lunedì 15 agosto 2022

Fui incaricato dalla Federazione Comunista di Imperia di mettermi in contatto con il compagno Frontero barbiere a Bordighera

Bordighera (IM): la Stazione Ferroviaria

Dal 1940 al 25 luglio 1943 gli antifascisti si fecero più numerosi, diventarono più attivi, e si formarono dei veri e propri gruppi clandestini tendenti deliberatamente ad abbattere il fascismo.
Lo scrivente, prof. Strato, come esponente dei gruppi da lui creati ed organizzati, già attivi nel 1940, e che comprendevano circa un centinaio di persone in Imperia e fuori di Imperia, venne a contatto con esponenti di altri gruppi e con altri antifascisti. In queste pagine si limiterà a ricordare qualche persona isolata e alcuni fra gli esponenti di gruppi che, durante la guerra o subito dopo, svolsero una certa attività o ebbero qualche mansione, mentre spera di potere essere più completo in un eventuale studio più ampio. Così vengono ricordati specialmente: l'ing. Vincenzo Acquarone, con gli Oddone Ivar e Bruno, con Eliseo Lagorio, con Todros Alberto, con Carlo Carli e con altri: il prof. Bruno Giovanni, con Ugo De Barbieri di Genova, con Gazzano Federico, col sergente Alfredo Rovelli di Sanremo, e con altri; il rag. Giacomo Castagneto; Felice Cascione; Magliano Angelo (residente a Milano); l'avv. Ricci Raimondo [...]
Giovanni Strato, Storia della Resistenza Imperiese (I^ zona Liguria) - Vol. I. La Resistenza nella provincia di Imperia dalle origini a metà giugno 1944, Editrice Liguria, Savona, 1976, ristampa del 2005 a cura dell’Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, p. 59
 
Fu il primo impatto con il compagno Giacomo Castagneto. Al suo apparire, fui io a prendere l'iniziativa, dopo che lui ci chiese qual'era il motivo della visita. Nei miei ricordi questo momento è rimasto impresso in modo chiaro e nitido. Gli dissi: "Io sono Alfredo Rovelli e questo è mio fratello Enrico, Federico lo conoscete, noi invece siamo di Albenga. Siamo venuti per conto della sezione del PCI di Albenga per allacciare un contatto con quella di Imperia. Siamo nelle vostre mani se abbiamo sbagliato..."
[...] In quell'appartamento ed in quel giorno di febbraio del 1941 aveva inizio quella collaborazione che nei libri editi dall'ISRECIM viene definita anomala. Da quel giorno, la collaborazione tra la Federazione Comunista di Imperia e la Sezione di Albenga fu avviata. Venni nominato membro della Federazione con la delega per la zona di Albenga. Partecipavo alle riunioni che, di volta in volta, si succedevano in ambienti diversi di Porto Maurizio, Oneglia, Castelvecchio, Diano Marina. Ad Albenga fu creata una segreteria di Sezione con il seguente organico: Emidio Viveri segretario, membri del direttivo: mio fratello Giovanni Rovelli classe 1899, barbiere, e Guido Enrico (Scidoro), agricoltore.
[...] Alla fine di ottobre del 1942 fui incaricato dalla Federazione Comunista di Imperia di mettermi in contatto con il compagno Tommaso Frontero che lavorava come barbiere a Bordighera. Ci demmo appuntamento sul piazzale della stazione ferroviaria della Città, per lui il segno di riconoscimento era un cappello nero di feltro ed un giornale sotto il braccio. Il mio era il colore dei miei capelli rossi. Insieme al Frontero era un altro giovane sui trentacinque anni che, in seguito, conobbi come Ettore Renacci. Ci incamminammo verso la Via Aurelia parlando sommessamente e spiegai le ragioni della mia venuta a Bordighera. Furono poche parole con le quali mi premurai di sapere le condizioni di organizzazione del gruppo locale, nonché se esistevano i presupposti per la costituzione di una Sezione del Partito Comunista. La loro risposta fu affermativa e mentre camminavamo verso l'abitazione del compagno Renacci mettemmo a punto come doveva avvenire il collegamento tra la loro Sezione e la Federazione, e di ciò mi impegnai in prima persona con il Renacci.
In seguito a quest'incontro, in pochi mesi la rete organizzativa del Partito Comunista si poteva arricchire anche della Sezione di Ventimiglia. Merito di tutto ciò era sia del Frontero che del Renacci.
Da Ventimiglia ad Albenga la macchina operativa del Partito era ora funzionante.
Francesco Biga, Felice Cascione e la sua canzone immortale, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, tip. Dominici Imperia, 2007

Bordighera (IM): palazzi davanti alla Stazione Ferroviaria

Verso la fine del '42 alcuni antifascisti di Bordighera, o ivi residenti, che precedentemente svolgevano un'attività contro il fascismo non coordinata, si riuniscono, e formano un gruppo organizzato. Fra questi antifascisti Tommaso Frontero allaccia il gruppo al PCI di Sanremo e prende contatto con i comunisti sanremesi Luigi Nuvoloni, Umberto Farina, Alfredo Rovelli. Ai primi del '43 si crea in Bordighera il comitato comunista di settore, con a capo Tommaso Frontero, Ettore Renacci e Angelo Schiva. In seguito a queste persone si aggiunsero altre, fra cui Charles Alborno, Siffredo Alborno, Pippo Alborno, l'architetto Mario Alborno (che prese poi il nome di battaglia Cecof), Renzo Rossi. Dopo il 25 luglio 1943 il gruppo entra in contatto con altri antifascisti di Bordighera, fra i quali Renato Brunati, indipendente. Al gruppo si aggregano nuovi elementi.
Giovanni Strato, Op. cit. 

Tra Sanremo, Bordighera e Ventimiglia, località della costa di ponente a poca distanza le une dalle altre, Lina [Meiffret] <6 frequenta una cerchia molto ristretta di amici antifascisti, di cui fanno parte, in diversi momenti, il pittore Giuseppe (Beppe) Porcheddu <7, Dino Giacometti e Aurora Ughes Giacometti, Renato Brunati <8, scrittore e poeta veneziano che diventerà il suo compagno di vita e di lotta durante la fase resistenziale, il dottor Giovanni Pigati <9, che opera con il suo Partito d’Azione, a cui Lina e Renato appartengono, nel circondario sanremese fino all’aprile 1944, Giovanni Battista Calvini (Nanni) <10, Bruno Luppi (Erven) <11, l’avvocato Nino Bobba <12, Umberto Farina <13 e Italo Calvino, suo vicino di casa nonché grande amico.
[NOTE]
6 Per la bibliografia sulla Meiffret si vedano: L’epopea dell’esercito scalzo, a cura di M. Mascia, Sanremo, A.L.I.S., 1945 (si cita dalla terza edizione, 2002, pp. 42-44, p. 52); A. Gandolfo, Sanremo in guerra. 1940-1945, Imperia, Dominici stampa, 2003, pp. 134 ss.; G. Strato, Storia della Resistenza imperiese. (I Zona Liguria). La Resistenza nella provincia di Imperia dalle origini a metà giugno 1944, vol. I, Savona, ed. Liguria, 2005, pp. 241, 247, 302-303; F. Biga - F. Iebole, Storia della Resistenza imperiese. (I Zona Liguria), vol. V, La divisione SAP “Giacinto Menotti Serrati” (Squadre di Azione Patriottica); Comitati di Liberazione Nazionale (CLN), partigiani e società civile nei comuni dell’estremo ponente ligure; Comitati di Liberazione Nazionale, SAP “G. Mazzini” e lotta di popolo nei comuni dell’albenganese, Imperia, ed. Amadeo, 2017, pp. 192-93. Per una sua descrizione fisica e caratteriale, si veda Ross, From Liguria with love cit., p. 157. In generale sulle formazioni partigiane, cfr. Relazione partigiana, E si arriva al marzo 1943, Archivio ISRECIm, p. 3 (qui Lina è citata come «signorina Maifrè»).
7 Porcheddu viene definito da Ross (From Liguria with love cit., p. 160) come il capo del Comitato di Liberazione di Bordighera-Arziglia. Per la storia della famiglia Porcheddu cfr. anche pp. 161 ss. citato anche in L’epopea dell’esercito scalzo cit., p. 43.
8 Si veda infra.
9 Cfr. L’epopea dell’esercito scalzo cit., pp. 42-43; Gandolfo, Sanremo in guerra, pp. 137 ss. con note; Strato, La Resistenza in provincia di Imperia cit., pp. 241, 302 con nota 44; F. Biga - F. Iebole, Storia della Resistenza imperiese, op. cit., pp. 192 ss.
10 Il professor Calvini, che scriverà un appassionato ricordo di Renato Brunati (cfr. infra) dopo averlo incontrato nelle carceri di Marassi a Genova, fu arrestato nel febbraio del 1944 e anch’egli deportato per quindici mesi nei lager tedeschi (prima a Fossoli e, successivamente a Kalau). Rientrerà in patria solo nel settembre del ’45 ed entrerà a far parte del CLN di Bussana (frazione di Sanremo). Si veda L’epopea dell’esercito scalzo cit., p. 43, Gandolfo, Sanremo in guerra cit., p. 139. In Biga - Iebole, Storia della Resistenza imperiese cit., p. 212, si legge che l’arresto di Calvini sarebbe avvenuto insieme a quello di Lina e Renato, al termine di una riunione tenutasi nella casa di Sanremo della Meiffret, ma si veda anche quanto riportato nella nota 547 p. 193, sebbene ritenuto dagli autori dell’articolo poco credibile.
11 Bruno Luppi, nome di battaglia Erven, sarà l’addetto militare del Comitato per le Libertà Democratiche costituitosi nel novembre del 1943 a Sanremo (cfr. infra) e sarà colui che prenderà i primi contatti con Brunati per organizzare la cellula di Baiardo, la prima a costituirsi dopo l’Armistizio e di cui egli stesso farà parte (cfr. Biga - Iebole, Storia della Resistenza imperiese cit., p. 193, nota 547 in cui si afferma che fu lui ad avvisare Calvini che il Comitato era stato scoperto). Luppi, inoltre, sarà successivamente a capo della «IX Brigata Garibaldi» in cui entrerà, dall’estate del 1944, anche lo stesso Italo Calvino (cfr. F. Biga, Italo Calvino, il partigiano chiamato “Santiago”, articolo apparso il 29 gennaio 2006 in www.anpi.it/media/uploads/patria/2006, pp. 29-31; W. Settimelli, Il partigiano Santiago. Italo Calvino e la Resistenza imperiese, articolo pubblicato su «L’Unità», l’11 dicembre 2013). Nella battaglia di Sella Carpe, nell’estate del 1944, Erven rimane gravemente ferito. Per questa azione riceverà la medaglia d’argento al valor militare, cfr. Biga - Iebole, Storia della Resistenza imperiese cit., pp. 192-93. Calvino lo ricorderà più volte, si veda ad es. l’articolo Ricordo dei partigiani vivi e morti, in «La voce della democrazia», I, 13, 1 maggio 1945, p. 1 (in cui viene chiamato «Herven») e il racconto delle battaglie del comandante Erven in L’epopea dell’esercito scalzo cit, pp. 235 ss.. M. Mascia attribuisce a Calvino il racconto delle azioni di Bruno Lup(p)i da lui riportate nel suo testo. Una conferma si ha in C. Milanini, Da Porta a Calvino. Saggi e ritratti critici, (a cura di M. Marazzi), Milano, edizioni Led, 2014, Calvino nella Resistenza, pp. 327 ss. e in particolare p. 331.
12 Sarà anch’egli uno degli organizzatori del primo gruppo d’azione di Sanremo e, successivamente, farà parte del CLN matuziano. Si veda L’epopea dell’esercito scalzo cit. p. 42; Gandolfo, Sanremo in guerra cit., pp. 146 e 212.
13 Farina, che farà poi parte, come amministratore, degli organi ausiliari del CLN di Sanremo, comincia la sua attività già nel 1939 all’interno di una delle prime organizzazioni del PCI di Sanremo, cfr. Gandolfo, Sanremo in guerra cit., pp. 132-33 e ss.; Biga - Iebole, Storia della Resistenza imperiese cit., p. 193 ss.

Sarah Clarke, Lina Meiffret: storia di una partigiana sanremese deportata nei lager nazisti e dei suoi documenti, Per leggere, XIX, n. 36, Pensa ed., 2018
 
Nei giorni piovosi di settembre ed ottobre 1943 i trasporti d'armi e munizioni, furon particolarmente gravosi: occorreva (ai due capi) [Renato Brunati e Lina Meiffret] far lunghissimi rigiri per evitar le pattuglie ed i curiosi, sempre pronti alle indiscrezioni e delazioni: così i nostri patrioti conobbero a fondo l'asprezza e le insidie della zona Negi, Monte Caggio, Bajardo. Col crescere delle coscrizioni si rese necessario anche un comitato in S.Remo e si prese perciò contatto col dott. Pigati fervente avversario del fascismo; attivissimo e coraggioso propagandista tanto nel suo studio che nell'ambulatorio della Croce Rossa. Coll'aiuto quindi di questo alleato e mio, i viveri e le somme di danaro affluirono regolarmente a Bajardo per la funivia di M. Bignone; e prezioso fu il contributo apportato all'opera rischiosa dalla cuoca e dal cameriere dello stesso ristorante a Monte Bignone, che disinteressatamente ed assiduamente parteciparono ai trasporti. Dalla casa mia venivan portati al covo di Bajardo coperte, viveri e materiali che gli affigliati provvedevano con me e tra questi attivissimo il compagno Giacometti di Ventimiglia. Naturalmente sia i capi che i loro fedeli non poteron evitare pericolosi incontri da cui solo la destrezza e l'audacia poteron salvarli: sebbene in un certo dibattito accesosi un giorno sul furgoncino della filovia fra due ufficiali giornalisti tedeschi e Brunati e la Maiffret, la energica ed irriducibile posizione sostenuta dai nostri due capi che sostenevano strenuamente le tesi anti-Asse e preconizzavano la rovina del sistema, fosse particolarmente aggravata dal fatto che gli zaini dei due patrioti eran colmi di dinamite. L'armamento della banda, ormai numerosa di circa 40 elementi, raggiunse i 30 moschetti e le 5 mitragliatrici, più bombe a profusione e forti riserve di munizioni. Verso la metà di novembre due ufficiali inglesi, fuggiaschi del campo di ferma vennero a capitar nella zona di Bajardo, ricoverati e confortati dai nostri, sistemati poi nottetempo in un casolare di vetta. Fu poi progettata la fuga in Corsica: ma il 1° tentativo perì per la defezione del marinaio che s'era assunto l'apparecchiamento della barca: tuttavia i 2 inglesi scesero ad Arziglia in casa mia, guidati dai capi in pieno equipaggiamento partigiano a mezzogiorno per via Aurelia sotto il naso dei tedeschi: da Arziglia si trasferirono alla casa di Brunati, alla Madonna della Ruota ma una sorpresa della polizia che arrestava Brunati e la Maiffret costrinse nuovamente gli inglesi a raggiungere casa nostra ove restarono 15 giorni. I 2 capi vennero rilasciati per insufficienza di prove il 22 dicembre, raggiunsero Bajardo ove già erano tornati gli inglesi.
Un nuovo tentativo di fuga in Corsica venne organizzato in casa mia coll'aiuto di patrioti bordigotti; [Vincenzo Manuel] Gismondi - Assandria [Federico] Moraglia - Un canotto di Donegani, trafugato venne adattato col fuoribordo acquistato con fondi di Giacometti equipaggiato e messo in acqua: vi salirono… i 2 inglesi ed i nominati patrioti, dopo un breve soggiorno in casa mia per gli ultimi preparativi. Ma l'imbarco avvenuto felicemente ad onta della attiva sorveglianza tedesca, non ebbe buon esito, chè la barca si empì d'acqua a 200 metri da riva ed a stento i fuggiaschi raggiunsero la costa rifugiandosi poi da me, fradici ed avendo salvato solo il moto.
Da allora i 2 inglesi restarono in casa fino al 25 gennaio '45, salvo un breve soggiorno a Bajardo nel gennaio '44.
Giuseppe Porcheddu, manoscritto (documento IsrecIm) edito in Francesco Mocci (con il contributo di Dario Canavese di Ventimiglia), Il capitano Gino Punzi, alpino e partigiano, Alzani Editore, Pinerolo (TO), 2019
 
Ettore Renacci, Tommaso Frontero e Angelo Schiva facevano parte di un gruppo comunista formatosi già all'inizio del 1943 in Bordighera. Nel dicembre dello stesso anno, tale gruppo assunse la denominazione di «Comitato Comunista di Settore» e si unì ad elementi di altre correnti e partiti antifascisti. In seguito all'attività comune fu creato il CLN di Bordighera per la lotta resistenziale ma la rete clandestina venne scoperta e sgominata. Frontero e Renacci furono arrestati nelle rispettive abitazioni verso le 8 del 23 maggio 1944. Subirono maltrattamenti e furono condotti a Imperia: se ne decise la fucilazione per il 25 maggio. Ma la Gestapo li considerava elementi troppo preziosi e cercò di indurli a rivelare notizie utili sull'organizzazione antifascista. Frontero e Renacci raggiunsero quindi le carceri di Marassi e, nel giugno, fecero parte di un gruppo di 59 prigionieri trasferiti da Genova a Fossoli per mezzo di camion. A Fossoli il Renacci venne fucilato ed il Frontero inviato nei Lager in Germania.
Carlo RubaudoStoria della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria) - Vol. II. Da giugno ad agosto 1944, edito a cura dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia, Imperia, Dominici Editore, 1992
 

giovedì 11 agosto 2022

I comandanti partigiani Giorgio e Boris tornarono confermati nei loro incarichi

Il Castello di Alto (CN). Fonte: Riviera dei Fiori TV

Ero a Pairola [n.d.r.: Frazione di San Bartolomeo al Mare (IM)] per Natale [n.d.r.: del 1944], quando era giunta la notizia della controffensiva tedesca sul fronte belga. Le notizie come al solito erano state ingrandite, si diceva cbe i tedeschi avessero sfondato e puntassero sul mare e su Parigi che avanzassero anche sul nostro fronte ed avessero ripreso Nizza, che avessero impiegato nuove armi misteriose e decisive.
«Che farai, figlio? - mi chiese mia madre portandomi queste belle notizie - se i tedeschi vinceranno ci sarà sicuro qualche amnistia e tu potrai tornare a casa». Sentii un brivido interno. In tanti mesi non avevo mai considerato l'ipotesi di una  vittoria tedesca.
«Vedremo - risposi - non è ancora detto che vincano. Una sola cosa posso dirti fin d'ora, se dovessero vincere: a casa non ci torno, mai più. Cercheremo di sconfinare in Francia, piomberemo su Oneglia e ci impadroniremo di qualche nave per andare in Corsica, ma la resa mia e dei miei compagni non l'avranno mai». Sentivo che se non proprio tutti, la maggioranza l'avrebbe pensata come me.
Il nostro morale malgrado tutto era ancora abbastanza saldo per non considerare la possibilità di una resa. Certo, senza il bando emesso nelle vallate, molti partigiani sarebbero tornati alla vita civile, si sarebbero confusi con i giovani che lavoravano nei paesi, ma finito il pericolo, forse dopo soli pochi giorni, sarebbero riaccorsi nelle bande. Il nemico ci aveva tolto anche questa possibilità, contribuendo a mantenerci uniti, armati e vigilanti.
Il nemico fu sorpreso di non scontrarsi con uno schieramento difensivo, di non subire un contrattacco organizzato: i Cacciatori degli Appennini erano un corpo specializzato in rastrellamenti: era la prima volta, dicevano, che i  partigiani non reagivano. Un nostro contrattacco fu temuto a lungo, ciò impedì al nemico di aumentare il numero dei presidi a scapito della loro forza numerica, di operare in colonne più numerose, ma meno forti, di disperdere sentinelle e pattuglie a tutti gli incroci, sui passi, nei passaggi obbligati, occultandole e tendendoci agguati.
Il nemico comprese che i colpi che ci aveva inflitto avevano eliminato due o al massimo tre squadre e che tutte le altre nostre bande erano intatte ed inafferrabili. Non comprese la nostra tragica debolezza, la mancanza di capi, di armi e di collegamenti.
Certo che se avessimo usato di tutte le nostre forze, se tutte le bande, le squadre ed i partigiani isolati avessero sempre agito con freddezza e coraggio come i quattro di Cappella Soprana ed avessimo attaccato il nemico ad ogni occasione, avremmo potuto infliggergli duri colpi se avesse commesso l'imprudenza di lasciare nuclei esigui ed isolati. Ciò lo indusse alla prudenza e contribuì alla nostra salvezza.
Il nemico volle attaccarci contemporaneamente alla Cascione per impedire uno spostamento, un appoggio reciproco che in pratica non sarebbero stati possibili: ciò ridusse gli effettivi impiegati.
Questo il giudizio che è possibile dare del rastrellamento di gennaio, atteso da molti mesi come il colpo di grazia della Bonfante.   
In conclusione le nostre possibilità di resistenza avevano superato le previsioni.
Terminato il rastrellamento, il Comando cercò di prendere in mano la Divisione. Giorgio [Giorgio Olivero] e Boris [Gustavo Berio] tornarono dal territorio della Cascione confermati nei loro incarichi. In base a quali elementi il Comando Zona abbia operato la sua scelta non saprei dire. E' probabile che abbia tenuto conto che le difficoltà erano sorte in massima parte proprio per la decisione di Giorgio di rendere operanti le circolari e le disposizioni del Comando Zona; sostituirlo avrebbe minato per sempre l'autorità dei comandi superiori. Giorgio, Boris e Pantera [Luigi Massabò] si unirono al S.I.M. nella sede di Poggiobottaro che d'ora in avanti sarà la nuova base clandestina del Comando della Bonfante. Osvaldo [Osvaldo Contestabile], ancora malato, venne ricoverato a Meneso presso privati e sostituito da Mario [Carlo De Lucis] che, appena rimessosi dalla caduta, raggiungerà la nuova sede: l'opera dell'antico commissario del Cion [Silvio Bonfante] ci sarà preziosa.
Era necessario anzitutto formare i nuovi quadri dei comandi brigata, perché Fra' Diavolo [Giuseppe Garibaldi] ed Ivan [n.d.r.: Giacomo Sibilla, già comandante di una delle prime bande partigiane dell'imperiese, poi comandante del Distaccamento Inafferrabile] erano dimissionari da prima del rastrellamento.
Sarebbe stato però forse necessario allontanarli materialmente dalle bande dove le loro dimissioni erano considerate una pura formalità. Giorgio decise di operare direttamente e da solo per consolidare il prestigio del Comando divisionale. Andò in Val Pennavaira, ad Alto dove Fra' Diavolo ed Ivan avevano occupato il castello del conte Cepollini con una cinquantina di partigiani. Giorgio prese contatto con Turbine che lo informò degli ultimi dettagli della situazione e si incaricò di far venire in paese il [Distaccamento] Catter che da Diano era tornato alla propria base in Val Pennavaira.
Un'azione di autorità era opportuna, un'azione di forza no. Giorgio lasciò la propria pistola automatica a Turbine ed entrò nel castello solo e disarmato. Psicologicamente era superiore ai suoi avversari e lo sapeva.
Presentandosi armato avrebbe potuto provocare una reazione istintiva che avrebbe potuto avere conseguenze incalcolabili per lui e per tutto il movimento, perché un suo assassinio non sarebbe potuto restare impunito. Andando disarmato dimostrava la propria sicurezza, coraggio ed autorità ed evitava gesti inconsulti.
Trovò i partigiani, quasi tutti ex S. Marco, che seduti ascoltavano le parole di Fra' Diavolo. All'entrata di Giorgio regnò di colpo il silenzio. Giorgio ordinò: «In piedi!». Fu ubbidito. Ingiunse a Fra' Diavolo ed a Ivan di uscire e di  andare al Comando Zona a giustificarsi dal Curto [n.d.r.: Nino Siccardi, comandante della I^ Zona Operativa Liguria]. Non vi fu reazione alcuna. Gino [Giovanni Fossati] e Domatore [Domenico Trincheri] vennero chiamati a comandare rispettivamente la II e la III  Brigata e stenteranno a lungo ad imporsi alle bande, senza mai raggiungere l'ascendente e l'autorità necessari per operazioni in grande stile.
Ivan scomparve, Fra' Diavolo fu mandato in Val Tanaro con una nuova banda.
Le nomine di Gino alla II e di Domatore alla III erano avvenute all'insaputa di Ramon [Raymond Rosso]. Domatore dopo qualche tempo verrà sostituito da Fernandel [Mario Gennari].
Vi fu in Giorgio il timore che Fra' Diavolo passasse ai badogliani come era avvenuto in autunno con Pelassa [altrimenti detto Arturo Pelazza] e King Kong [Secondo Bottero], ma Fra' Diavolo era di altra pasta. Era comunista e la sua lealtà verso il Curto era indubbia. Non era uomo da portare rancore e quando vedrà che Giorgio dimostrerà buone doti di comandante di divisione, collaborerà lealmente anche con lui. Quanto alla capacità di Fra' Diavolo di esser qualcosa di più che un capobanda la dimostrerà in marzo ed  aprile, creando con i partigiani che accorreranno sotto di lui la IV Brigata «Arnera Domenico». La cosa era particolarmente difficile operando in Val Tanaro a contatto con un comandante come Martinengo [n.d.r.: appartenente agli autonomi comandati da Enrico Martini, Mauri] di indubbio prestigio.
Gino Glorio (Magnesia), Alpi Marittime 1943-45. Diario di un partigiano - II parte, Nuova Editrice Genovese, 1980, pp.166-169

Ancora nella mattinata del 20 gennaio 1945 una colonna tedesca, guidata dalla spia Boll, tentava nuovamente di catturare Ramon, Raymond Rosso, capo di Stato Maggiore della Divisione "Silvio Bonfante", già gravato dalla cattura di tutta la famiglia.
I Distaccamenti "Filippo Airaldi" della II^ Brigata "Nino Berio", "Giannino Bortolotti" della II^ Brigata, e "Giuseppe Catter" della III^ Brigata, tutte della Divisione "Silvio Bonfante", riuscivano a sganciarsi senza perdite dalla zona di Ranzo (IM), Nasino (SV), Alto CN), Aquila.
Il 21 gennaio 1945 il comandante Giorgio Giorgio Olivero ed il vice commissario Gustavo Boris Berio lasciarono la sede della Divisione "Silvio Bonfante", per provare a fare il punto della tragica situazione al comando di Zona, lasciando la formazione affidata al vicecomandante Luigi Pantera Massabò.
Il 21 gennaio la divisione repubblichina Monte Rosa occupava Casanova Lerrone (SV), Marmoreo, Frazione di Casanova Lerrone (SV), Garlenda (SV), Testico (SV), San Damiano, Frazione di Stellanello (SV), Degna, Frazione di Casanova Lerrone (SV), e Vellego, Frazione di Casanova Lerrone (SV), dopo avere già occupato il giorno prima Alto (CN), Borgo di Ranzo (sede comunale di Ranzo), Borghetto d'Arroscia (IM), Ubaga e Ubaghetta, Frazioni di Borghetto d'Arroscia (IM). A Marmoreo il nemico uccise il civile Settimio Testa.
Nei tre giorni successivi le formazioni della Divisione "Silvio Bonfante" sfuggirono ai rastrellamenti  nemici di San Damiano, Rossi, Frazione di Stellanello (SV) e Marmoreo, Frazione di Casanova Lerrone (SV).
Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell’Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell’Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945) - Tomo I - Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998 - 1999

Il Castello di Alto (CN). Fonte: Riviera dei Fiori TV

Ma quello che mi indisponeva veramente erano i morti di Degolla e Bosco. Ancora oggi si cerca di darmi la responsabilità per quei morti. Glorio Gino (Magnesia) nel suo secondo volume "Alpi Marittime" riferisce che io mi difesi per quanto successo adducendo l'attenuante che gli uomini erano privi di scarpe. Ciò è completamente infondato: i Distaccamenti che eseguirono gli ordini del Comando Brigata ebbero un ferito nello scontro a fuoco a Ubaga (il povero Redaval, poi catturato e fucilato a Borghetto d'Arroscia), mentre le squadre di Bosco e Degolla, che contrariamete agli ordini si erano sistemati nei paesi, furono sorpresi nel sonno.
Avevo informato il Comando Divisione che il comandante dei partigiani di stanza a Degolla e Bosco non pernottava con gli uomini, e che questi, contrariamente alle mie disposizioni, dormivano e vivevano nei paesi. Avevo chiesto l'autorizzazione a prendere provvedimenti che mi sarebbero sembrati necessari, ma mi venne risposto che il Comando Divisione avrebbe provveduto da sé a fare rispettare gli ordini del Comando Brigata.
Poco dopo incontrai Giorgio e Boris davanti al castello di Alto (e non certamente dentro il castello come dice Gino Glorio). Alla presentazione da parte del Comandante divisionale del nuovo commissario "Boris", risposi che non lo riconoscevo come tale e per questo davo le dimissioni da Comandante di Brigata. Il Commissario mi chiese di consegnargli le armi, ma io risposi come avrebbe fatto qualunque altro partigiano nella mia situazione: no. Con Lello [Raffaele Nante, che di lì a breve sarebbe diventato il Commissario della nuova Brigata "Val Tanaro", comandata da Giuseppe Garibaldi, Fra Diavolo], Firenze [Marino Mancini] e pochi altri rimasi ad Alto.
[...] Il Vice Commissario di Brigata Calzolari e il vicecomandante avevano seguito il Comando Divisione. Ma eravamo sempre troppi, così si allontanò anche Pantera (Luigi Massabò): prima di lasciare il paese venne a salutarmi e, stringendomi la mano, mi fece i migliori auguri.
[...] Il giorno seguente, alla sera, arrivò ad Alto Viveri, un rappresentante del Comitato di Liberazione di Albenga che gà conoscevo e stimavo. Si informò di ogni cosa e mi raccomandò di non prendere decisioni affrettate. Non capii cosa avesse inteso dirmi, fino a quando non giunsero altri esponenti del CLN di Albenga e a tutti raccontai quanto accaduto.
Giuseppe Garibaldi (Fra Diavolo), Dalla Russia all'Arroscia. Ricordi del tempo di guerra, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, 1994, pp. 164-166

Un vero e proprio passaggio è quello che interessa il gruppo di Arturo Pelazza. Fino alla fine di settembre [1944], la banda, che opera nella zona intorno a Ormea, fa parte delle formazioni garibaldine dell'Imperiese, presumibilmente della Divisione “F. Cascione”. Da una comunicazione di “Mauri” a Ezio Aceto, comandante della IV divisione Alpi, si evince che Pelazza ha chiesto direttamente al secondo di poter entrare a far parte delle autonome. “Mauri” non ha nulla in contrario, ma, come nel caso di “Bacchetta” e di Montefinale, agisce con prudenza nei confronti dei comandi garibaldini. Gli uomini del Pelazza possono essere inquadrati purché dichiarino che intendono passare a far parte delle formazioni “Autonome” e abbiano il nullaosta del Comando Garibaldino.
Giampaolo De Luca, Partigiani delle Langhe. Culture di banda e rapporti tra formazioni nella VI zona operativa piemontese, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Pisa, Anno Accademico 2012-2013 
 
La faccenda dei nomi di battaglia è un po' lunga da spiegarsi, se uno la vuole capire bene come succedeva a quei tempi.
Un nome di battaglia o ce l'aveva di nascita o se lo guadagnava di prepotenza o se lo teneva quando glielo davano, ma non se lo poteva inventare all'atto pratico.
Così Giorgio [Giorgio Olivero], quando arrivò in banda dalla città, che nessuno lo conosceva e in montagna non l'avevano ancora visto, continuò a chiamarsi Giorgio come prima, niente da fare.
Lui parlava sempre in italiano perchè il dialetto non lo sapeva; e con quel modo di fare che aveva, si capiva bene che non era come gli altri; eppoi, avendo già fatto l'ufficiale prima dell'armistizio, con tutte quelle menate che gli avevano insegnato, di confidenza ne dava poca.
Epperò, lì dov'era capitato, non gli restituivano manco quella essendo che avevano soltanto l'istruzione elementare; ma i partigiani perdio sì che lo sapevano fare, altro che dargli il nome di battaglia.
Il fatto sta che gli uomini della Volante dove lo avevano mandato, subito non ci fecero caso; ma alla sera, quando si misero sdraiati, lo sentirono parlare mentre anche lui frugava nella paglia per dormire, e così capirono com'era. Allora il Mancen cominciò a guardargli ben bene gli scarponi, come fa uno che se li vuole misurare se gli vanno giusti per tenerseli, e non gli disse niente.
Cosicchè anche gli altri della banda, gli guardarono sul serio scarponi giubbotto nuovo braghe di panno maglia di lana, e tutto il resto che aveva e gli serviva.
Guardandogli ste cose, tenevano la lingua di fuori, quasi per provare a mettersele, e sentirsele come gli stavano.
Dalle parti di Garessio dov'erano in quei giorni, dovevano guardarsi specialmente dalle spie che ce n'era dappertutto; dovevano guardarsi bene in giro, essendo posti nuovi che non conoscevano ancora; eppertanto adesso questo qui chissà, parlando bene educato, cominciò a vedersela brutta per le occhiate che gli davano di riffa o di raffa; lo guardavano male, quando magari andavano in giro di qua o di là; e c'era sempre uno che se lo sentiva dietro le spalle.
Cosicchè e dai e dai, Giorgio cominciò a capire che prima o poi, al momento giusto si capisce fuori mano, ti vedo e non ti vedo, bona né, non se ne parla più.
Essendo a quel modo smandrappati, dopo tutti quei rastrellamenti con tutto il bisogno di vestiario che avevano, ti lascio dire com'era in quei posti, doversene andare all'avventura senza mai sapere dov'erano i nazifascisti; siccome, poi gli toccava ancora di andarsene a ramengo per chissà quanto tempo in quei posti del vaccamondo, ti lascio dire se non poteva capitare per fare più presto, che chi t'ha visto t'ha visto bona né.
Andando ancora avanti, Giorgio si accorse sempre di più delle occhiate storte che si davano, bisbigliando tra loro che lui non sentisse, sempre così.
A un certo punto, si accorse che la faccenda si metteva male; ma proprio tanto male da sembrargli impossibile seguitare a quel modo, facendo finta di niente.
Allora Giorgio con la scusa di un bisogno urgente che aveva, scantonò un poco tra il lusco e il brusco oltre la cunetta tra gli alberi; fuori tiro, si mise a camminare di corsa sempre bene al coperto, finchè arrivò al comando con l'affanno. Lì col nervoso e il mal di milza che aveva, si mise fermo sull'attenti a spiegargli com'era capitato all'improvviso con tutta quella fretta; come qualmente cioè, nonostante la diffidenza, anche sembrando troppo militare regio esercito, lui aveva tutte le carte in regola lo stesso e verificassero pure, va bene?
Ma bisognava dirglielo subito a quelli del Mancen, che anche con la diffidenza, lui non era disponibile a fare la fine a quel modo; voglio dire a quel modo sbrigativo, come aveva sentito dire in banda - uno in più uno in meno, porca la miseria non si può mica rischiare?
Dunque glielo dicessero subito al Mancen, che soltanto perchè parlava italiano con un bel paio di scarponi nuovi e un po' di panno buono addosso, non glielo doveva dire di andare al comando e chi s'è visto s'è visto, bona né.
Adesso invece lui, si sentiva sul serio un ribelle, anche parlando l'italiano; e piuttosto cercava di imparare il dialetto, mettendocela tutta per impararlo in fretta senza sbagliarsi.
- Ma brutto mondo ladro - diceva, - rimetterci la ghirba da gabibbo proprio in questo modo, assolutamente no.
Successe poi che, andando avanti col tempo e l'istruzione che aveva con un po' di pratica militare; hai voglia dire che sono tutte balle i gradi per fare i gagà, ma serve sempre, anche se uno nella naia c'è stato soltanto di complemento; e così Giorgio dopo un po', diventò il comandante dei garibaldini.
I galloni però, non se li mise subito, perchè era proibito e poi perchè bisognava fare diverso dai badogliani.
Ma venne il tempo sissignori, che gli ordini alla fine li diede lui eccome, anche al Mancen, che pure era diventato un partigiano famoso, niente da dire; li diede anche agli altri comandanti tutti in regola con i nomi di battaglia e senza, girando come un padreterno per i distaccamenti, con la sua roba buona addosso.
Girava sempre con un mascinpistole nuovo, di quelli perfezionati ultimo modello, che se l'era guadagnato proprio alla maniera giusta; e cioè se l'era andato a prendere dov'era, ed era tornato con un mucchio di sammarchini armi e bagagli munizioni muli bardature e soldi delle paghe, tutto compreso.
Dunque perdio il mascinpistole adesso gli toccava punto e basta, va bene? Gli toccava perchè lui sì che ormai il partigiano lo faceva eccome, anche senza il nome di battaglia; inutile guardarlo ancora di traverso da strafottenti, come per dire che lì c'era da fare i gagà; e poi lui in più sapeva leggere le carte militari al venticinquemila, come Pantera capo di stato maggiore. Ma gli altri, anche famosi col nome di battaglia, com'erano tutti smandrappati analfabeti o quasi, no.
Osvaldo Contestabile, Scarpe rotte libertà. Storia partigiana, Cappelli editore, 1982, pp. 72-76

sabato 6 agosto 2022

Peletta con un gruppo di partigiani prese posizione al torrente Barbarossa

La parte occidentale del territorio comunale di Imperia, vista dalla spiaggia di San Lorenzo al Mare

Imperia: la Torre di Prarola vista da Località Barbarossa

I pozzi minati di Garbella, subito dopo Villa Ludovici fra Imperia e San Lorenzo [San Lorenzo al Mare (IM)] erano presidiati [luglio 1944] da un piccolo reparto tedesco, comandato da un sottufficiale. I tedeschi avevano preso in custodia i pozzi minati dopo che un intero reparto di fascisti era stato catturato dai partigiani. Era quasi impossibile attaccare in quelle condizioni; a monte della via Aurelia il terreno era minato con ogni tipo di ordigno, e difatti erano saltati in aria dei cani che si erano avventurati giù per la scarpata. Per prendere d'assalto la posizione nemica bisognava comunque transitare sull'Aurelia sbarrata da intrecci di filo spinato e da cavalli di frisia per obbligare le vetture e gli autocarri a transitare uno per volta. Luisa Barnato, una ragazza di Imperia, era transitata molte volte davanti al posto di blocco per vedere se c'era una qualche possibilità per un colpo di mano, ma la conclusione era sempre la stessa: senza un aiuto dall'interno, era impensabile attaccarli con qualche possibilità di riuscita. Non c'era altro da fare che cercare collaborazione all'interno del reparto di guardia. Dissi a Luisa di fare amicizia con tutti, ma di non scoprirsi con nessuno, tanto meno con i militari provenienti dai territori occupati dai tedeschi, che erano, secondo me, peggio dei tedeschi. Non c'era, però, nessuno di costoro; c'erano solo tedeschi e austriaci. Uno di questi si era innamorato di Luisa e lei, rischiando grosso, si era qualificata partigiana, invitandolo a disertare. Lui chiese di incontrarsi con un rappresentante della guerriglia, e fissò un appuntamento nei dintorni di Piani d'Imperia. Con Luisa ci recammo all'appuntamento; dissi all'austriaco che, per poterlo accettare nelle nostre file, era necessario un suo atto di collaborazione, che ci avrebbe garantito da un suo eventuale tradimento e l'austriaco si dichiarò disposto a qualsiasi prova. Gli dissi che era necessario al nostro Comando far saltare i pozzi minati, ai quali era di guardia; mi feci descrivere come si svolgeva il servizio, convenimmo che l'orario a noi propizio era quello dalla mezzanotte alle 4. In quel periodo la strada veniva totalmente chiusa al traffico e rimaneva un solo militare di guardia, protetto dagli sbarramenti che ho già descritto. Per transitare era necessario un permesso speciale, alla presentazione del quale veniva informato telefonicamente il sottufficiale nel Comando il quale con altri tre uomini, provvedeva alle previste misure di sicurezza.
Per aiutarci era necessario che il nostro amico fosse comandato di guardia da mezzanotte alle quattro. Lui ci disse che lo avrebbe saputo il mattino. Luisa, che ormai era conosciuta da tutti i militari e della quale nessuno sospettava anche per la giovane età, tutte le mattine sarebbe passata in bicicletta in attesa del giorno a noi favorevole; quindi avrebbe avvisato noi della «volantina», e noi avremmo provveduto ad avvisare il Comandante del distaccamento, Peletta [Giovanni Alessio], che sarebbe sceso con gli uomini necessari a bloccare la Via Aurelia in località Barbarossa e presso Villa Ludovici, appena oltre Garbella. Mi recai sopra Tavole, in alta Val Prino, per riferire a Peletta l'accordo concluso e per una sua approvazione del piano preparato. Tutto bene. L'unico inconveniente fu l'arrivo di Giulio Briganti, poi caduto a Upega. Conoscevo Giulio dal breve periodo di lotta in città, svolto quando ero nei Vigili del Fuoco. Appena mi vide, il suo volto espresse il piacere di rivedermi, ma riprese immediatamente il suo fare burbero e mi chiese: «Cosa fai qui?» «E tu cosa fai qua?» fu la mia risposta. «Io sono il commissario Politico delle formazioni Garibaldi che operano nella zona». «Ne sono proprio felice», risposi [...] Gli dissi poi dei colpi di mano ai pozzi di Garbella che stavamo preparando e di un altro alla Villa Salvo dove era prigioniera una Missione alleata. Avevo già parlato con un autista di Porto Maurizio, Ansaldi Aladino, che lavorava nell'autorimessa delle SS. Giulio mi disse: «Credo che non rimarrai molto da queste parti; comunque ti faremo avere istruzioni». Giulio tornò a fare il Commissario e io tornai a Dolcedo, in attesa che al nostro amico austriaco fosse assegnato il turno di guardia propizio alla nostra azione.
Il 25 luglio del 1944 giunse finalmente il momento. Peletta con un gruppo di partigiani prese posizione al torrente Barbarossa: doveva impedire il transito sull'Aurelia a chiunque avesse avuto intenzione di farlo proveniente da ponente. Si sarebbe ritirato solo all'arrivo di un partigiano proveniente dai pozzi con l'OK.
Banò comandava l'altro gruppo che prese posizione alla Villa Ludovica; doveva (come quello che aveva preso posizione a Barbarossa) impedire il transito verso i pozzi minati. Io con Luisa, mi recai all'appuntamento con l'austriaco. Andammo soli, nell'eventualità che l'uomo fosse stato sostituito per un qualsiasi magari sciocco motivo. Se così fosse stato, avremmo cercato di catturare la sentinella quando la stessa si fosse trovata vicino ai reticolati dalla nostra parte. Nel caso che avesse tentato di reagire l'avrei ucciso con una raffica di Sten, ma in tal caso l'operazione sarebbe comunque fallita. Non era neanche da pensare di poter riuscire da soli ad impadronirci del drappello tedesco, forte di una decina di uomini. Se, al contrario, si fosse arreso, era ancora possibile il buon esito dell'operazione. Per questo ci avvicinammo silenziosamente; era una notte chiara di luglio, e raggiungemmo lo sterrato a ridosso del muro; attendemmo l'arrivo della sentinella dalla nostra parte. Non eravamo sicuri che fosse il nostro uomo forse perchè, come dice il vecchio detto popolare, di notte tutti i gatti sono bigi; o forse perchè avevamo paura, tanta paura.
Quando la sentinella, raggiunti i reticolati, si voltò verso San Lorenzo, balzai in mezzo alla strada e gli ordinai di alzare le mani. Alzò le mani e disse: «Pensavo che non sareste più venuti»; era il nostro uomo. Luisa lo accompagnò da Banò ed arrivarono i rinforzi, io entrai nella baracca dove dormiva il sergente e altri andarono nel bunker dove dormivano i suoi soldati.
Il sergente si comportò da buon militare quale era stato e, dietro mio ordine, iniziò a vestirsi; avevo preso il suo mascin pistola e la P.38. In quel momento arrivò un partigiano che mi disse: «l tedeschi nel bunker non capiscono i nostri ordini e continuano a stare coricati nei loro castelli». Gli dissi: «Sorveglia questo mentre si veste; al primo movimento brusco sparagli senza parlare, ti mando subito qualcuno ad aiutarti, non portatelo via: deve insegnarci a far saltare i pozzi». Gettai il mascin pistola e la P.38 vicino alla porta d'uscita e presi alcune bombe a mano tedesche che erano su un tavolino. Andai verso il bunker e dissi agli occupanti: «In un minuto vi voglio tutti fuori, uscite con le mani sulla testa; se non avete capito peggio per voi, tiro il cordino di queste bombe e le mando a farvi compagnia». Per incanto avevano compreso al volo (sembra incredibile) e iniziarono a uscire: i primi con la divisa e gli stivaletti ammucchiati sul capo. Quando tornai dal Comandante del drappello, vidi che già era vestito di tutto punto, con le sue brave decorazioni sulla giubba. Non vidi più il mascin pistola nel posto dove lo avevo lasciato, ne chiesi notizie ai due guardiani del sottufficiale e mi dissero: «L'avrà preso qualcuno dei nostri». Replicai: «Prendete tutto quello che può essere utile e portatelo da Banò» ed iniziai a parlare col prigioniero, cercando di essere convincente: gli illustrai la situazione, gli promisi salva la vita se avesse collaborato per la riuscita della operazione: se cioè mi avesse insegnato a far brillare i pozzi.
Mi rispose con tutta tranquillità: «Vedi, io so di aver sbagliato in qualche cosa nel disporre il servizio di guardi, vi ho sottovalutato, e adesso è giusto che paghi il mio sbaglio; ma non chiedetemi di sbagliare ancora, non lo farò mai, tu al mio posto cosa faresti?». Capii che da lui non avrei ottenuto alcuna collaborazione. Lo feci portar via, e mandai a dire a Peletta che aspettasse ancora dieci minuti dall'arrivo del messaggero e dopo di ritirarsi: ci saremmo trovati ai Poggi.
Cercai nella baracca del sergente e nel bunker se trovavo il sistema per far brillare le mine, non trovai niente e, avendo gli addetti finito di prelevare le munizioni e le armi con tutto l'altro materiale trasportabile, pensai bene di abbandonare l'idea di far esplodere le mine. Il bottino era  stato ingente: fucili automatici, tapun, un mascingavert, materiale vario. L'unico rimpianto era il mascin pistola e la P.38. Una squadra di un altro Distaccamento aveva saputo del colpo e, quando oramai non c'era più nulla da rischiare, era arrivata ai pozzi e aveva approfittato dell'occasione per prenderseli, erano partigiani e avevano bisogno come noi di armi e munizioni. L'unico a essere scontento ero io, perché non ero riuscito ad interrompere il transito sulla Via Aurelia.
I tedeschi risposero rabbiosamente alla nostra azione, riempirono la zona di manifesti con la promessa di un milione di lire (di allora) a chi avesse dato notizie atte ad identificare e a catturare gli autori del colpo di mano.
Subito dopo, con un rastrellamento immediato in tutta la zona dell'alta Val Prino, vollero dare prova della loro potenza militare.
Ai primi di agosto del 1944 il nostro Servizio Informazioni Militare (SIM) avvisò mia madre e mio fratello di allontanarsi immediatamente dal paese perchè i nazifascisti avevano programmato la loro cattura. L'indomani mattina all'alba, dopo la loro partenza, un nutrito gruppo di nazifascisti già circondava la casa e, non trovando nè mia madre nè mio fratello, distruggevano quanto nella stessa era contenuto e non potevano asportare.
Mia madre, con le sue bestie, si rifugiò ad Andagna nella casa materna: mio fratello, anche per la conoscenza che aveva delle nostre montagne, si arruolò subito come staffetta presso il Comando Divisione. Io avevo ancora rimandato il trasferimento al Comando di Divisione per organizzare la liberazione della missione alleata, prigioniera delle SS nella Villa Salvo, dietro il palazzo della Provincia di Imperia, viale Matteotti.
Un mattino, sul finire della prima decade di agosto, ero con la «Volantina» a dormire in un casone nei pressi di Dolcedo, in compagnia di Mareri (del quale non ricordo il nome di battaglia, forse Max) di Corradi (Ninchi) di Bagascin (il cognome mi sembra Corradi), tutti di Piani di Imperia e di altri due partigiani (dei quali non ricordo il nome), quando venimmo svegliati dal rumore di autocarri che salivano verso Molini di Prelà: erano carichi di tedeschi e di fascisti. Ci recammo a Dolcedo e, dalla moglie del farmacista e dagli abitanti delle case sulla strada, fummo informati del numero di autocarri e delle vetture di scorta scoperte e armate di mitragliatrici che li seguivano. Era un numero consistente di mezzi: calcolando una trentina di uomini per autocarro, stabilimmo che le forze nemiche dovevano essere composte da circa duecento uomini. Decidemmo di attaccarli alla sera, quando sarebbero discesi, organizzando una bella imboscata. La nostra sorpresa fu grande quando, poco tempo dopo, l'autocolonna ritornò indietro con gli autocarri vuoti e con solo gli addetti alle mitragliatrici seduti sulle camionette di scorta. Questo poteva voler dire che il nemico aveva deciso di lasciare un presidio in Alta Val Prino, oppure che avrebbe fatto dimostrazione di forza transitando sulla mulattiera che da Tavole conduceva a Pietrabruna, con la speranza di trovare qualche piccolo gruppo di Partigiani lungo il cammino. Poco tempo dopo, calcolando il tempo necessario agli autocarri per raggiungere Pietrabruna, telefonai al centralino del paese ed ebbi la conferma; gli autocarri, con pochissimi uomini, erano appena arrivati a Pietrabruna. La cosa migliore da fare era quella di attendere i tedeschi sulla via del ritorno, sotto Civezza, e ci avviammo. Nei pressi di Costa di Dolcedo incontrammo una squadra comandata da Peletta; non ricordo quale obiettivo avesse, ma quando l'informai del nostro intento si unì a noi. Era una squadra più numerosa della nostra, dei componenti della quale ricordo solo il mitragliere Giacò e il partigiano Ramirez. Giacò lo ricordo perché eravamo paesani e avevamo fatto molte azioni insieme, Ramirez perché era un partigiano della «Libertas», della quale portava con fierezza il distintivo. Degli altri, escluso Peletta, non ricordo nessuno. In tutto saranno stati una ventina di uomini, con due fucili mitragliatori Saint'Etienne, e fucili da guerra di tutti i tipi: dal moschetto, al novantuno, al tapun. Io avevo uno Sten. Prendemmo posizione su uno spuntone sotto Civezza. La distanza dalla strada che i nazifascisti dovevano percorrere al ritorno era notevole, circa settecento metri. Con lo alzo graduato giusto si poteva colpire il bersaglio, ma con lo Sten era inutile sprecare munizioni. Decisi dunque che non potevo fare da spettatore, scesi a fondovalle e attraversai il fiume; mi riparai dietro un muretto di protezione della strada e iniziò l'interminabile attesa. Con Peletta e gli altri eravamo rimasti d'accordo che avrei iniziato io il fuoco.
Arrivarono a modesta velocità cantando. Cantavano la loro macabra canzone: «Camerati di una guerra, camerati di una sorte, chi divide pane e morte, no non muore sulla terra».
Lasciai passare la camionetta di scorta e scaricai tre caricatori da trenta sul primo autocarro. Che magnifica arma lo Sten! Non c'era proprio il rischio che si inceppasse. Mi allontanai e riuscii ad attraversare il torrente, prima di sentire fischiare le prime raffiche. Dopo fu dura, ma ce la feci lo stesso a raggiungere illeso i miei compagni che continuavano ad impegnare i nazifascisti. Non sapevo ancora che essi (i nazifascisti) avevano ucciso molti contadini inermi che erano nei prati di Dolcedo e di Pietrabruna a falciare il fieno, facendo una vera e propria strage. Le urla dei feriti che cominciai a sentire mi facevano star male, non mi rendevano orgoglioso dell'imboscata; ma era la guerra, la maledetta guerra che aveva coinvolto anche mia madre, allo sbaraglio, profuga sui monti con due mucche e un mulo, e mio fratello non ancora sedicenne al quale venivano affidate le lettere più rischiose che partivano dal Comando di Divisione. Per la sua giovane età egli non era affatto soggetto agli obblighi di leva e poteva recarsi ovunque senza destare eccessivi sospetti. Il lavoro rischioso ed importante, direi essenziale, di tanti di questi ragazzi e ragazze non viene oggi più considerato dagli storici del movimento partigiano, come a mio avviso invece dovrebbe essere fatto per la giusta considerazione che merita.
 
Dolcedo (IM): uno scorcio del centro abitato

Giuseppe Garibaldi
(Fra Diavolo), Dalla Russia all'Arroscia. Ricordi del tempo di guerra, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, 1994, pp. 84-91

lunedì 1 agosto 2022

Quattro viaggi via mare, fra Ventimiglia e Nizza, senza segnalazioni

Una vista sulla Costa Azzurra ed il Principato di Monaco

[...] ma l'organizzazione S.A.P. proseguiva senza soste. Alla fine di dicembre [n.d.r.: 1944] si erano formati 4 distaccamenti in città [n.d.r.: Sanremo] un quinto a Ospedaletti ed un sesto a Bordighera, Vallecrosia, Ventimiglia.
[...] Recezione del Cap. Bentley proveniente dalla Francia.
Salvataggio del maggiore Romano, della missione Gino e di quella di Leo e Rosina trasportati in Francia; 4 viaggi via mare, fra Ventimiglia e Nizza, senza segnalazioni, con trasporto di armi e munizioni per le formazioni di città e di montagna.
Invio di armi a Neggi, alle forze Armate.
Trasporto in Francia, via mare, di prigionieri alleati.
La Frontiera Italo Francese venne attraversata 20 volte, via terra con trasporto di messaggi, viveri e munizioni.
Trasporto fra Bordighera e Ospedaletti e quindi a Sanremo di armi.
[...] Il 23 aprile al primo annuncio dello sganciamento tedesco le SAP e GAP vennero mobilitate e poste al diretto comando dei suoi ufficiali.
Il 24 aprile, nelle prime ore della mattina, vennero iniziati, in tutto il circondario, i combattimenti.
Le Sap di Bordighera e Vallecrosia occuparono le cittadine dopo aver ucciso 13 nazifascisti e averne catturato 5 [...]
IL COMANDANTE DELLE BRIGATE S.A.P. (Rag. Antonio Gerbolini) - IL PRESIDENTE DEL C.C.L.N. DI SANREMO (Dott. Cristel Giovanni)
Relazione del C.L.N. circondariale e del comando S.A.P. di Sanremo sull'attività della V^ VI^ VII^ Brigata S.A.P. (Dalla loro costituzione al 25 aprile), documento in Fondo “Giorgio Gimelli”, ILSREC, copia di Paolo Bianchi di Sanremo (IM)

L'estratto della relazione dei patrioti di Sanremo, qui sopra pubblicato, si riferisce, nella sua schematicità, al Gruppo Sbarchi Vallecrosia, il gruppo più specializzato della SAP della zona di confine. Gruppo Sbarchi, una definizione la cui genesi non era più chiara agli stessi protagonisti che a distanza di decenni dagli eventi della Resistenza resero le loro testimonianze a Giuseppe Mac Fiorucci per la stesura dell'omonimo opuscolo (Gruppo Sbarchi Vallecrosia, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia <Comune di Vallecrosia (IM) - Provincia di Imperia - Associazione Culturale “Il Ponte” di Vallecrosia (IM)>, 2007): furono interviste molto vivaci, che hanno gettato luce anche sugli aspetti più tecnici delle richiamate operazioni, ma che hanno inoltre tratteggiato le singole adesioni alla Resistenza e personali, precedenti trascorsi in montagna. Forse sono utili alcuni collegamenti, in ogni caso non esaustivi della materia. La più recente fatica di Sergio Favretto, "Partigiani del mare", pur nel suo puntuale svolgimento con inquadramento in accadimenti di portata più generale, è molto atta allo scopo. Per il giusto rilievo - supportato, tra l'altro, con la copia di una dichiarazione del comandante della I^ Zona Operativa Liguria, Nino Siccardi, "Curto" -, dedicato ai compiti specifici svolti da Renzo Rossi. È opportuno sottolineare che il Gruppo Sbarchi si fece già trovare pronto per la Missione Kahnemann, partita da Vallecrosia nella notte tra il 14 ed il 15 dicembre 1944, per cui sarebbe interessante indagare sulla preparazione ricevuta, ad oggi scarsamente attestata, se si escludono, forse, l'incarico - vedere infra - dato a settembre 1944 da Vitò [Giuseppe Vittorio Guglielmo, che si firmava Ivano] allo stesso Renzo Rossi ed i viaggi oltre confine di Alberto Nino Guglielmi. Si riproducono qui di seguito alcuni brani già pubblicati. Il mentovato documento Gerbolini-Cristel risulta, dunque, significativo, nell'economia di questo discorso, non tanto perché introduca nuove informazioni quanto per fare il punto con una fonte sinora mai pubblicata circa una narrazione complessa, nella quale diversi furono gli attori (a titolo dimostrativo si citano adesso il sergente Bertelli ed i suoi bersaglieri e i fratelli Biancheri, martiri della Resistenza). E diverse furono le interazioni, non sempre positive, come per gli effetti a cascata ingenerati dall'agguato mortale compiuto ai danni del capitano Gino Punzi, in quanto dall'arresto del suo radiotelegrafista, costretto dai nazisti a trasmettere falsi messaggi all'OSS di Nizza, si pervenne, per vie traverse, anche al ferimento del comandante partigiano Stefano Leo Carabalona. In questo quadro, risulta opportuno fare un cenno anche ad altri passaggi clandestini in Francia, compiuti - non sempre via mare, in verità - da altri patrioti, specie di Ventimiglia, come fu il caso di Paolo Loi, qui menzionato.
Adriano Maini

Banditi invividuali che si trovano in città [Sanremo] sono probabilmente i due fratelli Bestagno: Mario e Gerolamo. Forse anche il Kanemahn [n.d.r.: Kahnemann; i fascisti non erano poi così bene informati: dei fratelli Kahnemann Eugenio (Nuccia)  a quella data era già in Francia, avendo compiuto la missione di cui era stato incaricato e, forse, Francesco lo aveva già raggiunto, cosa che, comunque, fece di lì a breve]
Diario (brogliaccio) del Distaccamento di Sanremo (IM) della XXXII^ Brigata Nera Padoan, 29 dicembre 1944 - Documento in Archivio di Stato di Genova, copia di Paolo Bianchi di Sanremo
 
[...] Collaborò attivamente al trasporto dalla spiaggia di Vallecrosia (prov. di Imperia) alla città di Sanremo di armi e munizioni che venivano clandestinamente sbarcate su quella spiaggia da natanti alleati a destinazione delle forze armate della Resistenza. (Marzo/Aprile 1945).
Fu appunto in occasione di questa attività che in procinto di essere scoperto e arrestato dal servizio segreto germanico dovette, poco prima della liberazione, allontanarsi dalla nostra città, rifugiandosi nuovamente in Piemonte.
Questo C.L.N. circondariale è profondamente grato al sig. Ise Gutensplan di quanto egli, pur straniero, ha operato per la vittoria del movimento di Resistenza Italiano, al quale egli ha dato tutto sé stesso, con entusiastica dedizione di tutto sé stesso.
(rag. Antonio Gerbolini)                                                                         (prof. dott. Mario Mascia)
Dichiarazione del CLN di Sanremo, maggio 1945,
documento nel Fondo “Giorgio Gimelli”, ILSREC, copia di Paolo Bianchi di Sanremo (IM)
 
Un rapporto della Marina statunitense riferiva anche dell'arrivo in barca a remi di tre giovani antifascisti di Ventimiglia nella zona di St. Raphael, già occupata dagli alleati, il 10 settembre 1944, a portare notizie utili alla guerra contro i tedeschi. Un episodio plasticamente tratteggiato in un suo racconto da Arturo Viale. I patrioti italiani coinvolti erano Elio Rosati, Memmo Miseria ed Ernani Boscaglia.
Adriano Maini
 
Mentone

Pietro Loi resta in territorio francese, opererà tra Carnoles e Mentone in qualità di addetto a radio libera; ritornerà [a Ventimiglia] saltuariamente via Grammondo, Grimaldi e la Mortola;  la sua missione è di trasmettere notizie militari, di portare in salvo altri perseguitati e, poiché i suoi genitori erano in pericolo, attendeva di portarli oltre confine.
don Nino Allaria Olivieri, Ventimiglia partigiana… in città, sui monti, nei lager 1943-1945, a cura del Comune di Ventimiglia, Tipolitografia Stalla, Albenga, 1999

Vallecrosia (IM): Via Col. Aprosio

Inoltre vennero comprate sei grosse barche a Vallecrosia per un valore di lire 22.0000 [...] necessarie per traghetti clandestini.
Francesco Biga, Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), Vol. III. Da settembre a fine anno 1944, a cura Amministrazione Provinciale di Imperia e con patrocinio IsrecIm, Milanostampa Editore - Farigliano, 1977

Una vista da Bordighera sulla Costa Azzurra

Accettando l'incarico di capo dell'Ufficio Operazioni della Missione in zona nemica, tramite Corsaro [Giulio Pedretti] il comandante Stefano Carabalona (Leo) poteva inviare da Pigna al Comando alleato [quello di Nizza] le informazioni necessarie sui dispositivi di difesa tedeschi, da distruggere con bombardamenti aerei. Il comando della II^ Divisione "Felice Cascione" aveva chiesto a quello alleato le credenziali... Il 5 ottobre [1944] tramite il comando della V^  Brigata "Luigi Nuvoloni" il comando della II ^ Divisione riceveva il benestare degli alleati, mentre Carabalona, ancora nella zona di Pigna, da una loro lettera apprendeva che il generale americano Alexander aveva incaricato il capitano inglese Robert Bentley (Bob) di raggiungere con il sergente radiotelegrafista John Mac Dougall (Mac), munito di ricetrasmittente, il comando della Divisione...
Francesco Biga e Ferruccio Iebole (a cura di Vittorio Detassis), Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), vol. V, Ed. Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia, 2016
 
Camporosso (IM): la zona a mare dove abitava la famiglia di Alberto Nino Guglielmi e da cui passò, al momento dello sbarco, la missione del capitano Bentley

Stefano Carabalona, classe 1918, fu sul fronte albanese e, nella Resistenza, ufficiale alle operazioni della V Brigata, successivamente passò in Francia (agosto 1944) presso gli Alleati (A.P.D., 772 V.S. Army).
Francesco Biga, Ufficiali e soldati del Regio Esercito nella Resistenza imperiese in Atti del Convegno storico LE FORZE ARMATE NELLA RESISTENZA di venerdì 14 maggio 2004, organizzato a Savona, Sala Consiliare della Provincia, da Isrec, Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea della provincia di Savona (a cura di Mario Lorenzo Paggi e Fiorentina Lertora)

Bordighera (IM): la casa al tempo abitata da Renzo Biancheri

Bordighera (IM): pertinenza della casa di Renzo Biancheri, che si affaccia su Via XX Settembre

Bordighera (IM): ancora uno scorcio della casa di Renzo Biancheri

La missione andò a rotoli con il ferimento di “Leo” [Stefano Carabalona], che venne nascosto nella cantina di casa mia [a Bordighera].
I tedeschi rastrellarono tutta la zona cercando “Leo”; “visitarono” anche la mia casa: sulla porta rimasero le impronte dei chiodi degli scarponi di quando sfondarono l’ingresso a calci.
Ma non cercarono in cantina, si limitarono ad arraffare del cibo dalla cucina. Con Renzo Rossi nascondemmo tutti i documenti del S.I.M. e del C.N.L. [di Bordighera (IM)] nel mio giardino, preparandoci al trasferimento di “Leo” in Francia.
Renzo “Gianni” Biancheri in Giuseppe Mac Fiorucci, Gruppo Sbarchi Vallecrosia,  ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia < Comune di Vallecrosia (IM) - Provincia di Imperia - Associazione Culturale "Il Ponte" di Vallecrosia (IM) >, 2007

Spiagge tra Vallecrosia e Bordighera

Vallecrosia (IM): la spiaggia allo sbocco del rio Rattaconigli e, sulla destra, il Seminario di Bordighera

L'attività della Squadra di azione patriottica di Vallecrosia-Bordighera fu indubbiamente una delle più ardite più pericolose...
I collegamenti con la montagna venivano mantenuti dai sapisti stessi; e quelli con Sanremo da Renzo [Stienca Rossi] e negli ultimi tempi dal giovanissimo studente Enrico Cauvin [di Vallecrosia].
All'inizio l'attività della SAP aveva carattere informativo, costituendo essa il SIM della zona e funzionando spesso di collegamento con le formazioni di montagna, stanziate nell'immediato retroterra.
Mario Mascia, L'Epopea dell'Esercito Scalzo, Ed. ALIS, Sanremo (IM), 1946, ristampa del 1975 a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia

domenica 31 luglio 2022

Ed i fascisti a Sanremo cercavano anche il capitano Umberto

San Romolo (768 m.s.l.m.), Frazione di Sanremo (IM): uno scorcio

9 gennaio 1945 - XXIII
(Relazione registrata in ritardo. L'interrogatorio avvenne il 4 gennaio 1945 - XIII)
Relazione succinta sulle dichiarazioni fatte dall'ex sbandato Cadrozzi Corrado, presentatosi per arruolarsi nella Brigata Nera il 4 gennaio 1945 - XIII.
Il Cadrozzi si è presentato dal Prof. Porta con una lira di carta divisa a metà come segno di riconoscimento ed ha così potuto ritirare dei medicinali che li ha poi consegnati al Ten. Rico. Glielo hanno ordinato Ned ed il Ten. Rico.
Questo Rico per scendere a S.Remo faceva la strada di S. Bartolomeo e poi seguiva sentieri insospettati. Ha i seguenti connotati: statura media - bruno - con borse sotto gli occhi. Ultimamente era in Corso Impero [n.d.r.: attuale Corso Inglesi]. È armato di Glisendi [n.d.r.: Glisenti, pistola simile alla Luger], già di Pereno Mario. Rico si è fatto tingere di rosso i capelli dalla madre di Ned e così camuffato è andato a bere con Morotti ed il comandante Mangano una quindicina di giorni fa. Naturalmente il Comandante nulla sapeva e così si crede di Morotti.
(1) Ervedo (De Bigault che abita in Guardiole) [n.d.r.: Ervedo De Bigault, squadrista della Brigata Nera Padoan, morto il 27 gennaio 1945 a Tomena, località di Montalto Ligure: ma in precedenza o era stato partigiano o era riuscito in qualche modo ad avere contatti con i patrioti (vedere infra)] sa dove si trova il Rico che non è di S.Remo e ha la voce dolce. Altre persone conoscono Rico. Lo conosce Ned, ragazzo biondo, di venti anni. Lo conosce il fratello del Baggioli, Renato. A sua volte Ervedo sa dove abita Ned.
[...] In casa di Ervedo (De Bigault) sono stati presenti il Cap. Umberto, Siffredi, il Ten. Rico e hanno nominato quella sera stessa il Conti aiutante maggiore della risma. Questo Conti è un tipo alto ed ha i capelli ricci.
[...]
1) Ervedo (De Bigault) abita in Strada S. Bartolomeo, 26.
Diario (brogliaccio) del Distaccamento di Sanremo (IM) della XXXII^ Brigata Nera Padoan. Documento in Archivio di Stato di Genova, copia di Paolo Bianchi di Sanremo
 
[ n.d.r.: il Capitano Umberto era Candido Bertassi, già comandante di una formazione partigiana denominata Brigata Alpina, operante tra Baiardo (IM) e Ceriana (IM), che, prima di venire sciolta intorno al 20 settembre 1944, aveva sporadicamente collaborato con i garibaldini e aveva anche momentaneamente incorporato Italo Calvino

Nasce la repubblichina di Salò e subito vengono affissi i manifesti per il richiamo alle armi della classe 1923: proprio quella di Calvino. Per i disertori, come si sa, è prevista la fucilazione.
Il giovane, per non essere arrestato, prende la via delle colline e si rifugia in boschi e boschetti, nelle terre di proprietà del padre. Poi, con un gruppo di amici, Aldo Baggioli, Massimo Porre, Renzo Barbieri e altri, decide di salire in montagna. Viene accolto nella formazione partigiana «Brigata Alpina» presso Beulla. È una brigata, la sua, che si muove tra Baiardo e Ceriana ed è comandata da Candido Bertassi, conosciuto come Capitano Umberto.
Wladimiro Settimelli, Nome di battaglia «Santiago». Il giovane Calvino partigiano nei racconti di alcuni compagni. Dall’archivio dell’Anpi spuntano documenti che ricostruiscono il periodo della montagna e della Resistenza, l’Unità, 11 dicembre 2013, articolo riprodotto come Nome di battaglia "Santiago" in Nord Milano Notizie, 12 dicembre 2013 
 
Entra [Italo Calvino] a far parte di una formazione partigiana denominata Brigata Alpina, che è stanziata in località Beulla o si muove nei territori dei Comuni di Baiardo e di Ceriana. La formazione è comandata da Candido Bertassi detto "Capitano Umberto”. Calvino vi rimane finché non inizia il suo graduale sfaldamento.
Francesco Biga, A 20 anni dalla morte del grande scrittore. Italo Calvino, il partigiano chiamato "Santiago", Patria Indipendente, 29 gennaio 2006  
 
Nei primi mesi della lotta di liberazione si era anche formato un gruppo partigiano "Giustizia e Libertà", ossia del Partito d'Azione: era comandato dal capitano Umberto (Candido Bertassi) e in un certo momento giunse ad avere anche 200 uomini.
Operava fra Bordighera e Sanremo, sulla fascia collinare e montana in prossimità della costa. In seguito, verso la fine dell'ottobre '44 e i primi di novembre, fu per qualche tempo alle dipendenze del CLN circondariale sanremese.
"Si sciolse dopo il rastrellamento di San Romolo" (14 novembre 1944); ed i suoi uomini "in parte passarono alle formazioni garibaldine, in parte si misero a disposizione del CLN di Sanremo, in parte si sbandarono". <49
49 Note ricavate da "L'epopea dell'esercito scalzo, Mascia, pag. 204. Sentite pure varie persone.
Giovanni Strato, Storia della Resistenza Imperiese (I^ zona Liguria) - Vol. I: La Resistenza nella provincia di Imperia dalle origini a metà giugno 1944, Sabatelli Editore, Savona, 1976
 
Poi altri sbandati ed altre notizie, è la banda badogliana del capitano Umberto che ripiega da Langan
[...] Era ancora buio alle quattro del 5 luglio quando fu data la sveglia.
[...] Gli uomini di Umberto descrivevano con vivacità i recenti combattimenti.
[...] Gli avvenimenti dei primi di luglio [1944] crearono una nuova situazione
[...] A Carnino Umberto e la sua banda si fermarono. Umberto aveva un vecchio conto da regolare perché ai tempi di Val Casotto aveva perso due uomini nei pressi di Carnino. Era convinto che qualcuno del paese avesse tradito perché solo così i tedeschi avrebbero potuto sorprendere i suoi uomini quando erano scesi in paese per farsi il pane.
La Matteotti con gli altri proseguì per Viozène.
Gino Glorio "Magnesia", Alpi Marittime 1943/45. Diario di un partigiano - I parte, Genova, Nuova Editrice Genovese, 1979

In una particolare situazione si trova la formazione di Candido Bertassi (Capitano Umberto). Questi, nei mesi estivi, è di stanza a Valcona, Piaggia e nei pressi dei monti circostanti (Saccarello, Redentore, Fronté), dopo essere stato nella zona di Viozene e di Carnino.
La banda ha in forza una quarantina di effettivi, forse meno, anche se il Bertassi la denominò, un po' pomposamente, «Brigata Alpina», fornendo dati gonfiati circa il numero degli uomini.
Infatti, qualche pubblicazione riporta notizie grossolanamente errate, facendo ammontare a 150-200 i partigiani militanti agli ordini del «Capitano Umberto»; Augusto Miroglio (17) così si esprime: «...Candido Bertassi (Capitano Umberto) del PdA (Partito d'Azione, n.d.r.), comandante di un distaccamento G.L. forte di 200 uomini operanti nell'entroterra di Sanremo-Bordighera...».
La notizia è tanto più imprecisa in quanto riferita al successivo periodo in cui il Bertassi arriverà nei dintorni di Ceriana con una decina di patrioti, per poi scomparire definitivamente. Ne L'Epopea dell'Esercito Scalzo (18), troviamo scritto: «... Crediamo doveroso ricordare in questo volume l'opera svolta da un distaccamento di Giustizia e Libertà, al comando del Capitano Umberto (Candido Bertassi). Il distaccamento che raggiunse la forza di 200 uomini, sebbene indipendente, operò per alcuni mesi nella zona dell'imperiese occidentale...».
Inoltre, la posizione del «Capitano Umberto» appare alquanto confusa con quell'aderire alla IX Brigata e, contemporaneamente, col volersi considerare autonomo. Tale aggettivo, infatti, figura sovente accanto alla denominazione della formazione «Brigata Alpina».
Questa posizione assumerà il massimo dell'anacronismo a proposito della battaglia sostenuta il 25 luglio 1944 nell'Alta Val Tanaro quando (già costituitasi la II Divisione «F. Cascione»), la I Brigata «S. Belgrano», sotto il comando del «Cion» [Silvio Bonfante], sosterrà duri combattimenti contro i Tedeschi. In tale occasione, come più diffusamente vedremo, il «Capitano Umberto» emetterà, non si sa a quale titolo, un suo comunicato sugli scontri.
Infine, va considerato che nelle zone montane estreme della nostra provincia e di quelle limitrofe savonesi, confinanti con l'Alta Val Tanaro, sono presenti alternativamente formazioni della XIII Brigata Val Tanaro alle dipendenze di Eraldo Hanau (Capitano Martinengo), che effettuano varie azioni contro i presidi nazifascisti, soprattutto a Nava. Dette formazioni sono autonome e denominate «badogliane». Alcune bande, distanti dal loro comando centrale, passano a volte sotto l'influenza delle forze garibaldine a seconda della massiccia presenza, o meno, degli uomini di «Curto» nella loro zona.
(17) A. Miroglio, Venti mesi contro vent'anni, 2^ edizione Istituto Storico della Resistenza in Liguria, Genova, 1968, pagg. 141,142.
(18) Mario Mascia, L'Epopea dell'Esercito Scalzo, Casa Editrice Alis, Sanremo, pag. 204.

Carlo Rubaudo, Storia della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria) - Vol. II. Da giugno ad agosto 1944, edito a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, Imperia, Dominici Editore, 1992, pp. 46,47

[Il 5 luglio 1944 i tedeschi uccisero a Carnino, località di Briga Alta (CN), 5 persone] Chiesi a Rico di Carnino se conosceva quei cinque che avevano trovato morti tra Carnino e Viozene ai primi di luglio. - Erano miei parenti, due anziani erano miei zii -, poi raccontò come nel primo inverno avessero consigliato i giovani a presentarsi ai bandi di chiamata della Repubblica [Sociale di Salò]. Raccontò l'imboscata tesa dai tedeschi alla banda di Umberto (Candido Benassi), la fuga dei giovani del paese durante l'occupazione tedesca, la marcia nella neve, il sospetto di essere stati traditi, il rancore sordo per quelli che in paese parteggiavano per i fascisti. Quando eravamo scappati ed i nostri ci temevano morti, mio zio diceva che se avessimo dato retta a lui, se ci fossimo presentati quando eravamo in tempo, non avremmo dovuto poi scappare come delinquenti. Quando poi tornammo in paese parevano contrariati di vederci ancora. Passarono molti mesi di attesa, poi passò un gruppo di partigiani di Martinengo, avevano del bagaglio da portare a Viozene. I partigiani si fecero aiutare da quei cinque. I giovani del paese si erano appostati fra le rocce con i moschetti, quando quelli erano tornati si erano fatti riconoscere e poi li avevano uccisi. Al parroco di Viozene l'ultimo che era ancora vivo aveva dato e chiesto il perdono per il male che era stato fatto. E' segno che il nostro sospetto che avessero chiamato i tedeschi in paese era vero.
Gino Glorio "Magnesia", Alpi Marittime 1943/45. Diario di un partigiano - I parte, Genova, Nuova Editrice Genovese, 1979

Prima di partire da Piaggia il Capitano Umberto, che proveniva da una famiglia nobile del cuneese, m’invitò a rimanere con lui promettendomi di darmi il comando di un reparto di partigiani di Giustizia e Libertà. Ho rifiutato e ringraziato, partendo con gli altri compagni alla volta di Carmo Langan. Non sono in grado di ricordare le date di tutti questi spostamenti essendo trascorsi oltre 65 anni quando mi accingo a scrivere questi ricordi, ma eravamo ormai nella seconda metà dell’anno 1944. Giunti a Carmo Langan, abbiamo trovato “Vittò” e si è ricostituita la brigata.
Gio Batta Basso (Tarzan)
Chiara Salvini, Ricordi di un partigiano, Nel delirio non ero mai sola, 29 luglio 2012 

Era riapparso nella zona della V brigata il capitano "Umberto" di cui abbiamo già parlato, con documenti di riconoscimento che lo identificavano come Bertassi Candido di Torino, proveniente da Massaua (Eritrea) e con una lettera di fiducia del CLN di San Remo. Chiedeva la riorganizzazione del suo distaccamento e il suo inquadramento nella V brigata. <9
9 Da relazione del commissario Peitavino Ferdinando (Silla) al Comando Divisionale (Prot. n° 106, 2 dicembre 1944).
Francesco Biga, Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria). Da settembre a fine anno 1944. Vol. III, a cura Amministrazione Provinciale di Imperia e patrocinio IsrecIm, Milanostampa Editore - Farigliano, 1977

9 gennaio 1945 - XXIII
"Gazzola, Vacchino, Marsaglia sono stati i finanziatori della banda del Capitano Umberto. Il versamento veniva effettuato presso il Commissario Ormea che successivamente ne divideva le somme. Non preciso se il denaro veniva offerto, oppure estorto sotto minaccia, ma quest'ultima ipotesi è quasi da escludersi". Informatore Imp. M.
Diario (brogliaccio) del Distaccamento di Sanremo (IM) della XXXII^ Brigata Nera Padoan. Documento in Archivio di Stato di Genova, copia di Paolo Bianchi di Sanremo 

1 gennaio 1945 - Dal C.L.N. di Sanremo, prot. n° 173/CL, all'Ispettorato della I^ Zona Operativa - Comunicava che il capitano Umberto forse stava costituendo un distaccamento da spostare in Piemonte per poterlo unire ai badogliani, con i quali avrebbe poi sostenuto l'esigenza di eliminare le formazioni garibaldine.
8 gennaio 1945 - Dal C.L.N. di Sanremo, prot. n° 197/CL, al comando della V^  Brigata d'Assalto Garibaldi "Luigi Nuvoloni" della II^ Divisione "Felice Cascione" - Forniva notizie sul capitano "Franco", definito un disgregatore, e sul capitano "Umberto", che aveva rotto con il C.L.N. e che sembrava cercare contatti con "Mauri" in funzione di rottura con i garibaldini di "Curto" [Nino Siccardi, comandante della I^ Zona Operativa Liguria]
10 gennaio 1945 - Dal comando della II^ Divisione "Felice Cascione" al comando del I° Battaglione "Mario Bini" della IV^ Brigata "Elsio Guarrini" - Veniva ordinato l'arresto del capitano "Umberto" e di Riccardo Siffredi, presenti al Borgo di Sanremo (IM)
27 febbraio 1945 - Da "Mimosa" [Emilio Mascia, della V^ Brigata SAP "Giacomo Matteotti" della zona di Sanremo] al comando della Divisione "Silvio Bonfante" - Avvisava che ad Alassio era stato visto il "capitano Umberto" mentre incitava ad arruolarsi nel Battaglione "San Remo", da lui formato per andare a combattere in Piemonte.
da documenti IsrecIm in Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell'Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945), Tomo II, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998-1999 

18 gennaio 1944 - XXIII
Si presenta De Bigault Ervedo (Strada San Bartolomeo, 26).
Quando si sono sciolte le bande nazionaliste del Cap. Umberto (circa tre mesi fa) il capo doveva organizzare a Torino un cantiere (Il Comandante della divisione 'F. Cascione'. generale Curto) edile per impiegare tutti i ribelli (Siffredi, ecc). I ribelli avevano avuto l'ordine di recarsi a Torino.
Forse il cantiere non è più stato organizzato e tutti se ne sono andati per conto loro (?). Il cantiere doveva sorgere a Mirafiori e anche una Agenzia per battere qualsiasi affare, sempre a Torino. Prima i ribelli avrebbero dovuto trovarsi ad Alba, ad un dato punto di riferimento. Sempre ad Alba il Capitano Umberto aveva 20 "Stein" (fucili mitragliatori inglesi).
Il Curto voleva prendere Umberto e tutta la banda nazionalista, e quando Umberto si accorse di ciò, lasciò andare via col Curto i partigiani anarchici e delinquanti, e lui prosciolse gli altri da ogni obbligo. Questo accadeva circa un mese e mezzo fa: verso fine ottobre e primi novembre 1944. Consigliò di andare a lavorare a Torino.
Forse nella Brig. Nera c'è chi fa doppio gioco perché all'indomani che Ervedo "Edo" è venuto al comando, c'è stato chi ha mandato l'informazione ad uno dei tre membri del Comitato di Liberazione Nazionale (C.L.N.), e uno di questi membri, a firma "Mimosa" [n.d.r.: Emilio Mascia, responsabile del SIM (Servizio Informazioni Militari) del CLN di Sanremo], ha mandato un biglietto ad un incaricato, così come visto: "Diffidate di Edo. Mimosa". Circa 4 giorni fa, 3 individui, armati di pistola, si aggiravano nei pressi della casa di Ervedo ("Edo").
Per rendere autentici i documenti, il Cap. Umberto ha detto: "C'è un certo Console Hans che mi aiuterebbe, perché è mio amico".
C'è un biglietto da portare al Comando, interessante.
19 gennaio
Infatti, al pomeriggio viene consegnata dal De Bigault una lettera n. 156 di prot. del Comando Unificato [n.d.r.: si intende, un dispaccio dei partigiani], in data S.Remo 23 dicembre 1944.
Copia di tale lettera viene passata al Federale, giunto in sede al pomeriggio.
Diario (brogliaccio) del Distaccamento di Sanremo (IM) della XXXII^ Brigata Nera Padoan. Documento in Archivio di Stato di Genova, copia di Paolo Bianchi di Sanremo

25 gennaio 1945 - VERBALE DI INTERROGATORIO
Il giorno 25 Gennaio dell'anno 1945 alle ore 11 antimeridiane è stata interrogata negli uffici del Distaccamento di Brigata Nera di San Remo innanzi a noi sottoscritti Cap. RIZZELLI LUIGI, Magg. ALDO RAVINA V.ce comandante del Distaccamento; e i Legionari PELUCCHINI DARIO e CADROZZI CORRADO la Signorina sfollata in Via DANTE ALIGHIERI N° 95 (prima Via Gaudio N° 12) SAPPIA LINA di Pilade e di Corradi Teresa, nata in San Remo 28 novembre 1918 perché accusata di avere contatti con elementi ribelli.
Opportunamente interrogata così risponde.
Conosco il Cap. UMBERTO, MA NON SO LE SUE GENERALITA' COMPLETE. L'ho conosciuto due anni fa ed ho avuto con lui dei rapporti di amicizia.
Mi ha confidato che era in banda e mi ha consegnato oggetti personali di vestiario da custodire. Non conosco la località dove vive detto Capitano ma so l'attività che esso svolge.
Conosco il S.Ten. "RICO" Enrico da circa tre mesi. L'ho conosciuto assieme ad una mia cugina di nome SAPPIA RENATA, abitante in Via Canessa mente mi recavo a S. Romolo per raccogliere castagne. Ho riveduto il RICCO in compagnia del Cap. UMBERTO a S. Romolo.
Conosco il Signor SIFFREDI ADRIANO di San Remo. Detti elementi fanno parte della banda X.
Le volte che mi sono recata a S. Romolo sono andata esclusivamente col compito di raccogliere castagne.
Negli abboccamenti avuti non ho mai dato notizie politiche o militari riguardanti la città.
A.d.r.  A S. Romolo non ho mai avuto fastidi dai ribelli.
A.d.r.  Il solo incarico che ho avuto è stato quello di andare a prendere a casa di SIFFREDI, un paio di pantaloni, una camicia, e consegnarli al Cap. UMBERTO a mezzo di un suo mandatario che mi ha portato una lettera. Detto Capitano si trovava a S. Bartolomeo nella casa di DE BIGAULT ERVEDO, strada S. Bartolomeo, dove ho portato gli indumenti.
A.d.r.  C'erano anche il Tenente "RICO", SIFFREDI, CONTI.
A.d.r.  Il Capitano UMBERTO mi ha chiesto ospitalità per la sera stessa ma io non ho potuto aderire all'invito. Credo che si sia rivolto assieme a SIFFREDI a villa Impero, in Via DANTE ALIGHIERI N° 14.
A.d.r.  In questa villa mi sono recata qualche volta per prove o consegna di abiti da donna alla Signora MONTORO, essendo io sarta. So che vi lavorava a ore una donna di servizio di nome GINA.
A.d.r.  Il Tenente "RICO" l'ho incontrato a S. Romolo la prima volta tre mesi or sono, e parlando ho scoperto che eravamo parenti alla lontana. Da allora mi ha chiamata "Cuginetta". L'ho ancora visto altre due volte, e l'ultima da Ervedo.
A.d.r.  Il Cap. Umberto l'ho conosciuto, ripeto, circa due anni fa, sotto il nome di "Dido". L'ho riveduto a S. Romolo, vicino alla funivia, e ho saputo lì che era capitano. Eravamo nel cuore della stagione delle castagne.
Un'altra volta l'ho incontrato sulla piazza di San Romolo. Era in compagnia di altri ribelli, ed era molto affaccendato.
A.d.r.  Sono andata a San Romolo dalle 3 alle 4 volte, sempre per castagne e anche per trovare tracce di mio fratello Franco, di anni 20, che se ne era andato dalla TOD dove lavorava a Diano Marina quando la TOD è stata sciolta e da allora non conosco né recapito né ho avuto notizie.
A.d.r.  So ancora che il Cap. Umberto ha il papà vivo, mentre la mamma gli è morta. E' un piemontese.
Il Ten. Rico è di Cuneo.   Diario (brogliaccio) del Distaccamento di Sanremo (IM) della XXXII^ Brigata Nera Padoan. Documento in Archivio di Stato di Genova, copia di Paolo Bianchi di Sanremo

30 gennaio 1945 - XXIII
Egli [Luigi Dragone] è apportatore di missiva di carattere militare consegnatagli da Pier de le Vigne (Sughi Pietro) per il Cap. Umberto e Riccardo Siffredi.
La consegna avvenne un mese e mezzo fa in casa di Ervedo De Bigault. Il Dragone la consegnò a De Bigault e questi a Siffredi e al Cap. Umberto.
Qualche tempo prima di consegnare la lettera al De Bigault Dragone vide in casa del De Bigault stesso il Cap. Umberto e il Siffredi.
Dragone abita a S. Bartolomeo [n.d.r.: Frazione in collina di Sanremo]: Strada S. Bartolomeo (osteria del tabacchino di S. Bartolomeo).
La zia di Dragone è l'amante di Pier de le Vigne.
La zia (Dragone Cesarina, concubina di Pier de la Vigna) sa dove si trova Pier de le Vigne.
Il Dragone ha portato altra missiva consegnatagli da Pier de le Vigne, oltre le due lettere passate a Ervedo.
Il biglietto diceva: "Urge nostro abboccamento tra Siffredi e Cap. Umberto. Situazione regolarizzata al Comando di Divisione. Saluti fraterni. Pier de le Vigne" [...]
Diario (brogliaccio) del Distaccamento di Sanremo (IM) della XXXII^ Brigata Nera Padoan. Documento in Archivio di Stato di Genova, copia di Paolo Bianchi di Sanremo