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domenica 8 marzo 2026

I tedeschi hanno più paura di quanta ne avessero prima

Ventimiglia (IM): una vista da zona Ville

1° marzo 1945
Colpi come quelli di questa notte non ne avevamo ancora sentiti, tanto che non abbiamo potuto chiudere occhio.
Forse non hanno fatto nemmeno troppo danno perché devono essere caduti nel fiume. Schegge e ghiaia arrivavano fin quassù [n.d.r.: in una casa vicina al centro storico di Ventimiglia, più precisamente nei pressi di Porta Marina, dove la signora Gaggero e la figlia si erano a quella data da tempo per motivi di sicurezza trasferite, lasciando l'osteria (Bataglia) e le campagne, di zona Ville] accrescendo l’infernale rumore con il loro scroscio. Ma, poi, la giornata è stata calma.
Da oggi, Italo è entrato a far parte dell’U.n.p.a. [Unione nazionale protezione antiaerea], ciononostante non mancherà di governare la mula e comprarmi il pane perché io ho sempre un’immensa paura a uscire di casa.
Una cosa che mi vergogno a scrivere è che dò due lire a una vecchia perché mi vada a prendere un secchio d’acqua.
Abbiamo ricevuto oggi una lettera di Carlini che ci rinnova l’invito ad andare a casa sua. Ada [n.d.r.: la figlia dell'autrice del Diario] è andata a raccogliere le olive fin sopra ai Carletti [n.d.r.: nella zona di ponente di Ventimiglia], è tornata che non l’aspettavo ancora, più presto del solito.
2 marzo 1945
Anche questa notte è stato un continuo scroscio di granate, la giornata, al contrario, è stata più calma. Ora le navi si sfogano quasi ogni giorno su Bordighera e San Remo sulle quali, più che da noi, gli apparecchi gettano le loro bombe causando spesso morti e feriti.
Da ieri è entrata in guerra la Turchia, seguita da Egitto, Siria e Libano. C'è chi dice che la guerra durerà più poco  tempo e chi, invece, crede che durerà ancora un bel pezzo. Ada, nel passare come al solito a dare un'occhiata in casa nostra, ha trovato la cantina tutta sottosopra; hanno  persino aperto il cassetto del tavolino che io non ho mai visto aprire da nessuno di noi. Ada l'abbiamo attesa molto perché è tornata che erano le otto passate ed era buio fitto da un bel po'.
Oggi è stata colpita la stazione di Ospedaletti. 
3 marzo 1945
Ada si è fermata in città: oggi deve andare a richiedere  il permesso per recarsi a Bordighera domani. Ospedaletti, Bordighera e San Remo le buscano più di Ventimiglia.
4 marzo 1945
Ada è andata a Bordighera a trovare Pippo. Ha pure visitato Severino che ha trovato migliorato. Mentre si trovava là, le navi bombardavano.
5 marzo 1945
Gran passaggio di apparecchi alle due e mezzo del pomeriggio. Noi, qui, ci siamo accontentati perché abbiamo avuto soltanto della paura. Non possono dire altrettanto nelle città vicine, loro hanno avuto anche i danni. Si sentiva di qui il bombardamento aereo. 
Ada è tornata da raccogliere le olive alle otto passate. La nostra casa, finora, è in piedi; ci danno tanta preoccupazione i muri con cui abbiamo fatto chiudere la dispensa. Temiamo che, da un momento all'altro, qualcuno ce li butti giù e allora addio a tutto il nostro avere che è lì rinchiuso. Rimarremmo spogliate di tutto ciò che possediamo! Stasera, diversi colpi sono caduti da Fazio e si sono incendiate le vetrine [n.d.r.: le serre]. Si è visto il chiarore del fuoco per un lunghissimo tratto. 
6 marzo 1945
Stamattina l'U.n.p.a. è andata a Ospedaletti a portare aiuto ai sinistrati. Finora non si conosce il numero esatto delle vittime, ma 11 sono state accertate. L'Albergo Svizzero è stato colpito in pieno. Dicono che, nella galleria di Capo 
Nero, ci sia un treno armato e questo sarà stato l'obiettivo degli apparecchi. San Remo e Bussana sono state pure colpite. 
Anche qui, parecchie granate sono piovute sulla città bassa sulla quale si stendeva una nuvola di fumo. Ada è tornata questa sera alle sette e mezzo e ha detto che oggi hanno sparato anche nella vallata dei Carletti. Le granate scoppiavano distanti l'una dall'altra e non ci si poteva regolare perché era difficile capire quale fosse il punto preso di mira. Una granata incendiaria è caduta su San Lorenzo, vicino alle case, e ha fatto un bell'effetto. Vicino alla casa Vacca, sono rimasti feriti Luì Guglielmi (in modo grave), Bastian e suo fratello e Ampeglin Bellini leggermente. 
Nel pomeriggio di oggi, a Bordighera, è rimasto ucciso, colpito da una scheggia, Giuà u Barunetu assieme a qualche altra persona. Sotto le macerie dell'albergo colpito a Ospedaletti è morta Manin a Paduana.
7 marzo 1945
Anche oggi, Ada è stata in città per far l'erba alla mula; è andata sotto il Lazzaretto * e, anche lì, si corre un bel rischio. 
Sul giornale di oggi vi è la notizia dell'entrata in guerra della Finlandia. Tutti dicono che la Germania perde su tutti i fronti, eppure ci sembra che la guerra abbia a durare ancora molto.
* Palazzina tuttora esistente in Via Verdi nel punto in cui si dipartono via Privata degli Ascenzo e Discesa Scoglio Alto
8 marzo 1945
Ada, oggi, è tornata a raccogliere le olive, sempre verso i Carletti; la sua squadra, però, si è assai rimpicciolita: erano soltanto in dodici, gli altri non sono andati per paura delle granate. Anch'essa non ci tornerebbe più se non fosse per l'ansietà che ci aprano i nostri nascondigli. Qui, la giornata è stata passabile, Ada è tornata prestino e ha detto che oggi Latte ha subito un nuovo bombardamento. Bordighera e San Remo sono sempre sotto tiro. Due apparecchi hanno gettato bombe su Ospedaletti che, per tortura, sono finite in mare.
9 marzo 1945
Abbiamo passato la notte abbastanza calma. Ada è andata, anche stamane, alle olive ed è tornata più presto di ieri sera. A casa nostra, i muri sono sempre intatti. I tedeschi che li accompagnano a raccogliere le olive sembrano molto demoralizzati, hanno più paura di quanta ne avessero prima. Ada ha portato un mezzo canestro di zibibbo, uva passa raccolta dai tralci di tabacca * che sarebbe proprio adatta per fare il vino passito. Quasi tutte le vigne della vallata hanno ancora l'uva sulle piante. Veramente, hanno fatto meglio coloro che non si sono presi il disturbo di vendemmiare perché così hanno risparmiato la fatica. In questo modo sia i tedeschi che tutta l'altra ciurma che va in giro, fanno qualche sbornia di meno e non ne possono sciupare molto. 
Oggi siamo stati sorvolati da grandi formazioni di apparecchi. Non si sa nulla circa la loro direzione, soltanto alcuni si sono scaricati ancora su Ospedaletti dove, anche oggi, vi è stato qualche morto. Ventimiglia è stata bombardata dalle navi.
* Varietà di uva bianca, detta anche massarda.
Caterina Gaggero vedova Viale, Diario di Guerra della Zona Intemelia 1943-45, Cumpagnia d'i Ventemigliusi - Edizioni Alzani (Pinerolo), 1988, ristampa del 1999, pp. 177-181 

domenica 28 settembre 2025

Mentone è sottoposta al bombardamento delle artiglierie tedesche

Mentone

8/9/1944
Scendiamo [Giorgio Lavagna ed il suo piccolo gruppo di partigiani imperiesi, ormai aggregati agli alleati] per la seconda volta in città [Mentone]; "Nettu" è fermato dalle autorità francesi e trattenuto per alcuni giorni in seguito alla denuncia fatta dalla famiglia di Castellar, contro la quale eravamo intervenuti.
"Alberto" assume il comando della nostra banda e, nel giorno stesso, si uniscono a noi alcuni giovani italiani, con i quali formiamo un gruppo di diciotto uomini.
Avevamo deciso con fermezza di combattere a fianco degli Americani e, senza indugiare, ci rechiamo al Comando militare alleato, mentre la città è sottoposta al bombardamento delle artiglierie tedesche.
sotto una grande tenda, completamente aperta, alcuni ufficiali seduti vicino ad un tavolo stanno consultando delle cartine geografiche; ci fermiamo a pochi metri da loro e "Alberto", che conosceva bene l'inglese, si fa avanti: osserviamo il nostro capobanda mentre saluta quel gruppo di ufficiali, uno di loro alzandosi gli porge la mano. Non potevamo capire le parole di "Alberto", ma potevamo immaginare il suo discorso e, con ansia, ne attendevamo l'esito. Un ufficiale, che sta seduto con i piedi appoggiati su una sedia, con un sorriso guarda i suoi colleghi e contemporaneamente guarda noi; spingendo con una mano una scatola di sigari sul tavolo e facendola scivolare verso il nostro capobanda, parla a fatica un italiano con accento fortemente meridionale; gli fa capire che è figlio di Italiani emigrati da molto tempo in Canadà, e si sente orgoglioso di avere incontrato uomini come noi.
Ci invita a ritornare il mattino seguente e ci fa accompagnare da un soldato al deposito militare per rifornirci di tutto il necessario.
Eravamo sicuri di essere riusciti nel nostro intento, perché presto avremmo combattuto al fianco di quell'esercito che, in quei giorni, potevamo ritenere il più forte dei nostri tempi.
Nei dintorni della città, nascosti dalle piante, mimetizzati con reti di corda, grossi pezzi di artiglieria erano già pronti ad entrare in azione, mentre numerosi automezzi militari continuavano a scaricare enormi quantità di materiale  bellico.
Con l'apertura di molti negozi, la città sembrava riprendersi dopo l'ondata bellica da cui era stata travolta.
"Alberto" era riuscito a procurarsi un grosso pezzo di stoffa rossa con la quale ci eravamo fatti vistosi fazzoletti da mettere al collo. Colti dall'entusiasmo che l'arrivo degli Americani aveva suscitato nel nostro piccolo gruppo, l'entusiasmo garibaldino, nella nostra spensierata giovinezza ci eravamo dimenticati il pericolo e la paura. Nel contempo eravamo presi dall'ansia di conoscere le intenzioni dei nostri amici canadesi, con i quali speravamo di partecipare ad un'azione di guerra contro quel nemico che, per tanti giorni, aveva rappresentato per noi un'incubo.
Erano ripresi i duelli di artiglieria e, mentre i Tedeschi sparavano svariati colpi con lunghi intervalli di silenzio, gli Americani martellavano senza respiro tutta la zona del fronte e l'entroterra di Ventimiglia.
Annidato sulle rocce del confine, il nemico poteva ancora mettere a segno i colpi sul territorio francese sottostante che controllava. Nessuno immaginava che gli Americani ci avrebbero fatto partecipare al primo furioso assalto, su quelle rocce che dividono il confine al di sopra del ponte San Luigi.
9/9/19
È tornata l'alba, un fuoco infernale di artiglieria si abbatte sulla zona più violento che mai. Sibili e ululati di proiettili si confondono nello spazio sopra di noi, seguiti da assordanti fragori.
La guerra, che due giorni prima con l'arrivo degli America sembrava finita, era ripresa con tutta la sua spaventosa violenza.
Ritorniamo a Mentone dopo una notte trascorsa sotto i tiri incrociati delle due artiglierie; camminiamo rasentando i muri delle case, con l'impressione di essere più riparati dalle schegge.
Nella città, tornata quasi deserta, si vedono circolare solo jeep e automezzi militari, mentre i cittadini abbandonano in fretta le proprie abitazioni per rifugiarsi in aperta campagna.
Vaghiamo per le strade nell'attesa che "Alberto" torni dal Comando alleato e, incuriositi, osserviamo i pezzi di artiglieria che sparano senza sosta verso l'Italia. 
Mentre ci avviciniamo a un gruppo di soldati per ottenere qualcosa da mangiare, giunge "Alberto" in compagnia di un ufficiale canadese; dall'espressione del suo volto intuiamo che ha notizie importanti da comunicarci e, mentre l'ufficiale ci guarda con un leggero sorriso, lui ci chiede chi di noi sia disposto a partecipare ad un attacco con i soldati canadesi.
In quell'istante rimaniamo senza parola, ci guardiamo meravigliati. Eravamo certi che non ci avrebbero rifiutati per qualche missione di guerra, ma farci partecipare ad un attacco al loro fianco era molto di più di quanto avessimo sperato, e non potevamo capire come ci avrebbero impiegati in una missione cosi importante, poiché non avevamo istruzione militare alcuna.
Sembra assurdo dire che quella notizia ci aveva fatto piacere. Certo un invito ad un ballo sarebbe stato più gradito, ma la guerra non era ancora finita e il nazismo, se pur agonizzante, agiva ancora più spietato che mai.
Potersi battere contro quei soldati, con l'appoggio di un esercito con cui eravamo sicuri di vincere, era per noi il sollievo più grande emerso da un esasperato avvilimento, sopportato per mesi senza possibilità di reagire.
"Alberto", anche lui preso dal nostro entusiasmo, sorridendo, ci fa segno di seguire l'ufficiale, il quale ci accompagna dove un'intera compagnia di soldati si preparava a partire.
Alla presenza di quegli uomini equipaggiati senza economia, rimaniamo meravigliati, e ciò ingigantisce dentro di noi l'entusiasmo per la nuova impresa che ci apprestiamo a compiere.
In quei minuti di stupore, davanti a quell'armamento formidabile, pensavo alla vita disagiata dei compagni rimasti nei boschi a soffrire la fame e che, quasi disarmati, dovevano difendersi da pesanti rastrellamenti, e battersi nella speranza di una conclusione vittoriosa della lotta.
Mi tornavano alla mente i compagni della Mezzaluna, in attesa di quelle armi che non avrebbero mai visto, mentre davanti a noi una montagna di materiale bellico sembrava sprecarsi.
Mi avvicino ad un camion e prelevo da una cassa cinque bombe a mano; alcuni soldati mi guardano e sorridono, rivolgendomi parole che non capisco.
Il capitano che ci avrebbe guidati in quella missione, sapendo di aver a che fare con dei partigiani, tramite "Alberto" ci ammonisce informandoci che se avessimo fatto dei prigionieri dovevamo tener conto delle convenzioni internazionali di guerra, evitando loro crudeli maltrattamenti o, peggio, uccisioni.
Dopo esserci riforniti di tutto il necessario per quella impresa, siamo pronti a partire.
Ci disponiamo in fila indiana alternati ai soldati; ci fa da guida l'unico ex partigiano francese che in quel momento si trova disponibile.
Un'ora di strada ci separa dalla zona operativa, ci inoltriamo su di una mulattiera mentre due soldati dietro di noi distendono un cavo telefonico, transitiamo da Castellar e "Alberto" si ferma dell'azione, non dovevamo perdere di vista; inginocchiato a terra e con lo sguardo fisso sulle postazioni nemiche, parlava al telefono da campo; erano attimi di attesa che non sapevo a cosa preludessero.
A nostra insaputa una nave da guerra alleata, al largo di Mentone, su ordine preciso del nostro comandante, si preparava ad aprire il fuoco di protezione.
Una giornata calda stava per finire, i raggi del sole illuminavano le rocce bianche davanti a noi emettendo un riverbero quasi fastidioso.
In quel breve tempo di silenzio, che dilungandosi diventava un tormento, nella mia mente prendevano forma i più assurdi pensieri: immaginavo il nemico dietro a quella barriera naturale con le armi puntate che attendeva il nostro attacco, mi tornavano alla mente i miei genitori che forse non avrei più rivisto, ogni cosa cui pensavo mi appariva mostruosa; ma nell'istante in cui lo sgomento sembrava dominare la mia mente, una secca detonazione mi faceva dimenticare ogni cosa.
Dal mare la nave da guerra, che in quei minuti di ansia avevo quasi dimenticato, spara la prima bordata, scuotendo l'intera vallata di Mentone.
Proiettili di grosso calibro, solcando l'aria sopra di noi, vanno ad esplodere sulle trincee dove il nemico pochi istanti prima attendeva in silenzio.
Alla prima detonazione ne seguiva una seconda, pezzi di roccia e schegge infuocate rotolavano fino a noi, per venti minuti un bombardamento senza respiro martellava quelle postazioni che, poco dopo, avremmo dovuto occupare.
Quell'attacco inaspettato di artiglieria mi aveva fatto rabbrividire, ero convinto che, giunto in quelle trincee, avrei trovato solo resti di carne umana e, avvilito da un'immaginario massacro, dentro di me era scomparso l'entusiasmo di una lotta agguerrita; quell'assalto aggressivo, desiderato fino a pochi minuti prima, mi sembrava non avesse più senso.
Distesi a terra guardiamo il capitano con il telefono in mano, che dirige il tiro dell'artiglieria, poi ad un tratto dal mare cessano di sparare. Il primo attacco condotto dall'esercito canadese alla frontiera di Mentone, dove i Tedeschi ripiegando si erano trincerati, poteva dirsi portato a termine con la partecipazione dei garibaldini italiani.
Si era così realizzato quel sogno da molto tempo atteso: in uno scontro diretto la nostra prima vittoria contro un nemico che fino a quel momento non ci aveva dato pace.
Il mattino seguente saprò, dal mio comandante ancora emozionato, che durante l'attacco il capitano, entusiasta del nostro comportamento, aveva annunciato al centralino da campo di Castellar che i garibaldini italiani in quel momento stavano rastrellando la cima del monte.
Durante quella notte ero rimasto nella postazione conquistata in compagnia di due soldati canadesi; sopra di noi si sentivano fischiare i proiettili delle artiglierie dei due eserciti opposti, mentre nel fondo valle si vedevano i bagliori delle esplosioni.
Trascorsa la notte con il timore di essere attaccati dai mortai nemici, col sopraggiungere dell'alba arrivano altri soldati a sostituirci.
Alla base del pendio roccioso mi ritrovo con quei compagni che, come me, avevano trascorso la notte su quella vetta conquistata il giorno prima.
Scendiamo verso Castellar, ognuno di noi racconta ogni minuto di quell'assalto indimenticabile; assalto vittorioso cui avevamo notevolmente contribuito, dimostrando di essere coerenti nel servire la nostra causa.
Giunti in paese, contornati da un affettuoso cameratismo americano, ci lasciava avviliti la fredda accoglienza dei civili francesi; purtroppo per loro noi restavamo ancora Italiani, nonostante tutto, e come tali potevamo meritare solo il loro disprezzo.
Gli Americani avevano capito che potevamo essere per loro un valido aiuto, e il 13 di settembre, a spese del Comando alleato, venivamo alloggiati provvisoriamente alla pensione Mimosa nella città di Mentone.                                                                                                                                              Giorgio Lavagna (Tigre), Dall'Arroscia alla Provenza - Fazzoletti Garibaldini nella Resistenza, Ed. A. Dominici,  Oneglia - Imperia, 1982

Lavagna ed il suo gruppo erano stati arruolati nella FSSF, First Special Service Force (chiamata anche The Devil's Brigade, The Black Devils, The Black Devils' Brigade, Freddie's Freighters), reparto d'elite statunitense-canadese di commando, impiegato anche nella Operazione Dragoon nel sud della Francia, tuttavia sciolto nel dicembre 1944; a quella data, per non farsi internare, questi garibaldini furono costretti ad immatricolarsi nel 21/XV Bataillon Volontaires Etrangérs francese. 
Adriano Maini

La disillusione di Giorgio Lavagna
Molti degli scritti di memoria partigiana comunista pubblicati in questi anni si chiudono con un alone di ottimismo: vedere le nuove lotte, operaie e studentesche, dà ai vecchi partigiani la speranza che il momento del rinnovamento sia arrivato; non è così per gli ex combattenti non politicizzati.
Il congedo di Giorgio Lavagna si stacca da questo troppo semplicistico ed illusorio ottimismo proponendo una lettura disillusa dei risultati raggiunti dalla democrazia nata con la Resistenza. Egli è stato partigiano garibaldino in Arroscia, e poi, passate le linee in Provenza, si è unito all’esercito regolare francese. Dallo scritto non emerge alcuna appartenenza politica: a spingerlo verso la lotta è l’odio verso i fascisti e il bisogno astratto di libertà. La sua conclusione è amara, poiché si rende conto a distanza di anni che gli obiettivi per cui ha combattuto non sono stati raggiunti:
"A distanza di oltre trentacinque anni, dopo aver appena terminato il racconto di un passato doloroso, nella mia mente frugo tra i ricordi di quei giorni, quando sognavo un paese libero, diretto da uomini non più fascisti, non più servi dei nazisti, ma democratici. […] Mentre mi rivedo nel fondo di quella cava, davanti agli amici che, nel riabbracciarmi, mi ammiravano, penso se era il caso di sentirmi orgoglioso per avere lottato e sofferto per migliorare una Patria nella quale ancora prevalgono incontrastati il sopruso, l’ingiustizia, il crimine. Alla fine di un immane conflitto, forse troppi che, come me, troppo presto avevano creduto al risorgimento della nostra Italia grazie all’azione di uomini nuovi, capaci e responsabili, sono stati delusi. Questo è il vero crimine. Ed è vero crimine pure che i partigiani abbiano da attendere ancora l’attuazione di quei principi per i quali hanno combattuto e, a migliaia, sono caduti". <281
Si vede qui la disillusione del protagonista di fronte ai fatti contemporanei. Egli sente che gli scopi della Resistenza non sono stati raggiunti, ma non incita le nuove generazioni a continuare la lotta in modo che quei principi vengano realizzati in futuro.
[NOTA]
281 Giorgio Lavagna (Tigre), Dall'Arroscia alla Provenza - Fazzoletti Garibaldini nella Resistenza, Ed. A. Dominici, Oneglia - Imperia, 1982, pp. 150-151.

Sara Lorenzetti, Ricordare e raccontare. Memorialistica e Resistenza in Val d’Ossola, Tesi di Laurea, Università degli Studi del Piemonte Orientale “Amedeo Avogadro” - Vercelli, Anno accademico 2008-2009 

mercoledì 5 marzo 2025

Le raffiche tedesche rendono fumanti le rocce su cui battono

Pigna (IM)

In località Colla cade il partigiano Rollo Giovanni di Giovanni (classe 1899).
Pigna è perduta, i Tedeschi vi bruciano decine di casolari e così a Buggio. Inizia il grande rastrellamento nazifascista che durerà dieci giorni e terminerà il 18 di ottobre [1944] con il passaggio in Piemonte delle forze garibaldine della V brigata. Castelvittorio viene occupata da un battaglione di Tedeschi che si accantonano nelle case migliori e vi rimangono tre mesi razziando e uccidendo molte persone e ne deporteranno cinque in Germania.
Ecco uno degli episodi di cui furono protagonisti garibaldini della V brigata nella giornata dell'8 di ottobre [1944], come racconta il comandante Giuseppe Gaminera (Garibaldi):
«...il mattino dell'8 di ottobre "Spartaco", comandante di quello che fu un distaccamento di Candido Queirolo (Marco) decimato il 14 di agosto a Baiardo, accampato nella caserma distrutta di Muratone, tramite una staffetta riceve l'ordine dal comandante "Vittò" di inviare rinforzi al distaccamento di Rocchetta Nervina. Parte il garibaldino Giuseppe Gaminera (Garibaldi) al comando di una squadra di dodici uomini; il drappello s'inoltra nella gola di Scarasan presso il bivio di Gouta.
In basso s'intravvede a tratti la strada militare percorsa da numerose colonne tedesche che salgono verso l'alto. Il Gaminera chiede informazioni ad una postazione garibaldina il cui comandante, accompagnato dal commissario e da alcuni subalterni era sceso a valle venendo tagliato fuori dalle colonne avanzanti, quindi attacca il nemmico con foga e valore, dopo di che, con gli uomini del distaccamento di Rocchetta Nervina, si sposta su posizioni più sicure presso il passo Muratone, sperando di trovarvi ancora gli altri compagni del distaccamento col comandante "Spartaco", ma invano.
Ad un tratto il Gaminera ode il mitragliatore del bravo garibaldino Nicolò Rubino (Matteotti), che aveva fatto appostare in una posizione sottostante. Ode pure i cannoni e le mitraglie che rimbombano presso Pigna. L'eco pauroso sale verso l'alta montagna ed i garibaldini immaginano cosa sta succedendo nel paese, mentre scorgono altre colonne nemiche che stanno salendo da Saorge.
Il drappello s'incammina verso il Toraggio per una strada intagliata nella roccia, buona posizione per opporre resistenza al nemico. Per il sentiero nord, giunto all'incontro con il sentiero sud presso il secondo costone, il comandante Gaminera piazza un mitragliatore Saint-Etienne ed invita "Matteotti", che intanto si era ritirato, a portarsi lassù, sul lato ovest del Toraggio, per coprire i suoi uomini.
Davanti le raffiche nemiche rendono fumanti le rocce su cui battono. "Garibaldi" apre il fuoco contro un "Majerling" nemico riducendolo al silenzio per alcuni minuti; è l'occasione per passare oltre il tiro nemico. Passa anche una capretta bianca che per caso era sul posto e che, imperterrita continua a brucare l'erba.
Ma ecco che il "Majerling" riprende a sgranare le sue raffiche, accompagnate da assordanti colpi di mortaio. Il garibaldino "Matteotti" che, rimasto sommerso con i suoi uomini e con quelli di Rocchetta Nervina dai Tedeschi avanzanti non aveva fatto in tempo a raggiungere la posizione che gli era stata assegnata, riesce in tempo a porsi in salvo.
I mortai nemici picchiano sempre più duro. Ora agli uomini di "Garibaldi" non rimangono che pochi minuti per mettersi in salvo. Il comandante ordina ai compagni di percorrere di corsa i cento metri in rapidissima salita che li dividono dalla sommità della collina, per sganciarsi dal nemico. Sono cento metri difficilissimi, il pietrame sgretolato rallenta la corsa, mentre il nemico spara con furia. Sulla collina per primo giunge "Fulmine" seguito da tutti gli altri. Ma il drappello si accorge che sul versante opposto la collina strapiomba su un abisso dove si scorgono soltanto le cime dei pini. È impossibile scendere, mettersi in salvo.
Allora "Garibaldi" punta il mitragliatore di fianco mentre gli inservienti Zambarbieri Lino (Piero), Moraglia Gerolamo (Fulmine), Allaria Battistino (Savona) e Capponi Antonio (Nino) puliscono i caricatori per evitare un inceppamento dell'arma. Il nemico è vicino, il momento è drammatico. Un prete olandese, già prigioniero dei Tedeschi e poi passato ai garibaldini di Rocchetta Nervina, trova riparo dietro un grosso sasso; prega con un rosario in mano conscio della prossima fine.
Ma ecco un po' di nebbia inghiottire la collina, mentre s'ode un Tedesco dare un calcio al mucchietto di bossoli lasciati dal mitragliatore di "Garibaldi" nella precedente posizione. Alla nebbia segue una fitta pioggia mentre la truppa tedesca passa; lo dice un vociare in tedesco, un tintinnio di armi e di borracce e un bestemmiare in dialetto dei contadini requisiti con i propri muli. Dopo parecchio tempo, il silenzio.
Dalla cresta della collina i garibaldini di Gaminera scendono sul sentiero che avevano lasciato qualche ora prima e guidati da Ballistino Allaria (Savona), di Andagna, raggiungono il casone di un pastore sperando in qualche modo di potersi sfamare. Ma ritrovano i Tedeschi ed ancora devono allontanarsi verso una baita in basso. Stremati dalla fatica quivi si addormentano sotto il fieno. Chi, all'alba, apre la porta del ricovero, scorge a cinquanta metri una sentinella tedesca presso un'altra baita; ma cammina avanti e indietro e, quando volge la schiena, uno alla volta, i garibaldini riescono nuovamente a fuggire, però devono rimanere nei dintorni perchè sono circondati.
Si cibano di castagne e dopo due giorni, con l'aiuto di un pastore di Pigna, riusciranno a raggiungere Baiardo per incorporarsi, poi, come 9° distaccamento, nel 3° battaglione comandato da Domenico Simi (Gori), della V brigata.
Un garibaldino di Rocchetta Nervina, dopo le peripezie rimasto solo con "Garibaldi", ed il prete olandese, erano ritornati verso passo Muratone...».
Osvaldo Contestabile, La Libera Repubblica di Pigna, Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia, 1985, pp. 54-56

venerdì 24 gennaio 2025

E così in quell'anno, 1943, i giorni di autunno calarono rapidi nei paesi più grigi

Il Col di Nava. Foto: Mauro Marchiani

Non mancarono, comunque, i distaccamenti che tentarono di fermare i germanici o che resistettero con le armi alle loro intimazioni di resa.
Iniziando dall’estremo ponente, i principali fatti d’armi furono i seguenti: - battaglia di Ormea (in provincia di Cuneo ma al confine con la Liguria) sulla statale 28 del colle di Nava che da Imperia porta a Fossano, combattuta tra le 19 e le 21,30 del 9 settembre tra le forze tedesche che cercavano di raggiungere la costa e i reparti italiani che tentavano di bloccare la strada. Fu probabilmente il più grosso fatto d’armi ad aver interessato la regione in quei giorni. Un battaglione autotrasportato germanico dotato di mitragliatrici e mortai si scontrò con alcune migliaia di uomini armati con mitragliatrici e alcuni cannoni leggeri da campagna. Nonostante gli italiani avessero iniziato a sistemare a difesa il paese in mattinata, furono sopraffatti - dopo un violento scontro che causò perdite a entrambe le parti - dalla manovra aggirante dei tedeschi che, divisisi in tre colonne, presero Ormea e i suoi difensori con un pesante fuoco incrociato dai due lati dell’abitato. La mattina del 10 il battaglione nemico si mosse verso la costa mentre i prigionieri furono avviati verso Alessandria il giorno 12, assieme a circa 800 altri italiani catturati nella notte tra il 10 e l’11 sulla strada tra Cesio e Nava, sul versante imperiese della statale 28. La strada fu poi presidiata dai nazifascisti fino alla Liberazione, essendo considerata fondamentale per far affluire e defluire truppe in previsione del temuto sbarco degli Alleati in riviera <41; - mentre le truppe italiane che presidiavano Ventimiglia tentavano di raggiungere Cuneo, la notte tra il 9 e il 10 un nucleo di militari fece brillare una mina che interruppe la linea ferroviaria costiera all’altezza del vecchio confine di Stato, impedendo momentaneamente l’afflusso di truppe tedesche dalla Francia via ferrovia e costringendo le stesse a impiegare quasi una giornata per sgomberare le macerie <42 [...]
[NOTE]
41. Per gli eventi nella provincia di Imperia, cfr. Biga, 8 settembre nell’imperiese, cit.; idem, L’8 settembre nell’imperiese, in “Patria indipendente”, 19 settembre 2004, pp. 28-31.
42. Telegramma del prefetto di Imperia Guglielmo Froggio, al Gabinetto del Ministro dell’interno del 10 settembre (ore 11.20), in ACS, DGPS, AAGGRR, Ag, Categorie permanenti, A5G 2ª GM, b. 145, f. 221, sf. 2, ins. 28 Imperia.
Marco Pluviano, Dal 25 luglio all’8 settembre 1943 in Liguria: fine del fascismo, sfaldamento delle Forze armate, controllo del tessuto produttivo, conflittualità politica e sociale in "le porte della memoria" - Supplemento al n. 11/12 - 2023 di Liberi

8. Il grosso della IV armata si sbandò dopo l'8 settembre tra questi salienti alpini, e fu questione di ore lo sfacelo totale dei reparti abbandonati senza comandi.
Quando iniziò lo sbandamento fu una faccenda che non pareva vera né ai militari né ai borghesi, pareva impossibile.
Ce n'erano ancora tanti in giro che dicevano di quel generale fetente della Cosseria, già famoso dappertutto per le carognate che faceva - ma va a ramengo farabutto -: eraquello che sotto i portici di Oneglia durante l'oscuramento, ficcava a tradimento la pila sui soldati in libera uscita strappando lì per lì le licenze, anche quelle agricole.
Gliele strappava a chi aveva soltanto la giubba sbottonata o magari la bustina floscia senza stecca.
Ma su per i tornanti della 28, con tutta quella nebbia e il freddo nelle ossa, con quella tristezza nel petto, sentivano tutte le foglie accartocciate nel pietrisco, pestandole.
Erano lì a pestarle inutilmente essendo che ormai tutti avevano capito anche senza quel generale della Cosseria; e allora fu una rabbia ancora più bastarda in sequenza di automi scricchiolìo di salmerie mezzi cingolati e carriaggi semoventi, andandosene in malora; andavano avanti senza sapere dove con quel vuoto nello stomaco come di nausea e di umidità.
In andirivieni frettoloso gli ufficiali all'ultimo se la squagliavano, mentre uscivano dai paesi facendo i pesci balocchi, e travestendosi in fretta con la roba dei borghesi.
- Si capisce che è tutta una porcata, ma è così: non ci vedi adesso che tutto va a ramengo per la miseria, e così in fretta che non si è mai visto? Però a rimetterci anche le braghe sono sempre questi qui, scarpinando in grigioverde con le stellette della naia -, diceva la gente.
Subito dopo quel lungo scarpinare a vanvera da una curva all'altra, arrivarono due graduati tedeschi in sidcar, con mitra e pistola bene in vista.
Ripresero il possesso di tutta la statale 28 da Oneglia a Ormea, compresi i dintorni da una parte e dall'altra, per conto della Werhmacht in nome del feldmaresciallo Rommel che allora comandava tutto l'occidente: e così finì lo sbandamento da queste parti, nell'autunno del '43.
Però la gente non volle più aspettare né gli ordini né i contrordini, che tanto ormai a tutti gli girava l'elica; e nessuno ci capiva niente di come fosse la situazione, girala come vuoi che tanto era sempre uguale.
Dalle città dai paesi e dalle borgate, dappertutto, come non si era mai visto per la gran sveltezza, la gente cominciò a bottinare piglia chi piglia, e fecero così: entrarono subito nelle caserme frugando in cataste smontando autornni assalendo depositi e trafficndo ogni cosa velocemente.
Da Pieve di Teco in su, nelle cunette della 28 ad ogni curva, c'erano cassette di munizioni ancora intatte, con pile di bombe a mano ad ogni paracarro.
Nei fossi dei Forti di Nava c'erano quintali di tritolo appena arrivato ancora impacchettato in cumuli di saponette, buttato là alla rinfusa.
9. I semoventi e i traini li avevano fatti rotolare subito col si salvi chi può senza tante balle, giù per gli scoscendimenti di Montescio.
Bastarono pochi spintoni ben dati e qualche scrollata di spalle, per quelle arature tra i carpini, sempre più giù come valanghe dentro cespugli e prati fino in fondovalle.
Allora la gente cominciò ad avere paura alla vista di quella baraonda a quel modo, con tutto che andava di storto sempre di più; non c'era più nessuno a comandare ed era una vergogna, invece c'era quel gran disordine dello sbandamento militare.
Macché disciplina o rispetto dei gradi o logica del buon senso in questo crollo generale, alé tutto a buttemburgo e non  se ne parla più.
E così in quell'anno, 1943, i giorni di autunno calarono rapidi nei paesi più grigi, in soprassalti di sfacelo di disastro e di tradimento dappertutto.
Rimase a lungo nella gente lo squallore appiccicato alla pelle dalla prima pioggia, che durava senza poterselo togliere.    
Ma qualcuno fatto a modo suo ci fu ancora testardo come un mulo col sangue nelle vene, e rabbia sempre di più da stringere i denti; a qualcuno gli era rimasta l'idea bizzarra ben ficcata in testa come un chiodo, e così per la strada si impuntò non disarmando manco a morire.
- E forza dai, chissà come sarà o da soli o in compagnia; ma porcavacca poi si vedrà come sarà.
Non sembrava vero, sembrava impossibile voglio dire che dovesse finire a quel modo tutto di baracca, dopo quelle prepotenze guerresche; anche la gente di questi paesi già tutta intrigata, chissà non lo sapevano come succedeva - ma fa lo stesso perdio, ecco lì come si fa -, dicevano tutti d'accordo.
Diedero tutti insieme una mano, che fece anche bene al morale pensandola tutti uguale contro i nazifascisti; così cominciò la ribellione qui e nelle altre valli tutto intorno, che pareva fossero suonate le campane alla grande.
I tedeschi allora diventarono più diffidenti e subito si sistemarono ben bene nei bunker e nei posti di blocco, non si sa mai. Poi si impratichirono dei prelievi della roba a colpi sicuri con la prepotenza, raus raus kaputt, senza fermarsi entrando dappertutto; infine girarono per le valli con gli sputafuoco sempre in funzione, mettendosi gli ostaggi davanti nei rastrellamenti da un paese all'altro.
Ci andarono subito di brutto senza tante confidenze con gli estranei e nemmeno coi fascisti; gestapo SS e guastatori chiusi in plotoni sparavano a vista con molta facilità senza distinguere.
In questo modo non ci fu bisogno di spiegazioni: la nostra gente capì benissimo che anche qui era arrivata la malora; capì che si andava proprio a ramengo tutti insieme allo stesso modo in una volta sola e fino in fondo.
La gente lo capì senza scordarselo mai più nemmeno dopo; per la miseria se lo capì che quand'è così, in qualunque modo sia, è sempre così non potendosela cambiare: e dunque così sia.
Osvaldo Contestabile, Scarpe rotte libertà. Storia partigiana, Cappelli editore, 1982,  pp. 15-17

sabato 30 dicembre 2023

Dopo lo sbarco alleato in Provenza erano giunte a Camporosso altre truppe tedesche

Il torrente Nervia all'altezza di Camporosso, il centro urbano di Camporosso, le colline che separano Camporosso dalla Val Roia, visti dalle alture di Dolceacqua

Dolceacqua (IM): una vista sino alle colline della zona di Bevera, Frazione di Ventimiglia

La V brigata «L. Nuvoloni», ormai conscia dei prossimi drammatici giorni, aveva ritirato tutte quelle squadre garibaldine che si erano recate in missione e sospeso le azioni di guerriglia ad eccezione di quelle condotte dall'ufficiale alle operazioni «Doria-Fragola» [n.d.r.: Armando Izzo] che con una squadra del distaccamento «Leo» il 2 di ottobre [1944] aveva combattuto nei pressi di Saorge e di Camporosso, e delle quali abbiamo già parlato.
Quattro brigatisti neri vengono catturati e giustiziati perché sorpresi con le armi alla mano.
Durante una puntata a Torri (Ventimiglia), il nemico uccide i civili Ballestra Francesco e Ballestra Carolina.
Intanto si decide uno scambio di prigionieri; per questo motivo il 2 di ottobre da San Remo giunge a Pigna l'agente S.I.M. «Germano» per trattare lo scambio di quattro Tedeschi fatti prigionieri dal distaccamento di «Gino», contro quattro garibaldini condannati a morte, in mano nemica. L'incontro definitivo avviene ad Apricale tra i garibaldini «Nuccia» [Eugenio Kahnemann] e «Demetrio» da una parte e i Tedeschi dall'altra. L'appuntamento viene fissato per il giorno 9 (da una relazione di «Nuccia» e «Ormea» inviata il 6.10.1944 al Comando della V brigata).
Parte per la Francia il partigiano Pedretti Giulio (Corsaro) <7, come corriere staffetta presso la Missione Alleata (Leo) [Stefano Carabalona] <8, con lo scopo di organizzare i rifornimenti di armi alla V brigata e alla divisione «F. Cascione».
Viene respinta dal Comando partigiano la richiesta di trattative avanzata dai nazifascisti, conoscendo quanto valga la loro parola d'onore. I nazifascisti avevano, d'altronde, provveduto al piazzamento di batterie e di cannoni a San Giacomo (tra Camporosso e Ventimiglia), a Camporosso in val Roja a quattro chilometri da Ventimiglia, nei canneti presso Bevera e a Roverino (Casa Colli), con osservatorio a quota 475 di monte delle Fontane.
Per mezzo di un maresciallo i Tedeschi, alle 19 del primo ottobre, avevano invitato la popolazione di Isolabona ad abbandonare la campagna e far ritorno nel proprio paese con tutto il bestiame e le masserizie perché i giorni seguenti sarebbero iniziati gli attacchi contro Pigna, Castelvittorio, Buggio, ecc. con cannoneggiamenti di artiglieria pesante. Immediatamente la V brigata entrava in stato d'allarme e ordinava al primo distaccamento di trasferirsi nella zona prefissata di passo Muratone per prendere contatto col 4° [distaccamento] di stanza a Pigna. Il nemico stabiliva pure un presidio di venti uomini a Baiardo in casa Vighi che, a novembre, verrà sostituito da una compagnia di bersaglieri. Vi resterà fino alla liberazione (circa 150 uomini).
Dopo lo sbarco [degli Alleati] in Francia (15 agosto) erano giunte a Camporosso altre truppe tedesche oltre a quelle già presenti, ed il 15 di ottobre vi si insediava l'Ortskommandantur. Il Comando aveva ordinato in quei giorni la evacuazione forzata della popolazione delle frazioni di Brunetti, Balloi, Trinità, Ciaixe, che vennero occupate da truppe che costituirono una seconda linea in previsione di una avanzata delle forze alleate ormai giunte alla frontiera italiana.
Era stato minato tutto il letto del torrente Nervia e piazzate batterie costiere e antiaeree su tutte le alture: centinaia di mitragliere e cannoni. Per i lavori di fortificazione i Tedeschi rastrellano molti civili, tra questi Basso Giuseppe che muore il 20 di ottobre in un incidente. Il giorno 18 i Tedeschi fucilano per rappresaglia a Ventimiglia, in frazione Sant'Antonio, i civili in ostaggio Guglielmi Maria, Guglielmi Caterina, Guglielmi Carlo, Guglielmi Giovanni, Pegliasco Battistina e Tracchini Gino.
Il 26 attaccano per la terza volta il paese di Rocchetta Nervina seminando rovine; con questi metodi cercano di salvaguardare la nuova linea di difesa in assestamento. Per lo stesso motivo il 28 rastrellano senza pietà Olivetta San Michele e il 29, durante una giornata piovosa, la popolazione di Airole al completo è costretta alla deportazione. Deve andare a piedi fino a Tenda. Si verificano scene pietose di ammalati e di persone maltrattate; mamme lattanti sono costrette a camminare di corsa sotto la minaccia della frusta tedesca e così vecchiette cariche di fardelli e nipotini. Alcune persone riescono a fuggire e a nascondersi a Briga e Tenda. Muore la civile De Franceschi Ivone.
Colla popolazione di Airole ci sono anche quelle di Collabassa, di Olivetta, di Piena e di Fanghetto: vengono portate in treno fino a Torino e alloggiate alle casermette di Borgo San Paolo. I profughi non trovano nulla di preparato perché le autorità civili non erano state messe al corrente del loro arrivo. Poco cibo e nessun riscaldamento.
Morirono a Torino dieci abitanti di Airole e quattro di Collabassa. Molte famiglie della città pietosamente avevano ospitato nelle loro abitazioni i bambini dei profughi. I parroci avevano seguito la popolazione.
Dopo qualche giorno i Tedeschi decidono d'inviare i profughi, circa trecento persone, a Verona, con l'intento di internarli in Germania.
Intanto avevano bruciato completamente Airole e gli altri paesi di frontiera e fucilato i civili Boetto Giobatta e Pallanca Pietro.
[NOTE]
7 L'attività di Pedretti Giulio («Corsaro» o «Caronte») conta ben 27 traversate con motoscafo e barche a remi per il trasporto di materiale sulla costa italiana. Le armi che giunsero al Comando della V brigata furono trasportate in gran parte da lui. Inoltre, abitando egli a Ventimiglia, diede alloggio e ricovero a tutti coloro che erano di passaggio in missione, diretti o di ritorno dalla Francia e in conseguenza di ciò ebbe la casa distrutta per rappresaglia.
8 La missione «Leo» era composta da Luciano Mannini (Rosina), Pedretti Giulio, «Pascalin» [Pasquale Corradi] e da alcuni altri già menzionati precedentemente. Però la sua piena attività ebbe inizio nel dicembre del 1944 con la messa a punto di apparecchi trasmittenti. La missione continuò la sua opera anche per mezzo della cospiratrice «Irene» che, però, catturata dalle SS tedesche, fu motivo di pericolo per l'organizzazione. Inseguito dal nemico «Leo» riuscì a portarsi presso la clinica «Moro» per farsi medicare, di lì a Bordighera presso la Maternità e Infanzia ove venne curato e assistito. Poi, con la protezione di «Renzo il Rosso» [Renzo Rossi] e «Renzo il Lungo» [Renzo Biancheri], fu portato a casa del Rosso» [n.d.r.: nella testimonianza di Renzo Biancheri, invece, in casa sua] con a disposizione il dottor De Paoli. Deciso il suo trasferimento in Francia e imbarcato presso la postazione [a Vallecrosia] dei bersaglieri a contatto coi partigiani, dopo lo scambio della parola d'ordine «Lupo», in compagnia di «Rosina» e di «Renzo» [n.d.r.: dei due  Rossi e Biancheri] raggiunse la Francia in cinque ore di navigazione alla cieca. Ricoverato in un ospedale francese «Leo» poté essere strappato alla morte. (In modo più esteso i dettagli saranno narrati nel capitolo LIV).
Francesco Biga, Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), Vol. III. Da settembre a fine anno 1944, ed. Amministrazione Provinciale di Imperia e patrocinio IsrecIm, Milanostampa, 1977

sabato 18 febbraio 2023

Il reparto speciale antiribelli della Questura si sposta frequentemente

Dintorni di Triora (IM). Foto: Eleonora Maini

A maggio 1944 i distaccamenti partigiani dipendenti da Nino Curto Siccardi ammontavano a sei, considerando anche il gruppo di Mirko (Angelo Setti, in seguito vice comandante della IV^ Brigata "Elsio Guarrini" della II^ Divisione "Felice Cascione").
Nel medesimo periodo i tedeschi emanarono un ultimatum diretto ai "ribelli" che agivano in montagna. Un titolo eloquente: "Si tratta dell'ultima occasione". Pervenne ai patrioti sotto forma di volantini lanciati da alcuni aerei.
Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell’Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945) - Tomo I, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998-1999
 
Nei primi giorni del maggio 1944 esce il bando fascista contraddistinto dalla frase "È L'ULTIMA OCCASIONE", col quale ancora una volta si intima ai militari di presentarsi, e ai partigiani di deporre le armi, pena la morte, fissando il 24 maggio 1945 come termine di scadenza per la presentazione stessa.
Vittò [Ivano/Vitò, Giuseppe Vittorio Guglielmo], Erven [Bruno Luppi], Tento [Francesco Tento, già sergente maggiore dei reparti repubblichini G.A.F. (Guardia Armata alla Frontiera)] e Marco [Candido Queirolo] fanno affiggere alcuni esemplari del manifesto nei pressi delle baite che servono da alloggiamento, perché tutti i partigianipossano liberamente scegliere se andare o stare.
Nessuno va; anzi, ogni giorno arrivano nuove reclute.
Giovanni Strato, Storia della Resistenza Imperiese (I^ zona Liguria) - Vol. I. La Resistenza nella provincia di Imperia dalle origini a metà giugno 1944, Editrice Liguria, Savona, 1976, ristampa del 2005 a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia

Nella settimana testè decorsa l'attività dei ribelli nel territorio di questa provincia è stata particolarmente intensa.
Il 9 corrente, in ora imprecisata, in località campestre prossima alla frazione S. Lazzaro del Comune di Chiusavecchia, ignoti tagliavano il filo della linea telefonica militare tedesca, interrompendo le comunicazioni, a scopo di sabotaggio.
In ora imprecisata del 12, ignoti, in territorio del Comune di Mendatica, a scopo di sabotaggio, hanno tagliato i fili della linea telefonica militare tedesca, interrompendo le comunicazioni.
Nel territorio sovrastante Oneglia si sono pure verificati tagli di fili della rete telefonica militare germanica.
L'autorità militare tedesca ha richiesto degli ostaggi per la vigilanza delle linee telefoniche nelle località ove si sono verificati i suddetti atti di sabotaggio.
Un buon numero di ribelli armati si è portato nel bosco "Bugliena" in frazione di Buggio di proprietà del Comune di Pigna, e nel bosco "Colletta Manaira" in territorio del Comune di Castelvittorio, entrambi in via di utilizzazione.
I ribelli hanno imposto agli operai di sospendere immediatamente i lavori, avvertendoli che qualora si fossero presentati nel bosco sarebbero stati fucilati.
Alcuni operai furono incaricati di diffidare il proprietario a continuare il taglio, minacciando di incendiare i boschi e distruggere la teleferica.
Tale episodio ha prodotto la sospensione dei lavori di taglio e quindi la diminuzione della produzione di legna e carbone per i bisogni della popolazione civile.
Se tali episodi dovessero ripetersi ci si troverebbe nella impossibilità di mantenere la produzione con il ritmo regolare adeguato ai bisogni della provincia.
Tre sconosciuti disarmati, qualificatisi "patrioti", sono entrati nella scuola elementare di Pieve di Teco e hanno asportato due cartelli dell'alfabeto con le parole "bandiera", "fascio" ed il quadretto del martire maltese Carmelo Borgo PISANI.
Pure a Pieve di Teco, cinque così detti "patrioti" asportavano, con la minaccia delle armi, l'apparecchio radio della scuola.
Nella frazione Montegrosso del Comune di Mendatica, alcuni ribelli hanno asportato con violenza la bandiera della scuola, nonostante l'opposizione dell'insegnante.
Nella notte sul 12 corrente, nel Comune di Triora, tre sbandati costringevano, sotto la minaccia delle armi, l'esercente della rivendita generi di monopolio Caprile Leonardo a consegnare loro tabacchi e cerini per l'importo di £. 1275, da essi rimborsato.
Il 14 corrente, verso le ore 23, in Cervo S. Bartolomeo, quattro ribelli armati di moschetto, pistola, pugale e bombe a mano, si presentavano nell'abitazione del capitano marittimo Calo Attilio di anni 62, assente, e procedevano ad una perquisizione, asportando preziosi, danaro, buoni del tesoro ed oggetti vari, arrecando un danno di lire 100.000 circa.
Il 10 corr. in regione "Colle Manaira" tra "Carmo Langan" e "Palazzo Maggiore" 15 ribelli armati fermavano alcuni boscaiuoli, strappando i documenti che portavano addosso. Di poi si presentavano nell'abitato della frazione di Buggio, prelevando 6 giovani. Tale fatto suscitava vivo allarme in quella popolazione, la quale è costretta a subire la violenza dei ribelli ed a favorirli, in quanto non si sente tutelata dalle forze legali, che o non sono presenti o arrivano sul posto troppo tardi e quando i ribelli hanno abbandonato la zona.
Il 15 corrente, in località "Chiappe" [Chiappa] del Comune di Cervo S.Bartolomeo, otto ribelli armati prelevavano, con violenza, nella propra abitazione, il contadino CASALINI Stefano, fascista, il cui cadavere veniva poi rinvenuto - ucciso con colpi d'arma da fuoco - successivamente in contrada campestre del Comune di Andora (Savona).
Viene segnalato che gruppi di ribelli dai baraccamenti di "Cima Marta" e "Monte Grande" si sono spostati verso "Bregalla" e "Cetta", occupando case dei contadini della zona. Tali gruppi sarebbero comandati da un ex sergente maggiore, certo ZENTA Pietro [n.d.r.: Pietro Tento], già appartenente alla G.A.F. del sottosettore di Triora.
I capi delle bande di ribelli di questa Provincia, ex tenente colonnello VANNI (ora autopromossosi generale) ed il tenente colonnello di artiglieria CALORETTI, già comandante il gruppo di Molini di Triora, si sarebbero recati nel Cuneense.
E' stato segnalato che una forte banda di ribelli armati ed inquadrati, in uniforme grigio-verde dell'ex-esercito, ha sostato nel territorio di Pornassio, proveniente dal comune di Alba (Cuneo), dirigendosi poi verso la frazione di Nava del comune di Pornassio. Si apprende che tale banda sia stata rifornita di armi e munizioni la notte sul 12 corr. da aerei nemici, e che altre bande di eguale forza, provenienti pure da Alba (Cuneo) si sarebbero dirette contemporaneamente nella zona di "Monte Melogno" del comune di Calizzano (Savona).
Da qualche giorno nella zona sita tra il Colle S.Bartolomeo (comune di Borgomaro) ed il colle di S. Bernardo (comune di Rezzo) viene notata la presenza di più nuclei di ribelli, costituiti ciascuno di 20 uomini circa, i quali, per il momento, si mantengono lontani dagli abitati.
Fonte sicura segnala che preponderanti forze di ribelli, suddivise in bande di 30 uomini ciascuna, trovansi distaccate nella zona campestre tra Pigna, Cima Marta, Colle Ardente, Monte Saccarello - Molini di Triora. Il loro numero sarebbe di circa 2000. Sono armati di armi automatiche (mitragliatrici e fucili mitragliatori), di mortai da 45 e da 81, di mitra, di moschetti e di bombe a mano.
La dotazione di ogni banda sarebbe di una mitragliatrice con 1000 colpi, di due mortai da 45, con circa 50 granate e di un fucile mitragliatore con circa 1000 colpi. La dotazione individuale sarebbe di un fucile o moschetto con 5 o 6 caricatori e di tre bombe a mano.
In località Goina, in valle del Capriolo, frazione di Triora, si troverebbe una banda comandata da 3 ex ufficiali, che presidia le località di Verdeggia, Carneli e Realdi [Realdo].
Da qualche giorno gruppi di ribelli si sono portati oltre Buggio ed il bosco di "Bugliena", incitando anche i giovani ad arruolarsi tra i partigiani. Risulta che un ex tenente, certo LOLLI [Giuseppe Longo], tiene il collegamento tra le bande suddette con quelle di Nava.
Il reparto speciale antiribelli della Questura si sposta frequentemente ovunque venga segnalata la presenza di ribelli.
Nella decorsa settimana si è portato in territorio dei comuni di Chiusavecchia e di Borgomaro, prelevando alcuni ostaggi e procedendo al fermo di renitenti.
Continua l'assunzione del personale ausiliario agenti, laddove alcuni ausiliari dimostratisi inidonei, specie per motivi disciplinari, sono stati licenziati.
L'addestramento tecnico e professionale del personale ausiliario procede con ritmo accelerato mediante lezioni giornaliere impartite da Funzionari di polizia.
Fervono tuttora le indagini per la scoperta degli assassini del parroco di Castelvittorio, già segnalato con la precedente relazione.
La situazione economica della provincia è stazionaria.
Circa la situazione del personale Funzionari di polizia si fa presente che è stato testè disposto il trasferimento del Commissario Agg. VERRUSIO Roberto da questa provincia a Vicenza, senza sostituzione.
Data la nota deficienza di personale effettivo in questa Provincia, si prega di voler provvedere, con l'urgenza che il caso richiede, alla sostituzione del Verrusio ad Imperia con altro Funzionario effettivo, facendo presente che alla Questura del Capoluogo prestano attualmente servizio soltanto tre funzionari effettivi, il cui numero è assolutamente insufficiente alle esigenze dei vari servizi di polizia, nelle attuali contingenze, specie se si considera la necessità, non infrequente, di dover inviare in altre località della Provincia funzionari per accertamenti ed inchieste di carattere politico.
Ermanno Durante, Questore di Imperia, Relazione settimanale sulla situazione economica e politica della Provincia di Imperia, Al Capo della Polizia - Maderno, 15 maggio 1944 - XXII. Documento "MI DGPS DAGR RSI 1943-45 busta n° 4" dell'Archivio Centrale dello Stato di Roma

venerdì 18 novembre 2022

Gli acquazzoni si susseguono incessanti per tutta la giornata e i garibaldini sono bagnati fino alle ossa

Carnino Superiore, Frazione di Briga Alta (CN). Fonte: Mapio.net

Dopo monte Vetta è perduto il passo Muratone; il distaccamento comando della V brigata è obbligato a indietreggiare da Carmo Langan e a ritirarsi su Triora. Il Comando brigata si prefigge, nell'eventualità di una ritirata, di seguire la direttrice Triora-Piaggia per raggiungere il Comando divisione.
Il distaccamento di "Moscone" [comandante "Moscone", Basilio Mosconi] che si trovava a Cima Marta per proteggere Pigna dal lato di Briga e che, esaurito il suo compito, attendeva ordini precisi, alle 11 del giorno 9 [ottobre 1944] è messo in allarme dalle vedette: una colonna tedesca sale da Briga, il distaccamento si mette in postazione e l'attacca con raffiche di mitraglia per rallentare la marcia e permettere alla colonna dei muli diretta a Bregalla di guadagnare terreno e mettersi al riparo. Gli acquazzoni si susseguono incessanti per tutta la giornata e i garibaldini sono bagnati fino alle ossa; camminano stanchi e taciturni, quasi abbiano paura di parlare. Bregalla è raggiunta nelle prime ore della notte e gli uomini cercano riposo nei casoni presso monte Castagna insieme a un gruppo del distaccamento di "Lilli", confortati dalle castagne bollite, in attesa dell'alba.
[...] Circa 400 Tedeschi si piazzano a Collardente e 300 nella zona di Pigna; altre truppe con cannoni aprono il fuoco su Buggio nel tentativo di annientare reparti del 4° distaccamento posto a difesa della zona.
Oltre 200 Tedeschi si dispongono in offensiva nella zona di Graj. Si delinea il grave pericolo dello sbarramento della via di ritirata Triora-Piaggia.
Il comandante "Vittò" [anche "Ivano", Giuseppe Vittorio Guglielmo] col suo Stato maggiore cerca di studiare un nuovo schieramento facendo perno su Triora con utilizzazione del 3° del 1°, e di metà del 5° distaccamento, in posizione nella zona sopra Bregalla; il 2°, il 6° e il distaccamento comando sono già a Triora da dove cercano di richiamare l'8° distaccamento di "Gori".
Informata dalla situazione, la I brigata pone vigilanza alla strada che da Collardente porta alla galleria del Garezzo ove sono già in perlustrazione pattuglie avanzate tedesche.
Il distaccamento di Gino Napolitano (Gino) che, trovatosi imbottigliato da sud-ovest del monte Ceppo, si era portato a Baiardo, di lì a Carmo-Langan e poi a Buggio, subìto lo sbandamento riesce a riordinarsi a Triora insieme a gli altri reparti.
Nei giorni 10 e 11 la calma si ristabilisce. Il nemico sembra abbia subito una battuta d'arresto; sembra stia ordinando le proprie fila, preparando nuovi piani d'attacco. Le perdite garibaldine sono gravi, molti gli sbandati e le armi perdute.
Durante questa tregua il distaccamento di "Gino" ritorna a Carmo-Langan con lo scopo di proteggere il ripiegamento della brigata da un eventuale pericolo di sorpresa. Il lavoro dei commissari, provvisoriamente interrotto, viene riattivato a Triora; si curano i migliori elementi per porli candidati ai tre battaglioni della brigata in via di ricostituzione.
In questo precario periodo di vita della V brigata i garibaldini hanno dimostrato grande compattezza e massimo affiatamento coi Comandi; ciò verrà confermato nei giorni seguenti con l'ulteriore spostamento a Piaggia, poi a Carnino e infine a Fontane in Piemonte.
[...] Intanto il distaccamento di "Franco" raggiunge Piaggia il 12 assieme ad una quindicina di garibaldini di "Leo". Da Ventimiglia giungono notizie che i Tedeschi stanno risalendo la valle Roja in forze, lasciando sulla costa solo elementi della marina, mentre a Oneglia pattuglie formate da nazisti e brigate nere partono per perlustrare le strade che danno accesso alle vallate.
La situazione diviene nuovamente critica.
I Tedeschi, distruggendo e incendiando case e fienili per la campagna, compaiano nei dintorni di Triora e la banda locale di Molini si sbanda.
Anche la IV brigata si prepara al peggio: il 7° distaccamento di "Veloce" si tiene pronto a partire per spostarsi sotto monte Ceppo sperando di venirsi a trovare alle spalle dello schieramento nemico, qualora questi operasse verso sud in valle Argentina; nella notte sotto il monte giungono garibaldini sbandati del distaccamento di "Gino" attaccato in mattinata a Langan. Molini è investita da colonne di nazifascisti che riprendono l'offensiva il mattino del 13.
Le prime raffiche prolungate si odono di fronte all'accampamento del distaccamento di "Moscone"; colonne di fumo s'innalzano dai tetti delle case di campagna in località Goletta, il nemico dà fuoco a tutto quello che scorge, compresa la casa ove era stato posto il Comando della V brigata.
Il distaccamento riesce a prendere posizione sul monte Castagna e a rimanervi per quatto ore. Al tramonto, ricevuto l'ordine da "Vittò" di spostarsi, dopo una marcia notturna sotto lo scrosciare incessante della pioggia e per sentieri invisibili ed infangati, raggiunge il paese di Piaggia sul fare dell'alba.
I Tedeschi avevano annunciato il loro arrivo a Triora con una breve sparatoria su Langan, dopo aver attraversato il bosco di Tenarda; come abbiamo accennato, incendiati i casoni della Goletta, scendono per i castagneti di Mauta e giunti in località La Besta non proseguono sulla via maestra ma deviano per una scorciatoia che porta alla Noce, indizio evidente che qualche conoscitore dei luoghi li stava guidando.
Giunti nel luogo detto Casin sparano al campanile del capoluogo, come avviso del loro arrivo.
Ondate di soldati tedeschi si susseguono per tutta la giornata. Si fermano nel paese occupando le case private Tamagni, Capponi, Bonfanti, Ausiello, Costa, Moraldo, ecc. L'artiglieria sosta sotto i portici dell'asilo e dell'ospedale; ivi sostano pure le cucine della truppa, mentre la sanità viene sistemata in casa di Lina Novaro (La Baracca) ed i cavalli nella scuderia del "Casermone".
Intanto tutta la V brigata è in ripiegamento verso Piaggia. Avviene in modo ordinato e con calma. Al tramonto del 13 tutti i distaccamenti sono nella zona in attesa di una sistemazione provvisoria. In due giorni la formazione viene riorganizzata con gli effettivi rimasti in efficienza comprendenti 350 garibaldini.
Mancano ancora i distaccamenti di "Gino" che, rimasto tagliato fuori, riuscirà in seguito a raggiungere Piaggia attraverso il passo della Mezzaluna e la galleria del Garezzo, scansando le colonne nemiche, e l'8° distaccamento di "Gori" (4), in posizione avanzata a Beusi, a monte di Taggia, ove rimarrà per tutto il mese appoggiato a levante dal 3° battaglione di "Artù" della IV brigata.
[...] Anche le forze garibaldine si erano preparate per collaborare allo sbarco alleato.
A Piaggia il comandante "Simon" [Carlo Farini], dopo l'amara delusione subita i primi giorni di settembre, cercava di rendere efficiente al massimo la II Divisione Garibaldi "F. Cascione" a cui era assegnato il compito di scendere sulla costa per occupare il capoluogo e San Remo.
A tale proposito il 26 di settembre "Curto" [Nino Siccardi] aveva dato istruzioni a tutti i S.I.M. di raccogliere tutte le informazioni possibili sulla dislocazione delle forze nemiche, sul loro armamento, sull'ubicazione delle sedi dei Comandi, dei posti di blocco, delle postazioni, dei magazzini, ecc.; sulla consistenza delle forze e dei trasporti militari.
Vennero preparati due piani, uno generale e l'altro dettagliatissimo, per l'occupazione del capoluogo (1).
Il piano generale venne trasmesso il 6 ottobre da "Curto" e dal Capo di S.M. ai Comandi della I, IV e V brigata e prevedeva il concentramento dei distaccamenti nel modo seguente:
I Brigata: tra Cesio e Pieve di Teco.
IV Brigata: tra Borgomaro e Carpasio.
A disposizione, per l'occupazione di San Remo:
Battaglione "Artù" (3° battaglione della IV Brigata)
Distaccamento "Gino" (della V Brigata)
Distaccamento "Gori" (della V Brigata)
Quindi, la formazione di colonne-trasferimento con i seguenti itinerari:
I Brigata: Cesio-monte Arosio-monte Torre-Evigno-Diano Arentino-Costa d'Oneglia.
IV Brigata: Borgomaro-passo delle Ville San Pietro-Colla Bassa-Borgo Sant'Agata.
V Brigata: monte Faudo-Lecchiore-Dolcedo.
Il Comando divisione avrebbe dovuto marciare con la I brigata.
Prima di procedere all'occupazione delle due località di Porto Maurizio e di Oneglia, la divisione avrebbe dovuto attestarsi sulla seguente linea:
V Brigata: Poggi-Caramagna-Cantalupo-Artallo.
IV Brigata: Borgo Sant'Agata-Borgo d'Oneglia.
I Brigata: Costa d'Oneglia-Gorleri-capo Berta.
Comando divisione a Costa d'Oneglia.
Inoltre, nel piano facevano seguito le disposizioni per i successivi obbiettivi da raggiungere, e le disposizioni varie che si ricollegavano a quelle del piano dettagliatissimo composto da nove pagine dattiloscritte, con tredici allegati e tre piantine relative ai collegamenti, agli eventuali ripiegamenti, al servizio sanitario, ecc (2).
Intanto le S.A.P. avevano preparato venti squadre di difesa cittadina composte ognuna da circa dieci combattenti, in gran parte membri delle cellule del Partito comunista italiano.
Ma fu lunga l'attesa; lo sbarco alleato non avvenne e tutto precedette come prima: rastrellamenti, rappresaglie, incendi, a cui si  contrapponeva la Resistenza di un popolo e delle sue formazioni garibaldine in armi. Così fino alla liberazione.
(1) Progetto occupazione Imperia del 6.10.1944, prot. n° 762/R/24.
(2) Ordine di operazioni n° 1, del 28.10.1944.
 
[...]
"Relazione di Curto sui fatti di Upega
Alla Segreteria della I Zona Liguria
Dal Comando II Divisione d'Assalto Garibaldi "F. Cascione"
Zona, 2 novembre 1944, n. 34/Q/15 di prot.
Oggetto: Relazione sui fatti di Upega.
Alla Segreteria I Zona.                                                                               
Con l'occupazione di Ormea si delineava la minaccia di un attacco ai distaccamenti della I brigata e così pure a quelli della V rifugiatisi presso il Comando di divisione in Piaggia.
Si predispongono imboscate lungo la 28, da Ormea a Ponte di Nava e Forti di Nava sino a S. Bernardo di Mendatica. La sera del 15 forze tedesche attaccano S. Bernardo che viene evacuata rapidamente dalle nostre formazioni. Già nella giornata l'ospedale di Valcona era stato sgomberato ed i feriti che si trovavansi in Piaggia erano stati trasportati con barelle a Upega decidendo di lasciarli in questo paese con l'assistenza medica ed il minimo di personale indispensabile.
Delineatosi l'attacco su S. Bernardo, tutti i distaccamenti della I e V brigata ricevettero l'ordine di ritirarsi in direzione di Carnino, considerando già l'eventualità di un ulteriore spostamento su Fontane in caso di necessità.
Il giorno 16 una parte delle forze raggiungeva Carnino mentre un'aliquota minore arrivava solo a Upega. Io arrivavo a Upega nella mattinata del 16 e vi facevo fermare le forze che ancora vi si trovavano perchè potessero assolvere un conveniente servizio di guardia ed eventuale difesa. Furono predisposte due postazioni con mitragliatrici, una a Colla Bassa, l'altra sulla strada che proviene da Piaggia.
In giornata mi recavo a Carnino ove facevo fermare e dislocare i distaccamenti quivi arrivati; quindi ritornavo a Upega per avere informazioni sullo sviluppo dell'attacco a S. Bernardo.
Le notizie sembravano favorevoli, in quanto pareva che i Tedeschi non fossero arrivati neppure a Piaggia.
Stando così le cose e nella speranza di evitare, fin che fosse possibile, un ulteriore ripiegamento fino a Fontane, decido di organizzare in Upega il Comando di divisione dandone immediata disposizione. Difatti il giorno dopo, verso mezzogiorno, i componenti del Comando arrivano provenienti da Carnino. Il mattino del 17 pensiamo, d'accordo col dott. De Marchi, di trasportare i feriti da Upega a Carnino, ma poiché in Upega non ci sono gli uomini necessari, dobbiamo mandare a chiedere 50 uomini a Carnino che sarebbero dovuti arrivare il 18 mattino per provvedere al fabbisogno.
Come misura di sicurezza, alle due postazioni sopradette aggiungiamo una pattuglia avente lo scopo di sorvegliare la strada militare che attraversa il bosco delle Navette sopra Upega. Pare che i due uomini inviati di pattuglia, raggiunta la casa dei cacciatori vi si siano rifugiati, mettendovisi a dormire; furono così sorpresi da una colonna di Tedeschi proveniente da Briga Marittima e trucidati. I Tedeschi poterono così avvicinarsi ad Upega senza che venissero segnalati, e nelle prime ore del pomeriggio veniva dato l'allarme quando già si trovavano nelle immediate vicinanze del paese. Mentre la popolazione del paese ed i nostri uomini scappano per mettersi in salvo, assieme a "Giulio"
[Libero Remo Briganti] do ordine di provvedere per i feriti e quindi ci rechiamo nella direzione dei Tedeschi, colla speranza di poterli trattenere un po' per dar modo di porre in salvo i feriti nella vicina cappella del cimitero, come già convenuto in caso di bisogno. Ma purtroppo i Tedeschi sono ormai a non più di 50 metri da noi, mentre "Giulio" rimane subito mortalmente ferito da una pallottola che gli perfora il ventre.
Cerco allora di porre in salvo "Giulio" e miracolosamente possiamo raggiungere un nascondiglio, ove dopo circa due ore e mezza, e precisamente alle 17,40 "Giulio" decedeva. Lascio il cadavere e mi reco a Carnino ove decidiamo di avvicinarci al passo del Bocchin d'Aseo con tutte le forze che ancora trovansi tra Carnino e Viozene, per attraversare il giorno dopo il passo stesso e riparare a Fontane, ciò che è avvenuto regolarmente.
In Upega oltre all'eroica morte del commissario "Giulio", trovava pure gloriosa morte "Cion"
[Silvio Bonfante], che si sparava un colpo di pistola al cuore, quando vide l'impossibilità di sottrarsi alla cattura da parte dei Tedeschi e dopo che il dott. De Marchi, che assieme ad altri tre garibaldini portava la barella di "Cion", era caduto mortalmente colpito da una raffica di Mayerling. Pure a fianco di "Cion" era caduto "Vittorio il Biondo" che fino all'ultimo momento non aveva voluto abbandonare il proprio comandante. Anche "Lensen di Artallo" veniva colpito mentre tentava di porsi in salvo (1).
Infine anche il "meghetto" Franco, che già era riuscito a guadagnare il passo di Colla Bassa, cadeva fulminato da una raffica.
Furono pure fatti dai Tedeschi quattro o cinque prigionieri dei quali purtroppo si ignora ancora la sorte.
Il comandante di divisione
Curto
"
1 Dopo circa un mese si venne a sapere che "Vittorio il Biondo" era ancora vivo.      

Francesco Biga, Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), Vol. III. La Resistenza nella provincia di Imperia da settembre a fine anno 1944, a cura dell'Amministrazione Provinciale di Imperia e con il patrocinio dell'Istituto Storico della Resistenza di Imperia, Milanostampa Editore, Farigliano, 1977

domenica 6 novembre 2016

Un carretto dei gelati che fu d'aiuto ai partigiani

Vista da Perinaldo (IM) una panoramica della vallata percorsa dal carretto di cui all'articolo
 
L’8 settembre 1943 ero militare a Verona, all’aeroporto di Villafranca, per un corso di volo notturno... Viaggiai in treno, scendendo e risalendo innumerevoli volte per superare i tutti i posti di blocco.
 
Bordighera (IM): la zona della stazione ferroviaria in cui abitava Mariani - vedere infra -

Arrivai a casa mia a Bordighera. Mi arruolai nella Todt, l’organizzazione tedesca che “assumeva” operai italiani per lavori di costruzione, perché era convinzione generale che chi lavorava nella Todt non sarebbe stato richiamato militare. Lavorai a Mentone, poi un giorno, un manifesto affisso sui muri della città non lasciava dubbi: Todt o non Todt tutti gli uomini della classe 1921, la mia, e di altre venivano richiamati alle armi nell’esercito della Repubblica di Salò. I renitenti, “Kaputt!”. Con i fratelli Biancheri fuggimmo a Seborga. Qui dopo l’8 settembre era anche arrivato un ufficiale della RAF, l’aviazione inglese, di origine brasiliana, ma arruolato appunto nell’aviazione inglese. Dopo l’8 settembre era arrivato anche lui a Seborga e aveva dispiegato la bandiera inglese sul campanile della chiesa di Seborga. Noi segnalammo l’incoscienza e la pericolosità del gesto: “Qui comando io!” fu la risposta. 
Ci spostammo a Perinaldo perché là era troppo pericoloso. La stessa notte i tedeschi rastrellarono Seborga e uccisero [era il 9 settembre 1944] il pilota inglese [n.d.r.: si trattava invece di F. Abdon Miranda, detto Tinico, peruviano, non un pilota] e la famiglia che lo ospitava. 
Angelo Athos Mariani in Giuseppe Mac Fiorucci, Gruppo Sbarchi Vallecrosia, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia <Comune di Vallecrosia (IM) - Provincia di Imperia - Associazione Culturale "Il Ponte" di Vallecrosia (IM)>, 2007   
 
Seborga (IM)

Miranda potrebbe aver seguito in Italia come domestico o come amico la famiglia Manassero, cui appartenevano le due giovani partigiane italiane, trucidate in quel triste avvenimento, le sorelle Carmen e Gioconda Manassero, nate nella stessa città di Miranda, Callao.


Seborga si era trovata sotto il fuoco delle artiglierie tedesche. Cinque persone sfollate trovarono la morte sotto le macerie dell'edificio scolastico colpito in pieno. I nazisti occuparono poi il paese dando ordine alla popolazione di portarsi sulla strada provinciale per un controllo. Antonio Maccario, ex cantoniere, che non fece in tempo ad eseguire l'ordine, fu ucciso all'istante. Vennero catturati cinque giovani partigiani, di cui due ragazze, le sorelle Manassero. Trascinati sul piazzale situato all'ingresso del paese, vennero torturati e quindi fucilati. I corpi vennero gettati nella scarpata sottostante. Alle due sorelle Manassero venne concesso di morire strettamente abbracciate. Appena i tedeschi si allontanarono, la popolazione raccolse i cinque corpi trasportandoli nella camera mortuaria e poi a Bordighera. Del partigiano Emilio Valle, scomparso durante il rastrellamento, non si seppe più nulla.
Adriano Maini
 
Eravamo al comando di Cekoff  [n.d.r.: Mario Alborno di Bordighera (IM), da dicembre 1944 Vice Commissario della IV^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Elsio Guarrini" della II^ Divisione "Felice Cascione"], comandante partigiano che da borghese abitava a Bordighera.
I problemi erano tanti e tutti molto seri.
Eravamo 30 partigiani tra cui una ragazza, Sascia [n.d.r.: Ada Pilastri], ma la metà era disarmata. Proposi a Cekoff  un piano per recuperare un po’ di armi e ne discutemmo a lungo. Alla fine accettò, chiedendomi di quanti uomini avessi bisogno. “Nessuno, corriamo meno rischi se vado da solo”. E così fu. Abitavo a Bordighera tra lo scalo merci della stazione e una casa dove erano accasermati dei militi fascisti. Casa mia era vuota, perché i miei genitori erano sfollati, come era stato consigliato da Radio Londra, che suggeriva di abbandonare le case vicino ai nodi ferroviari perché soggetti a bombardamento. Dalle mie finestre controllavo agevolmente ogni movimento in stazione e nella casermetta dei fascisti.
 
Bordighera (IM): la stazione ferroviaria con in primo piano un edificio dell'ex scalo merci

Avevo notato che ogni notte i militi si recavano a scaricare le merci che arrivavano con il treno e lasciavano la caserma sguarnita.
 
Un carretto d'epoca della ditta "Eccolo". Archivio: Mauro Maccario di Bordighera (IM)

Il gelataio Eccolo (Renzo Pirotelli) mi prestò il triciclo fatto a barchetta, con il quale durante l’estate vendeva i gelati sul lungomare di Bordighera e Vallecrosia. Mi procurai anche un attrezzo da scasso e un piccone, depositai tutto nel portone di casa mia e attesi la notte.
 

Alle 2 regolarmente arrivò il convoglio e tutti i militi uscirono per andare a scaricare il treno. Mi precipitai a portare il triciclo con gli arnesi da scasso vicino all’ingresso della casermetta.
Piano piano, per fare meno rumore possibile, forzai la porta.
Proprio nell’ingresso era in bella mostra la rastrelliera dei fucili con casse di munizioni. Tre alla volta li caricai nel ventre della barchetta e al quindicesimo caricai le scatole di munizioni. Il triciclo era quasi colmo.
 


Riportai il carretto nel portone di casa mia e camuffai il carico coprendolo con alcuni pezzi di legna da ardere e una coperta.

Bordighera (IM): un tratto dello stato attuale della Via Romana verso Vallecrosia

Prima che i militi tornassero, ero già sulla via Romana verso Vallecrosia. Passai anche per stradine, per evitare le ronde che facevano rispettare il coprifuoco, ma a Vallecrosia era inevitabile superare il posto di blocco.
C’era un milite fascista che conoscevo: mi rimproverò di non rispettare il coprifuoco chiedendomi cosa trasportassi.
Aprendo il coperchio della gelatiera risposi che stavo portando legna da ardere ai miei genitori sfollati a Soldano e viaggiavo di notte per evitare i bombardamenti.
“E a Soldano non c’è legna?”
“Si! Tanta, ma costa cara e questa l’avevamo in casa.”
Mi lasciò passare senza controllare sotto la legna.
Pedalai e pedalai con fatica sulla leggera salita per arrivare fino a Massabò [Frazione di Perinaldo], dove mi aspettava Franco Palombi, un amico di Bordighera che mi aiutò a spingere lungo i tornanti per Perinaldo. Senza il suo aiuto non ce l’avrei fatta. Arrivammo stremati in cima alla collina … un urlo di gioia ci accolse. Baci, abbracci e strette di mano. La  V^ Brigata partigiana Garibaldi era tutta armata! 
Gli adulti di oggi di Vallecrosia senz’altro, nella loro infanzia, hanno assaggiato i gelati della barchetta di Eccolo! Eccolo!”. Forse non sanno che quella barchetta ci aiutò a conquistare la libertà di cui oggi godiamo. 
La notte successiva venimmo attaccati da una autocolonna di tedeschi.
Ci difendemmo, malgrado i tedeschi sparassero anche con una mitragliera pesante.
Dei nostri perì un partigiano di Pigna che, nella vita civile, faceva il cuoco.
Il sanremese Adler venne raggiunto da una raffica di ben 8 colpi. Non morì.
Era un giovane di origine ebrea, sfollato a Perinaldo con la madre austriaca per sfuggire alle deportazioni.
 
Perinaldo (IM): poco a levante del centro abitato

A Perinaldo si era arruolato con noi [...]
Nel febbraio del 1945 un agente telegrafista di una radio rice-trasmittente clandestina che operava nella nostra zona venne scoperto e catturato. La scoperta del telegrafista bloccò il flusso di informazioni militari tra i partigiani e gli alleati. Viste le mie qualifiche militari di "operatore radio", il CLN  dispose il mio trasferimento nella vicina Francia liberata [...]
Angelo Athos Mariani in Giuseppe Mac Fiorucci, Op. cit.

Da sinistra: Angelo Athos Mariani, Luciano Rosina Mannini e il sergente radiotelegrafista americano George Pecoraro. Fonte: G. Fiorucci, Op. cit.
 
Perinaldo (IM): il Convento

[...] stavamo bivaccando con il vice commissario Cekof [Mario Alborno] attorno ad un vecchio convento, in quel di Perinaldo, nell’entroterra di Bordighera a 600 metri di altitudine. I problemi erano tanti e tutti molto seri. Eravamo 30 partigiani, compresa una ragazza (Sascia). Il 50% di questi uomini era disarmato. A questo punto mi venne un’idea che proposi a Cekof, il quale dopo avermi ben ascoltato, discutendo dei pro e dei contro accettò il mio piano e mi chiese di quanti uomini avessi bisogno. «Nessuno» risposi, «corriamo meno rischi se vado da solo» e così fu
[...] Ero consapevole del rischio qualora il colpo non fosse riuscito, ma più ancora pensavo ai compagni che aspettavano nella speranza di avere tutti un’arma. Pedalai, pedalai, mi feci forza ed arrivai faticosamente in zona Massabò (a fondo valle di Perinaldo) dove mi aspettava un amico (Franco Palombi di Bordighera, tuttora in vita) che avevo precedentemente avvisato e che mi aiutò a spingere lungo la salita verso Perinaldo. Determinante e prezioso fu l’aiuto che mi diede Franco senza il quale non so se avrei potuto portare a buon fine il colpo. Arrivammo così in cima alla montagna... un urlo di gioia ci accolse, abbracci, baci, strette di mano, il quinto distaccamento è tutto armato! [...]
Redazione, I diari, le storie, le memorie. Angelo Mariani racconta ai ragazzi di Bordighera. Caricai tutti i fucili per noi sul carrettino da gelataio, Patria Indipendente, 30 settembre 2005
 
Lasciapassare francese rilasciato ad Angelo Mariani, valido dal 9 al 15 aprile 1945. Fonte: G. Fiorucci, Op. cit.

Angelo Mariani (classe 1921) iniziò a militare nella Resistenza ai primi di settembre del 1944 nel Distaccamento della V^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Luigi Nuvoloni" della II^ Divisione "Felice Cascione", comandato da Mario Alborno
Cecoff. 
Mariani partecipò a numerose azioni tra la Val Nervia e la Val Roia. Entrato nel Gruppo Sbarchi, da marzo 1945 fino alla Liberazione operò come marconista, assieme ad altri partigiani italiani, presso il Quartier Generale Alleato di Cimiez a Nizza.             
Vittorio Detassis