mercoledì 3 marzo 2021

L'organico del momento non superava la ventina di unità

Prelà (IM) - Foto: Silvana Maccario

Continua il grande rastrellamento sul terreno della IV^ Brigata ["Elsio Guarrini" della II^ Divisione "Felice Cascione"]. Anche il famigerato capitano Ferraris con i suoi sgherri raggiunge il grosso della sua Compagnia Ordine Pubblico (O.P.) a Dolcedo, Compagnia con armamento automatico ottimo. Intanto, pare che forze tedesche, provenienti dalla Val Tanaro, partecipino anche loro al grande rastrellamento. Il giorno 7 Vasia viene nuovamente inverstita e saccheggiata. I nemici raggiungono Molini di Prelà e distruggono la polveriera ubicata nella zona. Anche in Valle Argentina continua un pesante rastrellamento, mentre molti partigiani, per gli strapazzi subiti e il freddo, hanno la febbre e soffrono la sete. Sono accucciati su giacigli in casupole o piccoli antri e si lamentano. I luoghi sono insicuri. Si cerca di fare sciogliere la neve nelle gavette, ma non è facile. [...] Mentre il grande rastrellamento, come vedremo, si estende anche alla V^ Brigata "Luigi Nuvoloni", anche ad Oneglia, per opera della delatrice Maria Zucco (Donna Velata), si verifica una serie di arresti tra le forze della Resistenza [...].
Francesco Biga, (con la collaborazione di Osvaldo Contestabile), Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), Vol. IV: Da Gennaio 1945 alla Liberazione, Ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, 2005, p. 73
 
Pietrabruna (IM): Monte Follia - Foto: Bruno Calatroni

Nevicava da parecchie ore e le scarpe affondavano abbondantemente nel morbido tappeto; una fila di uomini silenziosi, nere figure che si seguivano l'un l'altro con facilità sul bianco sentiero. Ci si doveva congiungere al grosso del distaccamento per affrontare uniti il non gradito regalo che la befana ci aveva riservato. Albeggiava quando, riunitisi al completo, si affrontò la soluzione del pericoloso problema; al momento ci si appoggiò alla parete rocciosa del monte per meglio difendersi da un subitaneo pericolo proveniente dai fianchi e si vagliò con la necessaria calma le nostre limitate possibilità. L'organico del momento non superava la ventina di unità: uomini malamente equipaggiati e armati di due soli mitragliatori, in grado di sviluppare un fuoco alternato che non superava la mezz'ora, non potevano certo concedersi il lusso di affrontare le numerose formazioni impegnate nel rastrellamento, compito che la nudità del terreno sconsigliava decisamente; l'azione avrebbe determinato l'inutile distruzione del gruppo. Si accantonò, quindi, il preventivato spostamento verso i passi della Follia e di San Salvatore, probabilmente già presidiati dai reparti tedeschi; l'andare poi sul sentiero che portava a Badalucco era altrettanto sconsigliabile, per cui non restava che gettarsi a mezzo monte, nel mezzo dei boschi di castagni, cercando riparo e mimetizzazione nei nudi tronchi, a somiglianza dei camaleonti [...] La nostra attesa durò l'intera luce di quel giorno, immobili figure unite a quei tronchi nel gelo sottile che penetrava, mentre la musica rabbiosa del vento non voleva cessare. Bianche ciglia di neve si alzavano piano per seguire, sul lontano sentiero che portava a Badalucco, il lento passare dei soldati tedeschi [...]
Renato Faggian (Gaston), I Giorni della Primavera. Dai campi di addestramento in Germania alle formazioni della Resistenza Imperiese. Diario partigiano 1944-45, Ed. Cav. A. Dominici, Imperia, 1984, pp. 95,96
 
Reggi Giuseppe, «Dafne», da Vittorio e Manilla Mazzolini; n. il 26/4/1924 a Bologna; ivi residente nel 1943. Licenza elementare. Portalettere. Richiamato alle armi dalla RSI, allʼinizio del 1944, fu arruolato nel btg S. Marco e inviato in Liguria. Il 28/8/44, prima di prestare giuramento, disertò con altri 7 commilitoni, recando con sé armi e munizioni. Militò nella 5a brg della 2a div Cascione Garibaldi e operò in provincia di Imperia, con la quale prese parte a numerosi scontri con i nazifascisti.
Dopo un lungo periodo di malattia, fu aggregato al 2° btg della 4a brg Guarrini della stessa div. Riconosciuto partigiano dallʼ1/9/44 al 18/5/45.
(a cura di) Alessandro Albertazzi, Luigi Arbizzani, Nazario Sauro Onofri, Gli antifascisti, i partigiani e le vittime del fascismo nel Bolognese (1919-1945), Vol. V, Dizionario biografico R - Z (a cura di Luigi Arbizzani, Nazario Sauro Onofri, Bologna, 1998), Istituto per la storia della resistenza e della società contemporanea nella provincia di Bologna "Luciano Bergonzini", Istituto per la Storia di Bologna, Comune di Bologna, Regione Emilia Romagna, 1985-2003 
 
[...]  l’80° Grenadier Regiment iniziò il 3 gennaio 1945 i rastrellamenti anche nella zona della 4^ Brigata E. Guarrini.
Nella prima fase non vennero scoperti i partigiani perché nascosti nei casoni coperti di neve; però nella prima decade del mese i tedeschi si spostarono in altre zone e catturarono alcuni renitenti alle chiamate della Repubblica Sociale Italiana che furono trucidati. Anche il partigiano Lucio Ferlisi, caduto in mano nemica, venne fucilato il 12 gennaio. Un altro partigiano, Turiddu, si consegnò all’Ufficio Politico Investigativo fascista causando grossi problemi alla sicurezza dei partigiani imperiesi.
Durante gli scontri due tedeschi rimasero sul terreno; i partigiani li seppellirono nelle vicinanze di Costa d’Oneglia. I rastrellamenti continuarono anche nel comune di Imperia. Si parla di una donna, Maria Zucco, che veniva chiamata la donna velata per il suo coprirsi il volto al fine di non farsi riconoscere, che aveva fatto parte delle formazioni fasciste Azione Nizzarda in Francia. Giunta nella provincia di Imperia dopo il 15 agosto 1944, spacciandosi per una patriota, fece catturare alcuni partigiani tra cui Adolfo Stenca.
Nelle carceri di Oneglia il 14 gennaio 1945 venne fatto l’appello dei catturati che dovevano essere fucilati; il primo a essere chiamato fu Paolo De Marchi.
L’olocausto della 4^ Brigata E. Guarrini continuò; nei giorni dall’11 al 16 gennaio caddero: Pasquale Nisco, Francesco Vernaleone, Carlo Gatti, Antonio Dagnino, Settimio Raimondi, Giovanni Cortese, Rino Guglieri e Adolfo Capovani. Il 17 i fascisti effettuarono un altro rastrellamento, durante il quale morirono Carlo Montagna, comandante della 4^ Brigata, Angelo Perrone e Sebastiano Acquarone. Nei dintorni di Tavole molti casolari furono dati alle fiamme e alcuni civili vennero arrestati. Il 25 fu catturato, quasi al completo, il 10° Distaccamento Walter Berio. Nello Bruno e Vittorio Aliprandi, rispettivamente comandante e commissario della Brigata, si suicidarono per non cadere nelle mani del nemico.
In seguito alla scomparsa dei due tedeschi, della cui sorte il comando germanico non sapeva nulla, il comando annunciava che, se non si fosse provveduto alla loro liberazione, venti ribelli sarebbero stati fucilati. Successivamente i nazisti vennero a conoscenza della morte dei due soldati e mandarono perciò davanti al loro Tribunale militare venti antifascisti: Guglielmo Bosco, Francesco Garelli, Ettore Ardigò, Orlando Noschese, Giorgio Cipolla, Santo Manodi, Medardo Bertelli, Giobatta Ansaldo, Paolo De Marchi, Adolfo Stenca, Carlo Delle Piane, Vincenzo Varalla, Giacomo Favale, Luigi Guarreschi, Giuseppe De Lauro, Doriano Carletti, Ernesto Deri, Adler Brancaleoni, Biagio Giordano, Matteo Cavallero.
Riconosciuta la loro colpevolezza, il Tribunale pronunciò la sentenza di morte che venne eseguita, per alcuni di loro, il 31 gennaio 1945.
Dai documenti risulta che altri furono fucilati nei giorni successivi e in luoghi diversi [...]
Le pietre raccontano
 
Il 10 gennaio una colonna numerosa di tedeschi rastrella le campagne alla ricerca del comando partigiano. Non trovando ribelli i tedeschi sfogano la loro frustrazione per la mancanza di risultati raggiunti contro alcuni renitenti alla leva rastrellati in località Frassino di Diano Borganzo. Vengono passati per le armi, senza nessun processo (normalmente i tedeschi erano soliti fucilare seduta stante solamente coloro sorpresi con le armi, mentre gli altri venivano catturati e processati con verdetti che poteva andare dalla fucilazione alla deportazione in Germania oppure inviati ai lavori obbligatori presso la Todt) Ilario Risso (carabiniere fuggito dal proprio reparto), Ernani Ardissone, Giobatta Ardissone e il sessantaduenne Giobatta Risso. L’episodio viene raccontato da fratello di Ilario Risso, Ardito, che si salvò in modo rocambolesco. Secondo il suo racconto durante il rastrellamento furono uccisi anche due partigiani appartenenti alla banda di Franco Bianchi (Stalin), Giobatta Alampi e Giuseppe Vebero. Il 17 gennaio 1945 nella zona Palega-Zerni-Vinai, i Cacciatori degli Appennini in un imboscata uccidono i garibaldini Antonio De Santis (Marco) ed Emilia Rosso (Irma), entrambi della IV^ Brigata "Elsio Guarrini" della II^ Divisione "Felice Cascione". De Santis si recava in missione assieme ad altri garibaldini e con lui si trovava la garibaldina Irma, colpita al petto da una prima raffica. Il De Santis, estratta la pistola, sparava contro il nemico, ma una seconda raffica lo colpiva a morte. Il Cacciatore Zecchini, responsabile della morte di entrambi, verrà catturato dai partigiani in marzo nella zona di Triora e fucilato.
Giorgio Caudano
[   Pubblicazioni di Giorgio Caudano: A cura di Paolo Veziano con il contributo di Giorgio Caudano e di Graziano Mamone, La libera Repubblica di Pigna. Parentesi di democrazia (29 agosto 1944 - 8 ottobre 1944), Comune di Pigna, IsrecIm, Fusta Editore, 2020; Giorgio Caudano, Dal Mare alla Trincea... memorie di uomini, BB Europa, Cuneo, 2019;
Silvia Alborno, Gisella Merello, Marco Farotto, Marco Cassini, Giorgio Caudano, Franck Vigliani, curatori della mostra Claude Monet, ritorno in Riviera, catalogo a cura di Aldo Herlaut, Silvana Editoriale, Milano 2019;
La Magnifica Invenzione. I pionieri della fotografia in Val Nervia 1865-1925, a cura di Marco Cassini e Giorgio Caudano, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2016   ]
 
Carlo Milan Montagna

In un mattino nebbioso del 17 gennaio 1945 un numeroso gruppo di fascisti perlustrava le campagne di Prelà. Secondo alcune fonti si sarebbe trattato di Cacciatori degli Appennini, secondo altre della compagnia operativa della G.N.R. del tenente Ferraris. Probabilmente l’azione fu condotta da entrambi i reparti. In due casoni posti ad una certa distanza avevano trovato ristoro per la notte alcuni uomini della IV^ Brigata "Elsio Guarrini" della II^ Divisione "Felice Cascione". In un casone sopra Canneto, di fronte a Tavole, si stavano riposando Carlo Montagna Milan, comandante della Brigata [nato a Voghera il 16 agosto 1911, protagonista di numerose azioni, fra le quali spicca quella del 19 luglio 1944, la liberazione dei detenuti politici dal carcere di Imperia Oneglia], Gaetano Sibilla Ivan, Angelo Perrone Bancarà o Vinicio, vicecomandante della brigata, Sebastiano Acquarone Alpino e Ferrero Staffetta Gambadilegno. In un altro casone più in basso sostavano Mario Bruna Falco, commissario della Brigata, Luigi Peruzzi Luigi ed altri uomini. I fascisti intravvidero nella nebbiolina un uomo armato, che sembrava stesse facendo la sentinella. Spararono senza avvertimento e colpirono, uccidendolo, Angelo Perrone. Gli altri partigiani, intese le raffiche, fuggirono in direzione della cresta della montagna, che però era già stata occupata dai nemici. Ritornarono allora sui propri passi infilando il Vallone di Villatalla dove trovarono altri repubblichini in agguato che al loro avvicinarsi spararono. Montagna e Acquarone vennero colpiti a morte. La staffetta Gambadilegno venne ferito e catturato. Gambadilegno, sottoposto a torture, fu costretto a confessare dove aveva trovato rifugio il distaccamento di Dimitri.
Giorgio Caudano

Monumento posto sul luogo dell'uccisione dei partigiani qui citati sito nel Comune di Prelà (IM) - Fonte: I luoghi del ricordo della Provincia di Pavia...

1 gennaio 1945 - Dal comando della IV^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Elsio Guarrini" della II^ Divisione "Felice Cascione" al comando della II^ Divisione - Venivano comunicati i dislocamenti dei Battaglioni "Peletta", "Rodi" e "Artù"

3 gennaio 1945 - Dal comando della II^ Divisione ai comandi delle Brigate IV^ e V^ - Veniva consigliato di controllare il comportamento dei garibaldini nei distaccamenti e di curare il controspionaggio nonché la manutenzione delle armi. Si sottolineava la necessità di fornire dettagliati rapporti giornalieri.

3 gennaio 1945 - Dalla IV^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Elsio Guarrini" della II^ Divisione "Felice Cascione", prot. n° 46, ai Battaglioni: Trasmissione dell'ordine di sorvegliare attentamente la zona di appartenenza. Ricordati i doveri del capopattuglia. Consiglio di continuare l'addestramento all'uso delle armi ed alla guerriglia. Raccomandazione di fornire precise informazioi militari sulle formazioni nemiche.

5 gennaio 1945 - Dal comando della IV^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Elsio Guarrini" della II^ Divisione "Felice Cascione" al comando della II^ Divisione ed al Comando Operativo della I^ Zona Liguria - Si rendeva noto l'arrivo a Taggia (IM) di bersaglieri che dovevano effettuare rastrellamenti a Sanremo, Ceriana e Valle Argentina. Continuavano i lavori difensivi del nemico sul litorale e lungo la Valle Argentina.

9 gennaio 1945 - Dal comando della II^ Divisione ai comandi della IV^ e V^ Brigata - Avvertiva che "tutti coloro che hanno fatto parte delle formazioni garibaldine e che non siano stati espulsi dalle file per sentenza del Tribunale di Brigata o di Divisione devono tuttora considerarsi parte delle Brigate d'Assalto Garibaldi". Specificava che ogni garibaldino doveva pertanto regolarizzare la sua posizione rientrando al suo reparto o ai G.T.A.G. (Gruppi Territoriali d'Assalto Garibaldi). E che gli inadempienti sarebbero stati considerati disertori e deferiti al Tribunale Militare di Divisione.

11 gennaio 1945 - Dal comando del II° Battaglione "Lodi" al comando della IV^ Brigata "Elsio Guarrini" della II^ Divisione - Relazione circa i caduti del IV° Distaccamento del II° Battaglione nelle battaglie del 27 ottobre 1944, 1° novembre 1944, 20 dicembre 1944 ed 11 gennaio 1945. Per quanto concerneva l'episodio di Fontanili veniva precisato che una squadra comandata dal commissario Giulio [Luigi Fittipaldi, commissario di Distaccamento del II° Battaglione] era stata, mentre era in cerca di viveri, sorpresa da pattuglie fasciste, informate da delatori,  e che i garibaldini caduti, prima di essere uccisi, vennero torturati.  
 
19 gennaio 1945 - Da Venko [Angelo Balegno] della IV^ Brigata "Elsio Guarrini" della II^ Divisione al comando della II^ Divisione  - Riferiva che la situazione della Brigata era allarmante a causa dei feroci attacchi subiti dal nemico e per la morte del comandante Milan [Carlo Montagna, comandante appunto della IV^ Brigata], di Alpino [Aldo Acquarone] e di K13 [Eraldo Guasco, K. 13, comandante di un Distaccamento della IV^ Brigata "Elsio Guarrini" della II^ Divisione]; che si ignorava la sorte di Bancarà [Angelo Perrone]; che il commissario Falco [Mario Bruna, prossimo a diventare commissario politico, come da circolare della II^ Divisione del 29 gennaio 1945, della IV^ Brigata] era ferito; che il responsabile S.I.M. era stato arrestato ad Imperia; che Tito [anche Tito R., Rinaldo Risso, vice comandante della II^ Divisione] era stato incaricato da Curto [Nino Siccardi, comandante della I^ Zona Liguria] di recuperare i garibaldini sbandati della IV^ Brigata.
 
da documenti IsrecIm in Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell'Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945) - Tomo II - Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Facoltà di Scienze della Formazione, Corso di Laurea in Pedagogia - Anno Accademico 1998 - 1999
 
Dopo la prima quindicina del mese di gennaio 1945 gradatamente formazioni della Divisione nemica "Cacciatori degli Appennini" si trasferiscono verso l'estremo ponente ligure. Abbiamo già visto come durante un rastrellamento colpissero gravemente il Comando della IV Brigata "E. Guarrini" nel vallone di Villa Talla. Nell'occasione del trasferimento affiggono un avviso che abbiamo ritenuto riportare integralmente poiché ci dà un quadro abbastanza preciso della situazione nella quale vennero a trovarsi i giovani che avevano disertato le chiamate nemiche, abitanti dei nostri paesi del retroterra. Ecco il testo dell'avviso: "Gruppo Cacciatori degli Appennini. Si avverte la popolazione che il III Battaglione Cacciatori degli Appennini, desideroso di portare la tranquillità e la normalità nella zona, è disposto a venire incontro a tutti coloro che, avendo obblighi militari, hanno seguito consigli di elementi prezzolati del nemico e si sono dati alla macchia. A coloro che si costituiranno entro 48 ore dalla data del'affissione del presente avviso, si garantisce l'incolumità della vita. Contro quelli, invece, che, non avendo accolto questo appello, venissero catturati nel corso di operazioni militari, verrà applicata la legge di guerra. Z.O. 24 gennaio 1945, ore 8 del mattino. Il comandante del Battaglione maggiore Mario Rosa".
Il risultato fu che chi si presentò nelle 48 ore prestabilite, venne inviato in Germania. Chi fu catturato dopo il termine dell'ultimatum, venne passato per le armi.
Consultando ancora il memoriale del Polacchini, di cui abbiamo già parlato, risulta in modo evidente in che situazione si venissero a trovare i partigiani della IV Brigata.
Francesco Biga, Op. cit., p. 88 
 
Le nostre azioni purtroppo al momento erano in forte ribasso. Sorprese fatali accadevano di continuo, triste bilancio che l'inverno esigeva. Anche Baffino, in transito per Terzorio, all'alba del famoso mattino [24 gennaio 1945] era stato catturato nell'operazione congiunta effettuata nei due paesi della valle; quasi irriconoscibile per le percosse e sevizie subite, era stato portato da militi repubblicani, seduto sopra una sedia, come un trofeo per le vie di Pompeiana, triste sfilata di un uomo giunto alla fine del suo percorso.
Renato Faggian (Gaston), Op. cit., p. 102 
 
I giorni drammatici che trascorrono per il I Battaglione sono uguali a quelli del II e del III. Scrive Polacchini nel suo memoriale: "... Alle prime luci dell'alba del 24 gennaio, saliamo in vetta alla collina, al passo di Lingueglietta. La stagione è primaverile. Ci laviamo con l'acqua di un serbatoio usato per l'irriga zione. Tocca a me e a Renato Faggian (Gaston) andare in cerca di viveri. Decidiamo per Cipressa, ma partiamo imprudentemente in pieno giorno. Nei pressi di un caposaldo due Tedeschi stanno facendo legna in un boschetto. Hanno le armi a portata di mano. Quando ci vedono smettono di lavorare, ci osservano, parlano tra di loro, ma non ci fer mano. Non abbiamo armi in vista, ma sotto la giacca le nostre pistole e, in un zainetto, quattro bombe a mano. Noi facciamo finta di niente e non succede nulla. Facciamo ritorno nel pomeriggio con pane, farina bianca, un fiasco d'olio d'oliva ed una vecchia pentola di  alluminio. Tutta roba fornita da un tale del CLN [...] Il 25 gennaio, il partigiano Ferrero (Tom o Staffetta Gamba di legno), del X Distaccamento "Walter Berio", catturato dal nemico il giorno 17 e rimasto ferito, viene medicato, sottoposto a duri interrogatori, tradisce i compagni poiché conduce i fascisti nella tana che nascondeva il Distaccamento e che lui stesso aveva aiutato a costruire. Così cadono in mano al nemico ben undici garibaldini, tra cui il comandante Vittorio Aliprandi (Dimitri) e il commissario Nello Bruno (Merlo) i quali preferiscono togliersi la vita piuttosto di arrendersi. Sette di loro saranno fucilati ad Oneglia e due a Torretta di Vasia [...]".
[...] Ma vediamo nei dettagli il triste episodio dalla relazione del vice commissario della IV° Brigata Gino Gerini: "La Brigata è in stato di sfacello, in un solo mese ha avuto quasi un centinaio di caduti, più di un terzo dei suoi effettivi, già ridotti dalle gravi perdite precedenti e da alcuni defezioni. Tutto intorno ai suprestiti, il nemico aveva posto un cordone di sicurezza; li aveva tagliati in tronconi senza possibilità di ricongiungersi o mantenere i collegamenti. Si era infiltrato da dappertutto presidiando i centri vitali. Fu il momento più terribile della lotta [...] Il X Distaccamento 'Walter Berio' era stato decimato come tutti gli altri. Un piccolo gruppo del Distaccamento stesso, undici uomini in tutto, con a capo 'Dimitri' e 'Merlo' (quest'ultimo uno dei più vecchi garibaldini), si era portato in una località tra Pantesina e Villatalla, in un fondovalle presso un ruscello incassato tra pendii scoscesi, rivestiti di boschi, dove era stata adattata una caverna a rifugio [..] Naturalmente le spie e i traditori non mancavano. Erano in ogni luogo: gente che si vendeva per denaro sempre, tavolta per odio. Il giorno 25 gennaio 1945, Ferraris va su a Villatalla con le squadre. Le notizie che egli ha sono sicure, perché circonda il vallone dove stavano i partigiani ed incomincia a batterlo. Il Distaccamento si rifugia nella caverna: pensare di resistere è impossibile, non vi sono ormai armi automatiche, i fucili sono scarichi, le sole rivoltelle, alcune delle quali inservibili, hanno qualche pallottola. I giovani si uniscono e attendono nella speranza di non venire scoperti. Sentono i passi dei fascisti che vanno avanti e indietro e ne seguono con ansia tutti i movimenti. Poi odono il rumore delle pietre smosse e vedono filtrare nella tana la luce del giorno: è la fine! Impugnano le armi e tirano, dal di fuori si risponde con il lancio di bombe  a mano che feriscono quasi tutti i partigiani. Le munizioni sono esaurite. 'Dimitri' e 'Merlo' sono per una sortita in massa, ma gli altri non si reggono in piedi, alcuni non possono più muoversi. Il nemico, che fuori schiamazza e insulta, ma non osa entrare, esulta perché sa di aver vinto. I due capi compiono il gesto eroico: salutano i compagni uno ad uno poi, addossati alla parete della caverna, si sopprimono con due ultimi colpi. Il nemico sente i colpi. Intuisce quello che sta avvenendo. Dopo aver esitato e quindi scaricate le armi all'interno della caverna senza avere ottenuto risposta, irrompe fulmineamente nel rifugio. Vi trova due partigiani morti e altri nove feriti. Ma né  l'eroismo né la maestà della morte valgono a mitigare la loro ferocia. I garibaldini, vivi o morti, sono spogliati, insultati e percossi. I superstiti vengono legati e, tra gli scherni della soldataglia, avviati verso il paese. Due giorni dopo un gruppo di partigiani, informati dell'accaduto, si recano a recuperare le salme dei due compagni caduti. 'Dimitri' e 'Merlo' giacevano ove si erano uccisi, quasi nudi e senza scarpe. Sul corpo di 'Dimitri' c'era un pezzo di carta con scritte poche e turpe parole che dicevano: 'Questa è la sorte che toccherà a tutti i banditi'. [...] Le salme furono poste sopra due barelle fabbricate con rami intrecciati e portati nel cimitero di Villatalla dove vennero seppellite. Gli accompagnatori andavano su per un sentiero alpestre, muti e commossi. A metà strada un vecchio andò loro incontro, fu riconosciuto, era il padre di 'Dimitri'. Si fermò,i suoi occhi erano fissi, sbarrati, sulle rozze portantine. Intuì che suo figlio era lì, esanime. Senza un grido, senza una lacrima, come se il dolore lo avesse impietrito, con un balzo si gettò sul corpo del figlio e lo abbracciò. Poi cadde svenuto [...]"
[...] Ma vediamo cosa scrive il comandante Gino Gerini, un altro dei protagonisti del tragico episodio: " 31 Gennaio 1945. Da diversi giorni il nemico non ci dava tregua. Le spie pullulavano, segnalando i nostri movimenti, e noi eravamo costretti a spostarci di continuo. Il mio Distaccamento comprendeva una trentina di uomini. Eravamo esauriti dalle marce interminabili; il freddo era intenso e noi, già da parecchio tempo, ci sostenevamo con castagne secche e patate non sempre bollite. Il 31 gennaio giungemmo, al crepuscolo, in località Nicuni, tra Tavole e Val Prino. Scoprimmo un casone isolato tra i castani e decidem mo di passarvi la notte. La stanchezza non ci faceva dimenticare il dovere: avevamo da compiere una missione importante a Vasia e decisi di approfittare della sosta per portarla a compimento. Sapevamo che tra le spie più pericolose della zona vi era una coppia del paese ed una pettinatrice che occorreva assolutamente rendere innocue. Staccai perciò tre garibaldini Deri, Livio e Cristo, quest'ultimo commissario del Distaccamento, che inviai a Vasia con l'ordine di prelevare le spie. Nello stesso tempo io, Gianfranco Giribaldi (Lupo) e Battista, l'amministratore della Brigata, partimmo per Tavole per ritirare importanti documenti e informarci sui movimenti del nemico. Rientrammo in base verso mezzanotte accompagnati da Timoscenko che, di ritorno da una visita a casa, avevamo incontrato lungo il cammino e vi trovammo i nostri uomini con i tre prigionieri che si lamentavano protestando la loro innocenza [...] Resistemmo, ma le munizioni si esaurivano presto ed il nemico premeva. Ad un certo momento l'MG 42 si inceppò e tacque. La nostra posizione era oramai disperata. Urlai agli uomini di ritirarsi come potevano ed io stesso, seguito dai miei compagni, strisciai lungo il muretto e balzando di faxia in faxia, mi ritirai, il più velocemente possibile verso il bosco, più in alto. Di quando in quando ci arrestavamo un momento per rafficare il nemico, forte di oltre duecento uomini, che sicuro del numero e della enorme superiorità del suo armamento, irrompeva da tutte le parti urlando e grugnendo come un branco di belve. La partita era perduta. Appena fuori tiro cercai di raggiungere gli uomini, ma molti mancavano e fu soltanto verso sera che potei mettere insieme una metà del Distaccamento. Eravamo tutti laceri, contusi e bestialmente stanchi, e per di più, terribilmente depressi. E la nostra odissea ebbe inizio. Era nostra intenzione raggiungere la Costa di Carpasio attraverso Passo del Maro, ma in quella direzione operava una colonna nemica per cui fummo costretti a convergere su Conio e Ville San Pietro dove speravamo incontrare nostri Distaccamenti. La neve era alta, il freddo acuto perché un vento gelido spazzava a raffiche il cielo basso. Non avevamo quasi più scarpe, gli abiti erano a brandelli e fradici. La fame ci tormentava senza posa ed a stento avanzavamo, miserabile gruppo di straccioni, ubriachi dalla fatica, sorreggendoci l'un l'altro. Camminammo, camminammo come automi [...] Alla fine, fermandoci infinite volte, raggiungemmo Costa di Carpasio ove ritrovammo alcuni dei nostri giuntivi per altra strada. Vi restammo tutto quel giorno e la notte appresso, assistiti dagli abitanti del luogo, che ci nutrirono e ci vestirono con magnifico spirito di fratellanza. Ma i Tedeschi battevano la zona e le spie non ci davano tregua. La mattina dopo partimmo nuovamente, questa volta in direzione di Tavole. All'uscita da Villatalla, mentre attraversavamo il ponte, scorgemmo in distanza una folla di gente. Ci avvicinammo. Sei bare di sei partigiani caduti sfilavano innanzi a noi, precedute da un grande drappo bianco. I nostri compagni ci venivano incontro, morti, portati a braccia dal popolo per il quale erano caduti. Compagni che qualche giorno prima avevano diviso con noi i pericoli, il pane e il sonno. Essi ora riposano nel piccolo cimitero del paese, all'ombra delle nostre montagne che assistettero alla nostra agonia. Sei uomini, dei trenta del mio Distaccamento, morirono sul posto, e tra di essi il temerario Battista, Timoscenco e Cristo, il Partigiano modello. Su di essi si accanì la furia nemica: i loro corpi furono trovati crivellati dai proiettili e sfigurati a colpi di baionetta. Tre altri: Matteo, Insalata e Leone furono catturati, seviziati, trasportati lontano e fucilati. Bellissima, degna veramente di un eroe, fu la morte di Cristo. Colpito da diversi proiettili egli cadde accanto a Timoscenko pure mortalmente ferito. Sente che la fine è prossima e che la vita se ne va col sangue che fluisce dalle piaghe. Chiama a sè un compagno e gli consegna il mitra: 'salva l'arme' gli sussurra, 'essa è necessaria alla lotta'. Poi si trascina presso Timoscenko e muoiono insieme [...]"
Francesco Biga, Op. cit., p. 89-99
 
Bartolomeo Dulbecco (Cristo) fu fatto commissario del Distaccamento "F. Paglieri", ma quello non era soltanto un grado, era piuttosto il riconoscimento delle sue meravigliose doti, che nei momenti critici lo facevano segnalare, lo rendevano padrone della situazione. Così continuò per tutto il duro inverno partigiano quell'aspra vita. Quel freddo giorno del 30 gennaio 1945, tornava da una missione con tre spie che aveva prelevato e raggiunse il Comando di un Distaccamento accampato in un casone in località Nicuni, in Val Prino. All'alba del 31 si trovò circondato nel casone con una decina di compagni di lotta, tra cui "Battista ", "Nano", "Matteo", il russo "Ivan", "Timoscenko". La situazione si fece difficilissima, disperata. Bisognava tentare una sortita ma i Tedeschi incalzavano. Già alcuni dei nostri combattenti erano caduti, una bomba a mano aveva spento la generosa vita di Manfredo Raviola (Battista). Le raffiche crescevano di intensità, fischiavano sempre più vicine. "Cristo", dietro ad un sasso, continuava il fuoco con il suo mitra. Una raffica lo investe alla gola e "Timoscenko" alle gambe e li immobilizza. Il triste momento tante volte sfiorato è giunto. Non si può più fuggire ed il nemico si avvicina. Due sguardi si incrociano e, mentre i sopravvissuti cercano di ritirarsi, odono ancora la debole voce di "Cristo" uscire dalla sua gola lacerata: "Timoscenko, moriamo insieme, vicini". Li raggiunge una pattuglia di Austriaci, sorpresi da tanto coraggio. Di fronte a quella gioventù lacera, insanguinata , morente, che aveva tutto osato, anche la barbarie teutonica si commuove. Cristo viene medicato e bendato senza parlare, i soldati si allontanano. Pensano che i partigiani raccoglieranno quel corpo che essi, estremo omaggio al valore, hanno risparmiato. Ma i criminali tra i barbari, i brigatisti neri, sopraggiungono. Essi non possono provare pietà perché non la sentono, non possono riconoscere il valore perché non ne hanno. Solo di odio sono nutriti, cieco, indiscriminato. Interrogano, torturano, ma la rabbia impotente non può strappare una parola dalla bocca insanguinata per cui viene ucciso.
memoria del garibaldino Archimede, ISRECIM, Archivio, Sezione I, cartella 29, in Francesco Biga, Op. cit.