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lunedì 1 giugno 2026

Davanti e dietro c'erano altri partigiani

Camporosso (IM): la spiaggia in prossimità della casa della famiglia Guglielmi

La mia famiglia abitava ai Piani di Camporosso, a poca distanza dal mare, nel piccolo gruppo di case che noi chiamavamo “Tribù”.  Mio padre era pescatore e, come tutti i pescatori abitanti in riva al mare, era anche contrabbandiere. Prima dello scoppio della guerra eravamo arrivati alla casa dei nonni alla Tribù da Beausoleil, dove i miei vivevano come emigrati degli anni ‘30. Nel 1935 mio padre si arruolò volontario per la guerra di Etiopia. Nella sua attività di contrabbandiere credo che diverse volte trasportasse oltre frontiera anche degli ebrei allora perseguitati e in fuga verso altri paesi. Una volta lo sentii parlare con la mamma di “brava gente che scappava”. Forse nacque così il suo antifascismo [...] Mio fratello Nino accompagnava già nostro padre nei viaggi in Francia per contrabbando, quando venne arruolato, ironia della sorte, nella Guardia Confinaria e inviato proprio a Beausoleil. Spesse volte, anche senza permesso, ritornava a casa in bicicletta per brevi visite. L’8 settembre 1943 lo colse a Beausoleil. Tutto il reparto come tutto il Corpo d’Armata Italiano si sfaldò. Nino ricevette vestiti borghesi dal clero della chiesa di St. Charles di Beausoleil, che lo aiutarono anche nella fuga verso l’Italia. Nei giorni seguenti ero a Ventimiglia, che era nel marasma generale e sul lungo Roia notai tre uomini nel greto del fiume che procedevano verso la foce portando in spalla fasci di canne. Uno di questi mi fissò e con impercettibile gesto della mano mi fece segno di allontanarmi: era Nino. Ritornai a casa e avvisai mio padre dell’accaduto. Quella sera mio padre non chiuse la porta di casa. A notte arrivò mio fratello.
A causa delle continue visite della polizia che avrebbe potuto facilmente scoprire il disertore, Nino si rifugiò in località Marcora sopra Isolabona, in un casone di campagna adibito a ricovero degli attrezzi agricoli di una vigna di un nostro conoscente. Per qualche settimana periodicamente andavo in Marcora a portare generi alimentari e biancheria a mio fratello. Credo che altri si fossero uniti a lui perché una volta mi chiese di portare più pane. Un giorno, lasciata la bicicletta ai margini della carrozzabile, mi inoltrai a piedi per il sentiero che conduceva al rifugio di mio fratello. Mi accorsi di essere seguita, cambiai strada ritornando verso il paese. Un uomo mi si avvicinò: era un signore nostro vicino di casa che conoscevo bene, perché frequentava anche la nostra casa; chiedeva sempre di mio fratello. Capii allora la sua insistente curiosità. Era armato e mi puntò la pistola alla faccia chiedendomi di condurlo da mio fratello. Ebbi la forza di mentire dicendo che non sapevo dove fosse. Mi credette, ma mio fratello dovette fuggire di nuovo. Con mio padre ci trasferimmo a Vallecrosia Alta, perché la costa era sovente bombardata dal mare, dai cannoni di Monte Agel, e mitragliata dagli aerei. Nel gennaio del 1944 morì mia madre e mio fratello Nino [Alberto Guglielmi] non fu presente al funerale. Sparito. 
Dalla primavera del 1944 mio fratello iniziò a fare qualche furtiva visita nottetempo. Confabulava con mio padre, poi spariva di nuovo. Diverse volte con mio padre ritornavamo alla casa al mare e a volte papà partiva per raggiungere la Francia con la barca. La cantina a volte era piena di merci le più varie, una volta persino dei datteri. Credo a settembre del ‘44, Nino una notte portò a casa, a Vallecrosia Alta, una radio e la nascose nell’armadio a muro nell’ultima stanza. Si apprestava a sparire un’altra volta. Mi accusò di non aver chiuso bene le porte. Non era vero, ero certa di aver chiuso bene tutte le porte, ma Nino mi disse che XY, un nostro parente, era entrato in casa e l’aveva sorpreso mentre usava la radio.
Aumentarono per tutto il 1944 le nostre visite alla casa sulla costa. Accompagnavo mio padre con in braccio mio fratellino Bruno per rendere più facile il passaggio al posto di blocco all’altezza della caserma Bevilacqua. Sorpassavamo di lato la sbarra e i tedeschi e i fascisti di guardia ci salutavano dalla guardiola. A volte trascinavamo il carretto con sopra le ceste dei fiori. A Vallecrosia Alta coltivavamo un piccola piantagione di garofani. Molte volte tra i garofani mio padre nascondeva casse che nottetempo erano sbarcate sulla costa. [...] papà nascose in un altro nascondiglio la radio. Venne la polizia: gli agenti rovistarono dappertutto, ma fu facile dire che non sapevamo niente della radio e che non sapevamo dove Nino fosse fuggito.
Compresi che quando era in previsione uno sbarco pernottavamo al mare a dispetto dei cannoneggiamenti da Monte Agel e al mattino ritornavamo ripetendo la manfrina delle ceste dei garofani invenduti al mercato. Da quei giorni nella cantina della casa al mare furono custodite anche strane casse.
Sono certa che sbarcarono o si imbarcarono anche altri soldati alleati. In particolare ricordo che prima di Natale del  1944 una notte riapparve Nino accompagnato da un uomo alto, biondo come uno svedese e con due baffoni. Erano appena sbarcati dalla barca, perché i pantaloni erano bagnati, e avevano anche diverse casse che nascosero in cantina e che vennero recuperate nei giorni successivi dagli amici di Nino: Achille [Achille "Andrea" Lamberti], Lotti e altri. Ancora a notte partirono per Negi [Frazione del comune di Perinaldo].
La notte della Epifania  riapparve mio fratello Nino con “Mimmo” (Domenico Dònesi) e un ufficiale inglese [n.d.r.: il capitano Robert Bentley, del SOE, incaricato di assumere il compito di ufficiale di collegamento tra gli alleati ed i partigiani della I^ Zona Liguria] bagnato fradicio. Era evidentemente appena sbarcato. Sistemarono delle casse in cantina poi si incamminarono di nuovo.
 

Vallecrosia al Mare (IM): centro storico di Vallecrosia Alta

L’indomani, di buona ora con mio padre e mio fratellino Bruno ci incamminammo per Vallecrosia Alta. Era una strana carovana che procedeva dalla costa verso la collina di Santa Croce fino all’attuale via Orazio Raimondo. Io, mio padre con mio fratellino sulle spalle e un carretto con delle ceste di fiori, all’interno delle quali forse era nascosta una radio ricetrasmittente o celate altre casse, procedemmo  lungo la via provinciale per passare il posto di blocco. Elio Bregliano, Mimmo, Nino, il capitano inglese Bentley e Mac il marconista marciavano lungo il versante della collina, nascosti tra i pini e sotto i pergolati delle coltivazioni di verde ornamentale proprio dietro la caserma Bevilacqua lungo il sentiero del Nespolo. Davanti e dietro c'erano altri partigiani. All’altezza del cimitero di Vallecrosia incontrammo Achille e Lotti che avevano fatto da staffetta e portato un po’ di pane. Arrivò anche Eraldo Fullone con un carro e una mula per caricare le ceste di fiori.
[...] Nino, Mimmo, Elio e gli inglesi procedettero fino a Soldano con Lotti, Achille e Eraldo, che li precedevano di vedetta contro eventuali incontri di tedeschi.
Il 10 gennaio 1945 nella chiesa parrocchiale venne officiata la S. Messa dell’anniversario della morte di mia madre. A cerimonia appena iniziata apparve Nino, si sedette qualche banco davanti a me. Dal mio posto ad un tratto vidi una donna che era dietro di lui e che non riconobbi, toccare lievemente Nino sulla schiena. Come fosse un segnale convenuto senza voltarsi mio fratello si alzò e si allontanò confondendosi tra la gente. Fu l’ultima volta che vidi mio fratello.
Emilia Guglielmi in Giuseppe "Mac" FiorucciGruppo Sbarchi Vallecrosia, Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia <Comune di Vallecrosia (IM) - Provincia di Imperia - Associazione Culturale "Il Ponte" di Vallecrosia (IM)>,  2007

Della Missione Kahnemann faceva parte anche Alberto Nino Guglielmi.
Raggiunti gli alleati, Domenico Mimmo Dònesi e Nino furono ingaggiati dai servizi inglesi, sottoposti ad un breve addestramento e preparati alla missione di invio dell’ufficiale di collegamento presso i partigiani della I^ Zona Operativa Liguria, il capitano Robert Bentley, del SOE  britannico. Intorno a Natale Nino fu inviato a preparare lo sbarco di Bentley, che avvenne il 6 gennaio 1945, sempre sulla spiaggia di Vallecrosia. Di questa missione faceva parte anche Dònesi. Capacchioni era già in attesa in zona.
appunti inediti di Giuseppe Mac Fiorucci, per Op. cit.
 
Ad ogni modo presi contatto con Leo [Stefano Carabalona], che era appunto appena sbarcato in Francia in quel tempo, e poi con Kahnemann (Nuccia), il quale era pure passato a Nizza e mi posi immediatamente al lavoro. Tonino [Antonio Capacchioni], Mimmo [Domenico Dònesi] e Nino [Alberto Guglielmi] mi furono di grande ausilio durante la fase preparatoria. Le difficoltà di una traversata erano grandissime… decidemmo di inviare Nino perché preparasse il terreno… Nino venne tagliato fuori… Decidemmo di inviare Tonino... Alle 17.30 completammo l'operazione e raggiungemmo Vignai [Frazione di Baiardo (IM)]. Lì incontrai il sergente Henry Harris dell'USAAF che era stato con il maggiore Campbell... Più tardi scoprii che il sergente Harris era stato chiamato da Curto per controllarci ed essere sicuro che fossimo inglesi e non delle spie...    
Robert Bentley in Mario Mascia, L’epopea dell’esercito scalzo, Ed. ALIS, 1946, ristampa del 1975 a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia
 
[...] Comando alleato il quale, accogliendo le proposte avanzate dal Comando della “Felice Cascione”, organizzò una sede di appoggio per rifornimenti in una villa di Cap-Ferrat provvista anche di un alloggiamento coperto per un motoscafo, col quale numerosi furono i viaggi in mare per portare rifornimenti, armi e piani strategici.
Gli alleati compresero l’importanza di questa iniziativa e concordarono l’invio in Italia di un ufficiale inglese con un collaboratore dotato di una potente radio trasmittente. La notte del 6 gennaio 1945 tutto il gruppo Kahnemann [n.d.r.: ma non "Nuccia" che rimase in Francia per poi andare a Roma] ed il capitano Bentley partirono via mare per Vallecrosia. Due giorni dopo Bentley era al comando della “Felice Cascione” dove, in permanente contatto col Comando alleato, nell’ultima parte del periodo resistenziale, si realizzò una piena collaborazione strategica degli alleati e delle formazioni partigiane.  
Domenico Mimmo Donesi in Giuseppe Mac Fiorucci, Op. cit. 

sabato 16 maggio 2026

I sanmarchini a Poggi si preparavano a raggiungere i partigiani

Poggi, Frazione di Imperia. Foto: Jk4u59. Fonte: Wikipedia

Si raggiunse [un gruppo di militi della repubblichina San Marco] Imperia, che aveva subito un bombardamento nelle prime ore del mattino; sotto i nostri occhi, evidenti i segni dei danni subiti, incendi non ancora spenti, automezzi ribaltati, cavalli uccisi trascinati sui marciapiedi, e un frenetico andarevieni di persone in un vociare confuso e caotico. Qualche chilometro ancora, e giunti nelle vicinanze della nuova base, si voltarono le spalle al mare per inerpicarsi su una stretta e ripida stradina di montagna che si snodava con un susseguirsi di curve fra ampie gradinate di ulivi; il fondo, duro e sassoso era percorso da piccole fenditure che l'attraversavano irregolarmente, rigagnolo nei rari giorni di pioggia. Il caldo si faceva sentire, ed il Majerling, che sembrava aumentare di peso col passar delle ore, mi faceva sudare abbondantemente; cominciavo a rimpiangere la brezza del mare, visibile solo a tratti attraverso i varchi delle coltivazioni e le ampie superfici di ulivi, nota preminente del nuovo paesaggio. La stanchezza ormai, per il lungo percorso effettuato, era accusata da tutti, e solo i frammentari commenti sulla nuova destinazione servivano a distoglierne il pensiero; si andava a Poggi a rimpiazzare una formazione di Brigata Nera di stanza nel piccolo paese abbarbicato sulle alture che cingono Porto Maurizio. Un ultimo sforzo e, alla fine della salita, sopra uno spiazzo situato all'inizio del paese, la postazione, una vecchia e robusta casa con piccole finestre, provviste di inferriate; il fabbricato era inoltre protetto da un solido muro di cinta, opportunamente adattato per una postazione di mitragliatrice, che dominava la strada d'accesso alla borgata; alle spalle, un notevole dislivello permetteva facilmente di controllare la campagna circostante. Il luogo era completamente deserto, imprudentemente la postazione era stata sguarnita all'alba, senza attendere la nostra venuta; non rimase che stabilire la dislocazione delle sentinelle e distendere finalmente i giovani ma stanchi corpi in accoglienti brande.
Si era tornati indietro nel tempo, non più rumori di treni ed automezzi, né di aerei che scendevano sibilando a bassa quota; un silenzio patriarcale avvolgeva ogni cosa, debole qualche voce femminile filtrava fra gli ulivi, o lo scalpitio di un mulo che transitava carico di fieno, ma il tutto attenuato, quasi a non disturbare un mondo da sempre uguale. Il paese era piccolo e all'apparenza disabitato, ombrose e strette viuzze, quasi soffocate dalle vecchie costruzioni in roccia, le persiane socchiuse ad ogni ora del giorno; unico segno di vita riscontrabile, il raro passaggio di qualche donna o ragazzo, che volutamente ci evitavano, atteggiamenti che acuivano in noi il senso di isolamento, recepito fin dal primo giorno di arrivo. 
Il comando aveva ripetutamente fatta presente la necessità di uscire dalla base, perlomeno a piccoli gruppi, sorvegliando con molta attenzione le persone che si incontravano; il nostro iniziale atteggiamento, piuttosto allegro ed imprudente, doveva essere messo decisamente da parte, il pericolo lo si poteva trovare ad ogni angolo di strada; ma la maggior parte di noi non voleva subire quell'atmosfera di netto distacco in un paese della propria terra, forse la presenza del sergente tedesco, aggregato al nostro contingente in qualità di «camerata», maggiormente acuiva in noi il desiderio di avvicinarci agli abitanti del luogo; ma le finestre, in cui per un attimo si intravvedeva un volto, continuavano a chiudersi immediate e silenziose al nostro avvicinarci. Alla fontana poi, situata in prossimità della postazione, cui dovevamo recarci giornalmente per il normale fabbisogno d'acqua potabile, il nostro arrivo causava una generale ed affrettata partenza, magari con i recipienti riempiti a metà, e nel tempo necessario al nostro rifornimento nessuno si accostava. Ma un giorno, arrivando silenziosi, si colsero di sorpresa due ragzze che, superata la momentanea incertezza, cercarono disinvoltamente di affrettare la partenza; il peso però che tenevo sullo stomaco da parecchi giorni mi indusse a bloccarle, nell'intento di riuscire a chiarire uno stato di fatto per noi insopportabile. La domanda che espressi fu esplicita e precisa: «Perchè la popolazione è così scostante nei nostri riguardi? Il nostro comportamento non intende creare noie ad alcuno, e tantomeno far del male. Non dimentichiamo inoltre di essere cittadini dello stesso paese». La risposta che seguì fu chiara e coraggiosa: la nostra venuta era stata preventivamente illustrata dal reparto che ci aveva preceduti, qualificati come soldati pericolosi e disposti a qualsiasi violenza, addestrati dai tedeschi a quel preciso scopo, e non solo i ribelli, ma anche i civili, avrebbero fatto bene a girarci al largo; il fatto poi di essere armati come i tedeschi, e accompagnati da loro ufficiali e sottufficiali, avvalorava a loro giudizio l'esattezza dell'avvertimento. Fissai la ragazza che mi aveva risposto, e con un sorriso misto a malinconia le chiesi: «Tu credi ch'io sia capace di comportarmi a questo modo? Rifletti e guardami prima di rispondere». Una breve pausa, uno sguardo intenso, «Credo di no, ne sono convinta», e si allontanò con l'amica, non senza averci inviato un ultimo sorriso. Il conoscere la predisposizione dei civili ad un clima di tensione contro il nostro reparto, cosa volutamente creata dalla Brigata Nera, ci amareggiò, anche perchè la composizione di quel corpo non godeva presso di noi di alcuna stima. 
Passarono alcuni giorni. Sottili dubbi e nascoste incertezze riaffiorarono, acquistando una dimensione più ampia; si parlava cautamente in un'alternanza di stati d'animo, dove ansia ed attesa erano presenti. Il particolare modo in cui improvvisamente ci si era trovati a vivere, dopo le movimentate precedenti vicissitudini, favoriva la riflessione; la noia di giorni sempre uguali, occupati esclusivamente nell'espletamento dei turni di guardia, e la mancata conoscenza di prospettive future ci portavano a sentirci archi tesi in procinto di essere vibrati, e intanto i pensieri correvano, rendendo visibile la possibilità di una vita diversa, dapprima avvertita indistintamente, ora concreta e possibile. 
Si approssimava la fine di agosto, si era al ventotto, e uno stato d'animo di particolare emotività mi aveva preso; il giorno dopo, infatti, raggiungevo il mitico traguardo dei vent'anni, e pensare alla ricorrenza, ai piccoli doni e alle affettuosità di solito espresse dai familiari mi causava una strana malinconia; mi sentivo intrattabile e litigioso, e nel cercare uno sbocco alla tensione che avvertivo approfittai dell'unica possibilità a disposizione, recarmi in paese.
[...] Prudenza e paura non erano certo presenti nel locale poveramente arredato con vecchi tavoli e sedie impagliate, l'ambiente godeva di una nomea pericolosa, partigiani e repubblicani casualmente incontratisi si erano divertiti a spararsi reciprocamente e si diceva ci fosse cascato il morto; le stesse voci inoltre affermavano che le sorelle erano in contatto con i ribelli, e questo era vero. Oddo, l'unico paesano rimastomi vicino, era entrato nel locale e, avvicinatosi, con cautela mi avvertì che qualcosa stava maturando, Giorgio mi attendeva per aggiornarmi sulla situazione, prudente il comportarsi con un atteggiamento normale. 
Il tramonto allungava ormai le ombre delle case sulla piazzetta antistante l'osteria. In breve raggiunsi il caposaldo, dove apparentemente le cose scorrevano nella normalità, ma all'osservatore prevenuto non sfuggiva la velata inquietudine che già passava nell'ambiente, malgrado i soliti discorsi che contribuivano in qualche modo a presentare una situazione di piena regolarità. Giorgio, vistomi arrivare, mi aveva preso in disparte, iniziando una conversazione fittizia, e appena gli fu possibile, con poche e sintetiche parole mi aggiornò: i tempi erano stati bruciati e ad evitare pericolosi contrattempi il tutto era deciso per quella notte; la quasi totalità delle adesioni dava un senso di sicurezza pur considerando la pericolosità dell'azione, unici a non essere stati avvertiti, il tenente Zangiacomi, il sergente tedesco, e il più giovane di noi, un volontario. La fuga verso la libertà aveva dunque valide premesse per riuscire. Le ombre della notte avevano aggiunto un tono di misterioso fascino all'atmosfera del caposaldo, in silenzio e guardandoci con dosata indifferenza si consumò l'ultima cena offertaci dalla cucina tedesca, qualche parola ancora, qualche saluto, a cui seguì il consueto ritiro nelle brande. Anche il tenente, ufficiale piuttosto grassoccio, dotato di buona flemma e di buoni occhiali, all'apparenza più intellettuale che soldato, si apprestava a ritirarsi in una stanza a lui riservata nella casa di fronte alla postazione della mitragliatrice, al di là della strada. 
Ormai il silenzio copriva l'intera guarnigione; la luna, filtrando dalle inferriate, indicava confusamente figure di soldati addormentati e corpi inquieti nella ricerca di un riposo che faticava a venire.
Renato Faggian (Gaston), I Giorni della Primavera. Dai campi di addestramento in Germania alle formazioni della Resistenza Imperiese. Diario partigiano 1944-45, Ed. Cav. A. Dominici, Imperia, 1984, pp. 35-40
 

mercoledì 22 aprile 2026

A Porto Maurizio le Brigate Nere erano già, con relative famiglie, in ripiegamento

Uno scorcio di Imperia, visto da Porto Maurizio

24 aprile 1945 - Dal comando della VI^ Divisione "Silvio Bonfante", prot. n° 339, ai comandi della I^, II^, II^, IV^ Brigata - Disponeva, a modifica del dispaccio prot. n° 301 in data 19 aprile 1945, che all'atto dell'insurrezione la I^ Brigata "Silvano Belgrano" doveva portare i Distaccamenti "Giovanni Garbagnati", "Angiolino Viani" e "Francesco Agnese", agli ordini del comandante "Mancen" [Massimo Gismondi], del vice commissario "Loris" [Carlino Carli] e del capo di Stato Maggiore "Cis" [Giorgio Alpron], su Oneglia, il Distaccamento "Franco Piacentini" della I^ Brigata doveva scendere a Diano Marina, il Distaccamento "Marco Agnese" della I^ Brigata doveva dirigersi su Andora e Cervo-San Bartolomeo, la II^ Brigata "Nino Berio" si doveva concentrare nella zona della Valle Arroscia per scendere su Albenga, che "Ramon" [Raymond Rosso, capo di Stato Maggiore della VI^ Divisione "Silvio Bonfante"] doveva controllare la mentovata discesa, la III^ Brigata "Ettore Bacigalupo" doveva attestarsi a Testico in attesa delle ultime disposizioni del comando di Divisione.
24 aprile 1945 - Dal capo di Stato Maggiore ["Ramon", Raymond Rosso] della VI^ Divisione "Silvio Bonfante", prot. n° 43, al comando della I^ Brigata "Nino Berio" della VI^ Divisione "Silvio Bonfante" - Ordinava di occupare subito militarmente la generatrice elettrica di Alto e di disporre 3 uomini all'ascolto continuo di Radio Londra di modo che potessero riferire al mittente i messaggi ed i bollettini di guerra.
24 aprile 1945 - Dal comando della I^ Brigata "Silvano Belgrano" della VI^ Divisione "Silvio Bonfante" al comando della VI^ Divisione - Comunicava che nella notte tra il 22 ed il 23 aprile "Billi" e Moschin" avevano piazzato 2 mine sulla ferrovia tra Diano Marina e Cervo San Bartolomeo che esplodendo avevano causato la distruzione di 2 vagoni e gravi danni alla motrice del treno proveniente al mattino seguente da Genova.
24 aprile 1945 - Dal comando della I^ Brigata "Silvano Belgrano" della VI^ Divisione "Silvio Bonfante" ai comandi del Distaccamento "Francesco Agnese", del Distaccamento "Giovanni Garbagnati" e del Distaccamento "Angiolino Viani" - Comunicava che il Distaccamento "Francesco Agnese" doveva spostarsi nella zona di San Pietro per mettersi a disposizione del comandante "Mancen" e che il Distaccamento "Giovanni Garbagnati" doveva aspettare nuovi ordini.
24 aprile 1945 - Dal comando della I^ Brigata "Silvano Belgrano" della VI^ Divisione "Silvio Bonfante" all'Intendenza di Brigata - Autorizzava la signora Caterina Tiberti al prelievo ogni settimana di una razione alimentare giornaliera per 6 persone.
24 aprile 1945 - Dal comando della II^ Brigata "Nino Berio" della VI^ Divisione "Silvio Bonfante" al comando del Distaccamento "Giannino Bortolotti" - Ordinava di occupare la generatrice elettrica di Masino (SV) per evitare che venisse fatta saltare dal nemico.
24 aprile 1945 - Dal comando della IV^ Brigata "Elsio Guarrini" della II^ Divisione "Felice Cascione" al comando del III° Battaglione "Orazio 'Ugo' Secondo" [comandante "Veloce" Ermanno Sebastiano Martini] - Ordinava che "a iniziare da questo momento il Battaglione si consideri in stato permanente di guerra, pronto per un eventuale immediato movimento"; che il VII° Distaccamento ["Antonio Castello"] dovesse portarsi in Località Madonna della Neve di Badalucco; che l'VIII° Distaccamento ["G.B. Boeri"] dovesse mantenere la posizione sul versante nord del Monte Faudo; che il IX° Distaccamento ["Bianchi"] dovesse rafforzare la posizione vigilando sul Passo San Salvatore; che la parola d'ordine era "Mantova-Mimmo".
24 aprile 1945 - Dalla Sezione SIM della V^ Brigata "Luigi Nuvoloni" della II^ Divisione "Felice Cascione", prot. n° 430, al Comando Operativo della I^ Zona Liguria ed al comando della II^ Divisione - Segnalava che la caserma di San Martino a Sanremo era stata completamente sgombrata dai reparti di marina tedesca che in precedenza l'occupavano; che verso le ore 23 del 23 aprile era transitato in direzione Genova il treno blindato che prima era ricoverato nella galleria ferroviaria nei pressi di Villa Helios di Sanremo; che erano stati rimossi i cannoni che si trovavano in località Borghi a Taggia; che una parte del presidio di Molini di Triora era partito nella notte.
24 aprile 1945 - Dal C.L.N. di Sanremo, prot. n° 636, al Comune di Sanremo, al Commissariato di P.S., al comando dei Vigili Urbani ed al comando dei Vigili del Fuoco - Comunicava che il C.L.N. di Sanremo, organo di governo della città, nell'interesse della popolazione e dell'interesse pubblico disponeva che tutti i dipendenti degli enti in indirizzo erano tenuti a restare al proprio posto. "Essi saranno responsabili per la continuazione dello svolgimento dei servizi pubblici e dell'ordine cittadino". Comunicava altresì che il rappresentante del PCI nel Comitato era "Amerigo" [Adalgiso Rovelli], quello del PSIUP "Fifo" [Adolfo Siffredi], del Partito d'Azione "Gaivano", della Democrazia Cristiana "Sascia".
24 aprile 1945 - Dal comando della II^ Divisione "Felice Cascione" al comando della IV^ Brigata "Elsio Guarrini" - Disponeva che la Brigata occupasse al più presto i capisaldi di Madonna della Neve e di Ciabaudo Alto [località di Badalucco (IM)]. "Nostri reparti hanno già occupato Ceriana  e Baiardo: si prevede però di dover attaccare le retroguardie che attraversino la zona. Bisogna, quindi, pattugliare la zona di vostra competenza. Il comando di Brigata si deve spostare a Ciabaudo [Frazione di Badalucco (IM)]".
24 aprile 1945 - Da "Fedé" al comando della II^ Divisione "Felice Cascione" - Segnalava che a Taggia ed a Arma di Taggia vi erano 700 tedeschi che sarebbero partiti nella notte e che molti questi sarebbero transitati per la strada di Drego [Frazione di Molini di Triora (IM)].
24 aprile 1945 - Dalla Sezione SIM [Servizio Informazioni Militari] della II^ Divisione "Felice Cascione" al comando della II^ Divisione - Segnalava che da Pieve di Teco a Rezzo erano transitati dai 50 ai 100 soldati nemici diretti al passo Teglia; che tale movinento durava da alcuni giorni; che erano già passati dai 200 ai 300 soldati; che a Rezzo il presidio nemico era composto da 50 uomini, dei quali 20 erano stati posti a guardia del ponte dei Passi; che il 22 aprile erano transitate sulla strada 28 200 carrette dirette da Pieve di Teco a Nava; che durante la notte erano transitati in direzione nord 11 camion nemici carichi di munizioni.
24 aprile 1945 - Da "Mina" al comando della II^ Divisione "Felice Cascione" - Comunicava che il 23 aprile verso le 19 il presidio nemico, composto da 40 bersaglieri e 5 tedeschi aveva lasciato Baiardo dirigendosi a Ceriana; che alle 23 sempre del giorno 23 il presidio di Ceriana, un centinaio di bersaglieri e 8 tedeschi, si univa ai commilitoni giunti da Baiardo per abbandonare, dopo aver distrutto il munizionamneto ed il materiale che non riusciva a trasportare per carenza di mezzi, il paese e dirigersi a Poggio [Frazione di Sanremo (IM)]; che i nemici avevano fatto saltare con mine in due punti la strada Ceriana-Sanremo; che ad Apricale si trovavano ancora 25 alpini tedeschi con una quarantina di cavalli; che ad Isolabona vi erano 80 nemici con 50 cavalli e 2 batterie da 75/27 in postazione; che, come già comunicato al SIM della V^ Brigata, a Pigna si trovavano 80 tedeschi con un centinaio di quadrupedi, 5 mitragliatrici ed un mortaio; che a Testa d'Alpe 100 tedeschi stavano eseguendo lavori di fortificazione; che a Carmo Langan [località in altura di Castelvittorio (IM)] si trovavano 100 nemici.
24 aprile 1945 - Da "S 22" della Sezione SIM "Fondo Valle" della II^ Divisione "Felice Cascione" al comando della II^ Divisione ed al comando della VI^ Divisione "Silvio Bonfante" - Comunicava che alle ore 13 di quel giorno Oneglia, ad eccezione di "carrette a mano in fuga", era completamente sgombera da nemici e che a Porto Maurizio le Brigate Nere erano già, con relative famiglie, in ripiegamento. "È da escludersi qualsiasi intenzione [da parte dei nazifascisti] di difendere la città. È stato già preordinato con elementi delle SAP il blocco di tutti i grossisti depositari delle merci disponibili in città". Aggiungeva che tutti i prigionieri politici erano stati posti in libertà. "Penso che l'occupazione della città si potrebbe benissimo effettuare nel tardo pomeriggio o nelle prime ore della sera".
24 aprile 1945 - Dal comando della II^ Divisione "Felice Cascione", prot. n° 93, ai comandi della IV^ Brigata "Elsio Guarrini" e della V^ Brigata "Luigi Nuvoloni" - Disponeva che in caso di "esecuzione capitale nei riguardi di spie il comando di Brigata dovrà far pervenire subito al comando di Divisione copia dell'interrogatorio e della sentenza, firmata dal commissario e dal comandante o da chi ne fa le veci".
28 aprile 1945 - Dal capo di Stato Maggiore ["Ramon", Raymond Rosso] della VI^ Divisione "Silvio Bonfante", prot. n° 46, al comando della VI^ Divisione [comandante "Giorgio", Giorgio Olivero - vice comandante "Pantera", Luigi Massabò - commissario "Mario", Carlo De Lucis - vice commissario "Boris", Gustavo Berio - responsabile SIM "Livio", Ugo Vitali] - Comunicava che la notte del 24 aprile, venuto a conoscenza del fatto che i tedeschi stavano abbandonando la zona, aveva mobilitato tutti i Distaccamenti della II^ Brigata "Nino Berio" per attaccare il presidio nemico di Coasco; che "fummo cannoneggiati da Nasino" mentre i partigiani liberavano Coasco e Villanova d'Albenga; che dopo vennero occupati Bastia ed il ponte di Leca d'Albenga; che subito dopo "strappai tutti i fili elettrici conducenti alle camere di scoppio [delle mine predisposte dai tedeschi] e diedi l'ordine di entrare in città [Albenga]. Alle ore 24 Albenga era occupata e tutti gli obiettivi da salvare erano salvi".
29 aprile 1945 - Dal comando della II^ Divisione "Felice Cascione" al comando della IV^ Brigata "Elsio Guarrini" ed al comando della V^ Brigata "Luigi Nuvoloni" - Direttiva di inviare tutti i prigionieri tedeschi alla caserma Crespi di Porto Maurizio in Imperia.
(?) maggio 1945 - Dal presidente, Gaetano Ughes (Giorgio), del CLN della provincia di Imperia [CLNP] al CLN Regionale - "il 24 u.s. alla notizia che i nazifascisti si preparavano ad abbandonare la provincia radunai immediatamente questo CLNP. Si presero contatti con il comando delle SAP per il mantenimento dell'ordine pubblico. La sera del 24 il prefetto ed il questore unitamente al federale fascista abbandonavano Imperia. Fu nominato un Capo della polizia provvisorio scelto tra i garibaldini. Nella notte tra il 24 ed il 25 il servizio di pattuglia e d'ordine venne eseguito da squadre miste di SAP e di P.S. Il giorno 25 alle ore 14 l'ultima colonna di tedeschi in ritirata ha lasciato Imperia ed alle ore 16.30 del giorno stesso i nostri gloriosi garibaldini facevano il loro trionfale ingresso in città. La mattina del 26 aprile alle ore 8 si prendeva possesso della prefettura e si iniziava l'attività del governo provvisorio della provincia in rappresentanza del governo nazionale. Il prefetto, avvocato Ambrogio Viale, prendeva possesso del suo ufficio, così come il presidente della deputazione provinciale Filippo Gazzano ed il sindaco della città Goffredo Alterisio coadiuvato dalla giunta... venivano nominati i commissari per tutti gli enti fascisti e per gli altri enti di pubblica utilità. la sera del 25 il CLNP chiamava un dirigente tecnico dell'Ente Ricostruzione Provinciale di Imperia affinché provvedesse alla riattivazione delle principali strade: in tal modo il 2 maggio si poteva liberamente transitare sulle due principali arterie della nostra provincia. Il problema alimentare fu in parte sopperito dai partigiani che riuscirono a bloccare nella galleria di Capo Berta circa 1.000 quintali di farina che i tedeschi cercavano di portare via. Quando il CLNP era nel pieno sviluppo del suo lavoro, è giunto, purtroppo, il governo alleato a far cessare ogni nostra attività di governo. Lo stesso con suo manifesto ha dichiarato che il CLNP non è più organo deliberatorio, ma solo organo consultivo. L'Ente Ricostruzione Provinciale, le cui basi erano state studiate nel periodo cospirativo, si propone fini collettivi e perciò dovrebbe avere tutto l'appoggio possibile".
da documenti IsrecIm in Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell’Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell’Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945), Tesi di laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998-1999 

giovedì 19 marzo 2026

Il 18 marzo 1945 i Tedeschi compiono altri rastrellamenti in Valle Argentina

Uno scorcio della zona di Carpenosa, comune di Molini di Triora (IM). Fonte: europegite

Nel mese di marzo gli ostaggi di turno subivano torture negli scantinati di casa Daneri e di casa Fognini.
Il 10 marzo 1945 il parroco veniva arrestato perché era salito sul campanile “per dar la corda all’orologio”,  scusa per fare segnalazioni ai banditi. Inoltre il diverso colore dei paramenti della messa, cambiato ogni giorno, era un messaggio ai partigiani. Venne rinchiuso nella cantina di casa sua. Fu liberato dopo molti giorni. Nella stessa prigione vennero rinchiusi due giovani partigiani: Verrando Quinto di Agaggio e Maggi Lino di Genova, fucilati poi l’11 marzo presso Agaggio Superiore.
don Ermando Micheletto, La V^ Brigata d’Assalto Garibaldi “Luigi Nuvoloni” (Dal Diario di “Domino nero”  Ermando Micheletto), Edizioni Micheletto, Taggia (IM), 1975 

Siamo oltre la metà di marzo 1945 e le giornate incominciano ad essere calde mentre la primavera batte alle porte. Senza più indugiare, molti partigiani, che durante l'inverno avevano sostato nei fondovalle, risalgono in montagna per raggiungere i propri Distaccamenti. Numerosi raggiungono il paese di Cetta, uno dei luoghi che era stato un poco la culla della Resistenza in Valle Argentina. I Tedeschi sapevano, per cui avevano creato postazioni a Langan, a San Giovanni dei Prati, a Melosa e a Monte Ceppo: tutte alture che facevano corona a Molini di Triora e a Triora, i paesi più abitati della Valle Argentina. 
Un episodio di guerriglia, avvenuto nella zona sopraindicata, oltre la metà di marzo, ce lo racconta, in una sua memoria, il garibaldino Giovanni Rebaudo (Janò) quando, ad un certo momento, determinatasi una situazione più favorevole, gruppi di partigiani decisero di effettuare dei controrastrellamenti, che diedero anche risultati positivi. L'episodio è uno dei tanti, che descrive uno dei numerosi aspetti della guerra partigiana: "Quasi ogni mattina" - scrive "Janò" - "si partiva per il luogo prestabilito, insistendo sullo stesso posto per più giorni, sino al giorno del passaggio di rastrellatori, che venivano attaccati di sorpresa. Nei due precedenti scontri si sono avute soltanto alcune sparatorie senza nessuna conseguenza da ambo le parti, per la fuga precipitosa dei fascisti subito dopo le prime raffiche. Ma questa mattina, dopo averli attesi per quasi una settimana, finalmente si sono fatti vivi, e li abbiamo attaccati tanto di sorpresa che la loro reazione è stata disordinata e senza efficacia, sparando alla rinfusa, lasciando sul terreno due militi uccisi, mentre altri tre venivano fatti prigionieri.  Questi ultimi dichiaravano di essersi lasciati catturare con le armi e munizioni loro in consegna, in quanto erano intenzionati a disertare e venire in banda con noi. Da diversi giorni aspettavano l'occasione propizia per attuare la diserzione. Fu loro creduto poiché, ispezionate le armi, non risultava avessero sparato di recente e, appena intimato l'ordine, si erano arresi. Abbiamo poi operato una ricognizione sul luogo del combattimento, recuperando le armi dei morti, altri due moschetti, alcune bombe a mano e parecchi caricatori. 'L'abbiamo fatta buona', ha commentato "Serpe", esaminando il bilancio della giornata: 'due nemici uccisi, tre fatti prigionieri, recuperati cinque mitra, due moschetti, caricatori e bombe a mano'. Da parte nostra nessuna perdita e con la prospettiva di avere tre partigiani in più. Questo racconto è stato tanto interessante che non ci siamo accorti di essere arrivati all'accampamento di 'Toscano'". 
A causa del ferimento di un Tedesco nei pressi di Carpasio, il 17 mattino, soldati nazisti effettuano un rastrellamento nel paese; hanno con loro una radiotrasmittente. Il paese è svaligiato nonostante che una cinquantina di donne siano andate incontro al nemico con bandiera bianca. Una dozzina di mucche viene portata via, un civile è ucciso nella frazione Costa. Circa a mezzogiorno si incamminano per Montalto. Nel pomeriggio un gruppo di una ventina di essi con muli e mucche scende a Badalucco per proseguire poi verso Sanremo. 
Ma non è ancora finita, il 18 i Tedeschi compiono altri rastrellamenti, mentre i partigiani hanno l'ordine di non sparare se non in caso di estrema necessità, perché le munizioni scarseggiano al massimo. Un gruppo di questi, nascosti nei pressi di Fontanili, vedono spuntare dei Tedeschi che da Molini di Triora vanno verso Taggia: marciano distanziati quattro o cinque metri l'uno dall'altro. Ad un certo momento, al seguito dei Tedeschi, spuntano alcuni civili, o partigiani, hanno le mani legate con filo di ferro sul dorso. Giunti nei pressi della chiesetta di San Giovanni della Valle, di Carpenosa, i Tedeschi, mentre marciano, ne liberano alcuni e poi fucilano gli ultimi sei prigionieri che gli sono rimasti. Rimangono sul terreno i garibaldini Pietro Gambone (Valentino), Pierino Lanteri (Tom), Giovanni Oliva (Giovanni), Vincenzo Verrando (Vinsè), il civile Vincenzo Cassini ed un altro civile. Una lapide li ricorda ai posteri. Il nemico teneva i prigionieri nelle cantine di Casa Fognini trasformate in prigione, che erano colme di rastrellati. Nel tardo pomeriggio del 18 ne avevano fatto uscire una diecina per compiere il crimine narrato. Alcuni abitanti di Carpenosa assistono, impotenti, all'eccidio. Il Cassini era un vecchio di settant'anni, accusato di fornire olio ai partigiani. Il Vincenzo Verrando era fratello di Quinto, altra caduto sopraccitato. Il giorno 20 i nazifascisti, come già narrato, spuntati dal passo di Grattino, scorgono e colpiscono a fucilate il garibaldino Augusto Pastorelli (Fila), e, raggiuntolo, lo finiscono sulla piazzetta della Madonna di Piazzina. 
Francesco Biga, (con la collaborazione di Osvaldo Contestabile), Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria). Da Gennaio 1945 alla Liberazione - Vol. IV,  ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, 2005, pp. 245-247

[...] Il giorno 18 marzo 1945, dalla prigione di casa Fognini strapiena di innocenti detenuti sul far della sera vengono fatti uscire una decina di giovani legati, al solito, con le mani sul dorso e incolonnati tra due file di tedeschi e vengono diretti, lungo la strada provinciale, verso Taggia.
Guai ai paesani che facessero solo cenno di riconoscerli e tanto peggio se osassero indirizzare una parola agli stessi! Il fucile sarebbe stato sempre pronto con lo sparo! Lungo la strada però uno o due dei prigionieri furono rilasciati. Quando il gruppo fu nei pressi della frazione Glori, si fece una seconda scelta, sicché non rimasero che sei. Questi, legati l'uno all'altro furono sospinti, nei pressi , alla imboccatura di una caverna. Venne piazzata una mitragliatrice e senza alcuna formalità falciati. Da lontano i pochi abitanti di Carpenosa (Molini di Triora) potettero assistere all'eccidio. Nei giorni appresso si poté avvicinare i corpi delle vittime e procedere al loro riconoscimento.
Econe il triste elenco:
Lanteri Pierino di Verdeggia (Triora)
Lombardo Calogero di Revenusa (Sicilia)
Oliva Giovanni di Badalucco
Gambone Pietro di Montello (Avellino)
Verrando Vincenzo di Agaggio (Molini di Triora)
Cassini Vincenzo di Apricale
Il Verrando, fratello di Quinto, era già stato fucilato il giorno 11 Marzo 1945; con i due fucilati i morti della loro famiglia raggiungevano la terna, poiché un terzo fratello era già morto soldato.
Il “Cassini” era un vecchio cadente, di oltre 72 anni dalla lunga bianca barba, mostrava numerose e profonde cicatrici dovute a sevizie e a torture. Fu accusato di rifornire olio alle bande Partigiane. Niente di vero.
Da “I Testimoni raccontano” a cura di Don Nino Allaria Olivieri (archivista Curia) pagg. 118 e 119 [...].
Roberto Moriani, Episodio di Carpenosa, Molini di Triora, 18.03.1945, Atlante delle Stragi Naziste e Fasciste in Italia 

Il 18 marzo una ventina di ostaggi, prelevati dallo scantinato di casa Fognini, vennero condotti verso Taggia. Dodici venivano poi liberati e 6 fucilati o meglio mitragliati in una grotta sotto Carpenosa. Questi ultimi erano:
Lanteri Pierino di Verdeggia
Lombardo Calogero di Ravanusa (Sicilia)
Oliva Giovanni di Badalucco
Gamboni Pietro di Montello (Avellino)
Verrando Vincenzo di Agaggio
Cassini Vincenzo di Apricale
Il Verrando era il terzo morto della famiglia per cause belliche.
"Il Cassini era un vecchio cadente di oltre 72 anni dalla lunga barba bianca, mostrava numerose e profonde cicatrici dovute a sevizie e a torture. Fu accusato di rifornire olio alle bande partigiane. Niente di vero".
Don Ermando Micheletto, Op. cit. 

mercoledì 18 febbraio 2026

I compagni catturati verranno fucilati senza alcun processo

San Romolo, Frazione del comune di Sanremo (IM): una vista in direzione di Ceriana

Riguardo ai rastrellamenti di quei giorni riportiamo una memoria (IsrecIm, Archivio, Sezione III, cartella 1, memoria di Vittorio Alesini) nella quale il garibaldino Vittorio Alesini, del VII Distaccamento (III Battaglione, V Brigata), descrive la sua avventura e come l'ha vissuta:
"Tutto il mio Distaccamento e Battaglione" - dice l'Alesini, riferendosi ai giorni 13, 14 febbraio 1945 - "era dislocato sul versante che si affaccia nella valle di Ceriana. Il rastrellamento è stato molto pesante e grave per le conseguenze subite, durante il quale sono stati catturati o sono caduti diversi compagni combattenti. Il tempo era abbastanza buono, si sentiva già il sapore della primavera.
Nella prima mattinata, quasi all'alba, fummo assaliti di sorpresa alle spalle da gruppi della Brigata Nera. Non mi fu possibile constatare se vi fossero anche dei Tedeschi. L'assalto del nemico fu violento, i compagni partigiani cercarono di correre ai ripari. Tutti fummo convinti che vi fosse stata una soffiata da parte di qualche delatore di base, che pare ve ne erano diversi.
Con "Ubaldo" presi la via tra rovi e balzi nella boscaglia mediterranea, preceduti da un intrepido e giovane garibaldino, che fu poi sfortunatamente catturato e successivamente fucilato al Castello Devachan, situato in [n.d.r.: attuale nome; all'epoca era Corso Impero] Corso degli Inglesi a Sanremo, luogo di tortura per i partigiani.
Noi due, che in quel momento posso dire fortunati, ci mettemmo al riparo in un balzo di terra e siepi, accovacciati immobili, vedendo e udendo a pochi passi alcuni componenti della Brigata Nera, che si allontanavano da noi con alcuni compagni catturati, e con mitra spianati, con piglio minaccioso e furente. I compagni catturati verranno fucilati senza alcun processo. Nel momento della fuga, per essere più libero, mi sbarazzai dello zaino con gli indumenti personali, per cui perdetti anche il diario che avevo iniziato a scrivere dal giorno in cui ero salito in montagna. Nel diario avevo annotato alcune caratteristiche particolari di compagni garibaldini, facenti parte del mio distaccamento, ovviamente con il nome di battaglia, quali: "Terribile", "Saetta", "Vento", "Cibelin" e così via. Fu un vero peccato la perdita di quegli appunti, perché in seguito mi sarebbero serviti per sviluppare con più precisione alcuni episodi e fatti della vera lotta partigiana.
Con "Ubaldo" rimasi fermo sulla terra bagnata fino a tarda sera, fin quando eravamo certi che il pericolo era passato e che le belve naziste erano finalmente partite e ritiratesi dalla zona sottoposta a rastrellamento.
Ambedue stremati dal freddo e dalla fame, prendemmo orientativamente la via che porta alle spalle di Monte Bignone, perché attraverso San Romolo avremmo raggiunto il retroterra di Sanremo. 
La nostra intenzione era di metterci in contatto con il CLN della città. Naturalmente non eravamo a conoscenza dello sbandamento subito dal nostro III Battaglione e, di conseguenza, quanto fosse realmente accaduto. Nel rialzarmi per riprendere il cammino, non riuscivo più a muovermi, e con enorme fatica giunsi con "Ubaldo" nelle vicinanze del torrente che scorre lungo la valle del Comune di Ceriana. 
Un forte dolore mi impediva di camminare, mi tolsi le scarpe, se scarpe si potevano ancora chiamare, immersi i piedi completamente nudi nella fredda acqua del torrente che, d'inverno scorre in abbondanza. Dopo circa venti minuti mi rialzai ed il dolore era quasi scomsparso, più probabilmente la  corrente dell'acqua aveva messo in regolare circolazione il sangue. 
Appoggiato a "Ubaldo", ci mettemmo nuovamente in cammino. Giungemmo alle spalle di San Romolo (Sanremo) il giorno successivo al rastrellamento. 
Con molta cautela, in quanto vigeva il coprifuoco, mi separai da "Ubaldo" ed ognuno prese momentaneamente la sua strada. Bussai alla porta della mia futura moglie, che da mesi non aveva mie notizie. Rimasi per qualche giorno nascosto. Presi contatto segretamente con Mario Mascia, esponente di rilievo del CLN di Sanremo. 
Dopo qualche giorno risalii in montagna, presi contatto con il Battaglione  che, nel frattempo, si era parzialmente ricostituito con molta difficoltà, anche grazie al mio amico Nino Lanteri. Venni a conoscenza che i partigiani catturati nel corso del rastrellamento o arrestati nelle proprie abitazioni a Taggia, furono diciassette, tutti fucilati, compreso anche un ragazzo del mio gruppo di 16 o 17 anni, di cui i fascisti si erano avvalsi ignobilmente per la cattura di nostri collaboratori, prima della sua fucilazione". 
[...] Una parte dei fascisti del presidio di Molini di Triora lascia il paese diretto a Ceva per partecipare a forti attacchi sferrati contro le formazioni di Mauri nel Cuneese. A Molini rimangono una dozzina di fascisti, uno dei quali viene trovato morto per la strada. Nei giorni successivi, come vedremo nel prossimo capitolo, questi subiranno gravi perdite in uno scontro con i partigiani della V Brigata. 
Francesco Biga, (con la collaborazione di Osvaldo Contestabile), Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria). Da Gennaio 1945 alla Liberazione - Vol. IV, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, 2005, pp. 174-175 

mercoledì 14 gennaio 2026

Partigiani imperiesi e partigiani di Mauri in Val Corsaglia a novembre 1944

Copia della lettera inviata il 6 novembre 1944 dal comandante della brigata autonoma "Val Corsaglia" a Nino Siccardi "Curto", comandante della Divisione Garibaldi "Felice Cascione".  Fonte: Gino Glorio, Op. cit. infra


Intanto giunse a Fontane, Frazione di Frabosa Soprana (CN), Val Corsaglia [n.d.r.: dove era confluita la maggior parte dei partigiani della I^ Zona Liguria - dove operava la Divisione Garibaldi "Felice Cascione" - per sfuggire al rastrellamento nemico di metà ottobre 1944, per l'appunto, durante il quale, tragedia nella tragedia, il 17 persero la vita i valorosi comandanti partigiani Libero Briganti (Giulio) e Silvio Bonfante (Cion)] l'ex sottotenente tedesco Otto Trostel, da tempo collaboratore dei garibaldini, che portò con sé le prove del tradimento di Giuseppe Della Valle (Prof), il quale da presidente del tribunale della Divisione "Felice Cascione" aveva provocato la morte di diversi giovani patrioti il 9 agosto 1944 a nord di Pieve di Teco, il 5 settembre a San Bernardo di Conio, il 19 settembre nel bosco di Rezzo, ancora il 17 ottobre ad Upega. Della Valle, riconosciuto colpevole dal tribunale militare partigiano, venne fucilato il 4 novembre 1944 a Fontane. Il 24 ottobre analoga sorte era già stata riservata alla moglie del "Prof", che aveva fatto da tramite tra il marito ed i nazisti.
Rocco Fava, La Resistenza nell’Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945) - Tomo I, Tesi di laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998-1999

Soppresso "Prof", formati i nuovi quadri, prendemmo contatti e accordi con le formazioni badogliane [n.d.r.: partigiani autonomi comandati da Enrico Martini "Mauri"] che avevano stabilito posti di blocco su tutte le carrozzabili che portavano nella nostra zona. Notammo subito una diversità di stile fra i nostri capi ed i loro. Forse anche i badogliani usavano pseudonimi, in tal caso però erano meno strani e coloriti dei nostri. Al nome nelle lettere e nelle presentazioni usavano premettere il grado: tenente, capitano, maggiore invece che l'incarico: commissario, comandante, vicecomandante. Immediatamente Mancen, Pantera, Giorgio [n.d.r.: Giorgio Olivero, da lì a breve comandante della nuova Divisione "Silvio Bonfante]  fecero uso dei gradi creati a Piaggia diventando maggiori e colonnelli. Qualche volta un sorriso ironico spuntava sulle labbra dei badogliani vedendo quei gradi, ai quali non corrispondeva qualche volta l'educazione e la cultura, precedere nomi di battaglia strani e grotteschi; pure i nostri, anche avvertendo la stonatura, sentivano di meritare quei gradi per il loro passato di lotte e di ardimento. La differenza tra noi e loro era ben più profonda. Il movimento garibaldino era giovanile e come tale rivoluzionario e selvaggio. Dei giovani aveva i pregi e i difetti: ne aveva l'entusiasmo, l'ardimento, la ferocia, il gusto dell'avventura e della sfida, ma anche la goffaggine e l'indisciplina. Il movimento badogliano era l'erede del Regio Esercito e come tale aveva tradizioni e pregiudizi. Gli ufficiali, gente d'esperienza, d'educazione e spesso d'età, davano al movimento un carattere militare, gerarchico, disciplinato. Evitavano accuratamente il termine «bande» che noi usavamo ancora comunemente, respingevano sdegnosamente l'accusa di ribelli, banditi, che a noi non spiaceva del tutto perché effettivamente ci sentivamo più dei fuorilegge che non i rappresentanti legittimi del Re e del Governo del Sud. Il problema principale trattato nei frequenti contatti fu quello dello scambio di partigiani: fu deciso che il passaggio di combattenti da una formazione all'altra doveva avvenire con l'approvazione dei rispettivi comandi. In mancanza di un consenso scritto o verbale il partigiano doveva esser considerato disertore e riconsegnato alla formazione d'origine. L'accordo era più a vantaggio nostro che loro poiché era più probabile che le formazioni badogliane diventassero centro d'attrattiva per i nostri elementi più stanchi ed originari della Val Padana che non viceversa. Qualche garibaldino si presentò al comando, chiese ed ottenne di passare alle formazioni vicine meglio armate ed equipaggiate. Prima del trasferimento il partigiano venne privato delle anni e dell'equipaggiamento. Qualche altro riuscì a passare di nascosto superando i nostri posti di blocco, alcuni di costoro vennero respinti dai badogliani, altri sparirono senza lasciare traccia, o arruolati malgrado l'accordo, o passati a formazioni più lontane o tornati a vita borghese. Furono però casi sporadici, i più ormai si erano affezionati ai compagni, all'ambiente, ai metodi. Un graduato badogliano, passò alle nostre formazioni. Pare fosse comunista e come tale incontrasse ostilità presso i compagni. Rimase col Garbagnati per qualche tempo, poi il Curto [Nino Siccardi, comandante della Divisione d'Assalto Garibaldi "Felice Cascione"] lo rimandò alle sue formazioni. Venne processato per diserzione e condannato, poi, fu detto, graziato. Qualche garibaldino chiese in quei giorni di abbandonare definitivamente le formazioni per tentare di tornare a casa. Ai primi venne concesso, ad alcuni veneti diedi anche un po' di denaro per il lungo viaggio (*), poi cambiammo idea ed affiggemmo un manifesto dichiarando disertori tutti i partigiani che avessero lasciato le bande: gli effettivi durante il periodo di Fontane non dovevano diminuire a nessun costo: il comando voleva evitare il disgregamento delle Brigate almeno fin quando non si fosse deciso se restare o cambiare zona. Il nuovo commissario della I Brigata Osvaldo [Osvaldo Contestabile] chiarì le direttive del comando in una riunione di commissari convocata poco dopo la sua nomina. Dopo aver premesso un breve commento alla situazione, dopo aver abbozzato con brevi ed efficaci parole le caratteristiche, i compiti dei commissari per i mesi invernali, entrò in argomento. Era necessario evitare a qualunque costo che gli uomini si sbandassero; se fossimo stati in Liguria avremmo potuto contare nella prossima primavera di riaverli con noi, in Piemonte invece sarebbero andati dispersi o attratti da altre formazioni. Nell'ipotesi di un ritorno in Liguria sarebbe stata probabile una modifica dell'attuale inquadramento, avremmo dovuto organizzarci in modo diverso, più elastico, più autonomo: il che, avrebbe dato alle bande più libertà, ma avrebbe anche accresciuto le responsabilità dei comandanti perché avremmo vissuto quasi a contatto col nemico. Maggiori sarebbero stati anche i compiti dei commissari perché il morale degli uomini, obbligati a vivere in continuo allarme, sarebbe stato affidato esclusivamente ai commissari di distaccamento non più coadiuvati strettamente dalla organizzazione e dai servizi dei comandi brigata. Athos, commissario del Garbagnati, chiese se ci fosse di vero nelle voci che affermavano esser intenzione del comando, una volta passati in Liguria, di sciogliere le formazioni garibaldine. Erano autorizzati a smentire? Era difficile dare una risposta decisa perché tale eventualità non poteva esser completamente scartata. Sapevamo che molti, non sperando più in una prossima fine della guerra, attendevano quasi un congedo ufficiale del comando che consentisse loro di tornare a casa onoratamente, consci che di più non si poteva fare. Escludere tale possibilità sarebbe stato togliere loro una speranza che aveva il suo peso morale e che poteva aiutarli a superare le presenti difficoltà. Sosteneva spesso più la speranza di una meta onesta vicina che la certezza di un successo lontano. Osvaldo rispose che si poteva smentire che il comando avesse attualmente intenzione di sciogliere le formazioni. Invitò a considerare il valore di quel "attualmente". Se le condizioni alimentari o militari lo avessero richiesto, avremmo potuto ridurre temporaneamente gli effettivi o sospendere la tattica di lotta ad oltranza. Respinta la proposta del commissario Gigi di inquadrare i partigiani nelle formazioni S.A.P., Osvaldo precisò che tutti avrebbero potuto sempre contare sui capi, sul comando che fino in fondo avrebbe sostenuto e guidato i partigiani che avessero voluto continuare la lotta. Anche per gli altri avremmo trovato una sistemazione onorevole che non li escludesse dal combattimento: era necessario che sui monti rimanesse accesa la fiaccola della libertà per potere in primavera far divampare il grande incendio dell'insurrezione. 
(*) Il viaggio non fu lungo: i tre veneziani Walther, Carlo e Antonio finirono nelle Langhe di Mauri poi tornarono verso Mondovì. Quando cercarono dl scendere in pianura, il 20 novembre 1944, vennero presi dai Cacciatori degli Appennini mentre passavano un ponte. Carlo e Antonio avevano ancora completa la divisa da S. Marco mentre a quella di Walther mancavano i pantaloni che aveva barattato in ottobre con quelli di Simon [n.d.r.: Carlo Farini, ispettore della I^ Zona Liguria]. Tutti e tre erano quindi facilmente individuabili. Essendo disarmati ed in divisa sostennero di esser stati catturati dai partigiani e di esser fuggiti per rientrare al reparto. Processati ad Altare nel marzo 1945 vennero assolti per insufficienza di prove ed assegnati ad una compagnia di disciplina fino alla Liberazione. Ebbi così la gioia di ritrovare dopo molti anni a Venezia Walther Zecchini e di sentire da lui la conclusione delle vicende del gruppetto veneziano iniziata a Molino Nuovo il 15 settembre [1944].
Gino Glorio (Magnesia), Alpi Marittime 1943-45. Diario di un partigiano - II parte, Nuova Editrice Genovese, 1980, pp. 22-26

domenica 28 dicembre 2025

Ma ogni volta da Pigna li respingono con la fucileria in postazione finché c'è chiaro

Pigna (IM). Sullo sfondo Castelvittorio

«Vittò» [Giuseppe Vittorio Guglielmo] ed i suoi collaboratori, preso fiato, progettavano la conquista di Pigna, tenuta da circa un centinaio di nazifascisti accampati nella caserma Manfredi. Tale presidio ostacolava i movimenti delle formazioni garibaldine che controllavano larghe zone e paesi in tutte le vallate occidentali della provincia. D’altronde, tale centro rivestiva grande importanza anche per il Comando tedesco, il quale intendeva avere libero transito per le sue truppe in quelle zone di frontiera con la Francia.
I Tedeschi però sono indotti ad abbandonare la zona di Pigna non ritenendosi in grado di approntare sul luogo una linea difensiva consistente. I partigiani che, come visto in precedenza, già avevano progettato l’attacco a Pigna, si trovano il paese nelle mani.
Quando i Tedeschi vengono a conoscenza che la colonna anglo­americana non mostra intenzione alcuna di proseguire l’avanzata verso il territorio italiano, si pentono dell’errore di valutazione commesso e tentano la riconquista di Pigna. Ma, ormai, ci sono i partigiani e si accorgono quanti uomini e mezzi e sforzi necessiteranno per fiaccare la resistenza di «un pugno di disperati», per usare l’espressione del capitano Morton precedentemente citata.
Da quel povero ed eroico paesello, trovato in fiamme da Marco Dino Rossi (Fuoco) dopo la fuga tedesca, si costruirà una forza di resistenza degna d’ogni memoria.
Corre il 29 agosto del 1944. Entrano in Pigna i distaccamenti garibaldini e si incontrano con la popolazione. Nasce, ancora una volta, il binomio indistruttibile, popolo e partigiani e, da esso, la «Libera Repubblica di Pigna».
Liberi amministratori, cariche pubbliche assegnate ai più degni rappresentanti del popolo, deliberazioni democratiche, giustizia sociale, contributo alla difesa di questa grande conquista.
È formata una giunta comunale di civili e di partigiani che, ogni giorno, si riunisce e prende le decisioni: ordine pubblico, controspionaggio, requisizione di viveri o materiale illecitamente asportato dai magazzini del disciolto esercito italiano. Il tutto è distribuito alle famiglie più indigenti del luogo.
Il comandante «Vittò», che dà le disposizioni generali, e Lorenzo Musso (Sumi), inviato dal «Curto» [Nino Siccardi, a quella data comandane della II^ Divisione Garibaldi "Felice Cascione"] a Pigna, sono combattenti abili. Ma, nell’occasione, possiedono un pregio in più: l’esperienza comune della precedente lotta antifranchista consumata in Spagna […]
Carlo Rubaudo, Storia della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria) - Vol. II. Da giugno ad agosto 1944, edito a cura dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia, Imperia, Dominici Editore, 1992, p. 373

L'idea dei partigiani è di far credere che il mortaio è nella posizione numero 6, e invece no che non c'è, essendo un trucco. Invece spara dalla posizione numero 5 con le granate ben nascoste di modo che i tedeschi quando rispondono sbagliano il bersaglio. È una idea che viene a Leo [Vittorio Curlo], comandante dei mortaisti di Vittò nella battaglia di Pigna e i tedeschi non lo scoprono il trucco, macchè. A Pigna sotto il Torraggio c'è una forte concentrazione di partigianeria famosa nei dintorni fino in Francia da una cresta all'altra; è da lì che le bande si diramano anche nelle altre valli e al di là del confine, fino al maquis. I tedeschi non lo scoprono il trucco anche se indagano da tutte le parti per sapere com'è che sti contadini barbari li fregano fin qui sul confine italo-francese: eppure non gli sembra vero che dei paesani ignoranti di queste parti così lontane, li prendano in giro in questo modo così poco militare. Ma lo sanno da un pezzo eccome che Pigna la prenderanno soltanto se prima ci spareranno dentro ben bene coi cannoni distruggendola al completo, e se poi ci andranno addosso tutti insieme con tutte le forze concentrate e coi rifornimenti pronti, bruciandola. Altrimenti no. 
A dirlo adesso così e così e di su e di giù, uno non se lo crede com'era a quei tempi sta faccenda di Pigna con la gente tutta d'accordo insieme coi partigiani. 
Era una idea molto precisa sempre la stessa e per tutti sempre eguale che ciascuno se l'era ficcata bene in testa per conto suo, e lì c'era rimasta ben collocata. Il fatto sta che in questo paese guerreggiando così è proprio la gente chissà come grumo contadino tra pietre dure d'arcata e ciottoli di sagrato, a dire di no. "Piuttosto vivere tutti da ribelli, oppure morire tutti insieme in libertà, ma non mollare mai per nessun motivo al mondo" pensano a Pigna. "Chi toca in, toca titi" dicono a denti stretti i paesani compesandosi persin le sillabe; calcandosi il berretto di traverso. 
E dunque soltanto con tutto l'armamentario e la forza concentrata e le cannonate da tutte le parti i tedeschi prenderanno Pigna, altrimenti no. Ma anche se la prenderanno, questa loro idea ficcata dentro ci resterà sempre nella testa della gente da non potersela più togliere. Ci resterà sempre voglio dire anche coi tedeschi in casa a pestarci sopra scarpentandoli. 
Nel frattempo che la gente spara qua e là per la valle [ai primi di ottobre del 1944], gli anziani si mettono d'accordo tra loro e poi decidono di farsi in conto proprio una repubblica. Così fanno come se la sentono d'istinto una libera repubblica riparata a nord dal Torraggio che non lascia passare i venti e la tormenta, ma riparata anche a sud da due postazioni sempre all'erta al di qua e al di là del torrente che non lasciano passare i tedeschi manco a morire. 
I partigiani ne discutono con la gente di questa libera repubblica come l'avevano fatta lì per lì tutti d'accordo e ben precisa; poi gliela approvano quando vedono che funziona proprio sul serio dentro e fuori della valle.
Glielo certificano come qualmente è da riconoscersi a tutti gli effetti contro i nazifascistí in tempo di guerra e in tempo di pace per tutti i dintorni e anche più in là. 
Lo scrivano della V brigata sotto il documento nel registro del Comune ci mette il visto col timbro di Garibaldi bello chiaro; Vittò, che qui lo sanno tutti è il capintesta, lo legge e dice che non ci manca niente: ce ne fossero delle altre così, che va tutto bene altroché. In questo modo si fanno tra loro questa repubblica democratica riconosciuta per tutti gli affari ordinari e straordinari come si presentano di volta in volta. 
Il fascismo prepotente invece si incattivisce di più tutto all'intorno da una volta all'altra con le rappresaglie all'ingrande, e chi se ne frega: così adesso succede che la gente di Pigna e degli altri paesi vicini è gente più importante siccome decide in segreto le faccende che contano a monte e a valle, come si devono fare nell'interesse di tutti. Sono gli uomini al pascolo con le mandrie o nei boschi a far la legna, a decidere; sono le donne a raccogliere castagne o a impastare nella madia farina per il pane; sono tutti insieme con le postazioni dei mortai nei punti giusti, che decidono discutendo per il meglio ma dopo aver cacciato i tedeschi coi fascisti tutti insieme dalla valle, Prima no. Anche gli altri nei paesi vicini fanno lo stesso sotto il Torraggio che li ha sempre riparati dai tempi antichi facendogli barriera, soltanto così e basta. 
In questa repubblica funzionante ogni borgata ci manda il suo uomo al posto giusto di governo con l'incarico per ciascuno conforme al partito d'idea, se ce l'ha; e cioè come se la sente per conto suo; ma quando poi di tanto in tanto devono trattare col Prefetto, ci mandano il Podestà che figura vero per il fascio con tutte le carte in regola e ubbidiente, invece è sempre uno di loro fidatissimo che fa finta soltanto per la burocrazia. Governando come si deve da galantuomini, le delibere le rispettano trascrivendole ad una ad una in calligrafi, per esporle all'albo pretorio. 
Il registro apposito con le firme originali però se lo tengono ben nascosto non si sa mai.
Cosicché il prete che ce l'ha in consegna all'ultimo riesce a salvarlo quando ormai il paese comincia a bruciare e i tedeschi con gli ostaggi ci sono già dentro nei vicoli a rapinare casa per casa; lo seppellisce che nessuno se ne accorge per conservarlo come prova; e dimostrare in questo modo nero su bianco come è fatta veramente questa gente: come è fatta voglio dire coi nomi e coi cognomi dentro nel paese o fuori col mortaio o nascosta nelle tane, la gente di Pigna quando vive in libertà o quando vive in prigionia. 
I distaccamenti partigiani di protezione se li mettono tutti davanti e all'ingiro nei posti buoni; da lì mandano le pattuglie a Gola Gouta e al passo Muratone perché di là c'è sempre pericolo mentre i tedeschi accainati rifanno i ponti verso Isolabona per venirci sotto. 
Ma ogni volta da Pigna li respingono con la fucileria in postazione finché c'è chiaro; poi alla sera si mette a piovere sempre più fitto. Allora i tedeschi idrofobi ci scaraventano sopra l'artiglieria pesante che dura anche tutto il giorno dopo sulle case e tutto intorno; finito il bombardamento le staffette tornano per dire che i tedeschi risalgono la valle, schierati a ventaglio. 
Così quando sta trucchi arrivano proprio a tiro negli orti sotto il paese, sparano ancora tutti gli uomini insieme dalle case ricacciandoli un'altra volta nel torrente in baraonda: ce li ricacciano con le casse di granate che poi di notte se le vanno a prendere per adoperarle quando gli faranno bisogno. 
Durante la tregua, subito dopo le sparatorie, siccome anche i tedeschi sono stanchi, finalmente fanno passare la missione alleata che era lì ad aspettare per sconfinare in Francia. Qui succede perdio che non ci possono piú stare veramente questi ufficiali in divisa sempre in attesa che finiscano chissà come le sparatorie; è pericoloso con la fretta tra i calcinacci e gli spari dentro i vicoli in traffico di uomini, a spingere il mortaio dalla postazione civetta a quella buona, e dunque bisogna andarsene presto; intanto, eccome che adesso col telefono da campo glieli dicono giusti agli inservienti i dati di tiro sui tedeschi. Coi mortai sparano sul monte Vetta in sequenza regolare colpi contati, poi tacciono per lasciare rispondere i tedeschi fuoco lungo e tutto insieme, ma sbagliato. Ricominciano da capo sempre piú precisi finché centrano in pieno la batteria principale: così di quei tedeschi prepotenti là col cannone sempre in funzione adesso non se ne parla piú. 
Osvaldo Contestabile, Scarpe rotte libertà. Storia partigiana, Cappelli editore, 1982, pp. 92-94

domenica 21 dicembre 2025

Altri gruppi partigiani agli inizi della Resistenza imperiese

Torria, frazione del comune di Chiusanico (IM). Foto: Davide Papalini. Fonte: Wikipedia

Un piccolo gruppo di partigiani si era formato anche presso Civezza, dove rimase nei mesi di ottobre, novembre e dicembre 1943.
Ne facevano parte: Leone Carlo (dell'Azione Cattolica imperiese), Brusso Domenico, i di lui zii Gaddini Pietro e Michele, Aicardi Giuseppe fu Filippo, i fratelli Sebastiani Fausto e Livio, e qualche altro giovane. 
Il gruppo si sciolse poco prima del Natale '43; ma alcuni componenti di esso ritornarono in montagna: ad esempio, Brusso Domenico, che entrò nella banda «Fenice», Aicardi Giuseppe e i fratelli Sebastiani, dei quali Fausto morirà in montagna. 
Di Brusso Domenico verrà arrestata la madre, Gaddini Teresa, nell'autunno del '44, insieme con altre persone, tutte prese come ostaggi. La madre di Brusso Domenico sarà condotta dapprima in Viale Roosevelt, nella Villa Salvo, sede di un comando germanico in Porto Maurizio; poi nel carcere di Marassi, di Genova; quindi in quello di San Vittore, a Milano; e infine sarà deportata nei campi di concentramento in Germania, da dove tornerà solo a guerra finita. Arresto e deportazione furono dovuti al fatto che il figlio non era sotto le armi. 
Per qualche tempo nel gruppo presso Civezza vi era anche stato Terragno Antonio (Primula rossa), già ricordato a proposito del gruppo di Boscomare. 
Esistevano pure, come si è detto, molti altri gruppi. Uno, ad esempio, si era formato nei pressi di Castelvittorio, intorno al prof. Francesco Ravera, ex ufficiale di complemento del disciolto esercito, direttamente collegato con lo scrivente. Anche di questo gruppo, poi scioltosi, rimasero in montagna alcuni componenti, fra i quali il giovane Giacomo Castello, che più tardi verrà arrestato dai nazifascisti, e tenuto a lungo in carcere, dopo che anche il di lui padre, Riccardo, era stato arrestato, e incarcerato prima ad Imperia e poi a Savona, sia per avere ospitato il prof. Ravera, sia perché il figlio era latitante. 
Un piccolo gruppo era anche presso Cipressa; ne faceva parte, fra gli altri, Garibaldi Giuseppe (chiamato poi «Fra Diavolo»), reduce dalla Russia, e oriundo appunto di quel villaggio. Il Garibaldi, non collegato con alcuna organizzazione antifascista, dopo varie azioni compiute con qualche amico (sparatorie contro macchine tedesche in transito sull'Aurelia), si avviò verso le Langhe, insieme con Michele Bonardi, caduto in combattimento nell'inverno 1944-45, ed entrò fra i badogliani. Ritornato a Cipressa verso la fine di dicembre '43 per la malattia del padre, che morrà poco dopo, a un certo momento ripartirà per il Piemonte; ma, incontrato Curto [Nino Siccardi] in Rezzo, si aggregherà alle di lui formazioni, e per suo ordine entrerà nei Vigili del Fuoco, con l'incarico di collaborare con i partigiani; nel maggio del '44, però, ritornerà in montagna, sarà con Ivan, con Macallé, con Peletta, avrà una squadra sotto il suo comando, e più tardi, dopo il rastrellamento di Upega dell'ottobre '44, diventerà Comandante di Brigata. 
Ma, torniamo a dire, oltre ai gruppi sopra ricordati ve ne furono molti altri, più o meno ben definiti, anch'essi sorti subito dopo l'8 settembre '43. Fin da principio si cerca di creare fra i giovani alla macchia e fra le bande un persistente e costante collegamento o un legame unitario. 
Verso la fine del settembre '43 (27 settembre) si forma una nuova banda nei pressi di Lucinasco, quella di Giacomo Sibilla (Ivan), composta di uomini del luogo e di ex militari (in tutto, quattordici persone). La banda si stabilisce in una località situata fra il Monte Acquarone e la «Maddalena», detta zona «Cuccagna». 
In quello stesso periodo, anzi nello stesso giorno (27 settembre '43, intorno alle 9 del mattino), vi è al Pizzo d'Evigno un incontro di varie persone, durante il quale si trattano argomenti inerenti alla resistenza. Sono presenti, fra gli altri: Ivanoe Amoretti, Enrico Gaiti, Silvio Bonfante (il quale, però, non si era ancora stabilito definitivamente in montagna), Silvano Alterisio, Eolo Castagno, Ivar Oddone; della DC vi è Carlo Carli, insieme con gli amici Alassio Ugo e Rossi Francesco (6). 
L'8 settembre '43 Alassio Ugo, ufficiale di complemento, si trovava a casa da un giorno, in Oneglia, in licenza di convalescenza. Dopo l'armistizio si mise subito in contatto con amici dell'azione Cattolica e della DC onegliesi, e incominciò a collaborare con essi per la lotta di liberazione. Aveva rapporti con Don Boeri, con Carlo Carli e con altri. 
Intorno al 25 settembre '43, dopo le prime intimazioni del neofascismo ai militari del disciolto esercito, si rifugiò in Torria (Valle Impero) [n.d.r.: frazione del comune di Chiusanico (IM)], insieme con gli amici tenente R. M. Borreo Giovanni e Rossi Francesco. Due giorni dopo, insieme col Rossi e col Carli, si incontrerà, vicino a Pizzo d'Evigno, come già detto, con altri esponenti della Resistenza. 
Rimase in Torria fino ai primi di marzo del '44; poi, ammalatosi, scese in città; e risalì in Torria dopo circa un mese, nei primi giorni di aprile. 
Nei primi giorni della sua permanenza in montagna, ebbe contatti con i partigiani sistemati nella località «Inimonti» o «Monti» di Pontedassio. D'accordo con Carlo Carli e con altri esponenti della DC, formò in Torria una banda locale che, come quella del «Grillo», fu chiamata «Libertas». 
Anch'egli per la sua banda ha come distintivi degli scudetti di stoffa con la scritta «Libertas», che gli vengono consegnati in casa di Carlo Carli, e che erano stati preparati parte nella casa dello stesso Carli e parte in casa dell'avv. Ambrogio Viale.
La banda aveva sede in Torria, ed operava anche nei territori di Chiusanico e Gazzelli, poco distanti. Teneva pure contatti con la banda del «Grillo» e con bande locali dei paesi vicini. 
Da un certo momento in poi, specialmente dal maggio '44, la banda «Libertas» di Torria compierà azioni varie, generalmente in collaborazione con altri gruppi. Ad esempio: darà la sua opera per la distruzione di tratti stradali e di ponti (strada presso Cesio, ponte di Garsi, ponte di Gazzelli): prenderà parte ad un attacco a fucilate avvenuto alla «Crocetta» (cima a levante di Torria) contro i tedeschi che stanno effettuando un rastrellamento, e contribuirà in tal modo a fare sì che le altre bande possano meglio predisporre i loro movimenti (battaglia del Pizzo d'Evigno del 19 giugno 1944, in cui cadde Silvano Belgrano); darà il suo aiuto ai partigiani transitanti per Torria dopo la liberazione dei detenuti politici dal carcere di Oneglia (19 luglio '44). Alassio Ugo avrà inoltre contatti con i comandanti Arrigo Giovanni (o «Romolo») e Osvaldo Contestabile. 
Tuttavia, verso la fine dell'estate '44, o all'inizio dell'autunno, la banda si scioglierà. Alassio Ugo, arrestato in casa a Torria dalla Compagnia O.P. del capitano Ferrari di stanza in Chiusavecchia, verrà poi rilasciato, dopo inutile interrogatorio; ritornato in Imperia entrerà nelle Formazioni di città (Divisione SAP «G. M. Serrati»), in relazione con Amilcare Ciccione e sempre aggregato alla DC; e in tali formazioni svolgerà la sua opera fino alla Liberazione. Il tenente Borreo, a sua volta, riparerà in Corsica, con una piccola barca. 
[NOTA]
(6) Notizie fornite dal rag. Alassio Ugo e dal dott. Silvano Alterisio. 
Giovanni Strato, Storia della Resistenza Imperiese (I^ zona Liguria) - Vol. I. La Resistenza nella provincia di Imperia dalle origini a metà giugno 1944, Editrice Liguria, Savona, 1976, ristampa del 2005 a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, pp. 131-132

sabato 6 dicembre 2025

Quattro bersaglieri fascisti catturati dai partigiani a Pietrabruna

Pietrabruna (IM)

Il passo della Follia, dalla caratteristica forma di mammella volta al cielo, situato a breve distanza dalla Bramosa, era il punto strategico dei nostri servizi di guardia; dal passo si dominava un incrociarsi di sentieri provenienti da valli diverse e si aveva la possibilità di scegliere, in caso di pericolo, il percorso più idoneo per il disimpegno. A nord l'ombrosa valle di Badalucco, a ovest il passo di San Salvatore e i relativi itinerari, a sud l'intera valle di Pietrabruna, mentre ad est, oltre a sentieri poco conosciuti, si accedeva alla strada di Santa Brigida che portava alla valle di Dolcedo. Piuttosto strano il nome del passo, di cui anche i locali non riuscivano a spiegare l'origine, solo una lontana cronaca, riportava il fatto che lo stesso era servito da avamposto ai soldati di Napoleone. Un mattino, io e Giorgio, quello di Modena, in un normale turno di guardia, si assaporava la tranquillità della giornata, comodamente sdraiati e a torso nudo sulla fascia del sentiero che affiancava il passo, ci si appagava nell'ammirare la profonda bellezza d'un panorama, dove il verde delle valli e l'azzurro del mare dominavano assoluti; l'ottima visibilità facilitava notevolmente l'incarico di controllare i percorsi che accedevano al passo; a mezzo d'un binocolo si riusciva a scorgere il lontano inizio degli stessi, che a turno, sistematicamente, si controllava. Ore piacevoli, dove il fruscio di un leggero vento accarezzava la nuda pelle, resa calda dal sole; pausa di serenità, dove l'occhio fermava la bianca vela sulla costa lontana, e un invitante silenzio portava la mente in luoghi e cose lontani; ma brusca, come sonora sveglia, la mano di Giorgio con un tocco mi riportò alla realtà: « Osserva », mi disse, « ho la sensazione che qualcosa si muova, qualcosa di diverso dal solito contadino che accompagna il mulo ». Afferrai il binocolo e guardai attentamente il punto indicatomi, rendendomi subito conto dell'esattezza della sua osservazione: si trattava sicuramente di diversi uomini e, quel che più conta, erano armati, l'inconfondibile luccichio delle armi ai raggi del sole non ammetteva dubbi. Si convenne di lasciarli avvicinare a distanza di sicurezza, dove il Majerling a mia disposizione avrebbe agevolmente falciato l'intero gruppo sulla piana pulita dei prati, nel peggior dei casi la nostra posizione ci permetteva un'agevole ritirata, mentre il rumore delle armi avrebbe sicuramente messo in allarme il distaccamento. Aderenti al terreno si attendeva immobili e, con l'avvicinarsi degli uomini, si prendeva esatta visione della consistenza e della composizione del piccolo reparto. Si trattava infatti di un totale di sei uomini: quattro bersaglieri, riconoscibili anche da lontano dal fluttuante piumetto, apparentemente disarmati, seguivano due borghesi in possesso di parecchie armi, quantitativo superiore in assoluto a una normale dotazione; perplessità da parte nostra di definire chiaramente la presenza in zona partigiana dello stesso gruppo. Seminascosto dall'erba, la bocca minacciosa del Majerling imbracciato, seguivo attentamente il gruppo che ormai aveva raggiunto la zona limite da noi stabilita. Il secco alt intimato da Giorgio, postosi in ginocchio con il fucile puntato ben visibile, li bloccò istantaneamente, parole incomprensibili che la distanza ed il vento non fecero giungere nitide; Giorgio ripetè ancora decisamente: « Non muovetevi, siete sotto tiro, fatevi conoscere », e finalmente uno dei due borghesi, dotato di una folta barba, alzò per tre volte contro il cielo il mitra che impugnava, il segnale; tranquillizzati si abbandonò il sentiero avvicinandoci, una spiegazione semplice e concisa: due partigiani volanti, componenti di rara permanenza in distaccamento, coadiuvati da due patrioti, avevano sorpreso in Pietrabruna, all'osteria di Petran, i quattro bersaglieri comodamente seduti, intenti a sorseggiare un bicchiere di vino. All'intimazione di mani in alto gli stessi non avevano opposto alcuna resistenza, lasciandosi sequestrare le armi in dotazione. Tranquilli ma pensosi, ragazzi di vent'anni come noi, li vidi allontanarsi verso la Bramosa, seguiti dai due garibaldini e mi domandavo cosa mai avesse mosso i loro passi, il coraggio, l'incoscienza, o una precisa volontà di incamminarsi su di un'altra via? Era strana la nostra guerra. 
Renato Faggian (Gaston), I Giorni della Primavera. Dai campi di addestramento in Germania alle formazioni della Resistenza Imperiese. Diario partigiano 1944-45, Ed. Cav. A. Dominici, Imperia, 1984, pp. 60-61

L'episodio della cattura dei quattro bersaglieri - avvenuta intorno a metà settembre 1944 - veniva confermato da Umberto Maria Bottino nel suo "I nostri giorni cremisi. 1943-1995" (Attilio Negri srl, Rozzano, 1995): l'autore, all'epoca bersagliere repubblichino, scriveva di essere entrato in Pietrabruna qualche giorno dopo la vicenda, di avere raccolto in merito informazioni anche dall'oste e, quindi, di poter ipotizzare la fucilazione da parte dei partigiani di due, se non di tutti i suoi camerati.
Adriano Maini 

mercoledì 19 novembre 2025

Cosa spingeva di nuovo i giovani sui monti a rischiare la vita?

Casanova Lerrone (SV). Fonte: Insiemefacile

Il 28 [marzo 1945], dopo aver parlato con Ramon [n.d.r.: Raymond Rosso, capo di Stato Maggiore della Divisione d'Assalto Garibaldi "Silvio Bonfante"], proseguii per la Val Lerrone. Erano con me due partigiani della scorsa estate che, tornati a casa durante l'inverno, cercavano il Comando divisionale nella speranza di avere qualche carica. Volli approfittare delle ore di cammino assieme per studiare la mentalità dei nuovi venuti. 
«Eravamo amici del Cion [Silvio Bonfante], mi dicevano, lui sapeva quel che valevamo. Siamo stati con lui fin quando fu ferito, poi siamo tornati ad Aurigo, a casa nostra». 
«Sono quindi molti mesi che mancate, forse vi sarà difficile adattarvi alla nuova vita, in quest'inverno molte cose sono cambiate». 
«Ce ne siamo già accorti in questi giorni. Quando il Cion comandava, si poteva andare al comando quando si voleva, adesso invece non si capisce dove sia». 
«Già perché voi non conoscete cosa sia la tattica cospirativa: è dal principio dell'inverno che il nuovo obiettivo non è più ammazzare i tedeschi, ma nascondersi il meglio possibile. Gli uomini più apprezzati sono quelli che sanno sganciarsi rapidamente in ogni circostanza, occultare uomini e materiale nel tempo più breve e nel modo più sicuro». 
«Insomma è più bravo chi scappa prima e si nasconde meglio?». 
«Sotto un certo punto di vista è così. Eravamo rimasti in pochi e dovevamo restare per campione. In compenso da brigata siamo diventati divisione [n.d.r.: la Divisione "Silvio Bonfante"] e siamo cresciuti tutti di grado». 
«Ai tempi del Cion queste cose non succedevano e se ci fosse ancora lui le cose andrebbero meglio. Tra i partigiani i gradi non ci sono mai stati». 
«Non ci sono stati ma adesso ci sono. Vi credete che questo inverno non sia servito a niente? Io per esempio sono capitano, poi ci sono colonnelli, tenenti e tutti gli altri gradi. Se restavate anche voi in montagna qualche filetto lo avreste guadagnato: eravamo in pochi e ce n'era per tutti. Così invece c'è il rischio che qualcuno vi faccia mettere sull'attenti se, come sembra, metteranno d'obbligo il saluto». Parlavo tra il serio e lo scherzoso: mi seccava vedere due che, essendo stati tutto l'inverno a casa, non si adattavano a riprendere il loro posto nelle bande come semplici garibaldini e per ottenere lo scopo non avevo parlato di quante sofferenze e di quanto sangue ci fosse costato il passare l'inverno sui monti e con quali difficoltà avessimo continuato le imboscate per far pagare al nemico l'occupazione della nostra terra, per mantenergli basso il morale e contribuire alla vittoria finale. A poco a poco, pur dubitando sempre delle mie parole, non riuscendo a separare la verità dallo scherzo, i due partigiani si eccitavano lentamente. «Non è però il caso che vi disperiate, se c'è qualcuno che vi raccomanda, se avete conoscenze al Comando, Forse...  A me per esempio mi aveva raccomandato il Rosso ancora lo scorso agosto, poi lui è andato a casa ed io ho fatto carriera». 
«Conosciamo Mario, lo abbiamo curato noi quando era ferito, ma non cerchiamo raccomandazioni».
«Beh, adesso siete voi che non volete chiamare le cose col loro nome. Tutto sta che al comando vi vogliano ricevere». 
«Cioè?». 
«Ecco, la cosa non è semplice come una volta, adesso che hanno i gradi quelli del Comando sono cresciuti di importanza; hanno cessato di dormire sulla paglia e di mangiare nella gavetta. Hanno creato un recapito e tutti quelli che hanno qualche cosa da chiedere o da dire si mettono a rapporto. I comandanti leggono l'esposto che portano le staffette e poi, se credono, rispondono o fissano il giorno ed il luogo del colloquio». 
«Se il Comando si crede che anche noi ci mettiamo a rapporto... ». 
«Se ci tenete ad esser ricevuti non c'è altro mezzo». 
Quella sera dormimmo tutti a Segua [borgata del comune di Casanova Lerrone (SV)] , il giorno dopo i due partirono per Ginestro [Frazione del comune di Testico (SV)] mentre io raggiunsi Poggio Bottaro [Frazione del comune di Testico (SV)] pensando a quello che avrebbero detto i compagni del giorno prima quando a Ginestro avrebbero trovato il recapito invece del Comando come speravano. 
«Guarda qua cosa scrivono due da Ginestro, disse quel pomeriggio Giorgio, se invece che partigiani siamo diventati l'esercito di Mussolini, se ci crediamo di essere i Signori Ufficiali del tempo della naja: che una volta comandava il coraggio mentre adesso diamo l'esempio a nasconderci... Cosa si credono questi matti: sono stati a casa tutto l'inverno ed ora giudicano e sputano sentenze. Che se ne tornino a casa che nessuno li ha chiamati». 
Era stato quello per me il primo contatto con le reclute della seconda primavera. Cosa spingeva di nuovo i giovani sui monti a rischiare la vita? Cosa induceva quelli che erano tornati a casa a riprendere le armi? Non era più come nel 1944 la minaccia dei bandi fascisti perché la Repubblica si era guardata bene di rinnovare l'errore molestando chi cercava di vivere tranquillo. Vi erano sempre le saltuarie retate di ostaggi che si abbattevano su giovani e vecchi, ma in percentuale il rischio era minimo. Si erano cancellati nel loro ricordo la memoria dei mille timori e scoramenti che in ottobre e novembre li avevano obbligati a piegarsi? Era forse la speranza rinnovata e più sicura della vittoria imminente? Per buscarsi una pallottola e restare storpi per sempre o morti il tempo c'era ancora e ne avanzava. Ed allora? Allora non ci facevamo molte domande, avevamo previsto e trovavamo naturale che gli arruolamenti riprendessero. Capirò in pieno solo durante l'inverno del 1946 quali sentimenti avessero agitato quei compagni fino a spingerli a tornare sui monti. La nostalgia potente, invincibile di quella vita, il ricordo dei compagni, dell'ambiente, dell'avventura, erano sentimenti duri ad estinguersi. Sapere che c'era sui monti chi continuava la lotta e che in futuro non un solo sguardo poteva rinfacciare loro la passata debolezza doveva accendere il sangue nelle vene. Tutta la vita partigiana era come una droga il cui sapore, una volta gustato, non si può dimenticare e spingeva fatalmente a tornarvi. Chi era partigiano nella seconda primavera non lo era più per gli errori e le minacce del nemico, ma solo per sua libera scelta, per l'amore della sua libertà e dignità.
Gino Glorio (Magnesia), Alpi Marittime 1943-45. Diario di un partigiano - II parte, Nuova Editrice Genovese, 1980, pp. 223-225