sabato 1 agosto 2020

Sui rastrellamenti nazifascisti di inizio 1944 in Val Casotto e dintorni


Lastra commemorativa dell’eccidio in data 14 gennaio 1944 di 11 partigiani ed un civile perpetrato in Pellone di Miroglio, Frazione di Frabosa Sottana (CN) - Fonte: Pietre della memoria
 
La cappella di San Marco al Pellone [...] Nella zona, vicinissima a Miroglio, sede delle milizie fasciste, operavano i partigiani, anche ospitati dalla famiglia Tassone, che viveva nella piccola borgata a pochi passi dalla cappella. Un giorno di fine gennaio 1944, forse per una delazione, un gruppo di fascisti della zona sorprese i partigiani intenti a mangiare davanti alla cappella: ne uccisero undici, lasciandoli quasi a galleggiare nel loro sangue. Il massacro continuò anche all’interno: dalla porta colavano rivoli di sangue. Nelle gavette, ancora il cibo consumato a metà. Gli abitanti dei dintorni poco dopo portarono tutti i morti nella cappella e poi don Beppe Bruno il “prete dei ribelli” provvide alle sepolture. Per quest’opera pietosa alcuni valligiani furono portati dai fascisti a Ceva e interrogati per giorni. 
Itinerari partigiani in valle Ellero, Viaggio nel Monte Regale  

Fonte: Viaggio nel Monte Regale

[...] 10 Settembre [1943]   L'alta valle del torrente Casotto, situata a ponente della città di Garessio, oltre il colle omonimo, accoglie con grande generosità i soldati delle disciolte armate italiane del Piemonte, del Veneto, della Lombardia e della Francia. Sono uomini stanchi da lunghe giornate di cammino, stremati di forze per privazione di nutrimento, scalzi, laceri, e sopratutto demoralizzati per l'abbandono in cui furono lasciati. Miseranda fine del già vittorioso e potente esercito di Vittorio Veneto! tutti ricevono la più confortevole ospitalità presso ogni famiglia; si fermano un giorno, una notte per ristorarsi, poi si sciolgono, sfuggendo all'esercito tedesco, per raggiungere le loro case. Pochi si fermano nel]a Valle. Costituiranno l'avanguardia del primo gruppo di patrioti che, sorretto dalla generosità e dalla fiducia della popolazione, darà principio ad un'epopea ricca di fede, di eroismi e di sangue.

Fonte: Viaggio nel Monte Regale

13 Settembre
   La sera del 13 settembre arrivano in Valle da Torino i primi tre partigiani che si uniscono ai suddetti sbandati. Sono Lulli, Robioli e Marco. Il giorno dopo arriva Carlo Andriano da Mondovì col carabiniere Rinaldi Giovanni da Cherasco; il giorno venti giungono parecchi altri ancora e prendono stanza al cascinale Biula della tenuta Baldracco. Sono sprovvisti di tutto: cibarie e indumenti sono offerti dalla popolazione, e fin dai primi giorni trovano validissimo appoggio nel proprietario dell'ex Castello Reale. In quei giorni i tedeschi fanno una puntata in Val Tanaro, ma tosto si ritirano.

23 Settembre   Arriva il Colonnello Rossi (Ceschi), seguito il giorno dopo da Gaglietto, Italo Cordero, Colantuoni, i quali con Lulli, Piero Manzo, Ghigliano Renzo, Cornazzani Ugo ed altri, sosterranno una lunga e durissima lotta intrecciata di vittorie e di sconfitte, di gioie e dolori fino al giorno della liberazione. Il Comando del gruppo dei partigiani è assunto da Rossi, colonnello di Stato Maggiore, uomo di vasta coltura e consumato nella perizia dell'arte militare. E' coadiuvato nel disimpegno del suo non facile lavoro di inquadramento dal carabiniere Gaglietto. Arriva il tenente Siri: incomincia a delinearsi il principio dell'organizzazione. Gaglietto che risiederà sempre alla trattoria «Cantina Nuova», alloga nella frazione Borgne la caserma dei Carabinieri, di cui assume il comando Franco (Cesare Baricalla), carabiniere. La squadra che era al cascinale «Biula» passa al Rifugio della Navonera al comando di Lulli; due squadre numericamente minori, prendono stanza al «Baraccone»e l'altra nella casa parrocchiale di nuova costruzione. La Cappella di S. Rocco e adibita a deposito di armi e munizioni. Il servizio sanitario e assunto dal partigiano Dott. Brosio di Pamparato.

10 Ottobre   In tutto il mese e continuo l'arrivo di armi, munizioni, viveri e materiale di casermaggio, di cui i più audaci riescono a impossessarsi facendo irruzione nei magazzini di Mondovì, Ceva e Fossano. Gli addetti alla pericolosa impresa sono: Taranti, Vittorio Tedeschi, Bo Emilio ed altri. Da Garessio, l'industriale Roberto Lepetit, nobilissima figura di patriota, manda alcuni autocarri di derrate alimentari con medicinali. L'arrivo di partigiani cresce di giorno in giorno: sono uomini di ogni idea politica, operai, contadini, professionisti, marinai.

23 Ottobre   Si danno convegno a Valcasotto le maggiori persona]ita intellettuali del Piemonte e della Liguria aderenti al movimento partigiano di resistenza. Nella storica adunanza, tenutasi il giorno 24 alla «Trattoria Croce Rossa»,i rappresentanti dei C.L.N. regionali, persone dotate di coraggio, di elevato ingegno e di soda penetrazione politica, unanimi deliberano di favorire e sostenere con ogni mezzo morale e materiale il Gruppo partigiano della Valle. A quella riunione prende parte il Comando partigiano, che vede confermata e potenziata col più entusiastico plauso la sua opera, e ne prende incitamento- per continuare a svolgerla con costante tenacia. Uno solo era il fine: cacciare il tedesco e conseguire la libertà da tanti anni compressa. Tra i partecipanti al convegno, che tutti per ingegno e indipendenza di carattere ancora onorano la nostra generazione, ricordiamo: Gener. Gius. Perotti, presidente, fucilato a Torino il 6-4-1944; Colonn. Rossi (Ceschi), relatore militare; Avv. Guido Verzone, relatore agli effetti civili; Dott. Prof. Cesare Rotta, relatore agli effetti logisti; Geometra Giuseppe Galliano, indicatore tattico; Avv. Cristoforo Astengo, fucilato a Savona il 27-12-1943; Avv. Tancredi Galimberti, trucidato a Cuneo il 2-12-1944; Dottor Antonino Rèpaci, attualmente Pubblico Ministero alla Corte d' Assise Straordinaria a Cuneo; Sig. Gerolamo Damilano, da Cuneo. Di molti altri ci sfugge il nome. Tra coloro che accompagnavano il colonn. Rossi, notiamo i carabinieri Gaglietto e Franco, come rappresentanti il Comando partigiano. Il nome di Valcasotto diventa simbolo di un vasto movimento »pro aris et focis»e penetra in ogni famiglia dalle alpi alle più lontane regioni liguri. I primi elementi delle forze che si chiameranno poi «1(o) Gruppo Divisioni Alpine» e che hanno dato un apporto risolutivo alla guerra di liberazione nazionale, ebbero la loro culla a Valcasotto e il loro riconoscimento ufficiale il 24 ottobre 1943.

27 Ottobre   Il colonnello Rossi, coadiuvato da Gaglietto e dal maresciallo dei Carabinieri Branca, con abilità e tatto compone un dissidio di natura politica scoppiato tra la squadra della Navonera e il Comando. Provenienti da Peveragno, accompagnati da quel parroco Don Giuseppe Ravera, arrivano quattro ebrei di origine polacca, due uomini già avanzati negli anni, e due giovani sposi Aronne Gottlich e Ruth. La popolazione è larga di ospitalità con tutti.

4 Novembre   Vengono ad aggregarsi a questo Gruppo di partigiani alcuni ufficiali serbi, già prigionieri all'Hotel Miramonti di Garessio, e lasciati liberi dopo il 25 luglio; sono gentiluomini e godono, come i partigiani, la simpatia della popolazione. Ne riportiamo i nomi: Elia U. Radonik, capitano di 1a classe, comandante; Petko Mari Janovic; Demitrizr Ceratlic; Mihailo Rovacevic, Cvetkovnic Deginür, capitano di 2a classe; Bozo Kenjic, tenente; Bozo Vakicevic, tenente; Branislav Milanovic, s. tenente; Movac Viceliic, tenente; Dragutin J. Lasic, capit. 1a classe, aiutante maggiore. Tra di. essi è un medico, Dottor Constantinovic Nicolaiev, che adibì la casa canonica, ove abitava a prima infermeria del Gruppo partigiano. Arrivano Bruno Madella e Antonio Sciolla (Reno): Madella reduce dalla campagna di Grecia, e sergente dei bersaglieri, un ottimo elemento, retto, attivo. Sciolla ha subito il comando di una squadra col grado di tenente; e di una volontà ferrea, non cede dinanzi ad alcun ostacolo, e audacissimo. Vi e anche il buon Ritano Ferdinando di Mondovì, il soldato ideale, di una vita intemerata, ispirata e vissuta con-forme ai sublimi ideali di religione e patria.

10 Novembre   Le azioni di disturbo al nemico, già frequentissime dai primi di ottobre, continuano ininterrottamente; i posti di blocco nemici sono sempre in allarme, il transito delle truppe tedesche per la nazionale Ceva-S. Michele-Mondovì e pericoloso. Il 1(o) novembre Italo Cordero con un altro partigiano fermano presso Lesegno un autocarro con rimorchio carico di sessanta fusti di benzina, destinati all'aeroporto nemico di Savona. Disarmano i due conducenti e li obbligano a dirigersi a Valcasotto, ove arrivano tutti in serata. Gaglietto, in assenza di Rossi, fa accompagnare i due tedeschi alla Navonera in custodia a quella squadra; la benzina è portata quasi tutta a Roburent «cascina Turris », pochi fusti restano nella Cappella di S. Rocco. Autocarro e rimorchio vengono condotti presso Niella Tanaro e colà abbandonati, dopo averli resi inservibili.

Nella notte del 14 novembre, in seguito ad incidente automobilistico, rimane ucciso il carabiniere Rinaldi Giovanni di Cherasco.

18 Novembre   La staffetta Andriano, che dall'opera di recupero di materiale era passato al servizio segreto di informazioni, con recapito in Mondovì presso Denina «Casa del Caffè», comunica al Comando che si prevede prossimo un attacco tedesco. L'informazione era esatta. Tutte le squadre sono in allarme. Incomincia oggi a nevicare e continuerà ininterrottamente fino al 21. Il 20 sera i tedeschi sono a Roburent in numero rilevante; prendono come ostaggi le sorelle Gabriella e Gemma Galliano di Vittorio in luogo dello zio geometra Giuseppe Galliano, partigiano notissimo e segnalato dall'Ovra; e le figlie del tenente colonn. Andrea Magliano, Maria Teresa professoressa in lettere e Carmen in luogo del padre. Tutte vengono condotte a Cuneo, ma rilasciate fortunatamente in libertà dopo tre giorni. Il giorno dopo i tedeschi arrivano a Pamparato con grande apparato di forze e prendono ostaggi Paolo Rubino e il maresciallo dei carabinieri Branca, che portano a Roburent; l'abbondantissima nevicata aveva impedito agli invasori di inoltrarsi nella stretta gola della Valle, ma il momento è quanto mai grave. Nel frattempo un proclama tedesco, affisso ovunque, minaccia la distruzione, con bombardamento aereo, di tutti i centri abitati, da S. Michele fino al Castello di Casotto, se i partigiani non accettano le dure condizioni imposte da quel Comando Le popolazioni minacciate vivono ore di terrore e di angoscia per il timore di trovarsi da un momento all'altro senza casa, senza viveri, con morti e feriti nel cuore dell'inverno. I partigiani non potevano assolutamente resistere alla strapotenza delle armi e degli armati tedeschi, ed occorreva pure evitare la distruzione di tanti fiorenti paesi. Il tenente Taranti, come comandante responsabile del Gruppo dei partigiani della Valle, si presenta al colonnello tedesco in Pamparato e accetta le dure condizioni. L'attuazione pratica di queste non era però cosa facile, e particolarmente laboriosa fu la restituzione dei due prigionieri, che si poté finalmente effettuare nelle primissime ore del giorno 22: notte insonne quella e di angoscia per tante famiglie che vegliavano temendo della loro sorte. Il bombardamento fu così evitato e gli ostaggi Rubino e Branca sono rilasciati. Certamente l'atto del tenente Taranti, senza pretesa di indagare le sue intenzioni, fu coraggioso ed audace. Il Gruppo di patrioti si sciolse solo apparentemente; la maggior parte di essi porta con sé armi,munizioni e coperte; molti passano in Val Vaudagna, ove erano altri partigiani. Restano a Valcasotto Gaglietto e una ventina di uomini. Naturalmente non tutti gli uomini che si accoglievano nel Gruppo erano buoni, ma non era possibile impedire ciò.

23 Novembre  In seguito alla distruzione del Rifugio della Navonera. avvenuta oggi, giusta le condizioni imposte, i tedeschi si ritirano da Pamparato e da Roburent. Ritornano il colonnello Rossi e Siri; da questa data fino al nuovo anno essi compariranno a Valcasotto solo saltuariamente. Una quindicina di patrioti si impegnano di scendere a Mondovì e Fossano per assumere la mansione di tutela dell'ordine pubblico. Loro compito apparente era quello di collaborare con l'esercito invasore; compito vero, effettivo era quello di organizzare, in stretta cooperazione con i rimasti in Valle, colpi di mano, trafugando armi, munizioni e viveri. Questo compito verrà pienamente effettuato, poiché spedizioni di armi e viveri furono fatte con i più ingegnosi stratagemmi, e, non solo per i patrioti di Valcasotto, ma anche per quelli di Valle Ellero. Tra gli altri si distinsero in questa non facile opera i patrioti Gonella, Bottoli, Moletti, Rossi, Ghigliano, Bimbo, Gerbino. Chi sarà l'anima del Gruppo rimasto a Valcasotto che a poco a poco si riorganizza e cresce di numero, è il carabiniere Gaglietto. Dopo il 15 dicembre Taranti non fu più visto a Valcasotto e non si ebbero più notizie di lui. 

Parroco Don Emidio Ferraris, Appunti (Alla memoria dei miei diletti parrocchiani), in Comune di Pamparato (CN)
 
Il 27 dicembre 1943 un colpo di mano studiato da Cosa, Dunchi e Aceto all’Aeroporto di Borgo Aragno in cerca di benzina fece tra i tedeschi cinque prigionieri e tre vittime sul ponte del Pesio, e scatenò l’ira nazista su Alma, Pradeboni e Bisalta, dov’erano gli uomini di Vian. Le rappresaglie continuarono a vasto raggio: il 9 gennaio a Trinità, con spari tra la gente uscita da messa grande (3 morti, 11 feriti), il giorno dopo a Peveragno sulla gente al mercato (una trentina gli uccisi, molti i feriti). In val Pesio, dopo l’uccisione di un anziano, la banda Cosa per evitare guai alla gente si ritirò sulla costa della Bisalta. Ed a Pradeboni s’incontrarono i capi della lotta dura ed amara: Cosa, Galimberti, Verzone, Testori, Vian, Dunchi, Aceto...
Il 14 gennaio ‘44, nuovi orrori al Pellone di Miroglio: undici vittime tra ribelli e montanari sorpresi da un tiro implacabile; e in fiamme la borgata dei Bergamini, dove da pochi giorni si era insediato Martini Mauri, deciso a entrare più nel vivo della lotta ma costretto a salire al Prel. Don Beppe Bruno, che si adoperò a seppellire i morti del Pellone e a far ricoverare di nascosto i feriti, fu denunciato da una spia e riuscì a salvarsi appena in tempo dall’arresto. Manifesti affissi ovunque presentarono quegli eccidi come avvertimento a consegnare tutte le armi e a non collaborare coi ribelli.
In quell’inizio di 1944 le bande “Autonome” di val Pesio e val Casotto furono tra le prime a stabilire contatti con gli Alleati e ad ottenere aviolanci di armi e materiali, e poi anche l’invio di missioni di collegamento, non senza suscitare invidie nelle bande più politicizzate. [...]
Il CLN insisteva perché tutte la valli si tenessero tatticamente collegate: Vian tra Corsaglia e Maudagna, Domenico Franco in val Ellero, Cosa in val Pesio, Mauri a Casotto. In un incontro a Valloriate, Dante Livio Bianco aveva anche proposto per le bande un più deciso impegno politico a cominciare dal ripudio della monarchia; ma aveva raccolto scarse adesioni, specie dai capi di estrazione militare. C’era stato accordo almeno sulla necessità di aviolanci anche per le Formazioni Giustizia e Libertà del Cuneese.
Attive e vigili, le bande di val Pesio e val Ellero scendevano ora a sabotare ponti e ferrovie. E a fine febbraio accoglievano in val Pesio anche il gruppetto di Dino Giacosa e Aldo Sacchetti staccatosi dalle Formazioni GL per disparità di vedute sull’immediato. Tra Cosa e Giacosa, già confinato dai fascisti a Ventotene, l’intesa fu immediata: prioritaria la lotta agli occupanti e prematura l’adesione a partiti.
Unione Monregalese

I partigiani locali, allora al  comando di Enzo Marchesi (col. Musso)  catturano alcune autorità fasciste  il 20 dicembre  in  valle  Corsaglia  (CN).  Il  26  dicembre  giunge  a  comandare  il  gruppo il  maggiore  Enrico  Martini “Mauri”. Il 13 gennaio 1944 i tedeschi, con un ultimatum, chiesero la restituzione di “Sarasino, il criminale capo dell’OVRA. In caso di mancata restituzione i tedeschi minacciavano rappresaglie per il giorno dopo”. Mauri disse che i tedeschi bluffavano e non volle provvedere ad una maggiore difesa. Verso mezzogiorno i tedeschi  attaccarono  in  forze  quasi  tuttii partigiani dell’avamposto del Pellone, con alcuni abitanti, caddero nelle loro mani e furono trucidati .
Italo Cordero, Ribelle: Esperienze di vita partigiana dalla Val Casotto alle Langhe, dalla Liguria alle colline torinesi, tipografia Fracchia, Mondovì, 1991, pp. 56-57

[ Giorgio <Giorgio I, poi Cis> Alpron a dicembre 1943 fu presente ad Alto (CN), in quanto attivo nei collegamenti con Mauri e con il servizio Lanci dell'Organizzazione "Otto". Passò, poi, a militare  nelle formazioni garibaldine della I^ Zona Operativa Liguria nelle quali diventò in seguito capo di Stato maggiore della  I^ Brigata "Silvano Belgrano" della VI^ Divisione "Silvio  Bonfante ]

Il primo contatto della OTTO con le formazioni piemontesi avvenne nel mese di novembre [1943], durante la fase organizzativa della banda della Val Pesio. Il capitano di complemento Piero Cosa incontrò a S. Bartolomeo di Chiusa Pesio Carlo Balestro, genovese, ex sergente degli alpini, che gli propose di mettersi in contatto con Balduzzi a Genova, per ottenere aiuti e collaborazione per la lotta  ai  nazi-fascisti. Nei primi di dicembre Cosa si recò a Genova e incontrò  Balduzzi nel salone dell'Hotel Columbia presso la stazione Principe. I due concordarono di inserire nelle rispettive organizzazioni ufficiali di collegamento per la determinazione delle coordinate geografiche nelle zone disposte per gli aviolanci. In seguito la OTTO avrebbe comunicato il testo del messaggio "positivo" e "negativo" da ascoltarsi attraverso Radio Londra e le modalità per le segnalazioni  da  terra  agli  aerei.  Costanzo  Repetto fu  nominato ufficiale  di collegamento della OTTO, il tenente Luigi Meineri per la banda di Val Pesio, che in seguito fu ucciso durante questa attività. Il primo lancio avvenne nella notte tra il 20 e il 21 gennaio [1944] al Pian del Creus in Val Pesio.
Antonio Martino, L’attività di intelligence dell’Organizzazione OTTO nella relazione del prof. Balduzzi, in Quaderni savonesi. Studi e ricerche sulla Resistenza e l’età contemporanea dell’Istituto storico della Resistenza e dell’età contemporanea della Provincia di Savona, n. 24, Savona, 2011


 

I tedeschi avevano nel frattempo posto un loro importante quartiere generale nell'Albergo Miramonti di Garessio (CN).
Da questo centro i nazisti organizzarono un forte rastrellamento contro le bande badogliane di Val Casotto, nelle quali militava anche un noto attore, Folco Lulli *.
I nazisti furono, tuttavia, attaccati proprio nell'Albergo dai "ribelli", badogliani, ma non solo.
Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell’Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945) - Tomo I - Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Facoltà di Scienze della Formazione, Corso di Laurea in Pedagogia - Anno Accademico 1998 - 1999
* Folco Lulli, nato a Firenze il 3 luglio 1912, deceduto a Roma il 24 maggio 1970, attore cinematografico. Durante la guerra fascista in Etiopia, Lulli ebbe il comando di una banda di abissini, che affiancava le truppe regolari italiane. Dopo l'8 settembre 1943, trovandosi nel Cuneese, prese parte alla Resistenza con gli "Autonomi" di Enrico Martini Mauri, prima al comando di una "volante" in Val Maudagna, poi come capo di stato maggiore delle formazioni di Mauri in valle Casotto. Catturato dai tedeschi, Lulli fu deportato in Germania. Riuscì a fuggire e a riparare nell'allora Unione Sovietica. Tornato in Italia, divenne nel dopoguerra un noto attore cinematografico, rivelando la pienezza dei suoi mezzi espressivi in film quali "Vite vendute", "Il bandito", "Senza pietà", "Non c'è pace tra gli ulivi", "Fuga in Francia". Ha partecipato ad una trentina di film di vario genere.
ANPI Cuneo


Verso la fine del febbraio '44 (nei giorni dal 25 al 27) vi era stata la battaglia di Garessio, con l'attacco dei partigiani al Miramonti, albergo nel quale si erano asserragliati i i tedeschi. Questi, con lo scopo di compiere una vasta opera di rastrellamento specialmente contro i partigiani di Val Casotto, avevano occupato Garessio (25 febbraio), incominciando subito a commettere uccisioni e devastazioni, e avevano posta la loro sede nell'albergo Miramonti.  Attaccati dai partigiani di Mauri, convenuti da varie parti, la battaglia aveva assunto ampie proporzioni, svolgendosi contemporaneamente in diverse località. Infine i tedeschi, dopo aver compiuto numerosi massacri con la cooperazione di militi fascisti del battaglione San Marco, avevano lasciato il paese (27 febbraio); ma vi erano stati strascichi dolorosi anche nei giorni seguenti. Durante questi fatti il 26 febbraio '44 era stato ripetutamente ferito in combattimento e dai militi fascisti catturato, torturato e ucciso Sergio Sabatini.
Giovanni Strato, Storia della Resistenza Imperiese (I^ zona Liguria) - Vol. I. La Resistenza nella provincia di Imperia dalle origini a metà giugno 1944, Editrice Liguria, Savona, 1976, ristampa del 2005 a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia

Fonte: Pietre della memoria
 
Nella battaglia di Garessio (CN) [il 26 febbraio 1944] venne ucciso il partigiano Sergio Sabatini * di Imperia.
Rocco Fava, Op. cit.
* Sergio Sabatini. Medaglia d'oro al valor militare con la seguente motivazione: "Giovane partigiano di eccezionale coraggio, rinunciava alla licenza per partecipare con i propri compagni ad un’azione di particolare importanza contro un presidio tedesco. Ferito due volte durante l’epica lotta e costretto dietro ordine del comando a ritirarsi per esaurimento delle munizioni, si offriva volontario per portare ordini ad un reparto impegnato su altro tratto di fronte. Ferito una terza volta nell’attraversare una zona scoperta e battuta tentava ancora con le ultime forze di assolvere il suo compito, finché, colpito una quarta volta al petto, cadeva nelle mani del nemico, che dopo avere tentato invano di estorcergli notizie sull’organizzazione partigiana, lo seviziava barbaramente. Condotto a morte, l’affrontava con sprezzo gridando al nemico: «Mio padre mi ha insegnato a vivere, io vi insegno a morire». Fulgido esempio di valore e di fermezza". Garessio, 25-26 febbraio 1944

Nella squadra di Martinengo [Eraldo Hanau] a tenere una posizione importante sopra il paese c'era anche lo studente onegliese Sergio Sabatini. I suoi compagni sapevano che sparava bene alla mitraglia: allora gliela diedero in consegna con tutto l'occorrente per la postazione; ma più tardi i tedeschi lo catturarono ferito, perché si era fidato troppo andando allo scoperto quando partì volontario per portare un ordine urgente ai mortaisti. Anche i nazifascisti capirono che era un ragazzo in gamba molto deciso, che non dava segno di dolore manco quando provarono a picchiarlo per farlo parlare. Cosicché prima di ricominciare cercarono di convincerlo con le buone; ma lui continuava a dire di no, che lì c'era per conto suo e basta; poi lo torturarono con accanimento avendo perso la pazienza, per fargli dire del comando e dei comandanti.
Osvaldo Contestabile, Scarpe rotte libertà. Storia partigiana, Cappelli editore, 1982, pp. 23-24

Giorgio Carrara, nato a Garessio il marzo 1925, allievo meccanico. Partigiano del distaccamento del Colle di Casotto, il 27 febbraio 1944 scende in Garessio accompagnato da un partigiano del luogo con l’intento di recuperare armi abbandonate ed assumere notizie sulle intenzioni dei nazifascisti. Compiuto il recupero, i partigiani si avvicinano al piazzale dell’albergo Miramonti, (sede del comando tedesco), fanno fuoco sui tedeschi, quindi risalgono la "costa della battagliera" verso regione Campi. I tedeschi allertati li inseguono: Carrara è colpito all’addome da una raffica, mentre il suo compagno riesce a fuggire. Catturato da due soldati, è condotto prima al comando del Miramonti, poi verso la strada di Valsorda sino all’incrocio con quella delle Fonti. In tale località gli sparano in fronte con il mitra. Mostrando il tricolore che gli orna il risvolto della giacca, pronuncia le sue ultime parole: "Viva l’Italia!".
È insignito di Croce di guerra alla memoria: "Partigiano ardito e coraggioso, già ripetutamente distintosi in precedenti circostanze, durante un aspro combattimento per la conquista di un importante centro abitato, trovava morte gloriosa alla testa dei suoi compagni". Garessio 1° febbraio - 26 febbraio 1944
A Giorgio Carrara venne intitolato un distaccamento della Brigata "D. Arnera" - Divisione d’assalto Garibaldi "Silvio Bonfante".
Arrivano i Partigiani, inserto, I RESISTENTI, ANPI Savona, 2011

A partire dai primi di marzo [1944] iniziò infatti una generale offensiva tedesca che investì tutte le aree partigiane dell'Italia settentrionale e centrale. I reparti che nell'Alessandrino ed in Liguria avevano  fino ad allora provveduto al mantenimento della sicurezza nelle retrovie - Feldgendarmerie, polizia, GNR - si rivelarono inadeguati ad eseguire i rastrellamenti necessari. Il problema delle forze poteva facilmente essere risolto nel settore d'operazione lungo la Riviera sottraendo per brevi periodi di tempo i reparti necessari alla difesa costiera [...] All'interno della zona di operazione era stata costituita una fascia della profondità di circa 30 chilometri nella quale erano le divisioni stesse a farsi carico - su ordine dei comandi superiori d'armata o di corpo d'armata ed in collaborazione con le truppe territoriali e con le forze di polizia - della repressione antipartigiana. Nel suo settore nord-occidentale la linea seguiva, grossomodo, il confine amministrativo tra le province del Piemonte e della Liguria e comprendeva la valle del Tanaro da Case di Nava a Ceva [...] Fu qui dove si svolsero i principali rastrellamenti messi in atto in quest'area da reparti della 356^ divisione in collaborazione con le forze della RSI: a marzo in val Casotto nel Cuneese [...]
Carlo Gentile, La Wermacht tra il Mar Ligure e il Po. Difesa costiera e repressione antipartigiana, in Quaderno di Storia Contemporanea, 17/18, 1995

Il 9 marzo 1944, data la grande necessità di armi, venne effettuato da una trentina di volontari, capitanati dal tenente Renzo Merlino un assalto alla caserma dei carabinieri di Pieve di Teco. Dopo uno scontro a fuoco, breve, ma intenso, il presidio si arrese consegnando armi e munizioni; ipotizzando, però, una reazione nemica, i partigiani si trasferirono da Ormea ai Forti di Nava.
ANPI Savona, Op. cit.

"Diario" del colonnello Ilario Bologna: "In previsione della reazione nazifascista, la mattina del 10 [marzo 1944], onde poter controllare la provenienza da Imperia, si provvide ad occupare alcuni costoni tra Pieve di Teco e i Forti di Nava. Il nemico, preannunciato da un forte rumore di autocarri, non si fece attendere molto. Pochi colpi sparati lo costrinsero a fermarsi ed ad abbandonare celermente gli automezzi…La posizione più elevata… consentì un’azione efficacissima, che bloccò
sul posto i tedeschi… Iniziò allora la caccia al nemico nascosto, con rabbiose riprese di fuoco seguite da silenziosi intervalli. Con tale andamento la lotta continuò per tutto il giorno. La mitragliatrice pesante catturata il giorno prima… piazzata in posizione predominante… poté battere tutto lo schieramento avversario portandovi un notevole scompiglio. Verso l’imbrunire i nazifascisti, con il loro orgoglio alquanto malconcio, ci voltarono la schiena sparendo dalla nostra vista".
Renzo Amedeo, Storia partigiana della 13^ brigata Val Tanaro, Artistica Savigliano, 2010

L'11 marzo 1944 nello scontro nella zona di Nava, nel comune di Pornassio (IM), perirono altri due patrioti imperiesi, Olivio Livio Fiorenza e Giovanni Ramò. Al fatto d'armi parteciparono partigiani autonomi di Martinengo [anche Capitano Martinengo, Eraldo Hanau] e gruppi di resistenti del posto non ancora collegati con le organizzazioni antifasciste.
Rocco Fava, Op. cit.

Olivio Fiorenza, nato a Pornassio (IM) il 15 marzo 1924, contadino. Si aggrega con alcuni partigiani di Albenga e dintorni al 3^ distaccamento della Colla di Casotto nelle squadre di Trappa e Valdinferno. Il giorno 10 marzo 1944, Martinengo [Eraldo Hanau] delle Formazioni Mauri, con gruppi di badogliani fatti affluire da Garessio, unitamente a partigiani di Ormea disarma il presidio dei carabinieri di tale località. Il giorno successivo gruppi di badogliani e gruppi di resistenti del posto, non ancora collegati ad alcuna organizzazione, combattono nella zona di Pornassio contro i tedeschi che vengono respinti ai Forti di Nava. Nel corso del combattimento cade Olivio Fiorenza.
ANPI Savona, Op. cit.

L’uomo che stava alla mia sinistra, un giovanissimo ligure giunto al mattino e che ancora era in borghese, Olivio Fiorenza, ha il cranio attraversato da un colpo e cade bocconi sull'arma, versando fiotti di sangue e grida ancora Viva l’Italia.
Renzo AmedeoOp. cit.

Colpirono secchi per primi, senza che quasi nessuno se ne accorse, Livio Fiorenza e Roberto Sasso. Giovanni Ramò lo colpirono alla testa e rimase in agonia solitaria a lamentarsi dentro una scaffa, nessuno potendolo soccorrere sempre sotto tiro. Dopo catturarono anche Domenico Novaro già ferito e nascosto nell'ospedale di Ormea; appena se ne accorsero che era lì, lo portarono sul posto al cimitero, che lo sotterrassero alla svelta. Lo finirono col mitra riverso nell'ultimo sussulto, ormai dissanguato, e lo cacciarono a pedate dentro la fossa. Alla fine tutti i patrioti fradici si sbandavano nei cespugli o ritornavano alle loro case, guardandosi bene intorno per non imbattersi nei tedeschi. Allora madarono la cicogna, ch svolazzò avanti ed indietro, frugando rasente sulla conca di Nava per stanarli dai cespugli e dai fossi, finché quando cominciò a scurirsi in tutto quel verde umido, qualche raffica stanca si perse ancora lontana. Quando fu buio del tutto continuarono con le traccianti di una mitragliera da 20 impiantata su un'autoblinda dalla Fontana del Serpente davanti alla cava del marmo.
Osvaldo Contestabile, Op. cit.

Fra gli uomini di Martinengo [Eraldo Hanau] alla battaglia di Pornassio (o di Nava) aveva anche partecipato il partigiano dianese Domenico Novaro che qualche giorno più tardi resterà ferito in uno scontro avvenuto quale strascico della battaglia stessa presso il forte di Bellerasco [ubicato anche questo nel comune di Pornassio] e verrà ucciso dai tedeschi il 17 marzo...
Giovanni Strato, Op. cit.

La crescita del ribellismo fu incentivata dall'arrivo di molti reparti della IV Armata in ritirata dalla Francia e in ripiegamento dalla Liguria verso i monti del Piemonte. Nonostante lo sbandamento dei militari, uno dei primi nuclei partigiani si costituì proprio in queste valli e precisamente nella Valle Casotto: fu la banda dei "repubblicani" guidati da Folco Lulli e provenienti da Torino. Proprio la valle Casotto diverrà nel 1944 il fulcro dell'organizzazione delle forze antifasciste, sia per la collaborazione della popolazione e delle autorità locali che per l'arrivo dalla Valle Maudagna di Enrico Martini "Mauri", che vi costituirà il comando delle sue formazioni, a cui faranno capo circa un migliaio di persone, seppur male equipaggiate e con scarsa esperienza militare. Il gran numero di uomini nascosti fra le montagne monregalesi spingerà, però, nei giorni fra il 13 e il 17 marzo 1944 l'occupante tedesco a mettere in atto un grande rastrellamento intervallivo, al cui termine si conteranno 118 morti tra i partigiani e una trentina fra i civili. Lo sbandamento porterà gli uomini di Mauri a spostarsi nelle Langhe, per riprendere da lì la lotta di liberazione.
Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea di Cuneo 
 
Nei giorni a cavallo tra il 13 e il 17 marzo del 1944 si scrisse una delle pagine più importanti della storia resistenziale piemontese, con i partigiani del comandante Mauri assaliti dai tedeschi. Questa battaglia fu come uno spartiacque nella lotta al nazifascismo. Nonostante la pesante sconfitta subita dagli uomini al seguito di Enrico Martini detto “Mauri” si può affermare che tra queste montagne nacque quella Resistenza capace di contribuire al definitivo tracollo della Wehrmacht, basata fino ad allora su azioni isolate e figlie dell’improvvisazione. Nella trattoria “Croce Rossa” di Valcasotto si riunirono i capi partigiani provenienti dal basso Piemonte e della vicina Liguria, tra cui anche il celebre Duccio Galimberti. In quel freddo inverno, tra la neve come sempre copiosa, erano presenti in Valle Casotto quasi 1.500 uomini di cui solo la metà armata e ritenuta idonea allo scontro. La Wehrmacht, preannunciata dalla “cicogna”, nome con cui i tedeschi chiamavano gli aerei da ricognizione, poteva invece contare su circa 3.000 soldati e mezzi blindati che, dopo quattro giorni di duri scontri, ebbero la meglio. Tra le fila tedesche i caduti furono solamente 10, mentre tra i partigiani ben 118. A pagare a caro prezzo fu anche la popolazione civile con 33 morti e numerose borgate date alle fiamme. La gente comune non fece mai mancare sostegno e ospitalità alle truppe di liberazione. 
L'Unione Monregalese

Tra il 13 marzo 1944 e il 5 aprile 1944 si consumò tutto il terribile rastrellamento contro i partigiani di “Mauri” in valle Casotto e dintorni (Bagnasco, Frabosa Soprana, Garessio, Lisio, Montaldo Mondovì, Ormea, Pamparato, Viola, Ceva, Roburent, Torre Mondovì, Battifollo, Monasterolo Casotto, Priola) che causò la morte di 26 civili e 98 partigiani, di cui molti catturati e fucilati a Ceva.
Roberto Rossetti, La provincia di Cuneo durante il periodo di occupazione nazista, Academia.edu, 2020
 
 
In arrivo - CHARTERHOUSE (LLL 2) **
Senza numero Anche i patrioti di Valle Casotto dispersi da forze tedesche superiori per numero et armamento alt Anche questa Valle Pesio bloccata da cinque giorni et attende attacco da un'ora all'altra alt Metà uomini disarmati mandate subito munizioni et armi pesanti automatiche et mortai alt Messaggio positivo di questa valle est "la pera est cotta" alt molti viveri a secco venite subito alt.
  Ricevuto il 18 marzo 1944.
In partenza (LLL 2)
(50977/C) Messaggio numero   alt per capitano Cosa alt. Eroico comportamento banda est apprezzato da questo comando che nel fermo contegno dimostrato vede le possibilità per lo sviluppo di azioni future alt Abbiamo fiducia che bande Valli contigue momentaneamente disperse potranno ricostituirsi presto per assolvere compiti che preciseremo alt At lei et ai patrioti della Val Pesio ancora impegnati nella lotta giunga vivo plauso et cordiale fraterno saluto alt. Comando Supremo.
   Trasmesso il 31 marzo 1944.
copie di messaggi cifrati della missione in parola in Claudia Nasini, Una guerra di spie. Intelligence anglo-americana, Resistenza e badogliani nella sesta Zona operativa ligure partigiana (1943-1945), Tangram Edizioni Scientifiche, Trento, 2012
** Al posto di sbarco di Voltri arrivava nel febbraio del ’44 [il 1° febbraio] una prima missione capitanata da un certo Siro [Cavallino Italo, tenente del genio guastatori] con un istruttore di sabotaggio portante il nome di Annibale [Bellegrandi Nino, sottotenente di artiglieria] (che fu poi fucilato dalle S.S. [a Cravasco]) e dal R.T. Biagio [Balestri Secondo, sottocapo r.t.]. Siro e il R.T. furono avviati nella zona di Mondovì e messi a disposizione della organizzazioni partigiane del Basso Piemonte alle dipendenze dell’ufficiale di collegamento responsabile di zona Repetto; l’Annibale tenuto a disposizione ed utilizzato in vari settori (anche a Genova città) come istruttore di sabotaggio. La missione era denominata LLL2-CHARTERHOUSE, proveniva da Bastia [Corsica] con un MAS italiano e operò, fino all'arresto di “Siro” avvenuto il 13 marzo 1944, comunicando alla base informazioni per i lanci di rifornimenti alle formazioni operanti in Val Pesio, Val Ellero, Val Corsaglia e Val Casotto.
Antonio Martino, L’attività di intelligence dell’Organizzazione OTTO nella relazione del prof. Balduzzi, pubblicato su Quaderni savonesi. Studi e ricerche sulla Resistenza e l’età contemporanea dell’Istituto storico della Resistenza e dell’età contemporanea della Provincia di Savona, n. 24, Savona, 2011

Nella provincia di Cuneo, tra la fine del '43 e l'inizio del '44, le bande più organizzate sono quelle guidate da Ignazio Vian, l'eroe di Boves, Piero Cosa e Franco Ravinale, ufficiali dell'ex esercito. Questi, che occupano le valli Casotto, Corsaglia, Mongia, Tanaro, Ellero e Pesio, a partire dal febbraio decidono di affidare al maggiore "Mauri", che dal dicembre guida una banda nella val Maudagna, il comando dell'area alpina [...] Situazione ancora peggiore si presenta in val Casotto, che "Mauri" stesso si accorge fin da subito essere indifendibile, in quanto i nemici possono giungere da ogni dove. Ed è proprio qui che si consuma la tragedia più grande del gruppo di militari, che con più di 1000 uomini da armare e coordinare (giunti dopo la scadenza del bando di leva nel febbraio) non riescono a respingere l'attacco tedesco. Inoltre, non avendo predisposto un ripiegamento generale, organizzato su piccoli gruppi, la maggior parte dei partigiani viene chiusa in una morsa dai tedeschi senza avere via di scampo. Si conteranno più di 100 morti e lo sfaldamento completo delle bande. Circa un mese dopo, anche i partigiani della val  Pesio subiscono un rastrellamento della Wehrmacht, che li costringerà a passare in val Tanaro.
Giampaolo De Luca,
Partigiani delle Langhe. Culture di banda e rapporti tra formazioni nella VI zona operativa piemontese, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Pisa, Anno Accademico 2012-2013

In Valle Pesio i primi gruppi confluirono rapidamente nella banda comandata da Piero Cosa che, sul piano militare, si impegnò in frequenti azioni di sabotaggio, soprattutto lungo le vie di comunicazione tra Piemonte e Liguria che rendevano la valle di forte interesse strategico. Tedeschi e fascisti risposero a queste azioni con ripetuti rastrellamenti e sanguinose rappresaglie che, tra gli effetti, ebbero però anche quello di accrescere i giovani che salirono in montagna e si affiancarono alla banda. Già alla fine del febbraio 1944 agiva in tutta la provincia una efficiente rete di informazioni, denominata “servizio X”. Tra il marzo e l’aprile 1944, però, un ampio rastrellamento tedesco che coinvolse le valli Corsaglia, Ellero e Pesio - e che culminò in quella che viene ricordata la “battaglia di Pasqua” - mise a dura prova la capacità militare della brigata.
Chiusa Pesio Museo della Resistenza

I primi partigiani autonomi avevano costituito, poco dopo l’8 settembre 1943, il Gruppo Bacchetta (nome cospirativo del comandante Giuseppe Dotta) il cui comando era stato posto tra Rocchetta di Cairo e il Monte Bricco. Il gruppo Bacchetta agisce in provincia di Savona tra Piana Crixia, Santuario di Savona, Giusvalla e Varazze. ... Adriano Gianni Voarino... Il 9 marzo 1944, di ritorno da un’azione condotta vittoriosamente, il suo reparto viene intercettato a Pamparato (CN) da un consistente gruppo di soldati tedeschi. Voarino, anche allo scopo di proteggere i propri compagni, non esita ad affrontare, con lancio di bombe a mano, un autocarro nemico nel tentativo di fermarlo e continua la propria azione finché non cade a terra crivellato di colpi... Il comandante Mauri così scrisse alla famiglia: Adriano è con noi e lo sarà ancora di più quando marciando in testa ai nostri ci guiderà nelle battaglie per la Liberazione della nostra Patria. Il Reparto sarà degno del suo nome ... Il giorno 10 marzo 1944, “Martinengo” delle Formazioni “Mauri”, con gruppi di badogliani fatti affluire da Garessio, unitamente a partigiani di Ormea disarma il presidio dei carabinieri di tale località. Il giorno successivo gruppi di badogliani e gruppi di resistenti del posto, non ancora collegati ad alcuna organizzazione, combattono nella zona di Pornassio contro i tedeschi che vengono respinti ai Forti di Nava. Nel corso del combattimento cade Olivio Fiorenza, al quale successivamente verrà intestato un Distaccamento della IV^ Brigata "Domenico Arnera" della VI^ Divisione "Silvio Bonfante". 
Renzo Amedeo, Op. cit.

Tra il 13 marzo 1944 e il 5 aprile 1944 si consumò tutto il terribile rastrellamento [cui partecipò anche la GNR Imperia, Compagnia OP] contro i partigiani di “Mauri” in valle Casotto e dintorni (Bagnasco, Frabosa Soprana, Garessio, Lisio,  Montaldo  Mondovì,  Ormea,  Pamparato,  Viola,  Ceva,  Roburent,  Torre  Mondovì,  Battifollo, Monasterolo Casotto, Priola) che causò la morte di 26 civili e 98 partigiani, di cui molti catturati  e  fucilati  a  Ceva. Nella  “battaglia  di  Pasqua”,  rastrellamento  contro  le  formazioni  autonome “R” di valle Pesio protrattosi dal 7 al 12 aprile 1944, caddero nei comuni di Peveragno, Chiusa  Pesio,  Roccaforte,  Briga  Alta,  Limone,  Pianfei,  6  civili  e  13  partigiani... Dal  conflitto  uscirono  pesantemente  danneggiate  le  due  principali  linee  ferroviarie,  quella  per  Savona  e  la  Cuneo-Ventimiglia  (con  diramazione per Nizza), venuta a trovarsi a ridosso del fronte eretto dai tedeschi contro gli Alleati sbarcati in Provenza.
Il Piemonte nella guerra e nella Resistenza: la società civile (1942-1945) di cui alla Deliberazione della Giunta Regionale [del Piemonte] 31 luglio 2015, n. 2-1929

[ L'alta Val Tanaro, la Val Casotto ed alcuni territori limitrofi furono poco dopo le date qui indicate area operativa delle formazioni garibaldine della I^ Zona Operativa Liguria, segnatamente da dicembre 1945 della Divisione "Silvio Bonfante"; del resto diversi partigiani, che erano stati dapprima con i badogliani, confluirono in seguito tra i garibaldini del ponente ligure: ad esempio Bruno Schivo (Cimitero), che divenne capo squadra del Distaccamento "Filippo Airaldi" della II^ Brigata "Nino Berio" della Divisione "Silvio Bonfante" ]

A fine marzo, la Gestapo aveva lasciato la zona; allora Pavolini inviò in provincia militi della “Muti” in appoggio a nuovi estesi rastrellamenti. Così la Pasqua del ‘44 portò tre giorni d’inferno agli uomini di Cosa in val Pesio. Ed essi, ricevuti nuovi aviolanci, si prepararono ad affrontare l’attacco con dura disciplina e tattica avveduta. Cominciarono col sabotare ponti e strade, e si appostarono sulle rocce a guardia dell’imbuto di Pian delle Gorre. Il venerdì santo, 7 aprile, giunsero i primi assalitori, seguìti il sabato da carri armati e autoblindo. Forse duemila uomini, pronti all’attacco, preceduti da pattuglie che rastrellavano borghi e cascine sui fianchi della valle. Ad attenderli, centosettanta partigiani ben armati, collegati con radio, pronti a una battaglia difensiva. Più volte gli assalti nella nebbia furono respinti, e la valanga che ostruiva l’ingresso alle Gorre fece la sua parte. Arginati anche tentativi di aggiramento alle spalle, da Limone e dal Vaccarile. A sera, diradatasi la nebbia, da Certosa salirono i carri armati. Ma l’attacco decisivo fu la domenica di Pasqua, con l’appoggio di due aerei “cicogna”. Le postazioni partigiane si difesero a oltranza; poi alle 17 l’ordine inevitabile di Cosa: ripiegare. Tra raffiche e boati nelle abetaie (saltavano il casotto delle Gorre e il rifugio del Creus), i protagonisti dell’impari ma esemplare battaglia salivano verso la ripida Porta Sestrera sprofondando nella neve. All’alba scendevano su Carnino e Upega. Diciotto di loro erano rimasti a chiazzare di sangue la neve della val Pesio. Assai di più furono i caduti tedeschi, e terribile la rabbia dei loro camerati. Furono 120 i civili arrestati, compresi tre padri della Certosa. Poi il 18 aprile, in nuovi rastrellamenti agli sbocchi verso la pianura, altri quattro civili restarono uccisi e 36 arrestati.
Unione Monregalese

[Le fucilazioni dei patrioti catturati con questi rastrellamenti proseguirono a Ceva (CN) fino al 5 aprile e alcune centinaia di loro subirono la deportazione]

In un rapporto dell'ufficiale Ic dell'LXXXVII Armeekorps per il mese di gennaio 1944 si analizzava invece la composizione del movimento partigiano nella provincia di Cuneo. Le formazioni, composte generalmente da gruppi di 30 - 50 persone, si procuravano il proprio sostentamento in parte tramite acquisti e in parte grazie a prelievi in fattorie, mulini e magazzini. Si affermava anche che le unità erano ancora divise in piccoli gruppi, a volte in contrasto tra loro, unite dall'odio nei confronti del fascismo. Secondo l'autore, all'interno dei gruppi partigiani erano riconoscibili tre tendenze. La prima era quella delle formazioni di connotazione comunista composte da lavoratori delle industrie delle grandi città, ex soldati, ex prigionieri di guerra di diverse nazioni, “elementi avventurosi e insoddisfatti di ogni classe sociale”. Un secondo gruppo era rappresentato da cosiddetti “badogliani”, principalmente ex ufficiali e soldati, che si rifiutavano di continuare il servizio militare, ma anche ex prigionieri militari inglesi, tra i quali anche degli ufficiali. Una terza categoria individuata era quella composta da piccoli criminali in fuga, che si nascondevano con lo scopo di sfuggire alla cattura per i loro reati. Era inoltre lecito aspettarsi, continuava il rapporto, l'arrivo di sempre nuovi elementi, spinti dal malcontento per la situazione italiana, nonché di disertori delle formazioni dell'esercito repubblichino. Alti (venivano quantificati in 91 casi da inizio gennaio) erano anche gli episodi di diserzione o allontanamento non giustificato da parte di soldati italiani inseriti nelle unità tedesche dell'LXXXVII Armeekorps, causati dal rifiuto nei confronti della disciplina tedesca, dalla scarsa propensione a combattere all'interno delle formazioni tedesche e dal timore dei combattimenti con le unità partigiane. Nonostante le bande evitassero i confronti diretti con i reparti tedeschi, la crescita del movimento partigiano veniva considerata un pericolo sopratutto qualora i ribelli avessero collaborato con le truppe alleate una volta arrivate nel nord Italia, con compiti di rifornimento e di comunicazione.
Francesco Corniani, "Sarete accolti con il massimo rispetto": disertori dell'esercito tedesco in Italia (1943-1945), XXX° CICLO DEL DOTTORATO DI RICERCA IN Storia delle società, delle istituzioni e del pensiero. Dal medioevo all'età contemporanea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 2016-2017
 
Fonte: Giampaolo De Luca, Op. cit.

Situazione ancora peggiore si presenta in val Casotto, che Mauri stesso si accorge fin da subito essere indifendibile, in quanto i nemici possono giungere da ogni dove. Ed è proprio qui che si consuma la tragedia più grande del gruppo di militari, che con più di 1000 uomini da armare e coordinare (giunti dopo la scadenza del bando di leva nel febbraio) non riescono a respingere l'attacco tedesco. Inoltre, non avendo predisposto un ripiegamento generale, organizzato su piccoli gruppi, la maggior parte dei partigiani viene chiusa in una morsa dai tedeschi senza avere via di scampo. Si conteranno più di 100 morti e lo sfaldamento completo delle bande. Circa un mese dopo, anche i partigiani della val Pesio subiscono un rastrellamento della Wehrmacht, che li costringerà a passare in val Tanaro.
Mario Torsiello (a cura di), Le operazioni delle unità italiane nel settembre-ottobre 1943, Stato maggiore dell'Esercito, Ufficio storico, Roma, 1975 
 
Le Langhe rappresentano l'ultima speranza per le formazioni che si erano formate e che si sono decimate o disperse nelle vallate alpine. E si riveleranno anche come la “terra promessa” per la guerra di guerriglia che si andrà a delineare. Per quanto queste colline non siano del tutto impenetrabili da parte del nemico, che vi giunge con mezzi corazzati – e il secondo inverno lo dimostrerà -, esse offrono per il periodo primaverile ed estivo un valido rifugio, un labirinto di boschi e sentieri dove il nemico, non pratico dei luoghi, è facile a perdersi nella folta nebbia langarola. Chi vi arriva però non è che una piccola parte di quelle centinaia di uomini che occupavano le valli. Dei quasi mille uomini che “Mauri” aveva in val Casotto e in val Tanaro, solo un centinaio ne rimangono ai primi di aprile del 1944. <392
Il numero di patrioti, che andrà a ingrossare le file maurine sarà diverso per provenienza e per cultura militare dagli uomini che il maggiore aveva a disposizione durante il primo inverno. La maggior parte dei «coadiutori [di “Mauri”] ha lasciato la vita sul campo o dinnanzi al plotone di esecuzione tedesco». <393
392 “Relazione sui fatti d'arme dal 13 al 17 marzo nelle valli Casotto, Mongia e Tanaro”, Langhe, 9.4.44 – I della Liberazione, di “Mauri” in G. Perona (a cura di), Formazioni autonome, p. 342
393 Ibidem

Giampaolo De Luca, Op. cit.


Il movimento partigiano [...] viene annientato nella Val Casotto ove tutto era stato predisposto per una difesa ad oltranza, una prima linea d'avvistamento, uno scaglione di sicurezza, una linea di resistenza rigida. I partigiani, inquadrati in gran parte da ufficiali effettivi, si battono accanitamente, contrastano palmo a palmo il terreno, ma vengono sospinti inesorabilmente verso la muraglia alpina che s'eleva alle loro spalle. Ogni passo indietro è un passo sicuro verso la morte. Di 600 uomini inquadrati nelle formazioni sopravvive all'offensiva nemica solo un esiguo gruppo comandato da Mauri che varca il Tanaro e si stabilisce nelle Langhe [...] Il rastrellamento d Val Casotto nelle sue tragiche conseguenze è la dimostrazione dell'impossibilità di applicare le norme della guerra regolare a quella partigiana. Occorre rispondere ai tedeschi in modo diverso, contrapporre alla loro offensiva basata sulla schiacciante superiorità di uomini e d'armamento una difensiva d'altro tipo, che sia capace di frantumare tale superiorità, che possa attrarli in una serie di combattimenti singoli, evitando l'urto massiccio delle forze in campo.
Roberto Battaglia, Storia della Resistenza Italiana, Einaudi, 1964
 
Nella relazione sul rastrellamento nazista avvenuto in val Casotto nel marzo '44, “Mauri” spiega con molta chiarezza le difficoltà che i comandanti devono fronteggiare durante l'inverno per evitare di essere scoperti dalle truppe tedesche: La neve caduta abbondantemente nei primi giorni di marzo, tornò immediatamente più dannosa a noi che al nemico; con l'osservazione aerea questi poté agevolmente rilevare le nostre tracce ed i nostri movimenti nella neve fresca [...] nonostante tutti gli accorgimenti e benché io facessi effettuare gli spostamenti esclusivamente di notte. Una constatazione che “Mauri” riaffermerà anche a guerra conclusa, quando il maggiore ricorda come «la montagna e le valli abbiano esaurito il loro compito. Esse offrono, è vero, delle posizioni dominanti estremamente favorevoli alla difesa, ma è ormai anche provato che di fronte alla strapotenza nemica non c'è posizione e valore individuale che possano tenere indefinitamente». Con lo spostamento nelle Langhe, a cambiare non è solo lo scenario ma anche la modalità di guerra, abbandonando cioè quel «concetto di resistenza ad oltranza», che aveva nuociuto gravemente ai partigiani della val Casotto e Corsaglia nel marzo '44. Con il labirinto «dei loro boschi e dei loro valloni, le Langhe rendono possibile una resistenza organizzata come una manovra organica».
Giampaolo De Luca, Op. cit.