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domenica 26 luglio 2026

Sulle alture di Verezzo colpivano un partigiano che per mancanza di munizioni aveva gettato l’arma e si era arreso

Uno scorcio di Verezzo, Frazione del comune di Sanremo (IM)

Interrogatorio di Curti Valter (squadrista della Brigata Nera “Padoan”, distaccamento di Sanremo) del 28.5.1945: "[...] In seguito alla segnalazione di un partigiano traditore, una sera verso le ore 21, ci siamo recati alla villa Impero [di Sanremo (IM)] dove avremmo dovuto trovare elementi partigiani. Durante la perquisizione, venimmo fatti segno a colpi d’arma da fuoco che ferirono me ed il mio compagno Rubaudo Pietro. Il Capitano Mangano fece subito arrestare il padrone di casa ed un capitano ivi dimorante in servizio presso il tribunale militare. Il partigiano che diresse questa operazione, Impedovo Mario, nome di battaglia “Fernandel”, si arruolò subito nella brigata nera e divenne uno degli elementi più accesi data la sua conoscenza precisa dell’ubicazione dei partigiani" [...] Il Pelucchini ed il Nicco, assieme a reparti della SS, si resero colpevoli di tre delitti avvenuti nei pressi di Villetta [ sempre in Sanremo] alla vigilia del Natale del 1944. Sempre durante il periodo della mia degenza, seppi che reparti della brigata nera, unitamente a tedeschi, recatosi sulle alture di Verezzo, dopo un piccolo scontro, colpivano un partigiano che per mancanza di munizioni aveva gettato l’arma e si era arreso e lo finivano a colpi di pistola. Poiché il partigiano si manteneva ancora in vita, un tedesco avvicinatosi gli scaricò sulla testa la sua pistola. Dichiaro che il Pelucchini, l’Impedovo ed il Nicco erano in piena collaborazione con gli appartenenti alla SS Italiana, numerosi fra i quali si distinguevano elementi italiani residenti all’estero" [...] Interrogatorio di Maselli Pietro (squadrista della Brigata nera “Padoan”, distaccamento di Sanremo) del 14.7.1945: "[...] Nel febbraio del 1945 ho preso parte ad un rastrellamento effettuato in regione Pamparà di Ceriana. Dirigeva il servizio il Capitano Sainas della GNR. Io facevo parte della squadra del Capitano Bossolasco che aveva l’incarico di fermarsi nella valletta del torrente Armea, da dove, dopo circa un’ora dal nostro arrivo, sentimmo diversi colpi d’arma da fuoco. Ci siamo quindi poi spostati a Beusi dove ci riunimmo agli altri reparti. Qui venni a sapere che durante il rastrellamento erano stati uccisi i partigiani Moscone e Molosso, ma non seppi da chi". Leonardo SandriProcesso ai fascisti: una documentazione, Vol. 9 - Liguria: Imperia - Savona - La Spezia, StreetLib, Milano, 2019

3 gennaio 1945 - XXIII
Entrando [in Sanremo] nel laboratorio dell'orologiaio Edmondo Pignotti (Piazzale pensile del mercato - presso l'Anagrafe) a sinistra c'è un apparecchio telefonico che intercetta le altre comunicazioni tramite innesti. Provvedere ad un sopraluogo tecnico non appena saranno ripristinate le linee telefoniche. [...]
9 gennaio 1945 - XIII
"A Imperia c'è un maggiore che fa il doppio gioco. È un maggiore della G.N.R. Attualmente non ne conosco il nome, ma posso dire in maniera categorica che sa molto sulla fuga di Moscone. Ha pure aiutato molto nella scarcerazione di Cavallero. Deve pure sapere l'attuale posizione di Moscone". Informatore Imp. M.
Diario (brogliaccio) del Distaccamento di Sanremo (IM) della XXXII^ Brigata Nera Padoan, documento in Archivio di Stato di Genova, ricerca  di Paolo Bianchi di Sanremo 
 
24 gennaio 1945 - Bando dei Cacciatori degli Appennini - Invito ai renitenti alla leva [repubblichina] a costituirsi entro 48 ore pena l'applicazione della legge di guerra.
24 gennaio 1945 - Dal tenente Alfredo Molinari, comandante del presidio repubblichino di Nasino, al commissario prefettizio di quel comune - Comunicava che "... alle ore 18 è scaduto il termine per la presentazione. Nessuno ha ubbidito al bando. Peggio per loro. Per domani mattina alle 8 voi mi porterete l'elenco nominativo con tutti i dati anagrafici di tutti gli uomini interessati al bando. Non ammetto ritardi...".
Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell'Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945), Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998-1999
 
Imperia.
Notizie sui fuori legge e dislocazioni delle bande.
In seguito alle recenti nevicate le bande si sono ritirate nelle valli appoggiandosi ai centri abitati di Mendatica e Montegrosso.
L'armamento è il seguente: mortai da 81 e 45, armi automatiche pesanti e leggere, cannoni da 75.
Le bande, di tendenza badogliana, sono comandate dai capitani Martinengo e Umberto.
Notiziario della Guardia Nazionale Repubblicana del giorno 18 gennaio 1945, p. 18. Fonte:  Fondazione Luigi Micheletti   
 
8 gennaio 1945 - Dal comando della V^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Luigi Nuvoloni" della II^ Divisione "Felice Cascione", prot. n° 140 segreteria, al comando del I° Battaglione "Mario Bini", al comando del II° battaglione "Marco Dino Rossi" ed al comando del III° Battaglione "Orazio Secondo" - Alcuni giovani si erano presentati ai competenti uffici della RSI (Repubblica Sociale) perché i loro genitori temevano rappresaglie. "Necessario assumere severi provvedimenti contro chiunque svolga propaganda contro il movimento partigiano".
18 gennaio 1945 - Dalla Sezione SIM della V^ Brigata, prot. n° 265, al comando della II^ Divisione - Relazione militare sul rastrellamento subito il 17 gennaio nelle zone Tumena, San Faustino, Ciabaudo, Vignai.
20 gennaio 1945 - Dal comando della V^ Brigata - Sezione S.I.M. al comando della II^ Divisione - Veniva comunicato che i tedeschi di stanza a Badalucco si erano diretti a Carpasio e che a Taggia erano giunti 20 agenti di P.S. che avrebbero dovuto tentare di infiltrarsi tra i partigiani e che a Sanremo era arrivato un Battaglione della San Marco adibito ai rastrellamenti.
24 gennaio 1945 - Dal C.L.N. di Sanremo, prot. n° 219/CL, al comando della V^ Brigata - Comunicava l'attivazione di due staffette alla settimana, giovedì e domenica, tra la costa e la montagna e ricordava al comando di Brigata di inoltrare a sua volta le notizie ricevute verso le altre formazioni.
Rocco Fava, Op. cit.
 
27 gennaio 1945
Il Comando dei bersaglieri [n.d.r.: la frase "dei bersaglieri" sembra cancellata con una riga] Settore di Via Fiorentina [in Sanremo (IM)] ha richiesto i Legionari Nicò [n.d.r.: si trattava di Gin o Gim Mano Nera, fucilato dai partigiani al cimitero della Foce di Sanremo il 26 aprile 1945], Pelucchini, Impedovo, Maselli. Sono andati verso le ore 19. Per informazioni?
Continua la pattuglia mista con la P.S. e la G.N.R. per servizio di notte.
In più, una pattuglia nostra in missione nella città vecchia.
28 gennaio 1945. In missione a San Bartolomeo [Frazione di Sanremo] per prelevare "Nini", nipote di Pier de la Vigna [...]
29 gennaio 1945
Siamo partiti 30 uomini, al comando personale del Comandante Mangano per Imperia, alla 32^ Brigata Nera, a piedi.
Partiti alle 22 del 28 gennaio siamo giunti alle 3,30 antimeridiane di oggi, 29 gennaio.
Senonché non siamo stati impegnati in altre operazioni e, senza altre novità, siamo tornati, parte in camion di fortuna (14 uomini) e parte in corriera (16 uomini).
Ha partecipato il Capo-Squadra Bossolasco.
Diario (brogliaccio) del Distaccamento di Sanremo (IM) della XXXII^ Brigata Nera Padoan, documento in Archivio di Stato di Genova, ricerca  di Paolo Bianchi di Sanremo
 
Il 23 febbraio 1945 veniva ucciso a Beusi il garibaldino Moscone [n.d.r.: purtroppo non diversamente identificato, in ogni caso da non confondere con il comandante partigiano Basilio Moscone Mosconi], il quale era già stato ferito cinque giorni prima a Bussana, Frazione di Sanremo, mentre tentava il recupero di materiale bellico insieme a "Cancello" (Guerrino Mosso). Moscone venne ricoverato presso un Distaccamento del III° battaglione "Candido Queirolo" "per essere curato dal medico del Battaglione mentre il sottotenente 'Cancello' rientrava al Distaccamento per riferire dell'accaduto. Il giorno 23 febbraio fu eseguito in Beusi un rastrellamento da parte dei nazi-fascisti. Il garibaldino Moscone fu sorpreso unitamente ad altri in un casone a dormire. Benché ferito si gettava sopra il primo milite... fu ucciso selvaggiamente e fattone scempio il suo corpo venne abbandonato in tale località "(relazione successiva del 7 maggio 1945 - Dal comando del IX° Distaccamento "Bianchi" del III° Battaglione "Orazio 'Ugo' Secondo" della IV^ Brigata "Elsio Guarrini" della II^ Divisione "Felice Cascione", prot. n° 7, al comando del III° Battaglione - documento Isrecim).
Rocco Fava, Op. cit. 

lunedì 20 luglio 2026

Le formazioni GAP di Sanremo tentarono di mettersi in contatto con gli Alleati


Già una squadra GAP cittadina era stata creata in collina a Sanremo per iniziativa di Giuseppe Anselmi e di Adolfo Siffredi: essa agiva e si sviluppava sotto il comando di Aldo Baggioli ed Adriano Siffredi; ma occorreva appoggiarla e dirigerla nel quadro generale della  lotta e questo compito sarebbe spettato al C.L.N., al quale far capo.
Fu perciò che per iniziativa del Partito Comunista e di un gruppo socialista si giunse, alla metà di luglio [1944], alla costituzione del primo comitato periferico del circondario, quello di San Martino [a levante del centro urbano], composto da Oreste Manetti, sostituito quasi subito da Alfredo Rovelli, per il PCI; Mario Mascia, per i socialisti, segretario; Mario Benza, indipendente; Emilio Mascia, comandante militare, con Giovanni Siffredi, vice comandante.
Il Comitato di San Martino assunse le funzioni del Comitato Comunale e si pose subito in diretto contatto con quello di Imperia. I primi servizi essenziali per lo sviluppo della lotta entrarono nella fase organizzativa: la prima SAP del Comitato venne costituita ufficialmente con 16 elementi.
Mario MasciaL'epopea dell'esercito scalzo, Ed. ALIS, 1946, ristampa del 1975 a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia 

Nasce ben presto il primo gruppo cittadino delle SAP (sedici uomini) e nell'agosto [1944] sorge la prima sezione del PSIUP. Ciò significa che anche fuori del PCI le altre forze antifasciste iniziano ad organizzarsi ed a contribuire più incisivamente nella lotta. Nell'ottobre Donzella e Gismondi vengono arrestati, mentre Cremieux evita la cattura con la fuga. Nel frattempo il CLN di San Martino si riorganizza assumendo definitvamente funzione comunale, ufficialmente riconosciuta dal CLNP il 2 novembre 1944, e prosegue la sua dura ed efficace lotta fino alla Liberazione.
Carlo Rubaudo, Storia della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria) - Vol. II. Da giugno ad agosto 1944, edito a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, Imperia, Dominici Editore, 1992 

Oldoino Maurizio (Mauro), che salì in montagna subito dopo l'8 settembre 1943, entrò poi nella banda garibaldina di Tito [n.d.r.: Rinaldo Risso, o Tito R., in seguito vice comandante della II^ Divisione d'Assalto Garibaldi "Felice Cascione"] dove rimase dal febbraio al marzo 1944, entrerà quindi - ritornato in Sanremo - nelle formazioni GAP (2 agosto), ed infine da queste inviato in Francia per tentare di mettersi in contatto con gli Alleati, resterà tagliato fuori dai tedeschi, ed entrerà nel Maquis (nome di battaglia "Batté Leo"), dove sarà promosso sergente di un battaglione di volontari stranieri, con i quali per oltre sette mesi combatterà contro i tedeschi sul confine italiano...  Caramia Francesco (Franco) che dal primo C.L.N. Sanremese e per esso più precisamente da Salvatore Marchesi e da Adolfo [Fifo] Siffredi ebbe incarico di arruolarsi nella milizia per esperire opera di informatore e di disgregatore e che lascerà tale incarico dopo circa tre mesi per entrare direttamente alle dipendenze del CLN circondariale, per il quale dall’ottobre 1944 in poi presterà servizio di staffetta per il collegamento con Bordighera....
Giovanni StratoStoria della Resistenza Imperiese (I^ zona Liguria) - Vol. I. La Resistenza nella provincia di Imperia dalle origini a metà giugno 1944, Editrice Liguria, Savona, 1976, ristampa del 2005 a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia   

Nel frattempo Avogadro, in veste di collaboratore dell’intelligence britannica, per allacciare col Piemonte un servizio informativo alle dipendenze degli inglesi si era recato in Liguria, dove l’Arma «aveva perso molto terreno in seguito alla condotta degli ufficiali di quella Legione che in massa avevano aderito alla repubblica» <14. Riconoscendo improba l’impresa di impiantare un’organizzazione clandestina, per le sue forze e per la limitatezza delle sovvenzioni, riuscì a raggruppare una cinquantina di carabinieri nella zona tra Imperia e Sanremo, affidati alle cure del pretore di Taggia, il giudice Alessandro Savio, insieme al quale incontrò un comandante di una banda in costituzione (probabilmente Michele Silvestri “Milano”, comandante del distaccamento Gap di Verezzo, confluito poi nelle Sap di Imperia), ma i contatti con gli uomini di questo territorio furono saltuari per il resto della guerra.
Enrico Pagano, “A favore dell’Arma”. L’attività nel periodo clandestino di Rodolfo Avogadro di Vigliano, questore di Vercelli nominato dal Cln, l’impegno, a. XXXV, nuova serie, n. 2, dicembre 2015, Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nel Biellese, nel Vercellese e in Valsesia

lunedì 22 giugno 2026

I fascisti rastrellano anche la zona di Terzorio

Terzorio (IM)

Continua il grande rastrellamento sul terreno della IV^ Brigata ["Elsio Guarrini" della II^ Divisione "Felice Cascione"]. Anche il famigerato capitano Ferraris con i suoi sgherri raggiunge il grosso della sua Compagnia Ordine Pubblico (O.P.) a Dolcedo, Compagnia con armamento automatico ottimo. Intanto, pare che forze tedesche, provenienti dalla Val Tanaro, partecipino anche loro al grande rastrellamento. Il 7 gennaio 1945 Vasia viene nuovamente investita e saccheggiata. I nemici raggiungono Molini di Prelà e distruggono la polveriera ubicata nella zona. Anche in Valle Argentina continua un pesante rastrellamento, mentre molti partigiani, per gli strapazzi subiti e il freddo, hanno la febbre e soffrono la sete. Sono accucciati su giacigli in casupole o piccoli antri e si lamentano. I luoghi sono insicuri. Si cerca di fare sciogliere la neve nelle gavette, ma non è facile. [...] Mentre il grande rastrellamento, come vedremo, si estende anche alla V^ Brigata "Luigi Nuvoloni", anche ad Oneglia, per opera della delatrice Maria Zucco (Donna Velata), si verifica una serie di arresti tra le forze della Resistenza [...].
Francesco Biga, (con la collaborazione di Osvaldo Contestabile), Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), Vol. IV: Da Gennaio 1945 alla Liberazione, Ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, 2005, p. 73
 
Nevicava da parecchie ore e le scarpe [di diversi partigiani della Brigata "Elsio Guarrini", in ritirata dalla zona di Pietrabruna (IM)] affondavano abbondantemente nel morbido tappeto; una fila di uomini silenziosi, nere figure che si seguivano l'un l'altro con facilità sul bianco sentiero. Ci si doveva congiungere al grosso del distaccamento per affrontare uniti il non gradito regalo che la befana ci aveva riservato. Albeggiava quando, riunitisi al completo, si affrontò la soluzione del pericoloso problema; al momento ci si appoggiò alla parete rocciosa del monte per meglio difendersi da un subitaneo pericolo proveniente dai fianchi e si vagliò con la necessaria calma le nostre limitate possibilità. L'organico del momento non superava la ventina di unità: uomini malamente equipaggiati e armati di due soli mitragliatori, in grado di sviluppare un fuoco alternato che non superava la mezz'ora, non potevano certo concedersi il lusso di affrontare le numerose formazioni impegnate nel rastrellamento, compito che la nudità del terreno sconsigliava decisamente; l'azione avrebbe determinato l'inutile distruzione del gruppo. Si accantonò, quindi, il preventivato spostamento verso i passi della Follia e di San Salvatore, probabilmente già presidiati dai reparti tedeschi; l'andare poi sul sentiero che portava a Badalucco era altrettanto sconsigliabile, per cui non restava che gettarsi a mezzo monte, nel mezzo dei boschi di castagni, cercando riparo e mimetizzazione nei nudi tronchi, a somiglianza dei camaleonti [...] La nostra attesa durò l'intera luce di quel giorno, immobili figure unite a quei tronchi nel gelo sottile che penetrava, mentre la musica rabbiosa del vento non voleva cessare. Bianche ciglia di neve si alzavano piano per seguire, sul lontano sentiero che portava a Badalucco, il lento passare dei soldati tedeschi [...]
Renato Faggian (Gaston), I Giorni della Primavera. Dai campi di addestramento in Germania alle formazioni della Resistenza Imperiese. Diario partigiano 1944-45, Ed. Cav. A. Dominici, Imperia, 1984, pp. 95,96
 
Reggi Giuseppe, «Dafne», da Vittorio e Manilla Mazzolini; n. il 26/4/1924 a Bologna; ivi residente nel 1943. Licenza elementare. Portalettere. Richiamato alle armi dalla RSI, allʼinizio del 1944, fu arruolato nel btg S. Marco e inviato in Liguria. Il 28/8/44, prima di prestare giuramento, disertò con altri 7 commilitoni, recando con sé armi e munizioni. Militò nella 5a brg della 2a div Cascione Garibaldi e operò in provincia di Imperia, con la quale prese parte a numerosi scontri con i nazifascisti.
Dopo un lungo periodo di malattia, fu aggregato al 2° btg della 4a brg Guarrini della stessa div. Riconosciuto partigiano dallʼ1/9/44 al 18/5/45.
(a cura di) Alessandro Albertazzi, Luigi Arbizzani, Nazario Sauro Onofri, Gli antifascisti, i partigiani e le vittime del fascismo nel Bolognese (1919-1945), Vol. V, Dizionario biografico R - Z (a cura di Luigi Arbizzani, Nazario Sauro Onofri, Bologna, 1998), Istituto per la storia della resistenza e della società contemporanea nella provincia di Bologna "Luciano Bergonzini", Istituto per la Storia di Bologna, Comune di Bologna, Regione Emilia Romagna, 1985-2003 
 
[...]  l’80° Grenadier Regiment iniziò il 3 gennaio 1945 i rastrellamenti anche nella zona della 4^ Brigata E. Guarrini.
Nella prima fase non vennero scoperti i partigiani perché nascosti nei casoni coperti di neve; però nella prima decade del mese i tedeschi si spostarono in altre zone e catturarono alcuni renitenti alle chiamate della Repubblica Sociale Italiana che furono trucidati. Anche il partigiano Lucio Ferlisi, caduto in mano nemica, venne fucilato il 12 gennaio. Un altro partigiano, Turiddu, si consegnò all’Ufficio Politico Investigativo fascista causando grossi problemi alla sicurezza dei partigiani imperiesi.
Durante gli scontri due tedeschi rimasero sul terreno; i partigiani li seppellirono nelle vicinanze di Costa d’Oneglia. I rastrellamenti continuarono anche nel comune di Imperia. Si parla di una donna, Maria Zucco, che veniva chiamata la donna velata per il suo coprirsi il volto al fine di non farsi riconoscere, che aveva fatto parte delle formazioni fasciste Azione Nizzarda in Francia. Giunta nella provincia di Imperia dopo il 15 agosto 1944, spacciandosi per una patriota, fece catturare alcuni partigiani tra cui Adolfo Stenca.
Nelle carceri di Oneglia il 14 gennaio 1945 venne fatto l’appello dei catturati che dovevano essere fucilati; il primo a essere chiamato fu Paolo De Marchi.
L’olocausto della 4^ Brigata E. Guarrini continuò; nei giorni dall’11 al 16 gennaio caddero: Pasquale Nisco, Francesco Vernaleone, Carlo Gatti, Antonio Dagnino, Settimio Raimondi, Giovanni Cortese, Rino Guglieri e Adolfo Capovani. Il 17 i fascisti effettuarono un altro rastrellamento, durante il quale morirono Carlo Montagna, comandante della 4^ Brigata, Angelo Perrone e Sebastiano Acquarone. Nei dintorni di Tavole molti casolari furono dati alle fiamme e alcuni civili vennero arrestati. Il 25 fu catturato, quasi al completo, il 10° Distaccamento Walter Berio. Nello Bruno e Vittorio Aliprandi, rispettivamente comandante e commissario della Brigata, si suicidarono per non cadere nelle mani del nemico.
In seguito alla scomparsa dei due tedeschi, della cui sorte il comando germanico non sapeva nulla, il comando annunciava che, se non si fosse provveduto alla loro liberazione, venti ribelli sarebbero stati fucilati. Successivamente i nazisti vennero a conoscenza della morte dei due soldati e mandarono perciò davanti al loro Tribunale militare venti antifascisti: Guglielmo Bosco, Francesco Garelli, Ettore Ardigò, Orlando Noschese, Giorgio Cipolla, Santo Manodi, Medardo Bertelli, Giobatta Ansaldo, Paolo De Marchi, Adolfo Stenca, Carlo Delle Piane, Vincenzo Varalla, Giacomo Favale, Luigi Guarreschi, Giuseppe De Lauro, Doriano Carletti, Ernesto Deri, Adler Brancaleoni, Biagio Giordano, Matteo Cavallero.
Riconosciuta la loro colpevolezza, il Tribunale pronunciò la sentenza di morte che venne eseguita, per alcuni di loro, il 31 gennaio 1945.
Dai documenti risulta che altri furono fucilati nei giorni successivi e in luoghi diversi [...]
Redazione, Adler Brancaleoni, Le pietre raccontano, Comune di Cinisello Balsamo (MI)

Il 24 gennaio i fascisti rastrellano la vallata di Montegrazie ed anche la zona di Terzorio dove purtroppo viene catturato il partigiano Renato Giusti (Baffino); sorpreso in un fienile (per causa di spie) dove solevano dormire dei partigiani è portato al comando tedesco di Santo Stefano al Mare (Villa Dea). Strada facendo è percosso duramente con il calcio del fucile. Gli viene intimato di rivelare il luogo dove si nascondono i suoi compagni altrimenti non avrebbe più visto la moglie e il figlio. Accompagnato per diversi giorni nelle località notoriamente consciute come frequantate dai partigiani non ottengono da lui nessuna informazione. Successivamente è trasferito a Sanremo (Villa Fiorentina) dove subisce ulteriori torture. Da quel momento non si è saputo più niente. Quando furono recuperate cinque salme irriconoscibili probabilmente tra queste c'era anche quella di "Baffino".
Francesco Biga (con la collaborazione di Osvaldo Contestabile), Storia della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria), Vol. IV. Da Gennaio 1945 alla Liberazione, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, Grafiche Amadeo, 2005, p. 149
 
Le nostre azioni purtroppo al momento erano in forte ribasso. Sorprese fatali accadevano di continuo, triste bilancio che l'inverno esigeva. Anche Baffino [Renato Giusti], in transito per Terzorio, all'alba del famoso mattino [24 gennaio 1945] era stato catturato nell'operazione congiunta effettuata nei due paesi della valle; quasi irriconoscibile per le percosse e sevizie subite, era stato portato da militi repubblicani, seduto sopra una sedia, come un trofeo per le vie di Pompeiana, triste sfilata di un uomo giunto alla fine del suo percorso.
Renato Faggian (Gaston), Op. cit. 

lunedì 1 giugno 2026

Davanti e dietro c'erano altri partigiani

Camporosso (IM): la spiaggia in prossimità della casa della famiglia Guglielmi

La mia famiglia abitava ai Piani di Camporosso, a poca distanza dal mare, nel piccolo gruppo di case che noi chiamavamo “Tribù”.  Mio padre era pescatore e, come tutti i pescatori abitanti in riva al mare, era anche contrabbandiere. Prima dello scoppio della guerra eravamo arrivati alla casa dei nonni alla Tribù da Beausoleil, dove i miei vivevano come emigrati degli anni ‘30. Nel 1935 mio padre si arruolò volontario per la guerra di Etiopia. Nella sua attività di contrabbandiere credo che diverse volte trasportasse oltre frontiera anche degli ebrei allora perseguitati e in fuga verso altri paesi. Una volta lo sentii parlare con la mamma di “brava gente che scappava”. Forse nacque così il suo antifascismo [...] Mio fratello Nino accompagnava già nostro padre nei viaggi in Francia per contrabbando, quando venne arruolato, ironia della sorte, nella Guardia Confinaria e inviato proprio a Beausoleil. Spesse volte, anche senza permesso, ritornava a casa in bicicletta per brevi visite. L’8 settembre 1943 lo colse a Beausoleil. Tutto il reparto come tutto il Corpo d’Armata Italiano si sfaldò. Nino ricevette vestiti borghesi dal clero della chiesa di St. Charles di Beausoleil, che lo aiutarono anche nella fuga verso l’Italia. Nei giorni seguenti ero a Ventimiglia, che era nel marasma generale e sul lungo Roia notai tre uomini nel greto del fiume che procedevano verso la foce portando in spalla fasci di canne. Uno di questi mi fissò e con impercettibile gesto della mano mi fece segno di allontanarmi: era Nino. Ritornai a casa e avvisai mio padre dell’accaduto. Quella sera mio padre non chiuse la porta di casa. A notte arrivò mio fratello.
A causa delle continue visite della polizia che avrebbe potuto facilmente scoprire il disertore, Nino si rifugiò in località Marcora sopra Isolabona, in un casone di campagna adibito a ricovero degli attrezzi agricoli di una vigna di un nostro conoscente. Per qualche settimana periodicamente andavo in Marcora a portare generi alimentari e biancheria a mio fratello. Credo che altri si fossero uniti a lui perché una volta mi chiese di portare più pane. Un giorno, lasciata la bicicletta ai margini della carrozzabile, mi inoltrai a piedi per il sentiero che conduceva al rifugio di mio fratello. Mi accorsi di essere seguita, cambiai strada ritornando verso il paese. Un uomo mi si avvicinò: era un signore nostro vicino di casa che conoscevo bene, perché frequentava anche la nostra casa; chiedeva sempre di mio fratello. Capii allora la sua insistente curiosità. Era armato e mi puntò la pistola alla faccia chiedendomi di condurlo da mio fratello. Ebbi la forza di mentire dicendo che non sapevo dove fosse. Mi credette, ma mio fratello dovette fuggire di nuovo. Con mio padre ci trasferimmo a Vallecrosia Alta, perché la costa era sovente bombardata dal mare, dai cannoni di Monte Agel, e mitragliata dagli aerei. Nel gennaio del 1944 morì mia madre e mio fratello Nino [Alberto Guglielmi] non fu presente al funerale. Sparito. 
Dalla primavera del 1944 mio fratello iniziò a fare qualche furtiva visita nottetempo. Confabulava con mio padre, poi spariva di nuovo. Diverse volte con mio padre ritornavamo alla casa al mare e a volte papà partiva per raggiungere la Francia con la barca. La cantina a volte era piena di merci le più varie, una volta persino dei datteri. Credo a settembre del ‘44, Nino una notte portò a casa, a Vallecrosia Alta, una radio e la nascose nell’armadio a muro nell’ultima stanza. Si apprestava a sparire un’altra volta. Mi accusò di non aver chiuso bene le porte. Non era vero, ero certa di aver chiuso bene tutte le porte, ma Nino mi disse che XY, un nostro parente, era entrato in casa e l’aveva sorpreso mentre usava la radio.
Aumentarono per tutto il 1944 le nostre visite alla casa sulla costa. Accompagnavo mio padre con in braccio mio fratellino Bruno per rendere più facile il passaggio al posto di blocco all’altezza della caserma Bevilacqua. Sorpassavamo di lato la sbarra e i tedeschi e i fascisti di guardia ci salutavano dalla guardiola. A volte trascinavamo il carretto con sopra le ceste dei fiori. A Vallecrosia Alta coltivavamo un piccola piantagione di garofani. Molte volte tra i garofani mio padre nascondeva casse che nottetempo erano sbarcate sulla costa. [...] papà nascose in un altro nascondiglio la radio. Venne la polizia: gli agenti rovistarono dappertutto, ma fu facile dire che non sapevamo niente della radio e che non sapevamo dove Nino fosse fuggito.
Compresi che quando era in previsione uno sbarco pernottavamo al mare a dispetto dei cannoneggiamenti da Monte Agel e al mattino ritornavamo ripetendo la manfrina delle ceste dei garofani invenduti al mercato. Da quei giorni nella cantina della casa al mare furono custodite anche strane casse.
Sono certa che sbarcarono o si imbarcarono anche altri soldati alleati. In particolare ricordo che prima di Natale del  1944 una notte riapparve Nino accompagnato da un uomo alto, biondo come uno svedese e con due baffoni. Erano appena sbarcati dalla barca, perché i pantaloni erano bagnati, e avevano anche diverse casse che nascosero in cantina e che vennero recuperate nei giorni successivi dagli amici di Nino: Achille [Achille "Andrea" Lamberti], Lotti e altri. Ancora a notte partirono per Negi [Frazione del comune di Perinaldo].
La notte della Epifania  riapparve mio fratello Nino con “Mimmo” (Domenico Dònesi) e un ufficiale inglese [n.d.r.: il capitano Robert Bentley, del SOE, incaricato di assumere il compito di ufficiale di collegamento tra gli alleati ed i partigiani della I^ Zona Liguria] bagnato fradicio. Era evidentemente appena sbarcato. Sistemarono delle casse in cantina poi si incamminarono di nuovo.
 

Vallecrosia al Mare (IM): centro storico di Vallecrosia Alta

L’indomani, di buona ora con mio padre e mio fratellino Bruno ci incamminammo per Vallecrosia Alta. Era una strana carovana che procedeva dalla costa verso la collina di Santa Croce fino all’attuale via Orazio Raimondo. Io, mio padre con mio fratellino sulle spalle e un carretto con delle ceste di fiori, all’interno delle quali forse era nascosta una radio ricetrasmittente o celate altre casse, procedemmo  lungo la via provinciale per passare il posto di blocco. Elio Bregliano, Mimmo, Nino, il capitano inglese Bentley e Mac il marconista marciavano lungo il versante della collina, nascosti tra i pini e sotto i pergolati delle coltivazioni di verde ornamentale proprio dietro la caserma Bevilacqua lungo il sentiero del Nespolo. Davanti e dietro c'erano altri partigiani. All’altezza del cimitero di Vallecrosia incontrammo Achille e Lotti che avevano fatto da staffetta e portato un po’ di pane. Arrivò anche Eraldo Fullone con un carro e una mula per caricare le ceste di fiori.
[...] Nino, Mimmo, Elio e gli inglesi procedettero fino a Soldano con Lotti, Achille e Eraldo, che li precedevano di vedetta contro eventuali incontri di tedeschi.
Il 10 gennaio 1945 nella chiesa parrocchiale venne officiata la S. Messa dell’anniversario della morte di mia madre. A cerimonia appena iniziata apparve Nino, si sedette qualche banco davanti a me. Dal mio posto ad un tratto vidi una donna che era dietro di lui e che non riconobbi, toccare lievemente Nino sulla schiena. Come fosse un segnale convenuto senza voltarsi mio fratello si alzò e si allontanò confondendosi tra la gente. Fu l’ultima volta che vidi mio fratello.
Emilia Guglielmi in Giuseppe "Mac" FiorucciGruppo Sbarchi Vallecrosia, Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia <Comune di Vallecrosia (IM) - Provincia di Imperia - Associazione Culturale "Il Ponte" di Vallecrosia (IM)>,  2007

Della Missione Kahnemann faceva parte anche Alberto Nino Guglielmi.
Raggiunti gli alleati, Domenico Mimmo Dònesi e Nino furono ingaggiati dai servizi inglesi, sottoposti ad un breve addestramento e preparati alla missione di invio dell’ufficiale di collegamento presso i partigiani della I^ Zona Operativa Liguria, il capitano Robert Bentley, del SOE  britannico. Intorno a Natale Nino fu inviato a preparare lo sbarco di Bentley, che avvenne il 6 gennaio 1945, sempre sulla spiaggia di Vallecrosia. Di questa missione faceva parte anche Dònesi. Capacchioni era già in attesa in zona.
appunti inediti di Giuseppe Mac Fiorucci, per Op. cit.
 
Ad ogni modo presi contatto con Leo [Stefano Carabalona], che era appunto appena sbarcato in Francia in quel tempo, e poi con Kahnemann (Nuccia), il quale era pure passato a Nizza e mi posi immediatamente al lavoro. Tonino [Antonio Capacchioni], Mimmo [Domenico Dònesi] e Nino [Alberto Guglielmi] mi furono di grande ausilio durante la fase preparatoria. Le difficoltà di una traversata erano grandissime… decidemmo di inviare Nino perché preparasse il terreno… Nino venne tagliato fuori… Decidemmo di inviare Tonino... Alle 17.30 completammo l'operazione e raggiungemmo Vignai [Frazione di Baiardo (IM)]. Lì incontrai il sergente Henry Harris dell'USAAF che era stato con il maggiore Campbell... Più tardi scoprii che il sergente Harris era stato chiamato da Curto per controllarci ed essere sicuro che fossimo inglesi e non delle spie...    
Robert Bentley in Mario Mascia, L’epopea dell’esercito scalzo, Ed. ALIS, 1946, ristampa del 1975 a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia
 
[...] Comando alleato il quale, accogliendo le proposte avanzate dal Comando della “Felice Cascione”, organizzò una sede di appoggio per rifornimenti in una villa di Cap-Ferrat provvista anche di un alloggiamento coperto per un motoscafo, col quale numerosi furono i viaggi in mare per portare rifornimenti, armi e piani strategici.
Gli alleati compresero l’importanza di questa iniziativa e concordarono l’invio in Italia di un ufficiale inglese con un collaboratore dotato di una potente radio trasmittente. La notte del 6 gennaio 1945 tutto il gruppo Kahnemann [n.d.r.: ma non "Nuccia" che rimase in Francia per poi andare a Roma] ed il capitano Bentley partirono via mare per Vallecrosia. Due giorni dopo Bentley era al comando della “Felice Cascione” dove, in permanente contatto col Comando alleato, nell’ultima parte del periodo resistenziale, si realizzò una piena collaborazione strategica degli alleati e delle formazioni partigiane.  
Domenico Mimmo Donesi in Giuseppe Mac Fiorucci, Op. cit. 

sabato 16 maggio 2026

I sanmarchini a Poggi si preparavano a raggiungere i partigiani

Poggi, Frazione di Imperia. Foto: Jk4u59. Fonte: Wikipedia

Si raggiunse [un gruppo di militi della repubblichina San Marco] Imperia, che aveva subito un bombardamento nelle prime ore del mattino; sotto i nostri occhi, evidenti i segni dei danni subiti, incendi non ancora spenti, automezzi ribaltati, cavalli uccisi trascinati sui marciapiedi, e un frenetico andarevieni di persone in un vociare confuso e caotico. Qualche chilometro ancora, e giunti nelle vicinanze della nuova base, si voltarono le spalle al mare per inerpicarsi su una stretta e ripida stradina di montagna che si snodava con un susseguirsi di curve fra ampie gradinate di ulivi; il fondo, duro e sassoso era percorso da piccole fenditure che l'attraversavano irregolarmente, rigagnolo nei rari giorni di pioggia. Il caldo si faceva sentire, ed il Majerling, che sembrava aumentare di peso col passar delle ore, mi faceva sudare abbondantemente; cominciavo a rimpiangere la brezza del mare, visibile solo a tratti attraverso i varchi delle coltivazioni e le ampie superfici di ulivi, nota preminente del nuovo paesaggio. La stanchezza ormai, per il lungo percorso effettuato, era accusata da tutti, e solo i frammentari commenti sulla nuova destinazione servivano a distoglierne il pensiero; si andava a Poggi a rimpiazzare una formazione di Brigata Nera di stanza nel piccolo paese abbarbicato sulle alture che cingono Porto Maurizio. Un ultimo sforzo e, alla fine della salita, sopra uno spiazzo situato all'inizio del paese, la postazione, una vecchia e robusta casa con piccole finestre, provviste di inferriate; il fabbricato era inoltre protetto da un solido muro di cinta, opportunamente adattato per una postazione di mitragliatrice, che dominava la strada d'accesso alla borgata; alle spalle, un notevole dislivello permetteva facilmente di controllare la campagna circostante. Il luogo era completamente deserto, imprudentemente la postazione era stata sguarnita all'alba, senza attendere la nostra venuta; non rimase che stabilire la dislocazione delle sentinelle e distendere finalmente i giovani ma stanchi corpi in accoglienti brande.
Si era tornati indietro nel tempo, non più rumori di treni ed automezzi, né di aerei che scendevano sibilando a bassa quota; un silenzio patriarcale avvolgeva ogni cosa, debole qualche voce femminile filtrava fra gli ulivi, o lo scalpitio di un mulo che transitava carico di fieno, ma il tutto attenuato, quasi a non disturbare un mondo da sempre uguale. Il paese era piccolo e all'apparenza disabitato, ombrose e strette viuzze, quasi soffocate dalle vecchie costruzioni in roccia, le persiane socchiuse ad ogni ora del giorno; unico segno di vita riscontrabile, il raro passaggio di qualche donna o ragazzo, che volutamente ci evitavano, atteggiamenti che acuivano in noi il senso di isolamento, recepito fin dal primo giorno di arrivo. 
Il comando aveva ripetutamente fatta presente la necessità di uscire dalla base, perlomeno a piccoli gruppi, sorvegliando con molta attenzione le persone che si incontravano; il nostro iniziale atteggiamento, piuttosto allegro ed imprudente, doveva essere messo decisamente da parte, il pericolo lo si poteva trovare ad ogni angolo di strada; ma la maggior parte di noi non voleva subire quell'atmosfera di netto distacco in un paese della propria terra, forse la presenza del sergente tedesco, aggregato al nostro contingente in qualità di «camerata», maggiormente acuiva in noi il desiderio di avvicinarci agli abitanti del luogo; ma le finestre, in cui per un attimo si intravvedeva un volto, continuavano a chiudersi immediate e silenziose al nostro avvicinarci. Alla fontana poi, situata in prossimità della postazione, cui dovevamo recarci giornalmente per il normale fabbisogno d'acqua potabile, il nostro arrivo causava una generale ed affrettata partenza, magari con i recipienti riempiti a metà, e nel tempo necessario al nostro rifornimento nessuno si accostava. Ma un giorno, arrivando silenziosi, si colsero di sorpresa due ragzze che, superata la momentanea incertezza, cercarono disinvoltamente di affrettare la partenza; il peso però che tenevo sullo stomaco da parecchi giorni mi indusse a bloccarle, nell'intento di riuscire a chiarire uno stato di fatto per noi insopportabile. La domanda che espressi fu esplicita e precisa: «Perchè la popolazione è così scostante nei nostri riguardi? Il nostro comportamento non intende creare noie ad alcuno, e tantomeno far del male. Non dimentichiamo inoltre di essere cittadini dello stesso paese». La risposta che seguì fu chiara e coraggiosa: la nostra venuta era stata preventivamente illustrata dal reparto che ci aveva preceduti, qualificati come soldati pericolosi e disposti a qualsiasi violenza, addestrati dai tedeschi a quel preciso scopo, e non solo i ribelli, ma anche i civili, avrebbero fatto bene a girarci al largo; il fatto poi di essere armati come i tedeschi, e accompagnati da loro ufficiali e sottufficiali, avvalorava a loro giudizio l'esattezza dell'avvertimento. Fissai la ragazza che mi aveva risposto, e con un sorriso misto a malinconia le chiesi: «Tu credi ch'io sia capace di comportarmi a questo modo? Rifletti e guardami prima di rispondere». Una breve pausa, uno sguardo intenso, «Credo di no, ne sono convinta», e si allontanò con l'amica, non senza averci inviato un ultimo sorriso. Il conoscere la predisposizione dei civili ad un clima di tensione contro il nostro reparto, cosa volutamente creata dalla Brigata Nera, ci amareggiò, anche perchè la composizione di quel corpo non godeva presso di noi di alcuna stima. 
Passarono alcuni giorni. Sottili dubbi e nascoste incertezze riaffiorarono, acquistando una dimensione più ampia; si parlava cautamente in un'alternanza di stati d'animo, dove ansia ed attesa erano presenti. Il particolare modo in cui improvvisamente ci si era trovati a vivere, dopo le movimentate precedenti vicissitudini, favoriva la riflessione; la noia di giorni sempre uguali, occupati esclusivamente nell'espletamento dei turni di guardia, e la mancata conoscenza di prospettive future ci portavano a sentirci archi tesi in procinto di essere vibrati, e intanto i pensieri correvano, rendendo visibile la possibilità di una vita diversa, dapprima avvertita indistintamente, ora concreta e possibile. 
Si approssimava la fine di agosto, si era al ventotto, e uno stato d'animo di particolare emotività mi aveva preso; il giorno dopo, infatti, raggiungevo il mitico traguardo dei vent'anni, e pensare alla ricorrenza, ai piccoli doni e alle affettuosità di solito espresse dai familiari mi causava una strana malinconia; mi sentivo intrattabile e litigioso, e nel cercare uno sbocco alla tensione che avvertivo approfittai dell'unica possibilità a disposizione, recarmi in paese.
[...] Prudenza e paura non erano certo presenti nel locale poveramente arredato con vecchi tavoli e sedie impagliate, l'ambiente godeva di una nomea pericolosa, partigiani e repubblicani casualmente incontratisi si erano divertiti a spararsi reciprocamente e si diceva ci fosse cascato il morto; le stesse voci inoltre affermavano che le sorelle erano in contatto con i ribelli, e questo era vero. Oddo, l'unico paesano rimastomi vicino, era entrato nel locale e, avvicinatosi, con cautela mi avvertì che qualcosa stava maturando, Giorgio mi attendeva per aggiornarmi sulla situazione, prudente il comportarsi con un atteggiamento normale. 
Il tramonto allungava ormai le ombre delle case sulla piazzetta antistante l'osteria. In breve raggiunsi il caposaldo, dove apparentemente le cose scorrevano nella normalità, ma all'osservatore prevenuto non sfuggiva la velata inquietudine che già passava nell'ambiente, malgrado i soliti discorsi che contribuivano in qualche modo a presentare una situazione di piena regolarità. Giorgio, vistomi arrivare, mi aveva preso in disparte, iniziando una conversazione fittizia, e appena gli fu possibile, con poche e sintetiche parole mi aggiornò: i tempi erano stati bruciati e ad evitare pericolosi contrattempi il tutto era deciso per quella notte; la quasi totalità delle adesioni dava un senso di sicurezza pur considerando la pericolosità dell'azione, unici a non essere stati avvertiti, il tenente Zangiacomi, il sergente tedesco, e il più giovane di noi, un volontario. La fuga verso la libertà aveva dunque valide premesse per riuscire. Le ombre della notte avevano aggiunto un tono di misterioso fascino all'atmosfera del caposaldo, in silenzio e guardandoci con dosata indifferenza si consumò l'ultima cena offertaci dalla cucina tedesca, qualche parola ancora, qualche saluto, a cui seguì il consueto ritiro nelle brande. Anche il tenente, ufficiale piuttosto grassoccio, dotato di buona flemma e di buoni occhiali, all'apparenza più intellettuale che soldato, si apprestava a ritirarsi in una stanza a lui riservata nella casa di fronte alla postazione della mitragliatrice, al di là della strada. 
Ormai il silenzio copriva l'intera guarnigione; la luna, filtrando dalle inferriate, indicava confusamente figure di soldati addormentati e corpi inquieti nella ricerca di un riposo che faticava a venire.
Renato Faggian (Gaston), I Giorni della Primavera. Dai campi di addestramento in Germania alle formazioni della Resistenza Imperiese. Diario partigiano 1944-45, Ed. Cav. A. Dominici, Imperia, 1984, pp. 35-40
 

mercoledì 22 aprile 2026

A Porto Maurizio le Brigate Nere erano già, con relative famiglie, in ripiegamento

Uno scorcio di Imperia, visto da Porto Maurizio

24 aprile 1945 - Dal comando della VI^ Divisione "Silvio Bonfante", prot. n° 339, ai comandi della I^, II^, II^, IV^ Brigata - Disponeva, a modifica del dispaccio prot. n° 301 in data 19 aprile 1945, che all'atto dell'insurrezione la I^ Brigata "Silvano Belgrano" doveva portare i Distaccamenti "Giovanni Garbagnati", "Angiolino Viani" e "Francesco Agnese", agli ordini del comandante "Mancen" [Massimo Gismondi], del vice commissario "Loris" [Carlino Carli] e del capo di Stato Maggiore "Cis" [Giorgio Alpron], su Oneglia, il Distaccamento "Franco Piacentini" della I^ Brigata doveva scendere a Diano Marina, il Distaccamento "Marco Agnese" della I^ Brigata doveva dirigersi su Andora e Cervo-San Bartolomeo, la II^ Brigata "Nino Berio" si doveva concentrare nella zona della Valle Arroscia per scendere su Albenga, che "Ramon" [Raymond Rosso, capo di Stato Maggiore della VI^ Divisione "Silvio Bonfante"] doveva controllare la mentovata discesa, la III^ Brigata "Ettore Bacigalupo" doveva attestarsi a Testico in attesa delle ultime disposizioni del comando di Divisione.
24 aprile 1945 - Dal capo di Stato Maggiore ["Ramon", Raymond Rosso] della VI^ Divisione "Silvio Bonfante", prot. n° 43, al comando della I^ Brigata "Nino Berio" della VI^ Divisione "Silvio Bonfante" - Ordinava di occupare subito militarmente la generatrice elettrica di Alto e di disporre 3 uomini all'ascolto continuo di Radio Londra di modo che potessero riferire al mittente i messaggi ed i bollettini di guerra.
24 aprile 1945 - Dal comando della I^ Brigata "Silvano Belgrano" della VI^ Divisione "Silvio Bonfante" al comando della VI^ Divisione - Comunicava che nella notte tra il 22 ed il 23 aprile "Billi" e Moschin" avevano piazzato 2 mine sulla ferrovia tra Diano Marina e Cervo San Bartolomeo che esplodendo avevano causato la distruzione di 2 vagoni e gravi danni alla motrice del treno proveniente al mattino seguente da Genova.
24 aprile 1945 - Dal comando della I^ Brigata "Silvano Belgrano" della VI^ Divisione "Silvio Bonfante" ai comandi del Distaccamento "Francesco Agnese", del Distaccamento "Giovanni Garbagnati" e del Distaccamento "Angiolino Viani" - Comunicava che il Distaccamento "Francesco Agnese" doveva spostarsi nella zona di San Pietro per mettersi a disposizione del comandante "Mancen" e che il Distaccamento "Giovanni Garbagnati" doveva aspettare nuovi ordini.
24 aprile 1945 - Dal comando della I^ Brigata "Silvano Belgrano" della VI^ Divisione "Silvio Bonfante" all'Intendenza di Brigata - Autorizzava la signora Caterina Tiberti al prelievo ogni settimana di una razione alimentare giornaliera per 6 persone.
24 aprile 1945 - Dal comando della II^ Brigata "Nino Berio" della VI^ Divisione "Silvio Bonfante" al comando del Distaccamento "Giannino Bortolotti" - Ordinava di occupare la generatrice elettrica di Masino (SV) per evitare che venisse fatta saltare dal nemico.
24 aprile 1945 - Dal comando della IV^ Brigata "Elsio Guarrini" della II^ Divisione "Felice Cascione" al comando del III° Battaglione "Orazio 'Ugo' Secondo" [comandante "Veloce" Ermanno Sebastiano Martini] - Ordinava che "a iniziare da questo momento il Battaglione si consideri in stato permanente di guerra, pronto per un eventuale immediato movimento"; che il VII° Distaccamento ["Antonio Castello"] dovesse portarsi in Località Madonna della Neve di Badalucco; che l'VIII° Distaccamento ["G.B. Boeri"] dovesse mantenere la posizione sul versante nord del Monte Faudo; che il IX° Distaccamento ["Bianchi"] dovesse rafforzare la posizione vigilando sul Passo San Salvatore; che la parola d'ordine era "Mantova-Mimmo".
24 aprile 1945 - Dalla Sezione SIM della V^ Brigata "Luigi Nuvoloni" della II^ Divisione "Felice Cascione", prot. n° 430, al Comando Operativo della I^ Zona Liguria ed al comando della II^ Divisione - Segnalava che la caserma di San Martino a Sanremo era stata completamente sgombrata dai reparti di marina tedesca che in precedenza l'occupavano; che verso le ore 23 del 23 aprile era transitato in direzione Genova il treno blindato che prima era ricoverato nella galleria ferroviaria nei pressi di Villa Helios di Sanremo; che erano stati rimossi i cannoni che si trovavano in località Borghi a Taggia; che una parte del presidio di Molini di Triora era partito nella notte.
24 aprile 1945 - Dal C.L.N. di Sanremo, prot. n° 636, al Comune di Sanremo, al Commissariato di P.S., al comando dei Vigili Urbani ed al comando dei Vigili del Fuoco - Comunicava che il C.L.N. di Sanremo, organo di governo della città, nell'interesse della popolazione e dell'interesse pubblico disponeva che tutti i dipendenti degli enti in indirizzo erano tenuti a restare al proprio posto. "Essi saranno responsabili per la continuazione dello svolgimento dei servizi pubblici e dell'ordine cittadino". Comunicava altresì che il rappresentante del PCI nel Comitato era "Amerigo" [Adalgiso Rovelli], quello del PSIUP "Fifo" [Adolfo Siffredi], del Partito d'Azione "Gaivano", della Democrazia Cristiana "Sascia".
24 aprile 1945 - Dal comando della II^ Divisione "Felice Cascione" al comando della IV^ Brigata "Elsio Guarrini" - Disponeva che la Brigata occupasse al più presto i capisaldi di Madonna della Neve e di Ciabaudo Alto [località di Badalucco (IM)]. "Nostri reparti hanno già occupato Ceriana  e Baiardo: si prevede però di dover attaccare le retroguardie che attraversino la zona. Bisogna, quindi, pattugliare la zona di vostra competenza. Il comando di Brigata si deve spostare a Ciabaudo [Frazione di Badalucco (IM)]".
24 aprile 1945 - Da "Fedé" al comando della II^ Divisione "Felice Cascione" - Segnalava che a Taggia ed a Arma di Taggia vi erano 700 tedeschi che sarebbero partiti nella notte e che molti questi sarebbero transitati per la strada di Drego [Frazione di Molini di Triora (IM)].
24 aprile 1945 - Dalla Sezione SIM [Servizio Informazioni Militari] della II^ Divisione "Felice Cascione" al comando della II^ Divisione - Segnalava che da Pieve di Teco a Rezzo erano transitati dai 50 ai 100 soldati nemici diretti al passo Teglia; che tale movinento durava da alcuni giorni; che erano già passati dai 200 ai 300 soldati; che a Rezzo il presidio nemico era composto da 50 uomini, dei quali 20 erano stati posti a guardia del ponte dei Passi; che il 22 aprile erano transitate sulla strada 28 200 carrette dirette da Pieve di Teco a Nava; che durante la notte erano transitati in direzione nord 11 camion nemici carichi di munizioni.
24 aprile 1945 - Da "Mina" al comando della II^ Divisione "Felice Cascione" - Comunicava che il 23 aprile verso le 19 il presidio nemico, composto da 40 bersaglieri e 5 tedeschi aveva lasciato Baiardo dirigendosi a Ceriana; che alle 23 sempre del giorno 23 il presidio di Ceriana, un centinaio di bersaglieri e 8 tedeschi, si univa ai commilitoni giunti da Baiardo per abbandonare, dopo aver distrutto il munizionamneto ed il materiale che non riusciva a trasportare per carenza di mezzi, il paese e dirigersi a Poggio [Frazione di Sanremo (IM)]; che i nemici avevano fatto saltare con mine in due punti la strada Ceriana-Sanremo; che ad Apricale si trovavano ancora 25 alpini tedeschi con una quarantina di cavalli; che ad Isolabona vi erano 80 nemici con 50 cavalli e 2 batterie da 75/27 in postazione; che, come già comunicato al SIM della V^ Brigata, a Pigna si trovavano 80 tedeschi con un centinaio di quadrupedi, 5 mitragliatrici ed un mortaio; che a Testa d'Alpe 100 tedeschi stavano eseguendo lavori di fortificazione; che a Carmo Langan [località in altura di Castelvittorio (IM)] si trovavano 100 nemici.
24 aprile 1945 - Da "S 22" della Sezione SIM "Fondo Valle" della II^ Divisione "Felice Cascione" al comando della II^ Divisione ed al comando della VI^ Divisione "Silvio Bonfante" - Comunicava che alle ore 13 di quel giorno Oneglia, ad eccezione di "carrette a mano in fuga", era completamente sgombera da nemici e che a Porto Maurizio le Brigate Nere erano già, con relative famiglie, in ripiegamento. "È da escludersi qualsiasi intenzione [da parte dei nazifascisti] di difendere la città. È stato già preordinato con elementi delle SAP il blocco di tutti i grossisti depositari delle merci disponibili in città". Aggiungeva che tutti i prigionieri politici erano stati posti in libertà. "Penso che l'occupazione della città si potrebbe benissimo effettuare nel tardo pomeriggio o nelle prime ore della sera".
24 aprile 1945 - Dal comando della II^ Divisione "Felice Cascione", prot. n° 93, ai comandi della IV^ Brigata "Elsio Guarrini" e della V^ Brigata "Luigi Nuvoloni" - Disponeva che in caso di "esecuzione capitale nei riguardi di spie il comando di Brigata dovrà far pervenire subito al comando di Divisione copia dell'interrogatorio e della sentenza, firmata dal commissario e dal comandante o da chi ne fa le veci".
28 aprile 1945 - Dal capo di Stato Maggiore ["Ramon", Raymond Rosso] della VI^ Divisione "Silvio Bonfante", prot. n° 46, al comando della VI^ Divisione [comandante "Giorgio", Giorgio Olivero - vice comandante "Pantera", Luigi Massabò - commissario "Mario", Carlo De Lucis - vice commissario "Boris", Gustavo Berio - responsabile SIM "Livio", Ugo Vitali] - Comunicava che la notte del 24 aprile, venuto a conoscenza del fatto che i tedeschi stavano abbandonando la zona, aveva mobilitato tutti i Distaccamenti della II^ Brigata "Nino Berio" per attaccare il presidio nemico di Coasco; che "fummo cannoneggiati da Nasino" mentre i partigiani liberavano Coasco e Villanova d'Albenga; che dopo vennero occupati Bastia ed il ponte di Leca d'Albenga; che subito dopo "strappai tutti i fili elettrici conducenti alle camere di scoppio [delle mine predisposte dai tedeschi] e diedi l'ordine di entrare in città [Albenga]. Alle ore 24 Albenga era occupata e tutti gli obiettivi da salvare erano salvi".
29 aprile 1945 - Dal comando della II^ Divisione "Felice Cascione" al comando della IV^ Brigata "Elsio Guarrini" ed al comando della V^ Brigata "Luigi Nuvoloni" - Direttiva di inviare tutti i prigionieri tedeschi alla caserma Crespi di Porto Maurizio in Imperia.
(?) maggio 1945 - Dal presidente, Gaetano Ughes (Giorgio), del CLN della provincia di Imperia [CLNP] al CLN Regionale - "il 24 u.s. alla notizia che i nazifascisti si preparavano ad abbandonare la provincia radunai immediatamente questo CLNP. Si presero contatti con il comando delle SAP per il mantenimento dell'ordine pubblico. La sera del 24 il prefetto ed il questore unitamente al federale fascista abbandonavano Imperia. Fu nominato un Capo della polizia provvisorio scelto tra i garibaldini. Nella notte tra il 24 ed il 25 il servizio di pattuglia e d'ordine venne eseguito da squadre miste di SAP e di P.S. Il giorno 25 alle ore 14 l'ultima colonna di tedeschi in ritirata ha lasciato Imperia ed alle ore 16.30 del giorno stesso i nostri gloriosi garibaldini facevano il loro trionfale ingresso in città. La mattina del 26 aprile alle ore 8 si prendeva possesso della prefettura e si iniziava l'attività del governo provvisorio della provincia in rappresentanza del governo nazionale. Il prefetto, avvocato Ambrogio Viale, prendeva possesso del suo ufficio, così come il presidente della deputazione provinciale Filippo Gazzano ed il sindaco della città Goffredo Alterisio coadiuvato dalla giunta... venivano nominati i commissari per tutti gli enti fascisti e per gli altri enti di pubblica utilità. la sera del 25 il CLNP chiamava un dirigente tecnico dell'Ente Ricostruzione Provinciale di Imperia affinché provvedesse alla riattivazione delle principali strade: in tal modo il 2 maggio si poteva liberamente transitare sulle due principali arterie della nostra provincia. Il problema alimentare fu in parte sopperito dai partigiani che riuscirono a bloccare nella galleria di Capo Berta circa 1.000 quintali di farina che i tedeschi cercavano di portare via. Quando il CLNP era nel pieno sviluppo del suo lavoro, è giunto, purtroppo, il governo alleato a far cessare ogni nostra attività di governo. Lo stesso con suo manifesto ha dichiarato che il CLNP non è più organo deliberatorio, ma solo organo consultivo. L'Ente Ricostruzione Provinciale, le cui basi erano state studiate nel periodo cospirativo, si propone fini collettivi e perciò dovrebbe avere tutto l'appoggio possibile".
da documenti IsrecIm in Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell’Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell’Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945), Tesi di laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998-1999 

giovedì 19 marzo 2026

Il 18 marzo 1945 i Tedeschi compiono altri rastrellamenti in Valle Argentina

Uno scorcio della zona di Carpenosa, comune di Molini di Triora (IM). Fonte: europegite

Nel mese di marzo gli ostaggi di turno subivano torture negli scantinati di casa Daneri e di casa Fognini.
Il 10 marzo 1945 il parroco veniva arrestato perché era salito sul campanile “per dar la corda all’orologio”,  scusa per fare segnalazioni ai banditi. Inoltre il diverso colore dei paramenti della messa, cambiato ogni giorno, era un messaggio ai partigiani. Venne rinchiuso nella cantina di casa sua. Fu liberato dopo molti giorni. Nella stessa prigione vennero rinchiusi due giovani partigiani: Verrando Quinto di Agaggio e Maggi Lino di Genova, fucilati poi l’11 marzo presso Agaggio Superiore.
don Ermando Micheletto, La V^ Brigata d’Assalto Garibaldi “Luigi Nuvoloni” (Dal Diario di “Domino nero”  Ermando Micheletto), Edizioni Micheletto, Taggia (IM), 1975 

Siamo oltre la metà di marzo 1945 e le giornate incominciano ad essere calde mentre la primavera batte alle porte. Senza più indugiare, molti partigiani, che durante l'inverno avevano sostato nei fondovalle, risalgono in montagna per raggiungere i propri Distaccamenti. Numerosi raggiungono il paese di Cetta, uno dei luoghi che era stato un poco la culla della Resistenza in Valle Argentina. I Tedeschi sapevano, per cui avevano creato postazioni a Langan, a San Giovanni dei Prati, a Melosa e a Monte Ceppo: tutte alture che facevano corona a Molini di Triora e a Triora, i paesi più abitati della Valle Argentina. 
Un episodio di guerriglia, avvenuto nella zona sopraindicata, oltre la metà di marzo, ce lo racconta, in una sua memoria, il garibaldino Giovanni Rebaudo (Janò) quando, ad un certo momento, determinatasi una situazione più favorevole, gruppi di partigiani decisero di effettuare dei controrastrellamenti, che diedero anche risultati positivi. L'episodio è uno dei tanti, che descrive uno dei numerosi aspetti della guerra partigiana: "Quasi ogni mattina" - scrive "Janò" - "si partiva per il luogo prestabilito, insistendo sullo stesso posto per più giorni, sino al giorno del passaggio di rastrellatori, che venivano attaccati di sorpresa. Nei due precedenti scontri si sono avute soltanto alcune sparatorie senza nessuna conseguenza da ambo le parti, per la fuga precipitosa dei fascisti subito dopo le prime raffiche. Ma questa mattina, dopo averli attesi per quasi una settimana, finalmente si sono fatti vivi, e li abbiamo attaccati tanto di sorpresa che la loro reazione è stata disordinata e senza efficacia, sparando alla rinfusa, lasciando sul terreno due militi uccisi, mentre altri tre venivano fatti prigionieri.  Questi ultimi dichiaravano di essersi lasciati catturare con le armi e munizioni loro in consegna, in quanto erano intenzionati a disertare e venire in banda con noi. Da diversi giorni aspettavano l'occasione propizia per attuare la diserzione. Fu loro creduto poiché, ispezionate le armi, non risultava avessero sparato di recente e, appena intimato l'ordine, si erano arresi. Abbiamo poi operato una ricognizione sul luogo del combattimento, recuperando le armi dei morti, altri due moschetti, alcune bombe a mano e parecchi caricatori. 'L'abbiamo fatta buona', ha commentato "Serpe", esaminando il bilancio della giornata: 'due nemici uccisi, tre fatti prigionieri, recuperati cinque mitra, due moschetti, caricatori e bombe a mano'. Da parte nostra nessuna perdita e con la prospettiva di avere tre partigiani in più. Questo racconto è stato tanto interessante che non ci siamo accorti di essere arrivati all'accampamento di 'Toscano'". 
A causa del ferimento di un Tedesco nei pressi di Carpasio, il 17 mattino, soldati nazisti effettuano un rastrellamento nel paese; hanno con loro una radiotrasmittente. Il paese è svaligiato nonostante che una cinquantina di donne siano andate incontro al nemico con bandiera bianca. Una dozzina di mucche viene portata via, un civile è ucciso nella frazione Costa. Circa a mezzogiorno si incamminano per Montalto. Nel pomeriggio un gruppo di una ventina di essi con muli e mucche scende a Badalucco per proseguire poi verso Sanremo. 
Ma non è ancora finita, il 18 i Tedeschi compiono altri rastrellamenti, mentre i partigiani hanno l'ordine di non sparare se non in caso di estrema necessità, perché le munizioni scarseggiano al massimo. Un gruppo di questi, nascosti nei pressi di Fontanili, vedono spuntare dei Tedeschi che da Molini di Triora vanno verso Taggia: marciano distanziati quattro o cinque metri l'uno dall'altro. Ad un certo momento, al seguito dei Tedeschi, spuntano alcuni civili, o partigiani, hanno le mani legate con filo di ferro sul dorso. Giunti nei pressi della chiesetta di San Giovanni della Valle, di Carpenosa, i Tedeschi, mentre marciano, ne liberano alcuni e poi fucilano gli ultimi sei prigionieri che gli sono rimasti. Rimangono sul terreno i garibaldini Pietro Gambone (Valentino), Pierino Lanteri (Tom), Giovanni Oliva (Giovanni), Vincenzo Verrando (Vinsè), il civile Vincenzo Cassini ed un altro civile. Una lapide li ricorda ai posteri. Il nemico teneva i prigionieri nelle cantine di Casa Fognini trasformate in prigione, che erano colme di rastrellati. Nel tardo pomeriggio del 18 ne avevano fatto uscire una diecina per compiere il crimine narrato. Alcuni abitanti di Carpenosa assistono, impotenti, all'eccidio. Il Cassini era un vecchio di settant'anni, accusato di fornire olio ai partigiani. Il Vincenzo Verrando era fratello di Quinto, altra caduto sopraccitato. Il giorno 20 i nazifascisti, come già narrato, spuntati dal passo di Grattino, scorgono e colpiscono a fucilate il garibaldino Augusto Pastorelli (Fila), e, raggiuntolo, lo finiscono sulla piazzetta della Madonna di Piazzina. 
Francesco Biga, (con la collaborazione di Osvaldo Contestabile), Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria). Da Gennaio 1945 alla Liberazione - Vol. IV,  ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, 2005, pp. 245-247

[...] Il giorno 18 marzo 1945, dalla prigione di casa Fognini strapiena di innocenti detenuti sul far della sera vengono fatti uscire una decina di giovani legati, al solito, con le mani sul dorso e incolonnati tra due file di tedeschi e vengono diretti, lungo la strada provinciale, verso Taggia.
Guai ai paesani che facessero solo cenno di riconoscerli e tanto peggio se osassero indirizzare una parola agli stessi! Il fucile sarebbe stato sempre pronto con lo sparo! Lungo la strada però uno o due dei prigionieri furono rilasciati. Quando il gruppo fu nei pressi della frazione Glori, si fece una seconda scelta, sicché non rimasero che sei. Questi, legati l'uno all'altro furono sospinti, nei pressi , alla imboccatura di una caverna. Venne piazzata una mitragliatrice e senza alcuna formalità falciati. Da lontano i pochi abitanti di Carpenosa (Molini di Triora) potettero assistere all'eccidio. Nei giorni appresso si poté avvicinare i corpi delle vittime e procedere al loro riconoscimento.
Econe il triste elenco:
Lanteri Pierino di Verdeggia (Triora)
Lombardo Calogero di Revenusa (Sicilia)
Oliva Giovanni di Badalucco
Gambone Pietro di Montello (Avellino)
Verrando Vincenzo di Agaggio (Molini di Triora)
Cassini Vincenzo di Apricale
Il Verrando, fratello di Quinto, era già stato fucilato il giorno 11 Marzo 1945; con i due fucilati i morti della loro famiglia raggiungevano la terna, poiché un terzo fratello era già morto soldato.
Il “Cassini” era un vecchio cadente, di oltre 72 anni dalla lunga bianca barba, mostrava numerose e profonde cicatrici dovute a sevizie e a torture. Fu accusato di rifornire olio alle bande Partigiane. Niente di vero.
Da “I Testimoni raccontano” a cura di Don Nino Allaria Olivieri (archivista Curia) pagg. 118 e 119 [...].
Roberto Moriani, Episodio di Carpenosa, Molini di Triora, 18.03.1945, Atlante delle Stragi Naziste e Fasciste in Italia 

Il 18 marzo una ventina di ostaggi, prelevati dallo scantinato di casa Fognini, vennero condotti verso Taggia. Dodici venivano poi liberati e 6 fucilati o meglio mitragliati in una grotta sotto Carpenosa. Questi ultimi erano:
Lanteri Pierino di Verdeggia
Lombardo Calogero di Ravanusa (Sicilia)
Oliva Giovanni di Badalucco
Gamboni Pietro di Montello (Avellino)
Verrando Vincenzo di Agaggio
Cassini Vincenzo di Apricale
Il Verrando era il terzo morto della famiglia per cause belliche.
"Il Cassini era un vecchio cadente di oltre 72 anni dalla lunga barba bianca, mostrava numerose e profonde cicatrici dovute a sevizie e a torture. Fu accusato di rifornire olio alle bande partigiane. Niente di vero".
Don Ermando Micheletto, Op. cit. 

mercoledì 18 febbraio 2026

I compagni catturati verranno fucilati senza alcun processo

San Romolo, Frazione del comune di Sanremo (IM): una vista in direzione di Ceriana

Riguardo ai rastrellamenti di quei giorni riportiamo una memoria (IsrecIm, Archivio, Sezione III, cartella 1, memoria di Vittorio Alesini) nella quale il garibaldino Vittorio Alesini, del VII Distaccamento (III Battaglione, V Brigata), descrive la sua avventura e come l'ha vissuta:
"Tutto il mio Distaccamento e Battaglione" - dice l'Alesini, riferendosi ai giorni 13, 14 febbraio 1945 - "era dislocato sul versante che si affaccia nella valle di Ceriana. Il rastrellamento è stato molto pesante e grave per le conseguenze subite, durante il quale sono stati catturati o sono caduti diversi compagni combattenti. Il tempo era abbastanza buono, si sentiva già il sapore della primavera.
Nella prima mattinata, quasi all'alba, fummo assaliti di sorpresa alle spalle da gruppi della Brigata Nera. Non mi fu possibile constatare se vi fossero anche dei Tedeschi. L'assalto del nemico fu violento, i compagni partigiani cercarono di correre ai ripari. Tutti fummo convinti che vi fosse stata una soffiata da parte di qualche delatore di base, che pare ve ne erano diversi.
Con "Ubaldo" presi la via tra rovi e balzi nella boscaglia mediterranea, preceduti da un intrepido e giovane garibaldino, che fu poi sfortunatamente catturato e successivamente fucilato al Castello Devachan, situato in [n.d.r.: attuale nome; all'epoca era Corso Impero] Corso degli Inglesi a Sanremo, luogo di tortura per i partigiani.
Noi due, che in quel momento posso dire fortunati, ci mettemmo al riparo in un balzo di terra e siepi, accovacciati immobili, vedendo e udendo a pochi passi alcuni componenti della Brigata Nera, che si allontanavano da noi con alcuni compagni catturati, e con mitra spianati, con piglio minaccioso e furente. I compagni catturati verranno fucilati senza alcun processo. Nel momento della fuga, per essere più libero, mi sbarazzai dello zaino con gli indumenti personali, per cui perdetti anche il diario che avevo iniziato a scrivere dal giorno in cui ero salito in montagna. Nel diario avevo annotato alcune caratteristiche particolari di compagni garibaldini, facenti parte del mio distaccamento, ovviamente con il nome di battaglia, quali: "Terribile", "Saetta", "Vento", "Cibelin" e così via. Fu un vero peccato la perdita di quegli appunti, perché in seguito mi sarebbero serviti per sviluppare con più precisione alcuni episodi e fatti della vera lotta partigiana.
Con "Ubaldo" rimasi fermo sulla terra bagnata fino a tarda sera, fin quando eravamo certi che il pericolo era passato e che le belve naziste erano finalmente partite e ritiratesi dalla zona sottoposta a rastrellamento.
Ambedue stremati dal freddo e dalla fame, prendemmo orientativamente la via che porta alle spalle di Monte Bignone, perché attraverso San Romolo avremmo raggiunto il retroterra di Sanremo. 
La nostra intenzione era di metterci in contatto con il CLN della città. Naturalmente non eravamo a conoscenza dello sbandamento subito dal nostro III Battaglione e, di conseguenza, quanto fosse realmente accaduto. Nel rialzarmi per riprendere il cammino, non riuscivo più a muovermi, e con enorme fatica giunsi con "Ubaldo" nelle vicinanze del torrente che scorre lungo la valle del Comune di Ceriana. 
Un forte dolore mi impediva di camminare, mi tolsi le scarpe, se scarpe si potevano ancora chiamare, immersi i piedi completamente nudi nella fredda acqua del torrente che, d'inverno scorre in abbondanza. Dopo circa venti minuti mi rialzai ed il dolore era quasi scomsparso, più probabilmente la  corrente dell'acqua aveva messo in regolare circolazione il sangue. 
Appoggiato a "Ubaldo", ci mettemmo nuovamente in cammino. Giungemmo alle spalle di San Romolo (Sanremo) il giorno successivo al rastrellamento. 
Con molta cautela, in quanto vigeva il coprifuoco, mi separai da "Ubaldo" ed ognuno prese momentaneamente la sua strada. Bussai alla porta della mia futura moglie, che da mesi non aveva mie notizie. Rimasi per qualche giorno nascosto. Presi contatto segretamente con Mario Mascia, esponente di rilievo del CLN di Sanremo. 
Dopo qualche giorno risalii in montagna, presi contatto con il Battaglione  che, nel frattempo, si era parzialmente ricostituito con molta difficoltà, anche grazie al mio amico Nino Lanteri. Venni a conoscenza che i partigiani catturati nel corso del rastrellamento o arrestati nelle proprie abitazioni a Taggia, furono diciassette, tutti fucilati, compreso anche un ragazzo del mio gruppo di 16 o 17 anni, di cui i fascisti si erano avvalsi ignobilmente per la cattura di nostri collaboratori, prima della sua fucilazione". 
[...] Una parte dei fascisti del presidio di Molini di Triora lascia il paese diretto a Ceva per partecipare a forti attacchi sferrati contro le formazioni di Mauri nel Cuneese. A Molini rimangono una dozzina di fascisti, uno dei quali viene trovato morto per la strada. Nei giorni successivi, come vedremo nel prossimo capitolo, questi subiranno gravi perdite in uno scontro con i partigiani della V Brigata. 
Francesco Biga, (con la collaborazione di Osvaldo Contestabile), Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria). Da Gennaio 1945 alla Liberazione - Vol. IV, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, 2005, pp. 174-175 

mercoledì 14 gennaio 2026

Partigiani imperiesi e partigiani di Mauri in Val Corsaglia a novembre 1944

Copia della lettera inviata il 6 novembre 1944 dal comandante della brigata autonoma "Val Corsaglia" a Nino Siccardi "Curto", comandante della Divisione Garibaldi "Felice Cascione".  Fonte: Gino Glorio, Op. cit. infra


Intanto giunse a Fontane, Frazione di Frabosa Soprana (CN), Val Corsaglia [n.d.r.: dove era confluita la maggior parte dei partigiani della I^ Zona Liguria - dove operava la Divisione Garibaldi "Felice Cascione" - per sfuggire al rastrellamento nemico di metà ottobre 1944, per l'appunto, durante il quale, tragedia nella tragedia, il 17 persero la vita i valorosi comandanti partigiani Libero Briganti (Giulio) e Silvio Bonfante (Cion)] l'ex sottotenente tedesco Otto Trostel, da tempo collaboratore dei garibaldini, che portò con sé le prove del tradimento di Giuseppe Della Valle (Prof), il quale da presidente del tribunale della Divisione "Felice Cascione" aveva provocato la morte di diversi giovani patrioti il 9 agosto 1944 a nord di Pieve di Teco, il 5 settembre a San Bernardo di Conio, il 19 settembre nel bosco di Rezzo, ancora il 17 ottobre ad Upega. Della Valle, riconosciuto colpevole dal tribunale militare partigiano, venne fucilato il 4 novembre 1944 a Fontane. Il 24 ottobre analoga sorte era già stata riservata alla moglie del "Prof", che aveva fatto da tramite tra il marito ed i nazisti.
Rocco Fava, La Resistenza nell’Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945) - Tomo I, Tesi di laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998-1999

Soppresso "Prof", formati i nuovi quadri, prendemmo contatti e accordi con le formazioni badogliane [n.d.r.: partigiani autonomi comandati da Enrico Martini "Mauri"] che avevano stabilito posti di blocco su tutte le carrozzabili che portavano nella nostra zona. Notammo subito una diversità di stile fra i nostri capi ed i loro. Forse anche i badogliani usavano pseudonimi, in tal caso però erano meno strani e coloriti dei nostri. Al nome nelle lettere e nelle presentazioni usavano premettere il grado: tenente, capitano, maggiore invece che l'incarico: commissario, comandante, vicecomandante. Immediatamente Mancen, Pantera, Giorgio [n.d.r.: Giorgio Olivero, da lì a breve comandante della nuova Divisione "Silvio Bonfante]  fecero uso dei gradi creati a Piaggia diventando maggiori e colonnelli. Qualche volta un sorriso ironico spuntava sulle labbra dei badogliani vedendo quei gradi, ai quali non corrispondeva qualche volta l'educazione e la cultura, precedere nomi di battaglia strani e grotteschi; pure i nostri, anche avvertendo la stonatura, sentivano di meritare quei gradi per il loro passato di lotte e di ardimento. La differenza tra noi e loro era ben più profonda. Il movimento garibaldino era giovanile e come tale rivoluzionario e selvaggio. Dei giovani aveva i pregi e i difetti: ne aveva l'entusiasmo, l'ardimento, la ferocia, il gusto dell'avventura e della sfida, ma anche la goffaggine e l'indisciplina. Il movimento badogliano era l'erede del Regio Esercito e come tale aveva tradizioni e pregiudizi. Gli ufficiali, gente d'esperienza, d'educazione e spesso d'età, davano al movimento un carattere militare, gerarchico, disciplinato. Evitavano accuratamente il termine «bande» che noi usavamo ancora comunemente, respingevano sdegnosamente l'accusa di ribelli, banditi, che a noi non spiaceva del tutto perché effettivamente ci sentivamo più dei fuorilegge che non i rappresentanti legittimi del Re e del Governo del Sud. Il problema principale trattato nei frequenti contatti fu quello dello scambio di partigiani: fu deciso che il passaggio di combattenti da una formazione all'altra doveva avvenire con l'approvazione dei rispettivi comandi. In mancanza di un consenso scritto o verbale il partigiano doveva esser considerato disertore e riconsegnato alla formazione d'origine. L'accordo era più a vantaggio nostro che loro poiché era più probabile che le formazioni badogliane diventassero centro d'attrattiva per i nostri elementi più stanchi ed originari della Val Padana che non viceversa. Qualche garibaldino si presentò al comando, chiese ed ottenne di passare alle formazioni vicine meglio armate ed equipaggiate. Prima del trasferimento il partigiano venne privato delle anni e dell'equipaggiamento. Qualche altro riuscì a passare di nascosto superando i nostri posti di blocco, alcuni di costoro vennero respinti dai badogliani, altri sparirono senza lasciare traccia, o arruolati malgrado l'accordo, o passati a formazioni più lontane o tornati a vita borghese. Furono però casi sporadici, i più ormai si erano affezionati ai compagni, all'ambiente, ai metodi. Un graduato badogliano, passò alle nostre formazioni. Pare fosse comunista e come tale incontrasse ostilità presso i compagni. Rimase col Garbagnati per qualche tempo, poi il Curto [Nino Siccardi, comandante della Divisione d'Assalto Garibaldi "Felice Cascione"] lo rimandò alle sue formazioni. Venne processato per diserzione e condannato, poi, fu detto, graziato. Qualche garibaldino chiese in quei giorni di abbandonare definitivamente le formazioni per tentare di tornare a casa. Ai primi venne concesso, ad alcuni veneti diedi anche un po' di denaro per il lungo viaggio (*), poi cambiammo idea ed affiggemmo un manifesto dichiarando disertori tutti i partigiani che avessero lasciato le bande: gli effettivi durante il periodo di Fontane non dovevano diminuire a nessun costo: il comando voleva evitare il disgregamento delle Brigate almeno fin quando non si fosse deciso se restare o cambiare zona. Il nuovo commissario della I Brigata Osvaldo [Osvaldo Contestabile] chiarì le direttive del comando in una riunione di commissari convocata poco dopo la sua nomina. Dopo aver premesso un breve commento alla situazione, dopo aver abbozzato con brevi ed efficaci parole le caratteristiche, i compiti dei commissari per i mesi invernali, entrò in argomento. Era necessario evitare a qualunque costo che gli uomini si sbandassero; se fossimo stati in Liguria avremmo potuto contare nella prossima primavera di riaverli con noi, in Piemonte invece sarebbero andati dispersi o attratti da altre formazioni. Nell'ipotesi di un ritorno in Liguria sarebbe stata probabile una modifica dell'attuale inquadramento, avremmo dovuto organizzarci in modo diverso, più elastico, più autonomo: il che, avrebbe dato alle bande più libertà, ma avrebbe anche accresciuto le responsabilità dei comandanti perché avremmo vissuto quasi a contatto col nemico. Maggiori sarebbero stati anche i compiti dei commissari perché il morale degli uomini, obbligati a vivere in continuo allarme, sarebbe stato affidato esclusivamente ai commissari di distaccamento non più coadiuvati strettamente dalla organizzazione e dai servizi dei comandi brigata. Athos, commissario del Garbagnati, chiese se ci fosse di vero nelle voci che affermavano esser intenzione del comando, una volta passati in Liguria, di sciogliere le formazioni garibaldine. Erano autorizzati a smentire? Era difficile dare una risposta decisa perché tale eventualità non poteva esser completamente scartata. Sapevamo che molti, non sperando più in una prossima fine della guerra, attendevano quasi un congedo ufficiale del comando che consentisse loro di tornare a casa onoratamente, consci che di più non si poteva fare. Escludere tale possibilità sarebbe stato togliere loro una speranza che aveva il suo peso morale e che poteva aiutarli a superare le presenti difficoltà. Sosteneva spesso più la speranza di una meta onesta vicina che la certezza di un successo lontano. Osvaldo rispose che si poteva smentire che il comando avesse attualmente intenzione di sciogliere le formazioni. Invitò a considerare il valore di quel "attualmente". Se le condizioni alimentari o militari lo avessero richiesto, avremmo potuto ridurre temporaneamente gli effettivi o sospendere la tattica di lotta ad oltranza. Respinta la proposta del commissario Gigi di inquadrare i partigiani nelle formazioni S.A.P., Osvaldo precisò che tutti avrebbero potuto sempre contare sui capi, sul comando che fino in fondo avrebbe sostenuto e guidato i partigiani che avessero voluto continuare la lotta. Anche per gli altri avremmo trovato una sistemazione onorevole che non li escludesse dal combattimento: era necessario che sui monti rimanesse accesa la fiaccola della libertà per potere in primavera far divampare il grande incendio dell'insurrezione. 
(*) Il viaggio non fu lungo: i tre veneziani Walther, Carlo e Antonio finirono nelle Langhe di Mauri poi tornarono verso Mondovì. Quando cercarono dl scendere in pianura, il 20 novembre 1944, vennero presi dai Cacciatori degli Appennini mentre passavano un ponte. Carlo e Antonio avevano ancora completa la divisa da S. Marco mentre a quella di Walther mancavano i pantaloni che aveva barattato in ottobre con quelli di Simon [n.d.r.: Carlo Farini, ispettore della I^ Zona Liguria]. Tutti e tre erano quindi facilmente individuabili. Essendo disarmati ed in divisa sostennero di esser stati catturati dai partigiani e di esser fuggiti per rientrare al reparto. Processati ad Altare nel marzo 1945 vennero assolti per insufficienza di prove ed assegnati ad una compagnia di disciplina fino alla Liberazione. Ebbi così la gioia di ritrovare dopo molti anni a Venezia Walther Zecchini e di sentire da lui la conclusione delle vicende del gruppetto veneziano iniziata a Molino Nuovo il 15 settembre [1944].
Gino Glorio (Magnesia), Alpi Marittime 1943-45. Diario di un partigiano - II parte, Nuova Editrice Genovese, 1980, pp. 22-26

domenica 28 dicembre 2025

Ma ogni volta da Pigna li respingono con la fucileria in postazione finché c'è chiaro

Pigna (IM). Sullo sfondo Castelvittorio

«Vittò» [Giuseppe Vittorio Guglielmo] ed i suoi collaboratori, preso fiato, progettavano la conquista di Pigna, tenuta da circa un centinaio di nazifascisti accampati nella caserma Manfredi. Tale presidio ostacolava i movimenti delle formazioni garibaldine che controllavano larghe zone e paesi in tutte le vallate occidentali della provincia. D’altronde, tale centro rivestiva grande importanza anche per il Comando tedesco, il quale intendeva avere libero transito per le sue truppe in quelle zone di frontiera con la Francia.
I Tedeschi però sono indotti ad abbandonare la zona di Pigna non ritenendosi in grado di approntare sul luogo una linea difensiva consistente. I partigiani che, come visto in precedenza, già avevano progettato l’attacco a Pigna, si trovano il paese nelle mani.
Quando i Tedeschi vengono a conoscenza che la colonna anglo­americana non mostra intenzione alcuna di proseguire l’avanzata verso il territorio italiano, si pentono dell’errore di valutazione commesso e tentano la riconquista di Pigna. Ma, ormai, ci sono i partigiani e si accorgono quanti uomini e mezzi e sforzi necessiteranno per fiaccare la resistenza di «un pugno di disperati», per usare l’espressione del capitano Morton precedentemente citata.
Da quel povero ed eroico paesello, trovato in fiamme da Marco Dino Rossi (Fuoco) dopo la fuga tedesca, si costruirà una forza di resistenza degna d’ogni memoria.
Corre il 29 agosto del 1944. Entrano in Pigna i distaccamenti garibaldini e si incontrano con la popolazione. Nasce, ancora una volta, il binomio indistruttibile, popolo e partigiani e, da esso, la «Libera Repubblica di Pigna».
Liberi amministratori, cariche pubbliche assegnate ai più degni rappresentanti del popolo, deliberazioni democratiche, giustizia sociale, contributo alla difesa di questa grande conquista.
È formata una giunta comunale di civili e di partigiani che, ogni giorno, si riunisce e prende le decisioni: ordine pubblico, controspionaggio, requisizione di viveri o materiale illecitamente asportato dai magazzini del disciolto esercito italiano. Il tutto è distribuito alle famiglie più indigenti del luogo.
Il comandante «Vittò», che dà le disposizioni generali, e Lorenzo Musso (Sumi), inviato dal «Curto» [Nino Siccardi, a quella data comandane della II^ Divisione Garibaldi "Felice Cascione"] a Pigna, sono combattenti abili. Ma, nell’occasione, possiedono un pregio in più: l’esperienza comune della precedente lotta antifranchista consumata in Spagna […]
Carlo Rubaudo, Storia della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria) - Vol. II. Da giugno ad agosto 1944, edito a cura dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia, Imperia, Dominici Editore, 1992, p. 373

L'idea dei partigiani è di far credere che il mortaio è nella posizione numero 6, e invece no che non c'è, essendo un trucco. Invece spara dalla posizione numero 5 con le granate ben nascoste di modo che i tedeschi quando rispondono sbagliano il bersaglio. È una idea che viene a Leo [Vittorio Curlo], comandante dei mortaisti di Vittò nella battaglia di Pigna e i tedeschi non lo scoprono il trucco, macchè. A Pigna sotto il Torraggio c'è una forte concentrazione di partigianeria famosa nei dintorni fino in Francia da una cresta all'altra; è da lì che le bande si diramano anche nelle altre valli e al di là del confine, fino al maquis. I tedeschi non lo scoprono il trucco anche se indagano da tutte le parti per sapere com'è che sti contadini barbari li fregano fin qui sul confine italo-francese: eppure non gli sembra vero che dei paesani ignoranti di queste parti così lontane, li prendano in giro in questo modo così poco militare. Ma lo sanno da un pezzo eccome che Pigna la prenderanno soltanto se prima ci spareranno dentro ben bene coi cannoni distruggendola al completo, e se poi ci andranno addosso tutti insieme con tutte le forze concentrate e coi rifornimenti pronti, bruciandola. Altrimenti no. 
A dirlo adesso così e così e di su e di giù, uno non se lo crede com'era a quei tempi sta faccenda di Pigna con la gente tutta d'accordo insieme coi partigiani. 
Era una idea molto precisa sempre la stessa e per tutti sempre eguale che ciascuno se l'era ficcata bene in testa per conto suo, e lì c'era rimasta ben collocata. Il fatto sta che in questo paese guerreggiando così è proprio la gente chissà come grumo contadino tra pietre dure d'arcata e ciottoli di sagrato, a dire di no. "Piuttosto vivere tutti da ribelli, oppure morire tutti insieme in libertà, ma non mollare mai per nessun motivo al mondo" pensano a Pigna. "Chi toca in, toca titi" dicono a denti stretti i paesani compesandosi persin le sillabe; calcandosi il berretto di traverso. 
E dunque soltanto con tutto l'armamentario e la forza concentrata e le cannonate da tutte le parti i tedeschi prenderanno Pigna, altrimenti no. Ma anche se la prenderanno, questa loro idea ficcata dentro ci resterà sempre nella testa della gente da non potersela più togliere. Ci resterà sempre voglio dire anche coi tedeschi in casa a pestarci sopra scarpentandoli. 
Nel frattempo che la gente spara qua e là per la valle [ai primi di ottobre del 1944], gli anziani si mettono d'accordo tra loro e poi decidono di farsi in conto proprio una repubblica. Così fanno come se la sentono d'istinto una libera repubblica riparata a nord dal Torraggio che non lascia passare i venti e la tormenta, ma riparata anche a sud da due postazioni sempre all'erta al di qua e al di là del torrente che non lasciano passare i tedeschi manco a morire. 
I partigiani ne discutono con la gente di questa libera repubblica come l'avevano fatta lì per lì tutti d'accordo e ben precisa; poi gliela approvano quando vedono che funziona proprio sul serio dentro e fuori della valle.
Glielo certificano come qualmente è da riconoscersi a tutti gli effetti contro i nazifascistí in tempo di guerra e in tempo di pace per tutti i dintorni e anche più in là. 
Lo scrivano della V brigata sotto il documento nel registro del Comune ci mette il visto col timbro di Garibaldi bello chiaro; Vittò, che qui lo sanno tutti è il capintesta, lo legge e dice che non ci manca niente: ce ne fossero delle altre così, che va tutto bene altroché. In questo modo si fanno tra loro questa repubblica democratica riconosciuta per tutti gli affari ordinari e straordinari come si presentano di volta in volta. 
Il fascismo prepotente invece si incattivisce di più tutto all'intorno da una volta all'altra con le rappresaglie all'ingrande, e chi se ne frega: così adesso succede che la gente di Pigna e degli altri paesi vicini è gente più importante siccome decide in segreto le faccende che contano a monte e a valle, come si devono fare nell'interesse di tutti. Sono gli uomini al pascolo con le mandrie o nei boschi a far la legna, a decidere; sono le donne a raccogliere castagne o a impastare nella madia farina per il pane; sono tutti insieme con le postazioni dei mortai nei punti giusti, che decidono discutendo per il meglio ma dopo aver cacciato i tedeschi coi fascisti tutti insieme dalla valle, Prima no. Anche gli altri nei paesi vicini fanno lo stesso sotto il Torraggio che li ha sempre riparati dai tempi antichi facendogli barriera, soltanto così e basta. 
In questa repubblica funzionante ogni borgata ci manda il suo uomo al posto giusto di governo con l'incarico per ciascuno conforme al partito d'idea, se ce l'ha; e cioè come se la sente per conto suo; ma quando poi di tanto in tanto devono trattare col Prefetto, ci mandano il Podestà che figura vero per il fascio con tutte le carte in regola e ubbidiente, invece è sempre uno di loro fidatissimo che fa finta soltanto per la burocrazia. Governando come si deve da galantuomini, le delibere le rispettano trascrivendole ad una ad una in calligrafi, per esporle all'albo pretorio. 
Il registro apposito con le firme originali però se lo tengono ben nascosto non si sa mai.
Cosicché il prete che ce l'ha in consegna all'ultimo riesce a salvarlo quando ormai il paese comincia a bruciare e i tedeschi con gli ostaggi ci sono già dentro nei vicoli a rapinare casa per casa; lo seppellisce che nessuno se ne accorge per conservarlo come prova; e dimostrare in questo modo nero su bianco come è fatta veramente questa gente: come è fatta voglio dire coi nomi e coi cognomi dentro nel paese o fuori col mortaio o nascosta nelle tane, la gente di Pigna quando vive in libertà o quando vive in prigionia. 
I distaccamenti partigiani di protezione se li mettono tutti davanti e all'ingiro nei posti buoni; da lì mandano le pattuglie a Gola Gouta e al passo Muratone perché di là c'è sempre pericolo mentre i tedeschi accainati rifanno i ponti verso Isolabona per venirci sotto. 
Ma ogni volta da Pigna li respingono con la fucileria in postazione finché c'è chiaro; poi alla sera si mette a piovere sempre più fitto. Allora i tedeschi idrofobi ci scaraventano sopra l'artiglieria pesante che dura anche tutto il giorno dopo sulle case e tutto intorno; finito il bombardamento le staffette tornano per dire che i tedeschi risalgono la valle, schierati a ventaglio. 
Così quando sta trucchi arrivano proprio a tiro negli orti sotto il paese, sparano ancora tutti gli uomini insieme dalle case ricacciandoli un'altra volta nel torrente in baraonda: ce li ricacciano con le casse di granate che poi di notte se le vanno a prendere per adoperarle quando gli faranno bisogno. 
Durante la tregua, subito dopo le sparatorie, siccome anche i tedeschi sono stanchi, finalmente fanno passare la missione alleata che era lì ad aspettare per sconfinare in Francia. Qui succede perdio che non ci possono piú stare veramente questi ufficiali in divisa sempre in attesa che finiscano chissà come le sparatorie; è pericoloso con la fretta tra i calcinacci e gli spari dentro i vicoli in traffico di uomini, a spingere il mortaio dalla postazione civetta a quella buona, e dunque bisogna andarsene presto; intanto, eccome che adesso col telefono da campo glieli dicono giusti agli inservienti i dati di tiro sui tedeschi. Coi mortai sparano sul monte Vetta in sequenza regolare colpi contati, poi tacciono per lasciare rispondere i tedeschi fuoco lungo e tutto insieme, ma sbagliato. Ricominciano da capo sempre piú precisi finché centrano in pieno la batteria principale: così di quei tedeschi prepotenti là col cannone sempre in funzione adesso non se ne parla piú. 
Osvaldo Contestabile, Scarpe rotte libertà. Storia partigiana, Cappelli editore, 1982, pp. 92-94