martedì 25 agosto 2026

I partigiani cercavano di eliminare la postazione tedesca di Monte Ceppo


Probabilmente in data 12 giugno 1944 vi è un'azione in Baiardo. Alcuni uomini di Vittò [n.d.r.: Giuseppe Vittorio Guglielmo], divisi in due squadre, e comandati da Argo [n.d.r.: Aldorino Iazzone] e da Assalto [n.d.r.: Carlo Peverello], erano stati mandati a Monte Bignone, all'arrivo della funivia, per attaccare dei tedeschi, che sarebbero dovuti arrivare con la funivia.
Gli uomini di Vittò erano partiti da Carmo Langan, dove vi era l'accampamento del 5° distaccamento (Vittò ed Erven). 
I partigiani aspettavano, tenendosi nascosti; ma con la funivia i tedeschi non arrivano. 
Al ritorno i partigiani passano per Baiardo, e si imbattono in una camionetta di tedeschi; alcuni di questi, nello scontro, restano feriti, e gli altri fuggono; nella fuga sparano all'inìpazzata contro tutti quelli che incontrano: così uccidono una donna e ne feriscono un'altra. 
Il giorno 13 giugno i partigiani di Vittò e di Erven [n.d.r.: Bruno Luppi] compiono una nuova azione, contro una postazione situata fra Baiardo e Monte Bignone. 
La postazione era forte di 25 uomini. 
Dirige l'azione Argo insieme con Assalto. Hanno una squadra per ciascuno, ma responsabile è Argo. 
I partigiani partono da Carmo Langan nella notte, anzi sul cader del sole, e tornano la mattina del giorno dopo, 13 giugno, con un forte bottino di materiale vario (armi, munizioni, coperte, gavette) e con 23 prigionieri, dei quali 2 sono austriaci e 2 cecoslovacchi. Uno dei cecoslovacchi è della zona dei Sudeti. 
I quattro stranieri rimasero con i partigiani, con i nomi Marx, Emilio, Romeo e Mario. Marx venne ferito a Sella Carpe, quando fu ferito anche Erven; dopo morirà in montagna, in combattimento. Anche un altro dei quattro stranieri cadrà in montagna. 
Dei militi fascisti, 4 vogliono tornare a casa. Fra questi Erven riconosce uno dei militari di Salò già lasciato libero dopo il fatto della "B8", che era stato compiuto dal gruppo di Vittò, Erven, Tento e Marco, e durante il quale Folgore si era assunto l'incarico di andare avanti agli altri, col prigioniero catturato in Molini. 
Il "repubblichino", fatto di nuovo prigioniero in questa circostanza, viene dapprima minacciato di morte; poi è rilasciato, ma, questa volta senza rifornirlo di carta di identità. 
Scopo principale dei partigiani era di attaccare ed eliminare la postazione tedesca di Monte Ceppo, molto munita, che dominava Carmo Langan e le strade circostanti, sia le rotabili, sia le mulattiere. 
Marco e Tento, a tal uopo, avevano anche procurato due cannoni, tolti da Cima Marta e collocati a Triora; dopo, però, si riscontrò che non era possibile farli funzionare, a causa delle munizioni deteriorate. 
Per attaccare Monte Ceppo si riteneva che fosse molto opportuno bloccare tutte le vie di accesso; ma, per fare questo, occorreva Baiardo libera; e, invece, sulla strada Baiardo-Monte Bignone vi era una forte postazione tedesca, e bisognava eliminarla. 
Perciò furono compiute nella zona di Baiardo le due azioni sopra ricordate, specialmente la seconda. 
Giovanni Strato, Storia della Resistenza Imperiese(I^ zona Liguria) - Vol. I: La Resistenza nella provincia di Imperia dalle origini a metà giugno 1944, Sabatelli Editore, Savona, 1976, ristampa del 2005 a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, pp. 293-294

martedì 18 agosto 2026

Il Comando tedesco emana l'ordine di blocco della strada Albenga - Ormea - Garessio

Ponte di Nava, Frazione di Ormea (CN). Foto:  Mauro Marchiani

Il servizio informazioni partigiano (SIM) segnala che il nemico ha rinforzato le guarnigioni di Diano Marina, di Cervo, di San Bartolomeo e di Andora. Tutti i militari sono consegnati e rimangono nelle trincee da loro costruite quasi tutto il giorno. Il tempo è molto migliorato per cui si creano le condizioni per sviluppare con meno difficoltà le azioni contro il nemico, in particolare sulle strade costiere e sulla Statale n. 28 (Imperia - Pieve di Teco - Garessio) [...]
Mentre per cause sconosciute il primo aprile 1945 a Pornassio i Tedeschi uccidono il civile Giacomo Frumento, e sarà l'inizio di un lungo stillicidio, il giorno stesso una squadra del Distaccamento "Brando C." attacca un pattuglione tedesco sulla Statale 28: quest'ultimo lascia sul terreno un morto e due feriti; all'alba, nei pressi di Garessio, altri partigiani, del Distaccamento "I. Rainis" si scontrano con una pattuglia tedesca la quale perde quattro uomini; dello stesso Distaccamento, il giorno successivo a Calderara, con bombe al plastico, alcuni partigiani fanno saltare un carro tedesco trainato da cavalli.
Il giorno 3, altri partigiani del Distaccamento "Brando C.", colpiscono sulla 28 un autocarro nemico che sbanda, mentre nei pressi di Barchi altri partigiani del "Rainis" ne mitragliano un altro ancora sulla stessa strada. Il 4 una squadra del "Rainis" prepara un'imboscata nei pressi di Martinetto (nell'Albenganese): Giorgio Alpron (Cis), capo di S. M. della I Brigata [n.d.r.: I Brigata "Silvano Belgrano" della  VI^ Divisione d'Assalto Garibaldi "Silvio Bonfante"], coadiuvato da alcuni compagni, mina gli scambi ferroviari ad Andora: viene applicato dell'esplosivo (dieci cilindri di plastico) sul triangolo degli scambi di levante. Con lo scoppio saltano per aria il triangolo e le rotaie del binario principale, rimangono pure inutilizzabili il secondo e il terzo binario per dieci ore. Un treno carico di esplosivo, scatolame, paglia e Tedeschi di scorta, rimane bloccato per un giorno nella galleria di Capo Mele. Per l'uccisione della G.N.R. Paulli, il commissario prefettizio di Albenga, A. Rolando Ricci fa affiggere un manifesto il quale rende noto che nel territorio della frazione di Leca è dichiarato il coprifuoco dalle ore 18 alle 6. Se accadessero altri fatti del genere, il centro abitato sarebbe stato spianato dalle artiglierie tedesche. 
Il giorno 6 una squadra di dieci uomini del Distaccamento "Castellari" affronta una corriera con civili e soldati tedeschi a bordo nei pressi di Cerisola [Frazione di Ormea (CN)]. All'autista viene intimato di fermarsi ma lui non eseguisce l'ordine, allora con una raffica nelle gomme delle ruote la macchina rimane paralizzata. Avviene una sparatoria durante la quale muoiono il maresciallo che era accanto all'autista e tre soldati, alcuni rimangono feriti. I partigiani non subiscono perdite e recuperano un Mauser, una pistola, alcuni caricatori di mitra e due fucili. Intanto giungono al Comando della I Brigata quattro militi postelegrafonici provenienti da Porto Maurizio: Ivo Panzani, Enzo Pignatti, Paride Bertoni e Francesco Idda: si arrendono allo stesso Comando, fornendo preziose notizie riguardanti i piani del nemico. 
Il SIM partigiano informa che nell'eventualità di una ritirata i Tedeschi, intendendo avere le spalle al sicuro, compierebbero un duro rastrellamento al fine di distruggere tutte le formazioni della Resistenza, andandole a scovare nei rifugi ed in tutti i casolari della Valle Arroscia. 
Il giorno 7 la squadra "Tamara" del Distaccamento "Rainis" attua un'imboscata contro soldati tedeschi sulla statale 29, i quali lasciano sul terreno un morto ed un ferito. Nel contempo una squadra del Distaccamento "Garbagnati" nei pressi di Diano Marina cattura due soldati repubblichini ed un soldato tedesco delle SS, altri partigiani dello stesso Distaccamento in Val Merula prelevano due soldati della Divisione "San Marco" muniti di pistola, i quali mentre vengono condotti al Comando partigiano, rimangono uccisi a causa di un loro tentativo di fuga. 
Lo stesso giorno è catturato un soldato tedesco che tenta la resistenza, ma viene ugualmente passato per le armi. Nei pressi di Casanova [Casanova Lerrone (SV)] partigiani del Distaccamento "De Marchi" si scontrano con una pattuglia tedesca; dopo lo scontro a fuoco non si riesce ad accertare le perdite nemiche che sono certe. 
All'alba del giorno 8 in seguito al persistere dell'allarme navale il Comando tedesco emana l'ordine di blocco della strada Albenga - Ormea - Garessio e Imperia - Taggia - Triora, inoltre ordina ai genieri di procedere al minamento dei ponti, delle opere e di alcuni tratti della statale 28. 
Nella serata del giorno stesso, nei pressi di Vessalico in Valle Arroscia, partigiani del distaccamento "Amato" sparano contro una compagnia di una trentina di Tedeschi i quali lasciano sul terreno due morti e tre feriti.
II giorno successivo una squadra partigiana comandata da "Spezza" del Distaccamento "Brando C.", in azione sulla strada 29, raffica con armi automatiche una pattuglia tedesca, causandole tre morti e due feriti. Un'altra squadra comandata da "Folgore", del Distaccamento "Rainis", lancia bombe a mano contro un autocarro nemico, il quale si capovolge: non accertate le perdite. 
Il nemico continua a rinforzare i presidi lungo le strade statali delle Valli Arroscia e Impero.
Francesco Biga, (con la collaborazione di Osvaldo Contestabile), Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), Vol. IV: Da Gennaio 1945 alla Liberazione, Ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, 2005, pp. 266-268

mercoledì 12 agosto 2026

La strage nazista di Grimaldi


Il 7 dicembre 1944 soldati nazisti fucilarono tre gruppi familiari nell'abitato di Grimaldi a Ventimiglia, precedentemente evacuato per ordine tedesco. La motivazione della strage è incerta, ma potrebbe essere legata al mancato rispetto dell'ordine di evacuazione del paese.
Il Tribunale Militare di Torino in data 15 maggio 2000, dopo un processo che vide alla sbarra il maggiore Hans Geiger (nato a Francoforte il 12 giugno 1906) e il tenente Heinrich Goering (nato a Betzdorf il 17 luglio 1923), rispettivamente comandanti del 253. Grenatier Regiment della 34 Infanterie division e della VI compagnia dello stesso reggimento, emise una sentenza di non luogo a procedere per i due ufficiali tedeschi. La sentenza riporta i seguenti fatti:
«Nella mattinata del 7 dicembre 1944, una pattuglia di soldati tedeschi, accompagnata da un noto collaborazionista italiano, tale Egidio Eugeni, irrompeva nell’Hotel “Vittoria” situato sulla Rocca di Grimaldi e, dopo averli radunati all’esterno dell’albergo, uccideva dodici civili: cinque donne, quattro uomini e tre bambini, espressamente indicati nel capo di imputazione. I corpi furono gettati in una fossa e coperti con terra, paglia e rifiuti. Nel giugno 1945 le salme furono riesumate e gli esami necroscopici rivelarono la causa della uccisione confermando che essa era avvenuta tramite fucilazione. Divenne opinione generale l’attribuzione della responsabilità della strage a soldati tedeschi in quanto, in quella fredda mattinata di dicembre, non poche persone ebbero modo di vedere la pattuglia tedesca salire sulla Rocca di Grimaldi, sentire da lontano il rumore degli spari, e, successivamente, vedere la pattuglia tedesca lasciare il villaggio. Cominciarono anche a circolare voci sulle singole responsabilità. Nel gennaio 1945, al Caffè Ligure di Bordighera, un Sergente tedesco in compagnia di altri suoi camerati, raccontò al Sig. Giuseppe Viale, titolare della panetteria di via Cavour in Ventimiglia all’epoca sfollato a Bordighera, e a un certo non meglio identificato Sig. Moro, titolare di un negozio di busti sito in Bordighera, via Vittorio Emanuele, di avere ucciso parecchi “banditi” - così erano definiti i partigiani dai soldati tedeschi - per ordine del loro comandante, il Maggiore Geiger, tra cui vecchi, donne e bambini.
Raccontò in particolare l’uccisione di un bambino bello molto biondo, che nessuno aveva il coraggio di trucidare, ma che fu anch’egli assassinato su reiterato ordine di Geiger (Relazione di Pallanca fogl. 422-423 fasc. PM). Il 10/7/1945 fu sentita la Sign.na Antonietta De Re la quale espose di avere incontrato l’8 dicembre 1944 un soldato tedesco di nome Karl, il quale, dopo avere bevuto molto, era scoppiato in lacrime, descrivendole i fatti di Grimaldi e confessando di avere ucciso «una bambina bionda che sembrava un angelo… per ordine del Maggiore Geiger e del Comandante la sua compagnia Tenente Goering» (copia della dichiarazione De Re fogl. 424 fasc. PM); il soldato tedesco sarebbe poi stato rintracciato e fucilato dai suoi commilitoni senza sapere chi fosse stato (verb. DE RE 6/6/1998 fogl. 145).
Il 25/11/1945 il Dott. Alberto Pallanca, fratello di Vincenzo Pallanca una delle vittime della strage, presentò un accurato esposto al Comando Alleato della Liguria (fogl. 420-423 fasc. PM), in cui ripercorreva le vicende di quei giorni dando ampio risalto alle testimonianze che aveva personalmente raccolto. Nell’esposto riferiva come le fonti tedesche indicassero in ragioni di spionaggio la causa della strage mentre egli personalmente riteneva assai più probabile che l’eccidio fosse stato stimolato da Egidio Eugeni, il quale era notorio nemico di Alberto Lorenzi, rimasto ucciso nella strage, il quale vantava una posizione economica assai invidiabile in quel fosco periodo, avendo riscosso una polizza assicurativa di lire 50.000 (e non come ha erroneamente sostenuto il P.M. nella sua requisitoria una indennità statuale - pag.11 verb. 15/5/2000) per la morte del figlio caduto in combattimento, incassando la somma di lire 50.000 per la vendita di un terreno. Era inoltre proprietario di «Titoli, argenteria, preziosi». Vincenzo Pallanca invece, - racconta sempre il fratello - «possedeva un buon ristorante a Grimaldi ed aveva ricavato da tale esecuzione un forte utile. Risulta inoltre che l’Eugeni e la sua famiglia, composta dalla moglie e da quattro figlie, mentre a Grimaldi vivevano in miseria, da quando l’Eugeni incominciò a praticare i tedeschi e specialmente da dicembre 1944 iniziarono un tenore di vita elevato. La moglie si vantava con i vicini di quanto giornalmente acquistava al mercato nero… in quei tempi l’Eugeni ebbe a dire a certo Giacometti Dario: “ho fatto un colpo che ho guadagnato ottanta mila franchi, ma io vivo all’albergo, la mia famiglia spende molto e se non mi procuro presto un altro colpo, finisco presto i soldi”. 
Il Pallanca continua sottolineando come l’Eugeni fosse a Grimaldi il giorno dell’eccidio e, come ebbe a dire alla Prof.ssa Maddalena Orengo, "io ero a tre metri quando li hanno uccisi e con essi vi è pure il Pittaluga" (altra vittima dell’eccidio). Alberto Pallanca riteneva quindi che la causa della morte del fratello e delle altre persone presenti all’Hotel Vittoria fosse da ricercare non in presunte attività di spionaggio, ma in moventi "di lucro e saccheggio". Alla fine del conflitto Egidio Eugeni fu processato dalla Corte d’Assise di Sanremo, Sezione speciale la quale con sentenza 12/2/1946 lo condannò all’ergastolo. Un mese dopo l’Eugeni morì (19/3/1946)».
Il tribunale non reputò la deposizione della signora De Re convincente e, a causa della morte degli altri due testimoni, Moro e Viale, decise il non luogo a procedere verso i due ufficiali tedeschi.
Giorgio Caudano, I caduti della Lotta di Liberazione. I^ Zona Liguria, ed. in pr., 2020

Altri lavori di Giorgio Caudano: con Romolo Giordano, Le Stelle del Gusto, Azani Editore, 2026: (con Paolo Veziano), Dietro le linee nemiche. La guerra delle spie al confine italo-francese 1944-1945, Regione Liguria - Consiglio Regionale, IsrecIm, Fusta editore, 2024; con Marco Cassini, Bordighera al tempo di Bicknell e Monet, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2021; L'immagine ritrovata. Ventimiglia e dintorni nei dipinti dell'Ottocento e primo Novecento, Alzani Editore, 2021; contributo a Paolo Veziano, La libera Repubblica di Pigna. Parentesi di democrazia (29 agosto 1944 - 8 ottobre 1944), con il contributo di Graziano Mamone, Comune di Pigna, IsrecIm, Fusta Editore, 2020; Dal Mare alla Trincea... memorie di uomini, BB Europa, Cuneo, 2019; con Silvia Alborno, Gisella Merello, Marco Farotto, Marco Cassini, Franck Vigliani, curatori della mostra Claude Monet, ritorno in Riviera, catalogo a cura di Aldo Herlaut, Silvana Editoriale, Milano 2019; La Magnifica Invenzione. I pionieri della fotografia in Val Nervia 1865-1925, con Marco Cassini, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2016; Pigna. Storia di un paese, ed. in pr., 2016.
Adriano Maini

lunedì 3 agosto 2026

I tedeschi stavano evacuando Ormea, Nava, Piaggia, Pieve di Teco, Cantarana ed altre località di importanza strategica

Piaggia, Frazione del comune di Briga Alta (CN). Foto: Mauro Marchiani

A Fontane [n.d.r.: Frazione del comune di Frabosa Soprana (CN)], dopo varie ricerche, il Comando della V brigata ["Luigi Nuvoloni"] riesce a reperire una radio per ascoltare le notizie sull'andamento della guerra, specialmente quelle sui fronti italiani che non erano molto incoraggianti. Solleva un po' il morale l'arrivo di un ingente quantitativo di vestiario il 3 di novembre [1944]. I garibaldini più bisognosi riescono così a rinnovare in qualche modo il loro equipaggiamento e ad affrontare più tranquillamente il freddo e i parassiti. Solo il tempo imperversa cattivo: pioggia e nevischio trasformano il terreno in fanghiglia. Intanto giungono ad un posto di blocco, situato tra Fontane di Frabosa e Corsaglia, alcune donne di Pigna stanche morte e raccontano la loro odissea. Avevano percorso la strada della V brigata nella ritirata ed erano orientate verso Mondovì in cerca di propri famigliari presi dai Tedeschi come ostaggi durante il grande rastrellamento ed in procinto di essere deportati in Germania (Testimonianza di «Monaco» [Giovanni Rebaudo]). 
L'anniversario del 4 novembre (la vittoria di Vittorio Veneto del 1918), viene ricordato con una messa per i caduti di tutte le guerre alla quale partecipano molti garibaldini; il sole rende mite la giornata. Una certa disponibilità di denaro può permettere l'acquisto di vitelli e mucche a L. 25-35 al chilogrammo per procurare carne agli uomini dopo tanti pasti a base di castagne. Coi depositi del Genio Civile di Bossea i contadini del luogo possono alimentare le loro scorte di legna bruciate dai garibaldini. Non lieve è la fatica di Gino Glorio (Magnesia), nuovo amministratore della I brigata ["Silvano Belgrano"], per risolvere tutti questi problemi. 
Intanto sul versante ligure la situazione da una quindicina di giorni è pesante. Sembra preclusa la possibilità del rientro in zona della I e della V brigata; è impressione generale che i Tedeschi, dopo il grande rastrellamento di ottobre, intendano presidiare in permanenza tutto il territorio tra le strade statali della valle Impero e della valle Argentina. 
Sintomo grave l'occupazione nemica di Piaggia, Pieve di Teco, Rezzo, Molini di Triora, Pigna e altre località d'importanza strategica, la costruzione di fortificazioni al Tanarello: fatti che prospettano la costruzione di una linea difensiva dal colle di Tenda al Marguareis, al monte Bertrand, al Saccarello e, giù giù, lungo la valle Argentina fino al mare. 
Se ciò si realizzasse tutta la zona a ovest della strada statale 28 (valle Impero) diventerebbe retrovia del fronte francese e la I e la V brigata non potrebbero rientrare nelle loro zone di operazione; anzi, anche la IV ["Elsio Guarrini"] dovrebbe abbandonare il suo territorio per non rimanere annientata da potenti forze nemiche che hanno disponibili tutte le carrozzabili e sono in grado di controllare ogni rifornimento. Però questa gravissima incognita svanisce quando, inaspettatamente, la sera del 5 giunge a Fontane la notizia che i Tedeschi stavano evacuando Ormea, Nava, Piaggia, Pieve di Teco, Cantarana ed altre località di importanza strategica. In linea di massima la statale n. 28 poteva considerarsi nuovamente transitabile per le forze garibaldine. 
Il periodo di riorganizzazione a Fontane dura una ventina di giorni; il 6 di novembre il Comando divisionale [n.d.r.: a quella data i partigiani imperiesi erano ancora inquadrati in un'unica Divisione, la "Felice Cascione", comandata da Nino Siccardi (Curto)], informato del ripiegamento del nemico, che non aveva osato inseguire i garibaldini in una zona molto impervia, praticamente priva di vie di comunicazione, dà l'ordine del rientro a scaglioni alle forze delle due brigate con l'obiettivo di raggiungere le rispettive zone sul versante ligure e di riprendere accanita la lotta. In novembre la presenza dei nazifascisti in Molini di Triora si fa quasi ininterrotta. Essi si insediano nelle poche case disponibili, obbligando i cittadini a sloggiare, si impadroniscono di letti, di materassi, di stoviglie e di viveri. Tolgono quel poco di grano e quelle scarse castagne che si erano potute raccogliere per darle in pasto ai cavalli. 
Presi dal sospetto che, per le loro continue ruberie, gli abitanti avessero occultato la merce, i nazifascisti fanno scavare negli orti e nei fondi per scovare supposti depositi. Ordinano la consegna dei carri, dei muli e del bestiame in genere.
Obbligano gli uomini a lavori pesanti e, ogni tanto, ne prelevano una trentina per portarli fino a Rezzo dove riparare il ponte dei «Passi». Tengono tre persone in ostaggio per tre giorni consecutivi, a rotazione. Come se tutto ciò fosse una cosa piacevole, organizzano balli obbligando a mano armata le fanciulle del paese ad intervenire. Nei giorni dei morti organizzano una vera orgia con schiamazzi, sperpero di cibi, ubriacature e beffano gli abitanti del luogo terrorizzati ed affamati. 
L'inverno è alle porte col suo triste carico di desolazione, di freddo e di fame; i rifornimenti pressoché impediti dal controllo nemico che sta dislocando presidi ovunque per impedire il riassettamento e il consolidamente dei distaccamenti nella I Zona Liguria [diretta da Carlo Farini (Simon)]. La neve che blocca i paesi annuncia un inverno precoce, l'indigenza dei luoghi è endemica.
Nonostante ciò i garibaldini riprendono le azioni contro l'oppressore; veramente alla garibaldina affrontano una situazione intollerabile. I nazifascisti conoscono le difficoltà in cui versano e seguono, col progredire della cattiva stagione, il loro terribile crescendo di difficoltà nella riorganizzazione delle formazioni, con l'intenzione di cogliere il momento culminante della loro crisi per condurre un'ennesima offensiva sterminatrice. 
Dal canto loro i comandanti della II divisione «Felice Cascione» studiano un piano per sveltire l'organizzazione bellica ed adeguarla alle esigenze del moìnento. Munizioni, armi e viveri diventano sempre più scarsi mentre la battaglia invernale sta entrando nella fase più acuta. 
Ma le gloriose bandiere partigiane non verranno ammainate e sventoleranno più che mai sulle montagne incappucciate di neve, simboli di lotta e di libertà.
La partenza delle due brigate è concordata il 4 novembre durante una riunione dei comandanti e dei commissari convocati nella sede del Comando divisionale.
Decisa la dislocazione della I brigata nelle valli Arroscia, Pennavaira, Lerrone, Andora, Steria e nel Dianese, a levante del torrente Impero, partono nella mattinata del 5 per la Liguria l'ufficiale alle operazioni Pario Ercole (Pablo) e il commissario «Osvaldo» [Osvaldo Contestabile], onde studiare i luoghi di destinazione dei distaccamenti. 
Il giorno successivo iniziano il trasferimento verso Piaggia i distaccamenti «A. Viani» (che lascia la val Corsaglia nelle prime ore del mattino), «G. Maccanò», «F. Airaldi» e il servizio SIM [Servizio Informazioni Militare] con una parte del Comando I brigata. 
I movimenti sono facilitati dalle informazioni del SIM, il quale accerta che, oltre la statale n. 28 e la val Tanaro, i Tedeschi avevano sgomberato l'alta valle Arroscia tra San Bernardo di Mendatica e Pogli (presso Albenga). 
Questa situazione favorevole risolve definitivamente i problema dello spostamento degli altri distaccamenti ormai riorganizzati e perciò il «Bacigalupo E.» dei mortaisti, partito la mattina del 7 per la zona di Mendatica, raggiunge Montegrosso il 9; così tutti gli altri, che giungono a destinazione senza alcun incidente. 
I componenti del Comando I brigata, giunti a Lovegno, vi si stabiliscono e provvedono subito a riorganizzare i collegamenti col fondo-valle e colle altre brigate della divisione. 
Il commissario «Osvaldo», che durante il rientro aveva avuto colloqui con le Giunte Comunali di Mendatica, Pornassio e Pieve di Teco per discutere il modo di aiutare le formazioni in arrivo, a Gazzo incontra il comandante «Ramon» [Raymond Rosso] rimasto in Liguria, che lo mette al corrente della situazione e dei movimenti del nemico intento a preparare un rastrellamento nella zona; inoltre incarica il comandante Ghirardo Firminio di recuperare il materiale precedentemente nascosto.
Francesco Biga, Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), Vol. III. La Resistenza nella provincia di Imperia da settembre a fine anno 1944, a cura dell'Amministrazione Provinciale di Imperia e con il patrocinio di IsrecIm - Milanostampa Editore, Farigliano, 1977,  pp. 313-316