mercoledì 12 ottobre 2022

I capi partigiani non si creavano né si improvvisavano

Degna, Frazione del comune di Casanova Lerrone (SV). Fonte: Wikimedia

Dopo il grande rastrellamento di fine gennaio [1945], sono emanate alcune disposizioni del Comando Zona [n.d.r.: comandante Nino Siccardi, Curto; ispettore, Carlo Farini, Simon; commissario politico Lorenzo Musso, Sumi] riguardanti l'orientamento da seguire nella lotta contro i nazifascisti.
[...] Quindi i Distaccamenti della Bonfante si mettono al lavoro per riorganizzarsi al più presto e passare, così, dalla difensiva all'azione. Lo spirito ed il morale degli uomini è abbastanza elevato. Le perdite subite sono state dure, ma tutti vogliono vendicare i loro compagni caduti. Bisogna battere duramente il nemico. Le formazioni devono dimostrare di non essere state distrutte, come era desiderio del nemico, ma sono sempre in piedi per infierirgli colpi mortali. Il freddo è meno crudele degli altri giorni. La neve si scioglie gradualmente.
Francesco Biga, (con la collaborazione di Osvaldo Contestabile), Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), Vol. IV: Dal Primo Gennaio 1945 alla Liberazione, Ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, 2005 

3 gennaio 1945 - Dal comando della Divisione "Silvio Bonfante" a tutti i reparti dipendenti - Comunicava che "la zona in cui si opera è di immediato retrofronte, per cui serve gente convinta, mettendo al bando ogni forma di disfattismo. Occorre reagire agli atti di vandalismo del nemico".
3 gennaio 1945 - Dal comando della Divisione "Silvio Bonfante" al comando della III^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Ettore Bacigalupo” - Direttiva: "Occorre provvedere, nei paesi in cui non vi sono garibaldini, ad inquadrare i giovani nelle squadre di riserva locali. Queste dovranno sorvegliare i passi durante la notte. Si ricorda che l'adesione ha carattere volontario. Il comando di tali squadre spetta al vice comandante di Brigata".
3 gennaio 1945 - Comunicazione interna alla Divisione Bonfante attinente il certificato di matrimonio di Giuseppe Garibaldi (Fra Diavolo) con Antonina Rabellino, celebrato [a dicembre 1944] alla presenza del vice commissario della III^ Brigata della Divisione "Silvio Bonfante", "Luciano" Luciano Calzolari, con la stesura della seguente postilla: "al termine della guerra si ratificherà tale certificato agli organi civili e religiosi".
3 gennaio 1945 - Da Curto [Nino Siccardi, comandante della I^ Zona Operativa Liguria] a Simon - Relazione sulla visita del comandante Curto alla Divisione Bonfante.
3 gennaio 1945 - Dal Comando Operativo della I^ Zona Liguria a Simon - Comunicava che "qualche elemento della Divisione Bonfante si è presentato ai tedeschi, guidandoli in qualche azione di rastrellamento".
3 gennaio 1945 - Dal comando della Divisione "Silvio Bonfante" al Comando Operativo della I^ Zona Liguria - Relazione sul rastrellamento effettuato ad Armo e a Pieve di Teco il 30 dicembre 1944, durante il quale era avvenuto l'arresto di Lionello Menini.
da documenti IsrecIm in Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell'Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e della Storia Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945) - Tomo II - Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998 - 1999

Nella frazione di Ubaghetta di Borghetto d'Arroscia ha sede la banda di "Fra diavolo", di circa 30 uomini.
A Ranzo e Borgo di Ranzo si trova la banda di certo Casanova di Leca d'Albenga, forte di un centinaio di individui.
Nella frazione Gavenola di Borghetto esiste altra banda, di circa 200 uomini, dei quali non è stato possibile conoscere il nome del comandante.
[...] Il 4 corrente nella zona di S. Bernardo di Pantasina un reparto germanico, guidato da elementi dell'U.P.I. della G.N.R., rastrellava numerose località, distruggendo molti ricoveri abbandonati precipitosamente dai banditi. Rinvenuti esplosivi, armi, vestiario e viveri. In Pianavia era scoperta e distrutta la sede della cosiddetta "Divisione d'assalto Silvio Bonfante".
Un fuori legge catturato e fucilato.
Notiziario della Guardia Nazionale Repubblicana del 18 gennaio 1945, p. 21,  Fondazione Luigi Micheletti 

Quanto alla capacità di Fra Diavolo [Giuseppe Garibaldi] di esser qualcosa di più che un capobanda la dimostrerà in marzo ed aprile [1945] creando con i partigiani che accorreranno sotto di lui la IV Brigata «Arnera Domenico». La cosa era particolarmente difficile operando in Val Tanaro a contatto con un comandante come Martinengo di indubbio prestigio.
In dicembre Fra Diavolo si era sposato di fronte al commissario di Brigata Calzolari, unica autorità legittima per noi in quel momento. Dopo qualche tempo arriverà al Comando la sua richiesta di celebrare il matrimonio anche col rito  religioso: «Devo mantenere la parola che ho dato a mia moglie il giorno che ci siamo sposati civilmente...». Fra Diavolo temeva che la sua richiesta venisse interpretata come rinuncia alla fede comunista che riaffermava profonda. Il Comando divisionale lo autorizzò senz'altro: «Tutto sta a trovare un prete che li sposi: dopo l'avventura del prete di Marmoreo che ha sposato il medico polacco e ha da mesi i tedeschi alle calcagna, gli altri ci penserano due volte».
Sarà il prete di Ubaghetta che unirà di fronte a Dio la vita del bandito Fra Diavolo a quella della sua compagna.
Mutati così i quadri della II^ e della III^ Brigata [della Divisione "Silvio Bonfante"] sarebbe stato forse desiderio di Giorgio [n.d.r.: Giorgio Olivero, comandante della Divisione "Silvio Bonfante"] epurare anche i comandi della I^, che nella crisi di gennaio erano stati solidali con gli altri. Mancen [n.d.r.: Massimo Gismondi, comandante della I^ Brigata "Silvano Belgrano"] però si era tenuto più indietro evitando di dare le dimissioni: occorreva quindi una vera e propria destituzione e, senza l'autorizzazione diretta del Comando zona, un gesto simile poteva aver gravi conseguenze perché il prestigio di Mancen e Federico [n.d.r.: Federico Sibilla, commissario della I^ Brigata], dopo il rastrellamento superato brillantemente, era molto forte nell'ambiente partigiano.
Nella crisi di gennaio ed ancor più nella ripresa dei mesi seguenti, si rivelò una deficienza nelle formazioni garibaldine: la mancanza di buoni capi. Chi c'era ancora dei vecchi capibanda della campagna estiva? Stalin [n.d.r.: Franco Bianchi, comandante del Distaccamento "Giovanni Garbagnati" della I^ Brigata , Basco [Giacomo Ardissone], Fernandel [Mario Gennari], Trucco e Fra Diavolo. E gli altri? Cion era caduto, Orano, Renzo Merlini [n.d.r.: Renzo Merlino], Ugo, Giulio, Socrate, Menini caduti, Pelassa, Nasone, King Kong [Secondo Bottero] passati ad altre formazioni. Marco era nel S.I.M., Ramon [Raymond Rosso], Pantera [n.d.r.: Luigi Massabò, vice comandante della Divisione "Silvio Bonfante"], Mancen, Turbine avevano lasciato le bande per incarichi di maggiore responsabilità. Nino Berio, Ettore ed altri che, per coraggio ed intelligenza avevano doti di comando, erano morti nei lunghi mesi di lotta.
I capi partigiani non si creavano né si improvvisavano. I migliori erano sui monti dal primo inverno o dalla primavera. Dal caos dei primi tempi erano emerse le personalità più spiccate, gli uomini avevano imposto ai comandi quelli che  tra loro erano i prescelti per il coraggio, l'ascendente, la fiducia che ispiravano. Il sistema elettivo della prima estate aveva selezionato i migliori, che nessuno meglio del combattente poteva conoscere e giudicare chi doveva guidarlo. Successivamente tra questi il Comando brigata aveva operato una seconda selezione in base ad altri criteri, ma quasi sempre non aveva potuto che confermare il giudizio dato dagli uomini.
Lo sbandamento di ottobre e dicembre aveva privato il movimento di altri elementi discreti: molti, infatti, che, più non ebbero la forza e la tenacia di affrontare i disagi dell'inverno, avevano dimostrato in estate innegabili doti di  coraggio e di sacrificio.
Altri furono scartati dai Comandi superiori per gli inconvenienti che poteva portare una personalità forte, ambiziosa, autonoma con forte ascendente sugli uomini; altri ancora ebbero posti di maggiore responsabilità ed incarichi di fiducia che però ostacolarono il contatto immediato con gli uomini, privò questi ultimi dell'esempio continuo e diretto.
Il promuovere i capibanda migliori ai Comandi superiori sarebbe stato utile se le Brigate avessero operato compatte in manovre a largo raggio di attacco o di sganciamento e se i capibanda, abituati ad operare bene con un pugno di uomini, fossero stati anche idonei all'altro compito.
In pratica però l'utilità fondamentale per la guerriglia era rimasta la banda ed anzi erano sempre state rare le operazioni di attacco che avessero impegnato più di una squadra. Anche quando molte bande erano state coinvolte in un rastrellamento, abbiamo visto come assai spesso, per la debolezza dei collegamenti ed altre circostanze, le bande fossero sfuggite al controllo dei Comandi superiori.
I Comandi di divisione e di Brigata si ridussero così quasi sempre ad aver funzioni amministrative e di organizzazione, sottraendo alle unità combattenti uomini veramente eccellenti.
Sottratti così alle bande molti dei migliori erano emerse le personalità minori, quelle che fino ad allora erano rimaste in ombra. La campagna invernale, con la sua parziale inattività, non permetteva agli uomini ed ai comandi di  giudicare le reali qualità di combattenti di molti nuovi capi. Vennero apprezzate più le doti organizzative, che realmente erano le più necessarie ed urgenti, a scapito delle capacità    combattive. Emerse più la tenacia che il coraggio.
C'era rimedio a tutto questo?  Forse...
Avremmo potuto ridurre al minimo i Comandi superiori, ingrossare le band e tornando ai distaccamenti di quaranta uomini, ripristinare ai vecchi incarichi quei capi che già nell'estate scorsa avevano guidato gli uomini con successo, affidare a molte figure di primo piano, come Federico e Gapon [Felice Scotto], una banda e non un incarico di commissario.
Con trecentocinquanta uomini potevamo formare otto bande ed un Comando superiore invece che undici distaccamenti, tre Comandi brigata e un Comando divisionale. Col nuovo inquadramento forse i buoni capi sarebbero bastati.
La tattica cospirativa rimase così in vigore e la vita delle bande riprese.
Appena finito il rastrellamento, prima ancora di riorganizzarci, volemmo dar prova ai civili della nostra presenza. La banda di Stalin si portò a Degna [n.d.r.: Frazione del comune di Casanova Lerrone (SV)] dove i giovani del paese si erano presentati al bando tedesco e quelli della banda locale avevano mancato agli impegni presi con noi. Il paese venne multato di un coniglio per ogni giovane presentato al nemico. Dopo un quarto d'ora il numero non era ancora completo, Stalin incendiò un fienile e concesse altri quindici minuti. La pena inflitta a Degna era troppo mite a mio giudizio, ma Stalin, malgrado l'aspetto e la fama feroce, era capace anche di indulgenza e ne darà la prova anche in futuro.
Gino Glorio (Magnesia), Alpi Marittime 1943-45. Diario di un partigiano - II parte, Nuova Editrice Genovese, 1980, pp. 190,191

Verso la metà di febbraio 1945 l'eccezionale ondata di freddo dei mesi precedenti si era in parte attenuata ed "il bel tempo favoriva, sia pure per pochi fortunati, le visite dei familiari venuti dalla costa, ai partigiani, facilitate dall'accentuata diminuzione di rastrellamenti nel nostro settore. Madri o mogli, qualsiasi tentativo comportava un notevole impegno di fatica, a cui era da aggiungere l'assoluta necessità di eludere la sorveglianza a cui erano sottoposti i congiunti dei ribelli o presunti tali da parte dei servizi repubblicani", come scrisse Renato Faggian (Gaston) ne I Giorni della Primavera. Dai campi di addestramento in Germania alle formazioni della Resistenza imperiese. Diario partigiano 1944-45, Dominici, Imperia, 1984.
Anche i territori presidiati dalla Divisione Bonfante godettero durante la parte centrale del mese di febbraio una relativa tranquillità; "i tedeschi sono ormai convinti della perdita della guerra. Non attaccano più anche la nostra zona. I rastrellamenti sono puntate vere e proprie" ricordava Luigi Pantera Massabò, già vicecomandante della VI^ Divisione "Silvio Bonfante" in Cronistoria militare della VI^ Divisione “Silvio Bonfante”, diario [inedito nel 1999] conservato presso l’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia.
Rocco Fava, Op. cit., Tomo I

Così ai primi di marzo si ponevano i primi interrogativi, i primi problemi della futura ripresa.
Il nemico, frattanto, cercava di mantenere l'iniziativa.
Gino Glorio, Op. cit.

1 marzo 1945 - Dal comando della Divisione "Silvio Bonfante" al comando della I^ Zona Operativa Liguria - Comunicava la composizione dei comandi delle Brigate dipendenti: I^ Brigata "Silvano Belgrano" comandante "Mancen" [Massimo Gismondi], vice comandante "Gordon" [Germano Belgrano], commissario "Federico" [Federico Sibilla], vice commissario "Loris" [Carlino Carli], capo di Stato Maggiore "Cis" [Giorgio Alpron]; II^ Brigata "Nino Berio" comandante "Gino" [Giovanni Fossati], vice comandante "Basco" [Giacomo Ardissone], commissario "Athos" [Pellegrino Caregnato], vice commissario "Franco" [Giovanni Trucco]; capo di Stato Maggiore "Vincenzo"; III^ Brigata "Ettore Bacigalupo" comandante "Fernandel" Mario Gennari; vice comandante "Leo" Leone Basso; commissario "Gapon" Felice Scotto; vice commissario "Megu" Ugo Rosso.   
da documento IsrecIm in Rocco Fava, Op. cit., Tomo II

martedì 4 ottobre 2022

A Fontane subimmo un piccolo attacco tedesco che ci sfiorò appena

Vessalico (IM). Fonte: Mapio.net

Per ritorsione e per vendicare i compagni caduti, il 4 ottobre 1944 attaccammo il caposaldo nemico di Cesio.
Insieme ad alcuni altri, il mio compito era quello di trasportare a spalle una mitragliatrice pesante con relative munizioni. Camminammo da Colle San Bartolomeo fin quasi al paese di Caravonica da dove era possibile battere il presidio nemico di guardia ad un ponte minato. Ma il nemico era ben protetto e il nostro attacco ebbe scarso successo.
Per continuare l'azione punitiva, alcuni garibaldini fecero saltare il ponte di Borgo di Ranzo, interrompendo i rifornimenti al nemico dislocato nella bassa valle.
Il giorno successivo, l'8, squadre d'assalto attaccavano il presidio nemico di Vessalico.
Dopo una precedente azione, una squadra al comando di "Cion" [Silvio Bonfante] investiva i tedeschi che cercavano di riattivare il ponte di Vessalico, anch'esso andato distrutto a causa di un'azione garibaldina. Lo scontro diventò accanito perché i tedeschi resistevano. Ad un certo punto parve che si dovessero arrendere, dato che da una finestra fecero sventolare una bandiera bianca. Allora "Cion" e Sandro Nuti ("Scrivan") uscirono un poco allo scoperto. Fu in quel momento che i due garibaldini vennero colpiti da diverse raffiche nemiche provenienti da un'altra finestra. Probabilmente non tutti i tedeschi erano d'accordo di arrendersi. Il primo ebbe una gamba squarciata, il secondo un gomito spappolato. Anche il garibaldino Calogero Madonia ("Carlo Siciliano") rimase gravemente ferito. l tedeschi persero una decina di uomini tra morti e feriti. Inoltre una mezza dozzina di loro, presi prigionieri, furono condotti al Comando in Piaggia, insieme ai nostri feriti. Sistemato nell'albergo Pastorelli, "Cion" rischiò la cancrena. Da Albenga giunse il famoso chirurgo, professor Abbo, per visitarlo. Dopo qualche giorno però, il pericolo della cancrena era passato.
Il nemico intanto aveva ideato un piano per distruggere la V^ Brigata a ponente e la I^ a levante, sul territorio della provincia imperiese. L'8 ottobre con ingenti forze attaccò la V^ a Pigna. Dopo alcuni giorni di resistenza estrema, quest'ultima dovette iniziare una ritirata per le montagne verso levante, attraversando Carmo Langan e altri passi, finché giunse a Viozene. Anche la I^, lasciando Piaggia, giungeva a Viozene la sera del 16, mentre i feriti, su ordine del Comando, venivano raggruppati nel paese di Upega poiché si pensava che la località rimanesse a ridosso del rastrellamento, e quindi protetta.
Mentre le due brigate evitavano il passo delle Fascette a levante di Upega, per giungere a Viozene, attraversando il Lagaré per una via più agevole, noi del Comando, all'imbrunire del 16, ci inoltrammo, appunto, per il passo delle Fascette per giungere a Carnino.
Il passo delle Fascette era l'unico passaggio che congiungeva Upega a Viozene (nel dopoguerra fu costruita la strada carrozzabile). Era già problematico attraversarlo di giorno, ma noi lo attraversammo di notte e fu una impresa terribile. Sopra i precipizi vi erano delle corde alle quali chi attraversava il passo doveva tenersi con le mani, e bisognava mettere i piedi in nicchie scavate nella roccia per non scivolare. Questa attraversata non la dimenticherò mai più. Giunti all'altro capo del passo, ci sentimmo stanchissimi, e cercammo di dormire. Nessuno di noi conosceva la strada per Carnino: ce l'insegnò poi la partigiana Anita Boeri ("Candacca"). All'alba del 17 ottobre ci preparammo per trasferirci a Carnino a congiungerci con altri partigiani. Facevamo delle corsette per scrollarci il freddo notturno che sentivamo nelle ossa, quando sentimmo delle raffiche di mitraglia provenienti dalla vallata di Upega. Immaginammo che i tedeschi avessero attaccato il paese, e, sapendo che colà erano rimasti i feriti con qualche altro partigiano, insieme a "Curto" [n.d.r.: Nino Siccardi, in quel periodo ancora comandante della II^ Divisione "Felice Cascione", da cui dipendevano le brigate qui citate, poco tempo dopo comandante della I^ Zona Operativa Liguria], a Libero Briganti ("Giulio"), commissario della divisione "Felice Cascione", e al medico De Marchi, fummo portati a pensare il peggio.
Non ci sbagliammo: dopo un'impari lotta i garibaldini al comando di "Curto" e di "Giulio" si sbandarono, e  fu in quel momento che Giulio fu colpito da una pallottola che gli attraversò il ventre. A Curto non rimase altra scelta che portare sulle spalle fuori tiro il compagno, fin sopra il passo delle Fascette. Quando lo depose a terra era quasi morente; all'imbrunire esalò l'ultimo respiro. Allora Curto cercò di passare oltre per raggiungere le due brigate a Viozene. A Upega caddero il dottor De Marchi e altri partigiani, tra cui Lorenzo Acquarone, Francesco Agnese e Francesco Gazzelli, in totale quasi una ventina. Il Cion, già rimasto ferito a Vessalico, mentre lo stavano trasportando sopra una barella verso un rifugio, quando vide i compagni che lo attorniavano falciati da una raffica, per non cadere vivo in mano al nemico si uccise con un colpo al cuore davanti alla madre e alla sorella che lo accompagnavano. Si salvarono Vittorio Rubicone ("Vittorio il Biondo"), Lazzaro Calcagno ("Mimmo") infermiere, Sandro Nuti [Scrivan/Scrivano], "Carlo Siciliano" [Calogero Madonia] e qualcun altro. Sei partigiani fatti prigionieri (Giovanni Giribaldi, Lorenzo Alberti, Domenico Moriano, Carlo Pagliari, Francesco Caselli e Michele Bentivoglio) dal nemico furono portati a Fontan Saorge e fucilati [n.d.r.: su questo ultimo tragico eccidio vedere a questo link].
Raggiunto Carnino, noi ci mettemmo nuovamente in marcia per raggiungere le due brigate che si erano spostate in Pian Rosso, a monte di Viozene.
Quando ivi giungemmo, cercammo qualche cosa da mangiare. Notammo una grande confusione. Tutti dicevano la loro: chi affermava che si doveva andare a Fontane [nd.r.: Frazione di Frabosa Soprana (CN)] in Piemonte, chi invece voleva andare nella valle di Albenga. Ma sul far della sera giunse l'ordine perentorio di mettersi in marcia verso il Mongioje, per raggiungere Fontane attraverso il passo del Bochin d'Azeo. Molti obiettavano che non si poteva attraversare il passo di notte con le armi pesanti per il fatto che vi era molta neve. Altri facevano presente che, se fossimo rimasti nei dintorni di Viozene, probabilmente il nemico ci avrebbe circondati e massacrati tutti. Informazioni in tal senso portavano a questa conclusione. Non avemmo altra scelta, piano piano, in salita, ci avviammo verso il passo a circa duemila metri di altezza, ed era già notte fonda. Cominciammo a pestare neve fresca che cresceva in altezza man mano che si saliva.
Quando giungemmo al passo trovammo la neve ghiacciata, e ancora più ghiacciata la trovammo quando incominciammo la discesa del versante opposto. Nel buio profondo bisognava stare attenti dove mettere i piedi per evitare scivoloni che  potevano rivelarsi mortali.
Fu una marcia tremenda anche per noi, inservienti del Comando, benché l'unico peso che avessimo fosse quello del fucile e di qualche caricatore. Ma fu cosa ancora più tremenda per coloro che avevano muli, armi pesanti (mortai e mitragliatrici), cassette di munizioni e simili.
Ad un certo momento per loro la situazione divenne impossibile per cui dovettero abbandonare tutto. Noi che stavamo in retroguardia per evitare qualche sorpresa, col cuore sofferente dovemmo subire il triste spettacolo, conseguenza della disastrosa ritirata delle due brigate, la I^ e la V^.
La partigiana "Candacca" fu più sfortunata di noi: finì in un laghetto, che non vide, dalla superficie ghiacciata. Tutta bagnata, tremava terribilmente per il freddo, mentre piangeva con disperazione, come una bambina. Per fortuna, però, si giunse in una baita diroccata che era nei pressi, dove potè spogliarsi e asciugarsi presso un fuoco che avevamo acceso bruciando grossi pezzi di legno.
Finalmente venne giorno e fu più facile portarsi in fondovalle, giungendo, dopo diverse ore a Fontane in val Corsaglia. Mangiammo qualche cosa che qualcuno aveva preparato e ci buttammo a dormire nei vicini fienili.
Dopo due giorni mandammo una dozzina di muli verso il Mongioje per recuperare gli armamenti e i materiali abbandonati durante la ritirata.
In quella notte (una sola per noi) compresi quanto avevano sofferto i  nostri soldati durante la ritirata di Russia.
A Fontane facemmo le solite cose, qualche attacco sulla strada Savona-Cuneo, subimmo un piccolo attacco tedesco che ci sfiorò appena. Iniziammo a mangiare in modo regolare (si trovava molta pasta, però mancava completamente il sale e, dati i tempi che correvano, non protestavamo). Dopo qualche giorno io e "Jacopo" ricevemmo l'ordine di recarci a Corsaglia, dove il nostro Comando aveva stabilito un incontro con il CLN di Mondovì.
Giungemmo puntuali all'appuntamento che era fissato per il pomeriggio presso un albergo del luogo, mentre tardarono quelli del CLN, che dovevano portarci del denaro.
Ligi al dovere, attendemmo ed intanto cenammo nell'albergo, seduti ad un tavolo pulito, serviti come signori, e di ciò ci meravigliammo molto, abituati come eravamo ad una vita randagia, carichi di fame, di sonno e di fatica.
Dovendo ancora attendere, ci accolse una camera riscaldata con lenzuola candide, coperte e cuscini; ci sentimmo dei grandi signori benché fossimo preoccupati di non avere sentinelle di guardia.
Finimmo per dormire comodamente e  profondamente.
Sandro Badellino, Mia memoria partigiana. Esperienze di vita e vicende di lotta per la libertà di un garibaldino imperiese (1944-1945), edizioni Amadeo, Imperia, 1998 
 
Trucco Carlo, "Girasole", nato ad Imperia il 22.12.1925
Di famiglia antifascista, è militante del P.C.I. clandestino dal marzo 1943.
Dopo il 25 Luglio partecipa a tutte le manifestazioni antifasciste che si svolgono a Oneglia.
Continua l'attività antifascista clandestina fino al marzo 1944 quando entra nel distaccamento partigiano "Inafferrabile" comandato da Giacomo Sibilla "Ivan", che opera intorno al Monte Grande.
Fra Luglio ed Ottobre 1944 partecipa all'organizzazione dell'ospedale partigiano di Valcona (Mendatica).
Durante il rastrellamento di Upega fa parte della squadra che porta in salvo l'Ispettore "Simon" (Carlo Farini), che giace in barella malato di broncopolmonite.
Vittorio Detassis

E' stato accertato che le bande di fuori legge, già dislocate sui monti verso il confine italo-francese, in seguito all'affluenza dei reparti germanici che si schierano sulla linea di frontiera, si sono ritirate in altre zone.
Continuano le azioni di piccoli gruppi di banditi, i quali compiono aggressioni e rapine.
La popolazione in generale è sempre favorevole ai banditi.
Notiziario della Guardia Nazionale Repubblicana [GNR] del giorno 22 ottobre 1944, p. 4,  Fondazione Luigi Micheletti   

Il movimento partigiano nelle località controllate è pressoché negativo, mentre nelle altre le manifestazioni criminose tendono ad elevarsi: parecchi i prelievi di persone - alcune rilasciate - non per i loro sentimenti fascisti o simpatizzanti o sospette di non condividere i sistemi instaurati di brigantaggio, molteplici i reati contro la proprietà, qualche delitto di sangue.
Reparti della G.N.R. di questo Capoluogo in collaborazione con la Polizia germanica e con il reparto speciale antiribelli di questa Questura hanno effettuato azioni di rastrellamento in alcune località della provincia con proficui risultati, alcuni ribelli sono stati catturati e passati per le armi, altri morti in combattimento, discreto il numero delle armi sequestrate.
Un sottufficiale, una guardia scelta ed una guardia di P.S., mentre svolgevano accertamenti di polizia giudiziaria in località periferica di questo Capoluogo, da elementi armati venivano prelevati e si sconosce la loro sorte.
Giovanni Sergiacomi, Questore di Imperia, Al capo della Polizia, Relazione mensile sulla situazione economica e politica della Provincia di Imperia (mese di ottobre 1944), Imperia, 1 novembre 1944

mercoledì 28 settembre 2022

Il 28 gennaio 1944 nuclei armati di renitenti ribelli occupavano il comune di Rezzo

Rezzo (IM): uno scorcio del centro storico. Fonte: Davide Papalini su Wikipedia

In relazione al telegramma Nr. 57351/441 si omettono per la seconda quindicina del dicembre u.s. le tre segnalazioni richieste, permanendo tuttora le condizioni di cui alle mie precedenti relazioni per la prima quindicina dello stesso mese, trasmesse con mio foglio del 18 dicembre u.s. pari numero.
Ermanno Durante, Questore di Imperia, Al capo della Polizia [n.d.r.: della Repubblica Sociale di Salò] - Roma, Imperia, 3 gennaio 1944  - XXII°. Documento <MI DGPS DAGR RSI 1943-45 busta n° 4> dell'Archivio Centrale dello Stato di Roma 
 
[...] Con sempre maggiore impulso viene combattuto il mercato nero e continuano le mie ispezioni personali ai mercati del Capoluogo e degli altri centri della Provincia.
Le recenti incursioni nemiche in questo Capoluogo ed in alcune località della Provincia, che hanno fatto vittime e danni, nonché i frequenti e ripetuti allarmi giornalieri, hanno provocato un certo sbandamento, aggravando il problema dei rifornimenti dei prodotti ortofrutticoli. A rimuovere tale inconveniente si sta procedendo con tutti i mezzi a disposizione.
Attiva sorveglianza viene esercitata sugli elementi avversi al Regime Repubblicano Fascista per seguirne gli ulteriori atteggiamenti e poter, all'occorrenza, tempestivamente intervenire per energicamente reprimere qualsiasi tentativo di turbamento dell'ordine.
Ermanno Durante, Questore di Imperia, Al capo della Polizia - Roma, Relazione settimale sulla situazione economica e politica della Provincia di Imperia, Imperia, 10 gennaio 1944 - XXII°. Documento <MI DGPS DAGR RSI 1943-45 busta n° 4> dell'Archivio Centrale dello Stato di Roma
 
Il 7 corrente in Cosio d'Arroscia elementi ribelli hanno asportato quattro fusti di carburante dall'abitazione di tale Gastaldi.
Il 9 corrente in Cosio d'Arroscia i carabinieri intervenuti per far cessare una festa da ballo che svolgeva in una abitazione privata sono stati respinti e minacciati da elementi partigiani che partecipavano alla festicciuola. Militari germanici accorsi in aiuto dei carabinieri hanno ucciso un borghese e ne hanno feriti due. Poi, hanno fermato il Commissario Prefettizio locale.
Notiziario della Guardia Nazionale Repubblicana del 20 gennaio 1944, pagine 9-10. Fonte: Fondazione Luigi Micheletti 
 

Nella settimana testè occorsa, e precisamente il 28 gennaio u.s. [n.d.r.: il giorno dopo l'uccisione dell'eroe partigiano Felice Cascione], nuclei armati di renitenti ribelli occupavano il comune di Rezzo di questa provincia, ove prelevarono un sottufficiale e 10 militi della G.N.R. (carabinieri), i quali si erano recati sul posto, da Pieve di Teco, per arrestare alcuni renitenti.
Mi recavo subito sul posto, con Funzionari, agenti ed elementi della G.N.R., nel limitrofo comune di Pieve di Teco, donde constatavo l'impossibilità di effettuare consuete operazioni di polizia. Si riusciva però ad ottenere il rilascio del sottufficiale e dei militari prelevati.
Pertanto, l'indomani, 29 gennaio, reparti germanici e della G.N.R., al comando di un ufficiale tedesco, procedevano a perquisizioni nelle abitazioni del comune di Rezzo e venivano arrestate sei persone, di cui tre renitenti, due perché trovati in possesso di armi ed uno quale ostaggio, siccome unico congiunto trovato in luogo del principale responsabile. Venivano inoltre incendiate sette abitazioni nelle quali erano state rinvenute armi.
L'ordine pubblico nel Comune di Rezzo ritornava subito normale.
Continuandosi nell'opera di pacificazione, svolta da me, ritornato nuovamente sul posto, a nome dell'Ecc. il Capo della Provincia, si otteneva la presentazione di 17 renitenti, che sono stati fatti accompagnare al Distretto Militare, nonché il ritiro di 90 fucili, 14 baionette, due pugnali, un fucile mitragliatore, con 8 caricatori, nonché cartucce varie ed alcune bombe a mano, tutto materiale di provenienza militare e spontaneamente versato alle autorità locali, dietro mie esortazioni.
La popolazione manifestava, infine, il suo sincero pentimento per le violenze commesse.
Tale episodio va quindi ridotto di proporzioni, per cui, più che di ribellione vera e propria, deve considerarsi come una ragazzata effettuata da giovani imberbi renitenti. 
Il 28 gennaio u.s. in Aurigo di Borgomaro di questa Provincia, circa 150 persone, in prevalenza, donne aggredirono con sassi e bastoni il comandante la stazione G.N.R. (carabinieri) di Borgomaro e tre dipendenti, mentre traducevano un renitente della classe 1925 poco prima arrestato. I militari per non essere soprafatti facevano uso delle armi, colpendo all'addome una donna, che successivamente decedeva. Un militare leggermente ferito ad una gamba da una bastonata. Il fermo del renitente veniva mantenuto. L'ordine pubblico ritornava subito normale.
Ermanno Durante, Questore di Imperia, Al capo della Polizia - Roma, Relazione settimale sulla situazione economica e politica della Provincia di Imperia, Imperia, 2 febbraio 1944. Documento <MI DGPS DAGR RSI 1943-45 busta n° 4> dell'Archivio Centrale dello Stato di Roma

I primi episodi di lotta [a Rezzo] si verificano nel novembre 1943, allorché i Carabinieri di Pieve di Teco, con la costituzione della Repubblica di Salò, invitano i renitenti alle varie leve a presentarsi alle armi del costituendo regime fascista. Questo invito si reitera per tutto il mese di gennaio del 1944. Nel frattempo i giovani di Rezzo, muniti delle armi di cui si sono impadroniti l'8 settembre, si sono organizzati in una banda per montare turni di vedetta a San Bernardo di Conio.
Alla fine di gennaio giungono a Rezzo una quindicina di carabinieri, guidati da un maresciallo per prendere provvedimenti seri contro i renitenti. Ma questi, stanchi delle angherie e forti dell'appoggio della popolazione, armi alla mano circondano una dozzina di carabinieri sulla piazza del paese, li legano e li portano nel bosco di Rezzo. Per farli rilasciare intervengono le autorità fasciste ed il prete della parrocchia. Ottenuto il rilascio dei carabinieri, i fascisti compiono una ritorsione bruciando alcune case e, radunata la popolazione, la portano incolonnata in cima al paese, in località "Pilastri". Sono momenti di terrore. Siamo al 30 gennaio: il contadino Costantino Donati tenta di fuggire, ma i fascisti sparano e lo uccidono in località Crocetta.
A febbraio 1944, dopo gli avvenimenti appena narrati, nel bosco si radunano una novantina di partigiani che si organizzano in tre Distaccamenti.
Francesco Biga in Francesco Biga e Ferruccio Iebole (a cura di Vittorio Detassis), Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria) - vol. V, Ed. Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia, 2016
 
Agostini Annibale: nato a Genova il 13 maggio 1911, agente in servizio presso la Squadra Antiribelli della Questura di Imperia
Interrogatorio del 10.10.1945: Fui trasferito ad Imperia nel 1940 e venni assegnato a prestare servizio presso l’ufficio di polizia di Ponte Unione di Mentone. Nel dicembre del 1943 venni inviato di rinforzo ad Imperia inizialmente nella Squadra Politica e poi siccome non mi ci trovavo bene, essendosi formata una squadra di pronto impiego, io passai a far parte di essa. Detta squadra, composta in un primo tempo di 10 elementi, venne poi aumentata a circa 30 e poi ancora a 60 uomini e cambiò la denominazione in Squadra Antiribelli. Con detta squadra presi parte all’azione svolta a Pieve di Teco allorquando i partigiani avevano assaltato la caserma dei carabinieri ed avevano prelevato il maresciallo comandante. In detta azione fu proceduto al fermo di alcune persone che vennero poi portate in questura ad Imperia.
Leonardo Sandri, Processo ai fascisti: una documentazione, Vol. 9 - Liguria: Imperia - Savona - La Spezia,  StreetLib, Milano, 2019
 
Al questore di Imperia e di Pavia Ermanno Durante, definito nelle carte giudiziarie un «fascista fervente», andò ancora meglio: imputato nell’ottobre '46 di omicidio, rastrellamento, repressione anti-partigiana, persecuzione politica, persecuzione razziale, delazione, furto, tortura e di un’altra altrettanto lunga serie di reati comuni, tra cui truffa, si vide condonare, grazie all’applicazione del D.P. 22 giugno '46, ben un terzo della pena, fissata inizialmente a venticinque anni di reclusione <163.
[...] Più simile al caso di Milano è, per certi aspetti, il caso dei due uffici di P.M. di La Spezia e Imperia, del distretto di Genova, per i quali si legge che «il lavoro ha proceduto a rilento» a causa «della esiguità del numero dei funzionari e delle difficoltà che si incontrano per il sollecito disbrigo delle istruttorie, rappresentate dalle grandi distanze», oltre che per «gravi incidenti» occorsi al presidente della Sezione di Imperia.
163 AS di Pavia, Fondo CAS Pavia, vol. 2, 133/46, 4 ottobre 1946
Laura Bordoni, La “giustizia in transizione” in Italia: l'esperienza delle Corti d'Assise Straordinarie lombarde (1945-'50), Tesi di Dottorato, Università degli Studi di Pavia, Anno accademico 2018-2019

martedì 20 settembre 2022

Ebrei deportati dai nazifascisti da Sanremo

Sanremo (IM): uno scorcio del Forte di Santa Tecla

Natalie Camerini, figlia di Giuseppe Camerini e Diana Norsa è nata in Italia a Trieste il 21 dicembre 1852. Arrestata a San Remo (Imperia). Deportata nel campo di sterminio di Auschwitz. Non è sopravvissuta alla Shoah.   
Raffaele Camerini, figlio di Giuseppe Camerini e Diana Norsa è nato in Italia a Trieste il 17 settembre 1863. Arrestato a San Remo (Imperia). Deportato nel campo di sterminio di Auschwitz. Non è sopravvissuto alla Shoah.
Donato Colombo figlio di Davide Colombo è nato in Italia a Trinità il 4 ottobre 1863. Coniugato con Emma Ottolenghi. Arrestato a San Remo (Imperia). Deportato nel campo di sterminio di Auschwitz. Non è sopravvissuto alla Shoah.
Benvenuta Perla De Benedetti, figlia di Leone De Benedetti e Giustina Artom è nata in Italia a Asti il 14 maggio 1873. Coniugata con Alessandro Levi. Arrestata a San Remo (Imperia). Deportata nel campo di sterminio di Auschwitz. Non è sopravvissuta alla Shoah.
Emma Foà, figlia di Leone Bonaventura Foà e Giulia Ferraresi è nata in Italia a Verona il 23 maggio 1874. Arrestata a San Remo (Imperia). Deportata nel campo di sterminio di Auschwitz. Non è sopravvissuta alla Shoah.
Sara Franco, figlia di Abramo Franco e Elvira Schnur è nata in Turchia a Istanbul il 23 luglio 1874. Arrestata a San Remo (Imperia). Deportata nel campo di sterminio di Auschwitz. Non è sopravvissuta alla Shoah.
Alessandro Levi, figlio di Donato Levi e Marianna De Benedetti è nato in Italia a Torino il 4 ottobre 1868. Coniugato con Benvenuta Perla De Benedetti. Arrestato a San Remo (Imperia). Deportato nel campo di sterminio di Auschwitz. Non è sopravvissuto alla Shoah.  
Edwin Lumbroso è nato in Egitto a Alessandria d'Egitto il 4 dicembre 1875. Coniugato con Irene Elena De Bonfils. Arrestato a San Remo (Imperia). Deportato nel campo di sterminio di Auschwitz. Non è sopravvissuto alla Shoah.
Brunilde Levy, figlia di Federico Levy e Gemma Pugliese è nata in Italia a Milano il 13 settembre 1929. Arrestata a San Remo (Imperia). Deportata nel campo di sterminio di Auschwitz. Non è sopravvissuta alla Shoah.
Federico Levy figlio di Alfredo Levy è nato il 21 aprile 1871. Coniugato con Gemma Pugliese. Arrestato a San Remo (Imperia). Deportato nel campo di sterminio di Auschwitz. Non è sopravvissuto alla Shoah.
Irma Neufeld figlia di Ferdinando Neufeld è nata in Austria a Vienna il 24 settembre 1909. Arrestata a San Remo (Imperia). Deportata nel campo di sterminio di Auschwitz. Non è sopravvissuta alla Shoah.
Anna Luciana Norzi, figlia di Guido Norzi e Amalia Segre è nata in Italia a Casale Monferrato il 27 aprile 1931. Arrestata a San Remo (Imperia). Deportata nel campo di sterminio di Auschwitz. Non è sopravvissuta alla Shoah.
Guido Norzi, figlio di Moise Norzi e Evelina Momigliano è nato in Italia a Vercelli il 5 settembre 1886. Coniugato con Amalia Segre. Arrestato a San Remo (Imperia). Deportato nel campo di sterminio di Auschwitz. Non è sopravvissuto alla Shoah.
Lodovico Orvieto, figlio di Sabatino Orvieto e Anna Calò è nato in Italia a Roma il 15 settembre 1882. Coniugato con Ines Pacifici. Arrestato a San Remo (Imperia). Deportato nel campo di sterminio di Auschwitz. Non è sopravvissuto alla Shoah.
Giulio Osimo, figlio di Raffaele Osimo e Debora Osimo è nato in Italia a Turro di Podenzano il 7 febbraio 1886. Arrestato a San Remo (Imperia). Deportato nel campo di sterminio di Auschwitz. Non è sopravvissuto alla Shoah.
Emma Ottolenghi, figlia di Maurizio Ottolenghi e Speranza Ottolenghi è nata in Italia a Acqui Terme l' 1 dicembre 1866. Coniugata con Donato Colombo. Arrestata a San Remo (Imperia). Deportata nel campo di sterminio di Auschwitz. Non è sopravvissuta alla Shoah.
Vittorio Ottolenghi, figlio di Gershon Ottolenghi e Rachele Pugliese è nato in Italia a Alessandria il 18 gennaio 1874. Arrestato a San Remo (Imperia). Deportato nel campo di sterminio di Auschwitz. Non è sopravvissuto alla Shoah.
Ines Pacifici è nata in Italia a Firenze il 30 aprile 1889. Coniugata con Lodovico Orvieto. Arrestata a San Remo (Imperia). Deportata nel campo di sterminio di Auschwitz. Non è sopravvissuta alla Shoah.
Gemma Pugliese, figlia di Giuseppe Pugliese e Giuseppina Treves è nata in Italia a Alessandria il 17 aprile 1881. Coniugata con Federico Levy. Arrestata a San Remo (Imperia). Deportata nel campo di sterminio di Auschwitz. Non è sopravvissuta alla Shoah.
Tullio Pescarolo, figlio di Giuseppe Pescarolo e Lucia Peirone è nato in Italia a Torino il 22 giugno 1919. Arrestato a San Remo (Imperia). Deportato nel campo di concentramento di Buchenwald. È sopravvissuto alla Shoah.
[ n.d.r.: i nomi - e relative sintetiche informazioni - che precedono sono stati desunti dal meritorio Archivio CDEC, che si consiglia di consultare per ulteriori approfondimenti. Si coglie l'occasione per sottolineare che il partigiano Renzo Orvieto (altresì, illustre artista pittore e scultore: a lui si deve, ad esempio, il monumento ai Partigiani Caduti di Sanremo) era figlio di Ines Pacifici e di Lodovico Orvieto, sopra citati ]

Emma Foà nasce a Verona il 23 maggio 1874 da una famiglia ebraica e nella città scaligera vive gran parte della sua esistenza. Emma è un’educatrice e per anni dirige una scuola dell’infanzia nel quartiere veronese di San Zeno, in quella che oggi è via San Bernardino, 10. La sua attività professionale si scontra però nel 1938 con le leggi razziali, che le impediscono, in quanto ebrea, di continuare a svolgere quella che per lei è, oltre che un lavoro, anche una missione.
Negli anni successivi Emma Foà si trasferisce sulla riviera ligure, a Sanremo (IM), ed è proprio nella ‘Città dei fiori’ che viene arrestata il giorno dell’Epifania del 1944. Tradotta al campo di Vallecrosia (IM) e poi in quello di Fossoli, è infine deportata ad Auschwitz. È assassinata nelle camere a gas al suo arrivo, il 10 aprile 1944, in quanto considerata, con i suoi 70 anni, troppo anziana per contribuire allo sforzo bellico nazista, tramite il suo lavoro in stato di schiavitù [...]
Redazione, Emma Foà, Da Verona ai lager

Vallecrosia (IM): stele in memoria dei prigionieri del campo fascista di transito

Il nome intero di questo campo [n.d.r.: di Vallecrosia] era "Campo di concentramento provinciale per ebrei", ma in realtà non era un campo di concentramento ma di smistamento, dove prigionieri politici e ebrei venivano separati secondo le leggi razziali. Fu costruito nel Dicembre del 1943 ed entrò in funzione il Febbraio del 1944, chiuso poi nell'Agosto dello stesso anno. Scoperto negli ultimi vent'anni, il suo ricordo era quasi del tutto scomparso dalle menti della città, per questo motivo è stato posto il cippo, per far ricordare alla gente che in quel luogo, dove fisicamente non c'è più nulla, c'era un campo. Questo campo era diviso in tre aree: tutte avevano quattro edifici; la prima era chiamata "Il campo" anche se il vero nome era "Zona Fassi", un edificio era occupato da una caserma per soldati, gli altri tre da stalle per i cavalli; la seconda area era una distilleria di lavanda diventata caserme per soldati; la terza era destinata a caserme, uffici dettaglio, uffici comando e a dei magazzini. Una vicenda interessante è quella delle sorelle Perera portate subito da Bordighera con la madre a Vallecrosia per essere poi smistate in campi diversi, Gabriella andò da sola nel campo di concentramento di Bergen-Belsen e l'altra sorella, Mirella, con la madre andò al campo di Ravensbruck. Durante il periodo di permanenza a Vallecrosia furono aiutate dalle compagne di scuola di Mirella.
Iscrizioni:
    IN QUESTO LUOGO SORSE NEL 1944
    VIOLENZA TRA LE VIOLENZE DELL’INGIUSTA GUERRA
    UN CAMPO DI RACCOLTA PER EBREI
    E PRIGIONIERI POLITICI
    In memoria di tutti i perseguitati
    l’Amministrazione Comunale
    pose il 27 gennaio 2012
Redazione, 207474 - Cippo in memoria del campo per ebrei di Vallecrosia (IM), Pietre della Memoria. Il segno della storia, 22 luglio 2022


In Corso Garibaldi, al centro di Sanremo, il 28 gennaio 2022 sono state collocate due pietre d'inciampo dedicate alla memoria di Anna Luciana Norzi e Guido Norzi.
[...] La famiglia Norzi era composta da tre membri: la madre morta per cause naturali, la figlia Anna Luciana Norzi morta il 11 novembre del 1943 e il padre Guido Norzi morto il 31 gennaio del 1944. Quando arrivarono a prendere Guido Norzi lui nascose la figlia dentro l'armadio di casa sua e chi venne a prenderlo non se ne accorse e portarono via solo lui, la governante vide questa bambina e andò a cercare da vicini o conoscenti della famiglia se potessero prenderla ma non la prese nessuno. Lei la prese e la portò alla polizia dove c'era suo papà.
Redazione, 209128 - Pietre d’inciampo in memoria di Anna Luciana Norzi e Guido Norzi - Sanremo, Pietre della Memoria. Il segno della storia, 22 luglio 2022


Nella zona dell'ex carcere di Santa Tecla in Pian di Nave il giorno 28 gennaio del 2022 sono state posate due delle sei pietre d'inciampo dedicate alla memoria di Ines Pacifici e Lodovico Orvieto.
[...] Ines Pacifici, nata nel 1889, il 26 novembre del 1943 fu portata a Milano per poi arrivare ad Auschwitz dove morì il 11 dicembre del 1943 insieme a suo marito, nato nel 1882. Sono stati catturati dai tedeschi a Sanremo nel 1943 ed inviati a Materassi. Nel dicembre furono trasferiti nelle carceri di Milano, dopo circa tre mesi furono inviati a Bolzano e successivamente deportati nel campo di concentramento. Insieme ad essi si trovavano anche il signore Osimodo di Sanremo e il dottor Neppi di Milano.
[...] Questa famiglia era composta di persone già avanti con gli anni, erano cittadini italiani ed erano inseriti nella vita sociale.
Il giorno del posizionamento della pietra d'inciampo erano presenti dei discendenti della loro famiglia che vivono fuori Sanremo.
Dopo le leggi razziali e le deportazioni che il comune di Sanremo ha vissuto non si è più riformata una comunità ebraica significativa nel territorio comunale.
Redazione, 209092 - Pietre d’inciampo ai coniugi Ines Pacifici e Lodovico Orvieto a Sanremo (IM), Pietre della Memoria. Il segno della storia, 22 luglio 2022

sabato 17 settembre 2022

Dove saranno andati a sganciare le loro bombe?

Ventimiglia (IM): uno scorcio del fiume Roia verso la foce




Ventimiglia e la seconda guerra europea. (Appunti Storici dei Fratelli Maristi in Italia - Libro in edizione)

[...]
(1944)
A Ventimiglia, lo scolasticato e il noviziato cercavano di tirare innanzi in qualche modo... L'insegnamento proseguiva, ma la tranquillità degli animi, così indispensabile, sia al profitto nello studio, sia a una vera formazione spirituale, si può dire che mancasse completamente. Non solo l'urlo improvviso della sirena, ma il minimo rombare lontano quasi impercettibile, di aerei o di altro, era avvertito immediatamente dai sistemi nervosi più scossi, che subito domandavano di lasciare l'aula per correre nei rifugi...
A Ventimiglia si cominciò ad essere inquietati eccessivamente dalla fine di maggio in poi. A ondate successive i Fratelli vedevano passare sulle loro teste le formazioni di bombardieri anglo-americani: un giorno oltre a 500, producenti un rombo impressionante e un traballio della casa da rendere inquieti anche gli animali.
Il 22 giugno [1944], bombardamento notturno molto impressionante, con illuminazione a giorno, mediante lancio di razzi di bengala, da Bevera fino al mare. Spavento grande, ma danni non rilevanti, per fortuna.
Il 29 [giugno 1944], festa di San Pietro, mentre il noviziato al completo era uscito per un po' di passeggio sul pendio dietro alla stazione, e stava osservando le rovine cagionate dalle incursioni precedenti, ecco comparire improvvisamente una formazione di bombardieri che cominciano a sganciare ordigni. Si pensi al panico della nostra gente! Nell'agitazione, si ripararono alla meglio o alla meno peggio. Appena cessato il finimondo, i superiori si diedero affannosamente a radunare le pecorelle: mancavano cinque postulanti. Si cercò di qua e di là in tutti i rifugi: nulla. Allora, avviati verso casa quelli sicuramente scampati, il gruppo dei cercatori cominciò ricerche più sistematiche, e man mano anche più sospettose, affannose... Ci fu chi andò perfino a vedere nelle buche scavate dalle bombe e tra i cumuli di macerie... pensando con raccapriccio di dover scorgere da un momento all'altro qualche lembo di veste o qualche braccio sporgente... Pensarono di trovarli rientrati in casa: nulla. Solo all’ora di cena, più di due ore dopo, li videro tornare tutti cinque, trafelati e stanchi: erano fuggiti, poverini, verso la cima del monte e avevano fatto il bel giro: Madonna delle Virtù, Madonna della Neve, Trucco, Bevera, casa. Così, grazie a Dio e alla Madonna Santissima, nessuna vittima neanche questa volta.
Aa.Vv., Pennellate storiche sulle Comunità mariste d’Italia e Destinazione annuale dei Fratelli, 1887-2003. Volume 3º, Provincia Marista Mediterránea, Guardamar del Segura - España, 2018
 
Salutandoci, il partigiano Iezzoni ci disse che l’indomani probabilmente sarebbero sbarcati gli alleati. Sarebbe stato, invece, il giorno della da noi famosa “notte dei bengala” del 21 giugno del 1944, quando tutti credevano e speravano nello sbarco degli alleati e invece ci fu solo un grande bombardamento. Otto giorni dopo “Argo” moriva in un’operazione a Baiardo (IM).
Fu il primo schiaffo che ricevetti dalla realtà della mia guerra di partigiano.
Renato "Plancia" Dorgia  in Giuseppe Mac Fiorucci, Gruppo Sbarchi Vallecrosia, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia <Comune di Vallecrosia (IM) - Provincia di Imperia - Associazione Culturale “Il Ponte” di Vallecrosia (IM)>, 2007

Da una spiaggia di Latte una vista sino a Punta Mortola e alla Frazione Mortola

21 giugno 1944
Anche stanotte, altri giovani sono andati a raggiungere i ribelli. Continuano i bombardamenti, sulla Riviera e ovunque. Torino ha subito la 35a incursione aerea, anche a Genova le rovine sono immense.
22 giugno 1944
Stanotte, alle due e un quarto, abbiamo avuto un brusco risveglio. L’allarme, seguito poi da un’infinità di apparecchi.
Come al solito, non avevamo idea di alzarci, ma il grande chiarore ci ha fatto andare a curiosare dalla finestra. Che spettacolo, il primo per noi! Che fuochi e poi certo anche spari! Non siamo stati ad indugiare prima di uscire di casa e metterci al sicuro. Se avessimo aspettato ancora un po’ saremmo stati tutti belle finiti. Tre bombe sono cadute sotto la casa di Lanfredi, delle quali due solo esplose. Povera nostra campagna, come è rimasta desolata, quanto danno abbiamo avuto! Però, possiamo dirci fortunati che non hanno avuto nessuna avaria le vasche e la tubazione. I danni della casa, neanche questi sono ingenti. Il danno più grosso è nella vigna perché anche le viti sono rovinate.
La durata dell’allarme è stata di 50 minuti, il bombardamento di 22 minuti, le bombe, lasciate cadere su Ventimiglia e dintorni, un’infinità. Cominciando dalla salita degli Scuri, Rivai, Marina, Piazza Vittorio Emanuele, Gallardi, Siestro, Via Chiappori, Via Roma, Sottoconvento, Via Cavour, Via Mazzini, la Mortola. Queste sono le zone che più delle altre presentano i segni della distruzione causata dalle bombe nemiche.
La città, ovunque, mostra mutilazioni dolorose. La cosa incredibile è che le uniche bombe sganciate nella nostra zona sono quelle cadute da noi. Il destino ha voluto che fossimo noi i colpiti.
I morti finora accertati sono 23 e una sessantina i feriti, numerosissime sono le persone senza tetto. L’attacco nemico si è esteso fino a Vallecrosia che è stata pure duramente provata dall’incursione. Il bombardamento ha provocato l’interruzione della via Aurelia, ha seriamente danneggiato l’acquedotto e il telefono, la luce è rimasta interrotta e anche la ferrovia: i treni arrivano solo fino a Bordighera.
Caterina Gaggero Viale, Diario di Guerra della Zona Intemelia 1943-45, Edizioni Alzani, Pinerolo, 1988
 
Dopo il Cinquantenario del primo bombardamento aereo su Ventimiglia - quello, ferocissimo perchè inaspettato, del 10 dicembre 1943 - e le sue gravi conseguenze in vittime e rovine, bisogna ricordare anche il primo bombardamento notturno, quello della notte dopo San Luigi: 21/22 giugno 1944.
Ecco come lo ho vissuto io.
Abitavo au Cuventu, in Vicolo Sant'Agostino, derré au furnu de Pipu, secondo e ultimo piano, ingresso all'alloggio dal ballatoio interno, con vista sui legnami della ditta Mordano; tre finestre sul vicolo.
Diciamo pure che, in quel semestre dicembre/giugno, i bombardieri alleati avevano colpito sempre di giorno ed esclusivamente Nervia e Gianchette, in sintesi le zone di ponti stradali e ferroviari, per cui noi abitanti del centro della Città bassa ci ritenevamo sicuri, fortunati, privilegiati. Come si diventa carogne quando c'è di mezzo la ghirba. Quando il terribile rombo delle "formazioni", si diceva così, dava l'annuncio che l'inferno si avvicinava, si scendeva da basso, più per rito che per paura, e sostavamo proprio nel forno sunnominato, chiacchierando con Pipu e i suoi lavoranti.
Di notte, quando suonava l'allarme e gli aerei passavano, ronfando, altissimi, per andare a bombardare a Nord, non ci si alzava nemmeno più. Finché...
Quella notte suonò l'allarme e il ronfo degli aerei non era più tale, ma era un ruggito, o meglio un susseguirsi di ruggiti: si capiva che stavano volteggiando sulle nostre teste.
Qualcuno urlò: "Scapé, gh'é i bengala!"
Si balza dal letto, ci si copre alla meglio, si scende a precipizio. Dal cielo nero pendevano a decine i razzi illuminanti. Dove ripararsi? Dove scappare? La galleria rifugio, scavata nella montagna dietro la ferrovia, dalle parti del puzzolente (allora; oggi non so) "tumbin", il sottopassaggio tra Corso Genova (già Corso Umberto I se ben ricordo) e Via San Secondo, era troppo lontano, data la situazione. E poi c'era pericolo che qualche bomba, diretta al piazzale della ferrovia (che proprio nel sottopassaggio si restringe e poteva perciò essere obiettivo privilegiato) non facesse troppa differenza tra ferro e carne umana. Si pensò dunque che obiettivi principali del bombardamento fossero la stazione e tutto il piazzale ferroviario, e si cercò allora di allontanarsi il più possibile, partendo in direzione perpendicolare. Vicolo Sant'Agostino, Via Carso, Via Fondega. Le prime bombe cominciavano a fischiare e scoppiare, arrivare sulla spiaggia non si riteneva conveniente, perchè si sarebbe stati visti come il sole, e non sapevamo se nelle intenzioni ci fosse anche il mitragliamento (si pensava ad uno sbarco, con un misto di terrore e di speranza).
Via Fondega allora era delimitata da muretti agricoli, alti quanto una persona o poco più, del tipo di cui c'è ancora qualche traccia (ahimé, assai frammentaria) in Via Asse, Vicolo Pescatori e Vicolo Arene (andiamo anche più in là, Via alla Spiaggia, Via Nervia, Vicolo del Pino).
Ci sdraiammo per lungo, faccia a terra e mani sulla testa, rasente al muro, con la speranza di non essere colpiti da schegge o detriti e con l'altra speranza, più grossa, che nessuna bomba scegliesse quel posto. Ad ogni salva di fischi e scoppi, ne scoppiava una di giaculatorie e invocazione per la salvezza delle nostre anime e, perchè no, anzi prima di tutto, dei corpi. I più "gettonati" da me furono Sant'Antonio e Santa Rita.
Finito l'uragano di ferro e fuoco, attendemmo le prime luci dell'alba - che arrivavano molto presto; eravamo al solstizio d'estate - per tornare a vedere la nostra casa. Beh, non aveva troppo sofferto. Poi ci preoccupammo delle notti a venire - perchè dentro casa, a Ventimiglia, non avevamo più dormito - e ci avviammo stanchi, assonnati, intontiti dal terrore e dal fracasso, a fare un sopralluogo alla galleria rifugio.
Lungo la strada si trovavano, ogni tanto, dei drappi bianchissimi, leggeri e morbidi, che avevamo timore a toccare perchè la propaganda "a coelo non prevalebunt" ci aveva messo in guardia da matite esplosive e oggetti strani in genere. Erano i paracadute, in nailon, dei bengala.
Nella galleria passammo poche notti. Era affollatissima. Chi aveva portato reti e materassi, chi brandine, chi poltrone, o semplicemente sedie. Oltre a coperte. Ma non poteva essere una soluzione, sia per l'affollamento, sia per l'enorme umidità che trasudava e gocciolava in quel buco.
Di lì, lo sfollamento prima a Olivetta e dopo qualche giorno a San Michele; dove la ferrovia avrebbe consentito, ancora per poco tempo, un comodo collegamento con Ventimiglia, sede di lavoro.
La galleria rifugio ritorna, di quando in quando, nei miei sogni.
Renato Pastorino, 21 - 22 giugno 1944. La notte dei bengala, "La Voce Intemelia", anno XLIX n.6 - giugno 1994, articolo qui ripreso da Cumpagnia d'i Ventemigliusi
 
Ventimiglia (IM): uno scorcio della zona Ville; al centro, forte San Paolo; in basso, la ex caserma Umberto I
 
Ville, 22 giugno 1944
E' la quinta volta che la mia cara città di Ventimiglia viene bombardata. Questa notte, alle due circa, la mamma è venuta a svegliarmi nella mia cameretta: c'erano gli apparecchi! Siamo subito usciti in campagna e...  oh  quale spettacolo! Sembrava pieno giorno e ciò era causato dai bengala.
Dal rumore, sordo e cupo, s'intuiva che gli aerei erano parecchi. Noi ci siamo rifugiati in un cunicolo e, appena dentro, abbiamo sentito il fischio dei proiettili: era la batteria contraerea di Grimaldi. E dopo è stato un susseguirsi di 23 giugno 1944
No, per fortuna la mia casa non è crollata, però è stata abbastanza danneggiata: il tetto non c'è più e i vetri sono rotti. Poi son caduti tutti i lampadari, si sono rotti alcuni ninnoli che erano sul mobilio della sala, e vari bicchieri e i piani del servizio. Ma davvero possiamo ringraziare Iddio! Le case che circondavano la nostra sono crollate, mentre la nostra è rimasta. Come mi dispiace che sia morto Ghiselli, l'impiegato del Municipio!
Abbiamo detto alle mie compagne di Ventimiglia che vengano ad abitare quassù con le loro famiglie e questa sera arriveranno. Ma sì, voglio essere allegra e fugare i tristi pensieri, perché verranno Assunta, Anna e Rosy, le mie più care amiche.
25 giugno 1944
E' domenica. Stamane sono andata a messa con le mie amiche. Al cinema a Latte non siamo scese, perché dicevano che prendevano delle persone in ostaggio, ed io sono rimasta tutto il giorno in casa ad aiutare la mamma.
[...]
29 giugno 1944
Ancora quest'oggi nel pomeriggio, verso le 17.20 sono venuti a bombardare Ventimiglia. Io ero in casa, quando ho sentito il rumore degli apparecchi. Ho chiamato la mamma e siamo uscite, quando una signora ha detto che ce n'erano 19, ed avevano la direzione di Ventimiglia.
Io, ho guardato in alto, e li ho visti, ma certo... dietro a quelli ce n'era un'altra formazione di 19. Dio mio! Erano bombe quelle cosine piccole. bianche che cadevano dagli apparecchi? Alla mia domanda ha risposto poco dopo il rumore sordo e cupo che provocano le bombe scoppiando. Io e la mamma ci siamo subito gettate a terra, gridando. E papà, che doveva arrivare da Sanremo col treno proprio a quell'ora?
Poi gli aerei se ne sono andati ed è tornata la calma. La mamma di Anna è svenuta due volte per la gran paura e tremava tutta come una foglia.
Circa mezz'ora dopo, Assunta ed io eravamo sul ponte che guardavamo i danni che avevano fatto a Ventimiglia. Meno male, il treno non è stato colpito.
Nuccia Rodi, Diario di guerra. Ville, 22 giugno - 26 ottobre 1944... in Aa.Vv., Ventimiglia 1940-1945: ricordi di guerra, Comune di Ventimiglia, 1995
 
Una lettera semplice da Ventimiglia (IM) a Imperia, affrancata [12 giugno 1944] con due valori della "Monumenti Distrutti" in corso da una settimana. Fonte: il postalista

Nel pomeriggio inoltrato del 29 u.s. formazioni aeree nemiche sorvolavano la città di Ventimiglia sganciando bombe sui ponti ferroviari del Roja e del Nervia, nonché sulla linea ferroviaria Ventimiglia-Piena, interrompendo le comunicazioni. Rimanevano colpiti i caseggiati lungo il tratto del ponte stradale, tra cui l'albergo "Commercio" ove erano alloggiati 20 agenti ausiliari di polizia. Rimanevano colpiti il ponte sul Nervia ed il tratto della linea ferroviaria lato Bordighera. Rimanevano interrotte le comunicazioni con la Francia, laddove quelle con Genova venivano riattivate poco dopo.
Nessuna vittima: solo pochi feriti.
Questore di Imperia, Al capo della Polizia - Maderno, Relazione settimanale sulla situazione economica e politica della Provincia di Imperia, Imperia, 3 luglio 1944. Documento <MI DGPS DAGR RSI 1943-45 busta n° 4> dell'Archivio Centrale dello Stato di Roma


Ventimiglia (IM): Istituto delle Suore di Santa Marta

16 luglio 1944
La solita domenica senza un diversivo e senza uno svago. Quanto vorrei poter andare al mare, a far gite in bicicletta, al giardino di Hanbury, ma... che sciocca che sono: non ricordo che l'erba voglio non esiste?
Non si sente parlare, invece, che di bombardamenti su tante città, di Tedeschi che danno fuoco alle case, di gente che muore... Che tristezza la vita!
17 luglio 1944
Stamane c'è stata una messa per il mio povero zio Salvatore. Caro zietto! Ho fatto la Comunione per te e ho pregato per te. Tu ora, lassù nel Cielo, stai certamente meglio di noi, e non vedi tante cose brutte e dolorose che questa guerra ci  porta. Tu che sei vicino a Dio, perché non lo preghi di farla cessare questa guerra?
24 luglio 1944
Quanti apparecchi sono passati stamane in direzione di Ventimiglia! Meno male che non l'hanno colpita. Dove saranno andati a sganciare le loro bombe?
25 luglio 1944
Alle 11, stamattina, la mia povera città è stata ancora una volta oggetto dell'incursione area nemica. Gli aerei erano molti, ma per fortuna non vi sono morti, né case crollate. Hanno colpito la ferrovia dal passaggio a livello alle Suore di S. Marta.
Nel pomeriggio sono nuovamente passati gli apparecchi, e la signora Rampone è quasi impazzita di paura. Ha cominciato a mettersi le mani nei capelli, a urlare come una forsennata ed a scappare di qua e di là, urlando: «mamma mia, mo' bombardano, e venitteme addosso, così non sento sto rumore...». Nessuno l'ascoltava, perché tutti scappavano per le fasce per conto proprio.
Io mi ero distesa ai piedi di un muretto poiché, sentendomi poco bene, non potevo correre, quando, ad un tratto, ho avuto l'impressione che tutte le forze della terra fossero gettate su di me con violenza. Quando ebbi la forza di voltare il capo, vidi la suddetta signora che si era gettata a capofitto sulla mia schiena e, tremando, mi squassava tutta. Col dolce peso che si ritrova! E non potevo mica muovermi, ché quella mi ficcava le unghie nella carne.
Ho ringraziato Iddio quando gli apparecchi se ne sono andati ed ho potuto rientrare in casa. Tutta massacrata, è vero, ma salva dal pericolo di rimanere schiacciata.
26 luglio 1944
Sant'Anna è la mia festa e quella della mia amica Rampone. Le ho regalalo un grazioso cestinetto di frutta e fiori. A me, Marisa ha regalato un cuscinetto rosa per gli spilli fatto da lei, e Rosy e Assunta della stoffa rosa per biancheria. Abbiamo invitato i nostri amici a gustare la torta, il budino ed a bere il vino bianco.
Poi Assunta, Anna, Rosy ed io, abbiamo deciso di scendere a Ventimiglia a prendere la "cassata". Infatti alle 16.30 siamo partite ma... a metà strada è suonato il preallarme, e si sono sentiti gli apparecchi. Noi, però, abbiamo continuato impavide a camminare con la speranza che gli aerei passassero senza bombardare. Infatti, se ne sono andati verso il mare, ed abbiamo sentito suonare nuovamente la sirena: ecco, il cessato allarme. Macché, è l'allarme, perché si sono sentiti 6 suoni. Che disdetta, però noi, senza paura, abbiamo deciso che dovevamo continuare il nostro cammino. E così siamo arrivate nel Borgo e ci siamo dovute fermare all'inizio della galleria. Sentivamo sempre suonare la sirena, ma erano le nostre orecchie che, maligne, ci tradivano.
Siamo andate da Manin, ma non aveva né cassate, né gelati. Andare nel centro della città, con l'allarme, non era prudente, così siamo rimaste lì in piedi ad aspettare, come quattro stupide.
Infine, alle 18.30, avvilite, a capo chino, gli occhi accesi di oscure vendette verso chissà chi, ce ne siamo tornate a casa.
29 luglio 1944
La notte scorsa, a mezzanotte precisa, due o tre cacciabombardieri hanno gettato alcune bombe su Ventimiglia, vicino al Miramare. Hanno gettato bengala dappertutto: sul mare, a Bevera, a Ventimiglia, e su un monte qui vicino. Noi ci siamo alzati, e siamo scappati per la campagna, col chiarore che c'era si vedevano bassissimi gli aerei che volavano sul nostro capo. Dio mio, che paura!
Ci siamo coricati in un canaletto, ma siamo subito andati in cantina, quando abbiamo visto il chiarore dei proiettili della batteria contraerea di Ventimiglia. Ci sono sei morti, fra cui una mia compagna delle scuole elementari, Maria  Bosio, morta col fratello, la  madre e il fidanzato. E' morta pure la Trillo.
30 luglio 1944
Hanno ancora bombardato Ventimiglia, la notte scorsa all'una e trenta. Hanno gettato i bengala e noi siamo scesi in cantina. E' stata colpita la città alta, ma fortunatamente non ci sono morti.
2 agosto 1944
Quest'oggi saranno passati più di 500 apparecchi. Sembra il finimondo: vanno, vengono, si incrociano, si abbassano...
Se non si pensasse che posono gettare bombe, sarebbe un bello spettacolo vedere tutti quegli aerei bianchi e neri che sorvolano in ogni direzione.
Ho visto scendere una bomba da un aereo, ma non precipitava velocemente, bensì girando su se stessa, e non si è sentito lo scoppio. Han detto che, quando scendono così, non scoppiano. A Ventimiglia è un continuo allarme. Anche in questo momento suona la sirena. Tra ieri e la notte scorsa, l'allarme ha suonato ben 19 volte.
3 agosto 1944
E' proprio vero quello che sto per scrivere? E' proprio vero che han bombardato quassù da noi, alle Ville? Eppure, ci sono i buchi delle bombe tutto attorno, ho sentito le esplosioni e si trovano frammenti di bombe dappertutto, e questo odore di bruciato che  è rimasto! Tutti parlano, raccontano della morte che hanno sfiorato, noi stessi siamo vivi per miracolo.
Erano le dieci e trenta, ed io ero a lezione di piano nel salone, con la suora. Abbiamo sentito il rumore degli aerei, ma abbiamo continuato a suonare, poi, siccome il rombo dei motori si avvicinava sempre di più, volevamo uscire a contarli, e la suora si era avviata ad aprire la porta della Cappella per uscire, come al solito, sullo spiazzo antistante. Non so come, ho avuto l'idea di dirle che si poteva passare anche dalle scale di sopra. Avviandoci sul pianerottolo, sentendo un rumore d'inferno, anziché salire, siamo scese a precipizio in cantina. Dal portone della cantina, guardavamo quei caccia che si abbassavano, e si alzavano proprio su di noi.
Tra quel baccano infernale, ne abbiamo sentito uno, nitido, di un aereo in picchiata: era tanto basso che sembrava dovesse toccare terra. La suora ed io ci siamo distese lì, vicino alla porta [...]
Nuccia Rodi, Op. cit.

sabato 10 settembre 2022

Un provvedimento casuale dell'amministratore della Divisione partigiana Bonfante

Ubaghetta, Frazione del Comune di Borghetto d'Arroscia (IM). Fonte: Comune di Borghetto d'Arroscia

Mi sarebbe forse stato facile sapere qualcosa di più chiedendo a Giorgio [n.d.r.: Giorgio Olivero, comandante della Divisione "Silvio Bonfante"] ed a Pantera [n.d.r.: Luigi Massabò vice comandante della Divisione "Silvio Bonfante"], con i quali ero a frequente contatto [n.d.r.: in quanto Gino Glorio Magnesia, di cui qui si riproduce una testimonianza, era amministratore della richiamata Divisione garibaldina]. Pure non lo feci. Non che mi mancasse l'interesse, ma la vita che conducevo da due mesi era tale che non potevo  più escludere la possibilità di essere catturato vivo dal nemico. Già a Fontane i membri del Comando erano stati disarmati dei fucili e delle altre armi che potevano garantire una difesa efficace per armare gli sbandati che tornavano. In tali condizioni, se fossi stato sorpreso durante le marce, con una piccola pistola non avrei potuto colpire efficacemente il nemico. Avrei dovuto arrendermi sperando che una circostanza propizia mi consentisse la fuga. Purtroppo ciò mi avrebbe esposto ad interrogatori accompagnati da sistemi persuasivi. Sentivo che in tali ipotesi la migliore garanzia di poter mantenere il silenzio era il non sapere. Ridussi pertanto nel periodo invernale il mio interesse a quanto  era indispensabile all'assolvimento dei miei compiti ed alla mia sicurezza.
Il giorno 5 marzo [1945], lasciato Gazzo [n.d.r.: Frazione del Comune di Borghetto d'Arroscia (IM)], tornando in Val Lerrone, ripasso da Ubaghetta [n.d.r.: Frazione del Comune di Borghetto d'Arroscia (IM)]. Sono digiuno dalla sera prima e devo trovare la famiglia che ospitava i partigiani dell'intendenza e che dovrebbe avere parte dei viveri. L'intendenza non c'è più perché nessuno ha sostituito i caduti ed i prigionieri di gennaio e i superstiti, consumati e distribuiti parte dei viveri, sono passati alle altre intendenze; pure avevo sentito dire che qualche partigiano ad Ubaghetta ci doveva essere. Li trovo: sono un gruppetto di feriti e malati che vivono come possono, dimenticati dai Comandi e dai compagni, senza cure né medicine, aiutando le famiglie del luogo, stendendo i cavi della luce che avrebbero portato l'energia elettrica da fondo valle fino ad Ubaghetta. I borghesi danno loro un po' di cibo in cambio del lavoro svolto, qualcosa dei viveri dell'intendenza è rimasto. Mangio con loro: castagne bollite; poco per dei convalescenti.
Ce n'è uno ferito alla spalla che ha perso in parte l'uso del braccio. «Quando è stato?» gli chiedo. «In febbraio, il giorno 11. Ero della banda di Libero. Durante l'ultimo rastrellamento di gennaio avevamo passato la «28» perché di qua era un inferno e ci eravamo fermati ad Aurigo. Vi eravamo rimasti anche in febbraio perché il posto era buono. Poi una spia deve aver parlato ed una notte son venuti i tedeschi. Se ci siamo salvati lo dobbiamo a Libero che non perse la testa. I tedeschi ci avevano circondato e sparavano come dannati. Noi eravamo appena svegli perché l'allarme era stato dato all'ultimo istante. Libero ci fece segno di seguirlo e si lanciò in una direzione. Noi siamo tutti dietro a lui sparando come diavoli e siamo passati. Uno dei nostri è caduto, mi hanno preso alla spalla, tutti gli altri si sono salvati ma anche dei tedeschi ne devono esser morti».
La banda di Libero era il distaccamento G. Maccanò. Non avevo saputo nulla fino ad allora dello scontro di Aurigo. Mi raccontano la loro vita: piantano pali della luce e poi mettono i fili: «Loro possono lavorare perché hanno solo dei reumatismi, io invece con questo braccio posso far poco».
«Avete mai visto nessuno del Comando? - chiedo loro - Non avete mai detto alle staffette che siete qui?». «Il Comando? Cosa vuoi che se ne faccia di noi. Quando saremo guariti torneremo in banda, per ora ci arrangiamo come possiamo. Tempo fa abbiamo visto Boris [n.d.r.: Gustavo Berio, vice commissario della Divisione Bonfante] che ci ha augurato di guarire presto». «Se il Comando non ha dottori né ospedali, ha però una amministrazione. Tenete quattromila lire, andate a Ranzo dove deve esserci il medico condotto, compratevi le  medicine che vi ordina e che potete trovare e dei viveri perché, con solo castagne, non vi rimetterete di certo. Se potete lavorare meglio, altrimenti è nostro dovere sussidiarvi come facciamo con gli altri feriti e con le famiglie dei partigiani caduti o bisognosi. Sarebbe compito dei Comandi brigata, ma, se non possono farlo, potrebbero almeno avvisarmi. Tenete nota di come spendete questi soldi, quando mi manderete il conto ve ne darò degli altri».
I quattro accettano il denaro commossi e felici. Il ferito, capito che ero del Comando, mi dà del «lei». «Eri della S. Marco?» gli chiedo. «Sì». «Si sente... Adesso che so dove siete vi verrò a trovare quando ripasserò da Ubaghetta».
Mi rimetto in cammino piano, senza fretta. Mi fermo ogni tanto nelle radure del bosco a prendere il sole primaverile, ad osservare il panorama, a raccogliere i manifestini che gli aerei alleati avevano lanciato a centinaia.
Il 6 marzo vado a Casanova Lerrone dove ci sono dei conti da pagare.
Gino Glorio (Magnesia), Alpi Marittime 1943-45. Diario di un partigiano - II parte, Nuova Editrice Genovese, 1980, pp. 190,191

 

5 marzo 1945 - Dal comando della Divisione "Silvio Bonfante", prot. n° 175, al comando della II^ Brigata "Nino Berio" - Ordinava di compiere azioni di disturbo lungo la strada Albenga-Garessio; di recuperare ogni possibile esplosivo; di controllare se c'erano riserve di munizioni per  St. Etienne , nascoste dal partigiano "Falco"; di stimolare i Distaccamenti ad inviare regolarmente relazioni.

5 marzo 1945 - Dalla Sezione SIM della Divisione "Silvio Bonfante", prot. n° 1/79, al comando della Divisione - Segnalava che un informatore di Ormea (CN) aveva comunicato che la stazione radiotrasmittente, con un effettivo di 8 soldati tedeschi, era stata riattivata; che lungo la strada 28 i tedeschi stavano costruendo posti di sbarramento tra Cantarana ed Ormea; che un capitano tedesco aveva detto che i nazisti se ne sarebbero andati dai paesi occupati solo a guerra finita; che a Vegliasco vi erano 34 tedeschi; che ad Acquetico erano arrivati 200 tedeschi; che a Pieve di Teco con l'aggiunta di nuove 200 unità i tedeschi ammontavano a 500.

5 marzo 1945 - Dal capo di Stato Maggiore della Divisione "Silvio Bonfante" al comando della Divisione - Informava che i tedeschi, guidati da "Carletto", avevano eseguito una puntata su Nasino per sorprendere il Distaccamento "Giannino Bortolotti" della II^ Brigata "Nino Berio", ma senza causare perdite tra i partigiani; che tedeschi provenienti da Nava avevano fatto prigionieri due uomini dell'intendenza garibaldina; che "Turbine" [Alfredo Coppola], fuggito nell'occasione citata, abbandonando uomini e materiale, era stato arrestato, poiché non aveva fornito plausibili giustificazioni.

6 marzo 1945 - Dal capo di Stato Maggiore ["Ramon", Raymond Rosso] della Divisione "Silvio Bonfante", prot. n° 2, al comando della II^ Brigata "Nino Berio" - Rammentava che a partire dal 9 marzo tutti i Distaccamenti della Brigata dovevano essere pronti ad agire al segnale convenuto: il Distaccamento "Filippo Airaldi" avrebbe sorvegliato Passo San Giacomo e Passo Saline; il Distaccamento "Igino Rainis" Passo Cosimo e la strada per Alto; il Distaccamento "Giuseppe Catter" il Passo San Bartolomeo; il Distaccamento "Giannino Bortolotti" la via d'accesso da Albenga e Cerisola alla vallata di Nasino (SV).

6 marzo 1945 - Dal capo di Stato Maggiore ["Ramon", Raymond Rosso] della Divisione "Silvio Bonfante", prot. n° 5, al comando della Divisione "Silvio Bonfante" - Comunicava che con un'ispezione alla II^ Brigata aveva riscontrato in quei garibaldini un morale alto, ma anche che portavano un vestiario malridotto; che era meglio "allontanare in modo garbato" dal Distaccamento ["Igino Rainis" della II^ Brigata "Nino Berio"] di "Basco" [Giacomo Ardissone] il commissario "Turbine" [Alfredo Coppola], in quanto "elemento che non fa altro che lamentarsi del C.D.[comando di Divisione]"; che "Basco" era un buon comandante; che nella zona di Albenga non erano presenti molti nemici; che il Centa, invece, risultava minato in molti tratti; che i cannoni nemici a Coasco era salito di numero sino a 12; che si chiedeva perché non fosse stata ancora bombardata Pieve di Teco, dove si trovavano 500 tedeschi.

6 marzo 1945 - Dal comando [comandante "Domatore" Domenico Trincheri] della III^ Brigata "Ettore Bacigalupo", prot. n° 4, al comando della Divisione "Silvio Bonfante" - Segnalava che alcuni reparti tedeschi, accompagnati da alcuni delatori, tra cui "Carletto"ed il "Boia", erano arrivati da Albenga e da Ponti di Nava in Val Pennavaira, dove si erano "limitati a rastrellare il fondo valle senza avventurarsi nelle campagne"; che a Nasino 200 soldati nemici avevano bruciato diverse case ed operato alcuni arresti, tra i quali anche quello del commissario prefettizio Ballerin; che nell'operazione su Nasino una donna era stata uccisa mentre tentava la fuga; che "Pastorino" era stato arrestato dalla gendarmeria tedesca. Si chiedeva, infine, essendo critica la situazione finanziaria, di inviare del denaro.

6 marzo 1945 - Dal comando del Distaccamento "Silvio Torcello" della III^ Brigata d'Assalto Garibaldi della I^ Divisione "Gin Bevilacqua" [II^ Zona Operativa Liguria] al comando della Divisione "Silvio Bonfante" - Segnalava che, con la cattura del nucleo repubblichino SIDA, operato dallo scrivente Distaccamento, si era appurato che 14 persone, di cui si indicavano, altresì, le generalità, erano sotto stretta sorveglianza delle Bande Nere e che come agenti delle Brigate Nere, ufficio SIDA, risultavano tali L. Brinis, "Pippo", "Scippa" e "Giacomo", tutti abitanti ad Albenga o zone limitrofe.

da documenti IsrecIm in Rocco Fava di Sanremo (IM), “La Resistenza nell’Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e della Storia Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945)” - Tomo II - Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998 - 1999