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sabato 28 settembre 2024

Ai primi di dicembre 1944 i partigiani imperiesi si riorganizzarono

Marmoreo, frazione di Casanova Lerrone (SV). Fonte: mapcarta.com

Il giorno dopo [30 novembre 1944], verso sera, lasciammo Casanova diretti a Marmoreo [n.d.r.: frazione del comune di Casanova Lerrone (SV)]: Sandro, il dattilografo, aveva trovato una casa tra gli ulivi a qualche chilometro dal paese, forse sarà adatta per noi. Mentre seguivamo il mulo con i materassi, pareva che lassù non vi fosse fieno, una voce mi chiamò tra gli alberi. Mi voltai e vidi un giovane con la vanga: «Livorno, come mai sei qui?» gli chiesi. Mi fermai con lui per qualche minuto. Livorno, un ex San Marco, ai tempi di Piaggia era conducente di muli. Quando il clima era peggiorato mi aveva chiesto più volte come avrebbe potuto raggiungere la Toscana per passare le linee. Lo avevo consigliato di accompagnare Citrato che andava periodicamente di staffetta alla Divisione di Savona. Di banda in banda avrebbe potuto arrivare fino a La Spezia e forse più oltre, ma il coraggio del primo passo gli era mancato. Nello sbandamento di Piaggia era scomparso. Ora lo rivedevo contadino a Casanova: era riuscito a salvarsi ed ora lavorava da una famiglia che lo nutriva e gli aveva fornito un vestito borghese. Non lo vedrò più nè saprò nulla di certo di lui. Qualche tempo dopo il Comando denuncerà il tradimento di un partigiano di nome Livorno.
Dopo qualche giorno di permanenza nelia nuova base presso Marmoreo il Comando si accorse di non aver raggiunto la sicurezza cercata. Per la necessità di rifornirsi di viveri al vicino distaccamento di Domatore [Domenico Trincheri], per l'atteggiamento di Mancen [Massimo Gismondi] che conduceva in sede partigiani in ogni occasione, fu in breve noto a partigiani e borghesi che il Comando Brigata era nei dintorni di Marmoreo.
Trovare una nuova sistemazione non era semplice, sperammo così che la voce si diffondesse con una certa lentezza, che il nemico non ne venisse presto informato. Continuammo a lavorare nella stessa sede, solo verso l'alba, l'ora più pericolosa, vedevo che spesso Gigi si svegliava ed usciva: tra noi ed il nemico non c'era nessuna banda né alcuna sentinella. Gigi che, più anziano, aveva il sonno più leggero di noi e forse anche più giudizio, montava spontaneamente la guardia per i compagni che dormivano.
La nuova situazione venne esaminata a fondo da Giorgio, vicecomandante della Cascione, che giunse a Casanova in quei giorni portando la circolare 23 del 24 novembre [n.d.r.: a quella data la I^ Zona Operativa Liguria coincideva ancora con la menzionata Divisione "Felice Cascione", ma la I^ Brigata "Silvano Belgrano", alla quale appartenevano molti dei partigiani qui citati dall'autore, Gino Glorio "Magnesia", di questo diario - ed egli stesso, va da sé - si sarebbe trasformata il 19 dicembre 1944 nella Divisione "Silvio Bonfante" con comandante Giorgio, Giorgio Olivero]. Le disposizioni dei Comandi superiori erano precise: la meta non era più l'occupazione imminente della costa, con l'appoggio degli alleati avanzanti, bensì la sopravvivenza come movimento organizzato. Non più quindi aumentare il numero, l'armamento, la coesione dei reparti, ma conservare fino alla primavera un minimo di effettivi, di armni, di quadri intorno a cui ricostruire rapidamente le bande onde esser pronti quando, tornato il buon tempo, i giovani sarebbero riaccorsi sui monti. Era necessario superare i rastrellamenti, i disagi, resistere alla stanchezza, alla demoralizzazione. Era urgente adottare una nuova tattica, l'esperienza del passato inverno era stata tragica: le bande badogliane che avevano mantenuto fino a marzo l'organizzazione autunnale erano state disfatte: solo adottando nuovi metodi di guerriglia potevamo sperare di salvarci.
Il Comando doveva limitare ulteriormente gli effettivi e suddividersi in gruppi. Un gruppo: comandante e vicecomandante, commissario e vicecommissario doveva stabilirsi in una sede segreta appoggiandosi ad una famiglia sicura. Venivano eliminati cuoco e dattilografo. Due componenti del comando a turno avrebbero dovuto restare in sede, gli altri due avrebbero ispezionato i distaccamenti. In caso di rastrellamento ci si sarebbe uniti alla banda più vicina o ci si sarebbe organizzati in precedenza scavando un rifugio sotterraneo.
Altro gruppo sarebbe stato il S.I.M. [Servizio Informazioni Militare], che avrebbe dovuto spingersi il più possibile verso la costa. I due gruppi sarebbero stati collegali fra loro e con le bande per mezzo del recapito staffetta. L'amministratore [n.d.r.: nel caso della Brigata "Belgrano" l'autore del diario, Gino Glorio "Magnesia"] sarebbe stato autonomo girando per i pagamenti per i paesi ed i distaccamenti, e fissando la sua base dove gli sarebbe parso meglio l'arrivo dei fondi e i contatti col C.L.N. sarebbero stati curali dal S.I.M.
Disposizioni analoghe erano state adottate dal Comando divisionale e dal comando zona, si riteneva quindi che fossero possibili.
Per quanto riguardava le bande era necessario ridurre gli effettivi. Tutti coloro che per la stanchezza e la demoralizzazione erano ormai un elemento disgregatore per le bande venissero pure congedati; era però opportuno non perdere definitivameme i contatti con questi elementi. Le disposizioni del Comando ci parvero poco chiare su questo punto. Si parlava di costituire squadre di riserva agli ordini di un comandante di valle, persona di valore, posata, già facente parte del movimento. Il garibaldino che lasciava la banda avrebbe consegnato l'arma al comandante di valle che ne avrebbe curato la custodia, indi avrebbe potuto tornare al proprio paese o impiegarsi presso qualche famiglia locale per il raccolto delle olive.
I commissari avrebbero dovuto mettersi in contatto con le giunte comunali, che si andavano organizzando, per sapere quanta mano d'opera avrebbe potuto assorbire ogni paese. Lo scopo di tutto ciò era che i partigiani che chiedevano il congedo non si sentissero abbandonati alla loro sorte e si trattenessero nella zona da noi controllata. In caso di bisogno un capobanda in transito avrebbe potuto rivolgersi al comandante di valle per ottenere la collaborazione degli ex partigiani presenti per un servizio di guardia o un appoggio armato. Per essere in grado di appoggiare i compagni che continuavano la lotta armata il garibaldino delle squadre di riserva, con l'eventuale collaborazione delle S.A.P. locali, avrebbe dovuto scavare un rifugio per sè e per i compagni delle bande armate, impratichirsi dei sentieri e del terreno onde poter guidare in caso di bisogno i compagni in missione.
Per coloro che restavano nelle bande a continuare la lotta armata era necessario ad ogni costo rialzare il tenore di vita, fornire vitto abbondante, vestiario e tabacco. Le bande armate avrebbero avuto il distintivo di reparti d'assalto mentre, per quelli passati alla riserva, i mesi di licenza sarebbero stati calcolati come mesi di appartenenza al movimento. Come si vede il progetto era ben studiato e la collaborazione dei partigiani di riserva nei paesi avrebbe potuto riuscirci preziosa come lo era stato l'appoggio che ci avevano fornito a Carnino Rico e gli altri ex partigiani di Umberto quando avevamo recuperato i feriti da Upega.
Se un difetto si può trovare a questo progetto era che difficilmente sarebbe stato possibile applicarlo integralmente. Vi sarebbe stata una inevitabile dispersione di coloro che lasciavano le bande armate e l'autonomia riacquistata li avrebbe portati a subire influenze diverse e maggiori dell'autorità del comandante di valle. La maggior parte dei congedati sarebbe stata inevitabilmente sottratta all'ambiente partigiano. Era poi necessario un tempo abbastanza lungo per prendere contatto con le giunte, scegliere i comandanti di valle, scavare i rifugi, provvedimenti che, quasi tutti, avrebbero dovuto precedere il congedo degli uomini.
In base alle notizie recate da Giorgio questo tempo pareva mancare: il concentramento di sempre nuove forze nemiche faceva prevedere l'inizio di un nuovo rastrellamento prima di Natale.
Dopo il rastrellamento, che avrebbe coinvlto tutta la nostra zona, il nemico avrebbe tentato di riaprire al traffico la Albenga-Pieve interrotta da noi in più di nove punti. I tedeschi avrebbero posto presidi in quasi tutti i paesi per requisire tutto il raccolto dell'olio, poiché la Liguria era ormai l'ultima regione occupata dalla Germania che producesse olio d'oliva.
Per evitare che il nemico conoscesse le nostre basi avremmo dovuto attaccarlo solo a distanza da esse ed occultarci evitando la lotta, se colonne nemiche fossero passate a breve distanza dalle nostre sedi. Nei giorni immediatamente prima del rastrellamento tutte le azioni avrebbero dovuto esser sospese.
C'era il pericolo che tali misure, interpretate oltre il loro significato letterale, inducessero ad astenersi comunque dalla lotta con conseguenze morali imprevedibili.
All'inizio del rastrellainento era previsto un ripiegamento generale oltre la carrozzabile Albenga-Garessio nel territorio della divisione di Savona.
Sarebbe stata una manovra molto difficile perché tutte le carrozzabili erano perpendicolari alla direzione di marcia, pure tornare oltre il Mongioie non sarebbe staro possibile per la neve ormai alta, né ritornare nella zona di Piaggia priva di risorse alimentari.
Era necessario che la riduzione degli effettivi e l'applicazione della organizzazione invernale precedessero l'attacco nemico.
Appena partito Giorgio, le conseguenze delle nuove disposizioni furono chiare quasi subito. Mancen rifiutò in pratica di adottare la tattica cospirativa e comparve al Comando solo saltuariamente; non c'era quindi la possibilità di alternarsi. Il S.I.M. si trasferì a Poggio, a fondo valle sotto Casanova, sottraendosi così alla diretta influenza del comando. Abbandonati a loro stessi, i vari uffici, invece di riorganizzarsi, entrarono in una specie di letargo. Appena giunta la circolare i capibanda invitarono chi voleva ad andarsene immnediatamente.
A metà dicembre, giunse un contrordine: un supplemento alla circolare 23, ma in parte era tardi.
La circolare nuova rettificava ed in gran parte modificava radicalmente le disposizioni precedenti. Dallo stile e dallo spirito che l'animava era chiaramente opera di Simon.
Gino Glorio (Magnesia), Alpi Marittime 1943-45. Diario di un partigiano - II parte, Nuova Editrice Genovese, 1980, pp. 62-65

lunedì 19 agosto 2024

Durante l'inverno molti altri reparti tedeschi si acquartiereranno nelle vicine zone di Isolabona e di Pigna

Pigna (IM)

Il primo gennaio [1945] il commissario federale fascista Mario Massina annuncia ai cittadini di Baiardo che è stato giustiziato il partigiano "Boia" (4).
A Pigna i fascisti insediano il Tribunale Militare antipartigiano. Coloro che sono fermati vengono tenuti prigionieri in casa Ubago. Anche a Isolabona è insediato un Tribunale in casa Basottini. Entrambe le case diventeranno più di una volta l'anticamera della morte (5) [...] Don Antonio Allaria Olivieri informa che la presenza dei Tedeschi a Castelvittorio ha uno scopo ben preciso. Essi hanno l'ordine di incunearsi tra i monti dell'alta Val Nervia per annientare le formazioni partigiane colà operanti e tenere ad ogni costo il libero accesso alla valle che, attraverso i passi, conduce in Piemonte. Le prime sortite punitive del nemico ed i suoi vari tentativi di rastrellare la valle sono contrastati da improvvisi attacchi partigiani causandogli delle perdite. A Castelvittorio il nemico pone la sua sede in casa Moro ubicata in Via Roma, mentre quello politico e il tribunale si insediano in una casa di Piazza XX Settembre. Un folto gruppo di ufficiali prende alloggio in casa Caviglia, altri ancora in casa Borfiga. Nella casa canonica, tenuto conto della sua posizione dominante la valle, vengono installate tutte le apparecchiature radio. Lungo Via B. Caviglia sono salmerie e cucine.
Le truppe sono sparse o alloggiate in varie case. In breve tempo i Tedeschi si organizzano, emanano ordini duri e precisi ai Castellesi, ma organizzano in modo forzato anche i civili. I capifamiglia devono presentarsi per tre alla volta per tre giorni consecutivi presso il Comando di Piazza XX Settembre. Da ora in poi molti cittadini passeranno delle notti in carcere, altri saranno richiesti per svolgere lavori pesanti.
Non pochi saranno inviati fuori paese e a valle per costruire trincee e stendere fili spinati. I Castellesi, che oramai sono sotto controllo continuato del nemico, avrebbero pagato di persona nel caso i partigiani avessero ucciso dei militari. Ogni Tedesco ucciso, sarebbero stati fucilati cinque cittadini locali (7).
Durante l'inverno molti altri reparti tedeschi dislocati sul fronte delle Alpi Marittime meridionali, si acquartiereranno nelle vicine zone di Isolabona e di Pigna.
[NOTE]
4 Vedasi: "Eco della Riviera", dell'8 gennaio 1945: il partigiano, trovatosi davanti al plotone di esecuzione, ordina lui stesso il fuoco.
5 Cfr. Don Nino Allaria Olivieri, Sangue a Castelvittorio, pag. 42.
6 ISRECIM, Archivio, Sezione II, cartella 28, lettera del CLN all'ufficio SIM della V Brigata.
7 Cfr. Don Nino Allaria Olivieri, Op. cit., pagg. 41-43.
Francesco Biga  (con la collaborazione di Osvaldo Contestabile), Storia della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria), Vol. IV. Da Gennaio 1945 alla Liberazione, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, Grafiche Amadeo, 2005, pp. 103,104

4 gennaio 1945 - Dal comando del I° Battaglione "Mario Bini" della V^ Brigata, prot. n° 33, al comando della V^ Brigata "Luigi Nuvoloni" della II^ Divisione "Felice Cascione". Relazione militare: erano presenti a Pigna 60 tedeschi equipaggiati con armi leggere; artiglierie nemiche nel frattempo spostate da Pigna a Passo Muratone, Gouta e Margheria dei Boschi.
4 gennaio 1945 - Dal comando della V^ Brigata, prot. n° 250, al comando della II^ Divisione. Trasmetteva la relazione militare del I° Battaglione ricevuta con prot. n° 31
4 gennaio 1945 - Dal comando [comandante "Danko" Giovanni Gatti] del I° Battaglione "Mario Bini", prot. n° 32, al comando della V^ Brigata. Relazione militare: a Isolabona (IM) erano presenti 200 tedeschi; 200 tedeschi anche ad Apricale (IM); 300 a Dolceacqua (IM); a Perinaldo (IM) una squadra di 20 tedeschi per riparare la strada Perinaldo-San Romolo; da Sanremo (IM) erano partiti 2 Mas, con a bordo uomini della X^ Flottiglia disertori dalle file repubblichine, che sembravano diretti alla costa francese; a Baiardo (IM) il tenente dei bersaglieri era ben visto dalla popolazione perché per Natale aveva regalato sigarette e liquori.
7 gennaio 1945 - Dal comando del I° Battaglione "Mario Bini" al comando della V^ Brigata. Relazione militare: "a Pigna (IM) sono presenti 80 soldati nemici. A Buggio [Frazione di Pigna (IM)], Testa d'Alpe, Passo Muratone, Castelvittorio (IM), Ormea (CN) e Garessio (IM) sono ubicate alcune batterie nemiche".
7 gennaio 1945 - Dal comando della II^ Divisione al Comando Operativo della I^ Zona Liguria. Con questo dispaccio si esprimevano giudizi sulla presentazione di giovani alle chiamate della RSI "...coloro che si sono presentati sono i giovani imboscati di sempre: gli ex-garibaldini si contano sulle punta delle dita e sono quasi tutti presi", soggiungendo che sarebbe stato da ricordare ai giovani "quanto accaduto a Baiardo, ove i giovani presentatisi vennero in parte fucilati ed in parte inviati in Germania... Molini di Triora l'unica che ha sempre una netta ostilità contro il movimento partigiano".
10 gennaio 1945 - Dal comando della V^ Brigata", prot. n° 150 - segreteria, al comando della II^ Divisione. Relazione militare sul mese di dicembre 1944: inviati in licenza, sulla base della circolare n° 23 dell'ispettore "Simon", molti garibaldini. Sottolineato che la nomina di Ivano [n.d.r.:anche Vitò, Giuseppe Vittorio Guglielmo, organizzatore di uno dei primi distaccamenti partigiani in provincia di Imperia, dal 7 luglio 1944 comandante della V^ Brigata, dal 19 Dicembre 1944 comandante della II^ Divisione "Felice Cascione"] da comandante di Brigata a comandante di Divisione aveva dato luogo ad un nuovo riassetto dei quadri: comandante di Brigata Doria [o Fragola Doria, Armando Izzo], vicecomandante Brescia [Umberto Borromini], commissario politico Orsini [Agostino Bramè], vicecommissario politico Silla [Ferdinando Peitavino], responsabile del S.I.M. (Servizio Informazioni Militari) Brunero [Francesco Bianchi], deciso a migliorare il servizio, Igor [Dermo Zecchini] responsabile sanitario.
24 gennaio 1945 - Dal C.L.N. di Sanremo, prot. n° 220/CL, al comando della V^ Brigata. Comunicava che la propria zona di competenza comprendeva il territorio tra Ventimiglia e Santo Stefano al Mare con relativo entroterra.
30 gennaio 1945 - Dal CLN di Sanremo, prot. n° 243, al comando della I^ Zona Operativa Liguria ed al comando della II^ Divisione. Avvisava che era imminente un rastrellamento, ad iniziare da Baiardo, di tedeschi e di fascisti, della presumibile durata di 5-6 giorni.
Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell’Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio-30 Aprile 1945), Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998-1999

giovedì 9 maggio 2024

Il 30 aprile 1944 Pigna entrò nell'incubo

Pigna (IM): la Chiesa Parrocchiale di San Michele

Il momento più duro per Pigna ebbe inizio l'8 settembre 1943, quando dalle poche radio presenti in paese si venne a conoscenza, dalla voce del generale Badoglio, della resa incondizionata dell'esercito italiano siglata cinque giorni prima a Cassibile. La notizia si sparse rapidamente sia tra i militari di stanza a Pigna sia fra la popolazione; i primi, come se fosse stato lanciato il “si salvi chi può” gettarono le proprie divise, abbandonarono le caserme e cercarono di organizzarsi per raggiungere le loro case. I pignaschi, come in tante altre parti del suolo nazionale non ancora liberato dalle forze anglo-americane, diedero l'assalto alle caserme ormai abbandonate dai reparti del Regio Esercito. La razzia proseguì per alcuni giorni, vennero divelte porte, poi riutilizzate nelle abitazioni di campagna, divelti tetti per accaparrarsi le tegole, sottratti mobilia e suppellettili. Il bottino più ricercato erano indubbiamente i generi alimentari abbandonati nei magazzini della sussistenza. Tutto restò calmo fino ai primi mesi del 1944: l'ordine e il controllo dello Stato sul territorio era affidato al commissario straordinario nominato dal prefetto di Imperia, avvocato Borgogno, già podestà, e agli uomini dei Carabinieri Reali del maresciallo Torta che rimasero al loro posto indossando la camicia nera sotto la divisa di ordinanza.
Nei primi giorni di ottobre si ricostituiva il distaccamento della «Guardia Nazionale Repubblicana Confinaria» formato da una trentina di uomini» occupando la caserma Manfredi, precedentemente occupata dalla G.A.F.
Nei primi giorni di febbraio 1944 cominciava a diffondersi la notizia che sul colle Langan [n.d.r.: nel territorio del comune di Castelvittorio] si stavano formando gruppi di partigiani intenzionati a combattere, armi in pugno, contro i fascisti.
Il 18 febbraio venne emanato il «bando Graziani» <287 con il quale la Repubblica Sociale cercò di ricostituire l'esercito disciolto dopo lo sbandamento dell'8 settembre 1943.
Il bando richiamava alle armi le classi 1922, 1923 e il primo quadrimestre 1924 e condannava alla fucilazione gli eventuali renitenti alla leva <288: "Gli iscritti di leva e i militari in congedo che, durante lo stato di guerra e senza giustificato motivo non si presenteranno alle armi nei tre giorni successivi a quello prefissato, saranno considerati disertori di fronte al nemico, ai sensi dell'art. 144 del codice penale militare e puniti con la pena di morte mediante fucilazione al petto". I risultati ottenuti dalle autorità della RSI non furono quelli previsti: i giovani risposero freddamente e una gran parte preferì rimanere nelle proprie case pur correndo il rischio di essere arrestati e quindi fucilati.
Delusione per le aspettative di pace assaporate con l'armistizio dell'8 settembre troppo presto disilluse, stanchezza della guerra di una generazione che aveva conosciuto la disfatta e le sofferenze della ritirata di Russia, delle rotte in Libia e delle difficoltà conosciute in Grecia e nei Balcani, costituirono le ragioni preminenti di questo rifiuto quasi generalizzato di presentarsi nuovamente presso i centri di reclutamento. Per comprendere l'atteggiamento di tanti giovani non è possibile spiegare il loro sottrarsi ai provvedimenti di leva e di richiamo generalizzando una consapevole scelta di campo in senso antifascista, che, indubbiamente, ci fu, ma riguardò solo una minoranza dei futuri partigiani <289, che avevano maturato nel corso degli anni una coscienza politica di rifiuto dei miti e del nazionalismo imperante. Fino all'emanazione del «bando Graziani» la maggior parte dei giovani preferì rimanere nelle proprie case; nei territori montani come Pigna questi abbandonarono il paese e si recarono nelle campagne circostanti, dove continuarono a coltivare la terra di proprietà della propria famiglia mentre dormivano nei casoni. Una parte di coloro che risposero in un primo momento alle varie chiamate di leva senza convinzione, per un generico rispetto dell'autorità o per timore di incorrere nei rigori della legge ben presto disertò e andò ad ingrossare le file dei partigiani.
La lotta partigiana in Liguria si diede un'organizzazione basata sulla divisione in zone operative; la “1^ Zona Operativa Liguria” comprendeva la provincia di Imperia e l'albengalese. I primi nuclei di resistenza sorsero fin dai primi giorni che seguirono l'8 settembre '43. Il 27 gennaio 1944 morì, colpito da una raffica di mitra, il primo comandante delle formazioni partigiane imperiesi, Felice Cascione <290 detto «u meighu». In primavera le bande partigiane, che avevano raggiunto una consistente forza numerica, furono raggruppate nella IX Brigata d'assalto G. Garibaldi. Nel luglio dello stesso anno la brigata si trasformò nella II Divisione d'assalto G. Garibaldi «Felice Cascione», in onore del comandante imperiese perito ad Alto. La divisione fu organizzata su tre brigate <291, agli ordini di Nino Siccardi “il Curto”, con commissario politico Libero Briganti “Giulio”, vice comandante Luigi Massabò “Pantera”: il comando si stabilì a Piaggia.
La zona delle valli del Nervia e del torrente Argentina era competenza della V brigata stanziata sul colle Langan; il comando fu affidato a Vittorio Guglielmi “Vittò” reduce della guerra di Spagna, combattuta nelle fila delle brigate internazionali; il commissario politico era Orsini “Bramé”, vice Comandante Marco Dino Rossi “Fuoco” <292. La brigata a sua volta si suddivideva in numerosi piccoli distaccamenti <293.
Il 30 aprile 1944 Pigna entrò nell'incubo, che sarebbe durato poco meno di un anno. Appena conclusa la tradizionale messa domenicale delle 10.30, due giovani partigiani vennero portati in chiesa, scortati da un drappello di brigate nere e il parroco don Bono fu costretto a impartire ai due sfortunati l'estrema unzione. Il drappello si diresse attraverso la via Fossarello seguito da pochi curiosi per raggiungere il cimitero. Verso l'una del pomeriggio il paese venne scosso da una salma di fucileria; il plotone di esecuzione, comandato dal capitano della M.V.S.N. Maggi <294, fece fuoco su Carmelo Repetto di Rezzoaglio e Tommaso Faraldi di Triora, due partigiani arrestati il 26 aprile a Bajardo e condannati dal tribunale militare, istruito a Pigna per l'occasione, alla pena di morte mediante fucilazione al petto, come previsto dal decreto legislativo del Duce n° 30/1944. I due partigiani, insieme a un polacco chiamato Giuseppe, vennero catturati dagli agenti della GNR Tommaso Cataldi e Antonio Di Giovanni in servizio investigativo in borghese. <295
La rappresaglia partigiana non si fece attendere; nella notte tra il 7 e l'8 maggio alcuni partigiani, rimasti ignoti, irruppero nella canonica di Castelvittorio e uccisero con due colpi di pistola il parroco del paese don Antonio Padoan. L'azione è, ancora oggi, avvolta nel mistero; non è ben chiaro il motivo dell'esecuzione. La sera del 7 maggio del 1944, alcuni garibaldini si introdussero nella canonica per indurlo a desistere dai suoi atteggiamenti filo-fascisti e invitarlo a lasciare Castelvittorio. Fonti partigiane affermano che la discussione non fu pacifica e che nacque una colluttazione con spari da ambo le parti. Il partigiano “Albenga” ebbe il calcio del fucile fracassato da una pallottola, Padoan rimase ucciso <296. Stando alla versione fascista, non vi fu alcuna discussione ma il religioso fu ucciso con due colpi sparati a bruciapelo. Il sacerdote era accusato di aver tenuto un sermone nella celebrazione della Pasqua nel quale aveva additato come traditori alcuni giovani renitenti alla leva: "Voi tutti dovreste vergognarvi! Il vostro posto non è in questa Chiesa. Dovreste arrossire come sono rossi i drappi che coprono queste mura! Il fratello, Franco Padoan, al contrario, dichiarò: “Sfido chiunque a provare che mio fratello facesse propaganda per i nazifascisti in chiesa. Io allora ero presso il seminario di Ventimiglia e spesso ero a Castelvittorio ed, ovviamente, assistevo a tutte le celebrazioni... Ho sentito parlare di patria e di auspicio alla sua resurrezione dopo il Venerdì Santo che stava passando il Paese, ma non ho mai sentito apostrofare i giovani quali traditori”. Certamente don Padoan aveva aderito alla organizzazione ideata dal famoso cappuccino, fra Ginepro da Pompeiana <297, al secolo Antonio Conio, e da don Dulio Calcagno, “Crociata italica”, creata per sostenere, da parte di una marginale schiera di religiosi, la R.S.I. Quando il 30 giugno 1944 il decreto legislativo n° 446 istituì le Squadre d'Azione delle Camicie Nere» comunemente conosciute come Brigate Nere <298, in provincia di Imperia venne istituita la XXIII Brigata Nera «Antonio Padoan». Nonostante queste prime drammatiche avvisaglie, che prefiguravano un prevedibile tragico futuro, nell'inverno 1943-'44 e nella primavera successiva la vita a Pigna trascorse con una certa serenità, le botteghe riuscivano a rifornirsi con una certa regolarità, non mancando i generi di prima necessità che venivano venduti a prezzi calmierati dietro la presentazione delle tessere annonarie, che prevedevano ancora livelli di sussistenza accettabili; le campagne riuscivano a offrire castagne, vino, patate che assicuravano l'autosufficienza alimentare. Certamente l'angoscia delle famiglie che avevano perso i loro cari durante le campagne di guerra, che avevano i figli o mariti dispersi in Russia o prigionieri in Germania, rendeva l'atmosfera del paese pesante e triste: il «bando Graziani» non era stato ancora emanato, quindi i giovani potevano trascorrere un'esistenza relativamente tranquilla. I contadini iniziavano a disattendere le disposizioni emanate dalle autorità repubblicane che obbligavano l'apporto all'ammasso di alcuni prodotti della terra al fine di assicurare i rifornimenti per le città, denunciando raccolti nettamente inferiori a quelli reali, preferendo nascondere olio, grano, patate e lana per renderli disponibili al mercato nero.
Solamente nell'inverno 1944 le tessere annonarie non furono più sufficienti ad assicurare un livello di sussistenza accettabile <299. Pigna forniva a questo mercato “libero” destinato alle cittadine della costa olio, castagne, patate, vino, mentre era costretta a rifornirsi principalmente di grano, farina, riso, sale, tabacco e zucchero, conservando comunque negli scambi complessivi un saldo, dal punto di vista economico, positivo. I prezzi dei generi calmierati acquistati con le tessere non subirono nel corso del 1944 aumenti significativi, se non nel mese di dicembre, mentre i prezzi praticati dalla borsa nera subirono aumenti più consistenti: mediamente essi erano più di 10 volte superiori a quelli del mercato regolamentato. I prezzi dei generi acquistabili con la tessera erano simili in tutto il territorio della RSI, mentre quelli del mercato nero dipendevano dalle condizioni effettive di possibilità di reperimento dei vari prodotti <300. I contadini pignaschi riuscirono a sottrarre all'ammasso quantitativi d'olio che poi vendevano dalle 100 lire alle 200 lire il chilogrammo ai commercianti incaricati di smistare il prodotto verso le città rivierasche.
Nell'autunno del 1944, a causa dei bombardamenti, della ridotta produzione agricola ed industriale e del sistema di distribuzione fortemente compromesso dall'organizzazione burocratica della RSI, le razioni stabilite dalla tessera vennero diminuite, e il razionamento del pane venne ridotto a 125 grammi al giorno. Il sistema della tessera contribuì, in parte, a convincere i richiamati a rispondere alla leva, poiché si aveva diritto alla tessera esclusivamente se in regola con gli obblighi militari o se occupati nei servizi di lavoro organizzati dalla Todt <301. Pigna, come tutti i paesi dalla preminente economia agricola, risentì meno di questa stretta alimentare, anche se i mesi dell'inverno 1944-1945 furono durissimi. Il regime alimentare era costituito principalmente da castagne secche, poco pane ottenuto con farine miscelate di grano e patate, conigli, latte e qualche uovo di gallina e i grassi provenivano esclusivamente dall'olio d'oliva. L'estate 1944 conobbe il momento più intenso per quanto riguarda l'adesione al movimento partigiano del territorio; le bande, che fino ai primi giorni di primavera erano costituite soprattutto da un'èlite di uomini politicamente consapevoli, vennero ingrossate da numerosi renitenti alla leva e disertori dell'esercito repubblichino. I pochi paesi dove non vi era alcun presidio della GNR erano spesso occupati dai partigiani che scendevano dalle montagne circostanti.
[NOTE]
287 Decr. Legislativo del Duce n° 30/1944 288 Alla fine del 1943 erano già state richiamate le classi 1924 (secondo, terzo e quarto trimestre) e 1925, ma gli esiti furono assai deludenti per i vertici militari della R.S.I. Il 7 aprile la chiamata alle armi interessò le classi 1916 e 1917. Nei mesi seguenti, a breve distanza tra loro, venne completato il richiamo di tutte le classi con i seguenti scaglioni, prima il 1918-19 poi il 1920-21 e per ultimo il 1914-15. L'11 maggio vennero emessi due decreti correttivi: il 336 che stabiliva che i mancati alla chiamata e i disertori, appartenenti a qualsiasi classe di leva, che si presentavano alle armi prima del 9 marzo non sarebbero incorsi in sanzioni; il secondo, n° 431, dichiarava che il disertore o il mancante alla chiamata che si costituiva volontariamente, veniva condannato con una pena minima di dieci anni di reclusione e non la morte.
289 Renzo De Felice, Mussolini, l'alleato, la guerra civile (1943-1945), Einaudi 1997
290 Medaglia d'oro al Valor Militare e autore della canzone «Fischia il vento».
291 La I brigata operava nelle valli dell'imperiese al comando di Silvio Bonfante «Cion», la IV brigata nell'alta valle del Tanaro, territorio a cavallo di Liguria e Piemonte
292 Mario Mascia, L'epopea dell'esercito scalzo, ed. A.L.I.S., Sanremo, [n.d.r.: 1946, ristampa a cura di Isrecim nel 1975] pag 116
293 A Buggio quello locale era comandato da Carlo Cattaneo “Carletto”, formato da alcuni giovani dei paesi di Pigna, Buggio e Castelvittorio e da ex-militari che l'8 settembre non avevano potuto raggiungere le loro case perché lontane o già occupate dagli anglo-americani nel sud del Paese.
294 Uff. P.M. Sez. Spec. Corte Assise Genova 28/1/46. Non luogo a procedere 14/11/94.
295 Per questo fatto Tommaso Cataldi fu condannato alla pena capitale dal tribunale del 1° Btg. M. Bini della V Divisione Cascione in data 5 febbraio 1945, sentenza eseguita il giorno stesso in località Gerbonte di Triora. La sentenza venne firmata dal comandante del battaglione Figaro (Vincenzo Orengo), il commissario Lince (Manlio Cogliolo) e Gianni.
296 Memorie orali di “Erven” e Vittò. Per maggiori dettagli si veda l'opuscolo di N. Allaria Olivieri, Sangue a Castelvittorio, Editrice Sordomuti, 1977.
297 Alessandro Acito, Fra Ginepro da Pompeiana, storia di un frate fascista, Prospettive editrice 2006.
298 Le Brigate Nere erano un corpo paramilitare, organizzato direttamente dal Partito Fascista Repubblicano, per la lotta contro i partigiani e la liquidazione di eventuali nuclei di paracadutisti nemici. Ogni provincia doveva organizzare una brigata su base volontaria con uomini di età compresa tra i 18 e i 60 anni iscritti al partito. In provincia di Imperia venne istituita la XXIII Brigata Nera “Antonio Padoan” di cui era comandante il federale di Imperia Mario Messina.
299 Secondo le rilevazioni degli uffici periferici della struttura burocratica della R.S.I., i generi tesserati assicuravano solamente il 46% delle calorie necessarie, il 38% delle proteine e dei grassi e il 54% dei carboidrati, per assicurarsi il resto era quindi necessario ricorrere al mercato nero.
300 Renzo De Felice, Mussolini l'alleato, la guerra civile, op. citata, pag 290. Per i prezzi dei principali generi alimentari è necessario tener conto dei luoghi di produzione, della condizione delle reti viarie, dei rischi che i commercianti del mercato nero si assumevano nel trasporto dei beni. È quindi logico che il prezzo dell'olio assumesse a Milano valori altissimi, mentre per la nostra zona appare sottostimato il prezzo del riso, della carne bovina e dello zucchero. Nel 1941 la tessera permetteva i seguenti consumi: 200 grammi di pane al giorno, 400 di carne al mese, 500 di zucchero, 100 di olio; la quantità di calorie che venivano offerte agli italiani era fra le più basse d'Europa, di poco superiore a quella miseranda dei polacchi: 850 calorie al giorno in Polonia, 1100 in Italia, 1990 in Germania. La carta mensile del pane era divisa in 30 o 31 bollini datati che non avevano validità retroattiva: non si poteva avere l'indomani razione doppia se si digiunava oggi. Per l'abbigliamento invece ogni cittadino aveva diritto in un anno a 120 punti d'acquisto laddove un paio di scarpe valeva 80 punti, un vestito da donna 60, una valigia 30, un fazzoletto 3.
301 Todt, manovalanza retribuita al servizio degli occupanti tedeschi, che dava diritto all'esenzione dal servizio militare.
Giorgio Caudano, Pigna. Storia di un paese, ed. in pr., 2016

n.d.r.: altri lavori di Giorgio CaudanoGiorgio Caudano (con Paolo Veziano), Dietro le linee nemiche. La guerra delle spie al confine italo-francese 1944-1945, Regione Liguria - Consiglio Regionale, IsrecIm, Fusta editore, 2024; Giorgio Caudano, L'immagine ritrovata. Ventimiglia e dintorni nei dipinti dell'Ottocento e primo Novecento, Alzani Editore, 2021; Marco Cassini e Giorgio Caudano, Bordighera al tempo di Bicknell e Monet, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2021; a cura di Paolo Veziano con il contributo di Giorgio Caudano e di Graziano Mamone, La libera Repubblica di Pigna. Parentesi di democrazia (29 agosto 1944 - 8 ottobre 1944), Comune di Pigna, IsrecIm, Fusta Editore, 2020; Giorgio Caudano, Gli eroi sono tutti giovani e belli. I Caduti della Lotta di Liberazione nella I^ Zona Operativa Liguria, ed. in pr., 2020; Giorgio Caudano, Dal Mare alla Trincea... memorie di uomini, BB Europa, Cuneo, 2019; Silvia Alborno, Gisella Merello, Marco Farotto, Marco Cassini, Giorgio Caudano, Franck Vigliani, curatori della mostra Claude Monet, ritorno in Riviera, catalogo a cura di Aldo Herlaut, Silvana Editoriale, Milano 2019; La Magnifica Invenzione. I pionieri della fotografia in Val Nervia 1865-1925, a cura di Marco Cassini e Giorgio Caudano, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2016

giovedì 7 marzo 2024

Dopo circa 5 ore di attesa venne avvistato un camion pieno di soldati tedeschi e fascisti

Uno scorcio di Castelvecchio di Imperia

[Durante la battaglia di Carpenosa del 30 giugno 1944] iniziò una serie di attacchi [nemici] più volte respinti e rinnovati che portarono gli uomini [32 garibaldini del 4° distaccamento] di Gino [Napolitano] ad esaurire in breve tempo le munizioni.
Per loro fortuna le sorti del combattimento furono modificate proprio quando sembravano decise a favore del nemico - dalle mitragliatrici pesanti e dal mortaio da 81 tempestivamente impiegati dagli uomini del 5° distaccamento guidato da Ivano [Giuseppe Vittorio Guglielmo] e da Erven [Bruno Luppi] che - avvertiti da una staffetta inviata a Cima Marta all'inizio degli scontri - giunsero alle 18 sorprendendo i tedeschi e costringendoli a ritirarsi.
Inseguiti dal reparto di Nettu [Ernesto Corradi] -  unitosi nel frattempo alla lotta - i tedeschi riuscirono a risalire sugli automezzi dopo aver fatto saltare un tratto di strada alle loro spalle: entrati in Carpenosa verso le 21 i partigiani calcolarono le perdite nemiche in circa 80 tra morti e feriti, su 600 attaccanti.
I positivi risultati ottenuti anche in questi scontri frontali non modificarono tuttavia la linea generale dell'offensiva partigiana che giustamente continuò a considerare come elemento principale della propria condotta di guerra l'azione di sorpresa, effettuata da piccoli nuclei ben armati in grado di spingersi all'interno dello schieramento nemico e di disimpegnarsi rapidamente dopo aver colpito gli obbiettivi.
Un esempio classico di questa tattica (comune a tutte le formazioni liguri) ci viene offerto dalla imboscata tesa il 28 giugno sulla statale 28 - a 3 Km. dal mare - da una squadra di 5 uomini del 10° distaccamento, comandati da Folgore [Umberto Cremonini] e da Nando [Fernando Bergonzo].
L'obbiettivo era stato segnalato da informatori di fondovalle i quali avevano recato a1 distaccamento la notizia che ogni giorno il generale tedesco comandante delle forze di presidio nella zona percorreva in auto la 28 per ispezionare i reparti dislocati nella vallata.
L'appostamento venne fissato in prossimità di Sgureo [Sgorreto], tra Castelvecchio e Pontedassio, su una ripida parete a strapiombo sulla strada; la marcia di avvicinamento - effettuata con molta circospezione - consentì di eludere i presidi ed i blocchi nemici che si frapponevano all'obbiettivo. Sul posto, gli uomini vennero disposti in punti ben occultati da cui fosse facile attendere senza scoprirsi e dominare un lungo tratto della carrozzabile.
Dopo circa 5 ore di attesa venne avvistato un camion pieno di soldati tedeschi e fascisti, che non ubbidendo all'intimazione dei partigiani tentò di accelerare l'andatura per portarsi fuori tiro: un nutrito lancio di bombe a mano lo centrò in pieno provocandone l'arresto e colpendo numerosi soldati nemici.
Gli uomini di Nando e Folgore ebbero appena il tempo di scendere la ripida scarpata per impadronirsi delle armi automatiche nemiche e sparare su alcuni fuggiaschi, quando sopravvenne l'automezzo del generale costringendoli a risalire rapidamente il pendio.
Per vendicare la morte di 7 soldati germanici caduti in quella azione l'alto ufficiale dispose subiro la mobilitazione di una colonna con autoblinde e mortai che invano aprì il fuoco contro la squadra partigiana in ritirata.
La rappresaglia infierì allora contro il paese di cui vennero incendiate le case e prelevati 20 ostaggi tra la popolazione. <21
A fine giugno - malgrado l'intensificarsi delle puntate offensive germaniche e fasciste - la pressione partigiana era diventata notevole: la IX Brigata occupava Triora, Molini di Triora e Badalucco liberando una vasta zona della Valle Argentina da cui i nemici si erano ritirati dopo aver fatto saltare due ponti presso Taggia e distrutto la Chiesa degli Angeli in Badalucco già adibita a deposito di armi e munizioni.
21 Unico aspetto negativo di questa operazione: la scelta della località per l'imboscata; i partigiani ignorarono - o non ne tennero conto - le precise direttive del Comando Generale: «si devono evitare i combattimenti e le imboscate nei villaggi per evitare nei limiti del possibile le rappresalie» (testuale, orig. dep.).
Giorgio Gimelli, Cronache militari della Resistenza in Liguria - Volume II, Istituto Storico della Resistenza in Liguria, 1969, pp. 255,256

venerdì 24 marzo 2023

Sull'atlantino dei partigiani la mia matita annerisce giorno per giorno le regioni della Germania che sfuggono al Terzo Reich

Andora (SV): dintorni. Foto: Eleonora Maini

Il problema degli effettivi venne risolto in pratica da ogni capobanda a suo piacimento. Le disposizioni del Comando lasciarono largo margine d'interpretazione e furono solo abbastanza precise nello sconsigliare l'arruolamento di repubblicani. Quasi tutti i comandanti ingrossarono la propria banda, poiché comandare molti uomini era ambizione diffusa.
Solo pochi come Stalin [Franco Bianchi, comandante di un Distaccamento] e qualche altro preferirono un pugno d'uomini decisi anteponendo la qualità alla quantità. Quando i distaccamenti si ingrossarono eccessivamente intervennero i comandi brigata e li scissero in due.
In Val Tanaro Fra' Diavolo operava del tutto autonomo inviando notizie saltuarie della sua attività. L'attrazione del suo nome era tale che la IV Brigata «D. Arnera», che dipendeva da lui, e che era agli inizi composta del solo distaccamento «M. Longhi», ai primi di aprile 1945 conterà ben cinque bande.
La I Brigata portò anch'essa il numero dei propri distaccamenti da tre a cinque assumendo uno schieramento a parziale difesa della valle d'Andora.
A nord la II e la III  Brigata si riprendevano più lentamente, date la crisi dei comandi e la mancanza di servizi efficienti.
Il 24 marzo 1945 l'attenzione si porta nuovamente su Alto perché pare imminente un lancio di maggiore importanza. Lo schieramento di difesa è meno imponente. Pensiamo che ciò sia dovuto alla rapidità con cui si è svolta la raccolta del primo lancio e alla lentezza della reazione nemica. Un rapido abbassarsi della temperatura e una ripresa delle piogge sui monti impone un nuovo duro sacrificio alle bande di presidio sulle cime. Il morale degli uomini, già duramente colpito dalla morte di Rostida [Costante Rustida Brando], subisce una nuova prova: l'aspetto della valle è tornato ad essere invernale, l'incubo del rastrellamento si alterna alla speranza del lancio imminente.
Torno ad Alto dal 24 al 28. Vi trovo Libero [Paolo Aicardi] con i resti del «G. Maccanò» salvatisi un mese prima dal rastrellamento di Aurigo. Gli uomini sono profondamente demoralizzati, il commissario li ha piantati. «Mi ha mandato lo Sten ed i soldi e non si è fatto più vedere», diceva Libero ai compagni. «E' stato galantuomo che ti ha mandato i soldi», lo consolava Turbine. C'era poi la faccenda del manifesto di mobilitazione di Aurigo. «Mi hanno dato gli arresti per la quarta volta», diceva Turbine. «Adesso però sono innocente. Non mi sono mai mosso da Alto da un mese ed un tipo strano che passa per Aurigo fa un manifesto e lo firma Turbine. Il Comando mi manda una lettera: Turbine agli arresti. Per fortuna che sono parole» Il tipo strano che aveva avuta la geniale idea del manifesto era Libero.
Il G. Maccanò venne sciolto, gli uomini aggregati alla brigata di Fra' Diavolo ed una nuova banda G. Maccanò, formata da nuove reclute, farà parte della IV Brigata.
La banda di Trucco o distaccamento M. Agnese che, dai tempi di Upega, ridotto a dodici uomini, vivacchiava nella Val di Mendatica, invitato più volte ad unirsi al grosso della Divisione, passò la «28» il giorno 25 fermandosi presso Moano [Frazione di Pieve di Teco (IM)].
I giorni passavano lenti tra la pioggia ed il fango nell'inutile attesa. Spesso il cavo a bassa tensione che collegava Alto con la dinamo in fondo al torrente aveva dispersioni e le trasmissioni radio subivano forti abbassamenti di volume. Cambiando rapidamente la spina del trasformatore riuscivamo a riprendere l'ascolto, ma ogni volta sfuggivano intere frasi ed ogni parola poteva essere quella del lancio da noi atteso. Al pomeriggio, alle 20.30, dopo cena ad ogni trasmissione gli incaricati dal comando, circondati dai compagni ascoltano parole e parole. Coi messaggi speciali giungono le notizie delle armate del Reno: l'offensiva finale è in corso, città e città, chilometri e chilometri di Germania vengono occupati dagli alleati: sull'atlantino dei partigiani la mia matita annerisce giorno per giorno le regioni della Germania che sfuggono al Terzo Reich. La fine del nazismo non è ormai più lontana, è però sempre più per noi un'incognita l'atteggiamento che terrà l'esercito tedesco in Italia. La disfatta in Germania rende sempre meno sicura la ritirata dall'Italia. Se gli alleati non sfonderanno sull'Appennino non diverrà l'Italia del nord una grande sacca come Creta, il fronte di Curlandia, i porti francesi sull'Atlantico? Assieme alla Norvegia ed alla Boemia non sarà la nostra terra l'ultimo rifugio del nazismo morente? Comunque il momento decisivo è vicino e noi siamo ancora terribilmente impreparati.
Ricordavo lo scorso autunno... I piani per l'occupazione di Imperia... Quanto siamo mutati da allora. Il passato tornava sempre alla nostra mente, parlando con i compagni si ricordavano episodi noti, si apprendevano particolari sconosciuti.
Gino Glorio (Magnesia), Alpi Marittime 1943-45. Diario di un partigiano - II parte, Nuova Editrice Genovese, 1980


22 marzo 1945 - Dal comando della Divisione "Silvio Bonfante", prot. n° 234, al comando della I^ Brigata "Silvano Belgrano" [comandante "Mancen" Massimo Gismondi] - Disponeva il passaggio di 10 Kg. di plastico con miccia e detonatore da "Ciccio" a "Marco" e di altri 10 Kg. da consegnare a "Mario".

23 marzo 1945 - Dal comando della Divisione "Silvio Bonfante", prot. n° 238, al comando della I^ Brigata "Silvano Belgrano" [comandante "Mancen" Massimo Gismondi] - Chiedeva di completare i preparativi per andare a ritirare il materiale in arrivo con un aviolancio alleato; di sospendere il colpo progettato contro il posto di blocco di Cervo ed ogni altra azione; di sottrarsi al nemico in caso di attacco, ma, se obbligati, di reagire.

24 marzo 1945 - Dal comando della III^ Brigata "Ettore Bacigalupo" al comando della Divisione "Silvio Bonfante" - Comunicava l'assegnazione degli encomi solenni alla memoria a "Rustida" ed a "Remo", sottolineando che "Rustida", Costante Brando, era nato a Milano il 25 ottobre 1925, mentre di "Remo" non si conoscevano i dati biografici.

25 marzo 1945 - Da "Pantera" [Luigi Massabò, vice comandante della Divisione "Silvio Bonfante"] al comando della Divisione "Silvio Bonfante" - Segnalava che il 20 marzo 1945 alle ore 7 forze nemiche, provenienti da Pornassio, San Bernardo di Garessio, Cerisola, Acquetico e Castel Bianco, avevano effettuato un rastrellamento in Val Pennavaira; che i garibaldini di Caprauna, avvisati da una sentinella appostata sul Passo dei Pali, si erano spostati sulle rocche sovrastanti Alto; che il Distaccamento "Gian Francesco De Marchi" era stato sorpreso e nella fuga aveva lasciato nel casone il mitragliatore Breda 1930 e diverso materiale di casermaggio; che i garibaldini "Rustida" [Costante Brando] e "Remo" [Francesco Pescatore] avevano aperto il fuoco, ma erano stati feriti da un colpo di mortaio; che "Rustida" dopo qualche minuto decedeva e "Remo" si suicidava per non cadere vivo in mano ai tedeschi; che i nemici avevano abbandonato la Val Pennavaira alle ore 22; che il servizio di sentinella di Alto-Caprauna aveva funzionato bene mentre quello di Nasino "pur avendo funzionato non ha preso sul serio l'allarme facendo giungere i nemici vicino ai casoni"; che stava per dare disposizione al comandante ["Gino", Giovanni Fossati] della II^ Brigata "Nino Berio" "di infliggere 12 ore di palo ai responsabili del cattivo funzionamento del servizio di guardia". Comunicava, poi, le situazioni di alcune formazioni: il Distaccamento "Giuseppe Maccanò" era privo di comandante perché "Riva" [Stefano Polini] si era rifugiato nelle Langhe ed aveva bisogno anche di un commissario; la stessa situazione si presentava al Distaccamento "Gian Francesco De Marchi" che aveva perso un mitragliatore; il comandante "Basco" [Giacomo Ardissone] aveva formato un altro Distaccamento che avrebbe preso probabilmente il nome di "Rustida" [Costante Brando]; una squadra del Distaccamento "Igino Rainis" aveva recuperato in Piemonte 1 mitragliatore pesante americano, 1 fucile inglese ed 1 Sten; il 22 marzo 1945 "Fra Diavolo" aveva compiuto un attentato sulla strada statale 28 in cui avevano trovato la morte la morte un maggiore tedesco ed altri soldati. Informava che era stato il comandante "Libero" [Paolo Aicardi] a firmare in modo arbitario a nome di "Turbine" [Alfredo Coppola] il manifesto del reclutamento non volontario di Aurigo e che i garibaldini della V^ Brigata "Luigi Nuvoloni", condannati a morte dai tedeschi a Pieve di Teco, erano riusciti a fuggire e, avendolo richiesto, erano stati inquadrati nel Distaccamento "Igino Rainis" della II^ Brigata "Nino Berio".

25 marzo 1945 - Da "Boris" [Gustavo Berio, vice commissario della Divisione "Silvio Bonfante"] a "Mario" [Carlo De Lucis, commissario della Divisione "Silvio Bonfante"] ed a "Giorgio" [Giorgio Olivero, comandante della Divisione "Silvio Bonfante"] - Comunicava che rispetto a quando "Giorgio" era stato in visita in Val Pennavaira il morale della popolazione era mutato perché il rastrellamento del 3 marzo, nonostante la buona notizia del riuscito primo aviolancio alleato, l'aveva gettata nello sconforto; che dal citato lancio i partigiani si aspettavano almeno uno Sten; che il recente rastrellamento del 20 marzo avevano addirittura terrorizzato la popolazione per la minaccia tedesca di bruciare tutte le case. Segnalava "la non esemplare combattività" dei Distaccamenti "Igino Rainis" della II^ Brigata "Nino Berio" e "Giuseppe Maccanò" e l'efficienza delle altre formazioni della II^ Brigata "Nino Berio"; la formazione del Distaccamento "Costante Brando", dedicato alla memoria di "Rustida", per il quale proponeva "Meazza" [Pietro Maggio] come comandante; che "Fra Diavolo" nonostante le difficoltà che incontrava in Val Tanaro teneva "alto l'onore dei garibaldini".

26 marzo 1945 -Dal Comando Operativo [comandante "Curto", Nino Siccardi] della I^ Zona Liguria al comando [comandante "Giorgio", Giorgio Olivero] della Divisione "Silvio  Bonfante" - Comunicava che per ordine del Comando Militare Unificato Regionale [CMURL] la Divisione veniva rinominata "VI^ Divisione d'assalto Garibaldi Silvio Bonfante" e chiedeva notizie sull'imminente riunione tra CLN e garibaldini.

27 marzo 1945 - Dal comando della I^ Brigata "Silvano Belgrano" della VI^ Divisione "Silvio Bonfante" all'Intendenza della I^ Brigata - Comunicava la forza effettiva dei Distaccamenti della Brigata "per regolare la distribuzione dei viveri": Distaccamento "Francesco Agnese" 36 uomini, Distaccamento "Marco Agnese" 21 uomini, Distaccamento "Giovanni Garbagnati" 37 uomini, Distaccamento "Franco Piacentini" 15 uomini, Distaccamento "Angiolino Viani" 29 uomini, Comando Brigata 8 uomini.

28 marzo 1945 - Dal comando della I^ Zona Operativa Liguria al comando della VI^ Divisione "Silvio Bonfante" - In considerazione del fatto che il campo di lancio scelto offriva maggiori possibilità di ricezione per un grande lancio diurno, si reputava positivamente il fatto di traferire per il momento parte della VI^ Divisione nella zona di lancio di Pian Rosso [Località di Viozene, Frazione di Ormea (CN)], mentre l'altra componente avrebbe dovuto attendere il lancio notturno già programmato [a Pian dell'Armetta nella zona di Caprauna (CN)]. Direttiva di effettuare sollecitamente il richiamato trasferimento, attesa l'imminenza del lancio.
28 marzo 1945 - Dal comando della VI^ Divisione "Silvio Bonfante", prot. n° 254, al comando della I^ Brigata "Silvano Belgrano" [comandante "Mancen", Massimo Gismondi] - Comunicava che il Distaccamento "Giovanni Garbagnati" [comandato da "Stalin", Franco Bianchi] doveva trasferirsi a Testico con le sue 3 squadre; che "Zuvenotto" [Giovanni Tabbò] aveva riconsegnato lo Sten; che a partire da quel giorno le posizioni assegnate ai Distaccamenti dovevano avere postazioni coperte con feritoie per le armi ed essere anche adibite a dormitori.

28 marzo 1945 - Dalla Sezione SIM [Servizio Informazioni Militari] della VI^ Divisione "Silvio Bonfante" al capo di Stato Maggiore della VI^ Divisione "Silvio Bonfante" ed ai comandi della I^ Brigata "Silvano Belgrano", della II^ Brigata "Nino Berio", della III^ Brigata "Ettore Bacigalupo", tutte della VI^ Divisione "Silvio Bonfante" - Comunicava che i comandanti delle formazioni in indirizzo dovevano far sapere alla popolazione "tramite la voce dei parroci" che chiunque avesse fatto trapelare informazioni sui garibaldini sarebbe stato processato, correndo anche il rischio di essere fucilato; che chi si fosse autoproclamato capo o rappresentante di una formazione garibaldina sarebbe stato punito con un numero di ore di palo, ancora da determinare e da scontare presso un Distaccamento; che quelle dispizioni entravano in vigore il 1° aprile 1945.

28 marzo 1945 - Dalla Sezione SIM [Servizio Informazioni Militari] della VI^ Divisione "Silvio Bonfante" al vice comandante ed al vice commissario della VI^ Divisione - Comunicava che il comandante della VI^ Divisione "Giorgio" [Giorgio Olivero] aveva trovato con la sua visita molto efficiente la I^ Brigata "Silvano Belgrano" [comandante "Mancen", Massimo Gismondi]. Sottolineava che occorreva riunire al più presto "il Tribunale Militare per analizzare e sanzionare i fatti di Nasino". Chiedeva di sollecitare il rientro di "Trucco" [vice commissario della II^ Brigata "Nino Berio"]. Informava che "Fra Diavolo" [in Val Tanaro] chiedeva rinforzi. Proponeva di formare un nuovo Distaccamento intitolato al caduto partigiano "Rustida" [Costante Brando] con "Libero" quale comandante. Segnalava che la III^ Brigata "Ettore Bacigalupo" "non funziona come dovrebbe".

28 marzo 1945 - Dal comando della VI^ Divisione "Silvio Bonfante" al Comando Operativo della I^ Zona Liguria - Comunicava che... il 22 marzo il Distaccamento divisionale "Mario Longhi", comandato da "Fra Diavolo" aveva ucciso sulla strada statale 28 in Val Tanaro un maggiore tedesco e 3 soldati.

28 marzo 1945 - Dal comando della I^ Brigata "Silvano Belgrano" della VI^ Divisione "Silvio Bonfante" al Comando Operativo della I^ Zona Liguria - Relazione relativa alla proposta di assegnazione della medaglia d'oro al valor militare al caduto Roberto di Ferro.

da documenti IsrecIm in Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell'Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945) - Tomo II, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998-1999

sabato 11 marzo 2023

I partigiani imperiesi, dopo la morte di Felice Cascione, tentarono subito di tornare in azione

Una vista sino ad Imperia Porto Maurizio da Villatalla, Frazione di Prelà (IM). Foto: mpvicenza/flickr

Nella mattinata del 30 gennaio 1944 [n.d.r.: tre giorni dopo l'uccisione del loro comandante, Felice Cascione] i partigiani della banda «Cascione», che si erano fermati nei pressi di Eca Nasagò, partono in direzione di Rezzo. In Rezzo la popolazione era insorta qualche giorno prima (27-1-44), contro alcuni carabinieri di Pieve di Teco, che si erano recati nel paese per arrestare quelli che, secondo i fascisti, erano «renitenti» alla leva. La popolazione, armata, aveva fatto prigioniero il maresciallo dei carabinieri, e minacciava di fucilarlo. Poi venne rilasciato, in seguito a trattative; e i «renitenti» non furono arrestati. Però, subito dopo l'accordo con i carabinieri, vennero i fascisti, che operarono un rastrellamento in massa della popolazione di Rezzo.
I partigiani di Cascione si dirigono a Rezzo, per aiutare la popolazione; ma, mentre sono in cammino, vengono informati che la lotta è cessata per l'impossibilità di resistere contro la superiorità numerica dei nazifascisti; perciò, dopo avere mandato Gustavo Berio e Silvano Alterisio in cerca di notizie più precise, tornano indietro, e si fermano ad Armo.
L'aiuto dei partigiani era stato chiesto per mezzo di due o tre uomini di Rezzo giunti appositamente in Albra la sera del 29 gennaio 1944. Mirko (Angelo Setti), con un altro partigiano, ancora la sera stessa andrà a prendere mitragliatore e fucile nascosti durante il percorso da Forti di Nava a Barchi. I partigiani di Cascione, che la mattina del 30 erano partiti alla volta di Rezzo, saputo che la lotta è cessata si fermano in Trovasta; qui pernottano fra il 30 e il 31: quindi, per Moano e Trastanello, si portano ad Armo, dove pernottano fra il 31 gennaio e il 1° febbraio. Per andare da Albra a Rezzo i partigiani erano passati sul ponte di Eca Nasagò. Fino dal giorno 29 gennaio 1944 esponenti antifascisti imperiesi operanti in città, con i quali la banda «Cascione» era più direttamente in contatto (nucleo comunista), per mezzo di Carenzo Fedele avevano messo Curto (Nino Siccardi) in collegamento con Ivan (Giacomo Sibilla) giunto appena da Alto a Barcheto [Frazione di Imperia], e lo avevano mandato in montagna affinché si incontrasse con gli uomini della banda. Curto, con Ivan, parte intorno alle ore 14 da Porto Maurizio, col treno, e si reca ad Ormea, passando per Savona e per Ceva. Nei pressi di Eca Nasagò non trova più la banda; prosegue per Alto e per Caprauna; infine trova i partigiani ad Armo, dove arriva la sera del 31 gennaio 1944. Curto dà ordini ed istruzioni; e il giorno dopo ritorna in città.
I partigiani di Cascione, ridotti a circa una ventina di uomini o poco più, partono tutti insieme da Armo, pernottano ad Aquila d'Arroscia, pranzano a Bacelega e si fermano a Pizzo d'Evigno, dove arrivano la sera stessa del giorno della loro partenza da Aquila. Ma, prima di spostarsi da Armo per la ricerca di nuove sedi, essi, durante la notte, si erano recati ad Alto, per tentare di ricuperare almeno una parte del materiale abbandonato durante la lotta; ed erano pure andati a rendere omaggio alla salma di Cascione, che, a cura di persone del posto, era stata sepolta nel cimitero locale.
Intanto, il 1° febbraio 1944 veniva ufficialmente creato il Comitato di Liberazione Nazionale Provinciale (CLNP) di Imperia.
A Pizzo d'Evigno, il giorno immediatamente successivo a quello del loro arrivo, i partigiani, che già avevano appartenuto alla banda «Cascione», si dividono in due squadre: una comandata da Vittorio Acquarone, che dapprima si stabilisce a Villatalla di Imperia (nel periodo dal 2 al 15 febbraio circa) e poi si sposta a Borgo d'Oneglia, per preparare il colpo di Garbella, che verrà disposto per il giorno 18 dello stesso mese; e una comandata da Tito (Risso Rinaldo), che si stabilisce nella valle di Diano Marina, zona di Magaietto.
Il giorno 18 febbraio i due gruppi di partigiani derivati dalla banda «Cascione», ora di nuovo aumentati in tutto di forse una diecina di uomini, si recano sulla Via Aurelia, una parte nella zona di Capo Berta e l'altra nella zona di Garbella, con l'ordine di fare saltare la strada nelle due località. L'azione dovrebbe avvenire in concomitanza con uno sciopero operaio, nonché in relazione col progetto di un eventuale sbarco alleato nella piana di Albenga, del quale si era avuta notizia.
Poi l'azione di Garbella e di Capo Berta viene sospesa, e le squadre si ritirano. Il gruppo di Garbella, che si era appostato in una casa abbandonata, poco lontano dal posto di guardia germanico, in prossimità della strada (Via Aurelia), era stato però scoperto da un tedesco, che, giunto sulla soglia di una delle due stanze nelle quali si erano nascosti i partigiani, li aveva scorti, e aveva sparato tutti i colpi della sua pistola, dando l'allarme.
I partigiani, tuttavia, si ritirano incolumi.
Subito dopo la tentata azione del 18 febbraio, otto partigiani del gruppo di Garbella, che era quello già stanziatosi prima a Villa Talla e poi a Borgo d'Oneglia, ritornano a Villa Talla; gli altri otto (fra cui Mirko, Ivan, Federico, Gianni di Bestagno e Vittorio il Biondo) si portano in una zona a monte di Borgo d'Oneglia e di Sant'Agata. Qualche giorno dopo la maggior parte di questi ultimi (fra cui ancora Setti Angelo o Mirko), essendo giunto l'ordine di portarsi alla «Maddalena» per un raduno generale, si recano a Villa Talla, allo scopo di ricollegarsi con gli altri partigiani del medesimo gruppo, e di andare alla «Maddalena» insieme con loro; ma, non avendoli trovati, proseguono da soli.
Il gruppo prima di stanza a Villa Talla e poi a Borgo d'Oneglia, che partecipa al completo all'azione del 18 febbraio, era allora composto di sedici uomini, e, fra gli altri, ne facevano parte Vittorio Acquarone, Emiliano Mercati, Trucco G.B. o «Titèn» (rientrato in banda da qualche giorno), Angelo Setti o «Mirko», Franco Salimbeni, Sibilla Federico, Sibilla Giacomo o «Ivan», Gianni di Bestagno e Vittorio il Biondo.
Il gruppo suddetto, per andare a prendere posto in Garbella, parte da Borgo d'Oneglia; passa per Cantalupo, per il ponte di Piani sul torrente Prino, prosegue a mezza costa fra Poggi e il torrente suddetto, attraversando la regione «Perrine»; per un tratto di strada, gli uomini sono accompagnati da Curto che aveva dato istruzioni sul da farsi; poi vengono guidati da altre due persone, probabilmente una di Artallo e una di Piani. Avrebbero dovuto dormire in una baracca a varie centinaia di passi dal luogo dell'azione, che era da compiersi la sera del giorno seguente, cioè del 18, anzi intorno alla mezzanotte; ma non trovata la baracca, anche a causa dell'oscurità, si sistemano in una casa tinteggiata in rosa (Villa Ludovici), situata vicino al ponte dell'Aurelia sul torrente Prino, o ponte di Garbella, e a pochissimi passi dalla strada stessa. Entrati per una porta posteriore rispetto alla strada, per una scala interna scendono al piano sottostante, dove pernottano. Il giorno dopo vedono dei tedeschi che camminano vicino alla casa; perciò risalgono al piano di soprae occupano due stanze, ciascuna accessibile con una propria porta, dal corridoio, e fra loro intercomunicabili per mezzo di una terza porta. All'improvviso, poco dopo il mezzogiorno, sopraggiungono due tedeschi, accompagnati da due ragazze; uno di essi, mentre l'altro è ancora fuori della casa, entra nella seconda stanza per la porta che dà sul corridoio, vede Gianni e Mirko, spara alla rinfusa, e si precipita alla finestra, continuando a sparare. I partigiani, scendendo per la scala interna, si ritirano in fretta; otto si portano sull'Aurelia, passano per il ponte, e infine andranno a Villa Talla; gli altri otto, fra cui Mirko, Ivan, Federico, Gianni di Bestagno e Vittorio il Biondo, girano intorno alla casa, Ivan spara al tedesco che è ancora alla finestra mentre l'altro è fuggito, poi tutti e otto ritornano nei pressi di Borgo d'Oneglia, passando su per giù per la strada percorsa nel venire, e si fermano fra Borgo d'Oneglia e Sant'Agata, a monte dei due villaggi. Qui restano per qualche giorno, e poi alcuni di essi si dirigono alla «Maddalena», passando per Villa Talla.
Dopo la tentata azione del 18 febbraio, quando una parte del gruppo, che doveva operare in Garbella, si ritira a monte di Borgo d'Oneglia e Sant'Agata, Ivan, malato di artrite, si ferma in Sant'Agata, nella casa di Mela Giuseppe («Sacchetto»), che era staffetta del gruppo. Due giorni dopo viene raggiunto da Franco Salimbeni, febbricitante.
Giovanni  Strato, Storia della Resistenza Imperiese (I^ zona Liguria) - Vol. I. La Resistenza nella provincia di Imperia dalle origini a metà giugno 1944, Editrice Liguria, Savona, 1976, ristampa del 2005 a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia 

mercoledì 28 settembre 2022

Il 28 gennaio 1944 nuclei armati di renitenti ribelli occupavano il comune di Rezzo

Rezzo (IM): uno scorcio del centro storico. Fonte: Davide Papalini su Wikipedia

In relazione al telegramma Nr. 57351/441 si omettono per la seconda quindicina del dicembre u.s. le tre segnalazioni richieste, permanendo tuttora le condizioni di cui alle mie precedenti relazioni per la prima quindicina dello stesso mese, trasmesse con mio foglio del 18 dicembre u.s. pari numero.
Ermanno Durante, Questore di Imperia, Al capo della Polizia [n.d.r.: della Repubblica Sociale di Salò] - Roma, Imperia, 3 gennaio 1944  - XXII°. Documento <MI DGPS DAGR RSI 1943-45 busta n° 4> dell'Archivio Centrale dello Stato di Roma 
 
[...] Con sempre maggiore impulso viene combattuto il mercato nero e continuano le mie ispezioni personali ai mercati del Capoluogo e degli altri centri della Provincia.
Le recenti incursioni nemiche in questo Capoluogo ed in alcune località della Provincia, che hanno fatto vittime e danni, nonché i frequenti e ripetuti allarmi giornalieri, hanno provocato un certo sbandamento, aggravando il problema dei rifornimenti dei prodotti ortofrutticoli. A rimuovere tale inconveniente si sta procedendo con tutti i mezzi a disposizione.
Attiva sorveglianza viene esercitata sugli elementi avversi al Regime Repubblicano Fascista per seguirne gli ulteriori atteggiamenti e poter, all'occorrenza, tempestivamente intervenire per energicamente reprimere qualsiasi tentativo di turbamento dell'ordine.
Ermanno Durante, Questore di Imperia, Al capo della Polizia - Roma, Relazione settimale sulla situazione economica e politica della Provincia di Imperia, Imperia, 10 gennaio 1944 - XXII°. Documento <MI DGPS DAGR RSI 1943-45 busta n° 4> dell'Archivio Centrale dello Stato di Roma
 
Il 7 corrente in Cosio d'Arroscia elementi ribelli hanno asportato quattro fusti di carburante dall'abitazione di tale Gastaldi.
Il 9 corrente in Cosio d'Arroscia i carabinieri intervenuti per far cessare una festa da ballo che svolgeva in una abitazione privata sono stati respinti e minacciati da elementi partigiani che partecipavano alla festicciuola. Militari germanici accorsi in aiuto dei carabinieri hanno ucciso un borghese e ne hanno feriti due. Poi, hanno fermato il Commissario Prefettizio locale.
Notiziario della Guardia Nazionale Repubblicana del 20 gennaio 1944, pagine 9-10. Fonte: Fondazione Luigi Micheletti 
 

Nella settimana testè occorsa, e precisamente il 28 gennaio u.s. [n.d.r.: il giorno dopo l'uccisione dell'eroe partigiano Felice Cascione], nuclei armati di renitenti ribelli occupavano il comune di Rezzo di questa provincia, ove prelevarono un sottufficiale e 10 militi della G.N.R. (carabinieri), i quali si erano recati sul posto, da Pieve di Teco, per arrestare alcuni renitenti.
Mi recavo subito sul posto, con Funzionari, agenti ed elementi della G.N.R., nel limitrofo comune di Pieve di Teco, donde constatavo l'impossibilità di effettuare consuete operazioni di polizia. Si riusciva però ad ottenere il rilascio del sottufficiale e dei militari prelevati.
Pertanto, l'indomani, 29 gennaio, reparti germanici e della G.N.R., al comando di un ufficiale tedesco, procedevano a perquisizioni nelle abitazioni del comune di Rezzo e venivano arrestate sei persone, di cui tre renitenti, due perché trovati in possesso di armi ed uno quale ostaggio, siccome unico congiunto trovato in luogo del principale responsabile. Venivano inoltre incendiate sette abitazioni nelle quali erano state rinvenute armi.
L'ordine pubblico nel Comune di Rezzo ritornava subito normale.
Continuandosi nell'opera di pacificazione, svolta da me, ritornato nuovamente sul posto, a nome dell'Ecc. il Capo della Provincia, si otteneva la presentazione di 17 renitenti, che sono stati fatti accompagnare al Distretto Militare, nonché il ritiro di 90 fucili, 14 baionette, due pugnali, un fucile mitragliatore, con 8 caricatori, nonché cartucce varie ed alcune bombe a mano, tutto materiale di provenienza militare e spontaneamente versato alle autorità locali, dietro mie esortazioni.
La popolazione manifestava, infine, il suo sincero pentimento per le violenze commesse.
Tale episodio va quindi ridotto di proporzioni, per cui, più che di ribellione vera e propria, deve considerarsi come una ragazzata effettuata da giovani imberbi renitenti. 
Il 28 gennaio u.s. in Aurigo di Borgomaro di questa Provincia, circa 150 persone, in prevalenza, donne aggredirono con sassi e bastoni il comandante la stazione G.N.R. (carabinieri) di Borgomaro e tre dipendenti, mentre traducevano un renitente della classe 1925 poco prima arrestato. I militari per non essere soprafatti facevano uso delle armi, colpendo all'addome una donna, che successivamente decedeva. Un militare leggermente ferito ad una gamba da una bastonata. Il fermo del renitente veniva mantenuto. L'ordine pubblico ritornava subito normale.
Ermanno Durante, Questore di Imperia, Al capo della Polizia - Roma, Relazione settimale sulla situazione economica e politica della Provincia di Imperia, Imperia, 2 febbraio 1944. Documento <MI DGPS DAGR RSI 1943-45 busta n° 4> dell'Archivio Centrale dello Stato di Roma

I primi episodi di lotta [a Rezzo] si verificano nel novembre 1943, allorché i Carabinieri di Pieve di Teco, con la costituzione della Repubblica di Salò, invitano i renitenti alle varie leve a presentarsi alle armi del costituendo regime fascista. Questo invito si reitera per tutto il mese di gennaio del 1944. Nel frattempo i giovani di Rezzo, muniti delle armi di cui si sono impadroniti l'8 settembre, si sono organizzati in una banda per montare turni di vedetta a San Bernardo di Conio.
Alla fine di gennaio giungono a Rezzo una quindicina di carabinieri, guidati da un maresciallo per prendere provvedimenti seri contro i renitenti. Ma questi, stanchi delle angherie e forti dell'appoggio della popolazione, armi alla mano circondano una dozzina di carabinieri sulla piazza del paese, li legano e li portano nel bosco di Rezzo. Per farli rilasciare intervengono le autorità fasciste ed il prete della parrocchia. Ottenuto il rilascio dei carabinieri, i fascisti compiono una ritorsione bruciando alcune case e, radunata la popolazione, la portano incolonnata in cima al paese, in località "Pilastri". Sono momenti di terrore. Siamo al 30 gennaio: il contadino Costantino Donati tenta di fuggire, ma i fascisti sparano e lo uccidono in località Crocetta.
A febbraio 1944, dopo gli avvenimenti appena narrati, nel bosco si radunano una novantina di partigiani che si organizzano in tre Distaccamenti.
Francesco Biga in Francesco Biga e Ferruccio Iebole (a cura di Vittorio Detassis), Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria) - vol. V, Ed. Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia, 2016
 
Agostini Annibale: nato a Genova il 13 maggio 1911, agente in servizio presso la Squadra Antiribelli della Questura di Imperia
Interrogatorio del 10.10.1945: Fui trasferito ad Imperia nel 1940 e venni assegnato a prestare servizio presso l’ufficio di polizia di Ponte Unione di Mentone. Nel dicembre del 1943 venni inviato di rinforzo ad Imperia inizialmente nella Squadra Politica e poi siccome non mi ci trovavo bene, essendosi formata una squadra di pronto impiego, io passai a far parte di essa. Detta squadra, composta in un primo tempo di 10 elementi, venne poi aumentata a circa 30 e poi ancora a 60 uomini e cambiò la denominazione in Squadra Antiribelli. Con detta squadra presi parte all’azione svolta a Pieve di Teco allorquando i partigiani avevano assaltato la caserma dei carabinieri ed avevano prelevato il maresciallo comandante. In detta azione fu proceduto al fermo di alcune persone che vennero poi portate in questura ad Imperia.
Leonardo Sandri, Processo ai fascisti: una documentazione, Vol. 9 - Liguria: Imperia - Savona - La Spezia,  StreetLib, Milano, 2019
 
Al questore di Imperia e di Pavia Ermanno Durante, definito nelle carte giudiziarie un «fascista fervente», andò ancora meglio: imputato nell’ottobre '46 di omicidio, rastrellamento, repressione anti-partigiana, persecuzione politica, persecuzione razziale, delazione, furto, tortura e di un’altra altrettanto lunga serie di reati comuni, tra cui truffa, si vide condonare, grazie all’applicazione del D.P. 22 giugno '46, ben un terzo della pena, fissata inizialmente a venticinque anni di reclusione <163.
[...] Più simile al caso di Milano è, per certi aspetti, il caso dei due uffici di P.M. di La Spezia e Imperia, del distretto di Genova, per i quali si legge che «il lavoro ha proceduto a rilento» a causa «della esiguità del numero dei funzionari e delle difficoltà che si incontrano per il sollecito disbrigo delle istruttorie, rappresentate dalle grandi distanze», oltre che per «gravi incidenti» occorsi al presidente della Sezione di Imperia.
163 AS di Pavia, Fondo CAS Pavia, vol. 2, 133/46, 4 ottobre 1946
Laura Bordoni, La “giustizia in transizione” in Italia: l'esperienza delle Corti d'Assise Straordinarie lombarde (1945-'50), Tesi di Dottorato, Università degli Studi di Pavia, Anno accademico 2018-2019

venerdì 4 marzo 2022

A conoscenza che il 28 i Tedeschi avevano lasciato Ceriana, il Comando della divisione decide di effettuare un attacco contro il presidio repubblichino

Ceriana (IM)

«Orsini» (Agostino Bramé) racconta:
"Da molti giorni era in istudio presso il Comando della V Brigata un'azione da condurre contro Ceriana, posta sulla strada Sanremo-Baiardo a 12 Km. dalla costa. Molte erano le difficoltà da superare. Infatti il presidio di Ceriana era composto da una trentina di tedeschi e da circa 80 bersaglieri, per la maggior parte volontari, gente esaltata e particolarmente accanita contro le nostre formazioni. Gli uomini del presidio di Ceriana, aspettando o, per lo meno, presumendo un attacco da parte nostra, avevano preso tutte le misure del caso, ponendo reticolati e cavalli di frisia attorno alle loro postazioni, fortificando e barricando le case ove essi alloggiavano. Ostacolo particolarmente difficile era offerto dalla galleria posta all'ingresso del paese per chi proviene da Baiardo: nell'interno di essa erano piazzati quattro fucili mitragliatori con due sentinelle fisse. Il 28 settembre 1944 ci giungeva notizia che i tedeschi si erano allontanati da Ceriana lasciandovi solo 5 o 6 uomini. I bersaglieri invece rimanevano al completo. Si decideva allora di studiare e condurre l'attacco.
Il Vice Comandante di Brigata Brescia [n.d.r.: Umberto Bonomini] si portava presso il II° Distaccamento e con il Comandante Gino [n.d.r.: Gino Napolitano] prendeva tutti gli accordi e le disposizioni necessarie per la buona riuscita dell'azione che veniva fissata per il giorno 30 Settembre alle ore sei. Contemporaneamente veniva inviato ordine all'VIII Distaccamento di Gori [n.d.r.: Domenico Simi] affinché inviasse una trentina di uomini sulla strada Sanremo-Ceriana allo scopo di impedire l'afflusso di rinforzi durante l'azione. Nella notte, mentre due uomini interrompevano le comunicazioni telefoniche fra Ceriana e Sanremo, quattro squadre del II° Distaccamento si portavano ai posti di battaglia, in precedenza fissati, con compiti specifici e ben definiti. Non appena dal campanile del paese scoccavano le sei, tutti si ponevano in movimento.
Le due sentinelle alla galleria venivano sorprese e disarmate, i quattro fucili mitragliatori prelevati, l'alloggio di una squadra di bersaglieri assalito e l'intera squadra catturata. Tutto procedeva secondo quanto previsto, senonché una pattuglia di bersaglieri, che stava eseguendo un giro esplorativo, gettava l'allarme in paese con lancio di bombe a mano e nutrito fuoco di fucileria. In un attimo tutti i bersaglieri uscivano dalle loro camerate e si trinceravano nelle case, dalle finestre delle quali aprivano un violento fuoco. Pertanto veniva dato ordine alle nostre squadre, che già erano nell'interno del paese, di arretrare e portarsi fuori tiro. Ciò veniva eseguito in perfetto ordine. Dopo pochi minuti si tentava un altro attacco che veniva respinto. Si decideva allora di mettere alla testa di una nostra squadra i bersaglieri già catturati e di avanzare dietro di loro. I bersaglieri rimasti in Ceriana, benché accortisi di  quanto stava succedendo, non esitarono a sparare sui loro stessi compagni. Si doveva quindi desistere da ogni ulteriore tentativo, tanto più che era entrato in azione un pezzo anticarro da 47/32 che batteva i dintorni del paese. Veniva allora inviato uno dei bersaglieri catturati dal Capitano comandante il presidio per chiedergli la resa. Il bersagliere tornava portando risposta negativa, mentre più violento si faceva il fuoco dei difensori, appoggiati anche da alcune  mitragliatrici pesanti. Tutti i Garibaldini che parteciparono all'azione facevano allora ritorno all'accampamento. Non si lamentò alcun ferito da parte nostra.
Risultato dell'azione:
1) Catturati: quattro fucili mitragliatori (due Saint-Etienne e due Breda), un Mitra Beretta, una pistola automatica e due cassette di munizioni per fucile mitragliatore.
2) Fatti prigionieri otto bersaglieri fra i quali un sergente.
3) Ferito mortalmente con tre colpi il Tenente Perrucchetti, tristemente famoso per la sua crudeltà e la sua faziosità, nonché un caporale maggiore e due altri bersaglieri.
4) Probabilmente colpiti da una nostra raffica altri sei o sette bersaglieri".
Mario Mascia, L'Epopea dell'Esercito Scalzo, Edizioni ALIS, Sanremo, 1946, ristampa del 1975 a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia
 
[...] Per mezzo degli informatori venuto a conoscenza che il 28 i Tedeschi avevano lasciato Ceriana, il Comando della divisione «F. Cascione» decide di effettuare un attacco contro il presidio repubblichino e incarica Umberto Bonomini (Brescia), vicecomandante della V brigata, di elaborare il piano d'azione e portare a compimento l'impresa.
Il distaccamento di Gino Napolitano (Gino), dislocato in località Beulla, ritenuto il più preparato come uomini e mezzi, viene scelto per l'attacco che, tuttavia, presenta paurose incognite.
Infatti sarebbe follia cercare di affrontare e piegare i nemici con la forza; ai primi colpi il campo rimarrebbe subito a loro e, per questo, non varrebbe sacrificare inutilmente gli uomini. Quindi, pensano i garibaldini, se non si può attuare una strategia campale per l'enorme disparità numerica e, soprattutto, di armamenti, si può sempre giocare secondo il sistema tattico della guerriglia: sorpresa e audacia.
Però questi due fattori non serviranno a neutralizzare i cannoni e i troppi mortai dei bersaglieri fascisti.
Questo pensano «Gino» e «Brescia», i due capi partigiani, ma conoscono bene il coraggio dei loro volontari e sanno che al momento opportuno risponderanno all'appello col fuoco del loro entusiasmo, non meno micidiale di quello delle armi.
Studiano con meticolosa cura la zona e le opere di difesa nemiche e decidono di passare senz'altro all'attuazione del piano di attacco, basato essenzialmente su tre elementi caratteristici di ogni azione partigiana: eludere la sorveglianza del nemico, illuderlo sulla vera entità delle forze operanti e sorprenderlo con azione rapida e sconcertante. Oltre quaranta garibaldini del 2° distaccamento partecipano all'azione; oltre quaranta ribelli non bene in arnese, come si suol dire, contro 150 soldati repubblichini ben riforniti, equipaggiati di tutto punto, agguerriti e guardinghi. Il bollettino che il comando fascista emetterà all'indodomani, per mascherare un nuovo scacco subito e salvare, così, almeno a parole, l'onore assai dubbio della sua bandiera, parlerà di  «... 400 fuorilegge contro quindici valorosi guerrieri combattenti sotto le insegne del Littorio ...».
Alle sei precise del mattino, scoccate dal campanile, il 30 di settembre, mentre una trentina di uomini dell'8° distaccamento «Gori» bloccano la strada San Remo-Ceriana per ostacolare l'afflusso di rinforzi e due partigiani interrompono le comunicazioni telefoniche tagliando la linea dei fascisti, quattro squadre di dieci uomini ciascuna scattano contemporaneamente all'attacco del forte presidio nemico che è ubicato al centro del paese, investendo Ceriana da quattro lati. Le sentinelle avanzate vengono sorprese, catturate e disarmate, così quelle della galleria, mentre una squadra di sei bersaglieri è catturata in un alloggio della periferia. L'azione è facilitata dal sottonente Nino De Sanctis e  dal sergente Baldo della 7^ compagnia bersaglieri, che, accordatisi in precedenza, lasciano entrare i garibaldini nell'accampamento.
Ma nonostante ciò, con lancio di bombe a mano una pattuglia nemica riesce a dare l'allarme e la lotta ha inizio. I bersaglieri e i cinque Tedeschi rimasti, adottando una tattica mai prima usata in simili casi, si sparpagliano nelle case dei civili improvvisandosi franchi tiratori e aprono un fuoco infernale  sui  garibaldini  che  avanzano  per  i  viottoli del  paese.  Da ogni lato  il  piombo  nemico  fischia  rabbioso e  contrasta il passo ai partigiani che combattono come possono. Dopo mezz'ora d'impari lotta le quattro squadre attaccanti si ritirano sulle basi di partenza alla periferia del paese.
I comandanti si concertano, si interrogano gli uomini: la volontà unanime è di continuare, di non  mollare. Durante la pausa il bersagliere prigioniero Visconti da Desenzano viene inviato dal comandante del presidio per chiedere la resa. Viene respinta. Allora le «stelle rosse» (così il nemico chiamava i partigiani) ritornano nella mischia cruenta, avanzando in ordine sparso e mirando con calma e precisione sulle divise grigioverdi dei fascisti. Anche alcuni Cerianesi partecipano alla lotta.
Lo stesso tenente Perrucchetti comandante del presidio, un caporal maggiore e due bersaglieri rimangono mortalmente feriti; sembra che la stella giustiziera guidi le schiere di «Gino» e di «Brescia», le quali catturano altri nemici, mentre una mezza dozzina rimangono colpiti in modo grave da raffiche di mitra.
Questa seconda partita si conclude in meno di un quarto d'ora con un brillante successo: i partigiani si ritirano senza aver subito perdite. Attaccano una terza volta per far cadere gli assediati e una terza ondata di guerriglieri, che sono obbligati a portare con loro i prigionieri, investe nuovamente Ceriana. I nazifascisti non esitano a sparare sui loro uomini; riusciti a piazzare due cannoni per difendersi da un pugno di armati, sparano a zero; i boati coprono le altre voci della battaglia.
Intanto camions carichi di rinforzi nemici provenienti da San Remo si dirigono a tutto motore sul luogo degli scontri.
La situazione diventa insostenibile per i garibaldini e la ritirata si rende necessaria, tanto più che un bersagliere, inviato al Comando fascista per chiedere nuovamente la resa, era ritornato con risposta negativa.
Infatti i garibaldini del 2° distaccamento si sganciano e retrocedono in buon ordine verso il loro accampamento con la preda bellica comprendente due mitragliatrici pesanti «Saint-Etienne», due mitra «Breda», un mitra «Beretta», diverse  pistole, moschetti, munizioni e undici prigionieri.
Ventun nemici messi fuori combattimento (morti e feriti), sono il lusinghiero bilancio di questa giornata di lotta che ha dato una chiara, luminosa risposta all'invito scritto sui muri di Baiardo dagli stessi bersaglieri durante un rastrellamento: « Se avete del coraggio veniteci a trovare» (1).
Una seconda volta non lo scrissero più.
(l) I bersaglieri catturati nella lotta erano del primo plotone, i medesimi che il 25 di settembre avevano saccheggiato Baiardo con particolare ferocia. Probabilmente si trattava di un plotone scelto. Fatti sfilare per il suddetto paese  prima della punizione, vennero sottratti a stento alla popolazione desiderosa di linciarli (da una relazione del Tribunale di brigata).
Francesco Biga, Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), Vol. III. La Resistenza nella provincia di Imperia da settembre a fine anno 1944, a cura dell'Amministrazione Provinciale di Imperia e con il patrocinio dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, Milanostampa Editore, Farigliano, 1977
 
[n.d.r.: per combinazione su questi fatti di Ceriana ci sono anche delle narrazioni di nostalgici saloini, che qui sotto si riportano in stralci...]

Lettera del capitano Pietro Borroni, dei Bersaglieri di Salò, cit. infra

Vi prego portare a conoscenza della Famiglia Gazzaniga che il Cap. Gazzaniga Attilio residente a Zinesca Via Roma II risulta disperso in zona di operazioni per azione contro bande ribelli il 30 settembre 1944. Da informazioni di testimoni oculari è certo che il disperso ha reagito coraggiosamente e combattuto meritando perciò il trattamento di "presente alle bandiere". Il Comandante di Battaglione, Cap. Pietro Borroni, Comando 2° Battaglione Bersaglieri "Maiora Viribus Audere", Al Capo della Provincia - Pavia, proto 5742 in data 22 novembre 1944, oggetto: caporale Gazzaniga Attilio [...] La situazione in Ceriana è tranquilla e apparentemente sotto controllo, nostro per l'esattezza. Sono le prime ore del pomeriggio e, da solo, mi viene voglia di fare una visitina agli amici che presidiano il posto di controllo verso Baiardo [...] Quel poveraccio, in fondo - che voleva rendersi utile ai suoi amici partigiani - è stato tratto in errore soltanto dalla varietà del nostro abbigliamento, non proprio 'uniforme' nel senso letterale della parola: nel mio caso, visto di spalle, potevano essergli fatali i miei pantaloni mimetici ed il berretto, analogo, che portavo in luogo dell'inconfondibile fez. Sicuramente quella persona non leggerà mai questa mia memoria ma, se potesse venirne a conoscenza, potrebbe per assurdo riscrivere all'anagrafe di Ceriana una nuova data di nascita, collocandola in quel giorno di ottobre del 1944 [racconto di]  Franco Leotta
[...] Una banda di ribelli travestiti da bersaglieri sorprende in piena notte gli uomini di guardia e riesce così a prelevare molti militari del primo plotone che stanno dormendo tranquillamente nei loro alloggiamenti. Per fortuna non tutto va liscio a questi gentiluomini dell'imboscata: uno dei prelevati, il bersagliere Passarella, non ci sta e tenta una disperata ribellione. Partono di conseguenza alcuni colpi di arma da fuoco che mettono in allarme l'addormentato presidio. Il coraggioso "commando" scappa velocemente, trascinando con sé gli ostaggi, al di là della ben nota galleria dove si sente più sicuro. È così che inizia il 2 ottobre 1944 in quel di Ceriana, e cioè molto male [...] E' uno dei bersaglieri appena prelevati, un certo giovanissimo Luigi Visconti che è latore di un ultimatum: i bersaglieri devono arrendersi senza condizioni, pena l'uccisione di tutti gli ostaggi e questa minaccia sarà resa operativa anche nel caso in cui Visconti medesimo non abbia fatto ritorno con la risposta. Nessuno naturalmente pensa di arrendersi e tutti sconsigliano il ragazzo dal fare ritorno presso i rapitori ché il risultato purtroppo sarà/sarebbe comunque identico, ma il Visconti non vuole sentir ragioni e ritorna là dove ci sono, prigionieri, i suoi amici, portando la risposta della settima compagnia. (In giornata, poi, dopo alcune ore, verrà assassinato con un raro ingegnoso sistema di cui parleremo in seguito, insieme a tutti gli altri bersaglieri che erano stati prelevati). Passano alcune ore, si è fatto giorno, e si decide di inviare a Taggia un volontario (la missione ha scarse probabilità di riuscita; la si potrebbe definire "disperata") con l'incarico di mettere a giorno della situazione il comando di battaglione. Chiede ed ottiene l'incarico un mio amico, il bersagliere Arrigo Dante Biasioli di Milano, studente universitario, iscritto al primo anno della facoltà di medicina. Viene messa a disposizione una vecchia scassata bicicletta con la quale, trovandosi ad essere per una volta "bersagliere ciclista", il Biasioli parte a tutta birra per quella strada che in ripida discesa va verso una località chiamata Santa Filomena. Come sanno bene tutti quelli della settima compagnia questa Santa ci era decisamente ostile e, logicamente, si dimostrò tale anche in quell'occasione. Il "bersagliere ciclista" non giunse mai a Taggia, perché i partigiani, che avevano circondato completamente Ceriana, riuscirono faticosamente a bloccarlo proprio nei pressi di una maledetta curva, nota appunto come "la curva di Santa Filomena". Si seppe in seguito che quelle brave persone, dopo di avergli fatto scavare una fossa, qualche giorno dopo lo avevano assassinato con uno sbrigativo colpo di pistola alla nuca. Nel frattempo a Ceriana ci furono un po' di fuochi d'artificio. Loro sparavano verso il paese e dal paese noi cercavamo di fare del nostro meglio [...] E' interessante il resoconto che tale Agostino Brame detto "Orsini" fa dell'attacco del 2 ottobre a Ceriana [...] Perché l'autore non ha scritto di come dove, invece, vennero torturati e uccisi i bersaglieri nel sonno a Ceriana, ché appunto di costoro si sta parlando? Certamente una certa imprecisione nel ricordare o una non voluta dimenticanza. Capita nelle migliori famiglie, figuriamoci in quell'ambiente. Io non ne faccio una questione di destra o sinistra, di sopra o di sotto, o di un determinato colore [...]
Umberto Maria Bottino, I nostri giorni cremisi. 1943-1995, Attilio Negri srl, Rozzano, 1995