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giovedì 4 febbraio 2021

Vive Vittò e Garibaldini

Uno scorcio di Pigna (IM)

Il 28 settembre [1944] giunse a Pigna un gruppo di militari alleati provenienti da Ormea, composto dai capitani Michael Lees e Geoff Long, dal corrispondente di guerra Paul Morton e da sette prigiginieri di guerra: tre aviatori dell'USAF e quattro inglesi. Erano accompagnati dalle guide Andrea Micheletti "Tarzan", Luigi Mondino "Valter", Aldo Clerico e Maccalli, incaricate dal capitano Cosa di scortare l'insieme, al quale si unirono l'avvocato Astengo, il professor Bessone e il radiotelegrafista Secondo Balestri "Biagio".
Lees e Long erano membri del servizio informazioni britannico (Special Force n. 1), facevano parte della «Missione Flap» e, in precedenza, erano stati paracadutati in Piemonte per raccogliere informazioni sulle forze partigiane, sul loro orientamento politico, sulla consistenza e la dislocazione delle truppe tedesche.
Paul Morton era invece un corrispondente di guerra canadese del «Toronto Star» paracadutato anch'egli, ma con il preciso compito di scrivere reportage sull'attività partigiana.
Il gruppo sostò a Pigna quella notte e il mattino seguente si frazionò: Lees con Fred Dobson e le due guide italiane si rimisero in cammino per cercare il punto più agevole per oltrepassare le linee nemiche; gli altri si fermarono in paese, dove furono rifocillati e poterono riposare per alcuni giorni.
Lees e Dobson, insieme ai tre italiani aggregati al gruppo, avrebbero tentato di passare da Fanghetto o da Olivetta San Michele, in realtà seguirono il percorso monte Pozzo, Torri, Grammondo; in caso d'insuccesso fu raccomandato, a chi restò, di provare più a nord verso il colle di Tenda.
Il comandante "Leo" [Stefano Carabalona] informò i rimanenti che, servendosi dell'organizzazione partigiana «Gruppo sbarchi», avrebbero potuto raggiungere in barca il Principato di Monaco.
I quattro ex prigionieri, accompagnati dalla guida Nino, partirono il 30 settembre, optando per la seconda soluzione indicata da Lees. Morton, Long, il sergente Bob la Roche dell'USA Air Force e William Mc Clelland delle guardie scozzesi, rimasero a Pigna per alcuni giorni.
La guida, Pierino Loi, tornò portando la notizia che una barca li attendeva a Ventimiglia. Assieme ai quattro militari lasciò il paese all'imbrunire e, dopo quattro ore di marcia, raggiunse Rocchetta Nervina, località che lasciò a notte fonda; l'alba colse il gruppo alla periferia di Ventimiglia. Qui incontrarono il figlio del proprietario dell'imbarcazione il quale diede precise informazioni sulle posizioni tedesche e indicò il percorso cittadino da seguire.
Paolo Veziano, L'ultima tappa della Missione Flap in La libera Repubblica di Pigna. Parentesi di democrazia (29 agosto 1944 - 8 ottobre 1944) (a cura di Paolo Veziano con il contributo di Giorgio Caudano e di Graziano Mamone), Comune di Pigna, IsrecIm, Fusta Editore, 2020, pp. 141,142

Rosina (Luciano Mannini) racconta: "Il servizio di informazioni militari, esplicato dalla missione «Leo» in Italia con i comandi alleati, ebbe inizio alla fine del settembre 1944, con l’arrivo nella zona della V^ Brigata [d’Assalto Garibaldi "Luigi Nuvoloni"] di ufficiali americani ed inglesi giunti attraverso i passi montani dal Piemonte, ove erano stati paracadutati […] Il capitano Leo [Stefano Carabalona], attestato allora a Pigna, comandante del distaccamento che li ospitava e che provvide in seguito a farli condurre - parte attraverso i valichi alpini e parte via mare - in Francia, stabilì col capo della missione alleata [Missione Flap] i primi accordi che dovevano condurre alla formazione di un gruppo specializzato che collegasse, per mezzo di una rete segreta, la nostra zona a quella occupata dagli alleati e fungesse da centro di raccoglimento e di smistamento di notizie militari e politiche interessanti la lotta".
Mario Mascia, L’Epopea dell’Esercito Scalzo, Ed. ALIS, 1946, ristampa del 1975 a cura di IsrecIm

Approfittammo della tregua per porre in salvo la missione alleata, la quale venne accompagnata fino ad un punto di ritrovo in prossimità del fronte germanico, ove le staffette già predisposte avrebbero dovuto guidarla attraverso le linee nemiche, fino alla terra di Francia. Come fummo in seguito informati dal comando alleato l’operazione venne ef­fettuata con pieno successo e senza la perdita di un sol uomo... Doria [Fragola Doria, Armando Izzo, capo di Stato Maggiore della V^ Brigata, da dicembre 1944 comandante della V^ Brigata] in Mario Mascia, Op. cit.

Un giorno mi fu ordinato di sorvegliare la strada per Pigna perché dovevano scendere dei partigiani, forse perché accompagnavano ufficiali alleati. Mi lasciarono sul ponte del Nervia al bivio per Rocchetta [Nervina (IM)] con due pecore e due capre per fingermi pastore al pascolo. Tutto andò bene, solo che alla sera le bestie non volevano saperne di ritornare al paese. Anche altre volte usai lo stesso stratagemma del pastore per visionare luoghi e sentieri e tracciare così percorsi alternativi per eludere i tanti posti di controllo fascisti.
Dopo quella avventura, Girò [Pietro Gerolamo Marcenaro] mi disse che occorreva mandare dei partigiani dagli alleati nella Francia liberata per stabilire rapporti e trasportare armi per i garibaldini. Come? Di notte, con un gozzo, remando da Vallecrosia a Monaco.
Ampelio "Elio" Bregliano, in Giuseppe Mac Fiorucci, Gruppo Sbarchi Vallecrosia, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia < Comune di Vallecrosia (IM) - Provincia di Imperia - Associazione Culturale "Il Ponte" di Vallecrosia (IM)>, 2007 

Nella redazione del suo giornale a Toronto, i colleghi non ci credevano più a questo Morton, corrispondente di guerra un po' strambo e contaballe; - ma va a ramengo -,  gli dicevano annoiati. Il fatto è che sì, d'accordo, spirito d'avventura e guadagnare bene; ma fino a un certo punto.
Poi però, la pelle giocarsela a quel modo da lunatico, non gli pareva vero ai suoi colleghi del giornale canadese.
- Basta così - gli dicevano, - basta prenderci per le braghe e insistere, eppoi pretendere ancora che va bene così.
Volevano che la finisse sto corrispondente del piffero, troppo esaltato; e che andasse a portare le sue chiappe ancora più distante dal Canadà, per raccontare come si fa la guerra a modo suo, ma da lontano.
- Adesso ci ha imbidonati assai con tutte queste balle che scrive dall'Europa per l'America, basta così.
Invece no, il corrispondente di guerra Morton, proveniente da Toronto, niente impostura; ma semplice disguido, le cose le vuole scrivere come gli capitano quando, anziché in Jugoslavia come convenuto - ma fa lo stesso, che t'importa? - lo paracadutarono in Piemonte.
Scese al buio, portandosi pressappoco tutto l'occorrente dei commandos, e il fabbisogno suo personale.
Anche lì, nell'alta Italia, c'era guerriglia buona ugualmente si capisce per il suo mestiere; e allora niente da dire va bene così, tanto è lostesso; lui però, nella fretta non ci pensò a spiegarlo di volta in volta negli articoli che i posti sì, erano diversi; ma ciononostante, il mittente era d'accordo nell'interesse della cronaca.
Così, cominciò, a scrivere solo delle faccende italiane come capitavano, trascurando il maresciallo Tito; scriveva che era uguale dappertutto; e seguitava sempre sul serio, spiegando ste facçende proprio giuste come le vedeva, per guadagnarsi la paga onestamente all'avventura da una parte all'altra nella guerriglia, girando sempre.
Nelle Langhe con quelli di Mauri, ci girò subito alla va là che vai bene, come gli piaceva, curiosando sempre meglio per pratica di articoli a modo suo.
Poi, passò di qua in Liguria, perché si stava un po' annoiando a far flanella coi badogliani nella pianura monotona, coi nazifascisti in retrovia; così, gli avevano spiegato come qualmente di qua in Liguria è ancora meglio altroché, se vuole scrivere dei ribelli come succede; che di più non si può, in agitazione permanente.
Andando, gli dissero delle altre cose ancora più precise, quando lo aggregarono a quelli della missione alleata che dovevano passare in Francia, sconfinando dalla riviera sotto le Alpi Marittime, proprio dalle parti di Pigna.
Quando arrivarono nei paraggi dei garibaldini, proprio vicino al comando, Simon [Carlo Farini] lo venne a sapere; e nell'imprevisto, ci volle tentare; chissà se ci riusciva.
Si capisce che nella stella rossa, anche se adesso si chiamano garibaldini, i ribelli non sono propriamente badogliani: ma porca la miseria, vengano a vedere.
E ci vengano sul serio a prendersene una visione, se non è vero che è tutto funzionante in regola, con tutte le cose a posto per la guerriglia come va fatta. Epperciò a Piaggia, davanti al casone del comando, per fargli vedere proprio sul serio le cose tutte precise e a posto, ci mise persino i russi sull'attenti; che loro ci stavano sempre, lì fermi e ubbidienti, a montare la guardia come dei bacicciolli.
Così, quando questi gabibbi della missione alleata, eccoti che arrivano tutti spidocchiati, fumando il tabacco alla melassa che avevano, i russi gli fanno il saluto militare, sbattendo i tacchi in un colpo solo; invece tutti intorno, staffette scrivani cambusieri conducenti e informatori, ci si fanno l'idea di tutta quella roba buona vedendosela passare sotto il naso; che gli avrebbe fatto proprio di bisogno.
Così, cominciano a barbottare a denti stretti, e di su e di giù e di chi ce l'ha la roba e di chi non ce l'ha; essendo tutta una gran porcata che bisogna mandarli al caracco, dicono, con tutti i sentimenti, altro che balle.
62. Difatti macché, manco parlarne; la remenarono per chissà quanto tempo, perché volevano vederci meglio e di qua e di là e di su e di giù, prima di decidersi se dargliela la roba, sì o no.
Erano incerti se dargliela anche a questi qui, la radio trasmittente per trafficare lanci aerei di armi automatiche e roba buona, come coi badogliani; e dissero chissà.
Tu non ci puoi discutere se hai le balle in giostra e la rabbia di continuo nel discorso, essendo che i lanci porco mondo servono nell'interesse generale della impresa; tu non ci puoi discutere, per farcela capire che la causa è uguale; epperciò i lanci bisogna farceli anche a questi qui, che però sono garibaldini, non badogliani; o altrimenti li schiacciano come vermi.
Ma loro diffidenti, non vogliono saperne di decidersi, dicendotelo in cortesia; e va bene.
Tu allora però, glielo dici brutale, che è una porcata bella e buona; glielo dici a modo tuo come sai, basta farti capire senza tanti preamboli; che vadano in malora brutto mondo schifo, e si tolgano di lì.
Glielo dici alzando un po' la voce, come qualmente adesso lo hanno visto proprio bene il comando come funziona e la guerriglia pure, come la fanno; cosicché il tafanario se lo tolgano via di lì e se lo portino subito di là, sulla promenade a Nizza, insieme con le staffette che gliele danno gratis; e così gli insegnano anche la strada giusta, per fare più presto.
Passando da Pigna però, questi ufficiali francoanglocanadesi devono fermarsi per le cannonate; e lui il giornalista di Toronto stavolta anche se si sforza, l'articolo non sa proprio come scriverlo.
Non può mica spiegarglielo nell'articolo ai lettori del «Toronto star» come succede a quel modo, così vicino al fronte degli eserciti regolari, quest'altra guerra che la fanno la gente dei paesi, e non gliene importa un fico dei generali; come succede voglio dire, che ci siano questi uomini sbrindellati tutti incarogniti, che sparano a modo loro.
Non è capace a spiegarglielo, facendosi capire così da distante, come fanno questi qui a fare la guerra, anche contro l'artiglieria che gli spara da tutte le parti con tutti i calibri.
È impossibile farglielo capire, che a fare così glielo insegna all'atto pratico uno di loro che non ha manco i gradi da caporale; è inutile porcomondo riprovarci, principiando sempre da capo a scrivere l'articolo; lui lo sa.
Non si può assolutamente spiegare ai canadesi, come fa uno a comandare questa gente di paese, ribellandosi tutti i giorni coi tedeschi sempre presenti, lì sul posto; e sempre di più prepotenti; come fa uno a comandare senza manco i gradi da ufficiale, senza manco perdio l'istruzione e la divisa come si deve; soltanto perché si chiama Vittò [Ivano, Giuseppe Vittorio Guglielmo] , punto e basta.
- Questo Vittò del cavolo - dicono laggiù in America, - non c'è neppure segnato, né lui né il suo paese né la sua truppa, negli elenchi delle forze militari alleate.
Ma qui, in questi posti dell'accidenti, da non potersi manco raccontare, è vero che ci stanno lo stesso armati questi guerriglieri; anche se sono stracciati e con le scarpe rotte; e ci vengano a vedere, lui lo sa; ma non possono crederci i canadesi a queste storie di guerriglia, che paiono proprio inventate da un contaballe maiuscolo, per prenderli in giro.
Paiono scritte così di corsa, una sull'altra, come se fosse sempre il cinema di arrivano i nostri, e ancora di più.
- Ma come fanno - dicono; - come fanno mondo cane, gente stracciata senza munizioni sussistenza rifornimenti armerie e graduati, come fanno a continuare senza niente; come fanno contro i tedeschi, che invece sono specialisti, avendo mezzi corazzati munizionamento a bizzeffe, e tutto il resto?
63. Dunque non se lo credono per niente, di quello che succede qui su questi bricchi di confine, scordati da tutti; non se lo credono che qui non servono le carte geografiche con le bandierine sui punteruoli da spostare a mano a mano, come fanno vedere al cinema di guerra, nel quartier generale dove fanno la strategia come va fatta.
Com'è possibile che qui i partigiani sparino fin nei vicoli del paese, anche quando contro il paese c'è concentrata tutta l'artiglieria?
- Ma piantala di contar balle -  gli dicono i canadesi.
Com'è possibile che anche le donne sparino, quando non ci sono più castagne secche da raccogliere; non c'è proprio più niente da raschiare nella madia per i loro uomini da dargli da mangiare, e i tedeschi brutti bastardi bruciano il paese? Così la gente senza distinzione tutti insieme, se ne stanno fino all'ultimo in trincea; intanto piove come Dio la manda sempre più forte, e l'artiglieria tedesca non la finisce più di essere concentrata tutta lì.
- Ma dove lì, e piantala con ste balle -, gli dicono i lettori canadesi al corrispondente Morton.
- Dove lì, se tutti i giornali come si deve, dicono che il fronte è fermo; è tutto calmo da cima a fondo sul territorio italiano? Eppoi, questo paese di Pigna che tu dici, nemmeno a cercarlo con la lente noi lo troviamo sulla carta geografica, va bene? Adesso perciò, tu la finisci di imbidonarci; e l'impostore tu assolutamente non lo fai più sui giornali canadesi, hai capito?
Ma il corrispondente Morton alza le spalle, sputa per terra, dice parolacce e stringe i denti andando avanti a scrivere per conto suo, perché altro che balle: una volta passando per caso, anche se non se lo credono; passando per  caso in cerca di notizie da queste parti, le vide sul serio eccome queste cose, così come le scrisse; da non scordarsele mai più.
Ne vide ancora delle altre, che andando avanti, non seppe manco più scriverle da farsi capire, raccontandole come capitavano da una volta all'altra; voglio dire come erano successe veramente su questi bricchi lì per lì.
E così, stringendo i denti e i pugni, invece dell'articolo, quella volta dice che ci scriverà sopra un libro tutto intero su questa faccenda di confine, che non sembra vera.
- E questo libro, prima di tutti lo dovranno leggere anch'essi i canadesi; perché glielo farò vedere eccome, che ci sono proprio stato in questi posti qui. Eppoi, nel libro ci metterò precisi i nomi e i cognomi di tutti i testimoni: porcomondo se lo leggeranno anch'essi i canadesi -.
Adesso intanto, cerca di fare in tutti i modi come può, da giornalista serio il suo mestiere di corrispondente di guerra; eppertanto si sforza di dirglielo tutto in breve, facendosi capire tra le cannonate - vous ètes magnifiques. Vous ètes vraiment tres magnifiques, very good une very bataille; thank you, vive Vittò e Garibaldini.
Con le staffette che li portano al battello per passare di là, se ne vanno ancora tutti impiastricciati del fango di Pigna tra le cannonate, questi ufficiali in divisa kaki che stentavano a farsi capire dai paesani.
Se ne vanno a Nizza così, lui Morton corrispondente di guerra canadese e Long, Mac Lelland, Larouche, ufficiali regolari della missione alleata.
Se ne vanno in silenzio a capo chino, dopo aver salutato alla militare ciascuno per la sua parte: salutano e ringraziano di aver imparato come si fa la guerra ai nazifascisti, qui sul confine italofrancese, da soli, tutti stracciati e con le scarpe rotte.
Ma sul fronte, segnato nelle carte geografiche del quartier generale con le bandierine tutte ferme, tutto rimane tranquillo e sempre uguale; sicché loro se ne vanno, dopo aver imparato queste cose e delle altre ancora si capisce mentre in America non ci credono per niente, non sanno nemmeno chi è questo Vittò.
E se uno glielo dice, magari raccontandoglielo giusto sul giornale, gli dicono che è scemo, e che la pianti lì di scrivere delle balle.
Osvaldo Contestabile, Scarpe rotte libertà. Storia partigiana, Cappelli editore, 1982, pp. 95-99 

sabato 5 dicembre 2020

Il comandante Vitò ed i suoi partigiani al ballo di Perallo, ma anche in una vana ricerca di sale

                                                       Perallo - Fonte: Mapio.net
 
Fu un momento veramente entusiasmante. Si celebrava in Perallo [Frazione di Molini di Triora (IM)] il 19 marzo 1944 la festa patronale di San Giuseppe.
Le funzioni religiose della Messa e della processione erano fondamentali, ma dopo, nel pomeriggio, specie ad opera dei giovani, si organizzava il ballo. Ed al ballo interveniva la gioventù di tutti i paesi limitrofi ed anche da paesi distanti. 
 
Su tutte le strade dell'Alta Valle Argentina, in posizioni strategiche, i nazifascisti avevano organizzato posti di blocco e piccoli fortilizzi in previsione di un attacco dei partigiani, in realtà non ancora costituitosi in forze organizzate, ma tutti erano convinti che lo fossero. 
 
Correva anche la voce che sulle alture, a corona dei monti, da Margheria dei Boschi a Torraggio, a Prea Veglia, a Cima Marta, a Colle Sanso, al Saccarello il principe di Piemonte, con più di quattromila uomini si fosse posto a difesa ed in lotta contro i tedeschi. Ma era semplice fantasia o propaganda depressiva ed inganno. Su quei monti vi erano solo contadini del luogo, che sudavano per ricavare dal taglio del fieno e degli alberi concessi, il pane quotidiano. 
 
Alla Goletta avvenivano i preparativi per la prima uscita. Vitò ["Ivano", Giuseppe Vittorio Guglielmo] parlava ai suoi. "Ragazzi, nel pomeriggio, andremo al ballo di Perallo". Tutti applaudirono entusiasti, ma dopo qualche momento apparvero le prime incertezze.
"Andremo armati?" "Certo. Tutti devono vederci in perfetto assetto di guerra". "E non ci sarà pericolo?". "Chi non risica non rosica". Tutti si prepararono ad arma a tracolla, si tennero pronti per le istruzioni. "Vi raccomando di obbedire a tutti i miei ordini. Cammineremo in fila indiana, a qualche distanza gli uni dagli altri. Non si devono usare le armi senza il mio ordine". "Le teniamo cariche le armi?" "Certo. Non vi sono guardiacaccia. Potremo però incontrare i fascisti o tedeschi. Ciascuno deve coprire con la sua arma il compagno davanti". "E in caso di ritirata come ci dobbiamo comportare?" "Dobbiamo fare una avanzata e non una ritirata. Nessuna imprudenza e nessuna spavalderia. Comportiamoci come bravi ragazzi che vanno ad una festa". 
 
Sulla carrozzabile Carmo Langan - Molini di Triora il gruppo incontrò una pattuglia di fascisti che si stavano recando al loro accampamento. L'incontro improvviso e non previsto non fu drammatico. Vitò fermò i suoi uomini. "Non usate le armi se prima non sparerò io. Nessuno dia segni di nervosismo. Calma". 
Avanzò lui col mitra a tracolla e si comportò come un comune passante. I fascisti, sette o otto, erano disarmati. Solo alcuni avevano la rivoltella. "Buongiorno, ragazzi. Come mai non andate al ballo?"
Non risposero e si fermarono tutti, perchè vedevano arrivare gli altri partigiani. Era dipinto sul loro viso un certo timore. "Non abbiate paura. Non veniamo con intenzioni aggressive. Voi andate per la vostra strada e lasciateci in pace. Siamo l'avanquardia di un battaglione di partigiani che sta dirigendosi verso queste parti". I fascisti non si mossero. Avevano davanti uomini armati tutti di mitra. 
 
Dice Vitò: "I fascisti erano giovani di prima leva. Si vedeva. Inesperti e impauriti. Li accerchiamo ma con fare di amici. Non dovevamo metterli nella condizione di usare le armi, anche se ne avevano poche e non adatte a contrastare i mitra. Avevano delle belle pistole alla cintola ed anche i miei uomini le guardavano con cupidigia. Avremmo potuto disarmarli facilmente, ma mi premeva far sapere che i partigiani erano forti e soprattutto che volevano combattere i tedeschi e non gli italiani, anche se fascisti a meno che..."

Parlai a loro: "Vedo che siete giovani, appena arruolati. Siete italiani e contro di voi non abbiamo alcun rancore; il fatto che siate fascisti non comporta ancora per noi di considerarvi nemici, a meno che... non siate voi i primi a farvi nemici. Come vedete non abbiamo intenzione aggressive. Se un giorno vi troverete a disagio, venite da noi. Vi accoglieremo come amici, se così vi dimostrerete. Una sola raccomandazione vi debbo fare: Acqua in bocca. Voi non avete visto nessuno".
 
Quei giovani fascisti non avevano mosso, dall'incontro, nessun passo. Erano meravigliati e scossi. Qualcuno, quando Vitò accennò ad avviarsi, abbozzò un saluto fascista, qualche altro quello militare. Risposero anche al saluto dei partigiani, alla voce. 
 
Forse nel loro animo era nato un seme di visione realistica delle condizioni della guerra e produceva l'ingradire del desiderio di cacciare i tedeschi e di finirla con le atrocità. Fu strano, ma non diedero l'allarme, anche perchè l'ammonimento dell'arrivo del battaglione di partigiani, creava in loro una grande paura ed il bisogno di attendere vigilando.

A Perallo i giovani partigiani erano conosciuti e furono accolti come amici. Avevano messo al sicuro le armi con una buona scorta alternata da ciascuno di loro. Furono presentati ai tedeschi ed ai fascisti presenti come conterranei. 
 
La festa faceva nascere una certa amicizia. Bevvero insieme a tutti gli altri, cantarono le canzoni dei loro paese. Anche i tedeschi facevano circolo con loro e a loro volta cantarono le loro canzoni. Forse, e senza forse, anche nella loro mente si profilava la gioia per una pronta fine della guerra. 
 
Lo scopo era raggiunto. I partigiani si erano fatti vedere. Occorreva ancora che li osservassero partire armati.
 
A mezzanotte Vitò, per prudenza, invitò i suoi a ritornare. Tedeschi e fascisti presenti erano brilli. Ad un segnale di Vitò, le vedette portarono le armi. Due di essi puntarono i mitra e Vitò parlò: "Vi ringraziamo per la festa. Siamo partigiani, ma non combattiamo gli amici festaioli. Nessuno si muova finchè noi non saremo lontani. Siate prudenti perchè siete circondati. Come vedete i partigiani non sono banditi ed abbiamo pagato tutte le nostre consumazioni. Arrivederci!"

Il fatto della apparizione partigiana si divulgò vicino e lontano. La gente diceva: "I partigiani ci sono. Li hanno veduti festaioli a Perallo".  "Erano armati e non avevano paura, ma ne hanno messo ai tedeschi e ai fascisti".  "Pare che sui monti siano a centinaia, forse migliaia". "Erano alla festa coi tedeschi e coi fascisti e non è successo nulla". "Presto prenderanno il comando della zona".

E quelle parole corsero nelle vallate, ingrandendosi e moltiplicandosi e da Arma corsero fino a Ventimiglia e tutti le udirono, le commentavano e le moltiplicarono ancora.
 
Era diventato un mito il partigiano e nel cuore di ciascuno cresceva la speranza della fine della guerra per mezzo degli uomini della montagna.

Anche i partigiani lassù alla Goletta fremevano di gioia di soddisfazione e guardavano Vitò come un comandante naturale e naturalmente riconosciuto da tutti, perchè sapeva parlare e sapeva agire. Aveva dichiarato ai fascisti gli scopi dei partigiani. Se quelli avessero capito, a frotte, avrebbero dovuto lasciare le armi dell'esercito ed arruolarsi con Vitò. Non ci fu nessun rastrellamento, né i nazisti osarono avanzare verso la terra da cui doveva venire il Battaglione partigiano.
 
I giovani affluirono alla Goletta con sempre maggior ritmo, anzi raggiunsero un numero talmente considerevole da decidere la formazione di numerosi distaccamenti. 
 
I problemi dell'organizzazione aumentavano, ma primo si imponeva quello del vettovagliamento. I giovani che erano dei paesi lassù andavano a casa a mangiare o se ne portavano anche in più, ma ai giovani che erano giunti dalla riviera o da paesi lontani bisognava provvedere per le esigenze dei loro stomaci divoratori.

don Ermando Micheletto *La V^ Brigata d’Assalto Garibaldi “Luigi Nuvoloni” (Dal Diario di Domino nero Ermando Micheletto), Edizioni Micheletto, Taggia (IM), 1975, pp. 40-43
* ... Don Micheletto per tutta la guerra si adoperò per i partigiani, generalmente in contatto con i gruppi di Vitò, che accompagnò spesso nei loro spostamenti. Esplicherà la sua attività specialmente nell'assistenza e per captare messaggi radio. Giovanni Strato, Storia della Resistenza imperiese (I^ zona Liguria) - Vol. I. La Resistenza nella provincia di Imperia dalle origini a metà giugno 1944, Sabatelli Editore, Savona, 1976 
 
[...] i tedeschi sono in agguato alla ricerca di arruolamenti di militari sbandati o fuggiti. Il compagno Pino mi ospita a casa sua. Non devo farmi vedere. I compagni cercano di farmi raggiungere i primi nuclei partigiani che si vanno formando. Vi è discussione tra i compagni, in quanto alcuni ritengono che dovrei lavorare per il P.[ artito ] in città. Insisto per andare in montagna. Prima tappa, accompagnato dal panettiere Floriardo, è Garessio, per raggiungere Valcasotto. Dopo Valcasotto, Valle d'Inferno, Trappa. Dopo uno sbandamento della formazione, raggiungo Alto e nuovamente la zona di San Remo. Il compagno Manetti Oreste mi accompagna a Molini dal farmacista, nel cui negozio ha sede di riferimento la formazione partigiana organizzata da Vittò. È domenica, sono accompagnato a Cetta. Sul terrazzo di un piccolo locale vedo i primi partigiani della zona che ballano. Vedo Vittò, Guido, uomo di fiducia, e altri della zona. Sono presentato a Vittò. Mi guarda, mi scruta, pare che voglia leggere nel mio animo. Mi sollecita a ballare, rispondo che non sono capace. "Devi essere o un grande lavativo o un gran bravo ragazzo", mi dice Vittò, "vedremo". Incomincia la grande esperienza della Resistenza, che mi farà diventare uomo, che mi fa conoscere la generosa gente di montagna, i tanti altri giovani che hanno scelto di combattere, di sopportare freddo, fame, sacrifici [...] Entrato nella banda, il primo atto è quello di scegliere il nome di battaglia. È una misura che garantisce soprattutto la tranquillità e la sicurezza delle famiglie. Tra noi non ci si conosce per cognome, vale il nome di battaglia. D'ora in poi mi chiamerò Gino. Sono assegnato al distaccamento di Guido da semplice garibaldino. In seguito diventerò capo-squadra comandante del 2° distaccamento "G. Repetto", comandante del 1° battaglione "N. Bini" e infine vice comandante della 5^ brigata "L. Nuvoloni". 
Gino Napolitano (1), La semplicità della politica. Scritti autobiografici, lettere, immagini, a cura di Saverio Napolitano, Arma di Taggia, 2012
(1) [Luigi "Gino" Napolitano di Sanremo (IM). Dalle formazioni autonome di “Mauri” a marzo 1944 passò definitivamente alle formazioni Garibaldi dell’estremo ponente ligure. Per le sue doti di coraggio e spirito combattivo veniva subito nominato comandante di un Distaccamento che, per l’aumentato numero di volontari, divenne poi Battaglione. Come risulta da un rapporto, era considerato dai nazi-fascisti “elemento assai pericoloso”. Protagonista di un gran numero di battaglie tra le quali: Carpenosa, Giugno 1944; Badalucco, 29 giuno 1944; Ceriana, Agosto 1944; Carmo Langan, 8 ottobre 1944 e febbraio 1945; Baiardo, marzo 1945. Ferito in combattimento a Baiardo. Commissario politico del I° Battaglione “Mario Bini” della V^ Brigata. Da fine gennaio 1945 vice comandante della V^ Brigata d’Assalto Partigiana Garibaldi “Luigi Nuvoloni”. Insignito di Medaglia d’argento al V.M. Vittorio Detassis su Isrecim].
 
Vitò racconta:
Ero dislocato con la mia banda nella zona di Cima Marta.
Si viveva come si poteva prelevando qua e là scarso cibo che i contadini ci offrivano fraternamente: ma le provviste erano sempre insufficienti e la fame era spesso l'indivisibile compagna dei nostri giorni.
Più di tutto sentivamo la mancanza del sale: mangiar erbe scondite o fagioli semi-crudi non è certamente piacevole, ma doverlo fare senza nemmeno un pizzico di sale era al di là delle possibilità del nostro stomaco. Eravamo affamati di sale, divenuto in quegli ultimi tempi quasi introvabile, tanto più che esso era usato come un prodotto di scambio e sostituiva spesso la moneta.
Decisi di procurarmene a qualunque costo.
Ero stato informato che avrei  potuto ottenerne in Francia: si trattava di un viaggio di qualche giorno in una zona impervia fra boschi e burroni, in un territorio occupato dal nemico che controllava sentieri e passi.
Partimmo: un piccolo gruppo di uomini decisi, con tutte le armi migliori che ci era stato possibile racimolare.
Una marcia lunga e faticosa ci portò sul Col D'Anan.
Qui fermai il distaccamento, lo alloggiai in due casoni abbandonati in una posizione che stimai fortissima e con sette elementi scelti proseguii per
il paese.
Lungo la strada m'informai se vi fossero tedeschi nella zona, ma si rispose che nessun nemico vi si trovava.
Eravamo allegri, si cantava e si rideva, come al solito, incuranti del pericolo che incombeva tutto intorno a noi.
Ed infatti nel superare una curva proprio all'entrata nel paese scorgemmo una postazione nemica. Essa era stata piazzata presso una chiesetta di montagna, trasformata in fortilizio: intorno si stendevano fitti reticolati, alcune  mitragliere allungavano le loro canne verso la strada ed una sentinella repubblicana, fucile in spalla, passeggiava sullo spiazzo antistante la chiesa [...]
Noi scavalcammo il filo di ferro spinato, stracciandoci gli abiti e la pelle e ci buttammo sulle mitragliere voltandole verso il fortino.
Il nemico non tentò nemmeno una resistenza seria [...]
Il posto era ben fornito: armi, munizioni, viveri e indumenti... ma sale nulla.
I repubblicani si erano riformati sulla cresta delle colline e tiravano su di noi di quando in quando. Colpi sprecati ai quali non si faceva caso. D'altra parte rimanere sul posto era pericoloso: il nemico avrebbe potuto ricevere rinforzi, aggirarci e distruggerci. Pazienza... saremmo  ritornati senza sale [...] Passava in quel momento un contadino con una mula [...] Lo bloccammo, requisimmo la mula, vi caricammo le armi e riprendemmo la strada del ritorno [...] per molto tempo ancora fummo costretti a mangiare minestre insipide...
Mario Mascia, L'epopea dell'esercito scalzo, Ed. ALIS, 1946, ristampa del 1975 a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, pp. 105, 106
 
 

sabato 4 luglio 2020

Non era un ammiraglio, ma il Curto

Molini di Triora (IM). Fonte: Mapio.net

Intanto Curto [Nino Siccardi], il 28 marzo '44 ha preso definitivamente e direttamente il comando dei gruppi partigiani di montagna derivati dalla banda Cascione.
Qualche giorno dopo, informato della presenza di un gruppo di guerriglieri dalla parte di Ventimiglia, manda in quella zona due suoi partigiani (Angelo Setti o «Mirko» e «Peppù» di Carpasio), perché si informino; a questi, giunti nella zona, si dirà che si tratta del gruppo di Tento e di Vittò [Giuseppe Vittorio Guglielmo]; ed essi torneranno indietro a riferire, affinché i contatti vengano presi dal fondovalle.
In tal senso era già stato dato incarico a Erven *.
Ancora prima del ferimento di Vittò, qualche incontro diretto vi era già stato - per la questione dei rifornimenti - fra Vittò e Mario Cichéro, collaboratore di Erven. Il Cichéro era entrato in relazione con Vittò appunto per incarico avuto dal suo Partito, il PCI, e dal Comitato di Arma di Taggia.
Vittò si era pure incontrato, qualche volta, col farmacista di Molini di Triora.
Infine, in ora notturna, fra una domenica e il lunedì, sulla strada Cetta-Molini, avvenne il predisposto incontro di Erven con Tento e Vittò, durante il quale Erven propose l'adesione all'organizzazione garibaldina, che Curto, per incarico del PCI, cercava di costituire e di potenziare, e che aveva avuto il suo primo nucleo nella banda Cascione.
Tale incontro Erven-Tento-Vittò avvenne dopo il ferimento di Vittò a Gavano; anzi, almeno parecchi giorni dopo; nell'aprile del '44, certamente non prima dell'aprile [...]
Giovanni Strato, Storia della Resistenza Imperiese (I^ zona Liguria) - Vol. I. La Resistenza nella provincia di Imperia dalle origini a metà giugno 1944, Editrice Liguria, Savona, 1976, ristampa del 2005 a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, p. 272  
* Bruno "Erven" Luppi. Nato a Novi di Modena l'8 maggio 1916. Figlio di un antifascista, fin da ragazzo prese parte alla lotta clandestina contro il regime fascista e, nel 1935, venne arrestato e incarcerato a Modena.  Trasferitosi a Taggia (IM), si inserì nell'organizzazione comunista clandestina di Sanremo (IM). L'8 settembre 1943 era ufficiale dell'esercito quando venne catturato dai tedeschi. Riuscì però a fuggire a Roma dove partecipò ai combattimenti di Porta San Paolo. Tornato nuovamente in Liguria, fu tra gli organizzatori della lotta armata ed entrò a far parte del C.L.N. di Sanremo. Per incarico della Federazione Comunista di Imperia il 20 giugno 1944 organizzò, con altri dirigenti del partito, la prima formazione regolare partigiana del ponente ligure, la IX^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Felice Cascione", con sede nel bosco di Rezzo (IM), la quale diventò a luglio 1944 la II^ Divisione "Felice Cascione".  Il 27 giugno 1944 da comandante di Distaccamento venne gravemente ferito nella battaglia di Sella Carpe tra Baiardo (IM) e Badalucco (IM). Per mesi riuscì avventurosamente, ancorché costretto alla macchia pur nelle sue tragiche condizioni di salute, a sottrarsi alla cattura da parte del nemico. In seguito, appena guarito, assunse la carica di vice commissario della I^ Zona Operativa Liguria.  Vittorio Detassis
 
Il C.L.N. che iniziò un'opera di coordinamento e di aiuto tra le varie formazioni partigiane della provincia di Imperia [...]
Fu il dott. Vallini, il farmacista di Molini di Triora (IM) ad essere l'anello di congiunzione [per il gruppo] di Vitò [Giuseppe Vittorio Guglielmo].
Era impossibile circolare. Bisognava provvedere a liberare certe zone [dai nazifascisti] per poter ricongiungere i vari gruppi di patrioti.
Nelle parole di Vitò: "Il farmacista di Molini di Triora mi avvertì un giorno che mi dovevo incontrare con un ammiraglio. Non sapevo né il come né il perché di questo incontro. Il fatto mi preoccupava. Parlare con un ammiraglio mi confondeva. Sapevo che il re era passato con gli alleati contro i tedeschi e quindi era possibile che un suo alto ufficiale..."
Ci andasti con una scorta?
"Sì. Veramente no. Avevo con me qualche uomo che però rimase estraneo alla vicenda".
Temevi qualche tranello?
"In verità sì. Erano momenti difficili":
Dove [o alla fine di marzo o ai primi di aprile 1944] vi incontraste?
"A Molini di Triora. Il farmacista mi accompagnò in un suo piccolo podere fuori paese. Era già buio ed il timore di un tranello mi rendeva guardingo. Potevo trovarmi davanti ad una spia o anche a un sicario, un killer come si dice oggi. Era in una casetta. Mi avvicinai a lui e gli puntai la pistola in un fianco per avvertirlo delle mie intenzioni".
Come si comportò l'ammiraglio?
"Non era un ammiraglio, ma il Curto [Nino Siccardi], capitano di lungo corso. Mi colpì subito la sua imperturbabilità, la sua audacia, il suo sprezzo del pericolo. Non si impressionò affatto della mia iniziale aggressione e pacatamente con vero sangue freddo mi disse che facevo benissimo a tenerlo sotto tiro, perché la prudenza non è mai troppa".
Il farmacista si interpose e li presentò. Il Curto parlò delle formazioni di Imperia e Vitò espose la consistenza di quelle di Goletta. Poi il Curto ritornò e visitò la Goletta. Si parlò di aiuto reciproco.
Erven [Bruno Luppi, in quel momento comandante di un distaccamento partigiano, in seguito vice commissario della I^ Zona Operativa Liguria] a nome del Comitato di Liberazione portò il primo contributo in danaro di 80.000 lire [...]
I gruppi del bosco di Rezzo (IM) e della Goletta divennero insieme la IX^ Brigata Garibaldi e poi la [II^] Divisione "Felice Cascione", che si divise a sua volta in tre Brigate, I^, IV^, V^.
Solo verso la fine della guerra si formò anche la Divisione "Silvio Bonfante" [in seguito ancora, dal 26 marzo 1945, VI^ Divisione "Silvio Bonfante"].
don Ermando Micheletto, La V^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Luigi Nuvoloni" (Dal Diario di Domino nero - Ermando Micheletto), Edizioni Micheletto, Taggia (IM), 1975

Le prime informazioni relative all'esistenza della banda di Tento e Vittò [anche Ivano, Giuseppe Vittorio Guglielmo], operante in valle Argentina, U Curtu [Nino Siccardi] le ebbe all'inizio di aprile del '44 e si attivò immediatamente per allacciare i primi contatti [...] L'adesione da parte di Vittò e Tento ci fu da subito; il primo era già d'accordo, il secondo, in quanto non comunista, accettò anche in relazione ai vantaggi, in termini di aiuti concreti, che tutta la banda ne avrebbe ricavato. L'accordo venne accettato soltanto in seguito a un confronto con gli uomini del gruppo (all'epoca circa 25). I partigiani vennero radunati da Bruno Luppi (Erven) il quale fornì le delucidazioni del caso. Tutti aderirono senza riserve. Successivamente avvenne il primo incontro tra Vittò e U Curtu [...] I bandi di arruolamento tra le fila della Rsi determinarono un notevole afflusso di reclute tra le formazioni partigiane. L'ultimatum dei fascisti scadeva il 25 maggio e il 14 giugno venne diramata la circolare che stabiliva la costituzione della IX Brigata [d'Assalto Garibaldi "Felice Cascione"]. Fu così che Vittò divenne comandante del V Distaccamento.
Romano Lupi, VITTO'. Vita del comandante partigiano Vittorio Guglielmo, Quaderni sanremesi, Sanremo, 2011

[...] in concomitanza con l'aumentata pressione nazifascista, dal 28 marzo 1944 i maggiori gruppi partigiani, originati dalla "banda Cascione", vennero posti sotto il comando di Curto, che [...] riuscì a contattare anche le bande di "Tento", Pietro Tento, e di "Vitò" [Giuseppe Vittorio Guglielmo], le quali agivano nella parte occidentale della provincia di Imperia in Alta Valle Argentina con base alla Goletta di Triora (IM) [...] A fine maggio 1944 il Comando Generale per l'Alta Italia del Corpo Volontari della Libertà mandò disposizioni per la creazione in Liguria di un Comando unificato. Sorse così il primo Comando Militare Unificato Regionale Ligure (CMURL). La Liguria venne suddivisa in 4 zone in ottemperanza alle direttive impartite dal Comando Generale Alta Italia: I^ Zona Operativa, dalla Valle del Roia, estremo ponente della provincia di Imperia, a quella dell'Arroscia [...] Attorno al 13-14 giugno 1944, in considerazione del crescente numero di combattenti che agivano nel territorio, venne riconosciuta alle forze della Resistenza imperiese una nuova unità operativa, la IX^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Felice Cascione".
Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell’Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945) - Tomo I - Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998 - 1999

giovedì 25 giugno 2020

Attacchi garibaldini a Pigna prima della costituzione della Repubblica Partigiana


Pigna (IM)
 
Il 30 aprile del 1944 Pigna entrò nell’incubo. Appena conclusa la tradizionale messa domenicale delle 10 e 30, due giovani partigiani vennero portati in chiesa, scortati da un drappello di brigate nere ed il parroco don Bono fu costretto a impartire ai due sfortunati l’estrema unzione. Il drappello si diresse attraverso la via Fossarello seguito da pochi curiosi per raggiungere il cimitero. Verso l’una del pomeriggio il paese venne scosso da una salma di fucileria; il plotone di esecuzione, comandato dal capitano della M.V.S.N. Maggi <294, fece fuoco su Carmelo Repetto di Rezzoaglio e Tommaso Faraldi di Triora, due partigiani arrestati il 26 aprile a Bajardo e condannati dal tribunale militare, istruito a Pigna per l’occasione, alla pena di morte mediante fucilazione al petto, come previsto dal decr. legislativo del Duce n° 30/1944. I due partigiani, insieme a un polacco chiamato Giuseppe, erano stati catturati dagli agenti della GNR Tommaso Cataldi e Antonio Di Giovanni in servizio investigativo in borghese <295. La rappresaglia partigiana non si fece attendere: nella notte tra il 7 e l’8 maggio alcuni partigiani, rimasti ignoti, irruppero nella canonica di Castelvittorio e uccisero con due colpi di pistola il parroco del paese, don Antonio Padoan. L’azione è, ancora oggi, avvolta nel mistero; non è ben chiaro il motivo dell’esecuzione. La sera del 7 maggio del 1944 alcuni garibaldini si introdussero nella canonica per indurre Padoan a desistere dai suoi atteggiamenti filo-fascisti e invitarlo a lasciare Castelvittorio. Fonti partigiane affermano che la discussione non fu pacifica e che nacque una colluttazione con spari da ambo le parti. Il partigiano “Albenga” ebbe il calcio del fucile fracassato da una pallottola e Padoan rimase ucciso <296.
[NOTE]
294 Uff. P.M. Sez. Spec. Corte Assise Genova 28/1/46. Non luogo a procedere in data 14/11/94.
295 Per questo fatto Tommaso Cataldi fu condannato alla pena capitale dal tribunale del 1° Btg. M. Bini della V Divisione Cascione in data 5 febbraio 1945, sentenza eseguita il giorno stesso in località Gerbonte di Triora. La sentenza venne firmata dal comandante del battaglione Figaro (Vincenzo Orengo), dal commissario Lince (Manlio Cogliolo) e da Gianni.
296 Memorie orali di Erven e Vittò. Per maggiori dettagli si veda l’opuscolo di N. Allaria Olivieri, Sangue a Castelvittorio, Editrice Sordomuti, 1977. 
Giorgio Caudano, Pigna. Storia di un paese, ed. in pr., 2016 
 
[ n.d.r.: altri lavori di Giorgio Caudano: Giorgio Caudano, Dal Mare alla Trincea... memorie di uomini, BB Europa, Cuneo, 2019; Silvia Alborno, Gisella Merello, Marco Farotto, Marco Cassini, Giorgio Caudano, Franck Vigliani, curatori della mostra Claude Monet, ritorno in Riviera, catalogo a cura di Aldo Herlaut, Silvana Editoriale, Milano 2019; La Magnifica Invenzione. I pionieri della fotografia in Val Nervia 1865-1925, a cura di Marco Cassini e Giorgio Caudano, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2016 ]
 
In operazioni di rastrellamento la G.N.R. di VENTIMIGLIA (IMPERIA) ha catturato 3 ribelli armati passandoli per le armi.
Notiziario della Guardia Nazionale Repubblicana del 1 maggio 1944, p. 36. Fondazione Luigi Micheletti    

Pure il 16 corrente due abitanti di Pigna addetti alla vigilanza della linea telefonica e telegrafica di una zona sita in territorio del comue di Pigna, spintisi fino in frazione Cetta del comune di Triora, venivano fermati da alcuni ribelli armati di pistole e di bombe a mano, che li prelevavano e li portavano in presenza del loro capo, che si trovava in compagnia di una dozzina di partigiani. Detto capo li diffidava a non lavorare più per le forze armate germaniche ed a non recarsi più nella località ove erano stati sorpresi. Gli stessi abitanti civili di Pigna riferivano che ribelli, nella circostanza, avevano manifestato proposito di vendicare i due loro compagni fucilati dalla milizia confinaria a Pigna e che il capo di tali ribelli parlava con accento ligure, laddove i suoi adepti avevano l'accento meridionale.
Ermanno Durante, Questore di Imperia, Relazione settimanale sulla situazione economica e politica della Provincia di Imperia, Al Capo della Polizia - Maderno, 22 maggio 1945 - XXII, oggi in Archivio Centrale di Stato
 
 
Pagina 41 del Notiziario GNR del 28 giugno 1944, cit. infra da Giorgio Caudano - Fonte: Fondazione Luigi Micheletti

L'estate 1944 conobbe il momento più intenso per quanto riguarda l'adesione al movimento partigiano del territorio; le bande, che fino ai primi giorni di primavera erano costituite soprattutto da un'èlite di uomini politicamente consapevoli, vennero ingrossate da numerosi renitenti alla leva e disertori dell'esercito repubblichino. I pochi paesi dove non vi era alcun presidio della GNR erano spesso occupati dai partigiani che scendevano dalle montagne circostanti. Il 15 giugno i partigiani di Langan [n.d.r.: località in altura nel comune di Castelvittorio (IM): mette anche in comunicazione con la Valle Argentina] scesero in paese [Pigna] e assaltarono, senza incontrare la resistenza dei fascisti della GNR di stanza alla caserma Manfredi, i locali dell'ammasso dell'olio siti in via San Rocco, poco oltre le due strade. Molti abitanti del paese si unirono agli stessi partigiani per razziare l'olio che costituì per i mesi a venire una preziosa riserva alimentare. L'episodio venne menzionato nel Notiziario della Guardia Nazionale Repubblicana del 28 giugno: "Il 15 corrente, verso le 19,30, a Pigna oltre 300 banditi muniti di armi automatiche, invasero la caserma del distaccamento G.N.R e quella della brigata Finanza. Un altro numeroso gruppo di banditi si portò verso la caserma della G.N.R. Confinaria, sparando raffiche di armi automatiche a distanza. Dalla caserma del distaccamento G.N.R. i malviventi prelevarono il comandante, vicebrigadiere Antonio Bressanelli e sei militi, asportando armi e effetti di casermaggio; altrettanto fecero nella caserma della Guardia di Finanza, ove furono catturati nove militari. Successivamente aprirono il magazzino dell'ammasso dell'olio, asportandone alcuni quintali, invitando la popolazione a riprendersi l'olio che aveva consegnato in precedenza. Non consta, finora, che vi siano stati morti o feriti. La popolazione è allarmata". 
Giorgio Caudano, Op. cit. 
 
Nella notte dal 15 al 16 corr. un forte nucleo di partigiani attaccava le caserme del Distaccamento G.N.R. e della Guardia di Finanza di Pigna disarmando e prelevando i componenti, i quali non opponevano alcuna resistenza.
Le stesse bande di partigiani attaccavano poi la caserma della Milizia confinaria, che resisteva energicamente.
Al sopraggiungere di rinforzi, composti da militi confinari, agenti di polizia dell'Ufficio di P.S. di Ventimiglia e di alcuni militari tedeschi, i partigiani si allontanavano. Da parte nostra nessuna perdita.
Perdite imprecisate tra i ribelli, in quanto essi, secondo il loro costume, trasportano nella ritirata eventuali morti e feriti, che devono esserci stati, in quanto, durate il conflitto, erano state grida avvertite di dolore.
Ermanno Durante, Questore di Imperia, Al capo della Polizia - Maderno, Relazione sulla situazione economica e politica della Provincia di Imperia, Imperia, 20 giugno 1944 - XXII°, oggi in Archivio Centrale di Stato
 
Il giorno 14 giugno 1944 i partigiani del 5° distaccamento (cioè del distaccamento di Vittò ed Erven) partono da Carmo Langan nelle prime ore del pomeriggio e si recano a Pigna. Sono circa 60-70 uomini. Vittò [Giuseppe Vittorio Guglielmo] ed Erven [Bruno Luppi] sono a capo del gruppo. Su per giù ad un chilometro di distanza da Pigna, sulla strada per Isolabona, vi è una caserma con una ottantina di Camicie Nere e un numero imprecisato di tedeschi. Nella parte a monte di Pigna, alla periferia del centro abitato, in una villa, hanno sede circa quindici carabinieri. In basso nella zona verso valle, dalla parte della strada per Castel Vittorio, ancora alla periferia dell'abitato di Pigna, in una villetta adibita a caserma, vi sono i militi della finanza. A mezz'ora di distanza da Pigna, Vittò, con 20 uomini, lascia il gruppo, e si porta a bloccare la strada, fra Pigna e la caserma delle Camicie Nere. Gli altri sono da Erven divisi in pattuglie, alcune per proteggere l'attacco alla caserma dei carabinieri, e altre per tenere sotto controllo ogni strada ed ogni punto importante del paese, sempre alla periferia, dato che i partigiani erano stati informati della dislocazione di mitragliatrici di fascisti sui tetti. Eseguono l'attacco alla caserma dei carabinieri Erven, Assalto [n.d.r.: Carlo Peverello, nato a Castelvittorio il 28 febbraio 1923], Argo [Biagio Salomone], Marussia di Ventimiglia e Géna. Assalto si ferma a una certa distanza, a sorvegliare una finestra da cui, fra due sacchi di terra, spunta la canna di un mitragliatore; gli altri, rasentando il muro, vanno presso la porta principale e gridano ai carabinieri di arrendersi. Non ricevendo risposta, puntano le armi alle finestre e alla porta; ma poi si sente il rumore di un catenaccio, la porta si apre, e i partigiani Erven e Argo si precipitano all'interno e bloccano il carabiniere che aveva aperto. Subito dopo si impossessano di un mitragliatore spianato fra altri due sacchi di terra, che è preso da Argo dietro indicazione di Erven; quindi intimano "mani in alto" al brigadiere apparso in quel momento, il quale non si aspettava i partigiani; il brigadiere, bloccato a sua volta, grida agli altri suoi uomini di arrendersi. Tutti i carabinieri si arrendono. Finita l'azione contro la caserma dei carabinieri un partigiano viene mandato ad avvertire Vittò del buon esito dell'azione stessa, mentre Erven provvede a radunare le pattuglie e le postazioni che erano state dislocate nei vari punti. I prigionieri di cui sopra partono dopo che gli uomini di Erven e di Vittò si sono di nuovo riuniti. Partiti i prigionieri con la pattuglia, sono circa 40-50 i partigiani che restano presso Pigna, con Vittò e con Erven, a poche decine di metri dal paese, a monte del paese stesso. 
Giovanni Strato, Storia della Resistenza Imperiese (I^ zona Liguria) - Vol. I. La Resistenza nella provincia di Imperia dalle origini a metà giugno 1944, Editrice Liguria, Savona, 1976, ristampa del 2005 a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, pp. 297-298
 
11 agosto 1944 [...] Lungo la mulattiera del Torraggio, nella zona di Passo Muratone, il 5° distaccamento della V Brigata d'Assalto «L. Nuvoloni» impegna i Tedeschi, i quali rispondono con raffiche di mitragliatore; un partigiano rimane ferito; i Tedeschi contano alcuni morti.
Un distaccamento della V Brigata, comandato da Vittorio Guglielmo [Ivano, Vitò] e composto da soli trentadue uomini con due mitragliatori ed una mitragliatrice, con una brillante azione attacca circa duecento Tedeschi diretti in Francia dopo aver razziato il giorno precedente bestie e viveri ai pastori della zona di Marta. Dopo un breve combattimento i Tedeschi riescono a salvarsi con la fuga, abbandonando l'intero bottino. Il nostro distaccamento riesce così a recuperare 15 muli carichi di viveri e munizioni e 55 mucche che saranno restituite ai proprietari. Inoltre, si recuperano 50 fucili ta-pum, 25 mitra, 23 parabelli, 4 mitragliatori, 2 mitraglie ed armi varie.
Carlo RubaudoStoria della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria) - Vol. II. Da giugno ad agosto 1944, edito a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, Imperia, Dominici Editore, 1992
 
 
Pigna (IM),  Località San Rocco, vicina a zona lago Pigo: ponte sul torrente Nervia della strada provinciale, poco a valle delle diramazioni per Buggio, Castelvittorio, Carmo Langan e valle Argentina

A Pigna (IM) vi erano molti carabinieri e finanzieri.
Pigna era una preoccupazione continua dei partigiani. 
In paese vi era anche una caserma di nazifascisti [...]
Avevano armi che occorrevano ai partigiani.
Fu fatto un primo attacco alla caserma dei carabinieri. Il maresciallo che comandava la stazione era stato più volte invitato a non combattere i partigiani. Non si voleva arrendere. L'azione contro di loro era rischiosa.
Erven [n.d.r.: Bruno Luppi, già incarcerato nel 1935 a Modena per attività clandestina antifascista; iscritto al partito comunista clandestino a Sanremo (IM); ufficiale durante la guerra, partecipò, appena sfuggito alla cattura da parte dei tedeschi, il 10 settembre 1943 ai combattimenti di Porta San Paolo a Roma; riuscì a rientrare in provincia; da comandante del 16° distaccamento della V^ Brigata venne gravemente ferito il 27 giugno 1944 nella battaglia di Sella Carpe (tra Baiardo e Badalucco); mesi dopo, appena guarito, diventò vice commissario della I^ Zona Operativa Liguria]: "È  stata un'azione veramente rischiosa quella che abbiamo fatto a Pigna e che adesso non oserei  rifare. Siamo scesi con Vitò a Pigna, a piedi. Era con noi tutto il gruppo di uomini del Comando della Goletta..."
Vitò con un gruppo dei più arditi si mise sulla strada che divide la caserma dei nazifascisti dal paese.
Lo scopo era quello di impedire ai soldati di intervenire durante l'attacco alla caserma dei carabinieri [...]
Erven, Assalto, Argo ed i partigiani di Castelvittorio diedero l'assalto alla richiamata caserma. Puntarono tre mitragliatori, mentre più indietro un gruppo era pronto a proteggere un'eventuale ritirata.
I carabinieri avevano appostato un mitragliatore ad una finestra [...]
I patrioti riuscirono ad entrare, a neutralizzare l'azione di un piantone e a prendere il fucile mitragliatore.
Più che una lotta fu una conversazione animata e decisa.
In breve tempo tutti i carabinieri si erano arresi.
Il tempo stringeva. Pattuglie di fascisti erano per le strade. Dall'alto i partigiani spararono e li dispersero...
L'attacco alla caserma della finanza fu più complicato e più duro. In questa caserma erano giunti i fascisti delle pattuglie già bersagliate dai partigiani. 
Si trincerarono e chiesero aiuto via telefono [...] i partigiani usarono un mortaio  [...] il maresciallo non si voleva arrendere [...] infine si arrese con tutti i suoi uomini.
Dalle due caserme fu asportato tutto quanto poteva servire ai patrioti, armi, munizioni, viveri [...]
I prigionieri erano una dozzina di carabinieri ed una quindicina di finanzieri [...] tutti chiesero di arruolarsi tra i partigiani. Diedero in seguito prova di essere stati tra i migliori nostri combattenti.
don Ermando Micheletto *, La V^ Brigata d’Assalto Garibaldi “Luigi Nuvoloni” (Dal Diario di Domino nero Ermando Micheletto), Edizioni Micheletto, Taggia (IM), 1975
* ... Don Micheletto per tutta la guerra si adoperò per i partigiani, generalmente in contatto con i gruppi di Vitò, che accompagnò spesso nei loro spostamenti. Esplicherà la sua attività specialmente nell'assistenza e per captare messaggi radio. Giovanni Strato, Op. cit.

Il presidio di carabinieri di stanza a Pigna passò ai partigiani il 27 agosto 1944 […] Prof. Francesco Biga in Atti del Convegno storico LE FORZE ARMATE NELLA RESISTENZA di venerdì 14 maggio 2004, organizzato a Savona, Sala Consiliare della Provincia, dall’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea della provincia di Savona (a cura di Mario Lorenzo Paggi e Fiorentina Lertora)  
 
Gli ultimi giorni di agosto videro l'ulteriore intensificarsi dell'attività partigiana. Il 25 un gruppo di garibaldini, comandati da Fuoco [Marco Dino Rossi], minarono e fecero saltare il ponte degli Erici, isolando Pigna dalla parte bassa della valle del Nervia; in montagna venivano presidiati con forze cospicue i passaggi che potevano permettere al nemico di avvicinarsi al paese, ovviando all'interruzione stradale conseguente alla distruzione del ponte degli Erici. Negli ultimi giorni del mese di agosto il comandante della Divisione partigiana «F. Cascione», Nino Siccardi Curto, indirizzò una lettera al capitano comandante della milizia di Pigna chiedendo, a lui e ai suoi 40 uomini, di passare armi e bagagli dalla parte della Resistenza. Il Curto, successivamente, inviò un emissario per proporre e concordare la resa del presidio della G.N.R.; i contatti non arrivarono ad una conclusione e all'alba del 29 agosto i militi repubblichini abbandonarono il paese, permettendo alle forze della V^ Brigata d'assalto Garibaldi di occupare il paese senza che venisse versato sangue. Alle primissime luci del giorno gli abitanti di Pigna furono svegliati dallo scoppio di munizioni che i fascisti non riuscirono a trasportare a valle e che venivano distrutte per evitare che cadessero in mano nemica. Il paese era in mano ai partigiani; il comandante Vittò rimase a Langan, da dove coordinava i distaccamenti che difendevano in forze gli eventuali valichi da dove potevano arrivare le minacce del nemico; Monte Vetta, Passo Muratone, la Valletta, Colle Ardente, Gouta erano i principali punti di resistenza difesi dagli uomini di Vittò.
Giorgio Caudano, Gli eroi sono tutti giovani e belli. I Caduti della Lotta di Liberazione nella I^ Zona Operativa Liguria, ed. in pr., 2020

lunedì 8 giugno 2020

Il nuovo recapito del comando partigiano di zona era a Case Carli

Nel territorio di Prelà (IM) - Foto: S.M.
 
L'ulteriore sviluppo della situazione militare durante il mese di dicembre [1944] impose, oltre all'attuazione pratica della circolare n° 23, altre modifiche all'organizzazione militare della Resistenza nell'Imperiese [...] Sulla base delle disposizioni generali del Comando divisioni e brigate Alta Italia, l'istituzione del Comando Zona era già stato consigliato ai primi di dicembre dal garibaldino Raffaele Pieragostini (Rossi), inviato del Comando Regionale, membro del Triangolo Insurrezionale delle brigate Garibaldi della Liguria, provvisoriamente stabilitosi presso il 10° distaccamento "Walter Berio". Il Comando Zona doveva essere composto dal comandante, dal commissario, dal capo di Stato maggiore e dai responsabili dei servizi. [...] Con una lettera del 6 dicembre 1944, inviata a "Simon" [Carlo Farini], "Curto" [Nino Siccardi] aveva intrapreso la discussione sul futuro organico del Comando Zona proponendo Lorenzo Musso (Sumi) come probabile, futuro commissario
Francesco Biga, Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), Vol. III. Da settembre a fine anno 1944, a cura Amministrazione Provinciale di Imperia e con patrocinio IsrecIm, Milanostampa Editore - Farigliano, 1977


Come si può notare dall'ultima pagina di un documento del 3 agosto 1944, "Simon", Carlo Farini, in precedenza si firmava comandante della I^ e della II^ Zona Liguria - Fonte: Fondazione Gramsci
 
Attestazione della qualifica di partigiano di Lorenzo Sumi Musso. Fonte: Partigiani d'Italia

Tra il 16 ed il 17 dicembre 1944 ebbe luogo nei pressi di Villatalla, Frazione di Prelà (IM), una importante riunione dei capi della Resistenza Imperiese per fare il punto sulla situazione.
Erano, tra gli altri, presenti: Nino Siccardi, "Curto", sino a  quel momento comandante della II^ Divisione d'Assalto Garibaldi "Felice Cascione"; Giorgio (Giorgio) Olivero, vice comandante; Carlo De Lucis (Mario), commissario; Lorenzo Musso (Sumi), commissario politico al Comando Operativo della I^ Zona Liguria; Bianca Novaro (Rossana), addetta al Comando, Giovanni Acquarone (Barba), addetto alla tipografia.
Nella discussione emerse la nuova situazione in base alla quale le tre Brigate della Divisione si ritrovavano semi-isolate a causa del controllo quasi totale da parte del nemico sia della strada statale Il comando della II^ Divisione decise pertanto di creare due raggruppamenti garibaldini, sufficientemente autonomi, ma sotto la direzione di un Comando di Zona, uno ad est, l'altro ad ovest della SS. 28.
Il nucleo del Comando di Zona venne denominato "Comando Operativo I^ Zona Liguria". Ne diventavano comandante Nino Siccardi, "Curto", commissario Lorenzo Musso, "Sumi", ed ispettore Carlo Farini, "Simon".
Il 19 dicembre 1944 la I^ Brigata "Silvano Belgrano", separata dalla II^ Divisione "Felice Cascione", venne trasformata in Divisione d'Assalto Garibaldi "Silvio Bonfante", intitolata al valoroso comandante, nome di battaglia "Cion", che l'aveva creata e guidata per pochi mesi, sino alla sua morte in combattimento.
La nuova formazione ebbe come territorio di competenza quello posto a levante della SS n° 28, comprensivo di parte della Val Tanaro, della Val Pennavaira, delle Valli Arroscia e Lerrone, di quelle di Andora (SV), Cervo (IM) e Diano Marina (IM). La Divisione d'Assalto Garibaldi "Silvio Bonfante" fu costituita su 3 Brigate: la I^, "Silvano Belgrano", la II^,  "Giovanni (Nino) Berio”, la III^, "Ettore Bacigalupo”.
Nei posti di comando della Divisione vennero posti quadri, scelti tra i migliori della Divisione "Cascione". Comandante Giorgio Olivero (Giorgio), vice comandante Luigi Massabò (Pantera), commissario politico Osvaldo Contestabile, vice commissario Gustavo Berio (Boris), capo di stato maggiore Raymond Rosso (Ramon).
Giuseppe Gismondi (Mancen), già comandante della "vecchia" I^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Silvano Belgrano", rifiutando un incarico di maggiore responsabilità, scelse di rimanere al suo posto e venne affiancato dal vice comandante Federico Sibilla (Federico).
Al comando della neo formata II^ Brigata, derivata dall'ex II° Battaglione della "Bonfante", venne posto Gino Fossati (Gino), con commissario Giuseppe Alberti (Gigi).
Mario Gennari (Fernandel) divenne comandante della III^ Brigata, con commissario "Calzolari".
Di conseguenza la II^ Divisione d'Assalto Garibaldi "Felice Cascione" subì alcuni cambiamenti nell'organico di comando. Divennero: comandante Giuseppe Vittorio Guglielmo (Vitò/Ivano),  vice comandante Rinaldo Risso (Tito), commissario Ivar Oddone (Kimi) e vice commissario  Beniamino Miliani  (Miliano).
Le due Brigate rimaste di competenza della II^ Divisione ebbero la seguente riorganizzazione: la IV^, "Elsio Guarrini", fu comandata da Carlo Montagna (Milan), con  vice comandante Mario Bruna (Falco), commissario Angelo Perrone (Bancarà/Vinicio), vice commissario Stefano Pastorino (Steno); la V^, "Luigi Nuvoloni", ebbe come comandante Armando Izzo (Fragola Doria).
L'organico della I^ Zona Operativa Liguria a quella data ammontava a 800 uomini per la II^ Divisione, 600 per la Divisione "Silvio Bonfante" e 600 per la Divisione S.A.P. "Giacinto Menotti Serrati".
Rocco Fava di Sanremo (IM), "La Resistenza nell'Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e della Storia Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945)" - Tomo I, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998-1999

Le formazioni partigiane ad ovest della statale n. 28 erano collegate alla città con strade e mulattiere ubicate sulla direttrice Sant'Agata [Frazione di Imperia]-Conio; pertanto, in relazione alle disposizioni emanate dall'ispettore "Simon", in linea di massima non dovevano utilizzarsi per azioni di guerriglia per non attirare il nemico con operazioni di rastrellamento che avrebbero ostacolato ogni attività. Tramite Sant'Agata giungevano in montagna staffette che recavano notizie politiche, militari, disposizioni del C.L.N., del Comando S.A.P., del SIM di zona, Adolfo Stenca (Rino) e G. Barla ("Dino" o "S 22"), e grandi quantitativi di materiale e di rifornimenti (da una testimoninanza e da una relazione di "Simon" a "Curto" del 5-12-1944, prot. n. 225/V/20). Destinazione primaria la Segreteria di zona che, diretta da Ottavio Siri (Mario), in dicembre aveva sede sulla costa, da cui tutto veniva smistato ai competenti Comandi e all'ispettore "Simon". Attraverso la Segreteria, oltre la distribuzione della corrispondenza, si realizzavano tutti i collegamenti. Il Comando della "Felice Cascione", alcune settimane precedenti la costituzione del Comando I Zona Liguria, aveva posto invece sede provvisoria in località Grillo, presso Tavole [Frazione di Prelà (IM)]; oltre ad alcuni vicini, possedeva depositi di materiale presso Piaggia [Frazione di Briga Alta (CN), si trova alle fonti del Tanarello alle pendici del monte Saccarello (2.200 m) presso il confine con la Liguria e la parte francese della val Roia], in una casa riposta di cui il proprietario era un certo "Cesare", ed a Ormea [in provincia di Cuneo, Alta Val Tanaro] presso l'intendente "Enzo" che custodiva pure il ciclostile  [...]
In ottemperanza alle direttive impartite dal superiore Comando della divisione "Felice Cascione" il Comando S.A.P. ed il C.L.N. provinciale perfezionavano l'organizzazione di una rete di informatori nelle città di San Remo, Taggia, Porto Maurizio, Oneglia, Diano Marina, Cervo, Alassio ed Albenga.
Le informazioni, per giungere con dovuta celerità e regolarità, dovevano pervenire alla Segreteria di zona, indi essere trasmesse al responsabile SIM [Servizio Informazioni Militari] di zona, "Rino" [Adolfo Stenca], che provvedeva ad inviarle ai Comandi di divisione e di brigata. Alla fine di dicembre "Curto" informava il Comando della II divisione "F. Cascione" (lettera n. 16 di prot.) che il nuovo recapito del Comando Operativo I Zona Liguria si trovava presso l'abitazione di "Rodolfo" a Case Carli [località nel territorio del comune di Prelà (IM)], e, quindi, lì doveva avvenire il collegamento.
Francesco Biga, Op. cit.

martedì 19 maggio 2020

I nazifascisti erano già in allarme


Un antico ponte sul torrente Pennavaira nei pressi di Nasino (SV) - Fonte: Wikipedia
 
...  a Magaietto... verso la metà di novembre [1943] venne stabilito il primo nucleo di comando [della banda di Felice Cascione]. Gli armati - circa una sessantina - furono divisi in piccole squadre, "Libertà", Matteotti", Prometeo", e vennero costituite le prime staffette per sorvegliare gli scarsi rifornimenti che giungevano da Imperia ed espletare il servizio informazioni. I nazifascisti erano già in allarme: puntate di pattuglie tedesche venivano eseguite di continuo ed il servizio di spionaggio nemico cominciava a funzionare. D'altra parte l'invasore aveva ancora scarsi effettivi sul posto e non si arrischiava in azioni decisive non conoscendo la vera forza delle bande, forza che la voce pubblica esagerava enormemente, talvolta ad arte.  
Mario Mascia, L'Epopea dell'Esercito Scalzo, Ed. ALIS, 1946, ristampa del 1975 a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia

In conseguenze della numerosa presenza di bande e di gruppi di partigiani, si fece pressante la richiesta di una maggiore coordinazione tra i patrioti combattenti in montagna.
Erano già presenti nell'autunno del 1943 diversi comitati locali nei principali centri, ma ancora troppo deboli sul piano politico-militare. Nella zona di Imperia esisteva già un Comitato di Unione, cui aderivano i tre principali partiti, il Partito Comunista, il Partito Socialista, la Democrazia Cristiana. Altri minori comitati furono quello di Sanremo, quello di Taggia, quello di Bordighera.
Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell'Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945) - Tomo I - Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Facoltà di Scienze della Formazione, Corso di Laurea in Pedagogia - Anno Accademico 1998 - 1999

Nei primi di ottobre 1943 (Bruno Erven Luppi) dopo varie peripezie raggiunge la sua abitazione a Taggia per prendere contatto con i vecchi compagni e con i quali organizza a monte della città, in località Beusi [Beuzi], una prima banda armata composta da una ventina di giovani, in gran parte militari sbandati. Ma la banda ha vita breve poiché si scioglie nel novembre successivo. In quel periodo entra a far parte del Comitato di Liberazione di Sanremo, come rappresentante insieme al Farina del PCI, con l’incarico di addetto militare. Organizza pure il CLN di Taggia e una cellula del PCI ad Arma, coadiuvato dai compagni Mario Cichero, Candido Queirolo, Mario Guerzoni e Mario Siri. Con i Sanremesi dà vita ad un giornale  clandestino quindicinale dal titolo “Il Comunista Ligure”, ciclostilato nel retro del negozio del Cichero stesso. Il gruppo prende pure contatto con la banda armata di Brunati [Renato Brunati, arrestato il 6 gennaio 1944, deportato a Genova e fucilato dalle SS il 19 maggio 1944 sul Turchino], dislocata a Baiardo e con altre formatesi in Valle Argentina. 
Prof. Francesco Biga in Atti del Convegno storico LE FORZE ARMATE NELLA RESISTENZA di venerdì 14 maggio 2004, organizzato a Savona, Sala Consiliare della Provincia, dall'Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea della provincia di Savona (a cura di Mario Lorenzo Paggi e Fiorentina Lertora)]

In una frazione di Vendone (SV) in una casupola si era fermato dopo l'8 settembre Luigi Peruzzi, ex combattente in Spagna, che alimentava e manteneva i primi rudimentali collegamenti con la banda Cascione ed i contadini della zona. Da lui fu avviato quando dovette lasciare la città mio fratello Sergio Alpron [Capitano Gabbia] e vi fu accompagnato da Pippo Mazzotti di Albenga. Tempo dopo, a seguito di una riunione avuta fra lui, io e Cascione ed altri, Sergio passò in Piemonte facendo tappa prima a Garessio e recandosi poi presso le formazioni di Mondovì e a Frabosa dove fu anche raggiunto da mio padre. Anche io vi feci alcune puntate per essere ragguagliato appunto sulle attività locali. Fra l'altro, sotto il comando del col. Rossi... A mio fratello fu affidato il comando della zona di Garessio...
Giorgio Cis Alpron, già capo di Stato maggiore della I^ Brigata "Silvano Belgrano" della VI^ Divisione "Silvio Bonfante

Secondo Erven il C.L.N. provinciale era già sorto, come conseguenza della visita di Pajetta, a novembre 1943. Secondo Strato [Giovanni Strato, Storia della Resistenza Imperiese (I^ zona Liguria) - Vol. I. La Resistenza nella provincia di Imperia dalle origini a metà giugno 1944, Editrice Liguria, Savona, 1976, ristampa del 2005 a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia] e Mascia [Mario Mascia, Op. cit.] il primo febbraio 1944.
In ogni caso l'unione effettiva delle forze partigiane, come si vedrà in seguito, avverrà soltanto nella tarda primavera del 1944.
Non ritenendo più sicura la posizione di Bestagni-Magaietto, la formazione di Cascione si spostò poi al Casone di Votagrande, in Località  Passu du Beu sulle alture di Andora (SV).
Rocco Fava, Op. cit.

Li chiamano casoni, sono ricoveri per il bestiame, per gli attrezzi agricoli o per una breve sosta dei contadini quando sono al lavoro. Sono un posto adatto per nascondere i partigiani, sulle colline sempre più aspre dove gli ulivi lasciano il posto ai castagni, prima che sui prati scoscesi ci siano soltanto rocce e arbusti. Il casone dei Crovi, cioé dei corvi, ha un tetto spiovente dal lato a monte, a coprire il fienile, e un muretto davanti alla porticina sulla facciata della casa vera e propria. Te lo trovi di fronte oltre un prato verdissimo, uscendo dall'ombra degli alberi lungo il sentiero che poi continua verso la cima del monte. Castell'Ermo, si chiama quel monte. Unisce o divide due vallate, l'Arroscia e la Pennavaire, alle spalle di Albenga. Una montagna sacra, per le antiche popolazioni ingaune: quassù c'erano dei dolmen, vi si praticavano riti propiziatori. Ma i ragazzi della banda di Megu [Felice Cascione] non lo sanno, o comunque non stanno cercando suggestioni antiche; lì sono arrivati salendo di fretta, due giorni e due notti attraversando il costone del Pizzo d'Evigno. C'è stato lo scontro a Montegrazie, ci sono i due fascisti prigionieri da sorvegliare, c'è il rischio che le Brigate Nere, adesso, vadano a cercare le loro famiglie giù a casa. Allora l'ordine del comando cospirativo è stato quello di cambiare aria. Si svuota in fretta il casone della Vota Grande al Passo du Beu - il passo del bove - le coperte, gli zaini e le armi sulle spalle, quasi sessanta chili a testa per ogni ragazzo; e ci sono Pampurio e Gina, i due muli, carichi che di più non potrebbero neanche fare un passo. Tonino, che guida Pampurio a conclusione della colonna, sa bene quanta fatica comporti tenere il mulo sul sentiero per i due giorni dello spostamento, e soprattutto controllare che non cada nulla, perché c'è poco di tutto e tutto è prezioso.
Donatella Alfonso, Fischia il vento. Felice Cascione e il canto dei ribelli, Castelvecchi editore, 2015

Uno dei primi alassini a salire ad Alto [provincia di Cuneo, alta Val Pennavaira], veramente agli albori e cioé verso fine di settembre 1943 era Giuseppe Arimondo (Pippo o Elio o Mingo o D 33), ex ufficiale di artiglieria reduce da Trieste dopo il fatidico 8 settembre. Aveva trovato rifugio nella cascina Quan, in località Costabella ad Alto, mentre l'altro alassino Giovanni Sibelli (Sergio), anch'egli fuggito da Trieste dal 34° Reggimento artiglieri "Sassari", era nella cascina di Ettore in località Ferraia. Sibelli ritornerà dopo qualche tempo ad Alassio per aggregarsi al CLN e per dare il suo notevole contributo al locale PCI clandestino. Ad Alto, Sergio collaborava con Giorgio Alpron (Giorgio I o Cis)... Emozionante era stato per Pippo l'incontro con Felice Cascione (U Megu) e Vittorio Acquarone nella trattoria di Adelina, quando i due imperiesi tentavano di stabilire i primi collegamenti con gli albenganesi animati dalla comune fede comunista. Un episodio significativo era stata la ricerca di tre ufficiali jugoslavi prigionieri, evasi dal campo di concentramento di Garessio e rifugiatisi sul Monte Galero, saltuariamente soccorsi da Rina Bianchi di Nasino [in provincia di Savona, Val Pennavaira]. Pippo Arimondo con alcuni albenganesi... coronavano la ricerca, aggregando i tre slavi Milan R. Milutinovic (Mille), Obren L. Savic (Vincenzo) e Mihajlo Kavagenic (Michele o Dabo) al distaccamento ribelle. I tre jugoslavi combatteranno con i partigiani fino alla fine del conflitto. Arimondo (Pippo) nel gennaio 1944 scendeva ad Alassio per organizzare, come detto, il trasporto di armi e di munizioni. Nella sosta di alcuni giorni in Riviera incontrava in una casa privata di via Diaz, assieme a Virgilio Stalla, Angelo Martino e Giovanni Sibelli, il dirigente comunista Giancarlo Pajetta (Nullo o Mare), ispettore militare in viaggio lungo la costa ligure per coordinare le prime squadre partigiane comuniste, le Stelle Rosse. Avuto l'assenso per la disponibilità degli armamenti, Pippo ritornava ad Alto per riferire l'esito della missione. A quel punto Viveri (Umberto) e il comando partigiano rimandavano Pippo ad Alassio... Nel frattempo da Alto arrivava la tragica notizia della morte di Felice Cascione e la conseguente dispersione dei garibaldini verso il Piemonte.
Francesco Biga e Ferruccio Iebole (a cura di Vittorio Detassis), Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), Vol. V, Ed. Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia, 2016