sabato 25 aprile 2020

Siamo francesi! Arrendetevi!

Sanremo (IM) - una vista

[...] Verso le 16 del pomeriggio di quel 24 aprile [1945], il Cap. Lamb del SOE venne a prelevare [entrambi del Gruppo Sbarchi Vallecrosia] il sottoscritto [Renzo Rossi] e Marcenaro [Pietro Gerolamo Gireu Marcenaro] al Petit Rocher per condurci al Q.G. Interalleato di Nizza "LA LIAISON". 
Durante il viaggio ci comunicò che sul greto del fiume Roia a Ventimiglia, all'altezza di Roverino, il pilota (lì costretto ad atterraggio di fortuna con l'aereo mentre era in volo di ricognizione) aveva comunicato con la radio di bordo che i tedeschi avevano evacuato Ventimiglia.
Ci disse che si dovevano prendere delle gravi decisioni e che la nostra presenza sarebbe stata determinante. 
Premetto che all'epoca avevo appena compiuto 21 anni e Marcenaro 25 ed il fatto di essere stati convocati in sì alto loco ci lasciava molto perplessi anche perchè il Cap. Lamb non ci disse che cosa si attendevano da noi personaggi così importanti [...]

Erano ormai le 19 e dal fronte nessuna novità.
Il generale francese insistette, voleva sapere esattamente che cosa facevano i tedeschi prima di prendere una decisione tanto grave. Ben sapeva che nessuno voleva morire proprio all'ultimo giorno di guerra. 
Fece quindi la proposta di inviare immediatamente una missione di ricognizione oltre Capo Nero [tra Ospedaletti e Sanremo] e che questa operazione dovevamo farla noi italiani.
Rispondemmo che eravamo ben disposti a sbarcare a Vallecrosia, dove avevamo la nostra base e metterci al seguito dei tedeschi per segnalarne i movimenti. Ci rispose di no, che uno sbarco a Vallecrosia avrebbe richiesto troppo tempo, che non c'era un radiotelegrafista disponibile e che l'unico mezzo di comunicazione erano i piccioni viaggiatori. 
Insistette che gli occorreva una risposta prima dell'alba, perché doveva dare l'ordine di avanzata alle truppe di terra e chiedere l'intervento della marina e dell'aviazione.
Ci disse che si rendeva ben conto che si trattava di una missione suicida anche e soprattutto a causa dei campi minati che noi non conoscevamo e che saremmo andati allo sbaraglio senza alcun collegamento a terra [...]

Il Cap. Lamb ci riportò alla base di Villefranche. Un corteo di vetture piene di ufficiali alleati ci seguiva. Al Petit Rocher tutti continuarono a commentare la decisione del generale; poi arrivò il kajak e la gabbia con i due piccioni viaggiatori.
Arrivò una telefonata al Q.G. dal fronte: nessuna notizia. BISOGNAVA PARTIRE.
Partimmo immediatamente su di un velocissimo motoscafo RIVA.
Mare calmo come un olio. Luna piena. Un incrociatore ed un cacciatorpediniere (gli stessi che avevano bombardato il deposito tedesco di Piazza Colombo a San Remo) si misero sulla nostra scia.
Tutto il dispositivo militare francese era sul pronti a muovere. L'equipaggio del motoscafo era composto da: Cap. La Barrière del D.G.E.R. (una colomba), Cap. Muller della Surete Militare (un falco), il pilota Caesar (francese non meglio conosciuto) e Pedretti [Corsaro/Caronte] Giulio di Ventimiglia. E gli sbarcandi, [vale a dire] il volontario francese, Marcenaro, il sottoscritto, una gabbia con due piccioni viaggiatori ed un kajak.
Arrivati al largo di San Remo ci fermammo per decidere. Il Cap. Muller sosteneva che la città era ancora occupata dai tedeschi. Nessuna finestra era illuminata, nessun falò era stato acceso sulle spiagge e sul molo per segnalare che la città era libera. Fece osservare che quando una città è libera le campane suonano continuamente a distesa.
SAN REMO ERA NEL SILENZIO PIU' ASSOLUTO!
Secondo lui non valeva la pena rischiare la vita di tre persone. Bisognava mandare subito i colombi con il messaggio che la città era ancora in mano ai tedeschi [...]
Alla fine per tagliar corto a questa discussione poco piacevole fatta sulla nostra pelle, io e Marcenaro mettemmo il kajak in mare: io salii davanti, il francese in mezzo con la gabbia dei colombi e Marcenaro dietro.
Il motoscafo rientrò immediatamente a Villefranche e ci lasciò al nostro destino [...]

Remando con le pagaie, ci avvicinammo all'imboccatura del porto, costeggiando il mercantile affondato: sul molo non c'era nessuno.
Ci spostammo davanti al Morgana, ma ci venne il dubbio che la spiaggia fosse minata ed era vero.
Lentamente ci dirigemmo verso San Martino, ma pur essendo vicinissimi alla costa con una luna che sembrava il sole di mezzogiorno, non scorgemmo anima viva. Il francese cominciava a perdere la calma: "Nom de Dieu, où allons nous?" continuava a sussurrare. Marcenaro mi chiedeva "Renzu ti ghe cunusci, duve semu?" ed io rispondevo " nu ghe capisciu in b…"
A questo punto devo chiarire che in occasione della precedente discussione al Q.G., Marcenaro mi aveva chiesto se sapevo dove andare: al che avevo risposto di sì (infatti conoscevo l'indirizzo del Prof. Mascia Mario, segretario del C.L.N. di San Remo), ma il mio compagno intendeva l'ubicazione dei campi minati, che io purtroppo non conoscevo. Chiarito l'equivoco dopo tanti tentennamenti, nella speranza di vedere qualcuno, decidemmo di andare verso una casupola bianca: era il bunker tedesco sito sulla spiaggia proprio davanti al campo sportivo di San Martino.
Decidemmo di sbarcare sul viottolo che collegava il fortino al bagnasciuga. 
Prima di mettere piede a terra, gridai in tedesco e in italiano "Siamo francesi! Arrendetevi!". Nessuna risposta. 
Sbarcammo e seguimmo il sentiero con la massima prudenza (avevamo paura delle mine a strappo). Il bunker era vuoto, arrivammo alla ferrovia. Volgendo lo sguardo indietro vidi quei tristi cartelli che gli anziani ben ricordano "ACHTUNG MINEN". Ci era andata bene!
Attraversammo la via Aurelia e ci infilammo in una stradina che costeggiava ad est il campo sportivo.
Alla prima casa bussammo, un uomo si affacciò alla finestra, gli parlammo in dialetto. Si rassicurò e ci aprì la porta facendoci entrare in casa. Era il Sig. Zauli, figlio dell'ex Preside della Scuola di Avviamento di San Remo. Ci disse che gli ultimi tedeschi erano passati in serata e che a San Martino davanti al bar Bordin c'era già un posto di blocco partigiano. Con la moglie ci disse che avevano avuto paura che fossimo una retroguardia di fascisti. Mentre la signora ci preparava un surrogato, noi inviammo subito i colombi con i messaggi.
ERANO CIRCA LE TRE DEL MATTINO.
Scendemmo sull'Aurelia, ed avvicinandoci al posto di blocco partigiano fummo fatti segno ad una raffica di mitra per fortuna sparata in alto.
Quando si accorsero che eravamo alleati, ci furono scene di gioia da parte di tutti. Mi recai immediatamente  a casa del Prof. Mascia (che allora abitava a San Martino).
I piccioni viaggiatori fecero il loro dovere, l'offensiva fu sospesa, i GUMIERS non si mossero, le navi e gli aerei non bombardarono, la guerra era finita.
Ci mettemmo in marcia per Ventimiglia; arrivati in Piazza Colombo (erano ormai le nove del mattino) fummo portati in trionfo dai sanremesi che probabilmente furono un po' delusi quando si accorsero che io e Marcenaro eravamo della zona e parlavamo come loro. Speravano che fossimo dei veri inglesi [...]

Renzo "Stienca" Rossi, in Giuseppe Mac FiorucciGruppo Sbarchi Vallecrosia <ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia - Comune di Vallecrosia (IM) - Provincia di Imperia - Associazione Culturale "Il Ponte" di Vallecrosia (IM) >, 2007


Il 25 aprile Renzo [Renzo "Stienca" Rossi] con alcuni dei suoi uomini si trovava alla base di partenza della spedizione in Francia, in una Villa della baia di Villafranca, in attesa di partire con un'altra spedizione di armi, quando giunse la notizia dello sganciamento tedesco. Nella notte egli parte accompagnato da Giraud [Pietro Gerolamo Gireu Marcenaro] e da due ufficiali francesi per riconoscere i movimenti delle truppe nemiche. La mattina del 26 approda alla Brezza ed entra in Sanremo già liberata prendendo contatto col C.L.N. della città. Fu questa l'ultima spedizione eseguita, l'ultima di una serie di imprese che fecero dichiarare al capo del controspionaggio tedesco in Liguria che "Vallecrosia ha costituito il perno della piccola Italia".
Mario Mascia, L'epopea dell'esercito scalzo, Ed. ALIS, 1946, ristampa del 1975 a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia

Il 24 aprile 1945 con il suo reparto il sergente Bertelli rifiutò l'ordine di ripiegare e raggiunse i partigiani, con i quali tentò di sopraffare i militari tedeschi incaricati di far saltare il ponte sul Nervia [nell'omonima zona di levante di Ventimiglia].
Giuseppe Mac Fiorucci, Op. cit.

24 aprile 1945 - Dal comando [comandante Fragola Doria, Armando Izzo] della V^ Brigata "Luigi Nuvoloni" della II^ Divisione "Felice Cascione", prot. n° 229, al comando [comandante Vittò/Ivano Giuseppe Vittorio Guglielmo] della II^ Divisione - Comunicava che "dalle ore 23 del 23 u.s. Baiardo è in nostra mano ed i repubblicani hanno abbandonato precipitosamente il paese, lasciando anche del materiale. Anche Ceriana è completamente sgombra da truppe nemiche... Il I° Battaglione ["Mario Bini"] ha occupato Ceriana...".
24 aprile 1945 - Dal vice comandante [Luigi Gino Napolitano] della V^ Brigata "Luigi Nuvoloni" della II^ Divisione "Felice Cascione" al comando della V^ Brigata [Fragola Doria Armando Izzo, comandante] - Riferiva che "... nella serata del giorno in corso è sceso a Poggio di San Remo il I° Distaccamento ["Vitali", comandante Sergio Guido Lanteri] che attaccherà sulla Via Aurelia eventuali fuggiaschi. Domani scenderà da Borello per liberare San Remo in collaborazione con altri 2 Distaccamenti del I° Battaglione i quali scenderanno da Poggio".
24 aprile 1945 - Dal C.L.N. di Perinaldo al comando della II^ Divisione [Vittò/Ivano Giuseppe Vittorio Guglielmo, comandante] - Scriveva: "Comunichiamo che una nostra staffetta ha preso oggi contatto con un piccolo nucleo di degollisti dentro Ventimiglia. Tutta questa zona è tranquilla".
25 aprile 1945 - Dal comando della V^ Brigata al comando del II° Battaglione "Marco Dino Rossi" [Moscone Basilio Mosconi, comandante] - Direttiva di portarsi su Bordighera.
25 aprile 1945 - Dal comando della V^ Brigata al comando del I° Battaglione "Mario Bini" [Figaro Vincenzo Orengo, comandante] - Direttiva di portarsi verso Sanremo.
25 aprile 1945 - Dal comando della II^ Divisione "Felice Cascione" [comandante Vittò/Ivano Giuseppe Vittorio Guglielmo] al comando della I^ Zona Operativa Liguria [comandante Nino Curto Siccardi] - Comunicava che "Imperia-Oneglia è completamente sgombra"...
senza data - Dal C.L.N. [da Mario Mascia, Op. cit., si desume che i componenti erano: Gaetano Giorgio Ughes (PCI), segretario; Carlo Folco (DC); Ernesto Valcado (PSI); Carlo Lungo Aliprandi (PCI), addetto militare; Amilcare Milcoz Ciccione (DC), addetto militare; Ugo Frontero (PSI), addetto militare] della provincia di Imperia al CLN Regionale - "il 24 u.s. alla notizia che i nazifascisti si preparavano ad abbandonare la provincia radunai immediatamente questo CLNP. Si presero contatti con il comando delle SAP per il mantenimento dell'ordine pubblico. La sera del 24 il prefetto ed il questore unitamente al federale fascista abbandonavano Imperia. Fu nominato un Capo della polizia provvisorio scelto tra i garibaldini. Nella notte tra il 24 ed il 25 il servizio di pattuglia e d'ordine venne eseguito da squadre miste di SAP e di P.S. Il giorno 25 alle ore 14 l'ultima colonna di tedeschi in ritirata ha lasciato Imperia ed alle ore 16.30 del giorno stesso i nostri gloriosi garibaldini facevano il loro trionfale ingresso in città. La mattina del 26 aprile alle ore 8 si prendeva possesso della prefettura e si iniziava l'attività del governo provvisorio della provincia in rappresentanza del governo nazionale. Il prefetto, avvocato Ambrogio Viale, prendeva possesso del suo ufficio, così come il presidente della deputazione provinciale Filippo Gazzano ed il sindaco della città Goffredo Alterisio coadiuvato dalla giunta... venivano nominati i commissari per tutti gli enti fascisti e per gli altri enti di pubblica utilità. la sera del 25 il CLNP chiamava un dirigente tecnico dell'Ente Ricostruzione Provinciale di Imperia affinché provvedesse alla riattivazione delle principali strade: in tal modo il 2 maggio si poteva liberamente transitare sulle due principali arterie della nostra provincia. Il problema alimentare fu in parte sopperito dai partigiani che riuscirono a bloccare nella galleria di Capo Berta circa 1.000 quintali di farina che i tedeschi cercavano di portare via. Quando il CLNP era nel pieno sviluppo del suo lavoro, è giunto, purtroppo, il governo alleato a far cessare ogni nostra attività di governo. Lo stesso con suo manifesto ha dichiarato che il CLNP non è più organo deliberatorio, ma solo organo consultivo. L'Ente Ricostruzione Provinciale, le cui basi erano state studiate nel periodo cospirativo, si propone fini collettivi e perciò dovrebbe avere tutto l'appoggio possibile".
da documenti Isrecim in Rocco Fava di Sanremo (IM), "La Resistenza nell'Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e della Storia Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945)" - Tomo II - Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Facoltà di Scienze della Formazione, Corso di Laurea in Pedagogia - Anno Accademico 1998 - 1999 
 
Tornato dalla ricognizione a Cima Marta e dalle zone su Briga non trovai più nessuno. 
Erano tutti scesi verso la costa. 
La strada da Carmo Langan rigurgitava di colonne tedesche in discesa verso Molini di Triora per andare ad imboccare poi la strada verso Rezzo (IM).
Io mi mordevo le mani perché ero nell'impossibilità di fare qualcosa. 
Avevo racimolato qualche uomo da Realdo, da Creppo, da Bregalla. 
In un momento di interruzione del transito dei nemici attraversammo un tornante di quella strada dirigendoci verso Colle Bracca. 
Di lì vidi uno spettacolo impressionante. Lunghe colonne di tedeschi erano in marcia sulla strada di Rezzo. Sarebbero bastati pochi uomini, dotati di armi automatiche, per fermare tutta la fila di tedeschi, senza possibilità di scampo: il passaggio dalle rocche di Drego, distrutto e rifatto male, comportava un passaggio lentissimo.
Sulla via Molini di Triora-Taggia i ponti erano stati fatti saltare.
Impossibilitato a fare qualcosa per mancanza di uomini ben armati, mi diressi verso San Faustino, dove recuperai altri partigiani.
Pensando che il grosso delle nostre forze fosse già a Sanremo, condussi i miei uomini verso Ceriana, Monte Bignone, San Romolo.
Nel tragitto il mio gruppetto aumentava di unità in continuazione. Erano però quasi tutti patrioti disarmati, ragazzi lasciati indietro perché semiinvalidi o per adempiere ad altre incombenze, una specie di informatori di retroguardia.
Giunti a Sanremo la trovammo tutta imbandierata...
Pagasempre, Arnolfo Ravetti, Capo di Stato Maggiore della V^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Luigi Nuvoloni" in don Ermando Micheletto, La V^ Brigata d’Assalto Garibaldi “Luigi Nuvoloni” (Dal Diario di “Domino nero” - Ermando Micheletto), Edizioni Micheletto, Taggia (IM), 1975 
 
[...] Raimondo Ricci "[...] Il mattino del 25 aprile i comandi di zona possono infatti informare gli Alleati che la via Aurelia è sgombra sino a Genova.
Analogamente, nell’altra riviera, le formazioni dell’Imperiese (prima zona operativa) si schierano per contrastare la ritirata. Il rapporto di forze è tuttavia sfavorevole: è impossibile tenere a lungo i blocchi delle strade, ma si possono sottoporre a continue incursioni le colonne in transito. Gli scontri più duri avvengono nelle zone della Val Arroscia e della Val Tanaro, sulle statali 20 (tra Ventimiglia e Albenga) e 28 (tra Imperia e il colle di Nava), sull’Aurelia e sull’Albenga-Garessio, dove i reparti partigiani sono pesantemente sottoposti al tiro delle artiglierie che proteggono il ripiegamento.
Molti reparti tedeschi si sbandano, al punto che, dopo la liberazione, i comandi partigiani devono disporre rastrellamenti dei boschi dell’entroterra.
Nel capoluogo e nelle città della costa le SAP ed i reparti delle divisioni di montagna operano a difesa degli impianti, impiegando prigionieri tedeschi per rimuovere le mine che minacciano le banchine e gli accessi dei porti.
Momenti di tensione si vivono a Bordighera tra i partigiani e le truppe britanniche, con cui dai fortini di confine sono avanzati anche contingenti francesi (Chasseurs des Alpes e truppe senegalesi) che pretendono di occupare tutto il settore occidentale della Riviera dei fiori, sino a Sanremo (tensioni analoghe si innescano nello stesso periodo al confine valdostano, certo in relazione con i rancori sedimentati dall’aggressione fascista alla Francia nel giugno 1940). La mediazione statunitense consente di superare questi difficili momenti, mentre il contributo della Resistenza italiana all’abbattimento del regime e la collaborazione nell’area ligure-piemontese con il movimento clandestino francese al momento della definizione dei confini giocano un ruolo importante [...]
".
Speciale Liberazione, Patria Indipendente, a cura di Lucio Cecchini, 31 marzo 2002
 
Completiamo la traduzione della Parte IV del Report on N. 1 Special Force Activities, during April 1945 iniziata nel fascicolo n. 3 1949 della Rassegna, e riportiamo integralmente la traduzione delle Parti V, VII e X e parzialmente, per ciò che pare interessare più direttamente la Resistenza Italiana, la Parte VIII. Rimandiamo, per le informazioni sul documento, alla Nota introduttiva pubblicata sul precedente fascicolo.
Tutti i rapporti rivelano che l’evacuazione della Liguria occidentale fu così rapida che le le unità partigiane ancora sui monti non furono in grado di entrare in azione così prontamente da effettuare quelle operazioni su vasta scala che erano nelle loro intenzioni; tuttavia in numerose località si ebbero dei combattimenti. I reparti S.A.P. delle città portarono a termine i loro compiti contro sabotaggio e ben poche distruzioni vennero compiute dal nemico [...]
Il 25 aprile i partigiani, con le nostre Missioni, occuparono Ventimiglia e Savona quasi senza resistenza; Imperia venne occupata il pomeriggio dello stesso giorno dopo un combattimento con il nemico in ritirata [...]
Nel periodo 26-29 aprile reparti francesi provenienti dalla frontiera francese occuparono la zona fino a Imperia. Il primo reparto alleato giunse a Savona il 30 aprile e i rappresentanti dell'A.M.G. giunsero a Imperia il 3 maggio.
25 aprile [...] Ventimiglia e San Remo conquistate dai partigiani e dal B.L.O.
Imperia, Savona e Albenga intatte liberate dai partigiani e dai B.L.O.
Redazione, Il contributo della Resistenza italiana in un documento alleato: relazione sull’attività del N. 1 Special Force in Italia contemporanea (già Il Movimento di liberazione in Italia dal 1949 al 1973), n. 4, 1950,  Rete Parri

martedì 21 aprile 2020

Stella Rossa Kaput, cattivi banditi distrutti



Nei giorni successivi all'attacco tedesco del 4 ottobre 1944 a Pigna (IM), i nemici avanzarono in direzione di Collardente e Buggio, Frazione di Pigna.
Vitò Giuseppe Vittorio Guglielmo, comandante della V^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Luigi Nuvoloni" della II^ Divisione "Felice Cascione", perduto il controllo dei paesi vicini alla vecchia frontiera italo-francese, individuò Triora quale centro di un nuovo schieramento.
Il 12 ed il 13 ottobre riprese l'inseguimento da parte dei nazisti, che entrarono in Triora (IM), Alta Valle Argentina, costringendo i partigiani a sganciarsi verso Piaggia [oggi Frazione di Briga Alta (CN)].
"Al tramonto del 13 tutti i distaccamenti sono nella zona in attesa di una sistemazione provvisoria. In due giorni la formazione viene riorganizzata con gli effettivi rimasti in efficienza, comprendenti circa 350 garibaldini": così in Francesco Biga [Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), Vol. III. Da settembre a fine anno 1944, ed. Amministrazione Provinciale di Imperia, Milanostampa, 1977].
Piaggia rappresentava l'ultimo disperato tentativo, data la superiorità in termini di effettivi e di armamento, dei tedeschi, di formare una linea di difesa.
Il 14 ottobre 1944, avendo raggiunto Ormea (CN), i tedeschi si avvicinarono.
Da Piaggia partirono alcuni Distaccamenti con l'intento non riuscito di bloccare il nemico.
Il 15 i tedeschi raggiunsero Ponte di Nava [Frazione di Ormea (CN), Alta Val Tanaro], avvicinandosi alquanto alla sede del comando partigiano, che decise allora di portarsi a Pieve di Teco (IM) per poi raggiungere Caprauna (CN).
La notizia che i nazisti avevano già raggiunto Case di Nava [Frazione di Pornassio (IM)] costrinse i garibaldini a cambiare direzione.
Nelle parole di Francesco Biga, Op. cit., "rapidamente l'indispensabile di documenti, di armi viene caricato sui muli; il materiale ingombrante viene seppellito, nascosto, disperso".
Lo spostamento dei partigiani avvenne di notte verso Upega [oggi Frazione di Briga Alta (CN)], raggiunta poche ore dopo: non fu ancora questa la meta prefissata, per cui gli esausti partigiani furono obbligati ad un'altra ora e mezzo di cammino, diretti a Carnino [oggi Frazione di Briga Alta (CN)], raggiunta alle 9 del 16 ottobre 1944.
L'illusione di un periodo di tranquilllità fu subito vanificata il giorno successivo dall'eco dei mitragliatori tedeschi.
Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell'Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945) - Tomo I - Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Facoltà di Scienze della Formazione, Corso di Laurea in Pedagogia - Anno Accademico 1998 - 1999

Alla metà di ottobre un grande rastrellamento nazifascista culmina nella battaglia di Upega, al confine fra Liguria e Piemonte. Un piccolo gruppo di partigiani impegna le forze nemiche mentre il grosso delle formazioni garibaldine, diviso in piccole unità, riesce a filtrare fra le maglie delle truppe tedesche e a rifugiarsi in territorio piemontese.
1944 - Le Repubbliche Partigiane

Giorni di inferno e di terrore, senza cibo, senza asilo, sotto la pioggia, i partigiani si aggirano nei boschi cercando una via per uscire dal cerchio, evitando le mulattiere e i sentieri perché vi passa il nemico, e nel bosco si può averlo di fronte a dieci metri, all'improvviso. Triste è in modo particolare la situazione di quegli ex nemici della Divisione San Marco che erano passati alle formazioni garibaldine. Essi vedono il bosco per la prima volta e non sanno dove dirigersi e non hanno chi li guidi. Coi fuggiaschi si sparge la notizia della tragedia. I tedeschi ripetono: "Stella Rossa Kaput, cattivi banditi distrutti"... Dunque, eseguendo le disposizioni emanate da Simon [Carlo Farini, in quel periodo  ispettore della provincia di Imperia, inviato dal Comando regionale per la coordinazione dei servizi militari partigiani], mentre era gravemente malato, il Comando della II^ Divisione Cascione e le Brigate I^ [Brigata d'Assalto Garibaldi "Silvio Belgrano", formata il 20 luglio 1944] e V^ [Brigata d'Assalto Garibaldi "Luigi Nuvoloni", formata il 25 luglio 1944] si mettono in marcia la sera del 17 ottobre 1944 per raggiungere il basso cuneese, attraverso il passo del Bochin d'Azeo sul Mongioie.
Inizialmente si pensa di sostare a Viozene [Frazione di Ormea (CN)], ma ciò non è possibile perché, come abbiamo già ricordato, il nemico ha raggiunto Ponte di Nava [Frazione di Ormea (CN)] e può tagliare da un'ora all'altra la ritirata delle due Brigate, per cui nella notte si riprende la marcia.
Francesco Biga, U Cürtu. Vita e battaglie del partigiano Mario Baldo Nino Siccardi, Comandante della I^ Zona Operativa Liguria, Dominici editore, Imperia, 2001

Drammatica fu invece la ritirata della Divisione "Felice Cascione" dalla Liguria al Piemonte, in seguito ai rastrellamenti dell'ottobre 1944. Nei primi giorni del mese i partigiani liguri si concentrarono a Upega, poi a Carnino e la sera del 17 ottobre ripiegarono su Viozene; quindi passarono il Mongioie per arrivare a Fontane in una lunga e durissima traversata, compiuta di notte, sulla neve ed in condizioni fisiche e psicologiche estreme. Nel frattempo circa 200 tra SS e Alpenjager attaccarono il comando di Upega, dove morì il vicecomandante "Cion" suicida per non farsi prendere vivo dai nemici.
Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea di Cuneo 

Il 17 ottobre 1944 rappresenta una delle pagini più tristi della storia della resistenza imperiese.
Quel giorno persero la vita i valorosi comandanti partigiani Libero Briganti (Giulio) e Silvio Bonfante (Cion).
Il comando partigiano, trasferitosi momentaneamente ad Upega, paese scarsamente indicato per la guerriglia data la sua ubicazione nel fondo valle, venne attaccato nel primo pomeriggio del 17 ottobre 1945 dai tedeschi che si erano infiltrati nel bosco.
Briganti, commissario della II^ Divisione, cadde al fianco di "Curto", Nino Siccardi, il comandante della II^ Divisione, drammaticamente impossibilitato a fare alcunché.
I garibaldini stavano tentando di proteggere la ritirata ai feriti.
Tra questi c'era anche "Cion", che per non cadere vivo in mano ai nemici, si uccise, sotto gli occhi della madre, con un colpo di rivoltella.
Altri garibaldini caddero sotto il tiro delle armi tedesche; il bilancio fu disastroso: le perdite, tra morti e feriti, ammontavano ad oltre venti uomini.
I nazisti con l'uccisione di "Cion" si illusero di avere distrutto l'organizzazione partigiana.
Rocco Fava, Op. cit.

... fu in quel momento che Giulio [Libero Briganti] fu colpito da una pallottola che gli attraversò il ventre. A Curto non rimase altra scelta che portare sulle spalle fuori tiro il compagno, fin sopra il passo delle Fascette. Quando lo depose a terra era quasi morente; all'imbrunire esalò l'ultimo respiro. Allora Curto cercò di passare oltre per raggiungere le due brigate a Viozene. A Upega caddero il dottor De Marchi e altri partigiani, tra cui Lorenzo Acquarone, Francesco Agnese e Francesco Gazzelli, in totale quasi una ventina. Il Cion, già rimasto ferito a Vessalico, mentre lo stavano trasportando sopra una barella verso un rifugio, quando vide i compagni che lo attorniavano falciati da una raffica, per non cadere vivo in mano al nemico si uccise con un colpo al cuore davanti alla madre e alla sorella che lo accompagnavano. Si salvarono Vittorio Rubicone ("Vittorio il Biondo"), Lazzaro Calcagno ("Mimmo") infermiere, Sandro Nuti [Scrivan/Scrivano], "Carlo Siciliano" [Calogero Madonia] e qualcun altro. Sei partigiani fatti prigionieri (Giovanni Giribaldi, Lorenzo Alberti, Domenico Moriano, Carlo Pagliari, Francesco Caselli e Michele Bentivoglio) dal nemico furono portati a Fontan Saorge e fucilati [su questo ultimo tragico eccidio vedere a questo link]
Sandro Badellino, Mia memoria partigiana <Esperienze di vita e vicende di lotta per la libertà di un garibaldino imperiese (1944-1945)>, edizioni Amadeo, Imperia, 1998

Inizialmente si pensa di sostare a Viozene [Frazione di Ormea (CN)], ma ciò non è possibile perché, come abbiamo già ricordato, il nemico ha raggiunto Ponte di Nava [Frazione di Ormea (CN)] e può tagliare da un'ora all'altra la ritirata delle due brigate, per cui nella notte si riprende la marcia.
La V^ brigata è in testa, col suo comandante Vittorio Guglielmo [Vitò o Vittò o Ivano,  Giuseppe Vittorio Guglielmo, in quel momento comandante della V^ Brigata, da dicembre 1944 comandante della II^ Divisione], e marcia per prima nella notte oscura.
Lunga e faticosa è la salita fino al passo, di cenare non se ne parla. Rezzo, Piaggia, Upega, Carnino [Briga Alta (CN)], Viozene, Bochin d'Azeo [o Bocchino d'Aseo]: i paesi della ritirata della I^ brigata, più numerosi di quelli della ritirata della V^.
Francesco Biga, U Cürtu... , Op. cit.

Dopo i dolorosi fatti di Upega, il grosso della I^ e della V^ Brigata si diresse a Fontane, Frazione di Frabosa Soprana (CN).
"Magnesia" [Gino Glorio, poco tempo dopo amministratore della VI^ Divisione "Silvio Bonfante"] annotò nel suo diario, riportate in Francesco Biga, Op. cit., le seguenti impressioni: "d'un colpo il nemico si libera di noi: tre giorni ed il paziente lavoro di mesi è distrutto; l'opera tenace di gregari, di capi, i collegamenti, le informazioni, il servizio logistico, gli uomini, il materiale, tutto quello che era la Divisione "Felice Cascione", tutto è disperso; 650 eravamo a Piaggia, ora appena 300 sono gli uomini che salgono le pendici del Mongioie. Così per la V^ Brigata. Gli altri sono là in Liguria, dispersi, affidati alla sorte, senza notizie dei compagni, senza che i compagni sappiano nulla di loro".
Dopo qualche chilometro i partigiani incontrarono la neve, che si faceva via via sempre più profonda a costiture un vero e proprio calvario.
Per giunta non solo tutti i partigiani erano già stremati dagli scontri, ma molti di loro erano vestiti con abiti di recupero e tanti erano addirittura scalzi.
Le salmerie si rifiutavano di avanzare.
Il morale dei garibaldini era sotto zero come la temperatura circostante.
Rocco Fava, Op. cit., Tomo I

La salita è aspra e faticosa, le soste sempre più frequenti, il clima sempre più rigido. Il peso dello zaino e dell'arma durante la marcia fa sudare, stanca; basta fermarsi pochi minuti perchè il vento notturno geli il sudore, intirizzisca; ciò nonostante la colonna si ferma sempre più spesso, sempre più a lungo.
Durante la marcia si propaga la notizia della morte di Cion [Silvio Bonfante, vice comandante della II^ Divisione] e di Giulio [Libero Remo Briganti, commissario politico della II^ Divisione] .
Esclamazioni di furore rispondono al racconto del garibaldino superstite da Upega che ha confermato la notizia tanto temuta. La triste notizia si propaga lungo la numerosa fila di armati portando lo scoramento in quegli uomini che idolatravano i loro capi.
Testimonia un garibaldino: "La neve si fa più alta, seguiamo in silenzio la guida che si è offerta di accompagnarci fino al passo. Voltandomi mi è dato di vedere una scena che non scorderò mai più: una interminabile fila di uomini che avanzano serpeggiando sul fianco della montagna arrancando a fatica, curvi sotto il peso delle armi; non sembravano neppure uomini, ma bensì spettri perchè non si udiva alcun rumore, nessuna voce che potesse far capire che non erano anime che venissero dall'aldilà".
Francesco Biga, U Cürtu... , Op. cit.

Scrisse [documento Isrecim] il partigiano Giovanni Rebaudo * (Janò/Jeannot/Monaco), al riguardo della ritirata della V^ Brigata in Piemonte: "Visto che l'operazione di rastrellamento si stava estendendo su tutto il territorio dell'imperiese, tra gli altri, venne dato l'ordine al terzo distaccamento (V brigata) di ripiegare gradatamente verso le alture piemontesi, anche per convincere i nemici di avere sgominato le bande. Dopo diversi giorni di marcia in diverse tappe, passando per Cima di Marta, Gerbonte, Castagna, Monte Pellegrino, si arrivò a Viozene. Sperando di fermarci qui, requisimmo come nostri accantonamenti tutti i fienili. Ventiquattro ore dopo, mentre si attendevano notizie precise, giunse Vittò, comandante la V^ Brigata Nuvoloni, e si mise a capo della nostra colonna che si incamminò per l'altura verso il passo del Bochin d'Azeo sul Mongioie. Sapemmo così che la nostra meta era Fontane [Frazione di Frabosa Soprana (CN)], un paese nella provincia di Cuneo, nell'alta Val Corsaglia. Giunti quasi al passo ci fermammo un paio d'ore per riposare mentre si decise il servizio di guardia e chi doveva rimanere al passo per proteggere la marcia della V^ brigata verso Fontane. A mezzanotte la marcia riprese e il grosso raggiunse il paese verso l'alba. Al passo rimasero Vittò, Janò capo squadra, Domenico Siboldi (Spada), Antonio Allavena (Cuma), Emilio Arizzi (Penna), Giovanni Bonatesta (Vencu) e Silvio Lodi (Bersagliere), armati di due mitragliatori, oltre alle armi individuali. Allo spuntare dell'aurora, dopo una notte calma ma non fredda, si vide in lontananza, in fondovalle, il movimento di una colonna che ripercorreva la stessa strada fatta da noi la sera prima; erano i nostri del Comando Divisione e della I^ brigata, già accampati a Upega e a Carnino. Li guidava Curto [Nino Siccardi, in quel momento comandante della II^ Divisione, da dicembre 1944 comandante della I^ Zona Operativa Liguria]. Quando giunsero al passo, potemmo notare che erano reduci da una lotta e si visse un momento di commozione quando Curto, nella sua figura imponente, con il vestito di tweed strappato e sporco di sangue, si buttò nelle braccia di Vittò singhiozzando e poi quando ci disse che erano morti Cion, Giulio, De Marchi e alcuni altri. Nel raccontarci ciò, pur pacatamente, Curto non si vergognò di farsi vedere piangere. Mi rimase impresso quest'uomo che pur con lo strazio di chi vide uccidere i compagni davanti agli occhi, mantenne la calma e non ebbe odio disperato verso i nemici. Dopo un riposo di circa trenta minuti, si riprese la marcia verso Fontane, dove giungemmo a mezzogiorno, dopo aver superato mille ostacoli. Infatti, la neve è alta, i muli affondano fino alla pancia, dei sessantaquattro che seguono la colonna, tre muoiono congelati, molti vengono trascinati a braccia dai garibaldini attraverso le scoscese pietraie sulle quali non possono procedere da soli. La stanchezza è grande e le scarpe fradice fanno male. Quando la neve scompare, la colonna procede più rapida. Oramai il giorno 18 appare chiaro. Le castagne, che si possono raccogliere durante la marcia, vengono mangiate crude". Francesco Biga, U Cürtu... , Op. cit.
* Giovanni Rebaudo Janò/Jeannot/Monaco [famiglia di Pigna (IM)], nato a Monaco Principato il 29 novembre 1921. Militò nella Resistenza in seguito ai bandi di arruolamento della R.S.I. del 24 giugno 1944. Come molti altri giovani preferì combattere per la libertà, anziché al servizio dell'occupante tedesco. Entrò a far parte del Distaccamento di Buggio [Frazione di Pigna (IM)] comandato da Carlo Cattaneo "Carletto", che operava nella zona di Carmo Langan [Comune di Castelvittorio (IM)]. Dopo una settimana, il 2 luglio 1944 ebbe il suo battesimo del fuoco con la battaglia di Castelvittorio. Dopo il relativo sbandamento si ricompose a Cima Marta un distaccamento comandato da Basilio Mosconi [Moscone, in seguito comandante del II° Battaglione "Marco Dino Rossi" della V^ Brigata ]. Con questo partecipò a numerose ed importanti azioni: a fine luglio 1944 distruzione del primo ponte sul torrente Nervia tra Isolabona e Pigna per tagliare i rinforzi ai tedeschi; a Passo Muratone e Monte Lega con la cattura di un cannone nemico, che venne poi usato contro la caserma di Dolceacqua (IM); presa di Pigna e difesa della sua Repubblica Partigiana. Tra l'8 e il 18 Ottobre 1944 partecipò con tutta la II^ Divisione alla ritirata su Fontane [Frazione di Frabosa Soprana (CN)] passando da Viozene [Frazione di Ormea (CN)]. In novembre ci fu il rientro in Liguria a riprendere i territori abbandonati, ricostituendo le Brigate. Il 6 gennaio 1945 Giovanni Rebaudo si batté fra Agaggio e Glori [Frazioni di Molini di Triora (IM)] contro i militi del Battaglione Monterosa di stanza a Molini di Triora. A marzo andò in missione a Pigna per ricostituire una formazione: qui subì il rastrellamento del 10 marzo 1945 che portò alla cattura di numerosi ostaggi ed alla fucilazione di 14 suoi compagni partigiani a Latte [Frazione di Ventimiglia (IM)]. Il 24 aprile 1945 era con tutta la  II^ Divisione a Baiardo (IM) quando il Comandante Vitò dispose il piano di occupazione della costa...  
da Vittorio Detassis su Isrecim


Dopo diverse ore di cammino tra il 18 ed il 19 ottobre i partigiani giunsero a gruppi a Fontane.
I comandanti iniziarono a smistare gli uomini, che poterono usufruire delle scorte alimentari, delle coperte e degli abiti, che il garibaldino Domenico Arnera (Aldo) aveva da mesi con impegno e sagacia messo da parte nelle vicinanze. Arnera, capo di Stato Maggiore della I^ Brigata "Silvano Belgrano", a quel tempo ancora incorporata nella II^ Divisione, venne arrestato ** in Val Tanaro il 18 dicembre a seguito di un'involontaria delazione e fu fucilato a Mondovì (CN) il 27 dicembre 1944. A lui venne intitolata la IV^ Brigata della nuova Divisione "Silvio Bonfante".
Si presero contatti anche con le formazioni autonome di "Mauri".
Rocco Fava, Op. cit. , Tomo I
**  Domenico Arnera, nato a Savona il 25 aprile 1917, aiuto disegnatore, già sottoufficiale di marina. Come molti savonesi di Villapiana, quartiere dove abita, aderisce al movimento della Resistenza. Agli inizi di luglio 1944 è tra gli organizzatori delle formazioni garibaldine liguri in Val Tanaro, comandante del Distaccamento "Bellina", dislocato a Fontane di Frabosa Soprana: è attivissimo nella raccolta di derrate alimentari, coperte ed abiti per i distaccamenti. A fine ottobre è Capo di Stato Maggiore della Brigata "Belgrano" della Divisione Garibaldi "Felice Cascione". È arrestato in Val Corsaglia il 18 dicembre 1944, a seguito di una involontaria delazione di un abitante del luogo che, vedendolo passare scortato da un tedesco armato, pare abbia commentato: "Hanno preso Aldo, il capo della Stella Rossa". In realtà Arnera, in compagnia di Fred Sutterline (disertore tedesco ancora in divisa, appena arruolatosi con i partigiani) è in viaggio verso l'ospedale di Mondovì per ricevere cure appropriate e debellare un'infezione. È condotto a Corsaglia, quindi a Mondovì Piazza e rinchiuso nelle carceri della Caserma Galliano. I tentativi dei comandi partigiani per uno scambio di prigionieri non danno l'esito sperato; Aldo viene fucilato il 27 dicembre 1944.
Decorato alla memoria di medaglia di bronzo al valor militare: "Durante un forte rastrellamento da parte del nemico, incurante del pericolo, sotto l'imperversare di un'intensa azione di fuoco, provvedeva ad occultare un ingente quantitativo di viveri evitando che cadesse in mani nemiche. Sebbene ferito, rimaneva ancora per cinque giorni al suo posto di lotta, finché sfinito di forze, veniva fatto prigioniero; sottoposto a torture e sevizie le sopportava fieramente destando l'ammirazione dello stesso avversario. Affrontava serenamente la morte senza svelare alcuna notizia". Val Corsaglia-Mondovì, 10-27 dicembre '44
da una pubblicazione di ANPI Savona


Un vero e proprio passaggio è quello che interessa il gruppo di Arturo Pelazza. Fino alla fine di settembre [1944], la banda, che opera nella zona intorno a Ormea, fa parte delle formazioni garibaldine dell'Imperiese, presumibilmente della Divisione “F. Cascione”. Da una comunicazione di “Mauri” a Ezio Aceto, comandante della IV divisione Alpi, si evince che Pelazza ha chiesto direttamente al secondo di poter entrare a far parte delle autonome. “Mauri” non ha nulla in contrario, ma, come nel caso di “Bacchetta” e di Montefinale, agisce con prudenza nei confronti dei comandi garibaldini. Gli uomini del Pelazza possono essere inquadrati purché dichiarino che intendono passare a far parte delle formazioni “Autonome” e abbiano il nullaosta del Comando Garibaldino. “Mauri”, che nello stesso periodo sta vivendo insieme le conseguenze della cattiva gestione della vicenda "Devic-Biondino", l'esplosione dei contrasti nell'Astigiano per il caso Scotti e l'inizio del dissidio con Cosa  per l'inquadramento delle loro brigate nelle formazioni autonome, sembra ormai aver adottato e accettato le disposizioni del comitato, rinunciando, almeno per il momento, alla creazione di un organismo fuori dai partiti del CLN. D'altra parte, il rapido procedere degli eventi crea un crescente fermento nelle formazioni partigiane del basso Piemonte.
Giampaolo De Luca, Partigiani delle Langhe. Culture di banda e rapporti tra formazioni nella VI zona operativa piemontese, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Pisa, Facoltà Lettere e Filosofia, Corso di laurea magistrale in Storia e civiltà, Anno Accademico 2012-2013

Il 20 ottobre 1944 "Curto" con la scorta di 5 partigiani tornò momentaneamente ad Upega per procedere alla messa in salvo anche dei patrioti feriti che là erano rimasti.
La missione ebbe esito positivo.
Rientrarono nelle fila Sandro Nuti (Scrivan), ferito in combattimento l'8 ottobre a Vessalico e salvato da un croato, poi passato nella Resistenza, "Natascia" [Ida Rossi, già infermiera nell'ospedale partigiano di Valcona] e "Carlo Siciliano" [Calogero Madonia].
La I^ Brigata "Silvano Belgrano" venne riorganizzata su 6  Distaccamenti.
I Distaccamenti erano i seguenti: "Giovanni Garbagnati" con commissario "Athos", "Angiolino Viani" con commissario "Gigi", "Giuseppe Maccanò" con commissario "Federico" [Federico Sibilla], "Filippo Airaldi" con commissario "Gomez" [Angelo Montaldo], "Ettore Bacigalupo" con commissario "Giuseppe" e "Giuseppe Catter" con commissario "Jacopo" [Vittorio Giordano].
Le forze sbandate della I^ e della V^ Brigata, circa 150 uomini, furono incorporate nell'VIII° Distaccamento di Domenico Simi (Gori), che si costituì in Battaglione.
Venne tentato a più riprese un contatto con il comando divisionale, conseguito, infine, il 22 ottobre.
Nei primi giorni di permanenza a Fontane avvenne l'incontro tra il comandante Nino Siccardi (Curto) ed il maggiore inglese Temple (Wareski) (1): "Curto" chiese un consistente aiuto militare per le sue formazioni: la riunione si concluse, tuttavia, con un nulla di fatto.
Più concreto fu il contributo in denaro giunto da più parti e con il quale "Curto" rimborsò la popolazione di Fontane per i viveri ed il vestiario forniti ai suoi uomini.
Francesco Biga sottolineava che "il colonnello Pompeo Colaianni (Barbato) dispose per l'invio di 200.000 lire e di numerose paia di scarpe... giungono lire 500.000 dal CLN imperiese per pagare i debiti contratti... il 31 ottobre, su ordine del comando divisionale, il vice comandante della V^ Brigata si porta a Mondovì per trattare con il cavaliere Battaglia, ricco industriale, il versamento di 5 milioni" [Caro Curto. La tua richiesta mi è giunta attraverso Antonio. I Tedeschi  non riusciranno mai a piegare la tua valorosa Divisione. Auguro che quando questa lettera ti raggiungerà, avrete già avuto notizie dei compagni feriti e della tua famiglia. Scrivo al battaglione di Boves, appoggiatevi ad esso. Cercheremo di darvi aiuto per le scarpe attraverso questa via. Non posso disporre che di L.100.000, perché i nostri bisogni sono preoccupanti e tu ben sai che gli amici <gli Inglesi> non sono generosi con noi, né di armi né di denaro. Altre 100.000 spero vi possano essere date, dietro mio ordine, dal battaglione Boves. Ricevi questo poco denaro con l'augurio dei nostri animi fraterni. Salutiamo i tuoi uomini e ti abbracciamo fraternamente. Barbato].
Rocco Fava, Op. cit., Tomo I
(1) [...] l’arrivo del maggiore Temple rappresentava qualcosa di più: era arrivato tra noi un ambasciatore e un addetto militare del governo inglese e degli Alleati, era il riconoscimento ufficiale e tangibile della legittimità della nostra lotta; con lui diventavamo cobelligeranti. L.B. Testori, La missione Temple nelle Langhe, in AA.VV., N. 1 Special Force nella Resistenza italiana, Volume I, Bologna, 1990, p. 159 - Nell'agosto '44 erano attive ben 4 missioni italiane, con 13 agenti italiani; 9 missioni britanniche con 16 agenti britannici; 13 italiani in missioni britanniche. In Piemonte, le comandava il maggiore "Temple", missione "Flap". Cfr. M. BERRETTINI, op. cit., p. 38. "Temple" (Neville Darewsky), classe 1914, ufficiale dell'esercito inglese, morì il 15 novembre 1944 in un incidente a Marsaglia (CN). Era stato paracadutato tra le formazioni di Mauri il 6-7 agosto 1944. Ebbe importanti incontri con il Cmrp; a lui si deve l’idea della costruzione dell’aeroporto di Vesime (AT); qui giunsero Stevens e Ballard, gli ufficiali dello Soe che lo sostituirono. Marilena Vittone, “Neve” e gli altri. Missioni inglesi e Organizzazione Franchi a Crescentino, in “l’impegno”, n. 2, dicembre 2016, Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nel Biellese, nel Vercellese e in Valsesia

[...] Questa la situazione che determinò i fatti del 10 ottobre ’44, ed indusse i Comandi partigiani all’occupazione di Alba. Si dà poi per certo che il magg. Mauri personalmente sia stato sempre piuttosto alieno da una occupazione del presidio (tant’è vero che le due notti successive alla entrata in Alba i suoi uomini ebbero l’ordine di ritirarsi sulle posizioni di partenza, e così fecero; mentre di occupazione vera e propria si può parlare solo quando si decise di presidiare costantemente la città di giorno e di notte, in seguito a gravi perturbamenti nell’ordine pubblico). In ogni caso, una volta verificatasi la situazione di cui più sopra, secondo la testimonianza del Vescovo venivano a militare a pro della occupazione partigiana ragioni di vera e propria azione di polizia. Particolarmente chiarificativa al riguardo è una Relazione del comandante Mauri pubblicata nel volume del Generale R. Cadorna: «La Riscossa - dal 25 luglio alla Liberazione», Milano, 1949. Il presidio partigiano di Alba durò una ventina di giorni circa.
Ma intanto: «Il fronte sulla linea gotica - riprendiamo col maggiore Mauri - minaccia di stabilizzarsi. La Repubblica di Salò riprende fiato e lo riversa nelle trombe della sua velenosa propaganda. È bandita una nuova crociata anti-ribelli, la definiva, per distruggere per sempre il mal germe dei traditori. Domodossola già liberata dai partigiani è nuovamente caduta sotto la dominazione nazi-fascista. Ora è la volta di Alba. È facile capirlo. Le variopinte legioni neofasciste si concentrano verso Bra e Torino. Poi arriva l’ultimatum: "Sgombrate Alba o vi annienteremo". Rispondo: "Alba l’abbiamo presa e la terremo. Se in fondo al vostro essere è rimasto un briciolo di italianità dovreste vergognarvi di minacciare ancora, dopo tanti delitti, saccheggi ed uccisioni. Restate con la vostra vergogna senza nome; con noi sono tutti gli italiani e tutti gli uomini d’onore e di dignità». Allo stato delle cose la risposta non poteva essere diversa.
Nè mutò nel corso dei tre storici abboccamenti del 30 e del 31 ottobre, svoltisi a Barbaresco, al Mussotto e a Cinzano fra il Comandante partigiano Magg. Mauri con alcuni suoi collaboratori e, per pa rte repubblicana, il Commissario Straordinario per il Piemonte Zerbino accompagnato da alcuni gerarchi; intermediario Mons. Grassi [...]
Filippo Barbano, I fatti militari di Alba in alcuni documenti partigiani e repubblicani (10 Ottobre 1944 - 15 Aprile 1945), INSMLI, Milano, Il movimento di liberazione in Italia. Rassegna bimestrale di studi e documenti, novembre 1949, n. 3 -  gennaio 1950, n. 4
 
Dal 4 al 6 novembre 1944 i garibaldini rifugiatisi a Fontane e dintorni dopo la tragica sconfitta di Upega lasciavano incolonnati le montagne del Piemonte per riprendere possesso delle valli liguri e proseguire la lotta fino all'agognata vittoria. I primi denari consegnati a Ramon [Raymond Rosso], da distribuire agli altri Distaccamenti della I e V Brigata della "Cascione" appena reinsediatisi dalle parti di Gazzo, Casanova Lerrone e altrove nei pressi, erano recati da Siro [Domenico Amari] per conto del CLN di Albenga (SV). Con solerte tempismo Siro provvedeva così le somme necessarie ad acquistare derrate alimentari per i combattenti della futura Divisione "Bonfante", al momento in condizioni di grave indigenza.
Francesco Biga e Ferruccio Iebole (a cura di Vittorio Detassis), Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), Vol. V, Ed. Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia, 2016

Il 31 ottobre 1944 i comandi partigiani procedettero ad una ulteriore riorganizzazione.
Tra i più importanti cambiamenti si ebbe la nomina di Carlo De Lucis (Mario) a commissario della II^ Divisione, che subentrò allo scomparso Libero "Giulio" Briganti, e quella di Agostino Bramé (Orsini) a commissario della V^ Brigata.
Rocco Fava, Op. cit., Tomo I

giovedì 16 aprile 2020

... i fascisti scappando abbandonarono 2 muli

Badalucco (IM)
Il 6 gennaio 1945 ebbe luogo un vasto rastrellamento a danno dei garibaldini della II^ Divisione  "Felice Cascione" nei pressi del Passo della Verna.

La "befana" di quell'anno fece trovare nella calza degli imperiesi un'abbondante nevicata, che non impedì agli uomini del II° Distaccamento "Novella" del I° Battaglione "Carlo Montagna" della IV^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Elsio Guarrini" di riuscire a sganciarsi dal nemico in Località Binelle del comune di Montalto Ligure [oggi Comune di Montalto Carpasio (IM)].

I patrioti trovarono difficoltà a mimetizzarsi tra gli spogli tronchi dei castagneti, ma avevano dalla loro la cancellazione delle impronte in cagione della bufera che imperversava.

I due austriaci che avevano disertato dal Distaccamento probabilmente avevano indicato la via ai nazisti, ma di loro non si seppe più nulla.

Sempre il 6 gennaio ebbe luogo un altro rastrellamento, in Valle Argentina.
Tre colonne nemiche provenienti da Molini di Triora, Diano Marina ed Imperia si concentrarono intorno a Badalucco.
Erano composte in massima parte da fascisti e repubblichini, quasi tutti liguri, molti dei paesi vicini alla zona di queste azioni. Pochi i tedeschi. Prima di arrivare bruciarono quasi tutte le case incontrate sui tragitti percorsi.
I nazifascisti cercavano di individuare nei pressi di Montalto l'abitazione di Fedè, che fungeva  da recapito della II^ Divisione. E trucidarono a Badalucco tre civili sorpresi per strada.

[   6 gennaio 1945 - Da CORPO VOLONTARIO DELLA LIBERTA' ADERENTE AL C.L.N. *,  Sezione S.I.M. [Servizio Informazioni Militari] della V^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Luigi Nuvoloni", prot. n° 253, al comando della II^ Divisione d'Assalto Garibaldi "Felice Cascione" e p.c. al comando della V^ Brigata - Informazioni militari: "Oggi forze nazifasciste hanno effettuato un rastrellamento a Badalucco. Si calcola siano stati impiegati per detto rastrellamento più di Cinquecento uomini, i quali hanno occupato il paese con manovra avvolgente, provenienti da Molini di Triora, Diano Marina ed Imperia valicando Passo Veina, S. Remo, Ceriana seguendo la via del Passo S. Bernardo.
I nazifascisti hanno bruciato quasi tutte le case di campagna che hanno incontrato sul loro cammino.  Le forze provenienti da Molini, arrivate al ponte rotto di Montalto che era ancora notte, cercarono della casa di Fedè (Recapito della Divisione).
Verso le ore 9.30 i nazifascisti sono entrati in Badalucco dove sono andati di casa in casa cercando munizioni. È stata bruciata una casa dove è stato trovato un moschetto, un'altra  dove è stata trovata della munizione ed è stata fatta saltare... Tre individui borghesi sorpresi per la via sono stati vilmente trucidati. Alle ore 15 pomeridiane i primi reparti di nazifascisti hanno lasciato Badalucco diretti verso Taggia. In questo primo gruppo ho contato 160 uomini. 4 gruppi di 25 o 30 uomini, i rimasti, lasciavano il paese, diretti, parte verso Taggia, parte verso Carpasio e parte verso Molini di Triora. Questi ultimi sono stati attaccati da squadre di Garibaldini della V Brigata. Durante tale attacco i repubblichini perdevano un mortaio da 81 mm.
Alle ore 16.30 una pattuglia composta di 7 uomini, gli ultimi rimasti, lasciava Badalucco e si congiungeva con un gruppo di 50 uomini che attendevano subito fuori il paese.
Al detto dei fascisti che hanno preso parte all'azione, dovevano circondare Badalucco sino dalle 5 del mattino. Tutto ciò è fallito perché al passo di Veina hanno smarrito la strada.
Si è notato che la forza adoperata per questo rastrellamento era composta in massima parte da fascisti e repubblichini, quasi tutti liguri e dei paesi a noi vicini. Pochi erano i tedeschi. il responsabile S.I.M. di BRIGATA (Brunero) [Franco Bianchi]"
da un documento Isrecim in Rocco Fava di Sanremo (IM), "La Resistenza nell'Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e della Storia Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945)" - Tomo II - Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Facoltà di Scienze della Formazione, Corso di Laurea in Pedagogia - Anno Accademico 1998 - 1999   ]


Gli attaccanti si diressero subito dopo a Taggia, a Carpasio e a Molini di Triora.
La colonna nemica, forte di 40 unità, che tornava a Molini di Triora, fu avvistata dai Distaccamenti Mia e Serpe.
I garibaldini si attestarono allora sotto Glori, Frazione di Molini di Triora (IM), facendo un fuoco incrociato, che obbligò i repubblichini prima a disperdersi, cercando rifugio anche nei tombini, e quindi a scappare.
I patrioti recuperarono due muli, uno carico di un mortaio da 81 mm e relative munizioni, l'altro di... dolci già pronti per la befana fascista.
"... i fascisti scappando abbandonarono 2 muli, uno carico di un mortaio da 81 mm e rispettive munizioni, l'altro di dolci per festeggiare la befana fascista" così, in effetti, lasciò scritto in una sua relazione al comando partigiano Giovanni Jeannot/Monaco Rebaudo **, partecipe anch'egli di quello scontro del 6 gennaio 1945 contro i militi fascisti del Battaglione Monterosa di stanza a Molini di Triora.
Dalla testimonianza di Pippo Rebaudo, conservata presso l'Archivio dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, si apprende, oltre che la conferma dell'episodio dei muli abbandonati, anche che il giorno dopo lo scontro rammentato il comandante del presidio fascista di Molini di Triora avrebbe detto alla popolazione: "Ho compiuto molti rastrellamenti  in Croazia, ma non ho mai avuto paura come ieri".
Rocco Fava, Op. cit., Tomo I

... ultimo rastrellamento tedesco-fascista in Valle Argentina. Esso fu stroncato dalla nostra artiglieria al mattino dell'Epifania: per la prima volta usammo cannoni provvisti di congegno di puntamento.
Andrea [dirigente ligure della Resistenza] in una lettera dei primi del 1945 indirizzata ad un dirigente del Partito d'Azione a Milano, documento oggi in Fondazione Gramsci

* [  Quasi tutti i documenti partigiani, anche se scritti nelle condizioni difficili che ben si possono immaginare, anche quelli vergati a mano, riportavano la dicitura Corpo Volontari della Libertà (costituitosi il 19 giugno '44)  ]

** Giovanni Rebaudo [famiglia di Pigna (IM), poi residente a Ventimiglia dalla Liberazione sino alla morte], nato a Monaco Principato il 29 novembre 1921. Militò nella Resistenza in seguito ai bandi di arruolamento della R.S.I. del 24 giugno 1944. Come molti altri giovani preferì combattere per la libertà, anziché al servizio dell'occupante tedesco. Entrò a far parte del Distaccamento di Buggio [Frazione di Pigna (IM)] comandato da Carlo Cattaneo "Carletto", di Ventimiglia, Distaccamento che operava nella zona di Carmo Langan [Comune di Castelvittorio (IM)]. Dopo una settimana, il 2 luglio 1944 ebbe il suo battesimo del fuoco con la battaglia di Castelvittorio. Dopo il relativo sbandamento si ricompose a Cima Marta un distaccamento comandato da Basilio Mosconi [Moscone, in seguito comandante del II° Battaglione "Marco Dino Rossi" della V^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Luigi Nuvoloni"]. Con questo partecipò a numerose ed importanti azioni: a fine luglio 1944 distruzione del ponte della "Bunda" di Pigna per tagliare i rinforzi ai tedeschi; a Passo Muratone e Monte Lega con la cattura di un cannone nemico, che venne poi usato contro la caserma di Dolceacqua (IM); presa di Pigna e difesa della sua Repubblica Partigiana. Tra l'8 e il 18 Ottobre 1944 partecipò con tutta la II^ Divisione d'Assalto Garibaldi "Felice Cascione" alla ritirata su Fontane [Frazione di Frabosa Soprana (CN)] passando da Viozene [Frazione di Ormea (CN)]. In novembre ci fu il rientro in Liguria a riprendere i territori abbandonati, ricostituendo le Brigate. A marzo andò in missione a Pigna per ricostituire una formazione: qui subì il rastrellamento del 10 marzo 1945 che portò alla cattura di numerosi ostaggi ed alla fucilazione di 14 suoi compagni partigiani a Latte [Frazione di Ventimiglia (IM)]. Il 24 aprile 1945 era con tutta la  II^ Divisione "Felice Cascione" a Baiardo (IM) quando il Comandante Vitò [Vittorio Giuseppe Guglielmo] dispose il piano di occupazione della costa...  da Vittorio Detassis su Isrecim


sabato 11 aprile 2020

Lo spettacolo del nostro esercito che si dissolve è impressionante


In base agli accordi presi a Casalecchio, nei pressi di Bologna, tra comandi supremi italiano e tedesco il 15 agosto 1943, la sostituzione del contingente italiano in Provenza con quello tedesco avrebbe dovuto ultimarsi entro il 9 settembre '43. Mentre le operazioni si stavano ultimando, giunse al comando dell'armata una comunicazione, "Memoria 44", in cui in previsione di una possibile aggressione tedesca veniva disposto che le divisioni Pusteria e Taro della IV armata fossero raccolte nelle valli Roja e Vermenagna "per interrompere le vie di comunicazione della Cornice..."
Mario Torsiello (a cura di), Le operazioni delle unità italiane nel settembre-ottobre 1943, Stato maggiore dell'Esercito, Ufficio storico, Roma, 1975 
 
[La visita nel Nizzardo di Von Rundstedt (comandante tedesco in Francia) a fine luglio 1943 e le richieste di passaggio di truppe verso l'Italia del suo ufficiale di collegamento Heggenreiner il 1 agosto lasciarono sbigottiti i comandi italiani]
Il rapporto del comando d’armata con l’OKW, e genericamente con i comandi tedeschi del settore mediterraneo, erano stati fino allora non soltanto corretti ma anche cordiali, in quanto alcuni atti arbitrari tentati dalla Gestapo nella zona di competenza italiana erano stati stroncati dai nostri comandi con molta decisione, senza che mai i comandi della Wehrmacht fossero intervenuti a dar sostegno a tali organi di polizia. In più di un caso, anzi, i comandi della Wehrmacht avevano mostrato la loro soddisfazione perché il comando dell’armata italiana era intervenuto con tanta decisione contro elementi che, operando alle dirette dipendenze degli organi berlinesi, manifestavano una netta insofferenza per le direttive dei comandi militari. Specialmente cordiali erano, poi, i rapporti con il generale Felber, comandante del gruppo di divisioni settore del Mediterraneo, con il quale i contatti erano continui, per la identità del compito. Fu appunto il generale Felber che, al mattino del giorno seguente la comunicazione Heggenreiner, giunse a Mentone per un colloquio con il generale Vercellino. Il generale Felber espose la questione press’a poco nei seguenti termini: “Il comando tedesco annetteva la massima importanza al settore italiano e di conseguenza intendeva inviare a sostegno dell’alleato un certo numero delle sue migliori unità di riserva, tra cui due divisioni di paracadutisti.
E poiché risultava al comando tedesco che la zona di Genova, con il suo porto, aveva una difesa scarsamente consistente era stato concordato con il Comando supremo italiano l’invio in tale zona di un C.d.A su tre divisioni, mentre due divisioni di paracadutisti sarebbero state inviate a Firenze quale prima massa di manovra. Era, pertanto, necessario che il comando d’armata non frapponesse difficoltà dato che un movimento logistico di tale ampiezza non ammetteva sospensioni o rinvii. All’esposto del generale Felber il generale Vercellino rispose che era ben lieto che il comando alleato si fosse reso finalmente conto della necessità di dare il massimo aiuto all’Italia su cui si concentrava lo sforzo nemico, ma che gli alleati per ora si trovavano in Sicilia e non in misura di sbarcare a Genova, onde non si rendeva conto della richiesta di dislocare in Liguria un Corpo d’armata tedesco. Che, comunque, la decisione concerneva il Comando supremo italiano e che fino a che questo non avesse fatto conoscere la sua volontà, egli, come comandante di un’armata italiana, non avrebbe consentito al passaggio di altre forze nel suo territorio. Il generale Felber, come già il colonnello Heggenreiner, affermò che gli accordi esistevano e che essi sarebbero stati confermati, onde il generale Vercellino si assumeva una ben grave responsabilità nel dichiarare che si sarebbe opposto ai movimenti deliberati. Su questa dichiarazione il colloquio ebbe termine ed io, che vi ero stato presente, fui incaricato dal generale Vercellino di informare subito lo Stato maggiore di Roma a mezzo del telefono dotato di apparecchiatura contro le intercettazioni. Da Roma mi venne confermato che gli accordi cui accennava il generale Felber non esistevano (bisognerà aspettare il 15 agosto) e che di conseguenza veniva approvato il diniego del comando d’armata. Portata tale risposta al generale Vercellino, in quel momento a colazione con il generale Felber, la discussione (sia pure in forma riservata) riprese ed il comandante d’armata dichiarò esplicitamente che rifiutava il permesso di transito e che tale rifiuto sarebbe stato fatto rispettare anche con le armi. Nello stesso pomeriggio il comando dell’armata emanò disposizioni perché fossero impediti i movimenti delle forze tedesche che si stavano raccogliendo nei pressi di Tolone ai margini della linea di demarcazione tra i due settori e venne ordinato il caricamento di tutte le interruzioni ai valichi rotabili della fascia alpina. Dinanzi a tale atteggiamenti i tedeschi non si mossero. E fu gran male per noi perché l’armata, sia pure senza carri e senza artiglieria contraerea, aveva una propria solida struttura con le divisioni “Lupi di Toscana” e “Taro” in misura di far massa verso Tolone, mentre a tergo si poteva contare sulla divisione “Legnano” e la divisione celere “EFTF”. Contro tali unità i tedeschi potevano fare intervenire mezzi corazzati e motorizzati e segnatamente il gruppo bombardieri in picchiata di Saint Raphaèl, ma la slealtà tedesca, facilmente comprovabile, avrebbe eccitata la reazione italiana e forse influito sui militari della Wehrmacht di ceppo non germanico. Nella notte l’intero Stato maggiore operativo del comando d’armata rimase in attesa aspettando da Tolone e da Torino la comunicazione che le truppe tedesche avevano iniziato il movimento preavvisato. Giunse, invece, da Roma la comunicazione che in seguito ad accordi tra i due comandi supremi, quello italiano consentiva che un Corpo d’armata tedesco si portasse in Liguria e che “forze autotrasportate” (furono poi i paracadutisti) raggiungessero la zona di Firenze. [...] Ogni tanto il colonnello Heggenreiner chiedeva qualche facilitazione: l’occupazione di una località, il controllo di una posizione, l’uso di una centrale di collegamento. Il comando dell’armata rifiutava e il Comando supremo autorizzava. Nel mese di agosto una fitta rete tedesca avvolse la Liguria: le forze italiane si trovarono circondate e chiuse da ogni parte e il generale Bancale, comandante del settore ligure, alle cui dipendenze erano state messe formalmente le forze tedesche, commentava la situazione dicendo: “Essi conoscono benissimo l’italiano quando si tratta di chiedere dati e notizie, ma lo ignorano quando debbono rispondere alle nostre richieste”. Intanto la consistenza delle forze italiane nel settore francese andava facendosi ogni giorno più leggera: la divisione Legnano venne intanto trasferita nell’Emilia per un successivo spostamento verso Sud (che ebbe seguito a cavallo del 8/9). La divisione “Lupi di Toscana” ricevette ordine di trasferirsi nel Lazio. La divisione Celere venne inviata nella zona di Torino dove le agitazioni operaie assumevano aspetto di ostilità al proseguimento della guerra. Fu circa in quel tempo che scrissi una lettera personale al colonnello Nurra, già capo di Stato maggiore del XXI C. d’A. ed allora addetto all’ufficio operazioni del Comando supremo, per prospettargli la convenienza di abbandonare la Francia per difendere con le nostre unità il Paese. La proposta, che probabilmente si incontrava con la decisione dell’autorità centrale, venne accettata e pervenne l’ordine di trasferire le forze italiane del settore francese nel Piemonte, quale massa di manovra, con l’eccezione di due divisioni costiere che dovevano mantenere il Nizzardo, zona di presunta rivendicazione italiana. L’ordine del Comando supremo era di cedere ordinatamente e regolarmente alle subentranti unità tedesche tutta l’organizzazione difensiva, dalle artiglierie costiere ai piani del fuoco, dalla rete dei collegamenti ai depositi di munizioni di preda bellica. Oggi, dopo la conoscenza dei fatti, mi spiego l’aria di diffidenza con la quale gli ufficiali di Stato maggiore tedeschi accoglievano le nostre illustrazioni del piano di resistenza realizzato, dei lavori attuati, del funzionamento dei vari servizi.
Alessandro Trabucchi, I vinti hanno sempre torto, Castelvecchi, 1947
 
A partire dal 25 luglio 1943, data della caduta di Mussolini e del fascismo, i tedeschi iniziarono ad attuare loro piani già pronti, facendo affluire truppe dal Brennero e dalla Francia, che si insediarono in seguito anche in provincia di Imperia.
Già dall'agosto 1943 a ridosso dei valichi appenninici e delle Alpi Liguri sono presenti le divisioni tedesche 76^ e 94^, appartenenti all'87° Corpo d'Armata. 
Altre quattro divisioni tedesche, la 157^, la 356^, la 715^ e la 60^ Panzer, erano dislocate in Provenza [...]
Tuttavia sino all'armistizio di Cassibile non si ha notizia di truppe tedesche stanziate ad Imperia.
Per quanto concerne le truppe italiane in provincia [alla vigilia dell'8 settembre] era operativo il I° Corpo d'Armata, composto dalle divisioni costiere 223^, comandata dal generale Andreoli, 224^, agli ordini del generale Bancale, e Taro, sotto il comando del generale Pedrazzoli.
A partire dall'8 settembre la città di Imperia rappresentava un centro di accoglimento delle forze italiane della IV^ Armata già stanziata in Provenza.
Alla data dell'8 settembre 1943 si trovavano in Imperia, alloggiati presso la Caserma Crespi, tre battaglioni del 41° reggimento fanteria, di cui uno reduce dalla Grecia.
Nella caserma Siro di Imperia Porto Maurizio era presente un battaglione di soldati delle classi 1903-04 richiamati alle armi solo alcuni giorni prima. Altre truppe erano collocate in varie caserme di Imperia per un complessivo di 4500 militari e 200 ufficiali. Ad Imperia era anche presente il cacciatorpediere F.R. 34, in seguito catturato dai tedeschi e ribattezzato T.A. 34.
Nella zona compresa tra Imperia ed Albenga era stanziato il 21° Battaglione Guardia Costiera agli ordini del tenente Fassani.
A Diano Marina (IM) la Caserma U. Comandone fungeva da deposito del 15° Reggimento Artiglieria di Corpo d'Armata, il quale era dotato di cannoni semoventi corazzati. 
Nella parte occidentale della provincia presso la Caserma Umberto I di Sanremo (IM) era accantonato un distaccamento del 90° Reggimento Fanteria e nella Caserma Revelli di Taggia (IM) era collocato il centro automobilistico del 15° Corpo d'Armata...
Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell'Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945) - Tomo I - Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Facoltà di Scienze della Formazione, Corso di Laurea in Pedagogia - Anno Accademico 1998 - 1999

[...]  A Imperia si trovavano quattro VAS della 5a Squadriglia, al comando del tenente di  vascello  Ludovico  Motta.  L’8  settembre [1943],  su  ordine  del  Comando  Marina  di  Genova,  Motta  uscì  con la VAS  214, per dare la caccia a un sommergibile; fu raggiunto dalla VAS 237, uscita da Portofino. Alle sette del 9, la  caccia  al  sommergibile  fu  interrotta  e  le  due  unità  rientrarono  nei  porti  di  provenienza. Motta, giunto a Imperia alle 12:15, fu informato dal comandante del porto   (tenente colonnello delle capitanerie di porto, Piaggio) della proclamazione dell’armistizio; chiese  istruzioni a  Comar  Genova,  che  gli  disse  di  dirigere  per  un  qualsiasi  porto  a  sud  di  Livorno.  Motta  procedette alla distruzione dell’archivio segreto e, alle 17, lasciò Imperia con le sue unità (214, 208, 219, 220).  Le  unità  procedettero a moderata  velocità,  date  le  precarie  condizioni di efficienza di alcune di loro, verso Capraia. [...] Scontri avvennero a Villafranca e a Mentone, con perdite fra il personale della Marina. Alcuni dei marinai italiani riuscirono a raggiungere la frontiera svizzera e furono internati in tale Paese. [...]  Il  9  settembre  caddero  a  Mentone  il  sottocapo  infermiere  Mario  Acquisti  e  il  cannoniere Armando Alvino. [...] Anche in Francia alcuni marinai riuscirono ad allontanarsi e si mantennero alla macchia o raggiunsero la Resistenza francese. [...]
Giuliano Manzari, La partecipazione della Marina alla guerra di liberazione (1943-1945) in Bollettino d'Archivio dell'Ufficio Storico della Marina Militare, Periodico trimestrale - Anno XXIX - 2015, Editore Ministero della Difesa 

Anche il battaglione della Guardia di Finanza presente a Nizza aveva già ricevuto l'ordine di rimpatrio e nella giornata del 9 settembre da Ventimiglia raggiunse Cuneo e poi Torino, dove fu sciolto. Furono invece internati parte dei  militari della compagnia di Finanzieri di Tolone, mentre quelli della compagnia dislocata in Corsica, dopo aver partecipato ai combattimenti intorno a Bastia, si trasferirono in Sardegna alla fine di ottobre.
Gabriele Bagnoli, La Guardia di Finanza nella seconda guerra mondiale, Tesi di laurea in Storia Militare, Università degli studi di Firenze, Anno Accademico 2013-2014

L'8 settembre 1943 il comando della Wehrmacht di stanza ad Acqui (AL) "alle ore 18.30 dalla radio inglese BBC ed alle ore 19 da quella italiana" precisa Francesco Biga (Il settembre 1943 nell'Imperiese, supplemento a "Storia e memoria", n° 2, 1993) "immediatamente allertava l'87° Corpo d'Armata tedesco: alle 22.25, infatti, il generale Rommel ordinava di disarmare le truppe italiane in base alle misure previste dal piano 'Achse' a iniziare dalle ore 5 del mattino del 9 settembre".
In effetti prima delle 12 del 9 settembre 1943 i tedeschi avevano già preso possesso militarmente della costa ligure tra Genova e Savona e si erano lanciati all'inseguimento, nella parte occidentale della Liguria, dell'Esercito Italiano.
La 76^ divisione tedesca, ricevuto l'ordine, si diresse verso Albenga lungo la Via Aurelia. La 94^ doveva marciare anch'essa verso la città ingauna, oltre che su Imperia, passando nell'entroterra da Carcare-Ceva-Garessio.
Il gruppo tattico della 94^, al comando del colonnello Lodowig, occupata Albenga a mezzogiorno senza incontrare veri e propri ostacoli, giunse in serata a Sanremo e a Ventimiglia, dove si congiunse con la 60^ divisione Panzer proveniente dalla Provenza...
Il grosso della 94^ incontrò invece ostacoli sul suo cammino: il gruppo tattico partito da Alessandria alle ore 6.30 del 9 settembre dovette affrontare alle ore 14 presso Priola (CN) un conflitto a fuoco con soldati italiani condotto rapidamente a proprio favore. "A Garessio alle ore 15" come chiarisce Carlo Gentile ("Notiziario dell'Istituto Storico della Resistenza in Cuneo e provincia", n° 3, 1991) "il gruppo tattico si divise in due tronconi: una parte prese la direzione del Colle di San Bernardo dove si imbattè nella colonna delle truppe italiane provenienti da Albenga". Queste ultime erano reparti della 201^ Divisione Costiera - 5000 uomini - che in un primo tempo rifiutarono di arrendersi, ma che dopo alcune trattative dovettero cedere.
Rocco Fava, Op. cit.

Il 14 venne rastrellata la val Roja, nella quale, in base ai risultati della ricognizione aerea dovevano trovarsi ancora elevati contingenti delle truppe del XV corpo d'armata italiano provenienti dalla Francia.  Non furono tuttavia i soldati di Peiper a ricevere quest'incarico.
Il battaglione si era frazionato nel corso della sua marcia e aveva lasciato reparti a presidio delle città occupate del basso Piemonte - Alessandria, Asti, Alba, Bra, Mondovì, Cuneo - diventando troppo debole per accollarsi ancora questo compito.
... All'alba del 14 settembre, il reparto esplorante (Aufklärungs-Abteilung) divisionale fu messo in marcia da Chivasso alla volta di Cuneo allo scopo di provvedere al rastrellamento della val Roja.
Giunto a Cuneo verso le 9 del mattino, il reparto proseguì attraverso la Vermenagna, passò in val Roja dove catturò a Tenda e a Briga Marittima i resti dei tre battaglioni del 7° reggimento alpini e il 5° reggimento di artiglieria alpina e si spinse fino a Breil.
Qui, dove la strada era stata fatta saltare dai soldati del Regio Esercito in ritirata, fu preso contatto con un reparto della divisione Feldherrnhalle che proveniva dal Nizzardo.
Già il giorno seguente, il grosso del reparto esplorante fu fatto rientrare quasi completamente a Chivasso.
Rimasero nel Cuneese solo alcune aliquote incaricate di effettuare ulteriori operazioni di disarmo in direzione del confine francese.
Vediamo la comunicazione del 15 settembre: "Il disarmo si avvia alla conclusione. Il raggiungimento delle aree periferiche ha portato i seguenti risultati: strada Cuneo, Breglio, nessun ulteriore accertamento del nemico. Aliquote dell'A[ufklärungs] A[bteilung] "LSSAH" inviate da Cuneo verso ovest hanno disarmato a Demonte 30 ufficiali e 20 uomini, a Vinadio 30 ufficiali e 300 uomini della G.A.F. [Grenzjäger].  Le moderne fortificazioni del confine sono libere..."
Carlo Gentile, Settembre 1943. Documenti sull'attività della divisione "Leibstandarte-SS-Adolf Hitler" in Piemonte, in Il presente e la storia: rivista dell'Istituto storico della Resistenza in Cuneo e provincia


Il secondo gruppo della 94^ Divisione tedesca, che da Garessio (CN) aveva seguito la strada 28 verso Imperia, ad Ormea (CN) venne in contatto con truppe italiane decise a non arrendersi. Ne seguì un duro scontro al termine del quale i tedeschi sgominarono gli italiani.
All'alba del 10 settembre le truppe tedesche lasciarono Ormea e, passando per Pieve di Teco (IM), alle 10.30 raggiunsero Imperia. "Nel corso della medesima giornata disponevano le truppe a presidio della costa" (Gentile).
Emblematico risulta il caso di Ormea (CN), un comune ed un circondario intorno al quale operarono spesso in seguito i partigiani della I^ Zona Operativa Liguria, segnatamente la VI^ Divisione "Silvio Bonfante". Di Ormea e di quanto vi accadde nel drammatico settembre 1943 scrisse in un diario-memoriale, che riguarda la zona Ormea-Pieve di Teco per tutto il periodo che va dall'8 settembre alla Liberazione, Nino Barli, podestà di Ormea dopo il 25 luglio 1943, ma subito dimessosi dopo i tragici avvenimenti, qui di seguito riportati con le sue parole. "Fin dal mattino del 10 incominciarono a giungere ininterrottamente dalla costa ligure colonne di militari italiani, anche marinai,  mentre gli ufficiali già in Ormea davano disposizioni per organizzare un poderoso centro di difesa". Venne posto un camion sul ponte dell'Armella ostruendo completamente il passaggio e, come precisò il Barli, "furono posizionate mitragliatrici sulla piazza della Chiesa Parrocchiale, oltreché nei vigneti sovrastanti la Statale 28. Molti soldati, armatissimi e con zaini di bombe a mano, vennero dislocati nelle case private". La popolazione, spaventata per tutto questo muoversi di truppe e temendo il peggio, fuggì in gran numero portandosi dietro quello che poteva.[...]
Di fronte ad un tale dispiegamento di armi e armati, la popolazione, invitata dai generali Bancale, Gonzales, da un altro ufficiale e da un colonnello dello Stato Maggiore, a chiudersi in casa, presa dal panico, già dalle ore 14 aveva incominciato ad abbandonare il paese, portando con sé quello che poteva. Il pomeriggio trascorse in un continuo aumento di tensione per le notizie per le notizie che giungevano e che annunciavano prossimo l’arrivo dei tedeschi.
Ad un tratto lungo la strada si scorse l’avvicinarsi di una grossa colonna nemica proveniente da Garessio, si udì la  prima  raffica di mitragliatrice nei pressi di San Rocco. 

Da quel momento il fuoco andò sempre aumentando di intensità. 
Il fragore era tremendo, l’azione durò due ore e un quarto: dalle 19 alle 21,30, ora in cui gli italiani si arresero.
All’inizio dell’attacco i soldati tedeschi  si  erano divisi  in  tre  colonne: una marciò verso il centro dell’abitato, l’altra s’inoltrò a monte dello stesso,  passando  attraverso  i vigneti, per il sentiero del Rio Arozzo, che porta alla Cappella di San Moro e  la terza, avanzando lungo il Tanaro, raggiunse il così detto Ponte dei Sospiri. In tal modo l’abitato venne a trovarsi sotto un intensissimo fuoco incrociato, le cui conseguenze lasciarono il  segno per molto tempo.
Una volta arresisi gli italiani, i tedeschi  iniziarono uno spietato saccheggio che si protrasse per tutta la notte dell’11 settembre, convinti che la popolazione in massa avesse appoggiato i nostri soldati, lanciando bombe dalle finestre ed azionando mitragliatrici dalle case private. 
Durante i combattimenti caddero cinque nostri soldati ed un ufficiale,  una  decina  di  feriti  furono ricoverati nell’Ospedale.
Correva voce che i tedeschi avessero perduta una trentina di uomini tra morti e feriti, falciati dalla mitragliatrice piazzata in località San Rocco, mentre su autocarri scoperti giungevano  da  Garessio. Ma niente fu possibile appurare. Nei pressi della Chiesa Parrocchiale,  il  tenente delle  SS  che  comandava  la  colonna  di  centro,  ebbe  il braccio destro fratturato in due punti da pallottole, e perciò fu ricoverato  nell’Albergo delle Alpi; al tempo stesso diede ordine che tutta la popolazione maschile dai 18 ai 35  anni venisse deportata in Germania, convinto che avesse appoggiato i  soldati italiani.  
Il  paese  trascorse  qualche ora di terrore ma poi,  grazie all’intervento di una signora tedesca, moglie di un ufficiale, nella zona da più giorni per raccogliere informazioni, fu evitata la deportazione. 
Il giorno 11 settembre, alle ore 10, giunse in Ormea una lunga colonna  di  soldati  italiani  ed  una trentina  di  ufficiali,  fatti  prigionieri durante la notte lungo la Statale 28, tra Cesio e Nava. Erano  settecento circa, affiancati da soldati tedeschi armati di mitragliatori, ed erano avviati ad accamparsi nel campo sportivo.  
La  popolazione  tutta  gareggiò nel provvedere loro viveri, indumenti,  medicine ed  altro. Il Comune  fornì  in  abbondanza  altre provvigioni. I prigionieri bivaccarono  tutta  la notte nel campo, ma il mattino del12, alle ore 8, con una lunga e lenta  tradotta  furono  fatti  partire  per Alessandria.
In Ormea rimasero una  trentina  di  tedeschi a custodia del  deposito del  90°  Reggimento Fanteria,  fornito di una grande quantità di materiale militare che i tedeschi, con cinque torpedoni della ditta Fava di Imperia, trasportarono allo scalo  ferroviario,  caricandolo  poi  su  sessantacinque  vagoni, che avevano per destinazione una località ignota (forse Alessandria).
In previsione di giorni drammatici il Comune di Ormea riuscì a farsi consegnare dall’ufficio dell’ammasso di Ceva circa quattromila quintali di grano che, con l’aiuto degli amministratori della  cartiera, furono ammassati nel Comune e quindi distribuiti alla popolazione. Fu un saggio provvedimento perché, dove si agì diversamente, enormi quantità di grano furono deviate in Germania, con gravi conseguenze per la popolazione... (Barli)
Nei  giorni  successivi  al  12,  i  tedeschi organizzarono una serie di capisaldi; dopo il 15 il gruppo tattico Reich assunse la seguente dislocazione: il Comando a Borgomaro, in Valle Impero; il  Comando del reparto esploratori  della  94a Divisione ad Oneglia, con a capo il capitano  Kohler;  il  2° Squadrone  dello stesso reparto, a Bordighera. Invece ad  Albenga  fu  dislocato  il  Comando del reparto esplorante della 76a Divisione, con uno squadrone ad Alassio. L’artiglieria del 451° gruppo, diviso in due sezioni, prese posizione a Leca di Albenga e nella Caserma U.  Comandone  di  Diano Castello.
Il senso di sbandamento che assaliva la popolazione in seguito all'occupazione tedesca è reso percettibile da un testimone oculare di quei drammatici giorni, Vincenzo Calzia, all'epoca segretario comunale di Borgomaro (IM). Calzia annotò nel suo diario, conservato presso l'Archivio dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia: "9 settembre 1943: lo spettacolo del nostro esercito che si dissolve è impressionante". Più avanti Calzia si riferisce alle truppe tedesche "fanno presto a prendere possesso dell'Italia; non li aspettavo. Confesso che ho provato un senso di paura, seguito da un moto di ribellione". Il senso di impotenza e di sconforto trasuda dalle pagine dello stesso diario il 15 settembre 1943 "... la popolazione è terrorizzata: vive sotto l'incubo del peggio. Come si sta male a sentirci soli, senza una protezione, separati dalla nostra gente, vedere la nostra patria annientata!". Il 20 settembre Calzia sottolinea l'arrivo del grosso delle truppe tedesche che "si sono sistemate senza tante cerimonie".
Il comando tedesco il 20 settembre 1943 pubblica un'ordinanza diretta a tutta la popolazione ed ai soldati italiani, che intima la consegna immediata delle armi: tale ordine, tuttavia, sarà completamente ignorato.
Tra le località in cui la popolazione accennò un tentativo di ribellione figura Castellaro (IM), in cui la cittadinanza sabotò i cannoni di una batteria abbandonata dal Regio Esercito.
In alcune località i tedeschi occuparono i presidi militari già del Regio Esercito, ma giungendo dopo che i cittadini avevano già messo al sicuro le armi, come nel caso di Sanremo e di Ventimiglia (IM).
I nazisti ritennero vitale dal punto di vista strategico la Strada Statale 28 Imperia-Ceva e, per tale ragione, insediarono due centri tattici importanti a Pieve di Teco e a Borgomaro (IM). Tali presidi furono creati per fronteggiare un imminente sbarco alleato in Liguria, sbarco che avvenne invece solo il 15 agosto 1944, ma in Provenza.
Rocco Fava, Op. cit.

Doc. 33 (BA-MA, RS 2-2/27)
Comunicazioni del Quartiermeister (sezione dello stato maggiore addetta, tra l'altro, ai rifornimenti ed all'amministrazione dei prigionieri di guerra) del II. SS-Panzerkorps all'Heeresgruppe B.
17-9-43: "Lungo la strada Cuneo - Ventimiglia, catturati al Colle di Tenda un btg. ed a Briga due btg. del 7° regg. Alpini. I cannoni del 5° regg. art., in posizione in montagna, privi dei serventi. A Saorgio, il ponte stradale e quello ferroviario fatti saltare [...]".
Carlo Gentile, Op. cit.