martedì 8 dicembre 2020

Il Contadino, 8 dicembre 1944


Fonte: Rete Parri


Fonte: Rete Parri

I temi trattati da questo giornale, Il Contadino, datato 8 dicembre 1944, sono consoni al titolo e si rivolgono ai lavoratori della terra, con invito a costituire, in ogni paese dell’entroterra imperiese, le S.A.P., Squadre di Azione Patriottica.

Come anche altri fogli promossi dal Partito Comunista, il giornale veniva stampato in clandestinità presso la tipografia di Villatalla, Frazione del comune di Prelà (IM), i cui responsabili erano: Giovanni Acquarone “Barba”, Riccardo Parodi “Ramingo” ed Enrico Amoretti. La tipografia nel novembre del 1944 cessò di funzionare a causa di varie vicissitudini: arresto degli addetti (2/11/1944), rastrellamenti dei tedeschi nel paese di Villatalla. Nel mese di dicembre 1944 si cercò di spostare la tipografia a Pianavia (frazione del comune di Vasia) però nei giorni 25 e 26 dicembre 1944, a causa di una spiata, ebbero luogo altri rastrellamenti. I tedeschi svolsero indagini, interrogando la popolazione del luogo, alla ricerca dei macchinari tipografici. Nel mese di gennaio 1945 venne scoperto il nascondiglio e i macchinari caddero nelle mani dei tedeschi.
 
Segretario della Federazione Provinciale imperiese del Partito Comunista era Giacomo Castagneto, “Elettrico/Antonio" [che aveva già svolto un ruolo importante nelle scelte decisive di Felice Cascione], che alla fine di gennaio 1944 lasciava, su indicazione del Partito comunicatagli da Giancarlo Pajetta, il suo incarico per trasferirsi a Cuneo. Gli subentrava Carlo De Lucis, "Mario" [in seguito commissario della Divisione d'Assalto Garibaldi "Silvio Bonfante"], il quale a sua volta veniva sostituito, nell’aprile 1944, da Augusto Miroglio "Barese", addetto anche alla stampa clandestina.


Bibliografia:
- Francesco Biga, Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), Vol. III, a cura Amministrazione Provinciale di Imperia e patrocinio IsrecIm, Milanostampa Editore - Farigliano, 1977
- Augusto Miroglio, Venti mesi contro venti anni (Quando la ribellione è dovere), Farigliano, Milano Stampa 1968 [II edizione completata e aggiornata]
- Francesco Biga, Ersilia Castagneto, “Mumuccio” Giacomo Castagneto, splendida figura dell’antifascismo militante imperiese e della Resistenza ligure-piemontese. Personaggio che rimarrà sempre vivo nei nostri ricordi e caro nei nostri cuori, Chiusanico, Ed. Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia, 2002.



Notizie desunte in base alla scheda compilata da Sabina Giribaldi, IsrecIm
 
Istituto Nazionale "Ferruccio Parri"


sabato 5 dicembre 2020

Il comandante Vitò ed i suoi partigiani al ballo di Perallo, ma anche in una vana ricerca di sale

                                                       Perallo - Fonte: Mapio.net
 
Fu un momento veramente entusiasmante. Si celebrava in Perallo [Frazione di Molini di Triora (IM)] il 19 marzo 1944 la festa patronale di San Giuseppe.
Le funzioni religiose della Messa e della processione erano fondamentali, ma dopo, nel pomeriggio, specie ad opera dei giovani, si organizzava il ballo. Ed al ballo interveniva la gioventù di tutti i paesi limitrofi ed anche da paesi distanti. 
 
Su tutte le strade dell'Alta Valle Argentina, in posizioni strategiche, i nazifascisti avevano organizzato posti di blocco e piccoli fortilizzi in previsione di un attacco dei partigiani, in realtà non ancora costituitosi in forze organizzate, ma tutti erano convinti che lo fossero. 
 
Correva anche la voce che sulle alture, a corona dei monti, da Margheria dei Boschi a Torraggio, a Prea Veglia, a Cima Marta, a Colle Sanso, al Saccarello il principe di Piemonte, con più di quattromila uomini si fosse posto a difesa ed in lotta contro i tedeschi. Ma era semplice fantasia o propaganda depressiva ed inganno. Su quei monti vi erano solo contadini del luogo, che sudavano per ricavare dal taglio del fieno e degli alberi concessi, il pane quotidiano. 
 
Alla Goletta avvenivano i preparativi per la prima uscita. Vitò ["Ivano", Giuseppe Vittorio Guglielmo] parlava ai suoi. "Ragazzi, nel pomeriggio, andremo al ballo di Perallo". Tutti applaudirono entusiasti, ma dopo qualche momento apparvero le prime incertezze.
"Andremo armati?" "Certo. Tutti devono vederci in perfetto assetto di guerra". "E non ci sarà pericolo?". "Chi non risica non rosica". Tutti si prepararono ad arma a tracolla, si tennero pronti per le istruzioni. "Vi raccomando di obbedire a tutti i miei ordini. Cammineremo in fila indiana, a qualche distanza gli uni dagli altri. Non si devono usare le armi senza il mio ordine". "Le teniamo cariche le armi?" "Certo. Non vi sono guardiacaccia. Potremo però incontrare i fascisti o tedeschi. Ciascuno deve coprire con la sua arma il compagno davanti". "E in caso di ritirata come ci dobbiamo comportare?" "Dobbiamo fare una avanzata e non una ritirata. Nessuna imprudenza e nessuna spavalderia. Comportiamoci come bravi ragazzi che vanno ad una festa". 
 
Sulla carrozzabile Carmo Langan - Molini di Triora il gruppo incontrò una pattuglia di fascisti che si stavano recando al loro accampamento. L'incontro improvviso e non previsto non fu drammatico. Vitò fermò i suoi uomini. "Non usate le armi se prima non sparerò io. Nessuno dia segni di nervosismo. Calma". 
Avanzò lui col mitra a tracolla e si comportò come un comune passante. I fascisti, sette o otto, erano disarmati. Solo alcuni avevano la rivoltella. "Buongiorno, ragazzi. Come mai non andate al ballo?"
Non risposero e si fermarono tutti, perchè vedevano arrivare gli altri partigiani. Era dipinto sul loro viso un certo timore. "Non abbiate paura. Non veniamo con intenzioni aggressive. Voi andate per la vostra strada e lasciateci in pace. Siamo l'avanquardia di un battaglione di partigiani che sta dirigendosi verso queste parti". I fascisti non si mossero. Avevano davanti uomini armati tutti di mitra. 
 
Dice Vitò: "I fascisti erano giovani di prima leva. Si vedeva. Inesperti e impauriti. Li accerchiamo ma con fare di amici. Non dovevamo metterli nella condizione di usare le armi, anche se ne avevano poche e non adatte a contrastare i mitra. Avevano delle belle pistole alla cintola ed anche i miei uomini le guardavano con cupidigia. Avremmo potuto disarmarli facilmente, ma mi premeva far sapere che i partigiani erano forti e soprattutto che volevano combattere i tedeschi e non gli italiani, anche se fascisti a meno che..."

Parlai a loro: "Vedo che siete giovani, appena arruolati. Siete italiani e contro di voi non abbiamo alcun rancore; il fatto che siate fascisti non comporta ancora per noi di considerarvi nemici, a meno che... non siate voi i primi a farvi nemici. Come vedete non abbiamo intenzione aggressive. Se un giorno vi troverete a disagio, venite da noi. Vi accoglieremo come amici, se così vi dimostrerete. Una sola raccomandazione vi debbo fare: Acqua in bocca. Voi non avete visto nessuno".
 
Quei giovani fascisti non avevano mosso, dall'incontro, nessun passo. Erano meravigliati e scossi. Qualcuno, quando Vitò accennò ad avviarsi, abbozzò un saluto fascista, qualche altro quello militare. Risposero anche al saluto dei partigiani, alla voce. 
 
Forse nel loro animo era nato un seme di visione realistica delle condizioni della guerra e produceva l'ingradire del desiderio di cacciare i tedeschi e di finirla con le atrocità. Fu strano, ma non diedero l'allarme, anche perchè l'ammonimento dell'arrivo del battaglione di partigiani, creava in loro una grande paura ed il bisogno di attendere vigilando.

A Perallo i giovani partigiani erano conosciuti e furono accolti come amici. Avevano messo al sicuro le armi con una buona scorta alternata da ciascuno di loro. Furono presentati ai tedeschi ed ai fascisti presenti come conterranei. 
 
La festa faceva nascere una certa amicizia. Bevvero insieme a tutti gli altri, cantarono le canzoni dei loro paese. Anche i tedeschi facevano circolo con loro e a loro volta cantarono le loro canzoni. Forse, e senza forse, anche nella loro mente si profilava la gioia per una pronta fine della guerra. 
 
Lo scopo era raggiunto. I partigiani si erano fatti vedere. Occorreva ancora che li osservassero partire armati.
 
A mezzanotte Vitò, per prudenza, invitò i suoi a ritornare. Tedeschi e fascisti presenti erano brilli. Ad un segnale di Vitò, le vedette portarono le armi. Due di essi puntarono i mitra e Vitò parlò: "Vi ringraziamo per la festa. Siamo partigiani, ma non combattiamo gli amici festaioli. Nessuno si muova finchè noi non saremo lontani. Siate prudenti perchè siete circondati. Come vedete i partigiani non sono banditi ed abbiamo pagato tutte le nostre consumazioni. Arrivederci!"

Il fatto della apparizione partigiana si divulgò vicino e lontano. La gente diceva: "I partigiani ci sono. Li hanno veduti festaioli a Perallo".  "Erano armati e non avevano paura, ma ne hanno messo ai tedeschi e ai fascisti".  "Pare che sui monti siano a centinaia, forse migliaia". "Erano alla festa coi tedeschi e coi fascisti e non è successo nulla". "Presto prenderanno il comando della zona".

E quelle parole corsero nelle vallate, ingrandendosi e moltiplicandosi e da Arma corsero fino a Ventimiglia e tutti le udirono, le commentavano e le moltiplicarono ancora.
 
Era diventato un mito il partigiano e nel cuore di ciascuno cresceva la speranza della fine della guerra per mezzo degli uomini della montagna.

Anche i partigiani lassù alla Goletta fremevano di gioia di soddisfazione e guardavano Vitò come un comandante naturale e naturalmente riconosciuto da tutti, perchè sapeva parlare e sapeva agire. Aveva dichiarato ai fascisti gli scopi dei partigiani. Se quelli avessero capito, a frotte, avrebbero dovuto lasciare le armi dell'esercito ed arruolarsi con Vitò. Non ci fu nessun rastrellamento, né i nazisti osarono avanzare verso la terra da cui doveva venire il Battaglione partigiano.
 
I giovani affluirono alla Goletta con sempre maggior ritmo, anzi raggiunsero un numero talmente considerevole da decidere la formazione di numerosi distaccamenti. 
 
I problemi dell'organizzazione aumentavano, ma primo si imponeva quello del vettovagliamento. I giovani che erano dei paesi lassù andavano a casa a mangiare o se ne portavano anche in più, ma ai giovani che erano giunti dalla riviera o da paesi lontani bisognava provvedere per le esigenze dei loro stomaci divoratori.

don Ermando Micheletto *La V^ Brigata d’Assalto Garibaldi “Luigi Nuvoloni” (Dal Diario di Domino nero Ermando Micheletto), Edizioni Micheletto, Taggia (IM), 1975, pp. 40-43
* ... Don Micheletto per tutta la guerra si adoperò per i partigiani, generalmente in contatto con i gruppi di Vitò, che accompagnò spesso nei loro spostamenti. Esplicherà la sua attività specialmente nell'assistenza e per captare messaggi radio. Giovanni Strato, Storia della Resistenza imperiese (I^ zona Liguria) - Vol. I. La Resistenza nella provincia di Imperia dalle origini a metà giugno 1944, Sabatelli Editore, Savona, 1976 
 
[...] i tedeschi sono in agguato alla ricerca di arruolamenti di militari sbandati o fuggiti. Il compagno Pino mi ospita a casa sua. Non devo farmi vedere. I compagni cercano di farmi raggiungere i primi nuclei partigiani che si vanno formando. Vi è discussione tra i compagni, in quanto alcuni ritengono che dovrei lavorare per il P.[ artito ] in città. Insisto per andare in montagna. Prima tappa, accompagnato dal panettiere Floriardo, è Garessio, per raggiungere Valcasotto. Dopo Valcasotto, Valle d'Inferno, Trappa. Dopo uno sbandamento della formazione, raggiungo Alto e nuovamente la zona di San Remo. Il compagno Manetti Oreste mi accompagna a Molini dal farmacista, nel cui negozio ha sede di riferimento la formazione partigiana organizzata da Vittò. È domenica, sono accompagnato a Cetta. Sul terrazzo di un piccolo locale vedo i primi partigiani della zona che ballano. Vedo Vittò, Guido, uomo di fiducia, e altri della zona. Sono presentato a Vittò. Mi guarda, mi scruta, pare che voglia leggere nel mio animo. Mi sollecita a ballare, rispondo che non sono capace. "Devi essere o un grande lavativo o un gran bravo ragazzo", mi dice Vittò, "vedremo". Incomincia la grande esperienza della Resistenza, che mi farà diventare uomo, che mi fa conoscere la generosa gente di montagna, i tanti altri giovani che hanno scelto di combattere, di sopportare freddo, fame, sacrifici [...] Entrato nella banda, il primo atto è quello di scegliere il nome di battaglia. È una misura che garantisce soprattutto la tranquillità e la sicurezza delle famiglie. Tra noi non ci si conosce per cognome, vale il nome di battaglia. D'ora in poi mi chiamerò Gino. Sono assegnato al distaccamento di Guido da semplice garibaldino. In seguito diventerò capo-squadra comandante del 2° distaccamento "G. Repetto", comandante del 1° battaglione "N. Bini" e infine vice comandante della 5^ brigata "L. Nuvoloni". 
Gino Napolitano (1), La semplicità della politica. Scritti autobiografici, lettere, immagini, a cura di Saverio Napolitano, Arma di Taggia, 2012
(1) [Luigi "Gino" Napolitano di Sanremo (IM). Dalle formazioni autonome di “Mauri” a marzo 1944 passò definitivamente alle formazioni Garibaldi dell’estremo ponente ligure. Per le sue doti di coraggio e spirito combattivo veniva subito nominato comandante di un Distaccamento che, per l’aumentato numero di volontari, divenne poi Battaglione. Come risulta da un rapporto, era considerato dai nazi-fascisti “elemento assai pericoloso”. Protagonista di un gran numero di battaglie tra le quali: Carpenosa, Giugno 1944; Badalucco, 29 giuno 1944; Ceriana, Agosto 1944; Carmo Langan, 8 ottobre 1944 e febbraio 1945; Baiardo, marzo 1945. Ferito in combattimento a Baiardo. Commissario politico del I° Battaglione “Mario Bini” della V^ Brigata. Da fine gennaio 1945 vice comandante della V^ Brigata d’Assalto Partigiana Garibaldi “Luigi Nuvoloni”. Insignito di Medaglia d’argento al V.M. Vittorio Detassis su Isrecim].
 
Vitò racconta:
Ero dislocato con la mia banda nella zona di Cima Marta.
Si viveva come si poteva prelevando qua e là scarso cibo che i contadini ci offrivano fraternamente: ma le provviste erano sempre insufficienti e la fame era spesso l'indivisibile compagna dei nostri giorni.
Più di tutto sentivamo la mancanza del sale: mangiar erbe scondite o fagioli semi-crudi non è certamente piacevole, ma doverlo fare senza nemmeno un pizzico di sale era al di là delle possibilità del nostro stomaco. Eravamo affamati di sale, divenuto in quegli ultimi tempi quasi introvabile, tanto più che esso era usato come un prodotto di scambio e sostituiva spesso la moneta.
Decisi di procurarmene a qualunque costo.
Ero stato informato che avrei  potuto ottenerne in Francia: si trattava di un viaggio di qualche giorno in una zona impervia fra boschi e burroni, in un territorio occupato dal nemico che controllava sentieri e passi.
Partimmo: un piccolo gruppo di uomini decisi, con tutte le armi migliori che ci era stato possibile racimolare.
Una marcia lunga e faticosa ci portò sul Col D'Anan.
Qui fermai il distaccamento, lo alloggiai in due casoni abbandonati in una posizione che stimai fortissima e con sette elementi scelti proseguii per
il paese.
Lungo la strada m'informai se vi fossero tedeschi nella zona, ma si rispose che nessun nemico vi si trovava.
Eravamo allegri, si cantava e si rideva, come al solito, incuranti del pericolo che incombeva tutto intorno a noi.
Ed infatti nel superare una curva proprio all'entrata nel paese scorgemmo una postazione nemica. Essa era stata piazzata presso una chiesetta di montagna, trasformata in fortilizio: intorno si stendevano fitti reticolati, alcune  mitragliere allungavano le loro canne verso la strada ed una sentinella repubblicana, fucile in spalla, passeggiava sullo spiazzo antistante la chiesa [...]
Noi scavalcammo il filo di ferro spinato, stracciandoci gli abiti e la pelle e ci buttammo sulle mitragliere voltandole verso il fortino.
Il nemico non tentò nemmeno una resistenza seria [...]
Il posto era ben fornito: armi, munizioni, viveri e indumenti... ma sale nulla.
I repubblicani si erano riformati sulla cresta delle colline e tiravano su di noi di quando in quando. Colpi sprecati ai quali non si faceva caso. D'altra parte rimanere sul posto era pericoloso: il nemico avrebbe potuto ricevere rinforzi, aggirarci e distruggerci. Pazienza... saremmo  ritornati senza sale [...] Passava in quel momento un contadino con una mula [...] Lo bloccammo, requisimmo la mula, vi caricammo le armi e riprendemmo la strada del ritorno [...] per molto tempo ancora fummo costretti a mangiare minestre insipide...
Mario Mascia, L'epopea dell'esercito scalzo, Ed. ALIS, 1946, ristampa del 1975 a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, pp. 105, 106
 
 

giovedì 3 dicembre 2020

La moglie e la figlia di Concetto Marchesi rifugiate nel ponente ligure

Apricale (IM)

Mentre Luciano Canfora ultimava e dava alle stampe il suo "Il sovversivo. Concetto Marchesi e il comunismo italiano" (Laterza, Roma-Bari, 2019), la più completa e ricca biografia storica di Concetto Marchesi ora premiata come vincitrice dell'Acqui Storia, io, con il più modesto saggio "Con la Resistenza. Intelligence e missioni alleate sulla costa ligure" (Edizioni Seb27, Torino, 2019), incrociavo la figura di Salvatore Marchesi, fratello di Concetto, partigiano fra Sanremo e Ventimiglia. Una casuale e fortuita colleganza di ricerca. Concetto Marchesi, latinista e antifascista, dopo il coraggioso appello agli studenti dell'Università di Padova del novembre-dicembre 1943, dopo l'espatrio e la presenza in Svizzera da fine '43 a fine '44, ritornò in ltalia per collaborare nell'ultima fase resistenziale. Fascisti e tedeschi posero una significativa taglia sulla sua cattura. Per garantire la sicurezza alla famiglia, alla moglie Ada Sabbadini e alla figlia Lidia, Concetto coinvolse il fratello Salvatore Marchesi (Salvamar), dottore in chimica, esponente della Resistenza ed antifascismo fra Sanremo e Bordighera, ispettore del Cnl [circondariale di Sanremo] e capo delle Sap di Bordighera.
Il fratello Salvatore riuscì, fra dicembre '44 e gennaio '45, a far ospitare in incognito Ada e Lidia dall'amico Beppe Porcheddu, nella propria villa di via Arziglia di Bordighera. In quel periodo, sempre nella villa vi erano nascosti due ufficiali inglesi collaboranti con i partigiani. Erano Michael Ross e George Bell. Uno di essi diventerà genero del Porcheddu
[...]
Il soggiorno di Ada e Lidia Marchesi presso la villa di Porcheddu durò fino al 24 gennaio 1945. Alcune segnalazioni e allarmi giunti dalla rete informativa consigliarono di mutare nascondiglio.
A Ventimiglia, fra il '43 e il '45, nei pressi della stazione ferroviaria e di fronte alla chiesa principale, vi era un albergo-­pensione gestito da Maria Pisano. L'albergo fu meta e passaggio di molte operazioni di espatrio clandestino di ebrei verso la Francia, di rifugio di antifascisti e resistenti, di incontro fra partigiani e missioni alleate. Maria Pisano era originaria di Apricale, località nell'entroterra ligure. Aveva sposato Giobatta Littardi di Pigna, altra località poco distante. La Pisano nascose nella propria casa di Apricale la signora Ada e la figlia Lidia Marchesi sotto il falso cognome di Mendelsoni, fino al mese di aprile 1945. Apricale era una località più sicura, non oggetto di rappresaglie tedesche e controlli fascisti. Vi era infatti un intreccio di rapporti famigliari che forse motivarono la maggior sicurezza. Enrico Littardi, figlio di Maria Pisano e di Giobatta Littardi, sposò Paola, figlia dei titolari di una nota vetreria artistica tedesca operante a Torino, la Vetreria Jorger-Faholaber. Proprio per questi rapporti con una vetreria tedesca, Apricale venne ritenuta oasi di non particolare osservazione nazi­fascista.
La ricostruzione di questa vicenda è stata possibile dopo ricerche in alcune testimonianze scritte di allora, grazie ai ricordi trasmessi oralmente ai parenti dei protagonisti. Preziose le ricerche di Marco Cassini, Gianpaolo Lanteri, Paolo Veziano, Giorgio Caudano e Silvano Pisano, attuale sindaco di Apricale.

Sergio Favretto, Il Piccolo, venerdì 16 ottobre 2020 

[Alcune pubblicazioni di Sergio Favretto: Con la Resistenza. Intelligence e missioni alleate sulla costa ligure, Seb27, Torino, 2019; Fenoglio verso il 25 aprile, Falsopiano, 2015; La Resistenza nel Valenzano. L’eccidio della Banda Lenti, Comune di Valenza, 2012; Resistenza e nuova coscienza civile. Fatti e protagonisti nel Monferrato casalese, Falsopiano, 2009; Giuseppe Brusasca: radicale antifascismo e servizio alle istituzioni, Atti convegno di studi a Casale Monferrato, maggio 2006; Casale Partigiana: fatti e personaggi della resistenza nel Casalese, Libertas Club, 1977 ]

 

Era una struttura privata e segretissima, una formidabile arma occulta della Resistenza. Operava fra Padova e la Svizzera, attraverso lo snodo fondamentale di Milano.
Era una raffinata, organizzata, capillare rete informativa coi tentacoli stesi fra il nemico, collegata ai servizi d’informazione elvetici, inglesi (Soe) e americani (Oss) fra Lugano e Berna, capace di alimentare tutti quegli aiuti di cui avevano estremo bisogno le formazioni partigiane che si stavano organizzando dopo l’8 settembre.
Una rete clandestina che portava curiosamente il nome delle sillabe iniziali di due straordinari personaggi della vita culturale e politica del tempo. I due fondatori: Ezio Franceschini e Concetto Marchesi.
Questo oggetto semisconosciuto della recente storia patria si chiamava “Gruppo Fra.Ma”.
La dirigevano con saggezza e prudenza, un cattolico e un comunista, il primo discepolo dell’altro sui banchi storici di quella Università di Padova dove, il secondo, Concetto Marchesi, il 1° dicembre 1943 prima di lasciarne la guida (era il rettore magnifico) lanciò agli studenti il famoso messaggio con cui li invitava a prendere il fucile e lottare per la libertà contro la tirannide.
[…] quello che sarebbe di lì a poco nato sotto la spinta di Ezio Franceschini quasi in modo occasionale sull’esperienza avviata da un cappuccino, padre Carlo Varischi, assistente alla Cattolica che a Milano aveva organizzato con successo un ufficio clandestino di falsificazione di documenti per l’espatrio di antifascisti ed ebrei.
Costretto alla fuga per non essere arrestato, Varisco affidò a Franceschini il servizio.
Fu il primo passo verso il “Gruppo Frama” che prese corpo mentre Marchesi a Padova viveva i suoi ultimi giorni da uomo libero, ricercato com’era dai nazifascisti (si era dimesso il 28 novembre), dopo l’appello pubblico rivolto agli studenti.
Franceschini non perse tempo: andò in Toscana, fra Lucca e Pisa, ad informare la moglie e la figlia di Marchesi perché si mettessero in salvo; organizzò la clandestinità di Marchesi a Padova sottraendolo al rischio dell’arresto dall’appartamentino di via Marsala 35 dove, per una disattenzione, aveva lasciato tracce utili ai suoi inseguitori (l’uomo non sapeva fra l’altro maneggiare un’arma, camuffarsi, stare tranquillo); studiò il trasferimento a Milano il 29 novembre (vedi la testimonianza di Paride Brunetti, comandante partigiano della brigata “Gramsci” nel Bellunese) dove soggiornò fino al 9 febbraio 1944 in un appartamento in viale Regina Elena 40 (ora Tunisia); favorì il passaggio in Svizzera (con il fratello Salvatore), su cui il Pci espresse il suo accordo pur affermando di non poter essere in grado di fornirgli un passaggio sicuro, che Franceschini da par suo trovò, consentendo al “maestro” (che non ne aveva molta voglia) di trovare ospitalità in Canton Ticino dal valico pedonale di Maslianico, presso Como, il 9 febbraio 1944, dopo un fallito tentativo due giorni prima. […]
Franco Giannantoni, Il Gruppo “FRAMA”. Il comunista Marchesi e il cattolico Franceschini: una rete nella Resistenza, Triangolo Rosso n. 1-2, gennaio-marzo 2008 - ANED

 

Nel gennaio 1945 la Signora Marchesi, moglie del capo comunista Concetto Marchesi, e la figlia sposata Mendelssohn con un ebreo americano, venivano ricoverate in casa mia coll’aiuto del dott. Marchesi, fratello di Concetto; esse sottostavano alla taglia di 1 milione, già applicata a Concetto Marchesi; fuggito questo in Svizzera le sue familiari rilevarono il funesto privilegio.
Esse restarono in casa mia 25 giorni mentre ivi albergavano pure i 2 ufficiali inglesi; la prudenza e infinite cautele oltre al volere degli ospiti stranieri ci obbligarono ad occultare la presenza di questi alle signore Marchesi: e ci riuscimmo.
Il 24 gennaio il dott. Marchesi precipitatosi in casa mia comunicò che i tedeschi dovevan partire entro 2 giorni, prelevando tutti i designati ostaggi di cui io risultai capolista.
Si impose una fuga generale; Marchesi collocò altrove cognata e nipote, noi ci rifugiammo nella villa di Kurt Hermann… nazista, naturalmente a sua insaputa: i 2 ufficiali inglesi, guidati da mio figlio pei monti, di notte, raggiunsero rifugi ignoti, mentre mio figlio scendeva la costa in attesa degli avvenimenti.
La notizia dataci risultò imprecisa, chè la fuga tedesca tardò ancora 3 mesi.
Ma i 2 inglesi dopo romanzesche avventure in montagna e sulla costa di Vallecrosia raggiunsero la Francia e si misero finalmente al sicuro.  

Giuseppe Porcheddu, manoscritto (documento IsrecIm) edito in Francesco Mocci (con il contributo di Dario Canavese di Ventimiglia), Il capitano Gino Punzi, alpino e partigiano, Alzani Editore, Pinerolo (TO), 2019

 

domenica 29 novembre 2020

È nostra intenzione costituire una Brigata d'Assalto per la guerriglia

Carpasio - Foto: Eraldo Bigi

Tale incontro Erven-Tento-Vittò avvenne dopo il ferimento [26 marzo 1944] di Vittò [Giuseppe Vittorio Guglielmo] a Gavano; anzi, almeno parecchi giorni dopo; nell'aprile del '44, certamente non prima dell'aprile.
Il giorno immediatamente dopo l'incontro, lunedì, Erven avrebbe dovuto riferire a Curto [Nino Siccardi], in un colloquio da tenersi in Carpasio [oggi nel comune di Montalto Carpasio (IM)], circa quanto concluso con Vittò [Giuseppe Vittorio Guglielmo] e con [Pietro] Tento. Curto [Nino Siccardi] ed Erven si sarebbero incontrati all'arrivo della corriera, sulla quale Erven avrebbe viaggiato per andare a Carpasio. Ma quel giorno la corriera non partì. Erven si recò a Carpasio in bicicletta; anche Curto vi era giunto da un'altra parte, con eguale mezzo; ma Erven arrivò quando Curto era già andato via.
Alcune sere dopo viene fissato pertanto un nuovo appuntamento Erven­-Curto.
L'incontro ha luogo in Costa di Carpasio, in una casa di montagna della famiglia Pastorelli. Erven è insieme con Marco (Candido Queirolo), salito con lui in montagna in quell'occasione; prima trovano Giulio (Libero Briganti); poi viene Curto. Erven [Bruno Luppi] e Marco, scesi dalla corriera in Carpasio, per un poco avevano seguita a distanza una donna, che faceva da guida; poi la avevano raggiunta, e insieme con essa erano arrivati alla casa di Pastorelli, una specie di «casone», in Costa di Carpasio. Come si è detto, appena entrati vedono Giulio; e poi viene Curto.
Curto, in quel periodo, agisce ancora come esponente del suo Partito (PCI).
Si riassumono, qui appresso, le parole pronunciate da Curto, il quale parla a nome del PCI, da cui ha avuto l'incarico del comando in montagna.
Curto dice: «Nell'alta valle dell'Impero, sotto il nostro controllo esistono già tre bande organizzate, che sono quelle derivate dalla banda Cascione».
Fa presente che in quel momento le bande sono presso Borgo d'Oneglia, presso Sant'Agata e al Passo della Pistona; ma ad arte, per i soliti motivi precauzionali, possono essere state date indicazioni non precise circa l'ubicazione dei gruppi. Aggiunge: «La banda, che è nella Valle Argentina, è ancora autonoma; ma può essere assorbita, essendo, a contatto col PCI». Aggiunge ancora: «È nostra intenzione costituire una Brigata d'Assalto per la guerriglia organizzata in tutta la provincia di Imperia; essa comprenderà le tre bande citate e quella dell'alta Valle Argentina, e assorbirà tutte le altre che immancabilmente verranno a costituirsi intorno a quelle esistenti». Curto espone il programma dell'azione che le bande condurranno per la lotta di liberazione [...]
Terminato il colloquio, viene consumata una magra cena a base di latte e castagne; e poco dopo, intorno alla mezzanotte, giunge una pattuglia, segnalata dal «Chi va là» della sentinella. Anche la pattuglia consuma un pasto frugale; ed Erven entra in colloquio col capo di essa, che, come viene a sapere, è Vittorio Acquarone.
Fu in questa circostanza che Erven e Marco si trasferirono dalla città alla montagna.
Il giorno successivo a quello del suddetto incontro, Erven e Marco partono da Costa di Carpasio; prendono la corriera per Badalucco un po' a valle di Carpasio; da Badalucco, Marco prende la corriera per Triora, e va subito a «La Goletta», a raggiungere il gruppo di Vittò e di Tento; Erven prosegue, dopo avere dato a Marco, per prudenza, le L. 80.000, e scende a Taggia. II giorno dopo va anch'egli a «La Goletta», per la definitiva adesione del gruppo di Vittò e Tento alla costituenda Brigata; e consegna le L. 80.000.
Vittò e Tento aderiscono subito. Vittò era già d'accordo, in via di massima; ancora non si era deciso Tento, non comunista; però, considerate le difficoltà del gruppo, anch'egli accetta, quando sa che vi saranno concreti aiuti alla banda.
Restano da interpellare gli uomini del gruppo, che allora erano venticinque. Erven li riunisce alla sera del medesimo giorno: fornisce le necessarie delucidazioni; e tutti aderiscono.
Quando avvengono i fatti sopra esposti, Vittò era già rientrato in banda, dopo la ferita riportata nello scontro di Gavano; e, sebbene non ancora uscito del tutto dalla convalescenza, già si disponeva a prendere di nuovo parte alle azioni.
In un primo tempo, come già accennato, Erven e Marco restano con Vittò e Tento, tutti in un medesimo gruppo.
Nel periodo testé trattato vi era stato qualche altro fatto, di cui non è possibile non fare menzione.
Verso la fine del febbraio '44, o nei primi giorni del marzo, era stato fatto saltare un deposito di mine tedesco, situato in Arma di Taggia, nel cosiddetto «Giro del Don», fra il ponte sul torrente Argentina e la ferrovia.
Le persone, alle quali il fatto deve attribuirsi, restarono ignote.
Ancora in marzo [in effetti ad aprile: vedere infra] tre partigiani del gruppo di Vittò sono catturati in Baiardo dai militi fascisti: un polacco e due italiani (di cognome Repetto e Faraldi). Un ex segretario del fascio, mediante una sua camionetta, porta i tre prigionieri da Baiardo a Pigna, dove vengono rinchiusi nella prigione della caserma.
Mario Cichéro si presenta a Erven con la dolorosa e preoccupante notizia.
In Pigna, per ischerno, agli arrestati, ancora vivi, i nazifascisti celebrano il funerale, con rito religioso; poi li portano nel cimitero, e li uccidono. Gli italiani vengono fucilati dai fascisti; il giorno dopo, i tedeschi fucileranno il polacco.

Giovanni Strato, Storia della Resistenza Imperiese (I^ zona Liguria) - Vol. I. La Resistenza nella provincia di Imperia dalle origini a metà giugno 1944, Editrice Liguria, Savona, 1976, ristampa del 2005 a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, pp. 272-275

Tommaso Faraldi

Il 30 aprile del 1944 Pigna entrò nell'incubo, che durerà poco meno di un anno. Appena conclusa la tradizionale messa domenicale delle 10 e 30, due giovani partigiani vennero portati in chiesa, scortati da un drappello di brigate nere. Il parroco don Bono fu costretto a impartire ai due sfortunati l'estrema unzione. Il drappello si diresse attraverso la via Fossarello seguito da pochi curiosi per raggiungere il cimitero. Verso l'una del pomeriggio il paese venne scosso da una salma di fucileria: il plotone di esecuzione, comandato dal capitano della M.V.S.N. Maggi, fece fuoco su Carmelo Repetto di Rezzoaglio e Tommaso Faraldi di Triora, due partigiani arrestati il 26 aprile a Bajardo e condannati dal tribunale militare, istruito a Pigna per l'occasione, alla pena di morte mediante fucilazione al petto, come previsto dal decr. Legislativo del Duce n° 30/1944. I due partigiani, insieme a un polacco chiamato Giuseppe, erano stati catturati dagli agenti della GNR Tommaso Cataldi e Antonio Di Giovanni in servizio investigativo in borghese. La rappresaglia partigiana non si fece attendere: nella notte tra il 7 e l'8 maggio alcuni partigiani, rimasti ignoti, irruppero nella canonica di Castelvittorio e uccisero con due colpi di pistola il parroco del paese don Antonio Padoan. L'azione è, ancora oggi, avvolta nel mistero; non è ben chiaro il motivo dell'esecuzione (1).  

(1) Per maggiori dettagli si veda l'opuscolo di don Nino Allaria Olivieri, Sangue a Castelvittorio, Editrice Sordomuti, 1977

Giorgio Caudano, Gli eroi sono tutti giovani e belli. I caduti della Lotta di Liberazione. I^ Zona Liguria, ed. in pr., 2020

[   n.d.r.: altre pubblicazioni di Giorgio Caudano: a cura di Paolo Veziano con il contributo di Giorgio Caudano e di Graziano Mamone, La libera Repubblica di Pigna. Parentesi di democrazia (29 agosto 1944 - 8 ottobre 1944), Comune di Pigna, IsrecIm, Fusta Editore, 2020: Giorgio Caudano, Dal Mare alla Trincea… memorie di uomini, BB Europa, Cuneo, 2019; Silvia Alborno, Gisella Merello, Marco Farotto, Marco Cassini, Giorgio Caudano, Franck Vigliani, curatori della mostra Claude Monet, ritorno in Riviera, catalogo a cura di Aldo Herlaut, Silvana Editoriale, Milano 2019;  La Magnifica Invenzione. I pionieri della fotografia in Val Nervia 1865-1925, a cura di Marco Cassini e Giorgio Caudano, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2016; Giorgio Caudano, Pigna. Storia di un paese, ed. in pr., 2016    ]

Quasi all’inizio di questo nostro saggio abbiamo scritto che avremo preso in considerazione la biografia dell’ufficiale Bruno Luppi, Erven, poiché noi Imperiesi lo consideriamo un eroe ed uno dei più importanti artefici della nostra Resistenza. Cittadino di Savona e insegnante di storia all’Istituto Tecnico Commerciale “Paolo Boselli” della Città, per molti anni, ora riposa nel cimitero del Comune di Carpasio (IM), nelle cui vallate ha combattuto per la libertà e dove, durante la giovinezza, ha conosciuto la compagna della sua vita.
Ecco l’avventurosa ma affascinante biografia di Bruno Luppi, la quale recita: Bruno Luppi fu Paolo e fu Ponzoni Iside, nasce a Novi di Modena l’8 maggio 1916. Da giovane, organizzato in un gruppo giovanile comunista nell’aprile del 1935 a Modena, è arrestato ed imprigionato con altri antifascisti nelle carceri di Sant’Eufemia. Resistendo ai maltrattamenti e nulla confessando, dopo una ventina di giorni riesce a farsi scarcerare.
Negli anni 1935-1936, sempre a Modena, entrato nuovamente a far parte del gruppo giovanile comunista, continua l’attività cospirativa diffondendo manifestini antifascisti e scritti vari tra i giovani dei corsi premilitari, raccogliendo fondi per soccorsi alle famiglie degli antifascisti in carcere.
Dopo l’occupazione di Roma da parte dei Tedeschi, dal giorno 12 al 20, insieme al sottotenente di Fanteria Enrico Contardi, ad alcuni soldati sbandati e ad alcuni popolani di Trastevere, prende parte alla raccolta di armi, abbandonate negli ex accantonamenti militari (fucili, armi automatiche, munizioni), che vengono consegnate agli antifascisti di Trastevere. Negli stessi giorni col Contardi e quattro soldati riesce a sottrarre ai Tedeschi due automobili nuove di cui una era in uso a un console della milizia. Grazie ad un permesso di circolazione, inoltratosi nel Ministero della Difesa riesce ad asportare una grossa radioricetrasmittente che, con una delle macchine riesce a trasferire ai Colli Albani ove la consegna ad un gruppo di antifascisti che si stanno organizzando per combattere i nazifascisti. Nei giorni successivi spara a gruppi di soldati tedeschi ma, rimasto intrappolato, per fortuito caso riesce a sfuggire alla cattura e a raggiungere la stazione ferroviaria dove è tenuto nascosto da due ferrovieri.
Nei primi di ottobre, dopo varie peripezie, raggiunge la sua abitazione a Taggia per prendere contatto con i vecchi compagni e con i quali organizza a monte della Città, in località Beusi, una prima banda armata composta da una ventina di giovani, in gran parte militari sbandati. Ma la banda ha vita breve poiché si scioglie nel novembre successivo.
In quel periodo entra a far parte del Comitato di Liberazione di Sanremo, come rappresentante insieme al Farina del PCI, con l’incarico di addetto militare. Organizza pure il CLN di Taggia e una cellula del PCI ad Arma, coadiuvato dai compagni Mario Cichero, Candido Queirolo, Mario Guerzoni e Mario Siri. Con i Sanremesi dà vita ad un giornale clandestino quindicinale dal titolo “Il Comunista Ligure”, ciclostilato nel retro del negozio del Cichero stesso. Il gruppo prende pure contatto con la banda armata di Brunati dislocata a Baiardo e con altre formatesi in Valle Argentina.
Dopo la morte del dottore Felice Cascione, capobanda ucciso in combattimento dai Tedeschi il 27 gennaio 1944, la Federazione Comunista di Imperia costituisce il Triangolo Insurrezionale e il Luppi è designato a farne parte per la zona della Valle Argentina - Sanremo.
Con queste mansioni prende contatto con il comandante partigiano Nino Siccardi (Curto), in previsione dell’organizzazione di bande partigiane in altre zone della Provincia di Imperia. Contemporaneamente organizza a Molini di Triora un presunto Comitato con a capo il farmacista Alfonso Vallini (Teia), tramite il quale fa giungere ai partigiani riuniti intorno al comandante Guglielmo Vittorio (Vitò), viveri, armi, e munizioni.
Nei primi giorni di aprile 1944 il Luppi si incontra nuovamente con il Siccardi a Costa di Carpasio, presenti il savonese Libero Briganti (Giulio), Giacomo Sibilla (Ivan), Vittorio Acquarone (Marino) e Candido Queirolo (Marco); si decide di raccogliere tutte assieme una ventina di bande sparse sul territorio per costituire la IX Brigata d’assalto Garibaldi “F. Cascione”.
Il che avviene. Anche “Vitò” si aggrega alla Brigata con i suoi uomini accampati in località “Goletta” (Valle Argentina). Questi vengono suddivisi in due Distaccamenti denominati IV e V, quest’ultimo ha per comandante “Vitò” e per commissario il Luppi, con nome di battaglia “Erven”. Il Luppi, come commissario, nei mesi di maggio e giugno prende parte a tutte le azioni che hanno consentito di ripulire i territori delle alte valli Argentina, Nervia e Roja da presidi e postazioni tedesche e fasciste, che sarebbe troppo cosa lunga a enumerare.
Ma veniamo all’azione nella quale “Erven” dimostrò tutto il suo coraggio e il suo eroismo: La battaglia di Sella Carpe: 27 giugno 1944, Sella Carpe, località a 1300 metri di altezza, nel territorio del Comune di Baiardo.
[...] Dopo il ferimento, il Luppi rimane tra i boschi e sui monti per undici mesi, senza cure, spesso braccato per la caccia che gli danno i nazifascisti, ma sempre a contatto con il Comando I Zona, assumendo, nei momenti di calma, incarichi per produrre stampa partigiana.
Dopo la Liberazione veniva portato, finalmente, in ospedale per essere curato, ma undici mesi di disagi e di non adeguate cure avevano causato un tale peggioramento dell’arto colpito che non poté più essere riassestato nonostante una delicata operazione.
[...] Gli fu conferita la medaglia d’argento al valor militare il 13 dicembre 1952, n. d’ordine 1571 con la seguente motivazione: “Bruno Luppi fu Paolo, animatore tra i primi della Lotta di Liberazione nella Valle Argentina, rganizzatore di valore e comandante capace e deciso, si distinse particolarmente nel contrattaccare con ardita iniziativa superiori forze tedesche risalenti la rotabile militare Baiardo Badalucco. Gravemente ferito alla gamba destra, rifiutava ogni soccorso e teneva imperterrito il suo posto di comando, respingendo il nemico ed infliggendogli gravi perdite”. Sella Carpe - Baiardo (Imperia), 27 giugno 1944.
Francesco Biga, Ufficiali e soldati del Regio Esercito nella Resistenza imperiese in Atti del Convegno storico "Le Forze Armate nella Resistenza" (a cura di Mario Lorenzo Paggi e Fiorentina Lertora), venerdì 14 maggio 2004, Savona, Sala Consiliare della Provincia, Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea della provincia di Savona

giovedì 26 novembre 2020

I partigiani se ne tornarono alla base di Ormea...

Illustrazione di Marisa Contestabile in Osvaldo Contestabile, Op. cit. infra

Ceva (CN): Stazione Ferroviaria. Fonte: Wikipedia

Alcuni giorni dopo dal Comando ci giunse l'ordine di trovarci alla stazione ferroviaria di Pievetta ben armati e con le mitragliatrici pesanti che avevamo in dotazione. L'azione da compiersi era un attacco alla città di Ceva.
Ciò ci sorprese non poco perché sapevamo che la località, essendo un centro logistico importante per il nemico, era ben presidiata. Quando giunse [20 luglio 1944] il treno da Ormea, sul quale era già la Volante, ci imbarcammo anche noi (complessivamente eravamo una ottantina di partigiani).
In questa occasione l'ilare "Raspin", il quale aveva già fatto in precedenza degli apprezzamenti sul modo di muoverci, di cui abbiamo fatto cenno, mi disse: «A Pievetta ci hanno portato con l'autocarro, a Ceva ci portano col treno, ma che partigiani siamo diventati? Speriamo che la prossima volta ci  portino in aereo».
Il discorso non poteva non essere accompagnato da una risata generale che distese la nostra tensione nervosa. Eravamo preoccupati per l'avventura cui andavamo incontro, ma non sapevamo che il nostro Comando ci mandava a Ceva in quanto informato che, da alcuni giorni, la città era sgombrata dai soldati nemici.
II treno si arrestò alla periferia di Ceva, dove fu piazzata una mitragliatrice pesante con la presenza di una decina di partigiani, pronti ad entrare in azione se fossero giunte forze nemiche da Savona o da Mondovì.
Quando il treno giunse alla stazione, scendemmo.
Un gruppo si recò in una grande caserma (che trovò vuota).
Invece alla stazione noi, più fortunati, trovammo in alcuni vagoni, riso, farina, grano ed altri generi alimentari, che provvedemmo a caricare su due camioncini, avviati poi verso la nostra zona di provenienza.
Perquisimmo i treni viaggiatori che in ore successive giunsero da Torino e da Savona, prendemmo prigionieri alcuni soldati fascisti e tedeschi, che, sbiancati in volto per lo stupore, non riuscivano a raccapezzarsi per quanto stava loro accadendo; alcuni viaggiatori, che mi sembravano "borsaneristi", approvavano la nostra azione, poiché a loro spesso veniva sottratta la merce durante questi viaggi.
Alcuni "borsaneristi" erano di Oneglia e ci riconobbero.
Chiesi a qualcuno di loro di informare i miei genitori che stavo bene.
Mia madre, credendo che io fossi di stanza a Ceva, pensò di venirmi a trovare.
La poveretta, giunta nella città alcuni giorni dopo i fatti che ho raccontato, incappò in un brutto bombardamento aereo e si salvò, col treno, perché la galleria, che serviva da rifugio, era a poca distanza dalla stazione.
Logicamente a Ceva non mi trovò e, non sapendo dove trovarmi, decise di ritornare a Oneglia delusa e amareggiata.
Ma non rinunciò mai a creare le condizioni per incontrarmi (come vedremo).
Mi fece gradite sorprese, anche se per due volte si imbattè in brutte situazioni.                                       Sandro Badellino, Mia memoria partigiana. Esperienze di vita e vicende di lotta per la libertà di un garibaldino imperiese (1944-1945), edizioni Amadeo, Imperia, 1998

 

Ceva (CN). Fonte: Wikipedia

La locomotiva sotto la tettoia della stazione di Ormea, lì come nuova, l'avevano già vista con tutti i comandi funzionanti; e non gli pareva giusto che non se ne servissero.
Per funzionare funzionava, niente da dire; bisognava soltanto trovare uno capace a manovrarla, per farla partire.
Uno che se ne capiva un po' di come trafficarci, lo trovarono subito più o meno disponibile e la mise in moto.
- Allora andiamo, che così ci arriviamo prima tutti insieme: non se lo credono mai più che ci arriviamo col macchinista -, risposero al Cion [Silvio Bonfante] che stava ad aspettare per la partenza.
Di ribelli sbrindellati e variopinti, ce n'erano aggrappati dappertutto su quella locomotiva in corsa, e bisognava vederli com'erano combinati; cantavano e sbandieravano come alla festa grande sulla fiera, con l'aria fresca della valle in poppa.
La sbarra di confine tra fascisti e partigiani per traverso sui binari, la trovarono dopo Bagnasco, quando il macchinista se ne accorse che ormai la vide in pezzi senza fermarsi, alé sempre avanti così: ma dalle due parti in fila lungo la ferrovia, intanto i borghesi si sbracciavano, che di là c'erano i tedeschi; perdio stessero attenti, e fermassero il treno; volevano dire di stare attenti e di fermarsi subito, perché più in là c'erano eccome, coi posti di blocco le pattuglie le mitraglie puntate e le sentinelle all'erta in postazione.
A Ceva invece, quando arrivarono nella stazione sono la pensilina con gli stantuffi ancora in moto, manco per l'antonia i tedeschi ci pensavano a una faccenda così balorda e poco militare.
Il fatto sta che se ne accorsero soltanto troppo tardi, quando sentirono le raffiche concentrate nelle saracinesche del posto di controllo per la truppa.
Sentirono anche lo stridio dei freni sulle rotaie, locomotiva in abbrivio per inerzia, gente in confusione a gridare dappertutto, chissà cosa succede.
Non era facile capire sotto la pensilina o tra i binari, cosa succedeva all'improvviso in quella gran confusione nella sparatoria garibaldina; cosa succedeva con quel treno che non c'era sul tabellone dell'orario, e quei ribelli vestiti a quel modo, tutti sbrindellati che lì non ne avevano mai visto; ma che adesso andavano svelti coi mitra tra i vagoni.
Non c'era tempo nemmeno per spiegarlo ai viaggiatori, alla gente del posto e ai trafficanti indaffarati tra sacchi di farina cereali e recipienti d'olio pei baratti.
La fucileria rompeva subito i contratti della borsa nera, ciascuno ritrovandosi così d'amblé, alla malparata; chissà come finirà con questi qui; capita poi che il treno da Savona, lì in sosta per caso, è carico soltanto di contrabbandieri; meno male pochi i tedeschi di scorta non ce la fanno a sparare subito, cosicché se ne stanno quieti tra i sedili e i malloppi di merce.
La spedizione finì poco dopo, col subitaneo svuotamento della stazione ferroviaria; ma senza risarcimenti per le confische agli accaparratori di passaggio.
I partigiani se ne tornarono alla base di Ormea con due autocarri carichi di tutto, dopo le ricerche svelte nelle case dei fascisti tra i vicoli del paese; se ne tornarono prima che sentissero dalle creste, da una parte e dall'altra, fuoco d'inferno distante tra le curve, col vento forte della valle. 
Osvaldo Contestabile, Scarpe rotte libertà. Storia partigiana, Cappelli editore, 1982, pp. 60, 63

venerdì 20 novembre 2020

I patrioti martiri di Pigna (IM)

Il ponte vecchio di Latte, Frazione del comune di Ventimiglia (IM), ponte vicino al luogo dell'eccidio ricordato in questo articolo

Il 10 e l'11 marzo 1945 i tedeschi effettuano un rastrellamento nella zona di Buggio-Pigna- Castelvittorio (IM). Tutti i civili rastrellati vengono portati a Pigna dove un capitano delle SS e due fascisti di Ventimiglia (S. e A.) li esaminano.
Al termine dei controlli, i tedeschi trattengono quattordici giovani (tutti partigiani) in licenza invernale, che dovevano ritornare in montagna per raggiungere le rispettive formazioni. 
I trattenuti sono rinchiusi in una casa isolata, fuori dal paese, oltre il ponte sul Nervia. 
Nella notte, gli abitanti più vicini alla casa isolata sentono gli urli dei catturati sottoposti a torture inaudite.
Alcuni giorni dopo il rastrellamento i 14 giovani, legati e incatenati a due a due sotto scorta armata intraprendono la strada verso Ventimiglia (IM) dopo di che se ne perdono le tracce. 
Probabilmente, nella notte del 21 (?) vengono fucilati nel vallone di Latte [Frazione di Ventimiglia (IM)] e  i loro corpi coperti con poca terra.
Le salme recuperate subito dopo la Liberazione saranno pietosamente ricomposte. 
Da altre fonti risulta la data di questa fucilazione risulta essere quella del 28 marzo 1945. 
Risulta che la causa della cattura dei 14 partigiani è dovuta al precedente arresto del partigiano Luigi Albini, incaricato dal Comando della V^ Brigata di far rientrare nelle formazioni dalla licenza invernale i suddetti partigiani. 
I nazifascisti trovarono in tasca all'Albini l'elenco dei richiamati. Per questo motivo il capitano delle SS, sulla piazza di Pigna, scelse a colpo sicuro i giovani partigiani per farli fucilare (vedasi anche relazione di Giovanni Monaco Rebaudo, conservata nell'Archivio ISRECIM III 26).
Francesco Biga (con la collaborazione di Osvaldo Contestabile), Storia della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria), Vol. IV. Da Gennaio 1945 alla Liberazione, 1998, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia, 2005, Grafiche Amadeo
 
La chiesa di Latte

21 marzo 1945
Anche oggi Ada è andata verso i Carletti per raccogliere un canestro d'uva e, dopo la chiesa di Latte, ha visto per terra delle macchie di sangue senza che vi fosse alcun segno di lotta o di schegge. Ha notato però sul bordo della strada della terra smossa dalla quale sembra escano degli stracci. Le sono venuti in testa brutti pensieri ed è tornata a casa assai impressionata.
23 marzo 1945
[...] Il sangue visto per la strada sopra la chiesa di Latte pare sia di soldati e, da sottoterra, si vede uscire un gomito già pieno di mosconi. Sembra ve ne siano seppelliti una quindicina.
Caterina Gaggero Viale, Diario di Guerra della Zona Intemelia 1943-45, Edizioni Alzani, Pinerolo, 1988 
 
Alle prime luci dell’alba dell’11 marzo soldati tedeschi (plotone comando del 253° reggimento e 3° compagnia del I° battaglione) con i calci dei loro fucili aprirono le porte delle case sia in paese sia in campagna, radunando tutti coloro che venivano sorpresi nei loro letti, indipendentemente dal loro sesso e dalla loro età.
Era l’inizio di un grande rastrellamento: chi venne fermato fu radunato e raggruppato in colonne che percorsero le mulattiere che portavano a Pigna.
La fortuna volle che nelle prime ore del mattino alcune persone si stessero recando dalle campagne in paese per presenziare ad un funerale per morte naturale di un anziano, circostanza che permise di dare l’allarme che salvò numerosi giovani in età di leva che riuscirono a sottrarsi al rastrellamento.
Coloro che incapparono nelle maglie del rastrellamento furono radunati alla Giaira, presso la rimessa delle corriere: ad un tavolino erano seduti dei civili e dei miliziani provenienti da Dolceacqua; si seppe poi che si trattava, tra gli altri, dei famigerati Stillo, Piccinini e Verardi.
I fermati passarono, ad uno ad uno, di fronte a questi sinistri individui, esibendo i propri documenti; i controlli venivano effettuati scorrendo un registro, alcuni vennero separati dalla maggioranza degli intimoriti civili.
Un’altra fortunata circostanza volle che proprio in quei momenti un aereo da ricognizione sorvolasse il cielo di Pigna, attirando l’attenzione dei soldati tedeschi incaricati della custodia di coloro che non avevano ancora passato il controllo: una mezza dozzina di questi riuscì a nascondersi nel vicino vallone di «Lavalle», risalirlo e raggiungere la salvezza <1.
I fermati furono tenuti qualche giorno nella costruzione che si trova al di là del ponte di San Pancrazio; successivamente vennero trasferiti verso valle, prima a Dolceacqua e poi verso Ventimiglia.
Si seppe in seguito che vennero portati nell’attuale casa di riposo di Latte e che il 19 marzo furono fucilati presso il cimitero della frazione ventimigliese dagli uomini del maggiore Hans Geiger (2° battaglione del 253° reggimento), già macchiatosi il 7 dicembre 1944 di un altro atroce delitto, la fucilazione a Grimaldi, presso l’hotel Vittoria, di cinque donne, quattro uomini e tre bambini per motivi la cui inchiesta e il relativo processo nuovamente istruiti nel 2000 non seppero chiarire.
Il maresciallo Ernst Schifferegger, sottoufficiale dell’ufficio di Sanremo della SD, altoatesino, precedentemente interprete presso la caserma di via Tasso a Roma alle dirette dipendenze del colonnello Kappler, nel corso dell’interrogatorio del 2 giugno 1947 condotto dal P.M. di Sanremo, dichiarò che l’11 marzo 1945 si recò a Pigna, insieme all’altro sottufficiale Schmitd e all’autista Fioravanti Martinoia, su incarico del maresciallo Joseph Reiter, comandante il reparto SD di Sanremo, e riferì le modalità con cui venne effettuata la cernita dei rastrellati.
«Terminato il rastrellamento, io, Schmidt e l’autista Martinoia, che ci accompagnò, ci recammo sul luogo dove erano convenuti circa 300 persone catturate nel corso dell’operazione. Sulla piazzetta di Pigna, in fila per tre, c’erano riuniti i rastrellati. Io e Schmitd, da una parte, e un ufficiale della 34^ Divisione unitamente ad un membro della brigata nera, del quale non so il nome, dall’altra, incominciammo la prima cernita. Si trattava di togliere via gli uomini superiori ai cinquant’anni che erano in numero assai notevole, e che furono messi da una parte. Nel frattempo venne da me un ufficiale della 34^ divisione dicendomi che in una stalla vicino si trovavano quattro giovani presi con le armi in pugno, e che, di conseguenza, non esistevano dubbi circa la loro appartenenza al movimento partigiano. Il medesimo mi disse che egli stesso aveva promesso la libertà in cambio di una collaborazione tendente ad identificare i partigiani compresi nel numero dei rastrellati. Pertanto, egli si era già accordato di fare passare, uno alla volta, tutti i fermati (eccetto coloro che superavano i cinquant’anni) attraverso la stalla. Mentre essi passavano, io di nuovo avrei controllato i documenti proprio nel posto dove si trovavano i quattro partigiani. Così facendo, si avrebbe effettuato un migliore accertamento e, nel contempo, il tempo che io impiegavo per controllare i documenti sarebbe stato sfruttato dai quattro delatori per indicare chi dei rastrellati era partigiano. Stabilite così le cose, si iniziò l’operazione. I quattro delatori, al passaggio di ognuno dei fermati, dicevano se egli era o meno un partigiano. La cosa avveniva apertamente, per cui coloro che non erano partigiani e che furono rilasciati debbono ricordare questo triste episodio. In tal modo, alla fine della sfilata, circa una ventina di persone si trovavano nel gruppo separato che distingueva i partigiani. Un altro gruppo, comprendente oltre una trentina di giovani, fu separato perché renitente alla leva e quindi destinati ad essere consegnati al comando provinciale. Infine, il rimanente fu messo da un’altra parte per essere poi rilasciato
Finito questo, diremmo così, spoglio, il soggetto e gli altri membri delle SS (così nel verbale!!), accompagnati dall’autista Martinoia, fecero ritorno a Sanremo, lasciando alla 34^ divisione l’incarico di decidere sulla sorte dei rastrellati.
Qualche giorno dopo, il soggetto seppe da un ufficiale della 34^ divisione recatosi alle SS per reclamare poiché le SS erano di poco aiuto col loro registro non aggiornato che i venti circa riconosciuti partigiani, con l’ausilio dei quattro che li identificarono, furono fucilati. Anche i quattro partigiani delatori subirono la stessa sorte.
Le dichiarazioni di Schiffereger circa la presenza di quattro delatori tra le vittime della fucilazione non fu mai provata e l’unica fonte risulta solamente da questo interrogatorio; è plausibile che il maresciallo dell’SD abbia rilasciato tale dichiarazione per infangare l’onore delle vittime che facevano parte di coloro che fino a pochissimi anni prima l’aveva visto come protagonista di una lotta senza quartiere.
Le quattordici vittime dell’eccidio di Latte sono: Luigi Albini, anni nato a Pigna, Luigi Borfiga “Paligo”, 32 anni nato a Pigna, Luigi Bordero, 26 anni nato a Pigna, Giuseppe Cavallero, 15 anni nato a Pigna, Aurelio Crovesi “Mario de Zidò”, 22 anni nato a Pigna, Giuseppe Di Federico, 27 anni residente a Pigna, Giobatta Giauna, 37 anni nato a Pigna, Antonio Pastor, 40 anni nato a Buggio, Maggiorino Peverello, 18 anni di Castel Vittorio, Primolino Rebaudo, 21 anni di Castel Vittorio, Eugenio Scarella “u Billu”, 21 anni nato a Pigna, Gianfranco Torta, 20 anni nato a Ventimiglia ma residente a Pigna, Alvaro Tarabella, 32 anni residente a Pigna, Pietro Verrando, 21 anni nato a Pigna.
 
La riesumazione, effettuata nei primi giorni dopo la Liberazione, delle salme dei patrioti trucidati a Latte: con la camicia bianca il futuro medico Giuseppe Renato Rebaudo, nativo di Pigna, destinato a diventare una figura di spicco in campo sanitario, culturale e sociale. Fonte: Osvaldo Contestabile, La Libera Repubblica di Pigna, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, 1985

 
Il 2 maggio 1945 un gruppo di giovani e i familiari delle vittime della rappresaglia nazista consumata a Latte scesero con alcuni carri per recuperare i resti, già in avanzato stato di decomposizione, dei loro compaesani [n.d.r.: la riesumazione venne compiuta sotto la direzione del dottor Diana, storico medico di Pigna, coadiuvato da Giuseppe Renato Rebaudo, in quel periodo ancora studente di medicina, ma futuro ufficiale sanitario in Ventimiglia, nonché autorevole figura di persona impegnata in diversi ambiti sociali]. La pietosa opera di ricomposizione dei corpi fu drammatica: i tedeschi, dopo l'eccidio, avevano fatto saltare la scarpata sotto il cimitero di Latte con il duplice intento di coprire parzialmente i corpi delle vittime, che in parte affioravano dalla terra smossa dall'esplosione, e di interrompere la strada che scendeva dal Grammondo per rendere più difficoltosa l'avanzata degli alleati. La disperazione delle madri e dei familiari delle vittime rese il recupero delle salme ancora più penoso.
 
[NOTA]
1) Episodio raccontato all’autore da Bernardo Rebaudo “Dino de Sciaravà”, uno dei protagonisti della fuga.

Giorgio Caudano, Pigna. Storia di un paese, ed. in pr., 2016
 
[n.d.r.: tra i lavori di  Giorgio Caudano: a cura di Paolo Veziano con il contributo di Giorgio Caudano e di Graziano Mamone, La libera Repubblica di Pigna. Parentesi di democrazia (29 agosto 1944 - 8 ottobre 1944), Comune di Pigna, IsrecIm, Fusta Editore, 2020; Giorgio Caudano, Gli eroi sono tutti giovani e belli. I Caduti della Lotta di Liberazione nella I^ Zona Operativa Liguria, ed. in pr., 2020; Giorgio Caudano, Dal Mare alla Trincea... memorie di uomini, BB Europa, Cuneo, 2019; Silvia Alborno, Gisella Merello, Marco Farotto, Marco Cassini, Giorgio Caudano, Franck Vigliani, curatori della mostra Claude Monet, ritorno in Riviera, catalogo a cura di Aldo Herlaut, Silvana Editoriale, Milano 2019; La Magnifica Invenzione. I pionieri della fotografia in Val Nervia 1865-1925, a cura di Marco Cassini e Giorgio Caudano, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2016]

giovedì 19 novembre 2020

Piombano nella zona i Tedeschi che avevano pernottato a Dolcedo

Una vista da Villatalla

Tra il 16 ed il 17 dicembre 1944 è notte di convegno garibaldino. Il Comando della II^ Divisione d'assalto Garibaldi «F. Cascione», radunato nella valle appresso, in un casone ubicato tra gli uliveti a sud di Villa Talla [frazione del comune di Prelà (IM)], deve decidere in modo concreto la costituzione della nuova divisione garibaldina «Silvio Bonfante» ed il Comando della I^ Zona Liguria.
Sono presenti il comandante Nino Siccardi (Curto), il vicecomandante Giorgio Olivero (Giorgio), il commissario divisionale Carlo De Lucis (Mario), il commissario politico di zona Lorenzo Musso (Sumi), l'addetta al Comando Bianca  Novara  (Rossana), l'addetto alla tipografia del C.L.N. provinciale (già dislocata in un pollaio sotto la strada di Villa Talla) Giovanni Acquarone (Barba) e qualche altro capo partigiano.
Disgraziatamente, nell'oscurità della notte, «Mario» cade da un muro di una «fascia» alto quattro metri, si spacca il cranio e va in coma, non risponde ai richiami, è cosa ardua rintracciarlo.
Come se ciò non bastasse, il nemico investe all'alba la vallata di Villa Talla. Alcune spie gli avevano fornito vaghe indicazioni, ma fortunatamente non erano in possesso di dati precisi sulla dislocazione del Comando garibaldino  e  della tipografia.
Piombano nella zona i Tedeschi che avevano pernottato a Dolcedo: una colonna di dodici autocarri, giunta da Molini di Prelà, blocca di sorpresa il paese di Tavole, mentre altre due colonne di Tedeschi appiedati marciano per le mulattiere a monte e a valle dell'agglomerato di case; due furgoni della Croce Rossa seguono le truppe.
Rapidamente piazzano le armi pesanti nelle «fasce» sotto Tavole e mitragliano con intensità Villa Talla e tutti i casoni nei dintorni: gravemente danneggiata rimane la casa «Costa», una trentina di proiettili colpiscono la casa canonica. Quindi le colonne si mettono in movimento e una di esse, assai numerosa, sale dal fondovalle verso il paese per la mulattiera Prelà-Villa Talla.
Appena vi giunge chiude in chiesa, ove deruba i paramenti sacri, tutti i civili che cattura (uomini, donne, bambini), saccheggia le case e vi appicca il fuoco con spezzoni incendiari.
Così, già incendiata il 2 di luglio durante il rastrellamento di Triora e il 4 di settembre alla vigilia della battaglia di monte Grande, il 17 di dicembre Villa Talla brucia ancora e perciò risulteranno incendiate settantaquattro case,  compreso l'oratorio di San Giovanni.
Proseguendo il cammino, parte della colonna raggiunge il passo omonimo ove si scontra con una pattuglia del 6° distaccamento (2° battaglione, IV brigata) che, tuttavia, riesce a sganciarsi e a portarsi in postazioni sul versante destro di valle Carpasina.
La situazione del Comando partigiano, nascosto tra gli ulivi sotto il paese in fiamme, di fronte a Tavole, diventa insostenibile; i componenti, sperando di uscire dall'accerchiamento, decidono di muoversi e, disteso il commissario ferito sopra una scala, scendono guardinghi in direzione di Prelà con la speranza di trovare un dottore per curarlo.
«Mario» è esanime e ormai si dispera di salvarlo. Per caso il gruppetto scansa una colonna nemica che sale dal fondovalle. È necessario dividersi, non si può proseguire uniti.
Nascosto il moribondo in un casone con la speranza che non venga scoperto, e, fermatasi presso di lui «Rossana» per pietosamente assisterlo, il gruppetto si disperde (10).
Dopo aver arrestato alcune persone, a mezzogiorno i Tedeschi sgombrano la zona.
Una colonna composta di un centinaio di soldati proveniente da Valloria scende nel primo pomeriggio a Lecchiore sparando alcune raffiche per intimorire le persone rimaste in paese.
Altre colonne raggiungono Dolcedo all'imbrunire, ove smontano la radio campale che vi avevano installata, e proseguono verso la costa.
Vengono fucilati i civili Giovanni Revello e Carlo Oreggia di Tavole.
A Villa Talla ormai la popolazione è terrorizzata dai Tedeschi e dalla presenza della tipografia del C.L.N. celata nel gallinaio, ove funziona dall'agosto 1944 (la tipografia della II^ divisione «F. Cascione» era nella canonica di Realdo in valle Argentina). Di conseguenza, per rasserenare un po' gli animi troppo angosciati, viene smontata il 20 di dicembre, spostata per mezzo di muli a Pianavia e piazzata in una cisterna sotterranea, sita nel sottofondo dell'abitazione di Giobatta Calzamiglia (Bacì). Il 28 sarà rimessa in funzione dal tipografo «Barba» e il 4 gennaio 1945, come vedremo, smetterà per sempre di funzionare a causa di un altro pesante rastrellamento.
Come per Villa Talla, Pietrabruna e Torre Paponi, anche per Badalucco il martirio non è finito: durante la giornata del 17 la zona circostante il paese è rastrellata dai Tedeschi del Comando di Villa Cipollini di Taggia, il 18 è bombardata da apparecchi alleati che, sganciate alcune bombe, distruggono delle case e provocano, purtroppo, morti e feriti.
L'ira e lo sdegno della popolazione è al colmo (11).
Mentre Torre Paponi e Villa Talla bruciavano e da Verona giungeva a San Remo il colonnello delle S.S. Strupel, specialista in rastrellamenti, con trecento suoi accoliti, Mussolini in balia dei Tedeschi parlava a Milano, promettendo ancora una volta, perduto ormai il senso della realtà storica, giustizia e libertà al popolo italiano.

(10) «Mario» verrà portato all'ospedale partigiano di Tavole e quindi in quello di Arzéne. Guarito, riprenderà la lotta come commissario della Divisione Garibaldi «Silvio Bonfante», costituita il 19-12-1944 e dislocata nella zona d'operazioni ad est della strada statale n° 28.
(11) Da una relazione di Franco Bianchi (Brunero), agente S.I.M., al Comando della IV Brigata, del 20.12-1944, prot. n. 291.
Le vittime civili del bombardamento alleato di Badalucco furono dodici.


Francesco Biga, Storia della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria), Vol. III. Da settembre a fine anno 1944, a cura dell'Amministrazione Provinciale di Imperia e con il patrocinio dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, Milanostampa Editore, Farigliano, 1977