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martedì 4 novembre 2025

Fanno sfollare Ventimiglia

Isolabona vista da Apricale (IM)

Apricale, 27 ottobre 1944 
Siamo arrivati a destinazione sani e salvi, grazie a Dio. 
E' stato un miracolo perché, poco tempo dopo che eravamo passati da Camporosso, la nave ci ha fatto una scarica tremenda. 
Ad Apricale, come pure a Camporosso, Dolceacqua, Isolabona, vi sono i soldati tedeschi. E noi che credevamo di andare al sicuro! A mezzogiorno abbiamo pranzato da mia zia Battistina. Ad Isolabona, passando, abbiamo incontrato Piombo e Ramoino, ci hanno detto che verranno a trovarci. La casa che avevamo preso in affitto ad Apricale è stata requisita dai tedeschi proprio stamattina! Così siamo andati ad abitare da nostro cugino Alfredo. E' una casa bella e comoda, ma senza sole. Comunque, grazie alla sua gentilezza che ce l'ha messa a disposizione. Quassù, vi è tanta gente sfollata da Ventimiglia, anche alcuni conoscenti. 
21 novembre 1944 
Ho avuto una ricaduta (non dovevo ancora uscire) e sabato e domenica ho avuto la febbre quasi a quaranta. Il dottore temeva la difterite, ed occorreva una medicina particolare, urgentemente. Ha preparato la ricetta e ha detto alla mamma di andare al comando tedesco per vedere se potevano procurarla loro. Il capitano non si è fatto pregare due volte e ha mandato un suo uomo in motocicletta a prendermela a Sanremo subito. Possiamo proprio ringraziarlo. Il dottore mi ha fatto un'iniezione così dolorosa che ho pianto tutto il giorno, e la notte credevo di morire. Viene due volte al giorno e mi fa anche la pennellazione. Deve farmi altre iniezioni, anche se sto un pochino meglio. 
9 dicembre 1944 
Fanno sfollare Ventimiglia. Dicono che è una processione di gente, la mattina presto, con carretti a mano carichi di masserizie che va verso Bordighera. In alcuni punti della strada vi sono delle buche lasciate dalle bombe scoppiate magari nella notte. Dicono che, essendo ancora buio, quei poveretti ci vanno a finire dentro, non vedendole, coi carretti che si sfasciano. Pochi si fermano in loro aiuto perché temono qualche spiacevole sorpresa, e così lasciano quei poveretti in lacrime. Vorrei poterli aiutare tutti. Perché la guerra fa diventare la gente egoista? 
12 dicembre 1944 
Qualche tempo fa, prima ancora che facessero sfollare Ventimiglia, ho letto su "l'Eco della Riviera" un articolo che mi ha molto colpita, e lo riporto. E' intitolato "Entrando ed uscendo da Ventimiglia" e il giornalista dice: «Giunto a Genova per visitare le conseguenze del crollo della galleria, mi sono trovato in un città dove si discuteva animatamente sulla situazione di Ventimiglia, e siccome le notizie erano contraddittorie ed inverosimili, mi decisi senz'altro a lasciare Genova per la cittadina di frontiera. Giunsi verso le 11 a Bordighera e fui sorpreso di constatare la quasi normalità della vita. Vicino alla stazione vi era un autocarro che scaricava della farina. Seppi che era destinata a Ventimiglia, ma che l'autista si rifiutava di recarcisi per il troppo pericolo. Interrogai il grossista di generi alimentari, ed ebbi la conferma che nessuno ha il coraggio di fare il tragitto Bordighera-Ventintiglia, e che in conseguenza il Podestà di quest'ultima ha dovuto organizzarsi con mezzi di fortuna e con uomini di coraggio per rifornire la città tanto provata. Non esitai un minuto, e con la mia "Topolino" in pochi secondi fui a Vallecrosia, dove potei constatare le terribili devastazioni dei bombardamenti aerei. Andavo lentamente, per ben vedere quando alcune cannonate mi fecero tornare alla realtà della situazione e riuscii ad attraversare la zona fra Vallecrosia e Ventimiglia immune. Sulla piazza del mercato mi fermai, e con grande sorpresa vidi un uomo che cacciava sui platani dei passeri. Tutte le strade deserte, e ovunque rivolgevo lo sguardo: case colpite, strade, marciapiedi, negozi, tutti un groviglio di rottami. Affrontai il cacciatore, presentandomi quale giornalista in cerca di impressioni... e di notizie. Il caso mi aveva fatto imbattere nel Segretario Politico, che riveste anche la carica di Commissario Prefettizio. Ero fortunato. Ci mettemmo in giro per la città, noncuranti del fragore del cannone che in quel momento batteva le vallate del Roia. La città vecchia, due mesi or sono disabitata, è attualmente rigurgitante di cittadini che, in seguito allo sfollamento delle frazioni di Latte, Grimaldi, Mortola, Sealza ed altri piccoli centri, vi si sono riversati adattandosi a sedi che in tempi normali non sarebbero state possibili neppure ai poverissimi! La promiscuità è impressionante. La città nuova è solo abitata nelle cantine da pochi uomini e donne che non vogliono lasciare abbandonato quanto ancora di sano hanno nei loro appartamenti. I quattro rifugi sono rigurgitanti di folla di tutte le classi sociali e di tutte le età. Il disagio è grave, perché Ventimiglia non ha più luce né acqua. Molti sono i casi di difterite e scabbia. Dopo la vista di tanta miseria e distruzione, il Commissario Prefettizio mi ha accompagnato nell'improvvisato Municipio. Qui ho trovato quello che non avrei mai immaginato! Le ingombre cantine del Palazzo di via Roma sono state sgomberate, sbiancate e destinate con diligenza a tutti gli uffici Municipali. Gli impiegati, che nella quasi totalità avevano abbandonato il lavoro, vi sono tornati all'unanimità, e siccome nel pianterreno funziona anche una buona mensa, tutti con entusiasmo (compresi i Postelegrafonici) si prodigano per tenere normale l'amministrazione. Fuggiti i grossisti, e chiusi quasi tutti i negozi, il Commissario Prefettizio ha trasformato la sala della Posta in magazzino, e tutti i generi alimentari, che pervengono attraverso difficoltà enormi e rischi non indifferenti, vengono accumulati e distribuiti per conto del Municipio. Quello che più ancora colpisce è la luce elettrica in tutti gli uffici e i ricoveri dove molti dormono. Con rapidità sono stati requisiti circa trenta accumulatori della ferrovia, fili e lampadine a basso voltaggio ed un coraggioso giovane con carro fa spola con Bordighera per ricaricare gli accumulatori. A Ventimiglia si vive isolati dal mondo. Niente radio, niente giornali. Vive solo "Radio rifugio", che moltiplica giornalmente le più impensate fandonie sugli avvenimenti. La posta alcune volte la settimana si fa attendere. Il mercato della frutta e verdura è scomparso e quella poca roba che arriva e che viene importata da piccoli coraggiosi imprenditori, costa dieci volte il prezzo di tutte le altre città d'Italia. Alla domanda di come la mensa provvedesse la verdura, mi viene risposto che spesso provvede "l'orto dello zio" e cioè gli orti abbandonati sono con zelo visitati dagli incaricati della mensa. In questa città chiusa è venuta a mancare la moneta di piccolo e grosso taglio. Il Commissario Prefettizio ha provveduto con molti assegni municipali valevoli in Ventimiglia. Cessato l'imboscamento e l'evasione si è normalizzato anche questo mezzo di scambio. Un piccolo gruppo di volenterosi si è messo a disposizione completando nuovi mezzi di trasporto e di scambi, per diminuire le gravi difficoltà annonarie. Mentre apprendevo quanto sopra, il cannone ha ripreso il suo lugubre ululato e tutti si rifugiavano nelle cantine. Nuovi lutti, nuove devastazioni. Vengo messo al corrente anche dell'attività del Fascio che, instancabile, pensa a tutto e a tutti, compresa una balda schiera di uomini della Brigata Nera. Ho tentato di avere notizie sulle operazioni di questo fronte, ma ho potuto sapere solo che il nemico, non potendo passare, si sfoga a distruggere la città. Guardo con fierezza d'italiano questo manipolo di uomini che serenamente affronta giornalmente, e per chissà quanto tempo ancora, tanti pericoli e disagi, e lascio Ventimiglia maggiormente convinto che le ottime minoranze salveranno la Patria».
Fine dell'articolo che, come ho detto, veniva scritto qualche tempo fa. Ho appreso un sacco di cose che papà, pure essendo impiegato in Municipio, non mi aveva dette. 
Apricale, 14 gennaio 1944 
Siamo tornati ieri da Imperia. Mercoledì 10, dopo aver camminato quattro ore e mezzo fra i monti e più di tre ore sulla neve (la collina che porta a Perinaldo e poi la discesa), siamo giunti a Bordighera alle 11.30. E' stata una gran fatica, però compensata dal gran paesaggio fiabesco: il leggero chiarore della luna rendeva tutto azzurrino sulla neve. 
Dopo esserci fermati a pranzo a Bordighera da Nuccia e Claudio, alle 14.30 abbiamo preso l'autobus che andava ad Imperia. Avevamo fatto pochi chilometri, che s'è vista la nave sul mare che faceva fuoco su Bordighera. Ad Ospedaletti c'è stata una sosta piuttosto lunga e poi, alle prime case di Sanremo, vedemmo la gente sulla strada che faceva segno verso il cielo, e tutti correvano. L'autobus si fermò, tutti scesero e otto cacciabombardieri furono sulle nostre teste. Eravamo più di quaranta persone in mezzo alla strada, che non sapevamo dove cercare scampo. Vedevo le bombe scendere dagli apparecchi, la contraerea che sparava da tutte le parti: un rumore d'inferno. Tutti urlavano come pazzi, perché gli aerei giravano proprio sopra di noi. Papà, infine, decise di attraversare di corsa la strada per andarci a rifugiare in una casetta poco distante. Siamo andati infatti lì, e la mamma aveva perso la parola per lo spavento. Infine, dopo aver gettato parecchie bombe, gli aerei se ne andarono. Papà andò a vedere i danni e disse che in via Vittorio avevano distrutto, fra gli altri, un palazzo di quattro piani, e che c'erano parecchi feriti. Ritornammo sull'autobus che riprese la corsa verso Imperia. Ahimè, dopo pochi minuti, riecco le persone che scappano a gambe levate. Siamo scesi tutti dall'autobus, mentre questo era ancora in moto, ed io, urtata nella schiena, per poco non mi sono rotta la testa nello scendere. I viaggiatori erano tutti in preda al panico. Fortunatamente, gli aerei sono passati senza gettare bombe. Eravamo proprio nel centro di Sanremo. Alle 17.30 eravamo ad Artallo, tra lo stupore di tutti che proprio non ci aspettavano. Ma noi non avevamo più loro notizie da tempo... Com'è cresciuto il cuginetto Pietro! 
Il sabato siamo ripartiti e siamo giunti a Bordighera proprio nel momento in cui avevano finito di cannoneggiare. Mio padrino per poco non ci lascia la pelle e una donna gli è morta a pochi metri di distanza. Ho visto Giorgione Romano, e mi ha fatto molto piacere. 
Quanta gente di Ventimiglia abbiamo incontrato. 
La notte abbiamo dormito a Bordighera e, per colmo di disgrazia, hanno cannoneggiato in continuazione dalla parte della Francia. Anch'io, sebbene mi reputi abbastanza coraggiosa, ho avuto paura a dormire in quell'albergo: forse perché era abbastanza allo scoperto, quindi più esposto ai tiri. Quando sentivo il colpo di partenza, mi rannicchiavo sotto le coperte, e mi dicevo: «Questa è per noi». Invece Iddio ci ha assistiti, e forse anche perché, nella marcia di andata, abbiamo trovato un ferro di cavallo nella neve, che abbiamo raccolto. Ieri mattina presto siamo ripartiti ed alle 13 siamo arrivati quassù, stanchi, impauriti, ma lieti che l'incubo delle bombe fosse finito. 
24 aprile 1945 
I soldati son partiti tutti. Ad Isolabona, prima di andare via, han fatto saltare i ponti e la strada. 
25 aprile 1945 
Sembra festa: dicono che i Francesi stanno avanzando. 
Questa notte sono scesi i Partigiani. Anche Isola e Baiardo sono già occupate da loro. Sul campanile hanno messo la bandiera bianca e le campane han suonato a distesa tutto il giorno. Sono comunque ancora passati bassi i caccia e dicono abbiano bombardato e mitragliato Bordighera. Forse avranno visto ancora qualche tedesco. 
E' sera. I Francesi sono a Ventimiglia, e dicono vi sono anche parecchi negri. Non ci credo ancora: ma allora, da noi la guerra è proprio finita? Grazie. Gesù! 
26 aprile 1945 
Ieri è stato Renzo da noi ed ha detto che davvero a Ventimiglia e paraggi vi sono i degollisti. Nel fiume Roia c'è l'apparecchio ricognitore che tante sere abbiamo sentito e che avevamo chiamato "Cicogna". Non si sa se atterrato volontariamente od in seguito ad un guasto al motore. Papà è andato con Rocco a vedere le nostre case alle Ville ed io e la mamma li abbiamo accompagnati sino ad Isolabona e poi ci siamo fermate a vedere i ponti che non ci sono più. Un gruppo di uomini, però, tra cui tre tedeschi presi prigionieri, si adoperano per rimetterli su il più presto possibile. Anche Isola è tutta imbandierata. Dicono che i tedeschi si sono arresi dappertutto. Allora, è proprio finita! 
Nuccia Rodi, Diario di guerra. Ville, 22 giugno - 26 ottobre 1944... in Renzo Villa e Danilo Gnech (a cura di), Ventimiglia 1940-1945: ricordi di guerra (con la collaborazione di Danilo Mariani e Franco Miseria), Comune, Studio fotografico Mariani, Dopolavoro ferroviario, Ventimiglia, 1995, pp. 113-116

lunedì 19 agosto 2024

Durante l'inverno molti altri reparti tedeschi si acquartiereranno nelle vicine zone di Isolabona e di Pigna

Pigna (IM)

Il primo gennaio [1945] il commissario federale fascista Mario Massina annuncia ai cittadini di Baiardo che è stato giustiziato il partigiano "Boia" (4).
A Pigna i fascisti insediano il Tribunale Militare antipartigiano. Coloro che sono fermati vengono tenuti prigionieri in casa Ubago. Anche a Isolabona è insediato un Tribunale in casa Basottini. Entrambe le case diventeranno più di una volta l'anticamera della morte (5) [...] Don Antonio Allaria Olivieri informa che la presenza dei Tedeschi a Castelvittorio ha uno scopo ben preciso. Essi hanno l'ordine di incunearsi tra i monti dell'alta Val Nervia per annientare le formazioni partigiane colà operanti e tenere ad ogni costo il libero accesso alla valle che, attraverso i passi, conduce in Piemonte. Le prime sortite punitive del nemico ed i suoi vari tentativi di rastrellare la valle sono contrastati da improvvisi attacchi partigiani causandogli delle perdite. A Castelvittorio il nemico pone la sua sede in casa Moro ubicata in Via Roma, mentre quello politico e il tribunale si insediano in una casa di Piazza XX Settembre. Un folto gruppo di ufficiali prende alloggio in casa Caviglia, altri ancora in casa Borfiga. Nella casa canonica, tenuto conto della sua posizione dominante la valle, vengono installate tutte le apparecchiature radio. Lungo Via B. Caviglia sono salmerie e cucine.
Le truppe sono sparse o alloggiate in varie case. In breve tempo i Tedeschi si organizzano, emanano ordini duri e precisi ai Castellesi, ma organizzano in modo forzato anche i civili. I capifamiglia devono presentarsi per tre alla volta per tre giorni consecutivi presso il Comando di Piazza XX Settembre. Da ora in poi molti cittadini passeranno delle notti in carcere, altri saranno richiesti per svolgere lavori pesanti.
Non pochi saranno inviati fuori paese e a valle per costruire trincee e stendere fili spinati. I Castellesi, che oramai sono sotto controllo continuato del nemico, avrebbero pagato di persona nel caso i partigiani avessero ucciso dei militari. Ogni Tedesco ucciso, sarebbero stati fucilati cinque cittadini locali (7).
Durante l'inverno molti altri reparti tedeschi dislocati sul fronte delle Alpi Marittime meridionali, si acquartiereranno nelle vicine zone di Isolabona e di Pigna.
[NOTE]
4 Vedasi: "Eco della Riviera", dell'8 gennaio 1945: il partigiano, trovatosi davanti al plotone di esecuzione, ordina lui stesso il fuoco.
5 Cfr. Don Nino Allaria Olivieri, Sangue a Castelvittorio, pag. 42.
6 ISRECIM, Archivio, Sezione II, cartella 28, lettera del CLN all'ufficio SIM della V Brigata.
7 Cfr. Don Nino Allaria Olivieri, Op. cit., pagg. 41-43.
Francesco Biga  (con la collaborazione di Osvaldo Contestabile), Storia della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria), Vol. IV. Da Gennaio 1945 alla Liberazione, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, Grafiche Amadeo, 2005, pp. 103,104

4 gennaio 1945 - Dal comando del I° Battaglione "Mario Bini" della V^ Brigata, prot. n° 33, al comando della V^ Brigata "Luigi Nuvoloni" della II^ Divisione "Felice Cascione". Relazione militare: erano presenti a Pigna 60 tedeschi equipaggiati con armi leggere; artiglierie nemiche nel frattempo spostate da Pigna a Passo Muratone, Gouta e Margheria dei Boschi.
4 gennaio 1945 - Dal comando della V^ Brigata, prot. n° 250, al comando della II^ Divisione. Trasmetteva la relazione militare del I° Battaglione ricevuta con prot. n° 31
4 gennaio 1945 - Dal comando [comandante "Danko" Giovanni Gatti] del I° Battaglione "Mario Bini", prot. n° 32, al comando della V^ Brigata. Relazione militare: a Isolabona (IM) erano presenti 200 tedeschi; 200 tedeschi anche ad Apricale (IM); 300 a Dolceacqua (IM); a Perinaldo (IM) una squadra di 20 tedeschi per riparare la strada Perinaldo-San Romolo; da Sanremo (IM) erano partiti 2 Mas, con a bordo uomini della X^ Flottiglia disertori dalle file repubblichine, che sembravano diretti alla costa francese; a Baiardo (IM) il tenente dei bersaglieri era ben visto dalla popolazione perché per Natale aveva regalato sigarette e liquori.
7 gennaio 1945 - Dal comando del I° Battaglione "Mario Bini" al comando della V^ Brigata. Relazione militare: "a Pigna (IM) sono presenti 80 soldati nemici. A Buggio [Frazione di Pigna (IM)], Testa d'Alpe, Passo Muratone, Castelvittorio (IM), Ormea (CN) e Garessio (IM) sono ubicate alcune batterie nemiche".
7 gennaio 1945 - Dal comando della II^ Divisione al Comando Operativo della I^ Zona Liguria. Con questo dispaccio si esprimevano giudizi sulla presentazione di giovani alle chiamate della RSI "...coloro che si sono presentati sono i giovani imboscati di sempre: gli ex-garibaldini si contano sulle punta delle dita e sono quasi tutti presi", soggiungendo che sarebbe stato da ricordare ai giovani "quanto accaduto a Baiardo, ove i giovani presentatisi vennero in parte fucilati ed in parte inviati in Germania... Molini di Triora l'unica che ha sempre una netta ostilità contro il movimento partigiano".
10 gennaio 1945 - Dal comando della V^ Brigata", prot. n° 150 - segreteria, al comando della II^ Divisione. Relazione militare sul mese di dicembre 1944: inviati in licenza, sulla base della circolare n° 23 dell'ispettore "Simon", molti garibaldini. Sottolineato che la nomina di Ivano [n.d.r.:anche Vitò, Giuseppe Vittorio Guglielmo, organizzatore di uno dei primi distaccamenti partigiani in provincia di Imperia, dal 7 luglio 1944 comandante della V^ Brigata, dal 19 Dicembre 1944 comandante della II^ Divisione "Felice Cascione"] da comandante di Brigata a comandante di Divisione aveva dato luogo ad un nuovo riassetto dei quadri: comandante di Brigata Doria [o Fragola Doria, Armando Izzo], vicecomandante Brescia [Umberto Borromini], commissario politico Orsini [Agostino Bramè], vicecommissario politico Silla [Ferdinando Peitavino], responsabile del S.I.M. (Servizio Informazioni Militari) Brunero [Francesco Bianchi], deciso a migliorare il servizio, Igor [Dermo Zecchini] responsabile sanitario.
24 gennaio 1945 - Dal C.L.N. di Sanremo, prot. n° 220/CL, al comando della V^ Brigata. Comunicava che la propria zona di competenza comprendeva il territorio tra Ventimiglia e Santo Stefano al Mare con relativo entroterra.
30 gennaio 1945 - Dal CLN di Sanremo, prot. n° 243, al comando della I^ Zona Operativa Liguria ed al comando della II^ Divisione. Avvisava che era imminente un rastrellamento, ad iniziare da Baiardo, di tedeschi e di fascisti, della presumibile durata di 5-6 giorni.
Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell’Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio-30 Aprile 1945), Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998-1999

sabato 6 aprile 2024

Isolabona diede al movimento diciotto partigiani che combatterono incorporati nei vari Distaccamenti della V Brigata

Isolabona (IM): uno scorcio del paese

Come a Dolceacqua, anche a Isolabona nei giorni della lotta un CLN non fu mai formalmente costituto. Agivano solamente gruppi spontanei di cittadini che, però, qui erano bene organizzati ed in stretto contatto tra di loro, quasi come un vero CLN, decisi cioè a combattere insieme il nemico con costanza e determinazione onde riconquistare la libertà. Alla Liberazione, quando si costituì il CLN come in ogni altro Comune, vi entrarono a far parte anche alcuni esponenti dei gruppi suddetti, per cui il CLN risultò così formato: Armando Gazzano (indipendente), Aldo Moro (PSIUP), Celeste Pastor (PCI), Romualdo Pastor (ind.) e Menotti Verrando (ind.).
I primi reparti tedeschi giunsero a Isolabona agli inizi di giugno 1944 e dopo una ventina di giorni vennero sostituiti da altri contingenti di truppa. Nel mese di luglio giunsero altre truppe costituendovi pure un Comando e vi rimasero fino al 23 aprile 1945, vigilia della Liberazione. Durante tale periodo, dopo aver sloggiato gli inquilini dalle migliori abitazioni, le occupavano senza mancare di impossessarsi di tutto ciò che faceva loro comodo, specialmente apparecchi radio, biciclette, coperte ed oggetti di valore. Inoltre settimanalmente erano presi a turno degli ostaggi, che venivano reclusi e guardati a vista da sentinelle tedesche, sotto la minaccia di fucilazione al primo tentativo di sabotaggio od offesa ai soldati occupanti. Con l'aiuto del podestà fascista il Comando nemico riusciva a compilare la lista dei familiari dei partigiani del paese, costringendo i familiari stessi a rifugiarsi nel Comune di Pigna. Denunciati sempre dai fascisti del luogo, il 16.2.1944 la GNR arrestava Lindo Cane, Tarquinio Ferrari e Alfredo Gavino, che furono deportati in Germania nel campo di Mauthausen, ove morirono Ferrari e Gavino, mentre Lindo Cane, riuscito a tornare, morì di TBC nel sanatorio di San Lorenzo il 5 maggio 1946.
Già il 13 settembre 1943 il cittadino Gildo Pianeta, mentre tentava di fuggire dalla tradotta che lo portava in Germania, era stato ucciso.
Sebbene nessuna unità partigiana vi si formò mai, il Comune di Isolabona diede al movimento diciotto partigiani che combatterono incorporati nei vari Distaccamenti della V Brigata "Luigi Nuvoloni". Fra questi Emilio Veziano (Spartaco), il quale, catturato e condotto su monte Morgia, vi fu bruciato vivo il 16 settembre 1944. L'allora podestà non volle interessarsi della sepoltura.
I tedeschi, come abbiamo già visto, con l'ausilio dell'allora podestà, avevano compilato una lista di tutti i partigiani di Isolabona, comprensiva di nominativi e indirizzo delle famiglie e dei simpatizzanti. Tale lista il 18 settembre 1944 fu inviata dal Comando tedesco di Isolabona al Comando della V Brigata "L. Nuvoloni", con l'esplicita minaccia che se i partigiani avessero sparato un solo colpo di fucile sul territorio del Comune di Isolabona, sarebbero stati uccisi i loro familiari e distrutte le loro case. Ma vediamo da vicino cosa dice il documento compilato dal Comando tedesco: "Al Commando dei terroristi in Pigna, elenco dei ribelli e disertori di Isolabona:  Moro Nello di Giobatta, Orrao Adolfo di Adolfo, Pianeta Roberto di Giuseppe, Cane Alfonso di Giuseppe, Anfosso Leo di Giacomo, Moro Aldo di Pietro, Cane Sigifredo di Cesare, Veziano Osvaldo di Enrico, Martini Aldo di Vincenzo, Martini Nando di Ferdinando, Boero Flavio di Luigi, Novaro Lino di Annibale, Balestra Giulio, Peitavino Ferdinando. Famiglie che risulta rendano servizi ai ribelli: di Piombo Eugenio (figlio e figlia), di Verrando Menotti, di Pastore in Via Molino; nonché tutti i familiari dei ribelli succitati e quasi tutte le famiglie che abitano nella regione Gonté..." [...]
Francesco Biga in Francesco Biga e Ferruccio Iebole (a cura di Vittorio Detassis), Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria) - vol. V, Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia, 2016,  pp. 234-236

Mio padre era un appassionato cacciatore. Poco prima o poco dopo la dichiarazione di guerra alla Francia, al ritorno da una battuta di caccia nei boschi della Val Nervia, come al solito si fermò con gli amici nel bar Piombo di Isolabona per una bevuta e poi un’altra e ancora un’altra. Sotto l’effetto dell’alcool gettò un calice di vino sulla foto del Duce allora immancabile in ogni esercizio pubblico, proferendo la frase: “Che beva anche quel porco!”. Gli immancabili delatori fecero il loro lavoro e da quel giorno cominciarono i guai. Non conto le volte che una macchina nera con le tendine nei vetri posteriori giunse alla nostra casa per prelevare mio padre e portarlo in commissariato “per controlli”. Mio fratello Nino accompagnava già nostro padre nei viaggi in Francia per contrabbando, quando venne arruolato, ironia della sorte, nella Guardia Confinaria e inviato proprio a Beausoleil. Spesse volte, anche senza permesso, ritornava a casa in bicicletta per brevi visite. L’8 settembre 1943 lo colse a Beausoleil. Tutto il reparto come tutto il Corpo d’Armata Italiano si sfaldò.
[...] A causa delle continue visite della Polizia che avrebbe potuto scoprire il disertore, Nino [n.d.r.: il fratello di Emilia Guglielmi, Alberto, membro del Gruppo Sbarchi di Vallecrosia, martire della Resistenza] si rifugiò in località Marcora sopra Isolabona, in un casone di campagna adibito a ricovero degli attrezzi agricoli di una vigna di un nostro conoscente. Per qualche settimana periodicamente andavo in Marcora a portare generi alimentari e biancheria a mio fratello. Credo che altri si fossero uniti a lui perché una volta mi chiese di portare più pane. Un giorno, lasciata la bicicletta ai margini della carrozzabile, mi inoltrai a piedi per il sentiero che conduceva al rifugio di mio fratello. Mi accorsi di essere seguita e allora cambiai strada ritornando verso il paese. Un uomo mi si avvicinò; era un signore nostro vicino di casa che conoscevo bene, perché frequentava anche la nostra casa; chiedeva sempre di mio fratello. Capii allora la sua insistente curiosità. Era armato e mi puntò la pistola alla faccia chiedendomi di condurlo da mio fratello. Ebbi la forza di mentire dicendo che non sapevo dove fosse. Mi credette ma mio fratello dovette fuggire di nuovo. Con mio padre ci trasferimmo a Vallecrosia Alta, perché la costa era sovente bombardata dal mare, dai cannoni di monte Agel e mitragliata dagli aerei. Nel gennaio del 1944 morì mia madre e Nino non fu presente al funerale. Sparito. Abitavamo in quella che allora era Via dei Metri, nell’ultima casa del vicolo. Una casa all’antica con stanze comunicanti una con l’altra, senza corridoio. Dalla primavera del ’44 mio fratello iniziò a fare qualche furtiva visita nottetempo. Confabulava con mio padre, poi spariva di nuovo. Spesse volte con mio padre ritornavamo alla casa al mare [a Camporosso] e a volte papà partiva per raggiungere la Francia con la barca. La cantina a volte era piena di merci le più varie, una volta persino dei datteri. Credo nel settembre del ’44, Nino una notte portò a casa a Vallecrosia Alta una radio e la nascose nell’armadio a muro nell’ultima stanza.
Emilia Guglielmi in Giuseppe "Mac" Fiorucci, Gruppo Sbarchi Vallecrosia,ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia < Comune di Vallecrosia (IM) - Provincia di Imperia - Associazione Culturale "Il Ponte" di Vallecrosia (IM) >, 2007

2.9.1944 - "Una squadra del Distaccamento Comando della V^ Brigata, dopo aver fatto un'azione di cannoneggiamento sulle posizioni tedesche di Dolceacqua, attaccava sulla rotabile Pigna-Isolabona un'ottantina di tedeschi, che tentavano di passare il ponte rotto per entrare in Pigna. Dopo parecchie ore la squadra ripiegava perché i tedeschi abbandonavano la zona. Da parte tedesca tre morti e diversi feriti. Per quanto riguarda i partigiani, veniva preso prigioniero il Vice Comandante "Fuoco" [Marco Dino Rossi] e si registravano due feriti".
Da un documento ufficiale della II^ Divisione Garibaldi "Felice Cascione" edito in Mario Mascia, L'Epopea dell'Esercito Scalzo, ed. A.L.I.S, 1946, ristampa del 1975 a cura di IsrecIm

«Doria Fragola» e sei garibaldini armati di mitragliatore [il 26 settembre 1944] si appostano, in località Cartiera, tra gli alberi soprastanti la strada Isolabona-Dolceacqua, per tendere un agguato ai Tedeschi di cui è segnalato il transito. «Doria» seguito da due suoi compagni scende fin quasi sul ciglio della strada e mitraglia un camion tedesco di passaggio, il quale, benché colpito, prosegue la corsa finché, ancora mitragliato dai partigiani rimasti nascosti, sbanda e si ferma. I garibaldini partono quindi all'attacco dei Tedeschi superstiti con lancio di bombe a mano, ma lo strepitio dello scontro nasconde il rumore di altri due camion che stanno arrivando. Occorre ritirarsi.
Carlo Rubaudo, Storia della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria) - Vol. II. Da giugno ad agosto 1944, edito a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, Imperia, Dominici Editore, 1992

Il 25 settembre 1944, intorno alle 8 di mattina, due colonne tedesche provenienti da Isolabona attaccarono in forze Pigna: la prima riuscì a superare l'ostacolo rappresentato dal ponte degli Erici distrutto e avanzò lungo la strada, raggiungendo località Casermette dove si fermò e sparò numerosi colpi di mortaio, che distrussero una casa nel paese e arrecarono gravi danni ad altri fabbricati.
[...] In ottobre la situazione sulla frontiera italo-francese si era ormai stabilizzata: i due schieramenti si fronteggiavano su una linea che andava da ponte San Luigi al Grammondo, per proseguire verso il col de Tourini, l'Authion, il Monte Bego e le cime che spesso superano i 3.000 metri sulla frontiera franco-piemontese. Della pratica Pigna se ne sarebbe occupata una compagnia del “Hochgebirgs-Jager Btg 4” del capitano Andreas Schönleben e reparti della 34a Divisione di fanteria, che aveva già stabilito il proprio Quartier Generale a Saorge. Le truppe da montagna dovevano partire da Isolabona per proseguire lungo la valle dai due lati del fiume Nervia e da Bajardo; si sarebbero, poi, divise in due colonne: una avrebbe preso per la mulattiera di Veduno, l'altra doveva scendere da San Sebastiano, passare per Castelvittorio ed entrare in Pigna dal ponte di Lago Pigo. I reparti della 34a dovevano salire lungo la vallata della Bendola, guadagnare il Passo Muratone e da lì scendere lungo due direttrici: Ouri e Prealba. Forse, per evitare combattimenti troppo aspri, che avrebbero potuto causare molte perdite agli stessi tedeschi, veniva lasciata libera una via di fuga ai partigiani lungo la strada del Passo Langan. Il 5 ottobre alle ore 17, le due batterie da 105 piazzate a Isolabona iniziano a martellare il paese con un fuoco incessante, che terminò solo a notte inoltrata. Il giorno seguente, all'alba, le salme di artiglieria ripresero a scuotere le campagne circostanti, molte ogive vennero caricate con shrapnel.
[...] A Isolabona si stabilì il comando del 253° reggimento di granatieri comandato dal colonello Ferdinand Hippel, il 1° battaglione del reggimento (major Klingemann) venne posizionato a Rocchetta Nervina, il 2° battaglione (major Hans Geiger) a Bevera. Le compagnie del 1° battaglione si alterneranno tra il fronte e le prime retrovie che si formeranno sulla riva sinistra del fiume Roia tra Gouta, Testa d'Alpe e Briga.
Giorgio Caudano, Pigna. Storia di un paese, ed. in pr., 2016

[ altri lavori di Giorgio Caudano: Giorgio Caudano con Paolo Veziano, Dietro le linee nemiche. La guerra delle spie al confine italo-francese 1944-1945, Regione Liguria - Consiglio Regionale, IsrecIm, Fusta editore, 2024; Giorgio Caudano, L'immagine ritrovata. Ventimiglia e dintorni nei dipinti dell'Ottocento e primo Novecento, Alzani Editore, 2021; Marco Cassini e Giorgio Caudano, Bordighera al tempo di Bicknell e Monet, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2021; a cura di Paolo Veziano con il contributo di Giorgio Caudano e di Graziano Mamone, La libera Repubblica di Pigna. Parentesi di democrazia (29 agosto 1944 - 8 ottobre 1944), Comune di Pigna, IsrecIm, Fusta Editore, 2020; Giorgio Caudano, Gli eroi sono tutti giovani e belli. I Caduti della Lotta di Liberazione nella I^ Zona Operativa Liguria, ed. in pr., 2020 ; Giorgio Caudano, Dal Mare alla Trincea... memorie di uomini, BB Europa, Cuneo, 2019; Silvia Alborno, Gisella Merello, Marco Farotto, Marco Cassini, Giorgio Caudano, Franck Vigliani, curatori della mostra Claude Monet, ritorno in Riviera, catalogo a cura di Aldo Herlaut, Silvana Editoriale, Milano 2019; La Magnifica Invenzione. I pionieri della fotografia in Val Nervia 1865-1925, a cura di Marco Cassini e Giorgio Caudano, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2016  ]

Durante un improvviso rastrellamento dei tedeschi riuscii a fuggire dai partigiani [...] Quando i tedeschi, al termine dell'operazione, tornarono al loro quartiere di Isolabona, chiesi di poter rientrare alla settima compagnia [bersaglieri della RSI]. Il tenente tedesco mi rispose cbe avrebbe deciso lui quando rimandarmi: per il momento gli servivo a Isolabona. Mi affidò al soldato che si occupava delle mucche, in dotazione (!) alla sua compagnia.
Franco Scarpini in I nostri giorni cremisi (1943-1995), Diario raccolto e coordinato da Umbertomaria Bottino per gli amici del II (XX) Battaglione, 3° Reggimento Bersaglieri Volontari R.S.I., edito in Milano nel maggio 1995

27.9.1944 - "In seguito all'attacco del giorno prima fatto dai tedeschi la V^ Brigata [n.d.r.: Brigata "Luigi Nuvoloni" dell'appena costituita Divisione "Felice Cascione", come evoluzione della precedente IX^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Felice Cascione"] lanciava un contrattacco su Isolabona con mortaio da 45. Una squadra mortai del Distaccamento Comando effettuava un'azione di disturbo sulle posizioni tedesche dell'anzidetto paese. Le perdite nemiche non sono state precisate".     
Da un documento ufficiale della II^ Divisione Garibaldi "Felice Cascione" edito in Mario Mascia, L'Epopea dell'Esercito Scalzo, ed. A.L.I.S, 1946, ristampa del 1975 a cura di IsrecIm

Alcuni garibaldini della V Brigata catturati in precedenza, più numerosi nelle zone di Pigna e di Buggio vengono raggruppati dal nemico a Isolabona e il 2 marzo fucilati presso il cimitero per rappresaglia in risposta alle sconfitte subite.
Cadono così, coraggiosamente, gettando disprezzo in faccia al nemico: Domenico Aimo, Giulio Grassi, Vito Massa, Antonio Pallanca, Attilio Pastor, Umberto Sciutto e Benedetto Vivaldi.
Sabina Giribaldi, Episodio di Isolabona, 02.03.1945, Atlante delle Stragi Naziste e Fasciste in Italia

15 marzo 1945 - Dal comando della V^ Brigata "Luigi Nuvoloni" della II^ Divisione "Felice Cascione", prot. n° 342, al Comando Operativo della I^ Zona Liguria ed al comando della II^ Divisione - Comunicava che... ad Isolabona si trovavano 500 tedeschi...
22 marzo 1945 - Dalla Sezione SIM [responsabile Brunero, Francesco Bianchi] della V^ Brigata, prot. n° 352, alla Sezione SIM della II^ Divisione - Comunicava che... a Pigna ed a Isolabona erano stanziati 100 tedeschi per presidio...
20 aprile 1945 - Dalla sezione SIM della V^ Brigata al Comando Operativo della I^ Zona Liguria - Segnalava che Pigna (IM) era presidiata da 40 soldati di nazionalità russa e tedesca, che ad Isolabona vi erano 50 tedeschi... che sul fronte italo-francese tra la Località Marcora [nel comune di Isolabona (IM)] e la regione Fontana Povera [nel comune di Rocchetta Nervina (IM)] si notava la presenza di alcune artiglierie di medio calibro.
24 aprile 1945 - Da "Mina" al comando della II^ Divisione - Comunicava che ... ad Isolabona vi erano 80 nemici con 50 cavalli e 2 batterie da 75/27 in postazione.                                                                    30 aprile 1945 - Dal CLN di Isolabona al comando della V^ Brigata "Luigi Nuvoloni" della II^ Divisione "Felice Cascione" - Inviava le dichiarazioni di 8 prigionieri tedeschi sulle loro pregresse azioni come spie o come autori di gravi delitti commessi ai danni della popolazione.
da documenti IsrecIm in Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell’Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell’Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945), Tesi di laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998-1999

mercoledì 13 marzo 2024

L'indimenticabile medico dei partigiani, uomo di Isolabona

Fonte: trucioli.it

Mi accingo, con commozione, a parlare di un argomento che mi sta tanto a cuore e penso commuoverà anche voi. Parlare di sanitari, ospedaletto da campo è come dire "Pavia".
Il 24 agosto 1944 nell'ospedaletto da campo veniva effettuato il cambio di guardia. Il dott. Pigatti, che aveva come collaboratore un suo figliolo, studente universitario in medicina, lasciava la direzione dell'ospedaletto della V^ Brigata “Luigi Nuvoloni” della II^ Divisione “Felice Cascione” e gli succedeva “Pavia”.
Pavia era il nome di battaglia del nuovo medico, Leo Anfosso, nato e residente a Isolabona. Studiava nell'università di Pavia, dove avrebbe dovuto essere alunno del quinto ed ultimo anno di medicina.
Giovane entusiasta e socievole, gioviale e scherzoso, portava serenità ed entusiasmo in ogni ambiente che frequentava.
Il suo non era un agire da daddolo, ma si dava da fare veramente. Capiva che doveva diventare un distributore di dande, cinghie che sorreggono i bambini quando imparano a camminare e guidarli nelle evitabili sorti delle battaglie. Oserei perfino dagli del dandismo per la sua elegante e raffinata capacità di aiutare senza mai umiliare. Ai per forza debosciati feriti, decrepiti per momenti di scoraggiamento darà il sorriso, la fiducia, la gioia di riprendere nella vita. Nel deflagare della guerra, nel colpo debilitante di una pallottola il combattente potrà cadere in deliquio, subire uno svenimento, ma sarà lui, Pavia, a ridargli quella energia che lo riporrà sul fronte, in prima linea. Tra i partigiani la ferita non significava imboscamento, ma solo pausa in attesa di una pronta ripresa del combattimento, fino alla dedizione assoluta. Il riparatore delle ferite era Pavia, il giudice inappellabile della ripresa.
L'estate del 1944 fu un periodo di continui rastrellamenti. Per ragioni di protezione e di sicurezza l'ospedaletto fu trasferito in Piemonte a Valcona. Luogo un po' scomodo. Non appena fu possibile, nell'autunno, fu riordinato nei luoghi vicini ai reparti combattenti. Si stabilì a Drondo una frazione del Comune di Triora e successivamente a Bregalla, altra frazione dello stesso comune.
Un "casone" a due piani era l'ospedaletto. Preparato con mezzi raccimolati un po' ovunque e reso funzionale e sicuro da Pavia con rinforzi cautelativi. Forse mancava di quella igiene e pulizia di un moderno ospedale. Ma si sa che gli angeli Custodi dei militari allontanano una infinità di pericoli e soprattutto le infezioni.
Il C.L.N. di Sanremo provvedeva le medicine. Assiduo e generoso fornitore era il farmacista Marco Donzella. E vi è anche una curiosità da non lasciare in oblio. Per mirabili o misteriose vie i medicinali e materiale sanitario provenivano dalle caserme dei militari e anche dei repubblichini. Più tardi, quando gli americani inizieranno i loro lanci, i medicinali saranno abbondanti.
Trattamento degli ammalati
I malati ricoverati venivano divisi in tre reparti. Nel primo vi erano gli immobilizzati, nel secondo i feriti che potevano camminare, nel terzo gli ammalati che dovevano tenere il letto.
Tale divisione di ammalati si rese necessaria per un più veloce smistamento dei degenti nelle grotte delle montagne, qualora si presentasse il pericolo di un rastrellamento da parte dei nazi-fascisti. Farsi scoprire da loro significava essere uccisi.
Per i feriti gravi, quando occorreva un consulto, la visita di uno specialista, si ricorreva, quando lo si trovava, perchè anche lui era braccato dai nazi-fascisti, al prof. Moro di Castelvittorio, o al dott. Rinaldo Ferrero di Pigna e medico condotto a Triora, o al dott. Natta di Imperia. Qualche rara volta ci si rivolgeva al Dott. Martini che era medico capo della Divisione I^ “Felice Cascione”.
Ma il nostro Pavia faceva veramente miracoli. Certo che le distanze imponevano sacrifici e tempo. Talora era dispensabile una medicazione pronta, fatta dal vicino che più aveva coraggio di farla.
Io per esempio, ricordo di essere intervenuto a Langan per medicare un ragazzo dilaniato da una bomba a mano scoppiategli tra i piedi, per uso imprudente.
Ed Erven, che assistette, medicai ed anche intervenni quasi chirurgicamente, nei casoni sopra Cetta.
E Toscano, a cui incisi una caviglia sul piazzale di Cetta per tumefazione pericolosa e gli estrassi schegge dalla ferita. Fu drammatico il sistema di addormentarlo per non farlo urlare. E vedremo altri casi nel corso di questa narrazione.
Pronti per il nascondiglio
Nell'ospedaletto da campo tutto era predisposto per lo spostamento veloce. I rastrellamenti erano frequenti e massicci. Le scorte avanzate davano in tempo l'avviso dell'arrivo delle truppe nazi-fasciste. Nei luoghi più impensati, lontani dalle strade e dai sentieri di collegamento, vi erano grotte e buche ben nascoste. I feriti e gli ammalati venivano trasportati in gran fretta fino ad un certo punto. Poi erano lasciati alla cura esclusiva di Pavia. Egli non voleva assolutamente che nessuno sapesse dove nascondeva i suoi feriti e gli ammalati. Lui stesso se li caricava sulle spalle e li portava alla destinazione da lui voluta. Non voleva che succedessero inconvenienti ed evitare cattive sorprese. Eravamo in guerra ed ogni ombra, ogni indizio potevano essere e rappresentare un pericolo.
Pavia faceva il giro dei suoi pazienti, portando loro viveri necessari e le prestazioni mediche indispensabili. Naturalmente ci furono casi di feriti e di ammalati gravi. Nessuno però morì. Furono gli interventi del medico? Fu l'aiuto del Buon Dio? Fu la tenace speranza degli ammalati, il loro desiderio intenso di vita? Tra i feriti voglio ricordare in modo particolare Erven, il Vice Comandante onorario della Brigata. Dopo tante battaglie, in un attacco contro i tedeschi, verso Baiardo, veniva ferito gravemente alla coscia destra. Gli si era tagliato il nervo sciatico. Quanta cura ebbero i suoi compagni! Quante ne ebbe da tutti! Prima però che potesse essere portato in un luogo sicuro per vere medicazioni, passarono giorni e settimane. Eravamo nel giugno del 1944. Portato in un "casone" sopra Cetta, gli prestai, come dissi, io le prime cure. Finalmente il Prof. Moro di Castelvittorio, potè essere pronto nell'ospedale di Triora per l'intervento. Ma un'ora prima venivano a far visita alla nostra zona per un rastrellamento, i tedeschi, in gran numero.
Era il 3 luglio 1944 quando Triora fu data alle fiamme. Mi sovviene la figura di Nerone, ma un bel tacere è cosa pia. Il povero Erven veniva trasportato, di corsa sul monte Truno, sopra Triora e lasciato sotto le stelle. C'era un rudere di un "casone" ma era senza tetto. Unico sostentamento fu un po' di latte e acqua. La rifornitrice coraggiosa fu la signorina Antonietta Bracco abitante nella frazione di Triora, Bregalla. Volontaria infermiera dell'ospedaletto, a rischio continuo della sua vita, saliva sul monte due volte al giorno per dire una parola buona al ferito, solo con Dio e braccato dagli uomini.
Terminato il rastrellamento lo recuperò Pavia nel suo ospedaletto, spesso volante.
Mentre descrivo sento un brivido passarmi per la schiena ed una commozione che mi fa lacrimare, pensando agli uomini e agli avvenimenti. La vita del medico Pavia era travagliatissima, il lavoro snervante e nelle condizioni le più assurde.
Enormi distanze da percorrere tra un distaccamento ed un altro. Non c'era la possibilità di riposare. La popolazione dei paesi che si trovavano nella zona di operazione avevano in Pavia l'unico medico, ed era l'unica speranza per gli ammalati. Nelle sue continue peregrinazioni da un luogo all'altro, entrava nelle case dei borghesi a visitare ammalati, a distribuire medicine, a dare una buona parola, un sorriso ed una barzelletta che sapeva raccontare egregiamente. Poi subito via per un'altra chiamata. Il rischio che egli correva era molto maggiore di quello degli stessi partigiani e dei loro comandanti. In caso di rastrellamento tutti cercavano un luogo al riparo, mentre lui non poteva lasciare i suoi pazienti. Nell'ottobre del 1944 i tedeschi erano venuti a piantare le loro tende a circa 10 metri dove lui aveva nascosto i suoi. Nessuno ha mai parlato diffusamente del suo eroismo. Fu lui che mi raccontò che, terminato il pericolo, ricomponeva il suo ospedaletto e sereno e sorridente continuava la sua missione. Così, semplicemente così. Voi che mi leggete e che eravate alle cure di Pavia potete e dovete riconoscere il suo senso del dovere fino al sacrificio.
Quando morì, io ero al suo letto, ne composi la salma. Moltissimi di voi eravate presenti al suo funerale. Fu un trionfo, non un corteo funebre. Quando terminai di celebrare la messa nella Chiesa del cimitero, e ne era passato del tempo dall'inizio del corteo, continuavano ad arrivare le automobili del seguito. Sua moglie mi chiese come mai io non piangessi. Il dolore profondo è muto.
Mi sia consentita qui una parentesi sincera. Per una ragione, forse anche spiegabile, tra i partigiani si era formata una forte reazione contro gli ufficiali aggregati e loro stessi partigiani. Il bisogno di un nuovo mondo vedeva nei graduati dell'esercito, una forma di conservatorismo, di tradizione. Una larvata minaccia di anarchia soffiava nel fuoco del malcontento e cercava vittime. I concetti e gli avvertimenti di Vitò cacciarono la terribile dea infernale Aletto nella sua sede. Gli ufficiali si dimostrarono poi degni di essere chiamati a posti di comando. Furono i primi a prestarsi come barellieri ed infermieri alle dipendenze di Pavia.
don Ermando Micheletto, La V^ Brigata d’Assalto Garibaldi “Luigi Nuvoloni” (Dal Diario di Domino nero Ermando Micheletto), Edizioni Micheletto, Taggia (IM), 1975

Oltre 70 persone ieri hanno preso parte alla inaugurazione dell'Ostello Leo Anfosso di Carpasio. Un luogo che ha una storia particolare e rinasce grazie a Katiuscia Vivaldi e Jacopo Siffredi (che abbiamo intervistato), con una forma ritrovata dopo un lungo periodo di chiusura e con l'intento di ricordare una persona importante per la valle Argentina.
Parliamo di Leo Anfosso, meglio conosciuto come 'U megu Leu'. Medico condotto e anche partigiano (nome di battaglia, Pavia, dal luogo di studi). Un uomo buono, innamorato di questa terre e della sua gente, territori per i quali lottò e persone che aiutò (anche economicamente) in un periodo difficile, in cui molte famiglie si trovavano nell'indigenza. Gli episodi che videro protagonista Anfosso ne hanno fatto un protagonista della storia di questo entroterra una persona il cui ricordo è ancora oggi, caro a molti.
[...] Tra i partecipanti all'inaugurazione c'era Gipo Anfosso, il figlio del Medico Leo, che alcuni anni fa per ricordare la storia del padre scrisse "Io ricordo tutto", libro che ha fatto capolino all'Ostello portato dallo stesso autore che ha condiviso con noi alcune emozioni per questa inaugurazione. "C'era proprio una bella atmosfera. Ho visto tante persone venute per l'evento e venute anche per ricordare mio padre che è morto 57 anni fa. Mi ha fatto piacere vedere come il ricordo di lui sia ancora molto vivo" racconta con una certa emozione Gipo Anfosso.
[...] "Domenica con questa celebrazione abbiamo commemorato il passato con qualcosa di concreto che servirà per il futuro, l'Ostello. Sono molto felice e soddisfatto per l'impronta data da Katiuscia. È un posto che ricorda i valori cari a queste terre dell'antifascismo e si apre all'ospitalità e alla cultura con l'intenzione di organizzare eventi culturali e non solo. Anche nelle scelte stilistiche emerge l'amore per la natura, altra grande passione di mio padre". [...]
Stefano Michero, Carpasio: inaugurato l'Ostello Leo Anfosso. Il figlio Gipo: "Sarebbe piaciuto molto a mio padre"la voce di Imperia.it, 29 agosto 2023

domenica 2 luglio 2023

Italo Calvino e la Resistenza a Castelvittorio

Castelvittorio (IM)

Un’altra fonte che potrebbe evidenziare il rapporto tra Calvino e la brigata guidata dal comandante Erven ci giunge dal racconto Le battaglie del comandante Erven del 1945 in L’epopea dell’esercito scalzo, raccolta «dei grandi e terribili avvenimenti che ebbero luogo nella riviera di ponente durante i cinquecentonovantaquattro giorni di terrore nazi-fascista» <20. L’obiettivo principale di questo libro era quello di descrivere i fatti e gli episodi salienti della guerra di liberazione di tutta la provincia di Imperia con una cospicua documentazione fotografica e un elenco dei caduti e dei partecipanti attivi alla lotta. Considerato da alcuni studiosi un documento forse troppo colorito e non completamente attendibile, in questa raccolta sono presenti due capitoli firmati da Calvino: uno appunto dedicato al ferimento del comandante Erven, l’altro è invece un omaggio ai castellesi, abitanti di Castelvittorio, durante la Resistenza. I testi dell’Epopea non sono da ritenersi completamente attendibili: infatti non mancano errori di vario ordine come per esempio il nome di Calvino (indicato come Caldino nell’elenco generale dei partigiani) <21.
[NOTE]
20 L’epopea dell’esercito scalzo, a cura di Mario Mascia, A.L.I.S. Sanremo, s.d. [ma 1945] (firmati da Calvino sono i capitoli su Castelvittorio paese delle nostre montagne, pp. 49-50, e Le battaglie del comandante Erven, pp. 235-244). Mario Mascia, nato a Ponticelli (Napoli) nel 1900, si iscrisse al partito socialista italiano nel 1919. Dopo la laurea in Giurisprudenza lascià l’Italia per gli Stati Uniti a causa del fascismo. Tornò in Italia dove si trasferì a Sanremo e insegnò inglese all’Istituto tecnico commerciale per ragionieri, dal quale venne sospeso perché lontano dai dettami fascisti. Fondò il primo comitato anti-badogliano italiano e divenne membro del Cln di Sanremo. Morì a Sanremo all’età di sessant’anni (Romano Lupi, Italo Calvino e la Resistenza, in La città visibile: luoghi e personaggi di Sanremo nella letteratura italiana, Philobon, Ventimiglia 2016, pp. 93-103 (93).
21 Un errore che evidenzia lo stesso Calvino in una lettera a Giacomo Amoretti datata 8 aprile 1976, conservata dall’Istituto Storico della Resistenza di Imperia, con in calce la frase autografa nella quale segnalava l’errore. Lettera visionata personalmente e conservata presso l’Istituto della Resistenza di Imperia.
Elisa Longinotti, Calvino e i suoi luoghi, Tesi di laurea, Università degli Studi di Genova, Anno Accademico 2022-2023

E tuttavia, Calvino non sembrava affatto intenzionato a gettare le armi, come rivelano due lettere di quello stesso 1974, scritte in risposta a due lettori di quella sua incompleta e provvisoria rievocazione: «il racconto intero non ho ancora finito di scriverlo, e contavo sull’aiuto di altri che si trovavano là e che mi possono fornire particolari che mi sono sfuggiti», rispondeva ad Alessandro Toppi - partigiano a Baiardo - segnalandogli a sua volta l’allora «introvabile» volume collettaneo sulla Resistenza nell'imperiese (L’epopea dell’esercito scalzo) <60 rispolverato per l'occasione, per "rispolverare" la memoria e rifocalizzare proprio quella rete di condizionamenti reciproci.
60 M. Mascia (a cura di), L'epopea dell'esercito scalzo, A.L.I.S., Sanremo, s.d., ma del 1945 (firmati dal giovane Calvino sono i capitoli su Castelvittorio paese delle nostre montagne, pp. 49-50 e Le battaglie del comandante Erven, pp. 235-244).
Alessandro Ottaviani, «Un atteggiamento umano senza pari»: lo spirito della Resistenza nell'opera di Calvino in Aa.Vv., Lo spirito della Resistenza. Contributi e note a margine della conferenza annuale dell'AAIS (Zurigo, maggio 2014), Quaderni di Storia e memoria, 2/2014, Ilsrec

Italo Calvino racconta:
Aggrappato in cima ad un'altura che domina Pigna, Castelvittorio, col suo aspetto di antica fortezza, sembra ancora attendere gli assalti dei corsari saraceni. Ma se la guerra moderna, tecnica e mecccanizzata disdegna queste vestigia medioevali, la guerriglia fa rinascere in pieno secolo XX lo spirito avventuroso e cavalleresco dei secoli andati.
I tenaci «Castellusi», laboriosi agricoltori e cacciatori instancabili, si trasformano in guerrieri ogni volta che l'invasione tedesca o fascista minaccia il loro paese: i 40 e più caduti della popolazione ed il molto maggior numero dei tedeschi uccisi testimoniano il loro valore.
                                                          « L'ACIDU » e « U SOCIU »
La prima volta che i Castellesi si trovarono in combattimento a faccia a faccia con i tedeschi e i fascisti, fu nei primi di luglio del '44, durante la famosa offensiva germanica contro i partigiani della zona. Salgono in forza i tedeschi e fascisti il 3 luglio ma i castellesi, cui già il giorno prima era stata saccheggiata la farina dai fascisti, sono pronti ad accoglierli. Molti sono i tedeschi che cadono a mordere la polvere sotto le fucilate di Mario, Tucin, di Giuan Grigiun, de l'«Acidu» e di « U sociu », ma alla fine i nazi-fascisti hanno il sopravvento. Sette castellesi cadono sotto il piombo tedesco, uno dei quali in combattimento. Diciannove case del paese vengono bruciate e saccheggiate.
Di questa prode popolazione le figure più battagliere ci sono date dagli anziani, bravi montanari sulla cinquantina o sulla sessantina, vecchi combattenti dell'altra guerra mondiale, tiratori infallibili per la lunga esperienza di cacciatori. Due figure tra essi meritano particolare attenzione: l'Acidu e il Sociu.
« L'Acidu », comandante della banda locale, nasconde sotto sembianze da Sancio Pancia un'anima da Don Chisciotte. Piccolo, grasso, una tonda faccia dal largo sorriso, gran cacciatore di cinghiali, « l'Acidu » fu uno dei principali animatori della resistenza armata castellese. Rischiò la morte per un pelo il giorno in cui andando incontro a una banda di partigiani che aveva visto in lontananza si sentì fischiare intorno raffiche e colpi di moschetto. Erano tedeschi travestiti! Ma l'Acidu è di gamba buona e riuscì a cavarsela.
« U Suciu », un ometto asciutto, dall'aria vivace, è il miglior tiratore del paese, quello che fece cadere sotto il suo 91 il maggior numero di tedeschi. D'indole avventurosa si fece una volta prestare il mitra da un compagno e andò a rincorrere i tedeschi nei pressi del Lago Pigo, annientandone diversi.
                                                    ATTACCHI, SACCHEGGI, STRAGI
Ma i castellesi non impugnano le armi solo per la difesa, quando si vedono direttamente minacciati, l'odio mortale che dopo le stragi di luglio essi nutrono verso l'oppressore li spinge al contrattacco. Il 19 agosto, in solidarietà con le bande partigiane, la popolazione di Castelvittorio attacca la caserma di Pigna. E il 29 agosto, mentre i fascisti sconfitti si ritirano a Isolabona, i castellesi con la banda garibaldina di «Fuoco» entrano in Pigna. Ma i nazi-fascisti non mollano: il 2 settembre avviene un grnnde attacco di tedeschi e fascisti contro Pigna, appoggiati dal tiro di 12 cannoni da Isolabona. Ma sopraggiungono i castellesi, prendono alle spalle il nemico e lo obbligano a ritirarsi a Isolabona abbandonando sul terreno morti e mitragliatori. E respinti sono pure il 5 ottobre dopo due giorni di fuoco delle artiglierie di Isolabona concentrate su Pigna e Castelvittorio. Alfine, il 10 ottobre essi hanno il sopravvento: entrano nel paese, saccheggiano e vandalizzano.
Comincia l'inverno; un inverno di sangue per i castellesi. La strage più cruenta fu quella di Monte Gordale, compiuta il 3 dicembre da tedeschi, bersaglieri e fascisti: 19 contadini furono fucilati tra cui due donne e un bambino. Altri rastrellamenti si susseguono e altri partigiani del paese vengono trucidati per la denuncia di spie.
Il 20 aprile elementi del paese catturano 9 tedeschi a Isolabona. Una pattuglia di 25 tedeschi sale per liberare i camerati ma si incontra con una banda locale comandata dall'Acido e viene messa in fuga. Questo è l'ultimo combattimento dei prodi castellesi; i tedeschi fuggono: è la libertà, è la pace.
Castelvittorio più di ogni altro paese d'Italia ha il diritto di dire che non ha aspettato la liberazione da terzi, ma ha saputo meritarsela e conquistarsela da sè.
Mario Mascia, L'Epopea dell'Esercito Scalzo, ed. A.L.I.S, 1946, ristampa del 1975 a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia 
 
Pure i contadini della montagna hanno dimostrato nella guerra partigiana un entusiasmo, uno spirito combattivo, una solidarietà, un disinteresse che sfata ogni superficiale definizione del loro carattere. Lo testimoniano il grandissimo contributo di combattenti, di comandanti, di caduti che i contadini diedero alle Brigate Garibaldine, lo testimoniano il fraterno aiuto sia materiale che morale prestato per venti mesi ai partigiani combattenti nelle vallate; lo testimoniano le popolazioni trucidate, i villaggi saccheggiati e incendiati per mano tedesca e fascista. […] Valga per tutti l’esempio di Castelvittorio, paese asserragliato su un’altura della Val Nervia, tra montagne coperte di boschi fittissimi dove si nascondono i cinghiali, e di “fasce” coltivate che si spingono fin oltre i mille metri. I “castelluzzi”, gran lavoratori e gran cacciatori, divennero famosi per l’accanimento con cui difesero il proprio paese, ogni volta che i tedeschi o i fascisti tentarono di conquistarlo.
Italo Calvino, Liguria magra e ossuta, «Il Politecnico» 10, 1 dicembre 1945

giovedì 21 aprile 2022

Attacco partigiano presso la Cartiera di Isolabona (IM)

La Cartiera di Isolabona (IM)

Venne dato ordine di rafforzare la zona. Doria [n.d.r.: Fragola Doria, Armando Izzo] venne inviato a Pigna con la squadra di mortai da 81 e da 45, comandata da Leo il mortaista [n.d.r.: Vittorio Curlo] in modo che il centro della nostra linea formasse un baluardo formidabile e desse la possibilità alle ali di agire senza la preoccupazione di essere tagliati in due tronconi.
Rinforzata così la difesa di Pigna iniziammo le nostre azioni offensive condotte contro la media e bassa Valle del Nervia e contro la Valle del Roia; che, con la grande rotabile che l'attraversa, rappresentava l'unica via di rifornimento per le truppe tedesche attestate nel versante della valle stessa.
Il 26 settembre 1944 Doria, appoggiato da Leo con una squadra di fucilieri ed il mortaio da 45, sviluppò una azione di disturbo su Isolabona. Il mortaio si condusse egregiamente; non meno di 25 bombe caddero sull'edificio occupato dal nemico, che però non osò uscire  ed invano fu atteso dai nostri fino a sera.
Il 27 Doria con 6 garibaldini ed un mitragliatore si portò sulla strada fra Isolabona e Dolceacqua avendo gli informatori segnalato un prossimo arrivo di rinforzi nemici. Il gruppo prese posizione fra gli alberi in località Cartiera. Due garibaldinì col mitragliatore furono collocati in modo da poter battere d'infilata un rettilineo lungo circa 300 metri. Altri due uomini vennero posti in vedetta e lo stesso Doria con gli ultimi due, armati di mitra, scesero a pochi metri dalla strada, quasi a metà del rettilineo, in modo che chiunque avesse tentato di passare sarebbe stato bloccato di fronte dal mitragliatore e rafficato di fianco.
Alle 18 le vedette segnalavano la presenza del nemico. Si sente, in distanza, il rombo delle macchine ansimanti sulla dura salita. Poi alla svolta in fondo al rettilineo appare un autocarro tedesco. Il mitragliatore entra immediatamente in azione spazzando la strada, ma la macchina continua la sua marcia velocissima e passa davanti al gruppo imboscato presso la Cartiera. Doria punta alla cabina del conducente ed apre il fuoco col mitra: l'avversarlo, continuando a procedere, risponde con armi leggere: poi la macchina, accostando a monte, s'arresta bruscamente. Doria coi suoi due uomini si lancia all'attacco facendo uso delle bombe a mano. Gli scoppi assordanti degli ordigni di morte coprono il rombo di un secondo camion che sbuca sulla strada, la imbocca come un bolide e comincia a spazzarla con raffiche furiose. I nostri si arrestano, si stendono tra i rovi e continuano il fuoco in attesa che il mitragliatore, come d'accordo, blocchi col suo tiro l'automezzo nemico. Ma l'arma tace. Un terzo camion irrompe. Intorno ai nostri cade una pioggia di ferro e di fuoco, tagliando l'erba, stroncando i rami, forando i tronchi degli alberi: ogni ulteriore possibilità di continuare l'azione diventa impossibile: essi ripiegano, si ricongiungono alle vedette ed ai serventi della mitragliatrice, inceppatasi al culmine dell'azione, e per sentieri aspri ed impervi, senza che il nemico osi inseguirli, rientrano alla base.
Questo non è che uno dei tanti episodi della guerriglia feroce ed eroica che costituivano il nostro piano d'attacco, il quale e per la particolare conformazione del terreno montagnoso e per l'esiguità dei nostri mezzi, doveva venire condotto con un complesso di azioni isolate, improvvise ed ardite, apparentemente slegate, ma tutte dirette ad un unico scopo: non dar tregua al nemico, sorprenderlo ovunque, dargli la sensazione di aver di fronte forze numerose ed agguerrite, infliggergli continue perdite, bloccarlo nei suoi rifugi e, infine, avvilupparlo da tutte le parti, premerlo e ricacciarlo.
Mario Mascia, L'Epopea dell'Esercito Scalzo, Ed. ALIS, Sanremo, 1946, ristampa del 1975 a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia
 
Isolabona (IM): uno scorcio

Dolceacqua (IM)

Le forze tedesche hanno due presidi: uno a Dolceacqua ed uno a Isolabona. Questi presidi sono però insufficienti, ed il Comando tedesco tenta più volte, tramite alcuni preti, di chiedere ai partigiani una certa libertà di azione. In definitiva, una forma di tregua o, se vogliamo, un «modus vivendi», cioè un ignorarsi a vicenda. Si può ben immaginare la risposta del Comando garibaldino a tali proposte.
I Tedeschi tentano alcune volte di riconquistare Pigna ed ogni giorno bombardano la zona.
Nel frattempo «Doria Fragola», con un gruppo di partigiani, attacca ed infligge gravi perdite ai Tedeschi che sorvegliano gli abitanti di Isolabona e Dolceacqua, costretti a lavorare per riattivare il ponte di Banda semidistrutto precedentemente dai partigiani.
Ancora «Doria Fragola» effettua alcuni improvvisi attacchi in Val Roja e, in un'azione improvvisa a Breil, in territorio francese, rompe ponti e danneggia strade utili al transito delle truppe tedesche.
Infine, invia «Pagasempre» [n.d.r.: Arnolfo Ravetti, in seguito Capo di Stato Maggiore della V^ Brigata "Luigi Nuvoloni" della II^ Divisione "Felice Cascione"] ad un colloquio con i maquisards francesi, fissato a l'Escarène, nelle vicinanze di Nizza. I partigiani francesi si fanno attendere per tre giorni. «Pagasempre» si allontana con il suo gruppo, dopo aver fatto saltare il viadotto ferroviario Digne-Nizza, presso l'Escarène. «Tra il 25 settembre ed il primo ottobre - sono parole di Vittorio Curlo (Leo) - si ebbe qualche scaramuccia, ed il 26 settembre un nostro attacco di sorpresa ad Isolabona, col mortaio da 45 mm fatto venire da Langan per l'occasione, scaglia sulla postazione tedesca oltre 25 granate. L'azione è condotta da «Doria Fragola». Questi fatti si rivolsero a nostro favore perché riuscimmo a ricuperare munizioni».
«Doria Fragola» e sei garibaldini armati di mitragliatore si appostano, in località Cartiera, tra gli alberi soprastanti la strada Isolabona-Dolceacqua, per tendere un agguato ai Tedeschi di cui è segnalato il transito. «Doria» seguito da due suoi compagni scende fin quasi sul ciglio della strada e mitraglia un camion tedesco di passaggio, il quale, benché colpito, prosegue la corsa finché, ancora mitragliato dai partigiani rimasti nascosti, sbanda e si ferma. I garibaldini partono quindi all'attacco dei Tedeschi superstiti con lancio di bombe a mano, ma lo strepitio dello scontro nasconde il rumore di altri due camion che stanno arrivando. Occorre ritirarsi.
Il sopraggiungere improvviso di automezzi nemici, mentre infuria la battaglia presso il primo camion, presenta stretta analogia con lo scontro di Sella Carpe avvenuto nel giugno 1944.
Carlo Rubaudo, Storia della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria) - Vol. II. Da giugno ad agosto 1944, edito a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, Imperia, Dominici Editore, 1992

sabato 11 luglio 2020

La sera del venticinque aprile 1945 un uomo giace colpito alla testa, accasciato presso un paracarro

Isolabona (IM)

Era uno scapolo di buona età. Viveva nella sua Isolabona [(IM)], figlio di zia Caterina. Saliva ogni anno in Andagna [Frazione di Molini di Triora (IM)], patria dei genitori che in Isola avevano avviato una bottega di stoffe. La guerra e la lotta partigiana non lo distolsero dall'innata abitudine di trascorrere alcuni mesi nella casa dei vecchi genitori. In Andagna aveva una sorella ed ogni anno vi trascorreva le meritate vacanze, spesso in compagnia del fratello e dello zio maristi. Nella casa spaziosa e patriarcale si respirava aria di serenità, e di pace campestre.
L'anno 1945 fu per il Rodini l'anno delle molte incertezze, dubbioso di ritrovare la vissuta serenità. Una notte arrivò in compagnia del partigiano Silla [Ferdinando Peitavino, vice commissario, in precedenza responsabile stampa e propaganda, della V^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Luigi Nuvoloni" della II^ Divisione "Felice Cascione"] di Isolabona.
Il paese piangeva ancora i suoi morti e frequenti erano i rastrellamenti. Comprese che vivere in Andagna era assai pericoloso. Volle tuttavia restare. Non poteva lasciare incustodita la casa dei vecchi né che la campagna divenisse un roveto.
Restò. Viveva solo; a sera un salto e un bicchiere con i parenti. La casa di papà Francesco era meta più ambita. Diceva di rinascere al vedersi attorniato dai bambini spensierati e ciarlieri. Una leccornia, una caramella usciva sempre dalle sue tasche.
Con papà Francesco discuteva dei vecchi tempi; erano incontri prolungati specie nel trovarsi alla Borea: qui papà Francesco accudiva galline e conigli, il Rodini verdura e alberi da frutta.
La sera del 23 aprile 1945, proveniente da Isolabona e da Castelvittorio [(IM)] via Langan, giungeva una colonna di tedeschi.
Era l'inizio dell'esodo delle truppe verso il Piemonte. 
Andagna fu sosta notturna di prudenza a scanso di eventuali attacchi partigiani.
Il paese vide ripetersi la provata e sofferta invasione, furono divelte porte, violate abitazioni, sottratti viveri. Nella notte, nei carruggi, urla di avvinazzati e imprecazioni.
Ero in casa di nonna Filomena, ormai attempata e sola alla Case Sottane. 
Un ufficiale sfonda la porta di casa, si introduce, sale le scale, oltrepassa la sala e, armi alla mano, impone a me e alla nonna di lasciare il letto.
Ha con sé una giovane dai biondi cappelli che mi implora nel suo dialetto - è un parlare delle nostre parti -.
La ferma opposizione ed il diniego di cedere il letto ottiene il suo effetto.
Nonna Filomena uscirà semplice donna, in una espressione troppo materna: "vedi com'è stato gentile quel soldato. Mi ha visto vecchia e ammalata e se ne è uscito".
Cambiò giudizio la mattina al risveglio. Cercò l'involucro contenente l'anello, gli orecchini e i pochi risparmi. Erano stati rubati.
Trovai la stoffa che li avvolgeva a pochi passi dall'uscio.
Povera nonna Filomena che ti avrà detto il buon Padre Eterno quando, non trascorsi undici giorni da quella deprecata visita notturna, ci lasciasti?
Alla Costa, in Casa Emmanueli e in Casa Melagrano, la notte fu una notte di bagordi: suoni canti e danze...
Erano le sette del 23 aprile. Ordini precisi e alcuni spari: la colonna si forma e, preceduta da alcune autoblinde, si avvia sulla rotabile San Bernardo-Drego.

Andagna - Fonte: Pro Loco Andagna
 
Rodini osserva. Scorge, mista fra i soldati, la ragazza bionda. Ha il braccio destro anchilosato. Riconosce che è di Castelvittorio, sorella di un suo amico sposato in Isolabona. Ragazza dal carattere strano, dai più saputa innamorata di un soldato tedesco di stanza ad Isolabona. Rodini intuisce il dramma e ne prevede tristi conseguenze. La chiama, la consiglia, promette di ricondurla a casa. Contro la ragazza viene sparato un colpo di pistola. La situazione si aggrava ancora: Rodini scende in strada per fermarla, lei fugge e si incolonna agli ultimi militari.
Papà Francesco richiama il cugino e lo esorta a lasciare la testarda al suo destino. Alla distanza di circa cinquanta metri si accoda ai ritardatari. È determinato. Non lascia ogni possibile tentativo. 
Spera in una sosta o che la ragazza si ravveda.
Trascorre l'intera giornata in attesa e in apprensione. Per due volte da papà Francesco sono inviato a casa del cugino a sentire di un suo arrivo. La notte è un'attesa inutile. La sera del venticinque aprile 1945 un tale che si diceva in cerca di un parente porta la nuova che a un duecento metri da Passo Pizzo un uomo giace colpito alla testa, accasciato presso un paracarro.
È il Rodini: papà Francesco e due amici lo trasporteranno in paese servendosi di una carretta. Verrà sepolto il giorno dopo.
Don Nino Allaria Olivieri, Memorie. Diari 1940-1945. Seconda parte: Andagna - Fatti e Misfatti (1944-1945), Alzani Editore, 2011
 
Don Antonio Allaria Olivieri "Poggio", nato ad Andagna, Frazione di Molini di Triora (IM), il 19.11.1923
Nel 1943, ventenne, studente di teologia presso il Seminario di Bordighera.
Nel mese di ottobre, rifiutato l'arruolamento nella Repubblica di Salò, in montagna.
Con lo pseudonimo di "Poggio", nella formazione di Guglielmo Vittorio "Vitò" presso Loreto di Triora.
Incorporato nelle formazioni garibaldine con prevalenti compiti di staffetta e servizio informazioni.
Il 25 maggio 1944 arrestato ad Andagna nel corso di un rastrellamento.
Riuscito a fuggire grazie alla complicità di un soldato austriaco, tornato al Distaccamento.
Il 18.6.1944 partecipe della battaglia di Carpenosa che vide la liquidazione del presidio tedesco.
Il 25 Aprile 1945 a Sanremo con il I° Battaglione "Mario Bini" della V^ Brigata "Luigi Nuvoloni" della II^ Divisione "Felice Cascione" comandato da Vincenzo Orengo "Figaro".  
Vittorio Detassis

giovedì 5 febbraio 2015

Il partigiano "Fuoco", medaglia d'oro alla memoria

Uno scorcio di Val Nervia visto da Isolabona (IM)

Marco Dino Rossi (
Fuoco) di anni 22 - studente
“Entrava nelle file partigiane distinguendosi per capacità e ardore e partecipando a numerosi, duri combattenti.
Nel corso di queste azioni, alla testa di alcuni commilitoni, incurante del pericolo, si slanciava contro una forte colonna avversaria che aveva travolto un posto avanzato partigiano.
Nell’impari lotta, circondato, resisteva intrepido fino all’ultima cartuccia infliggendo al nemico dure perdite.
Catturato e sottoposto a torture e sevizie, malgrado la promessa di avere salva la vita, nulla rivelava che potesse tradire commilitoni e reparti partigiani.
Condannato a morte, immolava la sua esistenza alla causa della libertà gridando fieramente: “Viva l’Italia!” -
Pigna (Imperia), 2 settembre 1944.
Imperia, 10 settembre 1944.
Motivazione della medaglia d'oro alla memoria del partigiano Fuoco Marco Dino Rossi
 
Alla prima voce di allarme, Fuoco [Marco Dino Rossi], inforcata una bicicletta, si diresse verso la caserma.
Fu seguito a circa duecento metri da alcuni suoi uomini. Tra questi ricordo i partigiani Pagasempre [Arnolfo Ravetti, in seguito Capo di Stato Maggiore della V^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Luigi Nuvoloni" della II^ Divisione "Felice Cascione"], Zena e Muchera di Pigna [(IM)].
Qui cedo la penna a Pagasempre. “Seguimmo Fuoco per dargli man forte. Però i tedeschi si erano appostati nascosti dietro le caserme. Fuoco non li vide e fu bloccato da essi. Nello stesso istante del nostro arrivo sentimmo spari vicinissimi.
Secondo alcuni, Fuoco sarebbe stato ingannato da Radio Londra che annunciava l'arrivo degli inglesi a Ventimiglia.
Per questo sarebbe partito. Quindi sarebbe stato catturato non sotto Pigna, ma sotto Isolabona [(IM)].
Comunque da molte interviste fatte, preferisco quella di chi conviene con Pagasempre, sempre vicino a Fuoco. "Non comprendevo la situazione. Ci gettammo a terra, protetti dalla spalletta della strada. Vidi a pochi metri alcuni uomini con la divisa cachi e mi misi a gridare: "Chi siete?, chi siete?" Quelli risposero sparando. Di Fuoco nessuna traccia. Rispondemmo al fuoco, senza però poter mirare. Sparato il caricatore alla cieca, invitati i miei compagni a ritirarsi di corsa, zigzagando. Tale manovra permise a noi di salvarci miracolosamente. I tedeschi continuavano a sparare. Ci gettammo negli orti di Pigna. Prima di ripararmi vidi il buon Muchera di Pigna stramazzare a terra colpito dai tedeschi. Non era però ferito in modo da non potersi muovere. Lo trascinammo dentro gli orti e lo riparammo alla bell'e meglio al coperto di un casolare di campagna. Qui fu più tardi curato dal medico condotto di Pigna. I tedeschi non ci inseguirono più. Erano giunti aiuti da Pigna. I tedeschi rimasero asserragliati tra le mura della caserma ed il cimitero. Si sparò a lungo. Finalmente i tedeschi furono costretti a ritirarsi e lo fecero in modo disordinato. Il [nostro] distaccamento di Castelvittorio, accorso agli spari, li attaccò lungo la strada per Isolabona. Erano in posizione alta, favorevole, ed inflissero perdite ai tedeschi."
Pagasempre tace per qualche secondo, assorto nella memoria degli avvenimenti. Compresi il suo dolore ed il suo attaccamento all'amico Fuoco. Se i ragazzi di vedetta avessero in qualche modo dato l'allarme sarebbe stato facilissimo accerchiare il gruppo dei tedeschi e farli prigionieri. Purtroppo però l'attacco improvviso ci aveva disorientati.

Marco Dino Rossi
Fuoco fu portato ad Isolabona.
Fu legato nella piazza vecchia del paese e guardato a vista da ausiliari tedeschi, probabilmente polacchi.
Ottenne da questi di far avere a Pigna un suo biglietto, annunciante il suo arresto e la promessa dei polacchi di aiutare i partigiani, in caso di attacco, per liberarlo.
Il Comando pensò che fosse un tranello.
Si commentò però la possibilità di uno scambio.
Noi non avevamo ufficiali tedeschi prigionieri né avremmo potuto procurarcene, perchè Fuoco fu trasportato ad Imperia.
Fu vano anche l'aiuto dei suoi parenti fascisti.
don Ermando Micheletto *La V^ Brigata d’Assalto Garibaldi “Luigi Nuvoloni” (Dal Diario di “Domino nero” - Ermando Micheletto), Edizioni Micheletto, Taggia (IM), 1975
* ... Don Micheletto per tutta la guerra si adoperò per i partigiani, generalmente in contatto con i gruppi di Vitò, che accompagnò spesso nei loro spostamenti. Esplicherà la sua attività specialmente nell'assistenza e per captare messaggi radio. Giovanni Strato, Storia della Resistenza Imperiese (I^ zona Liguria) - Vol. I: La Resistenza nella provincia di Imperia dalle origini a metà giugno 1944, Sabatelli Editore, Savona, 1976
 
Marco Dino Rossi, ufficiale di complemento della GAF, dopo l’8 settembre rimase in zona e tra i primi salì in montagna partecipando alle prime azioni partigiane. Capo di Stato Maggiore della Brigata Nuvoloni, fu uno degli artefici dell’operazione che portò alla distruzione del Ponte degli Erici, lungo la strada tra Isolabona e Pigna, in Val Nervia. Nel corso di un’azione tedesca, volta a risalire la valle per saggiare la resistenza delle difese partigiane, venne catturato mentre accorreva in bicicletta in soccorso dei suoi uomini. Dopo pochi giorni trascorsi nella prigione di Imperia (alcune fonti parlano invece di Sanremo) venne fucilato.
Giorgio Caudano
 
Purtroppo alla difesa della grande conquista democratica rappresentata dalla realtà tangibile ed irripetibile d'una amministrazione popolare [la Repubblica Partigiana di Pigna] in una simile condizione politico-militare è riferibile un grave lutto per la nostra Resistenza: la morte di Marco Dino Rossi (Fuoco).
Mentre in bicicletta percorre la rotabile Pigna-Isolabona è catturato in una imboscata. I suoi compagni, che lo seguivano a circa duecento metri di distanza, nulla possono fare perché i Tedeschi, ben piazzati, aprono un fuoco intensissimo da varie direzioni (7).
Poi, i Tedeschi fuggono per l'arrivo di rinforzi partigiani e portano il loro prigioniero ad Isolabona. I soldati ausiliari polacchi, che lo sorvegliano, gli permettono di inviare un biglietto annunciante la sua cattura e promettono di aiutarlo a fuggire in caso d'attacco dei partigiani. Questi temono un agguato (8). «Fuoco» è condotto al Castello Devachan a Sanremo, dove è interrogato e torturato a lungo. Ma non parla, né tradisce i compagni. Infine, è trasportato ad Imperia dove viene fucilato presso il cimitero di Porto Maurizio.
(7) Nella sparatoria rimane ferito il partigiano Giovanni Borfiga.
(8) Versione del partigiano Arnolfo Giulio Ravetti (Pagasempre).

Carlo Rubaudo
, Storia della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria) - Vol. II. Da giugno ad agosto 1944, edito a cura dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia, Imperia, Dominici Editore, 1992, p. 378