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mercoledì 14 gennaio 2026

Partigiani imperiesi e partigiani di Mauri in Val Corsaglia a novembre 1944

Copia della lettera inviata il 6 novembre 1944 dal comandante della brigata autonoma "Val Corsaglia" a Nino Siccardi "Curto", comandante della Divisione Garibaldi "Felice Cascione".  Fonte: Gino Glorio, Op. cit. infra


Intanto giunse a Fontane, Frazione di Frabosa Soprana (CN), Val Corsaglia [n.d.r.: dove era confluita la maggior parte dei partigiani della I^ Zona Liguria - dove operava la Divisione Garibaldi "Felice Cascione" - per sfuggire al rastrellamento nemico di metà ottobre 1944, per l'appunto, durante il quale, tragedia nella tragedia, il 17 persero la vita i valorosi comandanti partigiani Libero Briganti (Giulio) e Silvio Bonfante (Cion)] l'ex sottotenente tedesco Otto Trostel, da tempo collaboratore dei garibaldini, che portò con sé le prove del tradimento di Giuseppe Della Valle (Prof), il quale da presidente del tribunale della Divisione "Felice Cascione" aveva provocato la morte di diversi giovani patrioti il 9 agosto 1944 a nord di Pieve di Teco, il 5 settembre a San Bernardo di Conio, il 19 settembre nel bosco di Rezzo, ancora il 17 ottobre ad Upega. Della Valle, riconosciuto colpevole dal tribunale militare partigiano, venne fucilato il 4 novembre 1944 a Fontane. Il 24 ottobre analoga sorte era già stata riservata alla moglie del "Prof", che aveva fatto da tramite tra il marito ed i nazisti.
Rocco Fava, La Resistenza nell’Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945) - Tomo I, Tesi di laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998-1999

Soppresso "Prof", formati i nuovi quadri, prendemmo contatti e accordi con le formazioni badogliane [n.d.r.: partigiani autonomi comandati da Enrico Martini "Mauri"] che avevano stabilito posti di blocco su tutte le carrozzabili che portavano nella nostra zona. Notammo subito una diversità di stile fra i nostri capi ed i loro. Forse anche i badogliani usavano pseudonimi, in tal caso però erano meno strani e coloriti dei nostri. Al nome nelle lettere e nelle presentazioni usavano premettere il grado: tenente, capitano, maggiore invece che l'incarico: commissario, comandante, vicecomandante. Immediatamente Mancen, Pantera, Giorgio [n.d.r.: Giorgio Olivero, da lì a breve comandante della nuova Divisione "Silvio Bonfante]  fecero uso dei gradi creati a Piaggia diventando maggiori e colonnelli. Qualche volta un sorriso ironico spuntava sulle labbra dei badogliani vedendo quei gradi, ai quali non corrispondeva qualche volta l'educazione e la cultura, precedere nomi di battaglia strani e grotteschi; pure i nostri, anche avvertendo la stonatura, sentivano di meritare quei gradi per il loro passato di lotte e di ardimento. La differenza tra noi e loro era ben più profonda. Il movimento garibaldino era giovanile e come tale rivoluzionario e selvaggio. Dei giovani aveva i pregi e i difetti: ne aveva l'entusiasmo, l'ardimento, la ferocia, il gusto dell'avventura e della sfida, ma anche la goffaggine e l'indisciplina. Il movimento badogliano era l'erede del Regio Esercito e come tale aveva tradizioni e pregiudizi. Gli ufficiali, gente d'esperienza, d'educazione e spesso d'età, davano al movimento un carattere militare, gerarchico, disciplinato. Evitavano accuratamente il termine «bande» che noi usavamo ancora comunemente, respingevano sdegnosamente l'accusa di ribelli, banditi, che a noi non spiaceva del tutto perché effettivamente ci sentivamo più dei fuorilegge che non i rappresentanti legittimi del Re e del Governo del Sud. Il problema principale trattato nei frequenti contatti fu quello dello scambio di partigiani: fu deciso che il passaggio di combattenti da una formazione all'altra doveva avvenire con l'approvazione dei rispettivi comandi. In mancanza di un consenso scritto o verbale il partigiano doveva esser considerato disertore e riconsegnato alla formazione d'origine. L'accordo era più a vantaggio nostro che loro poiché era più probabile che le formazioni badogliane diventassero centro d'attrattiva per i nostri elementi più stanchi ed originari della Val Padana che non viceversa. Qualche garibaldino si presentò al comando, chiese ed ottenne di passare alle formazioni vicine meglio armate ed equipaggiate. Prima del trasferimento il partigiano venne privato delle anni e dell'equipaggiamento. Qualche altro riuscì a passare di nascosto superando i nostri posti di blocco, alcuni di costoro vennero respinti dai badogliani, altri sparirono senza lasciare traccia, o arruolati malgrado l'accordo, o passati a formazioni più lontane o tornati a vita borghese. Furono però casi sporadici, i più ormai si erano affezionati ai compagni, all'ambiente, ai metodi. Un graduato badogliano, passò alle nostre formazioni. Pare fosse comunista e come tale incontrasse ostilità presso i compagni. Rimase col Garbagnati per qualche tempo, poi il Curto [Nino Siccardi, comandante della Divisione d'Assalto Garibaldi "Felice Cascione"] lo rimandò alle sue formazioni. Venne processato per diserzione e condannato, poi, fu detto, graziato. Qualche garibaldino chiese in quei giorni di abbandonare definitivamente le formazioni per tentare di tornare a casa. Ai primi venne concesso, ad alcuni veneti diedi anche un po' di denaro per il lungo viaggio (*), poi cambiammo idea ed affiggemmo un manifesto dichiarando disertori tutti i partigiani che avessero lasciato le bande: gli effettivi durante il periodo di Fontane non dovevano diminuire a nessun costo: il comando voleva evitare il disgregamento delle Brigate almeno fin quando non si fosse deciso se restare o cambiare zona. Il nuovo commissario della I Brigata Osvaldo [Osvaldo Contestabile] chiarì le direttive del comando in una riunione di commissari convocata poco dopo la sua nomina. Dopo aver premesso un breve commento alla situazione, dopo aver abbozzato con brevi ed efficaci parole le caratteristiche, i compiti dei commissari per i mesi invernali, entrò in argomento. Era necessario evitare a qualunque costo che gli uomini si sbandassero; se fossimo stati in Liguria avremmo potuto contare nella prossima primavera di riaverli con noi, in Piemonte invece sarebbero andati dispersi o attratti da altre formazioni. Nell'ipotesi di un ritorno in Liguria sarebbe stata probabile una modifica dell'attuale inquadramento, avremmo dovuto organizzarci in modo diverso, più elastico, più autonomo: il che, avrebbe dato alle bande più libertà, ma avrebbe anche accresciuto le responsabilità dei comandanti perché avremmo vissuto quasi a contatto col nemico. Maggiori sarebbero stati anche i compiti dei commissari perché il morale degli uomini, obbligati a vivere in continuo allarme, sarebbe stato affidato esclusivamente ai commissari di distaccamento non più coadiuvati strettamente dalla organizzazione e dai servizi dei comandi brigata. Athos, commissario del Garbagnati, chiese se ci fosse di vero nelle voci che affermavano esser intenzione del comando, una volta passati in Liguria, di sciogliere le formazioni garibaldine. Erano autorizzati a smentire? Era difficile dare una risposta decisa perché tale eventualità non poteva esser completamente scartata. Sapevamo che molti, non sperando più in una prossima fine della guerra, attendevano quasi un congedo ufficiale del comando che consentisse loro di tornare a casa onoratamente, consci che di più non si poteva fare. Escludere tale possibilità sarebbe stato togliere loro una speranza che aveva il suo peso morale e che poteva aiutarli a superare le presenti difficoltà. Sosteneva spesso più la speranza di una meta onesta vicina che la certezza di un successo lontano. Osvaldo rispose che si poteva smentire che il comando avesse attualmente intenzione di sciogliere le formazioni. Invitò a considerare il valore di quel "attualmente". Se le condizioni alimentari o militari lo avessero richiesto, avremmo potuto ridurre temporaneamente gli effettivi o sospendere la tattica di lotta ad oltranza. Respinta la proposta del commissario Gigi di inquadrare i partigiani nelle formazioni S.A.P., Osvaldo precisò che tutti avrebbero potuto sempre contare sui capi, sul comando che fino in fondo avrebbe sostenuto e guidato i partigiani che avessero voluto continuare la lotta. Anche per gli altri avremmo trovato una sistemazione onorevole che non li escludesse dal combattimento: era necessario che sui monti rimanesse accesa la fiaccola della libertà per potere in primavera far divampare il grande incendio dell'insurrezione. 
(*) Il viaggio non fu lungo: i tre veneziani Walther, Carlo e Antonio finirono nelle Langhe di Mauri poi tornarono verso Mondovì. Quando cercarono dl scendere in pianura, il 20 novembre 1944, vennero presi dai Cacciatori degli Appennini mentre passavano un ponte. Carlo e Antonio avevano ancora completa la divisa da S. Marco mentre a quella di Walther mancavano i pantaloni che aveva barattato in ottobre con quelli di Simon [n.d.r.: Carlo Farini, ispettore della I^ Zona Liguria]. Tutti e tre erano quindi facilmente individuabili. Essendo disarmati ed in divisa sostennero di esser stati catturati dai partigiani e di esser fuggiti per rientrare al reparto. Processati ad Altare nel marzo 1945 vennero assolti per insufficienza di prove ed assegnati ad una compagnia di disciplina fino alla Liberazione. Ebbi così la gioia di ritrovare dopo molti anni a Venezia Walther Zecchini e di sentire da lui la conclusione delle vicende del gruppetto veneziano iniziata a Molino Nuovo il 15 settembre [1944].
Gino Glorio (Magnesia), Alpi Marittime 1943-45. Diario di un partigiano - II parte, Nuova Editrice Genovese, 1980, pp. 22-26

mercoledì 1 maggio 2024

Massabò riferisce della situazione delle bande nella provincia di Imperia, bande che sarebbero in gran parte comuniste

Cesio (IM): uno scorcio. Foto: Davide Papalini su Wikipedia

Per ritorsione e per vendicare i compagni caduti, il 4 ottobre 1944 attaccammo il caposaldo nemico di Cesio.
Insieme ad alcuni altri il mio compito era quello di trasportare a spalle una mitragliatrice pesante con relative munizioni. Camminammo da Colle San Bartolomeo fin quasi al paese di Caravonica da dove era possibile battere il presidio nemico di guardia ad un ponte minato. Ma il nemico era ben protetto e il nostro attacco ebbe scarso successo.
Per continuare l'azione punitiva, alcuni garibaldini fecero saltare il ponte di Borgo di Ranzo, interrompendo i rifornimenti al nemico dislocato nella bassa valle.
Sandro Badellino, Mia memoria partigiana. Esperienze di vita e vicende di lotta per la libertà di un garibaldino imperiese (1944-1945), Edizioni Amadeo, Imperia, 1998,  p. 60

4 ottobre 1944
[...] Massabò riferisce della situazione delle bande nella provincia di Imperia, bande che sarebbero in gran parte comuniste. Egli ha cercato di distogliere una parte dei comunisti e di orientarli su altre vie. Folco sarebbe colà il rappresentante liberale. Massabò spera di ottenere l’adesione al PL del sindaco designato di Imperia Gandolfo. Anche egli, come Canepa, passa al liberalismo dalle file socialiste. Egli è tendenzialmente di sinistra con pregiudiziale internazionalistica.
20 ottobre 1944
[...] Viene portato il testo inaugurale di Giuseppe, riferisce sulla situazione nella provincia di Imperia, nella quale fra la generale indifferenza, dominano i rossi.
Virginia Minoletti Quarello, Interno 10. Pagine di cospirazione genovese in Rosa (Rossella) Pace, Noi, le altre. Le donne liberali nella Resistenza, Tesi di Dottorato, "Sapienza" Università di Roma, Anno Accademico 2018-2019

Il nemico intanto aveva ideato un piano per distruggere la V^ brigata a ponente e la I^ a levante, sul territorio della provincia imperiese. L'8 ottobre con ingenti forze attaccò la V^ a Pigna. Dopo alcuni giorni di resistenza estrema, quest'ultima dovette iniziare una ritirata per le montagne verso levante, attraversando Carmo Langan e altri passi, finché giunse a Viozene. Anche la I^, lasciando Piaggia, giungeva a Viozene la sera del 16, mentre i feriti, su ordine del Comando, venivano raggruppati nel paese di Upega poiché si pensava che la località rimanesse a ridosso del rastrellamento, e quindi protetta.
12 - La tragedia di Upega - Ritirata in Piemonte
Mentre le due brigate evitavano il passo delle Fascette a levante di Upega, per giungere a Viozene, attraversando il Lagaré per una via più agevole, noi del Comando, all'imbrunire del 16, ci inoltrammo, appunto, per il passo delle Fascette per giungere a Carnino.
Il passo delle Fascette era l'unico passaggio che congiungeva Upega a Viozene (nel dopoguerra fu costruita la strada carrozzabile). Era già problematico attraversarlo di giorno, ma noi lo attraversammo di notte e fu una impresa terribile. Sopra i precipizi vi erano delle corde alle quali chi attraversava il passo doveva tenersi con le mani, e bisognava mettere i piedi in nicchie scavate nella roccia per non scivolare. Questa attraversata non la dimenticherò mai più.
Giunti all'altro capo del passo, ci sentimmo stanchissimi, e cercammo di dormire. Nessuno di noi conosceva la strada per Carnino: ce l'insegnò poi la partigiana Anita Boeri ("Candacca"). All'alba del 17 ottobre ci preparammo per trasferirci a Carnino a congiungerci con altri partigiani. Facevamo delle corsette per scrollarci il freddo notturno che sentivamo nelle ossa, quando sentimmo delle raffiche di mitraglia provenienti dalla vallata di Upega. Immaginammo che i tedeschi avessero attaccato il paese, e, sapendo che colà erano rimasti i feriti con qualche altro partigiano, insieme a "Curto", a Libero Briganti...
Sandro Badellino, Op. cit., p. 61-62 

Alle 19 del 17 di ottobre, quella che sarà per noi la data più triste, legata al ricordo di Upega, mentre gli ultimi raggi del sole sfiorano le cime, la I^ e la V^ Brigata iniziano quella marcia che rimarrà ricordo inestinguibile nel cuore di tutti i garibaldini. Il distaccamento "G. Catter", che era al Colle dei Signori, ripiega; il distaccamento "Filippo Airaldi", che bloccava le Fascette, si sposta verso Carnino. La colonna si avvia lenta per la mulattiera, sostando frequentemente per attendere qualche squadra rimasta indietro, qualche mulo col carico non ben sistemato. La notte scende; nel cielo, ora sereno, le stelle si accendono una ad una, le montagne spiccano nere sullo sfondo azzurro cupo del cielo, lo scroscio della vene di Carnino rimbomba nella valle tenebrosa.
Il pensiero della sosta a Viozene solleva un po' lo spirito, per quanto alloggiare in tanti sia cosa impossibile. Ad un tratto la colonna si arresta, non è una delle solite soste, sulla strada c'è un'altra colonna che sale da Viozene: che sarà? E' la V Brigata che passa in Piemonte; nel buio della notte non si vede, non si capisce, la voce passa di bocca in bocca, non si va a Viozene, si prosegue.
Il motivo anche questa volta non è noto: in seguito si saprà che un forte concentramento nemico a Ponte di Nava fece supporre un attacco imminente. Lunga e faticosa è la salita fino alla cima. Di cenare non se ne parla; vi sono sessanta pagnotte, gli uomini sono tanti che non vengono nemmeno distribuite. "Scacciati senza tregua i ribelli vanno via": le parole della nostra canzone sull'aria di una canzone anarchica; Rezzo, Piaggia, Upega, Carnino, Viozene... i paesi della ritirata della I Brigata; più numerosi quelli della ritirata della V^.
Ogni tappa speravamo fosse l'ultima, ogni volta il destino più forte ci ha sospinto. Addio Liguria, teatro delle nostre lotte, delle nostre imprese, terra bagnata da tanto sangue, dove riposano i nostri morti. Addio Riviera, dove invano attendono i nostri cari, dove per lunghi mesi abbiamo sognato di scendere. Addio compagni, addio bande, addio IV Brigata che continui da sola la lotta nella nostra terra.
Eccole una ad una le nostre montagne sotto l'incerto chiarore delle stelle, ecco il Lagarè, lo Scravaglion, le Fascette, ricordi di ieri. Ecco il Saccarello, il Frontè, le montagne di Piaggia che spiccano da lungi con le cime nevose, ecco il Monte Grande e incerte, confuse, cime e cime, ricordi di un passato di lotta e di sangue. D'un colpo il nemico si libera di noi: tre giorni, e il paziente lavoro di mesi è distrutto; l'opera tenace di gregari, di capi, i collegamenti, che era la Divisione Garibaldi "F. Cascione", quello che il nostro orgoglio e la nostra speranza, tutto disperso: 650 eravamo a Piaggia nella I^ Brigata, ora appena 300 sono gli uomini di essa che salgono le pendici del Mongioie. Così per la V^. Gli altri sono in liguria, dispersi, affidati alla sorte, senza notizie dei compagni, senza che i compagni sappiano nulla di loro.
Durante la marcia si propaga la notizia della morte di “Cion” e di “Giulio”. Esclamazioni di furore rispondono al racconto del garibaldino superstite da Upega che ha confermato la notizia tanto temuta. La triste notizia si propaga lungo la numerosa fila di armati portando lo scoramento in quegli uomini che idolatravano i loro capi.
Gino Glorio "Magnesia", Alpi Marittime 1943-45. Diario di un partigiano - I parte, Genova, Nuova Editrice Genovese, 1979

Giunti in Val Corsaglia in seguito a rastrellamento eravamo considerati come ospiti dai badogliani e come tali non disponevamo di completa libertà di azione. Una missione offensiva su Villanova, eseguita dal Garbagnati, aveva dovuto attraversare la zona controllata dai badogliani e questi ci avevano pregato di non insistere in azioni che potevano provocare un rastrellamento. Al comando garibaldino seccava trattenere gli uomini che desiderassero ancora combattere. Oltre alla limitata autonomia, rimaneva da decidere il destino delle varie bande della I^ Brigata, circa un terzo, rimaste in Liguria verso la costa. Era bene ritirarle in Piemonte od era meglio tornare noi di là? Il problema era arduo. Quale era intanto la esatta situazione della zona che avevamo abbandonato?
Il S.I.M. si andava riorganizzando ma, per la lunghezza dei collegamenti, non poteva fornirci notizie esatte e precise. Impressione nostra era che i tedeschi intendessero ormai presidiare tutte il terreno tra le Statali 28 e 20 allestendo fortificazioni, organizzando una linea di difesa. Tutta la zona della V^ Brigata e metà del territorio della I^ sarebbe diventata retrovia del fronte con la conseguente impossibilità per noi di operarvi, almeno secondo i metodi fino ad allora seguiti. Rimanevano liberi i territori della IV^ Brigata e quelli tra la 28 ed il mare. Abituati da mesi ad operare in territori abbastanza vasti ed impervi, eravamo quasi tutti dubbiosi sulle possibilità di quella zona. Avevamo già adottato uno schieramento ad est della 28 dal 4 al 9 agosto, ma avevamo dovuto ritirarci subito.
Sarebbe stato troppo facile al nemico attaccarci per le numerose carrozzabili che attraversavano le vallate, mentre le possibilità di difesa manovrata o sganciamento erano minime per la ristrettezza della zona. Se non fossimo tornati in Liguria che avremmo potuto fare? Potevamo spostarci più a nord, nelle Langhe ed unirci alla Divisione Garibaldina.
Chiedemmo anche alla Divisione Bevilacqua, che operava sopra Savona, se avremmo potuto mandare qualche banda nel suo territorio.
Era però evidente che, passando in altra zona, avremmo avuto un clima più duro, un terreno sconosciuto e in più l'influenza di un altro comando.
Il Comando restò indeciso, per il momento saremmo rimasti in Val Corsaglia ad equipaggiare gli uomini, poi qualche fatto nuovo avrebbe potuto risolvere il problema per noi. Attraverso Ormea, che i tedeschi non presidiavano stabilmente, riuscimmo intanto a stabilire un contatto abbastanza frequente con le bande rimaste in Liguria inviando loro viveri e vestiario.
Quale era intanto il morale degli uomini? Come avrebbero accolto l'idea di un ritorno in Liguria? Era ancor viva la volontà di lotta? Era il problema che si ponevano molti del comando. In quale misura il destino della Cascione sarebbe dipeso ormai dalla nostra volontà?
Gino Glorio (Magnesia), Alpi Marittime 1943-45. Diario di un partigiano - II parte, Nuova Editrice Genovese, 1980, pp. 15-16

domenica 13 febbraio 2022

Attraverso Ormea, che i tedeschi non presidiavano stabilmente, riuscimmo intanto a stabilire un contatto abbastanza frequente con le bande rimaste in Liguria

Fontane, Frazione di Frabosa Soprana (CN): un momento della manifestazione in data 20 ottobre 2013 in ricordo dell'ospitalità data dal paese ai partigiani imperiesi nell'ottobre 1944

«Aldo» fece caricare sui muli venti quintali di grano a Pamparato; altra merce e vettovaglie erano state depositate in pianura per non subire la distruzione a causa di un previsto attacco nemico da val Casotto.
Un probabile trasporto di merci ad Ormea e Garessio con automezzi fu scartato per il transito di numerosi nemici verso Ceva.
Il mattino del 30 di novembre 1944 una colonna di muli carichi di pasta, farina e tabacco partiva per la Liguria.
Un sostanziale aiuto veniva dato anche dall'Ufficio Annonario di Imperia che forniva clandestinamente farina ai fornari Ramone, Tomatis e Semeria di Montegrazie, Guasco di Moltedo, Castino di Torrazza, Trucchi di Piani, Lupi di Caramagna, che panificavano per conto della IV brigata.
Dopo quattro giorni di trattative con l'annonaria di Savigliano e con i Comandi tedeschi di Nava, l'8 di dicembre il garibaldino «Enzo» riusciva a far giungere a Cosio due carri carichi di grano tirati da buoi, passando per Ormea-Ponti di Nava-Case di Nava. Da Cosio portato a Mendatica a dorso di mulo, il grano venne macinato e gradatamente prelevato dagli intendenti della IV e V brigata.
Diciotto quintali dello stesso carico erano già stati ritirati a Cantarana dalla I brigata insieme con un certo quantitativo di sale e di tabacco. Convinto che il grano servisse per il fabbisogno della popolazione di Mendatica, il Comando tedesco lo lasciò transitare preavvisando, però, che prima di quindici giorni non avrebbe concesso un secondo permesso, richiesto per il transito di un ulteriore carico di quaranta quintali.
Il trasporto dei viveri dal Piemonte fu un problema difficile da risolvere. Sovente situazioni impreviste e gravissime causarono il fallimento dell'impresa.
A titolo di cronaca, riportiamo la testimonianza della garibaldina Ada Pilastri (Sascia), protagonista di uno di questi viaggi [...]
Francesco Biga, Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), Vol. III. Da settembre a fine anno 1944, a cura dell'Amministrazione Provinciale di Imperia e con il patrocinio dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, Milanostampa Editore, Farigliano, 1977

Documentazione riguardante le funzioni di intendente partigiano di Gino Glorio (Magnesia ) - Fonte: Gino Glorio, Op. cit. infra

Un altro caso che dovetti risolvere fu quello della legna. I contadini avevano fatto la provvista per l'inverno ammucchiando le cataste di legna tagliata sotto tettoie, nei pagliai, all'aperto. Per i partigiani erano una tentazione e  presto piovvero le proteste al comando. Ci offrimmo di pagare, di comprare la legna con i primi fondi che il C.L.N. ci avrebbe mandato ma i contadini non  volevano soldi, rivolevano la loro legna: «Non facciamo i boscaioli di mestiere» ci dicevano, «qui nessuno ne vende, dovremmo o tagliarla di nuovo od andare lontano a comprarla. Ridateci la legna come l'avete trovata». Potevamo dar l'ordine ai partigiani di andare a far legna nei boschi, ma sarebbe stata legna bagnata e forse non saremmo stati ubbiditi. C'era una catasta di legna enorme presso Bossea. «Di chi è?» chiesi, « Del Genio Civile» mi disse Pantera. «Allora l'affare è risolto», dissi ai contadini: «Ecco qui una autorizzazione del Comando della I Brigata per prelevare legna dalla catasta presso Bossea rilasciata al Signor. ..., e qui mettiamo il vostro nome per un totale di kg. .... e mettiamo l'equivalente del buono che vi ha rilasciato la banda».  
I contadini partivano contenti. Più tardi mi dissero che la catasta non era del Genio ma di un privato. Non si fece vivo, peccato, gli avrei rilasciato un certificato di benemerenza per aver contribuito alla lotta di liberazione.
Un giorno venne un contadino con un buono speciale. «È un buono dello scorso agosto, firmato da Turbine». Lo esaminai, era vero, era un buono della Matteotti che era passata da Fontane dopo il rastrellamento del 10 agosto.
«Vede, è un caso particolare - spiegava il contadino - i partigiani hanno preso proprio il toro della mandria. Ho perso così una ventina di vitelli che avrebbero potuto nascere». « Già, ma noi non possiamo pagare venti vitelli che non  abbiamo avuto. Discussi mezz'ora, poi  pagai il toro a lire 40 al Kg., più che se fosse stato un vitello». «Possibile, Turbine, esser così bestie da mangiarsi l'unico toro della zona?» chiesi all'ex commissario della Matteotti qualche  tempo dopo. «Cosa vuoi farci, era la bestia che pareva più grassa e ci siamo accorti di quello che era dopo che era morto».
La vita dell'amministratore non mi dispiaceva e poteva dare dei vantaggi. Solo in caso di sbandamento sarebbe stata una responsabilità dovendo rispondere al comando di somme qualche volta ingenti. Ciò avrebbe comportata la necessità di ripresentarsi al più presto. Jacopo aveva lasciata la carica per motivi di salute; io supposi che alla prima occasione avesse intenzione di lasciarci e, da galantuomo, l'avrebbe fatto senza la cassa. D'altra parte non avrei avuto altre cariche da scegliere perché l'ufficio operazioni era stato sciolto.
In complesso in quei giorni i servizi non lavoravano molto. I più occupati erano i cuochi, gli intendenti, gli infermieri ed i dottori.
Il servizio sanitario era in mano a Caduceo, Serpente, Cobra ed Aspiride: provenivano tutti dalla S. Marco come il veterinario ed il dottore della V Brigata. Gli altri uffici vivacchiavano appena, attendevano la decisione se andare o restare, se tornare in Liguria o cambiare zona in Piemonte. Era chiaro a tutti che la sosta a Fontane era una soluzione transitoria.
Giunti in Val Corsaglia in seguito a rastrellamento eravamo considerati come ospiti dai Badogliani e come tali non disponevamo di completa libertà di azione. Una missione offensiva su Villanova, eseguita dal Garbagnati, aveva dovuto attraversare la zona controllata dai badogliani e questi ci avevano pregato di non insistere in azioni che potevano provocare un rastrellamento. Al comando garibaldino seccava trattenere gli uomini che desiderassero ancora combattere. Oltre alla limitata autonomia rimaneva da decidere il destino delle varie bande della I Brigata, circa un terzo, rimaste in Liguria verso la costa. Era bene ritirarle in Piemonte od era meglio tornare noi di là? Il problema era arduo. Quale era intanto la esatta situazione della zona che avevamo abbandonato?
[...] Chiedemmo anche alla Divisione Bevilacqua, che operava sopra Savona, se avremmo potuto mandare qualche banda nel suo territorio. Era però evidente che, passando in altra zona, avremmo avuto un clima più duro, un terreno sconosciuto ed in più l'influenza di un altro comando.
Il Comando restò indeciso. Per il momento saremmo rimasti in Val Corsaglia ad equipaggiare gli uomini, poi qualche fatto nuovo avrebbe potuto risolvere il problema per noi. Attraverso Ormea, che i tedeschi non presidiavano stabilmente, riuscimmo intanto a stabilire un contatto abbastanza frequente con le bande rimaste in Liguria inviando loro viveri e vestiario.
Gino Glorio (Magnesia), Alpi Marittime 1943-45. Diario di un partigiano - II parte, Nuova Editrice Genovese, 1980

25 ottobre 1944 - Sono le 11,30 e, sotto una pioggia dirotta, una colonna d'un centinaio di tedeschi parte per Triora. Hanno insieme tre muli ed un gruppo di ostaggi che avevano già accompagnato gli stessi tedeschi da Triora a Pornassio. Sembravano proprio soldati di un esercito sconfitto e in ritirata.
26 ottobre 1944 - Altri Tedeschi, giunti in mattinata, sono entrati nella sede della Croce Rossa [n.d.r.: di Pieve di Teco] dove hanno preteso medicinali per disinfezione e cotone idrofilo. Si sono anche impossessati di alcune bottiglie di liquore ivi esistenti senza verun riguardo al custode, mutilato di guerra. Anche questi son partiti alla volta di Triora.
27 ottobre 1944 - Giunge da Genova il genero di Giuvanolo Ferrari, soprannominato l'Orso, il quale racconta che lungo tutto la fascia costiera vi è un intenso movimento di tedeschi e con numerose salmerie e che ovunque vi è fervore di lavoro da parte dei tedeschi e borghesi; costruiscono speciali fortilizi e muraglioni in cemento - Scavano ovunque e, nella zona di Borghetto S. Spirito, proprio nelle rocce di sostegno della proprietà del senatore Borelli, con mine assordanti praticano degli antri all'interno. Non si può conoscere a cosa serviranno questi scavi.
28 ottobre 1944 - Alcune donne di Ponte di Nava mi assicurano che in Ormea non vi è più nessuno e che solo in Ponte di Nava vi è un presidio tedesco, ivi lasciato di guardia al ponte.
29 ottobre 1944 - Stamane un gruppo di Pievesi mi si è presentato pregandomi di assumere l'amministrazione del Comune. Dato il mio stato di deperimento li ho ringraziati, disimpegnandomi da un simile peso.
Nino Barli, Vicende di guerra partigiana. Diario 1943-1945, Valli Arroscia e Tanaro, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, tip. Dominici Imperia, 1994 

Fonte: Rete Parri

[ n.d.r.: anche "Il Combattente - giornale dei volontari della libertà - edizione piemontese - numero 17 del dicembre 1944 - dava notizia, nell'articolo di fondo, delle eroiche prove sostenute dalla Divisione partigiana "Cascione" in provincia di Imperia ]