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giovedì 26 gennaio 2023

In una trentina (di partigiani) ci recammo alla stazione ferroviaria di Andora

Andora (SV): ex stazione ferroviaria. Foto: Giorgio Stagni su Wikimedia Commons

Il 12 luglio 1944, con una magnifica azione, il Distaccamento “Volante” asporta quintali di derrate alimentari da un treno merci tedesco.
In particolare: il comandante Cion [Silvio Bonfante], informato dal capostazione di Andora della presenza in linea di un treno tedesco, fermo nella stazione perché impossibilitato a muoversi a causa della ferrovia interrotta da bombardamenti aerei, decide di impossessarsi delle derrate stivate nei vagoni.
Su consiglio del comandante [n.d.r.: della II^ Divisione d'Assalto Garibaldi "Felice Cascione"]“Nino Siccardi” (Curto) si decide un sopralluogo per coordinare l’azione: Cion, Mancen e Germano, con alcuni uomini, circondano la stazione ferroviaria e sequestrato il personale ed il capostazione, i partigiani si vestono da ferrovieri.
Alle ore ventidue giunge un treno passeggeri, dalla parte della linea non interrotta, da cui scendono repubblichini, Tedeschi e molta gente.
Tutto si svolge regolarmente e ritornata la calma, vengono fatti affluire alla stazione alcuni carri per asportare le derrate.
Una parte di esse è trasferita a Stellanello e poi in Cian di Bellotto; l'altra è messa a disposizione della popolazione che se ne impossessa ed in poco tempo la fa sparire.
Il giorno successivo, il comando tedesco fa prelevare il Podestà di Andora...
                 
Andora (SV)

Redazione
, La Resistenza, Andora nel tempo
 
Trascorsero alcuni giorni senza nulla di nuovo.
Ma in me, anche se il comportamento degli altri partigiani nei miei confronti era migliorato (come ho già accennato), aumentava il desiderio di trasferirmi nella vallata di Stellanello dove si trovavano i miei amici d'infanzia.
Ne parlai con "Merlo" [Bruno Nello] che dichiarò di capirmi, anche se si dimostrava dispiaciuto, perché pensava di perdere un bravo ragazzo ed un buon partigiano.
Mi autorizzò a partire insieme a "Tenni", cosa che feci il giorno dopo.
Ci incamminammo verso Lucinasco e, attraversato il torrente Impero, raggiungemmo Torria dove facemmo sosta grazie ad una signora che mi conosceva, mangiammo qualche cosa che lei ci offrì, quindi trovammo la possibilità di riposarci in una stalla.
Il mattino seguente ci mettemmo in marcia verso il Pizzo d'Evigno, dove incontrammo una pattuglia di partigiani di guardia.
Tra questi c'era l'amico "Norsa" che ci fece festa.
La pattuglia ci indicò il luogo dove era dislocato il distaccamento detto "Volantina", che era comandato da "Mancen".
Trovammo il distaccamento accampato a monte di Evigno, in località Fussai.
Ricevemmo una calorosa accoglienza da tanti amici, non perché io ero l'autore dell'azione alla caserma Siffredi (forse non ne sapevano ancora niente), ma perché ero Sandro, il loro amico fraterno di tante avventure, magari stupide, infantili, amorose o illusorie.
Quella notte dormii saporitamente tanta era la contentezza: mi sembrava di essere a casa mia. 
Alcuni giorni dopo, agli ordini di Silvio Bonfante ("Cion"), in una trentina ci recammo alla stazione ferroviaria di Andora dove, su segnalazione, venimmo a sapere che da alcuni giorni vi era un treno in sosta, con vagoni carichi di grano, avena, pasta, zucchero e generi vari.
Dopo aver preso le opportune precauzioni e poste le pattuglie di guardia, ci trasformammo in scaricatori: asportammo quintali dei generi suaccennati, li caricammo su carri e partimmo prendendo la via del ritorno, dopo averne lasciato una certa quantità alla popolazione locale.  
Un particolare: invitai i miei compagni a recuperare le tendine dei finestrini di due vetture per viaggiatori in sosta.
Di primo acchito la cosa sembrò ridicola, ma non lo fu; con le tendine facemmo confezionare dei pantaloncini corti, resistenti simili, che però sulle natiche avevano impresso le lettere maiuscole FF.SS. (Ferrovie dello Stato): così non potevamo negare di avere rubato la stoffa alle ferrovie.                
Sandro Badellino, Mia memoria partigiana. Esperienze di vita e vicende di lotta per la libertà di un garibaldino imperiese (1944-1945), edizioni Amadeo, Imperia, 1998 
 
"Sbrigatevi. Prendete tutto  quello che serve, il resto lasciatelo perdere". Su quel treno eravamo almeno in dieci. Il convoglio era fermo ormai da giorni e i vagoni, tutti in fila, erano sul binario lato mare, quello che dava sulla pensilina della costruzione solitamente usata per le merci. "Ragazzi, bisogna rifornirci anche di coperte... guardate nei vagoni di prima classe, là forse". Era il caos. Su quel treno c'eravamo saliti già da mezz'ora e per la maggior parte sembrava un gioco, un semplice, anche se rischioso gioco. La stazione di Andora era deserta. Eravamo scesi da Stellanello per far man bassa di chissà cosa; eravamo convinti che su quel treno fermo potessimo trovare generi di lusso. Invece... "Prendete le tendine, quelle servono". Sandro Badellino (Biundu), più dinamico e meno fracassone, cercava di accelerare. "Prendete le tendine... ho detto le tendine". Qualcuno non aveva ancora capito a cosa potevano servire quelle tende di color marrone con quella "FF.SS." stampigliata in più parte, quelle tende polverose che servivano a riparare i finestrini dal sole. Ci prendemmo due botte di "cretini" e non replicammo. In pochi minuti mettemmo insieme un gran numero di tendine e ripartimmo, con sacchi recuperati nella stazione merci, verso Stellanello. Qualcuno scherzava cercando di evitare che il comandante "Mancen", al secolo Massimo Gismondi, il più alto in grado del distaccamento, potesse accorgersene. "Ma cosa vogliono fare con queste tendine?". La domanda ottenne risposta soltanto la mattina dopo quando io e gli altri due compagni fummo incaricati da "Mancen" di portare tutte quelle tende in una casa verso Testico. Consegnammo le tende ad una donnina, una certa Luigina, che ci assicurò "tornate tra una settimana. I pantaloni saranno pronti, almeno spero. Dite ai capi che vi farò anche delle braghe corte". E così, almeno per noi, si svelò il mistero delle tendine. Dopo una settimana tornammo e la donna ci consegnò i pantaloni, confezionati alla perfezione.
un ex partigiano
Daniele La Corte, Storie di uomini e di donne. Gli anni difficili della Resistenza, Calvo Editore, 1995

[...] i partigiani Lino Viale e Nino Agnese (Marco) e il presidente del C.L.N. Dottor Renato Negri (Renato II) erano venuti a conoscenza di un treno fermo alla stazione di Andora con un carico di viveri e generi diversi, destinato ai tedeschi in Francia.
La sosta era dovuta all'interruzione della linea conseguente al bombardamento del ponte ferroviario di Cervo. Un sopralluogo era effettuato da Massimo Gismondi (Mancen), insieme a Silvio Bonfante (Cion) - allora a Cian de Bellottu con Nino Siccardi (Curto) - e al podestà Giuseppe Vattarone, che, sebbene segretario del Fascio locale non disdegnava di dare sottomano aiuto ai partigiani e agli andoresi in genere, duramente provati dalla fame e dalla penuria imperante. Dopo alcuni giorni Cion, Mancen, Germano, Marco, Sandro ed altri, affluiti con alcuni carri per trasportare il vettovagliamento, presidiavano le vicinanze mentre un commando occupava la stazione. L'ora, circa le otto di sera, di per sé era propizia, perché l'ultimo treno arrivava alle sette e mezza, ma quella sera purtroppo il convoglio aveva due ore di ritardo. Annullare l'operazione era comunque improponibile per la mobilitazione effettuata, sicchè si procedeva all'occupazione della stazione: atrio, biglietteria e stanza del manovratore e del controllore. I ribelli, indossate divise da ferrovieri, si sostituivano al capo stazione Rendone e agli altri addetti, attendendo l'arrivo del treno. Nessuno dei passeggeri scesi dai vagoni, tra cui si trovavano sia tedeschi che fascisti, dava segno di accorgersi della presenza partigiana. Allontanatisi tutti i viaggiatori, i partigiani svuotavano diversi vagoni del treno merci in sosta forzata. Per quanto rimaneva sugli altri vagoni, provvedeva il podestà ad avvisare la gente in paese, che avrebbe terminato l'opera nottetempo. L'indomani i tedeschi, accortisi del clamoroso scacco, arrestavano il podestà Vattarone e intimavano agli andoresi la restituzione della refurtiva, ma essendo il maltolto già ben lontano o ben nascosto la richiesta rimaneva inevasa e tutto finì lì.
Francesco Biga in Francesco Biga e Ferruccio Iebole (a cura di Vittorio Detassis), Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria) - vol. V, Ed. Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia, 2016

giovedì 26 novembre 2020

I partigiani se ne tornarono alla base di Ormea...

Illustrazione di Marisa Contestabile in Osvaldo Contestabile, Op. cit. infra

Ceva (CN): Stazione Ferroviaria. Fonte: Wikipedia

Alcuni giorni dopo dal Comando ci giunse l'ordine di trovarci alla stazione ferroviaria di Pievetta ben armati e con le mitragliatrici pesanti che avevamo in dotazione. L'azione da compiersi era un attacco alla città di Ceva.
Ciò ci sorprese non poco perché sapevamo che la località, essendo un centro logistico importante per il nemico, era ben presidiata. Quando giunse [20 luglio 1944] il treno da Ormea, sul quale era già la Volante, ci imbarcammo anche noi (complessivamente eravamo una ottantina di partigiani).
In questa occasione l'ilare "Raspin", il quale aveva già fatto in precedenza degli apprezzamenti sul modo di muoverci, di cui abbiamo fatto cenno, mi disse: «A Pievetta ci hanno portato con l'autocarro, a Ceva ci portano col treno, ma che partigiani siamo diventati? Speriamo che la prossima volta ci  portino in aereo».
Il discorso non poteva non essere accompagnato da una risata generale che distese la nostra tensione nervosa. Eravamo preoccupati per l'avventura cui andavamo incontro, ma non sapevamo che il nostro Comando ci mandava a Ceva in quanto informato che, da alcuni giorni, la città era sgombrata dai soldati nemici.
II treno si arrestò alla periferia di Ceva, dove fu piazzata una mitragliatrice pesante con la presenza di una decina di partigiani, pronti ad entrare in azione se fossero giunte forze nemiche da Savona o da Mondovì.
Quando il treno giunse alla stazione, scendemmo.
Un gruppo si recò in una grande caserma (che trovò vuota).
Invece alla stazione noi, più fortunati, trovammo in alcuni vagoni, riso, farina, grano ed altri generi alimentari, che provvedemmo a caricare su due camioncini, avviati poi verso la nostra zona di provenienza.
Perquisimmo i treni viaggiatori che in ore successive giunsero da Torino e da Savona, prendemmo prigionieri alcuni soldati fascisti e tedeschi, che, sbiancati in volto per lo stupore, non riuscivano a raccapezzarsi per quanto stava loro accadendo; alcuni viaggiatori, che mi sembravano "borsaneristi", approvavano la nostra azione, poiché a loro spesso veniva sottratta la merce durante questi viaggi.
Alcuni "borsaneristi" erano di Oneglia e ci riconobbero.
Chiesi a qualcuno di loro di informare i miei genitori che stavo bene.
Mia madre, credendo che io fossi di stanza a Ceva, pensò di venirmi a trovare.
La poveretta, giunta nella città alcuni giorni dopo i fatti che ho raccontato, incappò in un brutto bombardamento aereo e si salvò, col treno, perché la galleria, che serviva da rifugio, era a poca distanza dalla stazione.
Logicamente a Ceva non mi trovò e, non sapendo dove trovarmi, decise di ritornare a Oneglia delusa e amareggiata.
Ma non rinunciò mai a creare le condizioni per incontrarmi (come vedremo).
Mi fece gradite sorprese, anche se per due volte si imbattè in brutte situazioni.                                       Sandro Badellino, Mia memoria partigiana. Esperienze di vita e vicende di lotta per la libertà di un garibaldino imperiese (1944-1945), edizioni Amadeo, Imperia, 1998

 

Ceva (CN). Fonte: Wikipedia

La locomotiva sotto la tettoia della stazione di Ormea, lì come nuova, l'avevano già vista con tutti i comandi funzionanti; e non gli pareva giusto che non se ne servissero.
Per funzionare funzionava, niente da dire; bisognava soltanto trovare uno capace a manovrarla, per farla partire.
Uno che se ne capiva un po' di come trafficarci, lo trovarono subito più o meno disponibile e la mise in moto.
- Allora andiamo, che così ci arriviamo prima tutti insieme: non se lo credono mai più che ci arriviamo col macchinista -, risposero al Cion [Silvio Bonfante] che stava ad aspettare per la partenza.
Di ribelli sbrindellati e variopinti, ce n'erano aggrappati dappertutto su quella locomotiva in corsa, e bisognava vederli com'erano combinati; cantavano e sbandieravano come alla festa grande sulla fiera, con l'aria fresca della valle in poppa.
La sbarra di confine tra fascisti e partigiani per traverso sui binari, la trovarono dopo Bagnasco, quando il macchinista se ne accorse che ormai la vide in pezzi senza fermarsi, alé sempre avanti così: ma dalle due parti in fila lungo la ferrovia, intanto i borghesi si sbracciavano, che di là c'erano i tedeschi; perdio stessero attenti, e fermassero il treno; volevano dire di stare attenti e di fermarsi subito, perché più in là c'erano eccome, coi posti di blocco le pattuglie le mitraglie puntate e le sentinelle all'erta in postazione.
A Ceva invece, quando arrivarono nella stazione sono la pensilina con gli stantuffi ancora in moto, manco per l'antonia i tedeschi ci pensavano a una faccenda così balorda e poco militare.
Il fatto sta che se ne accorsero soltanto troppo tardi, quando sentirono le raffiche concentrate nelle saracinesche del posto di controllo per la truppa.
Sentirono anche lo stridio dei freni sulle rotaie, locomotiva in abbrivio per inerzia, gente in confusione a gridare dappertutto, chissà cosa succede.
Non era facile capire sotto la pensilina o tra i binari, cosa succedeva all'improvviso in quella gran confusione nella sparatoria garibaldina; cosa succedeva con quel treno che non c'era sul tabellone dell'orario, e quei ribelli vestiti a quel modo, tutti sbrindellati che lì non ne avevano mai visto; ma che adesso andavano svelti coi mitra tra i vagoni.
Non c'era tempo nemmeno per spiegarlo ai viaggiatori, alla gente del posto e ai trafficanti indaffarati tra sacchi di farina cereali e recipienti d'olio pei baratti.
La fucileria rompeva subito i contratti della borsa nera, ciascuno ritrovandosi così d'amblé, alla malparata; chissà come finirà con questi qui; capita poi che il treno da Savona, lì in sosta per caso, è carico soltanto di contrabbandieri; meno male pochi i tedeschi di scorta non ce la fanno a sparare subito, cosicché se ne stanno quieti tra i sedili e i malloppi di merce.
La spedizione finì poco dopo, col subitaneo svuotamento della stazione ferroviaria; ma senza risarcimenti per le confische agli accaparratori di passaggio.
I partigiani se ne tornarono alla base di Ormea con due autocarri carichi di tutto, dopo le ricerche svelte nelle case dei fascisti tra i vicoli del paese; se ne tornarono prima che sentissero dalle creste, da una parte e dall'altra, fuoco d'inferno distante tra le curve, col vento forte della valle. 
Osvaldo Contestabile, Scarpe rotte libertà. Storia partigiana, Cappelli editore, 1982, pp. 60, 63

martedì 13 ottobre 2015

... e non sapevamo che era l'ultimo treno

Bordighera (IM): la stazione ferroviaria
 
Lasciammo Bordighera, prendemmo un treno e non sapevamo che era l'ultimo treno: poi i nazisti fecero saltare tutti i ponti del Roya. I tedeschi avevano già occupato Torino e dilagavano nei dintorni.
Alba ed io scendemmo a Trofarello. I nostri soldati, lasciati senza ordini, fuggivano senza sapere bene dove andavano. Alba salì su di un tavolo e fece un comizio di resistenza... 
… In anni di vita cosa posso salvare di me uomo? Valgono i momenti in cui mi sono profondamente ribellato, quando mi rifiutavo d'invadere paesi pacifici. E gli anni d'amore con Alba, quando eravamo ingenui e puri come forse solo i giovani possono essere… 
… con Alba meglio resistetti alle guerre e alle mie diserzioni. Con lei avevo un nucleo forte e Alba m'impediva di lasciarmi andare completamente dandomi una ragione di vita intima profonda. So che Alba in quegli anni mi ha salvato dalla morte…
Guido Seborga, Occhio folle, occhio lucido, Spoon River, 2013

... nel ‘39 si formò a Bordighera un gruppo orientato verso i partiti della classe operaia e in particolare verso il partito socialista guidato da Guido Seborga, coadiuvato da Renato Brunati, Lina Meiffret e Beppe Porcheddu. Gli aderenti stabilirono contatti a Torino con il gruppo di Alba Galleano, Giorgio Diena, Vincenzo Ciaffi. Tra gli altri [Domenico] Zucaro, Raf Vallone, Luigi Spazzapan, Umberto Mastroianni, Carlo Mussa 
Pietro Secchia, Enzo Nizza, Enciclopedia dell’Antifascismo e della Resistenza, Milano, La Pietra, 1968


Verso la fine del '42 alcuni antifascisti di Bordighera, o ivi residenti, che precedentemente svolgevano un'attività contro il fascismo non coordinata, si riuniscono, e formano un gruppo organizzato. Fra questi antifascisti Tommaso Frontero allaccia il gruppo al PCI di Sanremo e prende contatto con i comunisti sanremesi Luigi Nuvoloni, Umberto Farina, Alfredo Rovelli. Ai primi del '43 si crea in Bordighera il comitato comunista di settore, con a capo Tommaso Frontero, Ettore Renacci e Angelo Schiva. In seguito a queste persone si aggiunsero altre, fra cui Charles Alborno, Siffredo Alborno, Pippo Alborno, l'architetto Mario Alborno (che prese poi il nome di battaglia Cecof), Renzo Rossi. Dopo il 25 luglio 1943 il gruppo entra in contatto con altri antifascisti di Bordighera, fra i quali Renato Brunati, indipendente. Al gruppo si aggregano nuovi elementi...  
Giovanni Strato, Storia della Resistenza Imperiese (I^ zona Liguria) - Vol. I: La Resistenza nella provincia di Imperia dalle origini a metà giugno 1944, Sabatelli Editore, Savona, 1976
 
Ettore Renacci, antifascista, è tra i primi ad aderire al Comitato di settore del Partito comunista costituito ai primi del 1942 a Bordighera da Tommaso Frontero; dopo l’8 settembre è attivo nel reclutare giovani, soprattutto militari sbandati, anche provenienti dalla Francia, da avviare in montagna. Assieme a Frontero organizza il Cnl locale, con la responsabilità del coordinamento e dei contatti tra l’organizzazione cittadina e la montagna. Ettore Renacci viene arrestato per caso, anche se il suo nome era stato segnalato da due delatori ed era quindi nella lista nera: si imbatte sulle scale di casa di Frontero, coi militi che vanno a perquisirne l'abitazione la mattina del 23 maggio 1944.
Tradotto in carcere e brutalmente interrogato, è destinato alla fucilazione coi compagni arrestati nella stessa retata, dopo un sommario processo. Li salva, per il momento, l’intervento della Gestapo che reclama per sé i condannati e li trasferisce al carcere di Marassi, 4a sezione politici, per nuovi interrogatori. Poi, per tutti, Fossoli. Renacci finisce a Cibeno. Gli altri a Mauthausen, da cui torna vivo solo Frontero.
Anna Maria Ori, Carla Bianchi Iacono, Metella Montanari, Uomini nomi memoria. Fossoli 12 luglio 1944, Comune di Carpi (MO), Fondazione ex Campo Fossoli, Edizioni APM, 2004

Renato Brunati e Lina Meiffret furono attivi anche nelle prime iniziative successive all'8 settembre 1943, da cui doveva poi nascere il C.L.N. di Sanremo (IM).
Renato Brunati fu arrestato nel febbraio 1944 insieme a Lina Meiffret; portato ad Oneglia, dove venne torturato a lungo, fu poi trasferito a Genova, nel carcere di Marassi, dove lo vide per pochi momenti un altro detenuto, il patriota di Sanremo Nanni Calvini, che lasciò di Brunati, straziato nel corpo, nel lavoro fondamentale di Mario Mascia ("L'epopea dell'esercito scalzo"), un commovente ritratto: "Ben poco potemmo dirci... eri ispirato nel tuo ideale... Il tuo sacrificio non fu e non sarà sterile mai, amico Brunati, compagno nei bei giorni della lotta... altruista, quale io ti lasciai in quel triste pomeriggio invernale della quarta sezione, in cui le nostre mani nella caldissima stretta che le univa..."; Brunati verrà ucciso insieme con altri 58 ostaggi nella strage del Turchino del 19 maggio 1944, scatenata dai nazisti per una feroce rappresaglia; Calvini, invece, fu dapprima deportato nel campo di concentramento di Fòssoli (comune di Carpi, provincia di Modena), e quindi in Germania, destinato a Kalau e dalla Germania rientrò solo nel settembre del 1945.
Adriano Maini
 
Bordighera (IM): zona Madonna della Ruota, dove ebbe l'ultimo domicilio Renato Brunati

Nell'ambito di una decisa ripresa di attività della Resistenza sia in montagna sia in città, che dopo i tragici e dolorosi avvenimenti della Benedicta vedrà, dalla tarda primavera all'autunno del 1944, il movimento partigiano acquisire un nuovo livello di organizzazione e maturità, il 14 maggio 1944 venne organizzata dai GAP, nel centro di Genova, un'azione di attacco contro i militari tedeschi che frequentavano il Cinema Odeon, a essi riservato in via esclusiva. L'esplosione di una bomba all'interno di quel locale causò la morte di 5 militari e il ferimento di altri 15. La risposta nazista a questa azione si mosse rapidamente. Il compito fu assunto dalle forze di sicurezza essenzialmente costituite dalle SS anche perché tutta la gestione della rappresaglia avveniva a livello del comando insediato nella Casa dello Studente e nella IV sezione del carcere di Marassi. Di qui furono prelevati i 59 candidati alla fucilazione: 42, provenienti anche da altre province, erano detenuti per attività antifascista, 17 provenivano dal rastrellamento della Benedicta avvenuto il mese precedente.
L'esecuzione ebbe luogo nelle prime ore del 19 maggio 1944 nella località, prossima al Passo del Turchino, denominata Fontanafredda. Le modalità di essa furono particolarmente crudeli, in quanto le vittime designate dovettero portarsi su assi protese sopra una grande fossa che nel giorno precedente un gruppo di ebrei, pure detenuti a Marassi, era stato costretto a scavare, e ivi vennero uccise a colpi di mitra in gruppi di sei cadendo sui corpi dei loro compagni già uccisi. 
Anche qui ne vollero cancellare le tracce: in un comunicato del 20 maggio 1944 il comando tedesco dava notizia della rappresaglia, tuttavia affermando che essa era avvenuta il 18 anziché il 19. Falsità che, insieme al rifiuto di tutto il personale della Casa dello Studente e di Marassi di fornire notizie sulla destinazione dei loro cari, a lungo impedì ai familiari dei trucidati di conoscerne la sorte effettiva.
Raimondo Ricci, La rappresaglia del Turchino, Storia e memoria n. 2/1998, Istituto Ligure per la Storia della Resistenza e dell’Età Contemporanea - Ilsrec 
 
E pure morì sotto il martirio nazista l’animatore d'una delle prime bande a Baiardo: Brunati, il partigiano poeta. E la trista Germania inghiottì Lina Meiffret, prima partigiana.
Italo Calvino, articolo apparso sul numero 13 de La voce della democrazia, uscito a Sanremo martedì 1° maggio 1945

Baiardo (IM)

L’8 settembre mi colse in piena attività cospirativa. Appartenente alla organizzazione attiva del Partito Comunista Italiano noi avevamo già predisposto i piani generali per una organizzazione efficace del movimento antifascista. Ammaestrati dagli insegnamenti della guerra partigiana che si conduceva in Russia ed altrove, io e Renato Brunati, che collaborava strettamente con me, quando alla data dell’armistizio dovemmo constatare che una resistenza inquadrata non era possibile nelle città e che la guerra si sarebbe prolungata per molto tempo, decidemmo, d’accordo con i capi della nostra organizzazione, di formare dei nuclei nelle vicine montagne che avrebbero dovuto costituire il centro di attrazione dei numerosi sbandati dell’esercito Regio, e che avrebbero potuto, in un secondo tempo, creare vere e proprie bande partigiane.
Nella mia villa di Baiardo costituii una specie di quartier generale, un centro di raccolta degli sbandati e di coloro che intendevano partecipare alla guerra partigiana, che già si profilava nella zona orientale della Provincia di Imperia. Qui Brunati ed io raccogliemmo un gruppo di giovani tra cui anche ufficiali dell’Esercito ed iniziammo la preparazione consistente nella raccolta delle armi, munizioni, viveri e materiale vario, che avrebbe dovuto formare la dotazione delle bande.
Gruppi di nostri giovani battevano le cittadine e le campagne rastrellando armi. Fra l’altro un nostro gruppo assaltò la villa Marilì alla Foce [n.d.r.: di Sanremo (IM)], dove venne asportata una mitragliatrice St. Etienne, 15 moschetti, 8 rivoltelle, munizioni, 35 coperte e bombe a mano… Armi e punizioni ci furono anche procurate dal gruppo di Pigati e dalle cellule del Partito Comunista operanti a Sanremo.
Peraltro noi non potevamo fidarci di tutti i nostri aderenti, molti dei quali, durante il mese di ottobre 1943 incominciarono a sbandarsi in previsione di una controffensiva tedesca che si diceva imminente…
Intanto noi approntavamo i piani per creare caposaldi montani che avrebbero dovuto far fronte ad una eventuale operazione nazifascista. Ma nel novembre 1943, i piani stessi ci vennero trafugati da un tenente che si era aggregato a noi e che poi si consegnò al nemico. Le notizie allarmistiche di una puntata germanica in forze contro Baiardo ed il pericolo di continui tradimenti nonché il fatto che nuclei di bande erano già in via di formazione nel retroterra, in posizione più difensiva vantaggiosa, ci indussero a sciogliere la nostra organizzazione.
Abbandonando Baiardo riprendemmo la nostra azione cospirativa, ma il Brunati veniva arrestato dai tedeschi, trasportato a Marassi ed il 19/5/1944 fucilato al Turchino, ed io stessa arrestata per ordine del Maggiore Lena.
Il resto è un’altra storia.
Lina Meiffret, Relazione del 1945, documento dell'Archivio dell’Istituto Storico della Resistenza ed Età Contemporanea di Imperia


Aveva 49 anni Giuseppe Porcheddu, per tutti Beppe, quando scompare due giorni dopo il Natale del 1947. Illustratore di libri e riviste, pittore, scenografo, disegnatore di primo piano della squadra Lenci, per cui firma ceramiche e bambole, arredi e giocattoli. Un artista di successo, il motivo della fuga non può essere una questione economica. Anche perché la famiglia è abbiente, il padre Giovanni Antonio, ingegnere con tre lauree, emigrato operaio da Sassari finito a Torino, è stato il primo a credere nel futuro del cemento armato, ha importato la tecnica brevettata dal belga Hennebique e ci ha costruito, tra gli altri, il Lingotto, i ponti di corso Novara e di via Cigna, sulla Dora, il ponte Risorgimento a Roma, talmente innovativo che il Comune si rifiutò di anticipare i soldi, fino a costruzione avvenuta, nel timore che crollasse nelle acque del Po. Beppe non seguì la carriera paterna, a lui piaceva disegnare. Se ne accorse uno degli artisti che frequentavano la famiglia Porcheddu, Leonardo Bistolfi, quasi incredulo a vedere la maturità nel disegno del ragazzino. Elementari, medie e liceo a Torino, poi il Politecnico, senza dimenticare lo sport e lo studio del violino. Nel 1916, volontario, parte per la guerra, ma sul monte Tomba è gravemente ferito dallo scoppio di una granata. Trasferito all' ospedale militare di Carrara, salva per miracolo la gamba sinistra, ma è costretto da allora a camminare con il bastone. Le prime illustrazioni appaiono nel 1919 sul Pasquino, poi su un' infinità di altre testate, tra le quali il Corriere dei Piccoli e Topolino. E' la letteratura per l'infanzia quella che più lo affascina. «I bambini sono più critici degli adulti», sostiene, e nelle illustrazioni per loro è particolarmente puntiglioso, da Racconti così di Gian Bistolfi al Tartarino di Daudet, dal Romanzo di Tristano e Isotta alle Avventure del barone di Munchhausen, dal salgariano I ribelli della montagna al Pinocchio pubblicato nel '42 da Paravia. Quest'ultimo è un capolavoro, con i disegni su carta grigia e nocciola, colorata a china e arricchita dal bianco della tempera. Non sono da meno i libri non destinati specificamente ai ragazzi, le Passeggiate storiche torinesi di Emilio Bruno, pubblicate nel 1939 da Frassinelli, o La tentazione di Sant' Antonio di Flaubert, per i tipi di Ramella nel 1946. Antifascista - pur firmando nel 1935 le illustrazioni del Balilla regale di Arnaldo Cipolla - ospita nella villa di Bordighera [n.d.r.: Villa Llo di mare in Arziglia, a levante del centro abitato] durante la guerra moglie e figlia di Concetto Marchesi, il grande latinista, partigiano comunista. E poi due ufficiali britannici nascosti in una stanza vicino alla biblioteca, dove spesso un militare della Wehrmacht si presenta per chiedere a prestito uno dei tanti libri in tedesco che Porcheddu acquista per ispirarsi nei suoi disegni. Giovanna, figlia del disegnatore, sposerà a guerra finita uno dei due inglesi [Michael Ross]. L'altra, Amalia, convolerà lo stesso giorno con un altro ufficiale del Regno Unito di stanza in Liguria [Philip Garigue]. Beppe nel frattempo diventa, per un breve periodo, presidente del Cln di Bordighera [n.d.r.: questo incarico, tuttavia, venne ricoperto solo finita la guerra]
Leonardo Bizzaro, Porcheddu, la matita che sparì a Natale, la Repubblica, 20 ottobre 2007
 
Quella relativa ai due ufficiali britannici fu un'incombenza lasciata a Giuseppe Porcheddu, quasi in eredità spirituale, da Lina Meiffret e Renato Brunati; Brunati che, prima del conflitto, aveva collaborato alla stesura di alcuni testi, illustrati da Porcheddu; Brunati, destinato a soccombere, come si è detto sopra, alla furia nazifascista; Brunati e Meiffret con i quali Giuseppe Porcheddu aveva collaborato non solo nel primo circolo clandestino antifascista di Bordighera, ma anche attivamente nei primi mesi della Resistenza, mettendo a disposizione per il transito di uomini, armi, materiali, diretti a Baiardo, la citata villa in Arziglia.
Adriano Maini 
 
 
Documento francese (Archivio SHAT - Service historique de l'armée de terre -): cit. infra

Bordighera (IM): il ponte della Via Aurelia sul torrente Borghetto, limite raggiunto dalle truppe francesi di occupazione

8 maggio 1945
Un distaccamento americano di 35 militari a Bordighera, previsto per lo stesso giorno l’arrivo del resto della compagnia [...]
Il nostro posto di controllo, seguite le istruzioni del colonnello comandante  il 18° R.T.S., risulta attestato a 250 metri ad est dall'ingresso in Bordighera.
I posti di controllo francese ed americano sono affiancati.
Il capitano britannico incaricato del distretto di Bordighera è il cap. Garrigue [nd.r.: in effetti il cognome era Garigue e non Garrigue] [...]
Il cap. Garrigue ha già incontrato il sindaco di Bordighera e preso il controllo politico ed alimentare della città [...]
Si segnalano circa 500 partigiani a Bordighera e dintorni [...]
Salbat, Comandante del Sotto Settore del Basso Roia 
Documento dell'esercito francese (Archivio SHAT - Service historique de l'armée de terre -), copia - non utilizzata per il lavoro cit. infra -  di Giuseppe Mac Fiorucci, autore di Gruppo Sbarchi Vallecrosia ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia <Comune di Vallecrosia (IM) - Provincia di Imperia - Associazione Culturale "Il Ponte" di Vallecrosia (IM)>, 2007  
 
"Sempre Avanti", 19 ottobre 1945: veniva menzionato il cap. Garigue. Fonte: Laura Hess
 
Finita la guerra, Lina Meiffret fu anche collaboratrice del governatore alleato della provincia di Imperia, il capitano Philip Garigue, il che la costrinse anche a chiedere - con comunicazioni ufficiali del suo superiore - in almeno due occasioni il rinvio della sua presenza come testimone al processo davanti alla Cas (Corte di Assise Straordinaria) a carico di Quinto Garzo, accusato di essere stato uno dei maggiori responsabili dell'arresto - foriero delle drammatiche conseguenze già qui accennate - della Meiffret stessa e di Renato Brunati.
Adriano Maini