domenica 28 settembre 2025

Mentone è sottoposta al bombardamento delle artiglierie tedesche

Mentone

8/9/1944
Scendiamo [Giorgio Lavagna ed il suo piccolo gruppo di partigiani imperiesi, ormai aggregati agli alleati] per la seconda volta in città [Mentone]; "Nettu" è fermato dalle autorità francesi e trattenuto per alcuni giorni in seguito alla denuncia fatta dalla famiglia di Castellar, contro la quale eravamo intervenuti.
"Alberto" assume il comando della nostra banda e, nel giorno stesso, si uniscono a noi alcuni giovani italiani, con i quali formiamo un gruppo di diciotto uomini.
Avevamo deciso con fermezza di combattere a fianco degli Americani e, senza indugiare, ci rechiamo al Comando militare alleato, mentre la città è sottoposta al bombardamento delle artiglierie tedesche.
sotto una grande tenda, completamente aperta, alcuni ufficiali seduti vicino ad un tavolo stanno consultando delle cartine geografiche; ci fermiamo a pochi metri da loro e "Alberto", che conosceva bene l'inglese, si fa avanti: osserviamo il nostro capobanda mentre saluta quel gruppo di ufficiali, uno di loro alzandosi gli porge la mano. Non potevamo capire le parole di "Alberto", ma potevamo immaginare il suo discorso e, con ansia, ne attendevamo l'esito. Un ufficiale, che sta seduto con i piedi appoggiati su una sedia, con un sorriso guarda i suoi colleghi e contemporaneamente guarda noi; spingendo con una mano una scatola di sigari sul tavolo e facendola scivolare verso il nostro capobanda, parla a fatica un italiano con accento fortemente meridionale; gli fa capire che è figlio di Italiani emigrati da molto tempo in Canadà, e si sente orgoglioso di avere incontrato uomini come noi.
Ci invita a ritornare il mattino seguente e ci fa accompagnare da un soldato al deposito militare per rifornirci di tutto il necessario.
Eravamo sicuri di essere riusciti nel nostro intento, perché presto avremmo combattuto al fianco di quell'esercito che, in quei giorni, potevamo ritenere il più forte dei nostri tempi.
Nei dintorni della città, nascosti dalle piante, mimetizzati con reti di corda, grossi pezzi di artiglieria erano già pronti ad entrare in azione, mentre numerosi automezzi militari continuavano a scaricare enormi quantità di materiale  bellico.
Con l'apertura di molti negozi, la città sembrava riprendersi dopo l'ondata bellica da cui era stata travolta.
"Alberto" era riuscito a procurarsi un grosso pezzo di stoffa rossa con la quale ci eravamo fatti vistosi fazzoletti da mettere al collo. Colti dall'entusiasmo che l'arrivo degli Americani aveva suscitato nel nostro piccolo gruppo, l'entusiasmo garibaldino, nella nostra spensierata giovinezza ci eravamo dimenticati il pericolo e la paura. Nel contempo eravamo presi dall'ansia di conoscere le intenzioni dei nostri amici canadesi, con i quali speravamo di partecipare ad un'azione di guerra contro quel nemico che, per tanti giorni, aveva rappresentato per noi un'incubo.
Erano ripresi i duelli di artiglieria e, mentre i Tedeschi sparavano svariati colpi con lunghi intervalli di silenzio, gli Americani martellavano senza respiro tutta la zona del fronte e l'entroterra di Ventimiglia.
Annidato sulle rocce del confine, il nemico poteva ancora mettere a segno i colpi sul territorio francese sottostante che controllava. Nessuno immaginava che gli Americani ci avrebbero fatto partecipare al primo furioso assalto, su quelle rocce che dividono il confine al di sopra del ponte San Luigi.
9/9/19
È tornata l'alba, un fuoco infernale di artiglieria si abbatte sulla zona più violento che mai. Sibili e ululati di proiettili si confondono nello spazio sopra di noi, seguiti da assordanti fragori.
La guerra, che due giorni prima con l'arrivo degli America sembrava finita, era ripresa con tutta la sua spaventosa violenza.
Ritorniamo a Mentone dopo una notte trascorsa sotto i tiri incrociati delle due artiglierie; camminiamo rasentando i muri delle case, con l'impressione di essere più riparati dalle schegge.
Nella città, tornata quasi deserta, si vedono circolare solo jeep e automezzi militari, mentre i cittadini abbandonano in fretta le proprie abitazioni per rifugiarsi in aperta campagna.
Vaghiamo per le strade nell'attesa che "Alberto" torni dal Comando alleato e, incuriositi, osserviamo i pezzi di artiglieria che sparano senza sosta verso l'Italia. 
Mentre ci avviciniamo a un gruppo di soldati per ottenere qualcosa da mangiare, giunge "Alberto" in compagnia di un ufficiale canadese; dall'espressione del suo volto intuiamo che ha notizie importanti da comunicarci e, mentre l'ufficiale ci guarda con un leggero sorriso, lui ci chiede chi di noi sia disposto a partecipare ad un attacco con i soldati canadesi.
In quell'istante rimaniamo senza parola, ci guardiamo meravigliati. Eravamo certi che non ci avrebbero rifiutati per qualche missione di guerra, ma farci partecipare ad un attacco al loro fianco era molto di più di quanto avessimo sperato, e non potevamo capire come ci avrebbero impiegati in una missione cosi importante, poiché non avevamo istruzione militare alcuna.
Sembra assurdo dire che quella notizia ci aveva fatto piacere. Certo un invito ad un ballo sarebbe stato più gradito, ma la guerra non era ancora finita e il nazismo, se pur agonizzante, agiva ancora più spietato che mai.
Potersi battere contro quei soldati, con l'appoggio di un esercito con cui eravamo sicuri di vincere, era per noi il sollievo più grande emerso da un esasperato avvilimento, sopportato per mesi senza possibilità di reagire.
"Alberto", anche lui preso dal nostro entusiasmo, sorridendo, ci fa segno di seguire l'ufficiale, il quale ci accompagna dove un'intera compagnia di soldati si preparava a partire.
Alla presenza di quegli uomini equipaggiati senza economia, rimaniamo meravigliati, e ciò ingigantisce dentro di noi l'entusiasmo per la nuova impresa che ci apprestiamo a compiere.
In quei minuti di stupore, davanti a quell'armamento formidabile, pensavo alla vita disagiata dei compagni rimasti nei boschi a soffrire la fame e che, quasi disarmati, dovevano difendersi da pesanti rastrellamenti, e battersi nella speranza di una conclusione vittoriosa della lotta.
Mi tornavano alla mente i compagni della Mezzaluna, in attesa di quelle armi che non avrebbero mai visto, mentre davanti a noi una montagna di materiale bellico sembrava sprecarsi.
Mi avvicino ad un camion e prelevo da una cassa cinque bombe a mano; alcuni soldati mi guardano e sorridono, rivolgendomi parole che non capisco.
Il capitano che ci avrebbe guidati in quella missione, sapendo di aver a che fare con dei partigiani, tramite "Alberto" ci ammonisce informandoci che se avessimo fatto dei prigionieri dovevamo tener conto delle convenzioni internazionali di guerra, evitando loro crudeli maltrattamenti o, peggio, uccisioni.
Dopo esserci riforniti di tutto il necessario per quella impresa, siamo pronti a partire.
Ci disponiamo in fila indiana alternati ai soldati; ci fa da guida l'unico ex partigiano francese che in quel momento si trova disponibile.
Un'ora di strada ci separa dalla zona operativa, ci inoltriamo su di una mulattiera mentre due soldati dietro di noi distendono un cavo telefonico, transitiamo da Castellar e "Alberto" si ferma dell'azione, non dovevamo perdere di vista; inginocchiato a terra e con lo sguardo fisso sulle postazioni nemiche, parlava al telefono da campo; erano attimi di attesa che non sapevo a cosa preludessero.
A nostra insaputa una nave da guerra alleata, al largo di Mentone, su ordine preciso del nostro comandante, si preparava ad aprire il fuoco di protezione.
Una giornata calda stava per finire, i raggi del sole illuminavano le rocce bianche davanti a noi emettendo un riverbero quasi fastidioso.
In quel breve tempo di silenzio, che dilungandosi diventava un tormento, nella mia mente prendevano forma i più assurdi pensieri: immaginavo il nemico dietro a quella barriera naturale con le armi puntate che attendeva il nostro attacco, mi tornavano alla mente i miei genitori che forse non avrei più rivisto, ogni cosa cui pensavo mi appariva mostruosa; ma nell'istante in cui lo sgomento sembrava dominare la mia mente, una secca detonazione mi faceva dimenticare ogni cosa.
Dal mare la nave da guerra, che in quei minuti di ansia avevo quasi dimenticato, spara la prima bordata, scuotendo l'intera vallata di Mentone.
Proiettili di grosso calibro, solcando l'aria sopra di noi, vanno ad esplodere sulle trincee dove il nemico pochi istanti prima attendeva in silenzio.
Alla prima detonazione ne seguiva una seconda, pezzi di roccia e schegge infuocate rotolavano fino a noi, per venti minuti un bombardamento senza respiro martellava quelle postazioni che, poco dopo, avremmo dovuto occupare.
Quell'attacco inaspettato di artiglieria mi aveva fatto rabbrividire, ero convinto che, giunto in quelle trincee, avrei trovato solo resti di carne umana e, avvilito da un'immaginario massacro, dentro di me era scomparso l'entusiasmo di una lotta agguerrita; quell'assalto aggressivo, desiderato fino a pochi minuti prima, mi sembrava non avesse più senso.
Distesi a terra guardiamo il capitano con il telefono in mano, che dirige il tiro dell'artiglieria, poi ad un tratto dal mare cessano di sparare. Il primo attacco condotto dall'esercito canadese alla frontiera di Mentone, dove i Tedeschi ripiegando si erano trincerati, poteva dirsi portato a termine con la partecipazione dei garibaldini italiani.
Si era così realizzato quel sogno da molto tempo atteso: in uno scontro diretto la nostra prima vittoria contro un nemico che fino a quel momento non ci aveva dato pace.
Il mattino seguente saprò, dal mio comandante ancora emozionato, che durante l'attacco il capitano, entusiasta del nostro comportamento, aveva annunciato al centralino da campo di Castellar che i garibaldini italiani in quel momento stavano rastrellando la cima del monte.
Durante quella notte ero rimasto nella postazione conquistata in compagnia di due soldati canadesi; sopra di noi si sentivano fischiare i proiettili delle artiglierie dei due eserciti opposti, mentre nel fondo valle si vedevano i bagliori delle esplosioni.
Trascorsa la notte con il timore di essere attaccati dai mortai nemici, col sopraggiungere dell'alba arrivano altri soldati a sostituirci.
Alla base del pendio roccioso mi ritrovo con quei compagni che, come me, avevano trascorso la notte su quella vetta conquistata il giorno prima.
Scendiamo verso Castellar, ognuno di noi racconta ogni minuto di quell'assalto indimenticabile; assalto vittorioso cui avevamo notevolmente contribuito, dimostrando di essere coerenti nel servire la nostra causa.
Giunti in paese, contornati da un affettuoso cameratismo americano, ci lasciava avviliti la fredda accoglienza dei civili francesi; purtroppo per loro noi restavamo ancora Italiani, nonostante tutto, e come tali potevamo meritare solo il loro disprezzo.
Gli Americani avevano capito che potevamo essere per loro un valido aiuto, e il 13 di settembre, a spese del Comando alleato, venivamo alloggiati provvisoriamente alla pensione Mimosa nella città di Mentone.                                                                                                                                              Giorgio Lavagna (Tigre), Dall'Arroscia alla Provenza - Fazzoletti Garibaldini nella Resistenza, Ed. A. Dominici,  Oneglia - Imperia, 1982

Lavagna ed il suo gruppo erano stati arruolati nella FSSF, First Special Service Force (chiamata anche The Devil's Brigade, The Black Devils, The Black Devils' Brigade, Freddie's Freighters), reparto d'elite statunitense-canadese di commando, impiegato anche nella Operazione Dragoon nel sud della Francia, tuttavia sciolto nel dicembre 1944; a quella data, per non farsi internare, questi garibaldini furono costretti ad immatricolarsi nel 21/XV Bataillon Volontaires Etrangérs francese. 
Adriano Maini

La disillusione di Giorgio Lavagna
Molti degli scritti di memoria partigiana comunista pubblicati in questi anni si chiudono con un alone di ottimismo: vedere le nuove lotte, operaie e studentesche, dà ai vecchi partigiani la speranza che il momento del rinnovamento sia arrivato; non è così per gli ex combattenti non politicizzati.
Il congedo di Giorgio Lavagna si stacca da questo troppo semplicistico ed illusorio ottimismo proponendo una lettura disillusa dei risultati raggiunti dalla democrazia nata con la Resistenza. Egli è stato partigiano garibaldino in Arroscia, e poi, passate le linee in Provenza, si è unito all’esercito regolare francese. Dallo scritto non emerge alcuna appartenenza politica: a spingerlo verso la lotta è l’odio verso i fascisti e il bisogno astratto di libertà. La sua conclusione è amara, poiché si rende conto a distanza di anni che gli obiettivi per cui ha combattuto non sono stati raggiunti:
"A distanza di oltre trentacinque anni, dopo aver appena terminato il racconto di un passato doloroso, nella mia mente frugo tra i ricordi di quei giorni, quando sognavo un paese libero, diretto da uomini non più fascisti, non più servi dei nazisti, ma democratici. […] Mentre mi rivedo nel fondo di quella cava, davanti agli amici che, nel riabbracciarmi, mi ammiravano, penso se era il caso di sentirmi orgoglioso per avere lottato e sofferto per migliorare una Patria nella quale ancora prevalgono incontrastati il sopruso, l’ingiustizia, il crimine. Alla fine di un immane conflitto, forse troppi che, come me, troppo presto avevano creduto al risorgimento della nostra Italia grazie all’azione di uomini nuovi, capaci e responsabili, sono stati delusi. Questo è il vero crimine. Ed è vero crimine pure che i partigiani abbiano da attendere ancora l’attuazione di quei principi per i quali hanno combattuto e, a migliaia, sono caduti". <281
Si vede qui la disillusione del protagonista di fronte ai fatti contemporanei. Egli sente che gli scopi della Resistenza non sono stati raggiunti, ma non incita le nuove generazioni a continuare la lotta in modo che quei principi vengano realizzati in futuro.
[NOTA]
281 Giorgio Lavagna (Tigre), Dall'Arroscia alla Provenza - Fazzoletti Garibaldini nella Resistenza, Ed. A. Dominici, Oneglia - Imperia, 1982, pp. 150-151.

Sara Lorenzetti, Ricordare e raccontare. Memorialistica e Resistenza in Val d’Ossola, Tesi di Laurea, Università degli Studi del Piemonte Orientale “Amedeo Avogadro” - Vercelli, Anno accademico 2008-2009 

mercoledì 17 settembre 2025

Veniva inviato Pagasempre ad un colloquio con i maquisards francesi

L'Escaréne. Fonte: Wikipedia

Scelgo per prima, e non è in ordine cronologico, l'avventura di Pagasempre-Ruffini.
Pagasempre, Arnolfo Ravetti, è nato a Reggio Emilia, diplomato maestro. Prima della seconda guerra mondiale risiedeva a Sanremo con la madre e i fratelli. Chiamato sotto le armi fu mandato in Africa. Nella ritirata percorse la Libia e raggiunse la Tunisia. Fu rimpatriato nel 1943. 
Arruolato nella GAF, fu a Pigna e a Mentone. Torna a Sanremo e quando vuole andare a Mentone per rivedere alcuni amici, viene catturato dai tedeschi. Tenta di fuggire ma viene rinchiuso un mese nelle carceri di Nizza. E' destinato ai lavori di guerra. Mandato  a Calais e poi nella Normandia Francese. Considerato prigioniero è costretto al lavoro coatto. Il trattamento è quasi disumano. Lavorare al freddo ed anche sotto i bombardamenti, con una fame non mai spenta. Doveva lavorare agli scavi e alla costruzione della prima stazione di lancio delle micidiali e infernali bombe radiocomandate V-1. 
Nel febbraio 1944 riusciva a fuggire con altri due italìani. Uno fu catturato sul treno subito dopo la fuga, il secondo riuscì a raggiungere Mentane e qui anche lui fu catturato. I due erano rispettivamente di Salerno e di Lodi. Lui, Paga, raggiunse Parigi e si rifugiò in casa di un certo capo Vincent. Andò quindi a Tolone e trovò lavoro e pane, rimanendo sempre nascosto. 
Nell'aprile del 1944 rientrò in Italia, a Sanremo. Finalmente venne a sapere dell'esistenza dei partigiani sui monti retrostanti Sanremo. Si avviò verso di loro ma non sapeva dove. Sul monte Ceppo, seguendo vaghi indizi di contadini, si diresse verso Carmo Langan. Incontrata una pattuglia tedesca si ritirò verso Baiardo. Rimaneva sempre uccel di bosco e si nutriva come l'istinto dello stomaco suggeriva. Riprese il cammino verso Carmo Langan tenendosi, naturalmente, distante dai sentieri. Arrivato sopra il Santuario di San Giovanni dei Prati, il suo olfatto percepì un odore inconfondibile. Era il lezzo di corpi umani in decomposizione. Erano due soldati tedeschi morti e due carogne di muli. Erano passati sopra una mina. Si avvicinò, si impossessò di una machine-pistole e del sacco di un morto che conteneva ancora zucchero e pane. Dopo essersi rifocillato riprese a camminare e si imbatté in una pattuglia di tedeschi, forse in cerca dei due camerati morti. Impauritosi sparò contro la pattuglia per avere una posizione migliore. Credette di avere ucciso un tedesco ma si curò di più di mettersi al sicuro ed in salvo. Scese, anzi si precipitò nella forra del bosco verso la vallata. Sapeva che ci doveva essere Molini di Triora. Vide poi Cetta e vi si avviò. Incontrati alcuni partigiani, si presentò. Lo temevano come una spia e fu sottoposto ad un lungo interrogatorio. Descrisse il suo viaggio ed il giorno dopo con la scorta di Guido e di Martelau, provò la sua sincerità mostrando sul luogo la verità del suo racconto. Aveva veramente colpito un tedesco della pattuglia. Durante i fatti del 3 luglio 1944, andò con alcuni compagni a Carmo Langan. Qui trovò, fra i rottami di diversa specie, un fucile, un moschetto. Lo pulì per osservarne l'efficienza e scoprì, intagliata sul calcio del moschetto, la parola "Pagasempre". Meravigliato e nello stesso tempo soddisfatto, prese quel nome come termine di riconoscimento.
Divenne, in seguito, capo di Stato Maggiore della V Brigata ["Luigi Nuvoloni" della II^ Divisione d'Assalto Garibaldi "Felice Cascione"]. 
Noi tutti lo conosciamo bene. La sua azione si protrasse nel tempo. Continuò a dare la sua attività nell'ANPI e nella FVL. Aiutò molti partigiani a sistemarsi nella vita. Di lui abbiamo tutti un ricordo che ci fa pensare ad un buon amico.
don Ermando Micheletto, La V^ Brigata d’Assalto Garibaldi “Luigi Nuvoloni” (Dal Diario di “Domino nero” - Ermando Micheletto), Edizioni Micheletto, Taggia (IM), 1975, pp. 99-100

Nel frattempo «Doria Fragola», con un gruppo di partigiani, attacca ed infligge gravi perdite ai Tedeschi che sorvegliano gli abitanti di Isolabona e Dolceacqua, costretti a lavorare per riattivare il ponte di Bunda [n.d.r.: in effetti, il ponte degli Erici] semidistrutto precedentemente dai partigiani.
Ancora «Doria Fragola» effettua alcuni improvvisi attacchi in Val Roja e, in un'azione improvvisa a Breil, in territorio francese, rompe ponti e danneggia strade utili al transito delle truppe tedesche.
Infine, invia «Pagasempre» ad un colloquio con i maquisards francesi, fissato a l'Escarène, nelle vicinanze di Nizza. I partigiani francesi si fanno attendere per tre giorni. «Pagasempre» si allontana con il suo gruppo, dopo aver fatto saltare il viadotto ferroviario Digne-Nizza, presso l'Escarène. «Tra il 25 settembre ed il primo ottobre - sono parole di Vittorio Curlo (Leo) - si ebbe qualche scaramuccia, ed il 26 settembre un nostro attacco di sorpresa ad Isolabona, col mortaio da 45 mm fatto venire da Langan per l'occasione, scaglia sulla postazione tedesca oltre 25 granate. L'azione è condotta da «Doria Fragola». Questi fatti si rivolsero a nostro favore perché riuscimmo a ricuperare munizioni».
Carlo Rubaudo, Storia della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria) - Vol. II. Da giugno ad agosto 1944, edito a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, Imperia, Dominici Editore, 1992  

Pagasempre, che doveva far parte del gruppo di Fragola-Doria [n.d.r.: Armando Izzo, comandante, poco tempo dopo i fatti qui narrati, della V^ Brigata “Luigi Nuvoloni”], era riuscito a scappare dal campanile [n.d.r.: della Chiesa Parrocchiale di Pigna] e a raggiungere il gruppo di retroguardia [n.d.r.: l’autore non mette date, ma qui dovrebbe trattarsi del 10 ottobre 1944, quando la Repubblica Partigiana di Pigna era ormai caduta e la maggior parte dei patrioti combattenti imperiesi, non solo quelli attestati in Alta Val Nervia, ma anche coloro del resto della provincia, si erano ormai avviati, per sfuggire ai rastrellamenti nazifascisti, verso Fontane in Piemonte, in quella che è rimasta nella storia come un’epica ritirata strategica]. È lui, il testimone oculare dei fatti che sto per narrare.
«Stavo per raggiungere il gruppo di Fragola-Doria, dopo aver visto dall’alto del campanile i vari gruppi dirigersi verso Langan. Erano riusciti a sganciarsi bene ed il ripiegamento avveniva con ordine, anche merito mio che sparavo dal campanile e del gruppo di Fragola-Doria che compiva eccellentemente il compito di retroguardia».
[...] Intanto Pagasempre, rimasto solo, all’alba, dopo aver passato la notte al riparo degli alberi, si avviava verso Buggio. Sentiva sopra, verso il Torraggio, le mitragliatrici, che lui pensava fossero di Moscone [n.d.r.: Basilio Mosconi, comandante di un Distaccamento, poi comandante del II° Battaglione “Marco Dino Rossi” della V^ Brigata], attestate all’incrocio della strada militare del Torraggio, verso Pietravecchia, che respingevano i tedeschi.
Giunto a Spegli fu accolto da alcuni carbonari, dove incontrò il maggiore Zoroddu, con la moglie e le due bambine.
[...] In Gordale si radunarono molti sbandati e formarono il distaccamento del tenente Lilli [Fulvio Vicàri, medaglia d’argento alla memoria], ma non avevano mezzi di sussistenza, né collegamenti con il grosso delle forze avviate verso il Piemonte.
I tedeschi avevano occupato tutta la zona e bisognava stare in guardia.
Il maggiore Zoroddu incarica Pagasempre di recarsi a Poggio di Sanremo con un biglietto di presentazione per i signori Nino Ghersi e Corrado Mancini, facenti parte del C.L.N. onde avere mezzi di sussistenza. 
don Ermando Micheletto, Op. cit., pp. 199-202

Tornato dalla ricognizione a Cima Marta e dalle zone su Briga non trovai più nessuno. 
Erano tutti scesi verso la costa. 
La strada da Carmo Langan rigurgitava di colonne tedesche in discesa verso Molini di Triora per andare ad imboccare poi la strada verso Rezzo.
Io mi mordevo le mani perché ero nell'impossibilità di fare qualcosa. 
Avevo racimolato qualche uomo da Realdo, da Creppo, da Bregalla. 
In un momento di interruzione del transito dei nemici attraversammo un tornante di quella strada dirigendoci verso Colle Bracco. 
Di lì vidi uno spettacolo impressionante. Lunghe colonne di tedeschi erano in marcia sulla strada di Rezzo. Sarebbero bastati pochi uomini, dotati di armi automatiche, per fermare tutta la fila di tedeschi, senza possibilità di scampo: il passaggio dalle rocche di Drego, distrutto e rifatto male, comportava un passaggio lentissimo.
Sulla via Molini di Triora-Taggia i ponti erano stati fatti saltare.
Impossibilitato a fare qualcosa per mancanza di uomini ben armati, mi diressi verso San Faustino, dove recuperai altri partigiani.
Pensando che il grosso delle nostre forze fosse già a Sanremo, condussi i miei uomini verso Ceriana, Monte Bignone, San Romolo.
Nel tragitto il mio gruppetto aumentava di unità in continuazione. Erano però quasi tutti patrioti disarmati, ragazzi lasciati indietro perché semiinvalidi o per adempiere ad altre incombenze, una specie di informatori di retroguardia.
Giunti a Sanremo la trovammo tutta imbandierata...
Pagasempre in don Ermando Micheletto, Op. cit.

mercoledì 3 settembre 2025

Uccisa sulla via Aurelia per non aver consegnato la bicicletta ai tedeschi

Taggia (IM): poco a levante del bivio Rossat di Arma

Giovanni Strato [n.d.r.: autore di Storia della Resistenza Imperiese (I^ zona Liguria) - Vol. I. La Resistenza nella provincia di Imperia dalle origini a metà giugno 1944, Editrice Liguria, Savona, 1976, ristampa del 2005 a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia] ricorda: Dilanda Silvestri che aiuta il padre Michele (Milano) nella sua opera a favore della Resistenza; Jolanda Zunino (Spavalda) non ha congiunti da coadiuvare, ma si impegna in prima persona in qualità di staffetta dei distaccamenti cittadini; Gea Gualandri è un'attiva collaboratrice; Cesira Lanteri ospita i partigiani nella sua casa nella zona di Langan [nel comune di Castelvittorio] ed i Tedeschi, scoperta l'attività, incendiano l'abitazione; la professoressa Adelina Biglia è arrestata nel maggio 1943; la professoressa Letizia Venturini è nei gruppi antifascisti già prima del periodo resistenziale e traduce scritti da diffondere clandestinamente; la professoressa Costanza Costantini di Torino è pure lei nel gruppo antifascista.
Né si debbono dimenticare Jose Pila, collaboratrice nella zona di Costa d'Oneglia; le sorelle Evelina e Giuliana Cristel [di Sanremo], già citate nel capitolo dedicato al FdG; Teresa Vespa Siffredi, internata nel campo di concentramento di Fossoli; Iside Corradini, uccisa sulla via Aurelia [vicino al bivio Rossat di Arma di Taggia] e buttata nella scarpata sottostante per non aver consegnato la bicicletta ai Tedeschi (12).
Se tocchiamo la montagna non finisce più la trafila. Già è stato detto che senza l'aiuto dei contadini la Resistenza non sarebbe esistita. Ciò significa che la popolazione contadina ne rappresenta il nucleo centrale. E sulla montagna la donna ha svolto un ruolo determinante. La sua collaborazione è stata qualcosa di sublime. Ma ciò che è più impressionante è la semplicità di un'azione per cui ogni cosa diventa naturale: sfamare un partigiano non è che il semplice dovere di una madre o di una sorella, anche se ciò comporta continui pericoli.
E la donna paga sempre perché le bruciano la casa, la depredano, la percuotono, la violentano, la uccidono. Tutto ciò è storia, non fantasia.
Storia nostra, dei nostri paesi, di tempi ancora recenti, verificabile, documentata da scritti o testimonianze.
Alle donne delle nostre montagne è stato fatto il grande torto di averle ricordate poco. La Resistenza è sempre stata rappresentata dal partigiano con il mitra in mano. Qualche accenno riempitivo al contributo del contadino. Fortunatamente la Storia sta facendo giustizia anche se in pratica la Resistenza non si assume ancora il ruolo di concreta riparatrice. Discorsi e conferenze hanno fruttato cariche ed onori a tanti arrampicatori. Ma si veda quante volte è stata organizzata una visita verso l'umile casa di qualcuna delle madri o sorelle che hanno perduto il figlio o il fratello, o sfamato interi gruppi di partigiani soffrendo esse stesse la fame, sfidando e sopportando le violenze nazifasciste.
Tra le fotografie riportate alla fine di questo capitolo figura l'interessante nota della direzione delle carceri giudiziarie di Sanremo che, in data 29 marzo 1945, dà notizia della detenuta Anna Maria Borgogno, ricoverata presso l'ospedale civile, sorvegliata dalla GNR e da consegnare successivamente al Comando tedesco per l'inevitabile fucilazione. Con lei è una altra donna, Bianca Pasteris (Luciana), ferita e catturata a Beusi, destinata ad analoga sorte (13).
Di Ada Pilastri (Sascia) si deve ricordare il bellissimo racconto della marcia sulla neve per procurare farina e viveri alle nostre formazioni (14). Rina Moraldo nel marzo 1945 salva il Comando garibaldino: di buon mattino, mentre si reca a Gerbonte per assistere alla Santa Messa, scorge i Tedeschi intenti a piazzare mitraglie a Loreto ed a Creppo, perciò ritorna sui suoi passi ed avverte tutti i partigiani.
E Pierina Boeri (Anita) è una partigiana vissuta soltanto di coraggio e di esempi sul campo di battaglia.
Nel capitolo concernente la Sanità partigiana sono ricordate benemerite suore ed infermiere: Angela Roncallo (Fernanda) nel suo diario alterna la pateticità alla disperazione. Ida Rossi (Natascia), diciannovenne, bionda e graziosa, si trova a Upega in quel tristissimo 17 ottobre 1944; è infagottata in una divisa da soldato tedesco, ma ciò non le consente di sfuggire alla cattura anche se poi, facendo tesoro delle risorse inesauribili della personalità femminile, riuscirà a sfuggire alla morte. A Triora, Antonietta Bracco è tuttora un esempio di dignità e di entusiasmo per la missione compiuta. E Ornella Musso passa di battaglia in battaglia contro il fascismo, dall'Italia alla Spagna, e ancora in Italia per la battaglia finale.
[NOTE]
(12) A proposito di Iside Corradini riportiamo un brano tratto dal libro di Alpinolo Rossi, Memorie luci ed ombre, Moderna stampa, Riva Ligure, s.d., pag. 195: "un gruppo di bersaglieri avevano fermato la compagna Iside Corradini che transitava in bicicletta, reclamando la consegna del velocipede di cui avevano urgente bisogno: - Sono infermiera e la bicicletta mi serve per raggiungere il domicilio dei miei pazienti che sono disseminati su una vasta zona; non fateci conto perché non ne posso fare a meno. Mentre alcuni, insensibili alle argomentazioni della ragazza si avvicinavano minacciosi per impossessarsi di prepotenza del veicolo, la Corradini in un impeto d'ira sollevò la bicicletta e la scagliò nella campagna sottostante gridando: - Piuttosto la butto! Fu il suo ultimo gesto di disprezzo: una scarica di mitra la fulminò proprio alla vigilia della liberazione".
(13) Le due patriote, Borgogno e Pasteris, saranno liberate dal distaccamento GAP Zamboni con un'ardita e ben riuscita azione. Cfr. M. Mascia, op. cit., pagg. 289,292.
(14) Cfr. M. Mascia, op. cit., pag. 181 e segg.
Carlo Rubaudo, Storia della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria) - Vol. II. Da giugno ad agosto 1944, edito a cura dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia, 1992, pp. 588-599 
 
Sanremo, 13 marzo. 
Il 23 aprile 1945, due giorni prima della disfatta delle truppe fasciste e tedesche in Alta Italia, un caporale del bersaglieri freddava al posto di blocco di Riva Santo Stefano una giovane donna che si era rifiutata di consegnare la propria bicicletta al soldati che intendevano requisirgliela. Per questo delitto il caporale del bersaglieri Giovambattista Paraboni era stato condannato dalla Corte di Assise di Imperia all'ergastolo. 
Oggi l'imputato si è presentato per il giudizio d'appello alla Corte di Assise di Sanremo, presieduta dal dott. Alfonso Tanas. 
Il Paraboni, che è comparso in gabbia ostentando una lunga fratesca barba, veniva arrestato solo nel 1952. Quattro anni prima era entrato nel convento dei frati di S. Barnaba a Genova, dove non riusciva a essere impiegato che con il ruolo di frate questuante data la sua impossibilità - malgrado fosse stato studente di buona riuscita - a tenere a mente le nozioni anche elementari. Si manifestava cioè in lui quella parziale infermità di mente che la Corte di Sanremo, dopo sei giorni di udienze, gli ha riconosciuto condannandolo per l'omicidio di Iside Corradini, l'infermiera vittima dell'improvviso furore del Paraboni, a diciotto anni di reclusione di cui tre condonati: cause psicologiche, cause cliniche stanno alla base dello sfasamento del giovane (egli ha oggi trent'anni) il quale avrebbe compiuto il suo delitto in un momento di "raptus" eccezionale. I difensori hanno interposto ricorso in Cassazione.
c.l., In appello un repubblichino che uccise una giovane donna. Ridotta la pena a diciotto anni, La Stampa, Sabato 14 Marzo 1953