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venerdì 20 novembre 2020

I patrioti martiri di Pigna (IM)

Il ponte vecchio di Latte, Frazione del comune di Ventimiglia (IM), ponte vicino al luogo dell'eccidio ricordato in questo articolo

Il 10 e l'11 marzo 1945 i tedeschi effettuano un rastrellamento nella zona di Buggio-Pigna- Castelvittorio (IM). Tutti i civili rastrellati vengono portati a Pigna dove un capitano delle SS e due fascisti di Ventimiglia (S. e A.) li esaminano.
Al termine dei controlli, i tedeschi trattengono quattordici giovani (tutti partigiani) in licenza invernale, che dovevano ritornare in montagna per raggiungere le rispettive formazioni. 
I trattenuti sono rinchiusi in una casa isolata, fuori dal paese, oltre il ponte sul Nervia. 
Nella notte, gli abitanti più vicini alla casa isolata sentono gli urli dei catturati sottoposti a torture inaudite.
Alcuni giorni dopo il rastrellamento i 14 giovani, legati e incatenati a due a due sotto scorta armata intraprendono la strada verso Ventimiglia (IM) dopo di che se ne perdono le tracce. 
Probabilmente, nella notte del 21 (?) vengono fucilati nel vallone di Latte [Frazione di Ventimiglia] e  i loro corpi coperti con poca terra.
Le salme recuperate subito dopo la Liberazione saranno pietosamente ricomposte. 
Da altre fonti risulta la data di questa fucilazione risulta essere quella del 28 marzo 1945. 
Risulta che la causa della cattura dei 14 partigiani è dovuta al precedente arresto del partigiano Luigi Albini, incaricato dal Comando della V^ Brigata di far rientrare nelle formazioni dalla licenza invernale i suddetti partigiani. 
I nazifascisti trovarono in tasca all'Albini l'elenco dei richiamati. Per questo motivo il capitano delle SS, sulla piazza di Pigna, scelse a colpo sicuro i giovani partigiani per farli fucilare (vedasi anche relazione di Giovanni Monaco Rebaudo, conservata nell'Archivio ISRECIM III 26).
Francesco Biga (con la collaborazione di Osvaldo Contestabile), Storia della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria), Vol. IV. Da Gennaio 1945 alla Liberazione, 1998, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia, 2005, Grafiche Amadeo
 
La chiesa di Latte

21 marzo 1945
Anche oggi Ada è andata verso i Carletti per raccogliere un canestro d'uva e, dopo la chiesa di Latte, ha visto per terra delle macchie di sangue senza che vi fosse alcun segno di lotta o di schegge. Ha notato però sul bordo della strada della terra smossa dalla quale sembra escano degli stracci. Le sono venuti in testa brutti pensieri ed è tornata a casa assai impressionata.
23 marzo 1945
[...] Il sangue visto per la strada sopra la chiesa di Latte pare sia di soldati e, da sottoterra, si vede uscire un gomito già pieno di mosconi. Sembra ve ne siano seppelliti una quindicina.
Caterina Gaggero Viale, Diario di Guerra della Zona Intemelia 1943-45, Edizioni Alzani, Pinerolo, 1988 
 
Alle prime luci dell’alba dell’11 marzo soldati tedeschi (plotone comando del 253° reggimento e 3° compagnia del I° battaglione) con i calci dei loro fucili aprirono le porte delle case sia in paese sia in campagna, radunando tutti coloro che venivano sorpresi nei loro letti, indipendentemente dal loro sesso e dalla loro età.
Era l’inizio di un grande rastrellamento: chi venne fermato fu radunato e raggruppato in colonne che percorsero le mulattiere che portavano a Pigna.
La fortuna volle che nelle prime ore del mattino alcune persone si stessero recando dalle campagne in paese per presenziare ad un funerale per morte naturale di un anziano, circostanza che permise di dare l’allarme che salvò numerosi giovani in età di leva che riuscirono a sottrarsi al rastrellamento.
Coloro che incapparono nelle maglie del rastrellamento furono radunati alla Giaira, presso la rimessa delle corriere: ad un tavolino erano seduti dei civili e dei miliziani provenienti da Dolceacqua; si seppe poi che si trattava, tra gli altri, dei famigerati Stillo, Piccinini e Verardi.
I fermati passarono, ad uno ad uno, di fronte a questi sinistri individui, esibendo i propri documenti; i controlli venivano effettuati scorrendo un registro, alcuni vennero separati dalla maggioranza degli intimoriti civili.
Un’altra fortunata circostanza volle che proprio in quei momenti un aereo da ricognizione sorvolasse il cielo di Pigna, attirando l’attenzione dei soldati tedeschi incaricati della custodia di coloro che non avevano ancora passato il controllo: una mezza dozzina di questi riuscì a nascondersi nel vicino vallone di «Lavalle», risalirlo e raggiungere la salvezza <1.
I fermati furono tenuti qualche giorno nella costruzione che si trova al di là del ponte di San Pancrazio; successivamente vennero trasferiti verso valle, prima a Dolceacqua e poi verso Ventimiglia.
Si seppe in seguito che vennero portati nell’attuale casa di riposo di Latte e che il 19 marzo furono fucilati presso il cimitero della frazione ventimigliese dagli uomini del maggiore Hans Geiger (2° battaglione del 253° reggimento), già macchiatosi il 7 dicembre 1944 di un altro atroce delitto, la fucilazione a Grimaldi, presso l’hotel Vittoria, di cinque donne, quattro uomini e tre bambini per motivi la cui inchiesta e il relativo processo nuovamente istruiti nel 2000 non seppero chiarire.
Il maresciallo Ernst Schifferegger, sottoufficiale dell’ufficio di Sanremo della SD, altoatesino, precedentemente interprete presso la caserma di via Tasso a Roma alle dirette dipendenze del colonnello Kappler, nel corso dell’interrogatorio del 2 giugno 1947 condotto dal P.M. di Sanremo, dichiarò che l’11 marzo 1945 si recò a Pigna, insieme all’altro sottufficiale Schmitd e all’autista Fioravanti Martinoia, su incarico del maresciallo Joseph Reiter, comandante il reparto SD di Sanremo, e riferì le modalità con cui venne effettuata la cernita dei rastrellati.
«Terminato il rastrellamento, io, Schmidt e l’autista Martinoia, che ci accompagnò, ci recammo sul luogo dove erano convenuti circa 300 persone catturate nel corso dell’operazione. Sulla piazzetta di Pigna, in fila per tre, c’erano riuniti i rastrellati. Io e Schmitd, da una parte, e un ufficiale della 34^ Divisione unitamente ad un membro della brigata nera, del quale non so il nome, dall’altra, incominciammo la prima cernita. Si trattava di togliere via gli uomini superiori ai cinquant’anni che erano in numero assai notevole, e che furono messi da una parte. Nel frattempo venne da me un ufficiale della 34^ divisione dicendomi che in una stalla vicino si trovavano quattro giovani presi con le armi in pugno, e che, di conseguenza, non esistevano dubbi circa la loro appartenenza al movimento partigiano. Il medesimo mi disse che egli stesso aveva promesso la libertà in cambio di una collaborazione tendente ad identificare i partigiani compresi nel numero dei rastrellati. Pertanto, egli si era già accordato di fare passare, uno alla volta, tutti i fermati (eccetto coloro che superavano i cinquant’anni) attraverso la stalla. Mentre essi passavano, io di nuovo avrei controllato i documenti proprio nel posto dove si trovavano i quattro partigiani. Così facendo, si avrebbe effettuato un migliore accertamento e, nel contempo, il tempo che io impiegavo per controllare i documenti sarebbe stato sfruttato dai quattro delatori per indicare chi dei rastrellati era partigiano. Stabilite così le cose, si iniziò l’operazione. I quattro delatori, al passaggio di ognuno dei fermati, dicevano se egli era o meno un partigiano. La cosa avveniva apertamente, per cui coloro che non erano partigiani e che furono rilasciati debbono ricordare questo triste episodio. In tal modo, alla fine della sfilata, circa una ventina di persone si trovavano nel gruppo separato che distingueva i partigiani. Un altro gruppo, comprendente oltre una trentina di giovani, fu separato perché renitente alla leva e quindi destinati ad essere consegnati al comando provinciale. Infine, il rimanente fu messo da un’altra parte per essere poi rilasciato
Finito questo, diremmo così, spoglio, il soggetto e gli altri membri delle SS (così nel verbale!!), accompagnati dall’autista Martinoia, fecero ritorno a Sanremo, lasciando alla 34^ divisione l’incarico di decidere sulla sorte dei rastrellati.
Qualche giorno dopo, il soggetto seppe da un ufficiale della 34^ divisione recatosi alle SS per reclamare poiché le SS erano di poco aiuto col loro registro non aggiornato che i venti circa riconosciuti partigiani, con l’ausilio dei quattro che li identificarono, furono fucilati. Anche i quattro partigiani delatori subirono la stessa sorte.
Le dichiarazioni di Schiffereger circa la presenza di quattro delatori tra le vittime della fucilazione non fu mai provata e l’unica fonte risulta solamente da questo interrogatorio; è plausibile che il maresciallo dell’SD abbia rilasciato tale dichiarazione per infangare l’onore delle vittime che facevano parte di coloro che fino a pochissimi anni prima l’aveva visto come protagonista di una lotta senza quartiere.
Le quattordici vittime dell’eccidio di Latte sono: Luigi Albini, anni nato a Pigna, Luigi Borfiga “Paligo”, 32 anni nato a Pigna, Luigi Bordero, 26 anni nato a Pigna, Giuseppe Cavallero, 15 anni nato a Pigna, Aurelio Crovesi “Mario de Zidò”, 22 anni nato a Pigna, Giuseppe Di Federico, 27 anni residente a Pigna, Giobatta Giauna, 37 anni nato a Pigna, Antonio Pastor, 40 anni nato a Buggio, Maggiorino Peverello, 18 anni di Castel Vittorio, Primolino Rebaudo, 21 anni di Castel Vittorio, Eugenio Scarella “u Billu”, 21 anni nato a Pigna, Gianfranco Torta, 20 anni nato a Ventimiglia ma residente a Pigna, Alvaro Tarabella, 32 anni residente a Pigna, Pietro Verrando, 21 anni nato a Pigna.
 
La riesumazione, effettuata nei primi giorni dopo la Liberazione, delle salme dei patrioti trucidati a Latte: con la camicia bianca il futuro medico Giuseppe Renato Rebaudo, nativo di Pigna, destinato a diventare una figura di spicco in campo sanitario, culturale e sociale. Fonte: Osvaldo Contestabile, La Libera Repubblica di Pigna, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, 1985

 
Il 2 maggio 1945 un gruppo di giovani e i familiari delle vittime della rappresaglia nazista consumata a Latte scesero con alcuni carri per recuperare i resti, già in avanzato stato di decomposizione, dei loro compaesani [n.d.r.: la riesumazione venne compiuta sotto la direzione del dottor Diana, storico medico di Pigna, coadiuvato da Giuseppe Renato Rebaudo, in quel periodo ancora studente di medicina, ma futuro ufficiale sanitario in Ventimiglia, nonché autorevole figura di persona impegnata in diversi ambiti sociali]. La pietosa opera di ricomposizione dei corpi fu drammatica: i tedeschi, dopo l'eccidio, avevano fatto saltare la scarpata sotto il cimitero di Latte con il duplice intento di coprire parzialmente i corpi delle vittime, che in parte affioravano dalla terra smossa dall'esplosione, e di interrompere la strada che scendeva dal Grammondo per rendere più difficoltosa l'avanzata degli alleati. La disperazione delle madri e dei familiari delle vittime rese il recupero delle salme ancora più penoso.
 
[NOTA]
1) Episodio raccontato all’autore da Bernardo Rebaudo “Dino de Sciaravà”, uno dei protagonisti della fuga.

Giorgio Caudano, Pigna. Storia di un paese, ed. in pr., 2016
 
[n.d.r.: tra i lavori di  Giorgio Caudano: a cura di Paolo Veziano con il contributo di Giorgio Caudano e di Graziano Mamone, La libera Repubblica di Pigna. Parentesi di democrazia (29 agosto 1944 - 8 ottobre 1944), Comune di Pigna, IsrecIm, Fusta Editore, 2020; Giorgio Caudano, Gli eroi sono tutti giovani e belli. I Caduti della Lotta di Liberazione nella I^ Zona Operativa Liguria, ed. in pr., 2020; Giorgio Caudano, Dal Mare alla Trincea... memorie di uomini, BB Europa, Cuneo, 2019; Silvia Alborno, Gisella Merello, Marco Farotto, Marco Cassini, Giorgio Caudano, Franck Vigliani, curatori della mostra Claude Monet, ritorno in Riviera, catalogo a cura di Aldo Herlaut, Silvana Editoriale, Milano 2019; La Magnifica Invenzione. I pionieri della fotografia in Val Nervia 1865-1925, a cura di Marco Cassini e Giorgio Caudano, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2016]

sabato 15 agosto 2015

I partigiani martiri dell'Albarea

Sospel - Fonte: Mapio.net

Nella primavera del '44 in frazione Ville a Ventimiglia (IM) si era formato un gruppo di patrioti, fra i quali vi era il Poli Rino. Una giovane donna, sfollata e abitante in frazione Ville con la famiglia, portò ai patrioti due pistole mitragliatrici: trasportò i pezzi smontati e le munizioni in diverse volte, avvicinandosi come se cercasse erba per le bestie. I gruppi di giovani alla macchia, formatisi in quel tempo nella zona, erano parecchi.
Giovanni Strato, Storia della Resistenza Imperiese (I^ zona Liguria) - Vol. I. La Resistenza nella provincia di Imperia dalle origini a metà giugno 1944, Editrice Liguria, Savona, 1976, ristampa del 2005 a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia
 
12/6/44 ... Ci aggreghiamo a quel gruppo e con loro raggiungiamo il Comando della banda a Costa di Carpasio... 13/6/44 ... vedo "Curto" [Nino Siccardi, dal 7 luglio 1944 al 19 dicembre 1944 comandante della II^ Divisione d'Assalto Garibaldi "Felice Cascione", in seguito comandante della I^ Zona Liguria] che già conoscevo e che non sapevo fosse il comandante della Brigata (IX^ Brigata "Felice Cascione"). C'è una riunione di capi partigiani: Ernesto Corradi [Nettu/Nettù, Netu] è nominato capo banda e inviato al confine francese sul monte Grammondo... 
Giorgio Lavagna (Tigre), Dall'Arroscia alla Provenza Fazzoletti Garibaldini nella Resistenza, I.S.R.E.C.IM. - ed. Cav. A. Dominici - Oneglia - Imperia, 1982

Nel giugno del 1944 un gruppo di 63 cittadini ventimigliesi, fra i quali una donna, già individualmente impegnati nella lotta di liberazione, si attestavano in Località Cimone sui pendii nel Monte Grammondo (Frazione Villatella) [del comune di Ventimiglia (IM)] non lontano dalla frontiera, organizzandosi come «Distaccamento Partigiano Grammondo» [facente capo alla IX^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Felice Cascione", dai primi di luglio alla II^ Divisione "Felice Cascione", alla fine di luglio alla V^ Brigata "Luigi Nuvoloni"] con raggio d’azione in Val Roia e Val Bevera, fra Olivetta San Michele, Airole e Ponte San Luigi. 


Ecco le principali missioni del gruppo:
  1)   il 10-7-1944 una squadra di dieci uomini al comando del Capo Partigiano Nettu
, dopo uno scontro a fuoco, cattura nella frazione Latte due militi delle Brigate Nere;
  2)   il 14-7-1944 la 5^ e 6^ squadra, al comando del Capo Partigiano, assaltano la Caserma di Olivetta San Michele, catturando la sciarpa littorio Giavelli e tre militi;
   3)   il 18-7-1944 tre squadre di partigiani assaltano e distruggono la Caserma di Airole (VaI Roia), occupata dalle Brigate Nere e da soldati tedeschi, infliggendo al nemico forti perdite, morti e feriti;
   4)   il 21-7-1944 quattro partigiani, tra cui Gandolfi e Quadretti (poi ucciso l’8-8-1944 a Sospel) attaccano nelle vicinanze di Latte
[Frazione, sulla costa di ponente, del comune di Ventimiglia (IM)] un autocarro delle Brigate Nere, catturando il Maggiore Anfosso, quattro militi e molte armi e munizioni;
Redazione, Martirio e Resistenza della Città di Ventimiglia nel corso della 2^ Guerra Mondiale. Relazione per il conferimento di una Medaglia d’Oro al Valor Militare, Comune di Ventimiglia (IM),  1971

Su per giù nella medesima epoca (primavera-estate del '44), giunse nella zona del Grammondo un distaccamento partigiano, al quale si aggregò subito il gruppo di cui faceva parte il Poli.
Il distaccamento, al quale il Poli accenna, è quello di Ernesto Corradi («Nettu» o «Nettù»), sorto dalla suddivisione di quello di Ivan (3° distaccamento), come già detto in altra parte di questo lavoro.
Il distaccamento di «Nettu» era partito da Case Agnesi o «Prati Piani», località vicina a Costa di Carpasio e a Colle d'Oggia, appunto intorno alla metà del giugno '44, per trasferirsi al Grammondo [...] Giovanni Strato, Op. cit., pp. 243-244 
 
13 luglio 1944
Quest'oggi verso le 17.15, mentre io ero nella vasca da bagno, abbiamo avuto la visita dei partigiani. Sono stati gentili, però ci hanno chiesto di prendersi una mucca che gli serviva per il latte. Uno di loro era di Sanremo, figlio di una signora che papà conosceva perché le forniva i fiori. Quando ha visto il pianoforte s'è subito messo a suonarlo molto bene. Ha detto che ne aveva una voglia! Sono di posto in Grammondo. Speriamo che la mucca non la uccidano per mangiarsela.
Nuccia Rodi, Diario di guerra. Ville, 22 giugno - 26 ottobre 1944... in Renzo Villa e Danilo Gnech (a cura di), Ventimiglia 1940-1945: ricordi di guerra (con la collaborazione di Danilo Mariani e Franco Miseria), Comune, Studio fotografico Mariani, Dopolavoro ferroviario, Ventimiglia, 1995
 
[n.d.r.: il 7 agosto si posiziona in Frazione Sant'Antonio di Ventimiglia il I° gruppo del 3° reggimento artiglieria della Divisione San Marco della Repubblica Sociale. Dopo il suo inserimento nella tedesca Ligurien Armee, la Divisione San Marco era stata dislocata in Liguria e nel basso Piemonte, con il compito di proteggere le retrovie dell'Armata da sbarchi dal mare, attentati e sabotaggi che avrebbero potuto mettere a rischio la sicurezza delle unità e compromettere il regolare flusso dei rifornimenti ]

Del gruppo al Grammondo, che era comandato da «Nettu» faceva parte anche Osvaldo Lorenzi, di Imperia. Il distaccamento del Grammondo verrà assalito più tardi dai tedeschi, in data 9 agosto '44.
Diciassette partigiani verranno catturati, e cioè: il Lorenzi, altri dodici Italiani e quattro Francesi. Portati a Sospel, qui i partigiani catturati verranno torturati ed uccisi, in data 12 agosto '44.
Osvaldo Lorenzi, fu Secondo e di Muratore Maria Catenna, nato il 13-9-1918 in Porto Maurizio, e appartenente all'Azione Cattolica imperiese, all'8 settembre '43 era a Napoli, al comando di un gruppo di militari, come sergente di fanteria (aveva iniziato, ma non terminato, per motivi vari, il corso allievi ufficiali). Avvenuto lo sbandamento delle forze armate, il Lorenzi ritorna ad Imperia in data 22 settembre '43. Si reca presso Ventimiglia, nel villaggio di Calvo, presso il suo padrino, essendo la sua famiglia oriunda di quella città. Da un gruppo di partigiani che sono in quella zona viene invitato ad andare con loro, e accetta, sebbene avesse preferenza per la zona di Imperia, dove risiedeva la sua famiglia. Ai partigiani si aggrega intorno all'inizio dell'estate. Il 9 agosto '44 Osvaldo Lorenzi, con alcuni altri giovani, si trova negli alloggiamenti sul Monte Grammondo, intento alla preparazione del pranzo. All'arrivo improvviso dei tedeschi, le vedette non fanno in tempo ad avvertire; riescono a stento a mettersi in salvo. I partigiani, che sono nella baracca dell'accampamento, vengono sorpresi e catturati: poco prima della cattura, uno di essi chiede al Lorenzi di coprirlo col fieno, sebbene si pensi che la baracca verrà incendiata; il Lorenzi lo nasconde; la baracca, come si temeva, viene data alle fiamme; ciò nonostante il partigiano farà in tempo a mettersi in salvo. Gli altri, fra cui il Lorenzi, mentre cercano di fuggire, capitano fra i tedeschi, e sono catturati vicino agli alloggiamenti, nel bosco dell'Alborea, che è parte del bosco di Sospel, sul pendio del Grammondo rivolto verso la Francia. A Sospel i tedeschi suonano i tamburi, per coprire i gemiti e gli urli dei partigiani torturati. Dopo le torture, i partigiani, che ormai non riescono a reggersi, sono uccisi, mediante fucilazione. Vengono tutti seppelliti in una fossa comune, senza che la popolazione li possa avvicinare; il Sindaco riesce a stento a mettere una bottiglia, col nome, al collo di qualcheduno, a lui noto.
Nome degli altri caduti di nazionalità italiana: Badino Michele (di Sanremo), Bazzocco Antonio (di Fossano bellunese), Belon Bruno (di Caldogno in provincia di Vicenza), Fanti Oreste (di Sanremo), Ferraro Armando (di Anoia in provincia di Reggio Calabria), Franceschi Sergio (di Castelbaldo in provincia di Padova), Gavini Pietro (di Gavedona in provincia di Como), Larosa Bruno (di Giffone in provincia di Reggio Calabria), Martini Luigi Dante (di Pigna in provincia di Imperia), Pistone Bruno (di Sanremo), Quadretti Alberto (di Medesano in provincia di Parma), Roncelli Mario (di Almenno San Salvatore in provincia di Bergamo). I Caduti francesi sono: Faldella Adolphe, Rostagni Alphonse, Tironi Mario, Tolosano Jean.
In combattimento al Grammondo davanti alla porta del casone caddero i giovani di nazionalità italiana: Dàrdano Sauro e Vesco Giovanni.
Il giovane Orengo Giuseppe fu Andrea, di Ventimiglia, scampato all'eccidio e fuggito con una barca insieme con un altro partigiano della banda, non diede più notizie di sé.
Quando «Nettu», nel giugno, si era trasferito da Case Agnesi al Grammondo, alcuni partigiani, anche per non allontanarsi troppo da Imperia, si erano separati da lui; altri egli ne aveva reclutati sul posto.
Giovanni Strato, Op. cit., pp. 243-244 

5) il 26-7-1944 una squadra in perlustrazione al Passo del Porco attacca una pattuglia nemica uccidendo due tedeschi e cattu­rando quattro polacchi, due muli e diverse armi;
   6) a seguito di queste ed altre minori azioni, la sede del distaccamento veniva individuata dal Comando Tedesco e il Comando Partigiano decideva allora di spostarla oltre confine, sul pendio ovest del Grammondo in località Alborea
[o Albarea] del Comune francese di Sospel, accogliendo anche nella formazione un gruppo di partigiani francesi. Il Comando Tedesco scopriva però ben presto anche la nuova sede e decideva di compiere una grande operazione di rastrellamento con circa 1.500 uomini di stanza in Italia e in Francia, armati di mortai e artiglieria da montagna. Il distaccamento venne così circondato e attaccato e dopo una lunga e strenua resistenza - durante la quale venivano uccisi e feriti diversi tedeschi e cadevano tre partigiani, Quadretti, Armando [Cobra] Ferraro e Sauro [Bob] Dardano  - riusciva in parte a sganciarsi e a mettersi in salvo attraverso un terreno impervio, mentre i restanti 15, asserragliati in una casa rustica ,opponevano una disperata resistenza fino all’esaurimento delle munizioni.
   Catturati dai tedeschi, vengono imprigionati a Sospel, selvaggiamente torturati, massacrati...
I superstiti, diversi dei quali feriti [tra i quali] Lippolis [Pietro Morgan Lippolis], curato dai Fratelli Maristi), passano a far parte di altre unità partigiane...
Redazione, Martirio e Resistenza della Città di Ventimiglia nel corso della 2^ Guerra Mondiale. Relazione per il conferimento di una Medaglia d’Oro al Valor Militare, Comune di Ventimiglia (IM),  1971
 
Nettù teneva accampata la sua banda quasi al confine, sul Grammondo. Ma quella volta, quando arrivarono i tedeschi a tradimento, lui non c'era coi suoi uomini, perché forse aveva sconfinato in Francia a rifornirsi di sale, o va a sapere. Chissà comunque com'è andata quella volta, ma tanto adesso fa lo stesso a saperlo, come no. Cosa te ne fai adesso di saperlo, se ormai non c'è rimasto più nessuno di quelli che c'erano quella volta, quando i tedeschi arrivarono subito sul posto saltandoci addosso come fanno i lupi sulla preda? Dicono che a portarli precisi sul posto a tradimento, sarà stato il berlinese che gli era scappato prima d'in banda: effettivamente sul posto ci arrivarono precisi, come ci può arrivare soltanto della gente pratica dei passi. Il fatto sta che quella volta gli uomini di Nettù, presi alla sprovvista, non fecero più in tempo a niente; così li presero a tradimento; quando sentirono gli spari, i tedeschi erano già tutti concentrati proprio lì di fronte, con le armi spianate. Dardano il caposquadra, uscì dal baraccamento dov'erano a dormire con lo straccio bianco in mano per la resa; ma ormai era troppo tardi e non ci riuscì; lo crivellarono all'istante nell'aria grigia e continuarono a venire avanti precisi, sparando sempre più forte. Osvaldo Lorenzi cercò ancora di coprire un ferito sotto il fieno con disperazione nel tentativo inutile, e così li presero tutti e due; bruciarono subito ogni cosa alla loro maniera tedesca, rastrellando ben bene tutto intorno, che non gli scappò proprio niente, né di uomini né di bestiame.                                                                                                                                                 Osvaldo Contestabile, Scarpe rotte libertà. Storia partigiana, Cappelli editore, 1982, p. 89

Ernesto Corradi (Nettù) [o U Nettu o Nettu] con la sua banda [VI° Distaccamento Grammondo] si era stanziato sul Monte Grammondo [tra Ventimiglia (IM) e la Francia], dal quale controllava le valli del Roia e del Bevera. Per tutto il mese di luglio 1944 Nettù aveva condotto azioni di guerriglia contro il nemico. Il suo gruppo aveva danneggiato gravemente la ferrovia Ventimiglia-Cuneo, facendo brillare molti ponti, e la linea telefonica. Data la vicinanza, i rapporti tra i garibaldini ed i partigiani francesi furono spesso di cooperazione: un esempio ne è l'azione contro l'Hotel du Golf di Sospel, alla quale per desiderio dei transalpini presero parte anche patrioti italiani. Il rastrellamento del 9 agosto 1944 colse i partigiani di sorpresa, anche per via dell'assenza di "Nettù" e di circa 15 uomini della banda ...  Venne subito stroncato da una raffica di mitragliatrice Sauro [Bob] Dardano [nato a Ventimiglia il 6 aprile 1923], che era uscito alzando una bandiera bianca ... 
Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell'Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e della Storia Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945) - Tomo I, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998-1999
 
Così, alla fine fecero il conto che in tutto di partigiani ne presero diciassette vivi, compresi quattro maquisards un po' più sotto, rastrellando anche l'Albarea dal versante francese. Il traffico della spedizione quella volta durò poco tempo, perché erano venuti pratici dei posti senza sbagliare e con tutto l'occorrente necessario; conoscevano le strade i sentieri i passaggi difficili e perfino le abitudini degli uomini accampati lì, sul confine. Anch'essi perciò, si meravigliarono quella volta: non gli era mai successo di averlo fatto in quel modo, proprio così alla svelta, il repulisti totale della zona. Metti però, che se l'ordine te lo danno quelli del comando, c'è sul serio il perché, anche se è difficile convincersene; ma metti pure che ce l'hai l'ordine preciso, e che di lì non si scappa, perché è giusto. Il fatto è questo: che non si può fare diversamente, altrimenti lo sai eccome cosa succede. Succede che col pericolo a quel modo, non si può più vivere né di giorno né di notte; non si può più vivere col terrore sempre dentro, che ti arrivino addosso da un momento all'altro, sapendo i posti precisi; però, tu non lo sai come faranno. E va bene; ma non l'ammazzi lo stesso un prigioniero così, a sangue freddo, soltanto per la temanza della spia. Tu non l'ammazzi mondo schifo, soltanto perché tedesco berlinese e basta. E invece lui sì; proprio da carogna bastardo e traditore, ce li riporta subito puntuali, con tutta l'attrezzatura, sul posto che lui conosce; lo senti che andando grida heil Hitler javol; e gli insegna proprio bene le strade e perfino i passaggi nascosti per fare più presto, e tutte le usanze che aveva imparato. Prima, mangiando insieme il loro pane da buon compagno coi patrioti, aveva imparato brutto bastardo i posti i nomi le armi i nascondigli, e tutto quello che bisognava o non bisognava fare per fare il partigiano. Aveva imparato a poco a poco osservandoli ben bene; e aveva capito anche come si fa con le sentinelle, per arrivarci addosso a tradimento. Come si fa voglio dire quando, se ci arrivi a tradimento dietro le spalle, non servono più a niente lì, a fare la guardia, saltandoci addosso all'improvviso. Con le sentinelle ormai inutili colpite alla schiena a tradimento, si fa allo stesso modo come a caccia di cinghiali, coi battitori. Portati dai cani, i battitori vanno avanti per primi e li stanano di colpo, mentre alla posta comodi e bene in posa col fucile, ce ne vogliono tanti di cacciatori. Ciascuno alla posta ci si mette bene, da starci comodo, sempre lì fermo col fucile puntato. Gli animali li chiudono nella trappola con le zanne ormai inservibili, per ammazzarli prima quelli  che sbattono di più. Da quelle parti sul confine, oltre al berlinese, c'erano in banda due polacchi esperti alla mitraglia; sempre ubbidienti che era un piacere guardarli come stavano attenti, senza distrarsi. Erano sempre pronti a sparare in qualunque modo, quando glielo dicevano; anche nel pericolo in pronta presa, come se niente fosse la va come la va. Questi due polacchi, perciò, non fecero come il berlinese carogna; ma la mitraglia la puntarono subito per il verso giusto eccome, facendola funzionare alla disperata. Spararono poco però, perché dopo le prime raffiche precise, non ce la fecero più a resistere in nessun modo, quando i tedeschi gli arrivarono addosso da tutte le parti, prima a colpi di mortaio e poi coi maierling. Erano due polacchi e basta, va a sapere; nessuno anche dopo ne seppe di più, nonostante ne parlassero ancora nelle bande; ma basta, finirono così; erano soltanto due polacchi qualunque, disertori antinazisti che vollero ribellarsi; va bene? A tutti i costi vollero fare i partigiani, ma non fecero manco in tempo a farsi scrivere negli elenchi dei ribelli. Per farsi capire, quando salirono in montagna per farsi prendere in banda, intonarono forte un canto partigiano che avevano imparato da quelle parti. Poi, in banda, col da fare che c'era, li chiamarono soltanto i polacchi, e non ci pensarono a scrivergli nome e cognome. Al Grammondo, dopo quel rastrellamento del porco giuda tutto al coperto e sul pulito come capita capita dalla parte italiana e dalla parte francese, di loro non ci rimase più niente; nemmeno più uno straccio per sapere chi fossero poveri ragazzi, e come si chiamassero. Mano d'opera in costrizione come usavano loro con la prepotenza, i tedeschi vollero subito dopo dai civili francesi, senza minimamente discutere, una fossa lunga e profonda bastante per diciassette. La vollero di queste misure, per buttarceli tutti dentro alla rinfusa, nel Vallone di Sospel; poi decretarono coi megafoni immediatamente il coprifuoco. Stavolta, il coprifuoco lo vollero assoluto, perché la gente non vedesse e non sentisse proprio niente di quello che facevano nel paese; ma le urla di tortura, la gente le sentì lo stesso dentro il vallone nell'aria fredda, su su fin nei larici verso l'Albarea, da una parte e dall'altra. Le sentì più forte del rullo dei tamburi, che fecero i tedeschi per coprire quelle urla, quando si misero a picchiare più forte ancora più forte e sempre più forte con le mazze; per fare più rumore da rintronarne la vallata; finché la finirono coi tamburi quando al turno della conta, l'un dopo l'altro, i diciassette patrioti caddero inerti nella fossa. Alla fine, i civili francesi precettati in costrizione, seppellirono insieme i tredici partigiani italiani e i quattro maquisards francesi affiancati; ma prima cercarono di distinguerli con dei segni nella fossa comune, senza che i tedeschi se ne accorgessero. Difatti prima, quando glielo avevano chiesto come segno di pietà, avevano detto di no: che assolutamente non lo concedevano di segnarli per nome, guai a distinguerli; bastante farli sparire in sepoltura, essendo morti tutti allo stesso modo fuori legge; achtung banditen e fuori dai piedi.
Osvaldo Contestabile, Op. cit., pp. 89, 90, 91

... i 15 prigionieri vennero torturati, tanto che per coprire le loro urla i tedeschi fecero rullare i loro tamburi. I 15 partigiani, dopo la tortura, vennero fatti sfilare per le vie di Sospel e tutti mostrarono, con il loro coraggioso atteggiamento, che andavano alla morte coscienti di aver compiuto il loro dovere di combattenti per la Libertà... 
Giovanni (1) Rebaudo Monaco/Jeannot/Janò in Patria Indipendente, 30 dicembre 2004
(1) Giovanni Rebaudo [di famiglia di Pigna (IM), poi residente a Ventimiglia dalla Liberazione sino alla morte], nato a Monaco Principato il 29 novembre 1921. Militò nella Resistenza in seguito ai bandi di arruolamento della R.S.I. del 24 giugno 1944. Come molti altri giovani preferì combattere per la libertà, anziché al servizio dell'occupante tedesco. Entrò a far parte del Distaccamento di Buggio [Frazione di Pigna (IM)] comandato da Carlo Cattaneo "Carletto" [di Ventimiglia], che operava nella zona di Carmo Langan [Comune di Castelvittorio (IM)]. Dopo una settimana, il 2 luglio 1944 ebbe il suo battesimo del fuoco con la battaglia di Castelvittorio. Dopo il relativo sbandamento si ricompose a Cima Marta un distaccamento comandato da Basilio Mosconi [Moscone, in seguito comandante del II° Battaglione "Marco Dino Rossi" della V^ Brigata "Luigi Nuvoloni"]. Con questo partecipò a numerose ed importanti azioni: a fine luglio 1944 distruzione del primo ponte sul torrente Nervia tra Isolabona (IM) e Pigna per tagliare i rinforzi ai tedeschi; a Passo Muratone e Monte Lega con la cattura di un cannone nemico, che venne poi usato contro la caserma di Dolceacqua (IM); presa di Pigna e difesa della sua Repubblica Partigiana. Tra l'8 e il 18 Ottobre 1944 partecipò con tutta la II^ Divisione "Felice Cascione" alla ritirata su Fontane [Frazione di Frabosa Soprana (CN)] passando da Viozene [Frazione di Ormea (CN)]. In novembre ci fu il rientro in Liguria a riprendere i territori abbandonati, ricostituendo le Brigate. Il 6 gennaio 1945 Giovanni Rebaudo si batté fra Agaggio e Glori [Frazioni di Molini di Triora (IM)] contro i militi del Battaglione Monterosa, di stanza a Molini di Triora (IM)  [lasciando, come si potrebbe notare in Rocco Fava, Op. Cit. - II Tomo, un'immediata relazione scritta, in cui tra l'altro si evince che "i fascisti scappando abbandonarono 2 muli, uno carico di un mortaio da 81 mm e rispettive munizioni, l'altro di dolci per festeggiare la befana fascista"]. A marzo andò in missione a Pigna per ricostituire una formazione: qui subì il rastrellamento del 10 marzo 1945 che portò alla cattura di numerosi ostaggi ed alla fucilazione di 14 suoi compagni partigiani a Latte [Frazione di Ventimiglia (IM)]. Il 24 aprile 1945 era con tutta la  II^ Divisione "Felice Cascione" a Baiardo (IM) quando il comandante Vitò [Vittorio Giuseppe Guglielmo] dispose il piano di occupazione della costa...  Vittorio Detassis, su Isrecim