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lunedì 16 dicembre 2024

Le nostre azioni sono quasi esclusivamente concentrate in imboscate sulla Via Aurelia

La prima pagina della relazione del comandante Curto qui ampiamente citata. Fonte: Fondazione Gramsci

Nella settimana entrante aspetterò presso il comando a Villatalla [n.d.r.: frazione del comune di Prelà (IM)] l'annunciata visita del Comandante Simon [n.d.r.: Carlo Farini, a quella data comandante della I^ (provincia di Imperia) e della II^ (provincia di Savona) Zona Liguria]: se richiesto potrò farvi trovare anche gli altri componenti l'attuale Comando delle Brigate, cioé Giulio [Libero Remo Briganti], Mario [Carlo De Lucis] e Orsini [Agostino Bramè], che attualmente si trovano dislocati presso i Distaccamenti.
La citazione all'ordine del giorno dell'encomio solenne e l'ordine di trasformazione della 9^ Brigata [Felice Cascione] in Divisione "F. CASCIONE" sono per tutti noi un grosso e ambito premio che non mancherà certamente di incoraggiare e spronare tutti i nostri uomini a meritare sempre più l'attuale stima del Comando Divisione Brigate d'Assalto Garibaldi I^ e II^ Zona e del Comando Generale delle Brigate d'Assalto Garibaldi.
Le osservazioni [di Simon] circa il nostro effettivo controllo ed efficace direzione dei singoli distaccamenti sono purtroppo corrispondenti all'attuale nostra situazione
[...] specialmente in questi ultimi tempi, dato il rapido moltiplicarsi dei Distaccamenti, la mancanza di elementi direttivi e sperimentati, in particolare comandanti e commissari di distaccamenti, ed infine l'afflusso di elementi che non è stato ancora possibile vagliare e selezionare. Ora contiamo molto sulla formazione del Comando Divisionale per poter trovare gli elementi indispensabili per un buon lavoro organizzativo.
[...] proprio nei giorni scorsi ho dovuto consigliare al Vice Comandante ed al Vice Commissario di recarsi in tre zone distinte e prendere in mano l'effettivo controllo e direzione dei nostri Distaccamenti
[...] In conclusione è pacifico che il nostro esercito abbia come unica base la disciplina cosciente e volontaria che, possiamo assicurare, fa parte costante dei nostri sforzi e sappiamo benissimo che molto rimane ancora da farsi in questo senso.
Il caso di Marco [Candido Queirolo] credo che non sia completamente come l'espone uno della Banda, anche perché mi risulta che Marco stesso si è comportato lodevolmente in numerose azioni, specialmente contro colonne di tedeschi, ma purtroppo, recandomi io stesso a Triora, ebbi una poco buona impressione circa l'attuale stato di cose ed è stata precisamente questa visita che mi ha indotto a provvedere immediatamente per un più diretto controllo e direzione da parte del Comando di Brigata e ho inviato Giulio per sovrintendere alla zona tra Triora e Ventimiglia. Vittorio [n.d.r.: dovrebbe trattarsi di Giuseppe Vittorio Guglielmo, Vitò/Ivano, invero oggi la figura più popolare della Resistenza Imperiese], per quanto sia dall'inizio nelle nostre formazioni, non ha dato buona prova come compagno: era già stato destituito, poi riammesso al comando del Distaccamento, che pare si sia disgregato; attendo informazioni più precise e ho chiesto a Vittorio stesso un rapporto in proposito
[...] mi risultano piuttosto delle critiche per una nostra eccessiva magnanimità. È vero che finora le esecuzioni avvenivano dietro processo sommario fatto dal Comando di Distaccamento: il Tribunale di Brigata non ha ancora praticamente fatto l'entrata in funzione. Comunque non credo che i Distaccamenti abbiano fatto abuso di queste possibilità, al contrario, come ho già detto, si sono sempre comportati prudentemente e nei casi incerti chiedevano il nostro consiglio. Infine posso accertare in maniera formale e assoluta che le persone condannate sono sempre state giustiziate nelle maniere più corrette e seppellite, anzi mi pare ben strana ogni affermazione contraria.
[...] I nostri avversari hanno indubbiamente una fitta rete di spionaggio e penso che sia questa che li mette in grado di conoscere certi particolari delicati. Contro le spie ci difendiamo energicamente, ma siamo ancora ben lontani dalla loro totale distruzione. Provvederemo il più rapidamente possibile per l'arresto degli ufficiali inviati dal C.di L.N. A quanto risulta dovrebbe trattarsi di Bartali [Giovanni Bortoluzzi], Franco e un altro che l'accompagnava ed infine anche di Renato della Delegazione di Imperia [n.d.r.: in questo caso Curto <Nino Siccardi, comandante della II^ Divisione d'Assalto Garibaldi "Felice Cascione", in seguito comandante della I^ Zona Operativa Liguria> e Simon avevano ricevuto informazioni sbagliate: nell'articolo qui collegato si può leggere anche dell'epilogo di questa vicenda, ma intanto si stralcia quanto segue "addirittura <Curto> lo fa arrestare e l'uomo <Bartali> viene liberato grazie all'intervento di Renato Martelli (Ferrero). Una volta giunto in val Tanaro..." e si aggiunge che Bartali, già a capo a settembre 1943 di una prima banda di partigiani in Località Vadino di Albenga (SV), poi dirigente sapista in quella zona, fu in seguito capo missione della Divisione “Silvio Bonfante” presso gli Alleati e vicecapo della Missione Alleata nella I^ Zona nei giorni della Liberazione. Si pubblica, poi, qui di seguito la copia di una missiva immediatamente successiva di Curto stesso, con cui il comandante riconosce l'errore compiuto nei confronti di Bartali]   
[...] Circa l'occupazione definitiva di località come da vostri ordini dati a me in data 4/7/44 i rastrellamenti effettuati in questi giorni in tutta la nostra zona dimostrano chiaramente che non siamo ancora in grado di occupare stabilmente una posizione qualsiasi [...] le nostre azioni sono quasi esclusivamente concentrate in imboscate sulla Via Aurelia, ma anche a questo scopo si avrebbe bisogno di un maggiore numero di armi automatiche, specialmente sten e mitra. Nelle zone di collegamento tra la IX e la XX Brigata [n.d.r.: in provincia di Savona. Giorgio Amico, Operai e comunisti. La Resistenza a Savona (1943-1945), GiovaneTalpa, 2004: «Con la bella stagione riprende vigore la lotta sulle montagne. Dal Distaccamento "Calcagno" prendono via via corpo i Distaccamenti "Astengo", "Maccari" e "Rebagliati" a formare la XX Brigata d'Assalto Garibaldi. Le forze partigiane sono ormai in grado di affrontare il nemico in campo aperto»] è stato inviato il Vice Commissario Orsini anche con lo scopo di provvedere ad un buon allacciamento. Data l'occupazione temporanea [nemica] delle località montane non ci è stato possibile insediarvi le amministrazioni popolari
[...] Ci atterremo strettamente alle disposizioni circa tutti coloro che si presentano a nome del C.di L.N. senza un regolare mandato. Il nostro Distaccamento inviato nella zona di Rialto era stato mandato colà per prendere collegamento con la XX Brigata e la località era stata scelta precisamente dall'ispettore Pio: provvederemo al suo ripiegamento nella zona di Erli e Zuccarello.
 
La lettera di Curto di metà luglio 1944 di chiusura del caso Bartali. Fonte: Fondazione Gramsci

Curto
[Nino Siccardi], Relazione (probabilmente indirizzata ad un dirigente del Partito Comunista) in data 8 luglio 1944, documento in Archivi della Fondazione Istituto Gramsci

lunedì 25 settembre 2023

Hanno detto che i tedeschi hanno i cani da guerra

La Val Lerrone. Fonte: mapio.net

Verso sera [6 marzo 1945] al comando [della Divisione d'Assalto Garibaldi "Silvio Bonfante"] di Poggiobottaro si venne a sapere che a Cesio c'erano quattrocento tedeschi. La notizia meritava di essere considerata attentamente. Cesio era un piccolo paese sulla «28». Difficilmente si sarebbe prestato ad alloggiare tante persone oltre al normale presidio di Brigate Nere. Perché i tedeschi non avevano proseguito per Pieve? Una puntata nemica da Cesio sarebbe stata facile: dal paese partiva una carrozzabile per la Val Lerrone ed un'altra portava a Testico e di là, in cresta, fino ad Alassio. Più difficile era che il nemico conoscesse con esattezza la sede del comando, ma dopo tanto tempo di permanenza nello stesso posto, non si poteva escluderlo. Varie proposte consigliate dal buon senso vengono esaminate. Si potrebbe montare la guardia poiché tra noi e Cesio non c'è nessuna banda. Si potrebbe partire per una, meno minacciata, subito, o verso le tre di notte, dopo sorta la luna. Le varie soluzioni non vengono accettate, soffocate da una sorta di fatalismo, poi alla cosa viene dato un tono scherzoso, la minaccia viene volutamente accentuata per impressionare chi riteniamo più degli altri impressionabile.
«Hanno detto che hanno i cani da guerra, lo ha riferito un contadino che è arrivato ora da Cesio, è una cosa seccante». Guardo Vittorio, il padrone di casa che, in cambio dell'ospitalità, vuole essere considerato partigiano anche lui. Noi avevamo acconsentito volentieri perché in verità condivideva molti dei nostri rischi, però pensavamo, forse a torto, che in lui non vi fosse la stoffa del partigiano. Ho l'impressione che la notizia sia diretta a lui, vedo che si controlla bene, ma ha gli occhi lucenti, attenti. «E come li impiegano i cani da guerra? Non sentiranno mica i partigiani dall'odore?». Chiede con voce che sembra indifferente. «No, il cane non distingue il partigiano dal contadino» - spiega Livio - «i tedeschi quando giungono in paese di notte lanciano i cani lupo per le strade e chiunque esca di casa viene azzannato. I soldati intanto perquisiscono sicuri che nessuno possa scappare». «Anche ad Alba li hanno impiegati» - aggiungo io - «a Degolla li hanno lanciati contro i partigiani che sparavano distesi per terra: è un brutto affare, se stai in piedi i tedeschi ti vedono, se ti stendi i cani ti addentano alla gola». «Sapete la storia del Monco?». Racconta Giorgio. «In quel di Triora, prima dell'ultimo rastrellamento avevano detto che era un tedesco delle SS che aveva ammaestrato i cani da guerra. I cani sentivano l'odore dei partigiani e scoprivano i rifugi. Il Monco li seguiva e con un uncino, perché era mutilato di una mano, tirava fuori i partigiani dalle tane. Quando il rastrellamento comincia due partigiani, che sapevano la storia del Monco, si nascondono in un rifugio. Dopo qualche tempo sentono un cane ansare fuori dell'apertura. Che sia la bestia del Monco? Due mani escono dal rifugio, il cane è afferrato per la gola, strozzato, tirato dentro. Tre giorni sono vissuti i due nella tana con la bestia morta: era un povero cane da pastore perché il Monco non era mai esistito».
Era abitudine dei partigiani essere spietati con coloro cbe dimostravano qualche timore. Venivano spaventati al punto che non distinguevano più il vero dal falso. Ricordavo uno della Matteotti: Lupo; dopo averlo preparato a dovere con vari racconti di torture e fucilazioni avevamo finto un imminente attacco tedesco e lo avevamo mandato solo in esplorazione. Non era più tornato.
Pure quella sera i tedeschi di Cesio non erano una fantasia. Pensavo al rapporto che ci era pervenuto dopo Upega: «E' possibile dopo un anno di vita partigiana essere ancora sorpresi?». Era ancora possibile.
La notte passò tranquilla per quanto il mio sonno leggero venisse più volte interrotto dal canto di un gallo.
Il giorno 7 torno a Segua [Frazione di Casanova Lerrone (SV)] e l'8 vado al recapito staffette di Ginestro per vedere se hanno preparato i conti. Al recapito trovo un francese che giorni prima era passato da Segua. «Sei ancora qui?» gli chiedo. «Si è accorto che può mangiare e non far niente ed è ormai impossibile mandarlo via» mi dice una staffetta. Il francese era un giovane biondo, robusto, pareva più un tedesco che un latino, era un tipo singolare. Era passato da Segua con un telo da tenda sulle spalle. «Ho visto un contadino che batteva l'ulivo raccogliendo i frutti nel telo. Militare, gli ho detto io, ed ho preso il telo» - così aveva raccontato - «quello mi è corso dietro dicendo che lo aveva pagato, ma io sono stato buono e non gli ho dato niente».
«Poteva averlo pagato davvero» aveva detto Bertumelin indignato.
«E poi col mangiare e con l'alloggio che vi diamo mi sembra che possiamo averceli guadagnati dei teli e delle coperte militari che a voi non servono». «Potevo anch'io pagarlo con questa» aveva replicato il francese mostrando la rivoltella; «ma non l'ho fatto perché ero di buon umore».
«Come è che sei in Italia?», gli chiesi.« Affondato nel '40 con la mia nave presso Piombino. Fino al '43 prigioniero, adesso libero».
«Sarai contento di tornare a casa fra qualche mese a guerra finita?».
«Fra qualche mese? Troppo presto... Dovrò lavorare di nuovo, è più bello fare la guerra». «E gli altri cinque che vi ho mandato giorni fa?» chiesi alla staffetta.
«Li ho portati alla Cascione, avevano fretta di tornare in Francia. Appena fusa la neve cercheranno di passare».
Anche quelli li avevo visti a Segua: erano aviatori abbattuti: «Se i tedeschi ci prendono dico che sono canadese», aveva detto uno di loro. «Un mio compagno è stato tagliato con la sega circolare perché era francese».
La pattuglia dei ciclisti tedeschi continuò a percorrere la Val Lerrone sempre più spesso. Passò il 6, l'8, il 13. Il giorno 8 giunsero anche cani con tedeschi che requisivano fieno. La ricostruzione del ponte di Garlenda proseguiva lentamente, l'inattività partigiana cominciava a pesare, i borghesi, che all'inizio erano atterriti, temendo che tendessimo qualche imboscata alla pattuglia, cominciavano ora a parlare di accordi segreti, di compromessi fra noi ed i tedeschi. Una squadra della banda di Rostida, decisa a por fine a questo stato di inferiorità, si appostò a Case Soprane in attesa della pattuglia. I borghesi ripiombarono nel terrore e prima avvertirono i nostri dell'arrivo dei tedeschi, poi, visto che i partigiani non scappavano, andarono ad avvertire i tedeschi facendo fallire l'imboscata. Il Comando divisionale fece rientrare alla base la squadra che per rappresaglia stava requisendo galline e conigli.
Gino Glorio (Magnesia), Alpi Marittime 1943-45. Diario di un partigiano - II parte, Nuova Editrice Genovese, 1980,  pp. 163-167, pp. 196-199

7 marzo 1945 - Dal comando della Divisione "Silvio Bonfante", prot. n° 183, alla banda locale di Ginestro - Disponeva la presenza di una pattuglia sul Passo di Cesio per il giorno successivo dalle ore 23 alle ore 9 e la segnalazione di allarme al Distaccamento garibaldino più vicino una volta avvistati i nemici che lungo la strada di Testico, non transitabile da automezzi, sarebbero necessariamente saliti a piedi.
8 marzo 1945 - Dal comando del Distaccamento "Giovanni Garbagnati" al comando della I^ Brigata "Silvano Belgrano" della Divisione "Silvio Bonfante" - Segnalava che il 1 marzo il Distaccamento con l'ausilio di civili aveva effettuato il diroccamento del ponte di Degna e che il giorno 5 aveva fatto brillare con 3 mine il ponte di Garlenda "rendendolo inutilizzabile".
13 marzo 1945 - Dallo Stato Maggiore della Divisione "Silvio Bonfante" avviso n° 1 alla popolazione costiera - "Si invita la popolazione ad allontanarsi dagli obiettivi militari. Si consiglia di annotare i luoghi abitati da tedeschi e fascisti e di tenere sotto sorveglianza la Feldgendarmerie".
da documenti IsrecIm in Rocco Fava di Sanremo (IM), “La Resistenza nell’Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e della Storia Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945) - Tomo II, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998-1999

martedì 4 ottobre 2022

A Fontane subimmo un piccolo attacco tedesco che ci sfiorò appena

Vessalico (IM). Fonte: Mapio.net

Per ritorsione e per vendicare i compagni caduti, il 4 ottobre 1944 attaccammo il caposaldo nemico di Cesio.
Insieme ad alcuni altri, il mio compito era quello di trasportare a spalle una mitragliatrice pesante con relative munizioni. Camminammo da Colle San Bartolomeo fin quasi al paese di Caravonica da dove era possibile battere il presidio nemico di guardia ad un ponte minato. Ma il nemico era ben protetto e il nostro attacco ebbe scarso successo.
Per continuare l'azione punitiva, alcuni garibaldini fecero saltare il ponte di Borgo di Ranzo, interrompendo i rifornimenti al nemico dislocato nella bassa valle.
Il giorno successivo, l'8, squadre d'assalto attaccavano il presidio nemico di Vessalico.
Dopo una precedente azione, una squadra al comando di "Cion" [Silvio Bonfante] investiva i tedeschi che cercavano di riattivare il ponte di Vessalico, anch'esso andato distrutto a causa di un'azione garibaldina. Lo scontro diventò accanito perché i tedeschi resistevano. Ad un certo punto parve che si dovessero arrendere, dato che da una finestra fecero sventolare una bandiera bianca. Allora "Cion" e Sandro Nuti ("Scrivan") uscirono un poco allo scoperto. Fu in quel momento che i due garibaldini vennero colpiti da diverse raffiche nemiche provenienti da un'altra finestra. Probabilmente non tutti i tedeschi erano d'accordo di arrendersi. Il primo ebbe una gamba squarciata, il secondo un gomito spappolato. Anche il garibaldino Calogero Madonia ("Carlo Siciliano") rimase gravemente ferito. l tedeschi persero una decina di uomini tra morti e feriti. Inoltre una mezza dozzina di loro, presi prigionieri, furono condotti al Comando in Piaggia, insieme ai nostri feriti. Sistemato nell'albergo Pastorelli, "Cion" rischiò la cancrena. Da Albenga giunse il famoso chirurgo, professor Abbo, per visitarlo. Dopo qualche giorno però, il pericolo della cancrena era passato.
Il nemico intanto aveva ideato un piano per distruggere la V^ Brigata a ponente e la I^ a levante, sul territorio della provincia imperiese. L'8 ottobre con ingenti forze attaccò la V^ a Pigna. Dopo alcuni giorni di resistenza estrema, quest'ultima dovette iniziare una ritirata per le montagne verso levante, attraversando Carmo Langan e altri passi, finché giunse a Viozene. Anche la I^, lasciando Piaggia, giungeva a Viozene la sera del 16, mentre i feriti, su ordine del Comando, venivano raggruppati nel paese di Upega poiché si pensava che la località rimanesse a ridosso del rastrellamento, e quindi protetta.
Mentre le due brigate evitavano il passo delle Fascette a levante di Upega, per giungere a Viozene, attraversando il Lagaré per una via più agevole, noi del Comando, all'imbrunire del 16, ci inoltrammo, appunto, per il passo delle Fascette per giungere a Carnino.
Il passo delle Fascette era l'unico passaggio che congiungeva Upega a Viozene (nel dopoguerra fu costruita la strada carrozzabile). Era già problematico attraversarlo di giorno, ma noi lo attraversammo di notte e fu una impresa terribile. Sopra i precipizi vi erano delle corde alle quali chi attraversava il passo doveva tenersi con le mani, e bisognava mettere i piedi in nicchie scavate nella roccia per non scivolare. Questa attraversata non la dimenticherò mai più. Giunti all'altro capo del passo, ci sentimmo stanchissimi, e cercammo di dormire. Nessuno di noi conosceva la strada per Carnino: ce l'insegnò poi la partigiana Anita Boeri ("Candacca"). All'alba del 17 ottobre ci preparammo per trasferirci a Carnino a congiungerci con altri partigiani. Facevamo delle corsette per scrollarci il freddo notturno che sentivamo nelle ossa, quando sentimmo delle raffiche di mitraglia provenienti dalla vallata di Upega. Immaginammo che i tedeschi avessero attaccato il paese, e, sapendo che colà erano rimasti i feriti con qualche altro partigiano, insieme a "Curto" [n.d.r.: Nino Siccardi, in quel periodo ancora comandante della II^ Divisione "Felice Cascione", da cui dipendevano le brigate qui citate, poco tempo dopo comandante della I^ Zona Operativa Liguria], a Libero Briganti ("Giulio"), commissario della divisione "Felice Cascione", e al medico De Marchi, fummo portati a pensare il peggio.
Non ci sbagliammo: dopo un'impari lotta i garibaldini al comando di "Curto" e di "Giulio" si sbandarono, e  fu in quel momento che Giulio fu colpito da una pallottola che gli attraversò il ventre. A Curto non rimase altra scelta che portare sulle spalle fuori tiro il compagno, fin sopra il passo delle Fascette. Quando lo depose a terra era quasi morente; all'imbrunire esalò l'ultimo respiro. Allora Curto cercò di passare oltre per raggiungere le due brigate a Viozene. A Upega caddero il dottor De Marchi e altri partigiani, tra cui Lorenzo Acquarone, Francesco Agnese e Francesco Gazzelli, in totale quasi una ventina. Il Cion, già rimasto ferito a Vessalico, mentre lo stavano trasportando sopra una barella verso un rifugio, quando vide i compagni che lo attorniavano falciati da una raffica, per non cadere vivo in mano al nemico si uccise con un colpo al cuore davanti alla madre e alla sorella che lo accompagnavano. Si salvarono Vittorio Rubicone ("Vittorio il Biondo"), Lazzaro Calcagno ("Mimmo") infermiere, Sandro Nuti [Scrivan/Scrivano], "Carlo Siciliano" [Calogero Madonia] e qualcun altro. Sei partigiani fatti prigionieri (Giovanni Giribaldi, Lorenzo Alberti, Domenico Moriano, Carlo Pagliari, Francesco Caselli e Michele Bentivoglio) dal nemico furono portati a Fontan Saorge e fucilati [n.d.r.: su questo ultimo tragico eccidio vedere a questo link].
Raggiunto Carnino, noi ci mettemmo nuovamente in marcia per raggiungere le due brigate che si erano spostate in Pian Rosso, a monte di Viozene.
Quando ivi giungemmo, cercammo qualche cosa da mangiare. Notammo una grande confusione. Tutti dicevano la loro: chi affermava che si doveva andare a Fontane [nd.r.: Frazione di Frabosa Soprana (CN)] in Piemonte, chi invece voleva andare nella valle di Albenga. Ma sul far della sera giunse l'ordine perentorio di mettersi in marcia verso il Mongioje, per raggiungere Fontane attraverso il passo del Bochin d'Azeo. Molti obiettavano che non si poteva attraversare il passo di notte con le armi pesanti per il fatto che vi era molta neve. Altri facevano presente che, se fossimo rimasti nei dintorni di Viozene, probabilmente il nemico ci avrebbe circondati e massacrati tutti. Informazioni in tal senso portavano a questa conclusione. Non avemmo altra scelta, piano piano, in salita, ci avviammo verso il passo a circa duemila metri di altezza, ed era già notte fonda. Cominciammo a pestare neve fresca che cresceva in altezza man mano che si saliva.
Quando giungemmo al passo trovammo la neve ghiacciata, e ancora più ghiacciata la trovammo quando incominciammo la discesa del versante opposto. Nel buio profondo bisognava stare attenti dove mettere i piedi per evitare scivoloni che  potevano rivelarsi mortali.
Fu una marcia tremenda anche per noi, inservienti del Comando, benché l'unico peso che avessimo fosse quello del fucile e di qualche caricatore. Ma fu cosa ancora più tremenda per coloro che avevano muli, armi pesanti (mortai e mitragliatrici), cassette di munizioni e simili.
Ad un certo momento per loro la situazione divenne impossibile per cui dovettero abbandonare tutto. Noi che stavamo in retroguardia per evitare qualche sorpresa, col cuore sofferente dovemmo subire il triste spettacolo, conseguenza della disastrosa ritirata delle due brigate, la I^ e la V^.
La partigiana "Candacca" fu più sfortunata di noi: finì in un laghetto, che non vide, dalla superficie ghiacciata. Tutta bagnata, tremava terribilmente per il freddo, mentre piangeva con disperazione, come una bambina. Per fortuna, però, si giunse in una baita diroccata che era nei pressi, dove potè spogliarsi e asciugarsi presso un fuoco che avevamo acceso bruciando grossi pezzi di legno.
Finalmente venne giorno e fu più facile portarsi in fondovalle, giungendo, dopo diverse ore a Fontane in val Corsaglia. Mangiammo qualche cosa che qualcuno aveva preparato e ci buttammo a dormire nei vicini fienili.
Dopo due giorni mandammo una dozzina di muli verso il Mongioje per recuperare gli armamenti e i materiali abbandonati durante la ritirata.
In quella notte (una sola per noi) compresi quanto avevano sofferto i  nostri soldati durante la ritirata di Russia.
A Fontane facemmo le solite cose, qualche attacco sulla strada Savona-Cuneo, subimmo un piccolo attacco tedesco che ci sfiorò appena. Iniziammo a mangiare in modo regolare (si trovava molta pasta, però mancava completamente il sale e, dati i tempi che correvano, non protestavamo). Dopo qualche giorno io e "Jacopo" ricevemmo l'ordine di recarci a Corsaglia, dove il nostro Comando aveva stabilito un incontro con il CLN di Mondovì.
Giungemmo puntuali all'appuntamento che era fissato per il pomeriggio presso un albergo del luogo, mentre tardarono quelli del CLN, che dovevano portarci del denaro.
Ligi al dovere, attendemmo ed intanto cenammo nell'albergo, seduti ad un tavolo pulito, serviti come signori, e di ciò ci meravigliammo molto, abituati come eravamo ad una vita randagia, carichi di fame, di sonno e di fatica.
Dovendo ancora attendere, ci accolse una camera riscaldata con lenzuola candide, coperte e cuscini; ci sentimmo dei grandi signori benché fossimo preoccupati di non avere sentinelle di guardia.
Finimmo per dormire comodamente e  profondamente.
Sandro Badellino, Mia memoria partigiana. Esperienze di vita e vicende di lotta per la libertà di un garibaldino imperiese (1944-1945), edizioni Amadeo, Imperia, 1998 
 
Trucco Carlo, "Girasole", nato ad Imperia il 22.12.1925
Di famiglia antifascista, è militante del P.C.I. clandestino dal marzo 1943.
Dopo il 25 Luglio partecipa a tutte le manifestazioni antifasciste che si svolgono a Oneglia.
Continua l'attività antifascista clandestina fino al marzo 1944 quando entra nel distaccamento partigiano "Inafferrabile" comandato da Giacomo Sibilla "Ivan", che opera intorno al Monte Grande.
Fra Luglio ed Ottobre 1944 partecipa all'organizzazione dell'ospedale partigiano di Valcona (Mendatica).
Durante il rastrellamento di Upega fa parte della squadra che porta in salvo l'Ispettore "Simon" (Carlo Farini), che giace in barella malato di broncopolmonite.
Vittorio Detassis

E' stato accertato che le bande di fuori legge, già dislocate sui monti verso il confine italo-francese, in seguito all'affluenza dei reparti germanici che si schierano sulla linea di frontiera, si sono ritirate in altre zone.
Continuano le azioni di piccoli gruppi di banditi, i quali compiono aggressioni e rapine.
La popolazione in generale è sempre favorevole ai banditi.
Notiziario della Guardia Nazionale Repubblicana [GNR] del giorno 22 ottobre 1944, p. 4,  Fondazione Luigi Micheletti   

Il movimento partigiano nelle località controllate è pressoché negativo, mentre nelle altre le manifestazioni criminose tendono ad elevarsi: parecchi i prelievi di persone - alcune rilasciate - non per i loro sentimenti fascisti o simpatizzanti o sospette di non condividere i sistemi instaurati di brigantaggio, molteplici i reati contro la proprietà, qualche delitto di sangue.
Reparti della G.N.R. di questo Capoluogo in collaborazione con la Polizia germanica e con il reparto speciale antiribelli di questa Questura hanno effettuato azioni di rastrellamento in alcune località della provincia con proficui risultati, alcuni ribelli sono stati catturati e passati per le armi, altri morti in combattimento, discreto il numero delle armi sequestrate.
Un sottufficiale, una guardia scelta ed una guardia di P.S., mentre svolgevano accertamenti di polizia giudiziaria in località periferica di questo Capoluogo, da elementi armati venivano prelevati e si sconosce la loro sorte.
Giovanni Sergiacomi, Questore di Imperia, Al capo della Polizia, Relazione mensile sulla situazione economica e politica della Provincia di Imperia (mese di ottobre 1944), Imperia, 1 novembre 1944

domenica 20 marzo 2022

La tragedia di Upega è costata alla Resistenza quasi una ventina di caduti

Briga Alta (CN) - Fonte: Mapio.net

Abbiamo visto come, preceduti da tre giorni di cannoneggiamenti, reparti tedeschi provenienti da Isolabona, Saorge e Briga, l'8 ottobre 1944 avessero costretto i reparti garibalbini nella zona di Pigna a ripiegare sotto la minaccia di accerchiamento.
Riassumendo: il rastrellamento continua incalzante. Il distaccamento di «Barba» arretra dal monte Vetta. Una pattuglia del 5° distaccamento, armata di due fucili mitragliatori, è inviata in direzione di Castelvittorio per accertare lo stato delle cose, i movimenti nemici e appoggiare eventuali formazioni che già combattono.
La zona che si estende dal confine francese a Pigna e che scende a Castelvittorio-Buggio-Carmo Langan, alle ore 22 non è più sotto il controllo garibaldino; della situazione viene informato con un messaggio anche il 3° battaglione della IV brigata e l'8° distaccamento di «Gori» della V brigata, ritornato nella zona di Beusi a monte di Taggia.
Dopo monte Vetta è perduto il passo Muratone; il distaccamento comando della V brigata è obbligato a indietreggiare da Carmo Langan e a ritirarsi su Triora. Il Comando brigata si prefigge, nell'eventualità di una ritirata, di seguire la direttrice Triora-Piaggia per raggiungere il Comando divisione.
Il distaccamento di «Moscone» che si trovava a Cima Marta per proteggere Pigna dal lato di Briga e che, esaurito il suo compito, attendeva ordini precisi, alle 11 del giorno 9 è messo in allarme dalle vedette; una colonna tedesca sale da Briga, il distaccamento si mette in postazione e l'attacca con raffiche di mitraglia per rallentare la marcia e permettere alla colonna dei muli diretta a Bregalla di guadagnare terreno e mettersi al riparo. Gli acquazzoni si susseguono incessanti per tutta la giornata e i garibaldini sono bagnati fino alle ossa; camminano stanchi e taciturni
[...] la I brigata pone vigilanza alla strada che da Collardente porta alla galleria del Garezzo ove sono in perlustrazione pattuglie avanzate tedesche.
Il distaccamento di Gino Napolitano (Gino) che, dopo essersi trovato in grave difficoltà, da sud-ovest del monte Ceppo si era già portato a Carmo-Langan e poi a Buggio, riesce a riordinarsi a Triora insieme agli altri reparti.
Nei giorni 10 e 11 la calma si ristabilisce. Il nemico sembra avere subito una battuta d'arresto; sembra stia ordinando le fila, preparando nuovi piani d'attacco.
Le perdite sono gravi, molti gli sbandati e le armi perdute.
Durante questa tregua il distaccamento di «Gino» ritorna a Langan con lo scopo di proteggere il ripiegamento della formazione partigiana da un eventuale pericolo di sorpresa.
[...] Il lavoro dei commissari, provvisoriamente interrotto viene riattivato a Triora; si curano i migliori elementi per poi darli affidati ai tre battaglioni della brigata in via di ricostruzione. In questo precario periodo di vita della V brigata i garibaldini hanno dimostrato grande compattezza e massimo coordinamento coi Comandi; ciò verrà confermato nei giorni successivi con l'ulteriore spostamento a Piaggia [Frazione di Briga Alta (CN)], poi a Carnino e indi a Fontane in Piemonte.
Sul ripiegamento ordinato della V brigata, il garibaldino Giulio Manasero (Lulù) racconta: « ... Con l'attacco tedesco a Pigna, non potendo resistere al nemico, i distaccamenti della V brigata riuscirono a ripiegare con ordine, ma questo avvenne anche grazie all'impianto telefonico che ero riuscito a costruire con tenacia e pazienza. Messomi al lavoro dopo l'occupazione di Pigna da parte dei partigiani, avvenuta negli ultimi giorni di agosto, mi misi a collegare con linee telefoniche tutti i distaccamenti della V brigata dislocati su un largo territorio che si prolungava fino a Langan. Con la mia esperienza, costruii un centralino, smontando e selezionando i pezzi di vari apparecchi da campo già in dotazione all'esercito, abbandonati da settembre 1943 nelle varie casematte situate in montagna, come quelle di Margheria dei Boschi, di Muratone, di Lega. Il centralino venne innestato alla ex linea pubblica già dalla "Società dei telefoni e telegrafi", così Langan, Pigna, Marta, Baiardo, Molini di Triora e Badalucco vennero collegati tramite questo ingegnoso lavoro che svolse per un mese un servizio efficiente e, come ho detto all'inizio, fu un prezioso elemento, anche per la salvezza di tutti i distaccamenti nel corso del rastrellamento. Inviati gli ultimi messaggi, con i Tedeschi nelle vicinanze, mi incaricai di distruggere tutti gli impianti...».
Intanto il distaccamento di «Franco» raggiunge Piaggia assieme ad una quindicina di garibaldini di «Leo».
Da Ventimiglia giunge notizia che i tedeschi stanno risalendo la valle del Roja in forze, lasciando sulla costa solo elementi della Marina, mentre a Oneglia pattuglie formate da nazisti e brigate nere partono per perlustrare le strade che danno accesso alle vallate.
La situazione diviene nuovamente critica.
I Tedeschi, distruggendo e incendiando case e fienili per la campagna, compaiono nei dintorni di Triora e la banda locale di Molini si sbanda.
Anche la IV brigata si prepara al peggio: il 7° distaccamento di «Veloce» si tiene pronto a partire per spostarsi sotto monte Ceppo sperando di venirsi a trovare alle spalle dello schieramento nemico, qualora questi operasse verso sud in valle Argentina; nella notte sotto il monte giungono garibaldini sbandati del distaccamento di «Gino» attaccato in mattinata a Langan. Molini è investita da colonne di nazifascisti che riprendono l'offensiva il mattino del 13.
Le prime raffiche prolungate si odono di fronte all'accampamento del distaccamento «Moscone»; colonne di fumo s'innalzano dai tetti delle case di campagna in località Goletta, il nemico dà fuoco a tutto quello che scorge, compresa la casa ove era stato il Comando della V brigata.
Il distaccamento riesce a prendere posizione sul monte Castagna e a rimanervi per quattro ore. Al tramonto, ricevuto l'ordine da «Vittò» di spostarsi, dopo una marcia notturna sotto lo scrosciare incessante della pioggia e per sentieri invisibili ed infangati, raggiunge il paese di Piaggia sul fare dell'alba. I Tedeschi avevano annunciato il loro arrivo a Triora con una breve sparatoria su Langan, dopo aver attraversato il bosco di Tenarda; come abbiamo accennato, incendiati i casoni della Goletta, scendono per i castagneti di Mauta e giunti in località La Besta non proseguono sulla via maestra ma deviano per una scorciatoia che porta alla Noce, indizio evidente che qualche conoscitore dei luoghi li stava guidando.
Giunti nel luogo detto Casin sparano al campanile del capoluogo, come avviso del loro arrivo.
Ondate di soldati tedeschi si susseguono per tutta la giornata. Si fermano nel paese occupando le case private Tamagni, Capponi, Bonfanti, Ausiello, Costa, Moraldo, ecc. L'artiglieria sosta sotto i portici dell'asilo e dell'ospedale; ivi sostano pure le cucine della truppa, mentre la sanità viene si ternata in casa di Lina Novaro (La Baracca) ed i cavalli nella scuderia del «Casermone».
Intanto tutta la V brigata è in ripiegamento verso Piaggia. Avviene in modo ordinato e con calma. Al tramonto del 13 tutti i distaccamenti sono nella zona in attesa di una sistemazione provvisoria. In due giorni la formazione viene riorganizzata con gli effettivi rimasti in efficienza comprendente 350 garibaldini. Mancano ancora i distaccamenti di «Gino» che, rimasto tagliato fuori, riuscirà in seguito a raggiungere Piaggia attraverso il passo della Mezzaluna e la galleria del Garezzo, scansando le colonne nemiche, e l'8° distaccamento di «Gori», in posizione avanzata a Beusi, a monte di Taggia, ove rimarrà per tutto il mese appoggiato a levante dal 3° battaglione di «Artù» della IV brigata
«...il Comando partigiano è sempre a Piaggia; all'intorno sui passi, nei casoni, sulle cime, ancora distaccamenti e pattuglie. Pioggia, fango, umido, nevischio; lento stillicidio dei giorni, la neve è appena sulle cime, l'inverno avanza minaccioso. Il giorno 13 mattino s'ode distinto il rombo del cannone. La V brigata è ancora attaccata; riuscirà ancora a tenere? La domanda ansiosa fa tremare il cuore.
"Osvaldo" [Osvaldo Contestabile] era stato nominato commissario della V e il 5 di ottobre aveva salutato quelli della I brigata prima di lasciarli e rivoltosi al garibaldino Gino Glorio (Magnesia) aveva detto: "Vuoi venire con me? Andiamo verso il fronte, saremo i primi ad essere liberati". "Osvaldo" era partito con la sua pesante coperta sulle spalle... sarebbe stato mai più rivisto?
"Abbiamo ricevuto dal Comando tedesco una specie di ultimatum. Se ci impegnamo a non attaccare ulteriormente i collegamenti tra il fronte e le retrovie, se lasciamo libere le strade, il nemico s'impegna a non molestarci, in caso contrario comincerà il rastrellamento (vedi precedente capitolo: "La battaglia di Pigna")": così il commissario "Osvaldo" scriveva al Comando della "Cascione". La risposta dei garibaldini è netta e decisa: se i Tedeschi sono disposti a lasciare la Liguria, le azioni di disturbo cesseranno, finchè rimarranno sulla nostra terra sarà nostro diritto e dovere attaccarli ad oltranza. Le formazioni partigiane sono cosapevoli di essere più deboli, che il nemico non minaccia invano, può sgominarle, forse per sempre, ma nulla le piegherà a trattare; la sfida sanguinosa è lanciata, se ne sopporteranno le estreme conseguenze.
Il nemico attacca, ritira le truppe dal fronte e le lancia contro di noi, ritira gli alpini scelti, le artiglierie da montagna e rovescia una valanga di fuoco sulle posizioni della V. I nostri ripiegano, attendono che il bombardamento si plachi, più veloci tornano in linea e attendono a piè fermo il nemico che sale all'attacco. Più volte il tedesco è respinto; poi riesce a infiltrarsi, la prima linea cede, Pigna è perduta. La V ripiega su monte Ceppo, Langan, Cima Marta a copertura di Triora.
L'attacco nemico prosegue; ancora artiglierie, bombardamenti, assalti, ancora i nostri senza cannoni e trincee lasciano le posizioni durante il fuoco per tornarvi subito dopo; ancora tre volte il nemico è ributtato con perdite sanguinose; ora, però, il rombo del cannone è troppo vicino e frequente.
A sera giungono i primi sbandati sotto la pioggia che cade insistentemente. Chi ha una coperta, con quella si ripara dall'acqua, alcuni hanno anche lo zaino, altri hanno tutto perduto, scendono dal Frontè, camminano da ore tra la neve ed il fango. Nella notte il Comando divisionale è pieno di garibaldini della V; sono infangati, bagnati, sfiniti, il morale però è alto, forse più alto di quello dei partigiani della I; già, si è sempre sollevati quando si esce da un rastrellamento, si sfugge da un pericolo, si arriva in una zona controllata dai nostri.
"Ciao, 'Magnesia', come vedi sono tornato... però è andata male". Era 'Osvaldo', il commissario della V con la coperta a tracolla. "Petroni", un uomo di "Umberto" racconta le ultime fasi di vita di una banda: il rastrellamento di San Romolo, la scomparsa del capitano "Umberto": "Ora sono con la V, ce ne sono anche altri... No, 'Marcello' non è con noi, è andato in missione verso San Remo ed è scomparso".
Nella stanza c'è un brusio continuo, partigiani arrivano e ripartono, vengono a cercare un compagno, una banda perduta, chiedono notizie, informazioni, si fermano un po' e poi escono a cercare un fienile. Raccontano i particolari della lotta: il nemico molto superiore aveva attaccato di sorpresa approfittando della nebbia.
Cima di Marta era andata perduta e poi, dopo breve e violenta lotta, la disfatta. Certi distaccamenti sono stati tagliati fuori e si ignora la loro sorte, altri hanno perduto i capi, altri si sono sfasciati.
Alcuni, i più, hanno conservato le armi, la compattezza e ripiegano ordinati; hanno ricevuto l'ordine di fermarsi perchè Pigna si va congestionando. Sono indicati loro i luoghi dove accamparsi.
Rapidi e febbrili fervono a Piaggia i preparativi; gli sbandati vengono nutriti, riequipaggiati secondo le possibilità, inquadrati nuovamente; i distaccamenti meno provati sono nuovamente in postazione per rinforzare lo schieramento della I che protegge l'alta val Tanaro dal lato est contro minacce provenienti da Pieve e da Garessio; la V terrà il fronte sud-ovest: Tanarello-Frontè.
Pattuglie partono in tutte le direzioni per segnalare il nemico e prevenire sorprese. Triora, Langan, Molini sono di nuovo occupati dal tedesco che chiedeva con insistenza: "Dov'è Piaggia? Dov'è il Comando?".
La minaccia si aggrava, i documenti vengono nascosti, l'ospedale di Valcona è sciolto; tutti quelli in grado di camminare vengono rimandati in formazione.
Verrà tentata una resistenza ad oltranza. Ogni ora giungono staffette, notizie, comandanti per discutere; si organizza una riserva al centro, si destinano i comandi; il comandante, il commissario e il capo di Stato maggiore della brigata assumeranno la guida dei tre battaglioni, si fanno previsioni sulle direttive di attacco, tutto pare calcolato; c'è però una cosa che si saprà in seguito e che i comandanti sanno: che mancano le munizioni.
Il punto debole della guerra partigiana sono ancora e sempre le munizioni. Per la guerriglia e l'imboscata necessitano pochi colpi: una raffica e tutto è fatto. Per la resistenza, invece no, per tenere una posizione oltre alle armi occorrono i colpi e le armi della I brigata hanno già sparato a Cesio e a Vessalico ... Piaggia è l'ultimo tentativo di apporre al nemico uno schieramento, di tenere una posizione.
I garibaldini non conoscono la reale situazione, il Comando sa e medita. Le possibilità sono varie: sgombrare subito e portarsi in un'altra zona; ma quale? Nessuna presenta garanzie di sicurezza e il nemico avrebbe attaccato ugualmente dirigendo nella nuova direzione le forze ammassate.
In tal caso, la zona di Piaggia, data la scarsità di carrozzabili, sembra la migliore.
Resistere od evacuare durante il rastellamento? L'ultima ipotesi sottrarrebbe le forze partigiane all'attacco nemico, obbligherebbe quest'ultimo a ricominciare da capo tutti i preparativi concedendo così una sosta valutabile a circa un mese.
La difficoltà sta nella scelta della direzione di marcia, nella impossibilità di aver notizie recenti e precise sui movimenti nemici, nella difficoltà di mantenere rapidi collegamenti con i distaccamenti durante la marcia.
Per evitare un sicuro sbandamento che potrebbe, dato l'avvicinarsi dell'inverno e la conseguente demoralizzazione, avere conseguenze più gravi del solito, si decide per la resistenza. Sabato 14 di ottobre: una colonna tedesca di forza imprecisata raggiunge Ormea, è l'inizio; i feriti di Piaggia vengono in fretta evacuati verso Upega, il piano di resistenza contro l'attacco da due direzioni entra in azione, due distaccamenti partono per intercettare il nemico a Ponte di Nava.
L'ansia è nel cuore di tutti.
La giornata di domenica 15, dopo tanta pioggia, è finalmente serena; tutto è tranquillo, silenzioso; si stenta a credere che il rastrellamento sia già iniziato; il cuore, inconsciamente, si apre di speranza ...
Purtroppo la speranza dura poco tempo. Il nemico prosegue il grande rastrellamento iniziato a Pigna il 5 di ottobre. Il giorno 17 a Upega [Frazione di Briga Alta (CN)] sorprende il Comando della II divisione "Felice Cascione".
Cadono valorosi comandanti partigiani. La V brigata "L. Nuvoloni", con la I "S. Belgrano", attraverso il passo del Bocchin d'Aseo (Mongioje) si ritira a Fontane (CN), in Piemonte.
Rientrerà nei primi giorni di novembre in Liguria per riprendere la lotta, che condurrà dura e ininterotta fino alla Liberazione.
Osvaldo Contestabile, La Libera Repubblica di Pigna, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia, 1985
 
Ai primi di settembre del 1944 sembrò per qualche tempo che la liberazione potesse essere vicina. Gli Alleati erano sbarcati in Provenza il 15 agosto, provocando un rapido crollo delle posizioni tedesche in tutta la Francia meridionale. Sembrava ora ragionevole attendersi un’offensiva generale degli americani attraverso i passi alpini, approfittando della stagione ancora clemente e dell’appoggio delle forti formazioni partigiane piemontesi e liguri, che certo non sarebbe mancato. Ma gli strateghi angloamericani avevano altri progetti: ritenendo prioritario l’attacco allo schieramento nemico tra i Vosgi e i Paesi Bassi, fermarono le loro truppe su una linea che lasciava il confine franco - italiano e l’intera valle del Roia saldamente in mani tedesche. Siffatta scelta, forse opportuna dal punto di vista militare, condannò tutto il Nord Italia ad un nuovo inverno di occupazione, ma, probabilmente, gli evitò le immani distruzioni causate dai combattimenti nel resto del Paese. Nel clima di fibrillazione di quei giorni, alimentato ad arte dalla trionfalistica propaganda di Radio Londra, i partigiani imperiesi della Prima Zona ligure, credendo fosse giunta l’”ora x”, abbozzarono una calata insurrezionale sui centri della costa che venne stroncata sul nascere da un vasto rastrellamento tedesco talmente tempista da risultare sospetto <1.
I savonesi, meno numerosi ed organizzati oltre che più distanti dal fronte, continuarono la loro attività di guerriglia con il consueto vigore, ma senza esporsi in arrischiate azioni su grande scala. Dopotutto, lo stesso Comando Generale delle Brigate Garibaldi avrebbe rammentato pochi giorni dopo che “L’ora x è già suonata” <2 e che pertanto l’obiettivo principale dei partigiani non doveva consistere solo nel prepararsi ad una futura insurrezione, bensì nell’attaccare giorno per giorno il nemico senza mai concedergli tregua <3. A Savona come altrove, questa direttiva giunse a conforto di una linea d’azione ormai perseguita da mesi.
[NOTE]
1 Per questa vicenda, tuttora piena di lati oscuri, vedi G. Gimelli, Cronache militari della Resistenza in Liguria, Genova, Cassa di Risparmio di Genova e Imperia - La Stampa, 1985 (3 voll.), vol. II, pp. 10 - 22.
2 AA. VV., Le brigate Garibaldi nella Resistenza, Milano, INSMLI - Istituto Gramsci - Feltrinelli, 1979 (3 voll.), vol. II, p. 334.
3 Ibidem, vol. II, p. 334.
Stefano d’Adamo, “Savona Bandengebiet. La rivolta di una provincia ligure (’43-’45)”, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Milano, Anno accademico 1999/2000
 
Finalmente anche il 6 di settembre [1944] finisce: il nemico riunisce i reparti rastrellatori, riforma le colonne, si concentra a fondo valle.
Il pugno di ferro si era stretto: che aveva preso?
Nulla, quasi nulla. Su più di un migliaio di partigiani, solo una decina erano caduti nella rete.
Alle ultime luci del tramonto, i tedeschi lasciano il bosco, le macerie fumanti di S. Bernardo di Conio, di Case Rosse, di Case dell’Erba, delle cascine e dei fienili distrutti, indicano che anche lì, come a Triora, a Molini, a Pornassio, a Villa Talla, erano passate le truppe di Hitler. Non note le perdite nemiche: la popolazione aveva visto scendere per la rotabile di Rezzo alcuni carri chiusi e sanguinanti.
Terminato il rastrellamento, il Comando Divisionale, su consiglio di Curto [Nino Siccardi], nuovamente dispone la sua dislocazione nel bosco di Rezzo, riuscendo a riorganizzare in brevissimo tempo tutta la Divisione, dai comandi ai distaccamenti, per prepararla alle previste battaglie autunnali.
In conformità alla critica storica, non si chiarì mai lo scopo degli annunci radio alleati della loro offensiva sulla costa ligure, poi mancata, con la conseguenza di determinare per alcuni giorni una situazione gravissima per le formazioni partigiane.
Il paese di Upega è posto a fondovalle.
Sotto il paese scorre il torrente Negrone, a monte un ripido pendio dirupato, di fronte è il Bosco Nero.
Il nemico che giunge dal bosco può piazzarsi senza essere visto, di fronte al paese, e di là battere col fuoco delle mitragliatrici, precludendo ogni via di scampo.
Il nemico era stato informato sul movimento partigiano: come prima sapeva che il Comando Partigiano era a Piaggia ed in quella direzione aveva puntato tutte le sue forze, presto venne a conoscenza che tale Comando si era trasferito a Upega, contro cui preparò un’azione condotta da un commando formato da circa duecento soldati SS e alpini austriaci.
La spia nel comando della Cascione aveva funzionato con efficacia.

L’attacco a Upega giunse dal Tanarello, da Limone o da Briga, e la sorpresa fu completa.

[17 ottobre 1944]

Il nemico si avvicina silenzioso, coperto dalla fitta boscaglia.
Al limite del paese, verso le Fascette, in una casa a destra, è il Comando divisionale.
A sinistra, in un altro locale, giacciono i feriti, tra cui Cion [Silvio Bonfante], che sonnecchia e a cui il Curto ha preso il mitragliatore per andare a compiere un giro di ispezione.
I tedeschi riescono ad eliminare i posti di guardia partigiani e giungono alla periferia del paese senza essere segnalati.
Sono udite alcune raffiche, cadono alcuni partigiani di Porto Maurizio. Con il nemico a due passi e con gli spari che rimbombano vicinissimi, molti rimangono confusi e cercano di allontanarsi.
Chi conserva la calma è Curto: impassibile come sempre, cerca di raggiungere chi si allontana, di ispirare loro fiducia, ma invano.
Fallito il tentativo di raggruppare i partigiani a scopo difensivo e strappare al nemico il tempo necessario per trasportare i feriti nella cappella del cimitero del paese o nel Bosco Nero, come era stato precedentemente convenuto, Curto raggiunge al Comando il commissario Giulio [Libero Briganti], ed i due attuano il disperato tentativo di arrestare da soli l’avanzata del drappello tedesco. Sanno che è impossibile in due fermare la valanga, ma forse guadagneranno i pochi minuti necessari per mettere in salvo i feriti, per poi morire.
Giunti fuori dal paese scorgono, in alto a sinistra, i tedeschi che avanzano su due colonne distanziate. Giulio e Curto salgono rapidamente una mulattiera e, portatisi in cima algo, all’altezza dei tedeschi, si appostano dietro una casa. Da lì possono sparare a trecento metri con il mitragliatore contro il nemico quando sarà giunto a tiro.

Mentre Curto prepara la propria arma semi inceppata, Giulio scorge i tedeschi, si sposta fuori dal muro che lo ripara e li raffica.

Poi, rivolgendosi a Curto, col viso pallido e lo sguardo stupito, mormora: “sono ferito”.
Compie qualche passo indietro, a ridosso della casa, e consegna l’arma al compagno al quale si appoggia.
Arretrano entrambi qualche centinaio di metri, non visti dai tedeschi che tardano ad avanzare.
Le forze di Giulio gradatamente cedono, non riesce più a camminare mentre Curto lo aiuta in tutti i modi ad andare avanti per raggiungere almeno una località sicura, tra le rocce, sopra il passo delle Fascette.

Dal basso giungono gli urli laceranti della mitraglia, l’eroico destino di Cion e dei suoi compagni sta compiendosi.
Giulio si trascina ancora avanti: non desidera riposare in un grande cespuglio, ma alle rocce delle Fascette, da cui più in là non si può andare.
Un luogo nascosto ripara i due uomini: il ferito, disteso sul dorso e con il respiro ansante, ogni tanto a stento alza la testa per osservare i movimenti dei nemici sottostanti.
Preparate vicino a sé le armi automatiche per un’estrema difesa, e aperta la camicia piena di sangue, Curto scruta la gravità della ferita del compagno: una pallottola, entrata a sinistra, è uscita alla destra del ventre, e anche i visceri sporgono fuori.

Capisce che per Giulio è la fine, ma non gli dice niente e decide di attendere lì, a fianco, la sua morte.
Non gli rivolge domande su cosa dire ai parenti, affinché il morente non si accorga della sua fine.
Poi, il ferito entra in coma, respira affannosamente, chiede disperatamente acqua che Curto non gli può dare: ha una gran sete, l’emorragia interna sussulto, Giulio rimane esanime.
Coperto pietosamente il corpo con la giacca, raccolte le armi e incamminatosi oltre il passo delle Fascette, alle otto di sera Curto giunge a Carnino, ove reca la dolorosa notizia.

Anche Cion (che è nipote di Curto), ai primi spari, viene portato fuori dal ricovero, adagiato sulla barella dai partigiani e dai congiunti che si trovavano con lui: per non cadere vivo in mano ai tedeschi si uccide con un colpo di pistola, sul sentiero che porta al cimitero.

La tragedia si conclude, il comandante della Volante muore da partigiano.
I tedeschi domandano chi era il ribelle suicidatosi, e viene loro riferito che si trattava di Cion.
Non avevano potuto averlo vivo, ma la radio tedesca in Italia diede la notizia della morte di Cion come un successo delle sue armi.
Questo fu certamente l’omaggio più grande alla sua memoria ed il riconoscimento di quanto egli valesse e di quanto avesse perduto la Resistenza con la sua morte.

I tedeschi, occupato il paese, bruciano armi, documenti, zaini e tutto quello che di partigiano viene trovato.
Rinchiudono gli uomini del paese nella canonica.
Fanno scavare una fossa comune dagli abitanti locali e vi gettano alla rinfusa i cadaveri dei caduti.
Battono il bosco, uccidendo altri partigiani.
La tragedia di Upega è costata alla Resistenza quasi una ventina di caduti.
Nei boschi, dispersi, sono nuclei di partigiani, sono intere bande.

C’è Simon [Carlo Farini] su una barella.
Ci troviamo a Piaggia di Briga Marittima”, scrive il cappellano partigiano Don Nino Martini nella prima metà del mese di ottobre, “Simon ha una temperatura variabile tra i 39 e i 40 gradi di febbre. Intanto le notizie che giungono sono sconcertanti. Gli Alleati, fissandosi sulla frontiera italo-francese secondo i piani prestabiliti, danno libertà e agibilità alla ferocia di qualche migliaio di nazifascisti e delle SS tedesche contro i partigiani. Noi, riuscendo a uscire fuori dal rastrellamento, troviamo rifugio e salvezza in Valle Scura, dove Simon riuscirà a guarire”.

Francesco Biga, U Curtu - Vita e battaglie del partigiano Mario Baldo Nino Siccardi, Comandante della I^ Zona Operativa Liguria, Dominici editore, Imperia, 2001

 

Francesco Agnese. Nato a Diano Marina il 29 luglio 1923. Il 25 marzo 1944 di ritorno da Genova viene arrestato alla stazione di Diano Marina da un reparto di fascisti della famigerata compagnia O.P. del capitano Ferraris; prima dell’arresto riesce a consegnare al fratello Mario un rotolo di volantini “Stella Rossa”. Trascinato al comando fascista di Diano Marina, quindi alla caserma Muti di Porto Maurizio, infine intorno al 4 aprile è rinchiuso nelle carceri di Oneglia subendo numerosi interrogatori e bastonature. Avendo lui ed altri prigionieri la possibilità di evadere, grazie all’azione di un tenente fascista (in contatto con i partigiani), non approfitta dell’occasione, per timore di rappresaglie nei confronti dei parenti. Uscirà dal carcere a fine maggio. Nel luglio 1944 prende contatto con Giuseppe Saguato “Bill” e concorre a formare uno dei primi distaccamenti garibaldini nella vallata di Diano Marina che, raggiunto il numero di ottanta unità, andrà a costituire la “Volantina” di “Mancen”. “Socrate” è molto intraprendente: con Saguato disarma due carabinieri e partecipa agli assalti alle caserme per il recupero di armi; con il suo distaccamento partecipa alle battaglie di Cesio (mettendo in fuga i tedeschi); di Rezzo, combattendo per sei ore e conquistando Monte Alto. E’ in missione a Diano Marina, liberando la città dalla presenza del brigatista nero Enrico Papone. Rientrato al comando è promosso Commissario di battaglione e passa con Germano Tronville “Germano” presso Upega, in Val Tanaro. Il 17 ottobre è tra coloro che tentano di sottrarre “Cion”, (immobilizzato perché ferito a Vessalico l’8 ottobre) al fuoco tedesco, trasportandolo in barella. E’ colpito da una raffica, cade, e muore dissanguato nel bosco.
A Francesco Agnese è intitolato un Distaccamento della Brigata “Silvano Belgrano” - Divisione d’assalto Garibaldi “Silvio Bonfante”.
Redazione, Arrivano i Partigiani - inserto - "2. Le formazioni di montagna della I^ e della VI^ Zona Operativa Ligure che operavano nella provincia di Savona", I RESISTENTI, ANPI Savona, 2011  

A Upega durante la ritirata si erano radunate gran parte delle forze partigiane contro cui era iniziato il rastrellamento di oltre 5000 militari tedeschi. I patrioti avevano portato lì anche i feriti. Pensavano di essere al sicuro avendo il Mongioie alle spalle. Era il 17 ottobre del 1944. I partigiani che erano arrivati a Upega dopo giorni di cammino, col freddo e la fame, erano stremati. Non sapevano che la spia, che avevano tra loro aveva già segnalato la loro posizione, ai nazisti i quali poterono così sorprenderli, uccidendo le sentinelle che non poterono dare l’allarme. Due comandanti partigiani cercarono di contrastare il più possibile l’avanzata, soprattutto per permettere ai feriti di mettersi in salvo. Caddero in questo impari compito il comandante Silvio Cion Bonfante ed il comandante Libero Giulio Briganti. Cadde anche il medico De Marchi. I garibaldini nel complesso subirono ingenti perdite. I tedeschi devastarono le case e rastrellarono la zona. Alcuni dei patrioti allo sbando furono catturati da militari tedeschi tra il 17 ed il 18 ottobre sul territorio di Briga Marittima e furono trascinati nella vicina Saorge. Torturati per più giorni, vennero fucilati in zona Pont d'Ambo, dominante il letto del fiume Roia, al limite con il comune di Fontan. Saorge era sede del tribunale militare della 34^ Divisione di fanteria tedesca, che occupava il territorio da Imperia al Col di Tenda. Subito dopo la tragica farsa del tribunale, avvenuta il 24 ottobre 1944, lo stesso giorno i garibaldini, legati l'uno all'altro, furono trascinati attraverso il villaggio davanti agli abitanti atterriti fino al luogo dell'esecuzione, dove furono costretti a scavare le loro fosse.  I partigiani fucilati a Saorge il 24 ottobre 1944 furono Lorenzo Alberti “Renzo”, catturato sul territorio di La Brigue il 18 ottobre, Michele  Bentivoglio “Miché”, Francesco Caselli “Pancho” o “Guido”, catturato sul territorio di La Brigue il 17 ottobre, Giovanni Giribaldi “Gianni”, Domenico Moriani “Pastissu”, comandante di Squadra, Carlo Pagliari “Parma”, catturato sul territorio di La Brigue il 17 ottobre [...]  Igor Pizzirusso, Saorge..., Ultime lettere di condannati a morte e di deportati della Resistenza italiana

Pagina 15 del Notiziario GNR cit. infra - Fonte: Fondazione Luigi Micheletti

Da informazioni giunte risulta che nel corso delle recenti azioni di rastrellamento, eseguite dalla G.N.R. e da militari tedeschi, sono rimasti uccisi certi Francesco Castagno, padre del commissario della banda "stella rossa"; Silvio Bonfante, detto "Cion" vice comandante della 2^ divisione d'assalto, "Felice Cascione"; Simone [n.d.r.: probabile riferimento - storpiato - a "Simon", nome di copertura di Carlo Farini, a quella data responsabile sia della I^ che della II^ Zona Liguria, poi ispettore della I^, in seguito ancora assurto a responsabilità regionali in seno alla Resistenza], noto capo banda della stessa divisione e certo Lupi, capo banda nella zona di Savona.
E' rimasto gravemente ferito certo Vittorio Acquarone, comandante della divisione medesima, nonché la madre del commissario Castagna.
Notiziario della Guardia Nazionale Repubblicana del giorno 8 novembre 1944, p. 15, Fondazione Luigi Micheletti

mercoledì 24 febbraio 2021

Colpo partigiano all'ospedale di Sanremo

Un rilievo topografico delle SAP di Sanremo - Fonte: A. Miroglio, op. cit. infra

Fra gli avvenimenti di maggiore risonanza verificatisi in città, occorre ricordare l'impresa compiuta dal "GAP Zamboni" di Sanremo avente lo scopo di far fuggire dall'Ospedale Civico di quel centro le garibaldine Bianca Pasteris e Anna Borgogno, unitamente al partigiano Nino Ronco, ivi sottoposti a rigorosa sorveglianza, perché in attesa della imminente esecuzione delle sentenze già pronunciate dai nazifascisti. Gli uomini della "Zamboni", fallito un primo tentativo effettuato il 6 aprile, ne eseguirono temerariamente un secondo tre giorni dopo, riuscendo infine a portare fuori dell'ospedale i compagni in pericolo e, con loro, anche i tre fascisti di guardia, due dei quali chiesero subito, ed ottennero, di combattere nelle formazioni partigiane mentre il terzo che tentava di dare l'allarme era ucciso. (Aveva indosso la bella somma di 24.900 lire).
Augusto Miroglio, La Liberazione in Liguria, Forni, Bologna, 1970
 
Nella notte tra il 7 e l'8 aprile 1945 si concretizzò il progetto di liberare 3 partigiani ricoverati all'ospedale di Sanremo.
Tale azione era già stata richiesta alcuni giorni prima (1).
L'operazione venne effettuata con molta lungimiranza in quanto (2) "il SIM [Servizio Informazioni Militari] del CLN di San Remo veniva avvertito dai suoi informatori che i 3 partigiani degenti all'ospedale civico (n.d.a.: Nino Rosso o il Lungo, Bianca Paseris o Luciana, ferita e catturata a Beusi, Anna Borgogno, sorella di Renatino fucilato dal nemico alcune settimane prima) avrebbero dovuto essere riconsegnati ai tedeschi, probabilmente per subire la pena capitale".
Data l'elevata sorveglianza (3) al nosocomio di Sanremo, gli uomini del Distaccamento GAP cittadino "Zamboni" al comando di "Dorio" (Mario Chiodo) dovettero tramite "Jean" contattare Egisto Sgorbini (4) "che a sua volta tratta con i militari Modena e De Bigò, che sono incaricati della sorveglianza all'ospedale".
I 10 uomini della formazione SAP si misero in cammino per raggiungere l'ospedale alle ore 2 dell'8 aprile 1945. Giunti all'interno dell'edificio "due uomini irrompono nella stanza di un terzo milite che non era stato possibile avvicinare perché notoriamente infido. Lo sorprendevano a letto... Dopo una breve lotta l'uomo veniva disarmato... La banda al completo coi 3 partigiani liberati ed i 3 prigionieri si riunisce sul piazzale e si porta in direzione Monte Bignone per raggiungere la staffetta De Maria che avrebbe dovuto condurre i sei alla Divisione "Felice Cascione".
Durante il tragitto il "terzo milite" tentò la fuga e venne ucciso. Gli altri due militi furono incorporati nelle formazioni garibaldine: avevano portato 2 moschetti ed una rivoltella.
Alcuni giorni dopo il CLN di Sanremo avvertì (5) il SIM della V^ Brigata "Luigi Nuvoloni" della II^ Divisione "Felice Cascione" che De Bigò era attivamente ricercato dalla GNR, in quanto accusato di essere la mente del riuscito colpo all'ospedale.
(1) Mario Mascia, L'epopea dell'esercito scalzo, Ed. Alis, 1946, ristampa del 1975 a cura dell'IsrecIm, pp. 289-290
(2) cfr. doc. n° 1069
(3) Mario Mascia, Op. cit., pp. 289-290
(4) cfr. doc. n° 1069
(5) cfr. doc. n° 1122

Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell’Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell’Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945). Tomo I, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998 - 1999  

Nell'Ospedale Civico di Sanremo erano degenti tre partigiani feriti: Nini Rosso (Il lungo), Bianca Pasteris (Luciana) e Annamaria Borgogno. Bianca Pasteris aveva partecipato al Convegno di Beusi del 9 febbraio 1945, ed era rimasta ferita in tale località durante un rastrellamento. La Borgogno aveva già avuto il fratello Renato fucilato dai tedeschi. Il 29 marzo, d'ordine del Comando SS germanico di Sanremo, la Guardia Nazionale Repubblicana doveva piantonare quest'ultima finché rimaneva nell'Ospedale, e quando sarebbe stata dimessa,  consegnarla alle SS. L'agente incaricato era Enrico Campelli. Il CLN della città decide di liberare i tre degenti perché correvano un estremo pericolo. È incaricato dell'azione il Distaccamento "Zamboni". Mario Chiodo (Dorio) riceve l'ordine di guidare l'azione. Bisogna agire subito perché i tre partigiani già dovevano essere trasferiti alla Villa Hober almeno entro il 9 aprile. Dieci uomini del Distaccamento SAP agli ordini del suo comandante Roberto Quadrio (Robinson) e guidati da "Dorio", il 7 raggiungono l'ospedale; ma a causa di inspiegabili ritardi l'operazione viene rimandata. Si tenta nuovamente la notte dell'8. Dopo momenti drammatici, si riesce a liberare i tre partigiani e tre militi di guardia cadono prigionieri. Durante la ritirata uno dei militi tenta la fuga, ma viene freddato da una raffica. In conclusione, con un'azione coraggiosissima della Resistenza Sanremese, tre partigiani che, di fatto, erano già in mano al nemico, sono messi in salvo (6).
(6) - Cfr., Mario Mascia, op. cit., pagg. 289-292. ISRECIM, Archivio, Sezione I, cartella 33, fascicolo 29, documento delle carceri giudiziarie di Sanremo.
Francesco Biga (con la collaborazione di Osvaldo Contestabile), Storia della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria), Vol. IV. Dal Primo Gennaio 1945 alla Liberazione, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, 2005, pp. 248, 249 

«Dorio» (Chiodo Mario) racconta:
Verso la fine di marzo il SIM del Comitato di Liberazione di Sanremo veniva avvertito dai suoi informatori che i tre partigiani degenti all'ospedale civico (Nino Rosso, «il lungo», Pasteris Bianca, «Luciana», ferita e catturata ai Beusi  e Anna Borgogno, sorella di Renatino Borgogno, fucilato alcune settimane prima) avrebbero dovuto essere riconsegnati ai tedeschi, probabilmente per subire la pena capitale. La madre della Luciana inviava continui, disperati appelli, perché si salvasse la figlia. Il Comando Divisionale chiedeva che un'azione decisiva fosse tentata a tutti i costi. L'impresa non era facile: si sapeva che l'ospedale era guardato da militi armati; inoltre le strade erano sotto continua  sorveglianza notturna da parte dei nazi-fascisti, la cui posizione militare si era fatta disperata e che temevano un colpo di mano partigiano nella città da un momento all'altro. Era necessario, perciò, agire con la massima circospezione allo scopo di risparmiare i nostri uomini e di non rendere la posizione dei detenuti più grave di quanto già non fosse con un colpo non riuscito.
Mimosa [Emilio Mascia], responsabile del SIM, ebbe l'incarico di studiare il piano nei suoi dettagli. Egli decise di valersi non degli uomini delle SAP, facilmente individuabili, ma del Distaccamento GAP Zamboni che operava sopra S. Giacomo e, nello stesso tempo, di porsi in contatto con due dei militi di guardia che sembravano, da informazioni assunte, esser disposti a collaborare seguendo poi i partigiani in montagna.
«Dorio» (Mario Chiodo) ufficiale di collegamento del Distaccamento Zunino, viene chiamato a rapporto ed incaricato di guidare la spedizione.
«Jean» (Alpinolo Rossi), l'infaticabile e coraggioso organo di collegamento del C.L.N., si pone in contatto con Egisto Sgorbin che, a sua volta, tratta con i militi Modena ed Ervedo De Bigò, che sono appunto incaricati della sorveglianza all'ospedale.
Durante tutta l'ultima settimana di marzo e i primi giorni di aprile, il piano si concreta. Il 5 aprile «Mimosa» viene informato che il 7 i tre partigiani saranno trasportati a Villa Auberg. Contemporaneamente tanto Dorio quanto Jean comunicano che tutto è pronto. Nel pomeriggio del sei aprile Mimosa impartisce l'ordine di agire.
Dorio si reca in montagna nei pressi della Cardellina, ove trasporta qualche arma automatica, giunta quel giorno stesso da Ospedaletti, e alcuni caricatori che il sappista Nino Lombardi smista in città in pieno giorno. Vengono impartite le ultime istruzioni. Alle due di notte, condotti da Dorio, dieci uomini del Distaccamento GAP agli ordini del suo Comandante «Robinson» (Roberto Quadrio), armati di tre sten, due mitra e diverse pistole automatiche, si mette in marcia. Nell'oscurità profonda, dopo due ore di faticosa discesa, su sentieri malagevoli, il gruppo raggiunge il piazzale dell'ospedale e prende posizione in attesa del milite che avrebbe dovuto guidarlo, come d'accordo, verso un cancello che immette sul retro dell'edificio. Le ore trascorrono lente. La notte è fredda. Gli uomini battono i denti e sentono, a distanza suonare le ore interminabili dai campanili delle chiese lontane. Dorio si porta al cancello, ne tenta la serratura, si prova a chiamare: nulla. Si teme un agguato, ma si resta nel posto pronti alla difesa ed all'offesa. Alle quattro e trenta ogni speranza di entrare nell'ospedale senza colpo ferire è sfumata. L'alba avanza e un'operazione di forza sarebbe pericolosa. Dorio e Robinson decidono di ritornare. Si dividono in due gruppi: uno risale verso la montagna, l'altro ritorna in direzione della città.
Il gruppo comandato da Dorio giunge a Baragallo senza incidenti quando, attraversando un beodo», sente intimare un sonoro «chi va là» seguito immediatamente da una scarica di mitra. «Moro» (Birarelli Bruno) cade con una coscia attraversata da una palla; un altro proiettile ferisce Dorio alla caviglia; mentre «Baldo» (Ubaldo Lenzi) rialza Moro. Tuono (Gavitelli Remo) con ammirevole sangue freddo, s'accoscia fra i cespugli e scarica ripetutamente il suo sten verso il lampeggiare che sorge alla sua sinistra. S'odono, in distanza, grida e bestemmie e poi il rumore di un numeroso gruppo di uomini che s'allontana.
Moro vien sorretto ed i nostri, protetti da Tuono alla retroguardia, riescono a sganciarsi e rientrare all'alba nei rifugi.
La mattina appresso Dorio, malgrado la sua ferita, si porta personalmente a fare il suo rapporto a Mimosa. Si teme che i partigiani, dopo l'allarme notturno, siano senz'altro trasferiti alle carceri, ma Jean, che riprende  immediatamente il suo lavoro per riorganizzare i contatti con i militi attraverso Sgorbin, riferisce che i nazi-fascisti hanno rimandato il trasferimento al giorno nove.
Urge provvedere senza indugio. Si stabilisce un convegno con uno dei militi la sera dell'otto a S. Pietro. Dorio e Jean si rimettono in moto e la sera dell'otto, alle ore 21, il De Bigò incontra Dorio. Ad evitare eventuali sorprese il milite viene trattenuto e la banda si porta a Verezzo dove resta, nei boschi, fino alle due. A quell'ora gli uomini lasciano la località, ed alle 3.30 sono di nuovo sul piazzale dell'ospedale. Dorio impartisce le disposizioni necessarie per la buona riuscita del colpo.
Due uomini fanno il giro dell'edificio, penetrano nell'atrio centrale, immobilizzano il portiere e bloccano il telefono. Altri due vengono messi di guardia ai cancelli laterali con l'ordine di tirare su chiunque si presenti. Gli altri scavalcano i cancelli insieme al milite che viene tenuto, ad evitare sorprese, sotto la minaccia delle rivoltelle; rare luci brillano nell'edificio ove tutti sembrano addormentati. Gli uomini penetrano a pianterreno. Due suore, sulla soglia di una corsia, si fermano esterrefatte, impietrite, senza un grido. Un'infermiera che attraversa il corridoio scorge gli uomini e tenta fuggire. Un gesto imperioso la inchioda al muro, bianca di paura.
Si lasciano due armati nel corridoio ed altri due penetrano nel guardaroba dove prelevano gli abiti del ferito.
Gli ultimi due salgono al piano superiore, silenziosi come fantasmi, e irrompono nella stanza di un terzo milite che non era stato possibile avvicinare perché notoriamente infido. Lo sorprendono a letto. Il fascista si desta di soprassalto al rumore, balza a sedere tentando d'impugnare la pistola. Una breve lotta silenziosa e l'uomo viene disarmato. Da un'altra porta esce improvvisamente un milite pallido come un cadavere. Gli s'ingiunge di tacere. Egli, senza un moto di resistenza, segue i nostri.
Intanto la Luciana, la Borgogno ed il Lungo, che erano stati nel frattempo avvertiti dagli uomini rimasti nel corridoio, della loro liberazione, si uniscono al grosso della banda e si armano. Si avvertono gli armati di stazione in portineria e si esce all'aperto in fretta e silenziosamente. Tutta l'operazione non era durata che pochi minuti, ed era stata condotta con tale sincronia che nessuno nell'ospedale, oltre al portiere, all'infermiera, ed alle due suore, ebbe ad accorgersi di alcunché di anormale.
La banda al completo, coi tre partigiani liberati ed i tre prigionieri, si riunisce sul piazzale.
I militi vengono posti nel mezzo e si parte in direzione di Monte Bignone per raggiungere un punto di convegno con la staffetta De Maria, che avrebbe dovuto condurre i liberati ed i prigionieri al Comando della Divisione.
Due militi avevano nel frattempo dichiarato di votersi unire ai nostri uomini: era stato restituito loro l'armamento. Un terzo, invece, si manteneva muto, e soltanto la minaccia delle armi lo costringeva a marciare.
S'era lasciata la strada carrozzabile e si saliva su per un impervio sentiero da capre, in fila indiana. Albeggiava, ed una luce incerta si diffondeva nel cielo terso.
I nostri uomini, dopo la notte insonne e l'eccitamento dell'azione, erano stanchi ed assonnati, e la loro vigilanza si era andata rilassando. Fu allora che il terzo milite, nel passare sull'orlo di una fitta boscaglia, con un balzo disperato, scavalcò i rovi e rovinò verso un burrone inestricabile che si disegnava in una breve valle come una macchia scura.
Gli si intimò di fermarsi; ma l'uomo continuava a correre ed a saltare. Un momento ancora e sarebbe sparito nell'intrico delle erbe alte e folte.
Una scarica risuonò nella fredda mattinata risvegliando l'eco delle colline.
L'uomo cadde sul volto e più non si mosse.
Un'ora dopo il gruppo raggiunse Monte Bignone e s'incontrò con la staffetta De Maria nella capanna di un pecoraio.
I tre liberati ed i due militi proseguirono la strada verso i monti, mentre il Distaccamento riprendeva la via del ritorno.
L'impresa - che suscitò allarme vivissimo fra le file nazi-fasciste - ebbe così termine, e per molti giorni il personale dell'ospedale parlò con spavento di uomini selvaggi che sembravano essere scaturiti dalla notte e che nella notte tornarono, terribili e paurosi come un'apparizione di tregenda.
Mario Mascia, L'Epopea dell'Esercito Scalzo, 1946, ristampa del 1975 a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, pp. 289-292

 

3 aprile 1945 - Dal CLN di Sanremo, prot. n° 531/CL, alla Sezione SIM [Servizio Informazioni Militari] della V^ Brigata "Luigi Nuvoloni" della II^ Divisione "Felice Cascione" e p.c. C.O. I^ Zona Militare Delegazione Militare Imperia - Segnalava che il 4 o il 5 aprile si sarebbe tentato di liberare dall'ospedale "Luciano", "Lungo" e la sorella di "Bergonzo". "Vi terremo informati al proposito. Stiamo attuando alcune importanti operazioni... C.L.N. San Remo - il segretario, Albatros [Mario Mascia]". 

8 aprile 1945 - Dal C.L.N. di Sanremo (IM), prot. n° 558/SIM, al comando della Divisione S.A.P. "Giacinto Menotti Serrati" e p.c. C.O. I^  Zona Militare ed al SIM della V^ Brigata - Comunicava che il Distaccamento "Zamboni" delle SAP della città di Sanremo aveva, al comando di "Dorio" [Mario Chiodo], effettuato un colpo di mano all'ospedale civile di Sanremo, liberando 3 garibaldini degenti, "Luciana", "Borgogno", "Lungo", catturando i 3 militari che erano stati di guardia ai partigiani - due militari salirono in montagna, uno, invece, fu ucciso nel suo tentativo di fuga -,  recuperando 2 moschetti ed una rivoltella. "[...] L'azione, effettuata di sorpresa, ha avuto pieno effetto. Catturati i militi di guardia, bloccato il telefono e tutte le uscite, i tre garibaldini venivano messi in salvo ed avviati alle formazioni di montagna. Due dei militi collaboravano alla fuga e si univano ai nostri uomini, raggiungendo con essi le formazioni per proseguire la lotta contro i nazi fascisti. Il terzo milite che in un secondo momento aveva tentato di fuggire rimaneva ucciso. L'azione, oltre alla liberazione di tre garibaldini, alla adesione dei due militi ed alla soppressione di un terzo, fruttava la cattura di due moschetti ed una rivoltella. Sul milite venivano sequestrate £. 24.900, versate al Comando S.A.P. e da questo destinate al fabbisogno del distaccamento Zamboni. Il distaccamento in parola è composto di uomini audaci e provati e si accinge ad operare altre azioni. Ancora non si è precisata la reazione al colpo. Sembra, peraltro, che il Comando della G.N.R. abbia ordinato l'arresto di alcuni innocenti padri di patrioti e che voglia procedere alla fucilazione di uno od alcuni di essi. SI STANNO STUDIANDO DA QUESTO COMANDO LE EVENTUALI CONTROMISURE. Vi informiamo pure che la mattina del 6 aprile, nel primo tentativo fatto dal distaccamento Zamboni, tentativo abortito per un seguito di circostanze, una squadra del distaccamento aveva uno scambio di fuoco con una pattuglia armata. Nello scontro il G.A.P. Moro veniva ferito ad una coscia ed  il G.A.P. Dorio di striscio ad un piede. Non si conoscono le perdite nemiche. Fraterni saluti. C.L.N. SANREMO -  il responsabile del SIM, Mimosa [Emilio Mascia, ufficiale della Brigata SAP "Giacomo Matteotti"]". 

9 aprile 1945 - Dal comando della V^ Brigata "Luigi Nuvoloni" della II^ Divisione "Felice Cascione" al Comando Operativo della I^ Zona Liguria - Comunicava la liberazione dei 3 garibaldini dall'ospedale di Sanremo...

10 aprile 1945 - Dal PCI di Sanremo alla Federazione PCI di Imperia - Comunicava che... l'8 aprile un gruppo di partigiani avevano liberato alcuni patrioti degenti, sorvegliati dal nemico, all'ospedale di Sanremo...

13 aprile 1945 - Dal CLN di Sanremo, prot. n° 580, al SIM della V^ Brigata "Luigi Nuvoloni" della II^ Divisione "Felice Cascione" - Segnalava che era meglio che il garibaldino "De Bigò" non scendesse sulla costa in quanto ricercato dalla G.N.R. perché accusato di essere l'ideatore del colpo partigiano all'ospedale di Sanremo...

da documenti IsrecIm  in Rocco Fava, Op. cit., Tomo II

venerdì 5 febbraio 2021

Sull'arresto e sulla scarcerazione del patriota antifascista Marcellino Molosso

Una vista del Porto Vecchio di Sanremo (IM)

Lo stesso giorno 8 [gennaio 1945], a causa dell'arresto in Sanremo di Marcellino Molosso, membro del CLN di San Martino, da parte delle SS tedesche, è in pericolo tutto il CLN della Città. Sotto la tortura il Molosso fa i nomi dell'avvocato Nino Bobba, di Alfredo Cremieux, dell'avvocato Carlo Benza e di Mario Donzella farmacista. Fatti questi nomi, come diversivo, promette ai Tedeschi che se lo avessero lasciato libero per 24 ore, avrebbe compiuto delle ricerche per conoscere i luoghi dove si nascondevano altri membri del CLN. I Tedeschi abboccano. Allora lui, tramite la moglie, si mette a contatto con Alfredo Rovelli, esponente del PCI locale.
Il Rovelli espone un piano per farlo fuggire. Messo in atto, il piano riesce. Così si salva il Molosso, dopo aver rischiato la sua eliminazione fisica che avrebbero dovuto attuare le SAP locali se non fosse riuscito a fuggire, ed è scongiurato il pericolo dell'arresto certo del CLN di Sanremo.
Francesco Biga (con la collaborazione di Osvaldo Contestabile), Storia della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria), Vol. IV. Da Gennaio 1945 alla Liberazione, Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, Grafiche Amadeo, 2005 

23 marzo 1945 - Da "Alfonso" alla Federazione comunista di Imperia - Comunicava che il compagno "Martì" [Marcellino Molosso] era ancora in stato di arresto presso le SS tedesche; che "le due ragazze arrestate per essere portate in Germania" erano riuscite a fuggire trovando riparo in una città del nord Italia; che negli ultimi giorni, anche a causa della delazione di un ex partigiano, erano stati effettuati nuovi arresti; che a breve sarebbero iniziate le sottoscrizioni per "l'Avanti" e per "l'Unità".

23 marzo 1945 - Da "Amerigo" [Alfredo Rovelli] del partito comunista di Sanremo alla segreteria comunista di Imperia - Comunicava che erano stati rilasciati dalle Brigate Nere, "cadute le accuse nei loro confronti", i compagni "Bricò" e figlio, oltre che "Modena" e che erano, invece, stati arrestati l'avvocato Gismondi ed il commerciante Cremieux, accusati di essere complici di "Martì".

25 marzo 1945 - Dalla Federazione comunista di Imperia, zona A San Remo, alla segreteria del PCI di Imperia - Comunicava che il 24 marzo era stato rilasciato il compagno "Martì" [Marcellino Molosso]; che si riteneva quanto meno "non chiaro il suo comportamento", perché si sospettava che avesse avuto delle responsabilità negli arresti dei signori Gismondi e Cremieux e dell'avvocato Gerbolini. Segnalava che "Jean" [Alpinolo Rossi] aveva parlato con "Martì", di cui aveva riferito le seguenti dichiarazioni: "Martì" addossava al CLN di Sanremo "tutta la colpa di ciò che è successo alla propria famiglia" ed avrebbe affermato che "i tedeschi sono perfetti socialisti, quasi comunisti, e che il CLN è formato da capitalisti". Riferiva che "Martì" era stato visto in compagnia di un ex-partigiano ormai al servizio delle SS tedesche. Affermava che di conseguenza "Martì" rappresentava "un pericolo per la sopravvivenza dei patrioti del CLN ed anche se ancora non lo è per il P. [il PCI] occorre pensare all'unitarietà della lotta, per cui una delazione fatta ai danni del CLN equivale ad una fatta contro il P. Nella riunione di zona si è deciso che, considerato il passato di 'Martì', del lavoro svolto, e del fatto che è padre di un caduto per la libertà, gli verrà concessa un'ultima possibilità: recarsi in montagna insieme alla sua famiglia con 10.000 lire per le spese incontrate, di contro, se rifiutasse andrebbe incontro a serie difficoltà; in ogni caso verrà espulso dal P. ..."

25 marzo 1945 - Dalla Sezione SIM [Servizio Informazioni Militari] del CLN circondariale di Sanremo, prot. n° 492, al Comando Operativo della I^ Zona Liguria ed alla Sezione SIM della V^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Luigi Nuvoloni" della II^ Divisione "Felice Cascione" - Comunicava l'avvenuto rilascio da parte dei tedeschi di "Martì" [Marcellino Molosso], come già segnalato dalla Federazione comunista di San Remo, ed invitava a stare in guardia" in caso di visite del rilasciato e dei suoi familiari.

25 marzo 1945 - Dalla Sezione SIM [Servizio Informazioni Militari] del CLN circondariale di Sanremo, prot. n° 496, al Comando Operativo della I^ Zona Liguria ed alla Sezione SIM della V^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Luigi Nuvoloni" della II^ Divisione "Felice Cascione" - Comunicava... "Martì" [Marcellino Molosso] sosteneva di avere un forte esaurimento nervoso.

27 marzo 1945 - Dal C.L.N. di Sanremo, prot. n° 499, al Comando Operativo della I^ Zona Liguria, a "R.C.B." [capitano del SOE britannico Robert Bentley, responsabile della missione alleata nella I^ Zona Operativa Liguria] ed al comando della V^ Brigata "Luigi Nuvoloni" della II^ Divisione "Felice Cascione" - Comunicava che "le immani sevizie inflittegli" avevano fiaccato moralmente e fisicamente "Martì" [Marcellino Molosso]; che "è da attribuire a ciò il suo comportamento anomalo"; che "Martì" aveva chiesto di essere occultato dai patrioti perché temeva di fare nomi dei membri del CLN se si fosse recato il 28 marzo dalle SS [come gli era stato chiesto al momento del rilascio]; che "in considerazione di suoi onorevoli trascorsi" il "Martì" era stato nascosto presso degli organizzati; che "Martì" e la sua famiglia sarebbero stati inviati presso il SIM [Servizio Informazioni Militari] della V^ Brigata per essere protetti in luogo sicuro; che ai 3 componenti la famiglia di "Martì" erano state consegnate 10.000 lire per le spese.

28 marzo 1945 - Dal C.L.N. di Sanremo, prot. n° 503, al SIM della V^ Brigata - Comunicava che inviava 55.000 lire tramite "Dorio" [Mario Chiodo, ufficiale di collegamento del Distaccamento SAP "Giobatta Zunino"] e che "Dorio" e i suoi compagni, dopo aver accompagnato "Martì", dovevano tornare a San Remo perché facevano parte di un Distaccamento speciale dello scrivente Comitato.

28 marzo 1945 - Dal C.L.N. di Sanremo , prot. n° 505, al SIM della V^ Brigata - Comunicava che per un disguido "Dorio" [Mario Chiodo, ufficiale di collegamento del Distaccamento SAP "Giobatta Zunino"] non era riuscito ad incontrarsi con "Martì" [Marcellino Molosso], che non si sapeva se "Dorio" tornava a San Remo oppure proseguiva per la montagna, che in ogni caso allegava la lettera che "Dorio" avrebbe dovuto portare al SIM.

1 aprile 1945 - Dal C.L.N. di Sanremo, a firma di Albatros [Mario Mascia], prot. n° 519/CL, al Comando Operativo della I^ Zona Liguria, a "R.C.B." [capitano Robert Bentley del SOE britannico, ufficiale di collegamento degli Alleati presso i partigiani della I^ Zona Operativa Liguria] ed alla Sezione S.I.M. [Servizio Informazioni Militari] della V^ Brigata d’Assalto Garibaldi “Luigi Nuvoloni” della II^ Divisione "Felice Cascione" - Comunicava ... ed esprimeva ringraziamenti per avere sistemato la famiglia di "Martì" [Marcellino Molosso].

1 aprile 1945 - Da "Martì" [Marcellino Molosso] al C.L.N. di Sanremo - Resoconto delle sue vicissitudini, dal momento del suo arresto, avvenuto il 23 marzo 1945, alla corrente data: elencava le torture subite durante la detenzione; non aveva rivelato nulla durante gli interrogatori; si era dichiarato, per evitare morte certa, disposto a collaborare; per farlo era stato messo in libertà; quando sarebbe dovuto tornare in caserma con le informazioni promesse egli era già in salvo con la famiglia in luogo sicuro, procurato da CLN.

senza data - Alfredo Rovelli "Amerigo" - Testimonianza sull'arresto per delazione di Marcellino Molosso del CLN di San Martino di Sanremo, in cui si affermava che il Molosso era stato segretamente rilasciato dal nemico il 14 gennaio 1945 a condizione di indicare i capi del locale CLN, ma che il CLN di Sanremo, messo sull'avviso dal Molosso stesso, aveva provveduto verso la fine di marzo 1945 a mettere al sicuro in montagna Molosso e la famiglia.

Rocco Fava di Sanremo (IM), “La Resistenza nell’Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e della Storia Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945)” - Tomo II - Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Facoltà di Scienze della Formazione, Corso di Laurea in Pedagogia - Anno Accademico 1998 - 1999