sabato 29 ottobre 2022

È una vera e propria arma contro i fascisti





[...] banda [...] guidata dal giovane medico Felice Cascione, per tutti “u megu”. Inizialmente essa è stanziata in località “Magaietto” nel comune di Diano Castello, dove si raccolgono e si organizzano i gruppi di giovani che per primi vi affluiscono.
Verso la fine di novembre 1943 le condizioni del momento consiglieranno lo spostamento della banda in via di formazione in una zona ritenuta più sicura dietro la montagna del Pizzo d’Evigno, che sovrasta le Valli di Oneglia, di Diano e di Andora, in alcuni casoni nella zona del “Passu du Beu” sopra la frazione Duranti nel Comune di Stellanello (SV) in Val Merula dove resterà fino al 20 dicembre.
Durante questo periodo [...] nei periodi di calma, alla sera intorno al fuoco nasceranno le prime strofe della canzone “Fischia il  vento”,  destinata  in  breve  tempo  a  diventare, attraverso la sua diffusione spontanea, l’inno di tutta la Resistenza. [...]
Tra questi giovani volontari c’è il partigiano “Ivan”, Giacomo Sibilla, reduce dalla campagna di Russia dove aveva imparato una popolare canzone, “Katiuscia”, che parlava della nostalgia di una ragazza per il suo soldato al fronte.
Il motivo suonato con la chitarra da “Ivan” è orecchiabile e accattivante per tutti e, le stesse condizioni di questi partigiani e la dura vita che conducono, assieme all’anelito che li spinge, suggeriscono all’animo sensibile del Comandante Cascione le parole ed i primi versi del loro inno. “Fischia il vento, urla la bufera, scarpe rotte eppur bisogna ardir, a conquistare la rossa primavera, in cui sorge il sol dell’avvenir”. [...]
In seguito alla Battaglia di Colla Bassa, detta anche di Montegrazie, del 13 e 14 dicembre 1943, la sede del comando della banda di Felice Cascione al Passu du Beu divenne insicura, troppo esposta alla prevedibile reazione fascista. [...]
All’alba del 21 dicembre 1943 iniziò il trasferimento verso la nuova destinazione. 
Si discese al paese di Testico (SV) e da qui verso il fondovalle del torrente Lerrone passando da Poggio Bottaro. 
Giunti sotto il paese di Casanova Lerrone i partigiani di Cascione risalirono la montagna verso Nord [...]
La Notte di Natale del 1943 gli abitanti della frazione Curenna del Comune di Vendone, uscendo dalla messa di mezzanotte, avranno la sorpresa di trovare il gruppo dei partigiani armati sul sagrato della chiesa, ad intonare la loro nuova canzone “Fischia il vento” nella sua primitiva stesura, che verrà rifinita e completata nel Casone dei Crovi i giorni seguenti.
Ogni partigiano fu accolto il giorno di Natale presso le famiglie del paese che si strinsero a loro in un abbraccio fraterno e solidale. [...]
Il 6 gennaio 1944 Felice Cascione e buona parte della banda in pieno assetto si portano a scopo esplorativo al paese di Alto dove vengono accolti dagli altri partigiani e da parte della popolazione. Viene improvvisata una piccola festa nel corso della quale verrà cantato ufficialmente l’inno della  banda  nel  suo  testo  definitivo.
Roberto Moriani, Tra quei sentieri nacque “Fischia il vento, Patria Indipendente, n° 1, gennaio 2013
 
Fonte: Eppur bisogna andar

È una vera e propria arma contro i fascisti. Li fa impazzire, mi dicono, solo a sentirla. Se la cantasse un neonato l’ammazzerebbero col cannone.

(B. Fenoglio, “Il partigiano Johnny”)
Tra i boschi, nel Comune di Stellanello (SV), coperto dalla vegetazione incolta, sorge un vecchio casolare. All’apparenza non è che un rudere, ma sul finire del 1943 il casone di “Passu du Beu” fu il rifugio della banda di partigiani di Felice Cascione e proprio lì fu ideato “Fischia il vento”, inno dapprima della Divisione Garibaldi e poi della Resistenza tutta. A riscoprire il luogo è stata l’associazione “Eppur bisogna andar”, che si propone di recuperare e valorizzare i siti, i sentieri, i manufatti che hanno segnato il difficile cammino di giustizia e dignità dei partigiani della “I Zona Operativa Liguria”.
[...] Nel dicembre del 1943, poco più di venti giovani partigiani della divisione garibaldina al comando di Felice Cascione - per tutti “u Megu” (il medico) - cominciano a percorrere un sentiero che sale da Casanova Lerrone, entroterra di Albenga, verso le prime pendici delle Alpi Marittime. Su quel sentiero, questo gruppo di ventenni alla guerra cammina di notte, si ferma di giorno, nei casoni dove si ripara il bestiame, o dove i contadini tengono gli attrezzi o qualcosa per affrontare la fame della guerra.
Cascione ha solo 25 anni, bello e carismatico come dev’essere un eroe; orfano di padre in tenera età, cresce con la madre, maestra elementare determinata e antifascista, che riesce a farlo studiare. È uno sportivo, campione italiano di nuoto e pallanuoto: capitano della squadra imperiese del Gruppo Universitario Fascista e secondo ai Mondiali con la nazionale universitaria, lascia Genova per la Sapienza a Roma e infine si laurea in Medicina a Bologna nel ’42, in fuga dalla burocrazia fascista che lo ostacolava negli esami e nelle graduatorie per un posto alla Casa dello Studente.
Il giovane Felice era nel mirino per le sue frequentazioni, che lo avevano introdotto nel partito comunista clandestino e presentato a Natta e Pajetta: decide di aderire al partito ancora prima di essere medico, la sua scelta di vita. Appena laureato, diventa subito popolare a Oneglia perché non fa pagare medicine né visite a chi ha bisogno e non ha soldi. Arrestato con la madre durante le manifestazioni successive alla caduta di Mussolini, nell’agosto del ‘43 sconta venti giorni di prigione per adunata sediziosa e, dopo l’armistizio, si rifugia sui monti coi compagni.
Tra loro c’è Giacomo Sibilla detto Ivan, operaio che ha fatto la campagna di Russia e porta una chitarra a tracolla accanto al mitra. È lui che la sera, nei casolari diroccati, strimpella Katjuša, la celebre melodia popolare russa; il testo del poeta Isakovskij parlerebbe di meli e peri in fiore, ma già i soldati italiani nella steppa l’avevano storpiato con riferimenti al vento e alle loro scarpe di cartone. “U Megu” s’ingegna a riadattarlo, per questa nuova guerra.
La canzone viene scritta su un foglietto staccato da un ricettario medico, il suo; nevica, fa freddo, la tramontana scura urla sui costoni.
“Soffia il vento, urla la bufera, scarpe rotte eppur bisogna agir / a conquistare la nostra (?) primavera in cui sorge il sol dell’Avvenire”, recitava la prima strofa a matita, in calligrafia ordinata.
Cascione la spedisce dai monti liguri alla mamma Maria, che gliela fa riavere corretta e dattiloscritta: soffia è diventato fischia, agir è ardir, e la primavera non ha più punto interrogativo, non è più nostra ma rossa. La prima volta viene intonata dalla brigata di Cascione davanti al portone della chiesa di un borgo isolato in valle Arroscia, dopo la messa della vigilia di Natale, davanti a un pentolone di castagne; la ricanteranno, questa volta completa, davanti alla chiesa di Alto, il giorno dell’Epifania del ‘44.
Pochi giorni più tardi Cascione viene trucidato dai fascisti, dopo solo 141 giorni di lotta partigiana, mentre i suoi versi, cantati di bosco in bosco, diventano l’inno ufficiale della Resistenza, prima ancora della più trasversale “Bella ciao”.
Alberto Quattrocolo, 1944, viene ucciso il partigiano Felice Cascione, autore di "Fischia il vento", Me.Dia.Re., 27 gennaio 2019 

Alla fine di novembre del 1943, Felice Cascione e la sua banda di partigiani, sempre più braccati dai nemici nazisti e fascisti, dal casone di Magaietto (Diano Castello) si spostarono a nord, per trovare un luogo più sicuro nella boscaglia, dove, in considerazione dell’arrivo della fredda stagione, dovettero prendere strategiche decisioni di attacco al nemico.
Trovarono nella zona di Stellanello, sopra Andora, il casone a due piani di “U Passu du Beiu”. In questo luogo impervio dei monti liguri, in un momento epico e decisivo della guerra, il comandante Felice Cascione, insieme ai compagni della sua banda, decise di scrivere una canzone come “inno” alla Resistenza italiana: “Fischia il Vento”.
Alla presenza di Cascione, la canzone fu poi cantata per la prima volta dai partigiani ad Alto (CN) il giorno dell’Epifania del 1944.
Tre settimane dopo Felice Cascione, nel tentativo di salvare i suoi compagni da una imboscata nazifascista, perse la vita da eroe.
Christian Flammia, Alle origini della nostra civiltà: il casone di “U Passu du Beiu” dove fu scritta la canzone “Fischia il Vento”. Un luogo leggendario per la Liguria, Rete Genova, 22 settembre 2018
 
Il monumento dedicato alla canzone "Fischia il vento", realizzato dall'artista Flavio Furlani. Foto: Trucioli art. cit. infra

Sabato 17 luglio 2021, alle 11,00 presso i Giardini “Libero Nante”, zona Pontelungo di Albenga solenne inaugurazione del Monumento “Partigiani cantano Fischia il Vento”, dell’artista Flavio FURLANI, donato al Comune dal Prof. Nicola Nante in memoria del padre.
Libero Nante, già medico condotto nell’entroterra ingauno (7 Specialità e Primario Chirurgo), partigiano e Dirigente Sanitario dell’ospedaletto da campo a Carnino e poi della Brigata Nino Berio ad Alto. Imprenditore nella ricostruzione postbellica della rete di assistenza sanitaria ingauna, fondò due Case di Cura, di cui una, la “San Michele” in attività.
[...] Il testo fu partorito sotto la regia del Capo Partigiano, Dr. Felice CASCIONE, uno dei primi martiri della Guerra di Liberazione (settembre 1943-aprile 1945), Medaglia d’Oro al Valore Militare, nelle lunghe notti passate con i compagni d’arme nei “Casoni” di montagna, baite che li ospitavano via via, in preparazione degli assalti o in fuga dalle rappresaglie nazi-fasciste. Nel “Casone di Votagrande” presso “u Passu du Beu”, alle spalle del Pizzo d’Evigno (Stellanello-SV, inizio dicembre 1943) ai gregari della banda ribelle viene l’idea di scrivere un proprio inno: Giacomo SIBILLA (IVAN), reduce dalla Campagna di Russia (agosto 1941-dicembre 1943, sempre nel contesto della Seconda Guerra Mondiale), accompagnandosi con la chitarra intona l’aria di Katiuscia (canzone popolare russa, testo di Ivan ISAKOVSKIJ, musica di Matvej BLANTER).
Felice (U MEGU - il Medico) e Silvano ALTERISO (VASSILI) scrivono i primi versi. Le strofe vengono completate tra il 15 ed il 25 dicembre, nel “Casone dei Crovi”, sul monte Castellermo (Vendone-SV), con la collaborazione di altri Partigiani della Banda; la madre di Felice, Maria BAIARDO, maestra, vi apporterà le prime correzioni. Una prima prova del testo completo avvenne a Curenna (frazione di Vendone-SV), dalle cui famiglie i Partigiani vennero ospitati la sera di Natale del ’43.
Vi furono (e vi sono) incertezze su alcune parole, in particolare sulla prima (inizialmente “soffia” oppure “urla” oppure “fischia”), ma anche tra “ardir” ed “andar”, nonché, soprattutto, sull’aggettivo “rossa” oppure “nostra”, attribuito a “primavera” e “bandiera”: chi le voleva più marcatamente di parte, chi preferiva rispecchiare in quei versi l’unione di tutte le forze partigiane, senza distinzione di colore, così da unire in una sola causa tutti i combattenti antifascisti, manifestando un sentimento universale di fratellanza e unione tra gli uomini. La canzone riceverà forma matura a “Case Fontane” (sopra il Lago della Madonna di Alto-CN, alle pendici del Monte Dubasso), dove, pochi giorni dopo, Felice CASCIONE troverà eroica morte sotto il fuoco nazi-fascista, il 27 gennaio 1944.
“Fischia il Vento” fu ufficialmente cantata per la prima volta in pubblico dalla Banda Partigiana, passata in rassegna da Felice CASCIONE, sul sagrato della Chiesa di San Michele in Alto (CN), il giorno dell’Epifania 1944, divenendo rapidamente “la canzone più nota ed importante nella Lotta di Liberazione”.
[...]
Fischia il vento, urla la bufera

Scarpe rotte e pur bisogna andar

A conquistare la nostra primavera

In cui sorge il sol dell’avvenir.

Ogni contrada è patria del ribelle

Ogni donna a noi dona un sospir

Nella notte ci guidano le stelle

Forte il cuore e il braccio nel colpir.

Se ci coglie la crudele morte

Dura vendetta verrà dal Partigian

Ormai sicura è la bella sorte

Contro il vil che ognun di noi cerchiam

Cessa il vento, calma la bufera

Torna fiero a casa il Partigian

Sventolando la nostra bandiera

Vittoriosi alfin liberi siam.

Redazione, Albenga, grata, inaugura: ‘Partigiani cantano Fischia il Vento’. Monumento di Furlani donato al Comune dal prof. Nicola Nante in ricordo del padre, Trucioli, 15 luglio 2021

venerdì 21 ottobre 2022

Punzi rivela di muoversi oltreconfine sotto copertura per svolgere attività a favore dei partigiani italiani

Una vista da Ventimiglia (IM) a Bordighera

L'attività della Resistenza francese [ n.d.r.: nel territorio occupato dall'esercito italiano ], almeno sino al 25 luglio, s'indirizzò prevalentemente verso i tedeschi cercando, viceversa, con mezzi di propaganda, di far leva sul presunto sentimento antifascista dei soldati italiani, diffondendo, fin dalla fine del 1942, volantini e materiale ciclostilato clandestino.
Per circa un anno, dunque, Gino Punzi è stanziato tra Grenoble, Marsiglia e Nizza nella Francia occupata, dove gli spostamenti sono frequenti ma la vita di presidio non offre occasioni di combattere: bisogna solo stare all'erta anche in considerazione del fatto che nel territorio francese, operano numerosi partigiani.
I primi mesi del 1943 passano senza che si verifichino avvenimenti importanti.
[...] Il 7° Alpini, essendo dislocato nelle Basse Alpi Marittime, aveva già valicato, prima della dichiarazione dell'armistizio, il vecchio confine col battaglione Feltre e con parte del Belluno; mentre il suo comandante col. Lorenzotti si era fermato a Mentone, ove il gen. De Castiglioni, proveniente da Roma, gli ordinò di prendere posizione al colle di Tenda fronte ad ovest.
Gli alpini, giunti a Ventimiglia, vi sostarono tutto il giorno 9 per attendere l'arrivo da Nizza della rimanente parte del battaglione Belluno, le salmerie ed il gruppo di artiglieria Belluno che, scaramucciando coi tedeschi, riuscirono a sganciarsi.
[...] Nella ricostruzione del quadro dei fatti non è possibile rintracciare, allo stato della ricerca, le vicende personali di Gino Punzi su documenti o memorie. Soccorre la tradizione orale che ci presenta Gino impegnato in un combattimento contro i tedeschi con la sua batteria fino all’esaurimento delle munizioni, trattare la possibilità per i suoi uomini di rientrare in Italia attraverso il monte Argentera offrendosi in ostaggio.
Nell’occasione fu sottoposto anche al disonore militare di una degradazione, azione contraria alle consuetudini militari e alle convenzioni internazionali che si spiega con il disprezzo dei tedeschi per l’ex alleato traditore.
Assicuratosi della salvezza dei suoi uomini, si diede alla fuga, inseguito e probabilmente ferito dal fuoco tedesco.
La fuga del prigioniero di guerra era un diritto previsto dalla Convenzione di Ginevra, ma qui, se il fatto è vero, disegna la psicologia di Gino Punzi, che sfida la morte, per l’ennesima volta, in modo consapevole, al servizio di una scelta ideale che ha già compiuta, probabilmente da tempo, ma che diventa decisione nel volgere delle poche ore trascorse dall’8 settembre.
Né rientro in patria per imboscarsi (cosa che avrà più volte la possibilità di fare), né accettazione passiva della prigionia che lo avrebbe portato ai campi di lavoro o di prigionia in Germania.
Si tratta di un fuga “verso” e non soltanto di una fuga “da”.
Da questo momento, come migliaia di uomini dell’esercito italiano nelle stesse ore, si trova in un vuoto psicologico abissale: dissolta l’Istituzione militare, dissolte le istituzioni politiche, capovoltesi le alleanze, cambiati in un lampo i nemici, non altrettanto pronti e disponibili da subito nuovi amici.
La scelta ideale è supportata, in questa occasione, dalla forza della giovane età che gli consente di correre, nuotare, resistere alla fame e al freddo, forse ad una ferita, per il tempo (ore o giorni) che serve per raggiungere qualche rifugio sicuro, quasi sicuramente Montecarlo.
I mesi di relativa tranquillità e di assenza di azioni belliche dirette trascorsi prima dell’8 settembre nel settore delle Alpi Marittime, tra montagne, paesi e mare, hanno probabilmente consentito a Gino di costruire una rete di riferimenti di persone e luoghi che ora devono essere verificati come approdi sicuri.
Le puntate verso la riviera nelle licenze hanno reso possibile creare riferimenti personali affidabili, fondati sul clima nel complesso positivo che gli occupanti italiani avevano stabilito e accresciuti, nel suo caso, dal profilo personale dell’ufficiale, per il quale onore e valori morali si traducevano in uno stile di comportamento superiore.
Dall’attività militare, prevalentemente di controllo del territorio, che fu esercitata prevalentemente sulle montagne e nei paesi dell’entroterra, derivò invece, la conoscenza di luoghi, paesi, ma soprattutto dei gruppi partigiani francesi con i quali sarebbe entrato in contatto nelle settimane successive.
I ricordi familiari lo pongono a Montecarlo presso l’abitazione di una signora che aveva precedentemente conosciuta. Bisogna tenere presente che qualsiasi sistemazione, qualsiasi spostamento, qualsiasi contato, avveniva ora in terra ostile perché i tedeschi avevano preso il controllo diretto delle zone e andavano fortificando la costa su cui era accresciuto il controllo.
Non minore era il pericolo derivante dall’impiego di reparti militari e di polizia della repubblica di Salò, per i quali era più facile individuare gli italiani “fuori posto”, o perché soldati sbandati o perchè civili renitenti comunque alla leva di Salò.
Tuttavia negli ultimi mesi del ’43, cioè tra ottobre e dicembre, è proprio questa situazione di ristrutturazione e riposizionamento di migliaia di uomini e delle istituzioni civili e militari stesse, che rimescolò e confuse le cose, che consente a Gino Punzi di uscire dall’emergenza della fuga.
Dalla metà del settembre 1943, non è più possibile seguire i movimenti di Gino seguendo la dislocazione del suo reggimento e della sua Divisione.
Altri documenti, però, consentono di ricostruire, in forma indiretta e in forma diretta, la sua straordinaria storia integrando la tradizione orale.
Da un documento redatto a Imperia il 28 aprile 1945 e intitolato "Relazione riguardante il servizio svolto dal Signor Panascì Antonino per il buon esito della causa di Liberazione" si cita diverse volte il Capitano Punzi e se ne indicano i ruoli ricoperti nei mesi che vanno sicuramente dal dicembre 1943 al gennaio 1945.
Si tratta di un documento riguardante un poliziotto che dichiara di avere prestato servizio come agente della resistenza a servizio di Gino Punzi operante per conto dell’OSS (Office of Secrets Services). È un documento, scritto nei giorni della liberazione, per provare la buona appartenenza del poliziotto quando la resa dei conti con i repubblichini e la necessità di garantire soprattutto la fedeltà dei corpi istituzionali era prioritaria e un documento attestante il proprio operato diventava vitale per non essere considerato un collaborazionista.
Dal documento, che viene riportato per intero più avanti, risulta che nel dicembre ‘43 il capitano degli alpini Gino Punzi viene arrestato dagli agenti della squadra controllo passaporti di Ventimiglia Ferrovia.
Viene trovato in possesso di armi e carte topografiche e il suo nome era stato iscritto nella rubrica di frontiera (elenco di persone ricercate) con il provvedimento di arresto. La sua posizione è evidentemente disperata perché lo destina alla fucilazione. Il documento fornisce un dato certo ma non chiarisce completamente la situazione: il nominativo con cui Gino viene segnalato è proprio il suo (probabilmente anche con il grado di capitano) e il provvedimento giunge da un maresciallo, il Maresciallo Salvagni, della Guardia Nazionale Repubblicana, la ricostituita polizia. Quando viene fermato è in possesso dei suoi documenti originali o viaggia con documenti contraffatti? Viene fermato perché i documenti sono falsi o proprio perché sono veri e il suo nome coincide con quello nella lista dei ricercati? È stato iscritto tra i ricercati come soldato in fuga o perché si ha già notizia o sospetto di sue attività nella resistenza?
Più avanti il documento racconta il seguito. Trasferito per gli interrogatori negli uffici di Ventimiglia Ferrovia, lo soccorrono due agenti di polizia che ne prendono le difese.
Su quali basi? Il documento stesso lo rivela, aprendo uno squarcio ulteriore sulla storia di Gino. Egli infatti possiede un documento di licenza rilasciato dal Comando Milizia Confinaria, un corpo di Polizia addetto al controllo delle frontiere creato prima della guerra e riorganizzato dalla Repubblica di Salò.
[...] In tempo di guerra la Milizia confinaria avrebbe rappresentato un'ottima ed addestrata truppa di copertura. Dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943 le cinque legioni della "Confinaria" confluirono nella costituenda Guardia Nazionale Repubblicana di Frontiera.
Come mai Gino Punzi risulta appartenere alla Milizia Confinaria?
Una prima spiegazione potrebbe essere data dal fatto che lui stesso si sia presentato al Comando della Guardia o presso qualche Reparto nei giorni successivi allo sbandamento dell’esercito e all’episodio della fuga. Forse qualche contatto o conoscenza iniziati nel periodo della comune collaborazione sulle montagne.
[...] Il documento [Panascì] potrebbe fare confusione tra milizia e guardia alla frontiera, ma la sostanza non cambia: se il documento in possesso del Punzi era originale, lui stesso si era riarruolato. In questo caso, però, non si spiegherebbe l’iscrizione nella rubrica della frontiera del suo nominativo, se non con una mancata comunicazione tra Comando della Milizia Confinaria e Questura. Fatto sta che il documento stesso ci ricorda che Punzi, dopo il rilascio, prestava servizio nella Milizia confinaria come Ufficiale addetto alla propaganda verso i militari sbandati sulle montagne italo-francesi allo scopo di farli presentare ai comandi nazi-fascisti.
Ufficialmente, dunque, Punzi lavora per la Milizia Confinaria, confluita, nella RSI, nella Guardia Nazionale Repubblicana di Frontiera.
La cronaca del fermo e dell’arresto, continua con la liberazione di Punzi che viene rilasciato sotto la garanzia personale dei due agenti, Panascì e Iannacone che a causa del loro lavoro alla polizia ferroviaria incroceranno Punzi più volte, tutte quelle cioè in cui Punzi transitava saltuariamente il confine munito di documenti in regola per svolgere il suo compito di riagganciare i soldati sbandati.
In una di queste occasioni Punzi, che ha attentamente verificato il comportamento dei due agenti, con uno dei quali si è già aperto, rivela di muoversi oltreconfine sotto copertura per svolgere attività a favore dei partigiani italiani. Contestualmente rivela di esser a capo di una formazione partigiana attestata in prossimità del confine. Di essa fanno parte alcuni suoi ex soldati.
Come si vedrà, tale formazione agisce nel quadro della resistenza francese.
[...] L’episodio centrale di questi mesi è la grande insurrezione che fa seguito allo sbarco alleato del 14 agosto 1944 in Provenza, appendice del grande sbarco del 6 giugno in Normandia e della liberazione di Roma.
La resistenza entra in azione simultaneamente alle operazioni alleate che erano state precedute, nei mesi precedenti dalle preziose informazioni e infiltrazioni nel settore grazie alla collaborazione dei partigiani e delle missioni dei servizi americano e inglese nei quali, pure, come sappiamo, è coinvolto Gino Punzi.
L’episodio della liberazione di Peille rimette in primo piano la figura di Gino Punzi, che possiamo seguire nelle azioni del gruppo di cui fa parte e che in alcuni combattimenti comanda in prima persona. Per questo motivo ripeto la cronaca di quei giorni prendendola da più fonti e testimonianze.
[...] Gino Punzi, dunque, si distingue nelle operazioni partigiane [francesi] di metà agosto. Risulta ferito durante le azioni e certamente fu curato in loco dal dott. David Guirchowski, medico del gruppo. Come si è già detto, si ha notizia del ferimento anche in Italia, anche se inizialmente si parla addirittura di una sua uccisione.
[...] Immaginiamoci il Panascì, che si era fatto rilasciare un documento attestante la sua partecipazione alla rete di informatori, documento che valeva a proteggerlo dopo la guerra, frequentare gli uffici delle SS, quello stesso documento poteva costargli tortura e morte immediata.
Una attività di doppiogiochismo per la quale si dovevano avere nervi d’acciaio e mente lucida.
In questa loro attività, gli agenti riuscirono a non compromettersi con le situazioni più ripugnanti, e anzi, sembra, riuscirono, avvisando per tempo, a mettere in salvo diverse persone.
Veniamo a conoscenza che gli incontri con il Punzi avvengono tra Bordighera e Vallecrosia e in uno di questi Punzi aggiorna il Panascì e lo Iannaccone di essere entrato in contatto con il comando dei Garibaldini della zona alle spalle di Taggia.
È l’ultimo riferimento a Punzi del documento: il documento salta al febbraio del 1945. Ci informa che Gino Punzi non si è visto per più di un mese (è morto il 5 gennaio) e i documenti con la radio da lui portati vengono trasferiti a Bordighera.
Francesco Mocci, (con il contributo di Dario Canavese di Ventimiglia), Il capitano Gino Punzi, alpino e partigiano, Alzani Editore, Pinerolo (TO), 2019 

In data 26 ottobre 1944 essendo io alla Direzione della missione portante il mio nome di battaglia "Dritto" ho sbarcato nella notte a Ventimiglia del materiale e varie persone tra cui il capitano Gino [...]
Giacomo Alberti, Rapporto, senza data, documento IsrecIm, copia di Giorgio Caudano

Il posto di ascolto S.R.A. [n.d.r.: sigla usata dall'estensore del presente documento per indicare i servizi segreti della Kriegsmarine] di Sanremo ha giocato un ruolo importante contro i servizi americani.
Il capitano Gino Punzi, agente dell'OSS, è stato assassinato in una casa isolata di Sanremo, crimine probabilmente commesso da Rocca, passeur per conto di S.R.A.
Rocca volle prevenire Sessler, che, portatosi sul posto, trovò Punzi assassinato con un colpo d'ascia [ in effetti fu il sottoposto Jacobs ad occuparsi in Ventimiglia, località Marina San Giuseppe, sia di far dare il colpo di grazia ad un Punzi in agonia che di quanto segue. Adriano Maini].
La perquisizione immediata permise di scoprire [n.d.r.: come già in possesso di Punzi] piani molto ben fatti sulla linea di resistenza [tedesca] sul Roia ed un gran numero di altre informazioni di carattere militare.
[il documento esamina a questo punto come i nazisti, rimasti in agguato nell'abitazione in cui era stato colpito il capitano Gino, fossero riusciti ad arrestare il radiotelegrafista che era stato atteso da Punzi, arrivato a Ventimiglia insieme al pescatore che aveva condotto tutti e tre dalla Francia in barca, e ad un altro italiano, capo di questa missione statunitense, quest'ultimo rimasto ucciso, e come, di conseguenza, indussero l'operatore radio a mandare falsi messaggi agli alleati - uno di questi determinante per l'azione che portò al grave ferimento del comandante partigiano Stefano Leo Carabalona - , nonché a fare rientrare in Costa Azzurra l'altra persona, obbligata ad un doppio gioco, questo, tuttavia, prontamente sventato dai francesi. Adriano Maini]

Al 25 febbraio [1945] erano ancora in corso i contatti radio tra Eros [n.d.r.: il radiotelegrafista] e Jones [n.d.r.: capo dell'antenna OSS di Nizza].
Relazione già segreta di parte francese, La missione Jones di Nizza, senza data, copia di Giorgio Caudano

mercoledì 19 ottobre 2022

Sono giovani e meno giovani, che chiedono di esser inseriti nelle bande partigiane

Un casone nel territorio del comune di Montalto Carpasio (IM). Foto: Eraldo Bigi

13/6/44
All'alba mi sveglio col rumore dei compagni che prima di me erano già fuori indaffarati.
Mi muovo su quel giaciglio dove ho trascorso la notte, sono duro dalla testa ai piedi; esco fuori, vicino vedo una fontana, mi sciacquo bene la faccia e drizzandomi su me stesso guardo attorno: l'accampamento è invaso da una marea di uomini che giungono da ogni parte; sono giovani e meno giovani, che chiedono di esser inseriti nelle bande partigiane.
Rivedo molti amici e molta gente che conoscevo in città, vedo "Curto" [Nino Siccardi] che già conoscevo e che non sapevo fosse il comandante della Brigata.
C'è una riunione di capi partigiani.
Ernesto Corradi è nominato capo banda e inviato al confine francese sul monte Grammondo.
Io e il compagno Leonardo Roncallo raggiungiamo l'ultimo tornante della strada che domina la vallata di Carpasio dove montiamo di guardia.
A causa della confusione che regna al campo, fino a tarda sera rimaniamo sul posto dimenticati, costretti a cibarci con germogli di rovi.
La banda "Macallè"
Il nostro gruppo con altri compagni entra a far parte della banda "Macallè" (Scarella Giovanni caduto il 17 marzo 1945 a Costa di Carpasio); Luciano Sciorato è nominato commissario.
14/6/44
Prima del tramonto con pochi fucili e qualche attrezzo da cucina, partiamo per Monte Faudo, durante la notte sostiamo lungo la strada sotto i castagni. All'alba riprendiamo il cammino e poche ore dopo giungiamo a destinazione.
15/6/44
Da quel pendio guardavo la mia valle, il mio paese e, pensando alla mia gente, non sapevo darmi pace.
Erano trascorsi appena tre giorni dalla partenza e il peso di quella ingiustizia mi stroncava già i nervi.
Costretto su quelle montagne a dormire sotto gli alberi e senza mangiare, con la vita in pericolo, dopo poco tempo avevo cominciato a sentirmi alla stregua degli animali.
Osservavo i miei compagni soprattutto i più giovani, meno esperti a quel vivere, in preda allo sgomento.
Le notti erano fredde. Ero stanco e male equipaggiato, avevo quasi niente per coprirmi; ogni giorno che passava la situazione si faceva sempre più insostenibile;
dovevo procurarmi altri indumenti per affrontare la situazione con minor disagio.
Qualcuno come me possedeva una vecchia coperta, altri nemmeno quella.
Dovevamo costruirci senza attrezzi un riparo per la notte, ma non sapevamo nemmeno da che parte incominciare; guardavamo i più vecchi cosa facevano.
Ci mettiamo al lavoro strappando dei rami, improvvisiamo delle baracche coprendole col fieno, sperando che non piova.
Arriva l'ora del pranzo, ci viene distribuito un pezzo di carne nel brodo, dentro al quale galleggiano molti insetti che in quella stagione vivono nell'erba dei prati.
Iniziava così il primo giorno di vita partigiana; seguiranno giorni tristi fra turni di guardia e corvée.
Dentro di me stava maturando il desiderio di ritornare a casa anche solo per poche ore. Chiedo il permesso al capobanda, ne ricevo un netto rifiuto, mi fa capire che lasciare il campo da soli è un pericolo per tutti; insisto dicendo che mi sarei trattenuto solo il tempo utile per procurarmi altri indumenti; cede alle mie insistenze, ma per punizione non mi accetterà più nella sua banda.
19/6/44
Prima del tramonto parto quasi correndo, sperando di fare cattivi incontri lungo la strada; in meno di un'ora sono a casa lo stupore dei miei genitori che preoccupati mi consigliano di nascondermi.
Rimango un'intera giornata in casa a prepararmi il necessario per ripartire.    
Per una notte ancora godo profondamente di quelle piccole gioie che la vita domestica mi può offrire e che per molto tempo dovrò dimenticare.
21/6/44
È l'alba, sono già fuori dalla porta, mio padre vuole accompagnarmi; mia mamma, guardando  verso l'alto attraverso le foglie del pergolato, mi fa osservare che pioviggina.
Con gesto di rassegnazione mi muovo seguito dal mio genitore.
Salutiamo la mamma mentre mi fa le ultime inutili raccomandazioni, ci inoltriamo su quella vecchia mulattiera, fiancheggiata da arbusti, che pochi giorni prima avevo percorso con i miei compagni.
Strada facendo mio padre mi incalzava di domande sulla vita partigiana, ma rispondevo evasivamente per non amareggiarlo.
Presso la chiesetta di Santa Brigida ci fermiamo; nel frattempo giungono altri compagni di Garbella, anche loro cercano riparo nella vita partigiana.
Lascio mio padre immobile davanti alla chiesetta e con i miei amici mi allontano verso Monte Faudo dal quale, come prevedevo, sono costretto a proseguire verso il bosco di Rezzo.
Alle tredici giungiamo a destinazione ospitati dalla banda "Vittorio" (Acquarone) accampata sotto il bivio della strada che, dividendosi, prosegue verso Rezzo da un lato e il passo di Teglia dall'altro.
Siamo alloggiati in una stalla umida e buia con il pavimento ancora bagnato dallo sterco delle pecore.
Trascorriamo la giornata in cerca di erba secca per costruirci un giaciglio per la notte.
Sopra di noi altri compagni sono alloggiati nel fienile, dal quale cade giù polvere di fieno e foglie secche miste a vecchie ragnatele, e perciò in poco tempo ci confondiamo col fondo della stalla.
Sono seduto appoggiato con la schiena allo zaino, verso il muro; vicino a me, sdraiato a terra, c'è Giulio Borelli che, amareggiato, annoda un fazzoletto per ripararsi la testa dalla polvere che sta cadendo; mi guarda e con gesto disperato dice "Domani torno a casa, a questa vita non ci resisto".
Quindi, raggomitolandosi sotto una coperta, grida ai compagni di sopra di muoversi il meno possibile.
In quei giorni di esasperata sopportazione della vita, mentre giovani di ogni ceto cercavano rifugio dove forse c'era maggior pericolo, un piccolo episodio è rimasto vivo nella mia mente.
Ognuno di noi sembra rassegnato ad ogni evenienza di pericolo, quando nell'angolo più buio di quella stalla due compagni di Garbella, Giuseppe Daprelà e Pierino Michelis, con una candela e un foglietto scritto fra le mani, per dimenticare, si mettono a cantare la Paloma; benché stanco e distratto, sollevato da quella canzone mi addormento.
Appena è l'alba esco da quell'ovile più stanco del giorno prima, mi avvicino a un gruppo di partigiani, uno dei quali sta distribuendo del latte caldo.
Lo sguardo di quegli uomini già provati dalla lotta partigiana mi mette soggezione e, appena ricevo la mia razione, mi allontano.
A pochi passi da me tre partigiani interrogano alcuni prigionieri i quali saranno fucilati in giornata.
Sento le colpe di cui sono accusati mentre penso alle loro famiglie che non li vedranno più tornare, dimenticando in quel momento quali nemici pericolosi fossero per noi.
Mi aggiro per l'accampamento tormentato dalla situazione che mi circonda.
Più tardi sono chiamato per rifornire d'acqua la cucina; con un secchio mi allontano nel bosco verso il ruscello, attorno a me sento quello strano ma meraviglioso silenzio interrotto dal cinguettio degli uccelli; mi sarei fermato per dimenticare ogni cosa. Ricordavo le scampagnate fatte con gli amici in tempo di pace. Invece d'ora in poi, la banda che è poco distante da me, ogni momento dovrà guardarsi da un nemico spietato.
Riempio il secchio e faccio ritorno. Sono ancora distratto dai miei ricordi quando un rumore di passi mi distoglie.
Sul mio sentiero un partigiano armato accompagna verso di me un uomo con le mani legate e la faccia stravolta, cui mi viene ordinato di dare da bere. Sorpreso e preoccupato, quasi tremante avvicino il secchio alla bocca di quel giovane dallo sguardo implorante, che non dimenticherò mai. Immaginando quello che sta per accadere mi allontano in fretta, ma non in tempo per non sentire il colpo di pistola e la caduta di quel corpo sui rovi.
Colpito da quel fatto di sangue, torno alla cucina sconvolto e intimidito, nascondendo ai miei compagni il mio stupore.
Da tre giorni sono ospite della banda "Vittorio", in mezzo a un viavai di partigiani che partono e arrivano per le varie missioni.
Ero confuso e disorientato da quella vita disordinata alla quale non avevo ancora fatto l'abitudine.
Assisto al breve processo di altri due prigionieri che più tardi saranno fucilati.    
Privo di esperienza, non capivo ancora quegli uomini che uccidevano per non essere uccisi.
24/6/44
Sono le 14.30. Ho appena digerito un po' di brodaglia con pane e formaggio, sul bosco è scesa una fitta nebbia e l'aria umida penetra sotto i vestiti.
L'apparenza di un pomeriggio tranquillo ci concede solo una tregua sulla paura che ognuno di noi conserva.
Quel bosco che appariva un rifugio sicuro per la nostra guerriglia, in quegli istanti di apparente calma è sconvolto dal crepitio di un mitragliatore che ci mette in allarme.
Da San Bernardo di Conio un'autoblinda seguita da alcune centinaia di tedeschi sta venendo verso di noi, alle raffiche dei mitragliatori seguono i colpi di mortaio che esplodono in varie zone provocando piccoli incendi.
Rimango immobile per pochi istanti, cerco di capire cosa succede.
La nebbia impedisce di vedere ogni cosa. Siamo presi dal panico e disarmati cominciamo a fuggire in tutte le direzioni, mentre la banda armata si allontana dal campo appostandosi.
Mi muovo seguendo di corsa alcuni compagni.
In pochi minuti attraversiamo la strada che dal bosco scende verso il paese di Rezzo e, favoriti dalla nebbia, raggiungiamo la vecchia casa adibita ad ospedale.
Da essa alcuni partigiani e la giovane "Candacca" (Pierina Boeri) stanno uscendo in fretta trasportando un ferito e tutta quella attrezzatura che avrebbe potuto servirci in seguito.
Con loro ci sono quattro prigionieri tedeschi. Ci aggreghiamo al gruppo, aiutando gli uomini a portare il necessario.
Prima di notte raggiungiamo la parte più sicura del bosco.
In mezzo a noi c'è "Curto". Non conoscendolo, nessuno avrebbe pensato quale persona di grande responsabilità egli era. Solo l'averlo vicino infondeva coraggio.
Molto pratica del posto, "Candacca" va in perlustrazione e, prima del tramonto, ritorna dandoci via libera.
Partiamo al buio seguendo un sentiero, portando a turno la barella con il ferito; in piena notte arriviamo al passo della Mezzaluna e sostiamo dentro due casoni; fa molto freddo, a me capita il primo turno di guardia.
Appena rientro mi trovo ancora vicino a Borelli che si lamenta perchè deve dormire nell'umido.
Intirizzito dal freddo ho solo voglia di riposare e rassegnato mi sdraio vicino a lui.
25/6/44
Prima dell'alba siamo tutti svegli, la giornata limpida ci permette una buona visibilità. Siamo stanchi, affamati e visibilmente scossi dal rastrellamento.
Sostiamo vicino al muro dei casoni, al riparo dell'aria pungente, con il bavero della giacca alzato.
Incerti pensiamo verso quale località andare, se non ci sono già i tedeschi l'unico rifugio è Triora.
Dobbiamo pensare al ferito e trovare riparo anche per noi.
Ci dividiamo in due gruppi per essere meno notati; dopo aver caricato il ferito su di un mulo, alcuni compagni prendono in consegna i quattro tedeschi e si avviano sulla strada più agibile verso il suddetto paese.
Per pochi minuti osserviamo il piccolo gruppo allontanarsi, poi ci inoltriamo su di un sentiero appena tracciato, sperando di raggiungere prima di loro la stessa meta.
Fra noi ci sono Don Martini e suo fratello, il dottore.
Dopo una mezz'ora di strada ci coglie un violento temporale. Ci troviamo così sotto un'acqua torrenziale, senza un riparo, con visibilità di pochi metri.
Davanti a noi è completamente scomparsa la traccia del sentiero.
Disorientati, in mezzo alla campagna, ancora lontani dalle abitazioni, bagnati, come si dice, dalla testa ai piedi, proseguiamo con fatica facendoci strada fra gli arbusti.
Graffiandoci la pelle, lacerandoci i vestiti e con le scarpe infangate, raggiungiamo nel porneriggio la borgata di Guina: un gruppo di quattro case sparse per la campagna.
Bussiamo alla porta di quelle abitazioni in condizioni disperate: fradici, sporchi, affamati, sfiniti dalla stanchezza, irriconoscibili.
Siamo ricevuti da contadini con affettuosa cortesia. Ci dividiamo fra le famiglie per recare meno disturbo. In quelle povere case ci viene cotto un minestrone in un paiuolo appeso al centro della stanza, vicino al fuoco possiamo asciugarci i vestiti.
26/6/44
Trascorsa la notte nei fienili di quelle abitazioni, dopo una breve colazione partiamo per Triora dove giungiamo prima delle dodici.
Il paese è pieno di partigiani, postazioni con mitragliatori pesanti e pezzi di artiglieria sono disseminate dappertutto, arroccato su quella altura, lo stesso sembra inespugnabile.
Diverse bande sono accampate sulle colline circostanti collegate col centro abitato, dove mi sembra ci fosse il Comando di Brigata.
Tutto sembra tranquillo e il paese vive isolato come una piccola repubblica.
27/6/44
Dopo quella drammatica avventura, riposati ritorniamo verso l'Alpa Grande.
Molti partigiani ancora sbandati vagano su quelle montagne, intravvedo fra loro Aurelio Lavagna (Venerdì), che mi restituisce lo zaino smarrito durante il rastrellamento.
28/6/44
Rientriamo nel bosco dove eravamo già accampati; come gruppo di sbandati provenienti da ogni parte, siamo tutti disarmati, però abbiamo raggiunto un numero sufficiente per formare una nuova banda.  
Giorgio Lavagna (Tigre), Dall'Arroscia alla Provenza, Fazzoletti Garibaldini nella Resistenza, Isrecim - ed. Cav. A. Dominici - Oneglia - Imperia, 1982
 

mercoledì 12 ottobre 2022

I capi partigiani non si creavano né si improvvisavano

Degna, Frazione del comune di Casanova Lerrone (SV). Fonte: Wikimedia

Dopo il grande rastrellamento di fine gennaio [1945], sono emanate alcune disposizioni del Comando Zona [n.d.r.: comandante Nino Siccardi, Curto; ispettore, Carlo Farini, Simon; commissario politico Lorenzo Musso, Sumi] riguardanti l'orientamento da seguire nella lotta contro i nazifascisti.
[...] Quindi i Distaccamenti della Bonfante si mettono al lavoro per riorganizzarsi al più presto e passare, così, dalla difensiva all'azione. Lo spirito ed il morale degli uomini è abbastanza elevato. Le perdite subite sono state dure, ma tutti vogliono vendicare i loro compagni caduti. Bisogna battere duramente il nemico. Le formazioni devono dimostrare di non essere state distrutte, come era desiderio del nemico, ma sono sempre in piedi per infierirgli colpi mortali. Il freddo è meno crudele degli altri giorni. La neve si scioglie gradualmente.
Francesco Biga, (con la collaborazione di Osvaldo Contestabile), Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), Vol. IV: Dal Primo Gennaio 1945 alla Liberazione, Ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, 2005 

3 gennaio 1945 - Dal comando della Divisione "Silvio Bonfante" a tutti i reparti dipendenti - Comunicava che "la zona in cui si opera è di immediato retrofronte, per cui serve gente convinta, mettendo al bando ogni forma di disfattismo. Occorre reagire agli atti di vandalismo del nemico".
3 gennaio 1945 - Dal comando della Divisione "Silvio Bonfante" al comando della III^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Ettore Bacigalupo” - Direttiva: "Occorre provvedere, nei paesi in cui non vi sono garibaldini, ad inquadrare i giovani nelle squadre di riserva locali. Queste dovranno sorvegliare i passi durante la notte. Si ricorda che l'adesione ha carattere volontario. Il comando di tali squadre spetta al vice comandante di Brigata".
3 gennaio 1945 - Comunicazione interna alla Divisione Bonfante attinente il certificato di matrimonio di Giuseppe Garibaldi (Fra Diavolo) con Antonina Rabellino, celebrato [a dicembre 1944] alla presenza del vice commissario della III^ Brigata della Divisione "Silvio Bonfante", "Luciano" Luciano Calzolari, con la stesura della seguente postilla: "al termine della guerra si ratificherà tale certificato agli organi civili e religiosi".
3 gennaio 1945 - Da Curto [Nino Siccardi, comandante della I^ Zona Operativa Liguria] a Simon - Relazione sulla visita del comandante Curto alla Divisione Bonfante.
3 gennaio 1945 - Dal Comando Operativo della I^ Zona Liguria a Simon - Comunicava che "qualche elemento della Divisione Bonfante si è presentato ai tedeschi, guidandoli in qualche azione di rastrellamento".
3 gennaio 1945 - Dal comando della Divisione "Silvio Bonfante" al Comando Operativo della I^ Zona Liguria - Relazione sul rastrellamento effettuato ad Armo e a Pieve di Teco il 30 dicembre 1944, durante il quale era avvenuto l'arresto di Lionello Menini.
da documenti IsrecIm in Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell'Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e della Storia Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945) - Tomo II - Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998 - 1999

Nella frazione di Ubaghetta di Borghetto d'Arroscia ha sede la banda di "Fra diavolo", di circa 30 uomini.
A Ranzo e Borgo di Ranzo si trova la banda di certo Casanova di Leca d'Albenga, forte di un centinaio di individui.
Nella frazione Gavenola di Borghetto esiste altra banda, di circa 200 uomini, dei quali non è stato possibile conoscere il nome del comandante.
[...] Il 4 corrente nella zona di S. Bernardo di Pantasina un reparto germanico, guidato da elementi dell'U.P.I. della G.N.R., rastrellava numerose località, distruggendo molti ricoveri abbandonati precipitosamente dai banditi. Rinvenuti esplosivi, armi, vestiario e viveri. In Pianavia era scoperta e distrutta la sede della cosiddetta "Divisione d'assalto Silvio Bonfante".
Un fuori legge catturato e fucilato.
Notiziario della Guardia Nazionale Repubblicana del 18 gennaio 1945, p. 21,  Fondazione Luigi Micheletti 

Quanto alla capacità di Fra Diavolo [Giuseppe Garibaldi] di esser qualcosa di più che un capobanda la dimostrerà in marzo ed aprile [1945] creando con i partigiani che accorreranno sotto di lui la IV Brigata «Arnera Domenico». La cosa era particolarmente difficile operando in Val Tanaro a contatto con un comandante come Martinengo di indubbio prestigio.
In dicembre Fra Diavolo si era sposato di fronte al commissario di Brigata Calzolari, unica autorità legittima per noi in quel momento. Dopo qualche tempo arriverà al Comando la sua richiesta di celebrare il matrimonio anche col rito  religioso: «Devo mantenere la parola che ho dato a mia moglie il giorno che ci siamo sposati civilmente...». Fra Diavolo temeva che la sua richiesta venisse interpretata come rinuncia alla fede comunista che riaffermava profonda. Il Comando divisionale lo autorizzò senz'altro: «Tutto sta a trovare un prete che li sposi: dopo l'avventura del prete di Marmoreo che ha sposato il medico polacco e ha da mesi i tedeschi alle calcagna, gli altri ci penserano due volte».
Sarà il prete di Ubaghetta che unirà di fronte a Dio la vita del bandito Fra Diavolo a quella della sua compagna.
Mutati così i quadri della II^ e della III^ Brigata [della Divisione "Silvio Bonfante"] sarebbe stato forse desiderio di Giorgio [n.d.r.: Giorgio Olivero, comandante della Divisione "Silvio Bonfante"] epurare anche i comandi della I^, che nella crisi di gennaio erano stati solidali con gli altri. Mancen [n.d.r.: Massimo Gismondi, comandante della I^ Brigata "Silvano Belgrano"] però si era tenuto più indietro evitando di dare le dimissioni: occorreva quindi una vera e propria destituzione e, senza l'autorizzazione diretta del Comando zona, un gesto simile poteva aver gravi conseguenze perché il prestigio di Mancen e Federico [n.d.r.: Federico Sibilla, commissario della I^ Brigata], dopo il rastrellamento superato brillantemente, era molto forte nell'ambiente partigiano.
Nella crisi di gennaio ed ancor più nella ripresa dei mesi seguenti, si rivelò una deficienza nelle formazioni garibaldine: la mancanza di buoni capi. Chi c'era ancora dei vecchi capibanda della campagna estiva? Stalin [n.d.r.: Franco Bianchi, comandante del Distaccamento "Giovanni Garbagnati" della I^ Brigata , Basco [Giacomo Ardissone], Fernandel [Mario Gennari], Trucco e Fra Diavolo. E gli altri? Cion era caduto, Orano, Renzo Merlini [n.d.r.: Renzo Merlino], Ugo, Giulio, Socrate, Menini caduti, Pelassa, Nasone, King Kong [Secondo Bottero] passati ad altre formazioni. Marco era nel S.I.M., Ramon [Raymond Rosso], Pantera [n.d.r.: Luigi Massabò, vice comandante della Divisione "Silvio Bonfante"], Mancen, Turbine avevano lasciato le bande per incarichi di maggiore responsabilità. Nino Berio, Ettore ed altri che, per coraggio ed intelligenza avevano doti di comando, erano morti nei lunghi mesi di lotta.
I capi partigiani non si creavano né si improvvisavano. I migliori erano sui monti dal primo inverno o dalla primavera. Dal caos dei primi tempi erano emerse le personalità più spiccate, gli uomini avevano imposto ai comandi quelli che  tra loro erano i prescelti per il coraggio, l'ascendente, la fiducia che ispiravano. Il sistema elettivo della prima estate aveva selezionato i migliori, che nessuno meglio del combattente poteva conoscere e giudicare chi doveva guidarlo. Successivamente tra questi il Comando brigata aveva operato una seconda selezione in base ad altri criteri, ma quasi sempre non aveva potuto che confermare il giudizio dato dagli uomini.
Lo sbandamento di ottobre e dicembre aveva privato il movimento di altri elementi discreti: molti, infatti, che, più non ebbero la forza e la tenacia di affrontare i disagi dell'inverno, avevano dimostrato in estate innegabili doti di  coraggio e di sacrificio.
Altri furono scartati dai Comandi superiori per gli inconvenienti che poteva portare una personalità forte, ambiziosa, autonoma con forte ascendente sugli uomini; altri ancora ebbero posti di maggiore responsabilità ed incarichi di fiducia che però ostacolarono il contatto immediato con gli uomini, privò questi ultimi dell'esempio continuo e diretto.
Il promuovere i capibanda migliori ai Comandi superiori sarebbe stato utile se le Brigate avessero operato compatte in manovre a largo raggio di attacco o di sganciamento e se i capibanda, abituati ad operare bene con un pugno di uomini, fossero stati anche idonei all'altro compito.
In pratica però l'utilità fondamentale per la guerriglia era rimasta la banda ed anzi erano sempre state rare le operazioni di attacco che avessero impegnato più di una squadra. Anche quando molte bande erano state coinvolte in un rastrellamento, abbiamo visto come assai spesso, per la debolezza dei collegamenti ed altre circostanze, le bande fossero sfuggite al controllo dei Comandi superiori.
I Comandi di divisione e di Brigata si ridussero così quasi sempre ad aver funzioni amministrative e di organizzazione, sottraendo alle unità combattenti uomini veramente eccellenti.
Sottratti così alle bande molti dei migliori erano emerse le personalità minori, quelle che fino ad allora erano rimaste in ombra. La campagna invernale, con la sua parziale inattività, non permetteva agli uomini ed ai comandi di  giudicare le reali qualità di combattenti di molti nuovi capi. Vennero apprezzate più le doti organizzative, che realmente erano le più necessarie ed urgenti, a scapito delle capacità    combattive. Emerse più la tenacia che il coraggio.
C'era rimedio a tutto questo?  Forse...
Avremmo potuto ridurre al minimo i Comandi superiori, ingrossare le band e tornando ai distaccamenti di quaranta uomini, ripristinare ai vecchi incarichi quei capi che già nell'estate scorsa avevano guidato gli uomini con successo, affidare a molte figure di primo piano, come Federico e Gapon [Felice Scotto], una banda e non un incarico di commissario.
Con trecentocinquanta uomini potevamo formare otto bande ed un Comando superiore invece che undici distaccamenti, tre Comandi brigata e un Comando divisionale. Col nuovo inquadramento forse i buoni capi sarebbero bastati.
La tattica cospirativa rimase così in vigore e la vita delle bande riprese.
Appena finito il rastrellamento, prima ancora di riorganizzarci, volemmo dar prova ai civili della nostra presenza. La banda di Stalin si portò a Degna [n.d.r.: Frazione del comune di Casanova Lerrone (SV)] dove i giovani del paese si erano presentati al bando tedesco e quelli della banda locale avevano mancato agli impegni presi con noi. Il paese venne multato di un coniglio per ogni giovane presentato al nemico. Dopo un quarto d'ora il numero non era ancora completo, Stalin incendiò un fienile e concesse altri quindici minuti. La pena inflitta a Degna era troppo mite a mio giudizio, ma Stalin, malgrado l'aspetto e la fama feroce, era capace anche di indulgenza e ne darà la prova anche in futuro.
Gino Glorio (Magnesia), Alpi Marittime 1943-45. Diario di un partigiano - II parte, Nuova Editrice Genovese, 1980, pp. 190,191

Verso la metà di febbraio 1945 l'eccezionale ondata di freddo dei mesi precedenti si era in parte attenuata ed "il bel tempo favoriva, sia pure per pochi fortunati, le visite dei familiari venuti dalla costa, ai partigiani, facilitate dall'accentuata diminuzione di rastrellamenti nel nostro settore. Madri o mogli, qualsiasi tentativo comportava un notevole impegno di fatica, a cui era da aggiungere l'assoluta necessità di eludere la sorveglianza a cui erano sottoposti i congiunti dei ribelli o presunti tali da parte dei servizi repubblicani", come scrisse Renato Faggian (Gaston) ne I Giorni della Primavera. Dai campi di addestramento in Germania alle formazioni della Resistenza imperiese. Diario partigiano 1944-45, Dominici, Imperia, 1984.
Anche i territori presidiati dalla Divisione Bonfante godettero durante la parte centrale del mese di febbraio una relativa tranquillità; "i tedeschi sono ormai convinti della perdita della guerra. Non attaccano più anche la nostra zona. I rastrellamenti sono puntate vere e proprie" ricordava Luigi Pantera Massabò, già vicecomandante della VI^ Divisione "Silvio Bonfante" in Cronistoria militare della VI^ Divisione “Silvio Bonfante”, diario [inedito nel 1999] conservato presso l’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia.
Rocco Fava, Op. cit., Tomo I

Così ai primi di marzo si ponevano i primi interrogativi, i primi problemi della futura ripresa.
Il nemico, frattanto, cercava di mantenere l'iniziativa.
Gino Glorio, Op. cit.

1 marzo 1945 - Dal comando della Divisione "Silvio Bonfante" al comando della I^ Zona Operativa Liguria - Comunicava la composizione dei comandi delle Brigate dipendenti: I^ Brigata "Silvano Belgrano" comandante "Mancen" [Massimo Gismondi], vice comandante "Gordon" [Germano Belgrano], commissario "Federico" [Federico Sibilla], vice commissario "Loris" [Carlino Carli], capo di Stato Maggiore "Cis" [Giorgio Alpron]; II^ Brigata "Nino Berio" comandante "Gino" [Giovanni Fossati], vice comandante "Basco" [Giacomo Ardissone], commissario "Athos" [Pellegrino Caregnato], vice commissario "Franco" [Giovanni Trucco]; capo di Stato Maggiore "Vincenzo"; III^ Brigata "Ettore Bacigalupo" comandante "Fernandel" Mario Gennari; vice comandante "Leo" Leone Basso; commissario "Gapon" Felice Scotto; vice commissario "Megu" Ugo Rosso.   
da documento IsrecIm in Rocco Fava, Op. cit., Tomo II

martedì 4 ottobre 2022

A Fontane subimmo un piccolo attacco tedesco che ci sfiorò appena

Vessalico (IM). Fonte: Mapio.net

Per ritorsione e per vendicare i compagni caduti, il 4 ottobre 1944 attaccammo il caposaldo nemico di Cesio.
Insieme ad alcuni altri, il mio compito era quello di trasportare a spalle una mitragliatrice pesante con relative munizioni. Camminammo da Colle San Bartolomeo fin quasi al paese di Caravonica da dove era possibile battere il presidio nemico di guardia ad un ponte minato. Ma il nemico era ben protetto e il nostro attacco ebbe scarso successo.
Per continuare l'azione punitiva, alcuni garibaldini fecero saltare il ponte di Borgo di Ranzo, interrompendo i rifornimenti al nemico dislocato nella bassa valle.
Il giorno successivo, l'8, squadre d'assalto attaccavano il presidio nemico di Vessalico.
Dopo una precedente azione, una squadra al comando di "Cion" [Silvio Bonfante] investiva i tedeschi che cercavano di riattivare il ponte di Vessalico, anch'esso andato distrutto a causa di un'azione garibaldina. Lo scontro diventò accanito perché i tedeschi resistevano. Ad un certo punto parve che si dovessero arrendere, dato che da una finestra fecero sventolare una bandiera bianca. Allora "Cion" e Sandro Nuti ("Scrivan") uscirono un poco allo scoperto. Fu in quel momento che i due garibaldini vennero colpiti da diverse raffiche nemiche provenienti da un'altra finestra. Probabilmente non tutti i tedeschi erano d'accordo di arrendersi. Il primo ebbe una gamba squarciata, il secondo un gomito spappolato. Anche il garibaldino Calogero Madonia ("Carlo Siciliano") rimase gravemente ferito. l tedeschi persero una decina di uomini tra morti e feriti. Inoltre una mezza dozzina di loro, presi prigionieri, furono condotti al Comando in Piaggia, insieme ai nostri feriti. Sistemato nell'albergo Pastorelli, "Cion" rischiò la cancrena. Da Albenga giunse il famoso chirurgo, professor Abbo, per visitarlo. Dopo qualche giorno però, il pericolo della cancrena era passato.
Il nemico intanto aveva ideato un piano per distruggere la V^ Brigata a ponente e la I^ a levante, sul territorio della provincia imperiese. L'8 ottobre con ingenti forze attaccò la V^ a Pigna. Dopo alcuni giorni di resistenza estrema, quest'ultima dovette iniziare una ritirata per le montagne verso levante, attraversando Carmo Langan e altri passi, finché giunse a Viozene. Anche la I^, lasciando Piaggia, giungeva a Viozene la sera del 16, mentre i feriti, su ordine del Comando, venivano raggruppati nel paese di Upega poiché si pensava che la località rimanesse a ridosso del rastrellamento, e quindi protetta.
Mentre le due brigate evitavano il passo delle Fascette a levante di Upega, per giungere a Viozene, attraversando il Lagaré per una via più agevole, noi del Comando, all'imbrunire del 16, ci inoltrammo, appunto, per il passo delle Fascette per giungere a Carnino.
Il passo delle Fascette era l'unico passaggio che congiungeva Upega a Viozene (nel dopoguerra fu costruita la strada carrozzabile). Era già problematico attraversarlo di giorno, ma noi lo attraversammo di notte e fu una impresa terribile. Sopra i precipizi vi erano delle corde alle quali chi attraversava il passo doveva tenersi con le mani, e bisognava mettere i piedi in nicchie scavate nella roccia per non scivolare. Questa attraversata non la dimenticherò mai più. Giunti all'altro capo del passo, ci sentimmo stanchissimi, e cercammo di dormire. Nessuno di noi conosceva la strada per Carnino: ce l'insegnò poi la partigiana Anita Boeri ("Candacca"). All'alba del 17 ottobre ci preparammo per trasferirci a Carnino a congiungerci con altri partigiani. Facevamo delle corsette per scrollarci il freddo notturno che sentivamo nelle ossa, quando sentimmo delle raffiche di mitraglia provenienti dalla vallata di Upega. Immaginammo che i tedeschi avessero attaccato il paese, e, sapendo che colà erano rimasti i feriti con qualche altro partigiano, insieme a "Curto" [n.d.r.: Nino Siccardi, in quel periodo ancora comandante della II^ Divisione "Felice Cascione", da cui dipendevano le brigate qui citate, poco tempo dopo comandante della I^ Zona Operativa Liguria], a Libero Briganti ("Giulio"), commissario della divisione "Felice Cascione", e al medico De Marchi, fummo portati a pensare il peggio.
Non ci sbagliammo: dopo un'impari lotta i garibaldini al comando di "Curto" e di "Giulio" si sbandarono, e  fu in quel momento che Giulio fu colpito da una pallottola che gli attraversò il ventre. A Curto non rimase altra scelta che portare sulle spalle fuori tiro il compagno, fin sopra il passo delle Fascette. Quando lo depose a terra era quasi morente; all'imbrunire esalò l'ultimo respiro. Allora Curto cercò di passare oltre per raggiungere le due brigate a Viozene. A Upega caddero il dottor De Marchi e altri partigiani, tra cui Lorenzo Acquarone, Francesco Agnese e Francesco Gazzelli, in totale quasi una ventina. Il Cion, già rimasto ferito a Vessalico, mentre lo stavano trasportando sopra una barella verso un rifugio, quando vide i compagni che lo attorniavano falciati da una raffica, per non cadere vivo in mano al nemico si uccise con un colpo al cuore davanti alla madre e alla sorella che lo accompagnavano. Si salvarono Vittorio Rubicone ("Vittorio il Biondo"), Lazzaro Calcagno ("Mimmo") infermiere, Sandro Nuti [Scrivan/Scrivano], "Carlo Siciliano" [Calogero Madonia] e qualcun altro. Sei partigiani fatti prigionieri (Giovanni Giribaldi, Lorenzo Alberti, Domenico Moriano, Carlo Pagliari, Francesco Caselli e Michele Bentivoglio) dal nemico furono portati a Fontan Saorge e fucilati [n.d.r.: su questo ultimo tragico eccidio vedere a questo link].
Raggiunto Carnino, noi ci mettemmo nuovamente in marcia per raggiungere le due brigate che si erano spostate in Pian Rosso, a monte di Viozene.
Quando ivi giungemmo, cercammo qualche cosa da mangiare. Notammo una grande confusione. Tutti dicevano la loro: chi affermava che si doveva andare a Fontane [nd.r.: Frazione di Frabosa Soprana (CN)] in Piemonte, chi invece voleva andare nella valle di Albenga. Ma sul far della sera giunse l'ordine perentorio di mettersi in marcia verso il Mongioje, per raggiungere Fontane attraverso il passo del Bochin d'Azeo. Molti obiettavano che non si poteva attraversare il passo di notte con le armi pesanti per il fatto che vi era molta neve. Altri facevano presente che, se fossimo rimasti nei dintorni di Viozene, probabilmente il nemico ci avrebbe circondati e massacrati tutti. Informazioni in tal senso portavano a questa conclusione. Non avemmo altra scelta, piano piano, in salita, ci avviammo verso il passo a circa duemila metri di altezza, ed era già notte fonda. Cominciammo a pestare neve fresca che cresceva in altezza man mano che si saliva.
Quando giungemmo al passo trovammo la neve ghiacciata, e ancora più ghiacciata la trovammo quando incominciammo la discesa del versante opposto. Nel buio profondo bisognava stare attenti dove mettere i piedi per evitare scivoloni che  potevano rivelarsi mortali.
Fu una marcia tremenda anche per noi, inservienti del Comando, benché l'unico peso che avessimo fosse quello del fucile e di qualche caricatore. Ma fu cosa ancora più tremenda per coloro che avevano muli, armi pesanti (mortai e mitragliatrici), cassette di munizioni e simili.
Ad un certo momento per loro la situazione divenne impossibile per cui dovettero abbandonare tutto. Noi che stavamo in retroguardia per evitare qualche sorpresa, col cuore sofferente dovemmo subire il triste spettacolo, conseguenza della disastrosa ritirata delle due brigate, la I^ e la V^.
La partigiana "Candacca" fu più sfortunata di noi: finì in un laghetto, che non vide, dalla superficie ghiacciata. Tutta bagnata, tremava terribilmente per il freddo, mentre piangeva con disperazione, come una bambina. Per fortuna, però, si giunse in una baita diroccata che era nei pressi, dove potè spogliarsi e asciugarsi presso un fuoco che avevamo acceso bruciando grossi pezzi di legno.
Finalmente venne giorno e fu più facile portarsi in fondovalle, giungendo, dopo diverse ore a Fontane in val Corsaglia. Mangiammo qualche cosa che qualcuno aveva preparato e ci buttammo a dormire nei vicini fienili.
Dopo due giorni mandammo una dozzina di muli verso il Mongioje per recuperare gli armamenti e i materiali abbandonati durante la ritirata.
In quella notte (una sola per noi) compresi quanto avevano sofferto i  nostri soldati durante la ritirata di Russia.
A Fontane facemmo le solite cose, qualche attacco sulla strada Savona-Cuneo, subimmo un piccolo attacco tedesco che ci sfiorò appena. Iniziammo a mangiare in modo regolare (si trovava molta pasta, però mancava completamente il sale e, dati i tempi che correvano, non protestavamo). Dopo qualche giorno io e "Jacopo" ricevemmo l'ordine di recarci a Corsaglia, dove il nostro Comando aveva stabilito un incontro con il CLN di Mondovì.
Giungemmo puntuali all'appuntamento che era fissato per il pomeriggio presso un albergo del luogo, mentre tardarono quelli del CLN, che dovevano portarci del denaro.
Ligi al dovere, attendemmo ed intanto cenammo nell'albergo, seduti ad un tavolo pulito, serviti come signori, e di ciò ci meravigliammo molto, abituati come eravamo ad una vita randagia, carichi di fame, di sonno e di fatica.
Dovendo ancora attendere, ci accolse una camera riscaldata con lenzuola candide, coperte e cuscini; ci sentimmo dei grandi signori benché fossimo preoccupati di non avere sentinelle di guardia.
Finimmo per dormire comodamente e  profondamente.
Sandro Badellino, Mia memoria partigiana. Esperienze di vita e vicende di lotta per la libertà di un garibaldino imperiese (1944-1945), edizioni Amadeo, Imperia, 1998 
 
Trucco Carlo, "Girasole", nato ad Imperia il 22.12.1925
Di famiglia antifascista, è militante del P.C.I. clandestino dal marzo 1943.
Dopo il 25 Luglio partecipa a tutte le manifestazioni antifasciste che si svolgono a Oneglia.
Continua l'attività antifascista clandestina fino al marzo 1944 quando entra nel distaccamento partigiano "Inafferrabile" comandato da Giacomo Sibilla "Ivan", che opera intorno al Monte Grande.
Fra Luglio ed Ottobre 1944 partecipa all'organizzazione dell'ospedale partigiano di Valcona (Mendatica).
Durante il rastrellamento di Upega fa parte della squadra che porta in salvo l'Ispettore "Simon" (Carlo Farini), che giace in barella malato di broncopolmonite.
Vittorio Detassis

E' stato accertato che le bande di fuori legge, già dislocate sui monti verso il confine italo-francese, in seguito all'affluenza dei reparti germanici che si schierano sulla linea di frontiera, si sono ritirate in altre zone.
Continuano le azioni di piccoli gruppi di banditi, i quali compiono aggressioni e rapine.
La popolazione in generale è sempre favorevole ai banditi.
Notiziario della Guardia Nazionale Repubblicana [GNR] del giorno 22 ottobre 1944, p. 4,  Fondazione Luigi Micheletti   

Il movimento partigiano nelle località controllate è pressoché negativo, mentre nelle altre le manifestazioni criminose tendono ad elevarsi: parecchi i prelievi di persone - alcune rilasciate - non per i loro sentimenti fascisti o simpatizzanti o sospette di non condividere i sistemi instaurati di brigantaggio, molteplici i reati contro la proprietà, qualche delitto di sangue.
Reparti della G.N.R. di questo Capoluogo in collaborazione con la Polizia germanica e con il reparto speciale antiribelli di questa Questura hanno effettuato azioni di rastrellamento in alcune località della provincia con proficui risultati, alcuni ribelli sono stati catturati e passati per le armi, altri morti in combattimento, discreto il numero delle armi sequestrate.
Un sottufficiale, una guardia scelta ed una guardia di P.S., mentre svolgevano accertamenti di polizia giudiziaria in località periferica di questo Capoluogo, da elementi armati venivano prelevati e si sconosce la loro sorte.
Giovanni Sergiacomi, Questore di Imperia, Al capo della Polizia, Relazione mensile sulla situazione economica e politica della Provincia di Imperia (mese di ottobre 1944), Imperia, 1 novembre 1944