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venerdì 23 febbraio 2024

Il risultato fu che chi si presentò nelle 48 ore prestabilite venne inviato in Germania

Lingueglietta, Frazione di Cipressa (IM)

In un mattino nebbioso del 17 gennaio 1945 un numeroso gruppo di fascisti perlustrava le campagne di Prelà. Secondo alcune fonti si sarebbe trattato di Cacciatori degli Appennini, secondo altre della compagnia operativa della G.N.R. del tenente Ferraris. Probabilmente l’azione fu condotta da entrambi i reparti. In due casoni posti ad una certa distanza avevano trovato ristoro per la notte alcuni uomini della IV^ Brigata "Elsio Guarrini" della II^ Divisione "Felice Cascione". In un casone sopra Canneto, di fronte a Tavole, si stavano riposando Carlo Montagna Milan, comandante della Brigata [nato a Voghera il 16 agosto 1911, protagonista di numerose azioni, fra le quali spicca quella del 19 luglio 1944, la liberazione dei detenuti politici dal carcere di Imperia Oneglia], Gaetano Sibilla Ivan, Angelo Perrone Bancarà o Vinicio, vicecomandante della brigata, Sebastiano Acquarone Alpino e Ferrero Staffetta Gambadilegno. In un altro casone più in basso sostavano Mario Bruna Falco, commissario della Brigata, Luigi Peruzzi Luigi ed altri uomini. I fascisti intravvidero nella nebbiolina un uomo armato, che sembrava stesse facendo la sentinella. Spararono senza avvertimento e colpirono, uccidendolo, Angelo Perrone. Gli altri partigiani, intese le raffiche, fuggirono in direzione della cresta della montagna, che però era già stata occupata dai nemici. Ritornarono allora sui propri passi infilando il Vallone di Villatalla dove trovarono altri repubblichini in agguato che al loro avvicinarsi spararono. Montagna e Acquarone vennero colpiti a morte. Giorgio Caudano, Gli eroi sono tutti giovani e belli. I caduti della Lotta di Liberazione. I^ Zona Liguria, ed, in pr., 2020

Faceva parte del distaccamento nemico, responsabile dell'informazione, il sergente Zeffiro Zara, che era anche membro della Guardia Nazionale Repubblicana di Sanremo. Le cause non si conoscono ma dopo alcuni giorni, lo stesso veniva arrestato, tradotto nel carcere di Imperia, quindi processato come traditore della Repubblica Sociale. Verrà fucilato nella Caserma "Asclepia Gandolfo" il 27 gennaio 1945 perché, "pur continuando a militare nella GNR era capo di una formazione di ribelli". Anche il garibaldino Guglielmo Bosco, catturato verrà fucilato, come vedremo, su Capo Berta il 31 gennaio 1945. Sulla morte dei garibaldini sopra menzionati veniva aperta una inchiesta per constatare se l'ex brigadiere Gastone Lunardi, comandante del Distaccamento "Folgore" della IV Brigata, avesse preso qualche iniziativa sbagliata nel campo della sicurezza. A livello politico, del triste episodio si interessava anche l'ispettore della I Zona Operativa Liguria, Carlo Farini (Simon) <6.
Quello che è accaduto nella Caserma Ettore Muti a Porto Maurizio (Piazza del Duomo), dove era di stanza una parte della Brigata Nera "Antonio Padoan", tra il 15 ed il 31 gennaio, ce lo racconta uno degli arrestati, Giovanni Piana, di Oneglia, il quale ci spiega che in quel tempo la costruzione adibita a caserma aveva tutte le caratteristiche deteriori di una spelonca:
"... Tutto vi era in disordine e brutti ceffi presidiavano e volgari sghignazzate e canzonette da lupanare giungevano alle due fetide celle del pianterreno dove rimanevano sprangati i vigilati. Il grosso dei nostri arresti avvenne tra il 15 ed il 31 gennaio del 1945. Le azioni di rastrellamento erano state compiute quasi tutte alla periferia della città, dove ci aveva sospinto lo sfollamento, con improvviso e numeroso impiego di brigatisti neri che penetravano nelle nostre case lasciandovi i segni di una educazione che le nostre famiglie, più di noi stessi, tuttora ricordano. Poi ci intruppavano, preferibilmente di notte, e ci conducevano alla caserma cantando con la sguaiatezza degli avvinazzati i "gloriosi inni del regime", e ci buttavano nelle celle come sacchi di palate. Non dico come ci dovessimo aggiustare in ognuna di esse dove lo spazio bastava appena a contenerci e la umidità che da quelle sporche mura trasudava e l'umiliazione a cui eravamo costretti per i nostri bisogni corporali, e la bestialità del trattamento di cui erano capaci gli aguzzini nelle loro truculenti visite e come la scabbia diventò un tormento della nostra cute cui finimmo per abituarci. Ricordo ancora molti dei compagni di clausura: Armando Filié che un "eroico" tenente non cessava di definire provocatore; Pietro Gazzano, il capitano, che avevo conosciuto tanti anni prima nell'organizzazione dei giovani socialisti e che si spense qualche anno dopo nella natia Coldirodi. Raffaelluccio Languasco di frequente in fase di malinconia pensando alla moglie ed al piccolo Giustino. Rinaldo Torelli arrestato in cambio del fratello Gigetto, riuscito ad allontanarsi per tempo. Ernesto Carli contro il quale si era dato peso allla sciocca accusa di un ragazzo deficiente che egli aveva sempre beneficato. Carlo Dellepiane prelevato una brutta mattina di buonora e condotto alla fucilazione sulla strada a mare verso Diano. Piero Panico sempre irrequieto e pensoso. E poi ancora Giuseppe Maccanò sospettato di tenere nascoste armi partigiane nel recinto del cimitero. Carlo Marvaldi, il più giovane di noi, dal morale alto e fermo. Dominici, il vecchio carrettiere che non sapeva nulla di nulla e temeva che gli capitasse qualche brutto imprevisto. E poi Francesco Sasso di Porto, e Novello, piombatoci addosso a suon di nerbate repubblichine poiché si trincerava in ostinati dinieghi sotto l'incalzare delle domande rivoltegli. Fernandez e Roncetti, due graduati della amministrazione carceraria, denunciati dalla famosa "Donna Velata" (Maria Zucco). In un'altra cella c'erano Faustino Zanchi, Salvatore Costa, Vincenzino Di Leo, Tomaso Dominici ed altri. Fino alla Liberazione altri entreranno ancora in queste carceri, altri ne usciranno per essere fucilati. La terribile atmosfera svanirà soltanto il giorno della Liberazione" <7.
[NOTE]
6 Isrecim, Archivi, Sezione II, cartelle, serie T; Sezione I, cartella 36. Vedasi pure Sezione III, cartella 20.
7 Dal giornale "Il Lavoro" del 12 febbraio 1955.

Francesco Biga, (con la collaborazione di Osvaldo Contestabile), Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), Vol. IV. Da Gennaio 1945 alla Liberazione, 2005, Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia, 2005, pp. 86,87

Durante un rastrellamento nelle campagne di Prelà del 17 gennaio effettuato dalla compagnia operativa della GNR di Imperia comandata dal tenente Ferraris, che costò la vita a Carlo Montagna e Sebastiano Acquarone, venne catturato il partigiano Ferrero (Tom o Staffetta Gambadilegno), il quale sottoposto a torture fu costretto a confessare dove si trovava acquartierato il X distaccamento Walter Berio della IV brigata "Elsio Guarrini". Gli uomini di questa formazione, già pesantemente provata dalle perdite subite nelle settimane precedenti, si erano rintanati in un rifugio ritenuto sicuro. Si trattava di un piccolo gruppo, undici uomini in tutto, con a capo “Dimitri”, Vittorio Aliprandi, e “Merlo”, Nello Bruno, si era portato in una località tra Pantasina e Villatalla, in un fondovalle presso un ruscello incassato tra pendii scoscesi, rivestiti di boschi, dove era stata adattata una caverna a rifugio. Il luogo sembrava sicuro: un muro a secco era stato eretto all'entrata della tana. I rastrellatori di Ferraris si avvicinarono al rifugio, sicuri che i partigiani fossero in quel punto. Dopo aver ispezionato palmo a palmo il terreno circostante iniziarono a togliere alcune pietre che celavano il rifugio e buttarono dentro alcune bombe a mano. Ormai i partigiani erano in trappola: Vittorio Aliprandi e Nello Bruno si tolsero la vita per non cadere nelle mani del nemico, gli altri nove uscirono dal rifugio con le mani alzate e vennero fucilati in momenti diversi: tra questi Luigi Guareschi (Camillo) il 9 febbraio 1945, Vincenzo Faralli (Camogli) il 9 febbraio 1945, Carletti Doriano (Misar) il 15 febbraio 1945, Giuseppe De Lauro (Venezia) il 15 febbraio 1945. Giorgio Caudano, Gli eroi sono tutti giovani e belli. I caduti della Lotta di Liberazione. I^ Zona Liguria, ed, in pr., 2020

Dopo la prima quindicina del mese di gennaio 1945 gradatamente formazioni della Divisione nemica "Cacciatori degli Appennini" si trasferiscono verso l'estremo ponente ligure. Abbiamo già visto come durante un rastrellamento colpissero gravemente il Comando della IV Brigata "E. Guarini" nel vallone di Villa Talla. Nell'occasione del trasferimento affiggono un avviso che abbiamo ritenuto riportare integralmente poiché ci dà un quadro abbastanza preciso della situazione nella quale vennero a trovarsi i giovani che avevano disertato le chiamate nemiche, abitanti dei nostri paesi del retroterra.
Ecco il testo dell'avviso: "Gruppo Cacciatori degli Appennini. Si avverte la popolazione che il III Battaglione Cacciatori degli Appennini, desideroso di portare la tranquillità e la normalità nella zona, è disposto a venire incontro a tutti coloro che, avendo obblighi militari, hanno seguito consigli di elementi prezzolati del nemico e si sono dati alla macchia. A coloro che si costituiranno entro 48 ore dalla data del'affissione del presente avviso, si garantisce l'incolumità della vita. Contro quelli, invece, che, non avendo accolto questo appello, venissero catturati nel corso di operazioni militari, verrà applicata la legge di guerra. Z.O. 24 gennaio 1945, ore 8 del mattino. Il comandante del Battaglione maggiore Mario Rosa <1.
Il risultato fu che chi si presentò nelle 48 ore prestabilite venne inviato in Germania. Chi fu catturato dopo il termine dell'ultimatum venne passato per le armi.
Consultando ancora il memoriale del Polacchini, di cui abbiamo già parlato, risulta in modo evidente in che situazione si venissero a trovare i partigiani della IV Brigata. I giorni drammatici che ttrascorrono per il I Battaglione sono uguali a quelli del II e del III.
Scrive Polacchini nel suo memoriale: "... Alle prime luci dell'alba del 24 gennaio 1945 saliamo in vetta alla collina, al passo di Lingueglietta. La stagione è primaverile. Ci laviamo con l'acqua di un serbatoio usato per l'irrigazione. Tocca a me e a Renato Faggian (Gaston) andare in cerca di viveri. Decidiamo per Cipressa, ma partiamo imprudentemente in pieno giorno. Nei pressi di un caposaldo due Tedeschi stanno facendo legna in un boschetto. Hanno le armi a portata di mano. Quando ci vedono smettono di lavorare, ci osservano, parlano tra di loro, ma non ci fermano. Non abbiamo armi in vista, ma sotto la giacca le nostre pistole e, in un zainetto, quattro bombe a mano. Noi facciamo finta di niente e non succede nulla. Facciamo ritorno nel pomeriggio con pane, farina bianca, un fiasco d'olio d'oliva ed una vecchia pentola di alluminio. Tutta roba fornita da un tale del CLN. Dopo l'unico pasto quotidiano andiamo a dormire due a due in piccole costruzioni tra i rovi. Siamo visti da gente di Cipressa venuta a raccogliere le olive per cui decidiamo di cambiare ancora luogo di sosta. Ci portiamo sopra Torre Paponi, paese quasi completamente distrutto dai fascisti nel dicembre 1944. Passiamo la notte in una piccola costruzione tra gli ulivi. Al mattino presto io e Giuseppe Conio (Zabù) andiamo a Pietrabruna anche per avere qualche notizia fresca. Apprendiamo dell'avanzata sovietica in territorio tedesco (Prussia e Slesia), così ci rianimiamo un poco al pensiero che la guerra va verso la fine. Torniamo con pane, formaggio e sapone. Facciamo conoscenza con il nostro padrone di 'casa', è un agricoltore di Lingueglietta il quale ci offre del vino...".
Il 25 gennaio, il partigiano Ferrero (Tom o Staffetta Gamba di legno), del X Distaccamento "Walter Berio", catturato dal nemico il giorno 17 (come abbiamo già ricordato) e rimasto ferito, viene medicato, sottoposto a duri interrogatori, tradisce i compagni poiché conduce i fascisti nella tana che nascondeva il Distaccamento e che lui stesso aveva aiutato a costruire. Così cadono in mano al nemico ben undici garibaldini, tra cui il comandante Vittorio Aliprandi (Dimitri) e il commissario Nello Bruno (Merlo), i quali preferiscono togliersi la vita piuttosto di arrendersi <2. Sette di loro saranno fucilati ad Oneglia e due a Torretta di Vasia.
[NOTE]
1 Isrecim, Archivio, Sezione I, cartella 96.
2 Dal giornale "La Verità" del 2 gennaio 1946.

Francesco Biga, Op. cit., pp. 88,89

sabato 12 marzo 2022

Il 31 dicembre 1944 il dottor Gibelli è nuovamente arrestato dalla brigata nera


Camporosso (IM): Piazza Giuseppe Garibaldi

Il 22 ed il 29 di dicembre 1944 apparecchi alleati, su segnalazione della missione «Leo», bombardano a Pigna il Quartiere Generale della divisione tedesca, schierata da Pigna al mare, comandata dal Generale Hippel, trasferitosi ormai ad Ormea.
 
Pigna (IM): la Loggia

Nell'incursione quarantasei case rimangono distrutte tra cui il palazzo comunale e la loggia medioevale (monumento nazionale) ubicata al centro del paese. Muoiono i civili: Vittorina Ramoino, Maria Luisa Cane, Margherita Rollo, Lucrezia Laniero, Bianca Lamburgo, Celina Arimondi, altre sei persone  sono  ferite.
 
Pigna (IM)

Al bombardamento di Pigna sono legate alcune drammatiche vicende del dottor Giacomo Gibelli, futuro sindaco della liberazione di Ventimiglia, di cui accenniamo i tratti più salienti qui di seguito:
"Dopo la ritirata in Piemonte della I e V brigata (10-22 ottobre 1944), il dottor  Gibelli, che curava i partigiani malati in Valle Argentina, ritorna a casa a Camporosso (Val Nervia), ma per delazione è arrestato dai Tedeschi, trasferito a Pigna e dichiarato «bandito».
Poste davanti ai suoi occhi una serie di fotografie deve indicare, sotto la minaccia della pistola di un maresciallo polacco di nome Sibille, quali sono i partigiani. Il Gibelli indica la fotografia di un certo Ferrari, già morto, come capo-bandito.
Un maresciallo tedesco, rimasto ferito ad un braccio nel bombardamento del 22 dicembre, è medicato dal Gibelli che gli ferma l'emorragia con un elastico di camera d'aria di bicicletta.
Il maresciallo ferito, il Gibelli ed altre tre persone che in seguito riusciranno a fuggire la sera stessa del bombardamento vengono condotti da Pigna a San Remo sotto buona scorta e ricoverati all'albergo Nizza ove è installato il Comando polizia S.S. di San Remo con a capo l'ufficiale S.S. Ritter [n.d.r.: probabilmente Josef Reiter - vedere infra -], che ordina di fucilare i prigionieri. Ma si oppongono all'ordine altri ufficiali tedeschi per il motivo che il dottore ha salvato da morte certa un loro camerata; la  fucilazione viene sospesa.
Anzi, fattosi condurre con i «camerati» al «Piccolo Mondo» il dottor Gibelli ordina una grande cena al termine della quale, dopo abbondanti libagioni, viene munito di lasciapassare e liberato. Ma la libertà dura soltanto otto giorni perché il 31 è nuovamente arrestato dalla brigata nera su delazione della «Donna Velata» e condotto a San Remo in villa Magnolia, sede di fanatici fascisti quali gli ufficiali Novelli, Murra ecc.
Dopo venti giorni, essendo medico e quindi molto necessario in quei tragici momenti, il Gibelli è definitivamente messo in libertà".
 
Camporosso (IM): centro storico

[...] Un altro protagonista e fautore della fraternità d'anni tra partigiani francesi e italiani a Vallecrosia, fu il dottor Giacomo Gibelli (di cui abbiamo già parlato), residente in Camporosso, che fece la sua parte per organizzare la Resistenza imperiese. La sua attività permise di far entrare nei ranghi dell'Azione italo-francese della Resistenza i partigiani Ugo Lorenzi, Francesco Marcenaro (ex radiolettricista della Marina italiana) e Mario Lorenzi conoscitore esperto di tutti i più reconditi passaggi della frontiera delle Alpi Marittime.
Francesco Biga, Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), Vol. III. La Resistenza nella provincia di Imperia da settembre a fine anno 1944, a cura dell'Amministrazione Provinciale di Imperia e con il patrocinio dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, Milanostampa Editore, Farigliano, 1977
 
A Sanremo un altro ufficio della Sicherheitspolizei e SD si occupava principalmente di repressione delle bande partigiane, dei reati di natura politica e di repressione del mercato nero: ne era a capo l’Oberschführer Josef Reiter, che non mancava di inserirsi a gamba tesa anche nelle attività di altri servizi germanici. Reiter era alle dirette dipendenze del comando di Genova, retto da Friedrich Wilhelm Konrad Sigfrid Engel (Warnau am der Havel 11/2/1909 - Amburgo 4/2/2006), il quale venne condannato all’ergastolo in contumacia per le stragi del Turchino, della Benedicta, di Portofino e di Cravasco, nelle quali nel complesso furono fucilati duecentoquarantotto tra partigiani e antifascisti. 
Giorgio Caudano
 
[ n.d.r.: altri lavori di Giorgio Caudano: Marco Cassini e Giorgio Caudano, Bordighera al tempo di Bicknell e Monet, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2021; Giorgio Caudano, L'immagine ritrovata. Ventimiglia e dintorni nei dipinti dell'Ottocento e primo Novecento, Alzani Editore, 2021;  La libera Repubblica di Pigna. Parentesi di democrazia (29 agosto 1944 - 8 ottobre 1944) (a cura di) Paolo Veziano con il contributo di Giorgio Caudano e di Graziano Mamone), Comune di Pigna,  IsrecIm, Fusta Editore, 2020; Giorgio Caudano, Gli eroi sono tutti giovani e belli. I Caduti della Lotta di Liberazione nella I^ Zona Operativa Liguria, ed. in pr., 2020; Giorgio Caudano, Dal Mare alla Trincea... memorie di uomini, BB Europa, Cuneo, 2019; Silvia Alborno, Gisella Merello, Marco Farotto, Marco Cassini, Giorgio Caudano, Franck Vigliani, curatori della mostra Claude Monet, ritorno in Riviera, catalogo a cura di Aldo Herlaut, Silvana Editoriale, Milano 2019; La Magnifica Invenzione. I pionieri della fotografia in Val Nervia 1865-1925, a cura di Marco Cassini e Giorgio Caudano, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2016; Giorgio Caudano, Pigna. Storia di un paese, ed. in pr., 2016  ]
 
Reiter Giuseppe. Maresciallo delle SS; Comandante dell'ufficio di Sanremo [...] Ferrari, ex ufficiale dell'esercito, informatore di Josef Reiter a Sanremo. In seguito per falsa denuncia fu arrestato dalle SS. Età anni 40, alto 1,64, corporatura snella, capelli: completamente calvo.
Considerazioni dei curatori in un documento OSS
del 2 giugno 1947, raccolta di verbali di interrogatori di Ernest Schifferegger (altoatesino, interprete, ex sergente SS, come tale presente anche a Sanremo) e di Fioravante Martinoia (ex autista delle SS di Sanremo)
 
Circa l'attività di Reiter e compagni ben poco posso dire in quanto il mio compito era strettamente quello di autista e non mi era permesso di entrare nell'ufficio se non per il tempo necessario a ritirare i fogli di marcia per la macchina [...] Per quanto riguarda le sevizie e torture che i tedeschi solevano fare nei riguardi degli arrestati, in coscienza debbo affermare che non ho mai assistito a scene del genere. Sentivo dire che alle volte quando gli arrestati non parlavano venivano menati. Io però non ho mai visto dei detenuti seviziati o che portassero i segni di percosse [...]
Fioravante Martinoia (ex autista delle SS di Sanremo), dichiarazioni in un verbale di interrogatorio, ripreso da documento OSS citato


Ventimiglia (IM): il Municipio

Dopo l’occupazione francese di Ventimiglia si era insediata una Giunta municipale di filo-francesi con a capo un sindaco, il dottor Gibelli. Il CLN era stato costretto a trasferirsi a San Remo. Un gruppo di propagandisti dell’annessione aveva preso a tappezzare strade ed edifici della città e dei paesi dell’entroterra di bandiere e manifesti inneggianti alla Francia, si era riversato nei comuni a sollecitare pronunciamenti annessionistici alternando promesse e minacce e sistemando alla testa delle amministrazioni elementi di propria fiducia.
[...]
MUNICIPIO DI VENTIMIGLIA COMMISSIONE COMUNALE DI EPURAZIONE
Una Commissione di Epurazione è stata formata nel Palazzo Comunale di giudicare quanto segue:
1) i rapporti dei cittadini con il nemico.
2) i fascisti che hanno ricoperto cariche importanti o meno, i fascisti che hanno apertamente o surrettiziamente oppresso le persone e violato i principi naturali della libertà, che si sono distinte nella propaganda, hanno commesso rappresaglie e persecuzioni o hanno realizzato profitti illeciti.
3) Tutte le persone che hanno, per qualunque ragione, collaborato con i tedeschi.
4) Tutte le persone che, avvantaggiati dalla tragica condizione della città a causa di eventi militari e le operazioni, hanno saccheggiato e depredato, così come tutti i ricettatori di merci rubate.
Le Denunce debitamente firmate devono essere depositate presso la Commissione di cui sopra.
Ventimiglia, 1° maggio 1945.
(In italiano e francese)
7. ALLA POPOLAZIONE
Il vostro Comune è stato liberato. Il nemico si è arreso in tutta Italia! L' orgoglioso esercito tedesco è stato battuto su tutti i fronti! L'ora della vittoria è vicina! Nel bel mezzo delle vostre rovine e del vostro dolore avete mostrato un magnifico coraggio civile. La Francia vi è grata per questo. La Francia vuole aiutare i vostri bisogni, che lei sa essere immensi, con fraterna operosità. La Francia intende portare a questa regione di confine, a cui è legata da vincoli indistruttibili di storia e di sangue, il suo aiuto più affettuoso ed efficiente.
Coloro che qui rappresentano la Francia conoscono il vostro attaccamento al loro paese.
Vi chiedono di fidarsi di loro.
Stanno in ogni modo cercando di conciliare le loro legittime aspirazioni con le attuali necessità militari.
Il loro avvicinamento sarà quello dei vostri amici di sempre.
Sia il coraggio reciproco e la fede in un comune futuro di pace e libertà.
Ten. Col. ROMANETTI
Ventimiglia, 5 maggio 1945 Maggiore della Guarnigione
(In francese)
[...] Il 28 settembre il GSI invia al G-2 copie del manifesto dell’Unione Federalista Ventimigliese (non presenti nella documentazione pervenutaci) e un rapporto definitivo del Capitano Philip Garigue, Civil Affairs Officer (CAO), AMG di San Remo.
" [...] Dr. Giacomo Gibelli
Circa 35 anni. Celibe. Membro del partito fascista fino al 1943. Ha prestato servizio con il “CSIR” in Russia come Medico, con grado di Capitano, e anche come interprete, perché parla fluentemente russo, polacco, rumeno, francese, conosce un po’ l’inglese. Si è unito ai partigiani locali nel febbraio 1945 dopo essere stato in carcere per pochi mesi in seguito all’arresto da parte dei tedeschi. E’ stato nominato Sindaco dopo la liberazione di VENTIMIGLIA. Non è pro-francese né pro-italiano, ma ha un forte sentimento verso i problemi locali.
(SGD) P. GARIGUE" [...]
Antonio Martino, L’annessione di Tenda e Briga nei rapporti dell'intelligence alleata (1945-1946), “Storia e Memoria”, rivista dell’Istituto Ligure per la Storia della Resistenza e dell’età contemporanea di Genova, 2013-2

martedì 2 novembre 2021

La donna velata dovette sentirsi attratta da un ruolo che le dava un profondo senso di onnipotenza

Imperia: la collina della Frazione Sant'Agata

Uno dei casi più rappresentativi del rapporto tra donne e violenza durante la guerra civile in Italia è quello di Maria Concetta Zucco, soprannominata la “donna velata” per il travestimento - composto da occhiali scuri, fazzoletto davanti al viso e divisa delle Brigate Nere - con il quale era solita procedere a rastrellamenti e interrogatori <663.
Condannata dalla Cas di Imperia il 22 novembre 1946, il suo processo fu seguito con vivo interesse dall’opinione pubblica e suscitò particolare scalpore, per il fascino sinistro che evocavano le sue gesta sanguinose e il suo abbigliamento maschile. Nell’annunciare l’inizio del dibattimento, il giornale “Il Lavoro” l’aveva infatti definita una «donna perfida e malvagia che regge degnamente il confronto con quante altre ignobili feroci seviziatrici ha rivelato il triste periodo della dominazione nazifascista»: "il processo rivelerà le sue malefatte. Rivivremo le gesta della “donna velata” in testa alle squadracce dei rastrellatori, seminascosta sotto al cappuccio, gli occhi di un nero viscido celati dietro gli occhiali di tartaruga, alla caccia dei patrioti indiziati, sempre prima ad intonare oscene canzoni di trionfo quando le “operazioni” erano, mercé sua, condotte a termine". <664.
La Zucco era nata nel 1916 a Scido, in Calabria, ed era cresciuta in un ambiente antifascista. Con la famiglia si era poi trasferita ad Antibes, in Francia, per sfuggire alle persecuzioni del regime. Qui aveva conosciuto il marito, Yvon Clement Soli, membro della resistenza francese.
Secondo quanto dichiarato dalla stessa imputata durante l’interrogatorio del luglio 1945, nel settembre del 1944 fu catturata dai tedeschi durante un rastrellamento e destinata alla deportazione in Germania. A Verona riuscì tuttavia a fuggire e a raggiungere Alassio da dove, insieme a due compagni di viaggio, Elisabetta Rossi e Domenico Viale, si spostò a Imperia, intenzionata a tornare in Francia. Qui un brigadiere della Guardia di Finanza, Enrico Gentile, la presentò all’antifascista Salvatore Cangemi, introducendola come la moglie di un resistente francese. Quest’ultimo a sua volta si offrì di nascondere per circa un mese Maria, la Rossi e il Viale a casa di Lucia Inglesi [n.d.r.: in alcuni documenti - quali l'autenticazione della dichiarazione congiunta di Maria Zucco e Elisabetta Rossi, da vedere infra - il cognome riportato è Inglese] Scorrano, dove abitualmente si ritrovavano i membri del Cln di Imperia. Lo stesso Cangemi li accompagnò poi a Sant’Agata, da dove altri partigiani li aiutarono a passare il confine con Ventimiglia. Sempre secondo il racconto della Zucco, tuttavia, i tre furono traditi da un contrabbandiere e arrestati dagli uomini della Gnr di Imperia, comandati dal tenente Vannucci. Sottoposti a pesanti interrogatori e a minacce di morte, sia lei che la Rossi decisero di collaborare.
Questa la versione della Zucco; secondo Francesco Biga, invece, la Zucco e la Rossi vennero in Italia con il preciso scopo di infiltrarsi nelle formazioni partigiane, e furono arrestate dai tedeschi solo affinché queste potessero presentarsi come antifasciste e guadagnarsi la fiducia dei compagni <665.
All’interno del fascicolo processuale della Zucco, infatti, è presente il rapporto del suo arresto da parte del 1° plotone fucilieri della Gnr di Ventimiglia, dove le due donne si dichiarano “espatriate volontariamente” in quanto appartenenti a organizzazioni collaborazioniste francesi e prendono le distanze dall’ambiente antifascista che le aveva accolte: "Si è proceduto al fermo delle nominate in oggetto, espatriate volontariamente dalla Francia in seguito allo sbarco Anglo americano, la prima perché appartenente al Fronte Popolare Francese [sic], la seconda perché appartenente alla Milizia Francese. Le suddette si sono presentate a questo Comando dichiarando di voler oltrepassare il fronte di guerra per raggiungere i loro parenti nella Francia occupata. Spontaneamente hanno fatto dichiarazioni sul Comitato di Liberazione di Imperia, sulla banda “Pelletta” come da accluse dichiarazioni scritte". <666.
La Zucco rivelò dunque tutti i nomi dei componenti del Cln con i quali era venuta in contatto, indicando i luoghi dove questi si riunivano clandestinamente.
Il 14 gennaio partecipò inoltre a un rastrellamento nazifascista a Sant’Agata, durante il quale quasi tutti gli uomini del paese che le erano stati presentati come partigiani vennero arrestati. Faustino Zanchi, che nel novembre del 1944 aveva accompagnato in montagna la Zucco e i suoi compagni, riferì di essere stato prelevato da casa alle cinque di mattina e condotto in piazza; qui venne gettato in un fuoco, e, mentre le fiamme gli bruciavano gli abiti, percosso a sangue dai militi della Gnr e dalla Zucco, che lo picchiò con il calcio della pistola <667. Anche uno sfollato nel comune di Sant’Agata raccontò di essere stato interrogato e picchiato dalla donna velata: «alle mie risposte negative […] la Zucco mi percuoteva a sangue sul viso con la pistola che essa teneva, gridandomi in faccia che lassù eravamo tutti ribelli e nessuno voleva confessarlo» <668.
Alcuni, infine, riconosciuti e segnalati da Maria, vennero giudicati da un tribunale tedesco e condannati a morte. Uno di questi fu Adolfo Stenca, arrestato durante il rastrellamento a Sant’Agata. Dell’identificazione di quest’ultimo abbiamo la testimonianza del partigiano “Maschera Bianca”, catturato insieme a lui il 14 gennaio 1945: "infine furono chiamati i ventiquattro rastrellati tra i quali mi trovavo anch’io e, incolonnati, ci portarono dall’altro lato del corridoio dove si trovava già la SS italiana e gli ufficiali della BN: Va, Lo, F, B, ecc.., ed infine uscì dagli uffici la “Donna velata” che ci passò davanti fissandoci, con quegli occhiali scuri. Si soffermò alquanto davanti a noi, come volesse ravvisare in ciascuno quelli che aveva conosciuto in montagna, quelli stessi che l’avevano trattata come una sorella. Giunta che fu davanti allo Stenca, senza esitare lo tolse dalla fila e fece cenno all’ufficiale della BN che avevano terminato. Ricondotti in cella, dopo una mezz’ora vidi Stenca che lo portavano verso la cella n. 1 e cioè quella dove si trovavano i condannati a morte". <669.
Nel dopoguerra, alla notizia dell’arresto della Zucco, numerosi testimoni sporsero denuncia contro di lei, riferendo di arresti, perquisizioni, saccheggi e sevizie sui prigionieri.
Testimoniò inoltre Salvatore Cangemi, che le aveva accordato fiducia introducendola nell’ambiente antifascista di Imperia e che la accusò di «feroci assassini, rapine, persecuzioni violente, torture e sevizie a sangue a cui essa “pasionaria” fece sottoporre e sottopose una schiera di giovani e giovane innocenti» <670.
Infine, durante il processo la Zucco dovette confrontarsi con Lucia Scorrano, che l’aveva ospitata per quasi un mese in casa sua, nascondendola dai nazifascisti. La testimone dichiarò infatti in Corte d’Assise di essere stata prelevata in barella dall’ospedale di Oneglia - dove si trovava ricoverata a seguito di un intervento chirurgico - e trasportata alla Caserma Gandolfo; qui, allo scopo di farle rivelare i nomi degli appartenenti al Cln, fu torturata e seviziata. La Zucco vi si accanì particolarmente, passandole sotto la pianta dei piedi delle candele accese e percuotendola alternativamente con sbarre di legno e una corda bagnata. La Scorrano riferì inoltre che i militi della Gnr le avevano strappato il tampone della ferita alla gamba infilandoci la canna del moschetto, le avevano bruciato i seni, strappato i peli degli organi genitali e rotto le costole; fu inoltre costretta dalla Zucco a ingerire dell’urina, che le
procurò danni permanenti allo stomaco <671.
La Zucco riconobbe la sua partecipazione al rastrellamento di Sant’Agata, ma cercò di minimizzare il suo ruolo nei riconoscimenti, negli arresti e nelle torture inflitte ai partigiani.
Indicò inoltre la sua compagna di viaggio, Elisabetta Rossi, come responsabile dell’identificazione degli antifascisti catturati, dichiarando che questa aveva annotato su un taccuino i nomi dei membri del Cln e l’aveva consegnato alla Gnr.
La donna sostenne anche di aver cercato di ostacolare le missioni nazifasciste a cui, secondo il suo racconto, era stata costretta a partecipare, aggiungendo addirittura di essersi messa al servizio delle forze alleate a partire dal febbraio 1945.
Come sottolineato da Cecilia Nubola, dunque, la Zucco «non essendo né un’ingenua né una sprovveduta, seppe creare ad arte una cortina di fumo attorno alla sua vita e alle sue scelte» <672 che rese difficoltosa la ricostruzione dei fatti e delle vicende in cui era coinvolta.
Ancora più complesso, inoltre, è il tentativo di rintracciare le motivazioni che la condussero a schierarsi con la Gnr e a prendere parte alle sevizie sui prigionieri.
In linea - come vedremo - con il consueto paternalismo giudiziario adottato nei confronti delle collaborazioniste, avvocati difensori e giornalisti la descrissero come una donna innamorata, plagiata dall’amante fascista, spinta da gelosia e frustrata da un amore non corrisposto: «siamo forse davanti ad una creatura cui fu sempre negato l’amore e che per l’amore che non le è concesso, si abbandona a sadismo contro coloro che dell’amore possono godere?» <673.
Ma se le trame amorose non sono ovviamente sufficienti a giustificare la condotta dell’imputata, ancora più difficile - come sottolinea Alberico - risulta individuarne una motivazione politica: la Zucco era cresciuta in un ambiente antifascista e durante il processo furono pochissimi i riferimenti alla sua fede fascista. <674
L’emergere della figura della Zucco è dunque, secondo l’autrice, da ricondurre al «clima di corruzione, disfacimento morale e di estremizzazione della violenza che caratterizzò gli ultimi anni di guerra e che agevolò veri e propri casi di criminalità» <675. Il suo coinvolgimento fu probabilmente motivato dai vantaggi materiali che derivavano dalla sua posizione, dimostrati dalle numerose razzie a cui partecipò durante i rastrellamenti. In particolare, la Zucco dovette sentirsi attratta da un ruolo che le dava un profondo senso di onnipotenza e le procurava un inedito potere di vita e di morte sugli altri.
La Cas di Imperia la condannò dunque a 30 anni di reclusione, e la Cassazione, pur condonandole un terzo della pena, ne rigettò il ricorso riconoscendo nelle torture inflitte alla Scorrano quelle “sevizie particolarmente efferate” escluse dall’amnistia Togliatti.
Il 9 giugno 1951, tuttavia, il guardasigilli Piccioni firmò il decreto per la liberazione condizionale: dopo appena 5 anni di carcere la “donna velata” era libera <676.
[NOTE]
663 Cfr ACS, Ministero di Grazia e di Giustizia, Direzione generale affari penali grazia e casellario, Ufficio Grazie, Collaborazionisti, Maria Concetta Zucco; F. Alberico, La “donna velata”: un caso di collaborazionismo femminile nell’imperiese, in «Storia e Memoria», 1, 2008, pp. 49-67; F. Biga, Storia della Resistenza imperiese (I Zona Liguria). La Resistenza nella Provincia di Imperia da settembre a fine anno 1944, III, Milanostampa, Farigliano (CN), 1977; C. Nubola, Fasciste di Salò, op.cit. pp. 115-122; F. Gori, Ausiliarie, spie, amanti, op.cit. pp. 91-94.
664 La “Donna Velata” domani di turno in Corte d’Assise, in «Il Lavoro», edizione Imperia, 20.11.1946, cit. in F. Alberico, La “donna velata”, op. cit. p. 49.
665 F. Biga, Storia della Resistenza imperiese, op.cit. pp. 576-577.
666 Verbale di fermo di Maria Zucco. e Lisetta Rossi. del 3 gennaio 1945, inviato dalla Gnr di Ventimiglia al Comando Gnr di Sanremo, cit. in F. Gori, Ausiliarie, spie, amanti, op.cit., p. 91. La dichiarazione di fede fascista, tuttavia, rilasciata durante un interrogatorio della Gnr, non è particolarmente significativa perché potrebbe essere stata fatta, come scrive Alberico, a causa della difficoltà della situazione contingente.
667 F. Gori, Ausiliarie, spie, amanti, op.cit. p. 93.
668 Ivi, p. 93-94.
669 F. Alberico, La “donna velata”, op. cit. p. 66; F. Biga, Storia della Resistenza imperiese, op.cit. p. 584; C. Nubola, Fasciste di Salò, op. cit. p. 120.
670 F. Alberico, La “donna velata”, op. cit. p. 55.
671 Ivi, p. 56-58; C. Nubola, Fasciste di Salò, op. cit. p. 120.
672 C. Nubola, Fasciste di Salò, op. cit. p. 121.
673 F. Alberico, La “donna velata”, op. cit. p. 64.
674 Ivi, p. 65.
675 Ivi, p. 66.
676 C. Nubola, Fasciste di Salò, op. cit. p. 122.

Barbara De Luna, Le donne del nemico. I processi per collaborazionismo nel dopoguerra: Francia e Italia a confronto. 1944-1951, Tesi di Dottorato, Alma Mater Studiorum Università di Bologna in cotutela con Université Paris 1 Panthéon Sorbonne, maggio 2021 
 
Una piazzetta di Alassio (SV)

Maria Zucco F., meridionale di origine, emigrata in Francia, aveva fatto parte di una formazione paramilitare fascista, il “Fronte popolare francese”, in una zona della Francia meridionale. Sfaldatosi, come le altre formazioni fasciste, con lo sbarco alleato in Provenza del 15 agosto 1944, con altri connazionali, per sfuggire alla giustizia partigiana, cerca rifugio in Italia.
Arrestata, a quanto pare per prevenzione, venne tenuta prigioniera dai nazifascisti nei pressi di Alassio, dove fu liberata, a metà settembre dello stesso anno, durante un’azione partigiana. 
Fingendosi una patriota, per dar credibilità a questa sua finzione, partecipa ad azioni di guerriglia urbana.
Ai primi di novembre 1944 chiede di poter raggiungere la Francia, dove dice di avere parenti, attraverso le montagne. 
Entra in contatto con informatori, staffette, comandanti partigiani e viene a conoscenza di uomini e di località dove operano molte bande.
Nel tragitto pernotta a Sant’Agata [Frazione di Imperia] la sera del 22 novembre 1944, in casa di Giovannina Mela, dove conosce Sacchetto (Giuseppe Mela), Faustino Zanchi e Rino (Adolfo Stenca). Sono con lei la sua amica Lisetta Rossi, ex militante fascista della “Milizia Francese” e, secondo Francesco Biga [Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), Vol. III], certo Domenico Villa, [ma] Dominic Villani, secondo Sacchettin (Pierino Mela), che si intrattenne a lungo con lui, chiacchierando in francese.
Con questi suoi amici passa di banda in banda, fino a raggiungere il confine. 
Ma mentre essi proseguono per Nizza, la Zucco, portata ormai a termine la sua scaltra azione di infiltrazione nel movimento resistenziale, tradendo in modo vile i compagni che le hanno dato aiuto fraterno, si ferma in Italia e diventa preziosa collaboratrice dei nazifascisti.
Nel gennaio 1945 assume, con il grado di Capitanessa, il comando del Corpo Ausiliario, costituito da alcune decine di donne imperiesi, figlie di immigrati, che si era costituito nel dicembre dell’anno precedente.
Da questo momento Maria Zucco diventa la "Donna Velata", la famigerata "Donna Velata", terrore per mesi delle nostre vallate, dove seminerà lutti e sangue a piene mani. 
Veste la divisa delle Brigate Nere e per non farsi riconoscere dalle vittime, nasconde il viso con un cappuccio e un paio di occhiali scuri.
... instancabile nei rastrellamenti, a fianco dei figuri più tristemente conosciuti (il Cap. Borro, i tenenti Vannucci e Lo Faro, il Cap. Ferrari, ecc.), sadica torturatrice delle sue vittime.
Durante i giorni della Liberazione viene arrestata e riesce a fuggire, ma ripresa, viene rinchiusa nel carcere di Oneglia [Imperia].
Processata, viene condannata a morte, ma subdolamente dichiaratasi incinta, non viene giustiziata, anzi, grazie all’amnistia, liberata a supremo scorno e dileggio delle sue vittime!
Attilio Mela, Qualcosa della Resistenza: ricordi personali, episodi, interviste, contributi vari, Ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, 1995
 
Nell'Archivio dell'Isrecim è conservato un documento intitolato "Denuncia", steso dal nemico, che riporteremo tra poco. Il documento riguarda la "donna velata". Ricuperato dai partigiani nel Comando della 33^ Legione della GNR il 25 aprile 1945, ci dice qualcosa di più su questa infame figura femminile. Delinea un personaggio di una doppiezza che risulta imbarazzante anche per il nemico, incerto sulle prime se fidarsi esso stesso di fronte a un comportamento tanto subdolo e spregiudicato. Ma ben presto questa donna gli si rivelerà come una preziosa risorsa, ed anzi una pedina fondamentale nella spietata offensiva contro le forze della Resistenza Imperiese, come chiaramente attestato dalla "Denuncia" in questione.
[...] Ritornando ora al documento nazifascista, eccone il testo:
Il Comando della Guardia Nazionale Repubblicana posta da campo n. 627 il 10 marzo 1945 (prot. n. 1454/5), oggetto: Comitato di Liberazione Nazionale e S.A.P. Di Imperia Oneglia, invia copia di denuncia:
"... Alla Procura Generale di Stato, presso il Tribunale Speciale per la difesa dello Stato (P.C. 179), e per conoscenza:
Al Procuratore di Stato presso il Tribunale Militare Regionale di Guerra di Alessandria, in Novi Ligure.
Al Comando Generale G.N.R. (P.C. 707).
All'Ispettore Regionale G.N.R. per La Liguria (P.C. 773).
Al Vicecomando Regionale Militare (P.C. 733).
Al Capo della Provincia (Sede).
Al Questore (sede).
Al Comando SS Germanico (sede).
Alla Direzione Carceri Giudiziarie (sede).
All'ufficio II (sede).
Sciogliendo la riserva contenuta in precedenti rapporti di denuncia, 26 gennaio 1945, n.1-54/1; 6 febbraio 1945, n.1-54/3 e 20 febbraio 1945, n. 1-54/4, riferisco:                   
   In data 3 gennaio 1945 venivano fermate dal Comando I Plotone Fucilieri GNR di Ventimiglia, le nominate Zucco Maria e Rossi Lisetta, suddite Francesi, che erano espatriate volontariamente dalla Francia in seguito allo sbarco angloamericano, perché appartenenti la prima al Fronte Popolare Francese, la seconda alla Milizia Francese. Le suddette si erano presentate al quel Comando dichiarando di voler riattraversare il fronte di guerra per raggiungere i loro parenti nella Francia rioccupata; a tale scopo avevano già tentato inutilmente attraverso la montagna, con l'appoggio di partigiani. Le stesse facevano spontaneamente dichiarazioni sul Comitato di Liberazione Nazionale di Imperia Oneglia, sulle bande ribelli con le quali erano state a contatto, dichiarazioni di cui, mentre qualcuna poteva ritenersi fantastica ed inattendibile, altre invece presentavano un serio fondamento, anche in concomitanza con gli elementi già in possesso di questo Comando.
Si decideva perciò di far venire ad Imperia la Zucco Maria, per notare alla stregua delle sue informazioni sul posto, e del riconoscimento diretto di persone da essa conosciute solo di vista e con soprannomi, per accedere alla loro identificazione e conseguente fermo.
Essendosi appresso dalla relazione delle stesse che esse avevano avuto ricetto in Imperia, Via Diano Calderina n.33, nell'abitazione di certa Inglese Lucia in Scorrano, ove convenivano sovente elementi militanti nelle organizzazioni antinazionali, si effettuava una sorpresa in tale casa, ove non si riveniva la Inglese, ma un suo inquilino, tale Simonelli Pietro, maresciallo di marina in pensione; la Inglese veniva invece rintracciata in casa di certo Cangemi Salvatore, ed essendo ammalata si inviava all'ospedale civico in stato di piantonamento.
Contemporaneamente venivano fermate diverse persone segnalate dalla informatrice, e precisamente: Sordello Roberto, Delle Piane Carlo, Filiè Armando, Fernandez Luigi, Roncetti Silvio, Zanchi Faustino, Costa Salvatore, De Leo Vincenzo, alcuni dei quali fortemente indiziati, altri per essere ritenuti in grado di dare proficue informazioni.
[...] Premesso quanto sopra, denuncio le persone elencate sopra n. 25 (dal n.1 al n.25) a codesto Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato per il procedimento a loro carico, per quelle imputazioni che saranno da codesta Procura Generale ravvisare nel caso. Unisco i verbali di interrogatorio, dichiarazioni di accusa e in originale i documenti sequestrati.
Il comandante provinciale, colonnello Gianni Bernardi. Per copia conforme. Imperia, lì 29 marzo 1945 XXIII, Per il segretario [firma illeggibile]
".
Sarebbe stato interessante, ancor di più importante, poter consultare gli allegati degli interrogatori, ma ciò non è stato possibile perchè di essi non venne fatta copia da parte del comando della G.N.R.
Tra le forze partigiane le perdite maggiori riguardarono l'8° distaccamento S.A.P. della I Brigata “Walter Berio”, col quale la “donna velata” era stata più a contatto. Naturalmente nel documento di denuncia non sono menzionate le torture inflitte agli arrestati durante gli interrogatori, ricordate già nel precedente capitolo. Riguardo alla data dell'invio della denuncia al procuratore (29 marzo 1945), siamo meno di un mese dalla Liberazione, per cui, appare evidente, l'estensore del rapporto cercò di attenuare nel complesso, la gravità delle accuse rivolte ad ogni singolo accusato, forse con qualche speranza, come si suol dire, di farla franca al momento della resa dei conti, sentita come vicina anche dal nemico. Purtroppo molti accusatori e torturatori in effetti la faranno franca.
Francesco Biga e Ferruccio Iebole (a cura di Vittorio Detassis), Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria) - vol. V, Ed. Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia, 2016 
 
Ventimiglia (IM): l'edificio tra Piazza XX Settembre e Via Hanbury, che ancora in tempo di guerra era caserma dei carabinieri

Munite di tessere d'identità false, ora non più in nostro possesso perché da noi distrutte per timore, scortate da due del Comitato abbiamo raggiunto S. Agata e successivamente Villa Talla, residenza del comando della 4^ brigata e della banda Pelletta.
Dopo una breve permanenza, consigliate dai partigiani siamo andate a Badalucco, da dove attraverso i monti avremmo dovuto raggiungere la Francia. Ma noi, ormai libere, abbiamo deciso di andare per la via Aurelia e così siamo giunte a Ventimiglia.
Fanno parte del Comitato di Liberazione di Imperia: Roberto Sordello, Presidente, abitante a Borgo d'Oneglia; Giorgi Gaetano, Nino, Marcello Cristiano calzolaio dei guardiani delle carceri di Oneglia, tutti abitanti ad Oneglia, il nominato Rino abitante a S. Agata; il nominato Sacchetto, al secolo Mela Giuseppe, adibito al collegamento tra il Comitato e le Brigate [...]
Favoreggiano (?) [n.d.r.: punto di domanda del documento originale] il Comitato: l'impiegato addetto all'ufficio carte d'identità che ha sede in Oneglia nei locali dell'istituto Magistrale, il quale dietro richiesta del Carboni ha rilasciato la tessera intestata a Zucco Maria Antonia alla signorina Lisetta Rossi e la tessera intestata a Santoro Concetta alla signora Zucco Maria [...]
alcuni dei componenti della guardia interna delle carceri di Oneglia con il favoreggiamento dei quali il 4 novembre 1944 certo Guasco è riuscito a fuggire.
Il fatto che il Comitato è preavvisato e informato minuziosamente ogni qualvolta si organizzi un rastrellamento e altra cosa del genere fa pensare che anche tra le file della g.n.r. e delle altre istituzioni politiche e militari vi siano dei favoreggiatori.
[...] Durante il breve soggiorno di Villatalla i partigiani ci hanno mostrato due fosse, in una delle quali giaceva il cadavere di un bersagliere, nell'altra quella di un console della Milizia [...]
Dichiarazione rilasciata alla Guardia Nazionale Repubblicana (G.N.R.) di Ventimiglia da Maria Zucco e Lisetta Rossi il 3 gennaio 1945, riproduzione dichiarata conforme all'originale il 15 gennaio 1946 dalla Procura di Imperia, documento in Archivio di Stato di Genova, copia di Paolo Bianchi di Sanremo

mercoledì 13 maggio 2020

L'uccisione di "Rino" Stenca e di altri valorosi partigiani

 
Imperia: Capo Berta

[...] val la pena di segnalare l’operazione antipartigiana, avvenuta tra il 6 ed il 29 gennaio 1945 in provincia di Imperia, sotto il comando della 34ª divisione di fanteria; sul terreno furono impegnati l’80° reggimento granatieri e il gruppo di combattimento Klingelmann per i tedeschi; per i salodiani il raggruppamento Cacciatori degli Appennini. Il risultato sarebbe stato di 17 morti, 1 ferito, 14 prigionieri tra i partigiani, unitamente alla cattura di 200 renitenti alla leva.
Fiammetta Balestracci, Rastrellamenti e deportazione in Kl nell'Italia occupata. 1943-1945 in Il libro dei deportati, Vol. 4: L'Europa sotto il tallone di ferro. Dalle biografie ai quadri generali, Ugo Mursia Editore, 2015
 
[...] l'80° Reggimento [tedesco] inizia i rastrellamenti anche nella zona della IV^ Brigata "Elsio Guarrini" [della II^ Divisione "Felice Cascione"]. I primi movimenti sono eseguiti il 3 gennaio [1945] quando alcuni autocarri carichi di soldati giungono a Caramagna [Frazione di Imperia]. Anche Borgomaro è investita. Il nemico rastrella i dintorni del paese procedendo a razzie. Il giorno successivo, guidati da spie, altri soldati incendiano una casa con l'intento di distruggere la tipografia partigiana clandestina, ma non ci riescono perché la stessa è ben nascosta. Il giorno 5 cade molta neve. Il nemico attacca nella zona di Villatalla [Frazione di Prelà (IM)], Tavole [altra Frazione di Prelà (IM)] e passo San Salvatore [comune di Pietrabruna (IM)]. Non scopre i partigiani, nascosti nei casoni coperti di neve, e transita senza che avvengano scontri. Al termine della prima decade del mese i tedeschi investono l'area Dolcedo, Canneto [Frazione di Prelà (IM)], ancora Tavole e Villatalla, Monte Faudo e Badalucco. Con loro collabora la Gnr. Cadono a Badalucco i partigiani Giobatta Coscia, Domenico Jorfida, Paolo Merano e Giobatta Panizzi. Viene catturato qualche renitente alle chiamate della Repubblica Sociale. Due persone, Domenico Raineri e Giobatta Bianchi, catturati per la strada, sono trucidati. Anche il partigiano Lucio Ferlisi cade in mano nemica: sarà fucilato il giorno 12. Purtroppo, un altro partigiano, "Turiddu", si consegna all'Ufficio politico investigativo (Upi) dei fascisti e ciò causerà grossi problemi alla Resistenza imperiese. Durante gli scontri due tedeschi rimangono sul terreno. I partigiani li seppelliscono nelle vicinanze di Costa d'Oneglia [Frazione di Imperia]. Ma alcune spie parleranno per cui il 28 marzo le SS conoscono l'ubicazione delle salme. Ne pagheranno le conseguenze gli eroici Franco Ghiglia e Sinibaldo Martellini. Pure nella zona del Comune di Imperia il nemico compie duri rastrellamenti. Borgo Sant'Agata è investito ed alcuni partigiani e civili sono catturati. Compare tra le formazioni nemiche una donna: Maria Zucco, che sarà detta "la donna velata" per la sua abitudine per il suo coprirsi il volto per non farsi riconoscere.
Francesco Biga, (con la collaborazione di Osvaldo Contestabile), Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), Vol. IV: Da Gennaio 1945 alla Liberazione, Ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, 2005
 
La Val Prino

[...] A partire dal mese di gennaio del 1945 ci furono incessanti rastrellamenti nelle valli Impero e Prino nella zona di Imperia. La 34^ Infanterie Division tedesca, costituita nel distretto militare di Coblenza (Germania) e mobilitata il 26 agosto 1939, era formata da tre Grenadier Regiment, integrata da altri Reggimenti, tra i quali uno di artiglieria. Prese parte alla campagna di Russia del 1941 dove fu praticamente distrutta perdendo circa il 90% degli effettivi, venne ricostruita in Slesia, e nel maggio del 1944 trasferita in Italia. Nel giugno successivo andò a rinforzare il settore costiero ligure occidentale, considerato dai comandi tedeschi troppo debole, con il compito di collaborare con la San Marco, Divisione della Repubblica Sociale Italiana, addestrata in Germania. Tutte e due le Divisioni avevano il compito precipuo di operare contro le formazioni partigiane della 2^ Divisione d’Assalto Garibaldi Felice Cascione.
Si distinse nelle operazioni di rastrellamento il Kampfgruppe Klingemann con i suoi uomini affiancati dalle formazioni fasciste dei Cacciatori degli Appennini e della Compagnia Ordine Pubblico della 33^ Legione Guardia Nazionale Repubblicana d’Imperia, agli ordini del famigerato capitano Giovanni Ferraris. Queste formazioni, che nell’estate e nell’autunno si erano scontrate con la Divisione Felice Cascione subendo gravi perdite, approfittarono del crudo inverno, rinforzate dalla 34^ Infanterie Division, per attaccare i partigiani che avevano interrotto le vie di comunicazione e di rifornimento tra il Nord Italia e il fronte delle Alpi Marittime. Per questa ragione l’80° Grenadier Regiment iniziò il 3 gennaio 1945 i rastrellamenti anche nella zona della 4^ Brigata E. Guarrini.
Nella prima fase non vennero scoperti i partigiani perché nascosti nei casoni coperti di neve; però nella prima decade del mese i tedeschi si spostarono in altre zone e catturarono alcuni renitenti alle chiamate della Repubblica Sociale Italiana che furono trucidati. Anche il partigiano Lucio Ferlisi, caduto in mano nemica, venne fucilato il 12 gennaio. Un altro partigiano, Turiddu, si consegnò all’Ufficio Politico Investigativo fascista causando grossi problemi alla sicurezza dei partigiani imperiesi. Durante gli scontri due tedeschi rimasero sul terreno; i partigiani li seppellirono nelle vicinanze di Costa d’Oneglia. I rastrellamenti continuarono anche nel comune di Imperia. Si parla di una donna, Maria Zucco, che veniva chiamata la donna velata per il suo coprirsi il volto al fine di non farsi riconoscere, che aveva fatto parte delle formazioni fasciste Azione Nizzarda in Francia. Giunta nella provincia di Imperia dopo il 15 agosto 1944, spacciandosi per una patriota, fece catturare alcuni partigiani tra cui Adolfo Stenca. Nelle carceri di Oneglia il 14 gennaio 1945 venne fatto l’appello dei catturati che dovevano essere fucilati; il primo a essere chiamato fu Paolo De Marchi. L’olocausto della 4^ Brigata E. Guarrini continuò; nei giorni dall’11 al 16 gennaio caddero: Pasquale Nisco, Francesco Vernaleone, Carlo Gatti, Antonio Dagnino, Settimio Raimondi, Giovanni Cortese, Rino Guglieri e Adolfo Capovani. Il 17 i fascisti effettuarono un altro rastrellamento, durante il quale morirono Carlo Montagna, comandante della 4^ Brigata, Angelo Perrone e Sebastiano Acquarone. Nei dintorni di Tavole molti casolari furono dati alle fiamme e alcuni civili vennero arrestati. Il 25 fu catturato, quasi al completo, il 10° Distaccamento Walter Berio. Nello Bruno e Vittorio Aliprandi, rispettivamente comandante e commissario della Brigata, si suicidarono per non cadere nelle mani del nemico. In seguito alla scomparsa dei due tedeschi, della cui sorte il comando germanico non sapeva nulla, il comando annunciava che, se non si fosse provveduto alla loro liberazione, venti ribelli sarebbero stati fucilati. Successivamente i nazisti vennero a conoscenza della morte dei due soldati e mandarono perciò davanti al loro Tribunale militare venti antifascisti: Guglielmo Bosco, Francesco Garelli, Ettore Ardigò, Orlando Noschese, Giorgio Cipolla, Santo Manodi, Medardo Bertelli, Giobatta Ansaldo, Paolo De Marchi, Adolfo Stenca, Carlo Delle Piane, Vincenzo Varalla, Giacomo Favale, Luigi Guarreschi, Giuseppe De Lauro, Doriano Carletti, Ernesto Deri, Adler Brancaleoni, Biagio Giordano, Matteo Cavallero. Riconosciuta la loro colpevolezza, il Tribunale pronunciò la sentenza di morte che venne eseguita, per alcuni di loro, il 31 gennaio 1945.
Dai documenti risulta che altri furono fucilati nei giorni successivi e in luoghi diversi [...]
Redazione, 15 febbraio 1945: Il Partigiano "Oscar" Adler Brancaleoni viene torturato e fucilato dai fascisti dietro il cimitero di Oneglia (Imperia), Magazine Italia, 16 febbraio 2019
 
Il 17 gennaio 1945 il distaccamento di Mario Bruna (Falco) subisce un duro rastrellamento da parte della banda Ferraris, il famigerato capitano Ferraris [Giovanni Daniele Ferraris comandante della Gnr Compagnia Ordine Pubblico Imperia. Dopo la dissoluzione della 4a Armata molti nizzardi lasciano il loro territorio ed aderiscono alla RSI. In duecento ad Imperia si arruolano nel 627° CP GNR, potenziando presso la caserma Ettore Muti a Porto Maurizio la Compagnia O.P. (Giovanni Ferraris) oppure contribuendo a formare con i superstiti del Btg. GNR Nizza in ritirata alla fine del 1943 dalla Provenza il Btg GNR Borg Pisani (Massimo Di Fano). Altri sono incorporati nel 626 CP GNR  di Savona e in cento costituiranno la Compagnia Nizza della 27a BN di Parma. Il Btg. Borg Pisani da aprile a novembre 1944 si pone nelle casermette della Guardia alla Frontiera di Taggia e di Arma di Taggia partecipando insieme alla 34a ID e a Reparti della RSI al presidio della costa ligure allo sbocco di Valle Argentina], ma allora ancora tenente. Un nome, quello di Ferraris, temuto: dotato di coraggio e di capacità militari, anima di tanti rastrellamenti, l'ideatore della Controbanda, l'uccisore di Nino Berio (Tracalà) a Chiusavecchia. Egli si era guadagnato la fiducia delle S.S. Tedesche, tanto da essere da loro decorato con la croce di ferro di II^ classe, per la spietatezza delle sue azioni.
Si trovavano in due casoni, sopra Molini di Prelà (Case Carli), negli oliveti sul costone che fronteggia Valloria, in direzione di Villa Talla e Tavole.
Nel casone più a valle, Falco, Deri Ernesto Austriaco e Nino Peruzzi stanno dormento a pianterreno, nella stalla. Dal tavolato del solaio, adibito a fienile, saranno state le 5 del mattino, Falco è svegliato fortunatamente dal rumore di una pila ad autocarica, il caratteristico "zzz, zzz". Sente la voce di un milite che, diretto al Ferraris, dice: "Signor Tenente, qui non c'è nessuno!".
Semivestito com'è, Falco con un calcio sveglia Deri e Nino Peruzzi. Afferra il mitra che ha accanto e si precipita fuori. Sulla porta si trova di fronte un milite, un certo Allavena di Bordighera.
Senza articolare una sillaba, contemporaneamente si sparano, quasi a bruciapelo; un solo colpo.
L'Allavena cade a terra con una coscia forata dalla pallottola di Falco.
Il colpo di Allavena (non si sa per quale miracolo) colpisce il mirino del mitra di Falco, la pallottola si spappola e una scheggia lo ferisce al braccio sinistro. Un'altra scheggia lo ferisce al basso ventre, e si arresta ai limiti del peritoneo.
Deri e Peruzzi riescono a fuggire puntando a monte e raggiungendo Pantasina.
Falco invece punta a valle, salta i “Maxei”, senza capire più niente, finchè si accorge di trovarsi in mezzo a due fascisti.
Spara con il mitra ma non sa in quale direzione, probabilmente in alto, fino a svuotare il caricatore.
I fascisti scappano e lui riesce a nascondersi in un grosso roveto.
E sta lì ferito com'è, rannicchiato e morto di freddo, tutta la mattinata!
Attilio Mela, Aspettando aprile, Ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, 1998 



 
[ n.d.r.: qui sopra viene riprodotto un documento partigiano che attesta i tentativi dei patrioti di catturare qualche nemico da tenere in ostaggio in funzione di uno scambio con i compagni catturati. Lo Stalin citato era Franco Bianchi, comandante del Distaccamento "Giovanni Garbagnati" della I^ Brigata "Silvano Belgrano" della Divisione "Silvio Bonfante". Buffalo Bill o Bill, Giuseppe Saguato, comandante del Distaccamento "Francesco Agnese" della già citata I^ Brigata "Silvano Belgrano. Guan Orazio Parodi... - documento IsrecIm in Rocco Fava, Op. cit. - Tomo II 

Il partigiano Ernesto Austriaco Deri - Fonte: Patria Indipendente, cit. infra

[...] Il 31 gennaio 1945 mio fratello Ernesto Deri fu  preso dalle SS  tedesche  e dalle Brigate Nere. Era un folto gruppo di partigiani che, in quell'inverno  tremendo di freddo e di neve, si erano  rifugiati  in  un casolare nella zona di Villatalla, località Nicuni [in effetti in Tavole, Frazione del comune di Prelà (IM)], in cerca di un po' di tepore. Dietro una  delazione  furono  accerchiati e quando si accorsero di esserlo si difesero con tutto quello che avevano. Morirono in tanti e mio fratello Ernesto, assieme a Brancaleone Adler, Matteo Cavallero, Biagio Giordano, furono presi con le armi in pugno e portati nella prigione di Oneglia, ove rimasero fino all'alba del 15 febbraio 1945. Quando venimmo a  sapere dell'arresto di mio fratello, iniziò il calvario della nostra famiglia. Cercammo di avere notizie più  precise  per  potere  agire in qualche modo. Nostra madre sapeva che Ernesto soffriva di una fistola. Si recò dal medico delle carceri per vedere se si poteva ricoverarlo  in  ospedale. Il  medico le diede poche speranze. I tedeschi sentivano che la fine era vicina e difficilmente avrebbero concesso il  ricovero. Tutti i giorni portavamo il pranzo alle carceri, sperando di avere qualche notizia. Alla fine decidemmo di affrontare la SS tedesca. Io conoscevo per motivi di lavoro un interprete e mi rivolsi a lui per avere un incontro. Decisione  un  poco incosciente, alla luce dei fatti venuti a conoscenza successivamente. Io avevo diciassette anni e mia sorella più grande venti, avevamo un fratello più piccolo di quattordici anni, ma dall'aspetto oramai di un adulto e decidemmo di lasciarlo fuori. Ottenuto il colloquio ci recammo al Comando SS. Fummo ricevute dal comandante e cominciammo a parlare di nostro fratello cercando  di ottenere clemenza, ma la risposta lapidaria fu: "Fratello grande bandito, sarà giudicato dal tribunale di Genova...". Scendendo  dal  giardino dove era ubicata  la  villa del Comando SS, un  milite della  milizia (fascista) ci chiese il  perché di quel  pianto e noi  dicemmo che avevamo capito che  nostro fratello era condannato. Lui ci guardò e disse: "Maledetti, le pagheranno tutte". Tre giorni dopo, purtroppo, furono fucilati. Mio fratello aveva ventidue anni ed era il più vecchio, il più giovane ne aveva diciotto. Lo venimmo a sapere dal fidanzato di mia sorella. Ci recammo io e le mie due sorelle al cimitero di Oneglia: lì erano stati fucilati... trovammo questi poveri giovani distesi per terra nella cappella del cimitero, la Croce  Rossa aveva loro fasciato la testa e sulla guancia di ognuno si notava il foro del colpo di grazia. Sul petto portavano un biglietto con nome, cognome e data di nascita. Trovammo dei fiori  di campo messi lì da qualche anima sensibile. L’atmosfera intorno a noi era di paura e il nostro dolore era grande. Passò  nel mentre un prete, reduce da un funerale, e lo pregammo perché impartisse una benedizione. Lo fece molto velocemente e fuggì via! La paura in quei momenti era tanta. Seppellimmo mio fratello e col pensiero li abbracciammo tutti. Venimmo a sapere, dopo la  Liberazione, da un testimone oculare che la sera precedente la fucilazione in carcere venne fatto l’appello ed attaccato sul petto dei designati il biglietto con i loro dati. Capirono che per loro la vita era finita. Salutarono tutti ribadendo che non avevano fatto nessun nome di compagni di lotta. Quando venne l’ora andarono via senza una parola e qualche attimo dopo, s’alzò solenne il loro canto partigiano Fischia il vento. Lo ascoltò una signora che abitava vicino al cimitero, svegliata dal passo cadenzato del plotone di esecuzione, e vide, attraverso le feritoie delle persiane, questi giovani che andavano a morire cantando. Era l'alba del 15 febbraio 1945 [...]
Elvira Deri, sorella di Ernesto Austriaco Deri in Francesco Biga, Una signora vide la morte di quattro partigiani dell'Imperiese. Andarono alla fucilazione cantando "Fischia il vento", Patria Indipendente,  22 gennaio 2012  

Adolfo Rino Stenca, nato a Cairo Montenotte (SV) 22.8.1906, ucciso ad  Imperia (Capo Berta) il 31.1.1945. Partigiano combattente, comunista, entrò nelle fila della Resistenza dal 9 settembre 1943 divenendo in seguito responsabile del S.I.M. (Servizio Informazioni Militari) della Prima Zona Liguria. Catturato a Sant’Agata, condotto nel penitenziario di Oneglia ad Imperia, sottoposto a feroci interrogatori, non cedette una sola informazione. Trucidato sulla strada di Capo Berta, tra Imperia e Diano Marina (IM), assieme ad altri 9 compagni. Insignito nel 1996 di Medaglia di bronzo al V.M. alla memoria con la seguente motivazione: “Responsabile SIM della Prima Zona Liguria provvedeva ad organizzare formazioni partigiane, raccogliere armi e predisporre i piani per salvare dalla distruzione, da parte dei tedeschi, di fabbriche, ponti e installazioni di pubblico interesse. Caduto prigioniero durante un rastrellamento veniva rinchiuso nelle carceri di Oneglia e selvaggiamente torturato per venti giorni. Rifiutatosi di tradire i suoi compagni di lotta, veniva barbaramente fucilato”. Capo Berta (Imperia) 31.01.1945
 
Nel gennaio del 1945 i partigiani catturano due soldati tedeschi sulle colline retrostanti Capo Berta (Diano Marina, Imperia). Il 31 dello stesso mese, alla notizia della morte dei due militi, il tribunale militare speciale decreta l’esecuzione per rappreseglia di Giovanbattista Ansaldo, Ettore Ardigò, Medardo Bertelli, Guglielmo Bosco, Adler Brancaleoni, Matteo Cavallero, Giorgio Cipolla, Giuseppe De Lauro, Carlo Delle Piane, Paolo De Marchi, Ernesto Deri, Giacomo Favale, Francesco Garelli, Domenico Garletti, Biagio Giordano, Luigi Guareschi, Santo Manodi, Orlando Noschese, Adolfo Stenca e Vincenzo Varalla. La maggior parte di costoro viene fucilata dalle SS nei pressi della vecchia torre d’avvistamento che sorge proprio sul promontorio di Capo Berta. Gli altri sono invece giustiziati nei giorni successivi e in luoghi differenti.
 
Ettore Ardigò

[...]  Ettore Ardigò (Milan) Divisione d'assalto Garibaldi Liguria Felice Cascione 2ª Commissario di distaccamento
L'archivio contiene 1 lettera di Ettore Ardigò
Lettera alla Moglie, scritta in data 13-01-1945, Carceri di Oneglia
Di anni 24. Nato il 4 dicembre 1920 a Tredossi (Cremona); residente a Cipressa (Imperia). Di professione assistente edile. Sposato e padre di un figlio. Arruolato durante la guerra con il grado di Caporale maggiore di Artiglieria, presta servizio presso la 6ª batteria del 149º Reggimento, dislocato a Lingueglietta (frazione di Cipressa). Dopo l’armistizio, rifiuta di aderire alla Repubblica sociale italiana. Il 5 maggio 1944 entra nelle fila della Resistenza, arruolandosi nella II Divisione d’assalto Garibaldi-Liguria Felice Cascione. Divenuto commissario di un distaccamento della IV Brigata, il 13 dicembre 1944 è sorpreso dalla polizia investigativa fascista a Costarainera (IM). Arrestato, viene rinchiuso nelle carceri di Oneglia. Il 9 gennaio 1945 il tribunale militare lo processa per l’omicidio di Bruno Donati, sindacalista portuale e funzionario della RSI, a cui però Ardigò si professerà sempre estraneo. Condannato a morte, il 31 gennaio viene selezionato dallo stesso tribunale militare per essere fucilato in rappresaglia all’uccisione di due soldati tedeschi da parte dei partigiani. Nella medesima circostanza viene decretata l’esecuzione anche di Giovanbattista Ansaldo, Medardo Bertelli, Guglielmo Bosco, Adler Brancaleoni, Matteo Cavallero, Giorgio Cipolla, Giuseppe De Lauro, Carlo Delle Piane, Paolo De Marchi, Ernesto Deri, Giacomo Favale, Francesco Garelli, Domenico Garletti, Biagio Giordano, Luigi Guareschi, Santo Manodi, Orlando Noschese, Adolfo Stenca e Vincenzo Varalla. Ardigò viene immediatamente fucilato dalle SS nei pressi della vecchia torre d’avvistamento che sorge sul promontorio di Capo Berta. Assieme a lui sono passati per le armi solo alcuni fra gli altri condannati; i rimanenti verranno giustiziati nei giorni successivi e in luoghi differenti.
Tradito da una delazione, è arrestato il 13 dicembre 1944 a Costarainera (IM). Incarcerato ad Oneglia, il 9 gennaio 1945 è condannato a morte con l'accusa di aver ucciso un funzionario portuale della RSI. Il 31 gennaio 1945 sarà fucilato dalle SS per rappresaglia, in località Capo Berta (Diano Marina, Imperia).

 
Paolo De Marchi

Paolo De Marchi (Pablos) Distaccamento di Giovanni Alessio (Peletta), del 1º Btg. della 4ª Brg. della 2ª Div. d’assalto Garibaldi Liguria Felice Cascione Caposquadra (dal giugno 1944)
L'archivio contiene 2 lettere di Paolo De Marchi
Lettera ai genitori (1), Carceri di Oneglia
Lettera ai genitori (2), Carceri di Oneglia
Di anni 22. Nato il 12 ottobre 1922 a Porto Maurizio (Imperia). Di professione operaio. Milite esente perché riformato alla visita di leva, dopo l’armistizio rimane estraneo alla guerra di liberazione fino al maggio del 1944. Il giorno 20 di quel mese entra ufficialmente nei ranghi del distaccamento comandato da Giovanni Alessio (nome di battaglia "Paletta"), inquadrato nel 1º Battaglione della IV Brigata della 2ª Divisione Garibaldi d’assalto "Felice Cascione", operante nell’Imperiese. Nel giugno del 44 è promosso Caposquadra. La notte del 19 luglio prende parte alla liberazione di alcuni detenuti politici dalle carceri di Oneglia (IM). Il 1º gennaio 1945 è inviato in missione dal suo comandante al cinema Centrale di Imperia. Riconosciuto da un delatore, è arrestato da alcuni elementi dell’U.P.I. (Ufficio politico investigativo). Consegnato alle SS il giorno seguente, De Marchi è incarcerato ad Oneglia e lungamente torturato. Condannato a morte, il 31 gennaio viene selezionato dallo stesso tribunale militare per essere fucilato in rappresaglia all’uccisione di due soldati tedeschi da parte dei partigiani. Nella medesima circostanza viene decretata l’esecuzione anche di Giovanbattista Ansaldo, Ettore Ardigò, Medardo Bertelli, Guglielmo Bosco, Adler Brancaleoni, Matteo Cavallero, Giorgio Cipolla, Giuseppe De Lauro, Carlo Delle Piane, Ernesto Deri, Giacomo Favale, Francesco Garelli, Domenico Garletti, Biagio Giordano, Luigi Guareschi, Santo Manodi, Orlando Noschese, Adolfo Stenca e Vincenzo Varalla. De Marchi viene immediatamente fucilato dalle SS nei pressi della vecchia torre d’avvistamento che sorge sul promontorio di Capo Berta. Assieme a lui sono passati per le armi solo alcuni fra gli altri condannati; i rimanenti verranno giustiziati nei giorni successivi e in luoghi differenti.
Tradito da una delazione, il 1° gennaio 1945 è arrestato da membri dell'UPI di Imperia durante una missione al cinema Centrale. Consegnato alle SS è rinchiuso nelle carceri di Oneglia e torturato. Condannato a morte, sarà fucilato sulla Torre di Capo Berta (Diano Marina, IM).
Igor Pizzirusso, 31/1/1945: strage di Torre di Capo Berta, comune di Diano Marina (IM), Ultime lettere di condannati a morte e di deportati della Resistenza italiana   
 
Il 31 gennaio 1945 due colonne militari congiunte di tedeschi e italiani (approssimativamente 200 militari) risalirono all'alba le colline, scontrandosi con un gruppo di partigiani posizionato in località “Nicuni”, presso Tavole, frazione di Prelà. Nello scontro morirono sei partigiani Tommaso Ricci, Manfredo Raviola, Bartolomeo Dulbecco e Ernesto Ascheri (tutti originari di Imperia), Matteo Zanoni (di Brescia), e Ivan Polesciuk (quest'ultimo russo), altri quattro partigiani Ernesto Deri, Adler Brancaleoni, Matteo Cavallero, Biagio Giordano furono costretti ad arrendersi essendo rimasti senza munizioni, andando a raggiungere nella prigionia Carletti Doriano “Mizar” catturato il 25 gennaio, durante un precedente rastrellamento nella vicina frazione di Villatalla. A questi rastrellamenti partecipava anche una donna, Maria Zucco, nota come la donna velata, che collaborava coi fascisti nel riconoscere e indicare partigiani e renitenti alla leva. De Marchi fu arrestato dall’ex partigiano Turiddu e da un altro milite nei pressi della biglietteria del Cinema Centrale a Imperia. Stenca, responsabile SIM della 1a Zona Liguria, venne catturato a S. Agata il 9 gennaio 1945 nel corso di un rastrellamento. Ettore Ardigò fu arrestato a Costarainera il 31 dicembre. Il 31 gennaio il tribunale militare tedesco, atteso il non ritorno dei due militari germanici ed avendo saputo da delatori della loro uccisione, giudicava colpevoli i 20 ostaggi emettendo la sentenza di condanna a morte. I primi 11 ostaggi verranno fucilati il 31 gennaio stesso a Capo Berta, 4 lo saranno il 9 febbraio (vedi De Lauro, Favale e Guareschi, fucilati sul muro di cinta del cimitero di Oneglia), e gli ultimi 5 (Brancaleone, Carletti, Cavallero, Giordano e Deri) furono fucilati il 15 febbraio. Altri (Roberto Sordello, Faustino Zanchi) ritornarano in carcere fino alla liberazione. Per quanto riguarda Carlo Delle Piane alcuni documenti riportano la data della sua esecuzione al nove febbraio 1945. Ansaldi, Manodi e Garelli da documenti tedeschi vengono segnalati come delatori. Poco chiari la data e il luogo della fucilazione che costò la vita a Carletto Delle Piane, braccio destro e amico fraterno di "Cion" Silvio Bonfante, fucilato secondo alcuni il 31 gennaio 1945 ad Oneglia a levante della prima galleria della stazione ferroviaria, secondo altri a Capo Berta. Non manca chi indica la sua fucilazione il 9 febbraio.
Giorgio Caudano, Gli eroi sono tutti giovani e belli. I caduti della Lotta di Liberazione. I^ Zona Liguria, ed. in pr., 2020 

[   n.d.r.: altre pubblicazioni di Giorgio Caudano: Giorgio Caudano, Dal Mare alla Trincea… memorie di uomini, BB Europa, Cuneo, 2019; Silvia Alborno, Gisella Merello, Marco Farotto, Marco Cassini, Giorgio Caudano, Franck Vigliani, curatori della mostra Claude Monet, ritorno in Riviera, catalogo a cura di Aldo Herlaut, Silvana Editoriale, Milano 2019;  La Magnifica Invenzione. I pionieri della fotografia in Val Nervia 1865-1925, a cura di Marco Cassini e Giorgio Caudano, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2016; Giorgio Caudano, Pigna. Storia di un paese, ed. in pr., 2016    ]
 
De Benedetti Alcide: nato a Imperia il 25 gennaio 1929, squadrista in servizio nella Brigata Nera “Padoan” ad Imperia.
Interrogatorio del 14.11.1945: Appena vennero istituite le brigate nere, per non essere mandato in collegio dai miei genitori, pensai di arruolarmi in detto corpo, ove anche se non ancora maggiorenne mi incorporarono lo stesso. Prima di arruolarmi in dette brigate nere ero iscritto alle fiamme bianche, le quali erano state istituite con la classifica di Moschettieri del Duce.
[...] Ho avuto modo di conoscere certo “Turiddu”, che mi era stato additato da alcuni amici per un agente di polizia e nel contempo per un ex partigiano. Per quanto concerne l’addebito che mi si muove, ovvero di essere l’artefice dell’arresto del patriota De Marchi Paolo, in seguito fucilato, e del garibaldino Abbo Lorenzo, da parte del “Turiddu”, posso affermare che non feci mai la spia al “Turiddu”. Il fatto si svolse nel seguente modo: in una domenica di un mese che non posso precisare, periodo in cui non facevo più parte delle brigate nere, mentre mi trovavo con il citato Abbo nei pressi del cinema Centrale vidi il “Turiddu”, che procedette all’arresto, nei pressi della biglietteria, del De Marchi, il quale, conoscendo il “Turiddu” e credendolo ancora un partigiano, lo aveva salutato con una strizzatina d’occhio; invece il “Turiddu” lo arrestò. Io, che mi trovavo fuori dal cinema, dissi all’Abbo di scappare, ma lui rispose che voleva stare a vedere come finiva la faccenda. Senonché il “Turiddu”, passando vicino a noi, riconosciuto l’Abbo per un partigiano, mettendogli una mano sopra la spalla, lo invitò a seguirlo, dicendogli le testuali parole “Vieni, che anche tu sei stato in banda”. Dopo alcuni giorni rividi l’Abbo che lo avevano rilasciato per la sua minore età ma nel contempo lo avevano arruolato nell’Organizzazione Paladino, dove già io mi trovavo per il servizio del lavoro.
Leonardo Sandri, Processo ai fascisti: una documentazione, Vol. 9 - Liguria: Imperia - Savona - La Spezia, StreetLib, Milano, 2019  
 
Il 1° gennaio c.a., mentre mio figlio si trovava nei pressi del cinema Centrale del rione di Porto Maurizio, venne arrestato da un tale di nome Turiddu e che poi seppi denominarsi Ghirlando Vincenzo. A carico di costui ho già sporta regolare denuncia.
Ora da mio nipote Lercari Armando sono venuto a conoscenza che chi quel giorno indicò mio figlio al Ghirlando per farlo arrestare fu un appartenente alla brigate nere chiamato DI BENEDETTO [n.d.r.: in altre versioni, come si è già visto, il cognome risulta De Benedetti] Alcide il quale risiede attualmente in Imperia.
Mi ha riferito tale mio nipote che il Di Benedetto sostava all'ingresso del cinema predetto in compagnia di un altro milite e che i due avevano in mano una fotografia di mio figlio. Se ciò sussiste, logicamente il Di Benedetto deve essere ritenuto copartecipante in quanto se fosse sfuggito al Ghirlando non sarebbe sfuggito a lui che era aiutao dal ritratto.
Luigi De Marchi (padre del partigiano Paolo De Marchi), Denuncia alla Questura di Imperia del 22 ottobre 1945, Documento in Archivio di Stato di Genova