domenica 21 dicembre 2025

Altri gruppi partigiani agli inizi della Resistenza imperiese

Torria, frazione del comune di Chiusanico (IM). Foto: Davide Papalini. Fonte: Wikipedia

Un piccolo gruppo di partigiani si era formato anche presso Civezza, dove rimase nei mesi di ottobre, novembre e dicembre 1943.
Ne facevano parte: Leone Carlo (dell'Azione Cattolica imperiese), Brusso Domenico, i di lui zii Gaddini Pietro e Michele, Aicardi Giuseppe fu Filippo, i fratelli Sebastiani Fausto e Livio, e qualche altro giovane. 
Il gruppo si sciolse poco prima del Natale '43; ma alcuni componenti di esso ritornarono in montagna: ad esempio, Brusso Domenico, che entrò nella banda «Fenice», Aicardi Giuseppe e i fratelli Sebastiani, dei quali Fausto morirà in montagna. 
Di Brusso Domenico verrà arrestata la madre, Gaddini Teresa, nell'autunno del '44, insieme con altre persone, tutte prese come ostaggi. La madre di Brusso Domenico sarà condotta dapprima in Viale Roosevelt, nella Villa Salvo, sede di un comando germanico in Porto Maurizio; poi nel carcere di Marassi, di Genova; quindi in quello di San Vittore, a Milano; e infine sarà deportata nei campi di concentramento in Germania, da dove tornerà solo a guerra finita. Arresto e deportazione furono dovuti al fatto che il figlio non era sotto le armi. 
Per qualche tempo nel gruppo presso Civezza vi era anche stato Terragno Antonio (Primula rossa), già ricordato a proposito del gruppo di Boscomare. 
Esistevano pure, come si è detto, molti altri gruppi. Uno, ad esempio, si era formato nei pressi di Castelvittorio, intorno al prof. Francesco Ravera, ex ufficiale di complemento del disciolto esercito, direttamente collegato con lo scrivente. Anche di questo gruppo, poi scioltosi, rimasero in montagna alcuni componenti, fra i quali il giovane Giacomo Castello, che più tardi verrà arrestato dai nazifascisti, e tenuto a lungo in carcere, dopo che anche il di lui padre, Riccardo, era stato arrestato, e incarcerato prima ad Imperia e poi a Savona, sia per avere ospitato il prof. Ravera, sia perché il figlio era latitante. 
Un piccolo gruppo era anche presso Cipressa; ne faceva parte, fra gli altri, Garibaldi Giuseppe (chiamato poi «Fra Diavolo»), reduce dalla Russia, e oriundo appunto di quel villaggio. Il Garibaldi, non collegato con alcuna organizzazione antifascista, dopo varie azioni compiute con qualche amico (sparatorie contro macchine tedesche in transito sull'Aurelia), si avviò verso le Langhe, insieme con Michele Bonardi, caduto in combattimento nell'inverno 1944-45, ed entrò fra i badogliani. Ritornato a Cipressa verso la fine di dicembre '43 per la malattia del padre, che morrà poco dopo, a un certo momento ripartirà per il Piemonte; ma, incontrato Curto [Nino Siccardi] in Rezzo, si aggregherà alle di lui formazioni, e per suo ordine entrerà nei Vigili del Fuoco, con l'incarico di collaborare con i partigiani; nel maggio del '44, però, ritornerà in montagna, sarà con Ivan, con Macallé, con Peletta, avrà una squadra sotto il suo comando, e più tardi, dopo il rastrellamento di Upega dell'ottobre '44, diventerà Comandante di Brigata. 
Ma, torniamo a dire, oltre ai gruppi sopra ricordati ve ne furono molti altri, più o meno ben definiti, anch'essi sorti subito dopo l'8 settembre '43. Fin da principio si cerca di creare fra i giovani alla macchia e fra le bande un persistente e costante collegamento o un legame unitario. 
Verso la fine del settembre '43 (27 settembre) si forma una nuova banda nei pressi di Lucinasco, quella di Giacomo Sibilla (Ivan), composta di uomini del luogo e di ex militari (in tutto, quattordici persone). La banda si stabilisce in una località situata fra il Monte Acquarone e la «Maddalena», detta zona «Cuccagna». 
In quello stesso periodo, anzi nello stesso giorno (27 settembre '43, intorno alle 9 del mattino), vi è al Pizzo d'Evigno un incontro di varie persone, durante il quale si trattano argomenti inerenti alla resistenza. Sono presenti, fra gli altri: Ivanoe Amoretti, Enrico Gaiti, Silvio Bonfante (il quale, però, non si era ancora stabilito definitivamente in montagna), Silvano Alterisio, Eolo Castagno, Ivar Oddone; della DC vi è Carlo Carli, insieme con gli amici Alassio Ugo e Rossi Francesco (6). 
L'8 settembre '43 Alassio Ugo, ufficiale di complemento, si trovava a casa da un giorno, in Oneglia, in licenza di convalescenza. Dopo l'armistizio si mise subito in contatto con amici dell'azione Cattolica e della DC onegliesi, e incominciò a collaborare con essi per la lotta di liberazione. Aveva rapporti con Don Boeri, con Carlo Carli e con altri. 
Intorno al 25 settembre '43, dopo le prime intimazioni del neofascismo ai militari del disciolto esercito, si rifugiò in Torria (Valle Impero) [n.d.r.: frazione del comune di Chiusanico (IM)], insieme con gli amici tenente R. M. Borreo Giovanni e Rossi Francesco. Due giorni dopo, insieme col Rossi e col Carli, si incontrerà, vicino a Pizzo d'Evigno, come già detto, con altri esponenti della Resistenza. 
Rimase in Torria fino ai primi di marzo del '44; poi, ammalatosi, scese in città; e risalì in Torria dopo circa un mese, nei primi giorni di aprile. 
Nei primi giorni della sua permanenza in montagna, ebbe contatti con i partigiani sistemati nella località «Inimonti» o «Monti» di Pontedassio. D'accordo con Carlo Carli e con altri esponenti della DC, formò in Torria una banda locale che, come quella del «Grillo», fu chiamata «Libertas». 
Anch'egli per la sua banda ha come distintivi degli scudetti di stoffa con la scritta «Libertas», che gli vengono consegnati in casa di Carlo Carli, e che erano stati preparati parte nella casa dello stesso Carli e parte in casa dell'avv. Ambrogio Viale.
La banda aveva sede in Torria, ed operava anche nei territori di Chiusanico e Gazzelli, poco distanti. Teneva pure contatti con la banda del «Grillo» e con bande locali dei paesi vicini. 
Da un certo momento in poi, specialmente dal maggio '44, la banda «Libertas» di Torria compierà azioni varie, generalmente in collaborazione con altri gruppi. Ad esempio: darà la sua opera per la distruzione di tratti stradali e di ponti (strada presso Cesio, ponte di Garsi, ponte di Gazzelli): prenderà parte ad un attacco a fucilate avvenuto alla «Crocetta» (cima a levante di Torria) contro i tedeschi che stanno effettuando un rastrellamento, e contribuirà in tal modo a fare sì che le altre bande possano meglio predisporre i loro movimenti (battaglia del Pizzo d'Evigno del 19 giugno 1944, in cui cadde Silvano Belgrano); darà il suo aiuto ai partigiani transitanti per Torria dopo la liberazione dei detenuti politici dal carcere di Oneglia (19 luglio '44). Alassio Ugo avrà inoltre contatti con i comandanti Arrigo Giovanni (o «Romolo») e Osvaldo Contestabile. 
Tuttavia, verso la fine dell'estate '44, o all'inizio dell'autunno, la banda si scioglierà. Alassio Ugo, arrestato in casa a Torria dalla Compagnia O.P. del capitano Ferrari di stanza in Chiusavecchia, verrà poi rilasciato, dopo inutile interrogatorio; ritornato in Imperia entrerà nelle Formazioni di città (Divisione SAP «G. M. Serrati»), in relazione con Amilcare Ciccione e sempre aggregato alla DC; e in tali formazioni svolgerà la sua opera fino alla Liberazione. Il tenente Borreo, a sua volta, riparerà in Corsica, con una piccola barca. 
[NOTA]
(6) Notizie fornite dal rag. Alassio Ugo e dal dott. Silvano Alterisio. 
Giovanni Strato, Storia della Resistenza Imperiese (I^ zona Liguria) - Vol. I. La Resistenza nella provincia di Imperia dalle origini a metà giugno 1944, Editrice Liguria, Savona, 1976, ristampa del 2005 a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, pp. 131-132

sabato 6 dicembre 2025

Quattro bersaglieri fascisti catturati dai partigiani a Pietrabruna

Pietrabruna (IM)

Il passo della Follia, dalla caratteristica forma di mammella volta al cielo, situato a breve distanza dalla Bramosa, era il punto strategico dei nostri servizi di guardia; dal passo si dominava un incrociarsi di sentieri provenienti da valli diverse e si aveva la possibilità di scegliere, in caso di pericolo, il percorso più idoneo per il disimpegno. A nord l'ombrosa valle di Badalucco, a ovest il passo di San Salvatore e i relativi itinerari, a sud l'intera valle di Pietrabruna, mentre ad est, oltre a sentieri poco conosciuti, si accedeva alla strada di Santa Brigida che portava alla valle di Dolcedo. Piuttosto strano il nome del passo, di cui anche i locali non riuscivano a spiegare l'origine, solo una lontana cronaca, riportava il fatto che lo stesso era servito da avamposto ai soldati di Napoleone. Un mattino, io e Giorgio, quello di Modena, in un normale turno di guardia, si assaporava la tranquillità della giornata, comodamente sdraiati e a torso nudo sulla fascia del sentiero che affiancava il passo, ci si appagava nell'ammirare la profonda bellezza d'un panorama, dove il verde delle valli e l'azzurro del mare dominavano assoluti; l'ottima visibilità facilitava notevolmente l'incarico di controllare i percorsi che accedevano al passo; a mezzo d'un binocolo si riusciva a scorgere il lontano inizio degli stessi, che a turno, sistematicamente, si controllava. Ore piacevoli, dove il fruscio di un leggero vento accarezzava la nuda pelle, resa calda dal sole; pausa di serenità, dove l'occhio fermava la bianca vela sulla costa lontana, e un invitante silenzio portava la mente in luoghi e cose lontani; ma brusca, come sonora sveglia, la mano di Giorgio con un tocco mi riportò alla realtà: « Osserva », mi disse, « ho la sensazione che qualcosa si muova, qualcosa di diverso dal solito contadino che accompagna il mulo ». Afferrai il binocolo e guardai attentamente il punto indicatomi, rendendomi subito conto dell'esattezza della sua osservazione: si trattava sicuramente di diversi uomini e, quel che più conta, erano armati, l'inconfondibile luccichio delle armi ai raggi del sole non ammetteva dubbi. Si convenne di lasciarli avvicinare a distanza di sicurezza, dove il Majerling a mia disposizione avrebbe agevolmente falciato l'intero gruppo sulla piana pulita dei prati, nel peggior dei casi la nostra posizione ci permetteva un'agevole ritirata, mentre il rumore delle armi avrebbe sicuramente messo in allarme il distaccamento. Aderenti al terreno si attendeva immobili e, con l'avvicinarsi degli uomini, si prendeva esatta visione della consistenza e della composizione del piccolo reparto. Si trattava infatti di un totale di sei uomini: quattro bersaglieri, riconoscibili anche da lontano dal fluttuante piumetto, apparentemente disarmati, seguivano due borghesi in possesso di parecchie armi, quantitativo superiore in assoluto a una normale dotazione; perplessità da parte nostra di definire chiaramente la presenza in zona partigiana dello stesso gruppo. Seminascosto dall'erba, la bocca minacciosa del Majerling imbracciato, seguivo attentamente il gruppo che ormai aveva raggiunto la zona limite da noi stabilita. Il secco alt intimato da Giorgio, postosi in ginocchio con il fucile puntato ben visibile, li bloccò istantaneamente, parole incomprensibili che la distanza ed il vento non fecero giungere nitide; Giorgio ripetè ancora decisamente: « Non muovetevi, siete sotto tiro, fatevi conoscere », e finalmente uno dei due borghesi, dotato di una folta barba, alzò per tre volte contro il cielo il mitra che impugnava, il segnale; tranquillizzati si abbandonò il sentiero avvicinandoci, una spiegazione semplice e concisa: due partigiani volanti, componenti di rara permanenza in distaccamento, coadiuvati da due patrioti, avevano sorpreso in Pietrabruna, all'osteria di Petran, i quattro bersaglieri comodamente seduti, intenti a sorseggiare un bicchiere di vino. All'intimazione di mani in alto gli stessi non avevano opposto alcuna resistenza, lasciandosi sequestrare le armi in dotazione. Tranquilli ma pensosi, ragazzi di vent'anni come noi, li vidi allontanarsi verso la Bramosa, seguiti dai due garibaldini e mi domandavo cosa mai avesse mosso i loro passi, il coraggio, l'incoscienza, o una precisa volontà di incamminarsi su di un'altra via? Era strana la nostra guerra. 
Renato Faggian (Gaston), I Giorni della Primavera. Dai campi di addestramento in Germania alle formazioni della Resistenza Imperiese. Diario partigiano 1944-45, Ed. Cav. A. Dominici, Imperia, 1984, pp. 60-61

L'episodio della cattura dei quattro bersaglieri - avvenuta intorno a metà settembre 1944 - veniva confermato da Umberto Maria Bottino nel suo "I nostri giorni cremisi. 1943-1995" (Attilio Negri srl, Rozzano, 1995): l'autore, all'epoca bersagliere repubblichino, scriveva di essere entrato in Pietrabruna qualche giorno dopo la vicenda, di avere raccolto in merito informazioni anche dall'oste e, quindi, di poter ipotizzare la fucilazione da parte dei partigiani di due, se non di tutti i suoi camerati.
Adriano Maini 

mercoledì 19 novembre 2025

Cosa spingeva di nuovo i giovani sui monti a rischiare la vita?

Casanova Lerrone (SV). Fonte: Insiemefacile

Il 28 [marzo 1945], dopo aver parlato con Ramon [n.d.r.: Raymond Rosso, capo di Stato Maggiore della Divisione d'Assalto Garibaldi "Silvio Bonfante"], proseguii per la Val Lerrone. Erano con me due partigiani della scorsa estate che, tornati a casa durante l'inverno, cercavano il Comando divisionale nella speranza di avere qualche carica. Volli approfittare delle ore di cammino assieme per studiare la mentalità dei nuovi venuti. 
«Eravamo amici del Cion [Silvio Bonfante], mi dicevano, lui sapeva quel che valevamo. Siamo stati con lui fin quando fu ferito, poi siamo tornati ad Aurigo, a casa nostra». 
«Sono quindi molti mesi che mancate, forse vi sarà difficile adattarvi alla nuova vita, in quest'inverno molte cose sono cambiate». 
«Ce ne siamo già accorti in questi giorni. Quando il Cion comandava, si poteva andare al comando quando si voleva, adesso invece non si capisce dove sia». 
«Già perché voi non conoscete cosa sia la tattica cospirativa: è dal principio dell'inverno che il nuovo obiettivo non è più ammazzare i tedeschi, ma nascondersi il meglio possibile. Gli uomini più apprezzati sono quelli che sanno sganciarsi rapidamente in ogni circostanza, occultare uomini e materiale nel tempo più breve e nel modo più sicuro». 
«Insomma è più bravo chi scappa prima e si nasconde meglio?». 
«Sotto un certo punto di vista è così. Eravamo rimasti in pochi e dovevamo restare per campione. In compenso da brigata siamo diventati divisione [n.d.r.: la Divisione "Silvio Bonfante"] e siamo cresciuti tutti di grado». 
«Ai tempi del Cion queste cose non succedevano e se ci fosse ancora lui le cose andrebbero meglio. Tra i partigiani i gradi non ci sono mai stati». 
«Non ci sono stati ma adesso ci sono. Vi credete che questo inverno non sia servito a niente? Io per esempio sono capitano, poi ci sono colonnelli, tenenti e tutti gli altri gradi. Se restavate anche voi in montagna qualche filetto lo avreste guadagnato: eravamo in pochi e ce n'era per tutti. Così invece c'è il rischio che qualcuno vi faccia mettere sull'attenti se, come sembra, metteranno d'obbligo il saluto». Parlavo tra il serio e lo scherzoso: mi seccava vedere due che, essendo stati tutto l'inverno a casa, non si adattavano a riprendere il loro posto nelle bande come semplici garibaldini e per ottenere lo scopo non avevo parlato di quante sofferenze e di quanto sangue ci fosse costato il passare l'inverno sui monti e con quali difficoltà avessimo continuato le imboscate per far pagare al nemico l'occupazione della nostra terra, per mantenergli basso il morale e contribuire alla vittoria finale. A poco a poco, pur dubitando sempre delle mie parole, non riuscendo a separare la verità dallo scherzo, i due partigiani si eccitavano lentamente. «Non è però il caso che vi disperiate, se c'è qualcuno che vi raccomanda, se avete conoscenze al Comando, Forse...  A me per esempio mi aveva raccomandato il Rosso ancora lo scorso agosto, poi lui è andato a casa ed io ho fatto carriera». 
«Conosciamo Mario, lo abbiamo curato noi quando era ferito, ma non cerchiamo raccomandazioni».
«Beh, adesso siete voi che non volete chiamare le cose col loro nome. Tutto sta che al comando vi vogliano ricevere». 
«Cioè?». 
«Ecco, la cosa non è semplice come una volta, adesso che hanno i gradi quelli del Comando sono cresciuti di importanza; hanno cessato di dormire sulla paglia e di mangiare nella gavetta. Hanno creato un recapito e tutti quelli che hanno qualche cosa da chiedere o da dire si mettono a rapporto. I comandanti leggono l'esposto che portano le staffette e poi, se credono, rispondono o fissano il giorno ed il luogo del colloquio». 
«Se il Comando si crede che anche noi ci mettiamo a rapporto... ». 
«Se ci tenete ad esser ricevuti non c'è altro mezzo». 
Quella sera dormimmo tutti a Segua [borgata del comune di Casanova Lerrone (SV)] , il giorno dopo i due partirono per Ginestro [Frazione del comune di Testico (SV)] mentre io raggiunsi Poggio Bottaro [Frazione del comune di Testico (SV)] pensando a quello che avrebbero detto i compagni del giorno prima quando a Ginestro avrebbero trovato il recapito invece del Comando come speravano. 
«Guarda qua cosa scrivono due da Ginestro, disse quel pomeriggio Giorgio, se invece che partigiani siamo diventati l'esercito di Mussolini, se ci crediamo di essere i Signori Ufficiali del tempo della naja: che una volta comandava il coraggio mentre adesso diamo l'esempio a nasconderci... Cosa si credono questi matti: sono stati a casa tutto l'inverno ed ora giudicano e sputano sentenze. Che se ne tornino a casa che nessuno li ha chiamati». 
Era stato quello per me il primo contatto con le reclute della seconda primavera. Cosa spingeva di nuovo i giovani sui monti a rischiare la vita? Cosa induceva quelli che erano tornati a casa a riprendere le armi? Non era più come nel 1944 la minaccia dei bandi fascisti perché la Repubblica si era guardata bene di rinnovare l'errore molestando chi cercava di vivere tranquillo. Vi erano sempre le saltuarie retate di ostaggi che si abbattevano su giovani e vecchi, ma in percentuale il rischio era minimo. Si erano cancellati nel loro ricordo la memoria dei mille timori e scoramenti che in ottobre e novembre li avevano obbligati a piegarsi? Era forse la speranza rinnovata e più sicura della vittoria imminente? Per buscarsi una pallottola e restare storpi per sempre o morti il tempo c'era ancora e ne avanzava. Ed allora? Allora non ci facevamo molte domande, avevamo previsto e trovavamo naturale che gli arruolamenti riprendessero. Capirò in pieno solo durante l'inverno del 1946 quali sentimenti avessero agitato quei compagni fino a spingerli a tornare sui monti. La nostalgia potente, invincibile di quella vita, il ricordo dei compagni, dell'ambiente, dell'avventura, erano sentimenti duri ad estinguersi. Sapere che c'era sui monti chi continuava la lotta e che in futuro non un solo sguardo poteva rinfacciare loro la passata debolezza doveva accendere il sangue nelle vene. Tutta la vita partigiana era come una droga il cui sapore, una volta gustato, non si può dimenticare e spingeva fatalmente a tornarvi. Chi era partigiano nella seconda primavera non lo era più per gli errori e le minacce del nemico, ma solo per sua libera scelta, per l'amore della sua libertà e dignità.
Gino Glorio (Magnesia), Alpi Marittime 1943-45. Diario di un partigiano - II parte, Nuova Editrice Genovese, 1980, pp. 223-225 

martedì 4 novembre 2025

Fanno sfollare Ventimiglia

Isolabona vista da Apricale (IM)

Apricale, 27 ottobre 1944 
Siamo arrivati a destinazione sani e salvi, grazie a Dio. 
E' stato un miracolo perché, poco tempo dopo che eravamo passati da Camporosso, la nave ci ha fatto una scarica tremenda. 
Ad Apricale, come pure a Camporosso, Dolceacqua, Isolabona, vi sono i soldati tedeschi. E noi che credevamo di andare al sicuro! A mezzogiorno abbiamo pranzato da mia zia Battistina. Ad Isolabona, passando, abbiamo incontrato Piombo e Ramoino, ci hanno detto che verranno a trovarci. La casa che avevamo preso in affitto ad Apricale è stata requisita dai tedeschi proprio stamattina! Così siamo andati ad abitare da nostro cugino Alfredo. E' una casa bella e comoda, ma senza sole. Comunque, grazie alla sua gentilezza che ce l'ha messa a disposizione. Quassù, vi è tanta gente sfollata da Ventimiglia, anche alcuni conoscenti. 
21 novembre 1944 
Ho avuto una ricaduta (non dovevo ancora uscire) e sabato e domenica ho avuto la febbre quasi a quaranta. Il dottore temeva la difterite, ed occorreva una medicina particolare, urgentemente. Ha preparato la ricetta e ha detto alla mamma di andare al comando tedesco per vedere se potevano procurarla loro. Il capitano non si è fatto pregare due volte e ha mandato un suo uomo in motocicletta a prendermela a Sanremo subito. Possiamo proprio ringraziarlo. Il dottore mi ha fatto un'iniezione così dolorosa che ho pianto tutto il giorno, e la notte credevo di morire. Viene due volte al giorno e mi fa anche la pennellazione. Deve farmi altre iniezioni, anche se sto un pochino meglio. 
9 dicembre 1944 
Fanno sfollare Ventimiglia. Dicono che è una processione di gente, la mattina presto, con carretti a mano carichi di masserizie che va verso Bordighera. In alcuni punti della strada vi sono delle buche lasciate dalle bombe scoppiate magari nella notte. Dicono che, essendo ancora buio, quei poveretti ci vanno a finire dentro, non vedendole, coi carretti che si sfasciano. Pochi si fermano in loro aiuto perché temono qualche spiacevole sorpresa, e così lasciano quei poveretti in lacrime. Vorrei poterli aiutare tutti. Perché la guerra fa diventare la gente egoista? 
12 dicembre 1944 
Qualche tempo fa, prima ancora che facessero sfollare Ventimiglia, ho letto su "l'Eco della Riviera" un articolo che mi ha molto colpita, e lo riporto. E' intitolato "Entrando ed uscendo da Ventimiglia" e il giornalista dice: «Giunto a Genova per visitare le conseguenze del crollo della galleria, mi sono trovato in un città dove si discuteva animatamente sulla situazione di Ventimiglia, e siccome le notizie erano contraddittorie ed inverosimili, mi decisi senz'altro a lasciare Genova per la cittadina di frontiera. Giunsi verso le 11 a Bordighera e fui sorpreso di constatare la quasi normalità della vita. Vicino alla stazione vi era un autocarro che scaricava della farina. Seppi che era destinata a Ventimiglia, ma che l'autista si rifiutava di recarcisi per il troppo pericolo. Interrogai il grossista di generi alimentari, ed ebbi la conferma che nessuno ha il coraggio di fare il tragitto Bordighera-Ventintiglia, e che in conseguenza il Podestà di quest'ultima ha dovuto organizzarsi con mezzi di fortuna e con uomini di coraggio per rifornire la città tanto provata. Non esitai un minuto, e con la mia "Topolino" in pochi secondi fui a Vallecrosia, dove potei constatare le terribili devastazioni dei bombardamenti aerei. Andavo lentamente, per ben vedere quando alcune cannonate mi fecero tornare alla realtà della situazione e riuscii ad attraversare la zona fra Vallecrosia e Ventimiglia immune. Sulla piazza del mercato mi fermai, e con grande sorpresa vidi un uomo che cacciava sui platani dei passeri. Tutte le strade deserte, e ovunque rivolgevo lo sguardo: case colpite, strade, marciapiedi, negozi, tutti un groviglio di rottami. Affrontai il cacciatore, presentandomi quale giornalista in cerca di impressioni... e di notizie. Il caso mi aveva fatto imbattere nel Segretario Politico, che riveste anche la carica di Commissario Prefettizio. Ero fortunato. Ci mettemmo in giro per la città, noncuranti del fragore del cannone che in quel momento batteva le vallate del Roia. La città vecchia, due mesi or sono disabitata, è attualmente rigurgitante di cittadini che, in seguito allo sfollamento delle frazioni di Latte, Grimaldi, Mortola, Sealza ed altri piccoli centri, vi si sono riversati adattandosi a sedi che in tempi normali non sarebbero state possibili neppure ai poverissimi! La promiscuità è impressionante. La città nuova è solo abitata nelle cantine da pochi uomini e donne che non vogliono lasciare abbandonato quanto ancora di sano hanno nei loro appartamenti. I quattro rifugi sono rigurgitanti di folla di tutte le classi sociali e di tutte le età. Il disagio è grave, perché Ventimiglia non ha più luce né acqua. Molti sono i casi di difterite e scabbia. Dopo la vista di tanta miseria e distruzione, il Commissario Prefettizio mi ha accompagnato nell'improvvisato Municipio. Qui ho trovato quello che non avrei mai immaginato! Le ingombre cantine del Palazzo di via Roma sono state sgomberate, sbiancate e destinate con diligenza a tutti gli uffici Municipali. Gli impiegati, che nella quasi totalità avevano abbandonato il lavoro, vi sono tornati all'unanimità, e siccome nel pianterreno funziona anche una buona mensa, tutti con entusiasmo (compresi i Postelegrafonici) si prodigano per tenere normale l'amministrazione. Fuggiti i grossisti, e chiusi quasi tutti i negozi, il Commissario Prefettizio ha trasformato la sala della Posta in magazzino, e tutti i generi alimentari, che pervengono attraverso difficoltà enormi e rischi non indifferenti, vengono accumulati e distribuiti per conto del Municipio. Quello che più ancora colpisce è la luce elettrica in tutti gli uffici e i ricoveri dove molti dormono. Con rapidità sono stati requisiti circa trenta accumulatori della ferrovia, fili e lampadine a basso voltaggio ed un coraggioso giovane con carro fa spola con Bordighera per ricaricare gli accumulatori. A Ventimiglia si vive isolati dal mondo. Niente radio, niente giornali. Vive solo "Radio rifugio", che moltiplica giornalmente le più impensate fandonie sugli avvenimenti. La posta alcune volte la settimana si fa attendere. Il mercato della frutta e verdura è scomparso e quella poca roba che arriva e che viene importata da piccoli coraggiosi imprenditori, costa dieci volte il prezzo di tutte le altre città d'Italia. Alla domanda di come la mensa provvedesse la verdura, mi viene risposto che spesso provvede "l'orto dello zio" e cioè gli orti abbandonati sono con zelo visitati dagli incaricati della mensa. In questa città chiusa è venuta a mancare la moneta di piccolo e grosso taglio. Il Commissario Prefettizio ha provveduto con molti assegni municipali valevoli in Ventimiglia. Cessato l'imboscamento e l'evasione si è normalizzato anche questo mezzo di scambio. Un piccolo gruppo di volenterosi si è messo a disposizione completando nuovi mezzi di trasporto e di scambi, per diminuire le gravi difficoltà annonarie. Mentre apprendevo quanto sopra, il cannone ha ripreso il suo lugubre ululato e tutti si rifugiavano nelle cantine. Nuovi lutti, nuove devastazioni. Vengo messo al corrente anche dell'attività del Fascio che, instancabile, pensa a tutto e a tutti, compresa una balda schiera di uomini della Brigata Nera. Ho tentato di avere notizie sulle operazioni di questo fronte, ma ho potuto sapere solo che il nemico, non potendo passare, si sfoga a distruggere la città. Guardo con fierezza d'italiano questo manipolo di uomini che serenamente affronta giornalmente, e per chissà quanto tempo ancora, tanti pericoli e disagi, e lascio Ventimiglia maggiormente convinto che le ottime minoranze salveranno la Patria».
Fine dell'articolo che, come ho detto, veniva scritto qualche tempo fa. Ho appreso un sacco di cose che papà, pure essendo impiegato in Municipio, non mi aveva dette. 
Apricale, 14 gennaio 1944 
Siamo tornati ieri da Imperia. Mercoledì 10, dopo aver camminato quattro ore e mezzo fra i monti e più di tre ore sulla neve (la collina che porta a Perinaldo e poi la discesa), siamo giunti a Bordighera alle 11.30. E' stata una gran fatica, però compensata dal gran paesaggio fiabesco: il leggero chiarore della luna rendeva tutto azzurrino sulla neve. 
Dopo esserci fermati a pranzo a Bordighera da Nuccia e Claudio, alle 14.30 abbiamo preso l'autobus che andava ad Imperia. Avevamo fatto pochi chilometri, che s'è vista la nave sul mare che faceva fuoco su Bordighera. Ad Ospedaletti c'è stata una sosta piuttosto lunga e poi, alle prime case di Sanremo, vedemmo la gente sulla strada che faceva segno verso il cielo, e tutti correvano. L'autobus si fermò, tutti scesero e otto cacciabombardieri furono sulle nostre teste. Eravamo più di quaranta persone in mezzo alla strada, che non sapevamo dove cercare scampo. Vedevo le bombe scendere dagli apparecchi, la contraerea che sparava da tutte le parti: un rumore d'inferno. Tutti urlavano come pazzi, perché gli aerei giravano proprio sopra di noi. Papà, infine, decise di attraversare di corsa la strada per andarci a rifugiare in una casetta poco distante. Siamo andati infatti lì, e la mamma aveva perso la parola per lo spavento. Infine, dopo aver gettato parecchie bombe, gli aerei se ne andarono. Papà andò a vedere i danni e disse che in via Vittorio avevano distrutto, fra gli altri, un palazzo di quattro piani, e che c'erano parecchi feriti. Ritornammo sull'autobus che riprese la corsa verso Imperia. Ahimè, dopo pochi minuti, riecco le persone che scappano a gambe levate. Siamo scesi tutti dall'autobus, mentre questo era ancora in moto, ed io, urtata nella schiena, per poco non mi sono rotta la testa nello scendere. I viaggiatori erano tutti in preda al panico. Fortunatamente, gli aerei sono passati senza gettare bombe. Eravamo proprio nel centro di Sanremo. Alle 17.30 eravamo ad Artallo, tra lo stupore di tutti che proprio non ci aspettavano. Ma noi non avevamo più loro notizie da tempo... Com'è cresciuto il cuginetto Pietro! 
Il sabato siamo ripartiti e siamo giunti a Bordighera proprio nel momento in cui avevano finito di cannoneggiare. Mio padrino per poco non ci lascia la pelle e una donna gli è morta a pochi metri di distanza. Ho visto Giorgione Romano, e mi ha fatto molto piacere. 
Quanta gente di Ventimiglia abbiamo incontrato. 
La notte abbiamo dormito a Bordighera e, per colmo di disgrazia, hanno cannoneggiato in continuazione dalla parte della Francia. Anch'io, sebbene mi reputi abbastanza coraggiosa, ho avuto paura a dormire in quell'albergo: forse perché era abbastanza allo scoperto, quindi più esposto ai tiri. Quando sentivo il colpo di partenza, mi rannicchiavo sotto le coperte, e mi dicevo: «Questa è per noi». Invece Iddio ci ha assistiti, e forse anche perché, nella marcia di andata, abbiamo trovato un ferro di cavallo nella neve, che abbiamo raccolto. Ieri mattina presto siamo ripartiti ed alle 13 siamo arrivati quassù, stanchi, impauriti, ma lieti che l'incubo delle bombe fosse finito. 
24 aprile 1945 
I soldati son partiti tutti. Ad Isolabona, prima di andare via, han fatto saltare i ponti e la strada. 
25 aprile 1945 
Sembra festa: dicono che i Francesi stanno avanzando. 
Questa notte sono scesi i Partigiani. Anche Isola e Baiardo sono già occupate da loro. Sul campanile hanno messo la bandiera bianca e le campane han suonato a distesa tutto il giorno. Sono comunque ancora passati bassi i caccia e dicono abbiano bombardato e mitragliato Bordighera. Forse avranno visto ancora qualche tedesco. 
E' sera. I Francesi sono a Ventimiglia, e dicono vi sono anche parecchi negri. Non ci credo ancora: ma allora, da noi la guerra è proprio finita? Grazie. Gesù! 
26 aprile 1945 
Ieri è stato Renzo da noi ed ha detto che davvero a Ventimiglia e paraggi vi sono i degollisti. Nel fiume Roia c'è l'apparecchio ricognitore che tante sere abbiamo sentito e che avevamo chiamato "Cicogna". Non si sa se atterrato volontariamente od in seguito ad un guasto al motore. Papà è andato con Rocco a vedere le nostre case alle Ville ed io e la mamma li abbiamo accompagnati sino ad Isolabona e poi ci siamo fermate a vedere i ponti che non ci sono più. Un gruppo di uomini, però, tra cui tre tedeschi presi prigionieri, si adoperano per rimetterli su il più presto possibile. Anche Isola è tutta imbandierata. Dicono che i tedeschi si sono arresi dappertutto. Allora, è proprio finita! 
Nuccia Rodi, Diario di guerra. Ville, 22 giugno - 26 ottobre 1944... in Renzo Villa e Danilo Gnech (a cura di), Ventimiglia 1940-1945: ricordi di guerra (con la collaborazione di Danilo Mariani e Franco Miseria), Comune, Studio fotografico Mariani, Dopolavoro ferroviario, Ventimiglia, 1995, pp. 113-116

sabato 1 novembre 2025

Il primo febbraio 1944 il primo CLN Provinciale di Imperia veniva modificato

Imperia: uno scorcio da Viale Matteotti

E' al Partito Comunista Italiano che bisogna riconoscere il merito di aver organizzato e potenziato i Comitati di Liberazione nazionale nella provincia. 
Già da anni il P.C.I. aveva costituito ad Imperia una Federazione regolarmente inquadrata e a Sanremo una sua zona saldamente diretta. Fu perciò possibile a questo partito iniziare in piena efficienza, come già si è detto, la lotta subito l'8 settembre 1943; non solo, ma, non appena l'organizzazione dei Comitati di Liberazione centrali ebbe superato la fase preparatoria, entrare in contatto, a mezzo dei collegamenti già da parecchio tempo in funzione fra le diverse federazioni del partito stesso, con gli enti superiori per raggiungere anche qui l'unità necessaria al rafforzamento della resistenza contro il nemico. 
Nella città di Imperia le premesse per il raggiungimento della collaborazione fra i maggiori gruppi politici erano già in atto con l'esistenza del “Comitato di unione”, di cui si è fatto cenno, al quale aderivano i tre principali partiti: quello comunista, il socialista ed il democratico cristiano, questi ultimi due ancora allo stato embrionale, in quanto non possedevano in quel tempo una struttura vera e propria, ma soltanto uomini e gruppi rappresentativi. 
Le trattative per la trasformazione del Comitato di unione in un Comitato di Liberazione Nazionale, che, a differenza del primo, costituito su basi esclusivamente politiche, doveva agire sul terreno politico-militare, furono lunghe e non sempre facili. Occorreva superare difficoltà enormi dovute allo stato di terrore continuo in cui si viveva: impossibilità di riunioni e di discussioni; deficienza di collegamenti; e, non ultimo, prevenzioni e diffidenze e timori di ogni genere. 
Ma la volontà delle masse, che si esprimeva attraverso l'ostinato spirito di resistenza e lo sviluppo costante delle formazioni di montagna, ebbe ragione degli indugi e delle tergiversazioni: il 1° febbraio 1944 il C.L.N. Provinciale veniva definitivamente costituito ed assumeva, col riconoscimento degli organi superiori, la direzione della lotta, condotta fino allora quasi esclusivamente dal Partito Comunista, il quale con encomiabile spirito di fratellanza poneva a disposizione del nuovo Comitato tutta la sua organizzazione, l'unica veramente efficiente fino a quel momento. 
Il sorgere del C.L.N. Provinciale di Imperia può considerarsi, senza dubbio, un avvenimento capitale per la condotta della guerra di liberazione nella nostra provincia: da quel momento la resistenza contro il nazi-fascismo si trasforma da lotta di partito in lotta di tutto il popolo, senza distinzione di fede politica, e pure la nostra zona viene finalmente a possedere un organo di direzione regolarmente riconosciuto anche dal punto di vista legale, in quanto emanazione diretta del governo democratico italiano e perciò in grado di esercitare con pieno diritto, se pur in forma clandestina, i poteri e le funzioni del governo. 
I membri del C.L.N. provinciale di Imperia, che durò in carica sino alla fase ultima dell'insurrezione e si allargò poi dopo il 25 aprile con i rappresentanti di altri partiti, furono Gaetano Ughes (Giorgio), rappresentante del P.C.I. e segretario, Carlo Aliprandi (Lungo), A. M. [addetto militare], Ernesto Valcado (Sirco), rappresentante del gruppo socialista, Ugo Frontero, A. M., Carlo Folco rappresentante del gruppo democristiano, Amilcare Ciccione, A. M.  
Il lavoro che il Comitato di Imperia svolse, con la diretta e completa collaborazione della Federazione comunista e sotto la guida intelligente accorta ed instancabile del suo segretario Ughes, fu importantissimo e complesso. 
Vennero, innanzi tutto, potenziati i servizi di propaganda e quelli militari con la creazione di numerosi organismi ad hoc: una delegazione militare della 1^ Zona Liguria col compito di tenersi collegata, come ente sussidiario cittadino, alle formazioni armate operanti in montagna; una divisione di S.A.P. (Squadre di azione patriottica), la “Giacinto Menotti Serrati”, che in breve accentrò, con le sue numerose brigate, tutto il movimento delle squadre di città della Riviera; una formazione di G.A.P. (gruppi di azioni patriottica) di cui Nino Siccardi (Curto), fu il primo comandante, costituenti speciali squadre volontarie di punta e di assalto; per la città e il circondario di Imperia un S.I.M. (Servizio informazioni militare) con l'incarico di raccogliere e diramare ai S.I.M. di montagna, a quello di Sanremo ed ai servizi delle altre province, informazioni e rapporti militari e politici di ogni genere, di seguire e studiare i movimenti delle truppe nemiche, di collaborare con i servizi alleati, di mettere a punto piani di operazioni e di azioni; un ufficio intendenza con una speciale squadra finanziaria, per la raccolta ed il convogliamento in montagna che con Savona e Genova e con Sanremo; un centro di propaganda, fornito di tipografia clandestina, per la stampa di manifesti e volantini che venivano distribuiti o affissi in tutta la provincia; numerosi organismi economici, sindacali ed amministrativi per lo studio preventivo dei problemi relativi e delle misure necessarie da essere messe in atto a liberazione avvenuta. 
I risultati raggiunti, in condizioni sempre pericolose e spesso disperate, furono tali da superare ogni aspettativa, ed il successo finale dell'insurrezione, preparata e sviluppata attraverso mesi di lotta senza quartiere, sta a testimoniare quanto il C.L.N. compì. 
Oltre alla propaganda orale svolta ovunque nelle fabbriche, negli uffici, nei ritrovi, migliaia di manifestini furono affissi o distribuiti in città e nei paesi del circondario; decine di milioni in denaro od in merci vennero inviati alle formazioni di montagna. L'arruolamento e lo smistamento dei volontari della libertà non ebbe mai sosta; operazioni ardite ed estremamente rischiose vennero eseguite in città per mezzo del C.L.N. o in stretta collaborazione con nuclei partigiani, come, per citare qualcuno dei numerosi episodi, la liberazione di prigionieri politici dal reclusorio di Oneglia, l'esecuzione di spie e traditori, il prelevamento di armi, munizioni e viveri, il riscatto di ostaggi e, infine il salvataggio degli impianti portuali, di ponti, centrali elettriche, officine e magazzini, che rese possibile la immediata ripresa delle attività il giorno stesso della cacciata dei nazi-fascisti. Come fu opera del Comitato la preventiva organizzazione dell'amministrazione pubblica e la relativa assegnazione delle cariche cittadine, che evitò il disgregamento dei servizi a Liberazione avvenuta e dette il modo, il 25 aprile 1945, di iniziare l'opera di ricostruzione e di mantenere l'ordine e la legalità nella città e nel circondario con l'ausilio delle truppe partigiane.
Mario Mascia, L’epopea dell’esercito scalzo, A.L.I.S., 1946, ristampa del 1975 a cura dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia,  pp. 53-55

Nell'ottobre 1943, mentre l'azione organizzativa dei comunisti si sviluppava ulteriormente nella lotta, nella città di Imperia continuavano i contatti del centro con gli esponenti delle altre correnti politiche antifasciste, per giungere alla costituzione del primo Comitato di Liberazione Nazionale, nel mese di novembre 1943, così composto: Giacomo Castagneto (PCI), Giacomo Amoretti (PCI), Ambrogio Viale (DC), Filippo Berio (Pd'A) ed Ernesto Valcado (PSIUP). Questo primo Comitato completò l'organizzazione delle SAP cittadine, istituì il Servizio Informazioni Militari (SIM) partigiano, sostenne con ogni aiuto possibile i nuclei che si andavano formando, quali veri e propri gruppi partigiani in montagna. Il 17 novembre 1943 cadeva, in uno scontro con i fascisti, Walter Berio, il primo partigiano che immolava la sua vita per la libertà.
Dopo l'eroica morte di Felice Cascione in montagna (Alto, 27.1.1944), il Comitato decideva di inviare Nino Siccardi (Curto) a prendere il comando delle formazioni partigiane della I Zona Operativa Liguria. 
Il primo febbraio 1944 il primo CLN Provinciale veniva modificato in quanto, essendo stati individuati dai nazifascisti, i membri Viale e Berio dovettero allontanarsi, mentre Giacomo Castagneto, per disposizione del PCI, si trasferiva a Cuneo a dirigere la Federazione del Partito in quella Provincia, in sostituzione del compagno Barale, caduto durante l'incendio di Boves da parte dei tedeschi. Lasciò infine il CLN Giacomo Amoretti, pur restando nelle file dell'organizzazione della Resistenza a Imperia, per trasferirsi poi nei primi giorni di settembre 1944 a Genova, a far parte del Comando della Delegazione delle Brigate Garibaldi della Liguria. 
Il nuovo Comitato era subito riconosciuto dal CLN Regionale Liguria e durerà in carica dal primo febbraio 1944 alla Liberazione, con giurisdizione su tutta la Provincia di Imperia e sul Circondario di Albenga. Questa la formazione del nuovo Comitato: Gaetano Ughes (PCI), presidente; Ernesto Valcado (PSIUP); Carlo Folco (DC); Ugo Frontero (PSIUP), Carlo Aliprandi (PCI) e Amilcare Ciccione (DC), tutti e tre addetti militari. Allo scopo di coordinare l'azione militare, che andava oramai assumendo un ruolo di prim'ordine nella lotta di liberazione nazionale, veniva pure costituito, alle dirette dipendenze del CLN, un centro militare che riprendeva le funzioni del "triangolo militare" creato subito dopo l'armistizio e poi sciolto a fine novembre 1943, quando i suoi più attivi componenti erano stati inviati in montagna per organizzare le formazioni partigiane. Del Centro Militare, strettamente integrato nel gruppo politico del CLN e da questo dipendente, fecero parte, fino alla Liberazione, i tre addetti militari del CLN stesso, Carlo Aliprandi (Il Lungo), Amilcare Ciccione (Milcoz) e Ugo Frontero (Ugo). 
Nell'intento di garantire la clandestinità dell'organizzazione e sventare i continui tentativi della polizia nemica di annientarne gli organismi dirigenti, nonché onde evitare inutili dispersioni di energie, venne deciso di accentrare, per quanto possibile, nelle mani del presidente e segretario la gran parte dell'organizzazione politica (stampa e propaganda, organizzazione locale e gli svariati e delicati servizi di collegamento), anche in considerazione del fatto che il presidente era in grado di valersi, nell'espletamento delle sue funzioni, della già esistente organizzazione del PCI e dei suoi principali terminali nella Provincia. Anche gran parte della finanza venne affidata alle cure del segretario, il quale poteva così disporre sia dei fondi che giungevano saltuariamente dal Centro di Genova, sia di quelli raccolti o prelevati nella città di Imperia e nei centri della Provincia, e quindi provvedere di volta in volta, anche nei casi di emergenza, ai necessari finanziamenti, si trattasse delle forze operanti in città o delle formazioni partigiane in montagna, le cui esigenze si andavano facendo sempre più onerose e complesse con il crescere delle loro file. I membri del Comitato di Liberazione si riunivano periodicamente, quasi sempre con la presenza di uno o di tutti gli addetti militari. Nei primi mesi del 1944 le riunioni avvenivano una o due volte la settimana, poi, quando i tempi divennero più duri e la situazione si fece pericolosa, in media ogni quindici o venti giorni. Generalmente le riunioni avevano luogo nell'abitazione del segretario. Talvolta, quando si sospettava un pericolo, presso quella dell'avvocato Folco, di Valcado, o di uno degli addetti militari. In alcune occasioni, convegni vennero tenuti in caffè cittadini. Il Comitato, in seduta plenaria, esaminava nelle grandi linee il lavoro svolto nel periodo precedente e dava al segretario disposizioni per il lavoro da svilupparsi nel futuro. Naturalmente non sempre era possibile fissare in precedenza una linea di condotta precisa, poiché, dopo l'occupazione di Roma (2 giugno 1944), gli sbarchi alleati prima in Normandia (6 giugno 1944) e poi nella Francia Meridionale (15 agosto 1944), la situazione era pur sempre estremamente fluida e richiedeva continui adattamenti, e talvolta impensate soluzioni d'urgenza.
Francesco Biga e Ferruccio Iebole (a cura di Vittorio Detassis), Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria) - vol. V,  Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia, 2016,  pp. 110,111

mercoledì 22 ottobre 2025

Con gli abiti a brandelli, i fascisti passano per le vie di Triora

Triora (IM). Foto: Alessandro Spataro

Lo stesso giorno 12 [febbraio 1945], verso le ore 10, una cinquantina di fascisti salgono da Molini di Triora verso il Monte Pellegrino per poi scendere a Bregalla. E' il momento della riscossa: due Distaccamenti del I Battaglione (V Brigata), raggiungono il Pellegrino prima del nemico che, per sfuggire al tiro dei mitragliatori partigiani, è costretto a scendere in un vallone adiacente a Bregalla. Dalla località Goletta il Distaccamento comandato da Vittorio Curlo (Leo), apre il fuoco con il mortaio da 81. Sotto il tiro delle bombe il nemico si disperde. Nuovi rinforzi cercano di raggiungere i fascisti che intanto erano stati accerchiati. Ma anche questi uomini, che avrebbero dovuto soccorrere i primi, ritornano sui loro passi in precipitosa fuga, sotto le bombe. Soltanto durante la notte il nemico riuscirà a liberarsi dalla stretta. Affranti ed umiliati, con gli abiti a brandelli, i fascisti passano per le vie di Triora  additati a scherno da parte della popolazione. A causa della sua fuga il nemico lascia sul terreno una mitraglia pesante, bombe a mano e diversi caricatori. Pare che sette fascisti non siano rientrati alla base di partenza (19). 
Un fascista del presidio di Molini di Triora, mentre sta rubando galline in un pollaio, viene ucciso da una pattuglia partigiana (20).
[NOTE]
(19) - ISRECIM, Archivio, Sezione I, cartella 30, da relazione del comandante Armando Izzo (Doria) - Archivio, Sezione III, cartella 9, da una relazione di Vittorio Curlo: "Ero alla Goletta con Vitò e vi rimasi fino alla metà di febbraio. Il giorno 12 febbraio avvenne il fatto che, pur non cambiando il rapporto delle forze, ci risollevò il morale e ci fece intravvedere la fine delle sofferenze. A Molini di Triora era di stanza una Compagnia di Cacciatori degli Appennini (fascisti), comandata dal famigerato capitano Cristin. Erano convinti, credo, che fossimo tutti dispersi, avevano arruolato di forza, piu che altro per tenerli d'occhio, tutti i giovani della zona, e facevano duramente pesare l'occupazione sulle popolazioni con angherie, sopraffazioni e razzie, tipico loro modo di comportarsi quando si ritenevano i più forti. Effettivamente il loro modo di comportarsi con le popolazioni locali era pessimo e spesso mi sono chiesto le ragioni di ciò: forse il loro credo politico che li portava a disprezzare le opinioni e gli interessi della povera gente. Il loro carattere mercenario, la scarsa disciplina, il presentimento della fine prossima, la chiara senzazione dell'inimicizia che li circondava, era un generale comportamento che nuoceva loro e favoriva noi. Ci venne riferito che sarebbero venuti a Bregalla per razziare e far festa a spese di quei poveri contadini. Vennero effettivamente il mattino del 12 febbraio 1945, credo attraverso Triora, monte Trono, Gorda, scendendo poi verso Bregalla. Se li trovò di fronte, all'improvviso, il Distaccamento comandato da "Sergio", che si trovava in regione Castagna, in funzione protettiva nei confronti dell'ospedale da campo governato dallo studente in medicina Leo Anfosso (Pavia). La sorpresa fu reciproca, ed incominciò la sparatoria. Loro si ritirarono sulla cresta vicino a Gorda, e di là sparavano con i mitragliatori contro i nostri in regione Castagna, senza risparmiare munizioni. Il nostro Distaccamento rispondeva con brevi raffiche e colpi isolati. Per qualche ora la situazione non cambiò. Come dissi, con Vitò mi trovavo alla Goletta, sopra le rocche di Loreto; tirammo fuori ii mortaio da 81 dal ricovero e sparammo qualche colpo sulla cresta di Gorda: i nemici si dispersero quasi subito. Dopo qualche minuto, sul sentiero che da Triora passa sopra Loreto e giunge a Bregalla, scorgemmo una lunga colonna di rinforzi, il resto della Compagnia, indubbiamente chiamata con radio da campo. Attendemmo di averli di fronte e poi sparammo anche a loro; si arrestarono per qualche secondo quando udirono il colpo di partenza, poi continuarono ad avanzare, certo persuasi che il colpo non fosse diretto a loro e mancarono così l'appuntamento con la bomba che, dopo un viaggio di mezzo minuto, esplose una ventina di metri innanzi; non ebbero quindi dei danni, forse qualche ferito leggero, ma bastarono il fumo e la polvere dell'esplosione per farli tornare sui loro passi di corsa. Li accompagnammo con gli ultimi due o tre colpi fino a Triora; correvano molto rapidamente, ma ad ogni colpo in arrivo acceleravano ancora di più la loro corsa; in fondo uno spettacolo abbastanza penoso, che dimostrava, oltre al resto, la loro scarsa convinzione politica. L'azione non produsse gran danno al nemico, forse qualche ferito leggero, più che altro di schegge e per cadute nella corsa disperata per salvarsi. Le conseguenze psicologiche furono invece enormi, rovesciarono addirittura il rapporto in modo a noi favorevole, tanto che, la notte successiva, una nostra pattuglia con divise tedesche andò a Molini di Triora e prelevò le loro sentinelle sulla porta della caserma, senza che nessuno di loro reagisse efficacemente. L'azione venne compiuta, tra gli altri, da Riccardo Vitali (Cardù), Pierluigi Daniele (Tritolo), e "Minturno". Gli altri loro presidi erano in allarme, ed in parte vennero ritirati per rinforzare i rimasti: era quanto volevamo noi. Ci venne riferito che, come prima ci sottovalutavano considerandoci dispersi e innocui, ora ci ritenevano ben più forti di quanto non fossimo, tanto da non sentirsi sicuri neppure nella loro caserma. La circondarono, dopo l'azione della nostra pattuglia, di cavalli di Frisia, la notte vegliavano tutti e sparavano al minimo rumore. Il favore delle popolazioni verso di noi aumentò e si tradusse in maggiori aiuti e informazioni". 
(20) - Archivio Storico del Comune di San Remo. 
Francesco Biga, (con la collaborazione di Osvaldo Contestabile), Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria). Da Gennaio 1945 alla Liberazione - Vol. IV, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, 2005, pp. 172, 173  

giovedì 9 ottobre 2025

Partigiani cattolici in provincia di Imperia

Cosio d'Arroscia (IM)

Ai margini delle Brigate componenti le Divisioni Garibaldi "Felice Cascione", "Silvio Bonfante" e "G.M. Serrati" si vennero organizzando anche altre piccole formazioni partigiane che, pur seguendo analoghe tattiche militari, tendevano a difendere non solo la loro diversa identità politica e ideale, ma anche una propria autonomia operativa, finendo talvolta per sottovalutare il problema del coordinamento, fattore cruciale nelle operazioni belliche. Ciò in taluni casi fu motivo di gravi contrasti con il grosso delle forze partigiane del Ponente, di matrice garibaldina e quindi di prevalente ispirazione politica comunista. Ad ogni modo anche tali formazioni minori diedero un loro non trascurabile contributo alla Resistenza ponentina.
In questo capitolo presentiamo una sintesi delle loro fisionomie e delle loro iniziative, appoggiandoci al materiale documentario conservato negli archivi dell'Isrecim.
Secondo quanto riferito da Carlo Carli <188 nel suo scritto dal titolo "L'azione Cattolica imperiese e la banda "La Fenice" nei suoi rapporti con la "Val Tanaro" <189, due bande partigiane, "Libertas" e "La Fenice" sarebbero nate a Imperia alle soglie dell'estate 1944 per sua personale iniziativa e grazie all'apporto finanziario di alcuni simpatizzanti. Dell'attività militare e delle vicende interne della prima formazione poco è dato sapere, scarseggiando sia le testimonianze che l'evidenza documentaria, salvo nel caso dell'attacco a un reparto tedesco in località Fontana di Bachin presso Villatalla nel settembre 1944, con la conseguente liberazione di un gruppo di ostaggi in mano nemica. <190
Più copiose sono invece le testimonianze riguardanti le alterne e travagliate vicende della "Fenice", la più significativa espressione del partigianato autonomo cattolico dell'Imperiese. 
Capo della banda "La Fenice" era Tonino Siccardi, che aveva preso con sé il grosso dei giovani di Azione Cattolica cresciuti e operanti a Imperia negli anni 1938-1940, sotto la guida di Don Santi, animatore del "Circolo di San Maurizio". Giovani che ci tenevano a chiamarsi "Forti e Puri", in contrapposizione ideale alla gioventù fascista del "Libro e Moschetto". Su 300 di questi giovani, almeno 200 presero al momento delle decisioni cruciali la via della montagna, favoriti da tale intima maturazione democratica e antifascista.
Non solo i fascisti, per la verità, avevano in uggia questi giovani refrattari alle esercitazioni del "sabato militare", ma anche i partigiani comunisti del comandante Nino Siccardi (Curto), i quali solevano chiamarli, con beffardo sarcasmo, "la banda del rosario". Non sorprende quindi che, sin dagli inizi, il nucleo dirigente della compagnia mirasse a stabilire rapporti preferenziali di collaborazione e dipendenza con le formazioni autonome d'ispirazione monarchico-moderata della IV Divisione Alpina di Enrico Martini (Mauri), se è vero che, come ricorda il citato Carlo Carli, egli stesso già a fine luglio si recò a Upega, dove stava la Brigata "Val Tanaro" di quella Divisione, per prendere contatto con il comandante, capitano Hanau (Martinengo), e porre sotto il suo Comando le due bande da poco fondate.
D'altro canto, queste formazioni, trovandosi nel frattempo a stazionare prevalentemente sulle alte dorsali tra Val Prino, Valle Impero e Val Tanaro, non potevano che stabilire rapporti di buon vicinato e collaborazione con le brigate garibaldine a scanso di gravi rischi per la sicurezza degli uomini e l'efficienza dei dispositivi militari di entrambe le parti. Di fatto, avvenne che le due bande di ispirazione cattolica, e soprattutto la "Libertas", operassero spesso e volentieri sotto il comando del Curto, godendo peraltro di una certa autonomia d'iniziativa, tranne che per le azioni di guerriglia, che comportavano il preventivo benestare del comandante.
Ma lasciamo di nuovo la parola a Carli: "Intanto la posizione di queste due bande non garibaldine, in mezzo a tante di queste, era sempre più precaria. Io non riuscivo nell'intento di metterle sotto il Comando della IV Divisione Alpina perché era indispensabile che i componenti di dette bande si trasferissero in Piemonte, ma gli uomini che le componevano in gran parte non ne volevano sapere. Con alcuni che erano disposti al trasferimento, una radio trasmittente e un mulo preso all'Organizzazione Todt, partii per la zona della Val Tanaro, decisi a fermarcisi, perché le due bande erano passate sotto il Comando garibaldino (in seguito verranno disarmate dalle bande delle stesse formazioni garibaldine perché non di eguali idee politiche). Da Upega, dove raggiunsi la Brigata "Val Tanaro", passai a Carnino dove a metà agosto 1944 assunsi il comando di una squadra della Brigata stessa, la così detta squadra di Cosio... Il 20 novembre mi raggiunse (a Viozene) la Brigata. Il 24 novembre con due amici mi recai in Liguria quale delegato dell'EINL, per formarvi il CLN, come dal documento sopraccitato." <191
Tale documento è una lettera rilasciata il 24.11.1944 dal Comando della IV Divisione Alpina, a firma del capitano Martinengo e del rappresentante militare dell'EILN dottor Sismondi, secondo la quale "autorizzati dalle competenti autorità militari a venire incontro alle richieste a suo tempo avanzate dai rappresentanti della Provincia di Imperia, delegano il signor Carlo Carli a concludere in forma definitiva... quali saranno nella veste dei CLN gli esponenti delle masse rappresentate. In forza di tale autorizzazione riconosciuta, verranno appoggiati dalle forze armate dell'EINL (Esercito Italiano Nazionale di Liberazione)". Questo mandato, di ordine decisamente più politico che militare, conferito a Carli dal capitano Eraldo Hanau (Martinengo), autorizza a pensare che lo stesso Hanau ambisse, nelle parole stesse di Carli, "a estendere la sua influenza al di fuori della zona considerata allora di normale attività della Brigata ["Val Tanaro", N.d.C.]", ovvero nelle adiacenti vallate liguri, di convenuta competenza garibaldina.' <192
Nel frattempo, vuoi per la persistente divergenza politica, vuoi perché si sarebbero lasciati sfuggire un fascista loro prigioniero, verso la metà di settembre i partigiani della "Fenice" furono messi di fronte alla scelta obbligata tra il Curto e il Tonino: chi fosse rimasto con il Tonino sarebbe stato disarmato. Di fatto, la banda era sciolta. Così narra Giovanni Strato nel primo volume di questa "Storia della Resistenza Imperiese": "Sciolta la banda, dei componenti di essa qualcuno entrò in altre bande garibaldine, altri si nascosero per conto proprio, alcuni si trasferirono in Francia con un battello ed altri ancora passarono tra i partigiani della Brigata 'Val Tanaro'. Questi ultimi, subito dopo lo scioglimento della banda, si erano rifugiati nel villaggio di Pantasina, poco lontano da Monte Acquarone. Appunto, mentre erano in Pantasina, si misero in contatto con la Brigata "Val Tanaro", nella quale vennero incorporati e, verso i primi di dicembre del 1944, partirono da Pantasina per recarsi in Piemonte. Del gruppo partito per il Piemonte facevano parte, per quanto si ricorda, Vincenzo Giribaldi, Giuseppe Vassallo, Bernardo Asplanato, Pietro Demossi, Domenico Brusso, Paolo Saglietto, nonché cinque militari già della batteria di Caramagna <193 che da alcuni mesi si erano aggregati alle bande partigiane, passando ad esse con tutte le loro armi, ritirate poi dal Comando garibaldino. Fra i militari vi era anche Franco Paganesi (Cisco). Il suddetto gruppo, partito per il Piemonte, a Mendatica doveva incontrarsi con alcuni partigiani fra i quali Athos Giribaldi, Flaminio Spinetti, Alfredo Pungiglione. Avvenuto l'incontro, pernottavano nella zona, alcuni all'aperto presso Montegrosso, in Mendatica, altri ancora - fra cui i militari e Paolo Saglietto - in un fienile nell'abitato di Montegrosso." <194 Qui venivano sorpresi da un improvviso rastrellamento tedesco, effettuato nella zona di Viozene il 6.12.1944.
La notizia del rastrellamento non doveva essere del tutto inattesa, se già verso le ore 20 del giorno precedente era stata fatta una riunione dei capisquadra per prendere delle iniziative onde evitare l'attacco nemico. Ma evidentemente mancò il tempo, per cui i patrioti subirono tragiche conseguenze. Nell'impari confronto rimaneva ucciso Franco Paganesi <195, catturati gli altri quattro militari e Paolo Saglietto, mentre Vassallo, Spinetti, Pungiglione e Giribaldi riuscivano fortunosamente a mettersi in salvo, nonostante le raffiche degli MG42 tedeschi. A Viozene il 6 dicembre 1944 cadeva anche il partigiano Gian Luigi Martini (Gian), originario di Diano Marina.
In seguito i cinque catturati non verranno fucilati perché si riuscirà a far credere che essi fossero prigionieri dei partigiani. Scampati infatti una prima volta alla fucilazione loro minacciata davanti alla chiesa di Montegrosso, venivano tradotti a Pieve di Teco, dove dovettero la salvezza a padre Firmino (ossia Don Albino Simi, fratello del capo partigiano Domenico Simi (Gori), trasferitosi poi a Genova presso la chiesa di Santa Caterina), il quale sostenne che erano stati prelevati dal loro presidio di Caramagna dai partigiani, che dunque di prigionieri si trattava e non certo di comunisti, tant'era vero che nelle loro tasche era stato appunto rinvenuti il lasciapassare di Martinengo con la nota sigla ZC (Zona Cuneo). Furono quindi risparmiati ed inviati presso vari presidi repubblichini, donde poi riusciranno a fuggire, ad eccezione del sottotenente Folchi, ucciso a Savona in uno scontro avvenuto poco prima della Liberazione.
[NOTE]
188 - Carli Carlo, di Giovanni e Panero Eva, nato a Imperia il 20 maggio 1918, studente, sergente allievo ufficiale del 3° Reggimento Alpini. Dopo l'8 settembre 1943 appartenne alla Brigata partigiana "Val Tanaro". Comandante della squadra di Conio dal primo aprile 1944 al 7 giugno 1945. Riconosciuto partigiano combattente con deliberazione del CM n. 35237 del 31 maggio 1947. Industriale. Trovandosi in convalescenza ad Ormea l'8 settembre 1943, ritornò quel giorno stesso con l'amico Ricci Raimondo ad Imperia, provvedendo a privare delle armi la capitaneria di Porto Maurizio, parte gettandole in mare, trasferendole a Cosio con camioncino sottratto allo stesso Comando. Il 27 settembre organizzò un primo raduno in montagna, dove restarono una trentina di giovani. Fu nel giugno 1944 che iniziò una vera e propria attività partigiana con la stampa a mezzo ciclostile di tre numeri di un giornale clandestino, ampiamente distribuito ad Imperia. Nel giugno e luglio 1944 provvide alla costituzione delle bande partigiane "Libertas" e "La Fenice", delle quali stiamo appunto dicendo. In settembre 1944, attraverso Viozene raggiunse Valle Inferno di Garessio, dove sostenne un attacco dei tedeschi in rastrellamento. Si trasferì a Nascio, sopra Garessio, per meglio osservare e sostenere l'attacco che si ebbe l'indomani con piena fortuna. Col trasferimento della Brigata in Val Casotto (15 settembre) si fissò con la sua squadra alla Correria, compiendo qualche azione sulla strada statale n. 28 e sulla strada Mondovì San Michele fino a quando si trasferì attraverso Valle Inferno a Viozene, dove il 20 novembre giunse anche la Brigata. Dopo lo sbandamento ed il periodo ligure, trascorso l'inverno tra Mendatica e Cosio, raggiunse la Brigata a Viozene agli ultimi di marzo 1945 e fu inviato a Cosio per ricostituirvi la squadra, scendendo alla Liberazione in Nava e Garessio.
189 - Documento allegato in fotocopia alle schede dei partigiani della Brigata "Val Tanaro" (vedasi: ISRECIM. Archivio, Sezione II, cartelle "combattenti fuori zona").
190 - ISRECIM, Archivio, Sezione I, Cart.112. Attorno a quella data, la banda "Libertas" risulta regolarmente inquadrata tra i garibaldini della Divisione "Cascione", come 3° Distaccamento della IV Brigata "E. Guarrini". Cfr. questa "Storia della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria), Imperia, ISRECIM et al., 1976-1916. Vol. III di Francesco Biga, La Resistenza nella Provincia di Imperia da settembre a fine 1944, Amministrazione Provinciale di Imperia-ISRECIM, 1977, pag. 76.
191 - Ibidem.
192 - Ibidem.
193 - Oltre a Franco Paganesi (Cisco), ricordato subito sotto, questi militari erano il sottotenente Falchi, poi catturato a Savona e ivi in seguito ucciso, Lupo di Mandello Lario, Pinto e Moretto, entrambi di Novara.
194 - Storia della Resistenza Imperiese, Vol. I di Giovanni Strato, cit., pag. 225 e sgg.
195 - Franco Paganesi (Cisco), nato a Verteva il 14.12.1925, studente universitario, arruolato nell'artiglieria alpina, compì a Genova Sturla il corso allievi ufficiali, militò dalla fine di aprile al giugno 1944 nella IX Brigata "F. Cascione", nella banda di Ermanno Martini (Veloce). Dal luglio successivo all'ottobre fu nella banda "La Fenice" come caposquadra, quindi si trasferì nella Brigata "Val Tanaro", nella quale militava quando fu ucciso. Prese parte alla battaglia di Badalucco dell'11 giugno 1944 e a quella di Villatalla e Tavole nell'agosto successivo. La famiglia risiede a Gazzanica (Bergamo).
Francesco Biga e Ferruccio Iebole (a cura di Vittorio Detassis), Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria) - vol. V, Ed. Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia, 2016, pp. 93-96