locale era comandato da Carlo Cattaneo “Carletto”, formato da alcuni giovani dei paesi di Pigna, Buggio e Castelvittorio e da ex-militari che l'8 settembre non avevano potuto raggiungere le loro case perché lontane o già occupate dagli anglo-americani nel sud del Paese.
294 Uff. P.M. Sez. Spec. Corte Assise Genova 28/1/46. Non luogo a procedere 14/11/94.
295 Per questo fatto Tommaso Cataldi fu condannato alla pena capitale dal tribunale del 1° Btg. M. Bini della V Divisione Cascione in data 5 febbraio 1945, sentenza eseguita il giorno stesso in località Gerbonte di Triora. La sentenza venne firmata dal comandante del battaglione Figaro (Vincenzo Orengo), il commissario Lince (Manlio Cogliolo) e Gianni.
296 Memorie orali di “Erven” e Vittò. Per maggiori dettagli si veda l'opuscolo di N. Allaria Olivieri, Sangue a Castelvittorio, Editrice Sordomuti, 1977.
297 Alessandro Acito, Fra Ginepro da Pompeiana, storia di un frate fascista, Prospettive editrice 2006.
298 Le Brigate Nere erano un corpo paramilitare, organizzato direttamente dal Partito Fascista Repubblicano, per la lotta contro i partigiani e la liquidazione di eventuali nuclei di paracadutisti nemici. Ogni provincia doveva organizzare una brigata su base volontaria con uomini di età compresa tra i 18 e i 60 anni iscritti al partito. In provincia di Imperia venne istituita la XXIII Brigata Nera “Antonio Padoan” di cui era comandante il federale di Imperia Mario Messina.
299 Secondo le rilevazioni degli uffici periferici della struttura burocratica della R.S.I., i generi tesserati assicuravano solamente il 46% delle calorie necessarie, il 38% delle proteine e dei grassi e il 54% dei carboidrati, per assicurarsi il resto era quindi necessario ricorrere al mercato nero.
300 Renzo De Felice, Mussolini l'alleato, la guerra civile, op. citata, pag 290. Per i prezzi dei principali generi alimentari è necessario tener conto dei luoghi di produzione, della condizione delle reti viarie, dei rischi che i commercianti del mercato nero si assumevano nel trasporto dei beni. È quindi logico che il prezzo dell'olio assumesse a Milano valori altissimi, mentre per la nostra zona appare sottostimato il prezzo del riso, della carne bovina e dello zucchero. Nel 1941 la tessera permetteva i seguenti consumi: 200 grammi di pane al giorno, 400 di carne al mese, 500 di zucchero, 100 di olio; la quantità di calorie che venivano offerte agli italiani era fra le più basse d'Europa, di poco superiore a quella miseranda dei polacchi: 850 calorie al giorno in Polonia, 1100 in Italia, 1990 in Germania. La carta mensile del pane era divisa in 30 o 31 bollini datati che non avevano validità retroattiva: non si poteva avere l'indomani razione doppia se si digiunava oggi. Per l'abbigliamento invece ogni cittadino aveva diritto in un anno a 120 punti d'acquisto laddove un paio di scarpe valeva 80 punti, un vestito da donna 60, una valigia 30, un fazzoletto 3.
301 Todt, manovalanza retribuita al servizio degli occupanti tedeschi, che dava diritto all'esenzione dal servizio militare.
Giorgio Caudano, Pigna. Storia di un paese, ed. in pr., 2016

n.d.r.: altri lavori di Giorgio CaudanoGiorgio Caudano (con Paolo Veziano), Dietro le linee nemiche. La guerra delle spie al confine italo-francese 1944-1945, Regione Liguria - Consiglio Regionale, IsrecIm, Fusta editore, 2024; Giorgio Caudano, L'immagine ritrovata. Ventimiglia e dintorni nei dipinti dell'Ottocento e primo Novecento, Alzani Editore, 2021; Marco Cassini e Giorgio Caudano, Bordighera al tempo di Bicknell e Monet, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2021; a cura di Paolo Veziano con il contributo di Giorgio Caudano e di Graziano Mamone, La libera Repubblica di Pigna. Parentesi di democrazia (29 agosto 1944 - 8 ottobre 1944), Comune di Pigna, IsrecIm, Fusta Editore, 2020; Giorgio Caudano, Gli eroi sono tutti giovani e belli. I Caduti della Lotta di Liberazione nella I^ Zona Operativa Liguria, ed. in pr., 2020; Giorgio Caudano, Dal Mare alla Trincea... memorie di uomini, BB Europa, Cuneo, 2019; Silvia Alborno, Gisella Merello, Marco Farotto, Marco Cassini, Giorgio Caudano, Franck Vigliani, curatori della mostra Claude Monet, ritorno in Riviera, catalogo a cura di Aldo Herlaut, Silvana Editoriale, Milano 2019; La Magnifica Invenzione. I pionieri della fotografia in Val Nervia 1865-1925, a cura di Marco Cassini e Giorgio Caudano, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2016