Il 9 e 10 settembre 1943 i trioresi, approfittando della fuga dei soldati della GAF, saccheggiarono il casermone portandosi via tutto quello che vi si trovava, compresi gli infissi, l'impianto elettrico, le tubature, le mattonelle e i marmi dei pavimenti. L'operazione venne ripetuta il 13 ottobre, quando, con il consenso delle autorità civili e militari del luogo, i trioresi saccheggiarono anche le caserme "Saccarello" e "Cima di Marta".
Il 22 ottobre giunse a Triora il tenente tedesco Halber, che, accompagnato da due fascisti, si rifornì di benzina e viveri. Nello stesso periodo soldati tedeschi collocarono delle mine lungo la strada di valle Argentina e nei ponti che ne attraversavano il torrente. Il giorno seguente il capitano maggiore tedesco Edgard fece arrestare l'ex capitano della Compagnia della GAF di stanza a Triora Eugenio Danovaro, e il podestà del paese Carlo Pesce, che venne però rilasciato. Danovaro fu invece condotto a Bordighera e sottoposto a stringente interrogatorio per sapere se sulle montagne trioresi vi fossero bande di partigiani e disertori.
Il capitano Edgard fece quindi perlustrare a dorso di muli e cavalli le montagne vicine a Triora alla ricerca di eventuali sbandati e disertori, e pare anche del genero del generale Badoglio, che si diceva potesse trovarsi in quelle zone, senza tuttavia pervenire ad alcun risultato positivo.
Come in altri paesi della valle Argentina, anche a Triora e nei suoi dintorni iniziarono ad operare dalla fine del 1943 delle bande di
partigiani, che si diedero alla macchia nelle montagne prospicienti il paese. Il 25 marzo 1944 alcuni partigiani, che già da qualche mese si trovavano sulle alture nei pressi di Triora, scesero in paese e operarono il disarmo dei
carabinieri di stanza a Triora saccheggiandone la caserma. Nell'aprile successivo altri partigiani iniziarono a prelevare viveri e generi di prima necessità nei negozi di Triora, Cetta, Creppo e Verdeggia. I partigiani, di solito, scendevano nei paesi durante le ore notturne e si recavano dai bottegai e dal podestà portandosi via la farina e i medicinali appena giunti alla popolazione.
Nello stesso lasso di tempo individui armati si presentarono dal podestà Pesce per avere le chiavi del palazzo comunale, ma, di fronte al rifiuto del podestà, si allontanarono lasciando le chiavi del Comune nella porta del palazzo municipale senza che questa venisse manomessa. Verso la fine di
maggio, altri gruppi di partigiani si stanziarono sulle montagne trioresi, provocando la decisione delle autorità provinciali di non fornire più di viveri la popolazione di Triora. I principali responsabili delle formazioni partigiane che operavano a Triora, facenti capo alla 2ª Divisione garibaldina "Felice Cascione", erano Nino
Siccardi di Imperia, detto Curto, Armando Izzo di Afragola (Napoli), detto Fragola, e Vittorio
Guglielmo di Loreto, detto Vittò, che assunse la direzione operativa della Divisione partigiana operante nel territorio triorese.
Il 4
giugno i partigiani fecero saltare il presidio tedesco di Andagna, impossessandosi del materiale che vi si trovava e mettendo in fuga i cinque soldati tedeschi a guardia della baracca. Tre giorni dopo circa trecento partigiani scesero a Triora e occuparono il paese. Il podestà acconsentì alle loro richieste e mise in salvo alcuni impiegati del Comune che i partigiani sospettavano fossero delle spie fasciste. Il 10 giugno alcuni partigiani del gruppo di Triora distrussero la baracca che i tedeschi avevano costruito sulla strada militare della regione Stornina liberando così la strada Triora-
Langan.
Il 20 giugno i tedeschi decisero di puntare su Triora con tre camion armati provenienti dalla bassa valle Argentina per compiere una rappresaglia contro le forze partigiane, che si erano già rese responsabili di parecchie azioni di disturbo contro le truppe tedesche. Nei pressi di Carpenosa però la colonna tedesca venne
attaccata da un gruppo di partigiani, che ingaggiarono una lotta durissima con i tedeschi utilizzando anche dei mortai. Alla fine della battaglia si lamentarono due morti, uno per parte, e diversi feriti, che furono ricoverati nell'ospedale di Triora.
Dal 26 al 29 giugno alcuni trioresi, armati di moschetto, per prevenire possibili attacchi tedeschi, si misero a presidiare alcune delle principali vie di accesso al paese, mentre la tensione nel paese aumentava sempre di più e i contadini, per precauzione, sospendevano i lavori campestri. Il 30 giugno i partigiani piazzarono dei cannoni sulla piazza Elena e iniziarono a sparare contro il distaccamento tedesco stanziato a monte Ceppo. Due giorni dopo altri cannoni, trasportati a Langan dai partigiani, cominciarono a fare fuoco contro le postazioni tedesche di monte Ceppo.
Il 3 luglio si sparse nel paese la notizia che i tedeschi si stavano preparando per compiere un rastrellamento in grande stile. I partigiani decisero allora di sgomberare Triora per non compromettere la popolazione e si ritirarono portandosi via i feriti e due medici. Nella stessa mattinata iniziarono a convergere su Triora le prime colonne di automezzi tedeschi, inducendo la popolazione triorese, terrorizzata per l'arrivo dei tedeschi, ad evacuare il paese e a mettersi al riparo nelle campagne. Sul campanile il parroco di Triora don Barla, d'accordo con il podestà, fece issare un grande drappo bianco, visibile dall'opposto versante, per scongiurare il bombardamento del paese.
Verso le cinque del pomeriggio una colonna di quattrocento tedeschi, provenienti da Pigna, giunsero a Triora, mentre altri seicento perlustrarono Andagna e Molini, dove uccisero il partigiano triorese Pietro Bronda. Ad Andagna furono anche uccisi sei uomini presi a caso e scambiati per partigiani. Nella stessa giornata i tedeschi rastrellarono tredici persone nei pressi di Carpenosa, che non avevano avuto alcuna parte nell'attacco alla colonna tedesca, le portarono a Molini e le rinchiusero in un casa guardata a vista da alcune sentinelle armate.
Il giorno dopo i tedeschi appiccarono il fuoco alla casa bruciando vivi tutti coloro che vi si trovavano. Intanto i tedeschi giunti a Triora furono accolti dalla popolazione che offrì loro vino e frutta. I soldati presero quindi alloggio nelle caserme del paese e in abitazioni private. La sera il podestà Pesce diede un ricevimento a cui parteciparono alcuni ufficiali tedeschi. Alle prime ore del mattino del 4 luglio il comune provvide di carne, riso e vino le truppe tedesche occupanti il paese. Nel pomeriggio alcune pattuglie tedesche lasciarono Triora e si diressero verso Gorda, Verdeggia, Gerbonte e Realdo, dove bruciarono diverse case e spararono dei colpi di mortaio verso i partigiani.
Alle 16 dello stesso giorno il podestà Pesce venne condotto a Molini per essere interrogato dal comando tedesco, che lo avvertì che, dato il contegno della popolazione, il paese sarebbe stato risparmiato, ma non le tre carserme che sarebbero state danneggiate e rese inabitabili, come infatti avvenne il giorno seguente alle sei di mattina. Dopo la parziale distruzione delle tre caserme trioresi e di una delle due palazzine per ufficiali e sottufficiali, la popolazione, avvertita dal podestà che il paese non sarebbe stato incendiato, rientrarono sul far della sera a Triora dalle campagne circostanti. Verso le 12 del 5 luglio però tre grossi camion di truppe tedesche, di cui uno carico di materiale esplosivo, giunsero a Triora.
Un maresciallo che comandava la spedizione fece chiamare il podestà e gli disse di avvertire la popolazione di lasciare l'abitato perché tra due ore il paese sarebbe stato incendiato. Il podestà protestò vibratamente per la decisione di incendiare il paese che andava contro quanto stabilito in precedenza, ma le sue proteste caddero nel vuoto. Due messi comunali avvertirono in tutta fretta la popolazione dell'imminente pericolo invitandola ad evacuare immediatamente il paese. Nello spazio di un'ora e mezza oltre la metà degli abitanti riuscì a trasportare nelle vicine fasce tutta la roba che era possibile portare via, comprese le bestie e gli animali domestici, quali capre, conigli e galline.
Non tutte le famiglie furono però avvertite in tempo e molte non riuscirono quindi a mettere in salvo i loro averi. Un'ora dopo l'avviso del comando tedesco il paese era quasi completamente evacuato. I tedeschi si diedero allora ad un vandalico saccheggio dei negozi, degli uffici del comune e delle abitazioni private, asportando tutto ciò che li interessasse e scardinando le porte delle case.
Alle 14 i tedeschi iniziarono a pennellare con liquidi neri incendiari le porte delle abitazioni e a porre cassette di tritolo all'ingresso e alle fondamenta degli edifici principali. Le squadre tedesche impegnate nell'opera di distruzione del paese furono tre: la prima si diresse verso via Cima, la seconda verso il quartiere Poggio e la terza imboccò la via Dietro la Stretta. Nel quartiere Poggio, dove non fu utilizzato il tritolo, vennero incendiate cinque case. La squadra, operante nella zona di via Cima, fece invece ampio uso di tritolo e bombe incendiarie. Tutte le case collocate in vicolo Rizetto, posto fra via Cima e regione Ciappe, furono letteralmente rase al suolo.
Dopo la distruzione del Rizetto i tedeschi fecero saltare in aria la palazzina detta della "Scia Marì", cioè Signora Maria, ricca di pregevoli opere d'arte. Fu poi la volta del palazzo dell'ingegner Antonio Capponi, anch'esso contenente numerose opere d'arte. Venne anche distrutta l'attigua caserma dei carabinieri, mentre la soprastante chiesa di San Dalmazzo fu risparmiata. Furono poi fatti saltare in aria o incendiati diversi edifici siti nella piazza della Collegiata, tra cui il locale delle poste e telegrafi e l'albergo dei Cacciatori attiguo all'oratorio di San Giovanni Battista.
I tedeschi passarono quindi in via Roma, dove distrussero parzialmente il palazzo Stella, in cui si trovavano diversi importanti quadri. Furono poi demolite le case site in via della Carriera e posta una notevole quantità di tritolo presso Porta Peirana, che distrusse radicalmente tutto il quartiere circostante. In seguito i tedeschi rasero al suolo il palazzo comunale, distruggendo così il ricco archivio e le preziose suppellettili che vi si trovavano. Venne anche parzialmente danneggiato l'edificio ospitante l'ospedale civico. Al termine dell'immane devastazione, dei sei quartieri di Triora, ne furono distrutti o danneggiati tre: Poggio, Cima e Carriera, mentre gli altri tre, Castello, Camurata e Sambughea, furono risparmiati.
Pare però che i tedeschi avrebbero voluto distruggere anche il quartiere della Sambughea, in quanto, dopo la loro partenza, gli abitanti, tornati nel paese, trovarono 50 chilogrammi di tritolo presso l'ingresso della casa Faraldi in via Cava, la cui esplosione avrebbe senz'altro provocato la distruzione delle case contigue che sarebbero franate su quelle della Sambughea schiacciandole completamente.
Terminata l'opera di distruzione, i militari tedeschi salirono su tre camion e lasciarono il paese. Verso le 19 i primi trioresi rientrarono in paese e iniziarono a spegnere gli ultimi focolai dell'immane incendio, ma quando si sparse la voce che quattro tedeschi, armati di mitra, si stavano dirigendo a Triora da Molini, quelli che erano ritornati fuggirono di nuovo terrorizzati, mentre l'enorme rogo continuava la devastazione delle case. Solo la mattina del 6 luglio furono domati gli ultimi focolai dell'incendio.
Il disastro aveva provocato la distruzione totale o parziale di una settantina di case. Le famiglia rimaste senza casa ammontavano a cinquantadue. In piazza della Collegiata vennero distribuiti viveri alla popolazione sinistrata, mentre, nella stessa giornata, il podestà Pesce istituì tre commissioni: una, per lo sgombero delle macerie, era presieduta da Antonio Asplanato; l'altra per l'alloggio ai sinistrati da Giovanni Viale; la terza, per la fornitura dei viveri, da Adolfo Faraldi. Aiuti ai sinistrati giunsero anche da altre località per un totale di trentamila lire tra denaro e indumenti. Ma il disagio durò ancora diverso tempo, mancando i generi essenziali come il sale e non funzionando nemmeno il servizio postale, fino a quando giunsero viveri da Pigna e da Rezzo. Gli uffici del comune furono sistemati provvisoriamente nell'oratorio di San Giovanni Battista, dove fu anche celebrata una messa la domenica successiva l'incendio del paese. Per oltre due mesi, molti abitanti continuarono a dormire ancora nelle campagne, dove era rimasta anche la roba portata dal paese prima dell'incendio.
L'11 ottobre successivo reparti tedeschi si stanziarono a Triora fermandovisi per circa 40 giorni. Il giorno dopo i tedeschi cominciarono a requisire viveri, vino, fieno, legna e grano. I civili furono obbligati a trasportare le derrate alimentare con i loro muli o, in mancanza di questi, anche di persona, e l'obbligo venne esteso anche alle donne. Gli uomini dovevano anche strigliare muli e cavalli, pulire le stalle e spaccare la legna. Le persone che portavano del cibo ai loro familiari nelle campagne erano poi obbligate a munirsi di uno speciale permesso per evitare di essere sospettate di aver portato alimenti ai partigiani.
Il 21 ottobre i tedeschi prelevarono una ventina di uomini di Triora come ostaggi portandoli a Dolceacqua ma rilasciandoli dopo due giorni. Nel mese di ottobre soldati tedeschi fecero anche incursioni a Creppo e Gerbonte, dove incendiarono diverse case e asportarono capi di bestiame. Il 9 novembre, in occasione dell'anniversario delle vittime naziste del putsch di Monaco di Baviera del 1923, le truppe tedesche di stanza a Triora, Molini e Andagna si riunirono a Triora presso l'oratorio di San Giovanni Battista, dove commemorarono i caduti del putsch con un pranzo e canti popolari.
Il 18 novembre i tedeschi lasciarono Triora, mentre, nello stesso giorno, aerei alleati sganciavano delle bombe presso il torrente Capriolo senza tuttavia fare danni e vittime. Il 3 dicembre successivo tutti gli uomini di Triora vennero condotti nella piazza della Collegiata. I militi repubblichini dissero che avevano bisogno di uomini per riparare la strada militare interrotta dai partigiani. Di questi uomini ne furono presi una ventina e portati a Pigna, dove una parte venne rilasciata, mentre altri tredici furono trasferiti a Sanremo come ostaggi, e poi rilasciati dopo sei giorni grazie all'intervento del podestà di Triora.
Il 10 dicembre alcuni partigiani lanciarono una bomba anticarro contro due automobili tedesche sulla strada militare Molini-Rezzo facendo diverse vittime tra i tedeschi. In seguito a questo grave episodio, a Triora la gente ripiombò nella paura temendo un'altra terribile rappresaglia. Due giorni dopo i fascisti "Cacciatori degli Appennini" occuparono Triora e la zona circostante ordinando la chiamata alle armi ai giovani trioresi soggetti al servizio militare. Il 23 gennaio 1945 i fascisti effettuarono un primo rastrellamento dei giovani inclusi nelle classi chiamate alle armi. Il 14 febbraio i partigiani assalirono una colonna di fascisti e tedeschi a Langan, uccidendo cinque fascisti e ferendo gravemente un tedesco, mentre un altro tedesco, salvatosi, raggiunse Briga, dove aveva sede il comando tedesco, per avvertire i superiori dell'eccidio. A Triora la popolazione tornò nel più totale sgomento e temette seriamente una nuova rappresaglia tedesca.
Verso il 20 febbraio i "Cacciatori degli Appennini" lasciarono Triora e furono rimpiazzati dai militi
repubblicani, detti Bande Nere, facenti
parte della Guardia Nazionale Repubblicana. Il 28 febbraio i tedeschi riuscirono ad impossessarsi di un cifrario indicante i segnali da fare agli aerei alleati per avere soccorsi. Fu quindi ordinato agli aerei alleati di sganciare viveri e altro materiale sulla cima del monte
Marta, come infatti avvenne poco dopo. I tedeschi, nascostisi con i loro muli nelle stalle e sotto gli alberi, si impossessarono quindi dell'ingente materiale lanciato dagli aerei alleati e lo fecero trasportare da uomini e donne di Pigna e Briga nella vicina Briga. Parte di questo materiale sarebbe poi stato consumato o distrutto a Briga, e il restante trasportato a Ivrea. L'11 marzo si verificò un altro rastrellamento di giovani chiamati alle armi, mentre la zona Bregalla-Creppo-Gerbonte veniva perquisita casa per casa. Verso la fine del mese vari partigiani ed un civile di Gerbonte vennero uccisi dai tedeschi. In totale i caduti nelle azioni partigiane svoltesi a Triora e dintorni tra la fine del 1944 e i primi mesi del '45 furono parecchi da entrambe le parti.
Tra il 23 e il 24 aprile 1945 iniziò la ritirata dei tedeschi, che, con carriaggi e cannoni, scesero a valle tra i castagneti di Stornina. I mulattieri trioresi furono obbligati a trasportare materiale tedesco dai militi repubblichini. Durante la ritirata un soldato repubblichino sparò un colpo di cannone che arrestò momentaneamente la marcia della colonna tedesca, che, però, dopo venti minuti, riprese il viaggio verso valle. [...]
Redazione,
La Storia di Triora, Comune di
Triora