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giovedì 23 febbraio 2023

Mentre stava passando per Capo Berta per raggiungermi, mia madre aveva visto fucilare da tedeschi e fascisti Adolfo Stenca, insieme ad una decina di altri nostri combattenti

La zona del Dianese. Foto: Giulio Meinardi su Wikiloc

Negli ultimi giorni di gennaio del 1945 dal CLN di Diano Marina ci venne segnalato un nuovo, probabile, rastrellamento nell'alta valle dianese. Discutemmo sul da farsi. Si decise di sistemare la ventina di uomini addetti al Comando della I^ brigata ["Silvano Belgrano" della Divisione "Silvio Bonfante"] in alcuni rifugi predisposti a monte di Diano San Pietro, in località Besta. Appunto, siccome in inverno la vegetazione era quasi nulla, gli alberi erano spogli e sovente il suolo era coperto dalla neve, per i nazifascisti, con le attrezzature efficienti di cui disponevano, era facile localizzare gruppi di partigiani. Quindi l'unico modo per difenderci era quello di scavare dei rifugi sotterranei ove nasconderci. Poiché gran parte del territorio, coltivato a oliveti, era a gradoni, si trattava di penetrare in un antro dal quale era stata asportata la terra, attraverso un buco attuato nel muro a secco di sostegno. L'antro poteva contenere non più di cinque persone. Dopo che i partigiani vi erano entrati, da fuori un compagno chiudeva il buco rifacendo per bene il muro a secco con alcune pietre; compiuta l'operazione, doveva dileguarsi come poteva.
Ritornando al discorso di Besta (nei pressi della località era ubicata una baita dove si era rifugiato il Comando della brigata), mentre la maggior parte dei partigiani si era rintanata, rimanemmo una mezza dozzina fuori. Non c'era più posto per noi. In questi frangenti venne in nostro soccorso un vecchio antifascista, trentasettenne, il sapista Gaetano Sgarbi, il quale in barba ai tedeschi ci propose di scendere a Diano, presso una casetta, in località Sant'Anna, di proprietà di Anna Tassi, madre di Vladimiro, un altro sapista di cui diremo dopo.
Ma Federico [Federico Sibilla], che intanto era diventato commissario di brigata, ci fece notare che eravamo in troppi per rifugiarci nella casa della Tassi, e mi invitò a ritornare in uno dei rifugi di Besta. Pensai di ritornare sui miei passi insieme al garibaldino Franco Piacentini ("Raspen"), che era sceso dalla montagna per procurare a lui ed agli altri dei viveri.
Questo invito di Federico non mi sembrava giusto poiché io facevo parte, a tutti gli effetti, del Comando della brigata e avrei preferito rimanere insieme ai miei abituali compagni. Comunque non feci discussioni e, insieme a "Raspen", racimolato un poco di pane, un poco di tabacco e qualche altra cosa da mangiare, incominciai ad avviarmi verso i rifugi. Sennonché, mentre scendevamo la scaletta della baita, incontrammo Giuseppe Saguato ("Pippo"), comandante del distaccamento "Francesco Agnese", il quale mi chiese dove stavo andando. Ascoltate le mie ragioni, mi invitò ad andare con lui, anche se Federico mi aveva suggerito di raggiungere i rifugi di Besta. Mi fece presente che nella casetta a Sant'Anna c'era posto anche per me.
Fu in quel momento che mi separai da "Raspen" e seguii Pippo. Ci accompagnava il sapista Gaetano.
Su suggerimento di "Moschin", altro compagno di lotta, per abbreviare la strada ci azzardammo a passare nei pressi della batteria tedesca dislocata in località Ciapasso.
Probabilmente i soldati udirono il nostro scarpinare nella notte perché spararono alcune raffiche col mayerling, ma tutto finì bene.
Ci fermammo nella casa della Tassi tre giorni e due notti; fummo trattati da quella signora con ogni gentilezza; riuscii a fare conoscere a mia madre dove mi trovavo per cui essa mi raggiunse con molti viveri, ma insieme ai viveri ci recò una grave notizia.
Rimasi stupito di vederla pallidissima in volto mentre parlava; ci informò che, mentre stava passando per Capo Berta per raggiungermi, aveva visto fucilare da tedeschi e fascisti il caro compagno Adolfo Stenca, capo dell'ufficio informazioni, partigiano, insieme ad una decina di altri nostri combattenti, prelevati dalle carceri di Oneglia.
Nella sua disperazione ci fece presente quanta paura aveva per la nostra vita.
Non ci rimaneva che farle coraggio dicendole che presto la guerra sarebbe finita e noi saremmo ritornati, tutti, alle nostre case.
Era il 31 gennaio 1945: andò via un poco più sollevata di animo, ma non del tutto convinta.
Nella notte fummo svegliati dal solito aereo solitario, soprannominavamo "Pippetto", il quale sganciò una bomba (forse per colpire i tedeschi del "Ciapasso") molto vicino a noi. Ci venne da pensare che non solo avevamo contro i nazifascisti, ma anche gli alleati angloamericani.
Il giorno successivo sentimmo dei colpi di mortaio che i tedeschi sparavano dal "Ciapasso"; un colpo finì davanti alla Chiesa di Diano Marina uccidendo tre bambini e ferendo alcune persone.
La terza sera - dopo che Massimo Gismondi ("Mancen"), comandante della brigata, aveva preso contatto con Giancamillo Negro, ufficiale della brigata nera il quale si dichiarava amico della Resistenza e diceva che per noi non ci sarebbero stati rastrellamenti e dopo aver consegnato a "Mancen" stesso il suo armamento - partimmo per rientrare nella nostra zona.
Dormimmo in un'altra casetta, in località "Biascine", di proprietà dello Sgarbi, perché non ci fidavamo per niente dell'ufficiale fascista.
Sandro Badellino, Mia memoria partigiana. Esperienze di vita e vicende di lotta per la libertà di un garibaldino imperiese (1944-1945), edizioni Amadeo, Imperia, 1998

mercoledì 3 marzo 2021

Furono uccisi anche due partigiani appartenenti alla banda di Franco Bianchi

Il 10 gennaio 1945 una colonna numerosa di tedeschi rastrella le campagne alla ricerca del comando partigiano. Non trovando ribelli i tedeschi sfogano la loro frustrazione per la mancanza di risultati raggiunti contro alcuni renitenti alla leva rastrellati in località Frassino di Diano Borganzo, Frazione del comune di Diano San Pietro (IM). Vengono passati per le armi, senza nessun processo (normalmente i tedeschi erano soliti fucilare seduta stante solamente coloro sorpresi con le armi, mentre gli altri venivano catturati e processati con verdetti che poteva andare dalla fucilazione alla deportazione in Germania oppure inviati ai lavori obbligatori presso la Todt) Ilario Risso (carabiniere fuggito dal proprio reparto), Ernani Ardissone, Giobatta Ardissone e il sessantaduenne Giobatta Risso. L’episodio viene raccontato da fratello di Ilario Risso, Ardito, che si salvò in modo rocambolesco. Secondo il suo racconto durante il rastrellamento furono uccisi anche due partigiani appartenenti alla banda di Franco Bianchi (Stalin), Giobatta Alampi e Giuseppe Vebero. Il 17 gennaio 1945 nella zona Palega-Zerni-Vinai di Badalucco (IM), i Cacciatori degli Appennini in un'imboscata uccidono i garibaldini Antonio De Santis (Marco) ed Emilia Rosso (Irma), entrambi della IV^ Brigata "Elsio Guarrini" della II^ Divisione "Felice Cascione". De Santis si recava in missione assieme ad altri garibaldini e con lui si trovava la garibaldina Irma, colpita al petto da una prima raffica. Il De Santis, estratta la pistola, sparava contro il nemico, ma una seconda raffica lo colpiva a morte. Il Cacciatore Zecchini, responsabile della morte di entrambi, verrà catturato dai partigiani in marzo nella zona di Triora e fucilato.
Giorgio Caudano, I caduti della Lotta di Liberazione. I^ Zona Liguria, ed. in pr., 2020
 
[  n.d.r.: altre pubblicazioni di Giorgio Caudano: A cura di Paolo Veziano con il contributo di Giorgio Caudano e di Graziano Mamone, La libera Repubblica di Pigna. Parentesi di democrazia (29 agosto 1944 - 8 ottobre 1944), Comune di Pigna, IsrecIm, Fusta Editore, 2020; Giorgio Caudano, Dal Mare alla Trincea... memorie di uomini, BB Europa, Cuneo, 2019; Silvia Alborno, Gisella Merello, Marco Farotto, Marco Cassini, Giorgio Caudano, Franck Vigliani, curatori della mostra Claude Monet, ritorno in Riviera, catalogo a cura di Aldo Herlaut, Silvana Editoriale, Milano 2019; La Magnifica Invenzione. I pionieri della fotografia in Val Nervia 1865-1925, a cura di Marco Cassini e Giorgio Caudano, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2016; Giorgio Caudano, Pigna. Storia di un paese, ed. in pr., 2016   ]
 

Carlo Montagna (Milan). Fonte: Giorgio Caudano, Op. cit.

In un mattino nebbioso del 17 gennaio 1945 un numeroso gruppo di fascisti perlustrava le campagne di Prelà. Secondo alcune fonti si sarebbe trattato di Cacciatori degli Appennini, secondo altre della compagnia operativa della G.N.R. del tenente Ferraris. Probabilmente l’azione fu condotta da entrambi i reparti. In due casoni posti ad una certa distanza avevano trovato ristoro per la notte alcuni uomini della IV^ Brigata "Elsio Guarrini" della II^ Divisione "Felice Cascione". In un casone sopra Canneto, di fronte a Tavole, si stavano riposando Carlo Montagna Milan, comandante della Brigata [nato a Voghera il 16 agosto 1911, protagonista di numerose azioni, fra le quali spicca quella del 19 luglio 1944, la liberazione dei detenuti politici dal carcere di Imperia Oneglia], Gaetano Sibilla Ivan, Angelo Perrone Bancarà o Vinicio, vicecomandante della brigata, Sebastiano Acquarone Alpino e Ferrero Staffetta Gambadilegno. In un altro casone più in basso sostavano Mario Bruna Falco, commissario della Brigata, Luigi Peruzzi Luigi ed altri uomini. I fascisti intravvidero nella nebbiolina un uomo armato, che sembrava stesse facendo la sentinella. Spararono senza avvertimento e colpirono, uccidendolo, Angelo Perrone. Gli altri partigiani, intese le raffiche, fuggirono in direzione della cresta della montagna, che però era già stata occupata dai nemici. Ritornarono allora sui propri passi infilando il Vallone di Villatalla dove trovarono altri repubblichini in agguato che al loro avvicinarsi spararono. Montagna e Acquarone vennero colpiti a morte. La staffetta Gambadilegno venne ferito e catturato. Gambadilegno, sottoposto a torture, fu costretto a confessare dove aveva trovato rifugio il distaccamento di Dimitri.
Giorgio Caudano, Op. cit.

Dopo la prima quindicina del mese di gennaio 1945 gradatamente formazioni della Divisione nemica "Cacciatori degli Appennini" si trasferiscono verso l'estremo ponente ligure. Abbiamo già visto come durante un rastrellamento colpissero gravemente il Comando della IV Brigata "E. Guarrini" nel vallone di Villa Talla. Nell'occasione del trasferimento affiggono un avviso che abbiamo ritenuto riportare integralmente poiché ci dà un quadro abbastanza preciso della situazione nella quale vennero a trovarsi i giovani che avevano disertato le chiamate nemiche, abitanti dei nostri paesi del retroterra. Ecco il testo dell'avviso: "Gruppo Cacciatori degli Appennini. Si avverte la popolazione che il III Battaglione Cacciatori degli Appennini, desideroso di portare la tranquillità e la normalità nella zona, è disposto a venire incontro a tutti coloro che, avendo obblighi militari, hanno seguito consigli di elementi prezzolati del nemico e si sono dati alla macchia. A coloro che si costituiranno entro 48 ore dalla data del'affissione del presente avviso, si garantisce l'incolumità della vita. Contro quelli, invece, che, non avendo accolto questo appello, venissero catturati nel corso di operazioni militari, verrà applicata la legge di guerra. Z.O. 24 gennaio 1945, ore 8 del mattino. Il comandante del Battaglione maggiore Mario Rosa".
Il risultato fu che chi si presentò nelle 48 ore prestabilite, venne inviato in Germania. Chi fu catturato dopo il termine dell'ultimatum, venne passato per le armi.
Consultando ancora il memoriale del Polacchini, di cui abbiamo già parlato, risulta in modo evidente in che situazione si venissero a trovare i partigiani della IV Brigata.
Francesco Biga (con la collaborazione di Osvaldo Contestabile), Storia della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria), Vol. IV. La Resistenza nella provincia di Imperia dal Primo Gennaio 1945 alla Liberazione, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, 2005, p. 88 

mercoledì 5 agosto 2020

Il rastrellamento nazifascista di Besta

Diano San Pietro (IM): Monumento ai Caduti in Guerra - Fonte: Mapio.net

Nella mattinata del 5 febbraio 1945 nella zona di Diano San Pietro (IM) si svolse un rastrellamento nazifascista ai danni della I^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Silvano Belgrano" della Divisione "Silvio Bonfante". Le forze nemiche erano divise in 3 colonne "una partita da Pairola, via Colletto, un'altra proveniente da Diano Castello, via Diano San Pietro, che puntavano sulla frazione Besta [località nel territorio del comune di Diano San Pietro (IM)] sede della I^ squadra, mentre una terza proveniente da Chiusavecchia cercava di chiudere la via verso l'interno", come recita un documento garibaldino.
La squadra del Distaccamento "Francesco Agnese" riuscì a sganciarsi quasi al completo, tranne 5 uomini che cercarono di nascondersi in rifugi già predisposti... secondo quanto sostiene il professor F. Biga... Franco Raspin Piacentini [nato ad Alessandria il 21 novembre 1923] si suicidava per non cadere in mano ai nemici...
Due giorni dopo si seppe che i nemici durante il  rastrellamento di Diano San Pietro avevano ucciso 2 civili sessantenni, perché trovati al lavoro.
Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell’Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e della Storia Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945) - Tomo I, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998-1999
 
5 febbraio 1945 - Dal comando del Distaccamento "Francesco Agnese" della I^ Brigata "Silvano Belgrano" della Divisione "Silvio Bonfante" al comando  della I^ Brigata - Segnalava un rastrellamento avvenuto nella zona di insediamento del Distaccamento stesso, un rastrellamento durante il quale un garibaldino era rimasto arso vivo e 4 partigiani erano stato fatti prigionieri.
5 febbraio 1945 - Dal comando del Distaccamento "Francesco Agnese" al comando della I^ Brigata "Silvano Belgrano" della Divisione "Silvio Bonfante" - Completava il precedente rapporto aggiungendo che i garibaldini prigionieri erano stati portati verso Chiusavecchia e che tra i fascisti che li avevano catturati erano stati riconosciuti il capitano Borro, il guardacaccia Musso ed Emanuele il ciclista, tra i tedeschi il capitano Winter.
da documenti Isrecim in Rocco Fava, Op. cit. - Tomo II

Franco Raspin/Raspen Piacentini - Fonte: ANPI Savona
 
Pare che a seguito all'abbaiare insistente di un cane, sia individuato il posto in cui è nascosto Piacentini il quale, dalla testimonianza dei compagni nascosti nell'altro rifugio, anziché arrendersi, spara un colpo di rivoltella contro un brigatista nero della compagnia del capitano Ferraris, ferendolo ad una mano. Dopo aver gettato nel rifugio qualche bomba a mano, i fascisti estraggono il corpo di Raspin e lo bruciano. I quattro compagni di Piacentini (Emilio <Zari o Stendal, di Milano> Zari, Luigi <Luis di Andora (SV)> Vaghi, Giorgio Parmeggiani <Joe di Bologna; sulla lapide a Chiusavecchia (IM) Parmiggiani>, Antonio <Villa> Gioffrè) sono portati a Chiusavecchia e trucidati. Nel testo Diano e Cervo nella Resistenza, l'autore, Francesco Biga, scrive che Piacentini, rifiutandosi di darsi prigioniero, si toglie la vita nel rifugio con un colpo di pistola. Piacentini Franco è decorato alla memoria con medaglia d’argento al valor militare. A Franco Piacentini è intitolato un Distaccamento della Brigata "Silvano Belgrano" - Divisione d’assalto Garibaldi "Silvio Bonfante". 
Redazione, Arrivano i Partigiani, inserto "2. Le formazioni di montagna della I^ e della VI^ Zona Operativa Ligure che operavano nella provincia di Savona", I RESISTENTI, ANPI Savona, 2011
 
Il giorno 3 di febbraio 1945 tre colonne di nazifascisti effettuano un grande rastrellamento a Diano San Pietro (zona di Besta): si scontrano con un gruppo di garibaldini del distaccamento “F. Agnese” e sorprendono cinque garibaldini in un rifugio antirasteallamento. Mentre Franco Piacentini (Raspin), rifiutandosi di darsi prigioniero, si toglie la vita nel rifugio con un colpo di pistola, dove i tedeschi ne bruciano il corpo, gli altri quattro, Zari E., Vaghi L., Parmeggiani G. e Gioffrè A., condotti prigionieri a Chiusavecchia, saranno fucilati il giorno dopo.
Notizie tratte da Francesco Biga, Vol. IV della “Storia della Resistenza imperiese”, pagg. 131,132,133 e da Francesco Biga,, “Dalle valli al mare. Diano e Cervo nella Resistenza”, pagg. 207,208,209,210
Sabina Giribaldi, Episodio di Chiusavecchia, 03-04.02.1945Atlante delle Stragi Naziste e Fasciste in Italia
 
Giorgio Parmeggiani - Fonte
 
Parmeggiani Giorgio, «Joe», da Primo ed Ermelinda Bracci; n. il 28/3/1924 a Bologna; ivi residente nel 1943.
Licenza elementare. Ferroviere. Prestò servizio militare in marina sino all'8/9/43.
Catturato dai tedeschi dopo l'armistizio, venne deportato in Germania.
Arruolatosi in un reparto della RSI, disertò appena rientrato in Italia e militò nella 1ª brg Garibaldi Liguria della 6ª div Bonfante.
Catturato durante un combattimento a Chiusavecchia (IM), fu costretto ad assistere all'esecuzione sommaria di un compagno di lotta. Dopo essere stato a lungo torturato, venne fucilato il 4/2/1945 a Diano S. Pietro (IM).
Riconosciuto partigiano dal 14/9/44 al 4/2/45.
Gli è stata conferita la medaglia di bronzo alla memoria con la seguente motivazione: «Rientrato dalla Germania dove era stato deportato, si univa alle locali formazioni partigiane dimostrando in ogni occasione sprezzo del pericolo, ardimento e spirito combattivo. Catturato in rastrellamento, tradotto incatenato in un centro abitato della zona, costretto ad assistere all'esecuzione sommaria di altro partigiano, sottoposto ad atroci sevizie durante interminabili estenuanti interrogatori, non svelava nulla che potesse danneggiare il movimento della resistenza ed affrontava serenamente il supremo sacrificio per il bene della Patria.». Diano S. Pietro, Chiusavecchia (Imperia), 2-4 febbraio 1945.
(a cura di) Alessandro Albertazzi, Luigi Arbizzani, Nazario Sauro Onofri, Gli antifascisti, i partigiani e le vittime del fascismo nel Bolognese (1919-1945), Vol. IV, Dizionario biografico M - Q, Istituto per la storia della resistenza e della società contemporanea nella provincia di Bologna "Luciano Bergonzini", Istituto per la Storia di Bologna, Comune di Bologna, Regione Emilia Romagna, 1985-2003 
 
Era il 5 febbraio 1945. Al sorgere dell'alba ci incamminammo verso Diano San Pietro. Eravamo giunti quasi nel paese quando sentimmo raffiche di mitra. Ci attirò l'attenzione una colonna di soldati tedeschi che, scendendo da Diano Castello, veniva verso di noi. Ci portammo rapidamente al passo della Erbarea, che portava verso Pairola, e ci appostammo in quel punto in quanto potevamo vedere nelle due vallate di Diano e di Cervo (Valle Steria) l'avvicinarsi di soldati nemici. Sentimmo diverse sparatorie proveniente dai luoghi ove erano ubicati i nostri rifugi nella zona di Besta e poi, silenzio totale. Preoccupati per i nostri compagni nascosti nei rifugi, ci avviammo in quella direzione. Quando giungemmo quasi sul luogo, avvertii un acre odore di carne bruciata; lo feci notare ai miei compagni di viaggio dicendo loro che, probabilmente, i tedeschi avevano bruciato qualcuno dei nostri compagni. Al che Germano e Mancen mi risposero: "Sandro, sei sempre lo stesso, vedi pericoli in ogni luogo,adesso senti anche odore di carne bruciata, piantala di fare in ogni occasione il pessimista". Dopo qualche decina di metri l'odore si fece più forte ed anche i miei compagni convenirono che qualche cosa era successo. Quando in un piccolo spiazzo, distante da noi una cinquantina di metri, notammo delle fiammelle, ci dirigemmo in quella direzione. Giunti sul posto, trovammo un corpo umano quasi completamente carbonizzato e notammo delle fiammelle ancora sopra una spalla e sopra un piede.
Attraverso alcuni brandelli di indumenti non bruciati identificammo il corpo del povero Franco Piacentini Raspen. Poi venimmo a sapere che gli altri quattro compagni (Emilio Zari, Luigi Vaghi, Giorgio Parmeggiani, Antonio Giuffrè) si erano arresi. Invece l'altro rifugio che si trovava nei pressi non venne individuato e gli occupanti (tra cui Peccenen e tre soldati russi), salvatisi, ci raccontarono che i nostri compagni erano stati quasi massacrati di botte [...] che Raspen si era rifiutato di arrendersi sparando dal rifugio un colpo di rivoltella contro il brigatista nero della compagnia Ferraris (tra le bande fasciste, la più sanguinaria), probabilmente ferendolo ad una mano. Allora i nemici avevano gettato nel rifugio qualche bomba a mano; non sentendo più alcun rumore, da sopra il rifugio avevano scavato, finchè non erano riusciti ad estrarre il corpo del povero compagno che, collocato sopra un mucchio di fascine, era stato bruciato, dando fuoco ad un liquido infiammabile.
Per il momento non ci rimase altro da fare che dare pietosa sepoltura nel cimitero di Diano San Pietro ai poveri resti (dopo la Liberazione, io, Germano e Frattini, li portammo ad Alessandria, sua città natale). I quattro che si arresero furono portati a Chiusavecchia, torturati per una notte intera e, all'alba del giorno dopo, fucilati.

La lapide rammentata da Sandro Badellino, op. cit. infra. Fonte: pietre della memoria
 
Una lapide, ivi collocata, con i nomi dei quattro e di altri partigiani uccisi nel medesimo luogo, ricorda il loro martirio.
Sovente ripenso che, se il comandante Giuseppe Saguato ("Pippo") [n.d.r.: anche Buffalo Bill o Bill, comandante del Distaccamento "Francesco Agnese" della I^ Brigata] non mi avesse portato con sé nella casa della Tassi in località Sant'Anna, sarei rimasto nel rifugio dove era Raspen. Sulla lapide di Chiusavecchia indubbiamente oggi ci sarebbe anche il mio nome.
Sandro Badellino, Mia memoria partigiana. Esperienze di vita e vicende di lotta per la libertà di un garibaldino imperiese (1944-1945), edizioni Amadeo, Imperia, 1998