lunedì 8 marzo 2021

La granata ha colpito il capannone

Carpenosa, Frazione di Molini di Triora (IM) - Fonte: Google

Carpenosa: gruppo di case sparse, adagiate sulla strada che da Badalucco e Montalto Ligure porta a Molini di Triora e Triora. Al suo fianco scorre l'Argentina, quel torrente che dà il nome alla vallata e che tanta parte ha avuto nel corso della lotta resistenziale.
La valle Argentina è la zona della V^ Brigata di «Vittò» [Ivano, Giuseppe Vittorio Guglielmo], una formazione ed un comandante dal prestigio indiscutibili; un binomio legato ad una corona di successi popolari, di sacrifici, di somma determinazione e di umanità senza limiti.
L'Argentina ha conosciuto dei giovani indimenticabili, parte dei quali passati come splendide meteore dopo avere esaurito, in qualche mese, tulle le energie vitali di un'esistenza. Ma, molti di essi, sono sopravvissuti ad un'epopea irripetibile, passati sull'orlo degli abissi mortali presso cui hanno vissuto sempre, fino a quel 25 aprile conquistato con una determinazione inarrestabile.
Carpenosa è un piccolo punto e pochi fumaioli, quasi nascosti e timidi. Ma intorno a quelle poche case, più di una volta si intrecciano e si alternano le raffiche delle schiere nemiche e gli attacchi partigiani che, partendo come aquile dai punti più alti di Langan, Cima Marta, Triora, ogni tanto lasciano il segno sulla postazione nazifascista. Oltre che dai distaccamenti 4° e 5°, il presidio è frequentemente molestato anche dalla formazione di Gino Napolitano (Gino) che conta una cinquantina di uomini. Verso la metà di giugno «Gino» è pronto per uno scontro più impor­tante del solito. La presa della casermetta di Carpenosa gli permetterà di dare un'adeguata sede al suo distaccamento. «Gino» già da tempo esercita pressione sulla guarnigione di Carpenosa, affinché si arrenda. Ma la trattativa diventa lunga, sicché, spazientito il Comandante partigiano manda l'ultimatum al presidio: «Arrendersi entro la domenica successiva. In caso contrario i garibaldini passeranno all'attacco».
Domenica, diciotto giugno 1944, giornata splendida: il distaccamento di «Gino», della IX^ Brigata, è sul campo per sostenere la prima prova veramente dura, dopo le precedenti azioni ed i colpi di mano di minore entità. Ore 11 e 30: ora è alto il sole della morente primavera. Trentadue partigiani partecipano all'azione e preparano l'attacco alla postazione tedesca di Carpenosa.
Ore 12, ecco la notizia: sale un camion pieno zeppo di nazisti accorrenti in aiuto del presidio. La tensione è al massimo ed i garibaldini fremono, piazzati sul costone di un'altura donde è agevole dominare la strada ed il nemico.
Ma il camion non è isolato: è il primo di un'intera colonna composta di sette camion gremiti di soldati. Inoltre, ci sono due autoblinde ed altre truppe armatissime, appoggiate dal tiro di un cannone da 75 mm.
È proprio giunto per il distaccamento di «Gino» il battesimo del fuoco.
Anche gli uomini di «Marco» [Candido Queirolo] partecipano all'attacco e si battono bene sul campo di battaglia.
I garibaldini si dispongono a difesa in ordine sparso dietro i cespugli, mentre la staffetta Aldo Barbieri si reca in motocicletta verso Carmo Langan per chiedere rinforzi al 5° distaccamento. Ma il comandante «Vittò» non è presente, essendo già partito in missione per Pigna e Passo Muratone. Non sono rimasti all'accampamento che un centinaio di uomini.
«Erven» [Bruno Luppi] non esita un istante ed assume il comando dei garibaldini presenti anche perché, da tempo, sta ascoltando i colpi delle armi da fuoco di cui non conosce la località di provenienza. Ora è avvisato ed è giunto il momento dell'azione.
A Langan è in dotazione un mortaio da 81 mm giunto dal Piemonte privo del congegno di puntamento e della piastra di basamento. Ciò, nei giorni precedenti, aveva costretto «Erven» a complicate manovre per rendere l'arma funzionante. La formazione è dotata pure di un mortaio da 45mm, due mitragliatrici pesanti e vari mitragliatori.
Tutte le armi ed un certo numero di garibaldini sono ora sul camion che «Vittò» aveva sottratto ai Tedeschi in Val Gavano il 9 di giugno. L'automezzo si avvia veloce verso il luogo dello scontro. Agli altri, «Erven» dà l'ordine di raggiungerlo a piedi, il più rapidamente possibile.
Nel frattempo, la posizione dei partigiani impegnati nella battaglia si aggrava.
Attesa: i nazisti avanzano, piazzano il cannone e le autoblinde. Iniziano il fuoco con fracasso enorme. Bombardano anche case e casoni, né risparmiano San Faustino.
Il silenzio secolare di quei luoghi è interrotto dallo schianto delle bombe che, come sempre, incute terrore e causa distruzione e morte, mentre l'eco lugubre rimbalza tra le valli.
Agostino Moraldo, meglio conosciuto come «Luigi» o «Petrin di Creppo», giace sul campo di battaglia, ferito gravemente al ventre da una scheggia di mortaio.
Trascorre lento il tempo: un po' di tregua, un po' di quella musica dei cannoni. I reparti tedeschi avanzano lentamente e giungono vicini: ora le armi automatiche partigiane sono efficaci. Fuoco nutrito ed i Tedeschi arretrano, per poi avvicinarsi ancora. I partigiani riaprono il fuoco, ed i Tedeschi arretrano nuovamente. Poi, come un'altalena, ancora per varie volte.
Nel campo garibaldino c'è entusiasmo e decisione anche se la superiorità numerica e di mezzi dei nazisti è notevole, aggirandosi approssimativamente sulle quattrocento unità.
Il pomeriggio è già inoltrato. Il tempo passa lento. Le munizioni incominciano a mancare. Le armi automatiche dei garibaldini ora tacciono. Solamente la mitragliatrice di Nuvoloni e dei suoi aiutanti risponde ancora al nemico come il canto dell'ultima cicala. Un'ultima raffica ferma alcuni nazisti. Poi tace.
Ad un certo momento gli uomini di «Marco» e di «Gino» si trovano semiaccerchiati dai Tedeschi, i quali attendono l'occasione per schiacciarli. Sui partigiani incombe il pericolo della strage e della morte.
All'improvviso si scorge, ancora molto lontana, una fila di uomini armati. Interminabili momenti di incertezza. Poi giunge il camion con i rinforzi partigiani. Non tutti gli stati d'animo si possono descrivere. Certi fatti restano soltanto impressi negli occhi per tutta una vita e nella gola par quasi s'incrocino groppi che impediscono pianto, riso, pazzia di gioia e d'amore nel contempo. Tale è il momento dell'incontro. «Erven» rincuora «Marco» già stanco e demoralizzato. «Moscone» [Basilio Mosconi] e «Guido di Cetta» appena scesi dal camion si portano avanti e mettono in funzione le mitragliatrici ed i mitragliatori. È fermata l'avanzata dei Tedeschi, sorpresi dalla ripresa della lotta. Le perdite naziste aumentano.
Carlo Rubaudo, Storia della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria) Vol. II: Da giugno ad agosto 1944, volume edito a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, Imperia, Dominici Editore, 1992, pp. 80-82

Agaggio Inferiore, Frazione di Molini di Triora (IM) - Fonte: Mapio.net

Episodio raccontato da «Gino» (Gino Napolitano)
:
Nel mese di giugno del ’44 m’ero portato ad Agaggio inferiore col mio distaccamento composto da cinque uomini. Eravamo poco armati, ma pieni di entusiasmo: numerose piccole azioni, agguati e colpi di mano ci erano riusciti benissimo e avevano messo in noi la smania di affrontare il nemico in forze, certi di poterlo battere. In verità sino a quel momento lo avevamo sempre vinto: numerose piccole stazioni di tedeschi e di fascisti erano state eliminate e ovunque incontravamo le pattuglie nemiche le volgevamo in fuga, tant’era l’ardore che i miei uomini ponevano nella lotta. Si mangiava poco, ma si faceva il proprio dovere “senza mugugni”. E se si riusciva a catturare un moschetto da carabiniere, di quelli con la cinghia bianca, era per noi una festa. Ero dunque ad Agaggio. Avevo intavolato trattative col presidio nemico di Carpenosa composto di sette guastatori e di due tedeschi per convincerli ad arrendersi: avevo bisogno di far riposare i miei uomini in un luogo decente e Carpenosa faceva al caso mio. Il nemico tergiversava. Io cominciavo a diventar furioso. Un venerdì inviai un mio garibaldino a Carpenosa con l’incarico di riferire al Presidio che se entro la domenica successiva non avesse capitolato avrei sferrato l’attacco. Ci risposero che avrebbero meditato sull’ultimatum. La notte fra il sabato e la domenica feci i preparativi e la domenica mattina alle 11,30 ero in posizione. Si trattava del mio primo attacco in forze e volevo vincere ad ogni costo. Avevamo con noi un mortaio da 45 che Minorato mi assicurava di saper manovrare molto bene, il che si dimostrò vero durante l’azione. Piazzai il mortaio su un’altura dove scaglionai i miei uomini in modo da dominare il nemico e la rotabile. Temevo una sorpresa e, infatti, la sorpresa venne. Alle 11,50 sulla strada sotto di noi apparve un camion pieno di tedeschi che veniva su arrancando. Evidentemente il presidio di Carpenosa, invece di arrendersi, aveva chiesto rinforzi per tentare di eliminarci. Decisi di rimanere sul posto anche se tutta la forza nemica della provincia fosse venuta su: il pensiero di dare una lezione memorabile ai nazifascisti sommergeva ogni prudenza: ne ero ossessionato e i miei uomini mostravano la stessa volontà. Ordinai a Minorato di aprire il fuoco. Fu un colpo magnifico: al primo sparo il camion venne preso in pieno. Scorgemmo il proiettile scoppiare con un gran rombo sul cofano e i tedeschi saltar giù in preda al panico. Urlammo di entusiasmo mentre il nemico si buttava in un tombino della strada. Lanciai un gruppo di uomini innanzi. I miei ragazzi scesero di corsa come se andassero a una festa: pugnale fra i denti, le bombe a mano pronte. S’arrestarono a pochi metri dalla strada e lasciarono cadere una pioggia di bombe sul nemico che non tentò alcuna reazione. Scorsi però in distanza altri camion nemici che risalivano la strada. Li contai: erano nove e tutti fortemente carichi e, fra l’altro, uno di essi trasportava un cannoncino da 75. L’affare cominciava a diventar grosso. La mia sola forza non sarebbe bastata a tenere testa a tre o quattrocento uomini armati di artiglieria. Disposi la mia truppa in posizione di resistenza, scaglionandola tra gli alberi, al coperto delle rupi e inviai una staffetta veloce al comandante Vittò perché mi inviasse rinforzi. Ed attesi. Il nemico non osava avanzare. Aveva arrestato i suoi veicoli a qualche chilometro da noi spostando lentamente le sue truppe avanti, fuori dal tiro delle nostre armi ponendo il cannone in postazione. Poco dopo cominciò il tiro. I colpi scoppiavano tra gli alberi con un rumore che gli echi della valle centuplicavano. Noi tirammo due o tre volte col mortaio, ma le munizioni erano scarse ed il nemico troppo lontano perché il nostro tiro potesse essere efficace e perciò ordinai di cessare il fuoco. Le ore passavano: i tedeschi continuavano a bombardarci ad intervalli. Essi avanzarono ancora fino a giungere a tiro delle nostre armi automatiche. Le impugnammo immediatamente ed il nemico si ritirò. La manovra venne ripetuta parecchie volte, ma, ogni volta, il tedesco fu costretto a ripiegare subendo perdite. Le nostre erano leggere: Petrino era stato ucciso e qualche ferito giaceva al suolo.
Il nostro morale era altissimo. Balzavamo di riparo in riparo come dannati, noncuranti dello scoppio dei proiettili avversari e freschi malgrado l’azione continuasse per ore ed ore. Nel tardo pomeriggio vedemmo spuntare su una cresta al di sopra di noi un gruppo di uomini: erano i rinforzi di Vittò che giungevano. E giungevano portandoci un aiuto prezioso: un mortaio da 81!
Credo ballassi dalla gioia! Ero esultante. Ponemmo il mortaio in postazione ed iniziammo un tiro accelerato. Nello stesso tempo mandai avanti gruppi di garibaldini per impegnare il nemico in combattimento ravvicinato. Scendevo con loro allo scoperto, tra le palle che sibilavano: l’ebbrezza della lotta ci aveva fatto perdere il senso della realtà. Si andava incontro alla morte con passo franco e cuor leggero e la vita, pur sotto la minaccia fatale, ci sembrava una bella e magnifica avventura. Il nemico non ci attese. Lo vedemmo sbandarsi, abbandonare le sue posizioni, correre disordinatamente verso le macchine ferme, montarvi sopra, abbandonando il cannone che recuperammo, sebbene inservibile, e fuggire a tutta velocità inseguito dai nostri colpi. Alle 9 occupammo Carpenosa completamente abbandonata. Il nemico ebbe numerose perdite: trovammo tutto l’equipaggio del primo camion ucciso sulla strada. I resti del camion stesso sono ancora abbandonati sulla scarpata. Nel complesso i tedeschi perdettero oltre 80 uomini fra morti e feriti: un quarto almeno delle forze impegnate nel combattimento.
Mario Mascia, L'epopea dell'esercito scalzo, Ed. ALIS, 1946, ristampa del 1975 a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, pp. 119-121


La cava di Carpenosa. Foto: Eraldo Bigi

Ormai è chiaro: la Resistenza non sarà battuta malgrado la sua solita inferiorità in numero e mezzi.
Ora i garibaldini sviluppano un fuoco nutrito che provoca scompiglio tra le fila naziste. «Erven», intanto, non perde tempo e piazza da posizione arretrata il suo mortaio da 81. È vicino alla Fereira. Pepin Lantrua, da un rifugio del sottostrada, lo avvisa che c'è un gruppo di partigiani circondati. Il Lantrua, padre di due garibaldini, indica anche ad «Erven» la posizione in cui si trovano i Tedeschi (che, a loro volta, tentano di colpire il mortaio con colpi di cannone) e lo invita a puntare l'arma in direzione di un olmo distante circa trecento metri.
Inizia il tiro dei mortai ed una vedetta segnala ad «Erven» di allungare la traiettoria di una cinquantina di metri. Il colpo successivo centra un camion di truppa. È il primo sostanzioso successo.
Ma i colpi del cannone nemico si avvicinano ed il mortaio è continuamente spostato per non essere colpito.
Quello che accade poco dopo ha dell'incredibile. Un altro colpo e poi si ode un fragore immenso e dal luogo dove sono i Tedeschi si leva una grande colonna di fumo. La granata ha colpito il capannone in cui era situato il dispositivo per il brillamento del campo presso la casermetta di Carpenosa, precedentemente minato dai nazifascisti. Gli effetti sono terribili. Salta pure un tratto di strada.
Intanto, dopo un altro paio di colpi sparati con bombe a grande capacità, il mortaio perde la sua stabilità e diventa inservibile. In mezzo all'immane scoppio, incalzati dal fuoco delle mitraglie, ai Tedeschi non resta che abbandonare il campo dopo aver caricato sugli automezzi tutto il possibile. «Erven» scende verso il basso, con «Marco» attraversa la passerella sull'Argentina e sale a San Faustino per avere una visione del campo di battaglia. I due, affamati, chiedono del pane di cui sentono un fragrante profumo. Un vecchio gliene offre uno grosso, invitandoli a desistere dalla lotta per il timore che i Tedeschi li uccidano tutti. Poi, da una posizione elevata si recano ad osservare la zona. Ai loro occhi si presenta un vero e proprio paesaggio bellico: sul terreno, sconvolto dalle bombe di mortaio, giacciono sparsi corpi umani. I Tedeschi in quel giorno non nuocera nno alle popolazioni dei nostri paesi. Sono fuggiti tutti precipitosamente con il ricordo di una sconfitta vera e propria.
Ore 21: la Resistenza entra in Carpenosa tra l'incredulità degli abitanti dei paeselli all'intorno che temevano veramente per la vita di quei giovani. Ma il miracolo è accaduto e c'è il ritorno agli accampamenti, nella notte, accompagnati dalle canzoni dei «ribelli». (5)
Il 20 di giugno nell'ospedale di Triora cessa di vivere Agostino Moraldo, rimasto gravemente ferito nella battaglia. Il democratico e libero Comune di Triora sostiene le spese del funerale in segno di perenne riconoscenza verso colui che, vittima di una nobile scelta di vita, onorando i suoi concittacUni, tutto ha dato senza nulla chiedere per la causa della libertà. Quando la salma esce dalla chiesa rintoccano le campane e  portano tanta tristezza nel cuore di  tutti.
Il distaccamento di «Gino» si trasferisce a Carpenosa.
Un altro importante punto strategico dell'Argentina è liberato in quell'esaltante mese di giugno per le forze della Resistenza.
Le perdite dei Tedeschi nello scacco subito a Carpenosa sono state variamente segnalate: Gino Napolitano afferma che il nemico ha lasciato sul terreno oltre 80 uomini tra morti e feriti. Da un racconto di Italo Calvino i morti risultano 72. Da una relazione scritta e non firmata le perdite naziste ammontano a 173 uomini, un camion, cinquanta litri di benzina e materiale vario. Gino Glorio (Magnesia) nel suo diario fa risalire ad alcune decine il numero dei Tedeschi messi fuori combattimento. A noi, sinceramente, alcune cifre appaiono un po' gonfiate. Ma diciamo che le perdite tedesche a Carpenosa non furono poche.
(5) A detta di Ernesto Corradi (Nettù) *, anche il 7° distaccamento ha preso parte alla battaglia, in forma autonoma dalle altre formazioni partigiane.
Riviviamone le vicende attraverso una relazione scritta dal Comandante stesso: "Due giorni prima la banda «Nettù» era partita da Carmo Langan per una missione a Baiardo. Il giorno dopo, sulla via del ritorno, a causa di un violento temporale, gli uomini, inzuppati e fradici per l'acquazzone sopravvenuto, sono costretti a pernottare in un casone semidistrutto. All'alba, confortati dal tempo rimesso al bello, si rimettono in marcia. Arrivati all'accampamento chi ha la possibilità di farlo si cambia gli abiti. All'improvviso giunge una staffetta per chiedere urgenti rinforzi. «Nettù» raduna i partigiani disponibili, i quali, alla svelta, si incammminano per una destinazione non ancora ben precisata a sud di Molini di Triora. «Nettù» si presenta a «Erven» ed a «Marco» e riceve l'ordine di portarsi su San Faustino con l'aiuto di una guida. Questa conduce i garibaldini nei pressi del luogo destinato e si allontana. Il Comandante si inoltra nella borgata e vede alcuni Tedeschi scendere precipitosamente verso il fondovalle. Con i suoi uomini cerca di inseguirli. Ad un tratto scorge, sull'altra riva del torrente, dei nazisti che stavano sparando da un bosco di castagni. Il distaccamento «Nettù» apre il fuoco con la mitragliatrice ed avanza verso i nemici. Mentre attraversa il ponticello vicino alla caserma di Carpenosa s'ode uno spaventoso fragore di esplosione. Un lungo tratto di strada è distrutto. Gli uomini entrano poi nel boschetto e trovano un gran disordine, zaini, elmetti forati, chiazze di sangue. Sulla carrozzabile, dietro la curva, un camion inservibile ma con un serbatoio di scorta pieno di benzina (che in seguito si recupererà). La sera la banda «Nettù» è invitata dalla popolazione a Molini di Triora ed il mattino seguente ritorna a Carmo Langan..."
Carlo Rubaudo, Op. cit., pp. 82-84  

* [Sulla controversa figura di Ernesto Netu/Netù Corradi si possono leggere alcuni significativi passi in La libera Repubblica di Pigna. Parentesi di democrazia (29 agosto 1944 - 8 ottobre 1944) (a cura di Paolo Veziano con il contributo di Giorgio Caudano e di Graziano Mamone), Comune di Pigna, IsrecIm, Fusta Editore, 2020]

Dintorni di Carpenosa, Frazione di Molini di Triora (IM) - Fonte: Google

Gli uomini di Vittò si preparano velocemente le armi per l’azione. Il distaccamento possedeva allora un mortaio da 81 […] le squadre mortai e mitraglieri, al comando di Erven, scendono in camion […] Cosa succede intanto a Carpenosa? I tedeschi, con quattro o cinque cannoni e lanciabombe, tirano sulla parte superiore del costone […].
Fu allora che cadde, ferito dalle scheggie, il garibaldino Petrin di Creppo. Le sorti della battaglia arridono ai nazisti […]. Alle nostre mitraglie non resta che ritirarsi. Solo una, la più avanzata, […] tra i cespugli rimane isolata: era la mitragliatrice del futuro eroe garibaldino Luigi Nuvoloni [Grosso] […] i tedeschi riguadagnano i camions e stanno per prendere la via del ritorno, quando, a un dato momento, il mortaio tace.
Cosa era successo?
Facciamo un passo indietro e torniamo ad Erven […].
Che cosa è successo? […] Una fila di uomini stracciati, vestiti delle divise più disparate, i partigiani insomma che scendono verso Carpenosa. Marco e Erven si precipitano per unirsi a loro e avanzare insieme. Sulla strada si imbattono in un camion sfasciato in mezzo a pozze di sangue, brandelli di carne umana, scheggie di mortai, mitragliatori, elmetti, fucili […] La grande esplosione era dovuta alla strada saltata in aria […]
La sera vede il trionfo dei garibaldini vincitori tributato loro dalla popolazione d’Agaggio. Suggestivo è il ritorno: nella notte la fila dei partigiani si snoda verso gli accampamenti al canto dei loro inni.
Fu questa una delle più cruenti sconfitte tedesche nella nostra zona. Settantadue morti ed un numero imprecisato di feriti ne segnano il sanguinoso bilancio.
Mario Mascia, Op. cit., pp. 236-238

mercoledì 3 marzo 2021

Furono uccisi anche due partigiani appartenenti alla banda di Franco Bianchi

Il 10 gennaio 1945 una colonna numerosa di tedeschi rastrella le campagne alla ricerca del comando partigiano. Non trovando ribelli i tedeschi sfogano la loro frustrazione per la mancanza di risultati raggiunti contro alcuni renitenti alla leva rastrellati in località Frassino di Diano Borganzo, Frazione del comune di Diano San Pietro (IM). Vengono passati per le armi, senza nessun processo (normalmente i tedeschi erano soliti fucilare seduta stante solamente coloro sorpresi con le armi, mentre gli altri venivano catturati e processati con verdetti che poteva andare dalla fucilazione alla deportazione in Germania oppure inviati ai lavori obbligatori presso la Todt) Ilario Risso (carabiniere fuggito dal proprio reparto), Ernani Ardissone, Giobatta Ardissone e il sessantaduenne Giobatta Risso. L’episodio viene raccontato da fratello di Ilario Risso, Ardito, che si salvò in modo rocambolesco. Secondo il suo racconto durante il rastrellamento furono uccisi anche due partigiani appartenenti alla banda di Franco Bianchi (Stalin), Giobatta Alampi e Giuseppe Vebero. Il 17 gennaio 1945 nella zona Palega-Zerni-Vinai di Badalucco (IM), i Cacciatori degli Appennini in un'imboscata uccidono i garibaldini Antonio De Santis (Marco) ed Emilia Rosso (Irma), entrambi della IV^ Brigata "Elsio Guarrini" della II^ Divisione "Felice Cascione". De Santis si recava in missione assieme ad altri garibaldini e con lui si trovava la garibaldina Irma, colpita al petto da una prima raffica. Il De Santis, estratta la pistola, sparava contro il nemico, ma una seconda raffica lo colpiva a morte. Il Cacciatore Zecchini, responsabile della morte di entrambi, verrà catturato dai partigiani in marzo nella zona di Triora e fucilato.
Giorgio Caudano, I caduti della Lotta di Liberazione. I^ Zona Liguria, ed. in pr., 2020
 
[  n.d.r.: altre pubblicazioni di Giorgio Caudano: A cura di Paolo Veziano con il contributo di Giorgio Caudano e di Graziano Mamone, La libera Repubblica di Pigna. Parentesi di democrazia (29 agosto 1944 - 8 ottobre 1944), Comune di Pigna, IsrecIm, Fusta Editore, 2020; Giorgio Caudano, Dal Mare alla Trincea... memorie di uomini, BB Europa, Cuneo, 2019; Silvia Alborno, Gisella Merello, Marco Farotto, Marco Cassini, Giorgio Caudano, Franck Vigliani, curatori della mostra Claude Monet, ritorno in Riviera, catalogo a cura di Aldo Herlaut, Silvana Editoriale, Milano 2019; La Magnifica Invenzione. I pionieri della fotografia in Val Nervia 1865-1925, a cura di Marco Cassini e Giorgio Caudano, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2016; Giorgio Caudano, Pigna. Storia di un paese, ed. in pr., 2016   ]
 

Carlo Montagna (Milan). Fonte: Giorgio Caudano, Op. cit.

In un mattino nebbioso del 17 gennaio 1945 un numeroso gruppo di fascisti perlustrava le campagne di Prelà. Secondo alcune fonti si sarebbe trattato di Cacciatori degli Appennini, secondo altre della compagnia operativa della G.N.R. del tenente Ferraris. Probabilmente l’azione fu condotta da entrambi i reparti. In due casoni posti ad una certa distanza avevano trovato ristoro per la notte alcuni uomini della IV^ Brigata "Elsio Guarrini" della II^ Divisione "Felice Cascione". In un casone sopra Canneto, di fronte a Tavole, si stavano riposando Carlo Montagna Milan, comandante della Brigata [nato a Voghera il 16 agosto 1911, protagonista di numerose azioni, fra le quali spicca quella del 19 luglio 1944, la liberazione dei detenuti politici dal carcere di Imperia Oneglia], Gaetano Sibilla Ivan, Angelo Perrone Bancarà o Vinicio, vicecomandante della brigata, Sebastiano Acquarone Alpino e Ferrero Staffetta Gambadilegno. In un altro casone più in basso sostavano Mario Bruna Falco, commissario della Brigata, Luigi Peruzzi Luigi ed altri uomini. I fascisti intravvidero nella nebbiolina un uomo armato, che sembrava stesse facendo la sentinella. Spararono senza avvertimento e colpirono, uccidendolo, Angelo Perrone. Gli altri partigiani, intese le raffiche, fuggirono in direzione della cresta della montagna, che però era già stata occupata dai nemici. Ritornarono allora sui propri passi infilando il Vallone di Villatalla dove trovarono altri repubblichini in agguato che al loro avvicinarsi spararono. Montagna e Acquarone vennero colpiti a morte. La staffetta Gambadilegno venne ferito e catturato. Gambadilegno, sottoposto a torture, fu costretto a confessare dove aveva trovato rifugio il distaccamento di Dimitri.
Giorgio Caudano, Op. cit.

Dopo la prima quindicina del mese di gennaio 1945 gradatamente formazioni della Divisione nemica "Cacciatori degli Appennini" si trasferiscono verso l'estremo ponente ligure. Abbiamo già visto come durante un rastrellamento colpissero gravemente il Comando della IV Brigata "E. Guarrini" nel vallone di Villa Talla. Nell'occasione del trasferimento affiggono un avviso che abbiamo ritenuto riportare integralmente poiché ci dà un quadro abbastanza preciso della situazione nella quale vennero a trovarsi i giovani che avevano disertato le chiamate nemiche, abitanti dei nostri paesi del retroterra. Ecco il testo dell'avviso: "Gruppo Cacciatori degli Appennini. Si avverte la popolazione che il III Battaglione Cacciatori degli Appennini, desideroso di portare la tranquillità e la normalità nella zona, è disposto a venire incontro a tutti coloro che, avendo obblighi militari, hanno seguito consigli di elementi prezzolati del nemico e si sono dati alla macchia. A coloro che si costituiranno entro 48 ore dalla data del'affissione del presente avviso, si garantisce l'incolumità della vita. Contro quelli, invece, che, non avendo accolto questo appello, venissero catturati nel corso di operazioni militari, verrà applicata la legge di guerra. Z.O. 24 gennaio 1945, ore 8 del mattino. Il comandante del Battaglione maggiore Mario Rosa".
Il risultato fu che chi si presentò nelle 48 ore prestabilite, venne inviato in Germania. Chi fu catturato dopo il termine dell'ultimatum, venne passato per le armi.
Consultando ancora il memoriale del Polacchini, di cui abbiamo già parlato, risulta in modo evidente in che situazione si venissero a trovare i partigiani della IV Brigata.
Francesco Biga (con la collaborazione di Osvaldo Contestabile), Storia della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria), Vol. IV. La Resistenza nella provincia di Imperia dal Primo Gennaio 1945 alla Liberazione, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, 2005, p. 88 

venerdì 26 febbraio 2021

Nome di battaglia "Santiago"

Italo Calvino, Autoritratto, 1942 - Fonte: Internet Culturale

[...] L’Italia é divisa in due. Mentre il sud é sotto il controllo degli angloamericani, il nord é sotto il dominio dei tedeschi e dei fascisti della repubblica di Salò. Sempre nel nord, nascono i primi gruppi di partigiani, che condurranno una dura lotta contro i nazifascisti, fino alla liberazione, il 25 aprile del 1945.
 

Calvino, Un contadino ligure con il tipico pesante piccone a tre becchi (magaiu). "Richiede braccia e schiena fortissime, piedi ben piantati a terra, ostinazione feroce...": Italo Calvino - Fonte: Internet Culturale

Mussolini a cavallo, disegno di Calvino. "I primi venti anni della mia vita li ho passati con l’immagine di Mussolini sempre davanti agli occhi, perché il suo ritratto era appeso in tutte le aule scolastiche come in tutti gli uffici e nei locali pubblici" - Fonte: Internet Culturale

Gli eventi del giugno 1943 suscitano nel giovane Calvino ventenne, antifascista in virtù delle posizioni politiche della famiglia d’origine, la speranza che l’Italia si risollevi. Tuttavia, dopo gli avvenimenti del mesi di settembre, la situazione si fa drammatica anche a San Remo, occupata dai tedeschi: i giovani vengono chiamati alle armi, obbligati a militare nelle fila dell’esercito della Repubblica di Salò. Italo non si presenta alla leva ma si nasconde, aderendo al Partito Comunista italiano. Nel 1944, insieme al fratello Floriano, si unisce ad un gruppo di partigiani. Combatte su quelle stesse montagne dell’interno della Liguria che, durante gli anni dell’adolescenza, aveva tante volte percorso in compagnia del padre, appassionato cacciatore. Quarant’anni più tardi, in uno dei suoi ultimi articoli, Calvino ricorderà questa esperienza come estremamente importante nella sua gioventù.
[...] Calvino partecipa alla Resistenza in una formazione di ispirazione comunista. "Mi è stato difficile raccontare in prima persona i miei ricordi di guerra partigiana. Potrei farlo secondo varie chiavi narrative tutte egualmente veritiere: dal rievocare la commozione degli affetti in gioco, dei rischi, delle ansie, delle decisioni, delle morti, al puntare in cambio sulla narrazione eroicomica delle incertezze, degli errori, dei disguidi, delle disavventure in cui incappava un giovane borghese, impreparato politicamente, privo d’ogni esperienza di vita, vissuto in famiglia fino allora" [...]
Redazione, Incontro con Italo Calvino. La guerra a vent'anni, Internet Culturale

Fonte: Internet Culturale

Egli [Italo Calvino], in una risposta al questionario di un periodico milanese, "Il Paradosso", si definisce un anarchico. "La mia scelta del comunismo non fu affatto sostenuta da motivazioni ideologiche. Sentivo la necessità di partire da una "tabula rasa" e perciò mi ero definito anarchico (...). Ma soprattutto sentivo che in quel momento quello che contava era l'azione; e i comunisti erano la forza più attiva e organizzata". Ma proprio grazie all'esperienza di quegli anni di clandestinità imparerà ad ammirare l'organizzazione partigiana comunista oltre alla particolare forza di spirito che animava i suoi uomini. In una lettera all'amico Scalfari dirà: "La mia vita in quest'ultimo anno è stato un susseguirsi di peripezie (...) sono passato attraverso una inenarrabile serie di pericoli e di disagi; ho conosciuto la galera e la fuga, sono stato più volte sull'orlo della morte. Ma sono contento di tutto quello che ho fatto, del capitale di esperienze che ho accumulato, anzi avrei voluto fare di più".
Il 17 marzo 1945, quando ormai gli alleati sono in Italia, Calvino è protagonista attivo nella battaglia di Baiardo, una delle ultime battaglie partigiane. Ricorderà l'evento nel racconto Ricordo di una battaglia, scritto nel 1974. (Il suo nome da partigiano era "Santiago", dal nome del paesino cubano - Santiago de Las Vegas, vicino all'Avana - dove egli era nato 20 anni prima).
L'esperienza partigiana sarà alla base del suo primo romanzo, Il sentiero dei nidi di ragno e della raccolta di racconti Ultimo viene il corvo. Dopo la Liberazione, mentre la sua inclinazione anarchica e libertaria non affievolisce, in lui va costruendosi un'ampia e complessa visione del mondo che non cede a semplificazioni politiche e sociali [...]
Partigiano Michele Mario Miscioscia, 9 Marzo 2015

Nel 1941 [Italo Calvino] si iscrisse senza convinzione alla Facoltà di Agraria <26 dell’Università di Torino, dove sostenne solo quattro esami, poi nel gennaio del ‘43 si trasferí a Firenze, dove ne sostenne altri tre, ma già nell’agosto di quell’anno a seguito degli avvenimenti bellici fece ritorno a Sanremo dove fu costretto a nascondersi, avendo rifiutato di arruolarsi nella Repubblica Sociale Italiana.
Nel febbraio del ’44 dopo la morte del medico comunista Felice Cascione, Calvino chiese di entrare nel PCI. Nel giugno dello stesso anno, insieme al fratello sedicenne Floriano, si unì ai partigiani del XVI distaccamento della V Brigata Garibaldi, che combatteva sulle Alpi Marittime. <27 L’esperienza della guerra partigiana si rivelò fondamentale per la maturazione dell’autore ed egli stesso la considerò sempre tale. In una lettera all’amico Scalfari scrive: "La mia vita in quest’anno è stata un susseguirsi di peripezie [...] sono passato attraverso una inenarrabile serie di pericoli e di disagi; ho conosciuto la galera e la fuga, sono stato piú volte sull’orlo della morte. Ma sono contento di tutto quello che ho fatto, del capitale di esperienze che ho accumulato, anzi avrei voluto fare di piú". (CALVINO, 1991: LXVII)
Una delle esperienze piú dolorose, una ferita che Calvino considerò non rimarginabile, fu l’arresto dei genitori, che subirono pressioni e torture psicologiche perché rivelassero dove erano nascosti i figli. <28 Tutti questi eventi che si concentrano nell’ultimo anno di guerra forniranno all’autore materiale per alcuni racconti e per il suo primo romanzo, "Il sentiero dei nidi di ragno".
[NOTE]
26 La scelta di Agraria fu dettata dal desiderio di compiacere i genitori, ma non corrispondeva agli interessi letterari già manifesti nello scrittore:«Sono figlio di scienziati...Tra i miei familiari solo gli studi scientifici erano in onore...io sono la pecora nera della famiglia, l’unico letterato della famiglia».( CALVINO, 1995: 2709)
27 Come si vedrà più avanti, i movimenti dello scrittore durante la guerra partigiana sono stati indagati soprattutto da P. Ferrua in 'Italo Calvino a San Remo', San Remo, Famija Sanremasca, 1991, e sono in parte ancora da acclarare. D’altra parte Calvino fu sempre estremamente parco di informazioni sul suo passato di partigiano. Scrive Milanini: «Sembra quasi che l’autore, spinto dal desiderio di torcere il collo ad ogni tentazione narcisistica, si sia rifugiato programmaticamente nell’antiretorica della modestia (come quando dichiara di essere «l’ultimo dei partigiani»), se non proprio nella reticenza oltranzistica». (MILANINI, C., 1997: 173)
28 Calvino parla di questa vicenda in una lettera del 6 luglio 1945 a Scalfari: «Saluta i tuoi genitori e abbiti i saluti dei miei. Ne hanno passate parecchie anche loro: furono arrestati per un mese ciascuno come ostaggi; mio padre fu lì lì per essere fucilato sotto gli occhi di mia madre». (CALVINO, 2000: 149-50)

Annalisa Piubello, Calvino racconta Calvino: l'autobiografismo nella narrativa realistica del primo periodo, Tesi di dottorato, Universidad Complutense de Madrid, 2016

Sanremo (IM): ex Forte di Santa Tecla

Il 15 novembre [1944] i nazifascisti danno il via al rastrellamento di San Romolo, che parte dalle valli sottostanti e dura una decina di giorni. Alcuni partigiani (tra cui Floriano Calvino) riescono a fuggire, altri (tra cui Aldo Baggioli) vengono uccisi sul posto, parecchi vengono catturati. Italo [Calvino], risvegliato all'alba del 15 novembre dal rumore delle porte sfondate nei casolari dei dintorni, viene catturato mentre si allontana da San Giovanni [Frazione di Sanremo situata molto più in basso di San Romolo] in compagnia di Juarès Sughi: si salva dalla fucilazione immediata grazie a un foglio di licenza che porta con sé, un foglio che proveniva insieme con altri da un regolare reparto di stanza presso Ancona (questi fogli erano stati distribuiti ai partigiani grazie alla lungimiranza di un compagno che se ne era impadronito mentre era militare nelle Marche, Guido Pancotti, il futuro «ingegner Travaglia» della Speculazione edilizia). Stando alla domanda all'ANPI (che per mancanza di righe costringeva a risposte ultra-sintetiche), Italo trascorse tre giorni nella fortezza-carcere di Santa Tecla (sul Porto Vecchio di Sanremo); secondo altre testimonianze venne recluso a Santa Tecla per un giorno e poi per altri due a Villa Giulia o a Villa Auberg (ovvero Villa Ober; Grignolio [Ghepeu], con cui ho avuto l'onore di parlare di recente, propende per Villa Giulia). Fulvio Goya, in un'intervista rilasciata dopo più di quarant'anni, ha offerto un ricordo assai vivido della notte insonne trascorsa insieme con Italo e Mario Calvino a Santa Tecla tra il 15 e il 16 novembre, e dell'appello tenuto all'alba del 16: «Eravamo nell'anti-cella del carcere di Santa Tecla, c'era una finestra con le grate da dove si vedeva il cortile. Siamo stati lì senza bere e senza mangiare e ci lasciavano uscire da una porticina laterale per andare ai gabinetti pubblici. Vi fu un bombardamento. Sul tetto della prigione avevano installato una batteria contraerea. Noi eravamo lì ma non potevamo scappare, c'erano sentinelle armate. Chiesi a Italo - non appena vidi, ad altezza dei nostri occhi, gli stivali dei componenti del plotone di esecuzione - se i tedeschi ci avrebbero fatto agonizzare a lungo. Mi rispose di no: "I tedeschi ti stecchiscono e ti lasciano lì". Letto l'elenco dei nominativi ci fecero uscire e ci portarono oltre il portone di Santa Tecla dove c'era un camion che ci aspettava ... avevano invece fucilato gli altri, quelli che non avevano chiamato, poi li han buttati in mare». Attesa della morte in un albergo include la rievocazione retrospettiva di «un giorno e una notte» passati nella fortezza sul porto, entro una stretta cella che era servita in precedenza «da prigione di rigore per i soldati tedeschi» e nella quale ora erano state rinchiuse una ventina di persone, costrette a dormire per terra l'una al fianco dell'altra. Ma la scena principale del racconto coincide appunto con l'ultimo piano di «un grande albergo da poco degradato a  caserma e a prigione», dove alcuni rastrellati sono appena stati trasferiti da Santa Tecla per essere passati in rivista da un partigiano rinnegato, un ragazzo esaltato e bizzoso [...] Ecco la presenza a Santa Tecla di un vecchio padre con la barba bianca «vestito da cacciatore» (Mario Calvino aveva l'abitudine di indossare anche in città una cacciatora di fustagno); ecco il tema dei falsi documenti [...] Insomma Italo, non riconosciuto o per lo meno non denunciato come partigiano, fu considerato uno dei tanti renitenti alla leva. E mentre Juarès Sughi e Fulvio Goya e altri suoi compagni di prigionia a Santa Tecla vennero condotti nel carcere genovese di Marassi, egli fu arruolato d'ufficio nella Repubblica Sociale e relegato per qualche tempo nel Deposito Provinciale di Imperia. Nessun documento attesta per quanti giorni sia rimasto a Imperia, né quando sia riuscito a scappare. Su tutte le vicende calviniane comprese fra il 19 novembre 1944 e il 1° febbraio 1945 anche le testimonianze offerte da quanti vissero quel difficile periodo sono manchevoli o troppo vaghe o contraddittorie.
Claudio Milanini, Appunti sulla vita di Italo Calvino, 1943-1945, «Belfagor», LXI, 1, 2006

In quel frattempo, il capitano della G.N.R. mi pregò di accompagnarlo a S. TECLA, dove desiderava conferire col comandante FORSTER circa la sorte del prof. CALVINO e suo figlio arrestati e colà detenuti. In seguito al colloquio, il prof. CALVINO ed il figlio passarono a disposizione del capitano SAINA [Sainas] della G.N.R.
Ernest Schifferegger, * già SS ed interprete, in un verbale di reinterrogatorio confluito in un documento del 2 giugno 1947 redatto dall’OSS statunitense, antenata della CIA *[Ernest Schifferegger era un italiano altoatesino che in occasione del referendum del 1939 aveva optato, come tutti i membri della sua numerosa famiglia, per la nazionalità tedesca. Entrato nelle SS, operò - a suo dire - solo nella logistica, su diversi punti del fronte occidentale. Era, tuttavia, a Roma come interprete, quando partecipò al prelievo di un gruppo 25 prigionieri politici italiani condotti a morte nella strage delle Fosse Ardeatine. Fece in seguito l’interprete per i nazisti anche a Sanremo. Il rapporto dell’OSS riporta che alla data del 2 giugno 1947 Schifferegger era ancora in custodia alla Corte d’Assise Straordinaria di Sanremo]

Durante la Repubblica di Salò Italo Calvino si nascose per renitenza alla leva, intensificando in questo periodo di reclusione le sue letture, che contribuirono in modo determinante alla sua sempre attiva formazione di letterato autodidatta.
Nel 1944, presentato al Pci, si unì alle forze partigiane in opposizione al nazifascismo: la sua decisione di affiancare i comunisti non fu però determinata da motivazioni ideologiche, quanto piuttosto dalla volontà di unirsi ad una forza dinamica ed operosa. L’attiva partecipazione alla guerra partigiana divenne un’esperienza di formazione umana, oltre che politica, offrendo un contributo decisivo alla sua formazione interiore e alla sua carriera di scrittore: egli raccolse lo spirito che animava gli uomini della Resistenza, cioè «una attitudine a superare i pericoli e le difficoltà di slancio, un misto di fierezza guerriera e autoironia sulla stessa propria fierezza guerriera, di senso di incarnare la vera autorità legale e di autoironia sulla situazione in cui si trovava a incarnarla, un piglio talora un po’ gradasso e truculento ma sempre animato da generosità, ansioso di far propria ogni causa generosa». <13
In risposta a questo intenso periodo Calvino partecipò alla battaglia di Baiardo (17 marzo 1945) rievocata dallo scrittore in "Ricordo di una battaglia" nel 1974.
Il pensiero politico di Calvino cominciò a definirsi in questo periodo, non come una presa di posizione univoca, ma come l’unione di tutti i percorsi possibili per costruire una realtà migliore, libera da pregiudizi, dal potere di pochi, e da istituzioni vecchie ed esauste <14.
[NOTE]
13 Italo Calvino, in La generazione degli anni difficili, a cura di Ettore A. Albertoni, Ezio Antonini, Renato Palmieri, Bari, Laterza, 1962, pp. 75-87.
14 Mario Barenghi, Cronologia, cit., pp. LVI-LVII.

Chiara Mazzullo, C’era una volta… Italo Calvino e le Fiabe italiane. Un'analisi di scopi, metodi e fonti, Tesi di Laurea Magistrale, Università Ca' Foscari Venezia, Anno Accademico 2013-2014

[...] Quando viene costituita la Repubblica Sociale Italiana, con a capo Mussolini, il suo Governo richiama alcune classi per organizzare l’esercito repubblicano. Vengono, come è noto, affissi i manifesti con la chiamata alle armi della classe 1923, Calvino non si presenta e rimane nascosto.
Poi vaga per qualche tempo sulle colline a monte della città, in terre di proprietà del padre, fino a che non è obbligato a prendere definitivamente la via dei monti per non venire arrestato dalla polizia fascista come disertore.
Entra a far parte di una formazione partigiana denominata Brigata Alpina, che è stanziata in località Beulla o si muove nei territori dei Comuni di Baiardo e di Ceriana.
La formazione è comandata da Candido Bertassi detto “Capitano Umberto”.
Calvino vi rimane finché non inizia il suo graduale sfaldamento.
Dopo lo scontro vittorioso con il nemico in località Carpenosa, avvenuto il 15 giugno 1944, con alcuni studenti suoi amici (Aldo Baggioli, Massimo Porre, Renzo Barbieri ed altri), Calvino entra a far parte del 16° Distaccamento della IX Brigata Garibaldi, comandato da Bruno Luppi (Erven), dislocato in Cian Colombo, nei pressi del borgo di Vignai (Comune di Badalucco). Dopo alcuni scontri col nemico e la furiosa battaglia di Sella Carpe, svoltasi il 27 di giugno,
durante la quale rimane gravemente ferito il Luppi ed alcuni garibaldini cadono eroicamente, il 16° Distaccamento si scioglie e gli uomini sono incorporati in altre formazioni.
[...] Il 5 di settembre Calvino partecipa alla difesa di Baiardo attaccata dal nemico (il quale viene sconfitto) e poi, per tutta una serie di motivi, il primo ottobre 1944, entra a far parte del Distaccamento partigiano comandato da Jaures Sughi (Leone), formazione della Brigata Cittadina GAP “Giacomo Matteotti”, che opera sulle colline intorno a Sanremo, a sua volta comandata da Aldo Baggioli (Cichito).
Il 15 di novembre i tedeschi rastrellano la zona di San Romolo, a monte di Sanremo, cade il Baggioli, alcuni partigiani sono catturati.
Calvino viene arrestato ma, per un fortuito caso, è risparmiato e, dopo tre giorni di carcere trascorsi nella fortezza Santa Tecla, è arruolato nell’esercito repubblichino ed entra a far parte del Deposito Provinciale come scritturale, al servizio del Tribunale Militare.
Quando riesce a fuggire, raggiunge la V Brigata Garibaldi “Luigi Nuvoloni” comandata da Armando Izzo (Doria-Fragola), la quale, con la IV “Elsio Guarrini” formano la II Divisione “F. Cascione”.
È incorporato nel 3° Distaccamento comandato da Giobatta Moraldo (Olmo), che fa parte del I Battaglione della V Brigata stessa.
Durante l’inverno 1944-’45 Calvino riesce a sopravvivere nonostante il freddo, la fame e il terrore instaurato dal nemico in alcuni paesi di montagna. Dal 2 febbraio, e nelle settimane successive, in compagnia del fratello Floriano (giovanissimo della classe 1927), anche lui garibaldino, Italo si trova a contatto con il nemico a Ciabaudo in Valle Oxentina, a Gerbonte, a Creppo, a Bregalla, località a nord-ovest di Triora, in Valle Argentina.
Il 10 di marzo 1945 partecipa alla battaglia di Baiardo come porta munizioni, combattuta dal I Battaglione “M. Bini” della V Brigata, comandato da Vincenzo Orengo (Figaro), con lo scopo di distruggere il presidio nemico composto dalla IX Compagnia bersaglieri, che è agli ordini del capitano Buratti.
Quei bersaglieri avevano causato molte sofferenze alla popolazione locale.
Dirige l’operazione Gino Napolitano (Gino), vicecomandante la V Brigata stessa. Calvino ricorda questa battaglia in un importante articolo pubblicato in prima pagina sul giornale Il Corriere della Sera (di Milano), del 25 aprile 1974.
Nei primi giorni di aprile, si trasferisce con la Brigata al campo di lancio rifornimenti alleati, in Pian Rosso, a monte di Viozene (Comune di Ormea, basso Cuneese).
Il 25 aprile scende a Sanremo con la sua formazione. [...]
Francesco Biga, A 20 anni dalla morte del grande scrittore. Italo Calvino, il partigiano chiamato "Santiago", Patria Indipendente, 29 gennaio 2006

In seguito alla caduta del fascismo il 25 luglio 1943, Calvino fonda il Movimento universitario liberale (MUL), e dopo l'8 settembre si orienta verso i comunisti. Nel giugno del ’44 si arruola nel XVI distaccamento della IX brigata garibaldina (comunista) Felice Cascione. Il distaccamento di Calvino si scioglie a fine giugno dopo una sconfitta a Sella Carpe. Tra l’ottobre e il novembre 1944 Calvino partecipa con il fratello Floriano alla brigata garibaldina sanremese Giacomo Matteotti, viene catturato durante un rastrellamento, poi arruolato d’ufficio nella Repubblica Sociale e relegato nel Deposito Provinciale di Imperia, da cui riesce a fuggire. Inoltre nell’autunno dello stesso anno la madre viene presa in ostaggio dai tedeschi per un mese, e il padre per altri due.
Tra il febbraio e l’aprile 1945 Calvino milita con suo fratello nella II divisione d’assalto garibaldina Felice Cascione; partecipa a più battaglie, tra cui quella vittoriosa di Bregalla e quella infruttuosa di Baiardo, che nel 1974 rievocherà nel racconto Ricordo di una battaglia. Tra i suoi compagni, alcuni futuri personaggi del Sentiero dei nidi di ragno: Giuseppe Vittorio Guglielmo e Ivar Oddone (rispettivamente, nel romanzo, il comandante Ferriera e Kim).
Rossana Labernarda, Calvino nella scuola: "Il sentiero dei nidi di ragno" e altro tra Calabria e Toscana, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Pisa, Anno Accademico 2012-2013 

Insomma Italo, non riconosciuto o per lo meno non denunciato come partigiano, fu considerato uno dei tanti renitenti alla leva. E mentre Jaurès Sughi e Fulvio Goya e altri suoi compagni di prigionia a Santa Tecla vennero condotti nel carcere genovese di Marassi, egli fu arruolato d'ufficio nella Repubblica Sociale e relegato per qualche tempo nel Deposito Provinciale di Imperia <31.
Nessun documento attesta per quanti giorni sia rimasto a Imperia, né quando sia riuscito a scappare. Su tutte le vicende calviniane comprese fra il 19 novembre 1944 e il 1° febbraio 1945 anche le testimonianze offerte da quanti vissero quel difficile periodo sono manchevoli o troppo vaghe o contradditorie.
Dei lunghi giorni (forse due o tre settimane) trascorsi nel Deposito di Imperia, e della successiva fuga, ci parla però diffusamente Angoscia in caserma.
31 Cfr. anche Biga, Italo Calvino partigiano imperiese cit., p. 97.
Claudio Milanini, Appunti sulla vita di Italo Calvino, 1943-1945, «Belfagor», LXI, 1, 2006

[...] Il secondo, peraltro brevissimo, colloquio con Italo avvenne nell’autunno del 1943. Svolgeva alcune mansioni presso il Tribunale di Piazza Colombo (edificio che non esiste piú) e ogni tanto usciva per scambiare qualche parola col figlio del Prof. Zauli (mi pare si chiamasse Floriano anche lui, come il padre, insegnante nella Scuola di Avviamento Professionale, sita nello stesso edificio, al di sopra del Mercato dei Fiori). Un certo giorno Italo si rivolse al figlio di Zauli, il quale additò Cagnin (mi pare), che a sua volta lo diresse verso qualcun altro (forse Agostino de Gregorio, anche lui, come me, precoce antifascista) e poi si presentò da me. "Dovresti portare d’urgenza questo bigliettino nel negozio di fiori di Bottini, accanto a Barillaro, in Via Vittorio. Sai dov’è? Non farti notare e torna subito". Il messaggio era diretto a Kahneman e gli suggeriva di nascondersi perché "sarebbero venuti a cercarlo". La mia irruzione frettolosa in negozio sollevò qualche perplessità, forse perché c’era un’avventrice che avrebbe potuto sospettare qualcosa. Comunque il messaggio era giunto a destinazione (seppi poi che il Kahneman era nascosto addirittura nel palazzo in cui abitavo io, al n. 9 di Via Gioberti, in un deposito appartenente al fiorista Bottini). Non è chiaro se Italo agisse a titolo personale o facesse già parte di un’organizzazione clandestina, né se in Kahneman proteggesse l’ebreo, l’antifascista o il fratello del suo compagno di scuola Francesco. Me lo vidi davanti, improvvisamente, assieme ad altri partigiani che portavano il fazzoletto blu delle bande del Cap. Umberto, a me note perché ne faceva parte mia cugina Ada Galletti, la quale ogni tanto veniva a rifornirsi di viveri presso i parenti, accompagnata da un certo Ormea. Ero orgoglioso di lei non solo perché combatteva contro il nazifascismo, ma anche perché le donne armate scarseggiavano, anche fra i "garibaldini". Assieme ad Italo c’era qualcun altro che mi conosceva, forse Franco Giordano (ma non lo giurerei perché l’ho visto, a quei tempi, in tante circostanze), forse Ravotti (fratello di un croupier del Casino di Venezia che conoscevo sin da piccolo). Calvino sembrò riconoscermi e mi sorrise, ma disse solo: "Ah! Sei lí?" (scoprii poi che era un suo modo caratteristico e laconico di esprimersi che adoperava addirittura anche col fratello). Avevano premura di giungere verso Ceppo prima del tramonto (seppi solo piú tardi che venivano tutti da una battaglia, forse quella di Coldirodi, e temevano forse di essere inseguiti). Mio cugino Franco Moriano si incaricò di dar loro indicazioni precise sui sentieri da seguire. Non mi pare di aver piú rivisto Calvino (tranne forse accanto a Gino, nei pressi del cimitero di Bajardo la domenica che scappai dalla mamma per raggiungere i partigiani) [...]  Pietro Ferrua, Incontri e scontri con Italo Calvino, 25 aprile 2012 in Ra.forum

Nel Sentiero c’è un altro giovane eroe, un’altra figura positiva, che nasce dall’esperienza autobiografica dell’autore e di cui vorremmo parlare. Si tratta di Lupo Rosso. Nella realtà Lupo Rosso è Sergio Grignolio, nome di battaglia Ghepeú <1, che Calvino conosce durante i giorni di prigionia nella Villa Auberg, dopo che entrambi ed anche il padre di Calvino erano stati arrestati durante il rastrellamento avvenuto nella vallata di San Giovanni il 15 novembre 1944.
[...] Nel romanzo viene raccontata la fuga dal carcere di Grignolio esattamente come è avvenuta nella realtà, se si esclude l’intervento di Pin. Come già sappiamo, Calvino riuscirà ad evadere in un secondo momento, mentre il padre resterà in prigione.
Grignolio racconta a Ferrua: "Ero a Villa Auberg [...] Io sono riuscito a fuggire di lì, perché ho chiuso una sentinella in un cesto della spazzatura. Erano quei cesti alti che portavano i salumi e c’era stato il giorno prima un bombardamento navale, erano scese giù tutte le soffittature di cemento, di legno. Mentre io lo portavo fuori da un terrazzo al posto di buttarlo fuori io l’ho messo sulla testa della sentinella, mi son buttato giú e son riuscito a scappare. (FERRUA, cit.: 177)
Nel Sentiero Calvino introduce Pin come aiutante di Lupo Rosso nell’impresa della fuga: "Vieni, - dice Lupo Rosso, - Mi hai da dare una mano per portare giú il barile d’immondizie. [...] Lupo Rosso si avvicina a passi lunghi e silenziosi. Pin comincia a far scorrere una mano sull’altra, piano piano. Lupo Rosso è ormai alle spalle della sentinella [...] A un tratto una frana di spazzatura gli si abbatte sul capo; non è solo un frana, è un qualcosa che lo schiaccia sopra e tutto intorno [...] Intanto Lupo Rosso e Pin hanno già scavalcato la balaustra". (Ibid.: 42-45)
Lupo Rosso, dicevamo, è un personaggio positivo, anche se Grignolio <2 dichiara a Ferrua: «È una storia romanzata, molto romanzata» e Calvino nel romanzo, rovesciando le posizioni, lo rimprovera di spararle un po’ grosse:«Alle volte Lupo Rosso esagera un po’ le cose che racconta, ma racconta molto bene». (Ibid., 73)
Il fatto è che Sergio Grignolio è stato davvero un combattente audace; sua è un’altra fuga da Villa Giulia buttandosi a capofitto da un finestrella di cui era riuscito ad allargare le sbarre - a quanto racconta Ferrua - e sua è certa attività dinamitarda che fece saltare tre ponti per rallentare l’avanzata tedesca. Ferrua conclude: «Lo si voglia o no, il personaggio di Lupo Rosso è altrettanto «eccessivo» nel romanzo quanto il partigiano Ghepeú lo è stato nella storia». (FERRUA, cit.: 178)
[NOTE]
1 Ghepeú deriva dal nome che assume la polizia segreta russa dal 1922 al 1934: GPU.
2 Sergio Grignolio era nato nel 1926 a San Remo. «Era un uomo dai forti ideali - lo ricorda la presidente dell'Anpi di Imperia, Amelia Narciso - E' stato un partigiano dinamitardo, protagonista di alcune azioni importanti, di esplosioni, anche di ponti, per rallentare l'avanzata dei tedeschi». Quando scelse la via dei monti Sergio Grignolio aveva solamente sedici anni [...] Era l'ultimo componente del terzetto di eroi presenti nel romanzo di Italo Calvino, e anche se anziano e minato nel fisico, non aveva mai perso lo sguardo da combattente».(«La Repubblica», 11 settembre 2014)

Annalisa Piubello
, Calvino racconta Calvino: l'autobiografismo nella narrativa realistica del primo periodo, Tesi di dottorato, Universidad Complutense de Madrid, 2016


Numero del 1° Maggio 1945 del periodico sanremese "La voce della democrazia". I due articoli in prima pagina sono di Calvino - Fonte: Internet Culturale

E un bel giorno Italo posò la penna e prese il fucile. Per andare in montagna con i partigiani e fare la cosa che riteneva giusta.
Lui, Calvino, ha sempre parlato poco di questa durissima esperienza perché odiava la retorica e soprattutto la retorica della Resistenza, in un periodo in cui tutti raccontavano di averla fatta e spiegavano, centellinavano dettagli e storie, spesso messe insieme subito dopo la Liberazione.
Il grande scrittore era orgoglioso di quei giorni e dei suoi compagni di lotta. Con molti era rimasto in contatto fino alla fine della vita. Con uno in particolare: Giovanni Nicosia, "Sam" originario di Caltanissetta, un severo caposquadra sui monti, che diventerà poi correttore di bozze per la Einaudi e dunque vicinissimo ad Italo nel lavoro quotidiano. Sì, appunto, Italo Calvino in qualche articolo e in qualcuno dei suoi libri, farà affiorare il periodo resistenziale, ma senza dettagli e particolari, in modo schivo e quasi sottovoce e il perché lo abbiamo detto.
Ero all’ospedale della Scala, di Siena, il giorno della morte dello scrittore. Per il giornale, ovviamente. La bara era stata sistemata in uno stanzone enorme e non c’era nessuno. Era uno stanzone carico di affreschi, stemmi e orpelli quasi gioiosi, che rendevano ancora più desolata e solitaria quella bara e quella morte. Stavo ascoltando, in una stanzetta, alcuni colleghi che chiedevano notizie alla moglie di Calvino sul periodo della montagna, ma anche lei sapeva pochissimo. Qualche passo più in là, forse un avvocato o uno dei dirigenti della Einaudi, già parlava dei diritti d’autore per i tanti libri dello scrittore di fama mondiale, ma io sentivo quelle parole come una specie d’insulto a Calvino, abbandonato, solo, nello stanzone rinascimentale senza un fiore, una corona, una rosa. Ovviamente, sciocchi sentimentalismi i miei, in quel momento. Ma non riuscivo, comunque, a metter via i pensieri, angosciosi, che mi si affollavano in testa.
Del periodo della montagna e della Resistenza, invece, volli sapere tutto e non seppi niente. Ho dovuto aspettare qualche anno e leggere e rileggere i racconti di alcuni dei compagni di Calvino pubblicati da "Patria indipendente", la rivista dei partigiani, per sapere dettagli e particolari.
Italo Calvino era nato a Santiago de Las Vegas (Cuba) il 15 ottobre 1923 da Mario Calvino e da Eva Mameli. La famiglia, ad un certo momento, era tornata in Italia e si era stabilita a Sanremo. Con la guerra, la tragedia incombeva.
Ed eccola la storia di lui. Calvino è un giovane sveglio, già entrato in contatto con alcuni antifascisti.
[...] Nasce la repubblichina di Salò e subito vengono affissi i manifesti per il richiamo alle armi della classe 1923: proprio quella di Calvino. Per i disertori, come si sa, è prevista la fucilazione.
Il giovane, per non essere arrestato, prende la via delle colline e si rifugia in boschi e boschetti, nelle terre di proprietà del padre. Poi, con un gruppo di amici, Aldo Baggioli, Massimo Porre, Renzo Barbieri e altri, decide di salire in montagna. Viene accolto nella formazione partigiana «Brigata Alpina» presso Beulla. È una brigata, la sua, che si muove tra Baiardo e Ceriana ed è comandata da Candido Bertassi, conosciuto come Capitano Umberto. È una prima esperienza molto, molto difficile. Calvino è ormai conosciuto da tutti con il nome di battaglia di «Santiago». Il primo grande scontro con i nazisti avviene in località Carpenosa il 15 giugno 1944 ed è una vittoria. Poi la formazione si scioglie. Lo scrittore entra allora a far parte della «IX Brigata Garibaldi», comandata da Bruno Luppi, «Erven» e partecipa alla battaglia di Sella Carpe. «Erven» rimane ferito gravemente e molti partigiani ci lasciano la pelle. A luglio, i nazisti incendiano i paesi di Molini di Triora e Triora e lo scontro, in tutta la zona, si fa ancora più duro. Calvino, intanto, è passato alla Divisione d’assalto Garibaldi «Felice Cascione» e partecipa alla difesa di Baiardo. Durante un rastrellamento «Santiago» viene arrestato, ma si salva.
Deve però arruolarsi, per un breve periodo, tra i repubblichini come scritturale. Poco dopo riesce a fuggire e torna in montagna con tanto di armamento individuale. A lui si unisce il fratello Floriano che ha appena sedici anni. Ora, i fratelli, sono in una formazione diversa. L’inverno del 1944-’45 è terribile: freddo, gelo, fame, rastrellamenti, arresti e torture. Italo Calvino partecipa a tantissimi scontri: a Ciabaudo, a Gerbonte, a Bregalla e ancora a Baiardo e a Triora nella Valle Argentina. Il 25 aprile arriva la Liberazione e anche lui sfila per le strade di Sanremo con la sua formazione. Durante la lotta in montagna non ha mai smesso di scrivere per Il Garibaldino, La nostra lotta e l’Unità, stampata localmente. Il 25 maggio 1945 torna a casa e si laurea. 

Un comizio di Calvino a Sanremo - Fonte: Internet Culturale

Poi, si iscrive al Pci che rimarrà il suo partito per una decina di anni. Riceve anche il diploma Alexander numero 165545 ed è riconosciuto partigiano combattente. Poco dopo, dal Distretto militare di Savona, riceverà lire 6.687: è la paga da soldato per tutto il tempo della montagna.
Wladimiro Settimelli, Nome di battaglia «Santiago». Il giovane Calvino partigiano nei racconti di alcuni compagni. Dall’archivio dell’Anpi spuntano documenti che ricostruiscono il periodo della montagna e della Resistenza, l’Unità, 11 dicembre 2013, articolo riprodotto come Nome di battaglia "Santiago" in Nord Milano Notizie, 12 dicembre 2013
 

Fonte: Marco Bresciani, Op. cit. infra

1 Sanremo, settembre 1943 - giugno 1944. In casa dei genitori; in maggio-giugno 1944, scritturale per il tribunale militare di Sanremo; ai primi di giugno 1944 si arruola nel XVI distaccamento della IX brigata garibaldina Felice Cascione.
2 Valle Oxentina. Alla macchia, nella seconda metà di giugno 1944.
3 Sella Carpe, 27 giugno 1944. Sconfitta contro i nazifascisti e scioglimento del XVI distaccamento.
4 Sanremo, luglio - prima metà agosto 1944. Probabilmente nascosto nei poderi di famiglia a San Giovanni.
5 Valle Oxentina - Valle Armea, 15 agosto - 20 settembre 1944. Arruolamento, col fratello diciassettenne Floriano, nella banda del capitano Umberto (al secolo Candido Bertassi); è una banda «azzurra», cioè badogliana.
6 Coldirodi, 3 settembre. Battaglia contro i nazifascisti.
7 Baiardo, 5 settembre. Sconfitta contro i nazifascisti; la banda «azzurra» di Umberto si scioglie il 20 settembre.
8 San Romolo, 1º ottobre - 15 novembre 1944. Si arruola, di nuovo con Floriano, nel distaccamento di Leone (al secolo Jaurès Sughi) della brigata sanremese Giacomo Matteotti, garibaldina; in ottobre i loro genitori, Mario Calvino ed Eva Mameli, sono presi in ostaggio dai tedeschi, che simulano per tre volte la fucilazione di suo padre sotto gli occhi della moglie; Eva Mameli sarà prigioniera per un mese, Mario Calvino per due. Il 15 novembre, Italo è catturato in un rastrellamento: evita la fucilazione immediata perché, grazie a un foglio di licenza militare falsificato, non viene riconosciuto come partigiano.
9 Sanremo, 15-18 novembre 1944. Preso in un rastrellamento, è rinchiuso per un giorno nel carcere di Santa Tecla e per due a Villa Giulia.
10 Imperia, 19 novembre - primi di dicembre 1944. Considerato renitente alla leva, è arruolato d’ufficio nella Repubblica Sociale ma relegato nella caserma-deposito provinciale; riesce a fuggire dopo circa tre settimane.
11 Sanremo, circa 9 dicembre 1944 - 1º febbraio 1945. Nascosto nei poderi di famiglia a San Giovanni.
12 Sanremo, 1º febbraio - 25 aprile 1945. Si arruola con Floriano nella II divisione d’assalto garibaldina "Felice Cascione", comandata da Giuseppe Vittorio Guglielmo; «Vittò» sarà il comandante Ferriera ne Il sentiero dei nidi di ragno; il commissario politico è invece Ivar Oddone «Kimi», Kim nel Sentiero. Calvino fa parte della V brigata Luigi Nuvoloni, I battaglione, II distaccamento, III squadra.
13 Ciabaudo, valle Oxentina, febbraio-marzo 1945. Con la divisione garibaldina Felice Cascione.
14 Creppo e Gerbonte, febbraio-marzo 1945. Con la divisione garibaldina Felice Cascione.
15 Bregalla, 12-13 febbraio. Battaglia vittoriosa, con la divisione garibaldina Felice Cascione, contro una compagnia di Cacciatori degli Appennini.
16 Baiardo, 10 marzo 1945. Combattimento infruttuoso per liberare Baiardo dai bersaglieri della IX Compagnia della morte.
17 Ceriana, 5 aprile 1945. Circondato dai nemici dopo un combattimento, si salva grazie a una macchia di noccioli.
18 Viozene, aprile 1945. Con la divisione garibaldina Felice Cascione
Marco Bresciani (con Domenico Scarpa), Italo Calvino combattente partigiano da Gli intellettuali nella guerra civile (1943-1945), in Atlante della letteratura italiana, a cura di S. Luzzatto e G. Pedullà, vol. III. Dal romanticismo a oggi, Einaudi, 2012 

C'era stato un incendio in un bosco: ricordo la lunga fila dei partigiani che scende tra i pini bruciati, la cenere calda sotto la suola delle scarpe, i ceppi ancora incandescenti nella notte. Era una marcia diversa dalle altre nella nostra vita di continui spostamenti notturni in quei boschi. Avevamo finalmente avuto l'ordine di scendere sulla nostra città, Sanremo; sapevamo che i tedeschi stavano ritirandosi dalla riviera; ma non sapevamo quali caposaldi erano ancora in mano loro [...] Ancora negli ultimi giorni i tedeschi erano venuti di sorpresa e avevamo avuto dei morti. Proprio pochi giorni prima andando di pattuglia era mancato poco che cascassi nelle loro mani. L'ultimo accampamento del nostro reparto, se ricordo bene, era tra Montalto e Badalucco: già il fatto che fossimo scesi nella zona degli uliveti era il segnale di una nuova stagione, dopo l'inverno nella zona dei castagni che voleva dire la fame.
[...] Dalle parti di Poggio cominciammo a incontrare sul margine della strada la popolazione che veniva a vedere passare i partigiani e a farci festa. Ricordo che per primi vidi due uomini anziani col cappello in testa che venivano avanti chiacchierando di fatti loro come in un giorno di festa qualsiasi; ma c'era un particolare che fino al giorno prima sarebbe stato inconcepibile: avevano dei garofani rossi all'occhiello. Nei giorni seguenti dovevo vedere migliaia di persone col garofano rosso all'occhiello ma quelli erano i primi.
Italo Calvino, Il mio 25 aprile in Italo Calvino, Saggi, 2, Mondadori, Milano, 1995

mercoledì 24 febbraio 2021

Colpo partigiano all'ospedale di Sanremo

Un rilievo topografico delle SAP di Sanremo - Fonte: A. Miroglio, op. cit. infra

Fra gli avvenimenti di maggiore risonanza verificatisi in città, occorre ricordare l'impresa compiuta dal "GAP Zamboni" di Sanremo avente lo scopo di far fuggire dall'Ospedale Civico di quel centro le garibaldine Bianca Pasteris e Anna Borgogno, unitamente al partigiano Nino Ronco, ivi sottoposti a rigorosa sorveglianza, perché in attesa della imminente esecuzione delle sentenze già pronunciate dai nazifascisti. Gli uomini della "Zamboni", fallito un primo tentativo effettuato il 6 aprile, ne eseguirono temerariamente un secondo tre giorni dopo, riuscendo infine a portare fuori dell'ospedale i compagni in pericolo e, con loro, anche i tre fascisti di guardia, due dei quali chiesero subito, ed ottennero, di combattere nelle formazioni partigiane mentre il terzo che tentava di dare l'allarme era ucciso. (Aveva indosso la bella somma di 24.900 lire).
Augusto Miroglio, La Liberazione in Liguria, Forni, Bologna, 1970
 
Nella notte tra il 7 e l'8 aprile 1945 si concretizzò il progetto di liberare 3 partigiani ricoverati all'ospedale di Sanremo.
Tale azione era già stata richiesta alcuni giorni prima (1).
L'operazione venne effettuata con molta lungimiranza in quanto (2) "il SIM [Servizio Informazioni Militari] del CLN di San Remo veniva avvertito dai suoi informatori che i 3 partigiani degenti all'ospedale civico (n.d.a.: Nino Rosso o il Lungo, Bianca Paseris o Luciana, ferita e catturata a Beusi, Anna Borgogno, sorella di Renatino fucilato dal nemico alcune settimane prima) avrebbero dovuto essere riconsegnati ai tedeschi, probabilmente per subire la pena capitale".
Data l'elevata sorveglianza (3) al nosocomio di Sanremo, gli uomini del Distaccamento GAP cittadino "Zamboni" al comando di "Dorio" (Mario Chiodo) dovettero tramite "Jean" contattare Egisto Sgorbini (4) "che a sua volta tratta con i militari Modena e De Bigò, che sono incaricati della sorveglianza all'ospedale".
I 10 uomini della formazione SAP si misero in cammino per raggiungere l'ospedale alle ore 2 dell'8 aprile 1945. Giunti all'interno dell'edificio "due uomini irrompono nella stanza di un terzo milite che non era stato possibile avvicinare perché notoriamente infido. Lo sorprendevano a letto... Dopo una breve lotta l'uomo veniva disarmato... La banda al completo coi 3 partigiani liberati ed i 3 prigionieri si riunisce sul piazzale e si porta in direzione Monte Bignone per raggiungere la staffetta De Maria che avrebbe dovuto condurre i sei alla Divisione "Felice Cascione".
Durante il tragitto il "terzo milite" tentò la fuga e venne ucciso. Gli altri due militi furono incorporati nelle formazioni garibaldine: avevano portato 2 moschetti ed una rivoltella.
Alcuni giorni dopo il CLN di Sanremo avvertì (5) il SIM della V^ Brigata "Luigi Nuvoloni" della II^ Divisione "Felice Cascione" che De Bigò era attivamente ricercato dalla GNR, in quanto accusato di essere la mente del riuscito colpo all'ospedale.
(1) Mario Mascia, L'epopea dell'esercito scalzo, Ed. Alis, 1946, ristampa del 1975 a cura dell'IsrecIm, pp. 289-290
(2) cfr. doc. n° 1069
(3) Mario Mascia, Op. cit., pp. 289-290
(4) cfr. doc. n° 1069
(5) cfr. doc. n° 1122

Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell’Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell’Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945). Tomo I, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998 - 1999  

Nell'Ospedale Civico di Sanremo erano degenti tre partigiani feriti: Nini Rosso (Il lungo), Bianca Pasteris (Luciana) e Annamaria Borgogno. Bianca Pasteris aveva partecipato al Convegno di Beusi del 9 febbraio 1945, ed era rimasta ferita in tale località durante un rastrellamento. La Borgogno aveva già avuto il fratello Renato fucilato dai tedeschi. Il 29 marzo, d'ordine del Comando SS germanico di Sanremo, la Guardia Nazionale Repubblicana doveva piantonare quest'ultima finché rimaneva nell'Ospedale, e quando sarebbe stata dimessa,  consegnarla alle SS. L'agente incaricato era Enrico Campelli. Il CLN della città decide di liberare i tre degenti perché correvano un estremo pericolo. È incaricato dell'azione il Distaccamento "Zamboni". Mario Chiodo (Dorio) riceve l'ordine di guidare l'azione. Bisogna agire subito perché i tre partigiani già dovevano essere trasferiti alla Villa Hober almeno entro il 9 aprile. Dieci uomini del Distaccamento SAP agli ordini del suo comandante Roberto Quadrio (Robinson) e guidati da "Dorio", il 7 raggiungono l'ospedale; ma a causa di inspiegabili ritardi l'operazione viene rimandata. Si tenta nuovamente la notte dell'8. Dopo momenti drammatici, si riesce a liberare i tre partigiani e tre militi di guardia cadono prigionieri. Durante la ritirata uno dei militi tenta la fuga, ma viene freddato da una raffica. In conclusione, con un'azione coraggiosissima della Resistenza Sanremese, tre partigiani che, di fatto, erano già in mano al nemico, sono messi in salvo (6).
(6) - Cfr., Mario Mascia, op. cit., pagg. 289-292. ISRECIM, Archivio, Sezione I, cartella 33, fascicolo 29, documento delle carceri giudiziarie di Sanremo.
Francesco Biga (con la collaborazione di Osvaldo Contestabile), Storia della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria), Vol. IV. Dal Primo Gennaio 1945 alla Liberazione, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, 2005, pp. 248, 249 

«Dorio» (Chiodo Mario) racconta:
Verso la fine di marzo il SIM del Comitato di Liberazione di Sanremo veniva avvertito dai suoi informatori che i tre partigiani degenti all'ospedale civico (Nino Rosso, «il lungo», Pasteris Bianca, «Luciana», ferita e catturata ai Beusi  e Anna Borgogno, sorella di Renatino Borgogno, fucilato alcune settimane prima) avrebbero dovuto essere riconsegnati ai tedeschi, probabilmente per subire la pena capitale. La madre della Luciana inviava continui, disperati appelli, perché si salvasse la figlia. Il Comando Divisionale chiedeva che un'azione decisiva fosse tentata a tutti i costi. L'impresa non era facile: si sapeva che l'ospedale era guardato da militi armati; inoltre le strade erano sotto continua  sorveglianza notturna da parte dei nazi-fascisti, la cui posizione militare si era fatta disperata e che temevano un colpo di mano partigiano nella città da un momento all'altro. Era necessario, perciò, agire con la massima circospezione allo scopo di risparmiare i nostri uomini e di non rendere la posizione dei detenuti più grave di quanto già non fosse con un colpo non riuscito.
Mimosa [Emilio Mascia], responsabile del SIM, ebbe l'incarico di studiare il piano nei suoi dettagli. Egli decise di valersi non degli uomini delle SAP, facilmente individuabili, ma del Distaccamento GAP Zamboni che operava sopra S. Giacomo e, nello stesso tempo, di porsi in contatto con due dei militi di guardia che sembravano, da informazioni assunte, esser disposti a collaborare seguendo poi i partigiani in montagna.
«Dorio» (Mario Chiodo) ufficiale di collegamento del Distaccamento Zunino, viene chiamato a rapporto ed incaricato di guidare la spedizione.
«Jean» (Alpinolo Rossi), l'infaticabile e coraggioso organo di collegamento del C.L.N., si pone in contatto con Egisto Sgorbin che, a sua volta, tratta con i militi Modena ed Ervedo De Bigò, che sono appunto incaricati della sorveglianza all'ospedale.
Durante tutta l'ultima settimana di marzo e i primi giorni di aprile, il piano si concreta. Il 5 aprile «Mimosa» viene informato che il 7 i tre partigiani saranno trasportati a Villa Auberg. Contemporaneamente tanto Dorio quanto Jean comunicano che tutto è pronto. Nel pomeriggio del sei aprile Mimosa impartisce l'ordine di agire.
Dorio si reca in montagna nei pressi della Cardellina, ove trasporta qualche arma automatica, giunta quel giorno stesso da Ospedaletti, e alcuni caricatori che il sappista Nino Lombardi smista in città in pieno giorno. Vengono impartite le ultime istruzioni. Alle due di notte, condotti da Dorio, dieci uomini del Distaccamento GAP agli ordini del suo Comandante «Robinson» (Roberto Quadrio), armati di tre sten, due mitra e diverse pistole automatiche, si mette in marcia. Nell'oscurità profonda, dopo due ore di faticosa discesa, su sentieri malagevoli, il gruppo raggiunge il piazzale dell'ospedale e prende posizione in attesa del milite che avrebbe dovuto guidarlo, come d'accordo, verso un cancello che immette sul retro dell'edificio. Le ore trascorrono lente. La notte è fredda. Gli uomini battono i denti e sentono, a distanza suonare le ore interminabili dai campanili delle chiese lontane. Dorio si porta al cancello, ne tenta la serratura, si prova a chiamare: nulla. Si teme un agguato, ma si resta nel posto pronti alla difesa ed all'offesa. Alle quattro e trenta ogni speranza di entrare nell'ospedale senza colpo ferire è sfumata. L'alba avanza e un'operazione di forza sarebbe pericolosa. Dorio e Robinson decidono di ritornare. Si dividono in due gruppi: uno risale verso la montagna, l'altro ritorna in direzione della città.
Il gruppo comandato da Dorio giunge a Baragallo senza incidenti quando, attraversando un beodo», sente intimare un sonoro «chi va là» seguito immediatamente da una scarica di mitra. «Moro» (Birarelli Bruno) cade con una coscia attraversata da una palla; un altro proiettile ferisce Dorio alla caviglia; mentre «Baldo» (Ubaldo Lenzi) rialza Moro. Tuono (Gavitelli Remo) con ammirevole sangue freddo, s'accoscia fra i cespugli e scarica ripetutamente il suo sten verso il lampeggiare che sorge alla sua sinistra. S'odono, in distanza, grida e bestemmie e poi il rumore di un numeroso gruppo di uomini che s'allontana.
Moro vien sorretto ed i nostri, protetti da Tuono alla retroguardia, riescono a sganciarsi e rientrare all'alba nei rifugi.
La mattina appresso Dorio, malgrado la sua ferita, si porta personalmente a fare il suo rapporto a Mimosa. Si teme che i partigiani, dopo l'allarme notturno, siano senz'altro trasferiti alle carceri, ma Jean, che riprende  immediatamente il suo lavoro per riorganizzare i contatti con i militi attraverso Sgorbin, riferisce che i nazi-fascisti hanno rimandato il trasferimento al giorno nove.
Urge provvedere senza indugio. Si stabilisce un convegno con uno dei militi la sera dell'otto a S. Pietro. Dorio e Jean si rimettono in moto e la sera dell'otto, alle ore 21, il De Bigò incontra Dorio. Ad evitare eventuali sorprese il milite viene trattenuto e la banda si porta a Verezzo dove resta, nei boschi, fino alle due. A quell'ora gli uomini lasciano la località, ed alle 3.30 sono di nuovo sul piazzale dell'ospedale. Dorio impartisce le disposizioni necessarie per la buona riuscita del colpo.
Due uomini fanno il giro dell'edificio, penetrano nell'atrio centrale, immobilizzano il portiere e bloccano il telefono. Altri due vengono messi di guardia ai cancelli laterali con l'ordine di tirare su chiunque si presenti. Gli altri scavalcano i cancelli insieme al milite che viene tenuto, ad evitare sorprese, sotto la minaccia delle rivoltelle; rare luci brillano nell'edificio ove tutti sembrano addormentati. Gli uomini penetrano a pianterreno. Due suore, sulla soglia di una corsia, si fermano esterrefatte, impietrite, senza un grido. Un'infermiera che attraversa il corridoio scorge gli uomini e tenta fuggire. Un gesto imperioso la inchioda al muro, bianca di paura.
Si lasciano due armati nel corridoio ed altri due penetrano nel guardaroba dove prelevano gli abiti del ferito.
Gli ultimi due salgono al piano superiore, silenziosi come fantasmi, e irrompono nella stanza di un terzo milite che non era stato possibile avvicinare perché notoriamente infido. Lo sorprendono a letto. Il fascista si desta di soprassalto al rumore, balza a sedere tentando d'impugnare la pistola. Una breve lotta silenziosa e l'uomo viene disarmato. Da un'altra porta esce improvvisamente un milite pallido come un cadavere. Gli s'ingiunge di tacere. Egli, senza un moto di resistenza, segue i nostri.
Intanto la Luciana, la Borgogno ed il Lungo, che erano stati nel frattempo avvertiti dagli uomini rimasti nel corridoio, della loro liberazione, si uniscono al grosso della banda e si armano. Si avvertono gli armati di stazione in portineria e si esce all'aperto in fretta e silenziosamente. Tutta l'operazione non era durata che pochi minuti, ed era stata condotta con tale sincronia che nessuno nell'ospedale, oltre al portiere, all'infermiera, ed alle due suore, ebbe ad accorgersi di alcunché di anormale.
La banda al completo, coi tre partigiani liberati ed i tre prigionieri, si riunisce sul piazzale.
I militi vengono posti nel mezzo e si parte in direzione di Monte Bignone per raggiungere un punto di convegno con la staffetta De Maria, che avrebbe dovuto condurre i liberati ed i prigionieri al Comando della Divisione.
Due militi avevano nel frattempo dichiarato di votersi unire ai nostri uomini: era stato restituito loro l'armamento. Un terzo, invece, si manteneva muto, e soltanto la minaccia delle armi lo costringeva a marciare.
S'era lasciata la strada carrozzabile e si saliva su per un impervio sentiero da capre, in fila indiana. Albeggiava, ed una luce incerta si diffondeva nel cielo terso.
I nostri uomini, dopo la notte insonne e l'eccitamento dell'azione, erano stanchi ed assonnati, e la loro vigilanza si era andata rilassando. Fu allora che il terzo milite, nel passare sull'orlo di una fitta boscaglia, con un balzo disperato, scavalcò i rovi e rovinò verso un burrone inestricabile che si disegnava in una breve valle come una macchia scura.
Gli si intimò di fermarsi; ma l'uomo continuava a correre ed a saltare. Un momento ancora e sarebbe sparito nell'intrico delle erbe alte e folte.
Una scarica risuonò nella fredda mattinata risvegliando l'eco delle colline.
L'uomo cadde sul volto e più non si mosse.
Un'ora dopo il gruppo raggiunse Monte Bignone e s'incontrò con la staffetta De Maria nella capanna di un pecoraio.
I tre liberati ed i due militi proseguirono la strada verso i monti, mentre il Distaccamento riprendeva la via del ritorno.
L'impresa - che suscitò allarme vivissimo fra le file nazi-fasciste - ebbe così termine, e per molti giorni il personale dell'ospedale parlò con spavento di uomini selvaggi che sembravano essere scaturiti dalla notte e che nella notte tornarono, terribili e paurosi come un'apparizione di tregenda.
Mario Mascia, L'Epopea dell'Esercito Scalzo, 1946, ristampa del 1975 a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, pp. 289-292

 

3 aprile 1945 - Dal CLN di Sanremo, prot. n° 531/CL, alla Sezione SIM [Servizio Informazioni Militari] della V^ Brigata "Luigi Nuvoloni" della II^ Divisione "Felice Cascione" e p.c. C.O. I^ Zona Militare Delegazione Militare Imperia - Segnalava che il 4 o il 5 aprile si sarebbe tentato di liberare dall'ospedale "Luciano", "Lungo" e la sorella di "Bergonzo". "Vi terremo informati al proposito. Stiamo attuando alcune importanti operazioni... C.L.N. San Remo - il segretario, Albatros [Mario Mascia]". 

8 aprile 1945 - Dal C.L.N. di Sanremo (IM), prot. n° 558/SIM, al comando della Divisione S.A.P. "Giacinto Menotti Serrati" e p.c. C.O. I^  Zona Militare ed al SIM della V^ Brigata - Comunicava che il Distaccamento "Zamboni" delle SAP della città di Sanremo aveva, al comando di "Dorio" [Mario Chiodo], effettuato un colpo di mano all'ospedale civile di Sanremo, liberando 3 garibaldini degenti, "Luciana", "Borgogno", "Lungo", catturando i 3 militari che erano stati di guardia ai partigiani - due militari salirono in montagna, uno, invece, fu ucciso nel suo tentativo di fuga -,  recuperando 2 moschetti ed una rivoltella. "[...] L'azione, effettuata di sorpresa, ha avuto pieno effetto. Catturati i militi di guardia, bloccato il telefono e tutte le uscite, i tre garibaldini venivano messi in salvo ed avviati alle formazioni di montagna. Due dei militi collaboravano alla fuga e si univano ai nostri uomini, raggiungendo con essi le formazioni per proseguire la lotta contro i nazi fascisti. Il terzo milite che in un secondo momento aveva tentato di fuggire rimaneva ucciso. L'azione, oltre alla liberazione di tre garibaldini, alla adesione dei due militi ed alla soppressione di un terzo, fruttava la cattura di due moschetti ed una rivoltella. Sul milite venivano sequestrate £. 24.900, versate al Comando S.A.P. e da questo destinate al fabbisogno del distaccamento Zamboni. Il distaccamento in parola è composto di uomini audaci e provati e si accinge ad operare altre azioni. Ancora non si è precisata la reazione al colpo. Sembra, peraltro, che il Comando della G.N.R. abbia ordinato l'arresto di alcuni innocenti padri di patrioti e che voglia procedere alla fucilazione di uno od alcuni di essi. SI STANNO STUDIANDO DA QUESTO COMANDO LE EVENTUALI CONTROMISURE. Vi informiamo pure che la mattina del 6 aprile, nel primo tentativo fatto dal distaccamento Zamboni, tentativo abortito per un seguito di circostanze, una squadra del distaccamento aveva uno scambio di fuoco con una pattuglia armata. Nello scontro il G.A.P. Moro veniva ferito ad una coscia ed  il G.A.P. Dorio di striscio ad un piede. Non si conoscono le perdite nemiche. Fraterni saluti. C.L.N. SANREMO -  il responsabile del SIM, Mimosa [Emilio Mascia, ufficiale della Brigata SAP "Giacomo Matteotti"]". 

9 aprile 1945 - Dal comando della V^ Brigata "Luigi Nuvoloni" della II^ Divisione "Felice Cascione" al Comando Operativo della I^ Zona Liguria - Comunicava la liberazione dei 3 garibaldini dall'ospedale di Sanremo...

10 aprile 1945 - Dal PCI di Sanremo alla Federazione PCI di Imperia - Comunicava che... l'8 aprile un gruppo di partigiani avevano liberato alcuni patrioti degenti, sorvegliati dal nemico, all'ospedale di Sanremo...

13 aprile 1945 - Dal CLN di Sanremo, prot. n° 580, al SIM della V^ Brigata "Luigi Nuvoloni" della II^ Divisione "Felice Cascione" - Segnalava che era meglio che il garibaldino "De Bigò" non scendesse sulla costa in quanto ricercato dalla G.N.R. perché accusato di essere l'ideatore del colpo partigiano all'ospedale di Sanremo...

da documenti IsrecIm  in Rocco Fava, Op. cit., Tomo II

giovedì 18 febbraio 2021

Emozioni e ricordi negli scritti di un parroco già partigiano

Verdeggia, Frazione di Triora - Foto: Eraldo Bigi

Agli amici partigiani, già residenti nel comune di Triora, a Cetta, a Loreto, a Bregalla, a Creppo ed in altri centri vicinori io espongo loro un mio  pensiero. Voi foste fortunati di essere sul posto e non avete avuto difficoltà ad entrare nel primo distaccamento di Vitò [Ivano, Giuseppe Vittorio Guglielmo]. Altri invece sospirarono il vostro nido ed affaticarono, soffrirono e furono in pericolo per venirvi.
Io dovetti superare lo sbarramento di Pigna ed espormi al pericolo di essere arrestato per diserzione, e camminare un giorno ed una notte per cercarvi. E con me quanti altri. Ricordo tra gli altri i nomi di Gino [Luigi Napolitano], che più volte salì sui monti per arruolarsi e non vi riuscì se non quando conobbe un amico di Vitò che lo condusse a lui. Era Manetti, l'uomo dal piede di ferro che nella gamba metallica aveva più volte nascosto messaggi da portare a destinazione, con il  pericolo della sua vita.
E Pagasempre, che subì la stessa avventura di Gino. Cercò per giorni e giorni il luogo dove erano i partigiani. Vi arrivò stanco, sfinito. Fu accolto subito con diffidenza e con cautela. Erano i momenti tristi della guerra.
Da noi, in riviera, si faceva strada un nome: Vitò, che rappresentava rifugio, sicurezza, certezza di organizzazione partigiana. A lui andavamo come ad una fortezza invincibile e protetta.
Chi fosse non lo sapevamo. Era Vitò; ed il pronunciare anche anche solo il suo nome scioglieva ogni nostro dubbio e ci faceva decidere ad una scelta irrevocabile.
A me dissero a Camporosso, dove mi trovavo quando paventavo il  mio presentarmi ai repubblichini: «Vai da Vitò, sarai al sicuro».
Ora io non so come catalogare la mia esistenza fra le tante che man mano vengo conoscendo nella mia vita. Quelle vostre con cui vissi e che conobbi nella realtà dell'amicizia che dà la vita per la salvezza dell'amico, sono e saranno un ricordo imperituro.
Il mio passato sta ora rivelandosi in una realtà che non avevo mai compresa bene, anche se l'ho vissuta. Tutto cambia. Tutto si presenta con uno sfondo ed un contorno che non si era mai visto. E penso che anche voi, ora, a distanza, pensando al passato, a cui vi costringo con questo mio scritto, vi scoprirò immersi in espressioni ed in atteggiamenti che fanno veramente meditare. Sono passati trent'anni.
A me pare di risvegliarmi e di riordinare nella mente un lungo sogno, il mio che ha oltre sessant'anni di vita. Questo sogno si lascia pensare, cercando però di svanire, o comunque, di celare alcuni suoi aspetti.
Io aiuterò anche voi a delineare precisi i contorni del vostro sogno che si fonde col mio e con quelli di amici che, gomito a gomito, dormivate sul nudo terreno con un occhio solo. L'orizzontarsi sembra difficile, perchè non sappiamo fermare la memoria in quel preciso momento. La sua fretta a sgusciarci dalle mani ci fa vedere persone e luoghi come in una nebbia. L'ho potuto constatare durante le interviste a molti di voi.
E quando si è riusciti a costruire una parte del sogno, appare insieme, un determinato e non cercato episodio che distrugge tutto il castello e si deve riprendere da capo per organizzare meglio e più chiaramente i fatti ed interpretarli alla luce di una nuova notizia.
Erven, il prof. Bruno Luppi, ora residente a Savona, durante l'inaugurazione della scuola media di Arma di Taggia, mi si sedette vicino e mi parlava come lui sa parlare e mi trasfondeva il suo entusiasmo e la sua squisita gentilezza.
Verrò ancora a trovarti e ti svelerò tante notizie.
E Fragola-Doria, l'avvocato Armando lzzo, che partì da Afragola (Napoli) sua residenza, per registrare per me le sue impressioni. E' lui che mi ha spinto a scrivere, è lui che provvide a mettermi a contatto con l'Istituto Storico di Imperia perchè tutti ci potessimo riunire nel ricordo, durante la lettura.
E Pagasempre, insegnante Arnolfo Ravetti, mi accoglieva, in Arma, nel suo distributore di benzina, e nei momenti di pausa, mi parlava per ore ed ore del periodo della comune lotta.
E Guido di Cetta, il geometra costruito dalla scuola partigiana di Villa Clara, che ha tanto sofferto in questi ultimi tempi e fu ricoverato in ospedale, mi diceva con la sua voce pacata e suadente le prime avventure alla Goletta, a Perallo, a Creppo.
E il buon Mosconi Basilio, il sergente maggiore presente in tante battaglie e sempre fedele alla sua missione di guidare il battaglione. Mi ha fatto venir paura durante la prima intervista. Narrava, col microfono alla bocca, con foga, i suoi momenti e li viveva come fossero presenti. La sua voce si modulava fino a gridare ordini, il suo volto si sbiancava per una memoria viva.
Raccontava come se vivesse in quel momento la passata vicenda. Dovetti troncare il suo dire e dargli, in un bicchiere con acqua, alcune gocce di coramina. Soffre di cuore. Ma tornò altre volte. Fu pittoresco nel suo dire.
E Leo il mortarista, prof. Vittorio Curlo, per gli amici Totò, sempre cortese e premuroso, sempre pronto a sdrammatizzare, pacato, sereno.
Ti mando le mie memorie. Le dattilograficherò e te le mando.
Ed intanto io lo vedevo, dietro un pezzo di artiglieria. intento col suo caratteristico alzar il pollice in aria per prendere misure e sparare sicuro di colpire.
E Vitò, sempre sorridente, ma preciso. Sicuro nelle sue notizie; sincero quando accusava una amnesia o dichiarava di non ricordare bene: «È meglio che tu domandi a... per avere più precise notizie».
Non esaltava mai se stesso e rideva quando mi interrompeva: «Tu vuoi proprio immortalarmi».
Io lo ascoltai incantato quando rivisse e registrò per me le sue avventure d'infanzia e di giovinezza.
Quando narrò, con dovizia di particolari, la sua partecipazione alla guerra di Spagna, vissuta, sofferta, quando fu ferito in battaglia. Con lui passammo in rassegna tutti i vostri volti, ripetemmo i vostri nomi. Vi ricorda bene ed il  suo viso esprime marcatamente tutte le impressioni che lo movevano, mentre raccontava.
E avvicinai molti di voi, che non posso tutti elencare per ora.
Era bello, ve lo assicuro, rivivere gli avvenimenti di trent'anni fa. A distanza si può dare loro dimensioni e valori più umani, più ragionati.
don Ermando Micheletto, La V^ Brigata d’Assalto Garibaldi “Luigi Nuvoloni” (Dal Diario di Domino nero Ermando Micheletto), Edizioni Micheletto, Taggia (IM), 1975, pp. 17,18,19