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venerdì 24 gennaio 2025

E così in quell'anno, 1943, i giorni di autunno calarono rapidi nei paesi più grigi

Il Col di Nava. Foto: Mauro Marchiani

Non mancarono, comunque, i distaccamenti che tentarono di fermare i germanici o che resistettero con le armi alle loro intimazioni di resa.
Iniziando dall’estremo ponente, i principali fatti d’armi furono i seguenti: - battaglia di Ormea (in provincia di Cuneo ma al confine con la Liguria) sulla statale 28 del colle di Nava che da Imperia porta a Fossano, combattuta tra le 19 e le 21,30 del 9 settembre tra le forze tedesche che cercavano di raggiungere la costa e i reparti italiani che tentavano di bloccare la strada. Fu probabilmente il più grosso fatto d’armi ad aver interessato la regione in quei giorni. Un battaglione autotrasportato germanico dotato di mitragliatrici e mortai si scontrò con alcune migliaia di uomini armati con mitragliatrici e alcuni cannoni leggeri da campagna. Nonostante gli italiani avessero iniziato a sistemare a difesa il paese in mattinata, furono sopraffatti - dopo un violento scontro che causò perdite a entrambe le parti - dalla manovra aggirante dei tedeschi che, divisisi in tre colonne, presero Ormea e i suoi difensori con un pesante fuoco incrociato dai due lati dell’abitato. La mattina del 10 il battaglione nemico si mosse verso la costa mentre i prigionieri furono avviati verso Alessandria il giorno 12, assieme a circa 800 altri italiani catturati nella notte tra il 10 e l’11 sulla strada tra Cesio e Nava, sul versante imperiese della statale 28. La strada fu poi presidiata dai nazifascisti fino alla Liberazione, essendo considerata fondamentale per far affluire e defluire truppe in previsione del temuto sbarco degli Alleati in riviera <41; - mentre le truppe italiane che presidiavano Ventimiglia tentavano di raggiungere Cuneo, la notte tra il 9 e il 10 un nucleo di militari fece brillare una mina che interruppe la linea ferroviaria costiera all’altezza del vecchio confine di Stato, impedendo momentaneamente l’afflusso di truppe tedesche dalla Francia via ferrovia e costringendo le stesse a impiegare quasi una giornata per sgomberare le macerie <42 [...]
[NOTE]
41. Per gli eventi nella provincia di Imperia, cfr. Biga, 8 settembre nell’imperiese, cit.; idem, L’8 settembre nell’imperiese, in “Patria indipendente”, 19 settembre 2004, pp. 28-31.
42. Telegramma del prefetto di Imperia Guglielmo Froggio, al Gabinetto del Ministro dell’interno del 10 settembre (ore 11.20), in ACS, DGPS, AAGGRR, Ag, Categorie permanenti, A5G 2ª GM, b. 145, f. 221, sf. 2, ins. 28 Imperia.
Marco Pluviano, Dal 25 luglio all’8 settembre 1943 in Liguria: fine del fascismo, sfaldamento delle Forze armate, controllo del tessuto produttivo, conflittualità politica e sociale in "le porte della memoria" - Supplemento al n. 11/12 - 2023 di Liberi

8. Il grosso della IV armata si sbandò dopo l'8 settembre tra questi salienti alpini, e fu questione di ore lo sfacelo totale dei reparti abbandonati senza comandi.
Quando iniziò lo sbandamento fu una faccenda che non pareva vera né ai militari né ai borghesi, pareva impossibile.
Ce n'erano ancora tanti in giro che dicevano di quel generale fetente della Cosseria, già famoso dappertutto per le carognate che faceva - ma va a ramengo farabutto -: eraquello che sotto i portici di Oneglia durante l'oscuramento, ficcava a tradimento la pila sui soldati in libera uscita strappando lì per lì le licenze, anche quelle agricole.
Gliele strappava a chi aveva soltanto la giubba sbottonata o magari la bustina floscia senza stecca.
Ma su per i tornanti della 28, con tutta quella nebbia e il freddo nelle ossa, con quella tristezza nel petto, sentivano tutte le foglie accartocciate nel pietrisco, pestandole.
Erano lì a pestarle inutilmente essendo che ormai tutti avevano capito anche senza quel generale della Cosseria; e allora fu una rabbia ancora più bastarda in sequenza di automi scricchiolìo di salmerie mezzi cingolati e carriaggi semoventi, andandosene in malora; andavano avanti senza sapere dove con quel vuoto nello stomaco come di nausea e di umidità.
In andirivieni frettoloso gli ufficiali all'ultimo se la squagliavano, mentre uscivano dai paesi facendo i pesci balocchi, e travestendosi in fretta con la roba dei borghesi.
- Si capisce che è tutta una porcata, ma è così: non ci vedi adesso che tutto va a ramengo per la miseria, e così in fretta che non si è mai visto? Però a rimetterci anche le braghe sono sempre questi qui, scarpinando in grigioverde con le stellette della naia -, diceva la gente.
Subito dopo quel lungo scarpinare a vanvera da una curva all'altra, arrivarono due graduati tedeschi in sidcar, con mitra e pistola bene in vista.
Ripresero il possesso di tutta la statale 28 da Oneglia a Ormea, compresi i dintorni da una parte e dall'altra, per conto della Werhmacht in nome del feldmaresciallo Rommel che allora comandava tutto l'occidente: e così finì lo sbandamento da queste parti, nell'autunno del '43.
Però la gente non volle più aspettare né gli ordini né i contrordini, che tanto ormai a tutti gli girava l'elica; e nessuno ci capiva niente di come fosse la situazione, girala come vuoi che tanto era sempre uguale.
Dalle città dai paesi e dalle borgate, dappertutto, come non si era mai visto per la gran sveltezza, la gente cominciò a bottinare piglia chi piglia, e fecero così: entrarono subito nelle caserme frugando in cataste smontando autornni assalendo depositi e trafficndo ogni cosa velocemente.
Da Pieve di Teco in su, nelle cunette della 28 ad ogni curva, c'erano cassette di munizioni ancora intatte, con pile di bombe a mano ad ogni paracarro.
Nei fossi dei Forti di Nava c'erano quintali di tritolo appena arrivato ancora impacchettato in cumuli di saponette, buttato là alla rinfusa.
9. I semoventi e i traini li avevano fatti rotolare subito col si salvi chi può senza tante balle, giù per gli scoscendimenti di Montescio.
Bastarono pochi spintoni ben dati e qualche scrollata di spalle, per quelle arature tra i carpini, sempre più giù come valanghe dentro cespugli e prati fino in fondovalle.
Allora la gente cominciò ad avere paura alla vista di quella baraonda a quel modo, con tutto che andava di storto sempre di più; non c'era più nessuno a comandare ed era una vergogna, invece c'era quel gran disordine dello sbandamento militare.
Macché disciplina o rispetto dei gradi o logica del buon senso in questo crollo generale, alé tutto a buttemburgo e non  se ne parla più.
E così in quell'anno, 1943, i giorni di autunno calarono rapidi nei paesi più grigi, in soprassalti di sfacelo di disastro e di tradimento dappertutto.
Rimase a lungo nella gente lo squallore appiccicato alla pelle dalla prima pioggia, che durava senza poterselo togliere.    
Ma qualcuno fatto a modo suo ci fu ancora testardo come un mulo col sangue nelle vene, e rabbia sempre di più da stringere i denti; a qualcuno gli era rimasta l'idea bizzarra ben ficcata in testa come un chiodo, e così per la strada si impuntò non disarmando manco a morire.
- E forza dai, chissà come sarà o da soli o in compagnia; ma porcavacca poi si vedrà come sarà.
Non sembrava vero, sembrava impossibile voglio dire che dovesse finire a quel modo tutto di baracca, dopo quelle prepotenze guerresche; anche la gente di questi paesi già tutta intrigata, chissà non lo sapevano come succedeva - ma fa lo stesso perdio, ecco lì come si fa -, dicevano tutti d'accordo.
Diedero tutti insieme una mano, che fece anche bene al morale pensandola tutti uguale contro i nazifascisti; così cominciò la ribellione qui e nelle altre valli tutto intorno, che pareva fossero suonate le campane alla grande.
I tedeschi allora diventarono più diffidenti e subito si sistemarono ben bene nei bunker e nei posti di blocco, non si sa mai. Poi si impratichirono dei prelievi della roba a colpi sicuri con la prepotenza, raus raus kaputt, senza fermarsi entrando dappertutto; infine girarono per le valli con gli sputafuoco sempre in funzione, mettendosi gli ostaggi davanti nei rastrellamenti da un paese all'altro.
Ci andarono subito di brutto senza tante confidenze con gli estranei e nemmeno coi fascisti; gestapo SS e guastatori chiusi in plotoni sparavano a vista con molta facilità senza distinguere.
In questo modo non ci fu bisogno di spiegazioni: la nostra gente capì benissimo che anche qui era arrivata la malora; capì che si andava proprio a ramengo tutti insieme allo stesso modo in una volta sola e fino in fondo.
La gente lo capì senza scordarselo mai più nemmeno dopo; per la miseria se lo capì che quand'è così, in qualunque modo sia, è sempre così non potendosela cambiare: e dunque così sia.
Osvaldo Contestabile, Scarpe rotte libertà. Storia partigiana, Cappelli editore, 1982,  pp. 15-17

domenica 8 settembre 2024

Andava in giro col biroccio a raccogliere armi per i primi partigiani imperiesi

Cervo (IM)

Ma scendiamo in alcuni particolari: come abbiamo sopraccitato, contemporaneamente al disfacimento delle formazioni militari italiane, il movimento delle forze antifasciste [n.d.r.: ad Imperia e dintorni] inizia la preparazione dei mezzi per la lotta armata. Giorno dopo giorno le sue forze crescono. Vecchi, giovani, donne si adoperano per essere di aiuto ai primi protagonisti. Si crea il momento favorevole per dare al movimento di Liberazione una direzione organizzativa. Sotto la guida del PCI e di altre forze democratiche è organizzato un servizio con Comitati di raccolta di vivere e indumenti per i militari italiani sbandati. Grazie a queste iniziative gli antifascisti si rendono conto della vastità delle forze che li sostengono. Cresce il loro entusiasmo. A Cervo organizzano una riunione in località "Bundai" e a San Bartolomeo presso l'oratorio di San Rocco su iniziativa di Giovanni Cotta (Karenzi), che va in giro col biroccio a raccogliere armi insieme a Giacomo Ciaccone (Semeria). Grazie ad Antonio Ghirardi, per le forze della Resistenza in due giorni si riesce a ricuperare un deposito di armi e munizioni, abbandonato in una baracca su Capo Berta. A San Bartolomeo viene costituito un deposito di derrate alimentari in un magazzino di Giuseppe Mantica, messo a disposizione dei soldati sbandati. Tramite un collegamento attuato da Amerigo Realino, il comandante la Stazione dei carabinieri di Diano Marina consegna al Cotta e al compagno Maraboli vari fucili.
Intanto sulle alture si costituiscono i primi gruppi partigiani armati. Alcuni giovani comunisti imperiesi, tra cui Angelo Setti, Carlo Delle Piane, Nino Berio, Carlo Trucco, Secondo Rovere, Tonino Bertelli, Orazio Parodi (Guan), dopo una serie di notizie contrastanti, pensano di affrontare i Tedeschi su Capo Berta. Ricuperate le armi in un ex caposaldo (due mitragliatrici Skoda, bombe a mano e alcuni fucili), salgono verso l'Alpicella, ma non fanno in tempo a bloccare il valico e perciò le nascondono in un soffitto di una casa di campagna. Un gruppo di militari che si aggira nella zona del Pizzo d'Evigno, formatosi il 9 settembre e comandato da un ufficiale di Albenga, si scioglierà dopo qualche giorno. Altri gruppi di non trascurabile importanza, costituiti da soldati e ufficiali del disciolto esercito, in generale elementi attendisti, al momento non decisi di passare all'azione, vagano nei dintorni. Un centinaio di questi elementi sostano per qualche giorno sulla collina tra Oneglia e Diano Castello, poi spariscono. Una trentina di giovani della valle Impero si rifugiano in alcuni casoni oltre il "Passo della Colla", nella "Vota Grande".
Come abbiamo in qualche modo già accennato, piano piano questi gruppi si scioglieranno come la neve al sole e nella neve rimarranno solamente quegli uomini di cui tratteremo ora, cioè piccole bande in lotta contro i nemici tedeschi e fascisti e contro quello più crudele: il freddo.
Il 10, o l'11 settembre, un gruppo di giovani, che già avevano pubblicamente dimostrato il loro antifascismo nelle giornate del 25 luglio, con la caduta di Mussolini, consci del pericolo che stanno correndo di venire arrestati dai nazifascisti, abbandonata Oneglia e altri luoghi del litorale, salgono in collina e dopo alcune ore di cammino, raggiungono la località detta "Cianassi" nel territorio del Comune di Diano Castello. Sono conoscitori dei luoghi e uomini che, in seguito, diventeranno famosi partigiani combattenti.
Il già citato Giuseppe Aicardi, cittadino di Diano Castello e fervente antifascista, guida questi giovani in un fienile di sua proprietà ove li invita a trascorrere la notte, mentre giunge sua moglie che porta loro un coniglio arrostito per cena. Il giorno successivo li conduce in località "Vivano", più nascosta e sicura dove, in una casupola coperta dall'edera, trascorrono la seconda notte di fuga. Poi lo spostamento riprende verso la località "Bestagno" o "Magaietto", dove questi primi, insieme a quelli che seguiranno nei giorni successivi, come vedremo più avanti, rimarranno circa un mese.
Cosa sorprendente: quando Aldo Gaggino, uno dei componenti la banda, nei pressi apre la porta di una casetta di campagna di proprietà del commendatore Giuseppe Quaglia, appare alla sua vista un uomo stanco, barbuto e accovacciato nella penombra, che subito si alza. Vedendolo alto e nel viso, il Gaggino, rimasto perplesso per alcuni istanti, dopo un poco esclama: "Io ti conosco, tu sei Cascione, u Megu". Questi vorrebbe negare la sua identità, ma viene riconosciuto anche dagli altri. Spiega il perché si trova in quel luogo: aveva dovuto fuggire in fretta per non essere acciuffato dai fascisti.
Quando i giovani presenti manifestano l'intenzione di formare una banda armata per fare la guerriglia ai nazifascisti, Cascione risponde: "Allora siamo tutti qui per la stessa causa, mettiamoci insieme. In quel momento giunge anche Nino Giacomelli, il compagno di Cascione, che era andato a compiere una ricognizione nei dintorni. In quel momento Felice Cascione viene acclamato capo della banda.
Francesco Biga, Felice Cascione e la sua canzone immortale, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, tip. Dominici Imperia, 2007

giovedì 9 novembre 2023

Aumentano i distaccamenti partigiani imperiesi ad aprile 1944

 

Il torrente Arroscia nei pressi di Ranzo (IM). Fonte: Wikipedia

Il distaccamento imperiese - comandante TITO (Rizzo Renato) [Rinaldo Rizzo, detto Tito] commissario GIULIO (Libero Briganti) - aveva dovuto impegnarsi in una lunga marcia forzata dalla Casa Rosa, sopra Diano Roncagli nel comune di Diano S. Pietro, dove era dislocato, sino a Caprauna (in provincia di Cuneo) per raccogliere un lancio che - secondo le notizie pervenute - gli Alleati avrebbero dovuto effettuare nei giorni dal 4 al 6 aprile [1944].
Il reparto <1 non giunse nel tempo prestabilito e si trovò ad affrontare la via del ritorno senza alcuna scorta di viveri e senza possibilità di rifornimenti <2; ciò rese particolarmente dura la marcia sino a Guardiabella (a occidente del Colle di S. Bartolomeo), da dove una pattuglia guidata da MIRKO (Angelo Setti) scese al comune di Aurigo e nella frazione di Poggialto alla ricerca di aiuti.
L'assistenza generosa di quelle popolazioni aiutò la piccola formazione a rimettersi in sesto; successivamente furono anche compiute azioni particolarmente rischiose allo scopo di prelevare vettovaglie in territorio presidiato dalle truppe germaniche, <3 ma l'esperienza aveva ormai confermato che anche il problema dei rifornimenti doveva avere una sua più organica soluzione.
Tanto più che - in meno di 20 giorni - vi fu un notevole afflusso di volontari, tale da trasformare in altrettanti distaccamenti (con circa 30 effettivi ciascuno) le tre squadre di cui inizialmente era composto il reparto.
Ai primi di maggio - comandati da CURTO [Nino Siccardi] e e dal commissario GIULIO - i distaccamenti avevano assunto le seguenti posizioni <4:
1°) comandante Tito, commissario Boris (Gustavo Berio) - dislocato presso i Tecci di Parodi sopra Pontedassio;
2°) comandante Ivan, commissario Dimitri (Bruno Nello) - dislocato al Passo della Mezzaluna;
3°) comandante Cion [Silvio Bonfante], commissario Federico (Federico Sibilla) - dislocato nel bosco di Rezzo.
Metodo piuttosto efficace ci sembra quello seguito dal comando partigiano imperiese - in modo abbastanza frequente in questo periodo - di designare per le azioni di guerra più importanti uomini scelti in egual numero da tutti e 3 i distaccamenti; tale criterio venne adottato - ad esempio - nell'attacco effettuato al posto di blocco del ponte di Ranzo; in questa occasione 6 partigiani (scelti 2 per distaccamento) volsero in fuga il presidio nemico - uccidendo un soldato germanico e catturando due G.N.R. - e si impossessarono di 2 mitragliatori, di due fucili tedeschi e di molte munizioni.
Si può anche rilevare in proposito - considerando l'armamento messo a disposizione del gruppo attaccante (su 6 effettivi, 4 fucili mitragliatori e 2 mitra) - che molto opportunamente il comando partigiano non aveva esitato ad affidare agli uomini prescelti per l'azione quasi tutte (molto probabilmente tutte, date le condizioni di allora) le armi automatiche in possesso della formazione, pur di ottenere un gruppo che unisse alla particolare agilità numerica una grande potenza di fuoco <5.
Nello stesso periodo si ebbe un ulteriore spostamento dello schieramento partigiano; il distaccamento di Tito venne stanziato a Bosco Nero, quello di Cion a Tecci di Parodi e quello di Ivan a Piani di Corte, nel comune di Triora.
Un nuovo distaccamento - anch'esso forte di circa 30 effettivi - venne costituito nella prima metà di maggio e dislocato, al comando di Mirko, in regione Castagna presso Bregalla, una località di particolare importanza strategica attraverso la quale il dispositivo partigiano della zona a levante di Imperia venne ad essere direttamente collegato con quello della zona a ponente, tramite un gruppo formatosi ai primi di marzo e comandato da MARCO (Candido Queirolo) e da TENTO.
Sempre a metà di maggio vi fu l'inquadramento definitivo del distaccamento operante nella zona di Cima Marta agli ordini di IVANO (Vittorio Guglielmo), commissario ERVEN (Mario Luppi) [invero Bruno Luppi]; questo reparto disponeva di circa 40 effettivi <6.
Anche nell'imperiese si era venuta intanto sviluppando l'azione intimidatoria delle Autorità fasciste e germaniche a seguito del bando Mussolini; dal primo al 20 maggio gli aerei avevano sorvolato le campagne lasciandovi cadere a migliaia i volantini dell'ULTIMA OCCASIONE:
"Coloro che all'Italia hanno offerto gli anni più belli della giovinezza per compiere il loro dovere di soldati e che oggi, fuorviati da una malvagia propaganda, rinnegano il loro valoroso passato di combattenti per rimanere tra le bande dei ribelli dove altro non sono che strumenti di ignobili sfruttatori che giocano sulla loro vita per guadagnarsi lo sporco denaro con cui il nemico paga i traditori, ricordino che la Patria li ha chiamati ancora a sé pronta a perdonare il loro traviamento e ad aiutarli a ritrovare la via del dovere e dell'onore.
Per volere del Duce, il Governo della Repubblica ha stabilito che chi si presenterà spontaneamente entro il 25 maggio p.v. andrà esente da qualsiasi pena e procedimento penale. È L'ULTIMA OCCASIONE. Non deve essere perduta. Dopo, per chi sarà rimasto sordo a quest'ultimo appello avverrà l'inesorabile.
Presentatevi al più presto a qualsiasi autorità civile o militare più vicina".
[NOTE]
1 Suddiviso in tre squadre: la prima comandata da IVAN (Giacomo Sibilla), la seconda da CION (Silvio Bonfante), la terza da MIRKO (Angelo Setti), per un totale di circa 30 effettivi. (Documentazione Biga).
2 Alcune testimonianze attribuiscono la perdita del lancio ad un non precisato sabotaggio.
3  La sera del 10 aprile, ad esempio, una decina di partigiani - tra i quali Cion, Mirko, Mancen (Massimo Gismondi), Carlo Siciliano - scesero, guidati da Curto, dal Colle di S. Bartolomeo sino alla prossimità di Pontedassio, celati sotto il tendone di un camion al volante del quale stava il partigiano Zò. Da lì, mentre il camion con a bordo il solo Curto compiva il percorso di fondovalle, essi raggiunsero Borgo d'Oneglia, passando per la collina, sino ad un deposito di viveri accaparrati da un grosso incettatore collaborazionista. Nella notte il camion veniva caricato dei viveri sequestrati e ripartì per la zona partigiana - con gli uomini armati occultati sotto il tendone - attraversando in pieno giorno i blocchi germanici e fascisti (ai quali Curto esibì dei falsi documenti tedeschi) posti sulla statale n. 28 di Pontedassio, Chiusavecchia, Ponte dei Grassi, Tesio, fino al Bosco di Rezzo. (Documentazione Biga).
4 Cfr. volume I° pag. 181
5 Invero l'armamento del piccolo reparto, potenziato dal considerevole bottino, impressionò favorevolmente alcuni ufficiali delle formazioni Mauri - incontrati sulla via di ritorno - i quali inutilmente proposero ai sei di entrare a far parte del nascente schieramento "Autonomi".
6 Ci viene segnalato - tra le prime azioni di questo distaccamento - il disarmo compiuto da un solo partigiano (FOLGORE) di una postazione della R.S.I. a Santa Brigida (Andagna) e la cattura di 10 soldati di presidio. (Doc. Biga, testimonianza di Angelo Setti).

Giorgio Gimelli, Cronache militari della Resistenza in Liguria - Volume II, Istituto Storico della Resistenza in Liguria, 1969, pp. 237-240

La popolazione tutta, specie quella dei paesi non sulla costa, è loro [ai partigiani] favorevole, li ospita, li nasconde e li rifornisce, nonostante che in parecchi casi si siano impossessati di bestiame e di derrate alimentari.   
La loro attività è sempre quella di scendere dai monti nei paesi, rifornirsi di viveri e tabacco, incitare i renitenti a non presentarsi e a cercare di impossessarsi di armi e munizioni assalendo caserme dei distaccamenti della G.N.R. (carabinieri), nonchè di molestare persone ritenute simpatizzanti per il Regime Fascista Repubblicano.   
A volte hanno prelevato ostaggi, fra cui qualche sottufficiale dei carabinieri, che sono stati poi rilasciati.   
Le località della Provincia più battute sono quelle confinanti con la provincia di Cuneo, in quanto tali bande si spostano dall'una all'altra provincia. Campi di azione delle bande di ribelli sono più frequentemente la vallata di Cervo, Diano Arentino, Diano Marina, Diano Roncagli, Chiusavecchia, Bestagno, Molini di Triora, Nava e Case di Nava.
Ermanno Durante, Questore di Imperia, Relazione quindicinale sulla situazione..., 16 aprile 1944, Documento in Archivio Centrale dello Stato - Roma

In questi giorni, per ben due volte, nell'abitato di Diano Marina sono stati sparati da ribelli colpi di pistola contro ufficiali dell'esercito repubblicano in divisa, che transitavano isolatamente in bicicletta, senza conseguenze.  Il reparto antiribelli della Questura di Imperia frequentemente si porta nelle località ove viene segnalata la presenza di ribelli, che sistematicamente riescono a sfuggire alle ricerche. In tali operazioni viene però proceduto al fermo di renitenti, disertori e sfaccendati, i quali ultimi vengono proposti per il lavoro in Germania.
Non infrequentemente si addiviene ad uno scontro di colpi di arma da fuoco.   
E' stata sottoposta, con provvedimento dell'apposita commissione, all'ammonizione, per un biennio, una suora del locale Istituto Nostra Signora della Misericordia, la quale, sull'insegnamento che impartiva ai bambini ed alle bambine, teneva contegno niente affatto consono al momento attuale e nettamente contrario all'opera ricostruttiva del Governo Fascista Repubblicano e del suo Capo. Difatti, detta suora, fra l'altro, nella lettura del libro di testo, faceva saltare tutte le pagine riferentisi al Duce ed al Fascismo, proibiva ai bambini di portare emblemi fascisti e di salutare romanamente.
Ermanno Durante, Questore di Imperia, Relazione settimanale sulla situazione..., 24 aprile 1944, N. di Prot. 01384, Documento in Archivio Centrale dello Stato - Roma 

mercoledì 28 giugno 2023

All'alba del 10 di agosto 1944 i tedeschi chiudono la sacca addentrandosi nel centro del territorio

La zona del Col di Nava. Foto: Mauro Marchiani

Alle tre del mattino del 2 agosto 1944 la cresta della montagna che si estende dal Pizzo d'Evigno al Pizzo della Ceresa, ancora in ombra, emerge netta sullo sfondo del cielo chiaro e stellato.
Ad un tratto, un bisbiglio di pronuncia straniera giunge all'orecchio di Albino Biga della banda di Roncagli, accovacciato in un cumulo di fieno nei prati di "Scornabò".
Alzata la testa ancora piena di sonno e volto lo sguardo verso la cresta, ad una ventina di metri scorge le ombre di una lunga fila di uomini sagomate contro il cielo, che gesticolano verso il fondo valle. I Tedeschi, pensa. Ma no! Non può essere, altrimenti i partigiani accampati ai "Fussai" lo saprebbero.
Il S.I.M. li avrebbe informati di un probabile rastrellamento. Saranno i disertori polacchi unitisi ai partigiani, che stanno per trasferirsi in Valle Arroscia. Infatti, il giorno precedente gli uomini di "Mancen" [n.d.r.: Giuseppe Gismondi, pochi mesi dopo comandante della I^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Silvano Belgrano" della Divisione d'Assalto Garibaldi "Silvio Bonfante"] a Borello, a Borganzo, a Roncagli, ad Arentino, ed a Evigno, avevano preso in prestito dai contadini una trentina di muli per il trasporto degli equipaggiamento.
Albino, che nella penombra osserva ancora, ad un tratto intuisce che le ombre sono veramente soldati tedeschi che stanno per iniziare il rastrellamento.
Con movimenti impercettibili riesce a raggiungere l'oscurità del bosco sottostante. Scivola rapido tra gli sterpi ed i cespugli di un ruscello, si avvicina, giù in basso, al casone dei "Fussai" dove sono accampati e dormono i partigiani della "Volantina"; della presenza tedesca avvisa la sentinella che attizza il fuoco sotto la marmitta del caffè e che, disgraziatamente non crede alla notizia, poi scende rapidamente le scogliere del "Negaesso" e si rifugia in inaccessibili tane insieme ad alcuni compagni. Altri contadini che, in piena fienagione, stavano dormendo per i prati, sono protagonisti dello stesso episodio, tra cui la ragazza Lucia Ardissone che, dopo una corsa di qualche chilometro per la montagna, riesce a mettere in allarme una decina di giovani di Roncagli che stavano riposando in una baita in località "Pian della Chiesa". Appena vi giunge, tutta la vallata già rimbomba di scoppi di bombe a mano, colpi di fucile, raffiche di mitragliatrici.
I soldati tedeschi giunti nella notte dalla Valle Impero, dalla Valle di Andora, dalla Valle Steria, dal Passo della Colla, dal Monte Ceresa, dal Colle del Lago e dal Monte delle Chiappe, scendono a valle. Alle sette del mattino i borghi di Evigno, Arentino, Roncagli e Borganzo vengono investiti e saccheggiati. Con qualche masserizia e col bestiame, gli abitanti fuggono disperati per tentare di nascondersi nei rifugi della campagna. Intanto i grandi stormi di fortezze volanti americane attraversano il cielo, lasciando lunghe strisce bianche. Il rumore assordante prodotto dai motori degli aerei fa vibrare il terreno, in modo insopportabile si ripercuote nelle tane costruite nelle fasce ulivate.
Ogni cespuglio del torrente Evigno viene battuto da raffiche di mitra e bombe a mano. Chi vi si trova nascosto prova momenti di indescrivibile terrore.
L'attacco del 2 agosto 1944 alla “Volantina” nella valle di Diano Marina, con il rastrellamento tra il Merula e l'Impero, e la marcia della colonna nazifascista, che pervenuta da Garessio si arresta ad Ormea, vanno intese come operazioni preliminari al vasto rastrellamento vero e proprio. Il piano del Comando tedesco prevedeva azioni su un territorio molto ampio. Infatti i contingenti militari partirono da direzioni notevolmente distanti l'una dall'altra: Garessio-Ormea, Albenga, colle San Bartolomeo. Sono toccate ben tre province (Cuneo, Savona, Imperia) e due regioni (Piemonte e Liguria).
L'obiettivo è importante ma, nell'agosto, il fine si presenta più limitato rispetto al precedente mese di luglio, risultando ormai ben difficile l'eliminazione totale dei garibaldini della I^ Zona Liguria.
Perciò il grande schieramento di forze è rivolto ad ottenere il controllo di alcune vie di comunicazione.
I tedeschi, dopo aver operato le marce di spostamento ed essersi assicurati il controllo della Statale n. 28 per il tratto che va dal litorale al Colle San Bartolomeo, iniziano il giorno 9 o il 10 (a seconda della provenienza delle diverse colonne) le operazioni di rastrellamento.
L'epicentro dell'azione è Caprauna, paesello ubicato nel cuore del territorio da accerchiare su cui convergono da ogni direzione, a raggiera, numerose vie di comunicazione; ma il primo obbiettivo nazista è l'occupazione di Pieve di Teco.
Su questa località si dirigono le tre principali colonne accerchianti.
La prima parte da Ormea, dove era giunta per mezzo di un treno che era stato attaccato dai partigiani appostati sulla riva destra del Tanaro (nel corso dell'operazione erano state divelte in parte le rotaie della strada ferrata, ma le carrozze non si erano rovesciate); da Ormea si avvia per la statale a Case di Nava e scende a Pieve di Teco.
La seconda proviene da Albenga, percorre la carrozzabile, ed a sua volta si ramifica in due colonne: una raggiunge Nasino, Alto e punta su Caprauna; l'altra prosegue lungo la strada per Borghetto di Arroscia e si inoltra a Pieve di Teco.
La terza infine, proveniente dal litorale, parte da colle San Bartolomeo e procede lentamente e in maniera molta guardinga per il timore di imboscate lungo la Statale n. 28 fino a Pieve di Teco e, verso mezzogiorno, entra nel paese, malgrado la resistenza opposta dal distaccamento di “Orano” presso villa Baraucola. Durante il percorso il grosso della truppa è preceduto da pattuglia di avanguardia che, passando, provocano vasti incendi che sprigionano alte colonne di fumo. Il comando tedesco ha ormai racchiuso il territorio della I Brigata in una grande sacca e si appresta a sferrare l'attacco decisivo per eliminare i partigiani circondati.
Il comando garibaldino, però, essendo già stato informato dal giorno 5 del prospettato rastrellamento nazista, pur senza conoscerne la data esatta, aveva provveduto ad avvertire le formazioni dipendenti del pericolo, prendendo misure di immediata difesa, sicché era venuto a mancare ai tedeschi il vantaggio del fattore sorpresa. La sede del comando della I^ Brigata, con perfetta scelta di tempo, dopo l'occultamento del materiale e dei documenti delle formazione, si era trasferita da Pieve di Teco a Moano (Frazione di Pieve di Teco in Valle dei Fanchi). Anche l'ospedale civile era stato evacuato, con la messa in salvo dei partigiani malati. La “Matteotti”, che da Lovegno seguiva i movimenti dei Tedeschi, invia staffette per avvisare le altri formazioni del pericolo imminente.
Nella notte tra il 9 e il 10 di agosto Silvio Bonfante (Cion) attacca i tedeschi a Pieve di Teco; poi si sposta verso Madonna della Neve dove poco tempo prima si era portato “Pantera” [n.d.r.: Luigi Massabò, in seguito vice comandante della Divisione d'Assalto Garibaldi "Silvio Bonfante"] con i suoi uomini e, sulla dominante vetta del Frascianello, aveva trovato la Matteotti. “Pantera” prima dell'arrivo di “Cion”, aveva rivelato alla “Matteotti” i suoi propositi di forzare l'accerchiamento nemico per cercare la salvezza nel bosco di Rezzo, ed a tal proposito aveva chiesto l'autorizzazione del Comando, ma gli era giunto l'ordine di non muoversi, di restare a presidio del luogo e di mandare pattuglie di sorveglianza alla carrozzabile Pieve di Teco-Moano [Frazione di Pieve di Teco (IM)]. Non si sa se l'ordine fosse impartito senza un'esatta cognizione della vastità del rastrellamento o se si intendesse effettuare l'attacco in un unico punto dell'accerchiamento nemico, dal quale passare tutti insieme dopo aver evitato dispersione di forze, maggiori rischi e perdite di vite umane. Successivamente per mezzo di staffette “Cion” ordina a tutti i distaccamenti di portarsi immediatamente verso Case di Nava. 
Oltre al Comando della I^ Brigata ed ai distaccamenti “Volantina” e “Matteotti”, si trovano nella zona le formazioni comandate da “Pantera”, “Orano”, “Renzo” [Renzo Merlino], “Vittorio”, “Battaglia” e “Domatore” [Domenico Trincheri]. All'alba del 10 di agosto 1944 i tedeschi chiudono la sacca addentrandosi nel centro del territorio.
La colonna nazista dell'Alta Val Tanaro scende in direzione quasi parallela alla statale; altre due, partite da un unico punto dalla medesima strada equidistante da Ormea e da Case di Nava, si inoltrano anch'esse verso sud, nel cuore del territorio della I^ Brigata; una colonna da Armo punta a nord; una da Ranzo tende a Gavenola [n.d.r.: Frazione di Borghetto d'Arroscia (IM)]; un'altra ancora da Pieve di Teco oltrepassa Lovegno [Frazione di Pieve di Teco (IM)]; ed infine una da Vessalico punta su Lenzari [Vessalico (IM)] e si avvia a Madonna della Neve. Nel pomeriggio del 10 vi fu tutto un dilagare di Tedeschi, in ogni direzione, in ogni paese e frazione e anche presso case sparse e sulle mulattiere.
I luoghi, che poche ore prima erano stati le sedi dei garibaldini, ora sono investiti dall'ondata nemica.
I partigiani per vie dirupate e sentieri da capre, attraverso boschi e crinali, devono operare complicate deviazioni per sganciarsi dal nemico. “Cion” da Madonna della Neve giunse a Case di Nava [Pornassio (IM)] con altri distaccamenti, attaccò decisamente i Tedeschi di presidio (circa una trentina), li disperse e riuscì in tal modo ad aprire un varco nell'accerchiamento.
La “Matteotti”, invece, dopo una lunga marcia, riuscirà ad oltrepassare il Tanaro presso Eca Nasagò.
Ma non tutte le formazioni fanno in tempo a sganciarsi: quella di “Battaglia” resta ferma, o quasi, tra Gavenola e Leverone [Frazione di Borghetto d'Arroscia (IM)], mentre quella di “Renzo” si occulta nei boschi dell'alta Val Pennavaira.
Il giorno seguente, 11 agosto, prosegue ancora il rastrellamento, ma poi verso sera si estingue. Le perdite garibaldine non sono lievi: alcuni partigiani sono stati catturati ed uccisi, tra cui il comandante Giuseppe Arrigo (Orano).
I tedeschi non hanno conseguito risultati di grande rilievo. Hanno commesso gravi errori nel corso dell'operazione. Primo fra tutti, l'aver rinforzato eccessivamente le colonne rastrellanti a scapito di quelle d'accerchiamento. Altri gravi errori sono stati lo sgombero notturno di paesi e passi e l'aver presidiato tutti i ponti sul Tanaro il giorno 11, anziché il 10. La disposizione del presidio di Case di Nava ed il passaggio della “Matteotti” attraverso il ponte sul Tanaro rivelano infatti l'imperfetta riuscita dell'accerchiamento e la precarietà della sorveglianza notturna.
Il vantaggio ottenuto è il controllo della Statale n. 28, d'altronde quasi impraticabile per i ponti distrutti dai partigiani. Questi, infatti, per la ragione opposta che ha spinto i tedeschi alle azioni militari per il controllo delle vie di comunicazione, proseguono la battaglia dei ponti per impedire il libero transito ai nazifascisti. L'opera di ricostruzione o riparazione, lunga e non agevole, sarà continuamente ostacolata e ritardata dal sabotaggio dei partigiani. Dal resto, ormai la Resistenza è diventata esperta nella guerriglia e sa parare ogni colpo, affrontare ogni mezzo nemico, sfuggire un attimo prima, passare un attimo dopo il passaggio del nemico. I distaccamenti possono frazionarsi in squadre e nuclei ed in singoli uomini e, in seguito, ricostituirsi in breve tempo, come per magia.
Il partigiano, ora, sa occultare il materiale, salvandolo dalla furia dei nazifascisti, prevedere l'immediato futuro, dosarsi le forze per tutte le stragrandi difficoltà dei momenti peggiori. Egli sa tendere ad un luogo di salvezza valutando gli eventuali pericoli che potrà incontrare lungo la via, sa vegliare tutta la notte, digiunare a lungo e camminare senza posa, riposarsi due ore per riprendere il cammino; conosce la necessità del sangue freddo nelle occasioni più difficili e pericolose, sceglie il momento adatto per rispondere al fuoco dalla posizione migliore; è più veloce, agile e spedito dei tedeschi incolonnati e timorosi dell'agguato, carichi d'armamento pesante, guidati dalle carte, ma ignari dei sentieri, delle curve, della presenza partigiana. I patrioti procedono per luoghi impervi, informati dalla gente della presenza o vicinanza nemica o del viottolo che offre salvezza.
Immancabilmente, poco tempo dopo ogni grande battaglia o rastrellamento, le formazioni garibaldine ritornano nella zona occasionalmente abbandonata.
Gino Glorio (Magnesia), Alpi Marittime 1943/45. Diario di un partigiano - I parte, Genova, Nuova Editrice Genovese, 1979

lunedì 19 giugno 2023

Quando i partigiani sono ormai fuori tiro, il nemico si libera degli ostaggi ormai inutili

Testico (SV). Fonte: Mapio.net

Mentre oltre la "28" si attendeva il lancio, verso il mare la vita continuava normale. Se a nord della Val Lerrone la zona pareva priva di partigiani ed i Comandi brigata con gli uomini rimasti continuavano la vita clandestina, nella Val d'Andora il Comando brigata era tornato all'aperto e si era installato a San Gregorio, dove arrivavano staffette e borghesi. L'avere di nuovo un punto di riferimento, un Comando di brigata efficiente, rialzava il morale di tutti, facilitava la ripresa. Pur essendo rimasti in pochi in attesa di quei del lancio, la fiducia che tra poco sarebbero stati più forti ricreava nella Val d'Andora un ambiente che da mesi era scomparso. Anche nei contadini, nei civili la fiducia tornava ed i partigiani erano di nuovo chiamati patrioti.
La polizia della I Brigata non si limitava a compiti militari: un vecchio con un sacco di maglioni e pantaloni bagnati venne arrestato ed interrogato. Affermò di essere caduto in acqua nella zona del Pizzo d'Evigno, mentre in tutta quella zona non c'era che una misera fontanella. Affermò di conoscere "Mancen" [n.d.r.: Giuseppe Gismondi, comandante della I^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Silvano Belgrano" della VI^ Divisione "Silvio Bonfante"], ma non lo riconobbe mentre era proprio interrogato da lui. "Mancen" lo ritenne colpevole e, prima di partire per la zona del lancio, lasciò l'ordine di fucilarlo. "Federico" [Federico Sibilla, commissario della I^ Brigata] fece condurre il prigioniero a Stellanello e lo lasciò legato sulla piazza con la refurtiva ai piedi: se qualcuno avesse riconosciuto come sua la roba l'avrebbe potuta ritirare e noi avremmo fucilato il vecchio come ladro. Nessuno, nemmeno dopo qualche giorno, si presentò a rivendicare il suo. Invitammo i parroci dei paesi vicini ad avvertire i fedeli: nemmeno così ottenemmo nulla; allora il vecchio venne liberato e gli indumenti distribuiti ai partigiani. Il furto era stato consumato a Degna dove gli indumenti, lavati, erano stesi ad asciugare. Solo per caso ne venni informato ed avvertii io gli interessati che il ladro era stato trovato e ormai rilasciato. Qualche maglione lo restituii io, per gli altri i borghesi preferirono rinunciare piuttosto che sobbarcarsi qualche ora di marcia fino a San Gregorio. L'opinione pubblica cominciò a poco a poco a considerarci non più come esseri braccati e fuggiaschi, ma come una realtà organizzata ed efficiente.
Il Comando della Bonfante rientrò a Poggiobottaro il 9 aprile 1945. le varie squadre raggiunsero le rispettive bande portando il prezioso materiale del lancio e la notizia del pieno successo.
Il morale migliorò ancora; se il Comando divisionale continuava la tattica clandestina, facendo anzi costruire a Poggiobottaro un rifugio sotterraneo per la missione alleata e gli apparecchi radio trasmittenti, il cui arrivo si annunciava imminente, le bande invece ritornavano quasi ovunque  al vecchio inquadramento estivo. Venivano ripresi i pattugliamenti ed i servizi di guardia, le squadre tornavano a riunirsi, le nuove reclute continuavano ad affluire, si riprendeva la tattica dell'offensiva ad oltranza.
Col miglioramento del morale i partigiani acquistavano una maggior sicurezza, le montagne a poco a poco tornavano verdi.
"Vedi quei cespugli, quelle foglie che spuntano" mi diceva Mala una sera a Ranzo, "quella è per me la miglior propaganda. Non sono le notizie radio o le avanzate americane ad alzarmi il morale, è la primavera, sono le foglie che non tradiscono mai".
Ed infatti arbusti e cespugli offrivano mille rifugi lungo mulattiere e sentieri; le staffette tornavano a circolare, sicure che vaste zone interne erano di nuovo sotto il nostro controllo. Non è ormai lontano il giorno in cui, bloccati gli accessi delle principali vallate, appoggiate le bande l'una all'altra potremo avere uno schieramento organico come ai tempi di Rezzo e Piaggia senza la tensione e la precarietà degli schieramenti realizzati per difendere i lanci. L'intenzione di attaccare le colonne nemiche che si avventurassero nella nostra zona torna a manifestarsi. Operando congiuntamente con varie bande avremmo potuto infliggere al nemico duri colpi, obbligarlo per l'avvenire a rinunciare alle puntate per noi micidiali, obbligarlo a tornare ad operare con colonne numerose e pesantemente armate che, operando sulle carrozzabili, mancavano del fattore sorpresa e e potevano minacciarci solo saltuariamente.
Le maggiori cure del Comando divisionale vennero rivolte alla I Brigata mentre le altre subivano un rimaneggiamento dei quadri, entrando cosi in una nuova crisi di assestamento.
La I con le cinque bande schierate nella Val d'Andora era destinata ad un compito di primo piano essendo la più vicina alla costa. Il morale più alto, l'armamento ed il comando migliore facevano inoltre sperare al comando divisionale di avere un valido appoggio nel caso che il nemico attaccasse Poggiobottaro.
Dopo il lancio le bande della I estesero la zona occupata includendovi le valli di Cervo e di Diano. Il plastico esplosivo avuto col lancio venne provato da "Stalin" [n.d.r.: Franco Bianchi, comandante del Distaccamento "Giovanni Garbagnati" della I^ Brigata] sul ponte di Chiappa la cui distruzione avrebbe reso più lento un eventuale attacco nemico.
Il 10 aprile due partigiani in missione a S. Bartolomeo del Cervo affrontano due tedeschi in una abitazione privata nel tentativo di disarmarli. Il sopraggiungere di rinforzi obbliga i due garibaldini alla fuga; per potersi sganciare fanno fuoco sul nemico ferendo un tedesco ed uccidendo l'altro. Otto ostaggi borghesi catturati poco dopo vengono fucilati per rappresaglia. Un tentativo partigiano di liberare i prigionieri viene impedito dalla popolazione che teme nuove ritorsioni. Il giorno dopo il nemico passa al contrattacco: colonne tedesche salgono dal mare verso Tovo e Villa Faraldi. I partigiani del "Garbagnati", che erano attestati alle Fontanelle sopra Villa Faraldi, ripiegano in cresta apprestandosi a sostenere l'urto avversario.
I tedeschi da Villa puntano sulle Fontanelle, incendiano il casone, poi avanzano verso la cima venendo a trovarsi sotto il fuoco intenso dei nostri. La lotta è accanita e lunga: i tedeschi dal basso devono avanzare allo scoperto, in salita. I primi tentativi costano loro perdite sanguinose, poi fanno entrare in azione i mortai. I colpi cadono ritmici sulla cresta e sull'altro versante, il "Garbagnati" sotto la nuova minaccia ripiega.
Dalla Valle d'Andora frattanto il "Piacentini" [altro distaccamento della I^ Brigata] è partito in aiuto ai compagni. Non era conforme alle tradizioni della guerriglia accorrere dove il nemico attaccava, pure dopo tanti mesi una banda si è mossa in direzione degli spari: "Simon" [n.d.r.. Carlo Farini, già ispettore della I^ Zona Operativa Liguria, alla data corrente aveva già assunto un incarico clandestino regionale] ne sarebbe stato contento.
La manovra non è coordinata e pertanto è destinata all'insuccesso: i tedeschi ormai occupano la cresta, il "Garbagnati" ripiega per un'altra via e non incontra i rinforzi che salgono.
Le nuove reclute partigiane hanno il battesimo del fuoco in condizioni di assoluta inferiorità e devono sganciarsi rapidamente. Poco dopo anche i tedeschi ripiegano.
Da parte nostra uno solo manca all'appello: Antonio, il tedesco che era nel "Garbagnati". Diamo poca importanza alla cosa che invece avrà dopo pochi giorni conseguenze tragiche. Ignoriamo l'ammontare delle perdite nemiche.
Lo scontro del giorno 11 ha dato ai partigiani la misura della loro forza. Siamo ormai effettivamente forti abbastanza per poter affrontare e bloccare per qualche tempo il nemico sul nostro terreno.
Il morale migliora ancora dopo lo scontro, torna la fiducia ed il desiderio di misurarsi coi tedeschi anche in forti nuclei: potremo di nuovo contendere al nemico la terra che torna nostra.
Cacciato dalle Fontanelle bruciate, il "Garbagnati" si trasferisce a S. Damiano presso il M. Agnese di nuova formazione. Stalin persiste a non voler presidiare Tèstico, tranne questo punto però tutta la Val d'Andora è sotto il controllo partigiano cosicché anche il Comando divisionale si sposta a S. Gregorio assieme al Comando brigata. Giungendo dalla Val Lerrone o dal mare in Val d'Andora par di essere tornati ai tempi di Rezzo o di Piaggia.
Nelle altre vallate però il nemico mantiene ancora l'iniziativa. Il 13 una colonna fascista e tedesca piomba di notte a Ranzo e a Borghetto, preleva il segretario comunale sospetto di aver aiutato i ribelli e, dopo un rapido interrogatorio accompagnato da percosse, esasperati dai continui dinieghi, lo uccidomo gettando il suo corpo nel fiume.
La moglie dell'intendente Firminio, pur essa ricercata, riesce a stento a salvarsi.
Il 15 i tedeschi tentano un colpo che può riuscire grandioso: l'attacco alla sede del Comando Divisionale che la sera del 14 è rientrato a Poggiobottaro.
"Mario" [Carlo De Lucis, commissario della Divisione Bonfante], io ed uno del C.L.N. la notte tra il 14 ed il 15 dormiamo nel nuovo rifugio. Pensiamo che Tèstico è sempre sgombero e Poggiobottaro è fuori dalla zona controllata dalla I Brigata, gli altri, fiduciosi nella vicinanza delle bande di S. Damiano, si fermano in sede. A Ginestro il recapito staffette, che dopo il rastrellamento del 21 marzo, funziona saltuariamente ed è spesso assente, non è in grado di dare l'allarme.
Alle 8,30 del 15 aprile i tedeschi, occupata Ginestro, spingono colonne su Tèstico e Poggiobottaro. Raffiche di mitraglia improvvise e vicinissime destano "Giorgio" [n.d.r.: Giorgio Olivero, comandante della Divisione Bonfante] e "Pantera" [Luigi Massabò, comandante della Divisione Bonfante] che che sono ancora a letto. La sede del Comando è in una casa alla periferia del paese, in pochi istanti i due comandanti, seguiti da qualcuno del S.I.M., sono all'aperto, ma il nemico li scorge e fa fuoco su di loro. Correndo tra ulivi e cespugli, salvandosi con balzi improvvisi, "Giorgio" e "Livio" [Ugo Vitali, responsabile SIM della Divisione Bonfante] passano tra le pallottole nemiche. Pantera, ripetendo il gesto di Ginestro, cammina in piedi mormorando preghiere mentre la mitraglia nemica cerca inovano di colpire quel bersaglio visibilissimo.
Quando i nostri sono ormai fuori tiro i tedeschi, che già hanno preso ostaggi a Ginestro, catturano qualche uomo a Poggiobottaro, poi si spingono su Tèstico mitragliando la piazza della chiesa per impedire ai civili che stanno uscendo da Messa, di mettersi in salvo.
Occupato il paese fu visto Antonio, il tedesco, che era stato col "Garbagnati", guidare i compagni casa per casa facendo arrestare le famiglie che, per suo invito, avevano prestato aiuto ai partigiani malati e feriti. La caccia all'uomo è brevisima: i tedeschi temono la reazione partigiana.
"Tenete duro se vi attaccano" -  aveva promesso a "Giorgio" "Mancen" - "vi dò la mia parola che verrò con i miei uomini". "Giorgio" dalla cresta dove è appostato sente con emozione le raffiche di mitraglia di quelli della I Brigata, Mancen  non aveva promesso  invano.
Quando alla testa del "Garbagnati" "Mancen" entra correndo in Tèstico i tedeschi hanno già sgomberato il paese portandosi dietro una trentina di ostaggi. I garibaldini continuano l'inseguimento: il nemico pagherà cara l'incursione. Agganciati sulla via di Ginestro dalle mitraglie partigiane i tedeschi in ritirata si coprono con gli ostaggi. Nel trambusto un prigioniero riesce a fuggire, ma i tedeschi raggiungono il loro scopo: Mancen deve sospendere il fuoco permettendo ai tedeschi di ripiegare al sicuro verso Cesio.
Prima di lasciare la Val Lerrone, quando i partigiani sono ormai fuori tiro, il nemico si libera degli ostaggi ormai inutili: una lunga raffica di mitraglia ed i trenta civili cadono uno sull'altro fulminati venti metri sotto la strada mentre si avviavano verso casa.
Il colpo di Tèstico rivelò gli errori partigiani e la gravità della situazione nemica. Se da parte nostra senza perdite eravamo riusciti a porre in fuga per la prima volta dopo mesi un forte nucleo nemico penetrato nel nostro territorio, dobbiamo riconoscere che il massacro degli ostaggi, di quelli ostaggi, è imputabile, almeno indirettamente ai due errori di Stalin. Il primo era l'aver rifiutato di fucilare il disertore tedesco come era costume partigiano di fare, concedendogli anche la libertà di osservare e fuggire. Il secondo era stato il rifiuto di occupare Tèstico che aveva dato al nemico il tempo e la possibilità di conoscere e colpire quanti ci avevano appoggiato.
E' difficile però giudicare se Stalin avrebbe potuto resistere, tenere Tèstico per il tempo necessario all'arrivo dei rinforzi e se, nel caso avesse dovuto sgomberare il paese sotto l'attacco nemico, Tèstico sarebbe stato incendiato e distrutto. E' però ragionevole supporre che il "Garbagnati" avrebbe potuto tenere.
Quale era stato l'obiettivo dell'azione nemica? Sapevano i tedeschi che il Comando partigiano era a Poggiobottaro? Le notizie che ci aveva mandato il comandante delle Brigate Nere di Alassio ci portano ad escluderlo. Ad Alassio si sapeva che forti nuclei partigiani della Brigata "A. Viani" operavano in quel di Stellanello, che un altro gruppo comandato dal tubercolotico Boris unito a bande dell'ebreo Martinengo operava in quel di Alto. "A. Viani" era il nome della banda di Russo mentre "Boris" [Gustavo Berio, vice commissario della Bonfante], un giorno che aveva la tosse, aveva detto scherzando nella trattoria di Nasino che gli restavano pochi mesi di vita. Evidentemente qualcuno aveva udito e riferito. D'esistenza di un Comando importante a Poggiobottaro pareva quindi che il nemico non fosse informato. Era stato prudente basarsi su questa informazione isolata e regolare su tale fiducia la tattica del comando?
Gino Glorio (Magnesia), Alpi Marittime 1943-45. Diario di un partigiano - II parte, Nuova Editrice Genovese, 1980, pp. 232-239 

All’alba di domenica 15 aprile 1945 (la seconda dopo la Pasqua) due colonne tedesche muovono da Cesio e da Vellego verso il piccolo centro abitato di Ginestro, frazione di Testico, ove giungono alle sette del mattino per dare inizio al rastrellamento. I militari catturano una ventina di civili, uomini e donne sorpresi nelle loro case, e li legano con corde. Poi, proseguendo la marcia, uccidono senza apparente ragione un contadino al lavoro. Alle 8.00, arrivati nei pressi della chiesa, irrompono nell’edificio, catturano altre persone e pongono tutti gli ostaggi lungo un muro sotto la sorveglianza di un soldato. Il resto della truppa, in parte, prosegue con il rastrellamento che porterà alla cattura di altri ostaggi; in parte si dirige verso Poggio Bottaro. Intorno alle 9.00 un gruppo di partigiani, dalla vicina frazione di Santa Maria di Stellanello, spara sui tedeschi permettendo a 3 degli ostaggi di fuggire. In risposta, i tedeschi tornano verso la chiesa, si appostano presso l'osteria del paese e catturano altri 3 contadini di Torria. Infine, la colonna riparte con i prigionieri al seguito. Durante la marcia, si arresta presso la frazione Zerbini per catturare altri ostaggi. L'ultima tappa è Costa Binella ove avviene la selezione dei progionieri. Vengono rilasciati 3 giovani di Ginestro, 4 donne e 4 ragazze. Queste ultime verranno poi condotte al carcere di Imperia, sottoposte a interrogatori e paestaggi e rilasciate almeno una dozzina di giorni dopo. Restano in mano ai tedeschi 27 persone: 25 uomini e 2 donne che vengono separate dagli altri prigionieri, seviziate e uccise a colpi di baionetta. I 25 uomini, legati 2 a 2 col fil di ferro, sono falciati a colpi di mitragliatrice. Dopo il massacro, i corpi risultano irriconoscibili. Nel pomeriggio della domenica e nel giorno successivo, quando i compaesani raggiungono Costa Binella per cercare di identificare le vittime, per riconoscerle devono ricorrere al loro abbigliamento (Armando Zerbone e Leonardo Arduino ricordano di aver riconosciuto i rispettivi padri “solo dalle scarpe”).
Chiara Dogliotti e Giosiana Carrara, Episodio di Testico 15.04.1945, Atlante delle Stragi Naziste e Fasciste in Italia

sabato 18 febbraio 2023

Il reparto speciale antiribelli della Questura si sposta frequentemente

Dintorni di Triora (IM). Foto: Eleonora Maini

A maggio 1944 i distaccamenti partigiani dipendenti da Nino Curto Siccardi ammontavano a sei, considerando anche il gruppo di Mirko (Angelo Setti, in seguito vice comandante della IV^ Brigata "Elsio Guarrini" della II^ Divisione "Felice Cascione").
Nel medesimo periodo i tedeschi emanarono un ultimatum diretto ai "ribelli" che agivano in montagna. Un titolo eloquente: "Si tratta dell'ultima occasione". Pervenne ai patrioti sotto forma di volantini lanciati da alcuni aerei.
Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell’Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945) - Tomo I, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998-1999
 
Nei primi giorni del maggio 1944 esce il bando fascista contraddistinto dalla frase "È L'ULTIMA OCCASIONE", col quale ancora una volta si intima ai militari di presentarsi, e ai partigiani di deporre le armi, pena la morte, fissando il 24 maggio 1945 come termine di scadenza per la presentazione stessa.
Vittò [Ivano/Vitò, Giuseppe Vittorio Guglielmo], Erven [Bruno Luppi], Tento [Francesco Tento, già sergente maggiore dei reparti repubblichini G.A.F. (Guardia Armata alla Frontiera)] e Marco [Candido Queirolo] fanno affiggere alcuni esemplari del manifesto nei pressi delle baite che servono da alloggiamento, perché tutti i partigianipossano liberamente scegliere se andare o stare.
Nessuno va; anzi, ogni giorno arrivano nuove reclute.
Giovanni Strato, Storia della Resistenza Imperiese (I^ zona Liguria) - Vol. I. La Resistenza nella provincia di Imperia dalle origini a metà giugno 1944, Editrice Liguria, Savona, 1976, ristampa del 2005 a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia

Nella settimana testè decorsa l'attività dei ribelli nel territorio di questa provincia è stata particolarmente intensa.
Il 9 corrente, in ora imprecisata, in località campestre prossima alla frazione S. Lazzaro del Comune di Chiusavecchia, ignoti tagliavano il filo della linea telefonica militare tedesca, interrompendo le comunicazioni, a scopo di sabotaggio.
In ora imprecisata del 12, ignoti, in territorio del Comune di Mendatica, a scopo di sabotaggio, hanno tagliato i fili della linea telefonica militare tedesca, interrompendo le comunicazioni.
Nel territorio sovrastante Oneglia si sono pure verificati tagli di fili della rete telefonica militare germanica.
L'autorità militare tedesca ha richiesto degli ostaggi per la vigilanza delle linee telefoniche nelle località ove si sono verificati i suddetti atti di sabotaggio.
Un buon numero di ribelli armati si è portato nel bosco "Bugliena" in frazione di Buggio di proprietà del Comune di Pigna, e nel bosco "Colletta Manaira" in territorio del Comune di Castelvittorio, entrambi in via di utilizzazione.
I ribelli hanno imposto agli operai di sospendere immediatamente i lavori, avvertendoli che qualora si fossero presentati nel bosco sarebbero stati fucilati.
Alcuni operai furono incaricati di diffidare il proprietario a continuare il taglio, minacciando di incendiare i boschi e distruggere la teleferica.
Tale episodio ha prodotto la sospensione dei lavori di taglio e quindi la diminuzione della produzione di legna e carbone per i bisogni della popolazione civile.
Se tali episodi dovessero ripetersi ci si troverebbe nella impossibilità di mantenere la produzione con il ritmo regolare adeguato ai bisogni della provincia.
Tre sconosciuti disarmati, qualificatisi "patrioti", sono entrati nella scuola elementare di Pieve di Teco e hanno asportato due cartelli dell'alfabeto con le parole "bandiera", "fascio" ed il quadretto del martire maltese Carmelo Borgo PISANI.
Pure a Pieve di Teco, cinque così detti "patrioti" asportavano, con la minaccia delle armi, l'apparecchio radio della scuola.
Nella frazione Montegrosso del Comune di Mendatica, alcuni ribelli hanno asportato con violenza la bandiera della scuola, nonostante l'opposizione dell'insegnante.
Nella notte sul 12 corrente, nel Comune di Triora, tre sbandati costringevano, sotto la minaccia delle armi, l'esercente della rivendita generi di monopolio Caprile Leonardo a consegnare loro tabacchi e cerini per l'importo di £. 1275, da essi rimborsato.
Il 14 corrente, verso le ore 23, in Cervo S. Bartolomeo, quattro ribelli armati di moschetto, pistola, pugale e bombe a mano, si presentavano nell'abitazione del capitano marittimo Calo Attilio di anni 62, assente, e procedevano ad una perquisizione, asportando preziosi, danaro, buoni del tesoro ed oggetti vari, arrecando un danno di lire 100.000 circa.
Il 10 corr. in regione "Colle Manaira" tra "Carmo Langan" e "Palazzo Maggiore" 15 ribelli armati fermavano alcuni boscaiuoli, strappando i documenti che portavano addosso. Di poi si presentavano nell'abitato della frazione di Buggio, prelevando 6 giovani. Tale fatto suscitava vivo allarme in quella popolazione, la quale è costretta a subire la violenza dei ribelli ed a favorirli, in quanto non si sente tutelata dalle forze legali, che o non sono presenti o arrivano sul posto troppo tardi e quando i ribelli hanno abbandonato la zona.
Il 15 corrente, in località "Chiappe" [Chiappa] del Comune di Cervo S.Bartolomeo, otto ribelli armati prelevavano, con violenza, nella propra abitazione, il contadino CASALINI Stefano, fascista, il cui cadavere veniva poi rinvenuto - ucciso con colpi d'arma da fuoco - successivamente in contrada campestre del Comune di Andora (Savona).
Viene segnalato che gruppi di ribelli dai baraccamenti di "Cima Marta" e "Monte Grande" si sono spostati verso "Bregalla" e "Cetta", occupando case dei contadini della zona. Tali gruppi sarebbero comandati da un ex sergente maggiore, certo ZENTA Pietro [n.d.r.: Pietro Tento], già appartenente alla G.A.F. del sottosettore di Triora.
I capi delle bande di ribelli di questa Provincia, ex tenente colonnello VANNI (ora autopromossosi generale) ed il tenente colonnello di artiglieria CALORETTI, già comandante il gruppo di Molini di Triora, si sarebbero recati nel Cuneense.
E' stato segnalato che una forte banda di ribelli armati ed inquadrati, in uniforme grigio-verde dell'ex-esercito, ha sostato nel territorio di Pornassio, proveniente dal comune di Alba (Cuneo), dirigendosi poi verso la frazione di Nava del comune di Pornassio. Si apprende che tale banda sia stata rifornita di armi e munizioni la notte sul 12 corr. da aerei nemici, e che altre bande di eguale forza, provenienti pure da Alba (Cuneo) si sarebbero dirette contemporaneamente nella zona di "Monte Melogno" del comune di Calizzano (Savona).
Da qualche giorno nella zona sita tra il Colle S.Bartolomeo (comune di Borgomaro) ed il colle di S. Bernardo (comune di Rezzo) viene notata la presenza di più nuclei di ribelli, costituiti ciascuno di 20 uomini circa, i quali, per il momento, si mantengono lontani dagli abitati.
Fonte sicura segnala che preponderanti forze di ribelli, suddivise in bande di 30 uomini ciascuna, trovansi distaccate nella zona campestre tra Pigna, Cima Marta, Colle Ardente, Monte Saccarello - Molini di Triora. Il loro numero sarebbe di circa 2000. Sono armati di armi automatiche (mitragliatrici e fucili mitragliatori), di mortai da 45 e da 81, di mitra, di moschetti e di bombe a mano.
La dotazione di ogni banda sarebbe di una mitragliatrice con 1000 colpi, di due mortai da 45, con circa 50 granate e di un fucile mitragliatore con circa 1000 colpi. La dotazione individuale sarebbe di un fucile o moschetto con 5 o 6 caricatori e di tre bombe a mano.
In località Goina, in valle del Capriolo, frazione di Triora, si troverebbe una banda comandata da 3 ex ufficiali, che presidia le località di Verdeggia, Carneli e Realdi [Realdo].
Da qualche giorno gruppi di ribelli si sono portati oltre Buggio ed il bosco di "Bugliena", incitando anche i giovani ad arruolarsi tra i partigiani. Risulta che un ex tenente, certo LOLLI [Giuseppe Longo], tiene il collegamento tra le bande suddette con quelle di Nava.
Il reparto speciale antiribelli della Questura si sposta frequentemente ovunque venga segnalata la presenza di ribelli.
Nella decorsa settimana si è portato in territorio dei comuni di Chiusavecchia e di Borgomaro, prelevando alcuni ostaggi e procedendo al fermo di renitenti.
Continua l'assunzione del personale ausiliario agenti, laddove alcuni ausiliari dimostratisi inidonei, specie per motivi disciplinari, sono stati licenziati.
L'addestramento tecnico e professionale del personale ausiliario procede con ritmo accelerato mediante lezioni giornaliere impartite da Funzionari di polizia.
Fervono tuttora le indagini per la scoperta degli assassini del parroco di Castelvittorio, già segnalato con la precedente relazione.
La situazione economica della provincia è stazionaria.
Circa la situazione del personale Funzionari di polizia si fa presente che è stato testè disposto il trasferimento del Commissario Agg. VERRUSIO Roberto da questa provincia a Vicenza, senza sostituzione.
Data la nota deficienza di personale effettivo in questa Provincia, si prega di voler provvedere, con l'urgenza che il caso richiede, alla sostituzione del Verrusio ad Imperia con altro Funzionario effettivo, facendo presente che alla Questura del Capoluogo prestano attualmente servizio soltanto tre funzionari effettivi, il cui numero è assolutamente insufficiente alle esigenze dei vari servizi di polizia, nelle attuali contingenze, specie se si considera la necessità, non infrequente, di dover inviare in altre località della Provincia funzionari per accertamenti ed inchieste di carattere politico.
Ermanno Durante, Questore di Imperia, Relazione settimanale sulla situazione economica e politica della Provincia di Imperia, Al Capo della Polizia - Maderno, 15 maggio 1944 - XXII. Documento "MI DGPS DAGR RSI 1943-45 busta n° 4" dell'Archivio Centrale dello Stato di Roma

lunedì 5 luglio 2021

Il Marinaio Rinaldo Delbecchi morì fucilato dai Tedeschi a Nava all'età di 26 anni

La zona Ponte di Nava, nel comune di Ormea (CN) - Fonte: Mapio.net

Intanto i Tedeschi, che si preparavano a schiacciare in Piemonte la I e la V brigata, accortisi del deflusso degli uomini verso la Liguria, anticipando i piani strategici, attaccano il 12 di novembre [1944] nella valle Ellero.
Le prime forze impegnate sono i partigiani badogliani delle brigate "Mauri", a cui i garibaldini della Cascione si erano collegati.  
Furono queste le iniziali avvisaglie di un gigantesco rastrellamento che, come vedremo, doveva terminare il 20 di dicembre con la conseguente distruzione, pressoché totale, delle formazioni badogliane nel basso Piemonte.
Le formazioni avevano resistito validamente all'urto, ma il giorno successivo i nazifascisti riuscivano ad occupare parte della valle Ellero con lo scopo di ottenere il controllo della strada Mondovì-Cuneo.
I badogliani sgomberano definitivamente la valle il 12 ritirandosi in val Corsaglia (11), mentre tutte le formazioni garibaldine si pongono in stato d'allarme.
Durante la notte e il mattino seguente forze fasciste si spingono fino a Frabosa Sottana, ma un contrattacco le costringe a ripiegare sulle posizioni di partenza. Sul limite del versante ligure pattuglie tedesche, già spintesi da Garessio fino a Ponte di Nava, avevano tentato di intercettare il 10 di novembre le formazioni garibaldine in movimento.
Il distaccamento d'assalto "G. Garbagnati" con alla testa «Mancen», comandante della I brigata, lascia Fontane di Frabosa alle 7,30 del 13, ma a Pornassio il trasferimento viene funestato dallo scoppio accidentale di una bomba a mano greca custodita nello zaino del viceresponsabile S.I.M. "Rinaldo" (12) che ferisce in modo grave e uccide il garibaldino austriaco Franz Mottl (Carlo), nato a Vienna il 20-10-1917, capace armaiolo, venuto in banda da Diano quando "Cion" [Silvio Bonfante] il 10 luglio l944 aveva attaccato le caserme locali.
[NOTE]
(11) Da relazione del S.I.M. di brigata al Comando II divisione F. Cascione (prot. N 174, 12/11/1944): Informatori comunicano che formazioni nazifasciste hanno attaccato le posizioni dei patriotti di Martello (Valle Ellero). Il combattimento è proseguito per tutta la notte e sembra continui nella mattinata. Operazioni di rastrellamento sono state compiute ieri a Mondovì, dove molti sono i mezzi meccanici colà accentrati. Sembra che i nazifascisti abbiano intenzione di eseguire un rastrellamento in grande stile (nota del red.: questi attacchi furono l'inizio del grande rastrellamento di Fontane descritto da Gino Glorio (Magnesia), nel capitolo che segue).
(12) Ferito il 13 novembre 1944 a Pian Soprano (Ponti di Pornassio), Rinaldo Delbecchi (Rinaldo), viceresponsabile del S.I.M. I brigata, veniva affidato dai compagni di lotta, disperati per i continui rastrellamenti, ai contadini di Pornassio. Riportiamo qui l'episodio della sua morte tratto dal Corriere d'Imperia del 4/8/1945, organo ufficiale del C.L.N. provinciale.
" ...  Da  Oliveto arriva la sposa Maria, veramente sempre pensata e adorata, e trova Rinaldo dagli occhi senza splendore e senza speranza, e sente che non possiede più una grande riserva d'energia. Ella, la sposa di un eroe, è forte e il suo viso chiaro e biondo si china benefico sulle ferite e aiuta Rinaldo a portare per qualche giorno la sua carne dilaniata e dolorante da rifugio a rifugio. È la notte del 17 di novembre e il silenzio desolato è interrotto, tratto tratto, dal malinconico e sinistro grido di uccelli notturni. Rinaldo e  Maria sono soli col buio, con il dolore e con la morte. Improvviso e martellante si ode, incerto prima e poi distinto, un rumore di scarponi. - Rinaldo! - grida spaventata la sposa - Rinaldo, i Tedeschi! - Era vero, e mentre Rinaldo le fa coraggio i nazisti buttano giù la porta e dopo un lento girare nel buio, eccoli, e appena arrivati maltrattano la carne già maltrattata. Quando un bieco e  briaco soldato del nord picchia la sposa, Rinaldo freme, si getta disperatamente dal giaciglio per difenderla..., non regge e sviene. Lo battono e ritorna in sé; il giovane sente vicina la morte e abbraccia la sposa, le affida il dolore della mamma, parla del fratello, dei compagni patriotti e della sua casa lontana... e non curante di sé: - fatti coraggio - dice alla sposa: - ricordami come il tuo migliore compagno. Addio! - E, mentre i loro cuori si chiamano disperatamente, Rinaldo è strappato a viva forza dalle braccia della sposa e gettato su un carro; dopo un po' di strada un soldato tedesco lo fredda con alcuni colpi di rivoltella al capo. Vicino, la sposa e gli abitanti di Pornassio. Nella triste e sanguinosa aurora tremano, piangono e pregano per il giovane eroe...".

Francesco Biga, Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), Vol. III. Da settembre a fine anno 1944, a cura dell'Amministrazione Provinciale di Imperia e con il patrocinio dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, Milanostampa Editore, Farigliano, 1977, pp. 317-319                                                               

Verso il 10 novembre giunse l'ordine di ritornare in Liguria. Io partii con un gruppo formato da una decina di uomini, tra cui mio cugino "Nino", Rinaldo Delbecchi, Gustavo Berio ("Boris"), due ex sanmarchini, il maresciallo austriaco Carlo ed alcuni altri.
Giunti al passo del Bochin d'Azeo, che attraversammo durante una bellissima giornata, anche se fredda, assistemmo ad uno spettacolo per me mai visto (lo rividi nel 1989 quando per la prima volta viaggiai in aereo). Sul versante della Liguria scorgemmo una massa di nubi bianche che copriva monti e valli, e sopra un sole tinto di rosso pieno che illuminava e arrossava tutta quella distesa bianca. Era uno stupendo panorama e in quel momento pensai quanto sarebbe stato bello il mondo se non fosse continuamente insultato da uomini criminali assetati di potere e di ambizioni.
Due  giorni dopo stavamo per giungere a "Cian Survan" (Pian Soprano), situato in un bel pianoro, a monte del paese di Ponti di Pornassio. Marciavamo come sempre in fila indiana poiché non sapevamo se nel pianoro ci fossero dei nemici. Ad un tratto sentimmo una forte esplosione e immediatamente ci sparpagliammo nei dintorni, preparandoci alla difesa.
Pensavamo che il nemico ci avesse scagliato contro una bomba a mano.
Non seguirono altre esplosioni, però sentimmo dei lamenti come se qualcuno fosse rimasto ferito. Infatti Rinaldo era a terra e perdeva sangue dalla schiena: gli togliemmo lo zaino dalle spalle e constatammo che era seriamente ferito.
Invece Carlo, che durante la marcia camminava dietro Rinaldo, ricevette in pieno viso lo scoppio di una bomba di fabbricazione greca, che lo stesso Rinaldo aveva nello zaino, rimanendo ucciso sul colpo.
Alcuni rimasero feriti lievemente, tra cui un sanmarchino che perse la punta del naso.
Provvedemmo a trasportare Rinaldo nel pianoro e con acqua gli pulimmo le brutte ferite. Non gli potemmo dare niente, nemmeno un antidolorifico. In qualche modo seppellimmo Carlo. Questi era un austriaco che, quando "Mancen" l'll luglio 1944 con il distaccamento "Volantina" aveva attaccato la caserma di Diano Castello (la "Camandone"), a differenza di altri, era passato dalla parte dei partigiani; aveva sublto parecchi rastrellamenti, era rimasto sbandato più di una volta, ma era sempre rientrato nei ranghi; era un abilissimo armaiolo, prezioso quando si dovevano riparare le nostre armi.
Rimanemmo qualche giorno a Pian Soprano.
Nel frattempo era arrivato da Albenga a visitare Rinaldo un medico il quale ci disse che bisognava portare il ferito all'ospedale di Pieve di Teco per estrargli delle schegge dalla schiena e dai reni (urinava sangue).
Chiedemmo aiuto agli uomini delle SAP locali: infatti ne giunsero quattro che, in un telo da tenda, trasportarono il ferito a Ponti di Pornassio e poi, in giornata, a Pieve di Teco.
Ma le spie erano già in funzione.
Infatti il partigiano Zanazzo, che lavorava in un bar, udì alcuni soldati tedeschi che, seduti ad un tavolo, parlottando tra di loro, dicevano che all'alba del giorno successivo si sarebbero recati a Pian Soprano per sorprendere alcuni partigiani che avevano dei feriti.
Lo Zanazzo si premurò di informarci.
ln conseguenza di ciò, nel pomeriggio, io e il commissario Osvaldo Contestabile cercammo nel bosco un luogo ove nasconderci. Trovammo una grotta quasi inaccessibile che, però, stillava acqua dalla volta. Pensammo che l'umidità era meglio dei tedeschi e perciò ritornammo nella baita per cenare e dormire, ma con l'intendimento di tornare a nasconderci nella grotta.
All'alba svegliai i presenti per incamminarci verso il luogo sicuro, ma "Boris", che non so bene come fosse capitato lì, disse che c'era tempo. Probabilmente aveva un appuntamento con Carlo Carli, che operava con i badogliani e che qualche tempo prima, mentre ero di guardia, avevo visto in compagnia di un partigiano, forse accompagnato dove eravamo dalla ragazza Nelly che, sfollata a Ponti di Pornassio, collaborava con la SAP locale.
Dissi a "Boris" e agli altri che, se volevano restare, restassero pure nella baita. Io mi incamminai verso il rifugio e notai, però, che, tosto, tutti mi seguivano. Fatto sta che avevamo appena oltrepassato il pianoro quando sentimmo il vociare dei tedeschi accompagnato da spari. Erano circa una trentina e, non trovando nessuno, incendiarono la baita.
Anche questa volta salvai la pelle.
Semidisarmati come eravamo, non avremmo potuto far fronte al nemico armatissimo. In seguito due pastori, che avevano le greggi nei dintorni, ci raccontarono che i tedeschi erano giunti sul luogo con gli scarponi imbottiti di stracci per non farsi sentire e che, nell'occasione, si erano impadroniti di una dozzina di pecore.
Purtroppo Rinaldo Delbecchi venne catturato, portato a Pieve di Teco sopra un carretto, e dopo poco tempo, benché ferito, fucilato.
Sandro Badellino, Mia memoria partigiana. Esperienze di vita e vicende di lotta per la libertà di un garibaldino imperiese (1944-1945), edizioni Amadeo, Imperia, 1998, pp. 67-69
 
Rinaldo Delbecchi - Fonte: Giorgio Caudano

Durante il ritorno in Liguria, dopo le settimane in cui gran parte della Cascione aveva trovato rifugio a Fontane, Rinaldo Delbecchi rimase seriamente ferito dallo scoppio accidentale di una bomba a mano che teneva nel proprio zaino, deflagrazione che costò la vita al disertore austriaco Franz Mottl. Delbecchi venne affidato a dei contadini di Pornassio. Nella notte del 17 novembre i tedeschi fecero irruzione nel casone dei Ponti di Pornassio, dove Delbecchi aveva trovato rifugio e, benché ancora con le ferite aperte, venne trascinato fuori e ucciso con alcuni colpi di pistola alla nuca.
Giorgio Caudano, , Gli eroi sono tutti giovani e belli. I Caduti della Lotta di Liberazione nella I^ Zona Operativa Liguria, ed. in pr., 2020

Giorgio Caudano, L'immagine ritrovata. Ventimiglia e dintorni nei dipinti dell'Ottocento e primo Novecento, Alzani Editore, 2021;  La libera Repubblica di Pigna. Parentesi di democrazia (29 agosto 1944 - 8 ottobre 1944) (a cura di Paolo Veziano con il contributo di Giorgio Caudano e di Graziano Mamone), Comune di Pigna,  IsrecIm, Fusta Editore, 2020; Giorgio Caudano, Dal Mare alla Trincea... memorie di uomini, BB Europa, Cuneo, 2019; Silvia Alborno, Gisella Merello, Marco Farotto, Marco Cassini, Giorgio Caudano, Franck Vigliani, curatori della mostra Claude Monet, ritorno in Riviera, catalogo a cura di Aldo Herlaut, Silvana Editoriale, Milano 2019; La Magnifica Invenzione. I pionieri della fotografia in Val Nervia 1865-1925, a cura di Marco Cassini e Giorgio Caudano, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2016; Giorgio Caudano, Pigna. Storia di un paese, ed. in pr., 2016 ]

Non meno marcata ed efficace è l'attività delle spie nella zona di Pieve di Teco ove operano con rapidità. Di conseguenza, la notte del 16 novembre 1944 i Tedeschi spingono una colonna di 60 uomini fino a Ponti di Pornassio. Cercano il Comando della I brigata, come primo obiettivo, ed un partigiano ferito, come secondo. Perquisiscono alcune case; poi la spia, accertato il nascondiglio di Rinaldo Delbecchi (Rinaldo) fu Carlo, nato a Castelvecchio il 19.8.1916, di cui abbiamo già descritto l'episodio, lo fa catturare e massacrare.
Francesco Biga, Op. cit., p. 347

Imperia. Nei giorni scorsi l’allieva della scuola Pantà Musicà, Salwa Amillou, ha superato brillantemente l’esame pre-accademico del corso di violino al Conservatorio Paganini di Genova. Molto spesso succede che allievi modello del corso superino brillantemente esami impegnativi come questo. Inoltre durante questa difficile prova l’allieva ha suonato un strumento di enorme prestigio: il violino che fu di Rinaldo Delbecchi, il partigiano che perse la vita durante la Resistenza. Il violino appartiene ora alla famiglia Bruzzone che lo ha gentilmente concesso alla bravissima Salwa così come a Marko Kurtinovich, un altro allievo della scuola Pantà Musicà, che ha suonato a San Bernardo di Conio (Comune di Borgomaro), lo scorso 3 settembre in occasione del 73mo Anniversario della “Battaglia di Montegrande“, una manifestazione dedicata ai caduti per la Libertà. La Storia, discreta, ci sussurra i suoi insegnamenti anche attraverso la musica e i suoi strumenti, che sopravviveranno certamente all’inevitabile decadimento della tradizione orale.
Redazione, La giovane Salwa Amillou supera l’ammissione al conservatorio Paganini suonando il violino del partigiano Rinaldo Delbecchi, Riviera24.it, 3 ottobre 2017

[...] Seguiranno quelli della Campagna di Russia: il Fante Wamoes Zaffoni, della Divisione di Fanteria ‘Sforzesca’, caduto ventenne in azione e tre Alpini del Battaglione ‘Pieve di Teco’, morti durante la ritirata (il Tenente Rodolfo Beraldi, ventisettenne, e gli Alpini Paolo Berio, ventunenne e Attilio Schivo, ventisettenne). Ultimo della lista il Marinaio Rinaldo Delbecchi, imbarcato sull'Incrociatore ‘Duca degli Abruzzi’, che dopo l'8 settembre si unì alla Resistenza e morì fucilato dai Tedeschi a Nava all'età di 26 anni [...]
Redazione, Imperia: sabato prossimo, inaugurazione della nuova lapide ai Caduti della frazione di Oliveto, Sanremo news.it, 9 dicembre 2015

domenica 15 novembre 2020

... 200 tedeschi in tutta la zona di Ormea

Diano Arentino (IM) - Fonte: Wikipedia
 
Il 10 gennaio 1945 una colonna numerosa di tedeschi rastrella le campagne alla ricerca del comando della I^ Brigata della Divisione "Silvio Bonfante". Non trovando partigiani i tedeschi sfogano la loro frustrazione per la mancanza di risultati raggiunti contro alcuni renitenti alla leva rastrellati in località Frassino di Diano Borganzo [Frazione del comune di Diano San Pietro (IM)]. Vengono passati per le armi, senza nessun processo (normalmente i tedeschi erano soliti fucilare seduta stante solamente coloro sorpresi con le armi, mentre gli altri venivano catturati e processati con verdetti che poteva andare dalla fucilazione alla deportazione in Germania oppure inviati ai lavori obbligatori presso la Todt) Ilario Risso (carabiniere fuggito dal proprio reparto), Ernani Ardissone, Giobatta Ardissone e il sessantaduenne Giobatta Risso. L’episodio viene raccontato da fratello di Ilario Risso, Ardito, che si salvò in modo rocambolesco. Secondo il suo racconto durante il rastrellamento furono uccisi anche due partigiani appartenenti alla banda di Stalin [Franco Bianchi, comandante del Distaccamento "Giovanni Garbagnati" della I^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Silvano Belgrano"], Giobatta Alampi  e Giuseppe Vebero.
Giorgio Caudano
[   Pubblicazioni di Giorgio Caudano: Giorgio Caudano, Dal Mare alla Trincea... memorie di uomini, BB Europa, Cuneo, 2019; Silvia Alborno, Gisella Merello, Marco Farotto, Marco Cassini, Giorgio Caudano, Franck Vigliani, curatori della mostra Claude Monet, ritorno in Riviera, catalogo a cura di Aldo Herlaut, Silvana Editoriale, Milano 2019; La Magnifica Invenzione. I pionieri della fotografia in Val Nervia 1865-1925, a cura di Marco Cassini e Giorgio Caudano, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2016   ]
 
12 gennaio 1945 - Dal comando della V^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Luigi Nuvoloni", Sez. S.I.M. [Servizio Informazioni Militari], prot. n°261, al comando della II^ Divisione "Felice Cascione" - Veniva  comunicato che tra Imperia e Sanremo vi erano 500 tedeschi pronti per un rastrellamento.

12 gennaio 1945 - Risposta del C.L.N. provinciale al manifesto del 10 gennaio del comando di piazza tedesco di Imperia: "... con quale diritto voi potete reclamare la disciplina, l'ordine ed il rispetto quando proprio voi avete ordinato ai vostri soldati di invadere abitazioni private... di distruggere ogni cosa?"

12 gennaio 1945 - Dal comando della II^ Brigata "Nino Berio" al comando della Divisione "Silvio Bonfante" - Si richiedevano fondi per i Distaccamenti che ne erano privi, comunicando che quanto a viveri la Brigata aveva in tutto solo 250 q.li di patate e 150 di castagne.

12 gennaio 1945 - In questo documento del comando della  Divisione "Silvio Bonfante" si fornivano ragguagli per un appuntamento alla Cappella di Sant'Antonino [probabilmente quella nel comune di Diano Arentino (IM)] per Pantera [Luigi Massabò, vice comandante della  Divisione "Silvio Bonfante"], Osvaldo [Osvaldo Contestabile, commissario mesi dopo della IV^ Brigata "Domenico Arnera"], Mancen [Massimo Gismondi, comandante della I^ Brigata "Silvano Belgrano"] e Giorgio [Giorgio Olivero, comandante della Divisione "Silvio Bonfante"]. Parola d'ordine: "Si va di qua ad Ortovero?". Risposta: "Si va a Campochiesa".

12 gennaio 1945 - Dal commissario della Divisione "Silvio Bonfante" Mario [Carlo De Lucis] al commissario Osvaldo - Invito, dati gli accordi presi con Simon [Carlo Farini, Ispettore Generale della I^ Zona Liguria], a stipendiare la vedova del garibaldino Polacco, morto nel 1944.

12 gennaio 1945 - Dal comando della V^ Brigata "Luigi Nuvoloni" al comando della II^ Divisione "Felice Cascione" - Relazione sulle azioni svolte a dicembre 1944.

13 gennaio 1945 - Dal Comando Operativo della I^ Zona Liguria al comando della Divisione "Silvio Bonfante" - Si richiedevano informazioni sulla missione anglo-americana catturata a Frabosa (CN).

14 gennaio 1945 - Da questo documento interno alla Divisione "Silvio Bonfante" si apprende che a Pieve di Teco (IM) il numero dei nemici variava da 180 a 200 unità; che in tutta la zona di Ormea (CN) vi erano 200 tedeschi; che erano segnalati i nomi di 3 presunte spie; che veniva comunicato il decesso del povero Mario Ponzoni [ Mario, appartenente alla III^ Brigata "Ettore Bacigalupo", fucilato l'11 gennaio 1945 a Pieve di Teco // Mario Ponzoni, in qualità di impiegato comunale, viene accusato dai tedeschi di stanza a Pieve di Teco di fornire carte annonarie e di identità ai partigiani. Dopo sommario processo, viene fucilato in località Prato Sartorio l'11 gennaio... Giorgio Caudano ]. 
 
16 gennaio 1945 - Dalla Sezione SIM della Divisione "Silvio Bonfante", prot. n° 1/50, al comando della Divisione - Trasmetteva le informazioni avute da "Dario" [Ottavio Cepollini]  circa l'arresto dei fratelli "Giulio" e "Dek" e di altre 2 persone e segnalava che a Rezzo e a Mendatica si trovavano molti repubblichini. 

17 gennaio 1945 - Dal comando della Divisione "Silvio Bonfante" ai comandi delle Brigate dipendenti - Invito a mantenere i collegamenti. Comunicazione che a primavera sarebbero stati richiamati i garibaldini della riserva.
 
17 gennaio 1945 - Dal Comando della Divisione "Silvio Bonfante" al Capo di Stato Maggiore Divisionale [Ramon, Raimondo Rosso] - Veniva richiesto il pattugliamento notturno delle strade di Vessalico (IM) ed Ortovero (SV).

17 gennaio 1945 - Dal Comando Operativo di sottozona a Simon [anche Manes, Carlo Farini, Ispettore Generale al Comando Operativo della I^ Zona Liguria, da febbraio 1945 vice comandante del Comando militare unificato ligure] - Disposizioni sul trasferimento alla II^ Divisione del comandante Antonio.

da documenti Isrecim in Rocco Fava di Sanremo (IM), "La Resistenza nell'Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e della Storia Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945)" - Tomo II - Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998 - 1999
 
Cadono altri partigiani: "Una notte, dopo la prima decade di gennaio 1945" - ci racconta il garibaldino Sergio Ravizza - "come caposquadra, unitamente a quattro miei compagni, feci un turno di guardia presso una piccola cappelletta sita sulla mulattiera che, partendo da Badalucco, costeggiando la Madonna della Neve, portava a Ciabaudo (Valle Oxentina). Eravamo dotati di un mitra e di fucili. Nostro compito era quello di avvertire tempestivamente, in caso di rastrellamento, il nostro Distaccamento, distante da noi una ventina di minuti. La nostra posizione era buona in quanto la mulattiera, con buona visibilità, era controllabile per oltre duecento  metri. La notte trascorse tranquilla. Si era sentito qualche sporadico colpo verso Badalucco, niente di più. Il giorno dopo toccò a Marco Bianchi (Beretta) che, pur comandante, faceva normali turni di guardia come tutti noi, insieme a Enzo Magro, ex allievo ufficiale all'Accademia di Modena, ed a altri quattro compagni. Anche per loro la notte era trascorsa tranquilla, nonostante una nebbiolina che non permetteva buona visibilità. Mentre le stelle sbiadivano e nasceva un nuovo giorno, era terminato l'ultimo turno di guardia. I miei compagni riuniti tutti all'interno della cappelletta, stavano arrotolando le coperte per il rientro al Distaccamento. Ad un tratto udimmo un grido agghiacciante: "uscite fuori, arrendetevi". Il Bianchi, pur sorpreso, non perse la calma. Ordinò ai suoi uomini di buttarsi giù per il sentiero che portava al Distaccamento. Uscimmo tutti dall'angusta porta e venimmo a trovarci sotto un notevole volume di fuoco. "Beretta" uscì per ultimo per proteggere la ritirata con la sua arma automatica. Ad un tratto Enzo Magro, che lo precedeva, sentì che gridava: "Enzo, aiutami, mi hanno colpito". Questi, vincendo la paura (i nazifascisti erano a meno di cinquanta metri) un poco sulle spalle, un poco sorreggendolo, lo portò fino al Distaccamento. Grande confusione tra di noi. Quasi senza munizioni, ci rifugiammo lungo le faxe di ulivi o dietro qualche scheletrico cespuglio, con le nostre misere armi, in attesa del peggio. Il nemico non avanzò. Mi dissero poi che era proseguito per Ciabaudo, Vignai, verso Baiardo. "Beretta" era stato colpito da una pallottola che gli aveva attraversato il ventre. Forse un tempestivo intervento chirurgico gli avrebbe salvato la vita. Non fu possibile perché eravamo circondati da tutte le parti. "Beretta" morì il 14 gennaio a San Bernardo di Badalucco, dopo atroci sofferenze. Rimasi così scosso per quella impossibilità di salvare una vita che, quando fu seppellito, un nodo mi chiuse la gola e non fui capace di pronunciare una sola parola di cordoglio".
Francesco Biga (con la collaborazione di Osvaldo Contestabile), Storia della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria), Vol. IV. Da Gennaio 1945 alla Liberazione, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, Grafiche Amadeo, 2005, pp. 116,117