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sabato 6 agosto 2022

Peletta con un gruppo di partigiani prese posizione al torrente Barbarossa

La parte occidentale del territorio comunale di Imperia, vista dalla spiaggia di San Lorenzo al Mare

Imperia: la Torre di Prarola vista da Località Barbarossa

I pozzi minati di Garbella, subito dopo Villa Ludovici fra Imperia e San Lorenzo [San Lorenzo al Mare (IM)] erano presidiati [luglio 1944] da un piccolo reparto tedesco, comandato da un sottufficiale. I tedeschi avevano preso in custodia i pozzi minati dopo che un intero reparto di fascisti era stato catturato dai partigiani. Era quasi impossibile attaccare in quelle condizioni; a monte della via Aurelia il terreno era minato con ogni tipo di ordigno, e difatti erano saltati in aria dei cani che si erano avventurati giù per la scarpata. Per prendere d'assalto la posizione nemica bisognava comunque transitare sull'Aurelia sbarrata da intrecci di filo spinato e da cavalli di frisia per obbligare le vetture e gli autocarri a transitare uno per volta. Luisa Barnato, una ragazza di Imperia, era transitata molte volte davanti al posto di blocco per vedere se c'era una qualche possibilità per un colpo di mano, ma la conclusione era sempre la stessa: senza un aiuto dall'interno, era impensabile attaccarli con qualche possibilità di riuscita. Non c'era altro da fare che cercare collaborazione all'interno del reparto di guardia. Dissi a Luisa di fare amicizia con tutti, ma di non scoprirsi con nessuno, tanto meno con i militari provenienti dai territori occupati dai tedeschi, che erano, secondo me, peggio dei tedeschi. Non c'era, però, nessuno di costoro; c'erano solo tedeschi e austriaci. Uno di questi si era innamorato di Luisa e lei, rischiando grosso, si era qualificata partigiana, invitandolo a disertare. Lui chiese di incontrarsi con un rappresentante della guerriglia, e fissò un appuntamento nei dintorni di Piani d'Imperia. Con Luisa ci recammo all'appuntamento; dissi all'austriaco che, per poterlo accettare nelle nostre file, era necessario un suo atto di collaborazione, che ci avrebbe garantito da un suo eventuale tradimento e l'austriaco si dichiarò disposto a qualsiasi prova. Gli dissi che era necessario al nostro Comando far saltare i pozzi minati, ai quali era di guardia; mi feci descrivere come si svolgeva il servizio, convenimmo che l'orario a noi propizio era quello dalla mezzanotte alle 4. In quel periodo la strada veniva totalmente chiusa al traffico e rimaneva un solo militare di guardia, protetto dagli sbarramenti che ho già descritto. Per transitare era necessario un permesso speciale, alla presentazione del quale veniva informato telefonicamente il sottufficiale nel Comando il quale con altri tre uomini, provvedeva alle previste misure di sicurezza.
Per aiutarci era necessario che il nostro amico fosse comandato di guardia da mezzanotte alle quattro. Lui ci disse che lo avrebbe saputo il mattino. Luisa, che ormai era conosciuta da tutti i militari e della quale nessuno sospettava anche per la giovane età, tutte le mattine sarebbe passata in bicicletta in attesa del giorno a noi favorevole; quindi avrebbe avvisato noi della «volantina», e noi avremmo provveduto ad avvisare il Comandante del distaccamento, Peletta [Giovanni Alessio], che sarebbe sceso con gli uomini necessari a bloccare la Via Aurelia in località Barbarossa e presso Villa Ludovici, appena oltre Garbella. Mi recai sopra Tavole, in alta Val Prino, per riferire a Peletta l'accordo concluso e per una sua approvazione del piano preparato. Tutto bene. L'unico inconveniente fu l'arrivo di Giulio Briganti, poi caduto a Upega. Conoscevo Giulio dal breve periodo di lotta in città, svolto quando ero nei Vigili del Fuoco. Appena mi vide, il suo volto espresse il piacere di rivedermi, ma riprese immediatamente il suo fare burbero e mi chiese: «Cosa fai qui?» «E tu cosa fai qua?» fu la mia risposta. «Io sono il commissario Politico delle formazioni Garibaldi che operano nella zona». «Ne sono proprio felice», risposi [...] Gli dissi poi dei colpi di mano ai pozzi di Garbella che stavamo preparando e di un altro alla Villa Salvo dove era prigioniera una Missione alleata. Avevo già parlato con un autista di Porto Maurizio, Ansaldi Aladino, che lavorava nell'autorimessa delle SS. Giulio mi disse: «Credo che non rimarrai molto da queste parti; comunque ti faremo avere istruzioni». Giulio tornò a fare il Commissario e io tornai a Dolcedo, in attesa che al nostro amico austriaco fosse assegnato il turno di guardia propizio alla nostra azione.
Il 25 luglio del 1944 giunse finalmente il momento. Peletta con un gruppo di partigiani prese posizione al torrente Barbarossa: doveva impedire il transito sull'Aurelia a chiunque avesse avuto intenzione di farlo proveniente da ponente. Si sarebbe ritirato solo all'arrivo di un partigiano proveniente dai pozzi con l'OK.
Banò comandava l'altro gruppo che prese posizione alla Villa Ludovica; doveva (come quello che aveva preso posizione a Barbarossa) impedire il transito verso i pozzi minati. Io con Luisa, mi recai all'appuntamento con l'austriaco. Andammo soli, nell'eventualità che l'uomo fosse stato sostituito per un qualsiasi magari sciocco motivo. Se così fosse stato, avremmo cercato di catturare la sentinella quando la stessa si fosse trovata vicino ai reticolati dalla nostra parte. Nel caso che avesse tentato di reagire l'avrei ucciso con una raffica di Sten, ma in tal caso l'operazione sarebbe comunque fallita. Non era neanche da pensare di poter riuscire da soli ad impadronirci del drappello tedesco, forte di una decina di uomini. Se, al contrario, si fosse arreso, era ancora possibile il buon esito dell'operazione. Per questo ci avvicinammo silenziosamente; era una notte chiara di luglio, e raggiungemmo lo sterrato a ridosso del muro; attendemmo l'arrivo della sentinella dalla nostra parte. Non eravamo sicuri che fosse il nostro uomo forse perchè, come dice il vecchio detto popolare, di notte tutti i gatti sono bigi; o forse perchè avevamo paura, tanta paura.
Quando la sentinella, raggiunti i reticolati, si voltò verso San Lorenzo, balzai in mezzo alla strada e gli ordinai di alzare le mani. Alzò le mani e disse: «Pensavo che non sareste più venuti»; era il nostro uomo. Luisa lo accompagnò da Banò ed arrivarono i rinforzi, io entrai nella baracca dove dormiva il sergente e altri andarono nel bunker dove dormivano i suoi soldati.
Il sergente si comportò da buon militare quale era stato e, dietro mio ordine, iniziò a vestirsi; avevo preso il suo mascin pistola e la P.38. In quel momento arrivò un partigiano che mi disse: «l tedeschi nel bunker non capiscono i nostri ordini e continuano a stare coricati nei loro castelli». Gli dissi: «Sorveglia questo mentre si veste; al primo movimento brusco sparagli senza parlare, ti mando subito qualcuno ad aiutarti, non portatelo via: deve insegnarci a far saltare i pozzi». Gettai il mascin pistola e la P.38 vicino alla porta d'uscita e presi alcune bombe a mano tedesche che erano su un tavolino. Andai verso il bunker e dissi agli occupanti: «In un minuto vi voglio tutti fuori, uscite con le mani sulla testa; se non avete capito peggio per voi, tiro il cordino di queste bombe e le mando a farvi compagnia». Per incanto avevano compreso al volo (sembra incredibile) e iniziarono a uscire: i primi con la divisa e gli stivaletti ammucchiati sul capo. Quando tornai dal Comandante del drappello, vidi che già era vestito di tutto punto, con le sue brave decorazioni sulla giubba. Non vidi più il mascin pistola nel posto dove lo avevo lasciato, ne chiesi notizie ai due guardiani del sottufficiale e mi dissero: «L'avrà preso qualcuno dei nostri». Replicai: «Prendete tutto quello che può essere utile e portatelo da Banò» ed iniziai a parlare col prigioniero, cercando di essere convincente: gli illustrai la situazione, gli promisi salva la vita se avesse collaborato per la riuscita della operazione: se cioè mi avesse insegnato a far brillare i pozzi.
Mi rispose con tutta tranquillità: «Vedi, io so di aver sbagliato in qualche cosa nel disporre il servizio di guardi, vi ho sottovalutato, e adesso è giusto che paghi il mio sbaglio; ma non chiedetemi di sbagliare ancora, non lo farò mai, tu al mio posto cosa faresti?». Capii che da lui non avrei ottenuto alcuna collaborazione. Lo feci portar via, e mandai a dire a Peletta che aspettasse ancora dieci minuti dall'arrivo del messaggero e dopo di ritirarsi: ci saremmo trovati ai Poggi.
Cercai nella baracca del sergente e nel bunker se trovavo il sistema per far brillare le mine, non trovai niente e, avendo gli addetti finito di prelevare le munizioni e le armi con tutto l'altro materiale trasportabile, pensai bene di abbandonare l'idea di far esplodere le mine. Il bottino era  stato ingente: fucili automatici, tapun, un mascingavert, materiale vario. L'unico rimpianto era il mascin pistola e la P.38. Una squadra di un altro Distaccamento aveva saputo del colpo e, quando oramai non c'era più nulla da rischiare, era arrivata ai pozzi e aveva approfittato dell'occasione per prenderseli, erano partigiani e avevano bisogno come noi di armi e munizioni. L'unico a essere scontento ero io, perché non ero riuscito ad interrompere il transito sulla Via Aurelia.
I tedeschi risposero rabbiosamente alla nostra azione, riempirono la zona di manifesti con la promessa di un milione di lire (di allora) a chi avesse dato notizie atte ad identificare e a catturare gli autori del colpo di mano.
Subito dopo, con un rastrellamento immediato in tutta la zona dell'alta Val Prino, vollero dare prova della loro potenza militare.
Ai primi di agosto del 1944 il nostro Servizio Informazioni Militare (SIM) avvisò mia madre e mio fratello di allontanarsi immediatamente dal paese perchè i nazifascisti avevano programmato la loro cattura. L'indomani mattina all'alba, dopo la loro partenza, un nutrito gruppo di nazifascisti già circondava la casa e, non trovando nè mia madre nè mio fratello, distruggevano quanto nella stessa era contenuto e non potevano asportare.
Mia madre, con le sue bestie, si rifugiò ad Andagna nella casa materna: mio fratello, anche per la conoscenza che aveva delle nostre montagne, si arruolò subito come staffetta presso il Comando Divisione. Io avevo ancora rimandato il trasferimento al Comando di Divisione per organizzare la liberazione della missione alleata, prigioniera delle SS nella Villa Salvo, dietro il palazzo della Provincia di Imperia, viale Matteotti.
Un mattino, sul finire della prima decade di agosto, ero con la «Volantina» a dormire in un casone nei pressi di Dolcedo, in compagnia di Mareri (del quale non ricordo il nome di battaglia, forse Max) di Corradi (Ninchi) di Bagascin (il cognome mi sembra Corradi), tutti di Piani di Imperia e di altri due partigiani (dei quali non ricordo il nome), quando venimmo svegliati dal rumore di autocarri che salivano verso Molini di Prelà: erano carichi di tedeschi e di fascisti. Ci recammo a Dolcedo e, dalla moglie del farmacista e dagli abitanti delle case sulla strada, fummo informati del numero di autocarri e delle vetture di scorta scoperte e armate di mitragliatrici che li seguivano. Era un numero consistente di mezzi: calcolando una trentina di uomini per autocarro, stabilimmo che le forze nemiche dovevano essere composte da circa duecento uomini. Decidemmo di attaccarli alla sera, quando sarebbero discesi, organizzando una bella imboscata. La nostra sorpresa fu grande quando, poco tempo dopo, l'autocolonna ritornò indietro con gli autocarri vuoti e con solo gli addetti alle mitragliatrici seduti sulle camionette di scorta. Questo poteva voler dire che il nemico aveva deciso di lasciare un presidio in Alta Val Prino, oppure che avrebbe fatto dimostrazione di forza transitando sulla mulattiera che da Tavole conduceva a Pietrabruna, con la speranza di trovare qualche piccolo gruppo di Partigiani lungo il cammino. Poco tempo dopo, calcolando il tempo necessario agli autocarri per raggiungere Pietrabruna, telefonai al centralino del paese ed ebbi la conferma; gli autocarri, con pochissimi uomini, erano appena arrivati a Pietrabruna. La cosa migliore da fare era quella di attendere i tedeschi sulla via del ritorno, sotto Civezza, e ci avviammo. Nei pressi di Costa di Dolcedo incontrammo una squadra comandata da Peletta; non ricordo quale obiettivo avesse, ma quando l'informai del nostro intento si unì a noi. Era una squadra più numerosa della nostra, dei componenti della quale ricordo solo il mitragliere Giacò e il partigiano Ramirez. Giacò lo ricordo perché eravamo paesani e avevamo fatto molte azioni insieme, Ramirez perché era un partigiano della «Libertas», della quale portava con fierezza il distintivo. Degli altri, escluso Peletta, non ricordo nessuno. In tutto saranno stati una ventina di uomini, con due fucili mitragliatori Saint'Etienne, e fucili da guerra di tutti i tipi: dal moschetto, al novantuno, al tapun. Io avevo uno Sten. Prendemmo posizione su uno spuntone sotto Civezza. La distanza dalla strada che i nazifascisti dovevano percorrere al ritorno era notevole, circa settecento metri. Con lo alzo graduato giusto si poteva colpire il bersaglio, ma con lo Sten era inutile sprecare munizioni. Decisi dunque che non potevo fare da spettatore, scesi a fondovalle e attraversai il fiume; mi riparai dietro un muretto di protezione della strada e iniziò l'interminabile attesa. Con Peletta e gli altri eravamo rimasti d'accordo che avrei iniziato io il fuoco.
Arrivarono a modesta velocità cantando. Cantavano la loro macabra canzone: «Camerati di una guerra, camerati di una sorte, chi divide pane e morte, no non muore sulla terra».
Lasciai passare la camionetta di scorta e scaricai tre caricatori da trenta sul primo autocarro. Che magnifica arma lo Sten! Non c'era proprio il rischio che si inceppasse. Mi allontanai e riuscii ad attraversare il torrente, prima di sentire fischiare le prime raffiche. Dopo fu dura, ma ce la feci lo stesso a raggiungere illeso i miei compagni che continuavano ad impegnare i nazifascisti. Non sapevo ancora che essi (i nazifascisti) avevano ucciso molti contadini inermi che erano nei prati di Dolcedo e di Pietrabruna a falciare il fieno, facendo una vera e propria strage. Le urla dei feriti che cominciai a sentire mi facevano star male, non mi rendevano orgoglioso dell'imboscata; ma era la guerra, la maledetta guerra che aveva coinvolto anche mia madre, allo sbaraglio, profuga sui monti con due mucche e un mulo, e mio fratello non ancora sedicenne al quale venivano affidate le lettere più rischiose che partivano dal Comando di Divisione. Per la sua giovane età egli non era affatto soggetto agli obblighi di leva e poteva recarsi ovunque senza destare eccessivi sospetti. Il lavoro rischioso ed importante, direi essenziale, di tanti di questi ragazzi e ragazze non viene oggi più considerato dagli storici del movimento partigiano, come a mio avviso invece dovrebbe essere fatto per la giusta considerazione che merita.
 
Dolcedo (IM): uno scorcio del centro abitato

Giuseppe Garibaldi
(Fra Diavolo), Dalla Russia all'Arroscia. Ricordi del tempo di guerra, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, 1994, pp. 84-91

venerdì 24 gennaio 2020

La IX^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Felice Cascione"


Con la creazione della IX Brigata d'Assalto Garibaldi, del Corpo Volontari della Libertà, posta sotto la guida del comandante Nino Siccardi (il Curto) - commissario Libero Briganti (Giulio) - forte di una decina di distaccamenti e di numerosi nuclei autonomi ad essi aggregati, viene definitivamente realizzata l'unità d'azione patriottica nella nostra provincia e si pongono le premesse organizzative per la susseguente creazione di una vera e propria formazione combattente di montagna, provvista di quadri regolari e di un comando accertato [...]  il riconoscimento concesso dal Comando regionale alla IX Brigata garibaldina quale formazione armata regolarmente inclusa nel complesso del grande esercito partigiano che si batteva nell'Italia centro-settentrionale, significava che la nostra guerriglia non era più da considerarsi un movimento indipendente, quasi anarchico, avulso dal quadro generale della lotta per la liberazione, ma una parte integrante della lotta stessa, provvisto di uno status legale.                              
Mario Mascia, L'epopea dell'esercito scalzo, Ed. A.L.I.S., 1946, ristampa del 1975 a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, p. 109

Verso la fine della prima quindicina del giugno '44 i gruppi più o meno direttamnete dipendenti da Curto arrivano a comprendere circa 1.500 uomini. Sempre nella prima quindicina dello stesso mese (14 giugno) questi gruppi si collegano ufficialmente in una sola unità, che prende il nome di IX Brigata d'Assalto Garibaldi "Felice Cascione", la quale, poi, entrerà a sua volta a far parte del Corpo Volontari della Libertà (costituitosi il 9 giugno '44). Comandante della Brigata è Nino Siccardi (Curto) e commissario è Libero Briganti (Giulio).
Giovanni Strato, Storia della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria) - Vol. I. La Resistenza nella provincia di Imperia dalle origini a metà giugno 1944, Editrice Liguria, Savona, 1976, ristampa del 2005 a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia
 
A fine maggio 1944 il Comando Generale per l'Alta Italia del Corpo Volontari della Libertà mandò disposizioni per la creazione in Liguria di un Comando unificato. Sorse così il primo Comando Militare Unificato Regionale Ligure (CMURL).
La Liguria venne suddivisa in 4 zone in ottemperanza alle direttive impartite dal Comando Generale Alta Italia.
La I^ Zona Operativa Liguria copriva il territorio che va dalla Valle del Roia, estremo ponente della provincia di Imperia, a quella dell'Arroscia.
Attorno al 13-14 giugno 1944, in considerazione del crescente numero di combattenti che agivano nel territorio venne riconosciuta alle forze della Resistenza imperiese una nuova unità operativa, la IX^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Felice Cascione". 
La IX^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Felice Cascione" ebbe origine dall'aggregazione di 21 distaccamenti partigiani che già operavano in provincia di Imperia: il numero complessivo dei combattenti ammontava a circa 1500 unità.
I gruppi confluiti nella nuova formazione erano i seguenti: il I° Distaccamento "Volante" capeggiato da "Cion" Silvio Bonfante; il II° "Paradiso", comandato da "Tito" [Rinaldo Risso, in seguito vice comandante della II^ Divisione "Felice Cascione"]; il III° "Inafferrabile" comandato da "Ivan" [Giacomo Sibilla, in seguito comandante della II^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Nino Berio" della VI^ Divisione "Silvio Bonfante"]; il IV° capeggiato da Pietro Tento; il V° comandato da "Vittò" [Ivano, Giuseppe Vittorio Guglielmo, a fine 1944 comandante della II^ Divisione]; il VI° comandato da "Mirko" [Angelo Setti, da gennaio 1945 vice comandante della IV^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Elsio Guarrini" della II^ Divisione]; il VII° comandato da "Nettu" [Ernesto Corradi Nettù, Netu *]; l'VIII° comandato da "Macallé" [G.B. Scarella]; il Distaccamento di Vittorio Acquarone (Marino); quello di Carlo Cattaneo (Carletto) che agiva nella Val Nervia; quello di Umberto Cremonini (Folgore); il Distaccamento "Matteotti" comandato da Pasquale Muccia (Turbine); il Distaccamento "Stella" comandato da Alfredo Blengino (Spartaco), ma dal luglio da Stefano Carabalona (Leo); il Distaccamento comandato da Ermanno Martini (Veloce); il XVI° Distaccamento che operava nella media Valle Argentina; quello capeggiato da Mario Briatore; il Distaccamento comandato da Giovanni Arrigo (Romolo), che agiva nell'alta Valle Impero; il Distaccamento comandato da Giuseppe Garibaldi (Fra Diavolo) [in seguito comandante della IV^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Domenico Arnera" della VI^ Divisione]; il Distaccamento di tendenza cattolica, "Libertas", comandato da Sebastiano Verda (Grillo); infine, il Distaccamento "La Fenice" comandato da Tonino Siccardi.
La formazione della Brigata venne ufficializzata con una circolare del 14 giugno 1944, indirizzata a chi agiva clandestinamente in città.

Nino Curto Siccardi
Dal documento citato [prot. n. 5/A] emergono i nomi dei quadri direttivi: Nino Siccardi (Curto) [poi dal 7 luglio 1944 al 19 dicembre 1944 comandante della II^ Divisione "Felice Cascione", in seguito comandante della I^ Zona Operativa Liguria], comandante; Carlo De Lucis (Mario) [in seguito commissario della VI^ Divisione "Silvio Bonfante"], vice comandante; Libero Briganti (Giulio), commissario politico; Luigi Nuvoloni (Grosso) vice commissario politico.
Come scrisse Carlo Rubaudo, Storia della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria) Vol. II: Da giugno ad agosto 1944, volume edito a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, Imperia, Dominici Editore, 1992: Ogni unità ha le sue regole da osservare: numero dei componenti, suddivisioni in squdre minori, ripartizioni di compiti, scelta di una sede e di una zona d'operazioni.
Esisteva, poi, ancora, il fenomeno delle bande locali, piccoli nuclei, formati in maggioranza da contadini, che spontaneamente impugnarono armi od attrezzi di lavoro per difendere le proprie case. Tali bande risultarono in più occasioni necessarie: nel periodo tra giugno e settembre 1944 accolsero parte dei numerosi giovani che, avendo opposto un diniego all'ultimatum fascista del 25 maggio 1945, furono costretti a prendere la via della montagna.
L'afflusso di nuovi volontari verso le bande partigiane dell'entroterra ricevette un notevole impulso anche dalla notizia che Roma il 4 giugno 1944 era stata liberata dalle truppe alleate. I nuovi arrivati erano in prevalenza disertori, tra i quali carabinieri, pompieri, soldati, marinai, agenti di polizia, lavoratori civili impiegati nell'organizzazione tedesca Todt.
Le reclute si concentrarono in prevalenza nel bosco di Rezzo: in buona parte vennero inquadrate all'interno dei gruppi della IX^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Felice Cascione".

Un lasciapassare, firmato da Mario e da Cion
 
Il 1° distaccamento, "Volante", che era comandato, come già detto, da Silvio BonfanteCion”, aveva sede a Pian Bellotto ed operava al Pizzo d’Evigno, in Val Merula, in Valle Steria, in Bassa Valle Arroscia. Già nei primi giorni di giugno, in conseguenza del grande numero di effettivi, una parte del distaccamento venne da Bonfante affidata a Massimo Gismondi "Mancen" [in seguito comandante della I^ Brigata "Silvano Belgrano" della VI^ Divisione "Silvio Bonfante"]: fu così creata la “Volantina” con sede in località Fussai [...]
Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell’Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945) - Tomo I, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste,  Anno Accademico 1998-1999
 
Con l’afflusso di nuove forze, nel mese di giugno del 1944 viene costituita la IX^ Brigata d’Assalto Garibaldi comprendente 21 distaccamenti.
Nel bosco di Rezzo vengono nominati i componenti il Comando della nuova unità operativa:
Comandante: Nino Siccardi “Curto”
Vice comandante: Carlo De Lucis “Mario”
Commissario: Libero Briganti “Giulio”
Vice commissario: Luigi Nuvoloni “Grosso”
Il 1° distaccamento chiamato “Volante” è comandato da Silvio Bonfante “Cion”, ha sede a Pian Bellotto ed opera al pizzo d’Evigno, Val Merula, Valle Steria, bassa Valle Arroscia. Già nel mese di giugno una parte del distaccamento viene affidata a Massimo Gismondi “Mancen”; è così creata la “Volantina” con sede in località Fussai.
La IX^ Brigata poco dopo si trasformerà nella II^ Divisione d’Assalto “Felice Cascione” suddivisa in tre Brigate.
Redazione, Arrivano i Partigiani. Inserto 2. "Le formazioni di montagna della I^ e della VI^ Zona Operativa Ligure che operavano nella provincia di Savona", I Resistenti, ANPI Savona, numero speciale, 2011
 

Fonte: Giorgio Gimelli, Cronache militari della Resistenza in Liguria - Vol.  II, Istituto Storico della Resistenza in Liguria - Genova, 1969

Descritta la battaglia di Pizzo d'Evigno, è utile fare un breve cenno sulla situazione esistente nel periodo precedente lo scontro e sulle condizioni materiali e psicologiche in cui versano le formazioni garibaldine nella zona che hanno scelto come loro sede.
Sarà così facile rendersi conto delle cause e dei fattori originari della battaglia che sarà ancora arricchita di alcuni particolari.
A parte le nostre personali memorie, non ancora totalmente offuscate, ci corre in aiuto la preziosa consultazione del diario di Gino Glorio (Magnesia), fedele annotatore di ricordi della sua vita di partigiano, nel quale sono contenute numerose notizie, valida testimonianza sulla Resistenza nella nostra zona.
Già dall'8 settembre 1943, Silvio Bonfante è pronto e presente alla lotta e, fin dall'inizio, rivela spiccate qualità di uomo destinato a diventare una guida trascinatrice. Il curriculum di combattente della montagna è più che garante della sua validità.
Nel mese di giugno del 1944 ha ormai percorso in lungo ed in largo i nostri monti e le nostre valli. Quante azioni portate a termine! Con ogni mezzo, tritolo o mitra, ha già inferto gravi colpi ai nazifascisti. Ma, ciò che più conta, ha messo a disposizione le sue doti d'organizzatore con cui ha contribuito, in uno sforzo comune con gli altri combattenti maggiormente dotati, a creare l'ossatura di un esercito che, pur affamato e scalzo, infliggerà a Tedeschi ed a fascisti perdite ingenti (4) [...] All'inizio gli uomini della «Volante» sono una ventina, forse meno; garibaldini reduci dalla prima gloriosa fonnazione di Cascione e qualche badogliano uscito vivo dalla tragedia di Val Casotto (5). E' gente avvezza ai pericoli e provata dalla dura lotta. Alcuni sono reduci dai campi di battaglia d'Albania, d'Africa, o di Russia.
La «Volante» di «Cion» pare l'elemento apposito per creare altissimo l'entusiasmo; è diventata ormai la formazione perfettamente organizzata e guidata da un capo meraviglioso, in quella zona verdeggiante, irradiata dal sole d'una splendida primavera, a due passi dal mare d'Oneglia e d'Albenga.
Un senso di profondo cameratismo regna nella banda. La democrazia più autentica, quella non condizionata da alcun fattore, è l'elemento predominante. Il rispetto ed il senso umanitario reciproco hanno trovato il loro regno. Esempi a non finire di generosità e rinunce, d'amicizia autentica tra Comandante, Commissario ed i garibaldini. E' il luogo ideale per chi sogna la fraternità.
Un partigiano deve recarsi a Stellanello e chiede il permesso al Commissario che glielo concede. Ma non è ancora soddisfatto e dice:« Federico, ho i pantaloni rotti, mi secca andare così in paese». - Federico: «Tieni i miei, ma fa presto che io ne resto senza!». E, nell'attesa del ritorno, si avvolge in una coperta (6) [...] Morale alle stelle, dunque, e cameratismo profondo tra i partigiani della «Volante» ed afflusso continuo, in primavera ed estate, di giovani dalle città e dai paesi alle bande armate. È vanto d'ognuno far parte della formazione di «Cion», partecipare alla lotta contro i nazifascisti, contribuire alla rinascita del paese.
Inoltre, tra le fila partigiane non si corre il rischio d'incorrere nei crudeli rastrellamenti che i Tedeschi operano tra i civili nelle città e di essere imprigionati o spediti in Germania, o essere costretti ad indossare la divisa della Repubblica di Salò, o inquadrati nell'organizzazione Todt con tutti i rischi e le conseguenze future.
L'afflusso dei nuovi venuti alle bande tocca il ritmo medio di cinque­dieci unità al giorno; cifra notevole se si considera, come già ricordato, che i partigiani non possiedono caserme, magazzini, grosse scorte, armi e, tanto meno, munizioni per poter far fronte a necessità che, col tempo, diventano sproporzionate rispetto alle obiettive possibilità (7).
(4) Molta parte dell'azione di «Cion», nel periodo fino al giugno 1944, è riportata nel 1° volume della presente opera, di G. Strato.
(5) La tragedia di Val Casotto è avvenuta nel marzo l944.
(6) Dal diario di Gino Glorio.
(7) Per dare un'idea sull'afflusso di nuove reclute alle bande partigiane, riportiamo il breve rapporto inviato dalla Volante al Comando della IX Brigata:
"Comando della IX Brigata d'Assalto Garibaldi, Distaccamento N° 1 (Volante)
         lì, 18/6/44
Impossibile preparare servizio giornaliero.
Continuamente affluiscono uomini di tutte le classi.  
Distaccamenti al completo, possibilmente formarne altri da queste parti (attendiamo
ordini). Formato tre bande locali a nostra disposizione.
Totale uomini 20 a Pairola, Riva Faraldi, Testico.
Attualmente presenti a questo distaccamento 80 uomini.
Azione Santa Croce rimandata perché rinforzata. Facilmente lunedì o martedì.
F.to Commissario politico Federico
"

Carlo Rubaudo, Storia della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria) - Vol. II. Da giugno ad agosto 1944, edito a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia, 1992

12/6/44 ... Ci aggreghiamo a quel gruppo e con loro raggiungiamo il Comando della banda a Costa di Carpasio... 13/6/44 ... vedo "Curto" (Nino Siccardi) che già conoscevo e che non sapevo fosse il comandante della Brigata [IX^ Brigata "Felice Cascione"]. C'è una riunione di capi partigiani: Ernesto [Nettu] Corradi è nominato capo banda e inviato al confine francese sul monte Grammondo... 
Giorgio Lavagna (Tigre), Dall'Arroscia alla Provenza - Fazzoletti Garibaldini nella Resistenza, Isrecim - ed. Cav. A. Dominici - Oneglia - Imperia, 1982

giovedì 26 dicembre 2019

I partigiani verso la costituzione della I^ Zona Operativa Liguria

La vetta di Monte Monega, alla convergenza di Valle Argentina (a ovest), della breve vallata della Giara di Rezzo (sud-est) e del solco principale della valle Arroscia (nord-est). Fonte: Wikipedia
 
Erven * [Bruno Luppi], che fin dall'inizio della sua attività dopo l'8 settembre 1943 si era adoperato per creare gruppi in montagna, aveva incontrata una certa difficoltà, che in sostanza si riscontrava un poco dovunque: fra i giovani fuggiti in montagna subito dopo l'armistizio alcuni erano tornati in città dopo una breve permanenza alla macchia; altri si limitavano a tenersi nascosti, ma non erano disposti a formare gruppi di combattimento; altri ancora erano scettici circa la possibilità di creare un'organizzazione efficiente [...] il farmacista di Molini di Triora [in Alta Valle Argentina] aveva comunicato ad Erven che finalmente un gruppo deciso si era formato in montagna presso Triora (poi risultò essere il gruppo di Vittò e di Tento). Tale comunicazione fu fatta direttamente ad Erven  probabilmente nel gennaio del '44 verso la fine del mese [...] Erven per esortare maggiormente il farmacista di Molini di Triora aveva alquanto esagerato nel descrivere la consistenza e l'efficienza dell'organizzazione militare in generale [...] Nel marzo '44 sorgono nuove difficoltà. Luigi Nuvoloni è costretto a fuggire  perché ricercato dalla Gestapo [...] Anche Candido Queirolo (Marco) nei primi giorni del marzo '44 lascia la zona di Imperia [...] In questo periodo Erven era solito pernottare ancora presso Beusi, mentre di giorno operava in città con gruppo di Arma di Taggia e con quello di Sanremo. [...] Frattanto Erven * per incarico del Partito (PCI) si era incontrato con Curto [Nino Siccardi]. L'incontro con espedienti vari per il reciproco riconoscimento era avvenuto in Artallo [Frazione di Imperia] dopo un primo incontro mancato a causa di un disguido. Durante l'incontro si era stabilito che Curto avrebbe preso contatto specialmente con i gruppi di montagna dislocati nella zona di Imperia, mentre Erven venne specialmente incaricato di prendere contatto con gli eventuali gruppi dislocati nella Valle Argentina.
Giovanni  Strato, Storia della Resistenza Imperiese (I^ zona Liguria) - Vol. I. La Resistenza nella provincia di Imperia dalle origini a metà giugno 1944, Editrice Liguria, Savona, 1976, ristampa del 2005 a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia
 
Taggia (IM): Piazza degli Eroi Taggesi

* Bruno Erven Luppi. Nato a Novi di Modena l'8 maggio 1916. Figlio di un antifascista, fin da ragazzo prese parte alla lotta clandestina contro il regime fascista e, nel 1935, venne arrestato e incarcerato a Modena.  Trasferitosi a Taggia (IM), si inserì nell'organizzazione comunista clandestina di Sanremo (IM). L'8 settembre 1943 era ufficiale dell'esercito quando venne catturato dai tedeschi. Riuscì però a fuggire a Roma dove partecipò ai combattimenti di Porta San Paolo. Tornato nuovamente in Liguria, fu tra gli organizzatori della lotta armata ed entrò a far parte del C.L.N. di Sanremo. Per incarico della Federazione Comunista di Imperia il 20 giugno 1944 organizzò, con altri dirigenti del partito, la prima formazione regolare partigiana del ponente ligure, la IX^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Felice Cascione", con sede nel bosco di Rezzo (IM), la quale diventò a luglio 1944 la II^ Divisione "Felice Cascione".  Il 27 giugno 1944 da comandante di Distaccamento venne gravemente ferito nella battaglia di Sella Carpe tra Baiardo (IM) e Badalucco (IM). Per mesi riuscì avventurosamente, ancorché costretto alla macchia pur nelle sue tragiche condizioni di salute, a sottrarsi alla cattura da parte del nemico. In seguito, appena guarito, assunse la carica di vice commissario della I^ Zona Operativa Liguria.
Gli fu conferita la medaglia d’argento al valor militare il 13 dicembre 1952, n. d’ordine 1571 con la seguente motivazione: “Bruno Luppi fu Paolo, animatore tra i primi della Lotta di Liberazione nella Valle Argentina, organizzatore di valore e comandante capace e deciso, si distinse particolarmente nel contrattaccare con ardita iniziativa superiori forze tedesche risalenti la rotabile militare Baiardo Badalucco. Gravemente ferito alla gamba destra, rifiutava ogni soccorso e teneva imperterrito il suo posto di comando, respingendo il nemico ed infliggendogli gravi perdite”. Sella Carpe - Baiardo (Imperia), 27 giugno 1944.  
Vittorio Detassis


Imperia: Piazza Edmondo De Amicis ad Oneglia

Nella battaglia di Garessio (CN) [il 26 febbraio 1944] venne ucciso il partigiano Sergio Sabatini di Imperia.
L'11 marzo 1944 nello scontro nella zona di Nava, nel comune di Pornassio (IM), perirono altri due patrioti imperiesi, Olivio Livio Fiorenza e Giovanni Ramò. Al fatto d'armi parteciparono partigiani autonomi di Martinengo [anche Capitano Martinengo, Eraldo Hanau] e gruppi di resistenti del posto non ancora collegati con le organizzazioni antifasciste.
Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell’Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945) - Tomo I - Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998 - 1999

Il 28 marzo 1944 Curto (Nino Siccardi), fermatosi definitivamente in montagna, prende personalmente e direttamente il comando dei gruppi sorti sul nucleo della banda Cascione.  
Giovanni Strato, Op. cit.

[...] in concomitanza con l'aumentata pressione nazifascista, dal 28 marzo 1944 i maggiori gruppi partigiani, originati dalla "banda Cascione", vennero posti sotto il comando di Curto, che... riuscì a contattare anche le bande di "Tento", Pietro Tento, e di "Vitò" [o Vittò/Ivano, Giuseppe Vittorio Guglielmo, già combattente nelle Brigate Internazionali a difesa della Repubblica Spagnola, organizzatore di uno dei primi distaccamenti partigiani in provincia di Imperia, poi comandante di un Distaccamento della IX^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Felice Cascione", dal 7 luglio 1944 comandante della V^ Brigata "Luigi Nuvoloni" e dal 19 Dicembre 1944 comandante della II^ Divisione "Felice Cascione"], le quali agivano nella parte occidentale della provincia di Imperia in Alta Valle Argentina con base alla Goletta di Triora (IM).
Rocco Fava, Op. cit.
 
Le singole bande hanno un nome particolare: Volante quella di Cion [Silvio Bonfante]; Paradiso quella di Tito [Rinaldo Risso]; Inafferrabile quella di Ivan [Giacomo Sibilla]; ma, in genere, sono indicate anche con il nome del comandante. Più tardi, invece, prevarrà l'uso di un'indicazione numerica... Subito dopo il 28 marzo 1944 vi furono alcuni fatti... furono poi mandati due partigiani, Mirko [Angelo Setti] ed un altro, Peppù di Carpasio ad informarsi intorno ad un gruppo operante verso Ventimiglia, gruppo di Tento, ossia di Tento Pietro, e di Vittò...  
Giovanni Strato, Op. cit.  

Il gruppo di Tito [Rinaldo Risso] era dislocato nei pressi di Rezzo (IM); quello di Cion [Silvio Bonfante] in valle Arroscia; il gruppo di Ivan [Giacomo Sibilla] si spostò nei pressi di Caprauna (CN).
Rocco Fava, Op. cit.

Dolcedo (IM)

... si produsse il più importante avvenimento della storia della nostra guerra di montagna: la presa di contatto fra il Curto e le bande della zona occidentale comandate da Vittò, da Erven e da Marco (Candido Queirolo): il nucleo di quella che doveva diventare la Divisione Cascione, terrore del nemico, è creato... Altri distaccamenti operavano nella parte occidentale della provincia unitamente alle diverse bande non ancora inquadrate regolarmente, Gori [Domenico Simi], Gino, Artù [Arturo Secondo], Peletta [Giovanni Alessio], Fragola [Armando Izzo], Leo [Stefano Carabalona], al comando di Vittò e di Marco. Aprile fu un periodo di assestamento... Cion attacca convogli della Wehrmacht sulla strada di Diano Marina, li decima e li sconvolge; sorprende il nemico ad Aurigo ed a Chiappa  [Frazione di San Bartolomeo al Mare (IM)]; Dimitri e Gapon [Felice Scotto] del 2° distaccamento fugano i nazi-fascisti a Caporollo [Capo Rollo nel comune di Andora (SV)]; sul ponte di Rezzo il tedesco viene battuto e lascia nelle nostre mani due mitragliatrici St. Etienne, le prime catturate; spie fasciste vengono prelevate a Boscomare [Frazione di Pietrabruna (IM)] e a Dolcedo; stazioni di carabinieri vengono assediate ed occupate; ... il 30 marzo [1944] Dimitri e Caudacco con il 2° distaccamento in unione ad elementi di Badalucco occupano il paese e prendono contatto con la banda di Artù. Il nemico subiva perdite gravissime ed il bottino catturato andava ad ingrossare l'armamento dei nostri uomini, i quali, d'altra parte, non potevano contare su alcun rifornimento importante dal di fuori. E l'afflusso in montagna continuava sempre...
Mario Mascia, L'epopea dell'esercito scalzo, Ed. ALIS, 1946, ristampa del 1975 a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia  

Castelvittorio (IM): uno scorcio di Alta Val Nervia

Nei primi giorni di aprile 1944 il Luppi si incontra nuovamente con il Siccardi a Costa di Carpasio [oggi località di Montalto Carpasio (IM)], presenti il savonese Libero Briganti (Giulio), Giacomo Sibilla (Ivan), Vittorio Acquarone (Marino) e Candido Queirolo (Marco); si decide di raccogliere tutte assieme una ventina di bande sparse sul territorio per costituire la IX Brigata d’assalto Garibaldi “F. Cascione”. Il che avviene. Anche “Vitò” si aggrega alla Brigata con i suoi uomini accampati in località “Goletta” [Triora] (Valle Argentina). Questi vengono suddivisi in due Distaccamenti denominati IV e V, quest’ultimo ha per comandante “Vitò” e per commissario il Luppi, con nome di battaglia “Erven”. Il Luppi, come commissario, nei mesi di maggio e giugno prende parte a tutte le azioni che hanno consentito di ripulire i territori delle alte valli Argentina, Nervia e Roja da presidi e postazioni tedesche e fasciste...
Prof. Francesco Biga in Atti del Convegno storico LE FORZE ARMATE NELLA RESISTENZA di venerdì 14 maggio 2004, organizzato a Savona, Sala Consiliare della Provincia, dall’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea della provincia di Savona (a cura di Mario Lorenzo Paggi e Fiorentina Lertora)

Il C.L.N. che iniziò un'opera di coordinamento e di aiuto tra le varie formazioni partigiane della provincia di Imperia... Fu il dott. Vallini, il farmacista di Molini di Triora (IM) ad essere l'anello di congiunzione [per il gruppo] di Vitò. Era impossibile circolare. Bisognava provvedere a liberare certe zone [dai nazifascisti] per poter ricongiungere i vari gruppi di patrioti. Erven ** a nome del Comitato di Liberazione portò il primo contributo in danaro di 80.000 lire... I gruppi del bosco di Rezzo (IM) e della Goletta divennero insieme la IX^ Brigata Garibaldi...
don Ermando Micheletto, La V ^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Luigi Nuvoloni" (Dal Diario di Domino nero Ermando Micheletto), Edizioni Micheletto, Taggia (IM), 1975

A maggio 1944 i distaccamenti dipendenti da Nino Curto Siccardi ammontavano a sei, considerando anche il gruppo di Mirko [Angelo Setti, in seguito vice comandante della IV^ Brigata "Elsio Guarrini" della II^ Divisione].


A fine maggio 1944 il Comando Generale per l'Alta Italia del Corpo Volontari della Libertà mandò disposizioni per la creazione in Liguria di un Comando unificato. Sorse così il primo Comando Militare Unificato Regionale Ligure (CMURL). La Liguria venne suddivisa in 4 zone in ottemperanza alle direttive impartite dal Comando Generale Alta Italia: I^ Zona Operativa, dalla Valle del Roia, estremo ponente della provincia di Imperia, a quella dell'Arroscia...
Attorno al 13-14 giugno 1944, in considerazione del crescente numero di combattenti che agivano nel territorio venne riconosciuta alle forze della Resistenza imperiese una nuova unità operativa, la IX^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Felice Cascione".
Rocco Fava, Op. cit.

Verso la fine della prima quindicina del giugno '44 i gruppi più o meno direttamente dipendenti da Curto arrivano a comprendere circa 1.500 uomini... IX Brigata... entrerà a sua volta a far parte del Corpo Volontari della Libertà (costituitosi il 19 giugno '44)...  
Giovanni Strato, Op. cit
 
A fine maggio il Comando Generale per l’Alta Italia del Corpo Volontari per la Libertà (CVL), recentemente costituitosi, manda disposizioni per la creazione in Liguria di un Comando unificato. Sorge così il primo Comando Militare Unificato Regionale Ligure (CMURL), insediato nel giugno e ratificato con decreto il 1°luglio 1944. Tale comando assume funzioni d’organo di diretto ed effettivo controllo. Il territorio ligure viene successivamente suddiviso in quattro
Zone Operative in ottemperanza alle direttive impartite dal Comando Generale Alta Italia.
La Prima Zona Operativa Ligure comprendeva la provincia di Imperia e l’Albenganese (dalla valle del Roja a quella dell’Arroscia compresa).
Redazione, Arrivano i Partigiani. Inserto 2. "Le formazioni di montagna della I^ e della VI^ Zona Operativa Ligure che operavano nella provincia di Savona", I Resistenti, ANPI Savona, numero speciale, 2011