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martedì 4 novembre 2025

Fanno sfollare Ventimiglia

Isolabona vista da Apricale (IM)

Apricale, 27 ottobre 1944 
Siamo arrivati a destinazione sani e salvi, grazie a Dio. 
E' stato un miracolo perché, poco tempo dopo che eravamo passati da Camporosso, la nave ci ha fatto una scarica tremenda. 
Ad Apricale, come pure a Camporosso, Dolceacqua, Isolabona, vi sono i soldati tedeschi. E noi che credevamo di andare al sicuro! A mezzogiorno abbiamo pranzato da mia zia Battistina. Ad Isolabona, passando, abbiamo incontrato Piombo e Ramoino, ci hanno detto che verranno a trovarci. La casa che avevamo preso in affitto ad Apricale è stata requisita dai tedeschi proprio stamattina! Così siamo andati ad abitare da nostro cugino Alfredo. E' una casa bella e comoda, ma senza sole. Comunque, grazie alla sua gentilezza che ce l'ha messa a disposizione. Quassù, vi è tanta gente sfollata da Ventimiglia, anche alcuni conoscenti. 
21 novembre 1944 
Ho avuto una ricaduta (non dovevo ancora uscire) e sabato e domenica ho avuto la febbre quasi a quaranta. Il dottore temeva la difterite, ed occorreva una medicina particolare, urgentemente. Ha preparato la ricetta e ha detto alla mamma di andare al comando tedesco per vedere se potevano procurarla loro. Il capitano non si è fatto pregare due volte e ha mandato un suo uomo in motocicletta a prendermela a Sanremo subito. Possiamo proprio ringraziarlo. Il dottore mi ha fatto un'iniezione così dolorosa che ho pianto tutto il giorno, e la notte credevo di morire. Viene due volte al giorno e mi fa anche la pennellazione. Deve farmi altre iniezioni, anche se sto un pochino meglio. 
9 dicembre 1944 
Fanno sfollare Ventimiglia. Dicono che è una processione di gente, la mattina presto, con carretti a mano carichi di masserizie che va verso Bordighera. In alcuni punti della strada vi sono delle buche lasciate dalle bombe scoppiate magari nella notte. Dicono che, essendo ancora buio, quei poveretti ci vanno a finire dentro, non vedendole, coi carretti che si sfasciano. Pochi si fermano in loro aiuto perché temono qualche spiacevole sorpresa, e così lasciano quei poveretti in lacrime. Vorrei poterli aiutare tutti. Perché la guerra fa diventare la gente egoista? 
12 dicembre 1944 
Qualche tempo fa, prima ancora che facessero sfollare Ventimiglia, ho letto su "l'Eco della Riviera" un articolo che mi ha molto colpita, e lo riporto. E' intitolato "Entrando ed uscendo da Ventimiglia" e il giornalista dice: «Giunto a Genova per visitare le conseguenze del crollo della galleria, mi sono trovato in un città dove si discuteva animatamente sulla situazione di Ventimiglia, e siccome le notizie erano contraddittorie ed inverosimili, mi decisi senz'altro a lasciare Genova per la cittadina di frontiera. Giunsi verso le 11 a Bordighera e fui sorpreso di constatare la quasi normalità della vita. Vicino alla stazione vi era un autocarro che scaricava della farina. Seppi che era destinata a Ventimiglia, ma che l'autista si rifiutava di recarcisi per il troppo pericolo. Interrogai il grossista di generi alimentari, ed ebbi la conferma che nessuno ha il coraggio di fare il tragitto Bordighera-Ventintiglia, e che in conseguenza il Podestà di quest'ultima ha dovuto organizzarsi con mezzi di fortuna e con uomini di coraggio per rifornire la città tanto provata. Non esitai un minuto, e con la mia "Topolino" in pochi secondi fui a Vallecrosia, dove potei constatare le terribili devastazioni dei bombardamenti aerei. Andavo lentamente, per ben vedere quando alcune cannonate mi fecero tornare alla realtà della situazione e riuscii ad attraversare la zona fra Vallecrosia e Ventimiglia immune. Sulla piazza del mercato mi fermai, e con grande sorpresa vidi un uomo che cacciava sui platani dei passeri. Tutte le strade deserte, e ovunque rivolgevo lo sguardo: case colpite, strade, marciapiedi, negozi, tutti un groviglio di rottami. Affrontai il cacciatore, presentandomi quale giornalista in cerca di impressioni... e di notizie. Il caso mi aveva fatto imbattere nel Segretario Politico, che riveste anche la carica di Commissario Prefettizio. Ero fortunato. Ci mettemmo in giro per la città, noncuranti del fragore del cannone che in quel momento batteva le vallate del Roia. La città vecchia, due mesi or sono disabitata, è attualmente rigurgitante di cittadini che, in seguito allo sfollamento delle frazioni di Latte, Grimaldi, Mortola, Sealza ed altri piccoli centri, vi si sono riversati adattandosi a sedi che in tempi normali non sarebbero state possibili neppure ai poverissimi! La promiscuità è impressionante. La città nuova è solo abitata nelle cantine da pochi uomini e donne che non vogliono lasciare abbandonato quanto ancora di sano hanno nei loro appartamenti. I quattro rifugi sono rigurgitanti di folla di tutte le classi sociali e di tutte le età. Il disagio è grave, perché Ventimiglia non ha più luce né acqua. Molti sono i casi di difterite e scabbia. Dopo la vista di tanta miseria e distruzione, il Commissario Prefettizio mi ha accompagnato nell'improvvisato Municipio. Qui ho trovato quello che non avrei mai immaginato! Le ingombre cantine del Palazzo di via Roma sono state sgomberate, sbiancate e destinate con diligenza a tutti gli uffici Municipali. Gli impiegati, che nella quasi totalità avevano abbandonato il lavoro, vi sono tornati all'unanimità, e siccome nel pianterreno funziona anche una buona mensa, tutti con entusiasmo (compresi i Postelegrafonici) si prodigano per tenere normale l'amministrazione. Fuggiti i grossisti, e chiusi quasi tutti i negozi, il Commissario Prefettizio ha trasformato la sala della Posta in magazzino, e tutti i generi alimentari, che pervengono attraverso difficoltà enormi e rischi non indifferenti, vengono accumulati e distribuiti per conto del Municipio. Quello che più ancora colpisce è la luce elettrica in tutti gli uffici e i ricoveri dove molti dormono. Con rapidità sono stati requisiti circa trenta accumulatori della ferrovia, fili e lampadine a basso voltaggio ed un coraggioso giovane con carro fa spola con Bordighera per ricaricare gli accumulatori. A Ventimiglia si vive isolati dal mondo. Niente radio, niente giornali. Vive solo "Radio rifugio", che moltiplica giornalmente le più impensate fandonie sugli avvenimenti. La posta alcune volte la settimana si fa attendere. Il mercato della frutta e verdura è scomparso e quella poca roba che arriva e che viene importata da piccoli coraggiosi imprenditori, costa dieci volte il prezzo di tutte le altre città d'Italia. Alla domanda di come la mensa provvedesse la verdura, mi viene risposto che spesso provvede "l'orto dello zio" e cioè gli orti abbandonati sono con zelo visitati dagli incaricati della mensa. In questa città chiusa è venuta a mancare la moneta di piccolo e grosso taglio. Il Commissario Prefettizio ha provveduto con molti assegni municipali valevoli in Ventimiglia. Cessato l'imboscamento e l'evasione si è normalizzato anche questo mezzo di scambio. Un piccolo gruppo di volenterosi si è messo a disposizione completando nuovi mezzi di trasporto e di scambi, per diminuire le gravi difficoltà annonarie. Mentre apprendevo quanto sopra, il cannone ha ripreso il suo lugubre ululato e tutti si rifugiavano nelle cantine. Nuovi lutti, nuove devastazioni. Vengo messo al corrente anche dell'attività del Fascio che, instancabile, pensa a tutto e a tutti, compresa una balda schiera di uomini della Brigata Nera. Ho tentato di avere notizie sulle operazioni di questo fronte, ma ho potuto sapere solo che il nemico, non potendo passare, si sfoga a distruggere la città. Guardo con fierezza d'italiano questo manipolo di uomini che serenamente affronta giornalmente, e per chissà quanto tempo ancora, tanti pericoli e disagi, e lascio Ventimiglia maggiormente convinto che le ottime minoranze salveranno la Patria».
Fine dell'articolo che, come ho detto, veniva scritto qualche tempo fa. Ho appreso un sacco di cose che papà, pure essendo impiegato in Municipio, non mi aveva dette. 
Apricale, 14 gennaio 1944 
Siamo tornati ieri da Imperia. Mercoledì 10, dopo aver camminato quattro ore e mezzo fra i monti e più di tre ore sulla neve (la collina che porta a Perinaldo e poi la discesa), siamo giunti a Bordighera alle 11.30. E' stata una gran fatica, però compensata dal gran paesaggio fiabesco: il leggero chiarore della luna rendeva tutto azzurrino sulla neve. 
Dopo esserci fermati a pranzo a Bordighera da Nuccia e Claudio, alle 14.30 abbiamo preso l'autobus che andava ad Imperia. Avevamo fatto pochi chilometri, che s'è vista la nave sul mare che faceva fuoco su Bordighera. Ad Ospedaletti c'è stata una sosta piuttosto lunga e poi, alle prime case di Sanremo, vedemmo la gente sulla strada che faceva segno verso il cielo, e tutti correvano. L'autobus si fermò, tutti scesero e otto cacciabombardieri furono sulle nostre teste. Eravamo più di quaranta persone in mezzo alla strada, che non sapevamo dove cercare scampo. Vedevo le bombe scendere dagli apparecchi, la contraerea che sparava da tutte le parti: un rumore d'inferno. Tutti urlavano come pazzi, perché gli aerei giravano proprio sopra di noi. Papà, infine, decise di attraversare di corsa la strada per andarci a rifugiare in una casetta poco distante. Siamo andati infatti lì, e la mamma aveva perso la parola per lo spavento. Infine, dopo aver gettato parecchie bombe, gli aerei se ne andarono. Papà andò a vedere i danni e disse che in via Vittorio avevano distrutto, fra gli altri, un palazzo di quattro piani, e che c'erano parecchi feriti. Ritornammo sull'autobus che riprese la corsa verso Imperia. Ahimè, dopo pochi minuti, riecco le persone che scappano a gambe levate. Siamo scesi tutti dall'autobus, mentre questo era ancora in moto, ed io, urtata nella schiena, per poco non mi sono rotta la testa nello scendere. I viaggiatori erano tutti in preda al panico. Fortunatamente, gli aerei sono passati senza gettare bombe. Eravamo proprio nel centro di Sanremo. Alle 17.30 eravamo ad Artallo, tra lo stupore di tutti che proprio non ci aspettavano. Ma noi non avevamo più loro notizie da tempo... Com'è cresciuto il cuginetto Pietro! 
Il sabato siamo ripartiti e siamo giunti a Bordighera proprio nel momento in cui avevano finito di cannoneggiare. Mio padrino per poco non ci lascia la pelle e una donna gli è morta a pochi metri di distanza. Ho visto Giorgione Romano, e mi ha fatto molto piacere. 
Quanta gente di Ventimiglia abbiamo incontrato. 
La notte abbiamo dormito a Bordighera e, per colmo di disgrazia, hanno cannoneggiato in continuazione dalla parte della Francia. Anch'io, sebbene mi reputi abbastanza coraggiosa, ho avuto paura a dormire in quell'albergo: forse perché era abbastanza allo scoperto, quindi più esposto ai tiri. Quando sentivo il colpo di partenza, mi rannicchiavo sotto le coperte, e mi dicevo: «Questa è per noi». Invece Iddio ci ha assistiti, e forse anche perché, nella marcia di andata, abbiamo trovato un ferro di cavallo nella neve, che abbiamo raccolto. Ieri mattina presto siamo ripartiti ed alle 13 siamo arrivati quassù, stanchi, impauriti, ma lieti che l'incubo delle bombe fosse finito. 
24 aprile 1945 
I soldati son partiti tutti. Ad Isolabona, prima di andare via, han fatto saltare i ponti e la strada. 
25 aprile 1945 
Sembra festa: dicono che i Francesi stanno avanzando. 
Questa notte sono scesi i Partigiani. Anche Isola e Baiardo sono già occupate da loro. Sul campanile hanno messo la bandiera bianca e le campane han suonato a distesa tutto il giorno. Sono comunque ancora passati bassi i caccia e dicono abbiano bombardato e mitragliato Bordighera. Forse avranno visto ancora qualche tedesco. 
E' sera. I Francesi sono a Ventimiglia, e dicono vi sono anche parecchi negri. Non ci credo ancora: ma allora, da noi la guerra è proprio finita? Grazie. Gesù! 
26 aprile 1945 
Ieri è stato Renzo da noi ed ha detto che davvero a Ventimiglia e paraggi vi sono i degollisti. Nel fiume Roia c'è l'apparecchio ricognitore che tante sere abbiamo sentito e che avevamo chiamato "Cicogna". Non si sa se atterrato volontariamente od in seguito ad un guasto al motore. Papà è andato con Rocco a vedere le nostre case alle Ville ed io e la mamma li abbiamo accompagnati sino ad Isolabona e poi ci siamo fermate a vedere i ponti che non ci sono più. Un gruppo di uomini, però, tra cui tre tedeschi presi prigionieri, si adoperano per rimetterli su il più presto possibile. Anche Isola è tutta imbandierata. Dicono che i tedeschi si sono arresi dappertutto. Allora, è proprio finita! 
Nuccia Rodi, Diario di guerra. Ville, 22 giugno - 26 ottobre 1944... in Renzo Villa e Danilo Gnech (a cura di), Ventimiglia 1940-1945: ricordi di guerra (con la collaborazione di Danilo Mariani e Franco Miseria), Comune, Studio fotografico Mariani, Dopolavoro ferroviario, Ventimiglia, 1995, pp. 113-116

venerdì 11 aprile 2025

Donne imperiesi dall'antifascismo alla Resistenza

Imperia: nei pressi del ponte stradale sul torrente Impero

A Imperia, la giovane Velia Amadeo, ai primi di marzo del 1930, nell'accompagnare in una barca il fidanzato, il giovane comunista Vincenzo Bottino, nel tentativo di espatriare nella vicina Francia, periva con lui.
Ancora più significativo il caso di Ornella Musso, di Oneglia, che seguì in Spagna il padre Felice espatriato per motivi politici. Ivi la solidarietà familiare divenne un preciso e autonomo impegno politico, in quanto la Musso collaborò a Radio Barcellona durante il periodo della guerra civile.
Sempre nella provincia di Imperia, a partire dalla fine degli anni trenta, spuntava un vivace antifascismo tra gli intellettuali, tra cui alcune donne. Così la prof. Antonello-Brusco fu minacciata, redarguita e molestata: il movimento si fece più intenso dopo lo scoppio dello seconda guerra mondiale, quando alcune professoresse e intellettuali parteciparono addirittura a gruppi di chiaro stampo antifascista: la prof. Vittoria Giobbia, la prof. Costanza Costantino, Letizia Venturini, traduttrice del libro di Rauschnig, "Hitler m'a dit", la prof. Adelina Biglia, che fu addirittura arrestata per avere confidato ad un'occasionale conoscente che era tempo di porre fine alla guerra.
Sempre a Imperia Fede Amoretti assorbì l'antifascismo dall'ambiente familiare influenzato dallo zio Giacinto Menotti Serrati già dirigente nazionale del partito socialista, e Uliana Zanetta dal padre che durante il ventennio era costantemente sorvegliato speciale perché comunista. Anche Alba Berio, costretta ad emigrare durante il fascismo per le angherie subite, fu iniziata all'antifascismo dall'ambiente familiare, e così Maria Ricci, proveniente da famiglia di vecchi socialisti.  
Teresa Agnese di Albenga fa risalire il suo sentimento viscerale contro i fascisti alle minacce di bastonature e di purghe che i fascisti fecero contro la sua famiglia. Bianca Calvi di Imperia, più che dall'ambiente familiare, trasse alimento al suo antifascismo dall'ambiente di lavoro, l'oleificio Agnesi, dove i pochi operai e le poche operaie fasciste erano isolati e guardati con sospetto.
Assunta Berro Bianchi di Imperia imparò l'antifascismo dal padre più volte arrestato durante il regime. Padre e marito di Maria Terrone di Valloria erano anch'essi antifascisti, tanto che l'intera famiglia fu costretta ad emigrare per un certo periodo in Francia. Tebe Demonte di Imperia maturò il suo antifascismo sia dall'ambiente di lavoro "molto duro", sia dal marito Adolfo Stenca iscritto al PCI, e anche Olinda Aicardi, operaia di Imperia, assimilò l'antifascismo dall'ambiente familiare (suo padre era un vecchio socialista) e da quello di lavoro.
Nella famiglia di Anna Bonfante si tenevano riunioni antifasciste con distribuzione di volantini e scambio di notize già prima del 1943, e anche la famiglia di Gilda Piana di Diano era antifascista. Anche Aurelia Rebecco di Pairola, madre di un partigiano fucilato [n.d.r.: Alberto Lorenzi], maturò il suo antifascismo attraverso il marito. Maria Lanteri di Triora dichiara di aver ricevuto l'antifascismo "in casa". Per Milena Massa di Diano Marina la tradizione antifascista e socialista di casa sua le rese poi, secondo le sue parole, "la scelta facile"; anche Giulia Negro di Imperia, moglie di un antifascista, fu iniziata all'antifascismo dal marito, mentre Andreina Rondelli imparò l'antifascismo dalle esperienze e dalle angherie subite dal padre. Angela Carbone di Sanremo, trasse ispirazione al suo antifascismo dal padre socialista. Maria Scotti di Pigna, levatrice, assorbì l'antifascismo dall'ambiente familiare cattolico, e così Emma Borgogno di Perinaldo ereditò l'antifascismo dall'ambiente familiare socialista, allo stesso modo di Giorgina Ascheri di Dolcedo.
Danilo Veneruso, La donna dall'antifascismo alla Resistenza in (a cura di) Aa.Vv., La donna nella Resistenza in Liguria, Consiglio Regionale della Liguria - La Nuova Italia Editrice (Firenze), 1979

Felice Musso, ex sindaco socialista di Castelvecchio, all’avvento del fascismo dovette lasciare il paese perché perseguitato e si rifugiò nella vicina Nizza, come tanti compaesani. La famiglia lo raggiunse piuttosto tardi, nel 1930, la moglie Giuseppina, la figlia Ornella e il figlio Lorenzo, il quale si inserì subito nell’organizzazione socialista al fianco del padre e dei vecchi compagni imperiesi <335.
Giuseppe Amoretti, il “Moretto” comunista di Oneglia, lasciò Imperia anch’egli dopo il dissesto finanziario della sua attività di commercio in olio, e grazie alla dote della moglie poté rilevare un negozio di commestibili nel cuore della Vieille Ville, intrico di vicoli dove dal secolo precedente gli italiani si erano installati con le loro botteghe, alimentari, ristoranti. Egli si inserì dapprima nel movimento comunista italiano a Nizza, ottenendo ruoli di responsabilità, in stretto contatto con Felice Musso e i compagni imperiesi, poi si integrò sempre più nelle organizzazioni del Pcf, mantenendo rapporti con l’emigrazione antifascista e con la sinistra locale <336.
[NOTE]
335. AIsrecIm: IID4: f. Lorenzo Musso.
336. Cpc: b. 105, f. Giuseppe Amoretti.
Emanuela Miniati, La Migrazione Antifascista dalla Liguria alla Francia tra le due guerre. Famiglie e soggettività attraverso le fonti private, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Genova in cotutela con Université Paris X Ouest Nanterre-La Défense, anno accademico 2014-2015

[...] Dilanda Silvestri che aiuta il padre Michele (Milano) nella sua opera a favore della Resistenza; Iolanda Zunino (Spavalda) non ha congiunti da coadiuvare, ma si impegna in prima persona in qualità di staffetta dei distaccamenti cittadini; Gea Gualandri è un'attiva collaboratrice; Cesira Lanteri ospita i partigiani nella sua casa nella zona di Langan ed i Tedeschi, scoperta l'attività, incendiano l'abitazione; la professoressa Adelina Biglia è arrestata nel maggio 1943; la professoressa Letizia Venturini è nei gruppi antifascisti già prima del periodo resistenziale e traduce scritti da diffondere clandestinamente; la professoressa Costanza Costantini di Torino è pure lei nel gruppo antifascista.
Né si debbono dimenticare Jose Pila, collaboratrice nella zona di Costa d'Oneglia; le sorelle Evelina e Giuliana Cristel, già citate nel capitolo dedicato al FdG; Teresa Vespa Siffredi, internata nel campo di concentramento di Fossoli; Iside Corradini, uccisa sulla via Aurelia e buttata nella scarpata sottostante per non aver consegnato la bicicletta ai Tedeschi.
[...] Tra le fotografie riportate alla fine di questo capitolo figura l'interessante nota della direzione delle carceri giudiziarie di Sanremo che, in data 29 marzo 1945, dà notizia della detenuta Anna Maria Borgogno, ricoverata presso l'ospedale civile, sorvegliata dalla GNR e da consegnare successivamente al Comando tedesco per l'inevitabile fucilazione. Con lei è una altra donna, Bianca Pasteris (Luciana), ferita e catturata a Beusi, destinata ad analoga sorte.
Di Ada Pilastri (Sascia) si deve ricordare il bellissimo racconto della marcia sulla neve per procurare farina e viveri alle nostre formazioni. Rina Moraldo nel marzo 1945 salva il Comando garibaldino: di buon mattino, mentre si reca a Gerbonte per assistere alla Santa Messa, scorge i Tedeschi intenti a piazzare mitraglie a Loreto ed a Creppo, perciò ritorna sui suoi passi ed avverte tutti i partigiani.
E Pierina Boeri (Anita) è una partigiana vissuta soltanto di coraggio e di esempi sul campo di battaglia.
Nel capitolo concernente la Sanità partigiana sono ricordate benemerite suore ed infermiere: Angela Roncallo (Fernanda) nel suo diario alterna la pateticità alla disperazione. Ida Rossi (Natascia), diciannovenne, bionda e graziosa, si trova a Upega in quel tristissimo 17 ottobre 1944; è infagottata in una divisa da soldato tedesco, ma ciò non le consente di sfuggire alla cattura anche se poi, facendo tesoro delle risorse inesauribili della personalità femminile, riuscirà a sfuggire alla morte. A Triora, Antonietta Bracco è tuttora un esempio di dignità e di entusiasmo per la missione compiuta. E Ornella Musso passa di battaglia in battaglia contro il fascismo, dall'Italia alla Spagna, e ancora in Italia per la battaglia finale.
Carlo Rubaudo, Storia della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria) - Vol. II. Da giugno ad agosto 1944, Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia, Imperia, 1992

Ad Imperia Uliana Zanetta si era messa in contatto con Anna Airaldi e Bianca Novaro e insieme avevano formato l'embrione dei Gruppi di difesa della donna, che avrebbero poi svolto la loro attività nella zona. L'Airaldi, che lavorava nella fabbrica Renzetti, si occupava del lavoro tra le operaie, la Zanetta di quello tra le studentesse, nel tentativo di convolgere il maggiore numero di donne appartenenti a strati sociali diversi nell'opera di aiuto ai partigiani. Dopo un lavoro capillare, andando casa per casa a parlare con tutte le ragazze di loro conoscenza, erano riuscite a creare una vera e propria organizzazione.
Giuseppe Benelli, La Resistenza femminile in città in (a cura di) Aa.Vv., La donna nella Resistenza in Liguria, Consiglio Regionale della Liguria - La Nuova Italia Editrice (Firenze), 1979 

domenica 13 dicembre 2020

Già notati svariate volte gruppi di ribelli armati

Dolceacqua (IM): Cappella dell'Addolorata

L'11 corrente, da certo Secondo Bosio, residente in Ventimiglia, è stato catturato un colombo viaggiatore che portava un messaggio dei ribelli diretto alle autorità militari inglesi.
Si unisce copia del messaggio
Notiziario della Guardia Nazionale Repubblicana (G.N.R.) del 28 maggio 1944, p. 21, così come da pubblicazione in Fondazione Luigi Micheletti.
 

Il Comando delle Brigate Nere ha una vasta rete di spionaggio che fornisce informazioni sui movimenti e sull'ubicazione delle formazioni partigiane.

Nel mese di giugno 1944 il predetto Comando ha a sua disposizione molte notizie sulla situazione numerica dei garibaldini e ne traccia un prospetto:

Rocchetta Nervina (IM)

«... Zona di Rocchetta Nervina
Già notati svariate volte gruppi di ribelli armati, in località Monte Forquin, al passo Mairige, a Monte Abellio; tutti provenienti dalla località Testa d'Alpe.

Airole (IM): uno scorcio di Val Roia

Zona di Airole
Notati gruppi di avvistamento a quota 677, quota 563 e presso il chilometro 10 della strada Ventimiglia-Airole.

Zona di Dolceacqua
Circa 70 ribelli armati trovansi nei pressi della Cappella dell'Addolorata, tra Dolceacqua e Monte Belgestro. Pare che altri gruppi di ribelli pure armati si trovino sulla cispluviale tra Roverino (Val Roja) e Camporosso (Val Nervia). Notati gruppi di avvistamento al chilometro 9 della strada Dolceacqua-Isolabona ed alla q. 370.

Isolabona (IM)

Zona di Isolabona
Notati gruppi di avvistamento e di sbandati presso il monte Morgi e presso la Cappella Marra a q. 577.

Pigna (IM): Corso De Sonnaz

Zona di Pigna e Castelvittorio
Accertata presenza di ribelli armati con armi automatiche e mortai e armamento individuale a Monte Gouta, Colle Venoso, Regione Grai, Margheria dei Boschi e monte Giardino. Il numero di questi è complessivamente di circa 800. Gruppi di avvistamento a monte Altomoro e Madonna di Campagna a q. 477, a Madonna Passoscio. Altri gruppi sparsi di circa 50 e 80 uomini armati sono stati visti a Buggio, Colle Prealba, a Monte Toraggio, a Monte Mera, a Monte Lega, con gruppi di avvistamento a quota 440, a Madonna del Carmine, a Madonna di Lausegno e nel paesetto di Orvegno, vicino a Monte Lega.

Apricale (IM): la strada provinciale

Zona di Apricale
Gruppi di sbandati notati, armati, a Monte Ruscarin, Monte Calvaria e a q. 300.

Vallebona (IM): alture di ponente

Zona di Vallebona e Seborga
Visti sostare diverse volte, presso il Passo del Bandito q. 703, gruppi di sbandati armati della forza di circa 20 - 30 elementi.    

Zona di Baiardo - Perinaldo e Ceriana
Accertata presenza di circa un centinaio di ribelli armati a Monte Mera; pure un centinaio a Monte Caggio, con gruppetti di avvistamento al chilometro 8 ed al chilometro 11 della strada Vallebona-Perinaldo. Sono stati visti transitare diverse volte, da San Romolo in direzione di monte Bignone, gruppi di 20 e 30 elementi di ribelli armati. Accertata presenza di due gruppi di circa 40 ribelli a Monte Ceppo e a Monte Cavanello, con gruppi di avvistamento al Passo di San Bernardo. Notati pure nuclei di ribelli armati a Baiardo nella villa Maiffret, nella galleria rifugio della villa e nella boscaglia adiacente. Accertata la presenza di un gruppo di circa 25 ribelli armati a Fascia d'Ubaga e a monte Merlo con gruppi di avvistamento a quota 536, quota 485, al chilometro 10 ed al chilometro 6 della strada Sanremo-Ceriana [...]».

Dagli incompleti dati in possesso del nemico, seppur non tutti attendibili e molti indubbiamente inesatti, si può valutare la possibilità di lotta della nostra Resistenza in quel periodo in cui l'entusiasmo saliva alle stelle ed in ogni valle risuonavano le canzoni partigiane.

Sul finire del mese di giugno del 1944, avviene un cruento combattimento sostenuto dal 16° distaccamento, che potrebbe anche essere ricordato come «La prima e l'ultima battaglia»; la battaglia cioè di un distaccamento appena costituito che si batte con grande coraggio, infligge gravi perdite ai Tedeschi e subisce, a sua volta, un rastrellamento tanto feroce, e giorni di martirio da non poter più essere ricomposto. I bravi giovani superstiti passano, quindi, a far parte di altri reparti. Noi, invece, il combattimento lo intitoliamo al nome della località presso cui si verificò e diciamo: «La battaglia di Sella Carpe».

Carlo Rubaudo, Storia della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria) - Vol. II. Da giugno ad agosto 1944, edito a cura dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia, Imperia, Dominici Editore, 1992

Pagina 33 del Notiziario GNR del 24 giugno 1944 cit. infra - Fonte: Fondazione Luigi Micheletti

Il 20 corrente, verso le ore 17,30, banditi armati irruppero in Castelvittorio e, dopo aver bloccato tutte le strade di accesso al paese, penetrarono nella casa comunale dove bruciarono i manifesti e le bollette esattoriali, asportando una macchina da scrivere. Successivamente si portarono nell'ufficio postale ove danneggiarono l'apparecchio telegrafico, rendendolo inservibile. Infine si presentarono in diversi negozi di commestibili, asportando complessivamente 15 quintali di generi alimentari. Nell'allontanarsi costrinsero certo Bruno Rebaudo a seguirli [...].
Notiziario della Guardia Nazionale Repubblicana del giorno 24 giugno 1944,
p. 33, così come da pubblicazione in Fondazione Luigi Micheletti

domenica 6 novembre 2016

Un carretto dei gelati che fu d'aiuto ai partigiani

Vista da Perinaldo (IM) una panoramica della vallata percorsa dal carretto di cui all'articolo
 
L’8 settembre 1943 ero militare a Verona, all’aeroporto di Villafranca, per un corso di volo notturno... Viaggiai in treno, scendendo e risalendo innumerevoli volte per superare i tutti i posti di blocco.
 
Bordighera (IM): la zona della stazione ferroviaria in cui abitava Mariani - vedere infra -

Arrivai a casa mia a Bordighera. Mi arruolai nella Todt, l’organizzazione tedesca che “assumeva” operai italiani per lavori di costruzione, perché era convinzione generale che chi lavorava nella Todt non sarebbe stato richiamato militare. Lavorai a Mentone, poi un giorno, un manifesto affisso sui muri della città non lasciava dubbi: Todt o non Todt tutti gli uomini della classe 1921, la mia, e di altre venivano richiamati alle armi nell’esercito della Repubblica di Salò. I renitenti, “Kaputt!”. Con i fratelli Biancheri fuggimmo a Seborga. Qui dopo l’8 settembre era anche arrivato un ufficiale della RAF, l’aviazione inglese, di origine brasiliana, ma arruolato appunto nell’aviazione inglese. Dopo l’8 settembre era arrivato anche lui a Seborga e aveva dispiegato la bandiera inglese sul campanile della chiesa di Seborga. Noi segnalammo l’incoscienza e la pericolosità del gesto: “Qui comando io!” fu la risposta. 
Ci spostammo a Perinaldo perché là era troppo pericoloso. La stessa notte i tedeschi rastrellarono Seborga e uccisero [era il 9 settembre 1944] il pilota inglese [n.d.r.: si trattava invece di F. Abdon Miranda, detto Tinico, peruviano, non un pilota] e la famiglia che lo ospitava. 
Angelo Athos Mariani in Giuseppe Mac Fiorucci, Gruppo Sbarchi Vallecrosia, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia <Comune di Vallecrosia (IM) - Provincia di Imperia - Associazione Culturale "Il Ponte" di Vallecrosia (IM)>, 2007   
 
Seborga (IM)

Miranda potrebbe aver seguito in Italia come domestico o come amico la famiglia Manassero, cui appartenevano le due giovani partigiane italiane, trucidate in quel triste avvenimento, le sorelle Carmen e Gioconda Manassero, nate nella stessa città di Miranda, Callao.


Seborga si era trovata sotto il fuoco delle artiglierie tedesche. Cinque persone sfollate trovarono la morte sotto le macerie dell'edificio scolastico colpito in pieno. I nazisti occuparono poi il paese dando ordine alla popolazione di portarsi sulla strada provinciale per un controllo. Antonio Maccario, ex cantoniere, che non fece in tempo ad eseguire l'ordine, fu ucciso all'istante. Vennero catturati cinque giovani partigiani, di cui due ragazze, le sorelle Manassero. Trascinati sul piazzale situato all'ingresso del paese, vennero torturati e quindi fucilati. I corpi vennero gettati nella scarpata sottostante. Alle due sorelle Manassero venne concesso di morire strettamente abbracciate. Appena i tedeschi si allontanarono, la popolazione raccolse i cinque corpi trasportandoli nella camera mortuaria e poi a Bordighera. Del partigiano Emilio Valle, scomparso durante il rastrellamento, non si seppe più nulla.
Adriano Maini
 
Eravamo al comando di Cekoff  [n.d.r.: Mario Alborno di Bordighera (IM), da dicembre 1944 Vice Commissario della IV^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Elsio Guarrini" della II^ Divisione "Felice Cascione"], comandante partigiano che da borghese abitava a Bordighera.
I problemi erano tanti e tutti molto seri.
Eravamo 30 partigiani tra cui una ragazza, Sascia [n.d.r.: Ada Pilastri], ma la metà era disarmata. Proposi a Cekoff  un piano per recuperare un po’ di armi e ne discutemmo a lungo. Alla fine accettò, chiedendomi di quanti uomini avessi bisogno. “Nessuno, corriamo meno rischi se vado da solo”. E così fu. Abitavo a Bordighera tra lo scalo merci della stazione e una casa dove erano accasermati dei militi fascisti. Casa mia era vuota, perché i miei genitori erano sfollati, come era stato consigliato da Radio Londra, che suggeriva di abbandonare le case vicino ai nodi ferroviari perché soggetti a bombardamento. Dalle mie finestre controllavo agevolmente ogni movimento in stazione e nella casermetta dei fascisti.
 
Bordighera (IM): la stazione ferroviaria con in primo piano un edificio dell'ex scalo merci

Avevo notato che ogni notte i militi si recavano a scaricare le merci che arrivavano con il treno e lasciavano la caserma sguarnita.
 
Un carretto d'epoca della ditta "Eccolo". Archivio: Mauro Maccario di Bordighera (IM)

Il gelataio Eccolo (Renzo Pirotelli) mi prestò il triciclo fatto a barchetta, con il quale durante l’estate vendeva i gelati sul lungomare di Bordighera e Vallecrosia. Mi procurai anche un attrezzo da scasso e un piccone, depositai tutto nel portone di casa mia e attesi la notte.
 

Alle 2 regolarmente arrivò il convoglio e tutti i militi uscirono per andare a scaricare il treno. Mi precipitai a portare il triciclo con gli arnesi da scasso vicino all’ingresso della casermetta.
Piano piano, per fare meno rumore possibile, forzai la porta.
Proprio nell’ingresso era in bella mostra la rastrelliera dei fucili con casse di munizioni. Tre alla volta li caricai nel ventre della barchetta e al quindicesimo caricai le scatole di munizioni. Il triciclo era quasi colmo.
 


Riportai il carretto nel portone di casa mia e camuffai il carico coprendolo con alcuni pezzi di legna da ardere e una coperta.

Bordighera (IM): un tratto dello stato attuale della Via Romana verso Vallecrosia

Prima che i militi tornassero, ero già sulla via Romana verso Vallecrosia. Passai anche per stradine, per evitare le ronde che facevano rispettare il coprifuoco, ma a Vallecrosia era inevitabile superare il posto di blocco.
C’era un milite fascista che conoscevo: mi rimproverò di non rispettare il coprifuoco chiedendomi cosa trasportassi.
Aprendo il coperchio della gelatiera risposi che stavo portando legna da ardere ai miei genitori sfollati a Soldano e viaggiavo di notte per evitare i bombardamenti.
“E a Soldano non c’è legna?”
“Si! Tanta, ma costa cara e questa l’avevamo in casa.”
Mi lasciò passare senza controllare sotto la legna.
Pedalai e pedalai con fatica sulla leggera salita per arrivare fino a Massabò [Frazione di Perinaldo], dove mi aspettava Franco Palombi, un amico di Bordighera che mi aiutò a spingere lungo i tornanti per Perinaldo. Senza il suo aiuto non ce l’avrei fatta. Arrivammo stremati in cima alla collina … un urlo di gioia ci accolse. Baci, abbracci e strette di mano. La  V^ Brigata partigiana Garibaldi era tutta armata! 
Gli adulti di oggi di Vallecrosia senz’altro, nella loro infanzia, hanno assaggiato i gelati della barchetta di Eccolo! Eccolo!”. Forse non sanno che quella barchetta ci aiutò a conquistare la libertà di cui oggi godiamo. 
La notte successiva venimmo attaccati da una autocolonna di tedeschi.
Ci difendemmo, malgrado i tedeschi sparassero anche con una mitragliera pesante.
Dei nostri perì un partigiano di Pigna che, nella vita civile, faceva il cuoco.
Il sanremese Adler venne raggiunto da una raffica di ben 8 colpi. Non morì.
Era un giovane di origine ebrea, sfollato a Perinaldo con la madre austriaca per sfuggire alle deportazioni.
 
Perinaldo (IM): poco a levante del centro abitato

A Perinaldo si era arruolato con noi [...]
Nel febbraio del 1945 un agente telegrafista di una radio rice-trasmittente clandestina che operava nella nostra zona venne scoperto e catturato. La scoperta del telegrafista bloccò il flusso di informazioni militari tra i partigiani e gli alleati. Viste le mie qualifiche militari di "operatore radio", il CLN  dispose il mio trasferimento nella vicina Francia liberata [...]
Angelo Athos Mariani in Giuseppe Mac Fiorucci, Op. cit.

Da sinistra: Angelo Athos Mariani, Luciano Rosina Mannini e il sergente radiotelegrafista americano George Pecoraro. Fonte: G. Fiorucci, Op. cit.
 
Perinaldo (IM): il Convento

[...] stavamo bivaccando con il vice commissario Cekof [Mario Alborno] attorno ad un vecchio convento, in quel di Perinaldo, nell’entroterra di Bordighera a 600 metri di altitudine. I problemi erano tanti e tutti molto seri. Eravamo 30 partigiani, compresa una ragazza (Sascia). Il 50% di questi uomini era disarmato. A questo punto mi venne un’idea che proposi a Cekof, il quale dopo avermi ben ascoltato, discutendo dei pro e dei contro accettò il mio piano e mi chiese di quanti uomini avessi bisogno. «Nessuno» risposi, «corriamo meno rischi se vado da solo» e così fu
[...] Ero consapevole del rischio qualora il colpo non fosse riuscito, ma più ancora pensavo ai compagni che aspettavano nella speranza di avere tutti un’arma. Pedalai, pedalai, mi feci forza ed arrivai faticosamente in zona Massabò (a fondo valle di Perinaldo) dove mi aspettava un amico (Franco Palombi di Bordighera, tuttora in vita) che avevo precedentemente avvisato e che mi aiutò a spingere lungo la salita verso Perinaldo. Determinante e prezioso fu l’aiuto che mi diede Franco senza il quale non so se avrei potuto portare a buon fine il colpo. Arrivammo così in cima alla montagna... un urlo di gioia ci accolse, abbracci, baci, strette di mano, il quinto distaccamento è tutto armato! [...]
Redazione, I diari, le storie, le memorie. Angelo Mariani racconta ai ragazzi di Bordighera. Caricai tutti i fucili per noi sul carrettino da gelataio, Patria Indipendente, 30 settembre 2005
 
Lasciapassare francese rilasciato ad Angelo Mariani, valido dal 9 al 15 aprile 1945. Fonte: G. Fiorucci, Op. cit.

Angelo Mariani (classe 1921) iniziò a militare nella Resistenza ai primi di settembre del 1944 nel Distaccamento della V^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Luigi Nuvoloni" della II^ Divisione "Felice Cascione", comandato da Mario Alborno
Cecoff. 
Mariani partecipò a numerose azioni tra la Val Nervia e la Val Roia. Entrato nel Gruppo Sbarchi, da marzo 1945 fino alla Liberazione operò come marconista, assieme ad altri partigiani italiani, presso il Quartier Generale Alleato di Cimiez a Nizza.             
Vittorio Detassis

domenica 23 giugno 2013

Tra quei giovani credo ci fosse anche Italo Calvino

Perinaldo (IM)

La missione Leo alla quale appartenevano Rosina [Luciano Mannini], Lolli [Giuseppe Longo], Giulio Corsaro Pedretti, ed alcuni altri giovani che si erano temprati nelle lotte di montagna, si portò a Nizza nel [il 10] dicembre 1944, dopo due mesi di utile lavoro preparatorio, per mezzo della leggendaria imbarcazione guidata dall'infaticabile «Caronte» [anche "Corsaro"] Giulio Pedretti e da Pascalin [Pasquale Pirata Corradi, di Ventimiglia (IM), come Pedretti]. A Nizza, Leo si incontra con i responsabili dei servizi speciali alleati e prepara il piano definitivo di lavoro, che comportava, fra l'altro, l'uso di apparecchi radio trasmittenti, per i quali la missione aveva già predisposto gli operatori. Nel gennaio 1945 la missione rientra in Italia, dove il terreno era già stato preparato in anticipo. Si organizza e comincia a funzionare in pieno...
Mario Mascia, L'Epopea dell'Esercito Scalzo, Ed. ALIS, Sanremo, 1946, ristampa del 1975 a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia
 
Vallecrosia (IM): il lungomare

Trascorso il plenilunio, la notte del 14 [dicembre 1944] partiva [n.d.r.: da Vallecrosia] con un'altra barca anche il partigiano dott. Kahneman (Nuccia) con la pianta di tutte le postazioni tedesche del primo schieramento costiero e le coordinate delle principali fortificazioni, ricevute a Coldirodi [oggi Frazione di Sanremo (IM), all'epoca ancora Frazione di Opedaletti] da un incaricato della Divisione Felice Cascione. Su interessamento del comando della I^ Brigata "Silvano Belgrano" rientravano dal Piemonte nella prima decade di novembre e, con l'aiuto di Corsaro [Giulio Pedretti], dopo qualche giorno seguivano Nuccia verso la Francia anche due soldati R.T. americani, fuggiti ai tedeschi in Alta Italia, con il compito di sollecitare presso il Comando alleato l'invio di apparecchi radio ricetrasmittenti. Il tenente Antonio Capacchioni del gruppo Kanhemann veniva incaricato di preparare, in collaborazione con la S.A.P. di Vallecrosia, l'arrivo presso la Divisione Felice Cascione del capo della Missione alleata, il capitano inglese Robert Bentley. L'insieme degli uomini addetti al raggruppamento sbarchi e imbarchi, forniti quasi tutti dalla S.A.P. di Vallecrosia, comandati dal garibaldino Renzo Rossi di Bordighera e dal commissario Gerolamo Marcenaro di Vallecrosia, tra gli altri comprendeva i garibaldini Achille Andrea Lamberti [comandante del distaccamento S.A.P. di Vallecrosia], Vittorio Lotti [in effetti Aldo Levis Lotti, commissario del distaccamento S.A.P. di Vallecrosia], Renato Plancia Dorgia, Ezio Amalberti, Vincenzo Biamonti, Irene Anselmi, Eraldo [Mura] Fullone... Salvatore Marchesi [Turi Salibra Salvamar], Angelo Mariani [Athos], Luciano Mannini (Rosina), Renzo Biancheri [n.d.r.: dai più prossimi compagni di lotta ricordato sempre nelle testimonianze da loro rese come Rensu u Longu, mentre il nome di battaglia era Gianni], fino a raggiungere una forza di una ventina di uomini che funzionavano a pieno ritmo.
Francesco Biga, (con la collaborazione di Osvaldo Contestabile), Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), Vol. IV: Da Gennaio 1945 alla Liberazione, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, 2005  
 
Vallecrosia (IM). Sullo sfondo, Bordighera

Le prime voci di antifascismo a Vallecrosia si ebbero nel 1940/41 da parte di Achille [Achille Lamberti, "Andrea"], di Francesco "Cè" Garini, di "Girò" [n.d.r.: o "Gireu", Pietro Gerolamo Marcenaro], di Aldo Lotti e di altri.
Un antifascismo molto riservato, anche perché le ritorsioni erano molto dure, come nel caso di Alipio Amalberti, zio materno di Girò, che per aver gridato in un bar di Vallecrosia "Viva la Francia" venne dapprima schedato e successivamente costantemente perseguitato, fino a essere fucilato per ritorsione dopo essere stato preso come ostaggio.
Renato "Plancia" Dorgia  in Giuseppe Mac Fiorucci, Gruppo Sbarchi Vallecrosia, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia <Comune di Vallecrosia (IM) - Provincia di Imperia - Associazione Culturale “Il Ponte” di Vallecrosia (IM)>, 2017
 
Sergio Sergio Marcenaro, all'epoca quattordicenne staffetta partigiana, nonché fratello del già citato Girò, precisa che lo zio materno Alipio per quella frase, riportata qui sopra da Dorgia, era stato condannato a cinque anni di confino. Ne fece poco più di tre, perché avendo dato prova pratica nel luogo di isolamento di essere un valido agricoltore del ponente ligure, il graduato fascista, che gli aveva già concesso la possibilità di lavorare, aveva altresì intercesso a quel punto per una riduzione della sua pena. Ma il suo nome era rimasto segnato e, a seguito di varie traversie, schematicamente indicate qui di seguito, venne trucidato a Badalucco (IM) il 5 giugno 1944. Pietro Gerolamo Marcenaro risultava latitante già nel verbale della Questura (fascista) di Imperia del 15 giugno 1944, riferito alle indagini ed agli arresti effettuati verso la fine di maggio nella zona di Ventimiglia e di Bordighera a danno del costituendo CLN di Ventimiglia, del già esistente CLN di Bordighera, del gruppo antifascista "Giovane Italia" e di altri patrioti collegati, un documento edito in don Nino Allaria Olivieri, Ventimiglia partigiana… in città, sui monti, nei lager 1943-1945, a cura del Comune di Ventimiglia, Tipolitografia Stalla, Albenga, 1999, pp. 9, 24. Alipio Amalberti, nato a Soldano l'11 febbraio 1901, già nelle giornate che seguirono l’8 settembre metteva in piedi un’organizzazione per finanziare ed armare i gruppi che si stavano formando in montagna a Baiardo (IM) insieme a Renato Brunati di Bordighera, fucilato dalle SS il 19 maggio 1944 sul Turchino e Lina Meiffret, proprietaria di una villa poco fuori Baiardo, punto di riferimento e talora rifugio di quella piccola banda, che, catturata insieme al fidanzato Brunati, venne deportata in un campo di concentramento in Germania, da cui tornò fortemente provata, ma salva. Arrestato il 24 maggio 1944 a Vallecrosia e tenuto come ostaggio, in quanto segnalato più volte come sovversivo, Alipio Amalberti venne fucilato a Badalucco il 5 giugno 1944 come ritorsione ad un'azione del distaccamento di "Artù",  Arturo Secondo, compiuta il 31 maggio.  
Adriano Maini  

Sono nato nel 1925 e nel 1943 ero uno studente, che frequentava con profitto il liceo classico di Sanremo, sempre promosso e anche un po' imbevuto di fanatismo fascista, specialmente dopo la guerra di Spagna. A causa della propaganda di allora parteggiavo per i franchisti. 
Ero renitente alla leva, ma non c'era ancora una resistenza organizzata. Per evitare di farmi catturare, mio padre mi nascose da parenti di mia madre a Isola del Cantone, in provincia di Genova. Venni dichiarato disertore e fui condannato a morte con sentenza del tribunale di Sanremo in data 28 febbraio 1944. Per i disertori la pena comminata dalla Repubblica Sociale di Salò era, infatti, la fucilazione immediata.
La mia permanenza a Isola del Cantone era dunque pericolosa per me e per i miei parenti.
Approfittando del bando che sospendeva la fucilazione per i disertori che si fossero presentati spontaneamente all'arruolamento, mio padre mi venne a prendere e col treno ritornai con lui fino ad Arma di Taggia [Taggia (IM)], poi da Arma a Vallecrosia in bicicletta, fortunatamente senza essere mai fermati. Nel frattempo Girò, Achille Lamberti ed altri avevano organizzato un principio di Resistenza.
Attraverso mio padre, presi contatto con loro e assieme ci demmo alla macchia.
Achille Lamberti, Garini, Girò Marcenaro, Aldo Lotti, Nello Moro e io partimmo per il punto di raduno a Langan.
Poco pratici, percorremmo il tragitto più lungo e impervio dove Girò dimostrò tutta la sua volontà: per una malformazione camminava con difficoltà e meno agevolmente di noi, ma non si arrese.
In località San Martino di Soldano (IM) ci unimmo ad un gruppo di studenti di Sanremo che il C.L.N. aveva indirizzato verso noi per raggiungere Langan [Località in altura di Castelvittorio (IM)]. Tra quei giovani credo ci fosse anche Italo Calvino [ n.d.r.: di lì a breve tra i redattori del giornale “Il Garibaldino”, stampato a Realdo, Frazione di Triora (IM), di cui furono creatori ed animatori Fragola Doria ([Armando Izzo) e Silla, Ferdinando Peitavino, di Isolabona (IM), quest'ultimo in seguito, da fine gennaio 1945, vice commissario politico della II^ Divisione "Felice Cascione"]. Non ne sono sicuro, ma dalle fotografie dello scrittore viste nel dopoguerra sono certo di aver riconosciuto un compagno con i quali trascorsi a Carmo Langan i miei primi giorni da partigiano.
Quando giungemmo sopra Castelvittorio ci venne incontro un partigiano, un militare unitosi alla resistenza dopo l'8 settembre 1943, tale Iezzoni "Argo" [n.d.r.: Altorino Iezzoni, nato ad Atri (TE), il 26/04/1914, già caporale del Regio Esercito, commissario di Distaccamento della neoformata (il 20 giugno) IX^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Felice Cascione"], che ci accompagnò fino a Langan, dove c'era il "quartier generale" e dove si concentravano tutti i neo-partigiani.
Salutandoci, il partigiano Iezzoni ci disse che l'indomani probabilmente sarebbero sbarcati gli alleati.  Sarebbe stato, invece, il giorno della da noi famosa "notte dei bengala" del 21 giugno del 1944, quando tutti credevano e speravano nello sbarco degli alleati e invece ci fu solo un grande bombardamento. Otto giorni dopo [il 27 giugno 1944] "Argo" moriva in un'operazione a Baiardo [n.d.r.: la battaglia d Sella Carpe  nel corsodella quale rimase gravemente ferito anche il comandante garibaldino Bruno Erven Luppi].
Fu il primo schiaffo che ricevetti dalla realtà della mia guerra di partigiano.
Fummo segnati su un grosso registro e arruolati al comando di Vittò [anche Vitò e Ivano, nomi di battaglia di Vittorio Giuseppe Guglielmo, dal 7 luglio 1944 comandante della V^ Brigata d’assalto Garibaldi "Luigi Nuvoloni", dal 19 dicembre 1944  comandante della II^ Divisione "Felice Cascione"].
Girò mi attribuì il "nome di battaglia" di "Riccardo", da Riccardo Cuor di Leone. In realtà non mi sono mai sentito tale.
Restammo a Langan un paio di giorni e depositammo le armi che ci eravamo procurati a Vallecrosia, tanto avevamo possibilità di averne altre, recuperandole tra quelle nelle caserme abbandonate o gettate dai soldati dell'armata italiana in rotta dal fronte francese dopo l'8 settembre.  [...] Le merci sbarcate venivano nascoste e successivamente trasportate a Negi e consegnate ai garibaldini di "Curto" e Gino Napolitano. Sovente ero incaricato del trasporto a Negi. Tra gli altri carichi ricordo una macchina da scrivere. Era pesante, pesava quanto un mortaio; ricordo che, nella fatica, dovetti sforzarmi non poco per convincermi che per vincere la guerra fosse necessaria anche una macchina da scrivere e superare la tentazione di buttarla in una scarpata.
Chi dirigeva tutte le operazioni era Renzo Rossi, detto "Rensu u Curtu" per distinguerlo da Renzo Biancheri "U Longu". Il comando alleato aveva deciso già nel settembre '44 di inviare presso le formazioni partigiane ufficiali-istruttori e di collegamento. [...] Con lo sbarco [6 gennaio 1945] del capitano Bentley [n.d.r.: appartenente al SOE britannico, incaricato dal Comando Alleato di Nizza a ricoprire la funzione di ufficiale di collegamento con il comando partigiano della I^ Zona Liguria] si strinsero ancor più i rapporti tra il Gruppo Sbarchi di Vallecrosia e il gruppo di "Leo" Carabalona, del quale faceva parte Giulio "Corsaro" Pedretti, che per primi avevano preso contatto con le forze alleate. Gli sbarchi si susseguirono con invio di armi e anche di agenti radiotelegrafisti per azioni di spionaggio. [...] L'organizzazione dell'Operazione Sbarchi non fu cosa semplice. Bisognò innanzitutto trovare natanti idonei a raggiungere la costa francese per le necessità di trasporto dall'Italia alla Francia; in senso inverso provvedevano gli alleati con potenti motoscafi pilotati da Pedretti [...] 

A sinistra, la Villa Le Petit Rocher. Foto d'epoca ripresa da F. Fiorucci, op. cit.
 
Cap Ferrat, oggi: la Villa Le Petit Rocher, penultima, in basso a destra

La base alleata in Francia era a Saint Jean Cap Ferrat, nella baia di Villafranca, nella villa Le Petit Rocher.
Da Vallecrosia si partiva, naturalmente di notte, e si raggiungeva il porto di Montecarlo, facilmente individuabile perché l'unico illuminato.
All'ingresso del porto una vedetta intimava l'alt e accompagnava il natante all'approdo sotto stretta sorveglianza.
Qui l'equipaggio forniva alle sentinelle alleate del porto di Monaco solo un numero di telefono o di codice e il nome dell'ufficiale dell'Intelligence Service. [...] Per me era la prima volta, mentre per gli altri si trattava dell'ennesima traversata.
Fummo accolti dal capitano Lamb, che ci condusse a Le Petit Rocher. Ci diede qualche istruzione, tra le quali ricordo che, alla mia richiesta di una qualche sorta di documento, ci disse che a eventuali controlli dovevamo solo rispondere che eravamo maltesi e di riferire il suo nome, capitano Lamb con il numero di riconoscimento.
Mettendo mano al portafoglio, Lamb cominciò a distribuire una banconota da 500 franchi. La sua intenzione era di consegnarne una per ognuno di noi, ma Renzo Rossi, intascata la prima banconota ringraziò dicendo che 500 franchi bastavano per tutti.
Il capitano, sorpreso, ci fissò negli occhi uno per uno e domandò:
“Ma voi siete proprio Italiani?”.
Scoppiò poi a ridere, ma, per un attimo, vidi nel suo sguardo il sospetto che fossimo sabotatori. [...] Nei giorni successivi ci portarono nei pressi dell'aeroporto di Nizza.
In un capannone erano accatastate una quantità notevole di mitragliatrici italiane Breda nuove e imballate. Evidentemente preda di guerra dell'avanzata alleata su Nizza nell'agosto del 1944.
Ma perché non le avevano fornite a noi già l'anno prima?
Prelevammo armi, viveri, vestiario e materiale sanitario.
Al Petit Rocher predisponemmo tutto sulla banchina per stivare il carico sul motoscafo che ci avrebbe riportato a Vallecrosia.
Dovemmo imbarcare anche due agenti di Ventimiglia (Paolo Loi e un altro che non ricordo, che avevano seguito un corso di sabotatori imparando a maneggiare l'esplosivo al plastico).
Per far posto ai due sabotatori, lasciammo a terra i viveri e il vestiario imbarcando solo le armi e i medicinali, contro la volontà degli ufficiali inglesi.
Ricevemmo la direttiva di annullare lo sbarco se non avessimo avvistato da terra il segnale di riconoscimento.
Arrivati al largo di Vallecrosia, nessun segnale, ma Girò mise ugualmente in acqua i due canotti e disse che, per maggior sicurezza, saremmo approdati nel tratto di spiaggia davanti alla sua abitazione.
Era meno sorvegliato dai fascisti perché ... minato.
Come "maggior sicurezza" non era male!
Ma Girò conosceva il posizionamento delle mine. Il canotto con i due sabotatori approdò sulla spiaggia più verso Bordighera, forse non si fidavano a seguirci o volevano mantenersi una probabilità di fuga in caso fossimo stati accolti dai nazifascisti.
Solo più tardi ci vennero incontro camminando sulla battigia per paura delle mine. Per un attimo tememmo si trattasse di una pattuglia nemica.
Con estrema cautela Girò ci guidò nel sentiero minato fino a casa sua.
Portammo le armi a Negi come le altre volte, rifornendo le brigate Garibaldine.
Renato "Plancia" Dorgia  in Giuseppe Mac Fiorucci, Op. cit.
 
Vallecrosia (IM): le spiagge in direzione Bordighera, a partire dalla postazione dei bersaglieri repubblichini che collaboravano clandestinamente con i partigiani

4 aprile 1945 - Dal Quartiere Generale rappresentante dell'Alto Comando Alleato al commissario Orsini [Agostino Bramè, commissario politico della V^ Brigata "Luigi Nuvoloni" della II^ Divisione d'Assalto Garibaldi "Felice Cascione"] - Veniva conferito incarico al commissario in indirizzo di avvisare i responsabili della ricezione degli sbarchi di iniziare le segnalazioni alle ore 23.15 del giorno 4 stesso per i 5 giorni successivi, mentre dal giorno 10 al giorno 12  dovevano iniziare alle ore 24.  L'intervallo tra una segnalazione e l'altra doveva essere di 5 minuti.  Si richiedevano chiarimenti sulla lettera del 29 marzo con la quale era stato comunicato che i tedeschi erano a conoscenza del punto di sbarco.
7 aprile 1945 - Dal Comando della I^ Zona Operativa Liguria a Orsini [Agostino Bramè, commissario politico della V^ Brigata d’Assalto Garibaldi “Luigi Nuvoloni” della II^ Divisione “Felice Cascione“]: Venivano chiesti, su istanza del capitano Roberta [Robert Bentley, ufficiale alleato di collegamento], chiarimenti circa la distribuzione di armi arrivate in tre differenti sbarchi, circostanze sulle quali non erano state fatte le dovute relazioni.
9 aprile 1945 - Dal comando della V^ Brigata  al Comando della I^ Zona Operativa Liguria. Riferiva che “… sono giunti 2 garibaldini dalla Francia che hanno colà seguito un periodo di istruzione e che hanno preannunciato un prossimo arrivo di materiale bellico...”
da documenti IsrecIm in Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell’Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio/30 Aprile 1945), Tesi di laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998-1999
 
In primo piano, colline tra Vallebona e Negi, Frazione di Perinaldo

Qui di seguito Renato Dorgia parla di piccolo gruppo di militari alleati, ex prigionieri e piloti abbattuti, che i partigiani dovevano contribuire a condurre in salvo in Francia: tra di loro c'erano anche gli ufficiali britannici Bell e Ross, già prigionieri di guerra a Fontanellato, di là fuggiti in seguito alle vicende dell'8 settembre 1943, che a quella data da più di un anno erano rimasti nascosti, indenni, nella zona intemelia, per lo più in casa, in zona Arziglia di Bordighera, del patriota Giuseppe Porcheddu, al quale erano - dopo averli accolti e soccorsi per primi a Baiardo -  stati affidati, quasi in testamento spirituale, da Lina Meiffret  e Renato Brunati, valorosi antifascisti destinati quasi subito ad essere catturati dai nazifascisti, poiché, torturati selvaggiamente entrambi, la donna venne deportata in Gemania, ma ai primi del 1945 riuscì in modo rocambolesco, benché minata nel fisico e nel morale, ad essere liberata ed a rientrare in Italia, mentre l'uomo, suo compagno di vita e di lotta, venne sterminato nella strage di rappresaglia tedesca del Turchino a maggio 1944. Nell'episodio qui rammentato, Bell e Ross erano stati, per così dire, presi in consegna in Negi, Frazione di Perinaldo da Dorgia, sin lì accompagnati da partigiani di Vittorio Giuseppe Guglielmo (Ivano/Vittò). 
Adriano Maini   
 
Ubbidirono non senza proteste. Ma fu una buona idea. Procedendo attraverso gli uliveti, poco dopo Vallebona (IM), nell'attraversare il sentiero (adesso è una strada carrozzabile) che da Vallebona va a San Sebastiano, quasi finimmo in braccio a una pattuglia tedesca che da Vallecrosia Alta andava a Vallebona e si era fermata per una breve sosta proprio all’altezza della Croce dei Padri Passionisti.
I cinque si convinsero che marciare raggruppati e scalzi era una buona scelta. Acquattati fra gli alberi di olivo, attendemmo che la pattuglia tedesca si allontanasse prima di riprendere la marcia verso Vallecrosia. Il tenente inglese Bell continuava a chiedermi quanto tempo mancasse all’arrivo, e io rispondevo sempre “5 minuti”. Seppi poi nel dopoguerra che, nelle sue memorie che annotava nel diario che custodiva gelosamente, mi aveva soprannominato proprio “5 minuti”. Arrivammo a Vallecrosia (IM) dopo mezzanotte [n.d.r.: diverse fonti indicano che era il 10 marzo 1945 e che il tragitto da Negi al mare si era svolto nella notte tra il 9 ed il 10]. Doveva giungere dalla Francia o un sommergibile o il motoscafo di “Caronte” [Giulio "Corsaro" Pedretti] per prelevare gli ex prigionieri. Aspettammo fin quasi all’alba. Non arrivò nessuno. Questo fu un grave imprevisto: un conto è nascondere cinque soldati alleati in montagna, altro è nasconderli in un centro abitato bombardato dagli alleati e sottoposto a continui rastrellamenti. Li nascondemmo a sua insaputa nella casa di Fortunato Lazzati, vicina all’abitazione di Achille [“Andrea” Lamberti]. Fortunato era sfollato a Vallecrosia Alta e aveva sbarrato la porta della sua casa […] ma non gli scuri della finestra. Caso volle che Fortunato proprio l’indomani scendesse da Vallecrosia Alta per prendere qualcosa in casa. Sollevato lo sportellino della finestra vide i cinque sconosciuti dormire sul pavimento. Chiuse e scappò non ritornando che a guerra conclusa. Prelevammo un’altra barca dal solito deposito, la predisponemmo alla meglio e la portammo al mare attraverso Via Impero. […] I cinque prigionieri furono riportati di nuovo a casa di Fortunato. Si doveva rifocillarli e provvedere loro di vestiti asciutti. Mentre Achille procurava del pane dal forno del partigiano Francesco Cè Bussi, sua madre pensava bene di stendere a asciugare le divise dei soldati alleati sul terrazzo … in bella vista dalla strada! Fortuna volle che, prima di qualche milite fascista, passassi io, che avvisai subito Achille del pericolo [...] Giorni dopo recuperammo altre due barche dal solito deposito […] finalmente portammo i battelli al mare e i 7 passeggeri (i 5 alleati e i 2 “passeur”). Prima di partire uno dei “passeur” volle collaudare le barche per verificare che tenesso il mare. Imbarcati tutti, partirono in 9 guidati da Achille e un altro, non ricordo se “Gireu” o Renzo Rossi o altri. Credo Renzo Rossi, che era il capo di tutta l’organizzazione sbarchi. Arrivarono sani e salvi e questa operazione accrebbe non poco la considerazione degli alleati per la Sezione Sbarchi di Vallecrosia.
Renato "Plancia" Dorgia in Giuseppe Mac Fiorucci, Op. cit.