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sabato 16 aprile 2022

Morti da partigiani nella zona di Vasia alla fine di luglio '44 un ragazzo della Carnia, due giovani calabresi, un ferroviere di Rivarolo...

Vasia (IM) - Fonte: Mapio.net

Alla fine di giugno un rapporto redatto dall’U.P.I (Ufficio Politico Investigativo) segnalava la presenza di 50 ribelli armati che trovavano rifugio nei casolari sparsi nei pressi di Pianavia. Poco prima della fine di luglio la Compagnia O.P. di Imperia programmava un rastrellamento nel comune di Vasia e a Montegrazie, Frazione di Imperia. Prima di giungere a Vasia il Capitano Ferraris divideva la compagnia in varie squadre. Durante il rastrellamento venivano catturati due partigiani da una delle squadre: erano in seguito fucilati per ordine del Ferraris (da dichiarazione resa in data 7 maggio 1946 da Carlo Valfrè, componente della Compagnia OP che partecipò al rastrellamento). Non è dato sapere chi dei cinque appartenenti al distaccamento "Antonio Terragno" della I° Brigata erano i due fucilati e chi era caduto in battaglia. Testimoni dei fatti riferirono che Igino Rainis era rimasto ferito ad un ginocchio e che, per non cadere prigioniero del nemico, si era tolto la vita.
Giorgio Caudano, Gli eroi sono tutti giovani e belli. I Caduti della Lotta di Liberazione nella I^ Zona Operativa Liguria, Edito dall'Autore, 2020
[ Marco Cassini e Giorgio Caudano, Bordighera al tempo di Bicknell e Monet, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2021; a cura di Paolo Veziano con il contributo di Giorgio Caudano e di Graziano Mamone, La libera Repubblica di Pigna. Parentesi di democrazia (29 agosto 1944 - 8 ottobre 1944), Comune di Pigna, IsrecIm, Fusta Editore, 2020; Giorgio Caudano, Dal Mare alla Trincea... memorie di uomini, BB Europa, Cuneo, 2019; Silvia Alborno, Gisella Merello, Marco Farotto, Marco Cassini, Giorgio Caudano, Franck Vigliani, curatori della mostra Claude Monet, ritorno in Riviera, catalogo a cura di Aldo Herlaut, Silvana Editoriale, Milano 2019; La Magnifica Invenzione. I pionieri della fotografia in Val Nervia 1865-1925, a cura di Marco Cassini e Giorgio Caudano, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2016; Giorgio Caudano, Pigna. Storia di un paese, Edito dall'Autore, 2016 ]

Valfrè Carlo: nato a Ventimiglia il 7 luglio 1921, milite della Compagnia OP di Imperia.
Interrogatorio di Valfrè Carlo del 7.5.1946: Dopo l’8 settembre rimasi per un po’ di tempo sbandato ma in seguito tornai a casa mia. Il 2 novembre 1943 entrai a far parte della GNR e assegnato alla Compagnia OP, comandata dal Tenente Ferraris [...] Negli ultimi giorni di giugno o nei primi di luglio 1944, unitamente alla compagnia, partimmo per un'azione di rastrellamento nei comuni di Vasia e Montegrazie. Prima di giungere a Vasia il Capitano Ferraris divise la compagnia in varie squadre. Durante il rastrellamento vennero catturati due partigiani da una delle squadre che vennero in seguito fucilati per ordine del Ferraris ma non posso precisare da chi in quanto la mia squadra si trovava più avanti [...]
Leonardo Sandri, Processo ai fascisti: una documentazione, Vol. 9 - Liguria: Imperia - Savona - La Spezia, StreetLib, Milano, 2019

Igino Rainis "Lupo". Nato a Treppo Carnico (UD) il 19 giugno 1926, operaio; appartenente al Distaccamento “Antonio Terragno” della I^ Brigata [n.d.r.: Brigata "Silvano Belgrano" a quella data appena costituita ed ancora incorporata nella II^ Divisione "Felice Cascione"]. Il 25 luglio 1944 i garibaldini Stefano Danini [n.d.r.: nato a Genova Rivarolo, già ferroviere] ed Igino Rainis con i compagni Salvatore Filippone, Vincenzo Raho e Carmine Saffiotti sono diretti ad Imperia con il difficile compito di penetrare nei locali della Questura per impossessarsi di armi automatiche. Incappano in un rastrellamento nella zona di Vasia; “Lupo” è ferito ad un ginocchio e, per non cadere prigioniero del nemico, preferisce darsi la morte. Ad Igino Rainis è intitolato un Distaccamento della Brigata “Nino Berio” - Divisione d’assalto Garibaldi “Silvio Bonfante”.
Redazione, Arrivano i Partigiani, inserto "2. Le formazioni di montagna della I^ e della VI^ Zona Operativa Ligure che operavano nella provincia di Savona", I RESISTENTI, ANPI Savona, 2011   


La zona di Imperia assume nella primavera/estate del '44 un particolare rilievo strategico. Qui si sono concentrati numerosi gruppi partigiani, decisi a ostacolare le forze naziste in prevedibile ritirata attraverso i valichi alpini. Nonostante la complicità di due soldati austriaci nella notte fra il 23 e il 24 luglio '44 a Imperia in regione Garbella fallisce il tentativo di un gruppo di partigiani della II Divisione Garibaldi "F. Cascione" di far saltare un tratto di strada precedentemente minato dai tedeschi. I sette soldati di gaurdia vengono comunque disarmati e quattro di loro passano con i partigiani.
La reazione tedesca non si fa attendere. Il 25 i nazisti risalgono la Valle del Prino e raggiungono Vasia, un piccolo centro dell'entroterra.
"Alle 17 stavo tormando a casa da Porto Maurizio. Prima di entrare in paese mi sono accorto che erano arrivati i tedeschi e mi sono nascosto dietro una siepe, dove ho trascorso la notte e da dove ho potuto distintamente udire le invocazioni e i lamenti delle donne. Circa trecento tedeschi, con l'ausilio dei fascisti, avevano occupato Vasia, che sapevano nascondiglio di partigiani, salendo dalla carrozzabile di Porto Maurizio e dalla mulattiera che viene da Molini Prelà. L'avevano chiusa in una morsa ed avevano ucciso alcuni uomini dietro la chiesa all'ingresso del paese. Gli altri erano riusciti a fuggire e i nazisti avevano occupato le loro case usando i loro letti e le loro donne. Al mattino vennero anche da Pontedassio e colsero di sorpresa alcuni partigiani che si erano appostati sul Monte Treppia. Morirono in tre, uno venne finito dopo essere stato colpito a una gamba. Quando andarono via raccogliemmo le salme e le tumulammo in una fossa comune sulla montagna. Nei giorni successivi i partigiani vennero per recuperare quei corpi". <1
Così nella drammatica testimonianza di un ragazzo dell'epoca la rievocazione dei fatti che hanno portato alla morte di due civili e di cinque partigiani impegnati, pare, a mettere a segno l'assalto alla Questura di Imperia per impossessarsi di armi automatiche.
I partigiani caduti sono Salvatore Filippone, nome di battaglia "Mariella", nato a Palmi (RC) il 24 giugno 1920, Carmine Saffioti, nome di battaglia "Carmé", nato a Palmi il primo aprile 1925, Stefano Danini di Rivarolo (GE), Igino Rainis di Treppo Carnico (UD) e Vincenzo Raho di Ruffano (LE).
Le fonti sono pressoché concordi nel collocare "Mariella", colpito alla testa e al braccio, nel gruppo dei tre che ha trovato iniziale rifugio sul Monte Treppia, mentre vi è incertezza per quanto riguarda "Carmé", che potrebbe essere tra i caduti della sera prima.
"Mariella" è un contadino con la quinta elementare, divenuto soldato dell'82° Reggimento fanteria "Torino", all'8 settembre di stanza a Gorizia. Si è sposato qualche anno prima, il 5 luglio '41, con Teresa Barbera dalla quale ha avuto un figlio, Vincenzo, nato a Palmi il 5 aprile '42. Sembra aver avuto un peso nella scelta di restare in armi al Nord la notizia, giunta dalla Calabria, che la moglie lo ha abbandonato per un altro uomo. <2
"Carmè", orfano di padre è emigrato a Imperia nel '43 insieme alla madre, Maria Squadriti, che è passata in seconde nozze con Rosario Barbera, forse fratello di Teresa. Ha la terza elemenatare e contribuisce alla magra economia familiare come giornaliero in campagna. In casa ci sono altri due figli dal secondo matrimonio di Maria, Angela di dodici anni e Maurizio di tre, e il quindicenne Pietro Oliva. "Carmé" era partigiano da pochi giorni; forse ha seguito in montagna il cognato del patrigno, che è cinque anni più vecchio di lui e milita nella 4a Brigata "E. Guarrini".
Filippone e Saffioti sono ricordati nel sacrario partigiano del cimitero di Oneglia, realizzato in occasione del venticinquesimo anniversario della Liberazione. Niente, invece, li ricorda nella nativa Palmi.
[NOTE]
1 Emilio Giuseppe Badano, classe 1928, all'autore, Vasia 5 aprile 2018.
2 Vincenzo Filippone, classe 1928, nipote di Salvatore (figlio del fratello Giuseppe) all'autore, Palmi 26 aprile 2018
Pino Ippolito Armino, Storia della Calabria Partigiana, Pellegrini, 2020


[...] Ed ora la seconda parte del libro il cui titolo è: Igino Rainis "Lupo" (1926-1944).
Di queste 30 pagine, le prime 20 sono dedicate alla famiglia Rainis ed in particolare al padre Gilberto la cui vita di emigrante (Africa orientale, Francia, Germania) ricalca esattamente quella di altre centinaia di emigranti carnici, divenendone quasi un perfetto paradigma, tratteggiato dall'autore con inimitabile sintesi. Gilberto morirà a Udine nel 1940 a seguito di malattia (non specificata) contratta in Africa, lasciando moglie e 4 figli. Le successive 4 pagine sono dedicate alla madre Teresa Morocutti che l'autore delinea esattamente come perfetto paradigma della donna carnica, anche se egli si lascia coinvolgere e indulge in nominalismi radicaleggianti ("...una storia di genere": pag 152). Entrambe queste figure rientrano perfettamente nell'economia del libro in quanto bene rappresentano e caratterizzano l'uomo e la donna carnici nel Ventennio fascista, con le loro angosce e la loro faticosa quotidianità.
Ed eccoci finalmente all'ultimo capitoletto ("In Liguria, la breve storia di un piccolo maestro") che presenta la figura sfumata di Igino Rainis in maniera (a mio sommesso avviso) un po' romanzata per quei troppi: ...è plausibile... non si conoscono i tempi precisi... non avendo trovato traccia... non poteva non... La storia appare davvero brevissima: Igino Rainis ha 14 anni quando muore il padre; diventa capofamiglia, come usava allora; nel 1942 la sorella Maria si sposa e va ad abitare in Liguria ad Aurigo; lì la raggiunge il fratello Igino sedicenne che trova lavoro come meccanico a Pontedassio. In questi mesi, diciassettenne, viene a contatto con i partigiani liguri che sono assai politicizzati ed attivi in zona e impegnano spesso i nazifascisti in scontri di guerriglia; si aggrega a loro presumibilmente "nel maggio 1944 entrando a far parte del distaccamento garibaldino 'Antonio Terragno'" (pag. 16); il 26 luglio 1944, assieme ad altri 4 compagni, si dirige verso Imperia per "tentare di penetrare nei locali della Questura per impossessarsi di armi automatiche" (pag. 164); il gruppo viene però intercettato dai nazifascisti a Treppia di Vasia e nello scontro muoiono subito i 4 compagni mentre Igino, "ferito al ginocchio e alla testa, non accettò di essere catturato e, presa la pistola, si tolse la vita" (pag 165). Fu sepolto nel cimitero di Oneglia nè fu mai poi traslato a Treppo Carnico dove tuttavia, di recente, gli è stata dedicata una piazzetta con targa celebrativa a Tausia.
Ancora alcune considerazioni:
- Igino Rainis non fu mai maestro non solo perchè non frequentò l'Istituto Magistrale di Tolmezzo, ma non concluse neppure (verosimilmente a causa della improvvisa morte del padre) la Scuola di Avviamento Professionale di Paluzza, tant'è che trovò occupazione come meccanico. Con questa dicitura, verosimilmente ci si vuole riferire, per assonanza letteraria [ha fatto la stessa cosa Igino Piutti con "Il partigiano Gianni"], al romanzo autobiografico di Luigi Meneghello, pubblicato nel 1964, "I piccoli maestri", che è un racconto diretto ed in prima persona dell'esperienza partigiana dell'autore, che ricorda con lucidità e semplicità gli avvenimenti senza volontà celebrative o retoriche. Ma questa singolare interpretazione non è di certo percepibile presso la stragrande maggioranza dei lettori più semplici.
[...] pertanto la vicenda del diciottenne Rainis non può assolutamente essere elevata a paradigma della lotta partigiana a Treppo (che non subì mai alcuna rappresaglia nazifascista), ma deve essere ricondotta più semplicemente a quella che è stata una storia personale di entusiasmo e impegno giovanile, certamente eroico, condizionata da tutta una serie di circostanze, spesso fortuite, peraltro ben evidenziate nelle pagine finali del libro. [...]
Redazione, Storia di un paese e di un piccolo maestro, I libri di Cjargne Online

Storia di un paese e di un «piccolo maestro». Treppo Carnico tra le due guerre attraverso la vicenda del partigiano Igino Rainis «Lupo»: Il periodo tra le due guerre mondiali e le vicende della Resistenza sono raccontati in questo volume attraverso la storia di un giovane partigiano, Igino Rainis, la cui esperienza di vita s'intreccia con quella del suo paese di origine, Treppo Carnico, e della sua gente, lasciando emergere un quadro dettagliato sulla società, l'economia e la politica di un piccolo paese che diventa emblema di un'intera epoca storica. Il saggio offre la chiave per comprendere le vicende della Carnia, e con essa di tutta l'Italia, nella transizione dal mondo liberale al totalitarismo fascista, fino agli anni della seconda guerra mondiale. In questo lungo periodo si dipanano i fili della storia del 'piccolo maestro' Igino Rainis e della sua famiglia, vero e proprio exemplum delle vite di uomini e donne della montagna friulana del ventennio.
Redazione, Storia di un paese e di un «piccolo maestro». Treppo Carnico tra le due guerre attraverso la vicenda del partigiano Igino Rainis «Lupo» di Denis Baron, edito da Forum Edizioni, 2012, unilibro

domenica 12 dicembre 2021

Carabinieri partigiani della I^ Zona Liguria

Triora (IM) - Fonte: Mapio.net

«Lasciatelo stare, il capo sono io; questo giovane era un mio prigioniero». Corre il tristissimo mattino del 27 gennaio dell'anno 1944. Felice Cascione è ferito gravemente ad una gamba dopo aver tentato, spinto dalla sua nota generosità, un'ardita azione per stanare i nazifascisti rinchiusi in un casone. Siamo presso Madonna del Lago, sulle montagne soprastanti Alto. La zona è suggestiva, abbellita da un ridente laghetto e da un Santuario dell'epoca tardo medievale. Ad una quindicina di minuti dal luogo, sono i casoni in cui ha sede la banda di Cascione.
«U Megu» giace da molto tempo immobile, dietro un muricciolo a secco, sotto l'infuriare del combattimento. Non lontano da lui, è un altro partigiano ferito, disteso a terra, come morto. l Tedeschi avanzano, lo vedono, s'accorgono che è vivo ed iniziano a seviziarlo per fargli rivelare il nome del Comandante, ma il partigiano non risponde, accetta stoicamente la tortura, pronto all'estremo sacrificio.
Allora Cascione, appoggiando il gomito sul terreno, si leva sul busto e, rivolto ai nemici, pronuncia le sue ultime parole, quelle della definitiva rinuncia che nessun combattente della nostra Resistenza potrà mai dimenticare, riportate all'inizio di questo capitolo. I Tedeschi lo vedono, gli s'avvicinano e, inesorabilmente, lo uccidono con una raffica di mitra e si portano dietro il prigioniero per ricoverarlo all'ospedale.
Quel partigiano si chiama Giuseppe Cortelucci [n.d.r.: il cognome, nella maggior parte delle altre fonti, viene riportato come Cortellucci] e il suo nome di battaglia è «Carabiné»: traduzione ligure della parola carabiniere.
È un ex carabiniere che, dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943, obbedisce al suo spontaneo sentimento per l'onore patrio e la libertà e s'avvia volontario verso la montagna. È tra i primi partigiani amico fedele di Cascione, generoso amico di tutti. Della sua gloriosa Arma ha portato la tradizione di lealtà e di fedeltà.
Affronta disagi e rischi; vive girovagando con i primi gruppi patriottici; osserva la dura realtà deicontadini, ne conosce meglio l'animo, la dura esistenza, la serietà di vita.
Cortelucci, nato a Teramo l'11 luglio 1924 (1), porta nelle nostre campagne la freschezza della sua razza e della sua terra. Anche in essa il popolo lavora, fatica, soffre come qui da noi, su queste aride zolle che rifiutano all'uomo l'aiuto delle macchine agricole perché le fasce sono troppo strette.
Settembre 1943 - 27 gennaio 1944: pochi mesi, tutti passati sui nostri monti, nei casoni, tra sofferenze e rischi quotidiani.
Uomini girovaganti e braccati da un nemico spietato che non perdona. Mangiano come e quando possono, soprattutto durante le marce di trasferimento perché, quando sono in qualche paesello, la popolazione, pur nella sua povertà, trova sempre un piatto di minestra, qualche patata, un tozzo di pane per sfamarli. L'animo degli uomini si irrobustisce nelle sofferenze e nei pericoli, maestri insostituibili di vita.
Il 27 gennaio 1944 Cortelucci è ormai temprato a tutte le bufere. È al fianco del Comandante che lo salva con le sue ultime parole. Entra nell'ospedale, si ristabilisce e fugge ancora. Va a riprendere il posto di combattimento a fianco dei compagni di Cascione, dei suoi compagni.
Per un anno intero combatte. È un valoroso. Sul campo di battaglia si guadagna il grado di Vice Comandante di battaglione.
Giunge il 29 dicembre 1944. Ancora meno di un mese e sarà l'anniversario di quel tragico fatto. Ma il destino non lascia più corda a Cortelucci; ancora una volta, stavolta a Pantasina, frazione di Vasia, sta per essere catturato da un nemico sempre più crudele e sempre più straripante per numero e per mezzi.
Ora è lui ad uccidersi. Non più nelle mani dei nazifascisti. Il partigiano, diventato Comandante, segue nella sorte il suo primo ed indimenticabile Capo.
La Resistenza inchina le sue bandiere; la Divisione «Cascione» è in lutto per un significativo dolore che ne rievoca un altro più lontano nel tempo.
Cortelucci, alla cui memoria verrà assegnata la Medaglia d'Argento, si eleva a simbolo del valore spirituale di tutta un'Arma: quella gloriosa e benemerita dei carabinieri che, per molta parte dei suoi uomini, ha scelto la via giusta nella tragica vicenda dell'Italia. Perché, sia chiaro: l'esempio di Cortelucci non è né isolato, né sporadico.
Non pochi lettori resteranno sorpresi nell'apprendere che nelle fila della nostra Resistenza i carabinieri sono stati sorprendentemente numerosi se dall'elenco presso l'Istituto Storico della Resistenza di Imperia possiamo contare ben sessantasei combattenti. A parte, naturalmente, qualche possibile dimenticanza. Sessantasei partigiani, venuti dalle fila dei carabinieri, rappresentano un organico pari ad un intero distaccamento e mezzo, un organico di tutto rilievo.
Un grosso nucleo che trova affiancati i nativi delle province liguri a quelli piemontesi, e i calabresi uniti ai lombardi ed ai laziali, né manca il siciliano.
Se Cortelucci porta l'onore della sua amata Teramo, Avellino e Verona e Caserta non sono assenti nella lotta per la libertà della I Zona Liguria. Da Padova a Bari, da Foggia a Parma e a Piacenza e a Lecce, dallo sperduto paesello alle grandi città, sono giunti i giovani, passati attraverso la dura milizia della loro Arma, sulle nostre montagne per combattere una lotta decisiva per i nostri destini.
Il 15 e il 20 giugno 1944, una ventina di carabinieri del presidio di Realdo, piccola frazione del Comune di Triora, sono invitati dai partigiani ad arrendersi. I carabinieri non solo s'arrendono, ma aderiscono al movimento della Resistenza e passano, con armi e bagagli, nelle formazioni partigiane distribuiti in quei vari distaccamenti che, nel luglio successivo, costituiranno la gloriosa V^ Brigata «Luigi Nuvoloni» (2).
In un breve comunicato, inviato al Comando della IX Brigata il 18 giugno 1944, il commissario «Federico» [Federico Sibilla] dà notizia dell'arrivo di un tenente dei carabinieri presso il suo Comando di Imperia Porto Maurizio. Nel breve scritto «Federico» avvisa che detto tenente è al servizio della Resistenza ed in contatto con il CLN provinciale di Imperia (3).
I Tedeschi ogni tanto azzardano puntate con dei camion, con i fari colorati in blu, nel territorio della «Libera Repubblica di Triora».
Ad Agaggio Inferiore, sulla piazza della Chiesa, al pianterreno della casa canonica, vi sosta una squadra partigiana. Un'altra squadra è dirimpetto, di là dal torrente, presso il casone del «Cuccolo». Nella notte tra il 18 ed il 19 giugno Nello Bova, di guardia sulla strada, avvista un camion e dà l'allarme. Si apre il fuoco: il camion, colpito nel radiatore, si ferma. Ma, in luogo dei Tedeschi, scende un carabiniere che, abbandonata Parma ove prestava servizio, per non servire la Repubblica di Salò cerca di raggiungere Triora con tutto il suo mobilio. Impegnatosi a far parte delle formazioni, è lasciato libero.
Strano destino: la raffica dei garibaldini non lo ha colpito; il camion, per miracolo, si è fermato presso un fosso profondo scavato dall'esplosione che aveva fatto saltare la strada. L'ex carabiniere in seguito verrà catturato a Molini di Triora dai nazifascisti, durante il rastrellamento dei primi di luglio e, il giorno cinque, bruciato vivo con altri civili nella casa Campoverde (4).
Alla periferia di Pigna ha sede una quindicina di carabinieri. «Vittò» ["Ivano", Giuseppe Vittorio Guglielmo] ed «Erven» [Bruno Luppi] decidono di catturare tutti i componenti del presidio. Suddividono l'ottantina di partigiani in squadre. Destinati all'azione diretta sono «Erven», «Assalto», «Argo», «Marussia» di Ventimiglia e «Gena».
Arrivano circospetti, vedono la canna di un mitragliatore piazzata alla finestra. Rasentano il muro, arrivano alla porta e gridano ai carabinieri d'arrendersi. Dopo un po' di silenzio uno di loro apre la porta: i partigiani si impossessano del mitragliatore ed intimano la resa. Sopraggiunge il brigadiere che invita i suoi uomini ad arrendersi. I quindici carabinieri seguono i partigiani portando materiale di casermaggio, munizioni e viveri. Sono inviati a Carmo Langan e tutti, tranne il brigadiere, aderiscono alle formazioni partigiane (5).
Non tutti hanno assaporato la grande gioia del 25 aprile vittorioso, perché ci fu chi cadde col fucile in pugno o fucilato dal plotone d'esecuzione. Altri riportarono ferite, anche gravi.
Sotto le bandiere della «Cascione» e della «Bonfante» della I Zona Liguria, come sotto ogni bandiera della Resistenza Italiana, i partigiani ex carabinieri hanno portato un grande contributo di sacrificio, d'onestà e d'amor patrio.
Anche nel limitrofo Piemonte, il contributo dato dai carabinieri alla lotta partigiana è consistente.
Prendiamo qualche notizia in proposito da un volume inedito del prof. Renzo Amedeo, partigiano combattente della XIII Brigata «Val Tanaro» (6): «... Ed ecco che il 24 maggio, la famosa vigilia del Bando Graziani­ Mussolini, relativo alla consegna di tutti i renitenti e partigiani, nella tarda mattinata giunge a Piaggia il maresciallo dei carabinieri di Nava su una Topolino. Scopo principale della sua venuta era soltanto la ricerca di formaggio, ma una pattuglia partigiana che si trovava da quelle parti formata da Guido Bologna, Renzo Amedeo e dal sottoscritto (7) lo lascia entrare nell'albergo e poi, intimatagli la resa, lo cattura. Avendo dichiarato che lui e la quindicina dei suoi uomini sono disposti a scappare con i partigiani, lo si lascia tornare in caserma con la sua arma (per difendersi da chi eventualmente non la pensasse come lui, dice) e ci si accorda per un assalto alla caserma di Nava, proprio la notte tra il 1° ed il 2 di giugno, per simulare uno scontro con la conseguente fuga degli uomini e prelievo del materiale.
Così avviene. Avvertito Martinengo [Eraldo Hanau], una folta squadra scende tra Ponti di Nava e Case di Nava [nel territorio del comune di Pornassio (IM)], circonda la caserma, mentre un gruppo rimane più in alto presso il Forte Pozzenghi per proteggere il gruppo nel caso di sorprese.
Accesa una nutrita ma fitta sparatoria, maresciallo e carabinieri fuggono tutti in montagna con Martinengo, portando un'abbondante razione di armi, munizioni, viveri e materiale di caserma. Rientrati a Piaggia ed Upega, il maresciallo sceglierà poi di trasferirsi a Fontane con il gruppo partigiano dei carabinieri...».
Ancora, dal medesimo volume: «... Qui c'era già Gaglietto, che aveva riorganizzato i suoi famosi carabinieri. L'intesa sembrava raggiunta con questa ripartizione di compiti e comandi:
Comandante generale della Val Corsaglia: Gomez.
Comandante amministrativo: Gaglietto.
Comando operativo della squadra: Martinengo.
[... ] Là è Gaglietto con un gruppo di una cinquantina di uomini, quasi tutti carabinieri. A Garessio il carabiniere Angelo Battaglia (8) forma una squadra di partigiani che passa dopo pochi giorni alle dipendenze di Martinengo...».
Anche l'Arma dei carabinieli era partecipe della situazione tragica del momento. Continui rapporti pervenivano ai Comandi tedeschi e fascisti circa lo stato di demoralizzazione dei carabinieri e sulla loro resistenza a collaborare con un'Autorità non riconosciuta e, sovente, avversata.
Molte furono le deportazioni nei campi di concentramento in Germania. I Comandi nazifascisti decisero di affrettare i tempi per lo scioglimento dell'Arma stessa (9).
Dall'archivio dell'Istituto Storico della Resistenza di Imperia abbiamo tratto il documento del mese di giugno 1944, che di seguito riportiamo, dal quale si rileva che i carabinieri erano anche al servizio della «Libera Repubblica di Triora», quindi della Resistenza e del popolo:
Comune di Triora
al Comandante  della divisione «Garibaldi»
e p.c. al Comandante la V brigata «Garibaldi»
In base agli accordi avuti dal Vice-Comandante Musso, ho costituito il distaccamento di Polizia in Triora, affidando il Comando al Maresciallo Capo Scarpa Salvatore precettando i seguenti carabinieri:
Appuntato  Fili Domenico
"    Miraglio Carlo
"    Mazzili Valentino
"    Grespan Ernesto
"    Amaldi Emanuele
Carabiniere Sorrentino Alessio
"    Destradis Michele
"    Alberti Giusto
"    Dentoni Erminio
Come da accordi convenuti codesto Comando è pregato di provvedere all'invio dell'armamento necessario per gli uomini di cui sopra.
Il distaccamento verrà preso in forza dal Comando della V Brigata Garibaldi.    
Il Podestà (Pesce)
[NOTE]
(1) Giuseppe Cortelucci, fu Luigi e di Paolina De Laurentis, dichiarazione integrativa n. 4600.
(2) Testimonianza di Vittorio Guglielmo (Vittò).
(3) Cfr. F. Biga, Diano e Cervo nella Resistenza, Milano Stampa, Farigliano, 1975, pag. 99.
(4) Vedasi l'Unità (edizione clandestina imperiese), anno l, n. 2, l5 agosto 1944.
(5) Cfr. G. Strato, 1° volume della presente opera, pagg. 295, 298.
(6) Il volume inedito è conservato presso l'Archivio del Comune di Garessio.
(7) Il fatto riportato dall'autore è ricavato da una pubblicazione di Enrico Martini (Mauri).
(8) Angelo Battaglia, nato a Garessio il 20-8-1921, carabiniere della Legione di Genova, ora pensionato invalido, militò nella Brigata Val Tanaro dal 10/1/1944 al 416/1945. Il Battaglia risiede attualmente ad Imperia nella zona di Castelvecchio.
(9) Vedasi G. Gimelli, Cronache militari della Resistenza in Liguria, vol. 2°, op. cit., pag. 35.

Carlo Rubaudo, Storia della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria) - Vol. II. Da giugno ad agosto 1944, edito a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, Imperia, Dominici Editore, 1992, pp. 576-581
 
Nel frattempo Avogadro, in veste di collaboratore dell’intelligence britannica, per allacciare col Piemonte un servizio informativo alle dipendenze degli inglesi si era recato in Liguria, dove l’Arma «aveva perso molto terreno in seguito alla condotta degli ufficiali di quella Legione che in massa avevano aderito alla repubblica» <14. Riconoscendo improba l’impresa di impiantare un’organizzazione clandestina, per le sue forze e per la limitatezza delle sovvenzioni, riuscì a raggruppare una cinquantina di carabinieri nella zona tra Imperia e Sanremo, affidati alle cure del pretore di Taggia, il giudice Alessandro Savio, insieme al quale incontrò un comandante di una banda in costituzione (probabilmente Michele Silvestri “Milano”, comandante del distaccamento Gap di Verezzo, confluito poi nelle Sap di Imperia), ma i contatti con gli uomini di questo territorio furono saltuari per il resto della guerra.
Prima di rientrare dalla Liguria nel Biellese, Avogadro ricevette l’informazione che era ricercato dalla Gnr, che aveva fatto irruzione al castello degli Avogadro nel Biellese: ripiegò a Rovasenda, dove proprio in quel periodo si stava formando una banda composta prevalentemente da ex carabinieri. Nella relazione Avogadro non precisa le date, ma nel territorio della Baraggia vercellese, che aveva ospitato fino ad allora solo gruppi partigiani della 50a brigata “Garibaldi”, la presenza di questa formazione partigiana autonoma, inizialmente denominata “Quo fata volunt” e poi brigata “Santorre di Santarosa”, si colloca fra i mesi di agosto e di ottobre del 1944.
Enrico Pagano, “A favore dell’Arma”. L’attività nel periodo clandestino di Rodolfo Avogadro di Vigliano, questore di Vercelli nominato dal Cln, l’impegno, a. XXXV, nuova serie, n. 2, dicembre 2015, Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nel Biellese, nel Vercellese e in Valsesia 

Il 27 dicembre 1944, a Vasia (Imperia), il giovane Carabiniere Giuseppe CORTELLUCCI, appena ventenne, si immolò per la Libertà della Patria. Per la sua eroica Audacia nella guerra di liberazione, fu decorato con la Medaglia di Argento al Valor Militare - alla memoria, per la seguente motivazione: "Già bravo carabiniere, entrava all'8 settembre nella resistenza battendosi quale vice comandante di distaccamento partigiano, con capacità e audacia. Nel tentativo di trarre in salvo il proprio comandante ferito, veniva catturato. Riuscito ad evadere raggiungeva di nuovo la propria formazione. Durante un duro rastrellamento avversario, attaccato da forze preponderanti, combatteva con animo intrepido, sempre primo dove più accanita ferveva la lotta, incitando ed animando i propri dipendenti, finché, colpito a morte, immolava eroicamente la propria esistenza per la libertà della Patria".
Redazione, Audacia per la libertà, Attenti a quei due
 
Si vanno verificando numerose defezioni di carabinieri, di appartenti alla G.N.R. [Guardia Nazionale Repubblicana], ex militi e all'esercito repubblicano ed anche di agenti di polizia.
I carabinieri, interpellati, hanno, nella grande maggioranza, dichiarato di volere essere inviati in congedo.
Così la potenzialità delle forze di polizia, già non rispondente agli attuali effettivi bisogni della sicurezza pubblica, si va ancor più assottigliando.
Questa è la situazione, nella sua realtà.
Ispettorato Regionale di Polizia - Zona Savona-Imperia, Ispettore Generale di P.S. di Zona, Situazione politico-economica della Provincia di Imperia, Al Ministero dell'Interno, Direzione Generale di Polizia - Valdagno, n° di Prot. 038, li 30 giugno 1944 XII, documento in Archivio Centrale di Stato
 
Sanremo (IM): Via Escoffier

Un notevole contributo alla Resistenza Imperiese è stato dato dai carabinieri. Hanno raggiunto le formazioni partigiane oltre una sessantina di militari. Una ventina di essi, che erano di stanza a Realdo (frazione del Comune di Triora), il 18 giugno 1944 si aggregarono ai partigiani della IX Brigata Garibaldi. Anche un presidio di stanza a Pigna, passò ai partigiani il 27 agosto successivo. Altri lasciarono i loro presidi dove i Tedeschi li sorvegliavano e raggiunsero la montagna. Sulla scorta dei documenti conservati nell’Archivio dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea, risultano sessantasei i carabinieri riconosciuti partigiani: un totale da costituire, se uniti in una sola formazione, un consistente Distaccamento partigiano. Nel giugno 1944, il cittadino Pesce, a capo della libera Repubblica partigiana di Triora, in accordo con il Comando della IX Brigata, costituì il Distaccamento di polizia affidando il Comando al maresciallo Salvatore Scarpa il quale precettò i seguenti appuntati: Fili Domenico, Miraglio Carlo, Mazzili Valentino, Grespan Ernesto, Arnaldo Emanuele, e i carabinieri Sorrentino Alessio, Destradis Michele, Alberti Giusto e Dentoni Erminio.
Fra i carabinieri che hanno contribuito alla lotta per la liberazione ricordiamo: Andreolo Antonio, vice brigadiere, rimasto gravemente ferito a Cima Marta l’11 agosto 1944; Agnese Camillo rimasto invalido; Balestra Giuseppe caduto il 5 marzo 1945; Bartoli Umberto brigadiere, caduto il 20 settembre 1944 nel bosco di Rezzo; Gagliolo Egidio rimasto gravemente ferito in uno scontro con i nazifascisti a Casanova Lerrone; Mancini Marino rimasto ferito in combattimento il 19 giugno 1944; Pirrol Aurelio catturato dal nemico e fucilato a Rastrello (CN) il 29 novembre 1944; Risso Ilario catturato nel Dianese e fucilato il 10 gennaio 1945; Taffaroni Giovanni rimasto ferito in combattimento a Triora il 3 aprile 1944.
In particolare ricordiamo Giuseppe Cortellucci, già nella banda di Felice Cascione, catturato il 27 gennaio dal nemico nel disperato tentativo di salvare il suo comandante, riuscito a fuggire e ricongiuntosi ai partigiani della IV Brigata, per non cadere vivo in mano al nemico, durante un momento drammatico di un rastrellamento, si uccide il 29 dicembre 1944 nella zona di Pantasina; fu proposto per la medaglia d’argento al valor militare.
Infine ricordiamo che dalla Provincia di Imperia i Tedeschi deportarono circa ottocento persone (documentate), di cui quattrocentosessantasette ex militari, compresi quattordici carabinieri.
Francesco Biga, Ufficiali e soldati del Regio Esercito nella Resistenza imperiese in Atti del Convegno storico LE FORZE ARMATE NELLA RESISTENZA di venerdì 14 maggio 2004, organizzato a Savona, Sala Consiliare della Provincia, dall'Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea della provincia di Savona (a cura di Mario Lorenzo Paggi e Fiorentina Lertora)
 
[...] Al momento dell’annuncio dell’armistizio con gli angloamericani, a Sanremo come nel resto della Liguria, non si verificarono incidenti di sorta. Il 10 settembre 1943 i primi reparti di soldati tedeschi entravano nel territorio della provincia di Imperia, provenienti da Cuneo. Dal Comando della Legione di Genova era intanto pervenuto al comandante del Gruppo di Imperia l’ordine, per tutti i militari in servizio, di mantenere la calma e rimanere al proprio posto. Nei giorni successivi solo alcune stazioni della tenenza di Ventimiglia, a causa soprattutto dell’ostilità manifestata dalla milizia di confine, vennero disarmate. A parte tali sporadici episodi, le compagnie del gruppo, tra cui anche quella di Sanremo, si mantennero sostanzialmente intatte. Le prime diserzioni, anche se non numerose, sarebbero cominciate soltanto nell’ottobre 1943, dopo il passaggio da Ventimiglia del treno con a bordo i carabinieri romani diretto verso i campi di concentramento nazisti in Germania. Bisogna comunque sottolineare come sarebbe stato particolarmente alto il numero dei carabinieri sanremesi che avrebbero collaborato attivamente con la Resistenza locale, fornendo di armi e munizioni le unità partigiane combattenti in montagna e distribuendo viveri alla popolazione.
Nel frattempo, dopo che, tramite il comando di legione, era stata fatta firmare la dichiarazione di adesione al governo della Repubblica sociale italiana nel dicembre 1943, gli ufficiali del gruppo e una rappresentanza di circa una sessantina di sottufficiali e militari di truppa, il 9 febbraio 1944 furono radunati in una piazza di Imperia per prestare giuramento, insieme alle altre truppe del presidio, alla Rsi. Il mese successivo l’Arma dei Carabinieri venne sciolta e i suoi componenti assorbiti nella neoistituita Guardia nazionale repubblicana. Le legioni furono rimpiazzate dagli ispettorati regionali e in ogni provincia, tra cui anche quella di Imperia, fu istituito un comando provinciale. In conseguenza all’incorporazione dell’Arma nella Guardia nazionale repubblicana, i carabinieri sarebbero stati costretti a indossare la camicia nera e ad apporre le fiamme nere sotto gli alamari. La notte del 5 agosto 1944 tutte le caserme dell’Arma della provincia di Imperia furono circondate da soldati tedeschi e militi della Gnr, che prelevarono tutti gli ufficiali, i sottufficiali e i carabinieri che sorpresero, per condurli, il giorno dopo, a Milano ed Asti. Uguale sorte sarebbe toccata anche a tutti quei militari che si trovavano presso le loro abitazioni. Da Asti e Milano i carabinieri imperiesi sarebbero stati tutti deportati in vari campi di concentramento in Germania e adibiti a lavoro obbligatorio. Un limitato numero di sottufficiali e militari di truppa sarebbe riuscito tuttavia a sottrarsi alla cattura, mentre altri sarebbero riusciti a fuggire durante il viaggio, ma avrebbero dovuto rimanere nascosti o allontanarsi dalle rispettive residenze per far perdere le proprie tracce perché attivamente ricercati da tedeschi e repubblichini.
Nell’aprile 1945, quando la Guardia nazionale repubblicana sarebbe fuggita abbandonando le caserme, anche quella di Sanremo venne completamente saccheggiata dagli stessi militi e dalla popolazione. Il 25 aprile 1945 giunse però il tanto atteso momento della liberazione del suolo nazionale dal nazifascismo, e così, anche per l’Arma dei Carabinieri, cominciò a profilarsi una nuova epoca in un’Italia libera e democratica. Nei mesi immediatamente successivi furono riattivati tutti i comandi provinciali della Liguria: il gruppo di Imperia venne ripristinato il 15 maggio 1945. Anche a Sanremo i carabinieri tornarono a pieno regime con la ricostituzione della loro compagnia e ripresero possesso della caserma di via Privata (l’odierna via Escoffier), da dove si sarebbero poi trasferiti nell’attuale caserma di Villa Giulia, in corso Inglesi, il 6 novembre 1971.
Andrea Gandolfo, La storia dei carabinieri a Sanremo, Sanremo News.it, 20 giugno 2017

mercoledì 3 marzo 2021

Furono uccisi anche due partigiani appartenenti alla banda di Franco Bianchi

Il 10 gennaio 1945 una colonna numerosa di tedeschi rastrella le campagne alla ricerca del comando partigiano. Non trovando ribelli i tedeschi sfogano la loro frustrazione per la mancanza di risultati raggiunti contro alcuni renitenti alla leva rastrellati in località Frassino di Diano Borganzo, Frazione del comune di Diano San Pietro (IM). Vengono passati per le armi, senza nessun processo (normalmente i tedeschi erano soliti fucilare seduta stante solamente coloro sorpresi con le armi, mentre gli altri venivano catturati e processati con verdetti che poteva andare dalla fucilazione alla deportazione in Germania oppure inviati ai lavori obbligatori presso la Todt) Ilario Risso (carabiniere fuggito dal proprio reparto), Ernani Ardissone, Giobatta Ardissone e il sessantaduenne Giobatta Risso. L’episodio viene raccontato da fratello di Ilario Risso, Ardito, che si salvò in modo rocambolesco. Secondo il suo racconto durante il rastrellamento furono uccisi anche due partigiani appartenenti alla banda di Franco Bianchi (Stalin), Giobatta Alampi e Giuseppe Vebero. Il 17 gennaio 1945 nella zona Palega-Zerni-Vinai di Badalucco (IM), i Cacciatori degli Appennini in un'imboscata uccidono i garibaldini Antonio De Santis (Marco) ed Emilia Rosso (Irma), entrambi della IV^ Brigata "Elsio Guarrini" della II^ Divisione "Felice Cascione". De Santis si recava in missione assieme ad altri garibaldini e con lui si trovava la garibaldina Irma, colpita al petto da una prima raffica. Il De Santis, estratta la pistola, sparava contro il nemico, ma una seconda raffica lo colpiva a morte. Il Cacciatore Zecchini, responsabile della morte di entrambi, verrà catturato dai partigiani in marzo nella zona di Triora e fucilato.
Giorgio Caudano, I caduti della Lotta di Liberazione. I^ Zona Liguria, ed. in pr., 2020
 
[  n.d.r.: altre pubblicazioni di Giorgio Caudano: A cura di Paolo Veziano con il contributo di Giorgio Caudano e di Graziano Mamone, La libera Repubblica di Pigna. Parentesi di democrazia (29 agosto 1944 - 8 ottobre 1944), Comune di Pigna, IsrecIm, Fusta Editore, 2020; Giorgio Caudano, Dal Mare alla Trincea... memorie di uomini, BB Europa, Cuneo, 2019; Silvia Alborno, Gisella Merello, Marco Farotto, Marco Cassini, Giorgio Caudano, Franck Vigliani, curatori della mostra Claude Monet, ritorno in Riviera, catalogo a cura di Aldo Herlaut, Silvana Editoriale, Milano 2019; La Magnifica Invenzione. I pionieri della fotografia in Val Nervia 1865-1925, a cura di Marco Cassini e Giorgio Caudano, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2016; Giorgio Caudano, Pigna. Storia di un paese, ed. in pr., 2016   ]
 

Carlo Montagna (Milan). Fonte: Giorgio Caudano, Op. cit.

In un mattino nebbioso del 17 gennaio 1945 un numeroso gruppo di fascisti perlustrava le campagne di Prelà. Secondo alcune fonti si sarebbe trattato di Cacciatori degli Appennini, secondo altre della compagnia operativa della G.N.R. del tenente Ferraris. Probabilmente l’azione fu condotta da entrambi i reparti. In due casoni posti ad una certa distanza avevano trovato ristoro per la notte alcuni uomini della IV^ Brigata "Elsio Guarrini" della II^ Divisione "Felice Cascione". In un casone sopra Canneto, di fronte a Tavole, si stavano riposando Carlo Montagna Milan, comandante della Brigata [nato a Voghera il 16 agosto 1911, protagonista di numerose azioni, fra le quali spicca quella del 19 luglio 1944, la liberazione dei detenuti politici dal carcere di Imperia Oneglia], Gaetano Sibilla Ivan, Angelo Perrone Bancarà o Vinicio, vicecomandante della brigata, Sebastiano Acquarone Alpino e Ferrero Staffetta Gambadilegno. In un altro casone più in basso sostavano Mario Bruna Falco, commissario della Brigata, Luigi Peruzzi Luigi ed altri uomini. I fascisti intravvidero nella nebbiolina un uomo armato, che sembrava stesse facendo la sentinella. Spararono senza avvertimento e colpirono, uccidendolo, Angelo Perrone. Gli altri partigiani, intese le raffiche, fuggirono in direzione della cresta della montagna, che però era già stata occupata dai nemici. Ritornarono allora sui propri passi infilando il Vallone di Villatalla dove trovarono altri repubblichini in agguato che al loro avvicinarsi spararono. Montagna e Acquarone vennero colpiti a morte. La staffetta Gambadilegno venne ferito e catturato. Gambadilegno, sottoposto a torture, fu costretto a confessare dove aveva trovato rifugio il distaccamento di Dimitri.
Giorgio Caudano, Op. cit.

Dopo la prima quindicina del mese di gennaio 1945 gradatamente formazioni della Divisione nemica "Cacciatori degli Appennini" si trasferiscono verso l'estremo ponente ligure. Abbiamo già visto come durante un rastrellamento colpissero gravemente il Comando della IV Brigata "E. Guarrini" nel vallone di Villa Talla. Nell'occasione del trasferimento affiggono un avviso che abbiamo ritenuto riportare integralmente poiché ci dà un quadro abbastanza preciso della situazione nella quale vennero a trovarsi i giovani che avevano disertato le chiamate nemiche, abitanti dei nostri paesi del retroterra. Ecco il testo dell'avviso: "Gruppo Cacciatori degli Appennini. Si avverte la popolazione che il III Battaglione Cacciatori degli Appennini, desideroso di portare la tranquillità e la normalità nella zona, è disposto a venire incontro a tutti coloro che, avendo obblighi militari, hanno seguito consigli di elementi prezzolati del nemico e si sono dati alla macchia. A coloro che si costituiranno entro 48 ore dalla data del'affissione del presente avviso, si garantisce l'incolumità della vita. Contro quelli, invece, che, non avendo accolto questo appello, venissero catturati nel corso di operazioni militari, verrà applicata la legge di guerra. Z.O. 24 gennaio 1945, ore 8 del mattino. Il comandante del Battaglione maggiore Mario Rosa".
Il risultato fu che chi si presentò nelle 48 ore prestabilite, venne inviato in Germania. Chi fu catturato dopo il termine dell'ultimatum, venne passato per le armi.
Consultando ancora il memoriale del Polacchini, di cui abbiamo già parlato, risulta in modo evidente in che situazione si venissero a trovare i partigiani della IV Brigata.
Francesco Biga (con la collaborazione di Osvaldo Contestabile), Storia della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria), Vol. IV. La Resistenza nella provincia di Imperia dal Primo Gennaio 1945 alla Liberazione, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, 2005, p. 88 

mercoledì 10 febbraio 2021

Riscontrai, ad ogni modo, nel Curto un uomo molto calmo

Pietrabruna (IM): Monte Follia. Foto: Bruno Calatroni di Vallecrosia (IM)

Dintorni immediati di Pietrabruna (IM)

Il Comando delle Brigate Nere ha una vasta rete di spionaggio che fornisce informazioni sui movimenti e sull'ubicazione delle formazioni partigiane.

Nel mese di giugno 1944 il predetto Comando ha a sua disposizione molte notizie sulla situazione numerica dei garibaldini e ne traccia un prospetto:

Dintorni di Triora (IM). Foto: Eraldo Bigi

[...] Zona di Triora e Molini di Triora
I gruppi che agiscono nella zona sono alle dipendenze del Comando dei ribelli che trovasi a Cima di Marta, forza degli stessi circa 3.000 uomini armati con moschetti, fucili mitragliatore, mitragliatrici, mortai da 45 e da 81. Nella zona suddetta i gruppi di ribelli sono sempre in movimento; infatti sono stati notati gruppi di ribelli della forza di circa 30 e 40 uomini a Carmo Gerbontina, a monte Pellegrino, a monte Gerbonte, nella frazione di Loreto, nella regione denominata «Brighetta», nella frazione di Realdo, nella frazione di Andagna. Sembra che nei baraccamenti militari siti su Colla Belenda vi sia un posto fisso di circa 50 ribelli armati. Notati posti di avvistamento ai chilometri 13, 15, 17 della strada Castelvittorio-Triora.
Carlo Rubaudo, Storia della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria) - Vol. II. Da giugno ad agosto 1944, edito a cura dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia, Imperia, Dominici Editore, 1992

Pagina 44 del Notiziario GNR del 4 giugno 1944 cit. infra. Fonte: Fondazione Luigi Micheletti
 
Il 31 maggio u.s., alle ore 18, in Badalucco (Imperia), numerosi banditi armati, dotati di mitragliatrici pesanti, assalirono il locale distaccamento della G.N.R. I militi del presidio reagirono energicamente e tennero testa agli aggressori sino al sopraggiungere di una compagnia O.P. che dopo breve combattimento riuscì a volgere in fuga i malfattori. Da parte nostra tre feriti. Non ancora accertate le perdite dell'avversario. Riserva di ulteriori notizie.
Notiziario della Guardia Nazionale Repubblicana del 4 giugno 1944, pagina 44. Fonte: Fondazione Luigi Micheletti
 
Zona di Badalucco - Montalto Ligure
Sembra che nella cosiddetta frazione «Tana di Beltrand» esista un rifugio di ribelli. Nuclei di ribelli armati sono stati visti aggirarsi nelle località Evria e Binelli (comune di Montalto Ligure), e in località Merea-Beltran-Banzan (comune di Badalucco).

Colline a levante di Castellaro (IM)

Zona di Pietrabruna e Castellaro
Esistono gruppi di sbandati armati; il numero è esiguo, non si conosce la dislocazione.

La Val Prino

Zona di Dolcedo e di Molini di Prelà
Esiste un gruppo di circa 400 ribelli armati nel bosco di monte Faudo, e gruppi di sbandati armati della forza di 10 e 15 uomini ciascuno che si aggirano per la campagna.
Carlo Rubaudo, Op. cit.


Notiziario della Guardia Nazionale Repubblicana del 24 giugno 1944, pagina 33. Fonte: Fondazione Luigi Micheletti

Fa seguito alla segnalazione inserita nel notiziario del 23 corrente circa l'esistenza di bande armate, della forza di circa 6000 elementi nel territorio della provincia di Imperia. Oltre alle formazioni di armati segnalati a nord di Vasia, Pianavia e Pantasina, operano 500 banditi suddivisi in reparti della forza oscillante fra i 50 e gli 80 uomini ciascuno dislocati sulle falde di quota 732 (S. Bernardo). Nella zona compresa  tra Villa Viani, Vestagno [Bestagno] e Lucinasco, e precisamente nel bosco detto "della Maddalena", sulle pendici meridionali di Monte Acquarone e sui due versanti di Monte Collabassa, trovasi un raggruppamento di oltre 300 banditi. Inoltre, sulle falde di Monte Albastino, in una casetta vicina alla villa di proprietà di Paolo AGNESI si è insediato il comando dei reparti che agiscono nella zona. Confermata la notizia che i banditi avrebbero intenzione di scendere nei prossimi giorni a Imperia per compiere atti di sabotaggio. L'azione verrebbe effettuata in concomitanza con operazioni di disturbo nelle valli di Dolcedo e in quella di Oneglia da parte di gruppi sparsi che ivi convergerebbero da diverse direzioni. Nella notte sul 16 corrente, in località Perina del comune di Imperia, alcuni banditi armati penetrarono nell'abitazione dell'aviere Felice CICCIONE, costringendo questi a seguirli. Il 17 corrente, alle ore 21,30, in Castellaro, numerosi banditi armati, dopo aver interrotta la linea telefonica e bloccate le strade di accesso dell'abitato, penetrarono negli uffici comunali, ove bruciarono le liste di leva e asportarono tutte le carte annonarie ivi esistenti. Successivamente obbligarono due agricoltori a consegnare loro, complessivamente, un vitello, due pecore e due muli e, dopo aver tagliato i capelli a certa Luisa BIACCHESI, nell'allontanarsi costrinsero il commissario del Fascio a seguirli. Nella notte sul 17 corrente, in Imperia, tre detenuti militari, narcotizzati i militi addetti al loro piantonamento, evadevano dall'ospedale civile di S. Giovanni dove erano ricoverati.
Notiziario della Guardia Nazionale Repubblicana del 24 giugno 1944, pagine 33,34,35. Fonte: Fondazione Luigi Micheletti

18 giugno 1944 - Il già menzionato Giuseppe Arduino di Prale, residente in Borgomaro, trovò in Prale un gruppo di 80 patrioti, comandati da due ufficiali genovesi. Con loro erano pure Renzo [n.d.r.: Renzo Merlino] e Cassia. Stanno tutti bene ed hanno il morale elevatissimo. Ad essi ha parlato delle mie ansie per le continue minacce del Santacroce e per la denuncia del Roba. Essi però gli hanno detto di essere già al corrente di tutto. Il Comune di Pieve [Pieve di Teco (IM)] amministrativamente è nel caos più completo. Il Commissario con la moglie sono fuggiti e il Segretario Comunale Valenzo si lascia vedere ìl meno possibile, sicché tutto è ridotto nelle mani della impiegata Sig.ra Brignacca, disgraziatamente sorda, ma ammirevole per il suo senso di abnegazione. Per quel che riguarda gli approvvigionamenti (che ormai tutto si riduce a questo), si è costituita una Commissione di volenterosi per la tutela di questo delicatissimo ramo, ma pare che il Prefetto non abbia ancora voluto riconoscerla. Come si vede qui da noi la tanto decantata repubblica ha degenerato presto in anarchia. Nino Barli, Vicende di guerra partigiana. Diario 1943-1945, Valli Arroscia e Tanaro, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, tip. Dominici Imperia, 1994, p. 98

Zona di Vasia
Un gruppo di circa 30 ribelli armati trovasi nei casolari sparsi sul versante est di q. 732 nei pressi di Pianavia, e un gruppo di circa 20 ribelli pure armati a q. 889.
Zona di Carpasio - Borgomaro - Rezzo
Nel bosco di Rezzo trovansi oltre 400 ribelli armati. Ivi trovasi pure il loro Comando. Gruppi di ribelli della forza di circa 40 e 50 elementi (provenienti dalla zona suddetta) sono stati visti sostare a Montegrande, a Colla d'Oggia, al monte Albaspino, al passo di Carpasio, al monte Acquarone e al passo delle Ville...».
Dagli incompleti dati in possesso del nemico, seppur non tutti attendibili e molti indubbiamente inesatti, si può valutare la possibilità di lotta della nostra Resistenza in quel periodo in cui l'entusiasmo saliva alle stelle ed in ogni valle risuonavano le canzoni partigiane.
Sul finire del mese di giugno del 1944, avviene un cruento combattimento sostenuto dal 16° distaccamento, che potrebbe anche essere ricordato come «La prima e l'ultima battaglia»; la battaglia cioè di un distaccamento appena costituito che si batte con grande coraggio, infligge gravi perdite ai Tedeschi e subisce, a sua volta, un rastrellamento tanto feroce, e giorni di martirio da non poter più essere ricomposto. I bravi giovani superstiti passano, quindi, a far parte di altri reparti. Noi, invece, il combattimento lo intitoliamo al nome della località presso cui si verificò e diciamo: «La battaglia di Sella Carpe». 
Carlo Rubaudo, Op. cit.

Cesio (IM). Foto di Antonio Busso (su Flickr)

19 giugno 1944 - Il menzionato tenente Cassia è venuto a trovarmi in Muzio e, fra l'altro, mi ha fatto cenno dei vivaci contrasti fra lui, Colombo, Renzo e Martinengo, dello spirito d'indisciplina dei gregari. Mi narrò pure l'operazione da lui compiuta in Moglio, dove un gruppo di guastatori tedeschi, con armi, munizioni e cavalli, sono passati ai patrioti precisandomi che lui stesso ha condotto nella zona di Gazzo i nuovi gregari. Fra l'altro mi ha detto che sul Santacroce hanno messo un taglione di L. 10.000. È da questa mattina che divampa un'azione di guerriglia in Valle Impero. Da qui si odono le artiglierie e le raffiche di mitra. Sono le quattro pomeridiane, il frastuono è cessato e, siccome le popolazioni han già fatto l'abitudine a questi spettacoli, non si allontanarono nemmeno più dai paesi.
20 giugno 1944 - Nell'azione di ieri in Valle Impero i tedesco-fascisti hanno avuto la peggio perché i patrioti, ormai maestri in fatto di guerriglia, li hanno costretti a ripiegare verso Oneglia. L'azione si è svolta tutta sul saliente Gazzelli - Chiusanico - Torria - Cesio, da cui hanno anche sparato colpi di cannone su Caravonica con lievi danni ai fabbricati e con una sola perdita di un civile, che era fuori casa. Il liquorista Ranzini di Oneglia, ma dimorante a Villa Romana sulla Nazionale sotto Cesio, passò un brutto quarto d'ora perché i tedeschi volevano fucilarlo. In Cesio i tedeschi hanno letteralmente saccheggiato la casa del Dott. Natta sicché il dottore e la moglie, privi di ogni cosa e con miseri indumenti, son giunti in Vessalico, in stato veramente compassionevole. Stamane i patrioti hanno fatto una perquisizione in casa di Ciollu Batteria posta in via Piane, di proprietà della cognata di Giovani Fresia, titolare del Monopolio Sale e Tabacchi ed, infatti, vi trovarono un vero deposito di tabacco e sale che il titolare sottraeva ai consumatori, per vendere a borsa nera. Anche allo spaccio Demarchi fu trovato accantonato indebitamente mezzo q.le di sale, tolto naturalmente al consumatore.
21 giugno 1944 - Questa mattina in Muzio si nota un movimento inconsueto. Sono cinque giovanotti che, con schietto entusiasmo, partono per Nava, per unirsi a quei Patrioti. Partono già armati ed equipaggiati di tutto punto. È imminente una seconda partenza. L'entusiasmo di questi giovanotti è veramente confortevole. Speriamo che non sia fuoco di paglia. In Pieve tutti gli uffici son chiusi con una scritta «Chiuso fino a nuovo ordine» perciò la Pretura, l'Ufficio Registro, l'Agenzia imposte, la Posta e Telegrafi, il Municipio sono tutti sbarrati, e le autocorriere sono ferme. Pare di vivere in un completo abbandono ed isolamento.
22 giugno 1944 - I cinque muziesi, giunti a Nava, non solo furono accolti ma furono messi ben presto alla prova. Infatti, capeggiati dal Capo squadra Ferdinando Gandolfo, pure di Muzio, furono inviati per un'operazione da compiersi in giornata con l'impegno di tornare subito al Comando. Eseguirono alla perfezione la prova. Stamattina venti partigiani hanno invasa la casa canonica di Calderara, recandole qualche danno. La causa di tale fatto va ricercata nella vita avventurosa del Parroco che, da tempo, faceva contrabbando in grande stile, viaggiando carico di derrate sui treni e sulle corriere, senza che nessuno l'avesse mai molestato. I casi sono due: o tale sacerdote sfruttava l'abito indecorosamente, oppure viaggiava, come tanti, con la tessera repubblichina. Tanto nell'un caso come nell'altro, meritava castigo. Fortuna volle che in Canonica non vi si trovasse. Questo pomeriggio fu turbato dall'arrivo improvviso di un camioncino con cinque patrioti che, dal Dopolavoro, hanno portato via un vitello intero, macellato clandestinamente, e mezzo sacco di riso. Per il Delfino, proprietario del dopolavoro fu senza dubbio un danno gravissimo ma di tutto ciò è anche colpa sua perché, col suo contegno, lascia sospettare che penda un po' troppo per i Repubblichini.
Nino Barli, Op. cit., pp. 99-101

Vasia (IM). Fonte: Flickr

Alla fine di giugno del 1944 un rapporto redatto dall’U.P.I (Ufficio Politico Investigativo) di Imperia segnalava la presenza di 50 ribelli armati, che trovavano rifugio nei casolari sparsi nei pressi di Pianavia, Frazione del comune di Vasia (IM). Poco tempo prima della fine di luglio la Compagnia O.P. di Imperia programmava un rastrellamento nel comune di Vasia e a Montegrazie, Frazione del comune di Imperia. Prima di giungere a Vasia il capitano Ferraris divise la compagnia in varie squadre. Durante il rastrellamento vennero catturati due partigiani da una delle squadre: vennero in seguito fucilati per ordine del Ferraris (da dichiarazione resa in data 7/5/46 da Carlo Valfrè, già appartenente alla citata Compagnia O.P. di Imperia). Altri patrioti morirono in combattimento. I partigiani deceduti (si presume tutti il 25 luglio 1944) furono: Stefano Danini (Ferroviere), Salvatore Filippone (Mariella), Carmine Saffiotti (Carmé), Vincenzo Raho (Zappa), Igino Rainis (Lupo). Non è dato sapere chi dei cinque appartenenti al distaccamento "Antonio Terragno" della I^ Brigata furono i due fucilati e chi cadde in battaglia. Testimoni dei fatti riferiscono che Igino Rainis rimase ferito ad un ginocchio e che, per non cadere prigioniero del nemico, si tolse la vita.
Giorgio Caudano, Gli eroi sono tutti giovani e belli. I Caduti della Lotta di Liberazione nella I^ Zona Operativa Liguria, ed. in pr., 2020

[ n.d.r.: altri lavori di Giorgio Caudano: La libera Repubblica di Pigna. Parentesi di democrazia (29 agosto 1944 - 8 ottobre 1944), (a cura di) Paolo Veziano con il contributo di Giorgio Caudano e di Graziano Mamone), Comune di Pigna, IsrecIm, Fusta Editore, 2020; Giorgio Caudano, Dal Mare alla Trincea… memorie di uomini, BB Europa, Cuneo, 2019; Silvia Alborno, Gisella Merello, Marco Farotto, Marco Cassini, Giorgio Caudano, Franck Vigliani, curatori della mostra Claude Monet, ritorno in Riviera, catalogo a cura di Aldo Herlaut, Silvana Editoriale, Milano 2019; La Magnifica Invenzione. I pionieri della fotografia in Val Nervia 1865-1925, a cura di Marco Cassini e Giorgio Caudano, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2016; Giorgio Caudano, Pigna. Storia di un paese, ed. in pr., 2016 ]

Igino Rainis (Lupo). Nato a Treppo Carnico (UD) il 19 giugno 1926, operaio; appartenente al Distaccamento “Antonio Terragno” della I^ Brigata. Il 25 luglio 1944 i garibaldini Stefano Danini ed Igino Rainis con i compagni Salvatore Filippone, Vincenzo Raho e Carmine Saffiotti della IV^ Brigata sono diretti ad Imperia con il difficile compito di penetrare nei locali della Questura per impossessarsi di armi automatiche. Incappano in un rastrellamento nella zona di Vasia. “Lupo” è ferito ad un ginocchio e, per non cadere prigioniero del nemico, preferisce darsi la morte.
Ad Igino Rainis è intitolato un Distaccamento della Brigata “Nino Berio” - Divisione d’assalto Garibaldi “Silvio Bonfante”.
Redazione, Arrivano i Partigiani, ANPI i resistenti, numero speciale 2011, ANPI Savona

Ormea (CN). Foto del 2012 di Paolo Brocchetti (su Flickr)

4 luglio 1944 - Entrammo finalmente nella nostra casa avita di Ormea, e qui ci trovammo bene. Da quel momento fu un continuo pellegrinaggio di patrioti in cerca di notizie e fu anche una ininterrotta attestazione di simpatia da parte di questa buona gente la quale si faceva premura di riferirmi sullo stato delle cose, e ciò per nostra normna opportuna.
5 luglio 1944 - Sopra un biroccio, e con un viaggio poco piacevole, ci raggiunsero in Ormea la mia cognata Angelina, unitamente alla persona di servizio Angela Milesi. In tal modo la famiglia si poté ricomporre al completo.
6 luglio 1944 - I patrioti non tralasciano di manifestarci le loro premure e continuano a darmi notizie su ciò che si sta svolgendo in Piemonte ed in Liguria.
7 luglio 1944 - Si presenta da me il Dott. Natta il quale è tutto pervaso da un senso di avversione ai vari sistemi che, secondo lui, contrastano con le direttive impartite ai patrioti dai Comitati di Liberazione. Mi parla di urti fra bande e bande, e diquesto suo concetto critico vuol farne relazione al Comandante Divisionale Curto [Nino Siccardi]. Infatti, verso le dieci, il Curto esce dalla Pasticceria Colombo e il Dott. Natta mi saluta e si accompagna con lui. Vedo che la discussione si fa assai animata, ma io per prudenza mi ritiro, lasciandoli alle loro reazioni assai plateali. Riscontrai, ad ogni modo, nel Curto un uomo molto calmo perché, mentre il Natta si accalorava nella sua esposizione, lui quasi impassibile pronunciava ben di rado poche parole. Ritornai sull'uscio e li vidi ancora presi dalla discussione sulla piazza dell'Olmo: ad essi però s'erano avvicinati altri patrioti.
8 luglio 1944 - Da questa data al 27 luglio successivo, si è trascorso in Ormea un periodo di autentica quiete. È vero che ogni tanto si restava un po' preoccupati per le notizie che giungevano, ora dal Piemonte ed ora dalla Liguria, di scontri o di movimenti di forze d'ogni specie, ma qui in Ormea continuava a sopravvivere un vero centro di patrioti indisturbati; e nulla degno di nota si è svolto in questo periodo.
27 luglio 1944 - Verso le cinque del pomeriggio il Capitano Bologna mi confida che, dal Colle dei Termini, sta scendendo su Ormea una forte colonna di tedeschi, per cui sarebbe prudente allontanarsi. Intesa la notizia, radunammo in famiglia tutto ciò che più ci premeva e, col carro a quattro ruote di Antonietto Sappa di Luigi, partimmo tutti per Bossi - sotto frazione di Bossieta - ove trovammo asilo presso la famiglia di Roberto Merigone. Ivi prendemmo dimora e fu provvidenziale questa nostra decisione, confrontandola con i bombardamenti e i mitragliamenti di cui fu in seguito bersagliato il piccolo centro di Ormea.
28 luglio 1944 - Ai Bossi, in questo gruppo di cinque o sei baite, costruite in mota sul nudo scoglio, ai piedi del Pizzo della Guardia in una morta gora perché incassata e chiusa fra i ripidissimi pendii del Rio Bossi, assistiamo ad un continuo movimento di patrioti che, alla spicciolata e a gruppi, passano e si eclissano nelle foreste che coprono le alture circostanti.
29 luglio 1944 - Anche questo misero raggruppamento di catapecchie ormai assume la sua importanza. Da Ormea salgono persone d'ogni età e d'ogni sesso. Giungono anche donne ansimanti e impaurite che gareggiano nel racconto della invasione tedesca.
30 luglio 1944 - In un vecchio e primitivo forno viene riacceso il fuoco, da molti anni spento, ed un fornaio di Ormea lo sfrutta cuocendo il pane a richiesta. Anche noi non tralasciamo di approfittare dell'occasione. Il fornaio di nome Pierin è un giovanotto di ottimo carattere il quale non nasconde il suo stato d'ansia, avendo anch'egli degli obblighi militari.
31 luglio 1944 - Gli sfollati aumentano di giorno in giorno e tutti i più reconditi tuguri o buchi sono sfruttati. Un po' di paglia ed una coperta per la notte è sufficiente per accontentare chi arriva e si ferma ben lieto, pur d'essere in compagnia di gente conosciuta, e lungi dal contatto tedesco.
Nino Barli, Op. cit., pp. 106,107

Valfrè Carlo: nato a Ventimiglia il 7 luglio 1921, milite della Compagnia OP di Imperia.
Interrogatorio di Valfrè Carlo del 7.5.1946: Dopo l’8 settembre rimasi per un po’ di tempo sbandato ma in seguito tornai a casa mia. Dopo un po’ di tempo ricevetti la cartolina precetto per essere inviato in Germania e poiché mi si disse che l’unico modo per evitare di essere inviato in Germania era di arruolarsi mi presentai alla sede della milizia di Imperia. Il 2 novembre 1943 entrai a far parte della GNR e assegnato alla Compagnia OP, comandata dal Tenente Ferraris. Fui avviato subito a Pieve di Teco ove prestavo servizio con i carabinieri e vi rimasi per circa un mese. Dopo detta data venni assegnato al Battaglione Italiani all’Estero, in un primo tempo a Sanremo ed in un secondo tempo ad Arma di Taggia. In questa località rimasi fino al marzo del 1944 quando ritornai alla Compagnia OP. Negli ultimi giorni di giugno [1944] o nei primi di luglio, unitamente alla compagnia, partimmo per un'azione di rastrellamento nei comuni di Vasia e Montegrazie. Prima di giungere a Vasia il Capitano Ferraris divise la compagnia in varie squadre. Durante il rastrellamento vennero catturati due partigiani da una delle squadre che vennero in seguito fucilati per ordine del Ferraris ma non posso precisare da chi in quanto la mia squadra si trovava più avanti. Verso la fine di luglio siamo partiti per un rastrellamento nel comune di Bestagno. Ivi giunti, dopo aver circondato il paese, il Capitano Ferraris diede ordine di svaligiare e bruciare una casa [...]
Leonardo Sandri, Processo ai fascisti: una documentazione, Vol. 9 - Liguria: Imperia - Savona - La Spezia, StreetLib, Milano, 2019

Un nome, quello di Ferraris, temuto: dotato di coraggio e di capacità militari, anima di tanti rastrellamenti, l'ideatore della "controbanda", l'uccisore di Nino Berio (Tracalà) a Chiusavecchia. Egli si era guadagnato la fiducia delle S.S. Tedesche, tanto da essere da loro decorato con la croce di ferro di II^ classe, per la spietatezza delle sue azioni.   Attilio Mela, Aspettando aprile, Ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, 1998