domenica 1 febbraio 2026

La liberazione ad Imperia di ventidue ostaggi dei tedeschi

Imperia: uno scorcio dei portici di Oneglia

Intanto, nei giorni del laborioso processo di riorganizzazione dei quadri Comando si verificava per un fortuito caso un episodio che contribuì in modo decisivo a scoprire la spia dei nazifascisti celata nel Comando divisione [n.d.r.: II^ Divisione d'Assalto Garibaldi "Felice Cascione"].
Vistosi scoperto e fuggito da Imperia, il sottotenente tedesco delle SS Otto Trostel (14), informatore dei partigiani, raggiungeva il 24 di ottobre [1944] le formazioni di montagna portando seco la documentazione e il nome del traditore Giuseppe Della Valle detto "Prof", professore in lingue orientali, liberato dalle carceri di Oneglia nell'azione condotta dai garibaldini del 2° battaglione (IV brigata) il 19 luglio 1944 e assurto al grado di presidente del Tribunale della divisione "F. Cascione".
[NOTA]
Il 25 ottobre 1944 venne affisso a Imperia un manifesto con i nominativi di ventidue ostaggi che, per ordine del Comando tedesco di Genova, sarebbero stati fucilati se entro il 28 di ottobre non veniva consegnato un ufficiale tedesco prigioniero dei partigiani. In nome del CLN fu immediatamente recapitata una lettera al Prefetto rendendolo responsabile della fucilazione degli ostaggi. Informatori portarono a conoscenza che il Comando tedesco voleva avere nelle mani l'ufficiale tedesco (Otto Trostel) per fucilarlo, poiché era passato volontariamente nelle formazioni partigiane [...] Gaetano Ughes (Giorgio), presidente del CLN di Imperia, su consiglio di "Leandro", responsabile della zona B (Cervo-Porto Maurizio), messosi a contatto con Carlo Berio, amico di un certo Guido Sancione, interprete italiano al servizio delle SS tedesche, chiese un abboccamento coi Tedeschi come persona anonima, il che venne accettato per il giorno dopo alle ore 10,30, da tenersi nella Casa del Caffè, sotto i portici di Oneglia [...] Informato il Comando tedesco sulle risultanze del colloquio, il 28 di ottobre trascorse senza alcuna esecuzione ed in seguito gli ostaggi furono tutti liberati.
Francesco Biga, Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), Vol. III. Da settembre a fine anno 1944, IsrecIm, Milanostampa Editore - Farigliano, 1977, p. 214

Gaetano Ughes, il nostro Giorgio del periodo cospirativo, pur col suo inconfondibile accento imperiese ha nelle linee del volto aperto un qualcosa di esotico: la maschera di uno scozzese, ma gli occhi ed il sorriso sono schiettamente italiani [...] Mi pare di rivederlo: la grigia ispida barba che trasformava il suo aspetto di buon padre di famiglia in quello di un terribile bandito; i gesti cauti e misurati dell'uomo che deve vigilare ogni sua mossa; il parlare sommesso di chi sa di essere oggetto di una sorveglianza continua e spietata [...]
"Ti racconterò le mie trattative con un sottufficiale tedesco per la liberazione di ventidue ostaggi destinati ad essere fucilati come rappresaglia per il prelevamento di Otto Trustle [o Trostel?], l'informatore tedesco che tu ricordi. Un'esperienza singolare, infatti: ho conosciuto in quella occasione un militare germanico che si è ribellato all'idea di un'ingiustizia e che ha lottato con noi per evitarla... 
Dunque come sai, nell'ottobre del 1944 fu prelevato Otto Trustle, residente a Sanremo, figura ambigua di informatore, sul quale correvano le voci più disperate. Fu un bel colpo... ma questa è un'altra storia! Il tedesco [il Comando tedesco] reagì come al solito. Arresto di ostaggi - 22 di numero - affissione di un manifesto annunciante alla popolazione che se entro il tal giorno, alle ore tali il Trustle non sarebbe stato rilasciato, ventidue innocenti avrebbero pagato con la vita la sua scomparsa. 
Il fatto era grave, atroce, anzi: ti assicuro che quella notte non domi: il pensiero della morte di uomini e donne ignari mi perseguitava come un incubo. 
Mi metto in moto per fare qualcosa. Parlo con Carlo Berio, che era in contatto con un certo Guido Sancione, interprete italiano al servizio delle SS; discutiamo sul da farsi e si stabilisce di prendere contatto col Sancione allo scopo di intervenire direttamente presso il comando nemico. Mi incontro con Leandro, nostro responsabile di zona, e prendo consiglio con lui. L'unico modo per salvar la situazione è quello di sostenere che il Trustle informatore dei partigiani è passato in formazione sapendosi sospettato - mi dice Leandro. L'affare non mi sembra tanto semplice: sostenere una cosa è un conto, provarla è un'altra. Ad ogni modo Leandro m'autorizza a trattare e s'incarica di ottenere una comunicazione del Trustle, nel senso da lui proposto, da presentare alle autorità nemiche. 
Ritorno da Berio - era molto pericoloso incontrarci, ma l'affare era troppo grave per ricorrere ad eccessive precauzioni - e faccio telefonare al Sancione perchè comunicasse al comando [tedesco] che un cittadino sconosciuto chiedeva di conferire con un incaricato del comando stesso sulla questione Trustle. Le trattative per telefono si potrassero a lungo: studiavo sul volto di Berio lo svolgersi della conversazione, col cuore che mi batteva per l'angoscia. Alla fine vidi l'amico sorridere: la prima parte della partita era stata vinta. Infatti i tedeschi accettavano di sospendere momentaneamente l'esecuzione degli ostaggi e fissavano un appuntamento per il giorno successivo, domenica, alle 10,30 alla Casa del Caffè sotto i portici di Oneglia. 
Faccio una smorfia di perplessità: veramente un colloquio a quattro occhi fra me, segretario del C.L.N., ed un rappresentante dei nostri nemici non era molto promettente: ma occorreva far buon viso e cattivo gioco. Ritorno in sede, rivedo Leandro e stabiliamo il piano d'azione: sarei andato all'appuntamento accompagnato da una squadra di uomini delle nostre SAP, armati. Ne scegliemmo otto, fra i più coraggiosi, al comando di Liprandi e di Ciccione. Diramammo le istruzioni necessarie e me ne andai a letto non molto tranquillo sulla mia sorte futura. 
La mattina appresso prima delle dieci, dopo che i nostri informatori mi ebbero data via libera, ero sul posto. La squadra, che mi seguiva a distanza, si dispose in quattro gruppi occupando i punti strategici. Entro, vado nel retrobottega, mi seggo e attendo. Avevo i nervi tesi fino a spezzarsi; per ogni eventualità mi ero armato e tenevo l'arma nella tasca della giacca, pronto ad usarla: sapevo, peraltro, che ogni via di scampo mi era preclusa e in caso di tradimento tutto sarebbe finito per me. Finalmente alle 10,30 precise, - consultavo l'orologio ad ogni istante - sento dei passi, la porta si apre e il Sancione, che già conoscevo, entra. Balzo in piedi: «Tutto a posto?» - gli dico.  «Tutto a posto» mi risponde. «Sono giunto accompagnato da un maresciallo delle SS. È qui fuori». «Solo?» - domando. «Solo e non pretende nemmeno di conoscere il vostro nome». «Bè - sospiro - venga!»
L'uomo esce: io mi siedo. Ora che tutto è fatto mi sento calmo e tranquillo. Un minuto dopo l'interprete entra accompagnato da un milite germanico: alto, muscoloso, occhi azzurri e freddi; viso duro, tipo teutonico. Mi alzo, ci inchiniamo con formale cortesia; ci squadriamo un attimo, gli occhi negli occhi, sediamo. 
E le trattative cominciano. Ripeto l'affermazione di Leandro, espongo i fatti, mi animo, gesticolo. L'uomo risponde appena: obiezioni monosillabiche che il Sancione non traduce nemmeno tanto son chiare: e durante tutto il tempo egli mi tiene sotto il freddo sguardo dei suoi occhi chiari e duri. È convinto? non è convinto? Mentre parlo il mio cervello lavora e la domanda mi risuona nel cranio sempre più angosciante. Dico: ecco voi avete arrestato 22 persone innocenti: che hanno essi a che fare con Otto Trustle ed i suoi catturatori, anche se ciò che vi dico non è vero? Se la vostra famiglia fosse arrestata e fucilata perchè a cinquanta o cento chilometri dal luogo ove essa abita un uomo è scomparso, che pensereste voi; uomo, non soldato, di un simile atto? 
Egli balza in piedi: sembra trasformarsi: arrossisce e i suoi occhi, sempre freddi e duri, hanno come una luce di angoscia, simile al riflesso di un tormento interiore. Batte un pugno sul tavolo e grida: «Sarebbe un delitto». Siede di schianto e ripete: «un delitto». 
Sento che l'uomo sta per essere vinto; sento che sotto la sua dura, quasi feroce maschera di soldato, batte un cuore. E soggiungo: «Voi state commettendo un delitto!» Il maresciallo mi ascolta, nascondendo gli occhi dietro la mano che sostiene la fronte, quasi a voler celare le sue impressioni. Ma io so di essere riuscito nel mio intento. 
In breve ci mettemmo d'accordo sulle modalità delle trattative ulteriori. Una lettera ci giunse dalla montagna a firma di Otto Trustle. Mi si fece ancora qualche difficoltà sul riconoscimento della scrittura e della firma, ma poi si giunse alla definizione ed i ventidue ostaggi vennero, nei giorni seguenti, posti in libertà a gruppi di due o tre per volta. 
Un grande delitto fu evitato. E fu evitato per opera di un uomo sconosciuto, di un nemico, che sentì, oltre le barriere create dall'odio, il richiamo della giustizia e della pietà. E questo dimostra" - finisce pensieroso il sempre ottimista amico Ughes - "che lo spirito dell'amore è innato nell'uomo e che la fratellanza universale non è un'utopia; ma trionferà nel mondo perchè è fatale che ciò avvenga".
Mario Mascia, L’epopea dell’esercito scalzo, A.L.I.S., 1946, ristampa del 1975 a cura dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia,  pp. 55-58 

mercoledì 14 gennaio 2026

Partigiani imperiesi e partigiani di Mauri in Val Corsaglia a novembre 1944

Copia della lettera inviata il 6 novembre 1944 dal comandante della brigata autonoma "Val Corsaglia" a Nino Siccardi "Curto", comandante della Divisione Garibaldi "Felice Cascione".  Fonte: Gino Glorio, Op. cit. infra


Intanto giunse a Fontane, Frazione di Frabosa Soprana (CN), Val Corsaglia [n.d.r.: dove era confluita la maggior parte dei partigiani della I^ Zona Liguria - dove operava la Divisione Garibaldi "Felice Cascione" - per sfuggire al rastrellamento nemico di metà ottobre 1944, per l'appunto, durante il quale, tragedia nella tragedia, il 17 persero la vita i valorosi comandanti partigiani Libero Briganti (Giulio) e Silvio Bonfante (Cion)] l'ex sottotenente tedesco Otto Trostel, da tempo collaboratore dei garibaldini, che portò con sé le prove del tradimento di Giuseppe Della Valle (Prof), il quale da presidente del tribunale della Divisione "Felice Cascione" aveva provocato la morte di diversi giovani patrioti il 9 agosto 1944 a nord di Pieve di Teco, il 5 settembre a San Bernardo di Conio, il 19 settembre nel bosco di Rezzo, ancora il 17 ottobre ad Upega. Della Valle, riconosciuto colpevole dal tribunale militare partigiano, venne fucilato il 4 novembre 1944 a Fontane. Il 24 ottobre analoga sorte era già stata riservata alla moglie del "Prof", che aveva fatto da tramite tra il marito ed i nazisti.
Rocco Fava, La Resistenza nell’Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945) - Tomo I, Tesi di laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998-1999

Soppresso "Prof", formati i nuovi quadri, prendemmo contatti e accordi con le formazioni badogliane [n.d.r.: partigiani autonomi comandati da Enrico Martini "Mauri"] che avevano stabilito posti di blocco su tutte le carrozzabili che portavano nella nostra zona. Notammo subito una diversità di stile fra i nostri capi ed i loro. Forse anche i badogliani usavano pseudonimi, in tal caso però erano meno strani e coloriti dei nostri. Al nome nelle lettere e nelle presentazioni usavano premettere il grado: tenente, capitano, maggiore invece che l'incarico: commissario, comandante, vicecomandante. Immediatamente Mancen, Pantera, Giorgio [n.d.r.: Giorgio Olivero, da lì a breve comandante della nuova Divisione "Silvio Bonfante]  fecero uso dei gradi creati a Piaggia diventando maggiori e colonnelli. Qualche volta un sorriso ironico spuntava sulle labbra dei badogliani vedendo quei gradi, ai quali non corrispondeva qualche volta l'educazione e la cultura, precedere nomi di battaglia strani e grotteschi; pure i nostri, anche avvertendo la stonatura, sentivano di meritare quei gradi per il loro passato di lotte e di ardimento. La differenza tra noi e loro era ben più profonda. Il movimento garibaldino era giovanile e come tale rivoluzionario e selvaggio. Dei giovani aveva i pregi e i difetti: ne aveva l'entusiasmo, l'ardimento, la ferocia, il gusto dell'avventura e della sfida, ma anche la goffaggine e l'indisciplina. Il movimento badogliano era l'erede del Regio Esercito e come tale aveva tradizioni e pregiudizi. Gli ufficiali, gente d'esperienza, d'educazione e spesso d'età, davano al movimento un carattere militare, gerarchico, disciplinato. Evitavano accuratamente il termine «bande» che noi usavamo ancora comunemente, respingevano sdegnosamente l'accusa di ribelli, banditi, che a noi non spiaceva del tutto perché effettivamente ci sentivamo più dei fuorilegge che non i rappresentanti legittimi del Re e del Governo del Sud. Il problema principale trattato nei frequenti contatti fu quello dello scambio di partigiani: fu deciso che il passaggio di combattenti da una formazione all'altra doveva avvenire con l'approvazione dei rispettivi comandi. In mancanza di un consenso scritto o verbale il partigiano doveva esser considerato disertore e riconsegnato alla formazione d'origine. L'accordo era più a vantaggio nostro che loro poiché era più probabile che le formazioni badogliane diventassero centro d'attrattiva per i nostri elementi più stanchi ed originari della Val Padana che non viceversa. Qualche garibaldino si presentò al comando, chiese ed ottenne di passare alle formazioni vicine meglio armate ed equipaggiate. Prima del trasferimento il partigiano venne privato delle anni e dell'equipaggiamento. Qualche altro riuscì a passare di nascosto superando i nostri posti di blocco, alcuni di costoro vennero respinti dai badogliani, altri sparirono senza lasciare traccia, o arruolati malgrado l'accordo, o passati a formazioni più lontane o tornati a vita borghese. Furono però casi sporadici, i più ormai si erano affezionati ai compagni, all'ambiente, ai metodi. Un graduato badogliano, passò alle nostre formazioni. Pare fosse comunista e come tale incontrasse ostilità presso i compagni. Rimase col Garbagnati per qualche tempo, poi il Curto [Nino Siccardi, comandante della Divisione d'Assalto Garibaldi "Felice Cascione"] lo rimandò alle sue formazioni. Venne processato per diserzione e condannato, poi, fu detto, graziato. Qualche garibaldino chiese in quei giorni di abbandonare definitivamente le formazioni per tentare di tornare a casa. Ai primi venne concesso, ad alcuni veneti diedi anche un po' di denaro per il lungo viaggio (*), poi cambiammo idea ed affiggemmo un manifesto dichiarando disertori tutti i partigiani che avessero lasciato le bande: gli effettivi durante il periodo di Fontane non dovevano diminuire a nessun costo: il comando voleva evitare il disgregamento delle Brigate almeno fin quando non si fosse deciso se restare o cambiare zona. Il nuovo commissario della I Brigata Osvaldo [Osvaldo Contestabile] chiarì le direttive del comando in una riunione di commissari convocata poco dopo la sua nomina. Dopo aver premesso un breve commento alla situazione, dopo aver abbozzato con brevi ed efficaci parole le caratteristiche, i compiti dei commissari per i mesi invernali, entrò in argomento. Era necessario evitare a qualunque costo che gli uomini si sbandassero; se fossimo stati in Liguria avremmo potuto contare nella prossima primavera di riaverli con noi, in Piemonte invece sarebbero andati dispersi o attratti da altre formazioni. Nell'ipotesi di un ritorno in Liguria sarebbe stata probabile una modifica dell'attuale inquadramento, avremmo dovuto organizzarci in modo diverso, più elastico, più autonomo: il che, avrebbe dato alle bande più libertà, ma avrebbe anche accresciuto le responsabilità dei comandanti perché avremmo vissuto quasi a contatto col nemico. Maggiori sarebbero stati anche i compiti dei commissari perché il morale degli uomini, obbligati a vivere in continuo allarme, sarebbe stato affidato esclusivamente ai commissari di distaccamento non più coadiuvati strettamente dalla organizzazione e dai servizi dei comandi brigata. Athos, commissario del Garbagnati, chiese se ci fosse di vero nelle voci che affermavano esser intenzione del comando, una volta passati in Liguria, di sciogliere le formazioni garibaldine. Erano autorizzati a smentire? Era difficile dare una risposta decisa perché tale eventualità non poteva esser completamente scartata. Sapevamo che molti, non sperando più in una prossima fine della guerra, attendevano quasi un congedo ufficiale del comando che consentisse loro di tornare a casa onoratamente, consci che di più non si poteva fare. Escludere tale possibilità sarebbe stato togliere loro una speranza che aveva il suo peso morale e che poteva aiutarli a superare le presenti difficoltà. Sosteneva spesso più la speranza di una meta onesta vicina che la certezza di un successo lontano. Osvaldo rispose che si poteva smentire che il comando avesse attualmente intenzione di sciogliere le formazioni. Invitò a considerare il valore di quel "attualmente". Se le condizioni alimentari o militari lo avessero richiesto, avremmo potuto ridurre temporaneamente gli effettivi o sospendere la tattica di lotta ad oltranza. Respinta la proposta del commissario Gigi di inquadrare i partigiani nelle formazioni S.A.P., Osvaldo precisò che tutti avrebbero potuto sempre contare sui capi, sul comando che fino in fondo avrebbe sostenuto e guidato i partigiani che avessero voluto continuare la lotta. Anche per gli altri avremmo trovato una sistemazione onorevole che non li escludesse dal combattimento: era necessario che sui monti rimanesse accesa la fiaccola della libertà per potere in primavera far divampare il grande incendio dell'insurrezione. 
(*) Il viaggio non fu lungo: i tre veneziani Walther, Carlo e Antonio finirono nelle Langhe di Mauri poi tornarono verso Mondovì. Quando cercarono dl scendere in pianura, il 20 novembre 1944, vennero presi dai Cacciatori degli Appennini mentre passavano un ponte. Carlo e Antonio avevano ancora completa la divisa da S. Marco mentre a quella di Walther mancavano i pantaloni che aveva barattato in ottobre con quelli di Simon [n.d.r.: Carlo Farini, ispettore della I^ Zona Liguria]. Tutti e tre erano quindi facilmente individuabili. Essendo disarmati ed in divisa sostennero di esser stati catturati dai partigiani e di esser fuggiti per rientrare al reparto. Processati ad Altare nel marzo 1945 vennero assolti per insufficienza di prove ed assegnati ad una compagnia di disciplina fino alla Liberazione. Ebbi così la gioia di ritrovare dopo molti anni a Venezia Walther Zecchini e di sentire da lui la conclusione delle vicende del gruppetto veneziano iniziata a Molino Nuovo il 15 settembre [1944].
Gino Glorio (Magnesia), Alpi Marittime 1943-45. Diario di un partigiano - II parte, Nuova Editrice Genovese, 1980, pp. 22-26

domenica 28 dicembre 2025

Ma ogni volta da Pigna li respingono con la fucileria in postazione finché c'è chiaro

Pigna (IM). Sullo sfondo Castelvittorio

«Vittò» [Giuseppe Vittorio Guglielmo] ed i suoi collaboratori, preso fiato, progettavano la conquista di Pigna, tenuta da circa un centinaio di nazifascisti accampati nella caserma Manfredi. Tale presidio ostacolava i movimenti delle formazioni garibaldine che controllavano larghe zone e paesi in tutte le vallate occidentali della provincia. D’altronde, tale centro rivestiva grande importanza anche per il Comando tedesco, il quale intendeva avere libero transito per le sue truppe in quelle zone di frontiera con la Francia.
I Tedeschi però sono indotti ad abbandonare la zona di Pigna non ritenendosi in grado di approntare sul luogo una linea difensiva consistente. I partigiani che, come visto in precedenza, già avevano progettato l’attacco a Pigna, si trovano il paese nelle mani.
Quando i Tedeschi vengono a conoscenza che la colonna anglo­americana non mostra intenzione alcuna di proseguire l’avanzata verso il territorio italiano, si pentono dell’errore di valutazione commesso e tentano la riconquista di Pigna. Ma, ormai, ci sono i partigiani e si accorgono quanti uomini e mezzi e sforzi necessiteranno per fiaccare la resistenza di «un pugno di disperati», per usare l’espressione del capitano Morton precedentemente citata.
Da quel povero ed eroico paesello, trovato in fiamme da Marco Dino Rossi (Fuoco) dopo la fuga tedesca, si costruirà una forza di resistenza degna d’ogni memoria.
Corre il 29 agosto del 1944. Entrano in Pigna i distaccamenti garibaldini e si incontrano con la popolazione. Nasce, ancora una volta, il binomio indistruttibile, popolo e partigiani e, da esso, la «Libera Repubblica di Pigna».
Liberi amministratori, cariche pubbliche assegnate ai più degni rappresentanti del popolo, deliberazioni democratiche, giustizia sociale, contributo alla difesa di questa grande conquista.
È formata una giunta comunale di civili e di partigiani che, ogni giorno, si riunisce e prende le decisioni: ordine pubblico, controspionaggio, requisizione di viveri o materiale illecitamente asportato dai magazzini del disciolto esercito italiano. Il tutto è distribuito alle famiglie più indigenti del luogo.
Il comandante «Vittò», che dà le disposizioni generali, e Lorenzo Musso (Sumi), inviato dal «Curto» [Nino Siccardi, a quella data comandane della II^ Divisione Garibaldi "Felice Cascione"] a Pigna, sono combattenti abili. Ma, nell’occasione, possiedono un pregio in più: l’esperienza comune della precedente lotta antifranchista consumata in Spagna […]
Carlo Rubaudo, Storia della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria) - Vol. II. Da giugno ad agosto 1944, edito a cura dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia, Imperia, Dominici Editore, 1992, p. 373

L'idea dei partigiani è di far credere che il mortaio è nella posizione numero 6, e invece no che non c'è, essendo un trucco. Invece spara dalla posizione numero 5 con le granate ben nascoste di modo che i tedeschi quando rispondono sbagliano il bersaglio. È una idea che viene a Leo [Vittorio Curlo], comandante dei mortaisti di Vittò nella battaglia di Pigna e i tedeschi non lo scoprono il trucco, macchè. A Pigna sotto il Torraggio c'è una forte concentrazione di partigianeria famosa nei dintorni fino in Francia da una cresta all'altra; è da lì che le bande si diramano anche nelle altre valli e al di là del confine, fino al maquis. I tedeschi non lo scoprono il trucco anche se indagano da tutte le parti per sapere com'è che sti contadini barbari li fregano fin qui sul confine italo-francese: eppure non gli sembra vero che dei paesani ignoranti di queste parti così lontane, li prendano in giro in questo modo così poco militare. Ma lo sanno da un pezzo eccome che Pigna la prenderanno soltanto se prima ci spareranno dentro ben bene coi cannoni distruggendola al completo, e se poi ci andranno addosso tutti insieme con tutte le forze concentrate e coi rifornimenti pronti, bruciandola. Altrimenti no. 
A dirlo adesso così e così e di su e di giù, uno non se lo crede com'era a quei tempi sta faccenda di Pigna con la gente tutta d'accordo insieme coi partigiani. 
Era una idea molto precisa sempre la stessa e per tutti sempre eguale che ciascuno se l'era ficcata bene in testa per conto suo, e lì c'era rimasta ben collocata. Il fatto sta che in questo paese guerreggiando così è proprio la gente chissà come grumo contadino tra pietre dure d'arcata e ciottoli di sagrato, a dire di no. "Piuttosto vivere tutti da ribelli, oppure morire tutti insieme in libertà, ma non mollare mai per nessun motivo al mondo" pensano a Pigna. "Chi toca in, toca titi" dicono a denti stretti i paesani compesandosi persin le sillabe; calcandosi il berretto di traverso. 
E dunque soltanto con tutto l'armamentario e la forza concentrata e le cannonate da tutte le parti i tedeschi prenderanno Pigna, altrimenti no. Ma anche se la prenderanno, questa loro idea ficcata dentro ci resterà sempre nella testa della gente da non potersela più togliere. Ci resterà sempre voglio dire anche coi tedeschi in casa a pestarci sopra scarpentandoli. 
Nel frattempo che la gente spara qua e là per la valle [ai primi di ottobre del 1944], gli anziani si mettono d'accordo tra loro e poi decidono di farsi in conto proprio una repubblica. Così fanno come se la sentono d'istinto una libera repubblica riparata a nord dal Torraggio che non lascia passare i venti e la tormenta, ma riparata anche a sud da due postazioni sempre all'erta al di qua e al di là del torrente che non lasciano passare i tedeschi manco a morire. 
I partigiani ne discutono con la gente di questa libera repubblica come l'avevano fatta lì per lì tutti d'accordo e ben precisa; poi gliela approvano quando vedono che funziona proprio sul serio dentro e fuori della valle.
Glielo certificano come qualmente è da riconoscersi a tutti gli effetti contro i nazifascistí in tempo di guerra e in tempo di pace per tutti i dintorni e anche più in là. 
Lo scrivano della V brigata sotto il documento nel registro del Comune ci mette il visto col timbro di Garibaldi bello chiaro; Vittò, che qui lo sanno tutti è il capintesta, lo legge e dice che non ci manca niente: ce ne fossero delle altre così, che va tutto bene altroché. In questo modo si fanno tra loro questa repubblica democratica riconosciuta per tutti gli affari ordinari e straordinari come si presentano di volta in volta. 
Il fascismo prepotente invece si incattivisce di più tutto all'intorno da una volta all'altra con le rappresaglie all'ingrande, e chi se ne frega: così adesso succede che la gente di Pigna e degli altri paesi vicini è gente più importante siccome decide in segreto le faccende che contano a monte e a valle, come si devono fare nell'interesse di tutti. Sono gli uomini al pascolo con le mandrie o nei boschi a far la legna, a decidere; sono le donne a raccogliere castagne o a impastare nella madia farina per il pane; sono tutti insieme con le postazioni dei mortai nei punti giusti, che decidono discutendo per il meglio ma dopo aver cacciato i tedeschi coi fascisti tutti insieme dalla valle, Prima no. Anche gli altri nei paesi vicini fanno lo stesso sotto il Torraggio che li ha sempre riparati dai tempi antichi facendogli barriera, soltanto così e basta. 
In questa repubblica funzionante ogni borgata ci manda il suo uomo al posto giusto di governo con l'incarico per ciascuno conforme al partito d'idea, se ce l'ha; e cioè come se la sente per conto suo; ma quando poi di tanto in tanto devono trattare col Prefetto, ci mandano il Podestà che figura vero per il fascio con tutte le carte in regola e ubbidiente, invece è sempre uno di loro fidatissimo che fa finta soltanto per la burocrazia. Governando come si deve da galantuomini, le delibere le rispettano trascrivendole ad una ad una in calligrafi, per esporle all'albo pretorio. 
Il registro apposito con le firme originali però se lo tengono ben nascosto non si sa mai.
Cosicché il prete che ce l'ha in consegna all'ultimo riesce a salvarlo quando ormai il paese comincia a bruciare e i tedeschi con gli ostaggi ci sono già dentro nei vicoli a rapinare casa per casa; lo seppellisce che nessuno se ne accorge per conservarlo come prova; e dimostrare in questo modo nero su bianco come è fatta veramente questa gente: come è fatta voglio dire coi nomi e coi cognomi dentro nel paese o fuori col mortaio o nascosta nelle tane, la gente di Pigna quando vive in libertà o quando vive in prigionia. 
I distaccamenti partigiani di protezione se li mettono tutti davanti e all'ingiro nei posti buoni; da lì mandano le pattuglie a Gola Gouta e al passo Muratone perché di là c'è sempre pericolo mentre i tedeschi accainati rifanno i ponti verso Isolabona per venirci sotto. 
Ma ogni volta da Pigna li respingono con la fucileria in postazione finché c'è chiaro; poi alla sera si mette a piovere sempre più fitto. Allora i tedeschi idrofobi ci scaraventano sopra l'artiglieria pesante che dura anche tutto il giorno dopo sulle case e tutto intorno; finito il bombardamento le staffette tornano per dire che i tedeschi risalgono la valle, schierati a ventaglio. 
Così quando sta trucchi arrivano proprio a tiro negli orti sotto il paese, sparano ancora tutti gli uomini insieme dalle case ricacciandoli un'altra volta nel torrente in baraonda: ce li ricacciano con le casse di granate che poi di notte se le vanno a prendere per adoperarle quando gli faranno bisogno. 
Durante la tregua, subito dopo le sparatorie, siccome anche i tedeschi sono stanchi, finalmente fanno passare la missione alleata che era lì ad aspettare per sconfinare in Francia. Qui succede perdio che non ci possono piú stare veramente questi ufficiali in divisa sempre in attesa che finiscano chissà come le sparatorie; è pericoloso con la fretta tra i calcinacci e gli spari dentro i vicoli in traffico di uomini, a spingere il mortaio dalla postazione civetta a quella buona, e dunque bisogna andarsene presto; intanto, eccome che adesso col telefono da campo glieli dicono giusti agli inservienti i dati di tiro sui tedeschi. Coi mortai sparano sul monte Vetta in sequenza regolare colpi contati, poi tacciono per lasciare rispondere i tedeschi fuoco lungo e tutto insieme, ma sbagliato. Ricominciano da capo sempre piú precisi finché centrano in pieno la batteria principale: così di quei tedeschi prepotenti là col cannone sempre in funzione adesso non se ne parla piú. 
Osvaldo Contestabile, Scarpe rotte libertà. Storia partigiana, Cappelli editore, 1982, pp. 92-94

domenica 21 dicembre 2025

Altri gruppi partigiani agli inizi della Resistenza imperiese

Torria, frazione del comune di Chiusanico (IM). Foto: Davide Papalini. Fonte: Wikipedia

Un piccolo gruppo di partigiani si era formato anche presso Civezza, dove rimase nei mesi di ottobre, novembre e dicembre 1943.
Ne facevano parte: Leone Carlo (dell'Azione Cattolica imperiese), Brusso Domenico, i di lui zii Gaddini Pietro e Michele, Aicardi Giuseppe fu Filippo, i fratelli Sebastiani Fausto e Livio, e qualche altro giovane. 
Il gruppo si sciolse poco prima del Natale '43; ma alcuni componenti di esso ritornarono in montagna: ad esempio, Brusso Domenico, che entrò nella banda «Fenice», Aicardi Giuseppe e i fratelli Sebastiani, dei quali Fausto morirà in montagna. 
Di Brusso Domenico verrà arrestata la madre, Gaddini Teresa, nell'autunno del '44, insieme con altre persone, tutte prese come ostaggi. La madre di Brusso Domenico sarà condotta dapprima in Viale Roosevelt, nella Villa Salvo, sede di un comando germanico in Porto Maurizio; poi nel carcere di Marassi, di Genova; quindi in quello di San Vittore, a Milano; e infine sarà deportata nei campi di concentramento in Germania, da dove tornerà solo a guerra finita. Arresto e deportazione furono dovuti al fatto che il figlio non era sotto le armi. 
Per qualche tempo nel gruppo presso Civezza vi era anche stato Terragno Antonio (Primula rossa), già ricordato a proposito del gruppo di Boscomare. 
Esistevano pure, come si è detto, molti altri gruppi. Uno, ad esempio, si era formato nei pressi di Castelvittorio, intorno al prof. Francesco Ravera, ex ufficiale di complemento del disciolto esercito, direttamente collegato con lo scrivente. Anche di questo gruppo, poi scioltosi, rimasero in montagna alcuni componenti, fra i quali il giovane Giacomo Castello, che più tardi verrà arrestato dai nazifascisti, e tenuto a lungo in carcere, dopo che anche il di lui padre, Riccardo, era stato arrestato, e incarcerato prima ad Imperia e poi a Savona, sia per avere ospitato il prof. Ravera, sia perché il figlio era latitante. 
Un piccolo gruppo era anche presso Cipressa; ne faceva parte, fra gli altri, Garibaldi Giuseppe (chiamato poi «Fra Diavolo»), reduce dalla Russia, e oriundo appunto di quel villaggio. Il Garibaldi, non collegato con alcuna organizzazione antifascista, dopo varie azioni compiute con qualche amico (sparatorie contro macchine tedesche in transito sull'Aurelia), si avviò verso le Langhe, insieme con Michele Bonardi, caduto in combattimento nell'inverno 1944-45, ed entrò fra i badogliani. Ritornato a Cipressa verso la fine di dicembre '43 per la malattia del padre, che morrà poco dopo, a un certo momento ripartirà per il Piemonte; ma, incontrato Curto [Nino Siccardi] in Rezzo, si aggregherà alle di lui formazioni, e per suo ordine entrerà nei Vigili del Fuoco, con l'incarico di collaborare con i partigiani; nel maggio del '44, però, ritornerà in montagna, sarà con Ivan, con Macallé, con Peletta, avrà una squadra sotto il suo comando, e più tardi, dopo il rastrellamento di Upega dell'ottobre '44, diventerà Comandante di Brigata. 
Ma, torniamo a dire, oltre ai gruppi sopra ricordati ve ne furono molti altri, più o meno ben definiti, anch'essi sorti subito dopo l'8 settembre '43. Fin da principio si cerca di creare fra i giovani alla macchia e fra le bande un persistente e costante collegamento o un legame unitario. 
Verso la fine del settembre '43 (27 settembre) si forma una nuova banda nei pressi di Lucinasco, quella di Giacomo Sibilla (Ivan), composta di uomini del luogo e di ex militari (in tutto, quattordici persone). La banda si stabilisce in una località situata fra il Monte Acquarone e la «Maddalena», detta zona «Cuccagna». 
In quello stesso periodo, anzi nello stesso giorno (27 settembre '43, intorno alle 9 del mattino), vi è al Pizzo d'Evigno un incontro di varie persone, durante il quale si trattano argomenti inerenti alla resistenza. Sono presenti, fra gli altri: Ivanoe Amoretti, Enrico Gaiti, Silvio Bonfante (il quale, però, non si era ancora stabilito definitivamente in montagna), Silvano Alterisio, Eolo Castagno, Ivar Oddone; della DC vi è Carlo Carli, insieme con gli amici Alassio Ugo e Rossi Francesco (6). 
L'8 settembre '43 Alassio Ugo, ufficiale di complemento, si trovava a casa da un giorno, in Oneglia, in licenza di convalescenza. Dopo l'armistizio si mise subito in contatto con amici dell'azione Cattolica e della DC onegliesi, e incominciò a collaborare con essi per la lotta di liberazione. Aveva rapporti con Don Boeri, con Carlo Carli e con altri. 
Intorno al 25 settembre '43, dopo le prime intimazioni del neofascismo ai militari del disciolto esercito, si rifugiò in Torria (Valle Impero) [n.d.r.: frazione del comune di Chiusanico (IM)], insieme con gli amici tenente R. M. Borreo Giovanni e Rossi Francesco. Due giorni dopo, insieme col Rossi e col Carli, si incontrerà, vicino a Pizzo d'Evigno, come già detto, con altri esponenti della Resistenza. 
Rimase in Torria fino ai primi di marzo del '44; poi, ammalatosi, scese in città; e risalì in Torria dopo circa un mese, nei primi giorni di aprile. 
Nei primi giorni della sua permanenza in montagna, ebbe contatti con i partigiani sistemati nella località «Inimonti» o «Monti» di Pontedassio. D'accordo con Carlo Carli e con altri esponenti della DC, formò in Torria una banda locale che, come quella del «Grillo», fu chiamata «Libertas». 
Anch'egli per la sua banda ha come distintivi degli scudetti di stoffa con la scritta «Libertas», che gli vengono consegnati in casa di Carlo Carli, e che erano stati preparati parte nella casa dello stesso Carli e parte in casa dell'avv. Ambrogio Viale.
La banda aveva sede in Torria, ed operava anche nei territori di Chiusanico e Gazzelli, poco distanti. Teneva pure contatti con la banda del «Grillo» e con bande locali dei paesi vicini. 
Da un certo momento in poi, specialmente dal maggio '44, la banda «Libertas» di Torria compierà azioni varie, generalmente in collaborazione con altri gruppi. Ad esempio: darà la sua opera per la distruzione di tratti stradali e di ponti (strada presso Cesio, ponte di Garsi, ponte di Gazzelli): prenderà parte ad un attacco a fucilate avvenuto alla «Crocetta» (cima a levante di Torria) contro i tedeschi che stanno effettuando un rastrellamento, e contribuirà in tal modo a fare sì che le altre bande possano meglio predisporre i loro movimenti (battaglia del Pizzo d'Evigno del 19 giugno 1944, in cui cadde Silvano Belgrano); darà il suo aiuto ai partigiani transitanti per Torria dopo la liberazione dei detenuti politici dal carcere di Oneglia (19 luglio '44). Alassio Ugo avrà inoltre contatti con i comandanti Arrigo Giovanni (o «Romolo») e Osvaldo Contestabile. 
Tuttavia, verso la fine dell'estate '44, o all'inizio dell'autunno, la banda si scioglierà. Alassio Ugo, arrestato in casa a Torria dalla Compagnia O.P. del capitano Ferrari di stanza in Chiusavecchia, verrà poi rilasciato, dopo inutile interrogatorio; ritornato in Imperia entrerà nelle Formazioni di città (Divisione SAP «G. M. Serrati»), in relazione con Amilcare Ciccione e sempre aggregato alla DC; e in tali formazioni svolgerà la sua opera fino alla Liberazione. Il tenente Borreo, a sua volta, riparerà in Corsica, con una piccola barca. 
[NOTA]
(6) Notizie fornite dal rag. Alassio Ugo e dal dott. Silvano Alterisio. 
Giovanni Strato, Storia della Resistenza Imperiese (I^ zona Liguria) - Vol. I. La Resistenza nella provincia di Imperia dalle origini a metà giugno 1944, Editrice Liguria, Savona, 1976, ristampa del 2005 a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, pp. 131-132

sabato 6 dicembre 2025

Quattro bersaglieri fascisti catturati dai partigiani a Pietrabruna

Pietrabruna (IM)

Il passo della Follia, dalla caratteristica forma di mammella volta al cielo, situato a breve distanza dalla Bramosa, era il punto strategico dei nostri servizi di guardia; dal passo si dominava un incrociarsi di sentieri provenienti da valli diverse e si aveva la possibilità di scegliere, in caso di pericolo, il percorso più idoneo per il disimpegno. A nord l'ombrosa valle di Badalucco, a ovest il passo di San Salvatore e i relativi itinerari, a sud l'intera valle di Pietrabruna, mentre ad est, oltre a sentieri poco conosciuti, si accedeva alla strada di Santa Brigida che portava alla valle di Dolcedo. Piuttosto strano il nome del passo, di cui anche i locali non riuscivano a spiegare l'origine, solo una lontana cronaca, riportava il fatto che lo stesso era servito da avamposto ai soldati di Napoleone. Un mattino, io e Giorgio, quello di Modena, in un normale turno di guardia, si assaporava la tranquillità della giornata, comodamente sdraiati e a torso nudo sulla fascia del sentiero che affiancava il passo, ci si appagava nell'ammirare la profonda bellezza d'un panorama, dove il verde delle valli e l'azzurro del mare dominavano assoluti; l'ottima visibilità facilitava notevolmente l'incarico di controllare i percorsi che accedevano al passo; a mezzo d'un binocolo si riusciva a scorgere il lontano inizio degli stessi, che a turno, sistematicamente, si controllava. Ore piacevoli, dove il fruscio di un leggero vento accarezzava la nuda pelle, resa calda dal sole; pausa di serenità, dove l'occhio fermava la bianca vela sulla costa lontana, e un invitante silenzio portava la mente in luoghi e cose lontani; ma brusca, come sonora sveglia, la mano di Giorgio con un tocco mi riportò alla realtà: « Osserva », mi disse, « ho la sensazione che qualcosa si muova, qualcosa di diverso dal solito contadino che accompagna il mulo ». Afferrai il binocolo e guardai attentamente il punto indicatomi, rendendomi subito conto dell'esattezza della sua osservazione: si trattava sicuramente di diversi uomini e, quel che più conta, erano armati, l'inconfondibile luccichio delle armi ai raggi del sole non ammetteva dubbi. Si convenne di lasciarli avvicinare a distanza di sicurezza, dove il Majerling a mia disposizione avrebbe agevolmente falciato l'intero gruppo sulla piana pulita dei prati, nel peggior dei casi la nostra posizione ci permetteva un'agevole ritirata, mentre il rumore delle armi avrebbe sicuramente messo in allarme il distaccamento. Aderenti al terreno si attendeva immobili e, con l'avvicinarsi degli uomini, si prendeva esatta visione della consistenza e della composizione del piccolo reparto. Si trattava infatti di un totale di sei uomini: quattro bersaglieri, riconoscibili anche da lontano dal fluttuante piumetto, apparentemente disarmati, seguivano due borghesi in possesso di parecchie armi, quantitativo superiore in assoluto a una normale dotazione; perplessità da parte nostra di definire chiaramente la presenza in zona partigiana dello stesso gruppo. Seminascosto dall'erba, la bocca minacciosa del Majerling imbracciato, seguivo attentamente il gruppo che ormai aveva raggiunto la zona limite da noi stabilita. Il secco alt intimato da Giorgio, postosi in ginocchio con il fucile puntato ben visibile, li bloccò istantaneamente, parole incomprensibili che la distanza ed il vento non fecero giungere nitide; Giorgio ripetè ancora decisamente: « Non muovetevi, siete sotto tiro, fatevi conoscere », e finalmente uno dei due borghesi, dotato di una folta barba, alzò per tre volte contro il cielo il mitra che impugnava, il segnale; tranquillizzati si abbandonò il sentiero avvicinandoci, una spiegazione semplice e concisa: due partigiani volanti, componenti di rara permanenza in distaccamento, coadiuvati da due patrioti, avevano sorpreso in Pietrabruna, all'osteria di Petran, i quattro bersaglieri comodamente seduti, intenti a sorseggiare un bicchiere di vino. All'intimazione di mani in alto gli stessi non avevano opposto alcuna resistenza, lasciandosi sequestrare le armi in dotazione. Tranquilli ma pensosi, ragazzi di vent'anni come noi, li vidi allontanarsi verso la Bramosa, seguiti dai due garibaldini e mi domandavo cosa mai avesse mosso i loro passi, il coraggio, l'incoscienza, o una precisa volontà di incamminarsi su di un'altra via? Era strana la nostra guerra. 
Renato Faggian (Gaston), I Giorni della Primavera. Dai campi di addestramento in Germania alle formazioni della Resistenza Imperiese. Diario partigiano 1944-45, Ed. Cav. A. Dominici, Imperia, 1984, pp. 60-61

L'episodio della cattura dei quattro bersaglieri - avvenuta intorno a metà settembre 1944 - veniva confermato da Umberto Maria Bottino nel suo "I nostri giorni cremisi. 1943-1995" (Attilio Negri srl, Rozzano, 1995): l'autore, all'epoca bersagliere repubblichino, scriveva di essere entrato in Pietrabruna qualche giorno dopo la vicenda, di avere raccolto in merito informazioni anche dall'oste e, quindi, di poter ipotizzare la fucilazione da parte dei partigiani di due, se non di tutti i suoi camerati.
Adriano Maini 

mercoledì 19 novembre 2025

Cosa spingeva di nuovo i giovani sui monti a rischiare la vita?

Casanova Lerrone (SV). Fonte: Insiemefacile

Il 28 [marzo 1945], dopo aver parlato con Ramon [n.d.r.: Raymond Rosso, capo di Stato Maggiore della Divisione d'Assalto Garibaldi "Silvio Bonfante"], proseguii per la Val Lerrone. Erano con me due partigiani della scorsa estate che, tornati a casa durante l'inverno, cercavano il Comando divisionale nella speranza di avere qualche carica. Volli approfittare delle ore di cammino assieme per studiare la mentalità dei nuovi venuti. 
«Eravamo amici del Cion [Silvio Bonfante], mi dicevano, lui sapeva quel che valevamo. Siamo stati con lui fin quando fu ferito, poi siamo tornati ad Aurigo, a casa nostra». 
«Sono quindi molti mesi che mancate, forse vi sarà difficile adattarvi alla nuova vita, in quest'inverno molte cose sono cambiate». 
«Ce ne siamo già accorti in questi giorni. Quando il Cion comandava, si poteva andare al comando quando si voleva, adesso invece non si capisce dove sia». 
«Già perché voi non conoscete cosa sia la tattica cospirativa: è dal principio dell'inverno che il nuovo obiettivo non è più ammazzare i tedeschi, ma nascondersi il meglio possibile. Gli uomini più apprezzati sono quelli che sanno sganciarsi rapidamente in ogni circostanza, occultare uomini e materiale nel tempo più breve e nel modo più sicuro». 
«Insomma è più bravo chi scappa prima e si nasconde meglio?». 
«Sotto un certo punto di vista è così. Eravamo rimasti in pochi e dovevamo restare per campione. In compenso da brigata siamo diventati divisione [n.d.r.: la Divisione "Silvio Bonfante"] e siamo cresciuti tutti di grado». 
«Ai tempi del Cion queste cose non succedevano e se ci fosse ancora lui le cose andrebbero meglio. Tra i partigiani i gradi non ci sono mai stati». 
«Non ci sono stati ma adesso ci sono. Vi credete che questo inverno non sia servito a niente? Io per esempio sono capitano, poi ci sono colonnelli, tenenti e tutti gli altri gradi. Se restavate anche voi in montagna qualche filetto lo avreste guadagnato: eravamo in pochi e ce n'era per tutti. Così invece c'è il rischio che qualcuno vi faccia mettere sull'attenti se, come sembra, metteranno d'obbligo il saluto». Parlavo tra il serio e lo scherzoso: mi seccava vedere due che, essendo stati tutto l'inverno a casa, non si adattavano a riprendere il loro posto nelle bande come semplici garibaldini e per ottenere lo scopo non avevo parlato di quante sofferenze e di quanto sangue ci fosse costato il passare l'inverno sui monti e con quali difficoltà avessimo continuato le imboscate per far pagare al nemico l'occupazione della nostra terra, per mantenergli basso il morale e contribuire alla vittoria finale. A poco a poco, pur dubitando sempre delle mie parole, non riuscendo a separare la verità dallo scherzo, i due partigiani si eccitavano lentamente. «Non è però il caso che vi disperiate, se c'è qualcuno che vi raccomanda, se avete conoscenze al Comando, Forse...  A me per esempio mi aveva raccomandato il Rosso ancora lo scorso agosto, poi lui è andato a casa ed io ho fatto carriera». 
«Conosciamo Mario, lo abbiamo curato noi quando era ferito, ma non cerchiamo raccomandazioni».
«Beh, adesso siete voi che non volete chiamare le cose col loro nome. Tutto sta che al comando vi vogliano ricevere». 
«Cioè?». 
«Ecco, la cosa non è semplice come una volta, adesso che hanno i gradi quelli del Comando sono cresciuti di importanza; hanno cessato di dormire sulla paglia e di mangiare nella gavetta. Hanno creato un recapito e tutti quelli che hanno qualche cosa da chiedere o da dire si mettono a rapporto. I comandanti leggono l'esposto che portano le staffette e poi, se credono, rispondono o fissano il giorno ed il luogo del colloquio». 
«Se il Comando si crede che anche noi ci mettiamo a rapporto... ». 
«Se ci tenete ad esser ricevuti non c'è altro mezzo». 
Quella sera dormimmo tutti a Segua [borgata del comune di Casanova Lerrone (SV)] , il giorno dopo i due partirono per Ginestro [Frazione del comune di Testico (SV)] mentre io raggiunsi Poggio Bottaro [Frazione del comune di Testico (SV)] pensando a quello che avrebbero detto i compagni del giorno prima quando a Ginestro avrebbero trovato il recapito invece del Comando come speravano. 
«Guarda qua cosa scrivono due da Ginestro, disse quel pomeriggio Giorgio, se invece che partigiani siamo diventati l'esercito di Mussolini, se ci crediamo di essere i Signori Ufficiali del tempo della naja: che una volta comandava il coraggio mentre adesso diamo l'esempio a nasconderci... Cosa si credono questi matti: sono stati a casa tutto l'inverno ed ora giudicano e sputano sentenze. Che se ne tornino a casa che nessuno li ha chiamati». 
Era stato quello per me il primo contatto con le reclute della seconda primavera. Cosa spingeva di nuovo i giovani sui monti a rischiare la vita? Cosa induceva quelli che erano tornati a casa a riprendere le armi? Non era più come nel 1944 la minaccia dei bandi fascisti perché la Repubblica si era guardata bene di rinnovare l'errore molestando chi cercava di vivere tranquillo. Vi erano sempre le saltuarie retate di ostaggi che si abbattevano su giovani e vecchi, ma in percentuale il rischio era minimo. Si erano cancellati nel loro ricordo la memoria dei mille timori e scoramenti che in ottobre e novembre li avevano obbligati a piegarsi? Era forse la speranza rinnovata e più sicura della vittoria imminente? Per buscarsi una pallottola e restare storpi per sempre o morti il tempo c'era ancora e ne avanzava. Ed allora? Allora non ci facevamo molte domande, avevamo previsto e trovavamo naturale che gli arruolamenti riprendessero. Capirò in pieno solo durante l'inverno del 1946 quali sentimenti avessero agitato quei compagni fino a spingerli a tornare sui monti. La nostalgia potente, invincibile di quella vita, il ricordo dei compagni, dell'ambiente, dell'avventura, erano sentimenti duri ad estinguersi. Sapere che c'era sui monti chi continuava la lotta e che in futuro non un solo sguardo poteva rinfacciare loro la passata debolezza doveva accendere il sangue nelle vene. Tutta la vita partigiana era come una droga il cui sapore, una volta gustato, non si può dimenticare e spingeva fatalmente a tornarvi. Chi era partigiano nella seconda primavera non lo era più per gli errori e le minacce del nemico, ma solo per sua libera scelta, per l'amore della sua libertà e dignità.
Gino Glorio (Magnesia), Alpi Marittime 1943-45. Diario di un partigiano - II parte, Nuova Editrice Genovese, 1980, pp. 223-225 

martedì 4 novembre 2025

Fanno sfollare Ventimiglia

Isolabona vista da Apricale (IM)

Apricale, 27 ottobre 1944 
Siamo arrivati a destinazione sani e salvi, grazie a Dio. 
E' stato un miracolo perché, poco tempo dopo che eravamo passati da Camporosso, la nave ci ha fatto una scarica tremenda. 
Ad Apricale, come pure a Camporosso, Dolceacqua, Isolabona, vi sono i soldati tedeschi. E noi che credevamo di andare al sicuro! A mezzogiorno abbiamo pranzato da mia zia Battistina. Ad Isolabona, passando, abbiamo incontrato Piombo e Ramoino, ci hanno detto che verranno a trovarci. La casa che avevamo preso in affitto ad Apricale è stata requisita dai tedeschi proprio stamattina! Così siamo andati ad abitare da nostro cugino Alfredo. E' una casa bella e comoda, ma senza sole. Comunque, grazie alla sua gentilezza che ce l'ha messa a disposizione. Quassù, vi è tanta gente sfollata da Ventimiglia, anche alcuni conoscenti. 
21 novembre 1944 
Ho avuto una ricaduta (non dovevo ancora uscire) e sabato e domenica ho avuto la febbre quasi a quaranta. Il dottore temeva la difterite, ed occorreva una medicina particolare, urgentemente. Ha preparato la ricetta e ha detto alla mamma di andare al comando tedesco per vedere se potevano procurarla loro. Il capitano non si è fatto pregare due volte e ha mandato un suo uomo in motocicletta a prendermela a Sanremo subito. Possiamo proprio ringraziarlo. Il dottore mi ha fatto un'iniezione così dolorosa che ho pianto tutto il giorno, e la notte credevo di morire. Viene due volte al giorno e mi fa anche la pennellazione. Deve farmi altre iniezioni, anche se sto un pochino meglio. 
9 dicembre 1944 
Fanno sfollare Ventimiglia. Dicono che è una processione di gente, la mattina presto, con carretti a mano carichi di masserizie che va verso Bordighera. In alcuni punti della strada vi sono delle buche lasciate dalle bombe scoppiate magari nella notte. Dicono che, essendo ancora buio, quei poveretti ci vanno a finire dentro, non vedendole, coi carretti che si sfasciano. Pochi si fermano in loro aiuto perché temono qualche spiacevole sorpresa, e così lasciano quei poveretti in lacrime. Vorrei poterli aiutare tutti. Perché la guerra fa diventare la gente egoista? 
12 dicembre 1944 
Qualche tempo fa, prima ancora che facessero sfollare Ventimiglia, ho letto su "l'Eco della Riviera" un articolo che mi ha molto colpita, e lo riporto. E' intitolato "Entrando ed uscendo da Ventimiglia" e il giornalista dice: «Giunto a Genova per visitare le conseguenze del crollo della galleria, mi sono trovato in un città dove si discuteva animatamente sulla situazione di Ventimiglia, e siccome le notizie erano contraddittorie ed inverosimili, mi decisi senz'altro a lasciare Genova per la cittadina di frontiera. Giunsi verso le 11 a Bordighera e fui sorpreso di constatare la quasi normalità della vita. Vicino alla stazione vi era un autocarro che scaricava della farina. Seppi che era destinata a Ventimiglia, ma che l'autista si rifiutava di recarcisi per il troppo pericolo. Interrogai il grossista di generi alimentari, ed ebbi la conferma che nessuno ha il coraggio di fare il tragitto Bordighera-Ventintiglia, e che in conseguenza il Podestà di quest'ultima ha dovuto organizzarsi con mezzi di fortuna e con uomini di coraggio per rifornire la città tanto provata. Non esitai un minuto, e con la mia "Topolino" in pochi secondi fui a Vallecrosia, dove potei constatare le terribili devastazioni dei bombardamenti aerei. Andavo lentamente, per ben vedere quando alcune cannonate mi fecero tornare alla realtà della situazione e riuscii ad attraversare la zona fra Vallecrosia e Ventimiglia immune. Sulla piazza del mercato mi fermai, e con grande sorpresa vidi un uomo che cacciava sui platani dei passeri. Tutte le strade deserte, e ovunque rivolgevo lo sguardo: case colpite, strade, marciapiedi, negozi, tutti un groviglio di rottami. Affrontai il cacciatore, presentandomi quale giornalista in cerca di impressioni... e di notizie. Il caso mi aveva fatto imbattere nel Segretario Politico, che riveste anche la carica di Commissario Prefettizio. Ero fortunato. Ci mettemmo in giro per la città, noncuranti del fragore del cannone che in quel momento batteva le vallate del Roia. La città vecchia, due mesi or sono disabitata, è attualmente rigurgitante di cittadini che, in seguito allo sfollamento delle frazioni di Latte, Grimaldi, Mortola, Sealza ed altri piccoli centri, vi si sono riversati adattandosi a sedi che in tempi normali non sarebbero state possibili neppure ai poverissimi! La promiscuità è impressionante. La città nuova è solo abitata nelle cantine da pochi uomini e donne che non vogliono lasciare abbandonato quanto ancora di sano hanno nei loro appartamenti. I quattro rifugi sono rigurgitanti di folla di tutte le classi sociali e di tutte le età. Il disagio è grave, perché Ventimiglia non ha più luce né acqua. Molti sono i casi di difterite e scabbia. Dopo la vista di tanta miseria e distruzione, il Commissario Prefettizio mi ha accompagnato nell'improvvisato Municipio. Qui ho trovato quello che non avrei mai immaginato! Le ingombre cantine del Palazzo di via Roma sono state sgomberate, sbiancate e destinate con diligenza a tutti gli uffici Municipali. Gli impiegati, che nella quasi totalità avevano abbandonato il lavoro, vi sono tornati all'unanimità, e siccome nel pianterreno funziona anche una buona mensa, tutti con entusiasmo (compresi i Postelegrafonici) si prodigano per tenere normale l'amministrazione. Fuggiti i grossisti, e chiusi quasi tutti i negozi, il Commissario Prefettizio ha trasformato la sala della Posta in magazzino, e tutti i generi alimentari, che pervengono attraverso difficoltà enormi e rischi non indifferenti, vengono accumulati e distribuiti per conto del Municipio. Quello che più ancora colpisce è la luce elettrica in tutti gli uffici e i ricoveri dove molti dormono. Con rapidità sono stati requisiti circa trenta accumulatori della ferrovia, fili e lampadine a basso voltaggio ed un coraggioso giovane con carro fa spola con Bordighera per ricaricare gli accumulatori. A Ventimiglia si vive isolati dal mondo. Niente radio, niente giornali. Vive solo "Radio rifugio", che moltiplica giornalmente le più impensate fandonie sugli avvenimenti. La posta alcune volte la settimana si fa attendere. Il mercato della frutta e verdura è scomparso e quella poca roba che arriva e che viene importata da piccoli coraggiosi imprenditori, costa dieci volte il prezzo di tutte le altre città d'Italia. Alla domanda di come la mensa provvedesse la verdura, mi viene risposto che spesso provvede "l'orto dello zio" e cioè gli orti abbandonati sono con zelo visitati dagli incaricati della mensa. In questa città chiusa è venuta a mancare la moneta di piccolo e grosso taglio. Il Commissario Prefettizio ha provveduto con molti assegni municipali valevoli in Ventimiglia. Cessato l'imboscamento e l'evasione si è normalizzato anche questo mezzo di scambio. Un piccolo gruppo di volenterosi si è messo a disposizione completando nuovi mezzi di trasporto e di scambi, per diminuire le gravi difficoltà annonarie. Mentre apprendevo quanto sopra, il cannone ha ripreso il suo lugubre ululato e tutti si rifugiavano nelle cantine. Nuovi lutti, nuove devastazioni. Vengo messo al corrente anche dell'attività del Fascio che, instancabile, pensa a tutto e a tutti, compresa una balda schiera di uomini della Brigata Nera. Ho tentato di avere notizie sulle operazioni di questo fronte, ma ho potuto sapere solo che il nemico, non potendo passare, si sfoga a distruggere la città. Guardo con fierezza d'italiano questo manipolo di uomini che serenamente affronta giornalmente, e per chissà quanto tempo ancora, tanti pericoli e disagi, e lascio Ventimiglia maggiormente convinto che le ottime minoranze salveranno la Patria».
Fine dell'articolo che, come ho detto, veniva scritto qualche tempo fa. Ho appreso un sacco di cose che papà, pure essendo impiegato in Municipio, non mi aveva dette. 
Apricale, 14 gennaio 1944 
Siamo tornati ieri da Imperia. Mercoledì 10, dopo aver camminato quattro ore e mezzo fra i monti e più di tre ore sulla neve (la collina che porta a Perinaldo e poi la discesa), siamo giunti a Bordighera alle 11.30. E' stata una gran fatica, però compensata dal gran paesaggio fiabesco: il leggero chiarore della luna rendeva tutto azzurrino sulla neve. 
Dopo esserci fermati a pranzo a Bordighera da Nuccia e Claudio, alle 14.30 abbiamo preso l'autobus che andava ad Imperia. Avevamo fatto pochi chilometri, che s'è vista la nave sul mare che faceva fuoco su Bordighera. Ad Ospedaletti c'è stata una sosta piuttosto lunga e poi, alle prime case di Sanremo, vedemmo la gente sulla strada che faceva segno verso il cielo, e tutti correvano. L'autobus si fermò, tutti scesero e otto cacciabombardieri furono sulle nostre teste. Eravamo più di quaranta persone in mezzo alla strada, che non sapevamo dove cercare scampo. Vedevo le bombe scendere dagli apparecchi, la contraerea che sparava da tutte le parti: un rumore d'inferno. Tutti urlavano come pazzi, perché gli aerei giravano proprio sopra di noi. Papà, infine, decise di attraversare di corsa la strada per andarci a rifugiare in una casetta poco distante. Siamo andati infatti lì, e la mamma aveva perso la parola per lo spavento. Infine, dopo aver gettato parecchie bombe, gli aerei se ne andarono. Papà andò a vedere i danni e disse che in via Vittorio avevano distrutto, fra gli altri, un palazzo di quattro piani, e che c'erano parecchi feriti. Ritornammo sull'autobus che riprese la corsa verso Imperia. Ahimè, dopo pochi minuti, riecco le persone che scappano a gambe levate. Siamo scesi tutti dall'autobus, mentre questo era ancora in moto, ed io, urtata nella schiena, per poco non mi sono rotta la testa nello scendere. I viaggiatori erano tutti in preda al panico. Fortunatamente, gli aerei sono passati senza gettare bombe. Eravamo proprio nel centro di Sanremo. Alle 17.30 eravamo ad Artallo, tra lo stupore di tutti che proprio non ci aspettavano. Ma noi non avevamo più loro notizie da tempo... Com'è cresciuto il cuginetto Pietro! 
Il sabato siamo ripartiti e siamo giunti a Bordighera proprio nel momento in cui avevano finito di cannoneggiare. Mio padrino per poco non ci lascia la pelle e una donna gli è morta a pochi metri di distanza. Ho visto Giorgione Romano, e mi ha fatto molto piacere. 
Quanta gente di Ventimiglia abbiamo incontrato. 
La notte abbiamo dormito a Bordighera e, per colmo di disgrazia, hanno cannoneggiato in continuazione dalla parte della Francia. Anch'io, sebbene mi reputi abbastanza coraggiosa, ho avuto paura a dormire in quell'albergo: forse perché era abbastanza allo scoperto, quindi più esposto ai tiri. Quando sentivo il colpo di partenza, mi rannicchiavo sotto le coperte, e mi dicevo: «Questa è per noi». Invece Iddio ci ha assistiti, e forse anche perché, nella marcia di andata, abbiamo trovato un ferro di cavallo nella neve, che abbiamo raccolto. Ieri mattina presto siamo ripartiti ed alle 13 siamo arrivati quassù, stanchi, impauriti, ma lieti che l'incubo delle bombe fosse finito. 
24 aprile 1945 
I soldati son partiti tutti. Ad Isolabona, prima di andare via, han fatto saltare i ponti e la strada. 
25 aprile 1945 
Sembra festa: dicono che i Francesi stanno avanzando. 
Questa notte sono scesi i Partigiani. Anche Isola e Baiardo sono già occupate da loro. Sul campanile hanno messo la bandiera bianca e le campane han suonato a distesa tutto il giorno. Sono comunque ancora passati bassi i caccia e dicono abbiano bombardato e mitragliato Bordighera. Forse avranno visto ancora qualche tedesco. 
E' sera. I Francesi sono a Ventimiglia, e dicono vi sono anche parecchi negri. Non ci credo ancora: ma allora, da noi la guerra è proprio finita? Grazie. Gesù! 
26 aprile 1945 
Ieri è stato Renzo da noi ed ha detto che davvero a Ventimiglia e paraggi vi sono i degollisti. Nel fiume Roia c'è l'apparecchio ricognitore che tante sere abbiamo sentito e che avevamo chiamato "Cicogna". Non si sa se atterrato volontariamente od in seguito ad un guasto al motore. Papà è andato con Rocco a vedere le nostre case alle Ville ed io e la mamma li abbiamo accompagnati sino ad Isolabona e poi ci siamo fermate a vedere i ponti che non ci sono più. Un gruppo di uomini, però, tra cui tre tedeschi presi prigionieri, si adoperano per rimetterli su il più presto possibile. Anche Isola è tutta imbandierata. Dicono che i tedeschi si sono arresi dappertutto. Allora, è proprio finita! 
Nuccia Rodi, Diario di guerra. Ville, 22 giugno - 26 ottobre 1944... in Renzo Villa e Danilo Gnech (a cura di), Ventimiglia 1940-1945: ricordi di guerra (con la collaborazione di Danilo Mariani e Franco Miseria), Comune, Studio fotografico Mariani, Dopolavoro ferroviario, Ventimiglia, 1995, pp. 113-116