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venerdì 16 febbraio 2024

La Resistenza narrata dall'imperiese Osvaldo Contestabile

Illustrazione di Marisa Contestabile. Fonte: Osvaldo Contestabile, Scarpe Rotte Libertà, op. cit. infra

Altro più interessante esempio dei nuovi modi per narrare la Resistenza è lo scritto di Osvaldo Contestabile. Questa volta, si resta nell’ambito della memorialistica. Contestabile ha partecipato alla guerra di Liberazione sulle montagne liguri piemontesi: è stato commissario politico della IV Brigata Garibaldi “D. Arnera”. Laureato in lettere, dopo la Liberazione è stato professore di istituto tecnico, preside di un liceo linguistico, segretario dell’Istituto storico della Resistenza di Imperia e assessore al comune; ha poi collaborato con numerosi quotidiani locali. La realizzazione narrativa della Resistenza fatta da Contestabile diventa interessante se messa in relazione con il suo status di laureato, professore di italiano e giornalista. Tutte queste qualifiche indicano nell’autore una cultura medio-alta, e quindi la padronanza dell’italiano e della scrittura narrativa. Il testo, al contrario, cozza con questa preparazione letteraria di partenza, sin dalle prime pagine.
Si veda come Contestabile descrive il 25 luglio, e l’arrivo del fascismo nelle sue zone: "Il crollo del regime sopraggiunse implacabile quando la cagnara del 25 luglio colse la gente all’improvviso, con coprifuoco di Badoglio che soffocò sul nascere gli entusiasmi. Ma tutto precipitò ancora più presto nella baraonda quarantacinque giorni dopo, coi generali latitanti i fascisti impauriti i tedeschi occupanti e i treni piombati per i lager. Anche inizialmente però l’origine del fascismo qui da noi era stata così, una ventata grigia senza vicende straordinarie, proprio all’usanza locale. Poco prima della marcia qualche giardiniere pigro nella siesta, aveva visto De Bono e De Vecchi quadrumviri tutti pieni di patacche, che in privato rendevano omaggio alla regina madre ormai vecchiotta e un po’ svanita. Era un pomeriggio mite tra le palme e le strelizie di Bordighera dalle parti di Sant’Ampelio dove frange la risacca. Poi, col solito fracasso come dappertutto, eccoti prepotenze voci grosse olio di ricino e manganellate […]. Ma propriamente alla Marcia su Roma - giovinezza giovinezza - i fascisti nostrani col fez e le giberne non c’erano tutti per bene allineati in colonna come quelli della valpadana. Loro se ne rimasero in emergenza in retrovia prendendosela col prefetto poveraccio confinato nel suo appartamento: se ne stesse lì buono buono agli ordini del fascio, guai a reagire". <289
Si nota qui uno stile che salta continuamente dalla retorica spicciola, rubata al bagaglio espressivo della poesia («dove frange la risacca»), all’espressione popolare («la cagnara», «se ne stesse lì buono buono»).
Contestabile usa un linguaggio espressamente basso. Quando vuole essere magniloquente - per esempio, nelle descrizioni di paesaggi e ambienti - sceglie espressioni appositamente stonate. Egli adotta questa tecnica poiché vuole mostrare come parlerebbe un uomo del popolo degli anni ’40, digiuno di cultura.
Se si volesse esprimere in un italiano “corretto” egli ricalcherebbe la vetusta retorica risorgimentale, riproposta come lingua di cultura dal regime fascista, che cozza con l’italiano basso della quotidianità, predominante nel resto del racconto.
Contestabile mantiene uno stile popolare anche al di fuori di queste parti volutamente pesanti poiché il punto di vista e il linguaggio con cui racconta la Resistenza è quello delle persone comuni. Egli interpreta i pensieri della gente di fronte ai primi partigiani: "Eccola lì dunque sta buriana maledetta che adesso è arrivata tutta intera fin nei paesi delle montagne, e ancora più in su. È arrivata fin nelle gole con pietrame pulito dal vento, dove prima si sentivano soltanto i versi dei corvi i tocchi dei campanacci e il belare degli armenti. Adesso in queste vallate lo sanno tutti grandi e piccini che una buriana così non se la schiva più nessuno, perché è una fatalità: nemmeno più i furbastri facendo i ruffiani come al solito coi loro giochi di prestigio riescono a scansarla, perché anch’essi ci sono per la pelle e devono scegliere per forza. O sei di qua o sei di là, non ci puoi stare più in nessun modo in mezzo facendo finta da imboscato; ma in genere, con tutto che c’è sta maledizione in tutti i posti dove vai, la gente si mette subito di qua al posto giusto, e ci resta. Di là si mettono soltanto gli altri che sono diversi, ma non contano niente perché gli altri non sono la gente. Loro sono diversi perché sono contro la gente e tutti lo sanno come sono, punto e basta". <290
Il protagonista predominante in questa parte iniziale del testo è il popolo, che affronta gli eventi del 25 luglio. L’autore ha scelto espressamente questo stile perché è la veste narrativa che permette alla componente popolare della Resistenza di emergere. Contestabile descrive una Resistenza che è stata soprattutto grande movimento di popolo, a cui tutti hanno partecipato, anche se con modi e tempi diversi. Lo afferma proprio in questa pagina: prima o poi tutta la «gente» ha saputo attivarsi e scegliere la parte giusta, cioè lo schieramento partigiano. Chi ha preferito la Rsi è un diverso, uno «contro la gente», «punto e basta». È questa grande coesione popolare che deve colpire il lettore.
Nella prima parte del racconto, la figura di Contestabile non emerge. Solo in alcune parti si coglie tra le righe la presenza del narratore quale protagonista attivo del racconto. Questo avviene quando l’autore si rivolge ad un destinatario imprecisato con un «tu» diretto. In quei passaggi egli non sta interpellando il lettore, come può sembrare: con quel pronome Contestabile parla al se stesso di quegli anni. Nello stralcio precedente si ha un esempio di questa tecnica narrativa: quel «non puoi più stare in nessun modo in mezzo facendo finta da imboscato» non è riferito ad un qualsiasi giovane degli anni ’40. Nonostante il protagonista del suo scritto sia principalmente il popolo, egli racconta la propria esperienza personale adottando una tecnica che gli permette di parlare di sé evitando l’intromissione diretta nella narrazione. Ecco un altro esempio: "Piantala di spiare dalle fessure come un vagabondo la brace nella cenere dei focolari; vattene finché puoi per la campagna pestando la neve; lo sai che tanto non hai più tempo per fermarti da nessuna parte, neve o non neve; ma sta tranquillo che quando non ne puoi proprio più, te lo trovi ancora un posto da buttartici dentro, e ti ci slargherai tra l’erica e i rovi con la coperta; forse di lì non ci passeranno. Adesso la notte è calma e va bene; ma è inutile che te la prendi se verso Ginestro si fatica a camminare con la ramaglia spessa fino al ginocchio; tu devi guardarti davanti se finalmente trovi del pulito per fermarti e fartici un posto da accucciarti con la coperta, ma fermo, sennò guai; devi vedere se tra gli sterpi puoi fartici un posto per riposarti un po’, il resto non conta". <291
Ovviamente, le parti riconducibili alla figura e alle riflessioni del narratore aumentano sempre più man mano che ci si addentra nella dimensione della guerriglia, e si fanno più radi i contatti con la realtà quotidiana e popolare del paese. Anche le riflessioni più personali e profonde - riguardanti la maturazione del protagonista attraverso gli eventi - mantengono la finzione del dialogomonologo tra l’Osvaldo giovane e quello maturo: "Adesso succede che ti guardi intorno e non sai più cosa dire, nemmeno se ti sforzi […]; ma poi ti accorgi chissà perché, come se fosse la prima volta in questa stagione così diversa con le sparatorie ormai inutili, che tu sei cambiato da quello che eri prima di cominciare. Però, adesso non metterti lì a pensare mentre ste cose succedono una sull’altra, tanto è lo stesso: se proprio lo vuoi sapere, te lo dico io cosa t’è successo col passare dei giorni, e tu non te ne sei accorto. È il crescere che ti è capitato tutt’assieme diventando grande da un giorno all’altro, quando subito ti parve un gioco o invece fu incoscienza; o ti ci trovasti impegolato: va a sapere com’è stato in questo modo veloce, con le sparatorie che non finivano mai. Crescendo in tutta la confusione che ti sei trovato, in questo scapolartela che ti pareva impossibile, tu sei diventato grande tutt’assieme, passando dai giorni spensierati ai giorni della guerra; tu sei cresciuto alla svelta andandotene da una parte all’altra, sbattuto di qua e di là, nei boschi o fuori dei boschi, dentro i paesi o fuori dei paesi; peggio delle bestie". <292
Lo scarto tra il protagonista, giovane e incosciente, e l’Osvaldo maturo, che ha avuto la possibilità di riflettere sulle vicende resistenziali alla luce dei risvolti contemporanei, si coglie soprattutto nel finale del testo. Il narratore invita, ironicamente, il giovane ribelle a smettere i panni del partigiano per lasciare la gestione della situazione ad altri. Con questo suggerimento fittizio, Contestabile tocca tutti i temi caldi del dibattito sulla Resistenza, sempre con l’ironia e il taglio colloquiale che contraddistinguono tutto il testo: "Devi sapere, partigiano, che questa è la liberazione nazionale di tutta quanta la gente oppressa, che costa fatica; bisogna farla precisa, senza distrazioni, con la sacrosanta cèrnita e punizione dei responsabili, altro che balle; eppoi, ci sono tutte le altre cose che ci vogliono subito per la gente sinistrata: amlire amnistie booge wooge off limits, e scatolette in distribuzione gratuita. Adesso, partigiano, non complicare le cose con le tue faccende personali, e vattene a casa; quando in seguito avremo più tempo, faremo qualcosa anche per te […]. D’ora in poi, però, tu personalmente tieniti per te nella memoria, soltanto questa parola resistenza, che ti hanno regalato; epperciò adoperala come vuoi, dove ti capita, anche parlando. Non vedi che ogni tanto la usano in commozione anche quelli che non dovrebbero, nei loro discorsi […]? Ma tu, ci mancherebbe altro, non offenderti: ormai sei cresciuto. Questa parola resistenza devi sapere che adesso la mettono anche nei libri di storia; ma non ci riescono a spiegarla bene, come sarebbe giusto, per raccontarla precisa, com’è successa in pratica […]. Ma cosa vuoi ancora di più, o partigiano, dopo tutte ste celebrazioni e le parole e le baldorie del 25 aprile? Tanto è assolutamente inutile, perché tu lo sai che quando rimani da solo, è diverso, e ti succede sempre così; ti succede di ripensarci sempre con la tristezza, altro che i festeggiamenti le fanfare e il fracasso del porco mondo, che se lo porti via". <293
Per concludere l’analisi, questo testo è l’esempio di come a distanza di anni e in un momento di relativa tranquillità riguardo al dibattito sulle tematiche resistenziali i memorialisti cerchino nuovi modi per raccontare la guerra partigiana vissuta e metterne in luce caratteristiche ancora non affrontate. Il taglio semplice, colloquiale che Contestabile dà al suo stile gli permette di mostrare che della Resistenza tanto si è detto e scritto che si è perso il contatto diretto con essa, e con la sua matrice popolare. Si è trattato fondamentalmente di una lotta di popolo, improvvisata con i mezzi a disposizione. I partigiani stessi non erano eroi, ma semplicemente i figli di quelle masse popolari obbligate dagli eventi ad entrare nel gioco, a scrivere un pezzo di storia. Forse, ne avrebbero fatto volentieri a meno, sembra dire Contestabile.
[NOTE]
289 OSVALDO CONTESTABILE, Scarpe rotte libertà: storia partigiana, presentazione di Sandro Pertini, Bologna, Cappelli, 1982, p. 9.
290 Ivi, pp. 22-23.
291 Ivi, p. 152.
292 Ivi, pp. 235-236.
Sara Lorenzetti, Ricordare e raccontare. Memorialistica e Resistenza in Val d’Ossola, Tesi di Laurea, Università degli Studi del Piemonte Orientale "Amedeo Avogadro" - Vercelli, Anno accademico 2008-2009

domenica 15 maggio 2022

E dovette essere triste morire in un mattino d'aprile, mentre nell'aria era un presagio della prossima vittoria

22 aprile 1945 - Da un partigiano dell'Intendenza a "Venko" [Angelo Balegno, amministratore presso il Comando Operativo della I^ Zona Liguria] - Comunicava che durante un rastrellamento nemico era caduto un patriota, che a Ciabaudo, Frazione di Badalucco (IM), erano stati fucilati il 20 aprile 2 civili, i fratelli Antonio e Giovanni Pastorelli, che era stato arrestato il garibaldino "Tenore" [n.d.r.: Gualtiero Zanderighi *, fucilato a Poggio, Frazione di Sanremo (IM), il 22 aprile 1945, immortalato da Italo Calvino nel suo articolo "Ricordo dei Partigiani vivi e morti"]
da documento IsrecIm in Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell’Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945) - Tomo II - Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998 - 1999

Il 20 [aprile 1945] reparti nazifascisti compiono un'incursione nella zona del I° Battaglione [n.d.r.: "Mario Bini" della V^ Brigata "Luigi Nuvoloni" della II^ Divisione "Felice Cascione"]. Partendo da Baiardo e da Ceriana le forze nemiche agiscono su due colonne: una sulla strada carrozzabile, l'altra sulle pendici del Monte Ceppo. All'alba una pattuglia del I° Distaccamento, mentre si reca al posto di guardia, scorge sulla strada la coda della colonna nemica, la quale spara una raffica dopo la località Zerni e ciò mette in allarme il suddetto Distaccamento. Frattanto il grosso delle truppe nemiche (circa centotrenta uomini) scende dalle pendici del Monte Ceppo e si dirige verso la località Gavanelle, dove è accampato il III° Distaccamento. Una pattuglia di questo si scontra con il nemico ed è soggetto ad un fuoco violentissimo: colpito da una raffica cade il partigiano Grossi Bianchi Andrea; l'altro uomo della pattuglia riesce a raggiungere l'accampamento già in allarme. Nonostante la vicinanza del nemico il Distaccamento prende le precauzioni necessarie per mettere in salvo tutto l'equipaggiamento.
Il partigiano Gualtiero Zanderighi *, commissario, mentre rientra al Comando del I° Battaglione, è catturato dal nemico nei pressi di Ciabaudo: sarà fucilato a Poggio di Sanremo due giorni dopo.
Francesco Biga (con la collaborazione di Osvaldo Contestabile), Storia della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria), Vol. IV. La Resistenza nella provincia di Imperia dal Primo Gennaio 1945 alla Liberazione, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, 2005

* Ancora una volta i partigiani prendono la via del Piemonte, per armarsi, vestirsi, rinforzarsi questa volta: poi scenderanno e allora sarà un succedersi d'imboscate, di colpi, di sparatorie in tutte le valli e su tutte le strade contro i nazi-fascisti scoraggiati e disorientati. Ma gli eventi precipitano, siamo vicini alla meta. Fu proprio quando mancavano pochi giorni al traguardo, che ti presero e ti uccisero, ultimo dei caduti nostri, Tenore. E dovette essere triste morire in un mattino d'aprile, mentre nell'aria era un presagio della prossima vittoria.
Italo Calvino, Ricordo dei Partigiani vivi e morti, articolo apparso sul numero 13 de "La voce della democrazia", Sanremo, martedì 1° maggio 1945 


Gualtiero Zanderighi, Tenore

Anche Augusta Molinari, studiando la memorialistica del partigianato ligure, arriva a conclusioni molto simili a quelle appena esposte a proposito della duplice funzione che la scrittura diaristica può assumere. Ella analizza il testo inedito scritto da Gualtiero Zanderighi, un partigiano semplice [n.d.r.: in effetti Zanderighi era un commissario politico] attivo in Liguria, studente universitario già avvezzo allo strumento della scrittura. A proposito del suo diario, la Molinari nota: "Il diario presenta un doppio registro di scrittura: è al contempo una cronaca dei fatti, sull’esempio dei diari di brigata, e una scrittura di tipo privato, quasi un diario intimo. L’evento e la percezione individuale dell’evento coesistono e la scrittura assume una duplice funzione. Da un lato quella di fissare nello spazio e nel tempo un percorso autobiografico, dall’altro di salvaguardare una sfera privata dall’incalzare degli eventi". <79
Secondo la Molinari, il diario è utile non solo per prendere nota degli eventi vissuti: esso aiuta lo scrivente a «fissare delle coordinate spazio-temporali» <80 salde in cui può collocare la proprio persona. In particolare, i partigiani sentono questo bisogno poiché le dinamiche della guerriglia li obbligano a vivere in un contesto sempre collettivo e provvisorio, in cui si perdono i punti di riferimento spazio-temporali e affettivi. In una situazione così precaria, la scrittura diaristica serve a prendere nota degli eventi bellici, ma dà anche la possibilità di mettere la guerra “in pausa”, e recuperare il contatto con il proprio io, in uno spazio che è solo individuale.
[NOTE]
79 Augusta Molinari, La Resistenza in Liguria tra evento e racconto. Storie e memorie inedite del partigianato ligure, cit., in “Storia e memoria”, 1997, n. 1, p. 43.
80 Ibid.

Sara Lorenzetti, Ricordare e raccontare. Memorialistica e Resistenza in Val d’Ossola, Tesi di Laurea, Università degli Studi del Piemonte Orientale Amedeo Avogadro, Facoltà di Lettere e Filosofia, Corso di laurea specialistica in Lingua e Cultura Italiana, Anno accademico 2008-2009

[ n.d.r.: da considerare anche la fatica di Augusta Molinari, Una storia partigiana. Il diario di Gualtiero Zanderighi, Ventesimo Secolo, Centro Ligure di Storia Sociale, Genova, n° 13, gennaio-aprile 1994, pagg. 159-188 ]