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giovedì 9 ottobre 2025

Partigiani cattolici in provincia di Imperia

Cosio d'Arroscia (IM)

Ai margini delle Brigate componenti le Divisioni Garibaldi "Felice Cascione", "Silvio Bonfante" e "G.M. Serrati" si vennero organizzando anche altre piccole formazioni partigiane che, pur seguendo analoghe tattiche militari, tendevano a difendere non solo la loro diversa identità politica e ideale, ma anche una propria autonomia operativa, finendo talvolta per sottovalutare il problema del coordinamento, fattore cruciale nelle operazioni belliche. Ciò in taluni casi fu motivo di gravi contrasti con il grosso delle forze partigiane del Ponente, di matrice garibaldina e quindi di prevalente ispirazione politica comunista. Ad ogni modo anche tali formazioni minori diedero un loro non trascurabile contributo alla Resistenza ponentina.
In questo capitolo presentiamo una sintesi delle loro fisionomie e delle loro iniziative, appoggiandoci al materiale documentario conservato negli archivi dell'Isrecim.
Secondo quanto riferito da Carlo Carli <188 nel suo scritto dal titolo "L'azione Cattolica imperiese e la banda "La Fenice" nei suoi rapporti con la "Val Tanaro" <189, due bande partigiane, "Libertas" e "La Fenice" sarebbero nate a Imperia alle soglie dell'estate 1944 per sua personale iniziativa e grazie all'apporto finanziario di alcuni simpatizzanti. Dell'attività militare e delle vicende interne della prima formazione poco è dato sapere, scarseggiando sia le testimonianze che l'evidenza documentaria, salvo nel caso dell'attacco a un reparto tedesco in località Fontana di Bachin presso Villatalla nel settembre 1944, con la conseguente liberazione di un gruppo di ostaggi in mano nemica. <190
Più copiose sono invece le testimonianze riguardanti le alterne e travagliate vicende della "Fenice", la più significativa espressione del partigianato autonomo cattolico dell'Imperiese. 
Capo della banda "La Fenice" era Tonino Siccardi, che aveva preso con sé il grosso dei giovani di Azione Cattolica cresciuti e operanti a Imperia negli anni 1938-1940, sotto la guida di Don Santi, animatore del "Circolo di San Maurizio". Giovani che ci tenevano a chiamarsi "Forti e Puri", in contrapposizione ideale alla gioventù fascista del "Libro e Moschetto". Su 300 di questi giovani, almeno 200 presero al momento delle decisioni cruciali la via della montagna, favoriti da tale intima maturazione democratica e antifascista.
Non solo i fascisti, per la verità, avevano in uggia questi giovani refrattari alle esercitazioni del "sabato militare", ma anche i partigiani comunisti del comandante Nino Siccardi (Curto), i quali solevano chiamarli, con beffardo sarcasmo, "la banda del rosario". Non sorprende quindi che, sin dagli inizi, il nucleo dirigente della compagnia mirasse a stabilire rapporti preferenziali di collaborazione e dipendenza con le formazioni autonome d'ispirazione monarchico-moderata della IV Divisione Alpina di Enrico Martini (Mauri), se è vero che, come ricorda il citato Carlo Carli, egli stesso già a fine luglio si recò a Upega, dove stava la Brigata "Val Tanaro" di quella Divisione, per prendere contatto con il comandante, capitano Hanau (Martinengo), e porre sotto il suo Comando le due bande da poco fondate.
D'altro canto, queste formazioni, trovandosi nel frattempo a stazionare prevalentemente sulle alte dorsali tra Val Prino, Valle Impero e Val Tanaro, non potevano che stabilire rapporti di buon vicinato e collaborazione con le brigate garibaldine a scanso di gravi rischi per la sicurezza degli uomini e l'efficienza dei dispositivi militari di entrambe le parti. Di fatto, avvenne che le due bande di ispirazione cattolica, e soprattutto la "Libertas", operassero spesso e volentieri sotto il comando del Curto, godendo peraltro di una certa autonomia d'iniziativa, tranne che per le azioni di guerriglia, che comportavano il preventivo benestare del comandante.
Ma lasciamo di nuovo la parola a Carli: "Intanto la posizione di queste due bande non garibaldine, in mezzo a tante di queste, era sempre più precaria. Io non riuscivo nell'intento di metterle sotto il Comando della IV Divisione Alpina perché era indispensabile che i componenti di dette bande si trasferissero in Piemonte, ma gli uomini che le componevano in gran parte non ne volevano sapere. Con alcuni che erano disposti al trasferimento, una radio trasmittente e un mulo preso all'Organizzazione Todt, partii per la zona della Val Tanaro, decisi a fermarcisi, perché le due bande erano passate sotto il Comando garibaldino (in seguito verranno disarmate dalle bande delle stesse formazioni garibaldine perché non di eguali idee politiche). Da Upega, dove raggiunsi la Brigata "Val Tanaro", passai a Carnino dove a metà agosto 1944 assunsi il comando di una squadra della Brigata stessa, la così detta squadra di Cosio... Il 20 novembre mi raggiunse (a Viozene) la Brigata. Il 24 novembre con due amici mi recai in Liguria quale delegato dell'EINL, per formarvi il CLN, come dal documento sopraccitato." <191
Tale documento è una lettera rilasciata il 24.11.1944 dal Comando della IV Divisione Alpina, a firma del capitano Martinengo e del rappresentante militare dell'EILN dottor Sismondi, secondo la quale "autorizzati dalle competenti autorità militari a venire incontro alle richieste a suo tempo avanzate dai rappresentanti della Provincia di Imperia, delegano il signor Carlo Carli a concludere in forma definitiva... quali saranno nella veste dei CLN gli esponenti delle masse rappresentate. In forza di tale autorizzazione riconosciuta, verranno appoggiati dalle forze armate dell'EINL (Esercito Italiano Nazionale di Liberazione)". Questo mandato, di ordine decisamente più politico che militare, conferito a Carli dal capitano Eraldo Hanau (Martinengo), autorizza a pensare che lo stesso Hanau ambisse, nelle parole stesse di Carli, "a estendere la sua influenza al di fuori della zona considerata allora di normale attività della Brigata ["Val Tanaro", N.d.C.]", ovvero nelle adiacenti vallate liguri, di convenuta competenza garibaldina.' <192
Nel frattempo, vuoi per la persistente divergenza politica, vuoi perché si sarebbero lasciati sfuggire un fascista loro prigioniero, verso la metà di settembre i partigiani della "Fenice" furono messi di fronte alla scelta obbligata tra il Curto e il Tonino: chi fosse rimasto con il Tonino sarebbe stato disarmato. Di fatto, la banda era sciolta. Così narra Giovanni Strato nel primo volume di questa "Storia della Resistenza Imperiese": "Sciolta la banda, dei componenti di essa qualcuno entrò in altre bande garibaldine, altri si nascosero per conto proprio, alcuni si trasferirono in Francia con un battello ed altri ancora passarono tra i partigiani della Brigata 'Val Tanaro'. Questi ultimi, subito dopo lo scioglimento della banda, si erano rifugiati nel villaggio di Pantasina, poco lontano da Monte Acquarone. Appunto, mentre erano in Pantasina, si misero in contatto con la Brigata "Val Tanaro", nella quale vennero incorporati e, verso i primi di dicembre del 1944, partirono da Pantasina per recarsi in Piemonte. Del gruppo partito per il Piemonte facevano parte, per quanto si ricorda, Vincenzo Giribaldi, Giuseppe Vassallo, Bernardo Asplanato, Pietro Demossi, Domenico Brusso, Paolo Saglietto, nonché cinque militari già della batteria di Caramagna <193 che da alcuni mesi si erano aggregati alle bande partigiane, passando ad esse con tutte le loro armi, ritirate poi dal Comando garibaldino. Fra i militari vi era anche Franco Paganesi (Cisco). Il suddetto gruppo, partito per il Piemonte, a Mendatica doveva incontrarsi con alcuni partigiani fra i quali Athos Giribaldi, Flaminio Spinetti, Alfredo Pungiglione. Avvenuto l'incontro, pernottavano nella zona, alcuni all'aperto presso Montegrosso, in Mendatica, altri ancora - fra cui i militari e Paolo Saglietto - in un fienile nell'abitato di Montegrosso." <194 Qui venivano sorpresi da un improvviso rastrellamento tedesco, effettuato nella zona di Viozene il 6.12.1944.
La notizia del rastrellamento non doveva essere del tutto inattesa, se già verso le ore 20 del giorno precedente era stata fatta una riunione dei capisquadra per prendere delle iniziative onde evitare l'attacco nemico. Ma evidentemente mancò il tempo, per cui i patrioti subirono tragiche conseguenze. Nell'impari confronto rimaneva ucciso Franco Paganesi <195, catturati gli altri quattro militari e Paolo Saglietto, mentre Vassallo, Spinetti, Pungiglione e Giribaldi riuscivano fortunosamente a mettersi in salvo, nonostante le raffiche degli MG42 tedeschi. A Viozene il 6 dicembre 1944 cadeva anche il partigiano Gian Luigi Martini (Gian), originario di Diano Marina.
In seguito i cinque catturati non verranno fucilati perché si riuscirà a far credere che essi fossero prigionieri dei partigiani. Scampati infatti una prima volta alla fucilazione loro minacciata davanti alla chiesa di Montegrosso, venivano tradotti a Pieve di Teco, dove dovettero la salvezza a padre Firmino (ossia Don Albino Simi, fratello del capo partigiano Domenico Simi (Gori), trasferitosi poi a Genova presso la chiesa di Santa Caterina), il quale sostenne che erano stati prelevati dal loro presidio di Caramagna dai partigiani, che dunque di prigionieri si trattava e non certo di comunisti, tant'era vero che nelle loro tasche era stato appunto rinvenuti il lasciapassare di Martinengo con la nota sigla ZC (Zona Cuneo). Furono quindi risparmiati ed inviati presso vari presidi repubblichini, donde poi riusciranno a fuggire, ad eccezione del sottotenente Folchi, ucciso a Savona in uno scontro avvenuto poco prima della Liberazione.
[NOTE]
188 - Carli Carlo, di Giovanni e Panero Eva, nato a Imperia il 20 maggio 1918, studente, sergente allievo ufficiale del 3° Reggimento Alpini. Dopo l'8 settembre 1943 appartenne alla Brigata partigiana "Val Tanaro". Comandante della squadra di Conio dal primo aprile 1944 al 7 giugno 1945. Riconosciuto partigiano combattente con deliberazione del CM n. 35237 del 31 maggio 1947. Industriale. Trovandosi in convalescenza ad Ormea l'8 settembre 1943, ritornò quel giorno stesso con l'amico Ricci Raimondo ad Imperia, provvedendo a privare delle armi la capitaneria di Porto Maurizio, parte gettandole in mare, trasferendole a Cosio con camioncino sottratto allo stesso Comando. Il 27 settembre organizzò un primo raduno in montagna, dove restarono una trentina di giovani. Fu nel giugno 1944 che iniziò una vera e propria attività partigiana con la stampa a mezzo ciclostile di tre numeri di un giornale clandestino, ampiamente distribuito ad Imperia. Nel giugno e luglio 1944 provvide alla costituzione delle bande partigiane "Libertas" e "La Fenice", delle quali stiamo appunto dicendo. In settembre 1944, attraverso Viozene raggiunse Valle Inferno di Garessio, dove sostenne un attacco dei tedeschi in rastrellamento. Si trasferì a Nascio, sopra Garessio, per meglio osservare e sostenere l'attacco che si ebbe l'indomani con piena fortuna. Col trasferimento della Brigata in Val Casotto (15 settembre) si fissò con la sua squadra alla Correria, compiendo qualche azione sulla strada statale n. 28 e sulla strada Mondovì San Michele fino a quando si trasferì attraverso Valle Inferno a Viozene, dove il 20 novembre giunse anche la Brigata. Dopo lo sbandamento ed il periodo ligure, trascorso l'inverno tra Mendatica e Cosio, raggiunse la Brigata a Viozene agli ultimi di marzo 1945 e fu inviato a Cosio per ricostituirvi la squadra, scendendo alla Liberazione in Nava e Garessio.
189 - Documento allegato in fotocopia alle schede dei partigiani della Brigata "Val Tanaro" (vedasi: ISRECIM. Archivio, Sezione II, cartelle "combattenti fuori zona").
190 - ISRECIM, Archivio, Sezione I, Cart.112. Attorno a quella data, la banda "Libertas" risulta regolarmente inquadrata tra i garibaldini della Divisione "Cascione", come 3° Distaccamento della IV Brigata "E. Guarrini". Cfr. questa "Storia della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria), Imperia, ISRECIM et al., 1976-1916. Vol. III di Francesco Biga, La Resistenza nella Provincia di Imperia da settembre a fine 1944, Amministrazione Provinciale di Imperia-ISRECIM, 1977, pag. 76.
191 - Ibidem.
192 - Ibidem.
193 - Oltre a Franco Paganesi (Cisco), ricordato subito sotto, questi militari erano il sottotenente Falchi, poi catturato a Savona e ivi in seguito ucciso, Lupo di Mandello Lario, Pinto e Moretto, entrambi di Novara.
194 - Storia della Resistenza Imperiese, Vol. I di Giovanni Strato, cit., pag. 225 e sgg.
195 - Franco Paganesi (Cisco), nato a Verteva il 14.12.1925, studente universitario, arruolato nell'artiglieria alpina, compì a Genova Sturla il corso allievi ufficiali, militò dalla fine di aprile al giugno 1944 nella IX Brigata "F. Cascione", nella banda di Ermanno Martini (Veloce). Dal luglio successivo all'ottobre fu nella banda "La Fenice" come caposquadra, quindi si trasferì nella Brigata "Val Tanaro", nella quale militava quando fu ucciso. Prese parte alla battaglia di Badalucco dell'11 giugno 1944 e a quella di Villatalla e Tavole nell'agosto successivo. La famiglia risiede a Gazzanica (Bergamo).
Francesco Biga e Ferruccio Iebole (a cura di Vittorio Detassis), Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria) - vol. V, Ed. Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia, 2016, pp. 93-96

giovedì 10 ottobre 2024

In provincia di Imperia ci fu la più alta percentuale di vittime di tutta l'Italia del Nord durante l'occupazione tedesca

Copia della prima pagina di un documento di denuncia a carico della "Donna Velata". Ricerca di Paolo Bianchi. Fonte: Archivio di Stato - Genova.

Nell'Imperiese la lotta resistenziale al nazifascismo si sviluppò intensamente e assunse un'asprezza inaudita. Lo confermano questi numeri: 582 partigiani, patrioti e renitenti alla leva caduti in battaglia o fucilati: 524 civili uccisi durante le rappresaglie nazifasciste o nei campi di stenninio: una trentina di partigiani deceduti dopo la guerra in seguito a gravi ferite; 22 stranieri di nazionalità diverse, disertori della Wehrmacht, uccisi in battaglia o fucilati dai nazifascisti.
Sicuramente fu la più alta percentuale di vittime - rispetto agli abitanti - di tutta l'Italia del Nord durante l'occupazione tedesca. Altro triste primato riguarda un numero consistente di partigiani che si sono suicidati piuttosto di cadere nelle mani dei fascisti locali.
Le cause di queste numerose perdite, a mio avviso, sono da attribuirsi ai seguenti motivi:
- la maggior parte delle località imperiesi, dove i partigiani risiedevano, erano arroccate: quando venivano attaccate e circondate dai nazifascisti, i partigiani avevano poche vie di fuga; quasi sempre combattevano sino alla morte. Ad esempio nel massiccio rastrellamento del gennaio '45 un centinaio di partigiani cadde in battaglia e chi si salvò dovette sconfinare tra mille difficoltà, a causa del freddo e della neve, in Piemonte;
- tutte le formazioni partigiane nell'Imperiese erano garibaldine: chi cadeva nelle mani del nemico difficilmente ne usciva vivo; la stessa cosa succedeva ai nazifascisti; raramente si effettuavano scambi di prigionieri;
- la provincia di Imperia, essendo sul confine francese, era considerata una zona strategica. Gli sbarchi alleati avvenuti in Normandia e in Provenza (nell'estate del '44) avevano fatto concentrare in quelle zone numerosissime truppe tedesche.
- le spie fasciste erano ovunque: la più famosa fu Maria Concetta Zucco, chiamata "La Donna Velata" o "La Francese", la quale venne infiltrata per qualche mese nelle fila della Resistenza e quando ritornò dai fascisti fece arrestare un centinaio di patrioti e loro fiancheggiatori, 33 vennero fucilati mentre gli altri furono deportati in Germania;
- operava in provincia di Imperia una formazione fascista della GNR di Ordine Pubblico (O.P.). con 152 militi, al comando del capitano Giovanni Ferraris: essi diedero una spietata caccia ai renitenti alla leva, ai partigiani e ai civili e davano loro protezione. Per la loro ferocia, questa formazione venne denominata con disprezzo dai partigiani imperiesi. la "Banda Ferraris".
Finita la guerra il capitano Giovannni Ferraris e diversi suoi militi - il 22 dicembre del 1947 - vennero condannati a morte dal Tribunale di Cuneo come criminali di guerra (in seguito furono tutti amnistiati). Dalle testimonianze al processo si venne a sapere che 137 partigiani e civili della provincia di Imperia, Savona e Cuneo, presi prigionieri, vennero fucilati o impiccati dopo atroci sevizie e altrettanti partigiani furono uccisi in battaglia durante i rastrellamenti.
Alla Provincia di Imperia venne conferita la Medaglia d'oro al valor militare.
Fulvio Sasso, ... E il sangue dei vincitori. Rappresaglie e stragi nazifasciste in Italia (1943-'45), L. Editrice, 2010, pp. 82,83

venerdì 19 maggio 2023

Contrasti tra partigiani garibaldini e partigiani autonomi nei dintorni di Nava

Viozene, Frazione di Ormea (CN). Fonte: mapio.net

Giorgio (Giorgio I, poi Cis) Alpron a dicembre 1943 fu presente ad Alto (CN), in quanto attivo nei collegamenti con Mauri [Enrico Martini] e con il servizio Lanci dell'Organizzazione "Otto", come risulta da una sua memoria scritta (oggi documento IsrecIm, studiato da Giorgio Caudano). Passò, poi, a militare nelle formazioni garibaldine della I^ Zona, nelle quali diventò in seguito capo di Stato maggiore della  I^ Brigata "Silvano Belgrano" della VI^ Divisione "Silvio Bonfante". 
Adriano Maini

L’ordine di catturare i ribelli era stato emanato dal colonnello Paolo Ceschi “Rossi”, comandante locale che, con il suo attendismo, in pratica manteneva l’ordine nella zona per conto dei nazifascisti. Basti pensare che in quel periodo le caserme di Mondovì e Fossano, città controllate da tedeschi e repubblicani, erano presidiate da uomini agli ordini di Ceschi! Il colonnello aveva il controllo della zona Monregalese - Langhe fin dal convegno di Val Casotto del 24 ottobre 1943 (cui, con tutta probabilità, aveva preso parte anche l’avvocato Astengo, poche ore prima di essere catturato), in cui la mentalità attendistica degli ufficiali era stata aspramente criticata, fra gli altri, da un personaggio del calibro di Duccio Galimberti, un monumento della Resistenza azionista.
[...] Questa vicenda evidenziò una frattura mai del tutto ricomposta fra resistenti “rossi” e “azzurri”. Inoltre, insieme alla crescente impazienza dei partigiani “colpisti” decisi ad attuare una vera guerriglia contro il nemico, fu la causa della sfiducia del CLN regionale piemontese al generale Operti dell’ex Quarta Armata del disciolto Regio Esercito, che ebbe tra le sue conseguenze la rimozione dal comando del colonnello Ceschi, rimpiazzato dal maggiore Enrico Martini “Mauri”.
Stefano d’Adamo, Savona Bandengebiet - La rivolta di una provincia ligure ('43-'45), Tesi di Laurea, Università degli Studi di Milano, Anno accademico 1999-2000

I partigiani locali, allora al  comando di Enzo Marchesi (col. Musso)  catturano alcune autorità fasciste  il 20 dicembre  1943 in  valle  Corsaglia  (CN).  Il  26  dicembre  giunge  a  comandare  il  gruppo il  maggiore  Enrico  Martini “Mauri”. Il 13 gennaio 1944 i tedeschi, con un ultimatum, chiesero la restituzione di “Sarasino, il criminale capo dell’OVRA. In caso di mancata restituzione i tedeschi minacciavano rappresaglie per il giorno dopo”. Mauri disse che i tedeschi bluffavano e non volle provvedere ad una maggiore difesa. Verso mezzogiorno i tedeschi  attaccarono  in  forze  quasi  tutti i partigiani dell’avamposto del Pellone, con alcuni abitanti, caddero nelle loro mani e furono trucidati.
Italo Cordero, Ribelle: Esperienze di vita partigiana dalla Val Casotto alle Langhe, dalla Liguria alle colline torinesi, tipografia Fracchia, Mondovì, 1991, pp. 56-57

Aldo Romei (Roma) fu dapprima per circa tre mesi con Martinengo  [Eraldo Hanau, comandante in seguito della 13^ Brigata 'autonoma' Val Tanaro del gruppo divisioni alpine guidato dal maggiore Enrico Martini 'Mauri']poi nel giugno, luglio e agosto 1944 con il capitano Umberto (Candido Benassi) e infine entrò nelle SAP sanremesi...  Giovanni Strato, Storia della Resistenza Imperiese (I^ zona Liguria) - Vol. I: La Resistenza nella provincia di Imperia dalle origini a metà giugno 1944, Sabatelli Editore, Savona, 1976

Mandammo tutti gli sbandati della 4^ Armata che transitavano nella nostra zona, specialmente quelli che arrivavano da Albenga, a Valcasotto. Vestivamo quei soldati con abiti civili e li accompagnavamo in montagna, a Valcasotto dove si stavano organizzando le formazioni di Mauri.
Il primo maggio del '44 successe una cosa curiosa. Di solito in quella giornata venivo fermata, mi trattenevano a Mondovì oppure agli arresti domiciliari; quell'anno un signore mi fece una soffiata che giunto un ordine ai carabinieri di arrestarmi per una settimana.
Mi nascosi e non mi feci prendere; poi lasciai trascorrere un po' di tempo e scrissi al questore domandandogli perché avevano paura di una donna piccola come me, tanto da ordinare di arrestarmi senza un motivo preciso.
Le autorità misero in guardia i carabinieri, volevano sapere chi mi aveva fatto la soffiata.
Ricevetti l'ordine di recarmi immediatamente a Cuneo alla questura.
[...] Dunque a Valcasotto c'erano le formazioni di Mauri; Bogliolo e Gaietto lavoravano con altri piccoli gruppi. Le brigate Garibaldine vennero una volta, in occasione della battaglia del S. Bernardo (ne parla anche Mario Giovana nel suo libro “I Garibaldini delle Langhe”).
Una volta rischiai la vita. C'era un compagno, si chiamava Dino; lo volli conoscere perché venni a sapere che aveva dipinto falce e martello sul vessillo del suo gruppo di partigiani. Aveva abbandonato le formazioni di Mauri ed organizzato un gruppo di quindici uomini. A Mauri la cosa non piacque perché voleva mantenere il controllo dell'intero territorio, quindi si giunse ad uno scontro.
Salii una notte a Valcasotto con un membro del C.N.L. Per parlare con Mauri e far terminare queste lotte intestine, ma fu inutile.
Dopo qualche giorno ero in casa quando sentii che stava accadendo qualcosa sul crocevia, c'era la mitraglia piazzata. Mi precipitai pensando che volessero uccidere Dino e i suoi uomini. Avevano preso Dino e tre dei suoi. Era presente Bogliolo, tentai di farlo ragionare, ma l'unica risposta che ottenni fu uno schiaffo che mi spostò la mandibola.
Volli parlare con Mauri.
Partimmo per Bagnasco; mentre aspettavamo udimmo una raffica: avevano ucciso un partigiano di Ceva. Bava, che venne nella nostra zona dopo l'incendio di Boves, si trovava quel giorno a Bagnasco e venne a sapere che mi avevano preso - ormai ero nelle loro mani - così fece arrestare il gen. Paolini e il console Gobbi e disse a Bogliolo che se mi fosse successo qualcosa ne avrebbero pagato loro le conseguenze.
Mauri non era a Bagnasco, così partimmo per le Langhe, dopo aver saputo che la situazione a Garessio era di massima tensione. Durante il tragitto fermarono il camion su cui viaggiavano Dino e i suoi e li uccisero. A Rocca Cigliè c'era il comando generale di Mauri. Mi fecero entrare nella torre e alla mia richiesta di avere qualcosa da mangiare, perché ero ancora a digiuno, mi risposero che chi era passato di là non aveva più né mangiato né bevuto. C'era prigioniero con me un tenente d'aviazione, che avendo saputo che ero comunista volle sapere cosa fosse il comunismo, perché non ne sapeva nulla. Sul momento, a pancia vuota, dopo aver visto fucilare quattro persone e con la prospettiva di essere fucilata io stessa, gli dissi semplicemente che per me il comunismo era lottare per la libertà.
La prima reazione nel rivedere Mauri fu il pianto; mi sentivo tradita dalle stesse persone che avevamo aiutato; molte donne a Garessio lavoravano a fare le calze che poi inviavano, insieme al tabacco, su in montagna ai partigiani.
Non riuscivo veramente a capire quelle lotte intestine.
Alla fine Mauri mi mandò in cucina a mangiare qualcosa, ma io non riuscivo a deglutire nulla, un po' per lo spavento, un po' per la mandibola ancora dolorante. Raccontai al cuoco ciò che era successo in Alta Val Tanaro, ed egli si schierò dalla mia parte. Mauri mi accompagnò poi in albergo e mi mise due piantoni alla porta perché non scappassi. Il giorno successivo mi accompagnò con l'auto fino al forte di Ceva. Oltre non si poté proseguire perché Ceva era occupata dai tedeschi. Di lì dovetti proseguire da sola; Mauri mi diede i soldi per il treno perché non avevo preso nulla quando ero uscita di corsa da casa.
A Garessio mi aspettavano due partigiani per accompagnarmi dal comando che si trovava ad Ormea. Andammo su con la locomotiva del treno, perché non c'era altro mezzo di trasporto, ed anche dal Partito arrivò l'ordine che non mi esponessi più così.
Testimonianza di Lucia Canova in Sergio Dalmasso, Lucia Canova, donna e comunista, CIPEC, Quaderno n° 1, Cuneo, 1995 

La notizia che “Turbine” faceva disarmare gli sbandati e che si era approvvigionato di viveri a Viozene si era diffusa e, passando di bocca in bocca, si era naturalmente deformata. Al Comando badogliano fu detto che gruppi badogliani erano stati disarmati da noi, che un deposito di viveri di “Martinengo” era stato saccheggiato. “Martinengo, che già ci riteneva degli intrusi nella zona, inviò un forte nucleo dei suoi contro le squadre di “Gapon” e di “Stalin”: i garibaldini dovevano essere disarmati. La mattina del 10 [luglio 1944] quelli della “Matteotti”, che si erano fermati a Nava tutto il giorno 9, erano seduti sulle panchine dell'albergo, dove in quei giorni avevano mangiato, quando videro un gruppo di badogliani armati che passava davanti a loro, mentre un altro, fermatosi sullo stradone un po' prima, piazzava una mitragliatrice. I garibaldini guardavano meravigliati ed incuriositi la manovra strana. Il gruppo che era passato loro davanti si ferma in fondo alla strada ed apposta anch'esso le sue armi, poi un ufficiale viene verso l'albergo: 'Ho l'ordine del mio comando di disarmarvi, ci risulta che avete tolto le armi a dei nostri uomini. E' inutile che tentiate di resistere, la strada è sbarrata e siete tra due fuochi'. Effettivamente la 28, che passava fra le case, era bloccata. Alle spalle dell'albergo c'era il Tanaro. “Stalin” [Franco Bianchi] sorrise ironico: 'Queste armi non sono vostre ed io ho dal mio comando l'ordine di non cederle. Se la strada è sbarrata entreremo nell'albergo e spareremo dalle finestre'. La mattina del 10 scendevo lungo la 28 da Case di Nava [comune di Pornassio (IM)] verso Ponti quando vidi un badogliano che saliva in bicicletta. Lo chiamai: 'Dani, c'è qualcosa di nuovo che mi sembri arrabbiato?' L'aspetto di Dani mi impensieriva. Il badogliano si fermò, parlò senza scendere: 'Ci hanno mandato a Ponti a disarmare i vostri. Non abbiamo potuto rifiutare. ma siamo andati con le armi scariche, non vogliamo sparare sulla Stella Rossa. Ora vado al Comando a vedere cosa dobbiamo fare perché i vostri non si vogliono arrendere. Se al Comando insistono pianto tutto e me ne vado. Non sono venuto sui monti per sparare sui compagni. Se vedi i tuoi, di' loro che non sparino, se ci ammazziamo tra di noi è finita. Di' ai tuoi che i miei compagni hanno le armi scariche'. Il buon senso degli uomini evitò il peggio. I garibaldini non vollero sparare per primi, gli altri non potevano farlo. Da Viozene venne giù “Turbine” e “Martinengo” arrivò in moto; intervennero altri comandi, si discusse a lungo mentre gli uomini delle due formazioni si univano ed i badogliani mostravano i caricatori vuoti. Cosa si dissero i comandanti? Non lo sapemmo. Come conclusione la “Matteotti” rientrò in serata a Viozene con l'ordine di partire appena possibile per San Bernardo di Garessio.
Gino Glorio "Magnesia", Alpi Marittime 1943/45. Diario di un partigiano - I parte, Genova, Nuova Editrice Genovese, 1979

Il secondo caso è più eclatante: quando nei primi giorni di agosto 1944 Mauri fu catturato nelle Langhe, immediatamente giunse dal comando di Verona un inviato di Harster, il capitano Adolf Wiessner, anch’egli un esperto in materia, il quale non per caso in precedenza aveva operato a Kiew contro il movimento partigiano nazionalista ucraino e che probabilmente fu tra gli artefici della politica di “assorbimento” attuata dai servizi tedeschi nei loro confronti. Wiessner elaborò un piano semplicissimo il cui contenuto lo possiamo ricavare da una serie di appunti vergati a mano su di un registro del comando generale SS di Karl Wolff che recita: “Il capobanda Mauri [è stato] arrestato [e si trova presso il comando] SD di Cuneo. Wiesner [sic] attualmente a Cuneo per le trattative […] Mauri ritorna [presso le sue formazioni partigiane]. Accordo: niente attacchi contro la Wm [ovvero la Wehrmacht]; informazioni sui gruppi comunisti; rastrellamento e presidio delle aree comuniste; prima i comunisti e poi Mauri” [101].
Con quali intenzioni il comandante autonomo, il cui anticomunismo è ben noto [102], abbia effettivamente condotto queste trattative è una domanda alla quale, in mancanza dei documenti del comandante partigiano, non possiamo rispondere. E nemmeno siamo in grado di dire se egli abbia intuito la parte del piano tedesco riassunta nell’espressione “prima i comunisti e poi Mauri”.
Probabilmente, da comandante abile e astuto quale egli era, lo fece. Appare tuttavia evidente che la versione ufficiale fornita da Mauri, fuga rocambolesca dalle mani naziste durante il trasferimento a Torino, sia da considerare una chiara falsificazione. Dobbiamo infine anche considerare il fatto che, al di là di come egli intendesse regolarsi al suo rientro presso le sue formazioni, la presenza di una missione inglese, giunta proprio durante la sua breve assenza, non poté non influire sulla sua decisione di continuare la lotta nel movimento di Liberazione.
[NOTE]
[101] BAB, R 70 Italien/3, p. 2a s. Il testo originale è: "Bandenführer Mauri festgenommen bei SD Cuneo. Wiesner z.Zt. in Cuneo [...] betr. Verhandlungen [...] Mauri zurück. Regelung: keine Angriffe auf Wm. Hinweise auf Kommunengruppen [sic]. Bekämpfung u. Nachsicherung von K[ommunistische]P[artei]-Räumen; erst K[ommunistische]P[artei], dann Mauri“ (la punteggiatura e le integrazioni sono mie).
[102] Mario Giovana, Guerriglia e mondo contadino. I garibaldini nelle Langhe 1943-1945, Bologna, Cappelli, 1988.

Carlo Gentile, I servizi segreti tedeschi in Italia, 1943-1945 in Aa.Vv., (a cura di) Paolo Ferrari e di Alessandro Massignani, Conoscere il nemico. Apparati di intelligence e modelli culturali nella storia contemporanea, Franco Angeli Edizioni, 2010 

Il 12 settembre 1944 “Mauri” ordina alla brigata “Val Tanaro”, della IV divisione Alpina, di recarsi in Val Casotto in virtù degli sviluppi della guerra sul fronte occidentale e delle direttive del CMRP (Comitato Militare Regione Piemonte) del 27.8.44. Il giorno seguente vengono diramate nuove comunicazioni del CLNRP (Comitato di Liberazione Nazionale Regione Piemonte) per l'insurrezione.
[...] nella seconda metà di luglio, “Mauri” crea il Comando del 1° settore cuneese e delle Langhe, che comprende due divisioni alpine: la I, valli di Peveragno, Pesio, Ellero, Miroglio, Corsaglia; la II, Casotto, Mongia, Tanaro; e una divisione Langhe. Sotto questo comando non risultano esserci formazioni di partito, che vengono quindi escluse da questa zona, a meno che formazioni politiche che intendano operare in queste zone non si sottopongano come le altre al Comando del 1° settore. Il comando dichiara la sua esclusiva dipendenza dal CLN, e si specifica il carattere militare delle divisioni Alpine che fanno capo al Comando. All'interno di questo comando di settore, “Mauri” crea un ulteriore organismo, il comando del 1° GDA, composto inizialmente da circa tredici distaccamenti.
Giampaolo De Luca, Partigiani delle Langhe. Culture di banda e rapporti tra formazioni nella VI zona operativa piemontese, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Pisa, Anno Accademico 2012-2013

Negli ultimi giorni di gennaio [1945] in una meravigliosa giornata di sole (con noi c'era anche Rustida [Costante Brando] che coi suoi ci aveva nel frattempo raggiunto) andavamo verso Nasino [(SV)] senza nessuna meta particolare, quando vediamo venire verso di noi un uomo.
[...] Mi appartai con lui, che era latore di una lettera del Comandante della I^ Zona Liguria, una lettera di Curto [Nino Siccardi].
Prima di aprirla gli chiesi se ne conosceva il contenuto. «Parzialmente sì» mi rispose.
Gli dissi che quello che non conosceva non mi interessava, perché certamente sarebbero state parole poco lusinghiere per me.
Aggiunse che era certo che mi sbagliavo e iniziò a spiegarmi il perché della sua visita.
Il Comitato Liberazione Nazionale di Garessio (CN) e quello di Ormea (CN) avevano deliberato di dar vita ad una formazione Garibaldina Ligure-Piemontese che operasse nell'alta Val Tanaro e nell'alta Val d'Arroscia, nella quale far confluire tutti i giovani desiderosi di combattere contro i tedeschi e i fascisti, ma che per vari motivi non intendevano farlo nelle formazioni Autonome (che noi allora chiamavamo Badogliani, come loro ci chiama­vano Stelle Rosse).
Tradotto in pratica, tutto questo poteva voler dire che gli Autonomi non davano grande importanza al C.L.N. e che, per questo motivo, molto probabilmente, lo stesso aveva deciso di creare o di favorire la formazione di una Brigata garibaldina.
E proprio a me, che ero il «rompiballe» della I^ Zona Liguria, affidava la gatta da pelare.
Allora pensai a quanto mi aveva raccontato Italo Cordero [n.d.r.: in seguito autore di Ribelle: Esperienze di vita partigiana dalla Val Casotto alle Langhe, dalla Liguria alle colline torinesi, tipografia Fracchia, Mondovì, 1991], uno degli artefici della difesa della Val Casotto, quando per divergenze coi Comandi Autonomi s'era allontanato con sua moglie, rifugiandosi nel bosco di Rezzo [in provincia di Imperia].
Giuseppe Garibaldi (Fra Diavolo), Dalla Russia all'Arroscia. Ricordi del tempo di guerra, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, 1994 , p. 166

1 gennaio 1945 - Dal C.L.N. di Sanremo, prot. n° 173/CL, all'Ispettorato della I^ Zona Operativa Liguria - Relazione: "Il capitano Umberto [n.d.r.: Candido  Benassi, già comandante di una formazione partigiana denominata Brigata Alpina, operante tra Baiardo (IM) e Ceriana (IM), che, prima di venire sciolta intorno al 20 settembre 1944, aveva sporadicamente collaborato con i garibaldini e aveva anche momentaneamente incorporato Italo Calvino] starebbe costituendo un distaccamento da spostare in Piemonte per poterlo unire ai badogliani, ai quali comunicherebbe altresì l'esigenza di eliminare le formazioni garibaldine".
10 gennaio 1945 - Dal comando della Divisione "Silvio Bonfante" all'ispettore Simon [Carlo Farini, Ispettore Generale della I^ Zona Liguria] - Comunicazione circa la presunta cattura del comandante Mauri [n.d.r.: probabile riferimento, fatto, dati i tempi, in netto ritardo, all'arresto di Mauri da parte dei tedeschi avvenuto ai primi dell'agosto precedente nelle Langhe; sul ritorno in libertà del comandante badogliano esistono due versioni: fuga rocambolesca (memorie di Mauri stesso, riprese anche con questo articolo pochi mesi or sono da Patria Indipendente, rivista dell'ANPI) e trattativa con i teutonici con conseguente rilascio (come in Carlo Gentile, non solo in I crimini di guerra tedeschi in Italia (1943-1945), Einaudi, 2015, ma anche in vedere infra] "... giurata da Mauri una lotta feroce contro fascisti e garibaldini...
15 gennaio 1945 - Dalla II^ Divisione, Sezione S.I.M., al comando della II^ Divisione - Relazione generale, da cui si evince: che il comando tedesco aveva dato ordine agli industriali di vendere loro i macchinari o di renderli inservibili; che Mauri sarebbe stato rilasciato dai tedeschi e si era ripromesso una lotta feroce contro fascisti e garibaldini; che il generale della Divisione tedesca operante in zona era stato nominato Gauleiter di Ormea (CN), Ceva (CN), Mondovì (CN) e Cuneo; che erano transitati molti uomini dei Cacciatori degli Appennini [della Repubblica Sociale] in direzione di Albenga (SV) [...]
27 febbraio 1945 - Da Mimosa [Emilio Mascia di Sanremo, quadro della V^ Brigata S.A.P. "Giacomo Matteotti" della Divisione S.A.P. "Giacinto Menotti Serrati"] al comando della Divisione "Silvio Bonfante" - Avvisava che ad Alassio era stato visto il capitano Umberto [Candido Benassi], il quale aveva incitato loro uomini ad aggregarsi al Battaglione "San Remo" da lui formato per andare in Piemonte.
18 marzo 1945 - Dal comando della III^ Divisione "Alpi" a "Curto", comandante della I^ Zona Operativa Liguria - Scriveva che "in risposta alla richiesta di chiarimenti sull'uccisione dei due ex garibaldini "Lino Bruno" e "Gianni" si comunica che essi furono giustiziati su indicazione del tenente "Aldo" della I^ Zona prima che questi morisse eroicamente. "Aldo" aveva comunicato a questo comando che i due soggetti agivano in traffici illeciti ai danni dell'organizzazione partigiana: in dicembre, infatti, nel culmine del grande rastrellamento venivano sorpresi a gestire i loro traffici. Nel caso in cui sarà necessario fornire ulteriori informazioni queste verrano date dalla polizia giudiziaria divisionale. Per rafforzare la linea di reciproca collaborazione, che già da tempo  esiste, si auspica di avere nuovi fruttuosi contatti".
31 marzo 1945 - Dal comando della VI^ Divisione "Silvio Bonfante" al Comando della I^ Zona Operativa Liguria - Segnalazione circa "... atteggiamento ostile da parte delle Brigate Mauri nei confronti delle squadre della Divisione mandate ad operare in Val Tanaro... inviata una lettera a Mauri con cui si ricordava la comune causa di tutti i patrioti...".
16 aprile 1945 - Da "Boris" [Gustavo Berio, vice commissario della VI^ Divisione "Silvio Bonfante"] al comando della VI^ Divisione - Comunicava che ... 'in Val Tanaro i bandi di reclutamento di "Mauri" rimanevano inascoltati'.
18 aprile 1945 - Dal  comando della VI^ Divisione "Silvio Bonfante"  al comando della I^ Brigata "Silvano Belgrano" - Ordine di inviare una squadra presso Martinengo [Eraldo Hanau, comandante della 13^ Brigata 'autonoma' Val Tanaro del gruppo divisioni alpine guidato dal maggiore Enrico Martini 'Mauri'], con cui erano già stati presi accordi, per ritirare 250.000 colpi per mitragliatori St. Etienne.
da documenti Isrecim in Rocco Fava di Sanremo (IM), “La Resistenza nell’Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e della Storia Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945) - Tomo II, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998-1999

CARLI, CARLO, 20.05.1918 Imperia.
Aosta 3° corso, 1° dicembre 1941, alla Testafochi con il cap. Rasero ed il ten. Scagno (di essi serbo un ricordo meraviglioso!). Campo invernale ad Oropa. Sergente a Merano, Maja Bassa, con il col Martinoja ed il ten. Formato (poi caduto in Russia). Campo a Solda, rientro a Merano, quindi a Bassano. A fine giugno, per me fine del corso: appendicite, operato ad  Alessandria, un mese di convalescenza ed eccomi al 3° Alpini a Pinerolo dove rimasi all’addestramento reclute fino al drammatico 8 settembre 1943.
- Armistizio! Il Maresciallo Badoglio l’ha chiesto, il generale Eisenhower lo ha concesso: ma noi? Che siamo adesso noi, lasciati senza ordini? Che cosa siamo per i tedeschi ed i fascisti, che di ordini precisi sono ben forniti?
A queste domandine non proprio leggere risposi prendendo il treno delle 4.40 per Torino Lingotto - Ceva - Ormea e così, proseguendo sempre per vie secondarie a piedi e in bicicletta, arrivai a casa il 10.
Contattai un amico, che sapevo antifascista e Guardiamarina alla Capitaneria di Porto ad Imperia. Risposta: - Qui non è rimasto nessuno, ma le armi sì.
Lo raggiunsi con un furgoncino Balilla, presi moschetti, pistole, una mitragliatrice Breda con relative munizioni e portai il tutto in casa di amici in un paesetto della vallata. Questa fu la seconda risposta alle domandine di cui sopra.
Il 18 settembre uscì il bando di presentazione.
Carlo Verda (poi “Lucio”), sottotenente appena uscito da Bassano, altri due amici nelle mie condizioni ed io, zaini pieni di generi alimentari, prendemmo la via dei monti e ci sistemammo in un casolare. Ben presto la zona si riempì di “renitenti”, subito pressati da comunisti che li volevano “arruolare”. Io raggiunsi gli amici presso i quali avevo nascosto le armi e organizzammo un paio di bande (questo era il termine) di 25 uomini ciascuna raccogliendo i giovani che non intendevano unirsi ai Garibaldini.
A marzo [1944], constatando che la convivenza con le formazioni comuniste era difficile, cercai contatti con formazioni del basso Piemonte e là mi trasferii, alla V Div. Alpina, Brg Val Tanaro; era comandata dal “capitano Martinengo” (al secolo Eraldo Hanau) che dipendeva dal maggiore Enrico Martini “Mauri”, comandante di tutte le formazioni che operavano nelle Langhe.
Ebbi il comando di una “squadra” di 40 uomini. La valle che solitamente occupavamo era l’alta Val Tanaro, ma a volte, per sfuggire ai rastrellamenti, passavamo nelle contigue Val Casotto o Val d’Inferno. Il comando tedesco era al Grand Hotel Miramonti di Garessio, quindi le nostre azioni di disturbo e contrasto avvenivano sulla S.S. 28, che collega la provincia di Imperia con quella di Cuneo.
Un giorno mi venne consegnato un foglio:
ESERCITO ITALIANO NAZIONALE DI LIBERAZIONE
V Divisione alpina
XXX, 24.11.1944
Siamo autorizzati dalle competenti autorità militari a venire incontro alle richieste a suo tempo avanzate dai rappresentanti della provincia di Imperia.
Pertanto deleghiamo il Sig. Carli Carlo a concludere in forma definitiva, e quali saranno nella veste del C.L.N. gli esponenti delle masse rappresentate.
In forza di tale autorizzazione riconosciuta verranno appoggiati dalle Forze Armate dell’Esercito Italiano Nazionale di Liberazione.
Il Comandante della V Div. Alpina
Cap.. Martinengo
Il Rappresentante Militare
dell’Esercito It.Naz. di Liberazione
Dott. Sismondi

Lessi e rilessi. La località XXX era Viozene in Val Tanaro; il Dott. Sismondi era l’Ammiraglio Marenco di Moriondo, e fin qui ci arrivavo, ma il resto non brillava per chiarezza. Il cap. Martinengo mi spiegò che i tempi erano quelli, che la prudenza non era mai troppa e che, in sostanza, dovevo prendere contatti con il C.L.N. di Imperia al fine di costituire la Brigata Liguria dell’Esercito Italiano Nazionale di Liberazione.
Tale costituzione non avvenne: tutti i giovani erano “occupati”, o con i partigiani, o con i fascisti, o con la Todt, oppure “occupavano” qualche compiacente cantina. Sì, i tempi erano quelli.
A metà gennaio tornai al mio reparto, che un rastrellamento aveva fatto spostare in Val Casotto. Il 25 aprile, ultimo scontro con fascisti e tedeschi a Garessio, poi la Liberazione.
Partigiano Combattente. Croce al Merito di Guerra. Laureato in scienze economiche e commerciali, ora sono Presidente della Fratelli Carli, con sede ad Oneglia. Cominciai la ricostruzione dello stabilimento, distrutto dalla guerra, con i soli mezzi di famiglia, nel 1945, terminando nel 1950. L’azienda, fondata da mio padre nel 1911, era rimasta inattiva per otto anni ed io subito riavviai la produzione industriale puntando sull’alta qualità del prodotto e sulla vendita per corrispondenza. Ora, lasciatemelo dire, serviamo a domicilio con mezzi nostri settecentomila clienti. Dal 2002 l’azienda ha un prestigioso “Museo dell’Olivo”, ricco di storia e di preziosi cimeli archeologici, visitatissimo.
Sono Membro dell’Accademia Nazionale dell’Olivo, Cavaliere del Lavoro e Ragazzo di Aosta ’41, tessera n° 397. [...]
Redazione, A -Z, Ragazzi di Aosta ’41 

venerdì 24 dicembre 2021

L'alta Val Tanaro non deve essere un elemento di discordia tra partigiani

Uno scorcio di Alta Val Tanaro. Foto: Mauro Marchiani

[...] nel corso dell'estate del '44, nella fase di espansione del movimento, i comandi [garibaldini] di divisione tentano, laddove sia possibile, di occupare nuove aree. La linea di confine tra la Liguria e il Piemonte sembra essere la sede predestinata a questo genere di confronto. Nel luglio infatti, un'unità garibaldina guidata da un certo “Bartali”, «sedicente inviato dal Comitato Ligure di Liberazione Nazionale», aveva disarmato alcuni reparti della Val Tanaro. Il comitato politico e quello militare di Torino rispondevano alla denuncia fatta da “Mauri”, assicurando di non aver mai consentito a un passaggio della val Tanaro alle dipendenze del comitato ligure e, provvedendo a denunciare il fatto alle autorità centrali, lasciava il maggiore libero di «adottare quelle altre misure contingenti che risultassero indispensabili per il ripristino della situazione».
Giampaolo De Luca, Partigiani delle Langhe. Culture di banda e rapporti tra formazioni nella VI zona operativa piemontese, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Pisa, Anno Accademico 2012-2013 
 
Bartali, nome di battaglia di Giovanni Bortoluzzi, era già a capo a settembre 1943 di una prima banda di partigiani in Località Vadino di Albenga (SV); fu poi dirigente sapista in quella zona ed in seguito capo missione della Divisione “Silvio Bonfante” presso gli Alleati e vicecapo della Missione Alleata nella I^ Zona nei giorni della Liberazione.
Adriano Maini 
 
Un vero e proprio passaggio è quello che interessa il gruppo di Arturo Pelazza. Fino alla fine di settembre [1944], la banda, che opera nella zona intorno a Ormea, fa parte delle formazioni garibaldine dell'Imperiese, presumibilmente della Divisione “F. Cascione”. Da una comunicazione di “Mauri” a Ezio Aceto, comandante della IV divisione Alpi, si evince che Pelazza ha chiesto direttamente al secondo di poter entrare a far parte delle autonome. “Mauri” non ha nulla in contrario, ma, come nel caso di “Bacchetta” e di Montefinale, agisce con prudenza nei confronti dei comandi garibaldini. Gli uomini del Pelazza possono essere inquadrati purché dichiarino che intendono passare a far parte delle formazioni “Autonome” e abbiano il nullaosta del Comando Garibaldino. “Mauri”, che nello stesso periodo sta vivendo insieme le conseguenze della cattiva gestione della vicenda "Devic-Biondino", l'esplosione dei contrasti nell'Astigiano per il caso Scotti e l'inizio del dissidio con Cosa  per l'inquadramento delle loro brigate nelle formazioni autonome, sembra ormai aver adottato e accettato le disposizioni del comitato, rinunciando, almeno per il momento, alla creazione di un organismo fuori dai partiti del CLN. D'altra parte, il rapido procedere degli eventi crea un crescente fermento nelle formazioni partigiane del basso Piemonte [...] Nel corso dell'inverno i continui sbandamenti mettono in allarme i diversi gruppi, che vivono nascosti nei paesi di montagna per sfuggire ai rastrellamenti tedeschi. La situazione di tensione è riportata anche da episodi come quello che coinvolge “Primo” Rocca e reparti della II divisione Langhe. Questi ultimi, in seguito a un'azione compiuta dai tedeschi nella zona di Rocca, accorrono in suo aiuto. Qui però vengono accolti da un'imboscata compiuta dagli stessi garibaldini di Rocca, che nella confusione, temendo un ritorno dei tedeschi, avevano scambiato i reparti autonomi per nemici. <795
Nel mese di novembre, “Mauri” e i suoi sono costretti a rifugiarsi nella zona della VI divisione Garibaldi, non ancora colpita direttamente dai rastrellamenti. Qui affluiscono anche sbandati dalla Liguria e da Asti, già raggiunte dalle operazioni tedesche. <796 Dopo pochi giorni i partigiani radunati a Feisoglio, sede del comando della VI divisione, sono costretti a rifugiarsi altrove.
[NOTE]
795 La sera del 5 dicembre, sulla strada che Canelli-Nizza, una pattuglia del reparto della II divisione «viene investita da raffiche di sten operate da un posto di blocco garibaldino […] senza che fossero richiesti la parola d'ordine e intimato il chi va là». Nello scontro muore purtroppo un partigiano autonomo e viene ferito gravemente il padre di “Poli”, “Appendice all'attività svolta dalla II^ divisione Langhe nel mese di dicembre 1944 (azioni non comprese nella precedente relazione)”, f.to “Mauri”, in AISRP, B 45 b
796 Garibaldini provenienti dalla Liguria: «Nella Valle Bormida sono pure giunti centosessanta garibaldini della 5ª brigata ligure con parte del Comando. Anche loro hanno subito forti attacchi ed hanno dovuto sganciarsi. Abbiamo provveduto per quanto loro abbisogna, viveri e alloggiamenti, resta però inteso che appena la situazione lo permette ritorneranno alle loro basi», “Cari compagni”, 11.12.44 in C. Pavone (a cura di), Le Brigate Garibaldi, Vol. III, cit., doc. 482 “Il commissario politico della 6ª divisione Langhe, Remo, alla Delegazione per il Piemonte”, p. 57

Giampaolo De Luca, Op. cit. 
 
19 aprile 1945 - Dal Comando [comandante Curto Nino Siccardi] della I^ Zona Operativa Liguria al comandante Martinengo [Eraldo Hanau, della Brigata 'autonoma' Val Tanaro della IV^ Divisione Alpi del Iº Gruppo Divisioni Alpine 'autonome' che facevano riferimento al maggiore Enrico Martini 'Mauri'] -  Si rispondeva ad una comunicazione affermando che "l'offerta delle munizioni per i St. Etienne è la più bella dimostrazione dello spirito di collaborazione e amicizia che ci lega e che deve essere sempre più perfezionato. L'alta Val Tanaro non deve essere un elemento di discordia, ma il campo per la lotta comune per poi ricostruire insieme la pace".
19 aprile 1945 - Dal Comando della I^ Zona Operativa Liguria al comandante della IV^ Divisione  'autonoma' Alpi - Venivano affrontati diversi aspetti. Che il capitano Bentley [n.d.r.: Robert Bentley del SOE, ufficiale alleato di collegamento con il comando partigiano della I^ Zona Operativa Liguria] aveva richiesto le armi nascoste a Viozene. Che le armi, anche se recuperate, non erano mai state consegnate al richiedente. Che non era veritiera l'affermazione del "maggiore" secondo la quale "disposizioni superiori stabiliscono che tutto il Piemonte è di giurisdizione dei gruppi 'Mauri'. Che le suddivisioni amministrative non risultavano attendibili quanto "la demarcazione fisica" rappresentata dalle Alpi. Che tutta la zona a sud delle Alpi era indispensabile alle formazioni Garibaldi per poter difendere l'Alta Val Tanaro. Che nella Val Tanaro le richiamate organizzazioni autonome non avevano organici sufficienti per procedere ad un'adeguata occupazione del territorio. Che di conseguenza lo scrivente comando della I^ Zona aveva deciso di fare agire alcune sue strutture nella zona di Garessio-Ormea-Ponti di Nava. Che prendeva nota del desiderio di collaborare fraternamente nella lotta. Che il capitano Bentley era già addivenuto tramite incontro ad un accordo con la missione inglese presso le formazioni 'Mauri' per ottenere una proficua collaborazione più generale.
19 aprile 1945 - Dal Comando [comandante Curto Nino Siccardi] della I^ Zona Operativa Liguria al comando della VI^ Divisione d'assalto Garibaldi "Silvio Bonfante" - Segnalava che aveva stabilito di inviare presso le formazioni 'Mauri'  un ufficiale di collegamento, pensando di conferire tale incarico a Giovanni 'Gino' Fossati, comandante della II^ Brigata "Nino Berio", da sostituire con Giacomo 'Basco' Ardissone o "altro elemento capace".
23 aprile 1945 - Dal comando della I^ Brigata "Silvano Belgrano" al comando della VI^ Divisione "Silvio Bonfante" - Comunicava che "data la particolare situazione creatasi ad Oneglia e lungo la strada n° 28 la squadra partita per ritirare le munizioni presso 'Martinengo' [Eraldo Hanau, comandante della 13^ Brigata 'autonoma' Val Tanaro del gruppo divisioni alpine guidato dal maggiore Enrico Martini 'Mauri'] non ha potuto effettuare l'azione".
1 maggio 1945 - Dal comando della IV^ Brigata "Domenico Arnera" della VI^ Divisione "Silvio Bonfante" al comando della IV^ Divisione Autonoma "Alpi" - Comunicava che i Distaccamenti della IV^ Brigata "Domenico Arnera" sarebbero rimasti per ordine del comando della VI^ Divisione in Alta Val Tanaro finché il Comando Unificato non avesse disposto altrimenti, criticava il termine "arbitrariamente", aggiungeva che l'Italia era finalmente libera per cui era naturale che formazioni partigiane di diversa estrazione collaborassero nella stessa zona, ricordava che le formazioni partigiane [secondo gli autonomi, quelle garibaldine] "arbitrariamente" presenti in Val Tanaro erano quelle che avevano provocato maggiori danni ai nemici, rimarcava che un Distaccamento della IV^ Divisione Autonoma "Alpi", stanziata a Nava, intendeva comandare in Alta Valle Arroscia [zona di competenza dei garibaldini].
da documenti Isrecim in Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell'Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e della Storia Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945), Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998-1999 
 
Verda Francesco "Franco", nato a Pieve di Teco il 26.12.1924
Contadino, riceve la cartolina di precetto per partire militare il 5.8.43. Convalescente nell'ospedale di Pieve, non si presenta e viene considerato disertore.
Nascosto nella carbonaia dell'ospedale da una suora, sfugge all'arresto da parte dei tedeschi e, appena rimessosi in salute si rifugia con altri giovani ai casoni di Tetti Parodo, sulle alture della zona.
Da qui passa con altri a Viozene, dove c'è un gruppo di partigiani "badogliani", e poi in Val Pennavaira.
In seguito all'arresto del padre ed alla sua carcerazione nel penitenziario di Oneglia, si presenta al reparto T.O.D.T. di Albenga, e viene impiegato nella costruzione delle fortificazioni costiere.
Fuggirà definitivamente in montagna ai primi del 1944 in seguito a minacce di superiori che ne sospettavano le simpatie per i patrioti.
Dal 15 maggio al 10 ottobre 1944 farà parte delle formazioni autonome "Martinengo", nella Divisione "Mauri", brigata "Val Tanaro".
Passa quindi alla Divisione Garibaldi "Silvio Bonfante", II^ Brigata "Nino Berio" comandata da "Basco" Giacomo Ardissone.
Partigiano combattente, dal gennaio 1945 sarà Commissario e poi Comandante di una Squadra stanziata a Castelbianco, da dove controlla le attività antipartigiane di tedeschi e fascisti.
Partecipa costantemente alle attività militari nella sua zona operativa fino alla liberazione, quando scenderà con gli altri ad Albenga.
Vittorio Detassis

domenica 3 ottobre 2021

Noi (garibaldini) in Liguria avremmo trovato una situazione difficile

Monte Mongioie - Fonte: Mapio.net

Cessata l'incertezza estenuante, i giorni passano più rapidi, l'avvenire sembra migliore. L'equipaggiamento delle bande prosegue rapido, i debiti salgono a cifre iperboliche. Le bande rimaste in Liguria riescono, non so come, a  procurarsi  munizioni per mitraglia: Mancen [Massimo Gismondi] abbraccia la staffetta che porta la notizia: «Mi ridai la vita! - gli grida -. Potremo riprendere a batterci, potremo picchiare come prima!».
Il 6 novembre [1944] partono i primi distaccamenti, il 13 partono Mancen col «Garbagnati», il «Catter», la banda di Fra' Diavolo: vanno nella zona di Capraùna ad oriente della «28».
I giorni seguenti partono il comando della Cascione, metà del comando I Brigata, a poco a poco tutte le bande lasciano la Val Corsaglia. Gli ultimi rimasti con l'intendenza e la cucina intensificano una super alimentazione a base di  bistecche di maiale, lardo, uova, castagne, pasta asciutta e pane bianco.
Il 14 partono su un mulo ed un cavallo Carlo e Scrivano ormai rimessi in forza: faranno la via più lunga per Pra e Val Casotto perché solo per lì si può passare ormai a cavallo.
Il 15 parto anch'io con gli ultimi componenti del comando I  Brigata.
A Fontane rimane Aldo con parte dell'intendenza per pagare gli ultimi debiti o conservare la speranza che li pagheremo. Rimane anche ad organizzare il trasporto di viveri ed equipaggiamento, perché le bande rimaste e tornate in Liguria avranno ancora bisogno di rifornimenti. Rimangono anche le famiglie di Cion, Mancen perché in Liguria sono troppo conosciute, rimane il Rosso e qualche altro ammalato, qualcuno che ne approfitta per passare con i badogliani, pochi perché il grande rastrellamento pare sempre più probabile e da parecchi giorni siamo in allarme perché i badogliani di Val Ellero, dopo violenti scontri, sono stati ricacciati in Val Corsaglia.
Partiamo alle otto e trenta del 15, il freddo è intenso, un leggero strato di neve caduto durante la notte copre la strada: faremo ancora una volta la via del Mongioie, la più dura ma forse anche la più breve. Rifacciamo ancora una volta il percorso ormai noto, sarà l'ultima o dovremo ancora passare in senso inverso queste montagne nevose? Probabilmente no, questa volta tornando in Liguria il clima ci spingerà verso la costa ed una seconda ritirata verso il Piemonte ci sarà preclusa dalla molta distanza e dalle gravi difficoltà. Che faremo se saremo attaccati? Terremo duro sul posto o ci disperderemo. Una cosa è sicura: l'epoca delle grandi ritirate, degli spostamenti in massa è tramontata per sempre.
Percorriamo il primo tratto di strada in lieve pendio, poi la marcia rallenta: attacchiamo la salita del Mongioie.
Torniamo in Liguria. Forse fra poco anche a Fontane ci sarà rastrellamento, gli ultimi giorni sono stati un continuo allarme, i tedeschi hanno attaccato anche Frabosa. È evidente che anche il sistema di non disturbare il nemico a lungo  andare non serve: i concentramenti di truppe nella zona Cuneo-Mondovì indicano chiaramente che l'ora della Val Corsaglia non è lontana. A meno che la minaccia non sia diretta contro Alba e le Langhe che in ottobre Mauri ha occupato in collaborazione con i garibaldini e i G.L.
Avevo letto la «Stella Tricolore», il giornale dei garibaldini, parlava della liberazione delle Langhe: il presidio fascista di Alba, la città più importante, aveva trattato la resa ed era stato lasciato libero di andarsene.  
«È stata una eccezione ai nostri metodi, affermava la «Stella Tricolore», ma abbiamo accettato in omaggio al comando unico».
Il nemico aveva contrattaccato ma era stato respinto: «Non è una delle solite puntate», affermava il nostro giornale: «Alba sarà difesa ad oltranza».
Per Mauri e per la Barbato era l'apogeo come lo era stato per noi il periodo di Garessio e forse più, perché avevano una organizzazione che a noi allora mancava, avevano lanci alleati, una dovizia di mezzi che a noi pareva irreale. Per Mauri tenere Alba era oltre che questione di prestigio, la possibilità di rimanere forte ed organizzato per tutto l'inverno, di evitare lo sbandamento che aveva semidistrutto altre formazioni. Per i tedeschi Alba era un nodo stradale  importante, i partigiani una minaccia troppo forte, le forze si ammassavano da ogni parte, l'urto era fatale, inevitabile. Noi in Liguria avremmo trovato una situazione difficile, ma anche in Piemonte l'avvenire non era sereno. In realtà l'attacco ad Alba era già cominciato e la città era caduta il 2 novembre, ma io allora lo ignoravo.
Marciavamo lentamente, in fila, in salita. Lo zaino pesante per l'equipaggiamento invernale, le due coperte che son riuscito a trovare, grava sulle spalle, la neve è alta, i piedi sprofondano ad ogni passo, intorno, da ogni parte abeti scuri, rocce grige, neve e ghiaccio abbaglianti.
La salita è dura, il fiato groso, una lunga fila di uomini serpeggia lungo il pendio: sono i comandi della I e della V Brigata, parte del Comando Divisionale, qualche banda della V Brigata.
Le recenti nevicate ed il gelo degli ultimi giorni hanno modificato radicalmente il paesaggio; abbiamo percorso l'ultima volta la vallata con i feriti sotto la pioggia, ora il tempo è sereno ma stentiamo a riconoscere la zona.
Dove prima era il sentiero fangoso ora è neve e ghiaccio, dove era il pendio erboso o ghiaione è neve bianca, dove scrosciava il torrente è ghiaccio lucente. Più volte dobbiamo lasciare il sentiero che lo stillicidio di qualche fonte ha trasformato in pendio ghiacciato; camminiamo allora di fianco, fuori strada, sprofondando fino al ginocchio, fino alle anche perché il vento ha accumulato la neve tra i massi del torrente coprendo buche e avvallamenti.
Siamo partiti alle otto e trenta, alle dodici giungiamo dove un mese prima cominciava il nevaio, lì il torrente ha formato un piazzale di ghiaccio: sostiamo, pranziamo: due pagnotte ed un po' di neve. Ci sarebbe anche del salame, ma lo  hanno quelli che sono dall'altra parte del ghiaccio, cominciamo ad essere stanchi e piuttosto che riattraversare quel tratto sdrucciolevole preferiamo fare a meno del salame.
Quante ore ci vorranno ancora per arrivare nell'altro versante? Come sarà la neve più in su? Con uno sforzo ci rimettiamo in piedi: ripartiamo, un po' più lenti. Il cammino è aspro e duro, entriamo ormai nel massiccio del Mongioie, nella zona senz'alberi né pascoli, solo cime brulle e neve. Davanti, più in alto, turbini di nevischio acciecante passano come nubi sul cielo azzurro sollevati dal vento delle cime.
Fra quante ore saremo lassù?
Proseguiamo sempre più penosamente, con soste sempre più frequenti: la zona non è più che un vasto nevaio in ripido pendio, qua e là qualche roccia affiorante, intorno fanno cornice i massicci del Pizzo d'Ormea e del Mongioie.
Sul vasto nevaio soffia a raffiche il vento invernale. I partigiani si fermano, io e qualche altro abbiamo passamontagna che ho fatto fare con la mia vecchia coperta, ho anche guanti e copriguanti; gli altri difendono il volto col braccio dalle miriadi di cristallini ghiacciati che passano col vento. Cessata la raffica proseguiamo, ci arrestiamo ancora quando il vento riprende, poi ancora avanti. Dopo un po' ci abituiamo anche al turbine, chiudiamo solo un po'  gli occhi continuando a marciare. Le barbe ed i capelli si riempiono di ghiaccioli che il calore della marcia fonde ben presto.
La colonna sale sempre sempre più lunga e più distanziata. Avanti ancora, il sentiero, la pista passa ora ai piedi di un roccione al riparo dal vento, in ombra.
È qui che in ottobre, il 24, abbiamo dovuto incidere i gradini nel ghiaccio per far passare la barella.
Ci asciughiamo il volto col fazzoletto e poi su ché a fermarsi all'ombra fa freddo. Siamo passati un mese fa in questi luoghi col buio, con i vestiti leggeri e le scarpe rotte. Che sarebbe stato se avessimo dovuto farlo ora con tanta neve, di notte? Pensiamo con sgomento ai nostri compagni rimasti in Piemonte, se il rastrellamento li spingerà in queste zone quale sarà la loro sorte?
Alle tre e trenta giungiamo sul valico: il Bocchino d'Aseo. Gli ultimni duecento metri hanno richiesto più di mezz'ora perché ormai siamo esausti. Ora però innanzi a noi è la discesa.
Sul valico al sole ci fermiamo qualche minuto: di fronte a noi è di nuovo la Liguria, le nostre montagne, il paesaggio dai nomi noti. L'aria fredda, limpida; lo sguardo abbraccia una zona vastissima, anche lì è nevicato molto, tutte le cime sino al Saccarello sono ormai bianche sino alle falde, verso ponente tutta la catena della Val Roja è coperta di neve, lo stradone Tanarello-Limone pare un sottile filo nero in tanto bianco. Come è lontano quel giorno di agosto in cui con gli uomini di Umberto vi ero passato per attaccare Limonetto!
Scendiamo, il pendio è anche qui ripido. La neve ha coperto ogni cosa. Seguiamo le orme di quelli che sono già passati perché non c'è altra pista segnata. La discesa è ripida, unica fatica è mantenere l'equilibrio chè spesso la neve manca sotto i piedi. In molti punti costeggiamo burroni a picco, i piedi costretti in uno spazio ristretto hanno scavato una specie di canale attraverso la neve alta. È necessario allora chinarsi e strisciare sulla neve frenando continuamente con le mani e col corpo; rimanendo ritti e  perdendo  l'equilibrio si  finirebbe giù nel­l'abisso dove finì lo zaino del sarto austriaco quel giorno. Nei punti più diffici scendiamo uno alla volta, distanziati perché la caduta di uno non trascini anche gli altri o il soverchio peso non provochi una valanga ché non sappiamo quanto sia alta la neve né se sotto di noi ci sia roccia o vuoto.
È evidente che il passo del Bocchino non è più transitabile coi muli e che di notte o con la nebbia anche per gli uomini non sarebbe prudente passarvi. Continuiamo a marciare mentre il sole volge al tramonto. La strada è lunga, sembra eterna, la neve a poco a poco diminuisce, il pendio è meno ripido, in basso si comincia a vedere Viozène, Pian Rosso: in giù la neve non si è fermata; fra poco saremo all'asciutto e attenderemo i compagni che, come puntini neri, vediamo muoversi lassù dove la neve è ancora illuminata dal sole.
Quando troviamo la strada sul terreno senza neve ci sediamo per riposarci ed attendere.
Gino Glorio (Magnesia), Alpi Marittime 1943-45. Diario di un partigiano - II parte, Nuova Editrice Genovese, 1980, pp. 28-31

8 novembre 1944 - Il patriota ucciso ho saputo che è di Acquetico e che si chiama Luciano. I due assassini sono passati questa mattina alle 9,30 dalla Paperera ed hanno chiesto indicazioni per arrivare a Testico. L'Avv.to Bruna, giunto da Albenga stamattina, mi ha confermato che, lungo la fascia costiera, esiste effettivamente un forte movimento di tedeschi che si dirigono verso Genova. Ore 4 pomeridiane: hanno portato in Pieve uno degli autori dell'aggressione di ieri, ed è pure lui di Acquetico. Era ammanettato e l'hanno portato in Municipio, ove subì un lungo interrogatorio. Nel pomeriggio è stato pubblicato un manifesto nel quale si invita la popolazione a non fare né commenti né congetture, perché presto anche il secondo assassino sarà identificato e catturato e ambedue subiranno il castigo che meritano.
9 novembre 1944 - Questa mattina si sono svolti i funerali del patriota ucciso ieri - Oltre a molta gente del paese vi era pure un gruppo di partigiani, con il loro comandante Osvaldo Contestabile di Pornassio - Nel Cimitero hanno salutato la salma con un ricordo funebre commosso, e una salva di moschetti. L'ombrellaio di Pieve e Biga, giunti or ora da Mondovì, ove si sono recati per rifornirsi di generi alimentari, dicono che da Mondovì a Ormea si nota un movimento veramente impressionante di Alpini (Monte Rosa) e Granatieri repubblichini i quali non molestano affatto i viandanti, anzi nelle salite più di una volta li hanno aiutati a spingere il loro carretto.
10 novembre 1944 - Da ieri si verifica anche un insolito movimento di patrioti che, scendendo da Nava, s'avviano verso il mare. Anche questa notte son passate alcune bande ben armate -  Avevano pure due mortai e cinque muli.
11 novembre 1944 - È mezzogiorno e, fino a questo momento, non vi è nulla da segnalare. Il caso è assai strano, essendo giorno di sabato che, per lo più, non passa mai inosservato - I giorni di marca sono sempre stati il sabato e la domenica. Il Commissario del Comune, giunto testè da Oneglia, informa che domani o lunedì arriveranno a Pieve 200 tedeschi per la ricostruzione dei ponti Saponiera e Gadè -, lavoro che vogliono ultimare in nove giorni. Dice di rimanere tranquilli perché non molesteranno la popolazione civile - Ciò farebbe piacere se non vi fosse la paura che i partigiani non tentino qualche azione imprudente e solo apportatrice di rappresaglia verso la popolazione civile.
12 novembre 1944 - Magaglio il cementista, venuto da Ormea, racconta che i partigiani ieri hanno nuovamente fatto saltare il ponte ricostruito dai Tedeschi a Ponte di Nava, sicché tutti gli abitanti, che erano oltre il fiume (che è in piena), per potersene tornare a casa, sono stati costretti a fare il giro da Cantarana, con tutto il bestiame appresso. In Castelvecchio [di Imperia] i tedeschi hanno invaso la casa dei pompieri, asportando ogni cosa. Hanno pure preso il comandante Arnaldo Brignacca che però, giunti a Diano Marina, lasciarono andare libero. Mio figlio, passando per il colle d'Armo, è giunto ieri sera da Ormea con un carico di 26 chili di generi alimentari. I patrioti ci hanno assicurato che, durante la ricostruzione dei ponti, non avrebbero fatto veruna azione contro i tedeschi. Tale dichiarazione fu per tutti di grande sollievo.
13 novembre 1944 - Contrariamente alle assicurazioni che nessun civile sarebbe stato molestato per le riparazioni ai ponti, questa mattina all'alba, cioè alle ore 7 il «lancia grida» ci informa che: «Per ordine del comando tedesco, tutti gli uomini dai 16 ai 60 anni, alle otto e mezza di stamattina, debbono trovarsi al ponte Paperera per opportuni lavori». I tedeschi sono giunti ieri sera ed hanno pernottato a Muzio, invadendo la mia casa -  (Come al solito). Oggi però si sono trasferiti a Pieve
Nino Barli, Vicende di guerra partigiana. Diario 1943-1945, Valli Arroscia e Tanaro, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, tip. Dominici Imperia, 1994
 

giovedì 4 febbraio 2021

Vive Vittò e Garibaldini

Uno scorcio di Pigna (IM)

Il 28 settembre [1944] giunse a Pigna un gruppo di militari alleati provenienti da Ormea, composto dai capitani Michael Lees e Geoff Long, dal corrispondente di guerra Paul Morton e da sette prigiginieri di guerra: tre aviatori dell'USAF e quattro inglesi. Erano accompagnati dalle guide Andrea Micheletti "Tarzan", Luigi Mondino "Valter", Aldo Clerico e Maccalli, incaricate dal capitano Cosa di scortare l'insieme, al quale si unirono l'avvocato Astengo, il professor Bessone e il radiotelegrafista Secondo Balestri "Biagio".
Lees e Long erano membri del servizio informazioni britannico (Special Force n. 1), facevano parte della «Missione Flap» e, in precedenza, erano stati paracadutati in Piemonte per raccogliere informazioni sulle forze partigiane, sul loro orientamento politico, sulla consistenza e la dislocazione delle truppe tedesche.
Paul Morton era invece un corrispondente di guerra canadese del «Toronto Star» paracadutato anch'egli, ma con il preciso compito di scrivere reportage sull'attività partigiana.
Il gruppo sostò a Pigna quella notte e il mattino seguente si frazionò: Lees con Fred Dobson e le due guide italiane si rimisero in cammino per cercare il punto più agevole per oltrepassare le linee nemiche; gli altri si fermarono in paese, dove furono rifocillati e poterono riposare per alcuni giorni.
Lees e Dobson, insieme ai tre italiani aggregati al gruppo, avrebbero tentato di passare da Fanghetto o da Olivetta San Michele, in realtà seguirono il percorso monte Pozzo, Torri, Grammondo; in caso d'insuccesso fu raccomandato, a chi restò, di provare più a nord verso il colle di Tenda.
Il comandante "Leo" [Stefano Carabalona] informò i rimanenti che, servendosi dell'organizzazione partigiana «Gruppo sbarchi», avrebbero potuto raggiungere in barca il Principato di Monaco.
I quattro ex prigionieri, accompagnati dalla guida Nino, partirono il 30 settembre, optando per la seconda soluzione indicata da Lees. Morton, Long, il sergente Bob la Roche dell'USA Air Force e William Mc Clelland delle guardie scozzesi, rimasero a Pigna per alcuni giorni.
La guida, Pierino Loi, tornò portando la notizia che una barca li attendeva a Ventimiglia. Assieme ai quattro militari lasciò il paese all'imbrunire e, dopo quattro ore di marcia, raggiunse Rocchetta Nervina, località che lasciò a notte fonda; l'alba colse il gruppo alla periferia di Ventimiglia. Qui incontrarono il figlio del proprietario dell'imbarcazione il quale diede precise informazioni sulle posizioni tedesche e indicò il percorso cittadino da seguire.
Paolo Veziano, L'ultima tappa della Missione Flap in La libera Repubblica di Pigna. Parentesi di democrazia (29 agosto 1944 - 8 ottobre 1944) (a cura di Paolo Veziano con il contributo di Giorgio Caudano e di Graziano Mamone), Comune di Pigna, IsrecIm, Fusta Editore, 2020, pp. 141,142

Rosina (Luciano Mannini) racconta: "Il servizio di informazioni militari, esplicato dalla missione «Leo» in Italia con i comandi alleati, ebbe inizio alla fine del settembre 1944, con l’arrivo nella zona della V^ Brigata [d’Assalto Garibaldi "Luigi Nuvoloni"] di ufficiali americani ed inglesi giunti attraverso i passi montani dal Piemonte, ove erano stati paracadutati […] Il capitano Leo [Stefano Carabalona], attestato allora a Pigna, comandante del distaccamento che li ospitava e che provvide in seguito a farli condurre - parte attraverso i valichi alpini e parte via mare - in Francia, stabilì col capo della missione alleata [Missione Flap] i primi accordi che dovevano condurre alla formazione di un gruppo specializzato che collegasse, per mezzo di una rete segreta, la nostra zona a quella occupata dagli alleati e fungesse da centro di raccoglimento e di smistamento di notizie militari e politiche interessanti la lotta".
Mario Mascia, L’Epopea dell’Esercito Scalzo, Ed. ALIS, 1946, ristampa del 1975 a cura di IsrecIm

Approfittammo della tregua per porre in salvo la missione alleata, la quale venne accompagnata fino ad un punto di ritrovo in prossimità del fronte germanico, ove le staffette già predisposte avrebbero dovuto guidarla attraverso le linee nemiche, fino alla terra di Francia. Come fummo in seguito informati dal comando alleato l’operazione venne ef­fettuata con pieno successo e senza la perdita di un sol uomo... Doria [Fragola Doria, Armando Izzo, capo di Stato Maggiore della V^ Brigata, da dicembre 1944 comandante della V^ Brigata] in Mario Mascia, Op. cit.

Un giorno mi fu ordinato di sorvegliare la strada per Pigna perché dovevano scendere dei partigiani, forse perché accompagnavano ufficiali alleati. Mi lasciarono sul ponte del Nervia al bivio per Rocchetta [Nervina (IM)] con due pecore e due capre per fingermi pastore al pascolo. Tutto andò bene, solo che alla sera le bestie non volevano saperne di ritornare al paese. Anche altre volte usai lo stesso stratagemma del pastore per visionare luoghi e sentieri e tracciare così percorsi alternativi per eludere i tanti posti di controllo fascisti.
Dopo quella avventura, Girò [Pietro Gerolamo Marcenaro] mi disse che occorreva mandare dei partigiani dagli alleati nella Francia liberata per stabilire rapporti e trasportare armi per i garibaldini. Come? Di notte, con un gozzo, remando da Vallecrosia a Monaco.
Ampelio "Elio" Bregliano, in Giuseppe Mac Fiorucci, Gruppo Sbarchi Vallecrosia, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia < Comune di Vallecrosia (IM) - Provincia di Imperia - Associazione Culturale "Il Ponte" di Vallecrosia (IM)>, 2007 

Nella redazione del suo giornale a Toronto, i colleghi non ci credevano più a questo Morton, corrispondente di guerra un po' strambo e contaballe; - ma va a ramengo -,  gli dicevano annoiati. Il fatto è che sì, d'accordo, spirito d'avventura e guadagnare bene; ma fino a un certo punto.
Poi però, la pelle giocarsela a quel modo da lunatico, non gli pareva vero ai suoi colleghi del giornale canadese.
- Basta così - gli dicevano, - basta prenderci per le braghe e insistere, eppoi pretendere ancora che va bene così.
Volevano che la finisse sto corrispondente del piffero, troppo esaltato; e che andasse a portare le sue chiappe ancora più distante dal Canadà, per raccontare come si fa la guerra a modo suo, ma da lontano.
- Adesso ci ha imbidonati assai con tutte queste balle che scrive dall'Europa per l'America, basta così.
Invece no, il corrispondente di guerra Morton, proveniente da Toronto, niente impostura; ma semplice disguido, le cose le vuole scrivere come gli capitano quando, anziché in Jugoslavia come convenuto - ma fa lo stesso, che t'importa? - lo paracadutarono in Piemonte.
Scese al buio, portandosi pressappoco tutto l'occorrente dei commandos, e il fabbisogno suo personale.
Anche lì, nell'alta Italia, c'era guerriglia buona ugualmente si capisce per il suo mestiere; e allora niente da dire va bene così, tanto è lostesso; lui però, nella fretta non ci pensò a spiegarlo di volta in volta negli articoli che i posti sì, erano diversi; ma ciononostante, il mittente era d'accordo nell'interesse della cronaca.
Così, cominciò, a scrivere solo delle faccende italiane come capitavano, trascurando il maresciallo Tito; scriveva che era uguale dappertutto; e seguitava sempre sul serio, spiegando ste facçende proprio giuste come le vedeva, per guadagnarsi la paga onestamente all'avventura da una parte all'altra nella guerriglia, girando sempre.
Nelle Langhe con quelli di Mauri, ci girò subito alla va là che vai bene, come gli piaceva, curiosando sempre meglio per pratica di articoli a modo suo.
Poi, passò di qua in Liguria, perché si stava un po' annoiando a far flanella coi badogliani nella pianura monotona, coi nazifascisti in retrovia; così, gli avevano spiegato come qualmente di qua in Liguria è ancora meglio altroché, se vuole scrivere dei ribelli come succede; che di più non si può, in agitazione permanente.
Andando, gli dissero delle altre cose ancora più precise, quando lo aggregarono a quelli della missione alleata che dovevano passare in Francia, sconfinando dalla riviera sotto le Alpi Marittime, proprio dalle parti di Pigna.
Quando arrivarono nei paraggi dei garibaldini, proprio vicino al comando, Simon [Carlo Farini] lo venne a sapere; e nell'imprevisto, ci volle tentare; chissà se ci riusciva.
Si capisce che nella stella rossa, anche se adesso si chiamano garibaldini, i ribelli non sono propriamente badogliani: ma porca la miseria, vengano a vedere.
E ci vengano sul serio a prendersene una visione, se non è vero che è tutto funzionante in regola, con tutte le cose a posto per la guerriglia come va fatta. Epperciò a Piaggia, davanti al casone del comando, per fargli vedere proprio sul serio le cose tutte precise e a posto, ci mise persino i russi sull'attenti; che loro ci stavano sempre, lì fermi e ubbidienti, a montare la guardia come dei bacicciolli.
Così, quando questi gabibbi della missione alleata, eccoti che arrivano tutti spidocchiati, fumando il tabacco alla melassa che avevano, i russi gli fanno il saluto militare, sbattendo i tacchi in un colpo solo; invece tutti intorno, staffette scrivani cambusieri conducenti e informatori, ci si fanno l'idea di tutta quella roba buona vedendosela passare sotto il naso; che gli avrebbe fatto proprio di bisogno.
Così, cominciano a barbottare a denti stretti, e di su e di giù e di chi ce l'ha la roba e di chi non ce l'ha; essendo tutta una gran porcata che bisogna mandarli al caracco, dicono, con tutti i sentimenti, altro che balle.
62. Difatti macché, manco parlarne; la remenarono per chissà quanto tempo, perché volevano vederci meglio e di qua e di là e di su e di giù, prima di decidersi se dargliela la roba, sì o no.
Erano incerti se dargliela anche a questi qui, la radio trasmittente per trafficare lanci aerei di armi automatiche e roba buona, come coi badogliani; e dissero chissà.
Tu non ci puoi discutere se hai le balle in giostra e la rabbia di continuo nel discorso, essendo che i lanci porco mondo servono nell'interesse generale della impresa; tu non ci puoi discutere, per farcela capire che la causa è uguale; epperciò i lanci bisogna farceli anche a questi qui, che però sono garibaldini, non badogliani; o altrimenti li schiacciano come vermi.
Ma loro diffidenti, non vogliono saperne di decidersi, dicendotelo in cortesia; e va bene.
Tu allora però, glielo dici brutale, che è una porcata bella e buona; glielo dici a modo tuo come sai, basta farti capire senza tanti preamboli; che vadano in malora brutto mondo schifo, e si tolgano di lì.
Glielo dici alzando un po' la voce, come qualmente adesso lo hanno visto proprio bene il comando come funziona e la guerriglia pure, come la fanno; cosicché il tafanario se lo tolgano via di lì e se lo portino subito di là, sulla promenade a Nizza, insieme con le staffette che gliele danno gratis; e così gli insegnano anche la strada giusta, per fare più presto.
Passando da Pigna però, questi ufficiali francoanglocanadesi devono fermarsi per le cannonate; e lui il giornalista di Toronto stavolta anche se si sforza, l'articolo non sa proprio come scriverlo.
Non può mica spiegarglielo nell'articolo ai lettori del «Toronto star» come succede a quel modo, così vicino al fronte degli eserciti regolari, quest'altra guerra che la fanno la gente dei paesi, e non gliene importa un fico dei generali; come succede voglio dire, che ci siano questi uomini sbrindellati tutti incarogniti, che sparano a modo loro.
Non è capace a spiegarglielo, facendosi capire così da distante, come fanno questi qui a fare la guerra, anche contro l'artiglieria che gli spara da tutte le parti con tutti i calibri.
È impossibile farglielo capire, che a fare così glielo insegna all'atto pratico uno di loro che non ha manco i gradi da caporale; è inutile porcomondo riprovarci, principiando sempre da capo a scrivere l'articolo; lui lo sa.
Non si può assolutamente spiegare ai canadesi, come fa uno a comandare questa gente di paese, ribellandosi tutti i giorni coi tedeschi sempre presenti, lì sul posto; e sempre di più prepotenti; come fa uno a comandare senza manco i gradi da ufficiale, senza manco perdio l'istruzione e la divisa come si deve; soltanto perché si chiama Vittò [Ivano, Giuseppe Vittorio Guglielmo] , punto e basta.
- Questo Vittò del cavolo - dicono laggiù in America, - non c'è neppure segnato, né lui né il suo paese né la sua truppa, negli elenchi delle forze militari alleate.
Ma qui, in questi posti dell'accidenti, da non potersi manco raccontare, è vero che ci stanno lo stesso armati questi guerriglieri; anche se sono stracciati e con le scarpe rotte; e ci vengano a vedere, lui lo sa; ma non possono crederci i canadesi a queste storie di guerriglia, che paiono proprio inventate da un contaballe maiuscolo, per prenderli in giro.
Paiono scritte così di corsa, una sull'altra, come se fosse sempre il cinema di arrivano i nostri, e ancora di più.
- Ma come fanno - dicono; - come fanno mondo cane, gente stracciata senza munizioni sussistenza rifornimenti armerie e graduati, come fanno a continuare senza niente; come fanno contro i tedeschi, che invece sono specialisti, avendo mezzi corazzati munizionamento a bizzeffe, e tutto il resto?
63. Dunque non se lo credono per niente, di quello che succede qui su questi bricchi di confine, scordati da tutti; non se lo credono che qui non servono le carte geografiche con le bandierine sui punteruoli da spostare a mano a mano, come fanno vedere al cinema di guerra, nel quartier generale dove fanno la strategia come va fatta.
Com'è possibile che qui i partigiani sparino fin nei vicoli del paese, anche quando contro il paese c'è concentrata tutta l'artiglieria?
- Ma piantala di contar balle -  gli dicono i canadesi.
Com'è possibile che anche le donne sparino, quando non ci sono più castagne secche da raccogliere; non c'è proprio più niente da raschiare nella madia per i loro uomini da dargli da mangiare, e i tedeschi brutti bastardi bruciano il paese? Così la gente senza distinzione tutti insieme, se ne stanno fino all'ultimo in trincea; intanto piove come Dio la manda sempre più forte, e l'artiglieria tedesca non la finisce più di essere concentrata tutta lì.
- Ma dove lì, e piantala con ste balle -, gli dicono i lettori canadesi al corrispondente Morton.
- Dove lì, se tutti i giornali come si deve, dicono che il fronte è fermo; è tutto calmo da cima a fondo sul territorio italiano? Eppoi, questo paese di Pigna che tu dici, nemmeno a cercarlo con la lente noi lo troviamo sulla carta geografica, va bene? Adesso perciò, tu la finisci di imbidonarci; e l'impostore tu assolutamente non lo fai più sui giornali canadesi, hai capito?
Ma il corrispondente Morton alza le spalle, sputa per terra, dice parolacce e stringe i denti andando avanti a scrivere per conto suo, perché altro che balle: una volta passando per caso, anche se non se lo credono; passando per  caso in cerca di notizie da queste parti, le vide sul serio eccome queste cose, così come le scrisse; da non scordarsele mai più.
Ne vide ancora delle altre, che andando avanti, non seppe manco più scriverle da farsi capire, raccontandole come capitavano da una volta all'altra; voglio dire come erano successe veramente su questi bricchi lì per lì.
E così, stringendo i denti e i pugni, invece dell'articolo, quella volta dice che ci scriverà sopra un libro tutto intero su questa faccenda di confine, che non sembra vera.
- E questo libro, prima di tutti lo dovranno leggere anch'essi i canadesi; perché glielo farò vedere eccome, che ci sono proprio stato in questi posti qui. Eppoi, nel libro ci metterò precisi i nomi e i cognomi di tutti i testimoni: porcomondo se lo leggeranno anch'essi i canadesi -.
Adesso intanto, cerca di fare in tutti i modi come può, da giornalista serio il suo mestiere di corrispondente di guerra; eppertanto si sforza di dirglielo tutto in breve, facendosi capire tra le cannonate - vous ètes magnifiques. Vous ètes vraiment tres magnifiques, very good une very bataille; thank you, vive Vittò e Garibaldini.
Con le staffette che li portano al battello per passare di là, se ne vanno ancora tutti impiastricciati del fango di Pigna tra le cannonate, questi ufficiali in divisa kaki che stentavano a farsi capire dai paesani.
Se ne vanno a Nizza così, lui Morton corrispondente di guerra canadese e Long, Mac Lelland, Larouche, ufficiali regolari della missione alleata.
Se ne vanno in silenzio a capo chino, dopo aver salutato alla militare ciascuno per la sua parte: salutano e ringraziano di aver imparato come si fa la guerra ai nazifascisti, qui sul confine italofrancese, da soli, tutti stracciati e con le scarpe rotte.
Ma sul fronte, segnato nelle carte geografiche del quartier generale con le bandierine tutte ferme, tutto rimane tranquillo e sempre uguale; sicché loro se ne vanno, dopo aver imparato queste cose e delle altre ancora si capisce mentre in America non ci credono per niente, non sanno nemmeno chi è questo Vittò.
E se uno glielo dice, magari raccontandoglielo giusto sul giornale, gli dicono che è scemo, e che la pianti lì di scrivere delle balle.
Osvaldo Contestabile, Scarpe rotte libertà. Storia partigiana, Cappelli editore, 1982, pp. 95-99