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martedì 14 marzo 2023

La successiva battaglia di Nava dell'11 marzo 1944 vide altre perdite significative tra i partigiani

Colle di Nava: il Forte Centrale. Fonte: Alpi del Mediterraneo

Altro avvenimento degno di nota fu la battaglia di Garessio che si svolse tra il 25 e il 27 febbraio. La cittadina piemontese era stata occupata dai nazisti al fine di compiere severi rastrellamenti, per cui i partigiani tentarono di respingerli nel corso di combattimenti assai sanguinosi, nei quali perse la vita un altro esponente di rilievo del movimento di liberazione: Sergio Sabatini. La successiva battaglia di Nava dell'11 marzo 1944 vide altre perdite significative tra i partigiani, che dovettero anche subire, nei giorni immediatamente successivi, un pesante rastrellamento che chiuse questo periodo di scontri sostanzialmente a favore dei nazifascisti per quanto i partigiani avessero combattuto con estrema energia.
Paolo Revelli, La seconda guerra mondiale nell'estremo ponente ligure, Atene Edizioni, Arma di Taggia (IM), 2012

Olivio Fiorenza.
Nato a Pornassio (IM) il 15 marzo 1924, contadino. Si aggrega con alcuni partigiani di Albenga e dintorni al 3^ distaccamento della Colla di Casotto nelle squadre di Trappa e Valdinferno. Il giorno 10 marzo 1944, “Martinengo” [Eraldo Hanau] delle Formazioni “Mauri”, con gruppi di badogliani fatti affluire da Garessio, unitamente a partigiani di Ormea disarma il presidio dei carabinieri di tale località. Il giorno successivo gruppi di badogliani e gruppi di resistenti del posto, non ancora collegati ad alcuna organizzazione, combattono nella zona di Pornassio contro i tedeschi che vengono respinti ai Forti di Nava (nota 5). Nel corso del combattimento cade Fiorenza Olivio.
Da “Storia partigiana della 13^ Brigata Val Tanaro” di Renzo Amedeo - Testimonianza dell’autore: “L’uomo che stava alla mia sinistra, un giovanissimo ligure giunto al mattino e che ancora era in borghese (Olivio Fiorenza) ha il cranio attraversato da un colpo e cade bocconi sull’arma, versando fiotti di sangue e grida ancora “Viva l’Italia”.
Ad Olivio Fiorenza è intitolato un Distaccamento della Brigata “Arnera” - Divisione d’assalto Garibaldi “Silvio Bonfante”.
(nota 5) FORTI di NAVA
Il 9 marzo 1944, data la grande necessità di armi, venne effettuato da una trentina di volontari, capitanati dal tenente Renzo Merlino un assalto alla caserma dei carabinieri di Pieve di Teco. Dopo uno scontro a fuoco, breve, ma intenso, il presidio si arrese consegnando armi e munizioni; ipotizzando, però, una reazione nemica, i partigiani si trasferirono da Ormea ai Forti di Nava.
Da “Storia partigiana della 13^ brigata Val Tanaro” di Renzo Amedeo.
“Diario” del colonnello Ilario Bologna: "In previsione della reazione nazifascista, la mattina del 10, onde poter controllare la provenienza da Imperia, si provvide ad occupare alcuni costoni tra Pieve di Teco e i Forti di Nava. Il nemico, preannunciato da un forte rumore di autocarri, non si fece attendere molto. Pochi colpi sparati lo costrinsero a fermarsi ed ad abbandonare celermente gli automezzi… La posizione più elevata… consentì un’azione efficacissima, che bloccò sul posto i tedeschi… Iniziò allora la caccia al nemico nascosto, con rabbiose riprese di fuoco seguite da silenziosi intervalli. Con tale andamento la lotta continuò per tutto il giorno. La mitragliatrice pesante catturata il giorno prima… piazzata in posizione predominante… poté battere tutto lo schieramento avversario portandovi un notevole scompiglio. Verso l’imbrunire i nazifascisti, con il loro orgoglio alquanto malconcio, ci voltarono la schiena sparendo dalla nostra vista".
Redazione, Arrivano i Partigiani. Inserto 2. "Le formazioni di montagna della I^ e della VI^ Zona Operativa Ligure che operavano nella provincia di Savona", I Resistenti, ANPI Savona, numero speciale, 2011

L'11 marzo 1944 nello scontro nella zona di Nava, nel comune di Pornassio (IM), perirono altri due patrioti imperiesi, Olivio Livio Fiorenza e Giovanni Ramò. Al fatto d'armi parteciparono partigiani autonomi di Martinengo [anche Capitano Martinengo, Eraldo Hanau] e gruppi di resistenti del posto non ancora collegati con le organizzazioni antifasciste.
Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell’Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945) - Tomo I, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998-1999

In relazione ai combattimenti dei giorni 11-12-13 marzo 1944, il primo scontro è avvenuto verso mezzogiorno dell'11 marzo in prossimità del Ponte della Teglia, che parecchi giorni prima era stato fatto saltare dai Patrioti e poi riattato in forma provvisoria dai tedeschi attraverso la Todt (che era un'organizzazione tedesca diretta dall'ing. Todt, generale nella riserva, col mandato di riparare i danni e di costruire opere di difesa occorrenti per la guerra in Italia).
In detta località le prime due avanguardie tedesche vi giunsero, unitamente a fascisti, verso il mezzogiorno e furono immediatamente attaccati dai patrioti disseminati nelle macchie sovrastanti.
Il fuoco violento e repentino cagionò perdite alla milizia ed ai tedeschi.
I patrioti ebbero un solo morto, un giovane di Eca frazione di Ormea. Sopraggiunti maggiori rinforzi, i patrioti, temendo d'essere sorpresi alle spalle si ritirarono verso i forti Bellarasco e il Centrale, ove passarono tutta la notte per riprendere il mattino seguente 12, la lotta che si protrasse per alcune ore.
Alla fine, sempre nella tema di accerchiamenti e per la scarsità di munizioni, lasciarono i «forti» e si ritirarono sulle rocce che fiancheggiano la Nazionale che scende a Ponti di Nava, dalle quali con tiri precisi decimarono il nemico che non riusciva a precisarne i nidi di raccolta e a colpirli.
La lotta fu veramente intensa e ferrea, per cui i tedeschi furono costretti a chiedere sempre maggiori rinforzi e artiglieria.
Intanto le autoambulanze tedesche, con un viavai veramente insolito ed allarmante, provvedevano ai trasporti di feriti e morti verso Albenga e verso Oneglia.
La lotta continuò per tutta la giornata e si riaccese il mattino del giorno 13, fin verso mezzogiorno, quando per assoluta mancanza di munizioni i patrioti furono costretti a sbandarsi come era loro tattica, senza aver lasciato un solo uomo prigioniero.
Fu questa però anche la tattica dei Garibaldini nel primo Risorgimento, specialmente nella Campagna del 1860 - ma allora la chiamavano «Il pittoresco disordine dei partigiani».
In questo giorno ebbero però un morto (cioè due, complessivamente, in tre giorni di lotta).
La notizia che il tenente del genio Ing. W. Sabatini fosse caduto in combattimento fu immediatamente smentita.
Un graduato tedesco ebbe a dichiarare che le perdite complessive dei tedeschi e della Milizia, siano state di 100 morti e 200 feriti.
Ma erano voci che non avevano riscontro ufficiale e perciò occorreva starsene sui si dice, perché i bollettini di guerra non solo non esistevano, ma la tendenza era quella di occultare addirittura ogni cosa.
Sbandati così i patrioti, le truppe tedesche e fasciste passarono il Tanaro a Ponte di Nava, occupandola, e marciarono senza resistenza su Ormea, che invasero nel pomeriggio dello stesso giorno 13.
Di lì proseguirono per Casotto, sede del Comando dei Patrioti e lo occuparono pare a causa (si dice) del tradimento di un maggiore.
Comunque sia, cessata la resistenza, dalla stretta di Ponte di Nava, gli invasori ebbero la strada libera alle loro imprese, ed incominciarono le rappresaglie.
Iniziarono quindi le perquisizioni, i furti e gli incendi, con numerose vittime innocenti.
A Ponte di Nava incendiarono tre case, fra cui la villa residenza estiva del Vescovo di Albenga, la casa degli Agaccio e quella di Merlino.
Dalla segheria Merlino asportarono 7 ettolitri di vino - un motore, e farina, con un danno di L. 60.000 - e così fecero in altre case.
In Ormea portarono il terrore. Per prima cosa radunarono sulla piazza dell'Olmo tutti gli uomini dai 15 ai 70 anni e, nel frattempo, perquisirono un'infinità di case.
Mentre erano in Piazza, uccisero il cognato di Cleto' Merigone e ferirono ad una gamba, con un colpo di moschetto, Antonio Basso (Gasparun) di 78 anni.
In seguito alle minacce severissime, diedero ordine di consegnare immediatamente tutte le radio, le macchine da scrivere e da cucire, e tutti i ferri da stiro elettrici.
In tal modo furono carpite circa 300 radio.
In questa terribile circostanza si svolse un episodio veramente mostruoso.
Nell'Ospedale Civico di Ormea era giacente un patriota di Diano Castello, con una gamba rotta per ferite riportate nell'ultimo combattimento di Nava, si chiamava Domenico Novaro.
I tedeschi lo seppero ed un maresciallo, con due della Milizia fascista, si recarono all'Ospedale.
Rintracciarono il ferito e lo fecero portare con un carretto nel cimitero, ov'era una fossa aperta.
Colà lo gettarono nella fossa come una bestia o come un cencio.
Dietro a questo triste corteo s'erano accodate alcune donne col parroco, che imploravano pietà; ma a nulla valsero le preghiere e le invocazioni di quelle popolane, perché quel maresciallo, estratta la rivoltella lo freddò nella fossa.
Mi è stato detto che perfino i due della Milizia si erano rifiutati di ucciderlo così barbaramente e freddamente.
Nino Barli, Vicende di guerra partigiana. Diario 1943-1945, Valli Arroscia e Tanaro, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, tip. Dominici Imperia, 1994,  pp. 56,57,58

Fra gli uomini di Martinengo [Eraldo Hanau] alla battaglia di Pornassio (o di Nava) aveva anche partecipato il partigiano dianese Domenico Novaro che qualche giorno più tardi resterà ferito in uno scontro avvenuto quale strascico della battaglia stessa presso il forte di Bellerasco [n.d.r.: ubicato anche questo nel comune di Pornassio (IM)] e verrà ucciso dai tedeschi il 17 marzo...  Giovanni Strato, Storia della Resistenza Imperiese (I^ zona Liguria) - Vol. I. La Resistenza nella provincia di Imperia dalle origini a metà giugno 1944, Editrice Liguria, Savona, 1976, ristampa del 2005 a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia

Imperia.
Sono in corso operazioni di rastrellamento nella zona di Pieve di Teco, contro i ribelli sistemati nelle montagne circostanti i forti di Nava. Vi partecipano, dall'11 corrente, la G.N.R., agenti della polizia repubblicana e reparti tedeschi. Riserva di notizie.
Notiziario della Guardia Nazionale Repubblicana del 19 marzo 1944, p. 21. Fonte: Fondazione Luigi Micheletti 
 

venerdì 24 dicembre 2021

L'alta Val Tanaro non deve essere un elemento di discordia tra partigiani

Uno scorcio di Alta Val Tanaro. Foto: Mauro Marchiani

[...] nel corso dell'estate del '44, nella fase di espansione del movimento, i comandi [garibaldini] di divisione tentano, laddove sia possibile, di occupare nuove aree. La linea di confine tra la Liguria e il Piemonte sembra essere la sede predestinata a questo genere di confronto. Nel luglio infatti, un'unità garibaldina guidata da un certo “Bartali”, «sedicente inviato dal Comitato Ligure di Liberazione Nazionale», aveva disarmato alcuni reparti della Val Tanaro. Il comitato politico e quello militare di Torino rispondevano alla denuncia fatta da “Mauri”, assicurando di non aver mai consentito a un passaggio della val Tanaro alle dipendenze del comitato ligure e, provvedendo a denunciare il fatto alle autorità centrali, lasciava il maggiore libero di «adottare quelle altre misure contingenti che risultassero indispensabili per il ripristino della situazione».
Giampaolo De Luca, Partigiani delle Langhe. Culture di banda e rapporti tra formazioni nella VI zona operativa piemontese, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Pisa, Anno Accademico 2012-2013 
 
Bartali, nome di battaglia di Giovanni Bortoluzzi, era già a capo a settembre 1943 di una prima banda di partigiani in Località Vadino di Albenga (SV); fu poi dirigente sapista in quella zona ed in seguito capo missione della Divisione “Silvio Bonfante” presso gli Alleati e vicecapo della Missione Alleata nella I^ Zona nei giorni della Liberazione.
Adriano Maini 
 
Un vero e proprio passaggio è quello che interessa il gruppo di Arturo Pelazza. Fino alla fine di settembre [1944], la banda, che opera nella zona intorno a Ormea, fa parte delle formazioni garibaldine dell'Imperiese, presumibilmente della Divisione “F. Cascione”. Da una comunicazione di “Mauri” a Ezio Aceto, comandante della IV divisione Alpi, si evince che Pelazza ha chiesto direttamente al secondo di poter entrare a far parte delle autonome. “Mauri” non ha nulla in contrario, ma, come nel caso di “Bacchetta” e di Montefinale, agisce con prudenza nei confronti dei comandi garibaldini. Gli uomini del Pelazza possono essere inquadrati purché dichiarino che intendono passare a far parte delle formazioni “Autonome” e abbiano il nullaosta del Comando Garibaldino. “Mauri”, che nello stesso periodo sta vivendo insieme le conseguenze della cattiva gestione della vicenda "Devic-Biondino", l'esplosione dei contrasti nell'Astigiano per il caso Scotti e l'inizio del dissidio con Cosa  per l'inquadramento delle loro brigate nelle formazioni autonome, sembra ormai aver adottato e accettato le disposizioni del comitato, rinunciando, almeno per il momento, alla creazione di un organismo fuori dai partiti del CLN. D'altra parte, il rapido procedere degli eventi crea un crescente fermento nelle formazioni partigiane del basso Piemonte [...] Nel corso dell'inverno i continui sbandamenti mettono in allarme i diversi gruppi, che vivono nascosti nei paesi di montagna per sfuggire ai rastrellamenti tedeschi. La situazione di tensione è riportata anche da episodi come quello che coinvolge “Primo” Rocca e reparti della II divisione Langhe. Questi ultimi, in seguito a un'azione compiuta dai tedeschi nella zona di Rocca, accorrono in suo aiuto. Qui però vengono accolti da un'imboscata compiuta dagli stessi garibaldini di Rocca, che nella confusione, temendo un ritorno dei tedeschi, avevano scambiato i reparti autonomi per nemici. <795
Nel mese di novembre, “Mauri” e i suoi sono costretti a rifugiarsi nella zona della VI divisione Garibaldi, non ancora colpita direttamente dai rastrellamenti. Qui affluiscono anche sbandati dalla Liguria e da Asti, già raggiunte dalle operazioni tedesche. <796 Dopo pochi giorni i partigiani radunati a Feisoglio, sede del comando della VI divisione, sono costretti a rifugiarsi altrove.
[NOTE]
795 La sera del 5 dicembre, sulla strada che Canelli-Nizza, una pattuglia del reparto della II divisione «viene investita da raffiche di sten operate da un posto di blocco garibaldino […] senza che fossero richiesti la parola d'ordine e intimato il chi va là». Nello scontro muore purtroppo un partigiano autonomo e viene ferito gravemente il padre di “Poli”, “Appendice all'attività svolta dalla II^ divisione Langhe nel mese di dicembre 1944 (azioni non comprese nella precedente relazione)”, f.to “Mauri”, in AISRP, B 45 b
796 Garibaldini provenienti dalla Liguria: «Nella Valle Bormida sono pure giunti centosessanta garibaldini della 5ª brigata ligure con parte del Comando. Anche loro hanno subito forti attacchi ed hanno dovuto sganciarsi. Abbiamo provveduto per quanto loro abbisogna, viveri e alloggiamenti, resta però inteso che appena la situazione lo permette ritorneranno alle loro basi», “Cari compagni”, 11.12.44 in C. Pavone (a cura di), Le Brigate Garibaldi, Vol. III, cit., doc. 482 “Il commissario politico della 6ª divisione Langhe, Remo, alla Delegazione per il Piemonte”, p. 57

Giampaolo De Luca, Op. cit. 
 
19 aprile 1945 - Dal Comando [comandante Curto Nino Siccardi] della I^ Zona Operativa Liguria al comandante Martinengo [Eraldo Hanau, della Brigata 'autonoma' Val Tanaro della IV^ Divisione Alpi del Iº Gruppo Divisioni Alpine 'autonome' che facevano riferimento al maggiore Enrico Martini 'Mauri'] -  Si rispondeva ad una comunicazione affermando che "l'offerta delle munizioni per i St. Etienne è la più bella dimostrazione dello spirito di collaborazione e amicizia che ci lega e che deve essere sempre più perfezionato. L'alta Val Tanaro non deve essere un elemento di discordia, ma il campo per la lotta comune per poi ricostruire insieme la pace".
19 aprile 1945 - Dal Comando della I^ Zona Operativa Liguria al comandante della IV^ Divisione  'autonoma' Alpi - Venivano affrontati diversi aspetti. Che il capitano Bentley [n.d.r.: Robert Bentley del SOE, ufficiale alleato di collegamento con il comando partigiano della I^ Zona Operativa Liguria] aveva richiesto le armi nascoste a Viozene. Che le armi, anche se recuperate, non erano mai state consegnate al richiedente. Che non era veritiera l'affermazione del "maggiore" secondo la quale "disposizioni superiori stabiliscono che tutto il Piemonte è di giurisdizione dei gruppi 'Mauri'. Che le suddivisioni amministrative non risultavano attendibili quanto "la demarcazione fisica" rappresentata dalle Alpi. Che tutta la zona a sud delle Alpi era indispensabile alle formazioni Garibaldi per poter difendere l'Alta Val Tanaro. Che nella Val Tanaro le richiamate organizzazioni autonome non avevano organici sufficienti per procedere ad un'adeguata occupazione del territorio. Che di conseguenza lo scrivente comando della I^ Zona aveva deciso di fare agire alcune sue strutture nella zona di Garessio-Ormea-Ponti di Nava. Che prendeva nota del desiderio di collaborare fraternamente nella lotta. Che il capitano Bentley era già addivenuto tramite incontro ad un accordo con la missione inglese presso le formazioni 'Mauri' per ottenere una proficua collaborazione più generale.
19 aprile 1945 - Dal Comando [comandante Curto Nino Siccardi] della I^ Zona Operativa Liguria al comando della VI^ Divisione d'assalto Garibaldi "Silvio Bonfante" - Segnalava che aveva stabilito di inviare presso le formazioni 'Mauri'  un ufficiale di collegamento, pensando di conferire tale incarico a Giovanni 'Gino' Fossati, comandante della II^ Brigata "Nino Berio", da sostituire con Giacomo 'Basco' Ardissone o "altro elemento capace".
23 aprile 1945 - Dal comando della I^ Brigata "Silvano Belgrano" al comando della VI^ Divisione "Silvio Bonfante" - Comunicava che "data la particolare situazione creatasi ad Oneglia e lungo la strada n° 28 la squadra partita per ritirare le munizioni presso 'Martinengo' [Eraldo Hanau, comandante della 13^ Brigata 'autonoma' Val Tanaro del gruppo divisioni alpine guidato dal maggiore Enrico Martini 'Mauri'] non ha potuto effettuare l'azione".
1 maggio 1945 - Dal comando della IV^ Brigata "Domenico Arnera" della VI^ Divisione "Silvio Bonfante" al comando della IV^ Divisione Autonoma "Alpi" - Comunicava che i Distaccamenti della IV^ Brigata "Domenico Arnera" sarebbero rimasti per ordine del comando della VI^ Divisione in Alta Val Tanaro finché il Comando Unificato non avesse disposto altrimenti, criticava il termine "arbitrariamente", aggiungeva che l'Italia era finalmente libera per cui era naturale che formazioni partigiane di diversa estrazione collaborassero nella stessa zona, ricordava che le formazioni partigiane [secondo gli autonomi, quelle garibaldine] "arbitrariamente" presenti in Val Tanaro erano quelle che avevano provocato maggiori danni ai nemici, rimarcava che un Distaccamento della IV^ Divisione Autonoma "Alpi", stanziata a Nava, intendeva comandare in Alta Valle Arroscia [zona di competenza dei garibaldini].
da documenti Isrecim in Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell'Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e della Storia Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945), Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998-1999 
 
Verda Francesco "Franco", nato a Pieve di Teco il 26.12.1924
Contadino, riceve la cartolina di precetto per partire militare il 5.8.43. Convalescente nell'ospedale di Pieve, non si presenta e viene considerato disertore.
Nascosto nella carbonaia dell'ospedale da una suora, sfugge all'arresto da parte dei tedeschi e, appena rimessosi in salute si rifugia con altri giovani ai casoni di Tetti Parodo, sulle alture della zona.
Da qui passa con altri a Viozene, dove c'è un gruppo di partigiani "badogliani", e poi in Val Pennavaira.
In seguito all'arresto del padre ed alla sua carcerazione nel penitenziario di Oneglia, si presenta al reparto T.O.D.T. di Albenga, e viene impiegato nella costruzione delle fortificazioni costiere.
Fuggirà definitivamente in montagna ai primi del 1944 in seguito a minacce di superiori che ne sospettavano le simpatie per i patrioti.
Dal 15 maggio al 10 ottobre 1944 farà parte delle formazioni autonome "Martinengo", nella Divisione "Mauri", brigata "Val Tanaro".
Passa quindi alla Divisione Garibaldi "Silvio Bonfante", II^ Brigata "Nino Berio" comandata da "Basco" Giacomo Ardissone.
Partigiano combattente, dal gennaio 1945 sarà Commissario e poi Comandante di una Squadra stanziata a Castelbianco, da dove controlla le attività antipartigiane di tedeschi e fascisti.
Partecipa costantemente alle attività militari nella sua zona operativa fino alla liberazione, quando scenderà con gli altri ad Albenga.
Vittorio Detassis

lunedì 18 ottobre 2021

Aveva già aiutato i 360 prigionieri jugoslavi

Roberto Lepetit - Fonte: Wikipedia

[...] Robert Georges Lepetit, di natali francesi, fonda la Lepetit&Dollfus nel 1868 con il cognato Albert (poi allargata ad un altro socio Auguste Gansser nel 1878). Nel 1915 nasce la Ledoga dalle iniziali dei tre cognomi. Nel 1894 sorge lo stabilimento di Garessio, per produrre il tannino, ricavato dalle cortecce e dal legno del castagno, utilizzabili nel settore dei coloranti per la concia delle pelli.
A questa lavorazione si affianca e prende rilevanza commerciale e industriale l’attività farmaceutica. Nasce infatti a Garessio nel 1903 il primo farmaco di sintesi italiano, l’Almateina, un disinfettante intestinale cui fanno seguito efficaci medicinali antinevralgici e antireumatici. Mancato il capostipite Robert, subentrano i figli Roberto e Emilio: il primo fautore di grandi ricerche scientifiche e il secondo brillante e coraggioso nella gestione amministrativa.
Alla morte di Emilio nel 1919 e di Roberto nel 1928, proprio Roberto Enea Lepetit, figlio ventiduenne di Emilio - nato a Lezza di Erba nel 1906 - si assumerà la responsabilità di dirigere l’azienda. Il geniale imprenditore riuscirà a imporre sui mercati la Lepetit che conquista posizioni di leadership del settore. Vanto dello stabilimento di Garessio, che nel 1940 occupava 200 maestranze, anche quello di aver avviato la produzione del Tiazene il primo sulfamidico italiano. Negli anni successivi uscirà il Cloramfenicolo, il primo antibiotico di sintesi realizzato in Italia. Il prodotto è stato trattato per trent’anni nello stabilimento di Garessio, venduto in Italia con marchio Sintomicetina, prescritto per combattere tifo, paratifo e brucellosi.
Condizionato e sempre più insofferente al regime fascista, a partire dal 1942 Roberto Lepetit dalla sede centrale di Milano decide di aderire alla lotta partigiana prendendo contatti con il Comitato di Liberazione Alta Italia. Dopo il bombardamento di Milano del 24 ottobre del 1942 con la moglie Hilda e i due figli Emilio (nato nel 1930) e Guido (classe 1932) si trasferisce a Garessio.
Successivamente nel settembre 1943, nei giorni successivi all’Armistizio, Lepetit, come scrisse sua moglie Hilda nel diario: "aveva già aiutato i 360 prigionieri jugoslavi che erano detenuti nel campo del Miramonti, facilitandone la fuga quando si era intuito l’arrivo dei tedeschi…".
Lo racconta anche Francesco Chiancone, ex direttore del laboratorio della ricerca medica e biologica alla Lepetit, nel libro “Un uomo da Milano a Ebensee”, precisando: «Il Cappellano don Divina, il col. Vincenzo Ardù comandante del campo e altri ufficiali avevano lasciato il campo, vestendo abiti borghesi e radunando gli sbandati sulle montagne. La gente di Garessio li ospita e li nasconde in casa e nei seccatoi; Lepetit dona loro abiti, medicinali e viveri. Gli incontri con i partigiani della Valle Casotto - sempre con il fidato Paolo Odda - si fanno frequenti, con la scusa della visita ai castagneti della fabbrica. Il colonnello Rossi (Paolo Ceschi) e poi il maggiore Mauri (Enrico Martini) gli chiedono viveri, indumenti, medicinali e con lui elaborano piani di difesa e di azione. La sua partecipazione attiva alla lotta partigiana diventa sempre più intensa. “Roby” è il nome di battaglia da lui assunto».
Chiancone fa riferimento anche agli scontri tra nazifascisti e partigiani del febbraio ’44 quando sotto al Miramonti perì tragicamente il dipendente, Leonardo Esposito, barese, che stava rientrando all’Albergo Giardino dove alloggiavano tutti i lavoratori Lepetit arrivati da Milano. «Garessio, che pareva lontano dalle implicazioni della guerra diventa teatro di scontri ravvicinati tra partigiani e occupanti tedeschi che controllano la cittadina. Così agli allarmi aerei di Milano si sostituiscono i rastrellamenti degli operai che vengono spediti in Germania come lavoratori; la cittadinanza parteggia naturalmente per i nostri e diventano più frequenti e ossessive le perquisizioni nelle case, alla ricerca di partigiani nascosti o per punire chi li ha aiutati.. ».
Nel maggio del 1944 la situazione a Garessio si fa sempre più pericolosa e Lepetit decide di rendere più diretti i contatti con la Resistenza in Lombardia. Qui, con l’amico Sandro Piantanida raccoglie informazioni, organizza campi di atterraggio per paracadutisti sul lago di Como a Volesio. Viene arrestato il 29 settembre 1944 nel suo ufficio di Via Tenca, ora via Lepetit, la strada dedicata a sua memoria dal Comune di Milano. Viene accusato per una serie di messaggi con dati in codice, subisce interrogatori estenuanti e violenze fisiche nell’Albergo Regina da parte delle SS e viene imprigionato nel carcere di San Vittore.
Il 16 ottobre ‘44 il trasporto a Bolzano, perché aveva rifiutato di firmare una supplica che gli avrebbe concesso la libertà. Resta per un mese nel campo di concentramento in Alto Adige da cui riesce a scrivere ed a fare avere di nascosto una ventina di lettere per la moglie - che andrà alcune volte a trovarlo per portargli pacchi -; forte in lui il “terrore di andare più a nord di qui”. Riesce a far installare nel campo una farmacia per convogliare medicinali e viveri per i 1.400 prigionieri, ma il 18 novembre viene destinato alla Germania.
Entra nel terribile lager di Mauthausen, poi in quello Melk (dove 8.000 internati lavoravano nelle gallerie ricavate dai tedeschi per nascondere le officine belliche) e il 13 aprile 1945 avviene l’ultimo trasferimento nel campo di sterminio di Ebensee, in Austria. Il 27 aprile viene ricoverato in infermeria forse per tubercolosi e morirà il 4 maggio. Tre giorni dopo il campo sarebbe stato liberato dagli Alleati. Quattro giorni prima, il 30 aprile, Hitler si era suicidato nel bunker di Berlino.
Ferruccio Parri, capo del primo governo italiano del dopoguerra ispirato dai movimenti della Resistenza, ricordando l’incontro clandestino a Milano con Roberto Lepetit nella primavera del ’44 ebbe a dichiarare: «Intendevo dietro di lui un ambiente ed energie nuove ancora per me, o quasi, nel panorama sociale che il movimento della resistenza veniva tumultuosamente abbozzando. E ascoltando le sue informazioni mi studiavo, quasi involontariamente, di capire la mentalità, l’educazione, le ascendenze spirituali di quest’uomo, semplice e schivo, cordiale e riservato. L’umanità del suo sorriso disarmava la mia diffidenza quasi professionale e lo rivelava meglio delle parole, quasi pudiche della generosità e determinazione che erano il fondo del suo carattere. Era un signore».
La vedova Hilda fece erigere nel campo di Ebensee, opera dell’amico Gio’ Ponti, celebre architetto e designer, un’alta croce, recentemente restaurata e conservata dall’ANED, l’Associazione nazionale ex deportati, con la scritta: “Al marito qui sepolto, compagno eroico dei mille morti che insieme riposano e dei milioni di altri martiri di ogni terra e di ogni fede, affratellati dallo stesso tragico destino, una donna italiana dedica, pregando perché così immane sacrificio porti bontà nell’animo degli uomini”.
Redazione, Garessio dedica la Giornata della Memoria a Roberto “Roby” Lepetit, IDEAWEBTV.IT, 26 gennaio 2021
 
[...] Roberto Lepetit, nasce il 29 agosto 1906 a Lezza (oggi Comune di Ponte Lambro). Lasciati presto gli studi classici per lavorare nell’azienda di famiglia, ne divenne unico responsabile nel 1928, dopo la morte del padre e dello zio. Negli anni ’20 la Lepetit aveva vissuto un boom e il gruppo crebbe con 16 stabilimenti in Italia e presenze in 36 paesi del mondo. Roberto Lepetit, giovane amministratore delegato e direttore generale della Lepetit era un uomo brillante e spiritoso, un imprenditore illuminato, di aperte idee sociali. Benché fosse obbligato, come industriale, a restare inquadrato nelle organizzazioni sindacali del regime, Lepetit in breve tempo matura una tale avversione al fascismo, e in modo così poco nascosto, che nel 1942 fu espulso dai Partito Fascista. In quell’anno ebbe i primi contatti clandestini con esponenti del Comitato di Liberazione Alta Italia, e si avvicinò al Partito d’Azione. Alla fine del 1942, come tanti, fu costretto dalla guerra a sfollare da Milano. Trasferì a Garessio, nel cuneese, la famiglia e il personale dell’azienda. Così si allontanò dai bombardamenti alleati, ma si venne a trovare nel bel mezzo di una durissima guerriglia partigiana. Alla fine di novembre 1943 i tedeschi arrivarono in forze e occuparono il paese. Ma Lepetit aveva già dato il suo contributo per far fuggire gli jugoslavi prigionieri in un campo di concentramento nella valle e aveva stretto rapporti con i partigiani della Val Casotto.
Il 3 maggio 1944 Lepetit decise di cambiare aria, perché aveva capito di essere ormai sospettato dal podestà locale e dai tedeschi. Portò per qualche tempo la famiglia a Rho e tornò a lavorare nella sede di Milano. Il 6 luglio 1944, poi, l’azione forse più pericolosa a cui Lepetit abbia partecipato: nella campagna attorno a Castellazzo di Rho riceve una missione aviolanciata. La sede della Lepetit a Milano era ormai diventata un punto di riferimento per la Resistenza, fino al 29 settembre 1944, giorno del suo arresto. Dopo gli interrogatori e le torture a San Vittore, fu mandato in campo di concentramento; prima a Bolzano, poi a Mauthausen, quindi a Melck e infine a Ebensee.
Morì il 4 maggio 1945, due giorni prima che gli americani arrivassero al campo di concentramento di Ebensee e nove giorni dopo la liberazione di Milano. Oggi la memoria di Roberto Lepetit è affidata ad una croce eretta sulla fossa comune di Ebensee. La moglie Ilda ha voluto che vi fossero scritte, in tre lingue, queste parole: “Al marito qui sepolto - compagno eroico dei mille morti che insieme riposano e dei milioni di altri martiri di ogni terra e di ogni fede - affratellati dallo stesso tragico destino - una donna italiana dedica - pregando perché così immane sacrificio - porti bontà nell’animo degli uomini”.
“Alla figura del nostro concittadino è stata intitolata la piazza di Lezza e le scuole elementari di via Trieste” ha ricordato il sindaco Ettore Pelucchi. [...]
Redazione, Pietre d’inciampo, a Milano c’è anche un pezzo di Ponte Lambro, Erba Notizie, 16 gennaio 2020 

A Milano, in una via poco lontana dalla Stazione Centrale, nel cortile di un anonimo palazzo di uffici c’è una targa in marmo. Quella targa, grigia e un po’ sbiadita, ricorda il sacrificio di un giovane industriale, Roberto Lepetit, a cui è intitolata anche la via attigua. Esiste una storia a riguardo, rimasta per decenni sepolta tra lettere private ed archivi aziendali, che negli ultimi anni è stata portata alla luce da un saggio di Susanna Sala Massari <1. La storia di questo tenace personaggio che si oppose al fascismo e si immolò alla causa della Resistenza ebbe un tragico epilogo che trova espressione nuovamente in una targa, questa volta ad Ebensee, in Austria. Lì, nel campo di concentramento della città, Roberto Lepetit trovò la morte a pochi giorni dalla Liberazione <2.
La sua storia, indissolubilmente legata al colosso farmaceutico Lepetit (ancora oggi ben presente), è venuta alla luce, seppur in ritardo, accendendo i riflettori su una famiglia che annovera tra i suoi membri, spesso con gli stessi nomi che si ripetono nelle generazioni, molti personaggi degni di nota. Alcuni sono ricordati esclusivamente in un ambito tecnico, legato all’industria e alla chimica farmaceutica, come il capostipite Robert Georges; altri, come suo figlio Roberto Giorgio, per la grande capacità manageriale ed innovazione nei processi industriali del tempo; altri ancora, come il sopraccitato Roberto, per le gesta eroiche e la fine tragica.
[...] Roberto Giorgio, figlio di Robert Georges, pose le basi per la costruzione del gruppo farmaceutico Lepetit, innovando e specializzando l’azienda di famiglia, arrivando a realizzare il primo antinfluenzale di sintesi iscritto nella farmacopea italiana <3.
Roberto, nipote di Roberto Giorgio, si schierò a fianco delle formazioni partigiane durante il secondo conflitto mondiale. Trasformò lo stabilimento piemontese di Garessio (Cuneo) in rifugio e punto di appoggio per i gruppi della Resistenza, che rifornì di viveri e medicinali fino a quando fu arrestato dai nazisti e deportato. [...]
[NOTE]
1 S. Sala Massari, Roberto Lepetit. Un industriale della Resistenza, Milano, Archinto editore, 2015.
2 Cfr. F. M. Chiancone, Un uomo da Milano a Ebensee. 1940-1945: Roberto E. Lepetit, Bari, Laterza, 1992.3 E. Merlo, Lepetit, in “Dizionario biografico degli italiani”, vol. 64, 2005, consultabile anche nel sito: http://www.treccani.it/enciclopedia/lepetit_(Dizionario-Biografico)/ (ultima visita: 15 giugno 2017).
Tamara Balbo, Emilio Lepetit, un industriale e socialista, Asti Contemporanea, n. 16 - 2017, ISRAT Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea in provincia di Asti
 
«E’ la mia prima volta a Garessio anche se di questo paese ho sempre sentito parlare molto. Ho visitato la fabbrica, ho riassaggiato i “garessini” che mi portava nonna ed entrando in villa ho percepito un naturale legame, molto forte. La tragedia del nonno per anni fu argomento tabù: una sorta di fuga dal dolore. Ma nel 1998, quando morì nonna, decisi di aprire quelle scatole con su scritto “guerra”. Fu una lettura scioccante, però utile a curare, elaborare e superare. E quelle lettere, quei documenti conservati per anni, sono stati utili per il libro. In diverse occasioni ho avuto modo di percepire l’affetto e riconoscenza che lega Garessio a Roberto Lepetit. Gli stessi sentimenti che sento ora ancora così vivi». Anche lui si chiama Roberto, ed è il nipote del noto industriale Lepetit a cui Susanna Sala Massari ha dedicato il volume “Roberto Lepetit. Un industriale nella Resistenza” presentato giovedì sera 7 maggio nel salone comunale su iniziativa del Polo culturale “Città di Garessio. «Un momento importante per la nostra città - ha detto il presidente del Polo culturale, Sebastiano Carrara - ma pure per la valle: la storia Lepetit ha avuto significativi risvolti su tutto il territorio». Presente, oltre al nipote e all’autrice, anche il direttore dell’Istituto Storico della Resistenza della provincia di Cuneo, Michele Calandri. Il libro ripercorre la vita di Roberto Lepetit approfondendone la storia aziendale, sociale e politica. Durante il fascismo e la guerra, Lepetit mise a disposizione le sue risorse e le sue relazioni per aiutare partigiani, ebrei, soldati alleati, utilizzando anche le sue fabbriche come copertura e i suoi dipendenti più fidati come agenti segreti. Internato nel campo di concentramento di Bolzano, svolse una preziosa attività clandestina e riuscì a organizzare una farmacia interna. Deportato a Mauthausen, morì nel sottocampo di Ebensee. [...]
Marco Volpe, Roberto Lepetit, patriota e martire, L'Unione Monregalese, 14 maggio 2015 
 
A pag. 76 del libro che il Comandante Mauri scrisse intorno alla lotta partigiana nella zona di Cuneo e delle Langhe, leggiamo: «A Garessio, quale sarà la casa di Lepetit? È imprudente fare domande, ma non può essere che quella che ha esposto la bandiera abbrunata, il lutto per la Val Casotto. Soltanto Roberto Lepetit può fare un simile gesto in un paese brulicante di armati nemici».
Ci bastano queste brevi parole per farci scorgere in mezzo alla folla di quei valorosi combattenti della montagna, una figura che si stacca con caratteri suoi sullo sfondo del complesso e turbinoso scenario della Resistenza italiana.
Incontriamo, dunque, con Roberto Lepetit un uomo nuovo in quella storia di rischi, di patimenti e di eroismi che dal settembre 1943 all’aprile 1945 segnò nella luce del sole le ultime tappe di una lunga aspra via, che nella tenebra degli anni, pochi soltanto, coraggiosi e chiaroveggenti, avevano fino allora battuto a testimoniare dignità di uomini e di cittadini.
[...] Il giorno successivo, il 29 ottobre 1944, dopo aver consigliato la moglie a non affannarsi per lui, ma ad affidarsi alla sorte, osserva tristemente: « Vivendo qui dentro ci si può formare un’idea di quella che sarà la situazione dopo la guerra, delle lotte tremende che ci saranno... ».
Il suo caso, tuttavia, non è ancora risolto; in data 30 ottobre leggiamo: «Ieri ed oggi c’è stato il caso Lepetit che ha fatto le spese di tutto il campo! H... si è battuto come un leone ed ha attaccato violentemente i comunisti. Stamane il capo di questi è venuto a parlamentare con me. Intanto sono sempre nella A e credo ci resterò, dato che c’è l’accordo interpartiti!».
Finalmente, qualche giorno dopo annuncia: «Il mio caso pare definito, ma ha durato e interessato tutti per diversi giorni. Anche i comunisti hanno ricevuto istruzioni dal C.L.N. di Milano di aiutarmi».
Più che a sè, pensa continuamente alla possibilità di sollevare la terribile miseria che gli sta intorno e che egli stesso condivide con gli altri: è sempre vivo in lui l’uomo pratico, pronto a prodigarsi per il benessere di chi lo circonda, come testimoniano queste lettere che in buona parte contengono indicazioni di internati, ch’egli aiuta moralmente facendo recapitare notizie alle famiglie, e materialmente, dividendo con loro i molti aiuti che riceve dai suoi e organizzando per loro e per tutti gli altri prigionieri del campo, senza distinzione, un intero impianto farmaceutico: «Come vedi, scrive il 9-11-’44 alla moglie, grazie alla tua organizzazione, sono traboccante di roba e faccio grandi regali a destra e sinistra. Sto diventando popolare in tutto il campo e tutti sono gentili con me».
Pochi giorni prima, il 7-11-’44, aveva raccomandato: «Bisognerebbe vedere se a Milano fra tutti gli amici, comitati ecc. si potessero organizzare congrui rifornimenti di generi alimentari per tutti gli internati del campo, indirizzando all’Intendenza del campo. Sarebbe una cosa veramente utile. Tenete conto che c’è una popolazione di circa 1400 anime». [...]
Questa rievocazione storica della figura di Roberto Lepetit amministratore delle Società Anonime Ledoga-Lepetit - nato a Lezza (Como) il 29 agosto 1906 e morto il 4 maggio 1945 a Ebensee (Austria) - è stata condotta sopra una serie di testimonianze originali, che costituiscono un’importante raccolta di documenti di proprietà della famiglia Lepetit. Essi sono soprattutto:
1) Un gruppo di 20 lettere scritte a matita e pervenute clandestinamente alla moglie dal campo di Bolzano.
2) Un grosso volume manoscritto che contiene tutta la documentazione dei messaggi trasmessi e ricevuti dal gruppo G.B.T. della Missione militare Furrow.
3) Una relazione originale dello stesso capo missione.
4) Copia dell’originale tedesco del testo dell’interrogatorio fatto ai dirigenti della Società Ledoga-Lepetit a Garessio, il 28-7-44 dal Gruppo Polizia tedesca del commissariato di Savona, dove risulta la testimonianza esplicita della denuncia del podestà di Garessio.
5) Testimonianze varie di collaboratori e di compagni, italiani e stranieri, dei vari campi di concentramento, nonché di uomini della Resistenza.

Bianca Ceva, Una figura della Resistenza. Roberto Lepetit in Il movimento di liberazione in Italia dal 1949 al 1973, n. 11, Milano, Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia, 1951, ripubblicato in Rete Parri 


Lettera di Roberto Enea Lepetit (Roby) alla Moglie scritta in data 16-11-1944 da Lager di Bolzano
L’immagine riproduce la prima facciata dell’ultima lettera di Roberto Enea Lepetit, scritta alla moglie Hilda dal Lager di Bolzano pochi giorni prima di essere inviato a Mauthausen.
Proprietà della foto: Carte private di Roberto Lepetit
Testo dell'immagine:
16 nov. 1944 – ore 16.30
Mia carissima,
finalmente ieri sera ho avuto la tanto attesa tua lett.: quella del 6-7 u.s. Con quella della Lina e del Pepino Perego. Grazie, mia Bastina.
Ho letto e riletto infinite volte la tua lett.
Quanto mi rincresce saperti tanto presa e preoccupata da mille problemi. Mi dici che hai trovato un appartamento a Milano dove metterai intanto la mamma. E’ venuta su da Levanto o sta per venire?
Mi rincresce dell’epidemia di influenza
Più che mai raccomando a tutti di stare molto riguardati. Inutile raccomandarlo al Grasso ed ancor più a quel fessacchione di suo fratello.
Si è più azzardato a farsi vivo con te?
Nella tua lett. mi dai tante buone speranze, ma io non voglio crederci - per non illudermi e un po’ per scaramanzia - ed invece sto preparandomi l’animo e le mie cose per una partenza che ormai è in atto - non si sa ancora
se per sabato/domenica pross. oppure per la prossima settimana.
Si parla di una part. Di circa 600 persone.
Io spero molto di essere fra quelli che rimangono (e dovrebbero essere molti dato che stiamo circa 1600) - anche perché la farmacia sta prendendo piede. Sto preparando pacchi assistenziali per i partenti - a ciò autorizzato dal med. ted. e complimentato dal nuovo capo campo.
Staremo a vedere!
Oggi tempo bello ma freddissimo - tutto bianco in giro per la nevicata di jeri. Nel campo ghiaccio ma niente neve. Grande allarme. Almeno 400/500 apparecchi passati in vicinanza - stasera è giunta notizia dell’offensiva scatenata in Olanda.
Speriamo che tutto ciò concorra ad abbreviare i termini della tragedia.
Igor Pizzirusso, Roberto Enea Lepetit (Roby), Ultime lettere di condannati a morte e di deportati della Resistenza italiana
 

Lettera di Roberto Enea Lepetit (Roby) alla Moglie scritta in data 16-11-1944 da Lager di Bolzano
L’immagine riproduce la seconda facciata dell’ultima lettera di Roberto Enea Lepetit, scritta alla moglie Hilda dal Lager di Bolzano pochi giorni prima di essere inviato a Mauthausen.
Proprietà della foto: Carte private di Roberto Lepetit
Testo dell'immagine:
Continuano ad arrivare tuoi pacchi nel campo.
Ieri sera c’era un pacco per me, ma era della Pella. Ottimo contenuto.
Sono felice che i bambini stiano bene e se la passino bene. Speriamo tanto ricevere qualche riga da loro.
Ringrazia tanto il Pepp. Perego della sua buona lettera che mi ha fatto tanto piacere.
Ringrazia anche la Lina delle sue.
Speravo far partire oggi - invece nulla.
Consegno stasera o domattina sperando in bene. Si dice ci sia domani una part. Per Milano - mi pare strano.
Comunque sia - mando ugualmente.
Pare che la suoc. di Marghi è partita per Milano - pare ti cercherà.
La lett. di Neri falla avere al Nanni.
Lui penserà a farla recapitare.
Oggi ho fatto una bella doccia "privata" con Hanss-Hans e Elmo-splendido.
Sto bene. Con l’aiuto di un altro Med. Internato - mi sono fatto fare un permesso dal ted. per 5 giorni rinnovabili allo scopo di evitare le adunate. Cosa ottima anche questa. Ed ora ti lascio - alle 17.50 devo essere a casa essendoci l’adunata (da jeri) e dopo l’ad. ci chiudono dentro per il rancio e per dormire.
Ciao, mia Hilda, in ogni casi ti scriverò ancora. Tu scrivimi ugualmente, così se rimango riceverò notizie.
Tuo Roby
Igor Pizzirusso, art. cit.
 
Il tipo biondo, quasi rossiccio, aveva un impermeabile chiaro e un cappello marrone ancora in testa. Davanti a lui, la segretaria, seduta al suo posto, aveva l'atteggiamento di una bambina in castigo. «Strano che la Signorina tolleri una persona che sta nel suo ufficio con il cappello in testa», pensò il dottor Zumaglino. Ma richiuse subito la porta e scese in portineria. Solo allora si accorse che stava succedendo qualcosa di strano. Peppino Perego, il portiere, era rosso in viso. Lo spinse verso l'ascensore e gli sussurrò: «Sono venuti i tedeschi, cercano il Cavaliere!». Attorno all'edificio c'erano le Ss con i mitra spianati. Erano arrivate con un autobus verde, seguito da alcune automobili che avevano indugiato un poco davanti all'ingresso della Lepetit, in via Carlo Tenca, per poi spostarsi sul retro, in via Mauro Macchi. Sopra, nell'ufficio di Roby Lepetit, erano entrati in due, con grosse rivoltelle in pugno. Il caso volle che proprio in quel momento suonasse l'allarme antiaereo su Milano. «Eccoli, i vostri alleati!», imprecarono i due, spingendo in un angolo Roby e il suo amico e collaboratore Adolfo Fichera. Lepetit aveva cercato di approfittare del trambusto per far sparire alcune striscioline di carta che aveva in tasca. Invano: i due gliele strapparono di mano. Poi ammanettarono insieme lui e Fichera, li spinsero fuori, li unirono a Aldo Borletti detto Micio, già ammanettato con la segretaria Lina Pregnolato (la «Signorina»), e li caricarono in macchina. Era una giornata luminosa e calda, quel 29 settembre 1944. L’auto nera si fermò davanti all'Hotel Regina, sede del comando tedesco. Borletti, Fichera e la segretaria tornarono a casa qualche giorno dopo. Roby Lepetit no. Fu mandato in campo di concentramento, prima a Bolzano, poi a Mauthausen, quindi a Melck e infine a Ebensee. Morì il 4 maggio 1945, due giorni prima che gli americani arrivassero a Ebensee e nove giorni dopo che i partigiani avevano liberato la sua Milano. Roberto Lepetit, industriale chimico e farmaceutico e uomo della Resistenza, è stato dimenticato. Eppure la sua è una bella storia, privata e pubblica. Che si tinge anche di giallo: chi lo tradì, quel giorno di settembre?
[...] Nacque così, con i primi anni del Novecento, la Lepetit Farmaceutici e il gruppo si ampliò con una consociata argentina e nuovi impianti a Darfo (Brescia) e Oneglia (Imperia). Il fratello Emilio ebbe invece profondi interessi sociali. Scrisse il volume Il socialismo, pubblicato da Hoepli nel 1891, e partecipò alla fondazione del Partito Economico, che propugnava l'attenzione al mondo operaio e la composizione dei conflitti di classe. Da Emilio e Bianca Moretti il 29 agosto 1906 nacque Roberto Lepetit. Il padre morì che Roby aveva 13 anni. Lasciati presto gli studi classici per lavorare in azienda, ne divenne unico responsabile dopo la morte, nel 1928, anche dello zio. Negli anni Venti, la Lepetit aveva vissuto un boom: nei nuovi laboratori di ricerca della sede milanese di via Macchi era stata messa a punto un'ampia gamma di vitamine e sulfamidici, poi esportati in tutto il mondo; nello stabilimento di Garessio era iniziata la produzione di chemioterapici. Il gruppo crebbe con 16 stabilimenti in Italia e presenze in 36 Paesi del mondo. Roby, giovane amministratore delegato e direttore generale della Lepetit, era un uomo brillante e spiritoso, amico di Micio Borletti e di Giò Ponti (che progettò la sede di via Carlo Tenca). Un padrone illuminato, di aperte idee sociali. Ci sono foto di famiglia che lo ritraggono in camicia nera, ma non doveva davvero starci comodo. Non perdeva occasione di criticare le scelte del regime. I buoni del Tesoro emessi a raffica dal governo? «Carta da parati!», diceva. Il Duce? Se il Re lo avesse chiamato a rapporto e poi chiuso in un gabinetto, dandone comunicazione alla radio, il Paese sarebbe rimasto tranquillo. I grandi industriali come Pirelli, Agnelli, Donegani? Da punire perché avevano consegnato l'industria italiana al fascismo. Benché fosse obbligato, come industriale, a restare inquadrato nelle organizzazioni sindacali del regime. Lepetit in breve tempo maturò una tale avversione al fascismo, e così poco nascosta, che nel 1942 fu espulso dai Fasci. In quell'anno ebbe i primi contatti clandestini con esponenti del Clnai, il Comitato di liberazione Alta Italia, e si avvicinò al Partito d'azione. Alla fine del 1942, come tanti, fu costretto dalla guerra a sfollare da Milano. Trasferì a Garessio, nel Cuneese, la famiglia e il personale dell'azienda, che stabilì nell'Albergo Giardino. Così si allontanò dai bombardamenti alleati, ma si venne a trovare nel bel mezzo di una durissima guerriglia partigiana. Dapprima scaramucce, poi scontri sempre più duri, con agguati, lanci di bombe, rastrellamenti, fucilazioni. Alla fine di novembre del 1943 i tedeschi arrivarono in forze e occuparono il paese. Ma Lepetit aveva già dato il suo contributo per far fuggire gli jugoslavi prigionieri in un campo di concentramento nella valle e aveva stretto rapporti con i partigiani della VaI Casotto. Nell'inverno del 1944 i tedeschi tornarono in paese, attestandosi all'Albergo Miramonti. Era il 25 febbraio. Già la mattina dopo i partigiani attraversarono il Tanaro per aggirare il nemico, attaccarlo e scacciarlo. La guerra per il controllo di Garessio proseguì con alterne fortune. Ma il 3 maggio 1944 Lepetit decise di cambiare aria perché aveva capito di essere ormai sospettato dal podestà locale e dai tedeschi. Portò la famiglia per qualche tempo a Rho, tornò a lavorare nella sede di Milano. Nel dicembre 1943 Lepetit aveva incontrato un ufficiale che veniva dal Sud: portava una radio e l'ordine di impiantare un servizio di trasmissioni. La famiglia ancor oggi conserva un grande raccoglitore con i quaderni dei messaggi in codice ricevuti. Il 6 luglio 1944, poi, l'azione forse più pericolosa a cui Lepetit abbia partecipato: nella campagna attorno a Castellazzo di Rho riceve una missione militare aviolanciata. Il figlio Emilio, che allora aveva 14 anni, la descrive così, in un quadernetto su cui ha tracciato con inchiostro e pennino parole e disegni: «Verso mez­zanotte sentimmo un aereo avvi­cinarsi. Corremmo ad accendere i fari di segnalazione che per rendere più visibili avevamo rinforzati con tanti falò quanti erano i fari. L’aereo ci passò sopra la testa una prima volta molto basso. Ritornò dopo poco, più alto e si videro questa volta anche due cose confuse che parevano palloni». Erano due paracadutisti. Con loro furono lanciati apparecchi radiotrasmittenti, armi e altro materiale per la Resistenza. Nella primavera del 1944 s'incontrò viso a viso con uno dei capi della Resistenza al Nord, Ferruccio Parri. Lo racconta Parri stesso: «Quando conobbi Roberto Lepetit in un fuggevole incontro clandestino sui bastioni tra Porta Romana e Vigentina, un pomeriggio dolce e arioso della primavera 1944, intendevo dietro di lui un ambiente ed energie nuove ancora per me, o quasi, nel panorama sociale che il movimento della resistenza veniva tumultuosamente abbozzando. E ascoltando le sue informazioni mi studiavo, quasi involontariamente, di capire la mentalità di quest'uomo, semplice e schivo, cordiale e riservato. La umanità del sorriso disarmava la mia diffidenza quasi professionale, e lo rivelava meglio delle parole, quasi pudiche della generosità e determinazione che erano il fondo del suo carattere. Era un signore. Dietro di lui avevo già allora un poco intravisto certa borghesia lombarda del Risorgimento, generosa, e soprattutto pronta a pagare il dovere dell'esempio, prima obbligazione della nobiltà». La sede della Lepetit a Milano era ormai diventata un punto di riferimento per la Resistenza. A chi gli consigliava prudenza, Roby ribatteva: «Qualche rischio bisogna pur correrlo». Lo ripeté a un amico anche il giorno prima di essere arrestato. Dopo gli interrogatori e le torture all'Albergo Regina e a San Vittore, finì per trenta giorni nel campo di Bolzano. Da lì riuscì a far uscire, di nascosto, venti lettere che arrivarono alla moglie Hilda, scritte a matita con calligrafia meticolosa su fogli e foglietti d'appunti. Vi sono raccontati con parole misurate il grande affetto per la famiglia, la speranza di tornare, la vita e gli stenti del campo, ma anche gli aiuti e le medicine per tutti che riuscì a far entrare dentro i recinti di filo spinato. Questo fece nascere, come scrisse alla moglie, il «caso Lepetit»: «Grana contro di me. Lunga conferenza con Cinelli (Capo dei comunisti) per la Farmacia e per la destinazione dei pacchi. VuoI conoscere le mie intenzioni per appoggiarmi in pieno o per boicottarmi!». Il giorno dopo affida alla moglie un pensiero profetico, intuizione della Guerra fredda: «Vivendo qui dentro ci si può formare un'idea di quello che sarà la situazione dopo la guerra, delle lotte tremende che ci saranno...» (29 ottobre 1944). Seguono scontri, dibattiti, trattative. Il «caso Lepetit» si risolve soltanto con l'arrivo dell'ordine dall'esterno: «Anche i comunisti hanno ricevuto istruzioni dal Cnl di Milano di aiutarmi». Ma il 18 novembre 1944 Roberto Lepetit, allineato con gli altri prigionieri nel cortile freddissimo del campo, sentì chiamare il suo numero: fu caricato su un treno e portato a Mauthausen, poi nel gennaio 1945 nel terribile campo di Melck e infine, nell'aprile di quell'anno, mentre i suoi compagni liberavano l'Italia, a Ebensee. Oggi, perduta la memoria di un personaggio senza partito - guardato con sospetto dai comunisti perché era un «padrone», azionista critico anche nei confronti dei «suoi» - è stato dimenticato anche il giallo dell'arresto. Chi fu il Giuda che lo tradì? Allora furono sussurrate accuse nei confronti di un personaggio, indicato come il professor Cifarelli, che era piovuto dal cielo, con un paracadute, nel luglio 1944 e si era introdotto negli ambienti della Resistenza con il nome di «Pippo», accreditandosi come uomo al servizio dello Stato Maggiore inglese. Altri dubbi sfiorarono uno stretto collaboratore di Roby, Guido Zerilli Marimò, il più alto dirigente della Lepetit. Zerill sfuggì all'arresto, quel 29 settembre 1944. Poi, grazie ai suoi ottimi agganci con uomini del regime, si mostrò molto impegnato per la liberazione del prigioniero, chiedendo alla famiglia e agIi amici di non tentare alcuna mossa alternativa e di non interferire. Ma malgrado le promesse di riportarlo rapidamente a casa da San Vittore non ottenne alcun risultato. Hilda, dopo aver avute notizia dell'arresto del marito, si mise in viaggio da Volesio, sul lago di Como, verso Rho, dove temeva ci potessero essere carte compromettenti. Voleva farle sparire. Ma al suo arrivo a Come con il traghetto, sul pontile trovò ad aspettarla Zerilli che la dissuase dal proseguire, dicendole che non c'era più niente da fare e che la perquisizione era già avvenuta. Era vero? E se sì, come faceva a saperlo? I figli di Roby, Emilio e Guido erano troppo piccoli per occuparsi dell'azienda. Hilda lasciò la gestione nelle mani di Zerilli, che in breve tempo divenne il proprietario della Lepetit, che poi vendette, alla fine degli anni Cinquanta, alla multinazionale Dow Chemical. Negli anni Settanta Zerilli ricomparve tra i proprietari (con Vittorio Cini, Serafino Ferruzzi e Gregorio Imenez) della Alphom Finance, una società coinvolta negli oscuri giri di denaro della finanza d'avventura, da Sindona a Calvi, e gestita da Florent Ravello Rey, faccendiere che trescò anche con mafiosi e uomini dei servizi segreti. Non basta questo, naturalmente, per accusare Zerilli di essere il Giuda. Altri protagonisti di questa storia lo descrivono come amico fedele e collaboratore prezioso di Roby. Di certo c'è solo che oggi la memoria di Roberto Lepetit è affidata soltanto a una croce eretta sulla fossa comune di Ebensee. Hilda ha voluto che vi fossero scritte, in tre lingue, queste parole: «Al marito qui sepolto - compagno eroico dei mille morti che insieme riposano ­ e dei milioni di altri martiri di ogni terra e di ogni fede - affratellati dallo stesso tragico destino - una donna italiana dedica - pregando perché così immane sacrificio - porti bontà nell'animo degli uomini».
Gianni Barbacetto, Il signore della Resistenza, Diario del mese, 21 gennaio 2005

13 marzo 1945 - Dal comando della Divisione "Silvio Bonfante", prot. n° 199 e prot. n° 200, lettere indirizzate rispettivamente al direttore della cartiera di Ormea e alla direzione dello stabilimento "Lepetit" - Venivano ringraziati per l'offerta di cartine da sigarette e di medicinali.
da documento IsrecIm  in Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell'Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945) - Tomo II - Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Facoltà di Scienze della Formazione, Corso di Laurea in Pedagogia - Anno Accademico 1998 - 1999

sabato 1 agosto 2020

Sui rastrellamenti nazifascisti di inizio 1944 in Val Casotto e nella zona di Nava


Lastra commemorativa dell’eccidio in data 14 gennaio 1944 di 11 partigiani ed un civile perpetrato in Pellone di Miroglio, Frazione di Frabosa Sottana (CN) - Fonte: Pietre della memoria
 
La cappella di San Marco al Pellone [...] Nella zona, vicinissima a Miroglio [Frazione di Frabosa Sottana, in provincia di Cuneo], sede delle milizie fasciste, operavano i partigiani, anche ospitati dalla famiglia Tassone, che viveva nella piccola borgata a pochi passi dalla cappella. Un giorno di fine gennaio 1944, forse per una delazione, un gruppo di fascisti della zona sorprese i partigiani intenti a mangiare davanti alla cappella: ne uccisero undici, lasciandoli quasi a galleggiare nel loro sangue. Il massacro continuò anche all’interno: dalla porta colavano rivoli di sangue. Nelle gavette, ancora il cibo consumato a metà. Gli abitanti dei dintorni poco dopo portarono tutti i morti nella cappella e poi don Beppe Bruno il “prete dei ribelli” provvide alle sepolture. Per quest’opera pietosa alcuni valligiani furono portati dai fascisti a Ceva e interrogati per giorni. 
Redazione, Itinerari partigiani in valle Ellero, Viaggio nel Monte Regale  

Fonte: Viaggio nel Monte Regale

Fonte: Viaggio nel Monte Regale
 
I partigiani locali, allora al  comando di Enzo Marchesi (col. Musso)  catturano alcune autorità fasciste  il 20 dicembre  1943 in  valle  Corsaglia  (CN).  Il  26  dicembre  giunge  a  comandare  il  gruppo il  maggiore  Enrico  Martini “Mauri”. Il 13 gennaio 1944 i tedeschi, con un ultimatum, chiesero la restituzione di “Sarasino, il criminale capo dell’OVRA. In caso di mancata restituzione i tedeschi minacciavano rappresaglie per il giorno dopo”. Mauri disse che i tedeschi bluffavano e non volle provvedere ad una maggiore difesa. Verso mezzogiorno i tedeschi  attaccarono  in  forze  quasi  tuttii partigiani dell’avamposto del Pellone, con alcuni abitanti, caddero nelle loro mani e furono trucidati .
Italo Cordero, Ribelle: Esperienze di vita partigiana dalla Val Casotto alle Langhe, dalla Liguria alle colline torinesi, tipografia Fracchia, Mondovì, 1991, pp. 56-57

[ n.d.r.: Giorgio <Giorgio I, poi Cis> Alpron a dicembre 1943 fu presente ad Alto (CN), in quanto attivo nei collegamenti con Mauri e con il servizio Lanci dell'Organizzazione "Otto". Passò, poi, a militare  nelle formazioni garibaldine della I^ Zona Operativa Liguria nelle quali diventò in seguito capo di Stato maggiore della  I^ Brigata "Silvano Belgrano" della Divisione "Silvio  Bonfante ]

 

I tedeschi avevano nel frattempo posto un loro importante quartiere generale nell'Albergo Miramonti di Garessio (CN).
Da questo centro i nazisti organizzarono un forte rastrellamento contro le bande badogliane di Val Casotto, nelle quali militava anche un noto attore, Folco Lulli *.
I nazisti furono, tuttavia, attaccati proprio nell'Albergo dai "ribelli", badogliani, ma non solo.
Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell’Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945), Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998-1999
* Folco Lulli, nato a Firenze il 3 luglio 1912, deceduto a Roma il 24 maggio 1970, attore cinematografico. Durante la guerra fascista in Etiopia, Lulli ebbe il comando di una banda di abissini, che affiancava le truppe regolari italiane. Dopo l'8 settembre 1943, trovandosi nel Cuneese, prese parte alla Resistenza con gli "Autonomi" di Enrico Martini Mauri, prima al comando di una "volante" in Val Maudagna, poi come capo di stato maggiore delle formazioni di Mauri in valle Casotto. Catturato dai tedeschi, Lulli fu deportato in Germania. Riuscì a fuggire e a riparare nell'allora Unione Sovietica. Tornato in Italia, divenne nel dopoguerra un noto attore cinematografico, rivelando la pienezza dei suoi mezzi espressivi in film quali "Vite vendute", "Il bandito", "Senza pietà", "Non c'è pace tra gli ulivi", "Fuga in Francia". Ha partecipato ad una trentina di film di vario genere.
ANPI Cuneo


Verso la fine del febbraio '44 (nei giorni dal 25 al 27) vi era stata la battaglia di Garessio, con l'attacco dei partigiani al Miramonti, albergo nel quale si erano asserragliati i i tedeschi. Questi, con lo scopo di compiere una vasta opera di rastrellamento specialmente contro i partigiani di Val Casotto, avevano occupato Garessio (25 febbraio), incominciando subito a commettere uccisioni e devastazioni, e avevano posta la loro sede nell'albergo Miramonti.  Attaccati dai partigiani di Mauri, convenuti da varie parti, la battaglia aveva assunto ampie proporzioni, svolgendosi contemporaneamente in diverse località. Infine i tedeschi, dopo aver compiuto numerosi massacri con la cooperazione di militi fascisti del battaglione San Marco, avevano lasciato il paese (27 febbraio); ma vi erano stati strascichi dolorosi anche nei giorni seguenti. Durante questi fatti il 26 febbraio '44 era stato ripetutamente ferito in combattimento e dai militi fascisti catturato, torturato e ucciso Sergio Sabatini.
Giovanni Strato, Storia della Resistenza Imperiese (I^ zona Liguria) - Vol. I. La Resistenza nella provincia di Imperia dalle origini a metà giugno 1944, Editrice Liguria, Savona, 1976, ristampa del 2005 a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia

Fonte: Pietre della memoria
 
Nella battaglia di Garessio (CN) [il 26 febbraio 1944] venne ucciso il partigiano Sergio Sabatini di Imperia.
Rocco Fava, Op. cit.

Nella squadra di Martinengo [Eraldo Hanau] a tenere una posizione importante sopra il paese c'era anche lo studente onegliese Sergio Sabatini. I suoi compagni sapevano che sparava bene alla mitraglia: allora gliela diedero in consegna con tutto l'occorrente per la postazione; ma più tardi i tedeschi lo catturarono ferito, perché si era fidato troppo andando allo scoperto quando partì volontario per portare un ordine urgente ai mortaisti. Anche i nazifascisti capirono che era un ragazzo in gamba molto deciso, che non dava segno di dolore manco quando provarono a picchiarlo per farlo parlare. Cosicché prima di ricominciare cercarono di convincerlo con le buone; ma lui continuava a dire di no, che lì c'era per conto suo e basta; poi lo torturarono con accanimento avendo perso la pazienza, per fargli dire del comando e dei comandanti.
Osvaldo Contestabile, Scarpe rotte libertà. Storia partigiana, Cappelli editore, 1982, pp. 23-24

Sergio Sabatini organizzò a Mendatica (IM) un gruppo di giovani antifascisti del luogo, poi passò nel Cuneese, dove entrò a far parte di una banda armata operante nei dintorni di Garessio. Ferito due volte durante l'attacco ad un presidio germanico e rimasto senza munizioni, Sergio Sabatini si offrì volontario per portare ordini ad un altro gruppo di partigiani operante nella zona. Nell'attraversare un tratto scoperto e battuto dal fuoco nemico, il ragazzo fu colpito una terza volta. Non desistette, e fu ferito ancora dai tedeschi che lo catturarono e che, dopo averlo seviziato, lo condannarono a morte.  Medaglia d'oro al valor militare con la seguente motivazione: "Giovane partigiano di eccezionale coraggio, rinunciava alla licenza per partecipare con i propri compagni ad un’azione di particolare importanza contro un presidio tedesco. Ferito due volte durante l’epica lotta e costretto dietro ordine del comando a ritirarsi per esaurimento delle munizioni, si offriva volontario per portare ordini ad un reparto impegnato su altro tratto di fronte. Ferito una terza volta nell’attraversare una zona scoperta e battuta tentava ancora con le ultime forze di assolvere il suo compito, finché, colpito una quarta volta al petto, cadeva nelle mani del nemico, che dopo avere tentato invano di estorcergli notizie sull’organizzazione partigiana, lo seviziava barbaramente. Condotto a morte, l’affrontava con sprezzo gridando al nemico: «Mio padre mi ha insegnato a vivere, io vi insegno a morire». Fulgido esempio di valore e di fermezza. Garessio, 25-26 febbraio 1944"
Giorgio Caudano, I Caduti della Lotta di Liberazione nella I^ Zona Operativa Liguria, ed. in pr., 2020

Giorgio Carrara, nato a Garessio il marzo 1925, allievo meccanico. Partigiano del distaccamento del Colle di Casotto, il 27 febbraio 1944 scende in Garessio accompagnato da un partigiano del luogo con l’intento di recuperare armi abbandonate ed assumere notizie sulle intenzioni dei nazifascisti. Compiuto il recupero, i partigiani si avvicinano al piazzale dell’albergo Miramonti, (sede del comando tedesco), fanno fuoco sui tedeschi, quindi risalgono la "costa della battagliera" verso regione Campi. I tedeschi allertati li inseguono: Carrara è colpito all’addome da una raffica, mentre il suo compagno riesce a fuggire. Catturato da due soldati, è condotto prima al comando del Miramonti, poi verso la strada di Valsorda sino all’incrocio con quella delle Fonti. In tale località gli sparano in fronte con il mitra. Mostrando il tricolore che gli orna il risvolto della giacca, pronuncia le sue ultime parole: "Viva l’Italia!".
È insignito di Croce di guerra alla memoria: "Partigiano ardito e coraggioso, già ripetutamente distintosi in precedenti circostanze, durante un aspro combattimento per la conquista di un importante centro abitato, trovava morte gloriosa alla testa dei suoi compagni". Garessio 1° febbraio - 26 febbraio 1944
A Giorgio Carrara venne intitolato un distaccamento della Brigata "Domenico Arnera" della Divisione d’assalto Garibaldi "Silvio Bonfante".
Redazione, Arrivano i Partigiani. Inserto 2. "Le formazioni di montagna della I^ e della VI^ Zona Operativa Ligure che operavano nella provincia di Savona", I Resistenti, ANPI Savona, numero speciale, 2011  
 
Cuneo
Nelle prime ore del 1° corrente elementi ribelli, per mezzo di cariche esplosive, abbatterono la linea primaria elettrica della sottostazione di Celibusca, distruggendo quattro pali di sostegno della linea stessa.
Verso le ore 12, altri ribelli, in numero imprecisato, ma che si fanno ascendere a circa 1000, irruppero nell'abitato di Garessio.
Alle 14,30 altri ribelli, montati su autocarro, assalirono la stazione ferroviaria di Ceva, devastandola completamente e asportando armi e tre militi della ferroviaria e ferendo gravemente un sottufficiale che reagì.
Nello stesso comune i ribelli disarmarono sette militari tedeschi e i carabinieri, prelevando il sottufficiale comandante. Poscia devastarono il Municipio e, al ritorno, con tre mine, fecero saltare un ponte della strada provinciale. Malmenarono il Segretario del Fascio e danneggiarono la sua abitazione.
Infine, verso le ore 18, in regione Piantei, elementi ribelli, in numero imprecisato, assalirono un autocarro con a bordo dieci fascisti, tre dei quali rimasero uccisi e tre feriti. Non si conoscono le perdite inflitte agli aggressori.
Notiziario della Guardia Nazionale Repubblicana del giorno 3 marzo 1944, pp. 38-39,  Fondazione Luigi Micheletti 

Ruderi di un casone utilizzato dai partigiani in Val Casotto. Foto: Claudio Galli

Ruderi di un casone utilizzato dai partigiani in Val Casotto. Foto: Claudio Galli
 
Fonte: Giampaolo De Luca, Op. cit. infra
 

Ruderi di un casone utilizzato dai partigiani in Val Casotto. Foto: Claudio Galli

Dei quasi mille uomini che “Mauri” aveva in val Casotto e in val Tanaro, solo un centinaio ne rimangono ai primi di aprile del 1944. <392 Il numero di patrioti, che andrà a ingrossare le file maurine, sarà diverso per provenienza e per cultura militare dagli uomini che il maggiore aveva a disposizione durante il primo inverno. La maggior parte dei «coadiutori [di “Mauri”] ha lasciato la vita sul campo o dinnanzi al plotone di esecuzione tedesco». <393
[NOTE]
392 “Relazione sui fatti d’arme dal 13 al 17 marzo nelle valli Casotto, Mongia e Tanaro”, Langhe, 9.4.44 - in Luciano Boccalatte (a cura di), Il primo gruppo di divisioni alpine in Piemonte, in Gianni Perona (a cura di), Formazioni autonome nella Resistenza. Documenti, FrancoAngeli, Milano 1996, p. 342
393 Ibidem

Giampaolo De Luca, Partigiani delle Langhe. Culture di banda e rapporti tra formazioni nella VI zona operativa piemontese, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Pisa, Anno Accademico 2012-2013

martedì 4 febbraio 2020

Gli esordi di un futuro comandante partigiano, nativo di Cipressa (IM)


La zona a mare di Cipressa (IM)
Questa era la situazione di quei giorni, questi erano i miei pensieri. Bisognava decidere subito. Ero cresciuto in un paese antifascista; mio padre non mi aveva più mandato alla scuola pubblica dalla IV elementare perché non facessi il «balilla» [...]
La prima esperienza ribellistica la feci a ridosso di Cipressa (IM) dove sono nato e cresciuto.
I miei primi compagni sono stati Michele Bonardi (Casotto), caduto nell'inverno 1944-45 sulle pendici del monte Faudo, Giacomo Gandolfo (Giacò), valoroso partigiano combattente fino all'ultimo, suo fratello, Mario Ardoino, altri ancora dei quali non mi ricordo.
Pernottavamo poche notti nello stesso posto e, per precauzione, quando vedevamo transitare nelle vicinanze persone, che molto probabilmente non pensavano neanche lontanamente a denunciare la nostra presenza, comunque ci spostavamo. Ci saranno state delle spiate. Non l'ho creduto allora e non lo credo nemmeno adesso a tanti anni di distanza. Rimane un fatto curioso che mi frulla sempre in testa, capitato in quei giorni [...] con un altro componente del gruppo - mi sembra di ricordare che fosse Mariot - andammo a vedere se avevamo lasciato tutto in ordine, cioé se non c'era nessuna traccia della nostra presenza. Notammo allora due uomini armati che si dirigevano con cautela al casone. Ci avvicinammo e riconoscemmo due carabinieri della stazione di Santo Stefano al Mare. Si trattava di un appuntato anziano, che tutti sapevamo essere in forza alla suddetta Caserma e di un carabiniere più giovane. Arrivati davanti al casone bussarono alta porta ripetutamente e, dopo breve consultazione, si allontanarono. Avevamo deciso di farli prigionieri e di disarmarli, ma quando ci passarono vicino a dove ci eravamo appostati, lungo un sentiero, che giudicavamo avrebbero preso al ritorno se fossero ritornati in caserma, decidemmo più utile lasciarli stare. Le armi che avevano questi due carabinieri non ci interessavano: erano solo dei moschetti, e noi ne avevamo già in eccedenza [...] Chissà se avevano ricevuto l'ordine di recarsi a ispezionare quel casone o se avevano solo voluto avvisarci che la nostra presenza era nota. Vagliammo tutte le possibilità e così raddoppiammo le nostre precauzioni. 
Continuammo intanto a sparare qualche colpo di fucile 91 sulle macchine militari di passaggio sull'Aurelia, ma da una notevole distanza, graduando l'alzocanna come ci era stato insegnato. Non so se abbiamo mai colpito il bersaglio, ma certamente gli occupanti delle vetture e degli autocarri, presi di mira, dovevano per forza essersi accorti di essere stati oggetto di colpi d'arma da fuoco. E io sapevo bene, per esperienza personale, quanto rendesse nervosi e preoccupati dover transitare su una strada dove si poteva da un momento all'altro essere colpiti da un eventuale cecchino appostato in agguato.
Non era facile per noi procurarci i viveri per resistere a quel modo e, per questo motivo, soprattutto alla fine di ottobre, il nostro gruppo si sciolse. Michele Bonardi partì per la Val Casotto, io per le Langhe, dove lo incontrai in seguito: l'esperienza in Val Casotto non era stata di suo gradimento.
Nel novembre 1943 la guerriglia era ancora ben poca cosa anche nelle Langhe: si trattava di piccoli gruppi con poche idee (ma ben confuse) sopratutto perché nello schieramento dei partiti antifascisti c'erano anche dei militari, compreso l'ufficiale superiore che aveva salvato la cassa della IV Armata. C'erano comunque due opposte tendenze. Una ispirata dal partito comunista italiano che dei partiti era il più attivo e organizzato, appoggiato dal partito d'azione, propenso ad una guerra partigiana attiva e totale. L'altra, comprendente anche quella appoggiata dai militari, che voleva essenzialmente organizzare tutte le formazioni nella clandestinità. per presentarsi poi agli alleati, al loro arrivo, con reparti ben inquadrati, per il mantenimento dell'ordine pubblico. L'ufficiale superiore che aveva la cassa della IV Armata, solo nel secondo caso era disposto ad allargare i cordoni della borsa: questo è quanto riuscii a sapere dai vari rappresentanti delle due tendenze. Non ho avuto contatti al vertice, e pertanto qualcuno mi potrà smentire: quello che è certo è che la lotta si scatenò soltanto quando a Torino il Partito Comunista Italiano organizzò un attentato contro un grosso personaggio della Repubblica di Salò, in compagnia del quale, mi sembra di ricordare, c'era anche un alto ufficiale nazista. La rappresaglia nazifascista fu feroce e dura, e questo mise tutti d'accordo sulla necessità della guerra totale, senza sterili e ipocriti temporeggiamenti. In dicembre andai a casa, dove arrivai prima di Natale. 
Nei primi giorni di gennaio del 1944 decedeva mio padre: per questo motivo ritardai la mia partenza. Avevo deciso, anche per contatti avuti con un esponente del partito d'azione, di entrare in una formazione di Giustizia e Libertà, che operava nel Cuneese [...]
Giuseppe Garibaldi (Fra Diavolo) *, Dalla Russia all'Arroscia. Ricordi del tempo di guerra, Ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, 1994, pp. 72-74
* [n.d.r.: Garibaldi nell'ultimo mese di guerra divenne, dopo aver comandato anche la Brigata Garibaldi "Val Tanaro", comandante della IV^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Domenico Arnera" della VI^ Divisione "Silvio Bonfante"]