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lunedì 1 giugno 2026

Davanti e dietro c'erano altri partigiani

Camporosso (IM): la spiaggia in prossimità della casa della famiglia Guglielmi

La mia famiglia abitava ai Piani di Camporosso, a poca distanza dal mare, nel piccolo gruppo di case che noi chiamavamo “Tribù”.  Mio padre era pescatore e, come tutti i pescatori abitanti in riva al mare, era anche contrabbandiere. Prima dello scoppio della guerra eravamo arrivati alla casa dei nonni alla Tribù da Beausoleil, dove i miei vivevano come emigrati degli anni ‘30. Nel 1935 mio padre si arruolò volontario per la guerra di Etiopia. Nella sua attività di contrabbandiere credo che diverse volte trasportasse oltre frontiera anche degli ebrei allora perseguitati e in fuga verso altri paesi. Una volta lo sentii parlare con la mamma di “brava gente che scappava”. Forse nacque così il suo antifascismo [...] Mio fratello Nino accompagnava già nostro padre nei viaggi in Francia per contrabbando, quando venne arruolato, ironia della sorte, nella Guardia Confinaria e inviato proprio a Beausoleil. Spesse volte, anche senza permesso, ritornava a casa in bicicletta per brevi visite. L’8 settembre 1943 lo colse a Beausoleil. Tutto il reparto come tutto il Corpo d’Armata Italiano si sfaldò. Nino ricevette vestiti borghesi dal clero della chiesa di St. Charles di Beausoleil, che lo aiutarono anche nella fuga verso l’Italia. Nei giorni seguenti ero a Ventimiglia, che era nel marasma generale e sul lungo Roia notai tre uomini nel greto del fiume che procedevano verso la foce portando in spalla fasci di canne. Uno di questi mi fissò e con impercettibile gesto della mano mi fece segno di allontanarmi: era Nino. Ritornai a casa e avvisai mio padre dell’accaduto. Quella sera mio padre non chiuse la porta di casa. A notte arrivò mio fratello.
A causa delle continue visite della polizia che avrebbe potuto facilmente scoprire il disertore, Nino si rifugiò in località Marcora sopra Isolabona, in un casone di campagna adibito a ricovero degli attrezzi agricoli di una vigna di un nostro conoscente. Per qualche settimana periodicamente andavo in Marcora a portare generi alimentari e biancheria a mio fratello. Credo che altri si fossero uniti a lui perché una volta mi chiese di portare più pane. Un giorno, lasciata la bicicletta ai margini della carrozzabile, mi inoltrai a piedi per il sentiero che conduceva al rifugio di mio fratello. Mi accorsi di essere seguita, cambiai strada ritornando verso il paese. Un uomo mi si avvicinò: era un signore nostro vicino di casa che conoscevo bene, perché frequentava anche la nostra casa; chiedeva sempre di mio fratello. Capii allora la sua insistente curiosità. Era armato e mi puntò la pistola alla faccia chiedendomi di condurlo da mio fratello. Ebbi la forza di mentire dicendo che non sapevo dove fosse. Mi credette, ma mio fratello dovette fuggire di nuovo. Con mio padre ci trasferimmo a Vallecrosia Alta, perché la costa era sovente bombardata dal mare, dai cannoni di Monte Agel, e mitragliata dagli aerei. Nel gennaio del 1944 morì mia madre e mio fratello Nino [Alberto Guglielmi] non fu presente al funerale. Sparito. 
Dalla primavera del 1944 mio fratello iniziò a fare qualche furtiva visita nottetempo. Confabulava con mio padre, poi spariva di nuovo. Diverse volte con mio padre ritornavamo alla casa al mare e a volte papà partiva per raggiungere la Francia con la barca. La cantina a volte era piena di merci le più varie, una volta persino dei datteri. Credo a settembre del ‘44, Nino una notte portò a casa, a Vallecrosia Alta, una radio e la nascose nell’armadio a muro nell’ultima stanza. Si apprestava a sparire un’altra volta. Mi accusò di non aver chiuso bene le porte. Non era vero, ero certa di aver chiuso bene tutte le porte, ma Nino mi disse che XY, un nostro parente, era entrato in casa e l’aveva sorpreso mentre usava la radio.
Aumentarono per tutto il 1944 le nostre visite alla casa sulla costa. Accompagnavo mio padre con in braccio mio fratellino Bruno per rendere più facile il passaggio al posto di blocco all’altezza della caserma Bevilacqua. Sorpassavamo di lato la sbarra e i tedeschi e i fascisti di guardia ci salutavano dalla guardiola. A volte trascinavamo il carretto con sopra le ceste dei fiori. A Vallecrosia Alta coltivavamo un piccola piantagione di garofani. Molte volte tra i garofani mio padre nascondeva casse che nottetempo erano sbarcate sulla costa. [...] papà nascose in un altro nascondiglio la radio. Venne la polizia: gli agenti rovistarono dappertutto, ma fu facile dire che non sapevamo niente della radio e che non sapevamo dove Nino fosse fuggito.
Compresi che quando era in previsione uno sbarco pernottavamo al mare a dispetto dei cannoneggiamenti da Monte Agel e al mattino ritornavamo ripetendo la manfrina delle ceste dei garofani invenduti al mercato. Da quei giorni nella cantina della casa al mare furono custodite anche strane casse.
Sono certa che sbarcarono o si imbarcarono anche altri soldati alleati. In particolare ricordo che prima di Natale del  1944 una notte riapparve Nino accompagnato da un uomo alto, biondo come uno svedese e con due baffoni. Erano appena sbarcati dalla barca, perché i pantaloni erano bagnati, e avevano anche diverse casse che nascosero in cantina e che vennero recuperate nei giorni successivi dagli amici di Nino: Achille [Achille "Andrea" Lamberti], Lotti e altri. Ancora a notte partirono per Negi [Frazione del comune di Perinaldo].
La notte della Epifania  riapparve mio fratello Nino con “Mimmo” (Domenico Dònesi) e un ufficiale inglese [n.d.r.: il capitano Robert Bentley, del SOE, incaricato di assumere il compito di ufficiale di collegamento tra gli alleati ed i partigiani della I^ Zona Liguria] bagnato fradicio. Era evidentemente appena sbarcato. Sistemarono delle casse in cantina poi si incamminarono di nuovo.
 

Vallecrosia al Mare (IM): centro storico di Vallecrosia Alta

L’indomani, di buona ora con mio padre e mio fratellino Bruno ci incamminammo per Vallecrosia Alta. Era una strana carovana che procedeva dalla costa verso la collina di Santa Croce fino all’attuale via Orazio Raimondo. Io, mio padre con mio fratellino sulle spalle e un carretto con delle ceste di fiori, all’interno delle quali forse era nascosta una radio ricetrasmittente o celate altre casse, procedemmo  lungo la via provinciale per passare il posto di blocco. Elio Bregliano, Mimmo, Nino, il capitano inglese Bentley e Mac il marconista marciavano lungo il versante della collina, nascosti tra i pini e sotto i pergolati delle coltivazioni di verde ornamentale proprio dietro la caserma Bevilacqua lungo il sentiero del Nespolo. Davanti e dietro c'erano altri partigiani. All’altezza del cimitero di Vallecrosia incontrammo Achille e Lotti che avevano fatto da staffetta e portato un po’ di pane. Arrivò anche Eraldo Fullone con un carro e una mula per caricare le ceste di fiori.
[...] Nino, Mimmo, Elio e gli inglesi procedettero fino a Soldano con Lotti, Achille e Eraldo, che li precedevano di vedetta contro eventuali incontri di tedeschi.
Il 10 gennaio 1945 nella chiesa parrocchiale venne officiata la S. Messa dell’anniversario della morte di mia madre. A cerimonia appena iniziata apparve Nino, si sedette qualche banco davanti a me. Dal mio posto ad un tratto vidi una donna che era dietro di lui e che non riconobbi, toccare lievemente Nino sulla schiena. Come fosse un segnale convenuto senza voltarsi mio fratello si alzò e si allontanò confondendosi tra la gente. Fu l’ultima volta che vidi mio fratello.
Emilia Guglielmi in Giuseppe "Mac" FiorucciGruppo Sbarchi Vallecrosia, Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia <Comune di Vallecrosia (IM) - Provincia di Imperia - Associazione Culturale "Il Ponte" di Vallecrosia (IM)>,  2007

Della Missione Kahnemann faceva parte anche Alberto Nino Guglielmi.
Raggiunti gli alleati, Domenico Mimmo Dònesi e Nino furono ingaggiati dai servizi inglesi, sottoposti ad un breve addestramento e preparati alla missione di invio dell’ufficiale di collegamento presso i partigiani della I^ Zona Operativa Liguria, il capitano Robert Bentley, del SOE  britannico. Intorno a Natale Nino fu inviato a preparare lo sbarco di Bentley, che avvenne il 6 gennaio 1945, sempre sulla spiaggia di Vallecrosia. Di questa missione faceva parte anche Dònesi. Capacchioni era già in attesa in zona.
appunti inediti di Giuseppe Mac Fiorucci, per Op. cit.
 
Ad ogni modo presi contatto con Leo [Stefano Carabalona], che era appunto appena sbarcato in Francia in quel tempo, e poi con Kahnemann (Nuccia), il quale era pure passato a Nizza e mi posi immediatamente al lavoro. Tonino [Antonio Capacchioni], Mimmo [Domenico Dònesi] e Nino [Alberto Guglielmi] mi furono di grande ausilio durante la fase preparatoria. Le difficoltà di una traversata erano grandissime… decidemmo di inviare Nino perché preparasse il terreno… Nino venne tagliato fuori… Decidemmo di inviare Tonino... Alle 17.30 completammo l'operazione e raggiungemmo Vignai [Frazione di Baiardo (IM)]. Lì incontrai il sergente Henry Harris dell'USAAF che era stato con il maggiore Campbell... Più tardi scoprii che il sergente Harris era stato chiamato da Curto per controllarci ed essere sicuro che fossimo inglesi e non delle spie...    
Robert Bentley in Mario Mascia, L’epopea dell’esercito scalzo, Ed. ALIS, 1946, ristampa del 1975 a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia
 
[...] Comando alleato il quale, accogliendo le proposte avanzate dal Comando della “Felice Cascione”, organizzò una sede di appoggio per rifornimenti in una villa di Cap-Ferrat provvista anche di un alloggiamento coperto per un motoscafo, col quale numerosi furono i viaggi in mare per portare rifornimenti, armi e piani strategici.
Gli alleati compresero l’importanza di questa iniziativa e concordarono l’invio in Italia di un ufficiale inglese con un collaboratore dotato di una potente radio trasmittente. La notte del 6 gennaio 1945 tutto il gruppo Kahnemann [n.d.r.: ma non "Nuccia" che rimase in Francia per poi andare a Roma] ed il capitano Bentley partirono via mare per Vallecrosia. Due giorni dopo Bentley era al comando della “Felice Cascione” dove, in permanente contatto col Comando alleato, nell’ultima parte del periodo resistenziale, si realizzò una piena collaborazione strategica degli alleati e delle formazioni partigiane.  
Domenico Mimmo Donesi in Giuseppe Mac Fiorucci, Op. cit. 

domenica 28 settembre 2025

Mentone è sottoposta al bombardamento delle artiglierie tedesche

Mentone

8/9/1944
Scendiamo [Giorgio Lavagna ed il suo piccolo gruppo di partigiani imperiesi, ormai aggregati agli alleati] per la seconda volta in città [Mentone]; "Nettu" è fermato dalle autorità francesi e trattenuto per alcuni giorni in seguito alla denuncia fatta dalla famiglia di Castellar, contro la quale eravamo intervenuti.
"Alberto" assume il comando della nostra banda e, nel giorno stesso, si uniscono a noi alcuni giovani italiani, con i quali formiamo un gruppo di diciotto uomini.
Avevamo deciso con fermezza di combattere a fianco degli Americani e, senza indugiare, ci rechiamo al Comando militare alleato, mentre la città è sottoposta al bombardamento delle artiglierie tedesche.
sotto una grande tenda, completamente aperta, alcuni ufficiali seduti vicino ad un tavolo stanno consultando delle cartine geografiche; ci fermiamo a pochi metri da loro e "Alberto", che conosceva bene l'inglese, si fa avanti: osserviamo il nostro capobanda mentre saluta quel gruppo di ufficiali, uno di loro alzandosi gli porge la mano. Non potevamo capire le parole di "Alberto", ma potevamo immaginare il suo discorso e, con ansia, ne attendevamo l'esito. Un ufficiale, che sta seduto con i piedi appoggiati su una sedia, con un sorriso guarda i suoi colleghi e contemporaneamente guarda noi; spingendo con una mano una scatola di sigari sul tavolo e facendola scivolare verso il nostro capobanda, parla a fatica un italiano con accento fortemente meridionale; gli fa capire che è figlio di Italiani emigrati da molto tempo in Canadà, e si sente orgoglioso di avere incontrato uomini come noi.
Ci invita a ritornare il mattino seguente e ci fa accompagnare da un soldato al deposito militare per rifornirci di tutto il necessario.
Eravamo sicuri di essere riusciti nel nostro intento, perché presto avremmo combattuto al fianco di quell'esercito che, in quei giorni, potevamo ritenere il più forte dei nostri tempi.
Nei dintorni della città, nascosti dalle piante, mimetizzati con reti di corda, grossi pezzi di artiglieria erano già pronti ad entrare in azione, mentre numerosi automezzi militari continuavano a scaricare enormi quantità di materiale  bellico.
Con l'apertura di molti negozi, la città sembrava riprendersi dopo l'ondata bellica da cui era stata travolta.
"Alberto" era riuscito a procurarsi un grosso pezzo di stoffa rossa con la quale ci eravamo fatti vistosi fazzoletti da mettere al collo. Colti dall'entusiasmo che l'arrivo degli Americani aveva suscitato nel nostro piccolo gruppo, l'entusiasmo garibaldino, nella nostra spensierata giovinezza ci eravamo dimenticati il pericolo e la paura. Nel contempo eravamo presi dall'ansia di conoscere le intenzioni dei nostri amici canadesi, con i quali speravamo di partecipare ad un'azione di guerra contro quel nemico che, per tanti giorni, aveva rappresentato per noi un'incubo.
Erano ripresi i duelli di artiglieria e, mentre i Tedeschi sparavano svariati colpi con lunghi intervalli di silenzio, gli Americani martellavano senza respiro tutta la zona del fronte e l'entroterra di Ventimiglia.
Annidato sulle rocce del confine, il nemico poteva ancora mettere a segno i colpi sul territorio francese sottostante che controllava. Nessuno immaginava che gli Americani ci avrebbero fatto partecipare al primo furioso assalto, su quelle rocce che dividono il confine al di sopra del ponte San Luigi.
9/9/19
È tornata l'alba, un fuoco infernale di artiglieria si abbatte sulla zona più violento che mai. Sibili e ululati di proiettili si confondono nello spazio sopra di noi, seguiti da assordanti fragori.
La guerra, che due giorni prima con l'arrivo degli America sembrava finita, era ripresa con tutta la sua spaventosa violenza.
Ritorniamo a Mentone dopo una notte trascorsa sotto i tiri incrociati delle due artiglierie; camminiamo rasentando i muri delle case, con l'impressione di essere più riparati dalle schegge.
Nella città, tornata quasi deserta, si vedono circolare solo jeep e automezzi militari, mentre i cittadini abbandonano in fretta le proprie abitazioni per rifugiarsi in aperta campagna.
Vaghiamo per le strade nell'attesa che "Alberto" torni dal Comando alleato e, incuriositi, osserviamo i pezzi di artiglieria che sparano senza sosta verso l'Italia. 
Mentre ci avviciniamo a un gruppo di soldati per ottenere qualcosa da mangiare, giunge "Alberto" in compagnia di un ufficiale canadese; dall'espressione del suo volto intuiamo che ha notizie importanti da comunicarci e, mentre l'ufficiale ci guarda con un leggero sorriso, lui ci chiede chi di noi sia disposto a partecipare ad un attacco con i soldati canadesi.
In quell'istante rimaniamo senza parola, ci guardiamo meravigliati. Eravamo certi che non ci avrebbero rifiutati per qualche missione di guerra, ma farci partecipare ad un attacco al loro fianco era molto di più di quanto avessimo sperato, e non potevamo capire come ci avrebbero impiegati in una missione cosi importante, poiché non avevamo istruzione militare alcuna.
Sembra assurdo dire che quella notizia ci aveva fatto piacere. Certo un invito ad un ballo sarebbe stato più gradito, ma la guerra non era ancora finita e il nazismo, se pur agonizzante, agiva ancora più spietato che mai.
Potersi battere contro quei soldati, con l'appoggio di un esercito con cui eravamo sicuri di vincere, era per noi il sollievo più grande emerso da un esasperato avvilimento, sopportato per mesi senza possibilità di reagire.
"Alberto", anche lui preso dal nostro entusiasmo, sorridendo, ci fa segno di seguire l'ufficiale, il quale ci accompagna dove un'intera compagnia di soldati si preparava a partire.
Alla presenza di quegli uomini equipaggiati senza economia, rimaniamo meravigliati, e ciò ingigantisce dentro di noi l'entusiasmo per la nuova impresa che ci apprestiamo a compiere.
In quei minuti di stupore, davanti a quell'armamento formidabile, pensavo alla vita disagiata dei compagni rimasti nei boschi a soffrire la fame e che, quasi disarmati, dovevano difendersi da pesanti rastrellamenti, e battersi nella speranza di una conclusione vittoriosa della lotta.
Mi tornavano alla mente i compagni della Mezzaluna, in attesa di quelle armi che non avrebbero mai visto, mentre davanti a noi una montagna di materiale bellico sembrava sprecarsi.
Mi avvicino ad un camion e prelevo da una cassa cinque bombe a mano; alcuni soldati mi guardano e sorridono, rivolgendomi parole che non capisco.
Il capitano che ci avrebbe guidati in quella missione, sapendo di aver a che fare con dei partigiani, tramite "Alberto" ci ammonisce informandoci che se avessimo fatto dei prigionieri dovevamo tener conto delle convenzioni internazionali di guerra, evitando loro crudeli maltrattamenti o, peggio, uccisioni.
Dopo esserci riforniti di tutto il necessario per quella impresa, siamo pronti a partire.
Ci disponiamo in fila indiana alternati ai soldati; ci fa da guida l'unico ex partigiano francese che in quel momento si trova disponibile.
Un'ora di strada ci separa dalla zona operativa, ci inoltriamo su di una mulattiera mentre due soldati dietro di noi distendono un cavo telefonico, transitiamo da Castellar e "Alberto" si ferma dell'azione, non dovevamo perdere di vista; inginocchiato a terra e con lo sguardo fisso sulle postazioni nemiche, parlava al telefono da campo; erano attimi di attesa che non sapevo a cosa preludessero.
A nostra insaputa una nave da guerra alleata, al largo di Mentone, su ordine preciso del nostro comandante, si preparava ad aprire il fuoco di protezione.
Una giornata calda stava per finire, i raggi del sole illuminavano le rocce bianche davanti a noi emettendo un riverbero quasi fastidioso.
In quel breve tempo di silenzio, che dilungandosi diventava un tormento, nella mia mente prendevano forma i più assurdi pensieri: immaginavo il nemico dietro a quella barriera naturale con le armi puntate che attendeva il nostro attacco, mi tornavano alla mente i miei genitori che forse non avrei più rivisto, ogni cosa cui pensavo mi appariva mostruosa; ma nell'istante in cui lo sgomento sembrava dominare la mia mente, una secca detonazione mi faceva dimenticare ogni cosa.
Dal mare la nave da guerra, che in quei minuti di ansia avevo quasi dimenticato, spara la prima bordata, scuotendo l'intera vallata di Mentone.
Proiettili di grosso calibro, solcando l'aria sopra di noi, vanno ad esplodere sulle trincee dove il nemico pochi istanti prima attendeva in silenzio.
Alla prima detonazione ne seguiva una seconda, pezzi di roccia e schegge infuocate rotolavano fino a noi, per venti minuti un bombardamento senza respiro martellava quelle postazioni che, poco dopo, avremmo dovuto occupare.
Quell'attacco inaspettato di artiglieria mi aveva fatto rabbrividire, ero convinto che, giunto in quelle trincee, avrei trovato solo resti di carne umana e, avvilito da un'immaginario massacro, dentro di me era scomparso l'entusiasmo di una lotta agguerrita; quell'assalto aggressivo, desiderato fino a pochi minuti prima, mi sembrava non avesse più senso.
Distesi a terra guardiamo il capitano con il telefono in mano, che dirige il tiro dell'artiglieria, poi ad un tratto dal mare cessano di sparare. Il primo attacco condotto dall'esercito canadese alla frontiera di Mentone, dove i Tedeschi ripiegando si erano trincerati, poteva dirsi portato a termine con la partecipazione dei garibaldini italiani.
Si era così realizzato quel sogno da molto tempo atteso: in uno scontro diretto la nostra prima vittoria contro un nemico che fino a quel momento non ci aveva dato pace.
Il mattino seguente saprò, dal mio comandante ancora emozionato, che durante l'attacco il capitano, entusiasta del nostro comportamento, aveva annunciato al centralino da campo di Castellar che i garibaldini italiani in quel momento stavano rastrellando la cima del monte.
Durante quella notte ero rimasto nella postazione conquistata in compagnia di due soldati canadesi; sopra di noi si sentivano fischiare i proiettili delle artiglierie dei due eserciti opposti, mentre nel fondo valle si vedevano i bagliori delle esplosioni.
Trascorsa la notte con il timore di essere attaccati dai mortai nemici, col sopraggiungere dell'alba arrivano altri soldati a sostituirci.
Alla base del pendio roccioso mi ritrovo con quei compagni che, come me, avevano trascorso la notte su quella vetta conquistata il giorno prima.
Scendiamo verso Castellar, ognuno di noi racconta ogni minuto di quell'assalto indimenticabile; assalto vittorioso cui avevamo notevolmente contribuito, dimostrando di essere coerenti nel servire la nostra causa.
Giunti in paese, contornati da un affettuoso cameratismo americano, ci lasciava avviliti la fredda accoglienza dei civili francesi; purtroppo per loro noi restavamo ancora Italiani, nonostante tutto, e come tali potevamo meritare solo il loro disprezzo.
Gli Americani avevano capito che potevamo essere per loro un valido aiuto, e il 13 di settembre, a spese del Comando alleato, venivamo alloggiati provvisoriamente alla pensione Mimosa nella città di Mentone.                                                                                                                                              Giorgio Lavagna (Tigre), Dall'Arroscia alla Provenza - Fazzoletti Garibaldini nella Resistenza, Ed. A. Dominici,  Oneglia - Imperia, 1982

Lavagna ed il suo gruppo erano stati arruolati nella FSSF, First Special Service Force (chiamata anche The Devil's Brigade, The Black Devils, The Black Devils' Brigade, Freddie's Freighters), reparto d'elite statunitense-canadese di commando, impiegato anche nella Operazione Dragoon nel sud della Francia, tuttavia sciolto nel dicembre 1944; a quella data, per non farsi internare, questi garibaldini furono costretti ad immatricolarsi nel 21/XV Bataillon Volontaires Etrangérs francese. 
Adriano Maini

La disillusione di Giorgio Lavagna
Molti degli scritti di memoria partigiana comunista pubblicati in questi anni si chiudono con un alone di ottimismo: vedere le nuove lotte, operaie e studentesche, dà ai vecchi partigiani la speranza che il momento del rinnovamento sia arrivato; non è così per gli ex combattenti non politicizzati.
Il congedo di Giorgio Lavagna si stacca da questo troppo semplicistico ed illusorio ottimismo proponendo una lettura disillusa dei risultati raggiunti dalla democrazia nata con la Resistenza. Egli è stato partigiano garibaldino in Arroscia, e poi, passate le linee in Provenza, si è unito all’esercito regolare francese. Dallo scritto non emerge alcuna appartenenza politica: a spingerlo verso la lotta è l’odio verso i fascisti e il bisogno astratto di libertà. La sua conclusione è amara, poiché si rende conto a distanza di anni che gli obiettivi per cui ha combattuto non sono stati raggiunti:
"A distanza di oltre trentacinque anni, dopo aver appena terminato il racconto di un passato doloroso, nella mia mente frugo tra i ricordi di quei giorni, quando sognavo un paese libero, diretto da uomini non più fascisti, non più servi dei nazisti, ma democratici. […] Mentre mi rivedo nel fondo di quella cava, davanti agli amici che, nel riabbracciarmi, mi ammiravano, penso se era il caso di sentirmi orgoglioso per avere lottato e sofferto per migliorare una Patria nella quale ancora prevalgono incontrastati il sopruso, l’ingiustizia, il crimine. Alla fine di un immane conflitto, forse troppi che, come me, troppo presto avevano creduto al risorgimento della nostra Italia grazie all’azione di uomini nuovi, capaci e responsabili, sono stati delusi. Questo è il vero crimine. Ed è vero crimine pure che i partigiani abbiano da attendere ancora l’attuazione di quei principi per i quali hanno combattuto e, a migliaia, sono caduti". <281
Si vede qui la disillusione del protagonista di fronte ai fatti contemporanei. Egli sente che gli scopi della Resistenza non sono stati raggiunti, ma non incita le nuove generazioni a continuare la lotta in modo che quei principi vengano realizzati in futuro.
[NOTA]
281 Giorgio Lavagna (Tigre), Dall'Arroscia alla Provenza - Fazzoletti Garibaldini nella Resistenza, Ed. A. Dominici, Oneglia - Imperia, 1982, pp. 150-151.

Sara Lorenzetti, Ricordare e raccontare. Memorialistica e Resistenza in Val d’Ossola, Tesi di Laurea, Università degli Studi del Piemonte Orientale “Amedeo Avogadro” - Vercelli, Anno accademico 2008-2009 

venerdì 25 ottobre 2024

Per oltre sette mesi combatterà contro i tedeschi sul confine italiano

Copia della terza ed ultima pagina della Relazione del comando S.A.P. di Sanremo (a firma Antonio Gerbolini) e del C.L.N. circondariale (a firma Giovanni Cristel) sull'attività della V^ VI^ VII^ Brigata S.A.P. (dalla loro costituzione al 25 aprile 1945), documento in Fondo “Giorgio Gimelli”, ILSREC (ricerca di Paolo Bianchi di Sanremo)

Particolarmente rimarchevoli sono le vicende attraverso alle quali passò il dott. Giovanni Cristel. Antifascista di lunga data, durante l'occupazione tedesca fu dapprima arrestato; poi rilasciato, fu costretto a nascondersi. I nazifascisti fecero un'irruzione nella sua casa in data 1° ottobre '44, ferirono una delle figlie (Giuliana), la quale venne arrestata insieme ad altra figlia (Evelina) e alla moglie. Le figlie, in seguito, vennero incarcerate, e detenute successivamente nelle prigioni di Sanremo, Oneglia, Genova (Marassi e Casa dello Studente), e nel campo di concentramento di Bolzano. Evelina Cristel, riuscita a fuggire dal campo, fu ripresa, torturata e di nuovo rinchiusa nel campo stesso. In tutto, furono detenute per sette mesi, fino al 25 aprile '45. Il dott. Giovanni Cristel, arrestato di nuovo il 1° febbraio '45, venne trattenuto in prigione a Sanremo e a Marassi, da dove potè uscire solo nei giorni della Liberazione, intorno alla fine di aprile. Rientrato allora in Sanremo, terrà la Presidenza del CLN circondariale in detta città.
Giuliana ed Evelina Cristel (nomi di battaglia rispettivamente «Marzia» e «Vera»), prima dell'arresto erano particolarmente dedite all'attività resistenziale in generale, nonché all'organizzazione dei gruppi femminili del PCI.
Oltre alle persone ricordate nelle precedenti note, altre persone, nate o residenti in Sanremo, che fino dai primi tempi si adoperarono per la guerra di Liberazione, sono:
- Silvestri Michele (Milano), il quale - anche coadiuvato dalla giovanissima figlia Dilanda - subito dopo l'8 settembre 1943 dà la sua opera per aiutare i primi gruppi in montagna, dove si reca egli stesso, e, più tardi, costituisce una propria banda a Verezzo, che verrà inclusa nelle formazioni cittadine SAP in data 1° ottobre 1944;
- Rovella Dario (Lori), che nel giugno del '44 fu per un certo tempo collegato con le formazioni del capitano Umberto (Candido Bertassi), e in seguito, nell'autunno dello stesso anno, diventerà dapprima ufficiale di collegamento e poi comandante di una brigata GAP cittadina, ma verrà arrestato in data 15 novembre dalle SS tedesche, successivamente incarcerato a Sanremo e a Genova (Marassi e Casa dello Studente), seviziato e detenuto fino al 20 marzo 1945, data in cui riuscirà a fuggire durante il viaggio per essere trasferito al campo di Bolzano, e raggiungerà la montagna, da dove tornerà in Sanremo poco prima del 25 aprile (69);
- Giovanni Buonadonna (Gianni), che fin dall'ottobre '43 lavorava in stretta collaborazione col dott. Pigati, e, arrestato per questa sua attività, venne trattenuto per vario tempo nelle prigioni di Oneglia;
- Illengo Ada (Nella), che fu in contatto con le prime brigate cittadine e, più tardi, diventerà staffetta fra il CLN circondariale e la montagna;
- Palagi Clemente (Cecco), che fu uno dei più attivi organizzatori del PCI in Sanremo, partecipò fino dall'8 settembre '43 alla lotta resistenziale, e si adoperò per la costituzione dei primi CLN e delle prime SAP e GAP, funzionando in seguito da collegamento politico e militare fra il CLN circondariale e le organizzazioni periferiche, mentre i di lui figli Oscar e Tiziano venivano inviati dal CLN circondariale e dal PCI ad arruolarsi nelle brigate nere perché facessero da informatori a favore dell'antifascismo e delle forze partigiane, azione che essi svolsero efficacemente;
- Carretta Fortunato (Tonio), che fino dai primi momenti dell'occupazione tedesca lavorò ad organizzare la Resistenza per incarico del PCI, funzionò poi da informatore per il CLN , e - a cominciare dal 1° ottobre '44 - darà la sua opera per il PCI, all'organizzazione del Fronte della Gioventù;
- Romei Aldo (Roma), che fu dapprima, per circa tre mesi, con Martinengo (Hanau Eraldo), poi col capitano Umberto (Candido Bertassi), nel giugno, luglio e agosto '44, e infine entrerà nelle SAP sanremesi;
- Baggioli Carlo (Gigi), che partecipò ai primi movimenti di liberazione fino dal settembre '43, e collaborò col fratello Baggioli Aldo, già Comandante della prima GAP cittadina, e poi ucciso dai tedeschi a San Romolo il 15-11-44 (70);
- Zunino Iolanda (Spavalda), che fu dapprima staffetta del distaccamento GAP «Zunino» (San Romolo), e poi, scioltosi questo gruppo, del distaccamento GAP «Zamboni»;
- Arturo Baccarini (Mosconi) e Levrone Domenico (Levro), che furono in montagna con le prime formazioni armate, e si aggregarono rispettivamente al gruppo di Moscone (Basilio Mosconi) e di «Nettu» o «Nettù» (7° distaccamento);
- Modena Romolo (Milon), che partecipò al movimento di liberazione fino dal settembre '43, salì in montagna nell'ottobre dello stesso anno, entrò poi nelle formazioni garibaldine, e più tardi, ferito, tornerà in città e si aggregherà al distaccamento GAP di Verezzo della brigata cittadina «G. Matteotti»;
- Oldoino Maurizio (Mauro), che salì in montagna subito dopo l'8 settembre '43, entrò poi nella banda garibaldina di Tito dove rimase dal febbraio al marzo '44, entrerà quindi - ritornato in Sanremo - nelle formazioni GAP (2 agosto), ed infine, da queste inviato in Francia per tentare di mettersi in contatto con gli Alleati, resterà tagliato fuori dai tedeschi ed entrerà nel Maquis (nome di battaglia «Batté Leo»), dove sarà promosso sergente di un battaglione di volontari stranieri, con i quali, per oltre sette mesi combatterà contro i tedeschi sul confine italiano;
- Caramia Francesco (Franco), che dal primo CLN Sanremese, e per esso più precisamente da Salvatore Marchesi e da Adolfo Siffredi ebbe incarico di arruolarsi nella milizia per esperire opera di infonnatore e di disgregatore, e che lascerà tale incarico dopo circa tre mesi, per entrare direttamente alle dipendenze del CLN circondariale, per il quale, dall'ottobre '44 in poi presterà servizio di staffetta per il collegamento con Bordighera;
- Rovetta Vincenzo, già anziano (nato nel 1891, e avente nome di battaglia «lo zio»), che fu uno dei primi organizzatori del movimento comunista nel sanremese, si adoperò per la lotta di liberazione fino dall'8 settembre '43, partecipò alla formazione dei primi CLN ed entrerà infine nelle formazioni SAP, dove avrà l'incarico di Commissario e poi di Comandante della brigata cittadina «Matteotti»;
- Lavagna Arturo, che si adoperò sotto la guida di Pippo Anselmi alla formazione della prima brigata GAP cittadina, operò poi in montagna col distaccamento GAP «Zunino», e infine, scioltosi questo, nell'organizzazione SAP, dove verrà impiegato nel disimpegno di mansioni varie;
- Gea Gualandi (Lilla), del PCI, attiva collaboratrice di Luigi Nuvoloni, caduto in montagna il 26 giugno '44;
- Di Rico Camillo (Rico), che incominciò ad adoperarsi per la Resistenza subito dopo l'8 settembre '43, e dall'agosto '44 entrerà nelle SAP cittadine, tenendo il collegamento specialmente fra Coldirodi (frazione di Sanremo) e la montagna, e infine prendendo il comando di un gruppo resistenziale in Ospedaletti;
- Padre Anselmo Perrone (Fra Michele), antifascista di lunga data, che dal 1° gennaio '45 sarà Cappellano militare delle formazioni armate cittadine del CLN circondariale e organizzerà personalmente due squadre SAP.
Le note sopra riportate sono state dedotte specialmente da Relazioni del CLN circondariale di Sanremo, portanti la firma di Mario Mascia, segretario, del dott. Giovanni Cristel, presidente, e di Antonio Gerbolini, Comandante SAP; nonché da rapporti del Comando SAP, firmati da Antonio Gerbolini. Solo la Relazione sul Buonadonna, redatta su carta intestata del CLN circondariale, non porta firma.
Altre persone, non di Sanremo, ma del circondario, sono:
- Rebaudo Luciano (Pelle di Carota), di Dolceacqua, che fu in montagna fino dai primi del 1944 e, ferito nel settembre, venne catturato dai tedeschi e trasportato in Germania in campo di concentramento, dove rimase fino alla fine della guerra;
- Minasso Renato (René), che, collegato con Calvini G.B., insieme con esso nel 1944 fondò e organizzò le SAP in Riva Santo Stefano, e che, arrestato il 3 novembre 1944 dalle SS tedesche, dopo un mese di carcere venne inviato al campo di concentramento di Bolzano, dal quale riuscirà a fuggire il 15 febbraio '45, e ritornerà a Riva Santo Stefano, dove si terrà nascosto, continuando tuttavia a partecipare alla lotta (71);
- Renzo Rossi (Renzo, Stienca, Zero), già precedentemente ricordato, che operava nella zona di Bordighera e Vallecrosia, e che, dopo avere riorganizzato il CLN di Bordighera e dopo un periodo di permanenza in montagna, lavorerà per il CLN circondariale, adoperandosi, fra l'altro in viaggi via mare sul percorso da Bordighera, Vallecrosia, Ventimiglia a Nizza e viceversa, per il trasporto di prigionieri, feriti, armi e munizioni, e per stabilire rapporti tra le forze resistenziali italiane e Ufficiali americani, inglesi, francesi;
- Renzo Biancheri (Gianni), di Bordighera, che aiutò Renzo Rossi nella sua attività.
Anche le note di cui sopra furono specialmente ricavate da Relazioni del CLN circondariale a firma di Mario Mascia, G. Cristel, A. Gerbolini, e da Rapporti del Comando SAP di Sanremo a firma di A. Gerbolini.
[NOTE]
(69) Accenni anche nel volume «L'epopea dell'Esercito scalzo», pagine 285-288.
(70) «L'epopea dell'Esercito scalzo», pagine 64 e 285-288.
(71) Minasso Renato era pure in collegamento con gli avvocati Onorato e Secondo Anfossi, i quali avevano anch'essi contribuilo all'organizzazione dei gruppi. Il primo nucleo di essi era stato costituito subito dopo l'8 settembre '43, appunto da Minasso, da Calvini G.B. e dagli altri, aveva sede nelle colline situate in vicinanza del giro del Don (Valle Argentina) e ne era capo l'ing. Conio Ludovico, ufficiale rientrato dall'Africa.
Giovanni  Strato, Storia della Resistenza Imperiese (I^ zona Liguria) - Vol. I. La Resistenza nella provincia di Imperia dalle origini a metà giugno 1944, Editrice Liguria, Savona, 1976, ristampa del 2005 a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, pp. 308-311

lunedì 26 agosto 2024

Con l'arrivo del capitano Bentley tra i partigiani imperiesi...


 
Si pubblicano qui le copie di due comunicazioni inviate a gennaio 1945 da ufficiali statunitensi all'antenna OSS di Nizza. Questi documenti furono a suo tempo rinvenuti a cura di Giuseppe Mac Fiorucci in preparazione del suo Gruppo Sbarchi Vallecrosia (IsrecIm, 2007).
Adriano Maini 
 
 
S E G R E T O
Ref : OB/I/19
13 gennaio 1945

Al Capitano: G.M.T. Jones,
Collegamento delle Forze di Informazione
NIZZA

Da: Distaccamento 20
N°1 Forze Speciali

Come richiesto, per le informazioni del 6° Gruppo d'Armata dell'Esercito [statunitense], segue un resoconto delle nostre attività fino a ora.

La prima fase del nostro lavoro, ora quasi completata, fu di stabilire un contatto con le bande partigiane nell'area, e di approntare un piccolo invio di rifornimenti per soddisfare le richieste immediate.

Nella seconda fase abbiamo inaugurato il contatto radio e per corriere coi partigiani più prossimi e abbiamo inviato rifornimenti via terra su piccola scala. Un Ufficiale di Collegamento Britannico [n.d.r.: Robert Bentley] con operatore W/T è stato infiltrato via mare con il compito di organizzare il ricevimento e il successivo trasporto via terra dei rifornimenti inviati via mare.

Ci si aspetta che questi mezzi siano i più fruttiferi, sebbene la loro messa in opera sia stata ritardata dalla necessaria preparazione e dalle avverse condizioni meteorologiche.

Terremo informato il vostro ufficio circa ogni importante progresso che otterremo nella realizzazione di questi piani o di ogni altro nuovo progetto iniziato da noi.

(firmato) Betts

S/Ldr.
20° Dist. N° 1 SF




S E G R E T O
Rif: OP/I/19
30 Gennaio 1945

Capt. G.M.T. Jones,
Distaccamento OSS,
NIZZA


In riferimento al nostro OB/I/19 del 13 gennaio scorso, facciamo seguire un
ulteriore resoconto:

Due pattuglie di corrieri e una pattuglia per rifornimenti sono state inviate via terra oltre frontiera sin dal 13 gennaio; uno dei corrieri ha preso contatto con organizzazioni partigiane più remote di quelle contattate in precedenza, e ha riportato informazioni riguardo le centrali idro-elettriche e i centri di distribuzione in VAL MAIRA e in VAL VARAITA.

È nostra intenzione organizzare una squadra anti-sabotaggio con riferimento speciale per queste strutture. Il contatto radio con la nostra missione nell'area settentrionale è eccellente.

Il nostro Ufficiale di Collegamento Britannico nella Liguria Occidentale è stato disturbato dalla pressione Tedesca sulla Divisione a cui è stato inviato.

Il contatto radio è stato interrotto a causa dei suoi spostamenti, comunque un certo ammontare di informazioni tattiche ci è stato trasmesso da lui e successivamente passato a voi.

Il clima ha impedito l'arrivo clandestino a lui di rifornimenti in questo mese, ma in quello di febbraio è previsto un certo numero di operazioni al riguardo.

Firmato: M.P. Lam Capitano

per S/Ldr,
Distaccamento OC 20
N° 1 Forze Speciali
 
 
Negi, Frazione di Perinaldo (IM): uno scorcio

Bentley nella sua lunga intervista rilasciata a Mario Mascia per L’epopea dell’esercito scalzo (A.L.I.S., 1946, ristampa del 1975 a cura di IsrecIm) parlò anche della preparazione della sua missione tra i partigiani: nel fare questo si riferì, inoltre, alla Missione Kahnemann; aggiunse che per la sua aveva preso preventivo contatto con il comandante Stefano Leo Carabalona, il quale a metà dicembre 1944 era già in Costa Azzurra; dettagliò, poi, il suo arrivo via mare del 6 gennaio 1945 a Vallecrosia, dove era atteso da uomini del Gruppo Sbarchi (S.A.P.) di questa città: di questi fa solo i nomi, anche perché erano stati di ausilio nella fase preparatoria, di Nino, Mimmo, Tonino, aggiungendo, di quest'ultimo, che lo aspettò a Negi, Frazione di Perinaldo, dove dovevano poi arrivare, per scortarlo sino al Comando Operativo della I^ Zona Liguria, i garibaldini del battaglione di Gino Napolitano Gino. In effetti, in base alle disposizioni operative del comandante Holdsworth del 6 dicembre 1944, Bentley aveva già tentato con il radiotelegrafista caporale Millington di passare le linee ed entrare in Liguria attraverso i passi alpini: recavano con loro 500.000 lire per il compimento della missione e per aiutare i patrioti. Il maltempo e l’accresciuta sorveglianza tedesca avevano impedito il successo di questa manovra. Riprovando via mare, in una missione rinominata “Chimpanzee”, veniva accompagnato invece dal radiotelegrafista caporale MacDougall.
Adriano Maini

sabato 30 dicembre 2023

Dopo lo sbarco alleato in Provenza erano giunte a Camporosso altre truppe tedesche

Il torrente Nervia all'altezza di Camporosso, il centro urbano di Camporosso, le colline che separano Camporosso dalla Val Roia, visti dalle alture di Dolceacqua

Dolceacqua (IM): una vista sino alle colline della zona di Bevera, Frazione di Ventimiglia

La V brigata «L. Nuvoloni», ormai conscia dei prossimi drammatici giorni, aveva ritirato tutte quelle squadre garibaldine che si erano recate in missione e sospeso le azioni di guerriglia ad eccezione di quelle condotte dall'ufficiale alle operazioni «Doria-Fragola» [n.d.r.: Armando Izzo] che con una squadra del distaccamento «Leo» il 2 di ottobre [1944] aveva combattuto nei pressi di Saorge e di Camporosso, e delle quali abbiamo già parlato.
Quattro brigatisti neri vengono catturati e giustiziati perché sorpresi con le armi alla mano.
Durante una puntata a Torri (Ventimiglia), il nemico uccide i civili Ballestra Francesco e Ballestra Carolina.
Intanto si decide uno scambio di prigionieri; per questo motivo il 2 di ottobre da San Remo giunge a Pigna l'agente S.I.M. «Germano» per trattare lo scambio di quattro Tedeschi fatti prigionieri dal distaccamento di «Gino», contro quattro garibaldini condannati a morte, in mano nemica. L'incontro definitivo avviene ad Apricale tra i garibaldini «Nuccia» [Eugenio Kahnemann] e «Demetrio» da una parte e i Tedeschi dall'altra. L'appuntamento viene fissato per il giorno 9 (da una relazione di «Nuccia» e «Ormea» inviata il 6.10.1944 al Comando della V brigata).
Parte per la Francia il partigiano Pedretti Giulio (Corsaro) <7, come corriere staffetta presso la Missione Alleata (Leo) [Stefano Carabalona] <8, con lo scopo di organizzare i rifornimenti di armi alla V brigata e alla divisione «F. Cascione».
Viene respinta dal Comando partigiano la richiesta di trattative avanzata dai nazifascisti, conoscendo quanto valga la loro parola d'onore. I nazifascisti avevano, d'altronde, provveduto al piazzamento di batterie e di cannoni a San Giacomo (tra Camporosso e Ventimiglia), a Camporosso in val Roja a quattro chilometri da Ventimiglia, nei canneti presso Bevera e a Roverino (Casa Colli), con osservatorio a quota 475 di monte delle Fontane.
Per mezzo di un maresciallo i Tedeschi, alle 19 del primo ottobre, avevano invitato la popolazione di Isolabona ad abbandonare la campagna e far ritorno nel proprio paese con tutto il bestiame e le masserizie perché i giorni seguenti sarebbero iniziati gli attacchi contro Pigna, Castelvittorio, Buggio, ecc. con cannoneggiamenti di artiglieria pesante. Immediatamente la V brigata entrava in stato d'allarme e ordinava al primo distaccamento di trasferirsi nella zona prefissata di passo Muratone per prendere contatto col 4° [distaccamento] di stanza a Pigna. Il nemico stabiliva pure un presidio di venti uomini a Baiardo in casa Vighi che, a novembre, verrà sostituito da una compagnia di bersaglieri. Vi resterà fino alla liberazione (circa 150 uomini).
Dopo lo sbarco [degli Alleati] in Francia (15 agosto) erano giunte a Camporosso altre truppe tedesche oltre a quelle già presenti, ed il 15 di ottobre vi si insediava l'Ortskommandantur. Il Comando aveva ordinato in quei giorni la evacuazione forzata della popolazione delle frazioni di Brunetti, Balloi, Trinità, Ciaixe, che vennero occupate da truppe che costituirono una seconda linea in previsione di una avanzata delle forze alleate ormai giunte alla frontiera italiana.
Era stato minato tutto il letto del torrente Nervia e piazzate batterie costiere e antiaeree su tutte le alture: centinaia di mitragliere e cannoni. Per i lavori di fortificazione i Tedeschi rastrellano molti civili, tra questi Basso Giuseppe che muore il 20 di ottobre in un incidente. Il giorno 18 i Tedeschi fucilano per rappresaglia a Ventimiglia, in frazione Sant'Antonio, i civili in ostaggio Guglielmi Maria, Guglielmi Caterina, Guglielmi Carlo, Guglielmi Giovanni, Pegliasco Battistina e Tracchini Gino.
Il 26 attaccano per la terza volta il paese di Rocchetta Nervina seminando rovine; con questi metodi cercano di salvaguardare la nuova linea di difesa in assestamento. Per lo stesso motivo il 28 rastrellano senza pietà Olivetta San Michele e il 29, durante una giornata piovosa, la popolazione di Airole al completo è costretta alla deportazione. Deve andare a piedi fino a Tenda. Si verificano scene pietose di ammalati e di persone maltrattate; mamme lattanti sono costrette a camminare di corsa sotto la minaccia della frusta tedesca e così vecchiette cariche di fardelli e nipotini. Alcune persone riescono a fuggire e a nascondersi a Briga e Tenda. Muore la civile De Franceschi Ivone.
Colla popolazione di Airole ci sono anche quelle di Collabassa, di Olivetta, di Piena e di Fanghetto: vengono portate in treno fino a Torino e alloggiate alle casermette di Borgo San Paolo. I profughi non trovano nulla di preparato perché le autorità civili non erano state messe al corrente del loro arrivo. Poco cibo e nessun riscaldamento.
Morirono a Torino dieci abitanti di Airole e quattro di Collabassa. Molte famiglie della città pietosamente avevano ospitato nelle loro abitazioni i bambini dei profughi. I parroci avevano seguito la popolazione.
Dopo qualche giorno i Tedeschi decidono d'inviare i profughi, circa trecento persone, a Verona, con l'intento di internarli in Germania.
Intanto avevano bruciato completamente Airole e gli altri paesi di frontiera e fucilato i civili Boetto Giobatta e Pallanca Pietro.
[NOTE]
7 L'attività di Pedretti Giulio («Corsaro» o «Caronte») conta ben 27 traversate con motoscafo e barche a remi per il trasporto di materiale sulla costa italiana. Le armi che giunsero al Comando della V brigata furono trasportate in gran parte da lui. Inoltre, abitando egli a Ventimiglia, diede alloggio e ricovero a tutti coloro che erano di passaggio in missione, diretti o di ritorno dalla Francia e in conseguenza di ciò ebbe la casa distrutta per rappresaglia.
8 La missione «Leo» era composta da Luciano Mannini (Rosina), Pedretti Giulio, «Pascalin» [Pasquale Corradi] e da alcuni altri già menzionati precedentemente. Però la sua piena attività ebbe inizio nel dicembre del 1944 con la messa a punto di apparecchi trasmittenti. La missione continuò la sua opera anche per mezzo della cospiratrice «Irene» che, però, catturata dalle SS tedesche, fu motivo di pericolo per l'organizzazione. Inseguito dal nemico «Leo» riuscì a portarsi presso la clinica «Moro» per farsi medicare, di lì a Bordighera presso la Maternità e Infanzia ove venne curato e assistito. Poi, con la protezione di «Renzo il Rosso» [Renzo Rossi] e «Renzo il Lungo» [Renzo Biancheri], fu portato a casa del Rosso» [n.d.r.: nella testimonianza di Renzo Biancheri, invece, in casa sua] con a disposizione il dottor De Paoli. Deciso il suo trasferimento in Francia e imbarcato presso la postazione [a Vallecrosia] dei bersaglieri a contatto coi partigiani, dopo lo scambio della parola d'ordine «Lupo», in compagnia di «Rosina» e di «Renzo» [n.d.r.: dei due  Rossi e Biancheri] raggiunse la Francia in cinque ore di navigazione alla cieca. Ricoverato in un ospedale francese «Leo» poté essere strappato alla morte. (In modo più esteso i dettagli saranno narrati nel capitolo LIV).
Francesco Biga, Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), Vol. III. Da settembre a fine anno 1944, ed. Amministrazione Provinciale di Imperia e patrocinio IsrecIm, Milanostampa, 1977

mercoledì 10 maggio 2023

Bersaglieri fascisti nell'entroterra di Ventimiglia sul finire del secondo conflitto mondiale


San Bernardo - a sinistra - e Seglia, Frazioni di Ventimiglia (IM)

Giungemmo a Seglia [n.d.r.: Frazione di Ventimiglia] da Baiardo la domenica 3 dicembre 1944.
[...] Gli ufficiali, Guarino e gli altri, andarono a riconoscere le postazioni a cui eravamo destinati e noi rimanemmo tutto il giorno a bighellonare nelle vicinanze.
Versa sera ritornarono e ci incamminammo con loro verso la "linea". Giungemmo così alla Magliocca, "Bunker 10", nel più assoluto silenzio. Trovammo una squadra di tedeschi a cui demmo il cambio. Giussani, evidentemente preoccupato, chiese loro se avessero avuto delle perdite ma non ebbe risposta forse per il suo non perfetto tedesco. Avemmo comunque l'impressione che i 'camerati' desiderassero solo lasciare quella postazione il più celermente possibile e così fu.
Noi ci sistemammo nel Bunker, che consisteva in una costruzione di cemento armato dipinto di bianco, con delle finte finestre verdi e sinceramente non ho mai compreso bene questo tipo di mimetizzazione, cherendeva la nostra casamatta molto visibile.
Il giorno dopo constatammo che tutto intorno vi erano numerosi altri bunker abbandonati che avevano fatto parte del "Vallo del Littorio" del 1940.
Con me, oltre a Guarino, erano Dies, Bignardi, Duranti, Albertini, Giussani, Masera, Giannini e altri.
Iniziammo subito i turni di guardia, che dovevano essere svolti all'aperto. Le linee nemiche ben visibili erano parecchio distanti: non sfuggì comunque agli "inglesi" il trambusto del cambio ed il giorno dopo, festa di S. Barbara, ci regalarono una pioggia di cannonate che rappresentò il loro benvenuto. Non fu possibile ricevere il rancio per cui quella sera un paio di noi scesero a Calandri, un gruppetto di case a qualche centinaio di metri dal nostro Bunker, dove trovarono fagioli da semina abbondantemente cosparsi di naftalina e dove dividemmo poi con dei tedeschi, mezzi ubriachi, un buon quantitativo di vino.
Il giorno successivo Masera fu inviato al Comando di compagnia per vedere se poteva ottenere qualche rifornimento.
[...] Fummo ispezionati da Boni e da un altro ufficiale, che si resero conto di quanto la posizione fosse sotto tiro e fosse impossibile non subire perdite.
Il bunker, come detto, era ben visibile e con le porte rivolte, chissà perché, verso il nemico e fu il bersaglio per diversi giorni dell'avversario.
Franco Scarpini in Umberto Maria Bottino, I nostri giorni cremisi. 1943-1995, Attilio Negri srl, Rozzano (MI), 1995

Spesso, leggendo scritti di reduci di milizie della Repubblica Sociale, si apprendono, al di là delle quasi inevitabili considerazioni fatte come nostalgici del fascismo, aspetti di ordine storico singolari, se non inediti, da leggere - va da sé - in modo dialettico in un confronto con testi di storia della Resistenza e resoconti stesi da partigiani. Uno di questi casi si realizza con i libri (il primo - già citato -, che non registra solo memorie dell'autore, è anche una raccolta di spezzoni di diari e/o successive, interessate testimonianze di commilitoni), tra i quali si possono annoverare quelli di Umberto Maria Bottino, già appartenente al XX° battaglione (poi rinominato II° costiero) - bersaglieri - del 3° Reggimento della RSI, reparto in ogni caso inquadrato nella 34^ Divisione tedesca. "Eravamo più di 500 universitari o appena diplomati, quasi tutti volontari, in gran parte milanesi, poi parmigiani, cremonesi, bresciani e friulani. Ci presentammo alle scuole di Porta Nuova di Torino fra la fine d'ottobre e il mese di novembre del 1943... Dopo l'addestramento di Alessandria fummo inviati in Liguria schierati sul fronte occidentale minacciato dallo sbarco degli americani in Provenza. La punta avanzata del battaglione era schierata a Ponte S. Luigi, Valle del Roja e gli altri a Ventimiglia e Imperia". In questa occasione, tuttavia, vengono riferite anche altre fonti.
Adriano Maini 
 
Entrano a far parte della 34^ divisione [tedesca, comandata dal generale Von Lieb e dai subalterni generali Stanger e Muller, con Quartier Generale a Pigna, che si trasferirà in settembre (1944) nella Villa Bianca ad Ormea] pure reparti di bersaglieri autonomi della divisione «Italia».
Sono le compagnie del 2° battaglione (ex 20°), del 3° reggimento bersaglieri, ricostituitosi subito dopo l'8-9-1943 nelle province milanesi, al comando del tenente colonnello Alfredo Tarsia. Per tutto il periodo della Resistenza le compagnie 5^, 6^, 7^, 9^, 11^, e distaccamenti in posizioni anti-sbarco e anti-ribelli, si alterneranno tra il fronte e Ceriana, Baiardo, San Lorenzo, Arma di Taggia, Castellaro, ed altre località rivierasche. L'8^ compagnia presidia Albenga.
Quasi sempre i Comandi hanno la loro sede a Ceriana ed a Baiardo, il Comando del 2° battaglione è ad Imperia, prima agli ordini del maggiore Castelfori Guido, poi del maggiore Mistretta Antonio, ed infine del capitano Borroni Pietro.
In conseguenza dello sbarco alleato in Provenza (Francia meridionale), avvenuto il 15-8-1944, il battaglione si mette in movimento ed il 31 agosto assume il seguente schieramento:
5^ compagnia (La Volontaria): Montepozzo-Grimaldi (com. cap. Pietro Borroni);
8^ compagnia (Fantasma): Grimaldi-Bordighera (com. sot. ten. Cecchini, poi cap. Bologna);
6^ compagnia (La Silenziosa): Santo Stefano-San Lorenzo al Mare (com. cap. Josia);
Comando e comp. Comando: Arma di Taggia (com. cap. Francoletti, poi ten. Salvato);
7^ compagnia (Di Dio): Ceriana (com. cap. Italo Giannelli);
9^ compagnia (d'Assalto): Baiardo (com. cap. Inglese Francesco, caduto a Badalucco, poi ten. Buratti)
La 9^ compagnia, dopo essere stata decimata, viene ricostituita (44).
A metà gennaio 1945 la 6^ compagnia sostituirà la 5^ al fronte occidentale (francese). Contemporaneamente lo schieramento del 2° battaglione verrà modificato nel seguente modo:
6^ compagnia: Montepozzo-Grimaldi
8^ compagnia: Grimaldi-Camporosso
5^ compagnia: Camporosso-Bordighera
7^ compagnia: Bordighera-San Remo
9^ compagnia: Baiardo
Comando e compagnia comando: Ceriana.
Lo schieramento manterrà questa disposizione fino al 25 aprile 1945 (45). Dall'agosto al tardo autunno 1944, questi reparti subiscono perdite nelle azioni antipartigiane. Solo nella battaglia di Badalucco del 25-9-1944, perdono 37 uomini. A dicembre, per alleviare la depressione morale ed il senso della disfatta serpeggianti nelle file, Mussolini, ricevuto il tenente Sergio Bandera al Quartier Generale invierà, suo tramite, il seguente elogio al 2° battaglione: "... Porta ai bersaglieri del 2° battaglione il mio saluto ed il mio augurio, al capitano Borroni, a tutti gli ufficiali ed a tutti i reparti il mio elogio per il loro comportamento e di' loro che considero i bersaglieri del 2° battaglione come antesignani della rinascita dell'Esercito Repubblicano (46)...". Ma ciò non serve a bloccare il definitivo declino dell'efficienza militare dei suddetti reparti, menomata anche dalle continue e massicce diserzioni. L'ex bersagliere Riccardo Vitali (Cardù) diverrà addirittura commissario del 10° distaccamento mortaisti della V^ Brigata Garibaldi "L. Nuvoloni" e cadrà eroicamente nella battaglia di Baiardo il 10 marzo 1945.
[NOTE]
44 Vedi opera citata di G. Pisanò, fascicolo 32.
45 Opera citata come sopra.
46 Da "L'Eco della Riviera", giornale della Federazione Fascista d'Imperia, del 3-12-1944.
                                          Francesco Biga, Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), Vol. III. Da settembre a fine anno 1944, a cura dell'Amministrazione Provinciale di Imperia e con patrocinio Isrecim, Milanostampa Editore, Farigliano, 1977
 
Fin dai giorni immediatamente successivi all'8 settembre il Ten. Col. Alfredo Tarsia chiamò a raccolta a Milano (tramite radio e stampa), presso la caserma del 3°, i bersaglieri che non intendevano accettare la resa di Badoglio. Ad essi si aggiunsero anche soldati di altre armi e, in gran numero, molti studenti soprattutto lombardi. Il 10 ottobre fu già possibile formare i Btg. LI, XX, XXV, XVIII, inviati in Piemonte, nella zona di Alessandria, per l’addestramento. Il 29 gennaio 1944, in 5000, giurarono fedeltà alla RSI. Il 20 febbraio il reggimento fu però sciolto e i battaglioni divennero autonomi cambiando numero. Nell’ordine I (zona Genova Pietra Ligure), II, III (da Savona a Genova), IV (da Rapallo a La Spezia), della difesa costiera al servizio dell’Armata Liguria. A fine agosto, però, il III Btg fu spostato sul fronte francese. I battaglioni seguirono strade diverse nei giorni della liberazione.
Redazione, 3° Reggimento Bersaglieri, la corsa infinita
 
La centrale elettrica di Bevera, Frazione di Ventimiglia (IM)

Il giorno dopo, 25 maggio '44, al mattino presto, fanno saltare [n.d.r.: adattando un obice recuperato sul momento tra le giacenze abbandonate dal disciolto Regio Esercito in una galleria dei forti di Marta] un traliccio dell'alta tensione che portava la luce da Bevera a San Dalmazzo [n.d.r.: San Dalmazzo di Tenda, oggi Val Roia francese, dipartimento delle Alpi Marittime] e alimentava la ferrovia e altri servizi. Il traliccio era molto più in basso dei forti e per raggiungerlo devono scendere. In seguito a tale azione la corrente viene interrotta.
Saltato il traliccio, Erven e i suoi due compagni risalgono a Cima Marta a prendere gli zaini... partono alla volta de "La Goletta" il giorno stesso (25 maggio 1944). Lungo la strada fra la nebbia ancora vicino a Cima Marta incontrano un capitano iugoslavo, di nome Jasic, liberato da un campo di concentramento, proveniente da Oxilia (provincia di Savona) e diretto in Francia... 
Giovanni Strato, Storia della Resistenza Imperiese (I^ zona Liguria) - Vol. I. La Resistenza nella provincia di Imperia dalle origini a metà giugno 1944, Editrice Liguria, Savona, 1976, ristampa del 2005 a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia 

Ventimiglia (IM): uno scorcio della collina di Collasgarba

Il distaccamento bersaglieri di Bertelli venne in seguito inviato a presidiare il caposaldo in Collasgarba, collina in zona Nervia di Ventimiglia (IM).
Per la costruzione colà di una trincea a difesa della postazione dotata di cannone anticarro vennero impiegati operai della Todt, tra i quali i fratelli Biancheri di Bordighera.
Con i fratelli Biancheri il sergente Bertelli esternò cautamente i sentimenti di disapprovazione della condotta della guerra.
I fratelli Biancheri favorirono l’incontro di Bertelli con il dottore Salvatore Turi Salibra/Salvamar Marchesi, membro di rilievo della Resistenza, ispettore circondariale del CLN di Sanremo per la zona Bordighera-Ventimiglia, fratello del prof. Concetto Marchesi, quest’ultimo, come noto, un insigne latinista, a sua volta impegnato nella Resistenza a livello nazionale.
Gli incontri con il dottore Marchesi avvenivano in un albergo sito sulla Via Romana a Bordighera (IM), dove, tra l'altro, Bertelli collaborò alla stesura di alcuni volantini inneggianti alla fine della guerra ed esortanti alla diserzione, che furono clandestinamente lasciati nei locali e nei luoghi frequentati dalle truppe.
Con la collaborazione del sergente Bertelli, quando egli ed i suoi uomini erano di servizio a Vallecrosia, poterono realizzarsi diversi collegamenti clandestini via mare da e per la Francia liberata, effettuati dal Gruppo Sbarchi di Vallecrosia.
Giuseppe Mac Fiorucci, Gruppo Sbarchi Vallecrosia, Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia <Comune di Vallecrosia (IM) - Provincia di Imperia - Associazione Culturale "Il Ponte" di Vallecrosia (IM)>, 2007

La zona di Calandri (case sulla sinistra), Località di Ventimiglia (IM)

Bevera, Frazione di Ventimiglia (IM)

Nel '44 il fronte si fermò lì come nel '40, solo che questa volta la guerra non finiva, e non c'era verso che si spostasse. La gente non voleva fare come nel '40, di caricare quattro stracci e le galline su un carretto, e partire col mulo davanti e la capra dietro. Nel '40 quand'erano tornati avevano trovato tutti i cassetti rovesciati in terra e fèci umane nelle casseruole: perché si sa che gli italiani da soldati quando possono fare dei danni non guardano né amici né nemici. Così rimasero, con le cannonate francesi che arrivavano giorno e notte a piantarsi nelle case e quelle tedesche che fischiavano sopra la testa.
[...] La Val Bévera era piena di gente, contadini e anche sfollati da Ventimiglia, e s'era senza mangiare; scorte di viveri non ce n'era e la farina bisognava andarla a prendere in città. Per andare in città c'era la strada battuta dalle cannonate notte e giorno. Ormai si viveva più nei buchi che nelle case e un giorno gli uomini del paese si riunirono in una tana grande per decidere.
Italo Calvino, La fame a Bévera in Ultimo viene il corvo, Einaudi, 1969

Bevera, Frazione di Ventimiglia (IM)
 
II ponte che attraversa la Bevera e approda al borgo che pur Bevera si chiama, poco a monte del punto in cui le sue acque confluiscono nel Roja è, a valle, l’unico legame tra le due sponde. Non l’ho mai attraversato, perché tutta l’attività della mia squadra si svolse nel triangolo che aveva base la costa, e segnava i suoi lati tra Ventimiglia e Seglia, in Val Roja, da una parte, Latte e Ponte San Luigi, dall’altra: il terzo lato era sguarnito. Ci pensavano altri. Sottoposto a incessanti tiri di artiglieria, dal mare e dai monti, e di mortaio, era di giorno quasi invalicabile: ma quando dovevano attraversarlo, i bersaglieri calzavano ben visibile il fez cremisi...
Per le postazioni oltre il ponte, addetta a tali rifornimenti alimentari era la squadra della Pac. Un bersagliere attraversava veloce, a razzo, il ponte, mentre un altro tratteneva il mulo. Poi, un gran colpo sulle natiche, inferto con una bomba a mano tedesca (di quelle a martello) e il mulo così "bastonato" per scappare correva oltre il ponte. Il bersagliere seguiva poi di corsa, in modo che l’attraversamento del ponte offrisse ben poco spazio ai tiri incessanti dei mortai nemici. Sono, personalmente, in grado di apprezzare questa elementare tecnica mulattiera. In condizioni forse peggiori avevo ingaggiato una vibrata colluttazione con un mulo per costringerlo ad attraversare un ponticello: e sul suo basto pesava un quintale di munizioni in grado di eliminare, se fossero scoppiate, il mulo, me e quanti altri erano nelle vicinanze. In guerra ragazzi, ci vuole esperienza e tecnica! Escluso il vettovagliamento per i reparti agli avamposti (Grimaldi e Mortola) il resto del battaglione trovava le fonti di rifornimento in Bordighera, presso il Comando di battaglione, in quel tempo colà dislocato. Ad un ristorante di Bordighera ricorrevano, per un plus, i più sfacciati (o i più affamati?). La linea alleata correva, dirimpettaia, sul crinale delle Alpi Marittime, cioè sul crinale del gruppo del Grammondo.
Tra le due linee la terra di nessuno, di un centinaio di chilometri quadrati. Il vuoto per dividere gli eserciti e per dar modo di capire cosa succedesse.                                                                                  Umberto Maria Bottino, Sapevamo di perdere, Attilio Negri srl, Rozzano (MI), 1993
 
Il 20 dicembre 1944 i bersaglieri fascisti della “9^ compagnia della Morte” di stanza a Baiardo, comandati da un tenente di nome Franco Buratti, di Corniglio (Parma), incominciano ad usare violenza, a spargere terrore e morte, a torturare e a macchiarsi d'infami delitti. Spalleggiano il tenente nelle azioni criminose aguzzini come i sottufficiali G.C. Medioli e G. Terragni. Hanno la sede nell'albergo Miramonti e nei momenti cruciali della lotta non esitano a farsi scudo con la popolazione civile inerme. Altrimenti irrompono nelle case, asportano ogni cosa, compiono prelievi notturni, interrogatori forzati, sevizie brutali contro persone ritenute favorevoli ai partigiani. Un giorno arrestano i giovani Silvio Laura (Fulmine), Luigi Laura (Gino), Giobatta Laura (Paolo) e Mario Laura (Freccia). Il tenente Buratti ne ordina l'interrogatorio eseguito dai suddetti ufficiali e soldati. Dopo indicibili torture, tradotti a San Remo, dove sono obbligati a scavarsi la fossa, vengono trucidati dalle S.S. Tedesche il 24 gennaio 1945. Oltre che dai Tedeschi, la 9^ compagnia è codiuvata nei rastrellamenti da due o tre spie locali, tra cui l'amante del Buratti, il quale non risparmia mai le persone da lei segnalate e su cui inveisce con crudele malvagità. La compagnia opera scassi e furti, rapina le scorte alimentari della popolazione, saccheggia il negozio di Eugenio Laura, padre di un caduto. Per mesi i bersaglieri tengono forzatamente presso di loro donne e ragazze che seviziano in ogni modo. Anche parecchi uomini subiscono la stessa sorte, rinchiusi nelle carceri dell'albergo trasformato in caserma. Per lungo tempo tengono prigionieri i cittadini: Luigi Laura, Gio. B. Chierico, Sergio Boeri, Giacinto Moriano, Michele Laura, Bartolomeo Novelli, Eugenio Chierico, Antonio Aurigo, G.B. Taggiasco, Antonio Moriano, Eugenio Laura, Nicola Rosafino, Antonio Pannaudo, Marco Taggiasco, ecc. Danversa Giuseppe uscirà dalle carceri col volto irriconoscibile per le sevizie subite.
Francesco Biga, Op. cit.
 
Lodi Silvio "Nello", bersagliere
Nato a Pegognaga (MN) l'11.11.1925.
Contadino, presta servizio militare nei Bersaglieri a Genova dal dicembre 1943 al 1 Agosto 1944 in un battaglione costiero.
Il 25 dello stesso mese entra nelle formazioni partigiane della 2a Divisione "Cascione" e fa parte di un Distaccamento della 5a Brigata "Nuvoloni" comandata da "Vitò" che opera nell'Alta Val Nervia.
Il 29 agosto 1944 è già in azione a Pigna: poi Baiardo ed in tutta la zona operativa.
A partire dall'11 ottobre 1944 partecipa alla ritirata che condurrà il grosso delle forze della resistenza a Fontane in Val Corsaglia, dopo il tragico rastrellamento di Upega.
Il 6 gennaio 1945 partecipa ad una azione contro il presidio repubblichino di Carpenosa ma viene catturato nella zona tra Castelvittorio e Baiardo durante un rastrellamento a fine mese.
Creduto semplicemente un renitente ai bandi di arruolamento della R.S.I. viene imprigionato per alcuni giorni e tenuto in seguito come ostaggio fino al 25 marzo.
Dal 13 aprile 1945 sarà di nuovo presso le formazioni con il settimo e il sesto distaccamento fino alla liberazione ed alla successiva smobilitazione del 25 maggio 1945.
Vittorio Detassis

Mortola, Frazione di Ventimiglia (IM)

Grimaldi, Frazione di Ventimiglia (IM): la strada statale poco prima di Ponte San Luigi

Le formazioni fasciste avevano in provincia di Imperia una composizione eterogenea. Oltre ai soldati della G.N.R., delle Brigate Nere e dei Bersaglieri, operavano reparti delle Divisioni Monte Rosa, Muti, Cacciatori degli Appennini, San Marco, "X^ Flottiglia Mas" e qualche SS italiana.
Agirono anche diversi gruppi di SS tedesche, che avevano come principale compito quello di effettuare rastrellamenti ai danni delle formazioni partigiane [...] Un dispaccio partigiano (documento in Archivio Isrecim) riportava a marzo 1945 che [...] i bersaglieri con una compagnia comando a Bordighera, 3 compagnie dislocate al fronte tra Latte, Frazione di Ventimiglia, ed il Grammondo, 2 compagnie di copertura tra San Lorenzo al Mare e Riva Ligure, ed ogni compagnia disponeva di 5 mortai [...]
Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell’Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945), Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998-1999   
 
20 giugno 1944
Stamane, all'Umberto I [nota dei curatori del libro: La Ridotta dell’Annunziata, adattata a caserma, aveva per titolo “Umberto I”] vi erano dei soldati di sentinella col fucile e l’elmetto in testa, ma per il resto vestiti in borghese. È la classe del '26 che è stata appena chiamata alle armi. A Ciotti [n.d.r.: località del ponente di Ventimiglia, prossima alla Frazione Latte], due militi della Confinaria sono morti in seguito allo scoppio di mine disseminate dai tedeschi. La scorsa notte, circa 200 uomini, fra richiamati e operai della Todt, hanno preso la via della montagna per raggiungere i ribelli che, oggi, hanno fatto saltare il ponte di Perinaldo.
21 giugno 1944
Anche stanotte, altri giovani sono andati a raggiungere i ribelli. Continuano i bombardamenti, sulla Riviera e ovunque. Torino ha subito la 35^ incursione aerea, anche a Genova le rovine sono immense.
22 giugno 1944
Stanotte, alle due e un quarto, abbiamo avuto un brusco risveglio. L'allarme, seguito poi da un'infinità di apparecchi.
Come al solito, non avevamo idea di alzarci, ma il grande chiarore ci ha fatto andare a curiosare dalla finestra. Che spettacolo, il primo per noi! Che fuochi e poi certo anche spari! Non siamo stati ad indugiare prima di uscire di casa e metterci al sicuro. Se avessimo aspettato ancora un po' saremmo stati tutti belli e finiti. Tre bombe sono cadute sotto la casa di Lanfredi, delle quali due solo esplose. Povera nostra campagna, come è rimasta desolata, quanto danno abbiamo avuto! Però, possiamo dirci fortunati che non hanno avuto nessuna avaria le vasche e la tubazione. I danni della casa, neanche questi sono ingenti. Il danno più grosso è nella vigna perché anche le viti sono rovinate.
La durata dell'allarme è stata di 50 minuti, il bombardamento di 22 minuti, le bombe, lasciate cadere su Ventimiglia e dintorni, un'infinità. Cominciando dalla salita degli Scuri, Rivai, Marina, Piazza Vittorio Emanuele, Gallardi, Siestro, Via Chiappori, Via Roma, Sottoconvento, Via Cavour, Via Mazzini, la Mortola. Queste sono le zone che più delle altre presentano i segni della distruzione causata dalle bombe nemiche.
Caterina Gaggero Viale, Diario di Guerra della Zona Intemelia 1943-45, Edizioni Alzani, Pinerolo, 1988
 
Villatella, Frazione di Ventimiglia (IM)

La popolazione che aveva abitato i villaggi di Villatella, Torri, Calvo, Bevera e altri, era già stata fatta sgomberare, una prima volta, dal Regio Esercito nel giugno 1940. Poi, dopo l’armistizio con la Francia, molti erano tornati, ma quando gli Alleati sbarcarono in Provenza, e il fronte si stabilizzò tra il Grammondo e il Roja, si ripresentò la necessità dello sgombero, questa volta intimato dal Comando tedesco, e per salvaguardare la popolazione locale, ma soprattutto per evitare intelligenze col nemico. Questa volta non tutti sfollarono e alcune famiglie si abbarbicarono nelle loro case, come non avevano fatto nel 1940. Prima del nostro intervento in linea questo territorio era battuto dalle pattuglie inglesi e alleate: dopo il colpo di mano fu territorio prevalentemente percorso da bersaglieri in perlustrazione, di ronda, in azioni di controllo: i bersaglieri della quinta, in dicembre-gennaio, e delle sesta e settima compagnia poi unitamente a modeste pattuglie della Wehrmacht.
Al di qua del crinale, nella valle del Roia era ammessa, ma estremamente rischiosa, la sopravvivenza dei civili. Le olive venivano raccolte dalle ragazze e qualche frantoio oleario lavorava ancora arrangiando compromessi con bersaglieri e tedeschi. A Bevera c’era anche una panetteria col forno in funzione, e poca farina.
Era utile essere pronti ad emettere il regolamentare "Altolà! mani in alto!". Si potevano incontrare strani personaggi. Ne incontrò uno una pattuglia sotto il Longoira. "Altolà! Mani in alto!". "Siamo amici" e mostrò un lasciapassare firmato dal maggiore Geiger, sovraintendente tedesco del settore. Dietro al capo due spaventatissime e titubanti figure. Li porto di là, dice il capo. Voleva far intendere che si trattava di spie, ma, dalla paura che trasudava dai loro volti, potevano anche essere staffette partigiane di collegamento, o, perché no, ladri di preziosi. "Non vi avevo avvertito che avremmo incontrato i bersaglieri?" dice il capo, e rivolto ai due, li rincuorò "Non ve l’avevo detto? Tutto a posto" e si avviò verso le cime, ingoiato dalla notte...
Oltre il ponte vissero la loro avventura molte squadre della quinta, della sesta e settima compagnia. Che allungavano la loro attenzione - in terra di nessuno - fino a Torri, quattro case disabitate e semidistrutte. Da lì principiavano la loro incessante attività le pattuglie dei perlustratori. Di ciò che è avvenuto oltre il ponte ho solo notizie da altri: alcune di allora, fresche di giornata, altre di oggi, col valore delle rimembranze e delle testimonianze... Prima preoccupazione del Comando della 34^ divisione [tedesca] era che la terra di nessuno, il cuscinetto tra i due schieramenti, fosse occupata silenziosamente dal nemico: ma che, nell’eventuale tentativo, scattassero gli opportuni allarmi. Le pattuglie, formate di volta in volta ad hoc con la partecipazione di elementi, molte volte volontari, provenienti da squadre diverse, e gli avamposti di Ponte San Luigi, Mortola, S. Antonio, Villatella e Torri (cui si arrivava anche da Monte Pozzo, ove avevano sede nei mesi di dicembre e gennaio, arretrati e pacifici, gli uomini di Salafia, con il quattrocchi Radice Luigi e Minniti il cuoco, Rovella, Benedusi ed altri) avevano una funzione di campanello d’allarme.
Villatella, un agglomerato di rustici e baite, fu recapito provvisorio per un'altra pattuglia, della quale fecero parte Luigi Radice - che spontaneamente si offriva ogni volta che c’era l’occasione - Aristide d’Alessandro, Paolo Ferrante, orfano di una medaglia d’oro caduta in terra abissina, due tedeschi ed altri bersaglieri. Sette notti a spasso tra i dirupi che salgono dalla Bevera alle cime del gruppo Grammondo. Scopo: catturare pattuglie nemiche, non lasciare tracce, sotterrare i rifiuti. Possibilmente non sparare: combattere all’arma bianca. Ma chi mai ci aveva addestrato a questa evenienza? Per dormire si fermarono in varie case del paesino. Cinque bersaglieri al lato nord, cinque al lato sud e cinque al centro del paese. S. Antonio fu raggiunta da uomini del secondo plotone: il paese era devastato: mobili e masserizie rovesciate per le strade, il sospetto dei fantasmi era evocato da lenzuola mosse dal vento. In questo scenario da day after, in questa atmosfera allucinante, appena giunti al fronte, per curiosità, si inoltrarono, passeggiando, Palieri e Soragna: udirono rumori. Comparvero due militari nemici, anche loro a passeggio. Nessuno dei quattro era in assetto da combattimento: si rivolsero la parola, uno dei due si chiamava John, nipote di siciliani. In un pessimo inglese e cattivo italiano si scambiarono pane bianco e olio. Okay John. A Natale, dall’una e dall’altra parte della Valletta, ci fu uno scambio di auguri. Merry Christmas, Raf. Buon Natale, John...
Umberto Maria Bottino, Sapevamo di perdere, Attilio Negri srl, Rozzano (MI), 1993
 
Torri, Ventimiglia - 14 dicembre 1944
Pattuglie di soldati tedeschi e di bersaglieri della R.S.I. circondano il paese ed iniziarono la ricerca dei civili presenti. Tutti quanti furono catturati e trucidati sul posto ed abbandonati sulla piazza e tra i vicoli del paese.
Giorgio Caudano, Gli eroi sono tutti giovani e belli. I caduti della Lotta di Liberazione. I^ Zona Liguria, ed. in pr., 2020

[ n.d.r.: tra le pubblicazioni di Giorgio Caudano: Marco Cassini e Giorgio Caudano, Bordighera al tempo di Bicknell e Monet, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2021; Giorgio Caudano, L'immagine ritrovata. Ventimiglia e dintorni nei dipinti dell'Ottocento e primo Novecento, Alzani Editore, 2021; (a cura di) Paolo Veziano con il contributo di Giorgio Caudano e di Graziano Mamone, La libera Repubblica di Pigna. Parentesi di democrazia (29 agosto 1944-8 ottobre 1944), Comune di Pigna, IsrecIm, Fusta Editore, 2020; Giorgio Caudano, Dal Mare alla Trincea... memorie di uomini, BB Europa, Cuneo, 2019; Silvia Alborno, Gisella Merello, Marco Farotto, Marco Cassini, Giorgio Caudano, Franck Vigliani, curatori della mostra Claude Monet, ritorno in Riviera, catalogo a cura di Aldo Herlaut, Silvana Editoriale, Milano 2019; La Magnifica Invenzione. I pionieri della fotografia in Val Nervia 1865-1925, a cura di Marco Cassini e Giorgio Caudano, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2016; Giorgio Caudano, Pigna. Storia di un paese, ed. in pr., 2016  ]

Bordighera (IM): in primo piano una vista su Vallecrosia e Ventimiglia, sulla sinistra sulla Costa Azzurra, sulla destra su Mortola

Chiamato anche battaglione universitario [n.d.r.: il II battaglione bersaglieri della difesa costiera ex XX], era comandato dal maggiore Guido Castellara. La prima destinazione come costiero l'ebbe fra Varazze e Savona. Fino allo sbarco americano in Provenza (agosto 1944) il lavoro fu di routine dopo non più. Ridislocato alla Frontiera Francese ebbe la 5a compagnia a Grimaldi, la 6a a S. Lorenzo, 7a a Ceriana e 8a a Bordighera. Comparve anche una 9a nell'entroterra. Così diceva il corrispondente di guerra Guglielmo Haensch: ".... nei sotterranei di un albergo sbrecciato è appostata la squadra del Bersagliere Guarino, sergente fiumano. Dalla feritoia, dinanzi a noi, Mentone. Oggi Guarino è piuttosto assonnato (2 notti di pattuglia) ma l'arrivo degli ospiti lo ravviva. Si mangia, oggi pranzo di gala. Sono tutti ragazzi magnifici. Quando c'è da uscire di pattuglia è una gara per ottenere di far parte delle spedizioni. Così si svolge la vita dei Bersaglieri del II a pochi passi dal nemico". A Settembre gli scontri con americani e partigiani si fanno intensi. La compagnia di Inglese venne annientata a Badalucco. Altri scontri cruenti si ebbero a Ceriana a fine mese. L'inverno fu relativamente tranquillo. All'ordine di ritirata, impartito dai tedeschi della 34a div., tutti i reparti si ritrovarono sulla Aurelia fino ad Imperia. Da qui presero per Ormea, Garessio, Ceva e Mondovì dove sbucarono il 29 aprile 1945. Il 3 maggio raggiunta Ciriè il reparto si sciolse nelle mani del CLN che garantì la prosecuzione fino ad Ivrea degli Ufficiali.
Redazione, Il II battaglione bersaglieri della difesa costiera ex XXla corsa infinita

San Biagio della Cima (IM)

L'11 novembre 1944 i bersaglieri avevano saccheggiato San Biagio della Cima e fucilato a San Remo il sapista Orlandi Osvaldo (Vado), di Giuseppe, nato a Imperia il 3.5.1927.
Francesco Biga, Op. cit.


Mentone

Bruno Guarino nasce a Fiume nel 1922. Appena diciassettenne (1940) si arruola volontario e tale rimane anche dopo l’8 settembre nelle fila della Repubblica Sociale Italiana militando nel II btg costiero dal 3° Reggimento Bersaglieri che combatte sul fronte francese (tra Mentone e Monte Pozzo) dall'Ottobre 1944 all'Aprile 1945. Queste pagine autobiografiche sono una testimonianza del travaglio sofferto dai giovani che, durante il conflitto mondiale, offrirono gioventù e vita alla Patria con lealtà ed amore filiale. "Questo" - scrive Guarino - "fu il vero motivo del volontariato della stragrande maggioranza di noi: un bisogno sincero e prepotente di ridare alla nazione la perduta dignità; senza o con poche sfumature politiche". Il racconto di quei drammatici avvenimenti si snoda con stile semplice e limpido, senza demagogia o retorica, caratterizzato com'è dal sereno, talora ironico, distacco con cui l'Autore descrive la sua odissea poi da prigioniero. Il volontarismo della Repubblica Sociale fu un fenomeno complesso che Guarino coglie nella sua essenza.
Redazione, Bruno Guarino, La guerra continua, Bonanno Editore, Palermo, la corsa infinita
 
Amedeo Anfossi: nato a Sanremo il 27 novembre 1915, milite della GNR in servizio presso il Comando Provinciale della GNR, compagnia di Sanremo
Interrogatorio dell’8.6.1945: "[...] Verso il 20 febbraio 1945 ho preso parte al rastrellamento effettuato nella zona di Baiardo unitamente ad una quindicina di altri militi, un reparto di bersaglieri, brigate nere e soldati tedeschi. Noi della GNR eravamo al diretto comando del Tenente Salerno Giuseppe. Io ero adibito al servizio di conducente di una carretta per il trasporto dei rifornimenti [...]
Leonardo Sandri, Processo ai fascisti: una documentazione, Vol. 9 - Liguria: Imperia - Savona - La Spezia, StreetLib, Milano, 2019 

21 aprile 1945
Ieri sera verso le dieci una granata ha ucciso due bersaglieri, col cavallo che transitavano davanti alla drogheria...
22 aprile 1945
Pochi spari, tutti parlano della fine guerra. I bersaglieri sono silenziosi, non hanno più la baldanza che avevano in questo poco tempo passato, non fanno più tutta quella maffia che facevano con quelle tre ragazzotte tutti i giorni, con quei due sandolini a navigare nel fiume.
Caterina Gaggero Viale, Diario di Guerra della Zona Intemelia 1943-45, Edizioni Alzani, Pinerolo, 1988