sabato 26 dicembre 2020

Non è possibile che i partigiani mi uccidano!

llustrazione di Marisa Contestabile in O. Contestabile, Op. cit. infra

Al ritorno in Val Tanaro, a notte inoltrata, apprendemmo della morte di Rustida. Mia moglie mi disse: «Lui lo sapeva, lo sentiva; pochi giorni or sono me lo aveva detto». Non potevamo fare altro che intensificare la lotta per onorare la sua morte [...] giorni dopo, sul finire di marzo [1945], mi trovavo ad Alto con alcuni garibaldini. Mi informarono che il Vice Commissario di Divisione voleva incontrami: si trovava in una casa sopra il lavatoio che fungeva da recapito e da riparo ai partigiani di passaggio. Mi recai sul posto e il Commissario mi informò che c'era da fare il processo a due brigate nere che, in abiti civili, si erano recati nei dintorni di Ortovero armati di pistole e bombe a mano, cercando l'abitazione della zia di un partigiano per arrestarla e condurla ad Albenga. Uno dei due era già stato partigiano, facendo poi la spia per i fascisti. Con quello che sapeva arrecò notevole danno alle formazioni partigiane e a quanti collaboravano con le stesse. Il secondo era un ragazzo di circa 16 anni, di Milano. Come sua attenuante raccontava una strana storia: diceva che era stato catturato dalle brigate nere e messo in prigione nella caserma di Albenga e lì detenuto per un lungo periodo. Gli avevano proposto di accompagnare un camerata in una missione, per la quale non avrebbe corso nessun rischio e non avrebbe recato danno a chicchessia. Il tribunale, dopo aver interrogato tutti e due gli imputati e ponderato attentamente quanto questi avevano dichiarato, emise la sua sentenza all'unanimità: condanna a morte. L'ex partigiano e la brigata nera, nell'apprendere la loro condanna a morte, chiesero di potersi confessare: cosa che gli venne accordata. Mentre stavo incaricando un garibaldino di andare a chiamare il vecchio prete del paese, il Vice Commissario mi disse: «Mi faccio imprestare l'abito talare dal prete e, anzichè confessarlo lui, lo confesso io». Mi opposi allo stratagemma e mandai invece a chiamare il parroco, il quale arrivò molto rapidamente e si appartò nell'altro locale del piccolo appartamento col prigioniero. Dopo un periodo di tempo che mi sembrò troppo lungo, bussai alla porta e entrai; il prete era solo! Gli chiesi notizie del prigioniero e mi rispose: «Aveva urgente necessità di recarsi al gabinetto ed è lì che si trova». Mi ricordai allora che una finestrella di questo dava sulla strada: con una spallata aprii la porta del gabinetto. La grata della finestrella era stata strappata e il prigioniero, di esile corporatura, era riuscito a dileguarsi. Assieme ai garibaldini che avevano catturato i due brigatisti, andai alla ricerca del fuggiasco. Eravamo coadiuvati dalla gente del paese, che ben sapeva cosa sarebbe successo se il prigioniero fosse riuscito a dileguarsi.
Qualcuno di loro mi disse: «Hai voluto dargli il prete ma, se riesce a sfuggire, a quelli di noi che riuscirà a catturare stai pur certo che il prete non glielo chiamerà». Non potei rispondergli altro che «Hai ragione, ma vedrai che lo prendiamo». Dopo un po' lo scorgemmo dalla parte del ponte della mulattiera che porta al passo di S. Giacomo, e con alcune raffiche lo fermammo per sempre. Solo allora pensai che nessuno era rimasto a far la guardia all'altro prigioniero! Mi precipitai in paese e, quando lo ritrovai con la testa sul tavolo che piangeva, ma senza nessuno a fargli la guardia, non potei fare a meno di dirgli: «Sei proprio uno stupido, perché non sei scappato?» e lui mi rispose:« Vi ho detto la verità; non è possibile che i partigiani mi uccidano!», replicai:«Tu sei già morto». Arrivarono i partigiani che lo avevano catturato (non erano del mio reparto) e gli diedero una zappa e un badile che si erano fatti imprestare da un contadino e lo condussero dove si trovava il cadavere dell'altro prigioniero che aveva cercato di fuggire dicendogli: «Adesso devi scavare la fossa per te e per il tuo compagno, poi lo andrai a raggiungere». Il poveraccio iniziò la sua opera; si vedeva benissimo che non aveva mai adoperato quegli attrezzi. I garibaldini che erano con me erano tutti lombardi e mi dicevano:«Non puoi permettere questo, devi intervenire!» Ma come potevo farlo? Era triste quanto stava succedendo; ma avevo fatto parte anch'io del Tribunale che aveva condannato a morte i due: avevamo delle leggi che nessuno mai aveva scritto, ma alle quali tutti dovevano il massimo rispetto. Tutt'al più potevo risparmiargli la fatica di scavarsi la fossa; ma allora sarebbe morto prima.
Speravo che accadesse qualcosa, non sapevo neanch'io che cosa.
Senza saperlo, forse credevo ai miracoli.
Mentre pensavo a tutte queste cose, seguivo con lo sguardo uno dei garibaldini che avevano catturato i due: stava tagliando con un coltello un virgulto di castagno e poi lo puliva per bene. Finito di preparare la sferza, si avvicinò al disgraziato che cercava di scavare la sua fossa, e con quella lo colpì dicendogli: «Sbrigati, perchè non possiamo stare tutto il giorno ad aspettare che tu abbia finito! Mi avvicinai, gli tolsi a forza la sferza dalle mani e urlai: «Nella zona dove comando io, queste cose non si fanno; e questa è la zona di competenza della IV Brigata. Pertanto, se volete fucilarlo, scavategli la fossa, altrimenti lo portocon me in Val Tanaro e la fossa la scaveremo noi domani». Lui mi rispose: «Fai come credi; ricordati però che domani lo devi fucilare» e, dopo essersi consultato con i suoi compagni, mi disse con sarcasmo: «A seppellire il morto, dato che è la tua zona, devi pensarci tu!» e si allontanarono. Pregai allora alcuni uomini del paese, che avevano seguito la scena da poca distanza, di finire loro la fossa e di seppellire il brigatista morto. Noi ci avviammo verso la Val Tanaro con il prigioniero. Era buio quando raggiungemmo il Distaccamento (non mi ricordo bene chi lo comandava e neanche il nome del Distaccamento). I garibaldini che erano con me mi avevano raccomandato caldamente di fare tutto il possibile per non fucilare il ragazzo, ma per far questo ci voleva un valido motivo, e questo poteva essere costituito da una domanda di grazia formulata da tutti i componenti del Distaccamento. Il nostro prigioniero era in uno stato pietoso, e si trascinava a stento su per l'impervio sentiero, aiutato dai suoi stessi guardiani. Radunai tutti i componenti del Distaccamento e raccontai quanto era accaduto quel giorno ad Alto, informandoli che anch'io avevo fatto parte del Tribunale che aveva condannato i due fascisti. Al prigioniero ingiunsi di raccontare quanto aveva riferito lui al mattino al Tribunale che lo aveva condannato: solo se i componenti del Distaccamento avessero chiesto la sua grazia avremmo potuto trovare il sistema per salvarlo. Lasciai il poveraccio a raccontare la sua odissea e i garibaldini a decidere sulla sua sorte. Il ragazzo tremava dal freddo e dalla febbre; lo avevano fatto accomodare vicino al fuoco dove bolliva la marmitta. Poco dopo mi sedetti al suo fianco in silenzio; accesi una sigaretta e ne offrii una anche a lui, il quale terminò di raccontare la sua vicenda. Dopo il silenzio che seguì mi disse, alludendo alla sigaretta che stava fumando: «Chissà, forse sarà l'ultima». Gli risposi: «Vedi, io ho un fratello del 1928, su per giù ha la tua età, è partigiano anche lui perché i tedeschi e i fascisti volevano arrestarlo al posto mio, e questa mattina, durante il processo, pensavo a lui. Se solo ci fosse stata una minima possibilità per te, avrei cercato di salvarti; ma non ce n'erano e non ce ne sono nemmeno adesso. La tua unica possibilità può venire dai lombardi, che sono la maggioranza dei componenti di questo Distaccamento. Credo che le tue possibilità non siano molte, ma vorrei che tu mi credessi: mi dispiace farti fucilare, e se questo dovrà avvenire, comportati da uomo anche se sei solo un ragazzo. Se vuoi scrivere alla tua famiglia ti prometto che, alla fine della guerra, farò consegnare il tuo scritto». Mi ringraziò, ma mi disse: «Voglio ancora sperare» e mi chiese un'altra sigaretta. Continuammo a fumare in silenzio e aspettammo.
Il cuoco aveva tolto dal fuoco la marmitta, era andato anche lui a decidere la sorte del prigioniero. Quando tornarono, uno di loro mi disse: «Se lo uccidiamo non per questo Rustida ritorna; e allora abbiamo deciso che lui prenderà il suo posto nella lotta ai nazifascisti». Si rivolse quindi al redivivo e gli disse: «Il tuo nome di battaglia sarà "Lazzaro", perché tu come lui sei risorto». Rivolgendosi a me disse: «L'abbiamo deciso all'unanimità, tutti d'accordo. Adesso sei tu che devi pensare a sistemare ogni cosa col Comando Divisione e col Comando Zona». "Lazzaro" continuava a piangere e a dire grazie a tutti. Mangiammo e, nel mentre, il Commissario del Distaccamento mi avvicinò, chiedendo come pensavo di comportarmi con i Comandi. Gli dissi: «Adesso prepari una domanda di grazia da parte dei componenti del Distaccamento e la indirizzi al Comandante della Brigata Alpina «D. Arnera», Fra Diavolo. La firmate tutti, ne fai due copie e una la invio al Comando di Divisione informandolo di aver concesso la grazia al condannato di cui mi assumo tutte le responsabilità. Poi farò il giro degli altri Distaccamenti e chiederò la solidarietà di tutti: sono certo che l'avrò e allora non ci sarà più da preoccuparsi!». Il mattino seguente tutti firmarono e iniziai il giro dei Distaccamentii. Tutti diedero la loro approvazione e mi confermarono la solidarietà. Alcuni giorni dopo ricevetti l'ordine di mandare un Distaccamento a Viozene, a disposizione del Comando Zona. Decisi di andare con cinque squadre, una per distaccamento e col vice Comandante di Brigata Lello. Credevo che Osvaldo [Osvaldo Contestabile], il Commissario, ormai completamente ristabilito, prendesse contatto con i vari Distaccamenti e anche con i componenti del C.L.N. perchè, è doveroso dirlo, i contatti con i vari componenti degli stessi non erano sempre improntati alla più schietta cordialità [...] Arrivammo a Viozene e ci sistemammo in una frazione del paese. Subito dopo mi recai a salutare Curto [Nino Siccardi, comandante della I^ Zona Operativa Liguria]. Mi feci accompagnare da alcuni garibaldini, ma lasciai Lazzaro con Lello [Raffaele Nante, in seguito vice comandante della IV^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Domenico Arnera" della VI^ Divisione "Silvio Bonfante"] e gli altri, raccomandando loro di fare in modo che non rimanesse mai solo. Curto mi chiese notizie della Brigata alpina, dei Distaccamenti, dei loro Comandanti. Lo informai di Rustida, forse era stato il primo ex Sanmarco a diventare Comandante di Distaccamento [...] «Ho saputo che ora concedi la grazia ai condannati a morte da parte di un nostro Tribunale del quale anche tu hai fatto parte, e salvi la vita a una brigata nera». Gli spiegai gli eventi appena raccontati, e lo informai che Lazzaro era a Viozene, nel caso volesse parlargli; mi rispose: «Se capiterà l'occasione; ma non voglio annullare quanto hai fatto, e tanto meno approvarlo». Chiamai i ragazzi che erano venuti con me al Comando e, davanti a loro gli dissi: «Mi assumo la responsabilità totale di quanto ho fatto: se Lazzaro non si comporterà da partigiano, se dovesse fuggire a fare la spia, accetterò la mia sorte quale che essa possa essere; ma non dovrò essere giudicato da un tribunale partigiano, dovrai essere tu a decidere, soltanto tu ed è per questo che ho voluto che loro fossero presenti.» E Curto il duro, il fanatico, il terribile, mi rispose: «Hai fatto quanto credevi giusto e io lo approvo; accompagna pure da me il tuo Lazzaro, convaliderò così la tua grazia» ed ai garibaldini che gli assicuravano che nulla di male sarebbe successo a causa dell'ex prigioniero della brigata nera, rispose: «Ne sono certo!»

Giuseppe Garibaldi (Fra Diavolo), Dalla Russia all'Arroscia. Ricordi del tempo di guerra, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, 1994, pp. 184, 185, 186, 187, 188

Combinazione proprio allora passò da quelle parti Fradiavolo con la sua banda al completo in trasferimento per la Val Tanaro; capitò proprio lì, quando quegli uomini della squadra comando avevano preso il prigioniero della brigata nera per farlo fuori. - Forza, fa presto battifiacca - gli dicevano picchiandolo sulla schiena ogni tanto, mentre lui piangeva e si scavava la fossa con la zappa. Fradiavolo si era fermato a vedere la scena; e intanto pensava al traffico che c'era in Val Tanaro, ai fascisti e ai tedeschi che a quell'epoca bruciavano i paesi. - E invece no, nient'affatto; via di qua e basta così - gli disse tutt'assieme a quegli uomini che picchiavano, come se si fosse svegliato lì per lì. - Adesso questo qui me lo prendo io, e la fossa gliela faremo noi; ma in Val Tanaro gliela faremo: capito? [...] Ma poi gli venne in mente che quel ragazzo non c'era ritornato dai fascisti, nemmeno quando gli lasciarono la finestra aperta dal prete; e che piangeva quando lo picchiavano; che adesso gli pareva così giovane, lì tra i suoi uomini, a scendere nella Val Tanaro sotto il sole a picco, tutto pieno di botte.
- Stammi bene a sentire - gli disse allora il capobanda riprendendo a camminare più svelto,- io mi fido di te; tu adesso basta, stai zitto e cammina; ma è meglio che fai attenzione, e che d'ora in poi tu non ti sbagli più; sennò stavolta la fossa te la scavi con tutti i sentimenti, tutta intera, e ben bene come si deve: hai capito?
Poi Fradiavolo, andando in fretta nell'erba alta, guardò gli uomini curvi sotto gli zaini: non gli disse altro al milite finché furono da quelle parti in cresta, perché prima voleva sapere di preciso se l'avevano visto nei paesi sì o no il fumo degli incendi dei fascisti; se prima di lasciare la valle di qua, la brigata nera l'aveva fatta la rappresaglia al solito.
Soltanto dopo, quando furono proprio sicuri nella valle di là, e posarono un'altra volta gli zaini nell'erba molle dei prati, gli parlò un poco al milite e ai suoi uomini che lo guardavano fisso per sapere cosa decideva.
- Alé ragazzi - , gli disse rallentando un poco il passo e guardandosi intorno; - lui adesso è diventato dei nostri, e d'ora in poi lo chiameremo Lazzaro, essendo che anche lui come quello là che dicono, è risuscitato dalla fossa: adesso ce lo teniamo con noi, e ce lo porteremo nella Val Tanaro a fare il partigiano; ragazzi, siamo d'accordo?
Dopodiché, lui davanti e tutti gli altri dietro, si misero a correre in discesa verso la Val Tanaro; parevano tutti allegri e spensierati.
Capitò così che a quel milite della brigata nera, ancora un ragazzo, facendo d'ora in poi il partigiano come si deve nella Val Tanaro, e poi anche in Valle Arroscia e in tutti gli altri posti fin dove andarono a quel modo da guerriglieri, gli rimase sempre per sé soltanto, sto nome di battaglia che se l'era guadagnato piangendo: che gli diedero quella volta come ho detto, proprio per una combinazione lì per lì, sull'orlo della fossa.

Osvaldo Contestabile, Scarpe rotte libertà. Storia partigiana, Cappelli editore, 1982, pp. 214-217

29 marzo 1945 - Da "Boris" [Gustavo Berio, vice commissario della VI^ Divisione "Silvio Bonfante"] al comando della VI^ Divisione "Silvio Bonfante" - Comunicava che aveva processato due ragazzi inviati dalla Brigata Nera di Albenga; che il primo era stato fucilato; che il secondo, dissociatosi dalla missione di cui era stato incaricato, era stato aggregato alla formazione di "Fra Diavolo". Aggiungeva che la puntata tedesca tra San Calogero ed Ortovero fosse stata organizzata per recuperare la salma della spia di Ortovero, Richero.
da documento IsrecIm in Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell’Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell’Istituto Storico della Resistenza e della Storia Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945), Tomo II, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Facoltà di Scienze della Formazione, Corso di Laurea in Pedagogia, Anno Accademico 1998-1999