sabato 6 aprile 2024

Isolabona diede al movimento diciotto partigiani che combatterono incorporati nei vari Distaccamenti della V Brigata

Isolabona (IM): uno scorcio del paese

Come a Dolceacqua, anche a Isolabona nei giorni della lotta un CLN non fu mai formalmente costituto. Agivano solamente gruppi spontanei di cittadini che, però, qui erano bene organizzati ed in stretto contatto tra di loro, quasi come un vero CLN, decisi cioè a combattere insieme il nemico con costanza e determinazione onde riconquistare la libertà. Alla Liberazione, quando si costituì il CLN come in ogni altro Comune, vi entrarono a far parte anche alcuni esponenti dei gruppi suddetti, per cui il CLN risultò così formato: Armando Gazzano (indipendente), Aldo Moro (PSIUP), Celeste Pastor (PCI), Romualdo Pastor (ind.) e Menotti Verrando (ind.).
I primi reparti tedeschi giunsero a Isolabona agli inizi di giugno 1944 e dopo una ventina di giorni vennero sostituiti da altri contingenti di truppa. Nel mese di luglio giunsero altre truppe costituendovi pure un Comando e vi rimasero fino al 23 aprile 1945, vigilia della Liberazione. Durante tale periodo, dopo aver sloggiato gli inquilini dalle migliori abitazioni, le occupavano senza mancare di impossessarsi di tutto ciò che faceva loro comodo, specialmente apparecchi radio, biciclette, coperte ed oggetti di valore. Inoltre settimanalmente erano presi a turno degli ostaggi, che venivano reclusi e guardati a vista da sentinelle tedesche, sotto la minaccia di fucilazione al primo tentativo di sabotaggio od offesa ai soldati occupanti. Con l'aiuto del podestà fascista il Comando nemico riusciva a compilare la lista dei familiari dei partigiani del paese, costringendo i familiari stessi a rifugiarsi nel Comune di Pigna. Denunciati sempre dai fascisti del luogo, il 16.2.1944 la GNR arrestava Lindo Cane, Tarquinio Ferrari e Alfredo Gavino, che furono deportati in Germania nel campo di Mauthausen, ove morirono Ferrari e Gavino, mentre Lindo Cane, riuscito a tornare, morì di TBC nel sanatorio di San Lorenzo il 5 maggio 1946.
Già il 13 settembre 1943 il cittadino Gildo Pianeta, mentre tentava di fuggire dalla tradotta che lo portava in Germania, era stato ucciso.
Sebbene nessuna unità partigiana vi si formò mai, il Comune di Isolabona diede al movimento diciotto partigiani che combatterono incorporati nei vari Distaccamenti della V Brigata "Luigi Nuvoloni". Fra questi Emilio Veziano (Spartaco), il quale, catturato e condotto su monte Morgia, vi fu bruciato vivo il 16 settembre 1944. L'allora podestà non volle interessarsi della sepoltura.
I tedeschi, come abbiamo già visto, con l'ausilio dell'allora podestà, avevano compilato una lista di tutti i partigiani di Isolabona, comprensiva di nominativi e indirizzo delle famiglie e dei simpatizzanti. Tale lista il 18 settembre 1944 fu inviata dal Comando tedesco di Isolabona al Comando della V Brigata "L. Nuvoloni", con l'esplicita minaccia che se i partigiani avessero sparato un solo colpo di fucile sul territorio del Comune di Isolabona, sarebbero stati uccisi i loro familiari e distrutte le loro case. Ma vediamo da vicino cosa dice il documento compilato dal Comando tedesco: "Al Commando dei terroristi in Pigna, elenco dei ribelli e disertori di Isolabona:  Moro Nello di Giobatta, Orrao Adolfo di Adolfo, Pianeta Roberto di Giuseppe, Cane Alfonso di Giuseppe, Anfosso Leo di Giacomo, Moro Aldo di Pietro, Cane Sigifredo di Cesare, Veziano Osvaldo di Enrico, Martini Aldo di Vincenzo, Martini Nando di Ferdinando, Boero Flavio di Luigi, Novaro Lino di Annibale, Balestra Giulio, Peitavino Ferdinando. Famiglie che risulta rendano servizi ai ribelli: di Piombo Eugenio (figlio e figlia), di Verrando Menotti, di Pastore in Via Molino; nonché tutti i familiari dei ribelli succitati e quasi tutte le famiglie che abitano nella regione Gonté..." [...]
Francesco Biga in Francesco Biga e Ferruccio Iebole (a cura di Vittorio Detassis), Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria) - vol. V, Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia, 2016,  pp. 234-236

Mio padre era un appassionato cacciatore. Poco prima o poco dopo la dichiarazione di guerra alla Francia, al ritorno da una battuta di caccia nei boschi della Val Nervia, come al solito si fermò con gli amici nel bar Piombo di Isolabona per una bevuta e poi un’altra e ancora un’altra. Sotto l’effetto dell’alcool gettò un calice di vino sulla foto del Duce allora immancabile in ogni esercizio pubblico, proferendo la frase: “Che beva anche quel porco!”. Gli immancabili delatori fecero il loro lavoro e da quel giorno cominciarono i guai. Non conto le volte che una macchina nera con le tendine nei vetri posteriori giunse alla nostra casa per prelevare mio padre e portarlo in commissariato “per controlli”. Mio fratello Nino accompagnava già nostro padre nei viaggi in Francia per contrabbando, quando venne arruolato, ironia della sorte, nella Guardia Confinaria e inviato proprio a Beausoleil. Spesse volte, anche senza permesso, ritornava a casa in bicicletta per brevi visite. L’8 settembre 1943 lo colse a Beausoleil. Tutto il reparto come tutto il Corpo d’Armata Italiano si sfaldò.
[...] A causa delle continue visite della Polizia che avrebbe potuto scoprire il disertore, Nino [n.d.r.: il fratello di Emilia Guglielmi, Alberto, membro del Gruppo Sbarchi di Vallecrosia, martire della Resistenza] si rifugiò in località Marcora sopra Isolabona, in un casone di campagna adibito a ricovero degli attrezzi agricoli di una vigna di un nostro conoscente. Per qualche settimana periodicamente andavo in Marcora a portare generi alimentari e biancheria a mio fratello. Credo che altri si fossero uniti a lui perché una volta mi chiese di portare più pane. Un giorno, lasciata la bicicletta ai margini della carrozzabile, mi inoltrai a piedi per il sentiero che conduceva al rifugio di mio fratello. Mi accorsi di essere seguita e allora cambiai strada ritornando verso il paese. Un uomo mi si avvicinò; era un signore nostro vicino di casa che conoscevo bene, perché frequentava anche la nostra casa; chiedeva sempre di mio fratello. Capii allora la sua insistente curiosità. Era armato e mi puntò la pistola alla faccia chiedendomi di condurlo da mio fratello. Ebbi la forza di mentire dicendo che non sapevo dove fosse. Mi credette ma mio fratello dovette fuggire di nuovo. Con mio padre ci trasferimmo a Vallecrosia Alta, perché la costa era sovente bombardata dal mare, dai cannoni di monte Agel e mitragliata dagli aerei. Nel gennaio del 1944 morì mia madre e Nino non fu presente al funerale. Sparito. Abitavamo in quella che allora era Via dei Metri, nell’ultima casa del vicolo. Una casa all’antica con stanze comunicanti una con l’altra, senza corridoio. Dalla primavera del ’44 mio fratello iniziò a fare qualche furtiva visita nottetempo. Confabulava con mio padre, poi spariva di nuovo. Spesse volte con mio padre ritornavamo alla casa al mare [a Camporosso] e a volte papà partiva per raggiungere la Francia con la barca. La cantina a volte era piena di merci le più varie, una volta persino dei datteri. Credo nel settembre del ’44, Nino una notte portò a casa a Vallecrosia Alta una radio e la nascose nell’armadio a muro nell’ultima stanza.
Emilia Guglielmi in Giuseppe "Mac" Fiorucci, Gruppo Sbarchi Vallecrosia,ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia < Comune di Vallecrosia (IM) - Provincia di Imperia - Associazione Culturale "Il Ponte" di Vallecrosia (IM) >, 2007

2.9.1944 - "Una squadra del Distaccamento Comando della V^ Brigata, dopo aver fatto un'azione di cannoneggiamento sulle posizioni tedesche di Dolceacqua, attaccava sulla rotabile Pigna-Isolabona un'ottantina di tedeschi, che tentavano di passare il ponte rotto per entrare in Pigna. Dopo parecchie ore la squadra ripiegava perché i tedeschi abbandonavano la zona. Da parte tedesca tre morti e diversi feriti. Per quanto riguarda i partigiani, veniva preso prigioniero il Vice Comandante "Fuoco" [Marco Dino Rossi] e si registravano due feriti".
Da un documento ufficiale della II^ Divisione Garibaldi "Felice Cascione" edito in Mario Mascia, L'Epopea dell'Esercito Scalzo, ed. A.L.I.S, 1946, ristampa del 1975 a cura di IsrecIm

«Doria Fragola» e sei garibaldini armati di mitragliatore [il 26 settembre 1944] si appostano, in località Cartiera, tra gli alberi soprastanti la strada Isolabona-Dolceacqua, per tendere un agguato ai Tedeschi di cui è segnalato il transito. «Doria» seguito da due suoi compagni scende fin quasi sul ciglio della strada e mitraglia un camion tedesco di passaggio, il quale, benché colpito, prosegue la corsa finché, ancora mitragliato dai partigiani rimasti nascosti, sbanda e si ferma. I garibaldini partono quindi all'attacco dei Tedeschi superstiti con lancio di bombe a mano, ma lo strepitio dello scontro nasconde il rumore di altri due camion che stanno arrivando. Occorre ritirarsi.
Carlo Rubaudo, Storia della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria) - Vol. II. Da giugno ad agosto 1944, edito a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, Imperia, Dominici Editore, 1992

Il 25 settembre 1944, intorno alle 8 di mattina, due colonne tedesche provenienti da Isolabona attaccarono in forze Pigna: la prima riuscì a superare l'ostacolo rappresentato dal ponte degli Erici distrutto e avanzò lungo la strada, raggiungendo località Casermette dove si fermò e sparò numerosi colpi di mortaio, che distrussero una casa nel paese e arrecarono gravi danni ad altri fabbricati.
[...] In ottobre la situazione sulla frontiera italo-francese si era ormai stabilizzata: i due schieramenti si fronteggiavano su una linea che andava da ponte San Luigi al Grammondo, per proseguire verso il col de Tourini, l'Authion, il Monte Bego e le cime che spesso superano i 3.000 metri sulla frontiera franco-piemontese. Della pratica Pigna se ne sarebbe occupata una compagnia del “Hochgebirgs-Jager Btg 4” del capitano Andreas Schönleben e reparti della 34a Divisione di fanteria, che aveva già stabilito il proprio Quartier Generale a Saorge. Le truppe da montagna dovevano partire da Isolabona per proseguire lungo la valle dai due lati del fiume Nervia e da Bajardo; si sarebbero, poi, divise in due colonne: una avrebbe preso per la mulattiera di Veduno, l'altra doveva scendere da San Sebastiano, passare per Castelvittorio ed entrare in Pigna dal ponte di Lago Pigo. I reparti della 34a dovevano salire lungo la vallata della Bendola, guadagnare il Passo Muratone e da lì scendere lungo due direttrici: Ouri e Prealba. Forse, per evitare combattimenti troppo aspri, che avrebbero potuto causare molte perdite agli stessi tedeschi, veniva lasciata libera una via di fuga ai partigiani lungo la strada del Passo Langan. Il 5 ottobre alle ore 17, le due batterie da 105 piazzate a Isolabona iniziano a martellare il paese con un fuoco incessante, che terminò solo a notte inoltrata. Il giorno seguente, all'alba, le salme di artiglieria ripresero a scuotere le campagne circostanti, molte ogive vennero caricate con shrapnel.
[...] A Isolabona si stabilì il comando del 253° reggimento di granatieri comandato dal colonello Ferdinand Hippel, il 1° battaglione del reggimento (major Klingemann) venne posizionato a Rocchetta Nervina, il 2° battaglione (major Hans Geiger) a Bevera. Le compagnie del 1° battaglione si alterneranno tra il fronte e le prime retrovie che si formeranno sulla riva sinistra del fiume Roia tra Gouta, Testa d'Alpe e Briga.
Giorgio Caudano, Pigna. Storia di un paese, ed. in pr., 2016

[ altri lavori di Giorgio Caudano: Giorgio Caudano con Paolo Veziano, Dietro le linee nemiche. La guerra delle spie al confine italo-francese 1944-1945, Regione Liguria - Consiglio Regionale, IsrecIm, Fusta editore, 2024; Giorgio Caudano, L'immagine ritrovata. Ventimiglia e dintorni nei dipinti dell'Ottocento e primo Novecento, Alzani Editore, 2021; Marco Cassini e Giorgio Caudano, Bordighera al tempo di Bicknell e Monet, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2021; a cura di Paolo Veziano con il contributo di Giorgio Caudano e di Graziano Mamone, La libera Repubblica di Pigna. Parentesi di democrazia (29 agosto 1944 - 8 ottobre 1944), Comune di Pigna, IsrecIm, Fusta Editore, 2020; Giorgio Caudano, Gli eroi sono tutti giovani e belli. I Caduti della Lotta di Liberazione nella I^ Zona Operativa Liguria, ed. in pr., 2020 ; Giorgio Caudano, Dal Mare alla Trincea... memorie di uomini, BB Europa, Cuneo, 2019; Silvia Alborno, Gisella Merello, Marco Farotto, Marco Cassini, Giorgio Caudano, Franck Vigliani, curatori della mostra Claude Monet, ritorno in Riviera, catalogo a cura di Aldo Herlaut, Silvana Editoriale, Milano 2019; La Magnifica Invenzione. I pionieri della fotografia in Val Nervia 1865-1925, a cura di Marco Cassini e Giorgio Caudano, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2016  ]

Durante un improvviso rastrellamento dei tedeschi riuscii a fuggire dai partigiani [...] Quando i tedeschi, al termine dell'operazione, tornarono al loro quartiere di Isolabona, chiesi di poter rientrare alla settima compagnia [bersaglieri della RSI]. Il tenente tedesco mi rispose cbe avrebbe deciso lui quando rimandarmi: per il momento gli servivo a Isolabona. Mi affidò al soldato che si occupava delle mucche, in dotazione (!) alla sua compagnia.
Franco Scarpini in I nostri giorni cremisi (1943-1995), Diario raccolto e coordinato da Umbertomaria Bottino per gli amici del II (XX) Battaglione, 3° Reggimento Bersaglieri Volontari R.S.I., edito in Milano nel maggio 1995

27.9.1944 - "In seguito all'attacco del giorno prima fatto dai tedeschi la V^ Brigata [n.d.r.: Brigata "Luigi Nuvoloni" dell'appena costituita Divisione "Felice Cascione", come evoluzione della precedente IX^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Felice Cascione"] lanciava un contrattacco su Isolabona con mortaio da 45. Una squadra mortai del Distaccamento Comando effettuava un'azione di disturbo sulle posizioni tedesche dell'anzidetto paese. Le perdite nemiche non sono state precisate".     
Da un documento ufficiale della II^ Divisione Garibaldi "Felice Cascione" edito in Mario Mascia, L'Epopea dell'Esercito Scalzo, ed. A.L.I.S, 1946, ristampa del 1975 a cura di IsrecIm

Alcuni garibaldini della V Brigata catturati in precedenza, più numerosi nelle zone di Pigna e di Buggio vengono raggruppati dal nemico a Isolabona e il 2 marzo fucilati presso il cimitero per rappresaglia in risposta alle sconfitte subite.
Cadono così, coraggiosamente, gettando disprezzo in faccia al nemico: Domenico Aimo, Giulio Grassi, Vito Massa, Antonio Pallanca, Attilio Pastor, Umberto Sciutto e Benedetto Vivaldi.
Sabina Giribaldi, Episodio di Isolabona, 02.03.1945, Atlante delle Stragi Naziste e Fasciste in Italia

15 marzo 1945 - Dal comando della V^ Brigata "Luigi Nuvoloni" della II^ Divisione "Felice Cascione", prot. n° 342, al Comando Operativo della I^ Zona Liguria ed al comando della II^ Divisione - Comunicava che... ad Isolabona si trovavano 500 tedeschi...
22 marzo 1945 - Dalla Sezione SIM [responsabile Brunero, Francesco Bianchi] della V^ Brigata, prot. n° 352, alla Sezione SIM della II^ Divisione - Comunicava che... a Pigna ed a Isolabona erano stanziati 100 tedeschi per presidio...
20 aprile 1945 - Dalla sezione SIM della V^ Brigata al Comando Operativo della I^ Zona Liguria - Segnalava che Pigna (IM) era presidiata da 40 soldati di nazionalità russa e tedesca, che ad Isolabona vi erano 50 tedeschi... che sul fronte italo-francese tra la Località Marcora [nel comune di Isolabona (IM)] e la regione Fontana Povera [nel comune di Rocchetta Nervina (IM)] si notava la presenza di alcune artiglierie di medio calibro.
24 aprile 1945 - Da "Mina" al comando della II^ Divisione - Comunicava che ... ad Isolabona vi erano 80 nemici con 50 cavalli e 2 batterie da 75/27 in postazione.                                                                    30 aprile 1945 - Dal CLN di Isolabona al comando della V^ Brigata "Luigi Nuvoloni" della II^ Divisione "Felice Cascione" - Inviava le dichiarazioni di 8 prigionieri tedeschi sulle loro pregresse azioni come spie o come autori di gravi delitti commessi ai danni della popolazione.
da documenti IsrecIm in Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell’Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell’Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945), Tesi di laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998-1999

giovedì 4 aprile 2024

Ben presto la fama della Feldgendarmerie come ‘squadrone della morte’ si era diffusa nella zona dell’albenganese


Prima e ultima pagina della sentenza della condanna a morte [tramutata subito in una breve carcerazione] emessa contro Ennio Contini dalla Corte di Assise di Savona, 1945. Fonte: Francesca Bergadano, Op. cit. infra

Ad Albenga (SV), quasi sempre alle foci del Centa, tra partigiani e civili, vengono uccise dai nazifascisti più di cento persone.
Il 13 novembre 1944 a Castelvecchio di Rocca Barbena viene fucilato il civile Moreno Pietro (classe 1883), mentre il figlio Moreno Teodoro (classe 1910), arrestato, è ferito in un tentativo di fuga e, trasportato ad Albenga all'ospedale cittadino, decede per complicazioni. La loro morte è l'esito di una denuncia ben documentata per aver fornito viveri ai partigiani. La ritorsione da parte dei partigiani porta all'uccisione di Giuseppina Daldin Malco, moglie di Giuseppe Malco, commissario prefettizio a Castelvecchio, e di don Guido Salvi, un prete accusato di delazioni a favore della Feldgendarmerie.
Il primo dicembre 1944 Angelo Casanova (Falco), con una squadra di partigiani, tende un agguato mortale ad un gruppo di tedeschi nei pressi di Leca d'Albenga, in cui vengono uccisi otto tedeschi e quattro rimangono feriti. Il "Pippetta", la spia locale Giovanni Navone, denuncia gli autori di questo agguato alla Gendarmeria, ma almeno tre dei quattro arrestati sono solo parenti dei responsabili dell'agguato.
[...] Dopo una perquisizione nella casa della famiglia Navone di Villanova d’Albenga, accusata di fornire cibo ai partigiani, i membri di sesso maschile della famiglia, il padre Pietro e i figli Annibale e Alfredo, vengono catturati.
In seguito tedeschi e brigate nere si recano a Garlenda dove vengono arrestati il partigiano Esirdo Simone (Zirdo), il parroco del paese e altri due uomini nonché due donne.
Il 27 dicembre 1944 il distaccamento “Maccanò” della Divisione d'Assalto Garibaldi "Silvio Bonfante" si scontra con una pattuglia tedesca uccidendone tre soldati e ferendone altri sei a nove chilometri da Albenga.
La stessa sera per rappresaglia vengono fucilati alla foce del Centa in Albenga (SV) i sei uomini, Esirdo Simone, Giovanni Fugassa, Pietro Navone, Annibale Navone, Alfredo Navone, Artemio Siccardi, e una donna, Giovanna Viale, presa il giorno precedente. Solamente il parroco di Garlenda, don Giacomo Bonavia, non verrà giustiziato ma salvato dall’intervento del vescovo di Albenga.
Il giorno successivo altri 15 ostaggi, quasi tutti residenti a San Fedele, sono fucilati alla foce del Centa a causa di una delazione delle spie Camiletti e Calderone. I condannati sono Ciarlo Emilio (nato nel 1893), Cristofori Vittorio (1908), Epolone Pio (1879), Fugassa Emilio Domenico (1904),  Fugassa Emilio Samuele (1897), Pastorino Vittorio (1897), Roveraro Angelo (1925), Semeria Giuseppe (1878), Tomati Andrea (1898), Tomati Francesco (1889) e Parolo Cirillo (1901), tutti civili. A questi si aggiungono i partigiani Faroppa Pasquale, Merlino Mario, Parolo Leonida e Roveraro Prospero.
[...] Giuseppe Calmarini (Stalinger) e Settimio Vignola (Vespa), partigiani nel distaccamento "Filippo Airaldi" della Divisione "Bonfante", scesi dai monti nell’inverno, vengono arrestati mentre si trovano nelle proprie abitazioni durante il rastrellamento di Pogli del 20 gennaio 1945, denunciati da una spiata dell'ex partigiano Luciano Ghio detto il Pisano.
Il 22 gennaio 1945 vengono fucilati alle foci del Centa insieme ad altri tre civili tutti di Pogli, Angelo Gandolfo (nato nel 1905), Ernesto Porcella (1921) e Luigi Vignola.
[...] Il 18 febbraio 1945 vengono giustiziati ad Albenga per rappresaglia De Lorenzi Pietro (Gin) nato a Vendone il 17.6.1904 (sappista), Isoleri Gino nato a Villanova d'Albenga il 26.5.1905, Cavallero Severino nato a Cuneo l'1.5.1926, Mosso Ennio nato a Villanova d'Albenga l'1.11.1904, Nano Francesco nato a Castelvecchio di Rocca Barbena il 29.1.1927, Sapello G. Battista nato a Villanova d'Albenga il 23.11.1883.
Giorgio Caudano, Gli eroi sono tutti giovani e belli. I Caduti della Lotta di Liberazione nella I^ Zona Operativa Liguria, ed. in pr., 2020 

[ altri lavori di Giorgio Caudano: Giorgio Caudano con Paolo Veziano, Dietro le linee nemiche. La guerra delle spie al confine italo-francese 1944-1945, Regione Liguria - Consiglio Regionale, IsrecIm, Fusta editore, 2024; Giorgio Caudano, L'immagine ritrovata. Ventimiglia e dintorni nei dipinti dell'Ottocento e primo Novecento, Alzani Editore, 2021; Marco Cassini e Giorgio Caudano, Bordighera al tempo di Bicknell e Monet, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2021; a cura di Paolo Veziano con il contributo di Giorgio Caudano e di Graziano Mamone, La libera Repubblica di Pigna. Parentesi di democrazia (29 agosto 1944 - 8 ottobre 1944), Comune di Pigna, IsrecIm, Fusta Editore, 2020; Giorgio Caudano, Dal Mare alla Trincea... memorie di uomini, BB Europa, Cuneo, 2019; Silvia Alborno, Gisella Merello, Marco Farotto, Marco Cassini, Giorgio Caudano, Franck Vigliani, curatori della mostra Claude Monet, ritorno in Riviera, catalogo a cura di Aldo Herlaut, Silvana Editoriale, Milano 2019; La Magnifica Invenzione. I pionieri della fotografia in Val Nervia 1865-1925, a cura di Marco Cassini e Giorgio Caudano, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2016; Giorgio Caudano, Pigna. Storia di un paese, ed. in pr., 2016 

Genovese Giacomo, nato a Catanzaro il 5 gennaio 1945, Capitano della Brigata nera “Briatore” (Giacomo Genovese venne fucilato a Vado Ligure in località Fosse S. Ermete il 29 giugno 1945 dopo essere stato prelevato con altri dal carcere di Finalborgo dove era detenuto)
Interrogatorio del 12.5.1945 nelle carceri di Savona: [...] Complessivamente la forza della brigata [nera] si aggirava sulle 150 unità, ripartite fra Vado, il posto di blocco di Albisola e servizio fisso al comando tedesco. Vi erano poi tre distaccamenti: Varazze, Albenga ed Alassio, comandati rispettivamente da Felice Uboldi e Fabbrichesi a Varazze, da Scippa prima e poi Sesta ad Albenga e ad Alassio Capello prima ed Esposito poi. Tutti questi reparti erano alle dipendenze dei tedeschi ed anzi aggiungo che i reparti di Alassio ed Albenga dovevano effettuare i servizi di pattuglia per conto dei tedeschi.
Leonardo Sandri, Processo ai fascisti: una documentazione, Vol. 9,  StreetLib, Milano, 2019

Quando Ennio Contini giunge ad Albenga, nel marzo 1945, lo scontro tra formazioni partigiane ed esercito tedesco è al culmine della sua ferocia; rappresaglie antifasciste e rastrellamenti della Feldgendarmerie <1 sono all’ordine del giorno. Per sua conformazione geografica (la famosa “piana” poteva essere un ottimale punto di sbarco alleato ed era allo stesso tempo molto vicina alla Francia) la zona costituiva un punto di snodo importante sia per le forze alleate sia per l’esercito germanico e in questo lembo di terra era cresciuto in modo esponenziale anche il movimento antifascista. Qui, nel luglio 1944, era nata infatti la Divisione d’assalto Garibaldi intitolata a Felice Cascione, primo comandante partigiano caduto in battaglia. Il 1944 è un anno tristemente importante per l’Italia e per Albenga, ormai nel pieno di una guerra civile. Scrive Gianfranco Simone nel suo libro "Il boia di Albenga": «Fino all’arrivo della Feldgendarmerie nel novembre 1944 l’albenganese aveva sofferto meno per la repressione nazifascista che per le incursioni dei bombardieri francesi e angloamericani» <2. La polizia militare tedesca, alla fine del novembre 1944 in risposta a continui attacchi partigiani e all’uccisione di venti militari e due spie aveva attuato le prime rappresaglie nell’entroterra di Albenga, nella zona di Ortovero e Ranzo (IM), avvalendosi dell’aiuto della Brigata Nera <3 ‘Francesco Briatore’ di Savona, a quel tempo comandata da Felice Uboldi. Ben presto la fama della Feldgendarmerie come ‘squadrone della morte’ si era diffusa nella zona dell’albenganese, accrescendosi anche per la personalità quantomai feroce e spietata di Luciano Luberti <4, chiamato ‘il Boia’. Luberti, si scoprirà solo alla fine della guerra, aveva torturato e ucciso più di un centinaio di persone. Solo la foce del fiume Centa restituirà cinquantanove cadaveri, fucilati senza pietà da Luberti e dal suo sottoposto Romeo Zambianchi, chiamato il ‘vice-Boia’.
[NOTE]
1 La Feldgendarmerie era la polizia militare dell’esercito tedesco. Era divisa in «Trupp» e di norma era formata da due plotoni, tre ufficiali, quarantuno sottufficiali e venti graduati di truppa.
2 Gianfranco Simone, Il boia di Albenga. Un criminale di guerra nell’Italia dei miracoli, Milano, Mursia, 1998, p. 25.
3 Nel giugno del 1944 era stato istituito, per volere di Alessandro Pavolini, il Corpo Ausiliario delle Squadre d’azione delle Camicie Nere. Le federazioni provinciali del Partito Fascista Repubblicano avevano preso il nome di Brigate Nere.
4 Luciano Luberti (Roma, 1921-Padova, 2002), detto ‘il Boia di Albenga’, era stato un criminale di guerra, giunto alla ribalta della cronaca anche negli anni ’60 per l’uccisione della compagna Carla Gruber. Secondo alcune fonti Luberti si arruolò nell’esercito nel 1941 ma è nel gennaio 1944, con il suo reclutamento tra le file della Wermacht che Luberti iniziò a farsi strada tra tradimenti e omicidi. Nel gennaio 1944 fu coinvolto nel rapimento di Umberto Spizzichino, ebreo suo amico, condotto nel campo di sterminio di Auschwitz, dove morì nell’agosto 1944. Sempre nel 1944 Luberti decise di passare alla Feldgendarmerie di Albenga, in veste di traduttore, ma ad Albenga uccise e torturò più di
sessanta persone (stando alla sentenza della corte d’Assise straordinaria di Savona Luberti si era reso colpevole di oltre duecento omicidi). Catturato nel 1946, mentre cercava di espatriare in Francia, Luberti venne condannato a morte e scontò sette anni di carcere. Subito dopo la sua scarcerazione Luberti tornò a Roma dove, tra il 1953 e il 1970, diede vita ad alcune iniziative editoriali attraverso l’Organizzazione Editoriale Luberti, pubblicando suoi testi come Furia (sotto lo pseudonimo di Max Trevisant) del 1964 o I camerati del 1969. Nel gennaio 1970 la compagna di Luberti, Carla Gruber, fu ritrovata morta nell’appartamento del ‘Boia’ in avanzato stato di decomposizione, uccisa da un colpo di pistola al cuore. Luberti venne arrestato per l’omicidio della Gruber solo nel 1972 e scontò, anche questa volta, solo otto anni di carcere perché «incapace di intendere e volere». Trascorse i suoi ultimi anni a Padova, tra arresti per detenzione di droga e il manicomio. Nel 1998 la Rai lo intervistò per la trasmissione "Parola ai vinti". Il ‘Boia’ morì qualche anno dopo, ospite di una casa di riposo.

Francesca Bergadano, «Il gioco irresistibile della vita». Ricerche su Ennio Contini (1914-2006): poeta, scrittore, pittore, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Genova, Anno Accademico 2017-2018

venerdì 22 marzo 2024

Il Professore, traditore dei partigiani della Divisione Cascione

Upega, Frazione di Briga Alta (CN). Foto: Mauro Marchiani

Mario [Carlo De Lucis] era commissario della I Brigata, ma lo rimase ancora per poco: ai primi di novembre [1944] vennero formati i nuovi quadri. I resti del comando della Cascione stavano affluendo a Fontane [Frazione del comune di Frabosa Soprana in provincia di Cuneo] cercando penosamente di ricostruire servizi, uffici, organizzazione, ma ormai dopo il colpo di Upega era impossibile tornare ad essere quelli di una volta. Oltre al materiale perduto mancavano gli uomini e la volontà. Curto [Nino Siccardi: in quel periodo comandante della Divisione "Felice Cascione"], arrivato dalla Liguria, provvide alle nuove nomine. Il posto di commissario della Cascione, dopo la morte di Giulio, passava a Mario. Vicecommissario diventa Miliani, già capo dell'Ufficio Agitazione e Propaganda della I Brigata. Cion [Silvio Bonfante], vicecomandante della Cascione, viene sostituito da Giorgio [Giorgio Olivero]. La Divisione ha quindi Curto e Giorgio, Mario e Miliani. Comandante della I Brigata diventa Mancen [Massimo Gismondi], già vicecomandante, la carica vacante passa a Pantera [Luigi Massabò], già capo di Stato Maggiore, il cui posto verrà ricoperto da Pablo, già mio superiore nell'Ufficio Operativo che viene soppresso. Commissario della I diventa Osvaldo [Osvaldo Contestabile] che lascia la V Brigata. Vicecommissario sarà Socrate [Francesco Agnese] che in ottobre, quando era commissario del distaccamento "Rainis", aveva effettuato un brillante colpo di mano sulle caserme di Diano Marina. II posto rimase vacante perché Socrate doveva essere in Val Pennavaira col suo distaccamento e purtroppo le nostre speranze erano infondate: Socrate era morto ad Upega.
[...] Notevole importanza poteva invece avere la soppressione del tribunale divisionale essendo venuto a mancare il suo capo: Prof. [Giuseppe Della Valle]. Prof. era uno strano individuo: professore di lingue orientali era stato liberato dalle carceri di Oneglia assieme ad ottanta altri detenuti politici. Perché era in carcere allora? Credo che nessuno avesse mai indagato seriamente. Si diceva per traffico di sterline o perché fosse ebreo, poi fu detto che fosse stato confidente della polizia con l'incarico di ottenere le confidenze dei detenuti. Da allora era rimasto sempre con noi ché, per la sua età avanzata, non gli avevamo affidato incarichi di combattente. Della sua opera di giudice nessuno aveva mai avuto a lamentarsi. Ricordo poco Prof.: non era figura di primo piano. Mi sono rimasti impressi solo due episodi in cui ebbi modo di rendermi conto che era intelligente ed abile. A Piaggia fui presente ad una discussione tra lui ed il maggiore Elio. Mentre quest'ultimo sosteneva che in teoria non meritassero la morte coloro che, iscritti al partito Fascista Repubblicano, non appoggiavano materialmente la Repubblica, Prof. sosteneva che l'appoggio morale, concretato nell'iscrizione, era a suo parere sufficiente, poiché l'iscritto si rendeva complice e corresponsabile, dava esplicitamente la sua approvazione a quanto si faceva contro di noi, diventava: «Un anello della catena che ci soffoca».
L'altro episodio era l'obiezione fatta a Boris [Gustavo Berio] dopo una conferenza di quest'ultimo sul Comunismo, tenuta una sera a Piaggia al Comando della Cascione. Boris aveva sostenuto che nei Paesi capitalistici non vi è vera libertà di stampa perché pubblicare un giornale costa cifre enormi che solo i capitalisti possono spendere. I giornali operai vengono sistematicamente eliminati dalla concorrenza non avendo fondi per i servizi speciali eccetera.
«Sei giovane e certe cose non le puoi ricordare, - gli disse Prof. - ma noi non possiamo dimenticare quello che hanno saputo fare con i loro pochi mezzi i giornali socialisti prima del 1922».
Ricordo un caso di giustizia partigiana che era presentato in quei giorni, ma non ricordo la parte che vi ebbe Prof.
A Fontane i borghesi avevano riconosciuto in un garibaldino un ex rastrellatore di Val Casotto. Il caso era grave. Indubbiamente molti militari repubblicani erano venuti con noi tra maggio e settembre e nessuno aveva mai indagato sul loro passato: se c'era qualche macchia la vita sui monti l'avrebbe riscattata. Il movimento partigiano era un po' come una legione straniera, ognuno era giudicato per il suo presente. Questa però non era né una consuetudine né tanto meno una legge, era solo una conseguenza della mancanza di accuse dirette, ora all'accusa si aggiungeva la confessione: il partigiano aveva ammesso che nel marzo 1944 era salito in Val Corsaglia con i repubblicani a rastrellare. Era stato costretto a farlo, ma ciò a noi importava poco, i fatti commessi comportavano la pena di morte. Vennero interrogati i suoi superiori: «E' un buon ragazzo - risposero -,  è in banda da molti mesi ed ha fatto sempre il suo dovere».
Il comando restò incerto, poi decise di trasferire l'accusato in altra banda: era bene sottrarlo all'ambiente dove ormai si era fatto degli amici e far sì che i civili, che lo conoscevano, non lo vedessero più, avessero l'impressione della sua eliminazione. Il nuovo capobanda fu avvenito del passato del suo nuovo combattente [...]
Era Prof. la famosa spia che per mesi era stata l'incubo della Cascione? Ritenemmo di sì, ma solo il futuro ci avrebbe dato conferma. Se avessimo colpito giusto, il nemico avrebbe mancato d'ora innanzi di informazioni precise ed il comando non sarebbe stato attaccato con tanta sicurezza come a Villa Talla e ad Upega. Prof. per il suo incarico aveva una grande libertà di movimento e la possibilità di avere notizie esatte e precise; rimase però un mistero come potesse avvertire tempestivamente il nemico, poiché il metodo postale scoperto dall'accusa era puerile ed inefficace perché il servizio postale era da mesi inesistente in tutti i paesi dell'entroterra. Se era realmente colpevole doveva pertanto avere dei complici volontari od inconsci cd era nostro interesse scoprirli. Deplorai pertanto che fosse stato soppresso senza un regolare interrogatorio in modo da poter andare più a fondo in tutto il problema. (*)
Soppresso Prof., formati i nuovi quadri, prendemmo contatti ed accordi con le formazioni badogliane che avevano stabilito posti di blocco su tutte le carrozzabili che portavano nella nostra zona.
Notammo subito una diversità di stile fra i nostri capi ed i loro. Forse anche i badogliani usavano pseudonimi, in tal caso però erano meno strani e coloriti dei nostri. Al nome nelle lettere e nelle presentazioni usavano premettere il grado: tenente, capitano, maggiore invece che l'incarico: commissario, comandante, vicecomandante. Immediatamente Mancen, Pantera, Giorgio fecero uso dei gradi creati a Piaggia diventando maggiori e colonnelli.
(*) Dal 3° volume della «Storia della Resistenza Imperiese» [Francesco Biga, Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), Vol. III. Da settembre a fine anno 1944, a cura dell'Amministrazione Provinciale di Imperia e con patrocinio Isrecim, Milanostampa Editore, Farigliano, 1977] apprendo che il sottotenente Otto Trostel delle SS, passato ai partigiani il 24 ottobre, ci informò che Prof. era in contatto con i tedeschi. La moglie, arrestata a Carpasio dalla IV Brigata, prima di essere fucilata, inviò a Prof. una staffetta con una lettera dove aveva scritto: «Stai attento, la Questura ti cerca».
Gino Glorio (Magnesia), Alpi Marittime 1943-45. Diario di un partigiano - II parte, Nuova Editrice Genovese, 1980, pp. 19-22

mercoledì 13 marzo 2024

L'indimenticabile medico dei partigiani, uomo di Isolabona

Fonte: trucioli.it

Mi accingo, con commozione, a parlare di un argomento che mi sta tanto a cuore e penso commuoverà anche voi. Parlare di sanitari, ospedaletto da campo è come dire "Pavia".
Il 24 agosto 1944 nell'ospedaletto da campo veniva effettuato il cambio di guardia. Il dott. Pigatti, che aveva come collaboratore un suo figliolo, studente universitario in medicina, lasciava la direzione dell'ospedaletto della V^ Brigata “Luigi Nuvoloni” della II^ Divisione “Felice Cascione” e gli succedeva “Pavia”.
Pavia era il nome di battaglia del nuovo medico, Leo Anfosso, nato e residente a Isolabona. Studiava nell'università di Pavia, dove avrebbe dovuto essere alunno del quinto ed ultimo anno di medicina.
Giovane entusiasta e socievole, gioviale e scherzoso, portava serenità ed entusiasmo in ogni ambiente che frequentava.
Il suo non era un agire da daddolo, ma si dava da fare veramente. Capiva che doveva diventare un distributore di dande, cinghie che sorreggono i bambini quando imparano a camminare e guidarli nelle evitabili sorti delle battaglie. Oserei perfino dagli del dandismo per la sua elegante e raffinata capacità di aiutare senza mai umiliare. Ai per forza debosciati feriti, decrepiti per momenti di scoraggiamento darà il sorriso, la fiducia, la gioia di riprendere nella vita. Nel deflagare della guerra, nel colpo debilitante di una pallottola il combattente potrà cadere in deliquio, subire uno svenimento, ma sarà lui, Pavia, a ridargli quella energia che lo riporrà sul fronte, in prima linea. Tra i partigiani la ferita non significava imboscamento, ma solo pausa in attesa di una pronta ripresa del combattimento, fino alla dedizione assoluta. Il riparatore delle ferite era Pavia, il giudice inappellabile della ripresa.
L'estate del 1944 fu un periodo di continui rastrellamenti. Per ragioni di protezione e di sicurezza l'ospedaletto fu trasferito in Piemonte a Valcona. Luogo un po' scomodo. Non appena fu possibile, nell'autunno, fu riordinato nei luoghi vicini ai reparti combattenti. Si stabilì a Drondo una frazione del Comune di Triora e successivamente a Bregalla, altra frazione dello stesso comune.
Un "casone" a due piani era l'ospedaletto. Preparato con mezzi raccimolati un po' ovunque e reso funzionale e sicuro da Pavia con rinforzi cautelativi. Forse mancava di quella igiene e pulizia di un moderno ospedale. Ma si sa che gli angeli Custodi dei militari allontanano una infinità di pericoli e soprattutto le infezioni.
Il C.L.N. di Sanremo provvedeva le medicine. Assiduo e generoso fornitore era il farmacista Marco Donzella. E vi è anche una curiosità da non lasciare in oblio. Per mirabili o misteriose vie i medicinali e materiale sanitario provenivano dalle caserme dei militari e anche dei repubblichini. Più tardi, quando gli americani inizieranno i loro lanci, i medicinali saranno abbondanti.
Trattamento degli ammalati
I malati ricoverati venivano divisi in tre reparti. Nel primo vi erano gli immobilizzati, nel secondo i feriti che potevano camminare, nel terzo gli ammalati che dovevano tenere il letto.
Tale divisione di ammalati si rese necessaria per un più veloce smistamento dei degenti nelle grotte delle montagne, qualora si presentasse il pericolo di un rastrellamento da parte dei nazi-fascisti. Farsi scoprire da loro significava essere uccisi.
Per i feriti gravi, quando occorreva un consulto, la visita di uno specialista, si ricorreva, quando lo si trovava, perchè anche lui era braccato dai nazi-fascisti, al prof. Moro di Castelvittorio, o al dott. Rinaldo Ferrero di Pigna e medico condotto a Triora, o al dott. Natta di Imperia. Qualche rara volta ci si rivolgeva al Dott. Martini che era medico capo della Divisione I^ “Felice Cascione”.
Ma il nostro Pavia faceva veramente miracoli. Certo che le distanze imponevano sacrifici e tempo. Talora era dispensabile una medicazione pronta, fatta dal vicino che più aveva coraggio di farla.
Io per esempio, ricordo di essere intervenuto a Langan per medicare un ragazzo dilaniato da una bomba a mano scoppiategli tra i piedi, per uso imprudente.
Ed Erven, che assistette, medicai ed anche intervenni quasi chirurgicamente, nei casoni sopra Cetta.
E Toscano, a cui incisi una caviglia sul piazzale di Cetta per tumefazione pericolosa e gli estrassi schegge dalla ferita. Fu drammatico il sistema di addormentarlo per non farlo urlare. E vedremo altri casi nel corso di questa narrazione.
Pronti per il nascondiglio
Nell'ospedaletto da campo tutto era predisposto per lo spostamento veloce. I rastrellamenti erano frequenti e massicci. Le scorte avanzate davano in tempo l'avviso dell'arrivo delle truppe nazi-fasciste. Nei luoghi più impensati, lontani dalle strade e dai sentieri di collegamento, vi erano grotte e buche ben nascoste. I feriti e gli ammalati venivano trasportati in gran fretta fino ad un certo punto. Poi erano lasciati alla cura esclusiva di Pavia. Egli non voleva assolutamente che nessuno sapesse dove nascondeva i suoi feriti e gli ammalati. Lui stesso se li caricava sulle spalle e li portava alla destinazione da lui voluta. Non voleva che succedessero inconvenienti ed evitare cattive sorprese. Eravamo in guerra ed ogni ombra, ogni indizio potevano essere e rappresentare un pericolo.
Pavia faceva il giro dei suoi pazienti, portando loro viveri necessari e le prestazioni mediche indispensabili. Naturalmente ci furono casi di feriti e di ammalati gravi. Nessuno però morì. Furono gli interventi del medico? Fu l'aiuto del Buon Dio? Fu la tenace speranza degli ammalati, il loro desiderio intenso di vita? Tra i feriti voglio ricordare in modo particolare Erven, il Vice Comandante onorario della Brigata. Dopo tante battaglie, in un attacco contro i tedeschi, verso Baiardo, veniva ferito gravemente alla coscia destra. Gli si era tagliato il nervo sciatico. Quanta cura ebbero i suoi compagni! Quante ne ebbe da tutti! Prima però che potesse essere portato in un luogo sicuro per vere medicazioni, passarono giorni e settimane. Eravamo nel giugno del 1944. Portato in un "casone" sopra Cetta, gli prestai, come dissi, io le prime cure. Finalmente il Prof. Moro di Castelvittorio, potè essere pronto nell'ospedale di Triora per l'intervento. Ma un'ora prima venivano a far visita alla nostra zona per un rastrellamento, i tedeschi, in gran numero.
Era il 3 luglio 1944 quando Triora fu data alle fiamme. Mi sovviene la figura di Nerone, ma un bel tacere è cosa pia. Il povero Erven veniva trasportato, di corsa sul monte Truno, sopra Triora e lasciato sotto le stelle. C'era un rudere di un "casone" ma era senza tetto. Unico sostentamento fu un po' di latte e acqua. La rifornitrice coraggiosa fu la signorina Antonietta Bracco abitante nella frazione di Triora, Bregalla. Volontaria infermiera dell'ospedaletto, a rischio continuo della sua vita, saliva sul monte due volte al giorno per dire una parola buona al ferito, solo con Dio e braccato dagli uomini.
Terminato il rastrellamento lo recuperò Pavia nel suo ospedaletto, spesso volante.
Mentre descrivo sento un brivido passarmi per la schiena ed una commozione che mi fa lacrimare, pensando agli uomini e agli avvenimenti. La vita del medico Pavia era travagliatissima, il lavoro snervante e nelle condizioni le più assurde.
Enormi distanze da percorrere tra un distaccamento ed un altro. Non c'era la possibilità di riposare. La popolazione dei paesi che si trovavano nella zona di operazione avevano in Pavia l'unico medico, ed era l'unica speranza per gli ammalati. Nelle sue continue peregrinazioni da un luogo all'altro, entrava nelle case dei borghesi a visitare ammalati, a distribuire medicine, a dare una buona parola, un sorriso ed una barzelletta che sapeva raccontare egregiamente. Poi subito via per un'altra chiamata. Il rischio che egli correva era molto maggiore di quello degli stessi partigiani e dei loro comandanti. In caso di rastrellamento tutti cercavano un luogo al riparo, mentre lui non poteva lasciare i suoi pazienti. Nell'ottobre del 1944 i tedeschi erano venuti a piantare le loro tende a circa 10 metri dove lui aveva nascosto i suoi. Nessuno ha mai parlato diffusamente del suo eroismo. Fu lui che mi raccontò che, terminato il pericolo, ricomponeva il suo ospedaletto e sereno e sorridente continuava la sua missione. Così, semplicemente così. Voi che mi leggete e che eravate alle cure di Pavia potete e dovete riconoscere il suo senso del dovere fino al sacrificio.
Quando morì, io ero al suo letto, ne composi la salma. Moltissimi di voi eravate presenti al suo funerale. Fu un trionfo, non un corteo funebre. Quando terminai di celebrare la messa nella Chiesa del cimitero, e ne era passato del tempo dall'inizio del corteo, continuavano ad arrivare le automobili del seguito. Sua moglie mi chiese come mai io non piangessi. Il dolore profondo è muto.
Mi sia consentita qui una parentesi sincera. Per una ragione, forse anche spiegabile, tra i partigiani si era formata una forte reazione contro gli ufficiali aggregati e loro stessi partigiani. Il bisogno di un nuovo mondo vedeva nei graduati dell'esercito, una forma di conservatorismo, di tradizione. Una larvata minaccia di anarchia soffiava nel fuoco del malcontento e cercava vittime. I concetti e gli avvertimenti di Vitò cacciarono la terribile dea infernale Aletto nella sua sede. Gli ufficiali si dimostrarono poi degni di essere chiamati a posti di comando. Furono i primi a prestarsi come barellieri ed infermieri alle dipendenze di Pavia.
don Ermando Micheletto, La V^ Brigata d’Assalto Garibaldi “Luigi Nuvoloni” (Dal Diario di Domino nero Ermando Micheletto), Edizioni Micheletto, Taggia (IM), 1975

Oltre 70 persone ieri hanno preso parte alla inaugurazione dell'Ostello Leo Anfosso di Carpasio. Un luogo che ha una storia particolare e rinasce grazie a Katiuscia Vivaldi e Jacopo Siffredi (che abbiamo intervistato), con una forma ritrovata dopo un lungo periodo di chiusura e con l'intento di ricordare una persona importante per la valle Argentina.
Parliamo di Leo Anfosso, meglio conosciuto come 'U megu Leu'. Medico condotto e anche partigiano (nome di battaglia, Pavia, dal luogo di studi). Un uomo buono, innamorato di questa terre e della sua gente, territori per i quali lottò e persone che aiutò (anche economicamente) in un periodo difficile, in cui molte famiglie si trovavano nell'indigenza. Gli episodi che videro protagonista Anfosso ne hanno fatto un protagonista della storia di questo entroterra una persona il cui ricordo è ancora oggi, caro a molti.
[...] Tra i partecipanti all'inaugurazione c'era Gipo Anfosso, il figlio del Medico Leo, che alcuni anni fa per ricordare la storia del padre scrisse "Io ricordo tutto", libro che ha fatto capolino all'Ostello portato dallo stesso autore che ha condiviso con noi alcune emozioni per questa inaugurazione. "C'era proprio una bella atmosfera. Ho visto tante persone venute per l'evento e venute anche per ricordare mio padre che è morto 57 anni fa. Mi ha fatto piacere vedere come il ricordo di lui sia ancora molto vivo" racconta con una certa emozione Gipo Anfosso.
[...] "Domenica con questa celebrazione abbiamo commemorato il passato con qualcosa di concreto che servirà per il futuro, l'Ostello. Sono molto felice e soddisfatto per l'impronta data da Katiuscia. È un posto che ricorda i valori cari a queste terre dell'antifascismo e si apre all'ospitalità e alla cultura con l'intenzione di organizzare eventi culturali e non solo. Anche nelle scelte stilistiche emerge l'amore per la natura, altra grande passione di mio padre". [...]
Stefano Michero, Carpasio: inaugurato l'Ostello Leo Anfosso. Il figlio Gipo: "Sarebbe piaciuto molto a mio padre"la voce di Imperia.it, 29 agosto 2023

giovedì 7 marzo 2024

Dopo circa 5 ore di attesa venne avvistato un camion pieno di soldati tedeschi e fascisti

Uno scorcio di Castelvecchio di Imperia

[Durante la battaglia di Carpenosa del 30 giugno 1944] iniziò una serie di attacchi [nemici] più volte respinti e rinnovati che portarono gli uomini [32 garibaldini del 4° distaccamento] di Gino [Napolitano] ad esaurire in breve tempo le munizioni.
Per loro fortuna le sorti del combattimento furono modificate proprio quando sembravano decise a favore del nemico - dalle mitragliatrici pesanti e dal mortaio da 81 tempestivamente impiegati dagli uomini del 5° distaccamento guidato da Ivano [Giuseppe Vittorio Guglielmo] e da Erven [Bruno Luppi] che - avvertiti da una staffetta inviata a Cima Marta all'inizio degli scontri - giunsero alle 18 sorprendendo i tedeschi e costringendoli a ritirarsi.
Inseguiti dal reparto di Nettu [Ernesto Corradi] -  unitosi nel frattempo alla lotta - i tedeschi riuscirono a risalire sugli automezzi dopo aver fatto saltare un tratto di strada alle loro spalle: entrati in Carpenosa verso le 21 i partigiani calcolarono le perdite nemiche in circa 80 tra morti e feriti, su 600 attaccanti.
I positivi risultati ottenuti anche in questi scontri frontali non modificarono tuttavia la linea generale dell'offensiva partigiana che giustamente continuò a considerare come elemento principale della propria condotta di guerra l'azione di sorpresa, effettuata da piccoli nuclei ben armati in grado di spingersi all'interno dello schieramento nemico e di disimpegnarsi rapidamente dopo aver colpito gli obbiettivi.
Un esempio classico di questa tattica (comune a tutte le formazioni liguri) ci viene offerto dalla imboscata tesa il 28 giugno sulla statale 28 - a 3 Km. dal mare - da una squadra di 5 uomini del 10° distaccamento, comandati da Folgore [Umberto Cremonini] e da Nando [Fernando Bergonzo].
L'obbiettivo era stato segnalato da informatori di fondovalle i quali avevano recato a1 distaccamento la notizia che ogni giorno il generale tedesco comandante delle forze di presidio nella zona percorreva in auto la 28 per ispezionare i reparti dislocati nella vallata.
L'appostamento venne fissato in prossimità di Sgureo [Sgorreto], tra Castelvecchio e Pontedassio, su una ripida parete a strapiombo sulla strada; la marcia di avvicinamento - effettuata con molta circospezione - consentì di eludere i presidi ed i blocchi nemici che si frapponevano all'obbiettivo. Sul posto, gli uomini vennero disposti in punti ben occultati da cui fosse facile attendere senza scoprirsi e dominare un lungo tratto della carrozzabile.
Dopo circa 5 ore di attesa venne avvistato un camion pieno di soldati tedeschi e fascisti, che non ubbidendo all'intimazione dei partigiani tentò di accelerare l'andatura per portarsi fuori tiro: un nutrito lancio di bombe a mano lo centrò in pieno provocandone l'arresto e colpendo numerosi soldati nemici.
Gli uomini di Nando e Folgore ebbero appena il tempo di scendere la ripida scarpata per impadronirsi delle armi automatiche nemiche e sparare su alcuni fuggiaschi, quando sopravvenne l'automezzo del generale costringendoli a risalire rapidamente il pendio.
Per vendicare la morte di 7 soldati germanici caduti in quella azione l'alto ufficiale dispose subiro la mobilitazione di una colonna con autoblinde e mortai che invano aprì il fuoco contro la squadra partigiana in ritirata.
La rappresaglia infierì allora contro il paese di cui vennero incendiate le case e prelevati 20 ostaggi tra la popolazione. <21
A fine giugno - malgrado l'intensificarsi delle puntate offensive germaniche e fasciste - la pressione partigiana era diventata notevole: la IX Brigata occupava Triora, Molini di Triora e Badalucco liberando una vasta zona della Valle Argentina da cui i nemici si erano ritirati dopo aver fatto saltare due ponti presso Taggia e distrutto la Chiesa degli Angeli in Badalucco già adibita a deposito di armi e munizioni.
21 Unico aspetto negativo di questa operazione: la scelta della località per l'imboscata; i partigiani ignorarono - o non ne tennero conto - le precise direttive del Comando Generale: «si devono evitare i combattimenti e le imboscate nei villaggi per evitare nei limiti del possibile le rappresalie» (testuale, orig. dep.).
Giorgio Gimelli, Cronache militari della Resistenza in Liguria - Volume II, Istituto Storico della Resistenza in Liguria, 1969, pp. 255,256

venerdì 23 febbraio 2024

Il risultato fu che chi si presentò nelle 48 ore prestabilite venne inviato in Germania

Lingueglietta, Frazione di Cipressa (IM)

In un mattino nebbioso del 17 gennaio 1945 un numeroso gruppo di fascisti perlustrava le campagne di Prelà. Secondo alcune fonti si sarebbe trattato di Cacciatori degli Appennini, secondo altre della compagnia operativa della G.N.R. del tenente Ferraris. Probabilmente l’azione fu condotta da entrambi i reparti. In due casoni posti ad una certa distanza avevano trovato ristoro per la notte alcuni uomini della IV^ Brigata "Elsio Guarrini" della II^ Divisione "Felice Cascione". In un casone sopra Canneto, di fronte a Tavole, si stavano riposando Carlo Montagna Milan, comandante della Brigata [nato a Voghera il 16 agosto 1911, protagonista di numerose azioni, fra le quali spicca quella del 19 luglio 1944, la liberazione dei detenuti politici dal carcere di Imperia Oneglia], Gaetano Sibilla Ivan, Angelo Perrone Bancarà o Vinicio, vicecomandante della brigata, Sebastiano Acquarone Alpino e Ferrero Staffetta Gambadilegno. In un altro casone più in basso sostavano Mario Bruna Falco, commissario della Brigata, Luigi Peruzzi Luigi ed altri uomini. I fascisti intravvidero nella nebbiolina un uomo armato, che sembrava stesse facendo la sentinella. Spararono senza avvertimento e colpirono, uccidendolo, Angelo Perrone. Gli altri partigiani, intese le raffiche, fuggirono in direzione della cresta della montagna, che però era già stata occupata dai nemici. Ritornarono allora sui propri passi infilando il Vallone di Villatalla dove trovarono altri repubblichini in agguato che al loro avvicinarsi spararono. Montagna e Acquarone vennero colpiti a morte. Giorgio Caudano, Gli eroi sono tutti giovani e belli. I caduti della Lotta di Liberazione. I^ Zona Liguria, ed, in pr., 2020

Faceva parte del distaccamento nemico, responsabile dell'informazione, il sergente Zeffiro Zara, che era anche membro della Guardia Nazionale Repubblicana di Sanremo. Le cause non si conoscono ma dopo alcuni giorni, lo stesso veniva arrestato, tradotto nel carcere di Imperia, quindi processato come traditore della Repubblica Sociale. Verrà fucilato nella Caserma "Asclepia Gandolfo" il 27 gennaio 1945 perché, "pur continuando a militare nella GNR era capo di una formazione di ribelli". Anche il garibaldino Guglielmo Bosco, catturato verrà fucilato, come vedremo, su Capo Berta il 31 gennaio 1945. Sulla morte dei garibaldini sopra menzionati veniva aperta una inchiesta per constatare se l'ex brigadiere Gastone Lunardi, comandante del Distaccamento "Folgore" della IV Brigata, avesse preso qualche iniziativa sbagliata nel campo della sicurezza. A livello politico, del triste episodio si interessava anche l'ispettore della I Zona Operativa Liguria, Carlo Farini (Simon) <6.
Quello che è accaduto nella Caserma Ettore Muti a Porto Maurizio (Piazza del Duomo), dove era di stanza una parte della Brigata Nera "Antonio Padoan", tra il 15 ed il 31 gennaio, ce lo racconta uno degli arrestati, Giovanni Piana, di Oneglia, il quale ci spiega che in quel tempo la costruzione adibita a caserma aveva tutte le caratteristiche deteriori di una spelonca:
"... Tutto vi era in disordine e brutti ceffi presidiavano e volgari sghignazzate e canzonette da lupanare giungevano alle due fetide celle del pianterreno dove rimanevano sprangati i vigilati. Il grosso dei nostri arresti avvenne tra il 15 ed il 31 gennaio del 1945. Le azioni di rastrellamento erano state compiute quasi tutte alla periferia della città, dove ci aveva sospinto lo sfollamento, con improvviso e numeroso impiego di brigatisti neri che penetravano nelle nostre case lasciandovi i segni di una educazione che le nostre famiglie, più di noi stessi, tuttora ricordano. Poi ci intruppavano, preferibilmente di notte, e ci conducevano alla caserma cantando con la sguaiatezza degli avvinazzati i "gloriosi inni del regime", e ci buttavano nelle celle come sacchi di palate. Non dico come ci dovessimo aggiustare in ognuna di esse dove lo spazio bastava appena a contenerci e la umidità che da quelle sporche mura trasudava e l'umiliazione a cui eravamo costretti per i nostri bisogni corporali, e la bestialità del trattamento di cui erano capaci gli aguzzini nelle loro truculenti visite e come la scabbia diventò un tormento della nostra cute cui finimmo per abituarci. Ricordo ancora molti dei compagni di clausura: Armando Filié che un "eroico" tenente non cessava di definire provocatore; Pietro Gazzano, il capitano, che avevo conosciuto tanti anni prima nell'organizzazione dei giovani socialisti e che si spense qualche anno dopo nella natia Coldirodi. Raffaelluccio Languasco di frequente in fase di malinconia pensando alla moglie ed al piccolo Giustino. Rinaldo Torelli arrestato in cambio del fratello Gigetto, riuscito ad allontanarsi per tempo. Ernesto Carli contro il quale si era dato peso allla sciocca accusa di un ragazzo deficiente che egli aveva sempre beneficato. Carlo Dellepiane prelevato una brutta mattina di buonora e condotto alla fucilazione sulla strada a mare verso Diano. Piero Panico sempre irrequieto e pensoso. E poi ancora Giuseppe Maccanò sospettato di tenere nascoste armi partigiane nel recinto del cimitero. Carlo Marvaldi, il più giovane di noi, dal morale alto e fermo. Dominici, il vecchio carrettiere che non sapeva nulla di nulla e temeva che gli capitasse qualche brutto imprevisto. E poi Francesco Sasso di Porto, e Novello, piombatoci addosso a suon di nerbate repubblichine poiché si trincerava in ostinati dinieghi sotto l'incalzare delle domande rivoltegli. Fernandez e Roncetti, due graduati della amministrazione carceraria, denunciati dalla famosa "Donna Velata" (Maria Zucco). In un'altra cella c'erano Faustino Zanchi, Salvatore Costa, Vincenzino Di Leo, Tomaso Dominici ed altri. Fino alla Liberazione altri entreranno ancora in queste carceri, altri ne usciranno per essere fucilati. La terribile atmosfera svanirà soltanto il giorno della Liberazione" <7.
[NOTE]
6 Isrecim, Archivi, Sezione II, cartelle, serie T; Sezione I, cartella 36. Vedasi pure Sezione III, cartella 20.
7 Dal giornale "Il Lavoro" del 12 febbraio 1955.

Francesco Biga, (con la collaborazione di Osvaldo Contestabile), Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), Vol. IV. Da Gennaio 1945 alla Liberazione, 2005, Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia, 2005, pp. 86,87

Durante un rastrellamento nelle campagne di Prelà del 17 gennaio effettuato dalla compagnia operativa della GNR di Imperia comandata dal tenente Ferraris, che costò la vita a Carlo Montagna e Sebastiano Acquarone, venne catturato il partigiano Ferrero (Tom o Staffetta Gambadilegno), il quale sottoposto a torture fu costretto a confessare dove si trovava acquartierato il X distaccamento Walter Berio della IV brigata "Elsio Guarrini". Gli uomini di questa formazione, già pesantemente provata dalle perdite subite nelle settimane precedenti, si erano rintanati in un rifugio ritenuto sicuro. Si trattava di un piccolo gruppo, undici uomini in tutto, con a capo “Dimitri”, Vittorio Aliprandi, e “Merlo”, Nello Bruno, si era portato in una località tra Pantasina e Villatalla, in un fondovalle presso un ruscello incassato tra pendii scoscesi, rivestiti di boschi, dove era stata adattata una caverna a rifugio. Il luogo sembrava sicuro: un muro a secco era stato eretto all'entrata della tana. I rastrellatori di Ferraris si avvicinarono al rifugio, sicuri che i partigiani fossero in quel punto. Dopo aver ispezionato palmo a palmo il terreno circostante iniziarono a togliere alcune pietre che celavano il rifugio e buttarono dentro alcune bombe a mano. Ormai i partigiani erano in trappola: Vittorio Aliprandi e Nello Bruno si tolsero la vita per non cadere nelle mani del nemico, gli altri nove uscirono dal rifugio con le mani alzate e vennero fucilati in momenti diversi: tra questi Luigi Guareschi (Camillo) il 9 febbraio 1945, Vincenzo Faralli (Camogli) il 9 febbraio 1945, Carletti Doriano (Misar) il 15 febbraio 1945, Giuseppe De Lauro (Venezia) il 15 febbraio 1945. Giorgio Caudano, Gli eroi sono tutti giovani e belli. I caduti della Lotta di Liberazione. I^ Zona Liguria, ed, in pr., 2020

Dopo la prima quindicina del mese di gennaio 1945 gradatamente formazioni della Divisione nemica "Cacciatori degli Appennini" si trasferiscono verso l'estremo ponente ligure. Abbiamo già visto come durante un rastrellamento colpissero gravemente il Comando della IV Brigata "E. Guarini" nel vallone di Villa Talla. Nell'occasione del trasferimento affiggono un avviso che abbiamo ritenuto riportare integralmente poiché ci dà un quadro abbastanza preciso della situazione nella quale vennero a trovarsi i giovani che avevano disertato le chiamate nemiche, abitanti dei nostri paesi del retroterra.
Ecco il testo dell'avviso: "Gruppo Cacciatori degli Appennini. Si avverte la popolazione che il III Battaglione Cacciatori degli Appennini, desideroso di portare la tranquillità e la normalità nella zona, è disposto a venire incontro a tutti coloro che, avendo obblighi militari, hanno seguito consigli di elementi prezzolati del nemico e si sono dati alla macchia. A coloro che si costituiranno entro 48 ore dalla data del'affissione del presente avviso, si garantisce l'incolumità della vita. Contro quelli, invece, che, non avendo accolto questo appello, venissero catturati nel corso di operazioni militari, verrà applicata la legge di guerra. Z.O. 24 gennaio 1945, ore 8 del mattino. Il comandante del Battaglione maggiore Mario Rosa <1.
Il risultato fu che chi si presentò nelle 48 ore prestabilite venne inviato in Germania. Chi fu catturato dopo il termine dell'ultimatum venne passato per le armi.
Consultando ancora il memoriale del Polacchini, di cui abbiamo già parlato, risulta in modo evidente in che situazione si venissero a trovare i partigiani della IV Brigata. I giorni drammatici che ttrascorrono per il I Battaglione sono uguali a quelli del II e del III.
Scrive Polacchini nel suo memoriale: "... Alle prime luci dell'alba del 24 gennaio 1945 saliamo in vetta alla collina, al passo di Lingueglietta. La stagione è primaverile. Ci laviamo con l'acqua di un serbatoio usato per l'irrigazione. Tocca a me e a Renato Faggian (Gaston) andare in cerca di viveri. Decidiamo per Cipressa, ma partiamo imprudentemente in pieno giorno. Nei pressi di un caposaldo due Tedeschi stanno facendo legna in un boschetto. Hanno le armi a portata di mano. Quando ci vedono smettono di lavorare, ci osservano, parlano tra di loro, ma non ci fermano. Non abbiamo armi in vista, ma sotto la giacca le nostre pistole e, in un zainetto, quattro bombe a mano. Noi facciamo finta di niente e non succede nulla. Facciamo ritorno nel pomeriggio con pane, farina bianca, un fiasco d'olio d'oliva ed una vecchia pentola di alluminio. Tutta roba fornita da un tale del CLN. Dopo l'unico pasto quotidiano andiamo a dormire due a due in piccole costruzioni tra i rovi. Siamo visti da gente di Cipressa venuta a raccogliere le olive per cui decidiamo di cambiare ancora luogo di sosta. Ci portiamo sopra Torre Paponi, paese quasi completamente distrutto dai fascisti nel dicembre 1944. Passiamo la notte in una piccola costruzione tra gli ulivi. Al mattino presto io e Giuseppe Conio (Zabù) andiamo a Pietrabruna anche per avere qualche notizia fresca. Apprendiamo dell'avanzata sovietica in territorio tedesco (Prussia e Slesia), così ci rianimiamo un poco al pensiero che la guerra va verso la fine. Torniamo con pane, formaggio e sapone. Facciamo conoscenza con il nostro padrone di 'casa', è un agricoltore di Lingueglietta il quale ci offre del vino...".
Il 25 gennaio, il partigiano Ferrero (Tom o Staffetta Gamba di legno), del X Distaccamento "Walter Berio", catturato dal nemico il giorno 17 (come abbiamo già ricordato) e rimasto ferito, viene medicato, sottoposto a duri interrogatori, tradisce i compagni poiché conduce i fascisti nella tana che nascondeva il Distaccamento e che lui stesso aveva aiutato a costruire. Così cadono in mano al nemico ben undici garibaldini, tra cui il comandante Vittorio Aliprandi (Dimitri) e il commissario Nello Bruno (Merlo), i quali preferiscono togliersi la vita piuttosto di arrendersi <2. Sette di loro saranno fucilati ad Oneglia e due a Torretta di Vasia.
[NOTE]
1 Isrecim, Archivio, Sezione I, cartella 96.
2 Dal giornale "La Verità" del 2 gennaio 1946.

Francesco Biga, Op. cit., pp. 88,89

venerdì 16 febbraio 2024

La Resistenza narrata dall'imperiese Osvaldo Contestabile

Illustrazione di Marisa Contestabile. Fonte: Osvaldo Contestabile, Scarpe Rotte Libertà, op. cit. infra

Altro più interessante esempio dei nuovi modi per narrare la Resistenza è lo scritto di Osvaldo Contestabile. Questa volta, si resta nell’ambito della memorialistica. Contestabile ha partecipato alla guerra di Liberazione sulle montagne liguri piemontesi: è stato commissario politico della IV Brigata Garibaldi “D. Arnera”. Laureato in lettere, dopo la Liberazione è stato professore di istituto tecnico, preside di un liceo linguistico, segretario dell’Istituto storico della Resistenza di Imperia e assessore al comune; ha poi collaborato con numerosi quotidiani locali. La realizzazione narrativa della Resistenza fatta da Contestabile diventa interessante se messa in relazione con il suo status di laureato, professore di italiano e giornalista. Tutte queste qualifiche indicano nell’autore una cultura medio-alta, e quindi la padronanza dell’italiano e della scrittura narrativa. Il testo, al contrario, cozza con questa preparazione letteraria di partenza, sin dalle prime pagine.
Si veda come Contestabile descrive il 25 luglio, e l’arrivo del fascismo nelle sue zone: "Il crollo del regime sopraggiunse implacabile quando la cagnara del 25 luglio colse la gente all’improvviso, con coprifuoco di Badoglio che soffocò sul nascere gli entusiasmi. Ma tutto precipitò ancora più presto nella baraonda quarantacinque giorni dopo, coi generali latitanti i fascisti impauriti i tedeschi occupanti e i treni piombati per i lager. Anche inizialmente però l’origine del fascismo qui da noi era stata così, una ventata grigia senza vicende straordinarie, proprio all’usanza locale. Poco prima della marcia qualche giardiniere pigro nella siesta, aveva visto De Bono e De Vecchi quadrumviri tutti pieni di patacche, che in privato rendevano omaggio alla regina madre ormai vecchiotta e un po’ svanita. Era un pomeriggio mite tra le palme e le strelizie di Bordighera dalle parti di Sant’Ampelio dove frange la risacca. Poi, col solito fracasso come dappertutto, eccoti prepotenze voci grosse olio di ricino e manganellate […]. Ma propriamente alla Marcia su Roma - giovinezza giovinezza - i fascisti nostrani col fez e le giberne non c’erano tutti per bene allineati in colonna come quelli della valpadana. Loro se ne rimasero in emergenza in retrovia prendendosela col prefetto poveraccio confinato nel suo appartamento: se ne stesse lì buono buono agli ordini del fascio, guai a reagire". <289
Si nota qui uno stile che salta continuamente dalla retorica spicciola, rubata al bagaglio espressivo della poesia («dove frange la risacca»), all’espressione popolare («la cagnara», «se ne stesse lì buono buono»).
Contestabile usa un linguaggio espressamente basso. Quando vuole essere magniloquente - per esempio, nelle descrizioni di paesaggi e ambienti - sceglie espressioni appositamente stonate. Egli adotta questa tecnica poiché vuole mostrare come parlerebbe un uomo del popolo degli anni ’40, digiuno di cultura.
Se si volesse esprimere in un italiano “corretto” egli ricalcherebbe la vetusta retorica risorgimentale, riproposta come lingua di cultura dal regime fascista, che cozza con l’italiano basso della quotidianità, predominante nel resto del racconto.
Contestabile mantiene uno stile popolare anche al di fuori di queste parti volutamente pesanti poiché il punto di vista e il linguaggio con cui racconta la Resistenza è quello delle persone comuni. Egli interpreta i pensieri della gente di fronte ai primi partigiani: "Eccola lì dunque sta buriana maledetta che adesso è arrivata tutta intera fin nei paesi delle montagne, e ancora più in su. È arrivata fin nelle gole con pietrame pulito dal vento, dove prima si sentivano soltanto i versi dei corvi i tocchi dei campanacci e il belare degli armenti. Adesso in queste vallate lo sanno tutti grandi e piccini che una buriana così non se la schiva più nessuno, perché è una fatalità: nemmeno più i furbastri facendo i ruffiani come al solito coi loro giochi di prestigio riescono a scansarla, perché anch’essi ci sono per la pelle e devono scegliere per forza. O sei di qua o sei di là, non ci puoi stare più in nessun modo in mezzo facendo finta da imboscato; ma in genere, con tutto che c’è sta maledizione in tutti i posti dove vai, la gente si mette subito di qua al posto giusto, e ci resta. Di là si mettono soltanto gli altri che sono diversi, ma non contano niente perché gli altri non sono la gente. Loro sono diversi perché sono contro la gente e tutti lo sanno come sono, punto e basta". <290
Il protagonista predominante in questa parte iniziale del testo è il popolo, che affronta gli eventi del 25 luglio. L’autore ha scelto espressamente questo stile perché è la veste narrativa che permette alla componente popolare della Resistenza di emergere. Contestabile descrive una Resistenza che è stata soprattutto grande movimento di popolo, a cui tutti hanno partecipato, anche se con modi e tempi diversi. Lo afferma proprio in questa pagina: prima o poi tutta la «gente» ha saputo attivarsi e scegliere la parte giusta, cioè lo schieramento partigiano. Chi ha preferito la Rsi è un diverso, uno «contro la gente», «punto e basta». È questa grande coesione popolare che deve colpire il lettore.
Nella prima parte del racconto, la figura di Contestabile non emerge. Solo in alcune parti si coglie tra le righe la presenza del narratore quale protagonista attivo del racconto. Questo avviene quando l’autore si rivolge ad un destinatario imprecisato con un «tu» diretto. In quei passaggi egli non sta interpellando il lettore, come può sembrare: con quel pronome Contestabile parla al se stesso di quegli anni. Nello stralcio precedente si ha un esempio di questa tecnica narrativa: quel «non puoi più stare in nessun modo in mezzo facendo finta da imboscato» non è riferito ad un qualsiasi giovane degli anni ’40. Nonostante il protagonista del suo scritto sia principalmente il popolo, egli racconta la propria esperienza personale adottando una tecnica che gli permette di parlare di sé evitando l’intromissione diretta nella narrazione. Ecco un altro esempio: "Piantala di spiare dalle fessure come un vagabondo la brace nella cenere dei focolari; vattene finché puoi per la campagna pestando la neve; lo sai che tanto non hai più tempo per fermarti da nessuna parte, neve o non neve; ma sta tranquillo che quando non ne puoi proprio più, te lo trovi ancora un posto da buttartici dentro, e ti ci slargherai tra l’erica e i rovi con la coperta; forse di lì non ci passeranno. Adesso la notte è calma e va bene; ma è inutile che te la prendi se verso Ginestro si fatica a camminare con la ramaglia spessa fino al ginocchio; tu devi guardarti davanti se finalmente trovi del pulito per fermarti e fartici un posto da accucciarti con la coperta, ma fermo, sennò guai; devi vedere se tra gli sterpi puoi fartici un posto per riposarti un po’, il resto non conta". <291
Ovviamente, le parti riconducibili alla figura e alle riflessioni del narratore aumentano sempre più man mano che ci si addentra nella dimensione della guerriglia, e si fanno più radi i contatti con la realtà quotidiana e popolare del paese. Anche le riflessioni più personali e profonde - riguardanti la maturazione del protagonista attraverso gli eventi - mantengono la finzione del dialogomonologo tra l’Osvaldo giovane e quello maturo: "Adesso succede che ti guardi intorno e non sai più cosa dire, nemmeno se ti sforzi […]; ma poi ti accorgi chissà perché, come se fosse la prima volta in questa stagione così diversa con le sparatorie ormai inutili, che tu sei cambiato da quello che eri prima di cominciare. Però, adesso non metterti lì a pensare mentre ste cose succedono una sull’altra, tanto è lo stesso: se proprio lo vuoi sapere, te lo dico io cosa t’è successo col passare dei giorni, e tu non te ne sei accorto. È il crescere che ti è capitato tutt’assieme diventando grande da un giorno all’altro, quando subito ti parve un gioco o invece fu incoscienza; o ti ci trovasti impegolato: va a sapere com’è stato in questo modo veloce, con le sparatorie che non finivano mai. Crescendo in tutta la confusione che ti sei trovato, in questo scapolartela che ti pareva impossibile, tu sei diventato grande tutt’assieme, passando dai giorni spensierati ai giorni della guerra; tu sei cresciuto alla svelta andandotene da una parte all’altra, sbattuto di qua e di là, nei boschi o fuori dei boschi, dentro i paesi o fuori dei paesi; peggio delle bestie". <292
Lo scarto tra il protagonista, giovane e incosciente, e l’Osvaldo maturo, che ha avuto la possibilità di riflettere sulle vicende resistenziali alla luce dei risvolti contemporanei, si coglie soprattutto nel finale del testo. Il narratore invita, ironicamente, il giovane ribelle a smettere i panni del partigiano per lasciare la gestione della situazione ad altri. Con questo suggerimento fittizio, Contestabile tocca tutti i temi caldi del dibattito sulla Resistenza, sempre con l’ironia e il taglio colloquiale che contraddistinguono tutto il testo: "Devi sapere, partigiano, che questa è la liberazione nazionale di tutta quanta la gente oppressa, che costa fatica; bisogna farla precisa, senza distrazioni, con la sacrosanta cèrnita e punizione dei responsabili, altro che balle; eppoi, ci sono tutte le altre cose che ci vogliono subito per la gente sinistrata: amlire amnistie booge wooge off limits, e scatolette in distribuzione gratuita. Adesso, partigiano, non complicare le cose con le tue faccende personali, e vattene a casa; quando in seguito avremo più tempo, faremo qualcosa anche per te […]. D’ora in poi, però, tu personalmente tieniti per te nella memoria, soltanto questa parola resistenza, che ti hanno regalato; epperciò adoperala come vuoi, dove ti capita, anche parlando. Non vedi che ogni tanto la usano in commozione anche quelli che non dovrebbero, nei loro discorsi […]? Ma tu, ci mancherebbe altro, non offenderti: ormai sei cresciuto. Questa parola resistenza devi sapere che adesso la mettono anche nei libri di storia; ma non ci riescono a spiegarla bene, come sarebbe giusto, per raccontarla precisa, com’è successa in pratica […]. Ma cosa vuoi ancora di più, o partigiano, dopo tutte ste celebrazioni e le parole e le baldorie del 25 aprile? Tanto è assolutamente inutile, perché tu lo sai che quando rimani da solo, è diverso, e ti succede sempre così; ti succede di ripensarci sempre con la tristezza, altro che i festeggiamenti le fanfare e il fracasso del porco mondo, che se lo porti via". <293
Per concludere l’analisi, questo testo è l’esempio di come a distanza di anni e in un momento di relativa tranquillità riguardo al dibattito sulle tematiche resistenziali i memorialisti cerchino nuovi modi per raccontare la guerra partigiana vissuta e metterne in luce caratteristiche ancora non affrontate. Il taglio semplice, colloquiale che Contestabile dà al suo stile gli permette di mostrare che della Resistenza tanto si è detto e scritto che si è perso il contatto diretto con essa, e con la sua matrice popolare. Si è trattato fondamentalmente di una lotta di popolo, improvvisata con i mezzi a disposizione. I partigiani stessi non erano eroi, ma semplicemente i figli di quelle masse popolari obbligate dagli eventi ad entrare nel gioco, a scrivere un pezzo di storia. Forse, ne avrebbero fatto volentieri a meno, sembra dire Contestabile.
[NOTE]
289 OSVALDO CONTESTABILE, Scarpe rotte libertà: storia partigiana, presentazione di Sandro Pertini, Bologna, Cappelli, 1982, p. 9.
290 Ivi, pp. 22-23.
291 Ivi, p. 152.
292 Ivi, pp. 235-236.
Sara Lorenzetti, Ricordare e raccontare. Memorialistica e Resistenza in Val d’Ossola, Tesi di Laurea, Università degli Studi del Piemonte Orientale "Amedeo Avogadro" - Vercelli, Anno accademico 2008-2009