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lunedì 1 giugno 2026

Davanti e dietro c'erano altri partigiani

Camporosso (IM): la spiaggia in prossimità della casa della famiglia Guglielmi

La mia famiglia abitava ai Piani di Camporosso, a poca distanza dal mare, nel piccolo gruppo di case che noi chiamavamo “Tribù”.  Mio padre era pescatore e, come tutti i pescatori abitanti in riva al mare, era anche contrabbandiere. Prima dello scoppio della guerra eravamo arrivati alla casa dei nonni alla Tribù da Beausoleil, dove i miei vivevano come emigrati degli anni ‘30. Nel 1935 mio padre si arruolò volontario per la guerra di Etiopia. Nella sua attività di contrabbandiere credo che diverse volte trasportasse oltre frontiera anche degli ebrei allora perseguitati e in fuga verso altri paesi. Una volta lo sentii parlare con la mamma di “brava gente che scappava”. Forse nacque così il suo antifascismo [...] Mio fratello Nino accompagnava già nostro padre nei viaggi in Francia per contrabbando, quando venne arruolato, ironia della sorte, nella Guardia Confinaria e inviato proprio a Beausoleil. Spesse volte, anche senza permesso, ritornava a casa in bicicletta per brevi visite. L’8 settembre 1943 lo colse a Beausoleil. Tutto il reparto come tutto il Corpo d’Armata Italiano si sfaldò. Nino ricevette vestiti borghesi dal clero della chiesa di St. Charles di Beausoleil, che lo aiutarono anche nella fuga verso l’Italia. Nei giorni seguenti ero a Ventimiglia, che era nel marasma generale e sul lungo Roia notai tre uomini nel greto del fiume che procedevano verso la foce portando in spalla fasci di canne. Uno di questi mi fissò e con impercettibile gesto della mano mi fece segno di allontanarmi: era Nino. Ritornai a casa e avvisai mio padre dell’accaduto. Quella sera mio padre non chiuse la porta di casa. A notte arrivò mio fratello.
A causa delle continue visite della polizia che avrebbe potuto facilmente scoprire il disertore, Nino si rifugiò in località Marcora sopra Isolabona, in un casone di campagna adibito a ricovero degli attrezzi agricoli di una vigna di un nostro conoscente. Per qualche settimana periodicamente andavo in Marcora a portare generi alimentari e biancheria a mio fratello. Credo che altri si fossero uniti a lui perché una volta mi chiese di portare più pane. Un giorno, lasciata la bicicletta ai margini della carrozzabile, mi inoltrai a piedi per il sentiero che conduceva al rifugio di mio fratello. Mi accorsi di essere seguita, cambiai strada ritornando verso il paese. Un uomo mi si avvicinò: era un signore nostro vicino di casa che conoscevo bene, perché frequentava anche la nostra casa; chiedeva sempre di mio fratello. Capii allora la sua insistente curiosità. Era armato e mi puntò la pistola alla faccia chiedendomi di condurlo da mio fratello. Ebbi la forza di mentire dicendo che non sapevo dove fosse. Mi credette, ma mio fratello dovette fuggire di nuovo. Con mio padre ci trasferimmo a Vallecrosia Alta, perché la costa era sovente bombardata dal mare, dai cannoni di Monte Agel, e mitragliata dagli aerei. Nel gennaio del 1944 morì mia madre e mio fratello Nino [Alberto Guglielmi] non fu presente al funerale. Sparito. 
Dalla primavera del 1944 mio fratello iniziò a fare qualche furtiva visita nottetempo. Confabulava con mio padre, poi spariva di nuovo. Diverse volte con mio padre ritornavamo alla casa al mare e a volte papà partiva per raggiungere la Francia con la barca. La cantina a volte era piena di merci le più varie, una volta persino dei datteri. Credo a settembre del ‘44, Nino una notte portò a casa, a Vallecrosia Alta, una radio e la nascose nell’armadio a muro nell’ultima stanza. Si apprestava a sparire un’altra volta. Mi accusò di non aver chiuso bene le porte. Non era vero, ero certa di aver chiuso bene tutte le porte, ma Nino mi disse che XY, un nostro parente, era entrato in casa e l’aveva sorpreso mentre usava la radio.
Aumentarono per tutto il 1944 le nostre visite alla casa sulla costa. Accompagnavo mio padre con in braccio mio fratellino Bruno per rendere più facile il passaggio al posto di blocco all’altezza della caserma Bevilacqua. Sorpassavamo di lato la sbarra e i tedeschi e i fascisti di guardia ci salutavano dalla guardiola. A volte trascinavamo il carretto con sopra le ceste dei fiori. A Vallecrosia Alta coltivavamo un piccola piantagione di garofani. Molte volte tra i garofani mio padre nascondeva casse che nottetempo erano sbarcate sulla costa. [...] papà nascose in un altro nascondiglio la radio. Venne la polizia: gli agenti rovistarono dappertutto, ma fu facile dire che non sapevamo niente della radio e che non sapevamo dove Nino fosse fuggito.
Compresi che quando era in previsione uno sbarco pernottavamo al mare a dispetto dei cannoneggiamenti da Monte Agel e al mattino ritornavamo ripetendo la manfrina delle ceste dei garofani invenduti al mercato. Da quei giorni nella cantina della casa al mare furono custodite anche strane casse.
Sono certa che sbarcarono o si imbarcarono anche altri soldati alleati. In particolare ricordo che prima di Natale del  1944 una notte riapparve Nino accompagnato da un uomo alto, biondo come uno svedese e con due baffoni. Erano appena sbarcati dalla barca, perché i pantaloni erano bagnati, e avevano anche diverse casse che nascosero in cantina e che vennero recuperate nei giorni successivi dagli amici di Nino: Achille [Achille "Andrea" Lamberti], Lotti e altri. Ancora a notte partirono per Negi [Frazione del comune di Perinaldo].
La notte della Epifania  riapparve mio fratello Nino con “Mimmo” (Domenico Dònesi) e un ufficiale inglese [n.d.r.: il capitano Robert Bentley, del SOE, incaricato di assumere il compito di ufficiale di collegamento tra gli alleati ed i partigiani della I^ Zona Liguria] bagnato fradicio. Era evidentemente appena sbarcato. Sistemarono delle casse in cantina poi si incamminarono di nuovo.
 

Vallecrosia al Mare (IM): centro storico di Vallecrosia Alta

L’indomani, di buona ora con mio padre e mio fratellino Bruno ci incamminammo per Vallecrosia Alta. Era una strana carovana che procedeva dalla costa verso la collina di Santa Croce fino all’attuale via Orazio Raimondo. Io, mio padre con mio fratellino sulle spalle e un carretto con delle ceste di fiori, all’interno delle quali forse era nascosta una radio ricetrasmittente o celate altre casse, procedemmo  lungo la via provinciale per passare il posto di blocco. Elio Bregliano, Mimmo, Nino, il capitano inglese Bentley e Mac il marconista marciavano lungo il versante della collina, nascosti tra i pini e sotto i pergolati delle coltivazioni di verde ornamentale proprio dietro la caserma Bevilacqua lungo il sentiero del Nespolo. Davanti e dietro c'erano altri partigiani. All’altezza del cimitero di Vallecrosia incontrammo Achille e Lotti che avevano fatto da staffetta e portato un po’ di pane. Arrivò anche Eraldo Fullone con un carro e una mula per caricare le ceste di fiori.
[...] Nino, Mimmo, Elio e gli inglesi procedettero fino a Soldano con Lotti, Achille e Eraldo, che li precedevano di vedetta contro eventuali incontri di tedeschi.
Il 10 gennaio 1945 nella chiesa parrocchiale venne officiata la S. Messa dell’anniversario della morte di mia madre. A cerimonia appena iniziata apparve Nino, si sedette qualche banco davanti a me. Dal mio posto ad un tratto vidi una donna che era dietro di lui e che non riconobbi, toccare lievemente Nino sulla schiena. Come fosse un segnale convenuto senza voltarsi mio fratello si alzò e si allontanò confondendosi tra la gente. Fu l’ultima volta che vidi mio fratello.
Emilia Guglielmi in Giuseppe "Mac" FiorucciGruppo Sbarchi Vallecrosia, Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia <Comune di Vallecrosia (IM) - Provincia di Imperia - Associazione Culturale "Il Ponte" di Vallecrosia (IM)>,  2007

Della Missione Kahnemann faceva parte anche Alberto Nino Guglielmi.
Raggiunti gli alleati, Domenico Mimmo Dònesi e Nino furono ingaggiati dai servizi inglesi, sottoposti ad un breve addestramento e preparati alla missione di invio dell’ufficiale di collegamento presso i partigiani della I^ Zona Operativa Liguria, il capitano Robert Bentley, del SOE  britannico. Intorno a Natale Nino fu inviato a preparare lo sbarco di Bentley, che avvenne il 6 gennaio 1945, sempre sulla spiaggia di Vallecrosia. Di questa missione faceva parte anche Dònesi. Capacchioni era già in attesa in zona.
appunti inediti di Giuseppe Mac Fiorucci, per Op. cit.
 
Ad ogni modo presi contatto con Leo [Stefano Carabalona], che era appunto appena sbarcato in Francia in quel tempo, e poi con Kahnemann (Nuccia), il quale era pure passato a Nizza e mi posi immediatamente al lavoro. Tonino [Antonio Capacchioni], Mimmo [Domenico Dònesi] e Nino [Alberto Guglielmi] mi furono di grande ausilio durante la fase preparatoria. Le difficoltà di una traversata erano grandissime… decidemmo di inviare Nino perché preparasse il terreno… Nino venne tagliato fuori… Decidemmo di inviare Tonino... Alle 17.30 completammo l'operazione e raggiungemmo Vignai [Frazione di Baiardo (IM)]. Lì incontrai il sergente Henry Harris dell'USAAF che era stato con il maggiore Campbell... Più tardi scoprii che il sergente Harris era stato chiamato da Curto per controllarci ed essere sicuro che fossimo inglesi e non delle spie...    
Robert Bentley in Mario Mascia, L’epopea dell’esercito scalzo, Ed. ALIS, 1946, ristampa del 1975 a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia
 
[...] Comando alleato il quale, accogliendo le proposte avanzate dal Comando della “Felice Cascione”, organizzò una sede di appoggio per rifornimenti in una villa di Cap-Ferrat provvista anche di un alloggiamento coperto per un motoscafo, col quale numerosi furono i viaggi in mare per portare rifornimenti, armi e piani strategici.
Gli alleati compresero l’importanza di questa iniziativa e concordarono l’invio in Italia di un ufficiale inglese con un collaboratore dotato di una potente radio trasmittente. La notte del 6 gennaio 1945 tutto il gruppo Kahnemann [n.d.r.: ma non "Nuccia" che rimase in Francia per poi andare a Roma] ed il capitano Bentley partirono via mare per Vallecrosia. Due giorni dopo Bentley era al comando della “Felice Cascione” dove, in permanente contatto col Comando alleato, nell’ultima parte del periodo resistenziale, si realizzò una piena collaborazione strategica degli alleati e delle formazioni partigiane.  
Domenico Mimmo Donesi in Giuseppe Mac Fiorucci, Op. cit. 

sabato 30 dicembre 2023

Dopo lo sbarco alleato in Provenza erano giunte a Camporosso altre truppe tedesche

Il torrente Nervia all'altezza di Camporosso, il centro urbano di Camporosso, le colline che separano Camporosso dalla Val Roia, visti dalle alture di Dolceacqua

Dolceacqua (IM): una vista sino alle colline della zona di Bevera, Frazione di Ventimiglia

La V brigata «L. Nuvoloni», ormai conscia dei prossimi drammatici giorni, aveva ritirato tutte quelle squadre garibaldine che si erano recate in missione e sospeso le azioni di guerriglia ad eccezione di quelle condotte dall'ufficiale alle operazioni «Doria-Fragola» [n.d.r.: Armando Izzo] che con una squadra del distaccamento «Leo» il 2 di ottobre [1944] aveva combattuto nei pressi di Saorge e di Camporosso, e delle quali abbiamo già parlato.
Quattro brigatisti neri vengono catturati e giustiziati perché sorpresi con le armi alla mano.
Durante una puntata a Torri (Ventimiglia), il nemico uccide i civili Ballestra Francesco e Ballestra Carolina.
Intanto si decide uno scambio di prigionieri; per questo motivo il 2 di ottobre da San Remo giunge a Pigna l'agente S.I.M. «Germano» per trattare lo scambio di quattro Tedeschi fatti prigionieri dal distaccamento di «Gino», contro quattro garibaldini condannati a morte, in mano nemica. L'incontro definitivo avviene ad Apricale tra i garibaldini «Nuccia» [Eugenio Kahnemann] e «Demetrio» da una parte e i Tedeschi dall'altra. L'appuntamento viene fissato per il giorno 9 (da una relazione di «Nuccia» e «Ormea» inviata il 6.10.1944 al Comando della V brigata).
Parte per la Francia il partigiano Pedretti Giulio (Corsaro) <7, come corriere staffetta presso la Missione Alleata (Leo) [Stefano Carabalona] <8, con lo scopo di organizzare i rifornimenti di armi alla V brigata e alla divisione «F. Cascione».
Viene respinta dal Comando partigiano la richiesta di trattative avanzata dai nazifascisti, conoscendo quanto valga la loro parola d'onore. I nazifascisti avevano, d'altronde, provveduto al piazzamento di batterie e di cannoni a San Giacomo (tra Camporosso e Ventimiglia), a Camporosso in val Roja a quattro chilometri da Ventimiglia, nei canneti presso Bevera e a Roverino (Casa Colli), con osservatorio a quota 475 di monte delle Fontane.
Per mezzo di un maresciallo i Tedeschi, alle 19 del primo ottobre, avevano invitato la popolazione di Isolabona ad abbandonare la campagna e far ritorno nel proprio paese con tutto il bestiame e le masserizie perché i giorni seguenti sarebbero iniziati gli attacchi contro Pigna, Castelvittorio, Buggio, ecc. con cannoneggiamenti di artiglieria pesante. Immediatamente la V brigata entrava in stato d'allarme e ordinava al primo distaccamento di trasferirsi nella zona prefissata di passo Muratone per prendere contatto col 4° [distaccamento] di stanza a Pigna. Il nemico stabiliva pure un presidio di venti uomini a Baiardo in casa Vighi che, a novembre, verrà sostituito da una compagnia di bersaglieri. Vi resterà fino alla liberazione (circa 150 uomini).
Dopo lo sbarco [degli Alleati] in Francia (15 agosto) erano giunte a Camporosso altre truppe tedesche oltre a quelle già presenti, ed il 15 di ottobre vi si insediava l'Ortskommandantur. Il Comando aveva ordinato in quei giorni la evacuazione forzata della popolazione delle frazioni di Brunetti, Balloi, Trinità, Ciaixe, che vennero occupate da truppe che costituirono una seconda linea in previsione di una avanzata delle forze alleate ormai giunte alla frontiera italiana.
Era stato minato tutto il letto del torrente Nervia e piazzate batterie costiere e antiaeree su tutte le alture: centinaia di mitragliere e cannoni. Per i lavori di fortificazione i Tedeschi rastrellano molti civili, tra questi Basso Giuseppe che muore il 20 di ottobre in un incidente. Il giorno 18 i Tedeschi fucilano per rappresaglia a Ventimiglia, in frazione Sant'Antonio, i civili in ostaggio Guglielmi Maria, Guglielmi Caterina, Guglielmi Carlo, Guglielmi Giovanni, Pegliasco Battistina e Tracchini Gino.
Il 26 attaccano per la terza volta il paese di Rocchetta Nervina seminando rovine; con questi metodi cercano di salvaguardare la nuova linea di difesa in assestamento. Per lo stesso motivo il 28 rastrellano senza pietà Olivetta San Michele e il 29, durante una giornata piovosa, la popolazione di Airole al completo è costretta alla deportazione. Deve andare a piedi fino a Tenda. Si verificano scene pietose di ammalati e di persone maltrattate; mamme lattanti sono costrette a camminare di corsa sotto la minaccia della frusta tedesca e così vecchiette cariche di fardelli e nipotini. Alcune persone riescono a fuggire e a nascondersi a Briga e Tenda. Muore la civile De Franceschi Ivone.
Colla popolazione di Airole ci sono anche quelle di Collabassa, di Olivetta, di Piena e di Fanghetto: vengono portate in treno fino a Torino e alloggiate alle casermette di Borgo San Paolo. I profughi non trovano nulla di preparato perché le autorità civili non erano state messe al corrente del loro arrivo. Poco cibo e nessun riscaldamento.
Morirono a Torino dieci abitanti di Airole e quattro di Collabassa. Molte famiglie della città pietosamente avevano ospitato nelle loro abitazioni i bambini dei profughi. I parroci avevano seguito la popolazione.
Dopo qualche giorno i Tedeschi decidono d'inviare i profughi, circa trecento persone, a Verona, con l'intento di internarli in Germania.
Intanto avevano bruciato completamente Airole e gli altri paesi di frontiera e fucilato i civili Boetto Giobatta e Pallanca Pietro.
[NOTE]
7 L'attività di Pedretti Giulio («Corsaro» o «Caronte») conta ben 27 traversate con motoscafo e barche a remi per il trasporto di materiale sulla costa italiana. Le armi che giunsero al Comando della V brigata furono trasportate in gran parte da lui. Inoltre, abitando egli a Ventimiglia, diede alloggio e ricovero a tutti coloro che erano di passaggio in missione, diretti o di ritorno dalla Francia e in conseguenza di ciò ebbe la casa distrutta per rappresaglia.
8 La missione «Leo» era composta da Luciano Mannini (Rosina), Pedretti Giulio, «Pascalin» [Pasquale Corradi] e da alcuni altri già menzionati precedentemente. Però la sua piena attività ebbe inizio nel dicembre del 1944 con la messa a punto di apparecchi trasmittenti. La missione continuò la sua opera anche per mezzo della cospiratrice «Irene» che, però, catturata dalle SS tedesche, fu motivo di pericolo per l'organizzazione. Inseguito dal nemico «Leo» riuscì a portarsi presso la clinica «Moro» per farsi medicare, di lì a Bordighera presso la Maternità e Infanzia ove venne curato e assistito. Poi, con la protezione di «Renzo il Rosso» [Renzo Rossi] e «Renzo il Lungo» [Renzo Biancheri], fu portato a casa del Rosso» [n.d.r.: nella testimonianza di Renzo Biancheri, invece, in casa sua] con a disposizione il dottor De Paoli. Deciso il suo trasferimento in Francia e imbarcato presso la postazione [a Vallecrosia] dei bersaglieri a contatto coi partigiani, dopo lo scambio della parola d'ordine «Lupo», in compagnia di «Rosina» e di «Renzo» [n.d.r.: dei due  Rossi e Biancheri] raggiunse la Francia in cinque ore di navigazione alla cieca. Ricoverato in un ospedale francese «Leo» poté essere strappato alla morte. (In modo più esteso i dettagli saranno narrati nel capitolo LIV).
Francesco Biga, Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), Vol. III. Da settembre a fine anno 1944, ed. Amministrazione Provinciale di Imperia e patrocinio IsrecIm, Milanostampa, 1977

lunedì 7 agosto 2023

Sbarcammo clandestini come clandestini eravamo partiti

Camporosso (IM): uno scorcio della zona dove abitava con la famiglia Alberto "Nino" Guglielmi

Raggiunti gli alleati, Domenico Mimmo Dònesi e Nino furono ingaggiati dai servizi inglesi, sottoposti ad un breve addestramento e preparati alla missione di invio dell’ufficiale di collegamento presso i partigiani della I^ Zona Operativa Liguria, il capitano Robert Bentley, del SOE  britannico. Intorno a Natale Nino [Alberto Guglielmi]  fu inviato a preparare lo sbarco di Bentley, che avvenne il 6 gennaio 1945, sempre sulla spiaggia di Vallecrosia. Di questa missione faceva parte anche Dònesi. Capacchioni era già in attesa in zona.
appunti inediti di Giuseppe "Mac" Fiorucci, per Gruppo Sbarchi Vallecrosia, Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia < Comune di Vallecrosia (IM) - Provincia di Imperia - Associazione Culturale "Il Ponte" di Vallecrosia (IM) >, 2007 

 
Attestato della N. 1 Special Force rilasciato alla memoria di Alberto "Nino" Guglielmi. Fonte: Giuseppe Mac Fiorucci, Op. cit.
 
La mattina del 25 gennaio [1945] mio padre arrivò trafelato a casa ordinandomi di vestire di corsa Bruno e di prendere un po’ di vestiario. Ci imbacuccammo con ogni possibile indumento e di fretta uscimmo dal paese verso la collina. Camminammo fino ai Negi, dove sostammo a casa di una conoscente. Ci aspettavano Elio  [Bregliano] e Mimmo [Domenico Dònesi] . 
A sera ci incamminammo per raggiungere la Costa di Vallecrosia. Traversammo una piantagione di limoni, mio padre, Elio e Mimmo si riempirono le tasche di limoni. Faceva freddo, molto freddo. 
Al mare ci aspettava una barca e ci imbarcammo. Il mare era mosso e ci vollero tutta l’esperienza e l’abilità di mio padre per governare la barca; il vento ogni tanto ci spruzzava sul volto la spuma delle onde. Mentre stringevo Bruno dicendogli di non aver paura, Mimmo e Elio divorarono tutti i limoni nel vano tentativo di sottrarsi al mal di mare. 
Giungemmo a Monaco e gli alleati ci soccorsero. 
Dapprima fummo ospitati  a Nizza da parenti, poi preferimmo stabilirci a Beausoleil. 
Mimmo venne sovente a trovarci portandoci qualche genere di conforto.
Il 26 aprile mio padre decise di ritornare a Vallecrosia. 
Giunti a Ponte San Luigi non ci lasciarono rientrare in Italia. Non avevamo i documenti! Come facevamo ad avere i documenti se eravamo fuggiti clandestini?!
La guerra era appena finita e la burocrazia ottusa già manifestava tutta la sua forza.
Ritornammo a Beausoleil e mio padre affermò “Ritorniamo in Italia come ne siamo scappati”.
Un suo amico pescatore di Monaco, forse anche lui contrabbandiere, gli mise a disposizione una barca e la notte del 27 ci imbarcammo per ritornare in Italia.
Sbarcammo clandestini come clandestini eravamo partiti. Sebbene la guerra fosse finita non avevo notizie di Nino [Alberto Guglielmi].
Fu allora che alle mie pressanti richieste mio padre mi mise al corrente che Nino era morto il 20 gennaio. Fu ammazzato a Baiardo, sulla strada per Vignai. Riuscii ad andare a Baiardo accompagnata dalla mia amica Manon per cercare dove fosse sepolto Nino.
Ritornammo ad abitare nella nostra casa alla Tribù.
Ci venne a trovare Luciano [Rosina] Mannini, che sapeva di Nino. Ci aiutò a trovare un carro e un mulo. Un amico dei partigiani di Bordighera, non ricordo chi fosse, mise a disposizione gratuitamente due bare, una per mio fratello e l’altra per Alipio Amalberti, trucidato a Badalucco.
Insieme a Ezio Amalberti andammo a Baiardo passando da Apricale.
Una donna di Baiardo, Esterina, un’anima pia, aveva provveduto a recuperare e, alla meno peggio, a sotterrare il corpo di Nino nel cimitero.
Giungemmo a Baiardo in serata, Ezio proseguì per Badalucco.
Mi vennero in aiuto il parroco e alcuni giovani di Baiardo. Si riesumò la bara e riuscii a tagliare una ciocca di capelli di Nino che conservo ancora oggi. Dormii dentro al cimitero appoggiata alla bara con il corpo di mio fratello. Mi fece compagnia il parroco alla luce di una lampada a petrolio; era un po’ sordo e parlò a voce alta per tutta la notte. Le sue parole attirarono l’attenzione di una pattuglia francese. Erano soldati africani che ci intimarono il mani in alto con i fucili spianati.
Spiegai loro in francese che ero venuta a recuperare la salma di mio fratello che giaceva dentro la bara. Scapparono a gambe levate. L’indomani mattina ritornò Ezio con la bara di Alipio. Ritornammo a Vallecrosia scendendo da Ceriana con quel triste carico.
Al nostro passaggio la gente si segnava commossa. Il ponte danneggiato lungo la strada era stato reso parzialmente agibile con assi di fortuna. Alcuni uomini impietositi si levarono il cappello e ci aiutarono nel difficile passaggio del ponte.
Arrivammo a Vallecrosia in serata ma ci aspettavano in tanti.
Venne improvvisata una camera ardente nella sede del PCI. L’addetto alle pompe funebri con un trapano voleva praticare dei buchi nella bara di zinco, come prescriveva la legge di allora. Mi opposi ferocemente all’ulteriore scempio che avrebbe subito la salma di Nino dopo che a Baiardo a causa della bara troppo piccola gli erano state fracassate le ginocchia. L’indomani i feretri furono portati in chiesa per la cerimonia religiosa (per evitare ulteriori problemi mio padre, prima di entrare, tolse le bandiere rosse che coprivano le bare) e quindi seppelliti nel cimitero di Vallecrosia alla presenza di tutti i partigiani e di tanta, tanta gente. Mio padre aveva recuperato la radio che aveva segnato il destino di Nino. Era avvolta in una tela di sacco, al momento dell’interramento la posai sulla cassa; giace con lui.
Dopo anni mi fu consegnata un’onorificenza alla memoria di mio fratello Nino; era compreso anche un contributo in denaro, mi fecero vedere anche un assegno che però non mi consegnarono perché nel frattempo era mancato anche mio padre. Che se li tengano! Di Nino mi resta il ricordo, una medaglia al valore, una ciocca di capelli, le parole che scrisse di lui Renzo Rossi e la certezza che, senza convenienza, fece tanto e più di quello che si sa, per la libertà di tutti, anche per quel semi-parente che fece la spia e lo tradì.
Emilia Guglielmi in Giuseppe "Mac" Fiorucci, Op. cit. 

giovedì 18 febbraio 2021

Emozioni e ricordi negli scritti di un parroco già partigiano

Verdeggia, Frazione di Triora - Foto: Eraldo Bigi

Agli amici partigiani, già residenti nel comune di Triora, a Cetta, a Loreto, a Bregalla, a Creppo ed in altri centri vicinori io espongo loro un mio  pensiero. Voi foste fortunati di essere sul posto e non avete avuto difficoltà ad entrare nel primo distaccamento di Vitò [Ivano, Giuseppe Vittorio Guglielmo]. Altri invece sospirarono il vostro nido ed affaticarono, soffrirono e furono in pericolo per venirvi.
Io dovetti superare lo sbarramento di Pigna ed espormi al pericolo di essere arrestato per diserzione, e camminare un giorno ed una notte per cercarvi. E con me quanti altri. Ricordo tra gli altri i nomi di Gino [Luigi Napolitano], che più volte salì sui monti per arruolarsi e non vi riuscì se non quando conobbe un amico di Vitò che lo condusse a lui. Era Manetti, l'uomo dal piede di ferro che nella gamba metallica aveva più volte nascosto messaggi da portare a destinazione, con il  pericolo della sua vita.
E Pagasempre, che subì la stessa avventura di Gino. Cercò per giorni e giorni il luogo dove erano i partigiani. Vi arrivò stanco, sfinito. Fu accolto subito con diffidenza e con cautela. Erano i momenti tristi della guerra.
Da noi, in riviera, si faceva strada un nome: Vitò, che rappresentava rifugio, sicurezza, certezza di organizzazione partigiana. A lui andavamo come ad una fortezza invincibile e protetta.
Chi fosse non lo sapevamo. Era Vitò; ed il pronunciare anche anche solo il suo nome scioglieva ogni nostro dubbio e ci faceva decidere ad una scelta irrevocabile.
A me dissero a Camporosso, dove mi trovavo quando paventavo il  mio presentarmi ai repubblichini: «Vai da Vitò, sarai al sicuro».
Ora io non so come catalogare la mia esistenza fra le tante che man mano vengo conoscendo nella mia vita. Quelle vostre con cui vissi e che conobbi nella realtà dell'amicizia che dà la vita per la salvezza dell'amico, sono e saranno un ricordo imperituro.
Il mio passato sta ora rivelandosi in una realtà che non avevo mai compresa bene, anche se l'ho vissuta. Tutto cambia. Tutto si presenta con uno sfondo ed un contorno che non si era mai visto. E penso che anche voi, ora, a distanza, pensando al passato, a cui vi costringo con questo mio scritto, vi scoprirò immersi in espressioni ed in atteggiamenti che fanno veramente meditare. Sono passati trent'anni.
A me pare di risvegliarmi e di riordinare nella mente un lungo sogno, il mio che ha oltre sessant'anni di vita. Questo sogno si lascia pensare, cercando però di svanire, o comunque, di celare alcuni suoi aspetti.
Io aiuterò anche voi a delineare precisi i contorni del vostro sogno che si fonde col mio e con quelli di amici che, gomito a gomito, dormivate sul nudo terreno con un occhio solo. L'orizzontarsi sembra difficile, perchè non sappiamo fermare la memoria in quel preciso momento. La sua fretta a sgusciarci dalle mani ci fa vedere persone e luoghi come in una nebbia. L'ho potuto constatare durante le interviste a molti di voi.
E quando si è riusciti a costruire una parte del sogno, appare insieme, un determinato e non cercato episodio che distrugge tutto il castello e si deve riprendere da capo per organizzare meglio e più chiaramente i fatti ed interpretarli alla luce di una nuova notizia.
Erven, il prof. Bruno Luppi, ora residente a Savona, durante l'inaugurazione della scuola media di Arma di Taggia, mi si sedette vicino e mi parlava come lui sa parlare e mi trasfondeva il suo entusiasmo e la sua squisita gentilezza.
Verrò ancora a trovarti e ti svelerò tante notizie.
E Fragola-Doria, l'avvocato Armando lzzo, che partì da Afragola (Napoli) sua residenza, per registrare per me le sue impressioni. E' lui che mi ha spinto a scrivere, è lui che provvide a mettermi a contatto con l'Istituto Storico di Imperia perchè tutti ci potessimo riunire nel ricordo, durante la lettura.
E Pagasempre, insegnante Arnolfo Ravetti, mi accoglieva, in Arma, nel suo distributore di benzina, e nei momenti di pausa, mi parlava per ore ed ore del periodo della comune lotta.
E Guido di Cetta, il geometra costruito dalla scuola partigiana di Villa Clara, che ha tanto sofferto in questi ultimi tempi e fu ricoverato in ospedale, mi diceva con la sua voce pacata e suadente le prime avventure alla Goletta, a Perallo, a Creppo.
E il buon Mosconi Basilio, il sergente maggiore presente in tante battaglie e sempre fedele alla sua missione di guidare il battaglione. Mi ha fatto venir paura durante la prima intervista. Narrava, col microfono alla bocca, con foga, i suoi momenti e li viveva come fossero presenti. La sua voce si modulava fino a gridare ordini, il suo volto si sbiancava per una memoria viva.
Raccontava come se vivesse in quel momento la passata vicenda. Dovetti troncare il suo dire e dargli, in un bicchiere con acqua, alcune gocce di coramina. Soffre di cuore. Ma tornò altre volte. Fu pittoresco nel suo dire.
E Leo il mortarista, prof. Vittorio Curlo, per gli amici Totò, sempre cortese e premuroso, sempre pronto a sdrammatizzare, pacato, sereno.
Ti mando le mie memorie. Le dattilograficherò e te le mando.
Ed intanto io lo vedevo, dietro un pezzo di artiglieria. intento col suo caratteristico alzar il pollice in aria per prendere misure e sparare sicuro di colpire.
E Vitò, sempre sorridente, ma preciso. Sicuro nelle sue notizie; sincero quando accusava una amnesia o dichiarava di non ricordare bene: «È meglio che tu domandi a... per avere più precise notizie».
Non esaltava mai se stesso e rideva quando mi interrompeva: «Tu vuoi proprio immortalarmi».
Io lo ascoltai incantato quando rivisse e registrò per me le sue avventure d'infanzia e di giovinezza.
Quando narrò, con dovizia di particolari, la sua partecipazione alla guerra di Spagna, vissuta, sofferta, quando fu ferito in battaglia. Con lui passammo in rassegna tutti i vostri volti, ripetemmo i vostri nomi. Vi ricorda bene ed il  suo viso esprime marcatamente tutte le impressioni che lo movevano, mentre raccontava.
E avvicinai molti di voi, che non posso tutti elencare per ora.
Era bello, ve lo assicuro, rivivere gli avvenimenti di trent'anni fa. A distanza si può dare loro dimensioni e valori più umani, più ragionati.
don Ermando Micheletto, La V^ Brigata d’Assalto Garibaldi “Luigi Nuvoloni” (Dal Diario di Domino nero Ermando Micheletto), Edizioni Micheletto, Taggia (IM), 1975, pp. 17,18,19