giovedì 28 novembre 2019

Felice Cascione


Felice Cascione - Fonte: Wikipedia
 
Felice Cascione nasce nel 1918 a Porto Maurizio ad Imperia. Orfano di padre, viene educato dalla madre, insegnante di scuola elementare, agli ideali socialisti in un Italia che stava vedendo la crescita e l’inasprimento del fascismo. L’adesione al PSI e il noto antifascismo, avevano reso la madre invisa al regime che, oltre a controllarla, frequentemente la sospendeva dal lavoro o la trasferiva nei centri abitati di montagna più remoti. Le difficoltà economiche non impediscono a Cascione di ottenere la maturità classica nel 1936. Nel 1938 aderisce al clandestino Partito Comunista d’Italia. Giacomo Castagneto, allora segretario della sez. di Imperia e poi commissario politico, racconta che in quegli anni la quantità di giovani avversi al fascismo era notevole: “Questi giovani studenti di cui ho parlato provavano una profonda avversione per il fascismo, ma non avevano un’idea chiara di quello che avrebbe dovuto sostituirlo”. L’operato di Cascione si fa immediatamente indispensabile: la stampa clandestina di volantini e la loro distribuzione, l’organizzazione di incontri segreti con quei ragazzi riesce a dare una direzione a quell’avversione: in breve, si avvicinano al partito diversi studenti, operai, marinai e militari sotto i venticinque anni. Saranno poi loro a seguire Cascione sui monti formando la sua brigata [...] La certezza di trovarsi “dal lato corretto della Storia”, la consapevolezza della necessità di un cambiamento radicale sarebbero rimasti concetti poco più che vuoti, sogni, se come Cascione decine di altri giovani comunisti non avessero operato nella sua stessa direzione prima dell’8 settembre. Senza un simile lavoro di preparazione l’inizio della Guerra di Liberazione non avrebbe trovato quel numero di comunisti pronti a combatterla [...] Lo stesso tipo di attività Cascione la svolgerà dopo il suo arresto, avvenuto in seguito alla manifestazione che si tenne ad Imperia dopo il 25 luglio ’43 per la deposizione di Mussolini. Durante i suoi venti giorni di carcere, trasformerà la sua cella in una vera e propria scuola di partito, sempre più convinto che la lotta al fascismo sarebbe dovuta essere lotta armata. Intanto nel 1942 si era laureato in medicina all’Università Alma Mater di Bologna ed era tornato ad Imperia per aprire uno studio dove veniva offerto servizio medico gratuito alla famiglie operaie. La vocazione alla medicina, intesa da lui come cura degli ammalati “nel fisico” sarà compagna di Cascione durante il periodo della resistenza tanto che il suo nome di battaglia diverrà appunto “U Megu”, il medico in dialetto ligure. Si sono raccolte negli anni molte testimonianze degli abitanti dei piccoli villaggi dell’entroterra imperiese che Cascione era solito visitare per prestare soccorso medico gratuito [...] In una lettera che scrisse al segretario Castagneto, passata alla storia come suo “testamento spirituale”, spiega di essere giunto alla conclusione che il momento storico richieda il suo operato più nel curare la malattia che affliggeva l’Italia che nella medicina vera e propria. Il termine che poi usa, scusandosi per il filosofeggiare, di “ammalati nello spirito” per descrivere gli italiani [...] La comunicazione dell’armistizio nell’8 settembre 1943 è il segnale che Cascione e i suoi compagni aspettavano: entro sera il primo manipolo  è già salito in collina a preparare la risposta armata al nazifascismo. Ricevuto il ruolo di comandante da Pajetta, sotto la guida politica di Castagneto, la brigata di Cascione inizia una serie di numerosi e vittoriosi scontri contro le camicie nere [...]..
 
[Felice Cascione] era un medico. Tra i primi aveva organizzato bande partigiane. Dotato di sensibilità umana per la sua professione, non nutriva né odio né rancore. La guerra partigiana era una necessità del momento. Combattere per la libertà conservando però intatto il senso del dovere verso i diritti dell'uomo. Il nemico era un avversario da combattere finché la sua vitalità era operativa sul campo di battaglia, ma quando era ferito cessava di essere un avversario e presentava i suoi diritti di esistenza e di assistenza. Per questo, lui, medico, curava il ferito nemico, che lui stesso combattente aveva colpito in battaglia. Susciterà un grosso problema umano, ma le esigenze di una guerra feroce senza sentimentalismi e non protetta dai diritti internazionali per il comportamento dei nazifascisti annulleranno il senso della compassione e della pietà.
don Ermando Micheletto, La V^ Brigata d’Assalto Garibaldi “Luigi Nuvoloni” (Dal Diario di Domino nero Ermando Micheletto), Edizioni Micheletto, Taggia (IM), 1975
 
Verso il 10 settembre 1943 Felice Cascione, che già insieme ad altri compagni aveva programmato la partenza per la montagna ma momentaneamente non in zone alte, si muove per compiere l'inizio del percorso con obiettivo la valle di Diano [...] prima si reca dalla zia Maddalena in Via Artallo per informarla del suo progetto ed invita la cugina Felicita, che aveva ventun anni, a guardarsi dai Tedeschi, considerati già come un'orda barbarica. Quindi si sposta a Diano Gorleri (c'è sentore che i fascisti lo stiano già cercando), per rifugiarsi momentaneamente in casa del compagno Angelo Ramella, detto "Lalin" (assaggiatore di olii per conto delle Ditte), dove si è già rifugiata la madre (anch'essa sospetta e, probabilmente, ricercata). È a Gorleri che Felice e la madre Maria si trovano per l'ultima volta insieme. Lei esorta il figlio a stare attento, lui le risponde dicendo: "cara mamma, si muore una volta sola". Poi si lasciano. Felice si sposta in un terreno del territorio del Comune di Diano Castello di cui è proprietario Giuseppe Aicardi detto "Cartain" (questi sarà il sindaco della liberazione di questo Comune), mentre la madre, oltrepassata la Valle Impero, si rifugia presso la famiglia Oddone in una campagna nei pressi della strada che porta a Sant'Agata.
Francesco Biga, Felice Cascione e la sua canzone immortale, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, tip. Dominici Imperia, 2007 

La stesura di Fischia il Vento è ammantata da un velo di romanticismo. E’ sempre Simonti a raccontare che avvenne in una notte d’autunno, fuori da uno dei casoni in cui riposava la brigata durante la notte, sui pendii delle colline dell’entroterra ligure. Ogni frase venne scritta sull’effettivo dolore (il vento, le scarpe rotte…) che sentivano i compagni in quel momento, per unire in un inno le lotte partigiane di tutta Italia. La notte di Natale del 1943, gli abitanti di Curenna, un piccolo villaggio sui monti sopra Imperia, trovarono Cascione e la sua brigata all’uscita della chiesa: in quel momento fu cantata “Fischia il vento” per la prima volta. La canzone, che oralmente si diffuse poi in tutto il nord Italia, è stata diverse volte modificata.

Fonte: E. Micheletto, Op. cit.
 
Il 27 gennaio 1944 i tedeschi attaccano con ingenti forze.
I partigiani di Felice Cascione diventano eroi. Non cedono e contrastano l'avanzata al nemico.
La dura battaglia ha inizio alle ore otto del mattino.
Alle 8.30 Felice Cascione era stato colpito in modo piuttosto grave. I suoi uomini cercano di portarlo fuori mischia per curarlo e si comportano da veri combattenti leali cercando di distrarre i nazisti con attacchi diversi.
I tedeschi però hanno adocchiato il comandante ferito e lo vogliono catturare ad ogni costo. Lo raggiungono ad Alto [(CN)], nel basso cuneese, e lo uccidono.


L'alto valore umano e combattentistico di Cascione fecero di lui un esempio ed una bandiera.
I suoi uomini avevano dimostrato di essere veramente valorosi e degni della massima stima.
Per loro occorreva un comandante degno successore di Cascione.
Verso la metà di febbraio 1944 il Curto [Nino Siccardi, subito comandante della neo costituita IX^ Brigata d'Assalto "Felice Cascione", dal 7 luglio 1944 al 19 dicembre 1944 di questa trasformata in II^ Divisione d'Assalto Garibaldi "Felice Cascione", quindi comandante della I^ Zona Liguria delle formazioni partigiane] prende il comando di questi uomini e li guida con grande abilità in cento altre battaglie.
don Ermando Micheletto, Op. cit. 

Cascione fu ucciso il 27 gennaio 1944, a ventiquattro anni, da un attacco in forze delle brigate nere. Venne portato agli appostamenti partigiani guidati da un tale Dogliotti, un fascista che era stato catturato in seguito a una battaglia che Cascione aveva rifiutato di giustiziare e che era riuscito a fuggire. Uccidere un uomo disarmato era quanto di più lontano ci fosse dal suo concetto di essere medico ma, soprattutto, era convinto che Dogliotti, come tutti gli altri giovani che combattevano per il regime, potessero essere educati ai valori per cui combatteva la Resistenza. Era consapevole, infatti, che se tanti giovani ingrossavano le fila del regime era perché quella era l’unica educazione che avevano ricevuto e che tanti di loro combattevano costretti[...] Un episodio che, però, ci testimonia a quali rischi si potessero esporre intere brigate partigiane nel graziare repubblichini e spie.

Mi ricordo bene quel giorno. Ero di guardia insieme a Cisgrè, erano le 6.30 circa e faceva un gran freddo. Eravamo in allerta per possibili attacchi tedeschi perché due giorni prima era scappato uno dei prigionieri fascisti catturati nella battaglia di Montegrazie. Il Battaglione tedesco ci attaccò con mezzi pesanti dal basso, nello scontro a fuoco Cascione fu ferito a una gamba, rifiutò ogni tipo di soccorso per non mettere a repentaglio le nostre vite e per non pregiudicare la nostra ritirata. Ci ordinò di seguire Vittorio Acquarone (suo cugino) e di scappare verso Alto per mettere in salvo la banda. Ci siamo diretti verso la mulattiera che portava a Ormea e quando abbiamo saputo che Cascione era stato ucciso, ci siamo messi a piangere come dei bambini.
Tonino Fedor Simonti