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lunedì 5 dicembre 2022

Sulla costa si sentiva parlare di partigiani

Imperia: il ponte stradale della Via Aurelia sul torrente Impero

Già nel febbraio del 1944 il mio carissimo amico Giovanni Berio (Tracalà) mi aveva esortato a salire in montagna tra i partigiani. Lui aveva già partecipato alla battaglia di Alto avvenuta il 27 gennaio 1944, durante la quale aveva trovato eroica morte il comandante Felice Cascione ("u Megu", che era dottore in medicina) e, a causa dello scioglimento della banda, si trovava sbandato. Al tempo stesso mi aveva fatto capire che la mia permanenza nella TODT (ditta militarizzata che costruiva bastioni antisbarco per conto dei tedeschi) non era cosa giusta e non era cosa ben vista.
Mi trovavo nella TODT per evitare di essere arruolato nell'esercito della Repubblica Sociale di cui avevo già ricevuto la cartolina precetto (sono della classe 1924).
Feci notare a Giovanni che ben poca cosa si sapeva del movimento partigiano e che qualcuno con il quale avevo parlato mi aveva sconsigliato di salire in montagna, poiché era ancora una iniziativa incerta. Comunque mi misi d'accordo con lui: saremmo partiti verso la metà di febbraio. Quando venne il giorno prestabilito e dissi a mia madre che avevo deciso di partire e che mi necessitavano indumenti pesanti e un paio di scarponi (che non avevo).
La poveretta si mise a piangere convulsamente pregandomi di posticipare la partenza di almeno due mesi in attesa della bella stagione. Durante l'attesa avrebbe provveduto a procurarmi il vestiario necessario. Mio padre invece non aprì bocca. Non manifestò alcun parere. Però capii che la mia decisione non gli sarebbe dispiaciuta.
Alla fine, impressionato dalla manifesta disperazione di mia madre, con Giovanni convenni di rimandare la partenza per la montagna di qualche tempo.
Alcuni di noi già dal 25 luglio 1943 (quando cadde Mussolini) si erano iscritti alle cellule segrete del PCI. Avevano ricevuto l'incarico dal partito di sorvegliare gli ex fascisti, notare se si riunivano segretamente e se tentavano di riorganizzarsi (qualcuno ci consegnò anche la pistola per convincerci che avevano rotto ogni rapporto col fascismo risorgente sotto l'egida dei tedeschi). Il nostro capo cellula era Nello Bruno ("Merlo", caduto in montagna nel gennaio del 1945). La cellula era composta da Tino Moi ("Tino"), che cadrà anche lui il 25 luglio 1944, da Bruno Denardi, da un altro compagno di cui non ricordo più il nome e dallo scrivente.
In agosto il governo Badoglio, succeduto a quello di Mussolini, non agevolò indubbiamente gli antifascisti, anzi rese loro la vita dura vietando ogni manifestazione ed ogni iniziativa che avesse una parvenza di democrazia.
Poi, come è noto, l'8 del settembre successivo, in occasione dell'armistizio, i tedeschi occuparono militarmente il nostro paese e diedero vita all'esercito fantoccio della repubblica di Salò, mobilitando vecchi e nuovi fascisti.
Allora Cascione ed altri imperiesi più compromessi con l'antifascismo, tra cui Nello Bruno, Eolo Castagno ("Garibaldi"), Nino Berio e diversi altri, presero la via della montagna, e noi, meno compromessi e più giovani, restammo, in attesa di significativi eventi.
Sulla costa si sentiva parlare di partigiani, di uno scontro con il risorto esercito, ma di stampo fascista, nel territorio di Colla Bassa (Montegrazie). Gli episodi venivano ingigantiti dalla fantasia popolare e in noi aumentava la volontà di raggiungere i nostri amici in montagna per compiere la nostra doverosa parte di combattenti per la libertà.
Apprendemmo che, dopo la dolorosa morte di Felice Cascione, la sua banda si era sbandata per tale motivo, ma anche per l'inclemenza del tempo e per la non ancora perfetta organizzazione della vita in montagna. Qualcuno tornò a casa, qualcun altro si rifugiò presso i partigiani badogliani che si stavano organizzando e che già ricevevano aiuti militari dagli inglesi attraverso lanci aerei.
Ma nella primavera del 1944 quasi tutti gli imperiesi ridiscesero sulla costa dove si stavano organizzando bande garibaldine, rinforzate da coloro che, non ubbidendo ai bandi fascisti di richiamo alle armi, avevano preferito raggiungere i compagni per combattere contro i nazifascisti.
La situazione era diventata critica: ci si poteva intrufolare nella TODT come avevo fatto io, o presentarsi ai Comandi fascisti per essere arruolati nell'esercito della Repubblica Sociale, o salire in montagna. Questa ultima soluzione a moltissimi sembrò la migliore.
Alfine giunse anche il momento della mia partenza. Chi organizzava coloro che avevano intenzione di partire era Bruno Denardi che, anche lui, aveva deciso di rientrare in banda. Alle ore 6 del mattino (ultimi giorni di maggio 1944) ci trovammo in sei in località "Ergi", presso il cimitero di Diano Gorleri [n.d.r. Frazione del comune di Diano Marina (IM)]: De Nardi, Duccio, Tenni, lo scrivente, ed un altro che credo fosse Carlo detto "U Gallu du Bimbu".
Ci dirigemmo verso il Pizzo d'Evigno dove speravamo di incontrare una banda detta "volante" comandata dall'onegliese Silvio Bonfante ("Cion"), banda che aveva già incorporato Germano Belgrano ("Germano"), Massimo Gismondi ("Mancen"), "Cigrè", "Sardena", "Tino" e tanti altri già miei compagni di gioventù.
Giunti nei pressi di Diano Arentino sentimmo delle raffiche di mitragliatrice provenienti dalla vallata di Stellanello, il che ci costrinse a cambiare direzione. Denardi disse che probabilmente si trattava di un rastrellamento: se avessimo proseguito, probabilmente saremmo finiti in bocca ai nazifascisti. Decidemmo di ritornare sui nostri passi, per portarci nella vallata di Dolcedo attraverso Borgo d'Oneglia e Sant'Agata, in cerca di altre bande partigiane.
Trascorremmo la notte in modo precario in una centralina elettrica, a monte della strada statale 28, nei pressi del ponte del borgo. Il mattino seguente, dopo una ulteriore discussione, Denardi ci convinse che era più opportuno incamminarci verso Tavole e Villatalla in quanto era certo che anche là dovevano trovarsi delle bande partigiane.
In seguito, se avessimo voluto, potevamo trasferirci nella zona di Stellanello, già nostra prima meta.
Giunti nei pressi di Pianavia [n.d.r.: frazione del comune di Vasia (IM)], sentimmo molto distante un'altra sparatoria. La gente del paese ci informò che partigiani si trovavano a Villatalla [n.d.r.: frazione del comune di Prelà (IM)] verso cui ci incamminammo.
Sulla piazza principale del paese incontrammo un gruppo di armati intenti a pulire patate e verdura presso una fontana. Preparavano il rancio. Tra i cuochi riconobbi Angelo, mio vecchio compagno di scuola, ed alcuni altri.
Ci accompagnarono in una stanza dove aveva sede il Comando. Ivi incontrai Rinaldo Rizzo (Tito) e Gustavo Berio (Boris). Questi ci salutarono e ci destinarono al distaccamento che era dislocato a Pianavia, comandato da Angelo Setti (Mirko) e che aveva per commissario Nello Bruno. Il distaccamento era composto da circa quaranta uomini e tra questi riconobbi dei miei amici di antica data, tra i quali alcuni con i quali ero cresciuto nella mia prima giovinezza (avevamo fatto il premilitare insieme). Ricordo "Nino u fransese", "Nani u careté", "U pastissé" ed altri.
Ad essere sincero, da questi non ebbi una affettuosa accoglienza: sapevano che ero stato nella TODT per cui rimasero un poco freddi.
Qualcuno mi disse: «Era ora che ti decidessi a venire su in montagna». Cercai di giustificarmi e tutto finì lì.
Dopo oltre quarant'anni "U pastissé" mi disse che qualcuno avrebbe voluto fucilarmi per la mia permanenza nella TODT, ma non mi disse chi aveva espresso questo parere. Sono sicurissimo che, se questo intendimento arrivò nelle orecchie di "Merlo", lui non trattò certamente bene coloro che desideravano la mia morte. Sapeva che io facevo parte di una cellula di giovani del Pci. Rileggendo una memoria riguardante un colpo che avevamo fatto nella caserma Siffredi ad Oneglia, mi venne in mente il nome di colui che voleva sempre uccidere tutti (a parole). Forse era costui che desiderava anche la mia morte.
La prima notte che trascorsi nell'accampamento, mi misero di guardia ma, non avendo esperienza e un po' di paura, scambiai un albero che ondeggiava a causa di un po' di vento per un nemico. Preoccupato, andai a svegliare "Nino u fransese", il compagno con il quale avevo più confidenza. Egli venne, gli feci vedere l'ombra sospetta e lui subito si diresse in quella direzione.
Dopo un po' mi chiamò e mi disse: «Guarda che bell'albero... se in ogni albero scorgi un nemico, questa notte non dorme più nessuno». Ci rimasi male e il giorno successivo venni "sfottuto" un poco da tutti.
Sandro Badellino, Mia memoria partigiana. Esperienze di vita e vicende di lotta per la libertà di un garibaldino imperiese (1944-1945), edizioni Amadeo, Imperia, 1998

giovedì 28 gennaio 2021

I partigiani imperiesi alla battaglia di Pizzo d'Evigno

Il Pizzo d'Evigno - Fonte: Gulliver

L'alba del 19 giugno 1944 sembra dare inizio ad una delle solite, meravigliose giornate, tutto splendore di prati e chiarore di cielo, che si protrarranno per tutta la successiva estate.
La primavera incantevole e varia delle nostre valli sembra, al suo morire, seminare a piene mani i suoi doni più belli perché l'uomo possa gioirne e serbarne un buon ricordo. Ma, in quel giorno, per vasto tratto, nella zona d'Evigno, non s'avverte il respiro profumato dei prati in fiore, né c'è tempo per osservare il chiarore del cielo.
Nel luogo hanno la loro base due distaccamenti garibaldini: quello comandato da Silvio Bonfante (Cion) è a Cian Bellotto <1 e controlla tutto il pendio nord del Pizzo d'Evigno; quello di Massimo Gismondi (Mancen) è lungo i fianchi rivolti a sud, in località «Fussai». Dal primo, s'abbraccia con lo sguardo la Valle dell'Arroscia, i selvosi monti a catena dell'entroterra delle province d'Imperia e di Savona, i sinuosi sentieri, la bianca strada serpeggiante Albenga  Pieve di Teco e, sparsi qua e là, abbarbicati ai degradanti dossi, i borghi, i paesi, i campanili, che offrono uno spettacolo da presepe, con quell'acqua dell'Arroscia che scorre nell'alveo ebbro di sole per gettarsi nel Centa presso Albenga, voglioso di baciare il mare. Dall'altro distaccamento s'osservano le valli dell'Impero e dello Steria, quasi parallele e divise fra loro da una cresta collinosa.
Pizzo d'Evigno ci conduce, attraverso dossi verdeggianti, a 980 metri sul livello del mare, al suo cocuzzolo dominatore di ogni altra cima all'intorno e forma con i monti Penna, Ceresa e Pizzo Aguzzo, una breve catena posta quasi trasversalmente alle vallate dell'Impero e dello Steria, come a volerle resecare. Tale catena converge poi a semicerchio verso sinistra, ed accenna a dirigersi verso il  mare. I monti e le zone nominate sono, appunto il 19 giugno, teatro di una delle battaglie più accanite avvenute fra le truppe nazifasciste e i garibaldini del solo distaccamento di «Cion», essendo impossibilitato a partecipare alla lotta quello di «Mancen», tagliato fuori dallo strano e repentino svolgersi delle operazioni. «Mancen», con vari uomini, si era recato a Diano Gorleri per disarmare un presidio della Guardia di Finanza. Compiuta felicemente l'azione, di ritorno verso l'accampamento, trova tutti i percorsi sbarrati per il rastrellamento nazifascista già iniziato.
Riportiamo, per intero, il rapporto del comandante «Cion » sullo svolgimento del combattimento <2: «Giorno 19 giugno. Ore 6,45, il distaccamento viene messo in allarme dalle sentinelle che sentono alcuni colpi di fucile e movimenti di camion sulla strada Alassio-Testico. Ore 7, disposizione delle squadre per il combattimento. Il Distaccamento viene attaccato da sinistra e di fronte da forze nazifasciste di gran lunga superiori alle nostre (numero finora accertato degli attaccanti: 1.200). Noi attacchiamo senza esitare le forze nemiche che tentano l'accerchiamento di fronte al Distaccamento, per poterle fare ripiegare verso sinistra dove si trovano già altre loro forze: il tentativo riesce. Portatici sulle immediate alture, cerchiamo il tutto per tutto per far allontanare sempre più le forze tedesche dal Distaccamento. I nazi-fascisti (per paura o per tentativo di sorprenderci alle spalle) tentano di raggiungere le vette del Pizzo e del Pizzo della Ciliegia; però non tutto gli riesce perchè il Pizzo della Ciliegia era già saldamente tenuto da una nostra squadra. Spostamento immediato della nostra mitraglia verso il Pizzo della Penna, piccoli duelli della nostra mitraglia contro due postazioni più avanzate nemiche, intervallo di 40 minuti e tentativo da parte nemica di circondare i compagni delle postazioni del Pizzo della Ciliegia. Immediato ritiro delle nostre forze dalla suddetta postazione e contemporaneo attacco della nostra mitraglia. I tedeschi (solo tedeschi) ripiegano verso il Pizzo. A questo punto vengo avvisato dalla pattuglia spostatasi verso Gazzelli che forze numerose salgono da Chiusanico e da Torria mentre altre forze provenienti da Cesio avevano già raggiunto Passo San Giacomo. Avevo già disposto la ritirata nostra per paura che nostri compagni cadessero. Visto che avevamo ancora alcuni caricatori della mitraglia decido di rimanere con due compagni mitraglieri a sparare sino all'ultimo colpo per poi rendere l'arma inutilizzabile e ritirarci in posti sicuri: ma, purtroppo, ci tocca lasciare un caricatore e mezzo perchè sottoposti al tiro dei mortai da 81. Rientro in serata al distaccamento, ancora intatto, con alcuni compagni e riprendo la nostra attività sempre più spietata contro i maledetti tedeschi e i loro schiavi fascisti. Da segnalare il comportamento esemplare di 4 compagni: Federico, Germano, Carlo II, Aldo Fiume <3. Dapprima Germano (Giuda), attualmente Commissario politico, che con una squadra di 10 uomini (nuovi) trovandosi in pessima posizione di ripiegamento, sottoposto alle raffiche nemiche, riesce a tenere in pugno i suoi uomini, rincuorandoli affinché non abbandonino il posto senza mio ordine. Federico con 4 uomini tenta di raggiungere per la seconda volta, armato di mitragliatore, il Pizzo della Ciliegia. Impossibile l'azione perché raggiunto il Pizzo per primi, i tedeschi dirigono verso di lui e i compagni un nutrito fuoco di mitraglia. Rimasto ferito, tenta ugualmente di raggiungere la posizione della nostra mitraglia. Carlo (Siciliano) [Calogero Madonia], che da solo, con mitragliatore, spara contro i nostri nemici, impedendo loro di raggiungere il Distaccamento. Aldo (Fiume) che, aiutante mitragliere, prende di mano al compagno, feritosi ad un piede, la mitraglia e sfida con esemplare eroismo ogni attacco nemico. Esemplare, inoltre, il comportamento di tutti i compagni della vecchia Volante ed alcuni dei nuovi. Con compagni di questa tempra la vecchia e la nuova Volante non perirà mai! Accertamento dei molti nemici, da fonte competente n. 62 (tra i quali un capitano tedesco e un tenente fascista). Un secondo fascista è diventato pazzo. Gloria al nostro fuoco. Il Commissario politico Giuda - Il Comandante Cion".
Ma, nel rapporto, «Cion» ha omesso la cosa più importante: il suo grande coraggio, profuso generosamente, come sempre, nell'epica battaglia. Quando, da varie ore, la lotta infuria feroce contro l'esiguo numero di garibaldini, egli, pressato da ogni parte da soverchianti forze nazifasciste armate di mitragliatrici e mortai ed attaccanti in continuità, comincia a sentirsi provato e stanco, centuplica energie e coraggio.
Con pochi altri ardimentosi, piazzato su Pizzo della Penna, impugnando stretta la sua Hotchiss, mitraglia con una continuità sconcertante, anche irritante, gli invasori esasperati. Calmo, come sempre, «Cion» risponde con precisione al fuoco dei nemici incalzanti. Oltre diecimila colpi vomita la sua prodigiosa mitragliatrice. 
«Fiume», aiutante mitragliere, che ogni tanto deve orientare la direzione dell'arma a seconda degli spostamenti dello schieramento nemico, si trova le braccia ustionate dalla canna arroventata dell'arma e deve infine sostituire «Federico», il compagno mitragliere rimasto ferito.
Enormi lingue di fuoco, ininterrotte raffiche di mitragliatrici e mitragliatori, squarci di mortai, si accaniscono contro poche, irriducibili squadre di «Cion».
I Tedeschi non passano che a sera, dopo aver pagato a caro prezzo la padronanza del campo di battaglia e tutti i partigiani protetti dai compagni più valorosi, primo fra tutti il loro Comandante, si sono ormai sganciati e messi in salvo.
Tutti meno uno: Silvano Belgrano che, col suo parabellum ancora stretto in pugno, col bel viso immobile rivolto al sole, pare osservare la sua fiorente, esuberante giovinezza allontanarsi per sempre, verso orizzonti senza confini. 
(1) «Cion» in dialetto imperiese significa chiodo. 
(2) Il manoscritto originale è stato conservato dai familiari di Silvio Bonfante. 
(3) Trattasi di Federico Sibilla (Federico), Germano Belgrano (Giuda), Calogero Madonia (Carlo Siciliano o Carlo II), Aldo Bukovic (Fiume). 
Carlo Rubaudo, Storia della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria) - Vol. II. Da giugno ad agosto 1944, edito a cura dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia, Imperia, Dominici Editore, 1992, pp. 87-90
 
La battaglia di Pizzo d'Evigno, comune di Diano Arentino (IM), mise in luce le brillanti qualità del comandante Silvio Cion Bonfante.
Il suo Distaccamento, Volante, era dislocato in quella zona.
All'alba del 19 giugno 1944 numerosi reparti tedeschi, arrivando in parte da Cesio (IM), ed in parte da Chiusanico (IM), tentarono l'accerchiamento dei garibaldini.
Gli uomini di Cion, seppur inferiori per numero e per armamento, riuscirono a sganciarsi con astuzia.
Senonché in questo scontro cadde il partigiano Silvano Belgrano.
Nella sua relazione Bonfante scrisse che le perdite in campo tedesco ammontavano a 62 unità, tra cui un capitano tedesco ed un tenente fascista. [...]
Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell’Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945) - Tomo I, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998-1999
 
Silvano Belgrano "Silvano".
Nato ad Imperia il 5 agosto 1924. Appartenente al Distaccamento "Volante". All’alba del 19 giugno 1944 il distaccamento di Silvio Bonfante "Cion", di stanza ad Evigno [Diano Arentino (IM)], venne attaccato da forze nemiche, numericamente di gran lunga superiori, che ne tentarono l’accerchiamento. I partigiani si portarono sulle alture e combatterono strenuamente a lungo: i tedeschi non passarono che a sera. I garibaldini, protetti dai loro compagni, si misero in salvo. Tutti, ad eccezione di Silvano Belgrano. In seguito si appurerà che a causarne la morte era stata una spia infiltratasi tra le fila dei garibaldini. A Silvano Belgrano venne intitolata la I^ Brigata della VI^ Divisione "Silvio Bonfante". da Redazione, Arrivano i Partigiani, inserto "2. Le formazioni di montagna della I^ e della VI^ Zona Operativa Ligure che operavano nella provincia di Savona", I RESISTENTI, ANPI Savona, 2011
 
Silvano Belgrano fu uno dei primi partigiani che aderirono alla lotta in montagna. Amico e componente della banda del Cion (Silvio Bonfante) e di Mancen (Massimo Gismondi), proprio a fianco di Cion cadde, forse colpito a freddo da un infiltrato che aveva approfittato dell'infuriare della battaglia per eliminare una delle figure più carismatiche della Resistenza imperiese della prima ora. Sicuramente a conoscenza delle posizioni tenute dal distaccamento "Volante" di Cion e del distaccamento "Volantina" di (Mancen), il comando provinciale della GNR di Imperia aveva pianificato un'azione tesa a separare i due distaccamenti. Il distaccamento di Cion si trovava sul Monte Ceresa, quello di Mancen in zona Fussai, sopra Evigno, pronti a darsi manforte reciproca in caso di attacco nemico. La GNR mise in campo, tra le altre, la compagnia operativa del capitano Ferraris, sostenuta da un plotone tedesco di cacciatori della 42a Jäger-Division appena giunta in Liguria dalla Garfagnana. Ferraris, ricco dell'esperienza fatta nei Balcani contro i titini, aveva concepito l'operazione incuneandosi tra le due formazioni partigiane per evitare che potessero operare in sinergia. Una colonna, per lo più composta da tedeschi, salì dalla rotabile Alassio-Testico, mentre un'altra proveniente da Cesio, superò il Passo San Giacomo. L'attacco venne diretto contro gli uomini di Cion, che in evidente inferiorità numerica riuscirono a tener testa ai nemici per parecchie ore per poi sbandarsi quando la pressione avversaria divenne insostenibile.
Giorgio Caudano, Gli eroi sono tutti giovani e belli. I caduti della Lotta di Liberazione. I^ Zona Liguria, ed. in pr., 2020

Nel mese di giugno, con la costituzione della «Volantina», la «Volante» che nel maggio era a Stellanello (SV) si trasferisce a Pian Bellotto (9). L'accampamento è composto da tre stanze con funzioni di dormitori, deposito armi e cambusa-viveri. Ci sono, inoltre, la tenda per il Comando, qualche altra tenda-dormitorio, ed una radio sempre tenuta ad alto volume ed udibile a lunga distanza, in segno di sicurezza e di sfida al nemico. Pian Bellotto è alle falde del ripido pendio del monte Ceresa ed è circondato, ai suoi fianchi, da boschi e rocce. Su una di queste è piazzata una mitragliatrice. La «Volante» possiede un discreto armamento; ma le sempre nuove esigenze ne rivelano l'insufficienza anche se attraverso le quotidiane azioni i garibaldini, via via, si procurano le armi sottraendole al nemico. Citiamo un fatto narrato da «Magnesia»: «Mi disse un partigiano: "Vedi quel fucile «Mauser» con cannocchiale? Il Calabrese ne desiderava uno; poi ha saputo che un Tedesco di Andora lo possedeva ed allora, l'altro giorno, è partito da solo. È ritornato con questo"».
Il vitto, per quanto i rifornimenti lo permettano, è cucinato all'aperto: poche pietre disposte a focolare protette da qualche ramo. Il cuoco non può mai conoscere in tempo il numero dei presemi essendovi sempre nella formazione un via vai di partigiani, di passaggio o in arrivo. Comunque, la quantità di cibo è sufficiente all'alimentazione degli uomini.
Il numero dei componenti la «Volante», a seguito della creazione del distaccamento affidato a «Mancen», è ridotto ad una quarantina; ma nuovi giovani continuano ad affluirvi.
Verso passo San Giacomo ha sede una banda di badogliani e sovente, la sera, s'odono degli spari d'esercitazione.
La «Volantina» di «Mancen» prende posizione alla base del monte Torre ma dalla parte opposta a quella della «Volante», cioè sul lato sud. La zona è quella già citata di «Fussai» ed è soprastante ad Evigno, nel comune di Diano Arentino. «Mancen» controlla, perciò, la zona dello Steria e dell'Impero. In caso d'attacco nemico, compito della «Volantina» è l'occupazione di Pizzo d'Evigno a protezione della postazione «Volante», sul monte Ceresa. Il piano prevede, dunque, il dominio delle alture da parte dei garibaldini.
Aggiungiamo ora qualche particolare sullo svolgimento dello scontro così ben sintetizzato, come abbiamo visto, dal bollettino di «Cion».
Alle 7 circa del mattino è dato l'allarme, con una lunga raffica di mitragliatrice, mentre parte dei partigiani, già svegli, sta facendo colazione. Tutti afferrano le armi e si raggruppano intorno al casone principale dell'accampamento per prendere ordini. A quanto è dato supporre dalle raffiche che si susseguono, i nemici si spingono verso Stellanello. Non è ancora possibile conoscere la consistenza delle forze nemiche, sia riguardo al numero, sia all'armamento, sia anche alla direzione in cui agiranno. Contrariamente al solito, però, si intuisce che stavolta la cosa si presenta seria; ma la fiducia nella loro forza e la coscienza dell'andamento favorevole degli avvenimenti fino a quel giorno, preparano i garibaldini ad una lotta da cui, come sempre, i nazifascisti usciranno sconfitti.
«Cion», con gli uomini armati, parte incontro al nemico, mentre i nuovi arrivati, in maggioranza ancora privi di armamento e, conseguentemente ancora inutili sul fronte dello scontro a fuoco, si disperdono nei boschi vicini con l'intenzione di svolgere funzioni di staffetta e di collegamento fra le varie postazioni partigiane combattenti, e di avvistamento del nemico. Un gruppo di essi raggiunge la vetta del monte Ceresa. Le notizie si fanno sempre più precise: un'imponente forza di circa milleduecento nazifascisti, disposta su varie colonne, si avvia all'assalto delle due bande partigiane partendo dalle varie direzioni di San Damiano, Testico, Stellanello, Chiusanico, Pairola.
La situazione dei garibaldini diventa rapidamente molto difficile poiché è esclusa ogni possibilità d'aiuto da altre formazioni.
«Cion» stima la vetta del Ceresa la posizione più opportuna per la difesa: lassù, il nemico concentrerà i suoi attacchi che potranno essere contenuti poiché «Mancen» occuperà la vetta del Pizzo d'Evigno, come previsto nei precedenti piani, e proteggerà di lassù il fianco sinistro della «Volante».
Ma, come abbiamo già riferito, la« Volantina» è impossibilitata all'appuntamento. Sicchè quando il gruppo dei partigiani di monte Ceresa è fatto segno di raffiche di mitragliatrice dalla vetta di Pizzo d'Evigno, si comprende allora che, in quel luogo ci sono i Tedeschi.
La situazione si aggrava ulteriormente. Non resta, comunque, che l'unica soluzione: il proseguimento del combattimento, imperniato sulla strenua resistenza partigiana.
Lo scontro diventa progressivamente ancor più selvaggio con l'attacco concentrico delle varie colonne nemiche. I garibaldini rafficano e gli assalitori si buttano tutti a terra; le raffiche cessano e gli assalitori operano un balzo avanti e così via, per lungo tempo. Ogni tanto qualche Tedesco colpito non si rialza più.
Infine, le posizioni delle armi garibaldine sono localizzate con precisione ed inizia il bombardamento con i mortai.
«Federico» è ferito ad un braccio da una pallottola esplosiva; un colpo di mortaio tramortisce «Fiume». Resiste sempre «Cion » con la pesante Hotchiss. La sua terribile arma trattiene ancora gli assalitori che avanzano a sbalzi ed affannosamente e, ad ogni balzo, sono per loro feriti e morti. Non scomparirà mai quel sorriso ironico, a labbra socchiuse, del Comandante, ormai solo contro tutti. Come in seguito «Cion» confesserà, questo fu, per lui, il momento più difficile; ma la calma non l'abbandona. Infine, considerata inutile la prosecuzione della lotta, smonta l'arma automatica, la priva dell'otturatore e lanasconde. Quindi, ripiega nel bosco, tra i suoi uomini, ma a malincuore perché, purtroppo deve  abbandonare un caricatore e mezzo!
Fase finale della battaglia: i garibaldini si disperdono in piccoli nuclei, ormai isolati tra loro. Avvengono piccoli scontri in ogni luogo della zona, nei boschi e nei dirupi. I Tedeschi stanno rastrellando il campo ed i garibaldini tirano sporadicamente su di essi con moschetti, mitra, bombe a mano, finché s'ode soltanto l'eco delle lunghe raffiche degli assalitori indirizzate nei cespuglie lungo i fianchi del Ceresa, riecheggianti di monte in monte e nelle vallate circostanti.
I partigiani sono stremati: ognuno si cerca un rifugio tra i roveti, i cespugli, gli anfratti del terreno, sfruttando la conoscenza dei luoghi. Molti, nell'eventualità di essere catturati, sono determinati a suicidarsi per evitare di subire le torture e gli inevitabili strazi.
L'azione dei Tedeschi non è rapida perchè anch'essi sono prudenti anche se, ormai, sono assoluti padroni del campo. Poi, si preparano il rancio. Molti garibaldini nascosti li sentono vicini. I Tedeschi riprendono a sparare perchè, malgrado gli avvenimenti, non li abbandona il timore degli agguati partigiani. Verso le 16 è l'epilogo ed i nazifascisti s'allontanano.
L'azione e lo scontro sono durati, dunque dalle 7 alle 16!
Scende lentamente la sera con la sua pace. Con circospezione, i garibaldini, nascosti nei luoghi più vicini, escono cauti e silenziosi, nell'incertezza del momento. Alcuni sono rimasti feriti nel corso del combattimento. L'unico partigiano caduto è, come si è detto, Silvano Belgrano <10.
Durante il rastrellamento i nazifascisti catturano il parroco di Stellanello, don Pietro Enrico «votato con il suo popolo al sostegno coraggioso di chi lottava per la libertà ed un mondo migliore» <11, il quale si lascerà barbaramente uccidere a Molino del Fico
[n.d.r.: oggi nel comune di San Bartolomeo al Mare (IM)] in Val Steria, rifiutando di fornire al nemico informazioni sui «ribelli».
Ognuno interroga e chiede notizie, che sono riferite varie ed incerte: «... I Tedeschi sono partiti, i Tedeschi sono nascosti in agguato, i Tedeschi attraversano la zona in gruppi compatti ...».
Tutti sono digiuni dal giorno precedente. Alcuni raggiungono Pian Bellotto sperando di vedervi «Cion», e constatano che i nazifascisti non hanno trovato il luogo dell'accampamento. Ma c'è chi dice che lo hanno individuato e che potrebbero ritornare all'improvviso. Occorre, dunque, salvare tutto da un eventuale saccheggio. Con grande rapidità sono asportate tende, coperte, gavette e viene distrutta la radio.
Numerosi garibaldini, da pochissimo venuti in banda, sono scossi dagli avvenimenti della giornata. Quella notte ed il giorno successivo rimangono nascosti e temono un'altra incursione nemica. Infine alcuni di essi ritornano alle loro case.
Ma, in soli due o tre giorni, la «Volante» si ricostituisce e, arricchita di esperienza, si accampa nello stesso luogo, a Pian Bellotto, lassù, a quattro passi dal mare. Rientrano gli sbandati, tornano ad affluire nuove reclute.
Va notato che lo scontro si è svolto secondo i canoni della strategia voluta dai Tedeschi: il campo aperto e lo scontro frontale, che la Resistenza imperiese ha dimostrato di non temere perché ha supplito col valore e la conoscenza dei luoghi alla stragrande differenza numerica e di mezzi.
Il timore iniziale di una strage di partigiani presto svanisce dall'animo della gente, soprattutto contadina, delle zone circostanti.
Per lungo tempo sono state osservate le strade percorse da teorie lunghe di camion carichi d'armi e di Tedeschi e di fascisti ed udito lo strepito ininterrotto di un grande scontro.
Poi, l'annunzio della lotta e della Resistenza partigiana, passa di borgo in borgo, percorre tutta la provincia e, come portato da creature invisibili ed inarrestabili, raggiunge le città ed i paesi. Nella popolazione nasce la coscienza di una nuova realtà: le formazioni partigiane, per il valore dei loro uomini, superato il periodo di formazione e di sviluppo, stanno passando ad una nuova fase poiché, oltre ad assolvere ai loro naturali compiti, pur già gravosi, dell'interruzione di vie di comunicazioni e di ponti, dei sabotaggi e degli agguati, hanno dimostrato a Pizzo d'Evigno di non voler rinunciare tanto facilmente alle loro posizioni resistendo agli invasori anche in campo aperto.
Ma il Comando tedesco ha compreso che le bande partigiane sopravvissute alla morte di Cascione hanno superato il periodo critico invernale e si stanno rafforzando, minacciando tutta la sua organizzazione militare nella zona. E' prevedibile, perciò, un riaccendersi furioso della lotta in ogni luogo attraverso le forme più varie, dall'imboscata fino alla battaglia campale ed al rastrellamento su vasta scala. Sicché, diventa necessario che, nelle formazioni garibaldine, ognuno sia efficiente ed efficace nell'azione.
I partigiani disarmati e quelli timorosi possono creare più difficoltà che vantaggi. Occorre il tempo per formarne il carattere e renderli validi anche per le prove più ardue.
Dopo lo scontro, «Cion» ha sentito discorsi e notato gli sguardi dei suoi uomini; comprende che una parte di essi non può non essere uscita scossa da quella prima vera battaglia. Perciò invita i garibaldini a discutere sul da farsi. Chiede se intendono spostarsi in qualche altra località ritenuta più sicura, come Testico o Degna. Ma tutti convengono nel ritenere Pian Bellotto la località migliore per la loro sede. Informa che il CLN ha fornito informazioni su un nuovo progettato rastrellamento tedesco e che occorrono decisioni rapide e dichiarazioni aperte e sincere. Ognuno è libero di restare o di partire, essendo la partecipazione alla lotta partigiana del tutto volontaria e senza costrizione  alcuna.
C'è chi propone allora di ritirare il distaccamento nel bosco di Rezzo; ma «Cion» respinge decisamente la proposta: «... Qui siamo una cinquantina e sono venuti in duemila; là saremo tanti e verranno in ventimila. Questa è la zona a noi destinata; di qui, in due ore di cammino possiamo raggiungere il mare ed attaccare là il nemico nella battaglia finale. Anche se dovessi restare solo, resterò lì; ma sono sicuro che c'è chi resterà con me. Chi ha paura lo dica e si trasferisca pure; potrà essere accompagnato da una staffetta che parte per il bosco di Rezzo. Con me deve restare chi ha del fegato!... » <12.
Nessuno proferisce parola, anche se l'indomani avrebbe potuto essere la fine per tutti. Ma nessuno, malgrado lo stato d'animo, vuole deludere il Comandante manifestandogli sentimenti di timore. Egli comprende. Di sua iniziativa fa una cernita ed invia una parte di uomini con la staffetta diretta al bosco di Rezzo. Egli resta al suo posto con gli altri.
(9) In dialetto «Cian Belotto»
(10) Si appurerà in seguito che il valoroso giovane è stato ucciso a tradimento da una spia tra le fila partigiane.
(11) Cfr.: F. Biga, «Diano e Cervo nella Resistenza», Ediz. Milano Stampa, 1975, pag. 98. Tesi di laurea della suora Franca Nurisso, Il clero nella I Zona Operativa Liguria, anno accademico 1975/1976, Istituto Universitario pareggiato di Magistero «Maria SS. Assunta», Roma, pag. 117
(12) Dal diario di Gino Glorio.

Carlo Rubaudo, Op. cit., pp. 95-100