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mercoledì 5 marzo 2025

Le raffiche tedesche rendono fumanti le rocce su cui battono

Pigna (IM)

In località Colla cade il partigiano Rollo Giovanni di Giovanni (classe 1899).
Pigna è perduta, i Tedeschi vi bruciano decine di casolari e così a Buggio. Inizia il grande rastrellamento nazifascista che durerà dieci giorni e terminerà il 18 di ottobre [1944] con il passaggio in Piemonte delle forze garibaldine della V brigata. Castelvittorio viene occupata da un battaglione di Tedeschi che si accantonano nelle case migliori e vi rimangono tre mesi razziando e uccidendo molte persone e ne deporteranno cinque in Germania.
Ecco uno degli episodi di cui furono protagonisti garibaldini della V brigata nella giornata dell'8 di ottobre [1944], come racconta il comandante Giuseppe Gaminera (Garibaldi):
«...il mattino dell'8 di ottobre "Spartaco", comandante di quello che fu un distaccamento di Candido Queirolo (Marco) decimato il 14 di agosto a Baiardo, accampato nella caserma distrutta di Muratone, tramite una staffetta riceve l'ordine dal comandante "Vittò" di inviare rinforzi al distaccamento di Rocchetta Nervina. Parte il garibaldino Giuseppe Gaminera (Garibaldi) al comando di una squadra di dodici uomini; il drappello s'inoltra nella gola di Scarasan presso il bivio di Gouta.
In basso s'intravvede a tratti la strada militare percorsa da numerose colonne tedesche che salgono verso l'alto. Il Gaminera chiede informazioni ad una postazione garibaldina il cui comandante, accompagnato dal commissario e da alcuni subalterni era sceso a valle venendo tagliato fuori dalle colonne avanzanti, quindi attacca il nemmico con foga e valore, dopo di che, con gli uomini del distaccamento di Rocchetta Nervina, si sposta su posizioni più sicure presso il passo Muratone, sperando di trovarvi ancora gli altri compagni del distaccamento col comandante "Spartaco", ma invano.
Ad un tratto il Gaminera ode il mitragliatore del bravo garibaldino Nicolò Rubino (Matteotti), che aveva fatto appostare in una posizione sottostante. Ode pure i cannoni e le mitraglie che rimbombano presso Pigna. L'eco pauroso sale verso l'alta montagna ed i garibaldini immaginano cosa sta succedendo nel paese, mentre scorgono altre colonne nemiche che stanno salendo da Saorge.
Il drappello s'incammina verso il Toraggio per una strada intagliata nella roccia, buona posizione per opporre resistenza al nemico. Per il sentiero nord, giunto all'incontro con il sentiero sud presso il secondo costone, il comandante Gaminera piazza un mitragliatore Saint-Etienne ed invita "Matteotti", che intanto si era ritirato, a portarsi lassù, sul lato ovest del Toraggio, per coprire i suoi uomini.
Davanti le raffiche nemiche rendono fumanti le rocce su cui battono. "Garibaldi" apre il fuoco contro un "Majerling" nemico riducendolo al silenzio per alcuni minuti; è l'occasione per passare oltre il tiro nemico. Passa anche una capretta bianca che per caso era sul posto e che, imperterrita continua a brucare l'erba.
Ma ecco che il "Majerling" riprende a sgranare le sue raffiche, accompagnate da assordanti colpi di mortaio. Il garibaldino "Matteotti" che, rimasto sommerso con i suoi uomini e con quelli di Rocchetta Nervina dai Tedeschi avanzanti non aveva fatto in tempo a raggiungere la posizione che gli era stata assegnata, riesce in tempo a porsi in salvo.
I mortai nemici picchiano sempre più duro. Ora agli uomini di "Garibaldi" non rimangono che pochi minuti per mettersi in salvo. Il comandante ordina ai compagni di percorrere di corsa i cento metri in rapidissima salita che li dividono dalla sommità della collina, per sganciarsi dal nemico. Sono cento metri difficilissimi, il pietrame sgretolato rallenta la corsa, mentre il nemico spara con furia. Sulla collina per primo giunge "Fulmine" seguito da tutti gli altri. Ma il drappello si accorge che sul versante opposto la collina strapiomba su un abisso dove si scorgono soltanto le cime dei pini. È impossibile scendere, mettersi in salvo.
Allora "Garibaldi" punta il mitragliatore di fianco mentre gli inservienti Zambarbieri Lino (Piero), Moraglia Gerolamo (Fulmine), Allaria Battistino (Savona) e Capponi Antonio (Nino) puliscono i caricatori per evitare un inceppamento dell'arma. Il nemico è vicino, il momento è drammatico. Un prete olandese, già prigioniero dei Tedeschi e poi passato ai garibaldini di Rocchetta Nervina, trova riparo dietro un grosso sasso; prega con un rosario in mano conscio della prossima fine.
Ma ecco un po' di nebbia inghiottire la collina, mentre s'ode un Tedesco dare un calcio al mucchietto di bossoli lasciati dal mitragliatore di "Garibaldi" nella precedente posizione. Alla nebbia segue una fitta pioggia mentre la truppa tedesca passa; lo dice un vociare in tedesco, un tintinnio di armi e di borracce e un bestemmiare in dialetto dei contadini requisiti con i propri muli. Dopo parecchio tempo, il silenzio.
Dalla cresta della collina i garibaldini di Gaminera scendono sul sentiero che avevano lasciato qualche ora prima e guidati da Ballistino Allaria (Savona), di Andagna, raggiungono il casone di un pastore sperando in qualche modo di potersi sfamare. Ma ritrovano i Tedeschi ed ancora devono allontanarsi verso una baita in basso. Stremati dalla fatica quivi si addormentano sotto il fieno. Chi, all'alba, apre la porta del ricovero, scorge a cinquanta metri una sentinella tedesca presso un'altra baita; ma cammina avanti e indietro e, quando volge la schiena, uno alla volta, i garibaldini riescono nuovamente a fuggire, però devono rimanere nei dintorni perchè sono circondati.
Si cibano di castagne e dopo due giorni, con l'aiuto di un pastore di Pigna, riusciranno a raggiungere Baiardo per incorporarsi, poi, come 9° distaccamento, nel 3° battaglione comandato da Domenico Simi (Gori), della V brigata.
Un garibaldino di Rocchetta Nervina, dopo le peripezie rimasto solo con "Garibaldi", ed il prete olandese, erano ritornati verso passo Muratone...».
Osvaldo Contestabile, La Libera Repubblica di Pigna, Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia, 1985, pp. 54-56

lunedì 19 agosto 2024

Durante l'inverno molti altri reparti tedeschi si acquartiereranno nelle vicine zone di Isolabona e di Pigna

Pigna (IM)

Il primo gennaio [1945] il commissario federale fascista Mario Massina annuncia ai cittadini di Baiardo che è stato giustiziato il partigiano "Boia" (4).
A Pigna i fascisti insediano il Tribunale Militare antipartigiano. Coloro che sono fermati vengono tenuti prigionieri in casa Ubago. Anche a Isolabona è insediato un Tribunale in casa Basottini. Entrambe le case diventeranno più di una volta l'anticamera della morte (5) [...] Don Antonio Allaria Olivieri informa che la presenza dei Tedeschi a Castelvittorio ha uno scopo ben preciso. Essi hanno l'ordine di incunearsi tra i monti dell'alta Val Nervia per annientare le formazioni partigiane colà operanti e tenere ad ogni costo il libero accesso alla valle che, attraverso i passi, conduce in Piemonte. Le prime sortite punitive del nemico ed i suoi vari tentativi di rastrellare la valle sono contrastati da improvvisi attacchi partigiani causandogli delle perdite. A Castelvittorio il nemico pone la sua sede in casa Moro ubicata in Via Roma, mentre quello politico e il tribunale si insediano in una casa di Piazza XX Settembre. Un folto gruppo di ufficiali prende alloggio in casa Caviglia, altri ancora in casa Borfiga. Nella casa canonica, tenuto conto della sua posizione dominante la valle, vengono installate tutte le apparecchiature radio. Lungo Via B. Caviglia sono salmerie e cucine.
Le truppe sono sparse o alloggiate in varie case. In breve tempo i Tedeschi si organizzano, emanano ordini duri e precisi ai Castellesi, ma organizzano in modo forzato anche i civili. I capifamiglia devono presentarsi per tre alla volta per tre giorni consecutivi presso il Comando di Piazza XX Settembre. Da ora in poi molti cittadini passeranno delle notti in carcere, altri saranno richiesti per svolgere lavori pesanti.
Non pochi saranno inviati fuori paese e a valle per costruire trincee e stendere fili spinati. I Castellesi, che oramai sono sotto controllo continuato del nemico, avrebbero pagato di persona nel caso i partigiani avessero ucciso dei militari. Ogni Tedesco ucciso, sarebbero stati fucilati cinque cittadini locali (7).
Durante l'inverno molti altri reparti tedeschi dislocati sul fronte delle Alpi Marittime meridionali, si acquartiereranno nelle vicine zone di Isolabona e di Pigna.
[NOTE]
4 Vedasi: "Eco della Riviera", dell'8 gennaio 1945: il partigiano, trovatosi davanti al plotone di esecuzione, ordina lui stesso il fuoco.
5 Cfr. Don Nino Allaria Olivieri, Sangue a Castelvittorio, pag. 42.
6 ISRECIM, Archivio, Sezione II, cartella 28, lettera del CLN all'ufficio SIM della V Brigata.
7 Cfr. Don Nino Allaria Olivieri, Op. cit., pagg. 41-43.
Francesco Biga  (con la collaborazione di Osvaldo Contestabile), Storia della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria), Vol. IV. Da Gennaio 1945 alla Liberazione, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, Grafiche Amadeo, 2005, pp. 103,104

4 gennaio 1945 - Dal comando del I° Battaglione "Mario Bini" della V^ Brigata, prot. n° 33, al comando della V^ Brigata "Luigi Nuvoloni" della II^ Divisione "Felice Cascione". Relazione militare: erano presenti a Pigna 60 tedeschi equipaggiati con armi leggere; artiglierie nemiche nel frattempo spostate da Pigna a Passo Muratone, Gouta e Margheria dei Boschi.
4 gennaio 1945 - Dal comando della V^ Brigata, prot. n° 250, al comando della II^ Divisione. Trasmetteva la relazione militare del I° Battaglione ricevuta con prot. n° 31
4 gennaio 1945 - Dal comando [comandante "Danko" Giovanni Gatti] del I° Battaglione "Mario Bini", prot. n° 32, al comando della V^ Brigata. Relazione militare: a Isolabona (IM) erano presenti 200 tedeschi; 200 tedeschi anche ad Apricale (IM); 300 a Dolceacqua (IM); a Perinaldo (IM) una squadra di 20 tedeschi per riparare la strada Perinaldo-San Romolo; da Sanremo (IM) erano partiti 2 Mas, con a bordo uomini della X^ Flottiglia disertori dalle file repubblichine, che sembravano diretti alla costa francese; a Baiardo (IM) il tenente dei bersaglieri era ben visto dalla popolazione perché per Natale aveva regalato sigarette e liquori.
7 gennaio 1945 - Dal comando del I° Battaglione "Mario Bini" al comando della V^ Brigata. Relazione militare: "a Pigna (IM) sono presenti 80 soldati nemici. A Buggio [Frazione di Pigna (IM)], Testa d'Alpe, Passo Muratone, Castelvittorio (IM), Ormea (CN) e Garessio (IM) sono ubicate alcune batterie nemiche".
7 gennaio 1945 - Dal comando della II^ Divisione al Comando Operativo della I^ Zona Liguria. Con questo dispaccio si esprimevano giudizi sulla presentazione di giovani alle chiamate della RSI "...coloro che si sono presentati sono i giovani imboscati di sempre: gli ex-garibaldini si contano sulle punta delle dita e sono quasi tutti presi", soggiungendo che sarebbe stato da ricordare ai giovani "quanto accaduto a Baiardo, ove i giovani presentatisi vennero in parte fucilati ed in parte inviati in Germania... Molini di Triora l'unica che ha sempre una netta ostilità contro il movimento partigiano".
10 gennaio 1945 - Dal comando della V^ Brigata", prot. n° 150 - segreteria, al comando della II^ Divisione. Relazione militare sul mese di dicembre 1944: inviati in licenza, sulla base della circolare n° 23 dell'ispettore "Simon", molti garibaldini. Sottolineato che la nomina di Ivano [n.d.r.:anche Vitò, Giuseppe Vittorio Guglielmo, organizzatore di uno dei primi distaccamenti partigiani in provincia di Imperia, dal 7 luglio 1944 comandante della V^ Brigata, dal 19 Dicembre 1944 comandante della II^ Divisione "Felice Cascione"] da comandante di Brigata a comandante di Divisione aveva dato luogo ad un nuovo riassetto dei quadri: comandante di Brigata Doria [o Fragola Doria, Armando Izzo], vicecomandante Brescia [Umberto Borromini], commissario politico Orsini [Agostino Bramè], vicecommissario politico Silla [Ferdinando Peitavino], responsabile del S.I.M. (Servizio Informazioni Militari) Brunero [Francesco Bianchi], deciso a migliorare il servizio, Igor [Dermo Zecchini] responsabile sanitario.
24 gennaio 1945 - Dal C.L.N. di Sanremo, prot. n° 220/CL, al comando della V^ Brigata. Comunicava che la propria zona di competenza comprendeva il territorio tra Ventimiglia e Santo Stefano al Mare con relativo entroterra.
30 gennaio 1945 - Dal CLN di Sanremo, prot. n° 243, al comando della I^ Zona Operativa Liguria ed al comando della II^ Divisione. Avvisava che era imminente un rastrellamento, ad iniziare da Baiardo, di tedeschi e di fascisti, della presumibile durata di 5-6 giorni.
Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell’Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio-30 Aprile 1945), Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998-1999

giovedì 18 luglio 2024

Il distaccamento garibaldino ritorna momentaneamente a Carmo Langan

Castelvittorio (IM): una vista da Località San Sebastiano

Abbiamo visto come, preceduti da tre giorni di cannoneggiamenti, reparti tedeschi provenienti da Isolabona, Saorge e Briga, l'8 ottobre 1944 avessero costretto i reparti garibalbini nella zona di Pigna a ripiegare sotto la minaccia di accerchiamento.
Riassumendo: il rastrellamento continua incalzante. Il distaccamento di «Barba» arretra dal monte Vetta. Una pattuglia del 5° distaccamento, armata di due fucili mitragliatori, è inviata in direzione di Castelvittorio per accertare lo stato delle cose, i movimenti nemici e appoggiare eventuali formazioni che già combattono.
Osvaldo Contestabile, La Libera Repubblica di Pigna, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia, 1985

Il 9 ottobre 1944 Pigna era saldamente in mano ai tedeschi. Uno dei protagonisti della ritirata partigiana, Giovanni Rebaudo (Janò/Monaco), così racconta quei giorni:
"Visto che l'operazione di rastrellamento si stava estendendo su tutto il territorio dell'imperiese, tra gli altri, venne dato l'ordine al terzo distaccamento (V brigata) di ripiegare gradatamente verso le alture piemontesi, anche per convincere i nemici di avere sgominato le bande. Dopo diversi giorni di marcia in diverse tappe, passando per Cima Marta, Gerbonte, Castagna, Monte Pellegrino, si arrivò a Viozene. Sperando di fermarci qui, requisimmo come nostri accantonamenti tutti i fienili. Ventiquattro ore dopo, mentre si attendevano notizie precise, giunse Vittò, comandante la V brigata Nuvoloni, e si mise a capo della nostra colonna che si incamminò per l'altura verso il Passo del Bocchin d'Aseo sul Mongioie. Sapemmo così che la nostra meta era Fontane, un paese nella provincia di Cuneo, nell'alta Val Corsaglia. Giunti quasi al passo ci fermammo un paio d'ore per riposare mentre si decise il servizio di guardia e chi doveva rimanere al passo per proteggere la marcia della V Brigata verso Fontane. A mezzanotte la marcia riprese e il grosso raggiunse il paese verso l'alba. Al passo rimasero Vittò, Janò capo squadra, Domenico Siboldi (Spada), Antonio Allavena (Cuma), Emilio Arizzi (Penna), Giovanni Bonatesta (Vencu) e Silvio Lodi (Bersagliere), armati di due mitragliatori, oltre alle armi individuali. Allo spuntare dell'aurora, dopo una notte calma ma non fredda, si vide in lontananza, in fondovalle, il movimento di una colonna che ripercorreva la stessa strada fatta da noi la sera prima; erano i nostri del Comando Divisione e della I brigata, già accampati a Upega e a Carnino. Li guidava Curto [Nino Siccardi]. Quando giunsero al passo, potemmo notare che erano reduci da una lotta e si visse un momento di commozione quando Curto, nella sua figura imponente, con il vestito di tweed strappato e sporco di sangue, si buttò nelle braccia di Vittò singhiozzando e poi quando ci disse che erano morti Cion, Giulio, De Marchi [...]."
Giorgio Caudano, Pigna. Storia di un paese, ed. in pr., 2016

n.d.r.: altri lavori di Giorgio CaudanoGiorgio Caudano (con Paolo Veziano), Dietro le linee nemiche. La guerra delle spie al confine italo-francese 1944-1945, Regione Liguria - Consiglio Regionale, IsrecIm, Fusta editore, 2024; Giorgio Caudano, L'immagine ritrovata. Ventimiglia e dintorni nei dipinti dell'Ottocento e primo Novecento, Alzani Editore, 2021; Marco Cassini e Giorgio Caudano, Bordighera al tempo di Bicknell e Monet, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2021; a cura di Paolo Veziano con il contributo di Giorgio Caudano e di Graziano Mamone, La libera Repubblica di Pigna. Parentesi di democrazia (29 agosto 1944 - 8 ottobre 1944), Comune di Pigna, IsrecIm, Fusta Editore, 2020; Giorgio Caudano, Gli eroi sono tutti giovani e belli. I Caduti della Lotta di Liberazione nella I^ Zona Operativa Liguria, ed. in pr., 2020; Giorgio Caudano, Dal Mare alla Trincea... memorie di uomini, BB Europa, Cuneo, 2019; Silvia Alborno, Gisella Merello, Marco Farotto, Marco Cassini, Giorgio Caudano, Franck Vigliani, curatori della mostra Claude Monet, ritorno in Riviera, catalogo a cura di Aldo Herlaut, Silvana Editoriale, Milano 2019; La Magnifica Invenzione. I pionieri della fotografia in Val Nervia 1865-1925, a cura di Marco Cassini e Giorgio Caudano, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2016

La zona che si stende dal confine francese a Pigna e che scende a Castelvittorio-Buggio-Carmo Langan, alle ore 22 dell'8 ottobre 1944 non è più sotto il controllo garibaldino; della situazione viene confermato con un messaggio anche il 3° battaglione della IV brigata e l'8° distaccamento di "Gori" [comandante "Gori", Domenico Simi] della V brigata, ritornato nella zona di Beusi a monte di Taggia.
Dopo monte Vetta è perduto il passo Muratone; il distaccamento comando della V brigata è obbligato a indietreggiare da Carmo Langan e a ritirarsi su Triora. Il Comando brigata si prefigge, nell'eventualità di una ritirata, di seguire la direttrice Triora-Piaggia per raggiungere il Comando divisione.
Il distaccamento di "Moscone" [comandante "Moscone", Basilio Mosconi] che si trovava a Cima Marta per proteggere Pigna dal lato di Briga e che, esaurito il suo compito, attendeva ordini precisi, alle 11 del giorno 9 è messo in allarme dalle vedette: una colonna tedesca sale da Briga, il distaccamento si mette in postazione e l'attacca con raffiche di mitraglia per rallentare la marcia e permettere alla colonna dei muli diretta a Bregalla di guadagnare terreno e mettersi al riparo. Gli acquazzoni si susseguono incessanti per tutta la giornata e i garibaldini sono bagnati fino alle ossa; camminano stanchi e taciturni, quasi abbiano paura di parlare. Bregalla è raggiunta nelle prime ore della notte e gli uomini cercano riposo nei casoni presso monte Castagna insieme a un gruppo del distaccamento di "Lilli", confortati dalle castagne bollite, in attesa dell'alba.
Il distaccamento di "Doria" ["Fragola Doria", Armando Izzo], giunto a Croce di Campo Agostino al crepuscolo del giorno 8 sotto una pioggia insistente, non può fermarsi perché il nemico incalza. Il distaccamento marcia lento, disposto in fila indiana quando, oltre Croce di Campo Agostino, viene affrontato da un'intera compagnia tedesca: si accende una sparatoria, la sorpresa annulla la difesa. I garibaldini a stento si ritirano verso la Madonna del Passaggio. "Doria", colpito ad una gamba, rotola per una scarpata tra i cespugli ma riesce a salvarsi e a raggiungere la fonte Provenziale.
Il giorno dopo, all'imbrunire, è a Prearba dove sfugge miracolosamente ancora ai tedeschi. Rintracciato e aiutato da due partigiani in perlustrazione, raggiunge Ciabaudo ricevendovi premurosa assistenza dai contadini del luogo. Dispiegando nel modo più poderoso le loro forze i Tedeschi tentano il 9 di ottobre di stringere in una morsa inesorabile le forze partigiane della V brigata, manovra che, per l'abilità dei comandi garibaldini, non riesce.
Circa 400 Tedeschi si piazzano a Collardente e 300 nella zona di Pigna; altre truppe con cannoni aprono il fuoco su Buggio nel tentativo di annientare reparti del 4° distaccamento posto a difesa della zona.
Oltre 200 Tedeschi si dispongono in offensiva nella zona di Graj. Si delinea il grave pericolo dello sbarramento della via di ritirata Triora-Piaggia.
Il comandante "Vittò" [anche "Ivano", Giuseppe Vittorio Guglielmo] col suo Stato maggiore cerca di studiare un nuovo schieramento facendo perno su Triora con utilizzazione del 3° del 1°, e di metà del 5° distaccamento, in posizione nella zona sopra Bregalla; il 2°, il 6° e il distaccamento comando sono già a Triora da dove cercano di richiamare l'8° distaccamento di "Gori".
Informata dalla situazione, la I brigata pone vigilanza alla strada che da Collardente porta alla galleria del Garezzo ove sono già in perlustrazione pattuglie avanzate tedesche.
Il distaccamento di Gino Napolitano (Gino) che, trovatosi imbottigliato da sud-ovest del monte Ceppo, si era portato a Baiardo, di lì a Carmo-Langan e poi a Buggio, subìto lo sbandamento riesce a riordinarsi a Triora insieme a gli altri reparti.
Nei giorni 10 e 11 la calma si ristabilisce. Il nemico sembra abbia subito una battuta d'arresto; sembra stia ordinando le proprie fila, preparando nuovi piani d'attacco. Le perdite garibaldine sono gravi, molti gli sbandati e le armi perdute.
Durante questa tregua il distaccamento di "Gino" ritorna a Carmo Langan con lo scopo di proteggere il ripiegamento della brigata da un eventuale pericolo di sorpresa. Il lavoro dei commissari, provvisoriamente interrotto, viene riattivato a Triora; si curano i migliori elementi per porli candidati ai tre battaglioni della brigata in via di ricostituzione.
In questo precario periodo di vita della V brigata i garibaldini hanno dimostrato grande compattezza e massimo affiatamento coi Comandi; ciò verrà confermato nei giorni seguenti con l'ulteriore spostamento a Piaggia, poi a Carnino e infine a Fontane in Piemonte.
[...] Intanto il distaccamento di "Franco" raggiunge Piaggia il 12 assieme ad una quindicina di garibaldini di "Leo". Da Ventimiglia giungono notizie che i Tedeschi stanno risalendo la valle Roja in forze, lasciando sulla costa solo elementi della marina, mentre a Oneglia pattuglie formate da nazisti e brigate nere partono per perlustrare le strade che danno accesso alle vallate.
La situazione diviene nuovamente critica.
I Tedeschi, distruggendo e incendiando case e fienili per la campagna, compaiano nei dintorni di Triora e la banda locale di Molini si sbanda.
Anche la IV brigata si prepara al peggio: il 7° distaccamento di "Veloce" si tiene pronto a partire per spostarsi sotto monte Ceppo sperando di venirsi a trovare alle spalle dello schieramento nemico, qualora questi operasse verso sud in valle Argentina; nella notte sotto il monte giungono garibaldini sbandati del distaccamento di "Gino" attaccato in mattinata a Langan. Molini è investita da colonne di nazifascisti che riprendono l'offensiva il mattino del 13.
Le prime raffiche prolungate si odono di fronte all'accampamento del distaccamento di "Moscone"; colonne di fumo s'innalzano dai tetti delle case di campagna in località Goletta, il nemico dà fuoco a tutto quello che scorge, compresa la casa ove era stato posto il Comando della V brigata.
Il distaccamento riesce a prendere posizione sul monte Castagna e a rimanervi per quatto ore. Al tramonto, ricevuto l'ordine da "Vittò" di spostarsi, dopo una marcia notturna sotto lo scrosciare incessante della pioggia e per sentieri invisibili ed infangati, raggiunge il paese di Piaggia sul fare dell'alba.
Francesco Biga, Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), Vol. III. La Resistenza nella provincia di Imperia da settembre a fine anno 1944, a cura dell'Amministrazione Provinciale di Imperia e con il patrocinio dell'Istituto Storico della Resistenza di Imperia, Milanostampa Editore, Farigliano, 1977 

giovedì 9 maggio 2024

Il 30 aprile 1944 Pigna entrò nell'incubo

Pigna (IM): la Chiesa Parrocchiale di San Michele

Il momento più duro per Pigna ebbe inizio l'8 settembre 1943, quando dalle poche radio presenti in paese si venne a conoscenza, dalla voce del generale Badoglio, della resa incondizionata dell'esercito italiano siglata cinque giorni prima a Cassibile. La notizia si sparse rapidamente sia tra i militari di stanza a Pigna sia fra la popolazione; i primi, come se fosse stato lanciato il “si salvi chi può” gettarono le proprie divise, abbandonarono le caserme e cercarono di organizzarsi per raggiungere le loro case. I pignaschi, come in tante altre parti del suolo nazionale non ancora liberato dalle forze anglo-americane, diedero l'assalto alle caserme ormai abbandonate dai reparti del Regio Esercito. La razzia proseguì per alcuni giorni, vennero divelte porte, poi riutilizzate nelle abitazioni di campagna, divelti tetti per accaparrarsi le tegole, sottratti mobilia e suppellettili. Il bottino più ricercato erano indubbiamente i generi alimentari abbandonati nei magazzini della sussistenza. Tutto restò calmo fino ai primi mesi del 1944: l'ordine e il controllo dello Stato sul territorio era affidato al commissario straordinario nominato dal prefetto di Imperia, avvocato Borgogno, già podestà, e agli uomini dei Carabinieri Reali del maresciallo Torta che rimasero al loro posto indossando la camicia nera sotto la divisa di ordinanza.
Nei primi giorni di ottobre si ricostituiva il distaccamento della «Guardia Nazionale Repubblicana Confinaria» formato da una trentina di uomini» occupando la caserma Manfredi, precedentemente occupata dalla G.A.F.
Nei primi giorni di febbraio 1944 cominciava a diffondersi la notizia che sul colle Langan [n.d.r.: nel territorio del comune di Castelvittorio] si stavano formando gruppi di partigiani intenzionati a combattere, armi in pugno, contro i fascisti.
Il 18 febbraio venne emanato il «bando Graziani» <287 con il quale la Repubblica Sociale cercò di ricostituire l'esercito disciolto dopo lo sbandamento dell'8 settembre 1943.
Il bando richiamava alle armi le classi 1922, 1923 e il primo quadrimestre 1924 e condannava alla fucilazione gli eventuali renitenti alla leva <288: "Gli iscritti di leva e i militari in congedo che, durante lo stato di guerra e senza giustificato motivo non si presenteranno alle armi nei tre giorni successivi a quello prefissato, saranno considerati disertori di fronte al nemico, ai sensi dell'art. 144 del codice penale militare e puniti con la pena di morte mediante fucilazione al petto". I risultati ottenuti dalle autorità della RSI non furono quelli previsti: i giovani risposero freddamente e una gran parte preferì rimanere nelle proprie case pur correndo il rischio di essere arrestati e quindi fucilati.
Delusione per le aspettative di pace assaporate con l'armistizio dell'8 settembre troppo presto disilluse, stanchezza della guerra di una generazione che aveva conosciuto la disfatta e le sofferenze della ritirata di Russia, delle rotte in Libia e delle difficoltà conosciute in Grecia e nei Balcani, costituirono le ragioni preminenti di questo rifiuto quasi generalizzato di presentarsi nuovamente presso i centri di reclutamento. Per comprendere l'atteggiamento di tanti giovani non è possibile spiegare il loro sottrarsi ai provvedimenti di leva e di richiamo generalizzando una consapevole scelta di campo in senso antifascista, che, indubbiamente, ci fu, ma riguardò solo una minoranza dei futuri partigiani <289, che avevano maturato nel corso degli anni una coscienza politica di rifiuto dei miti e del nazionalismo imperante. Fino all'emanazione del «bando Graziani» la maggior parte dei giovani preferì rimanere nelle proprie case; nei territori montani come Pigna questi abbandonarono il paese e si recarono nelle campagne circostanti, dove continuarono a coltivare la terra di proprietà della propria famiglia mentre dormivano nei casoni. Una parte di coloro che risposero in un primo momento alle varie chiamate di leva senza convinzione, per un generico rispetto dell'autorità o per timore di incorrere nei rigori della legge ben presto disertò e andò ad ingrossare le file dei partigiani.
La lotta partigiana in Liguria si diede un'organizzazione basata sulla divisione in zone operative; la “1^ Zona Operativa Liguria” comprendeva la provincia di Imperia e l'albengalese. I primi nuclei di resistenza sorsero fin dai primi giorni che seguirono l'8 settembre '43. Il 27 gennaio 1944 morì, colpito da una raffica di mitra, il primo comandante delle formazioni partigiane imperiesi, Felice Cascione <290 detto «u meighu». In primavera le bande partigiane, che avevano raggiunto una consistente forza numerica, furono raggruppate nella IX Brigata d'assalto G. Garibaldi. Nel luglio dello stesso anno la brigata si trasformò nella II Divisione d'assalto G. Garibaldi «Felice Cascione», in onore del comandante imperiese perito ad Alto. La divisione fu organizzata su tre brigate <291, agli ordini di Nino Siccardi “il Curto”, con commissario politico Libero Briganti “Giulio”, vice comandante Luigi Massabò “Pantera”: il comando si stabilì a Piaggia.
La zona delle valli del Nervia e del torrente Argentina era competenza della V brigata stanziata sul colle Langan; il comando fu affidato a Vittorio Guglielmi “Vittò” reduce della guerra di Spagna, combattuta nelle fila delle brigate internazionali; il commissario politico era Orsini “Bramé”, vice Comandante Marco Dino Rossi “Fuoco” <292. La brigata a sua volta si suddivideva in numerosi piccoli distaccamenti <293.
Il 30 aprile 1944 Pigna entrò nell'incubo, che sarebbe durato poco meno di un anno. Appena conclusa la tradizionale messa domenicale delle 10.30, due giovani partigiani vennero portati in chiesa, scortati da un drappello di brigate nere e il parroco don Bono fu costretto a impartire ai due sfortunati l'estrema unzione. Il drappello si diresse attraverso la via Fossarello seguito da pochi curiosi per raggiungere il cimitero. Verso l'una del pomeriggio il paese venne scosso da una salma di fucileria; il plotone di esecuzione, comandato dal capitano della M.V.S.N. Maggi <294, fece fuoco su Carmelo Repetto di Rezzoaglio e Tommaso Faraldi di Triora, due partigiani arrestati il 26 aprile a Bajardo e condannati dal tribunale militare, istruito a Pigna per l'occasione, alla pena di morte mediante fucilazione al petto, come previsto dal decreto legislativo del Duce n° 30/1944. I due partigiani, insieme a un polacco chiamato Giuseppe, vennero catturati dagli agenti della GNR Tommaso Cataldi e Antonio Di Giovanni in servizio investigativo in borghese. <295
La rappresaglia partigiana non si fece attendere; nella notte tra il 7 e l'8 maggio alcuni partigiani, rimasti ignoti, irruppero nella canonica di Castelvittorio e uccisero con due colpi di pistola il parroco del paese don Antonio Padoan. L'azione è, ancora oggi, avvolta nel mistero; non è ben chiaro il motivo dell'esecuzione. La sera del 7 maggio del 1944, alcuni garibaldini si introdussero nella canonica per indurlo a desistere dai suoi atteggiamenti filo-fascisti e invitarlo a lasciare Castelvittorio. Fonti partigiane affermano che la discussione non fu pacifica e che nacque una colluttazione con spari da ambo le parti. Il partigiano “Albenga” ebbe il calcio del fucile fracassato da una pallottola, Padoan rimase ucciso <296. Stando alla versione fascista, non vi fu alcuna discussione ma il religioso fu ucciso con due colpi sparati a bruciapelo. Il sacerdote era accusato di aver tenuto un sermone nella celebrazione della Pasqua nel quale aveva additato come traditori alcuni giovani renitenti alla leva: "Voi tutti dovreste vergognarvi! Il vostro posto non è in questa Chiesa. Dovreste arrossire come sono rossi i drappi che coprono queste mura! Il fratello, Franco Padoan, al contrario, dichiarò: “Sfido chiunque a provare che mio fratello facesse propaganda per i nazifascisti in chiesa. Io allora ero presso il seminario di Ventimiglia e spesso ero a Castelvittorio ed, ovviamente, assistevo a tutte le celebrazioni... Ho sentito parlare di patria e di auspicio alla sua resurrezione dopo il Venerdì Santo che stava passando il Paese, ma non ho mai sentito apostrofare i giovani quali traditori”. Certamente don Padoan aveva aderito alla organizzazione ideata dal famoso cappuccino, fra Ginepro da Pompeiana <297, al secolo Antonio Conio, e da don Dulio Calcagno, “Crociata italica”, creata per sostenere, da parte di una marginale schiera di religiosi, la R.S.I. Quando il 30 giugno 1944 il decreto legislativo n° 446 istituì le Squadre d'Azione delle Camicie Nere» comunemente conosciute come Brigate Nere <298, in provincia di Imperia venne istituita la XXIII Brigata Nera «Antonio Padoan». Nonostante queste prime drammatiche avvisaglie, che prefiguravano un prevedibile tragico futuro, nell'inverno 1943-'44 e nella primavera successiva la vita a Pigna trascorse con una certa serenità, le botteghe riuscivano a rifornirsi con una certa regolarità, non mancando i generi di prima necessità che venivano venduti a prezzi calmierati dietro la presentazione delle tessere annonarie, che prevedevano ancora livelli di sussistenza accettabili; le campagne riuscivano a offrire castagne, vino, patate che assicuravano l'autosufficienza alimentare. Certamente l'angoscia delle famiglie che avevano perso i loro cari durante le campagne di guerra, che avevano i figli o mariti dispersi in Russia o prigionieri in Germania, rendeva l'atmosfera del paese pesante e triste: il «bando Graziani» non era stato ancora emanato, quindi i giovani potevano trascorrere un'esistenza relativamente tranquilla. I contadini iniziavano a disattendere le disposizioni emanate dalle autorità repubblicane che obbligavano l'apporto all'ammasso di alcuni prodotti della terra al fine di assicurare i rifornimenti per le città, denunciando raccolti nettamente inferiori a quelli reali, preferendo nascondere olio, grano, patate e lana per renderli disponibili al mercato nero.
Solamente nell'inverno 1944 le tessere annonarie non furono più sufficienti ad assicurare un livello di sussistenza accettabile <299. Pigna forniva a questo mercato “libero” destinato alle cittadine della costa olio, castagne, patate, vino, mentre era costretta a rifornirsi principalmente di grano, farina, riso, sale, tabacco e zucchero, conservando comunque negli scambi complessivi un saldo, dal punto di vista economico, positivo. I prezzi dei generi calmierati acquistati con le tessere non subirono nel corso del 1944 aumenti significativi, se non nel mese di dicembre, mentre i prezzi praticati dalla borsa nera subirono aumenti più consistenti: mediamente essi erano più di 10 volte superiori a quelli del mercato regolamentato. I prezzi dei generi acquistabili con la tessera erano simili in tutto il territorio della RSI, mentre quelli del mercato nero dipendevano dalle condizioni effettive di possibilità di reperimento dei vari prodotti <300. I contadini pignaschi riuscirono a sottrarre all'ammasso quantitativi d'olio che poi vendevano dalle 100 lire alle 200 lire il chilogrammo ai commercianti incaricati di smistare il prodotto verso le città rivierasche.
Nell'autunno del 1944, a causa dei bombardamenti, della ridotta produzione agricola ed industriale e del sistema di distribuzione fortemente compromesso dall'organizzazione burocratica della RSI, le razioni stabilite dalla tessera vennero diminuite, e il razionamento del pane venne ridotto a 125 grammi al giorno. Il sistema della tessera contribuì, in parte, a convincere i richiamati a rispondere alla leva, poiché si aveva diritto alla tessera esclusivamente se in regola con gli obblighi militari o se occupati nei servizi di lavoro organizzati dalla Todt <301. Pigna, come tutti i paesi dalla preminente economia agricola, risentì meno di questa stretta alimentare, anche se i mesi dell'inverno 1944-1945 furono durissimi. Il regime alimentare era costituito principalmente da castagne secche, poco pane ottenuto con farine miscelate di grano e patate, conigli, latte e qualche uovo di gallina e i grassi provenivano esclusivamente dall'olio d'oliva. L'estate 1944 conobbe il momento più intenso per quanto riguarda l'adesione al movimento partigiano del territorio; le bande, che fino ai primi giorni di primavera erano costituite soprattutto da un'èlite di uomini politicamente consapevoli, vennero ingrossate da numerosi renitenti alla leva e disertori dell'esercito repubblichino. I pochi paesi dove non vi era alcun presidio della GNR erano spesso occupati dai partigiani che scendevano dalle montagne circostanti.
[NOTE]
287 Decr. Legislativo del Duce n° 30/1944 288 Alla fine del 1943 erano già state richiamate le classi 1924 (secondo, terzo e quarto trimestre) e 1925, ma gli esiti furono assai deludenti per i vertici militari della R.S.I. Il 7 aprile la chiamata alle armi interessò le classi 1916 e 1917. Nei mesi seguenti, a breve distanza tra loro, venne completato il richiamo di tutte le classi con i seguenti scaglioni, prima il 1918-19 poi il 1920-21 e per ultimo il 1914-15. L'11 maggio vennero emessi due decreti correttivi: il 336 che stabiliva che i mancati alla chiamata e i disertori, appartenenti a qualsiasi classe di leva, che si presentavano alle armi prima del 9 marzo non sarebbero incorsi in sanzioni; il secondo, n° 431, dichiarava che il disertore o il mancante alla chiamata che si costituiva volontariamente, veniva condannato con una pena minima di dieci anni di reclusione e non la morte.
289 Renzo De Felice, Mussolini, l'alleato, la guerra civile (1943-1945), Einaudi 1997
290 Medaglia d'oro al Valor Militare e autore della canzone «Fischia il vento».
291 La I brigata operava nelle valli dell'imperiese al comando di Silvio Bonfante «Cion», la IV brigata nell'alta valle del Tanaro, territorio a cavallo di Liguria e Piemonte
292 Mario Mascia, L'epopea dell'esercito scalzo, ed. A.L.I.S., Sanremo, [n.d.r.: 1946, ristampa a cura di Isrecim nel 1975] pag 116
293 A Buggio quello locale era comandato da Carlo Cattaneo “Carletto”, formato da alcuni giovani dei paesi di Pigna, Buggio e Castelvittorio e da ex-militari che l'8 settembre non avevano potuto raggiungere le loro case perché lontane o già occupate dagli anglo-americani nel sud del Paese.
294 Uff. P.M. Sez. Spec. Corte Assise Genova 28/1/46. Non luogo a procedere 14/11/94.
295 Per questo fatto Tommaso Cataldi fu condannato alla pena capitale dal tribunale del 1° Btg. M. Bini della V Divisione Cascione in data 5 febbraio 1945, sentenza eseguita il giorno stesso in località Gerbonte di Triora. La sentenza venne firmata dal comandante del battaglione Figaro (Vincenzo Orengo), il commissario Lince (Manlio Cogliolo) e Gianni.
296 Memorie orali di “Erven” e Vittò. Per maggiori dettagli si veda l'opuscolo di N. Allaria Olivieri, Sangue a Castelvittorio, Editrice Sordomuti, 1977.
297 Alessandro Acito, Fra Ginepro da Pompeiana, storia di un frate fascista, Prospettive editrice 2006.
298 Le Brigate Nere erano un corpo paramilitare, organizzato direttamente dal Partito Fascista Repubblicano, per la lotta contro i partigiani e la liquidazione di eventuali nuclei di paracadutisti nemici. Ogni provincia doveva organizzare una brigata su base volontaria con uomini di età compresa tra i 18 e i 60 anni iscritti al partito. In provincia di Imperia venne istituita la XXIII Brigata Nera “Antonio Padoan” di cui era comandante il federale di Imperia Mario Messina.
299 Secondo le rilevazioni degli uffici periferici della struttura burocratica della R.S.I., i generi tesserati assicuravano solamente il 46% delle calorie necessarie, il 38% delle proteine e dei grassi e il 54% dei carboidrati, per assicurarsi il resto era quindi necessario ricorrere al mercato nero.
300 Renzo De Felice, Mussolini l'alleato, la guerra civile, op. citata, pag 290. Per i prezzi dei principali generi alimentari è necessario tener conto dei luoghi di produzione, della condizione delle reti viarie, dei rischi che i commercianti del mercato nero si assumevano nel trasporto dei beni. È quindi logico che il prezzo dell'olio assumesse a Milano valori altissimi, mentre per la nostra zona appare sottostimato il prezzo del riso, della carne bovina e dello zucchero. Nel 1941 la tessera permetteva i seguenti consumi: 200 grammi di pane al giorno, 400 di carne al mese, 500 di zucchero, 100 di olio; la quantità di calorie che venivano offerte agli italiani era fra le più basse d'Europa, di poco superiore a quella miseranda dei polacchi: 850 calorie al giorno in Polonia, 1100 in Italia, 1990 in Germania. La carta mensile del pane era divisa in 30 o 31 bollini datati che non avevano validità retroattiva: non si poteva avere l'indomani razione doppia se si digiunava oggi. Per l'abbigliamento invece ogni cittadino aveva diritto in un anno a 120 punti d'acquisto laddove un paio di scarpe valeva 80 punti, un vestito da donna 60, una valigia 30, un fazzoletto 3.
301 Todt, manovalanza retribuita al servizio degli occupanti tedeschi, che dava diritto all'esenzione dal servizio militare.
Giorgio Caudano, Pigna. Storia di un paese, ed. in pr., 2016

n.d.r.: altri lavori di Giorgio CaudanoGiorgio Caudano (con Paolo Veziano), Dietro le linee nemiche. La guerra delle spie al confine italo-francese 1944-1945, Regione Liguria - Consiglio Regionale, IsrecIm, Fusta editore, 2024; Giorgio Caudano, L'immagine ritrovata. Ventimiglia e dintorni nei dipinti dell'Ottocento e primo Novecento, Alzani Editore, 2021; Marco Cassini e Giorgio Caudano, Bordighera al tempo di Bicknell e Monet, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2021; a cura di Paolo Veziano con il contributo di Giorgio Caudano e di Graziano Mamone, La libera Repubblica di Pigna. Parentesi di democrazia (29 agosto 1944 - 8 ottobre 1944), Comune di Pigna, IsrecIm, Fusta Editore, 2020; Giorgio Caudano, Gli eroi sono tutti giovani e belli. I Caduti della Lotta di Liberazione nella I^ Zona Operativa Liguria, ed. in pr., 2020; Giorgio Caudano, Dal Mare alla Trincea... memorie di uomini, BB Europa, Cuneo, 2019; Silvia Alborno, Gisella Merello, Marco Farotto, Marco Cassini, Giorgio Caudano, Franck Vigliani, curatori della mostra Claude Monet, ritorno in Riviera, catalogo a cura di Aldo Herlaut, Silvana Editoriale, Milano 2019; La Magnifica Invenzione. I pionieri della fotografia in Val Nervia 1865-1925, a cura di Marco Cassini e Giorgio Caudano, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2016

domenica 2 luglio 2023

Italo Calvino e la Resistenza a Castelvittorio

Castelvittorio (IM)

Un’altra fonte che potrebbe evidenziare il rapporto tra Calvino e la brigata guidata dal comandante Erven ci giunge dal racconto Le battaglie del comandante Erven del 1945 in L’epopea dell’esercito scalzo, raccolta «dei grandi e terribili avvenimenti che ebbero luogo nella riviera di ponente durante i cinquecentonovantaquattro giorni di terrore nazi-fascista» <20. L’obiettivo principale di questo libro era quello di descrivere i fatti e gli episodi salienti della guerra di liberazione di tutta la provincia di Imperia con una cospicua documentazione fotografica e un elenco dei caduti e dei partecipanti attivi alla lotta. Considerato da alcuni studiosi un documento forse troppo colorito e non completamente attendibile, in questa raccolta sono presenti due capitoli firmati da Calvino: uno appunto dedicato al ferimento del comandante Erven, l’altro è invece un omaggio ai castellesi, abitanti di Castelvittorio, durante la Resistenza. I testi dell’Epopea non sono da ritenersi completamente attendibili: infatti non mancano errori di vario ordine come per esempio il nome di Calvino (indicato come Caldino nell’elenco generale dei partigiani) <21.
[NOTE]
20 L’epopea dell’esercito scalzo, a cura di Mario Mascia, A.L.I.S. Sanremo, s.d. [ma 1945] (firmati da Calvino sono i capitoli su Castelvittorio paese delle nostre montagne, pp. 49-50, e Le battaglie del comandante Erven, pp. 235-244). Mario Mascia, nato a Ponticelli (Napoli) nel 1900, si iscrisse al partito socialista italiano nel 1919. Dopo la laurea in Giurisprudenza lascià l’Italia per gli Stati Uniti a causa del fascismo. Tornò in Italia dove si trasferì a Sanremo e insegnò inglese all’Istituto tecnico commerciale per ragionieri, dal quale venne sospeso perché lontano dai dettami fascisti. Fondò il primo comitato anti-badogliano italiano e divenne membro del Cln di Sanremo. Morì a Sanremo all’età di sessant’anni (Romano Lupi, Italo Calvino e la Resistenza, in La città visibile: luoghi e personaggi di Sanremo nella letteratura italiana, Philobon, Ventimiglia 2016, pp. 93-103 (93).
21 Un errore che evidenzia lo stesso Calvino in una lettera a Giacomo Amoretti datata 8 aprile 1976, conservata dall’Istituto Storico della Resistenza di Imperia, con in calce la frase autografa nella quale segnalava l’errore. Lettera visionata personalmente e conservata presso l’Istituto della Resistenza di Imperia.
Elisa Longinotti, Calvino e i suoi luoghi, Tesi di laurea, Università degli Studi di Genova, Anno Accademico 2022-2023

E tuttavia, Calvino non sembrava affatto intenzionato a gettare le armi, come rivelano due lettere di quello stesso 1974, scritte in risposta a due lettori di quella sua incompleta e provvisoria rievocazione: «il racconto intero non ho ancora finito di scriverlo, e contavo sull’aiuto di altri che si trovavano là e che mi possono fornire particolari che mi sono sfuggiti», rispondeva ad Alessandro Toppi - partigiano a Baiardo - segnalandogli a sua volta l’allora «introvabile» volume collettaneo sulla Resistenza nell'imperiese (L’epopea dell’esercito scalzo) <60 rispolverato per l'occasione, per "rispolverare" la memoria e rifocalizzare proprio quella rete di condizionamenti reciproci.
60 M. Mascia (a cura di), L'epopea dell'esercito scalzo, A.L.I.S., Sanremo, s.d., ma del 1945 (firmati dal giovane Calvino sono i capitoli su Castelvittorio paese delle nostre montagne, pp. 49-50 e Le battaglie del comandante Erven, pp. 235-244).
Alessandro Ottaviani, «Un atteggiamento umano senza pari»: lo spirito della Resistenza nell'opera di Calvino in Aa.Vv., Lo spirito della Resistenza. Contributi e note a margine della conferenza annuale dell'AAIS (Zurigo, maggio 2014), Quaderni di Storia e memoria, 2/2014, Ilsrec

Italo Calvino racconta:
Aggrappato in cima ad un'altura che domina Pigna, Castelvittorio, col suo aspetto di antica fortezza, sembra ancora attendere gli assalti dei corsari saraceni. Ma se la guerra moderna, tecnica e mecccanizzata disdegna queste vestigia medioevali, la guerriglia fa rinascere in pieno secolo XX lo spirito avventuroso e cavalleresco dei secoli andati.
I tenaci «Castellusi», laboriosi agricoltori e cacciatori instancabili, si trasformano in guerrieri ogni volta che l'invasione tedesca o fascista minaccia il loro paese: i 40 e più caduti della popolazione ed il molto maggior numero dei tedeschi uccisi testimoniano il loro valore.
                                                          « L'ACIDU » e « U SOCIU »
La prima volta che i Castellesi si trovarono in combattimento a faccia a faccia con i tedeschi e i fascisti, fu nei primi di luglio del '44, durante la famosa offensiva germanica contro i partigiani della zona. Salgono in forza i tedeschi e fascisti il 3 luglio ma i castellesi, cui già il giorno prima era stata saccheggiata la farina dai fascisti, sono pronti ad accoglierli. Molti sono i tedeschi che cadono a mordere la polvere sotto le fucilate di Mario, Tucin, di Giuan Grigiun, de l'«Acidu» e di « U sociu », ma alla fine i nazi-fascisti hanno il sopravvento. Sette castellesi cadono sotto il piombo tedesco, uno dei quali in combattimento. Diciannove case del paese vengono bruciate e saccheggiate.
Di questa prode popolazione le figure più battagliere ci sono date dagli anziani, bravi montanari sulla cinquantina o sulla sessantina, vecchi combattenti dell'altra guerra mondiale, tiratori infallibili per la lunga esperienza di cacciatori. Due figure tra essi meritano particolare attenzione: l'Acidu e il Sociu.
« L'Acidu », comandante della banda locale, nasconde sotto sembianze da Sancio Pancia un'anima da Don Chisciotte. Piccolo, grasso, una tonda faccia dal largo sorriso, gran cacciatore di cinghiali, « l'Acidu » fu uno dei principali animatori della resistenza armata castellese. Rischiò la morte per un pelo il giorno in cui andando incontro a una banda di partigiani che aveva visto in lontananza si sentì fischiare intorno raffiche e colpi di moschetto. Erano tedeschi travestiti! Ma l'Acidu è di gamba buona e riuscì a cavarsela.
« U Suciu », un ometto asciutto, dall'aria vivace, è il miglior tiratore del paese, quello che fece cadere sotto il suo 91 il maggior numero di tedeschi. D'indole avventurosa si fece una volta prestare il mitra da un compagno e andò a rincorrere i tedeschi nei pressi del Lago Pigo, annientandone diversi.
                                                    ATTACCHI, SACCHEGGI, STRAGI
Ma i castellesi non impugnano le armi solo per la difesa, quando si vedono direttamente minacciati, l'odio mortale che dopo le stragi di luglio essi nutrono verso l'oppressore li spinge al contrattacco. Il 19 agosto, in solidarietà con le bande partigiane, la popolazione di Castelvittorio attacca la caserma di Pigna. E il 29 agosto, mentre i fascisti sconfitti si ritirano a Isolabona, i castellesi con la banda garibaldina di «Fuoco» entrano in Pigna. Ma i nazi-fascisti non mollano: il 2 settembre avviene un grnnde attacco di tedeschi e fascisti contro Pigna, appoggiati dal tiro di 12 cannoni da Isolabona. Ma sopraggiungono i castellesi, prendono alle spalle il nemico e lo obbligano a ritirarsi a Isolabona abbandonando sul terreno morti e mitragliatori. E respinti sono pure il 5 ottobre dopo due giorni di fuoco delle artiglierie di Isolabona concentrate su Pigna e Castelvittorio. Alfine, il 10 ottobre essi hanno il sopravvento: entrano nel paese, saccheggiano e vandalizzano.
Comincia l'inverno; un inverno di sangue per i castellesi. La strage più cruenta fu quella di Monte Gordale, compiuta il 3 dicembre da tedeschi, bersaglieri e fascisti: 19 contadini furono fucilati tra cui due donne e un bambino. Altri rastrellamenti si susseguono e altri partigiani del paese vengono trucidati per la denuncia di spie.
Il 20 aprile elementi del paese catturano 9 tedeschi a Isolabona. Una pattuglia di 25 tedeschi sale per liberare i camerati ma si incontra con una banda locale comandata dall'Acido e viene messa in fuga. Questo è l'ultimo combattimento dei prodi castellesi; i tedeschi fuggono: è la libertà, è la pace.
Castelvittorio più di ogni altro paese d'Italia ha il diritto di dire che non ha aspettato la liberazione da terzi, ma ha saputo meritarsela e conquistarsela da sè.
Mario Mascia, L'Epopea dell'Esercito Scalzo, ed. A.L.I.S, 1946, ristampa del 1975 a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia 
 
Pure i contadini della montagna hanno dimostrato nella guerra partigiana un entusiasmo, uno spirito combattivo, una solidarietà, un disinteresse che sfata ogni superficiale definizione del loro carattere. Lo testimoniano il grandissimo contributo di combattenti, di comandanti, di caduti che i contadini diedero alle Brigate Garibaldine, lo testimoniano il fraterno aiuto sia materiale che morale prestato per venti mesi ai partigiani combattenti nelle vallate; lo testimoniano le popolazioni trucidate, i villaggi saccheggiati e incendiati per mano tedesca e fascista. […] Valga per tutti l’esempio di Castelvittorio, paese asserragliato su un’altura della Val Nervia, tra montagne coperte di boschi fittissimi dove si nascondono i cinghiali, e di “fasce” coltivate che si spingono fin oltre i mille metri. I “castelluzzi”, gran lavoratori e gran cacciatori, divennero famosi per l’accanimento con cui difesero il proprio paese, ogni volta che i tedeschi o i fascisti tentarono di conquistarlo.
Italo Calvino, Liguria magra e ossuta, «Il Politecnico» 10, 1 dicembre 1945

lunedì 19 luglio 2021

La strage nazifascista del Gordale


All'alba del 3 dicembre 1944, ebbe inizio il rastrellamento a monte Gordale, dove i tedeschi sapevano esservi partigiani alloggiati e riforniti di viveri dalla popolazione di Castelvittorio. Nel corso di uno scontro a fuoco un sottufficiale della GNR rimane ferito, per altre fonti invece morì, si tratta del maresciallo Salvatore Salvagni di Dolceacqua. La reazione fu immediata e si abbatté spietata ed inesorabile sui contadini. Le porte vennero sfondate, gli occupanti radunati. La rappresaglia si palesò nelle sue forme più tragiche in località Gordale, dove furono fucilati quattordici uomini di cui solamente tre in età per essere sospettati di far parte della Resistenza, mentre gli altri undici erano più che quarantenni. Nello stesso momento una famiglia di quattro persone, tra cui una bimba di due anni, veniva arsa viva nella propria abitazione, sempre in località Gordale. Due giorni dopo altri due uomini vennero fucilati in paese. Secondo Armando Izzo Fragola la reazione nazifascista scattò violenta perché il partigiano Fulvio Vicari Lilli, o meglio la sua fidanzata, aveva sparato una raffica di mitra verso un gruppo di tedeschi e fascisti.
Giorgio Caudano, Pigna. Storia di un paese, ed. in pr., 2016
 
[ n.d.r.: Giorgio Caudano, L'immagine ritrovata. Ventimiglia e dintorni nei dipinti dell'Ottocento e primo Novecento, Alzani Editore, 2021; La libera Repubblica di Pigna. Parentesi di democrazia (29 agosto 1944 - 8 ottobre 1944) (a cura di Paolo Veziano con il contributo di Giorgio Caudano e di Graziano Mamone), Comune di Pigna, IsrecIm, Fusta Editore, 2020; Giorgio Caudano, Dal Mare alla Trincea... memorie di uomini, BB Europa, Cuneo, 2019; Silvia Alborno, Gisella Merello, Marco Farotto, Marco Cassini, Giorgio Caudano, Franck Vigliani, curatori della mostra Claude Monet, ritorno in Riviera, catalogo a cura di Aldo Herlaut, Silvana Editoriale, Milano 2019; La Magnifica Invenzione. I pionieri della fotografia in Val Nervia 1865-1925, a cura di Marco Cassini e Giorgio Caudano, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2016  ]

Uno dei fatti più orrendi, solo secondo a quello di Torre Paponi, accade il 3 dicembre 1944 nell'alta Val Nervia, quando duecento uomini combattenti Tedeschi, bersaglieri e brigatisti neri, provenienti da Dolceacqua raggiungono il paese di Castelvittorio per rastrellare la zona.
Dal giorno che un reparto tedesco si era insidiato nell'abitato (8 ottobre 1944) la popolazione, benchè costretta a subire continue violenze, aveva fatto capire da quali sentimenti era animata. Ai lavori di fortificazione e di costruzione di trinceramenti, che i Tedeschi imponevano, spesso non si presentava nessuno o solo pochi comandati.
I Castellesi non avevano timore di tenere occultati nelle proprie case di campagna i partigiani, con pericolo della vita.
La collaborazione con le forze partigiane, invece di affievolirsi, si faceva più solidale, anche se il rischio era maggiore.
Si taceva e si lavorava per la Resistenza. Il nemico lo sapeva e tacciava di “banditi” tutti gli abitanti ed attendeva il giorno della sanguinosa vendetta. Non bastavano più le vessazioni quotidiane, i giorni di terrore trascorsi dagli uomini trattenuti come ostaggi nelle celle della posticcia prigione locale.
Appunto il 3 dicembre si presenta l'occasione per la rappresaglia. All'alba, iniziato il rastrellamento a monte Gordale, dove i tedeschi sapevano esservi partigiani alloggiati e riforniti di viveri dalla popolazione di Castelvittorio, si accende una sparatoria durante la quale un sottufficiale nemico rimane ferito.
La reazione è immediata e si abbatte spietata ed inesorabile sui contadini. Le porte vengono sfondate, i barbari entrano con impeto e ferocia nelle case, strappano gli uomini dai loro letti senza dare alcuna spiegazione, urlano solo “alles Kaput” (tutti a morte).
Gli uomini e le donne capiscono che è la fine: stringendo i denti e muti, come sanno essere i contadini delle aspre montagne liguri nei momenti terribili, vanno avanti nella direzione indicata loro dai carnefici. Cinque minuti dopo giunge l'ordine di fucilare i diciannove catturati: dieci in un luogo e nove in un altro.
La sentenza viene impartita, come poi ha riferito un Tedesco, dall'ufficiale Von Katen, aiutante maggiore del battaglione, con queste precise parole: “la terza compagnia, che ha avuto un ferito, ha l'onore di fucilare dieci civili”. A trecento metri di distanza viene ripetuta la stesa sentenza per gli altri nove condannati.
Prima dell'esecuzione, a tutti viene promessa salva la vita se avessero svelato l'ubicazione del rifugio partigiano, dal quale erano partite le fucilate, ma nessuno parla.
Anche le madri e le mogli rimaste nei casolari vicino odono e capiscono, ma non parlano, non dicono niente che possa danneggiare i partigiani. Lunghe raffiche di mitragliatori “Mayerling” abbattono i diciannove condannati i cui corpi rimangono sparpagliati per le “fasce” ed i cespugli. Tra questi una madre e due ragazze, falciate a bruciapelo, colpevoli di essersi scagliate con veemenza contro coloro che stavano per uccidere marito e padre.
Seguono saccheggi e rapine.
Emilio Allavena e Giovanni Orengo (Tumelin) emergono ancora di più da questo eccidio senza pari in Val Nervia.
La lezione che il nemico vuole impartire al paese non è ancora finita: ai due suddetti, accusati di aver rifornito i garibaldini, viene riservata la fucilazione da eseguirsi sulla pubblica piazza del paese.
Mentre la popolazione è a monte Gordale a raccogliere i propri famigliari trucidati, un tribunale improvvisato pronuncia la sentenza di morte.
Anche questi due contadini dimostrano al nemico ed ai compaesani di quale sangue freddo si può essere capaci. Nessuna disperazione ma calma assoluta, e vanno alla morte.
È il 5 di dicembre quando una scarica di mitra nel petto dei due padri di famiglia chiude la settimana più terribile che la storia del paese ricordi.

Così ancora una volta, dopo il 3 di luglio (sette trucidati), il 19 e il 29 di agosto, il 2 di settembre, il 5 e il 10 di ottobre, i Castellesi versano il loro sangue per la libertà.

Vittime del 3 dicembre 1944:
Allavena Eugenio Giovanni di Giacomo nato a Castelvittorio il 21-8-1923
Allavena  Filiberto  di  Giacomo                  "                              21-8-1923
Balbis  Mario  di  Giovanni                          "                               8-12-1902
Moro  Remo fu Giuseppe                             "                               25-4-1913
Orengo Giacomo fu Francesco                     "                              25-7-1884
Orengo Giuseppe  fu Francesco                   "                               15-11-1892
Orengo Giobatta  fu Giacomo                      "                               10-10-1894
Orengo  Luigi di  Luigi                                 "                               1-12-1903
Orengo Luigi fu Giacomo
Orengo Maria Caterina
Orengo  Maria  Caterina di Luigi                "                                25-11-1915
Orengo Giovanna Caterina                          "                               di  anni due
Pastor  Ludovico fu Giacomo                      "                                31-10-1905
Peverello Giuseppe fu Giovanni                  "                                 19-3-1902
Rebaudo  Stefano fu Giacomo                      "                                31-8-1894
Rebaudo Giuseppe fu Giacomo                    "                              25-11-1885
Rebaudo Giovanni fu Giacomo                   "                                 3-12-1887
Rebaudo  Giovanni fu Luigi                        "                               17-11-1907
Rebaudo  Stefano di  Luigi                          "                                   3.2.1902

Vittime del  5 dicembre 1944:
Allavena  Emilio fu Giacomo                        "                                17-8-1908
Orengo  Giovanni fu Bartolomeo                   "                              15-5-1890

Il 16 di dicembre muore a Castelvittorio anche il garibaldino Giuseppe Caviglia (Sorcio) fu Giacomo, nato nel Comune il 24-5-1892, a seguito di malattia contratta in servizio.
Dopo qualche mese i Tedeschi se ne andranno ma non dimenticheranno Castelvittorio.
Durante due rastrellamenti catturano altri giovani che vengono seviziati per far loro confessare di appartenere a bande di partigiani: ancora omertà assoluta, è la loro salvezza. Chi ammette di aver fatto parte di bande perché arruolato per forza è passato per le armi. Alcuni vengono arruolati nelle forze repubblichine. Fuggiranno alla prima occasione.
In un successivo rastrellamento, Revello Maggiorino e Rebaudo Primolino, catturati in paese con altri giovani, pagheranno con la vita per aver appartenuto alle formazioni. Traditi da spie, saranno condotti prima a Pigna per subire interrogatori, quindi a Latte [Frazione di Ventimiglia] dove verranno fucilati il 14-3-1945.

Francesco Biga, Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), Vol. III. Da settembre a fine anno 1944, a cura dell'Amministrazione Provinciale di Imperia e con il patrocinio dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, Milanostampa Editore, Farigliano, 1977

venerdì 15 gennaio 2021

Tre giorni più tardi avevo già alle calcagna la milizia di Pigna

Scorcio dell'abitato di Castelvittorio (IM)
 
Nel marzo del 1944 i fascisti di Castelvittorio (IM) invitarono me ed altri ragazzi ad una riunione, durante la quale insistettero perché ci iscrivessimo al Partito: O vi iscrivete, o partite per il militare, ci dissero perentoriamente.
Io fui l'unico ragazzo ad avere il coraggio di dire di no.
Parlai per primo, dopo di che i fascisti mi obbligarono ad uscire dalla loro sede.
Tre giorni più tardi avevo già alle calcagna la milizia di Pigna in quanto elemento sospetto e, per non essere arrestato, dovetti abbandonare il villaggio.
Presi lo zaino e mi rifugiai in campagna; ma dopo circa un mese anche i dintorni di Castelvittorio diventarono malsicuri, così mi trasferii a Cetta [Frazione di Triora (IM), in Alta Valle Argentina] con l'amico Gino Asplanato, per cercare di unirmi alla Resistenza.
Là conobbi Vittorio Guglielmo (Vittò) [Ivano, Giuseppe Vittorio Guglielmo], un capo partigiano. Questi mi disse che stava organizzando un distaccamento collegato con i partigiani di Sanremo, e mi suggerì di entrare nella milizia per spiare i fascisti di Ventimiglia.
Mi arruolai con mio cugino Italo [Falce] Rebaudo, che dopo l'8 settembre era scappato dall'esercito.
Nella milizia sabotavamo a più non posso: ad esempio, prendevamo le bombe a mano e toglievamo loro la capsula per renderle innocue. Dopo circa un mese, però, ci dissero che avremmo dovuto partecipare ad un rastrellamento di partigiani, così decidemmo di fuggire.
Giacomo Romolo Rebaudo, testimonianza in Marco Cassioli, Ai confini occidentali della Liguria. Castel Vittorio dal medioevo alla Resistenza, Comune di Castel Vittorio, Grafiche Amadeo, Chiusanico (IM), 2006
 
[…] A Langan i partigiani presero le mie generalità e mi diedero Rodi quale nome di battaglia. Nei giorni successivi, Bruno Luppi [Erven] costituì un distaccamento [il V° dell’allora IX^ Brigata d’Assalto Garibaldi “Felice Cascione”, formata il 20 giugno 1944 e diventata il 7 luglio 1944 II^ Divisione “Felice Cascione”] di una trentina di uomini con base in un bosco vicino alla frazione Vignai, nel comune di Baiardo: il gruppo aveva lo scopo di isolare la postazione tedesca sul monte Ceppo, che impediva il transito da Baiardo a Langan. Io entrai a far parte del distaccamento in qualità di portaordini e il 26 giugno 1944 ricevetti il battesimo del fuoco. […]  già alla fine di luglio formammo un nuovo distaccamento agli ordini del comandante Mosconi [Basilio Moscone] e tornammo nei boschi intorno a Castel Vittorio. In settembre partimmo poi per Cima di Marta, con l’incarico di stare di vedetta per controllare che non arrivassero tedeschi dalla Val Roia. Là rimasi fino al rastrellamento dell’8 ottobre, quando Langan fu di nuovo occupata e noi dovemmo ritirarci a Piaggia (CN), poi alle falde del Mongioie, in Piemonte. […]  
Stefano Rodi Millo [conosciuto soprattutto come Mario], testimonianza in Marco Cassioli, Op. cit.
 
Gli uomini del distaccamento di Vittò [Ivano, Giuseppe Vittorio Guglielmo] e di Erven [Bruno Luppi] (5° distaccamento) nelle ore pomeridiane del… [10 giugno 1944], si recano a Castelvittorio, e si intrattengono nel paese, cantando inni partigiani. Restano fino a tarda sera. Quando partono, i fascisti che sono a Pigna, incominciano a sparare. I partigiani, mentre si allontanano, sentono gli spari… A Passo Muratone, situato fra Pigna e Saorge, a monte di rio Muratone, vi erano cinque o sei guardie di finanza della repubblica di Salòuna pattuglia del distaccamento di Vittò e di Erven va al Passo Muratone. Sulla base delle citate indicazioni, l’azione avviene in data 11 giugno. La pattuglia partigiana è comandata da Assalto [Carlo Peverello, nato a Castelvittorio il 28 febbraio 1923]. I partigiani, in tutto, erano circa una ventina, fra cui Serpe [Isidoro Faraldi, in seguito comandante del IV° Distaccamento del II° battaglione “Marco Dino Rossi” della V^ Brigata “Luigi Nuvoloni” della II^ Divisione “Felice Cascione“], Guido di Cetta, Marconi [Gino Asplanato] di Castel Vittorio, e i giovinetti Géna e Spezia (o «Scarzéna») [Pietro Bodrato, nato a Lerici, classe 1927]. L’azione era difficile per la posizione della caserma, che aveva alle spalle il monte e davanti lo strapiombo. A compiere l’attacco fu Assalto, insieme con Géna e Spezia…
Giovanni Strato, Storia della Resistenza Imperiese (I^ zona Liguria) - Vol. I: La Resistenza nella provincia di Imperia dalle origini a metà giugno 1944, Sabatelli Editore, Savona, 1976 
 
Il 20 corrente, verso le ore 17.30, banditi armati irruppero in Castelvittorio e, dopo aver bloccato tutte le strade di accesso al paese, penetrarono nella casa comunale dove bruciarono i manifesti e le bollette esattoriali, asportando una macchina da scrivere. Successivamente si portarono nell'ufficio postale ove danneggiarono l'apparecchio telegrafico, rendendolo inservibile. Infine si presentarono in diversi negozi di commestibili, asportando complessivamente 15 quintali di generi alimentari.
Nell'allontanarsi costrinsero certo Bruno Rebaudo a seguirli.
Notiziario della Guardia Nazionale Repubblicana del giorno 24 giugno 1944, p. 33. Fonte: Fondazione Luigi Micheletti
 
Tornammo a Castelvittorio proprio il 2 luglio [1944], il giorno della battaglia fra la popolazione civile e i tedeschi. Quando arrivammo lo scontro era già finito, i nemici avevano ucciso sette persone e stavano bruciando le case del paese.
Uomini e donne scappavano terrorizzati verso le campagne e noi andammo con loro; poi proseguimmo verso Langan [comune di Castelvittorio (IM)] e Cetta per raggiungere il quartier generale di Vittò.
Nelle settimane successive, mio cugino ed io fummo assegnati a due distaccamenti diversi: Italo raggiunse Baiardo con il comandante Marco [Candido Queirolo], io mi diressi invece sul monte Gordale con il comandante Mosconi [Basilio Moscone Mosconi, comandante di un Distaccamento, poi comandante del II° Battaglione "Marco Dino Rossi" della V^ Brigata], che mi diede Romolo quale nome di battaglia.
Là rimasi fino a settembre, quando il mio distaccamento si spostò a Marta per vigilare che i tedeschi non arrivassero dalla parte francese.
Poi l'8 ottobre 1944 i nazifascisti fecero un grosso rastrellamento in tutta la provincia di Imperia, così le formazioni partigiane che operavano nella zona dovettero ritirarsi fino in Piemonte, ai piedi del Mongioie.
Il 22 novembre 1944 i comandanti ci dissero di tornare a casa per trascorrere l'inverno al sicuro, in attesa di riprendere la lotta in primavera.
Italo ed io rientrammo quindi a Castelvittorio, passando i mesi di dicembre, gennaio e febbraio nascosti in una tana, in regione Viameglio.
Avevamo scavato un buco sottoterra e vi ci rannicchiavamo dentro come due volpi, e mia nonna chiudeva l'ingresso con una pietra [...]
Giacomo Romolo Rebaudo in Marco Cassioli, Op. cit. 
 
La collaborazione civili-partigiani, che si concretizzò tante volte nel corso della lotta di Liberazione, fu determinante nei primi giorni di luglio 1944 a Castelvittorio (IM).
Il paese rientrava nell'ambito di una vasta operazione di rastrellamento dei tedeschi, che tentarono in questo caso con ingenti mezzi lo sfondamento delle linee partigiane nel tentativo di creare una grande sacca in cui chiudere tutte le formazioni garibaldine e privarle, in tal modo, d'ogni via di fuga verso i territori piemontesi.
Il 2 luglio i nazisti requisirono la preziosa farina, suscitando una reazione d'orgoglio in numerosi abitanti, che, come ricordava il parroco don Caprile, imbracciarono le armi con la parola d'ordine di difendere il paese. Iniziata la sparatoria, per circa 5 ore borghesi, armati di fucili di ogni specie, resistettero ad un contingente tedesco ben armato.
Il giorno dopo il nemico trovò gli abitanti intenzionati a dare di nuovo battaglia.
Erano schierate fianco a fianco più generazioni del paese.
Tra i più maturi vi erano Mario Tucin [Mario Alberti, nato a Castelvittorio, classe 1896], Giuan Grigiun [anche Tumelin, Giovanni Orengo, nato a Castelvittorio, classe 1890], l'Acidu [Giuseppe Verrando, nato a Castelvittorio, classe 1886] e U Sociu [Giuseppe Caviglia, nato a Castelvittorio, classe 1892, morto il 16 dicembre a Castelvittorio in seguito a malattia contratta in servizio], buoni montanari, per lo più sulla cinquantina o sulla sessantina e vecchi combattenti dell'altra guerra mondiale, tutti tiratori infallibili per la loro lunga esperienza di cacciatori. Infine, i tedeschi se ne andarono, anche se gli abitanti di Castelvittorio furono tristemente consapevoli che quelli avrebbero fatto ritorno, come in effetti accadde nel mese di ottobre dello stesso anno.                        
Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell’Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell’Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945) - Tomo I, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998-1999 
 
[…] Eravamo verso la fine di agosto del 1944. Il Comandante Vitò aveva previsto nel consiglio di stato maggiore ogni possibilità di attacco. La sera prima dell’attacco stabilito, una numerosa colonna di tedeschi arrivò a Pigna. Il comando partigiano allora si radunò a Monte Vetta [nel comune di Castelvittorio (IM)] per studiare la nuova situazione. Intanto, nella stessa notte dell’arrivo dei tedeschi, Fuoco [Marco Dino Rossi] con alcuni suoi uomini, il suo gruppo volante di distruttori, con Pagasempre [anche Ruffini, Arnolfo Ravetti, poco tempo dopo capo di Stato Maggiore della V^ Brigata] e con uomini decisi di Castelvittorio, erano andati verso Dolceacqua per minare un ponte e tagliare la ritirata ai tedeschi. Ma le sorprese sono sempre in agguato. Lo avevano trovato presidiato. Si dovettero ritirare e mentre ritornavano verso Pigna, camminando a mezza costa per essere nascosti, si accorsero che i nazifascisti abbandonavano Pigna. I troppi attacchi avevano loro consigliato il ripiegamento su lsolabona e Dolceacqua. Tra gli attacchi che indusssero  i tedeschi ad andarsene, vi furono continui disturbi degli uomini del distaccamento di Castelvittorio (IM), guidato da Fuoco.    
don Ermando Micheletto, La V^ Brigata d’Assalto Garibaldi “Luigi Nuvoloni” (Dal Diario di Domino nero Ermando Micheletto), Edizioni Micheletto, Taggia (IM), 1975
 
Fu una giornata di festa: i visitatori si trattennero fino al tardo pomeriggio.
Mario Tucin, mentre i tre mangiavano, raccontò nei particolari la battaglia dei primi di luglio 1944; poi, con emozione, a Erven [Bruno Luppi, comandante partigiano rimasto gravemente ferito nella battaglia di Sella Carpe]: "Da quel giorno dell'aprile '44, quando tu, Vitò e un gruppo di vostri partigiani scendeste per primi a Castelvittorio, e deste fuoco sulla piazza a carte e arredi della sede del Fascio, alle liste di leva, ai ruoli delle tasse, e vedemmo i pochi fascisti del paese scappare a nascondersi, non mi siete più passati di mente. Vi ho sempre avuti nel cuore come angeli venuti dal cielo; io da sempre sono contro i fascisti e come me l'Acido e quasi tutti gli uomini del paese".
Erven gli sorrise, e lui, volto a Chechin, lo complimentò per la tenda e apprezzò la scelta del posto. Ma a Chechin venne di dire: "Però, se ci individuano e ci dovessero girare addosso il tiro dei mortai, saremmo come topi in trappola: qui non abbiamo ripari, non scampo in questa montagna ripida e in questo bosco impraticabile!".
"Già, non avete scampo!" ripeté Mario, e restò assorto tenendo una mano sulla tesa del cappello di panno nero gualcito, come a tirar fuori dalla fronte un ricordo confuso. Poi, brillando luce negli occhi, d'improvviso esclamò: "'A' grota du Leuvu'', sì, 'a' grota du Leuvu''. Deve essere proprio in questi paraggi. L'Acido e io l'abbiamo saputo dai nostri vecchi che esisteva... e un giorno, tanti anni fa, ci siamo stati dentro!".
Invitò Chechin a seguirlo e, facendosi strada per l'intrico del bosco, con l'agilità e la forza, lui quasi cinquantenne, da fare invidia a un giovane, si arrampicò per la costa e scomparve. Si ricordava di una piccola radura in quella zona del bosco, fatta di roccia arida coperta di gramigna nella parte assolata e di muschio nel declivio umido. Cercò a lungo ma solo quando si trovò in alto riuscì a individuare nel bosco la radura. Vi scese; vi riconobbe la roccia grigia, le pietre, i massi sepolti fra rovi ed erbacce. Frugò con occhio attento ogni pietra, ogni macigno fino a che, alla base di una sporgenza rocciosa, notò fra due massi un piccolo foro. Chiamò Chechin per farsi aiutare a spostare i massi; e n'ebbero appena spostato uno che apparve una cospicua buca, aperta in una specie di cunicolo che, scendendo, si perdeva nel buio.
"Eccola!" disse a Chechin esultando come avesse scoperto un tesoro. "Qui sotto avete spazio per nascondervi e per ripararvi anche dalle V2".
La radura rimaneva poco in alto e a una ventina di metri dalla tenda. Ridiscesero; Mario con la moglie e la figlia ripartì per rientrare a casa, promettendo di ritornare presto a trovarli [...] Uno di quei giorni Mario Tucin venne in compagnia del famoso Acido. l tre ci tenevano a conoscerlo e Mario li aveva accontentati. Era, l'Acido, piuttosto piccolo, grassoccio con tendenza al tondo anche nell'ovale del viso, fronte spaziosa per la calvizie, guance sane e fresche nonostante marciasse verso la sessantina, occhi piccoli e arditi come il temperamento che esprimeva nella energia dei movimenti e nella parlata rapida e concisa del tipico dialetto di Castelvittorio.
Quando Erven, nel porgergli la mano, gli disse: "Sono contento di conoscere un coraggioso come voi, un nostro amico", egli si illuminò e disse: "Ho imparato da mio padre ad amare la giustizia. Noi di Castelvittorio siamo abituati al lavoro, alla fatica e alla vita semplice, vogliamo bene a Cristo e alla Madonna, ma guai se ci pestano! Vogliamo vivere con dignità. Per questo il fascismo non ci va e non ci è mai andato. Le prepotenze malvolentieri le sopportiamo; e abbiamo fatto le 'giornate di luglio'. Siamo tutti con voi partigiani".
Fu piacevole la conversazione con lui e con Mario Tucin. Al termine, su proposta di Erven, Mario e l'Acido si presero l'incarico di organizzare in Castelvittorio il CLN.
Bruno Luppi, Saltapasti, La Pietra, Milano, 1979 
 
Tucin [Mario Alberti], Giuan Grigiun [Giovanni Orengo], l’Acidu [Giuseppe Verrando] furono tutti membri del C.L.N. di Castelvittorio e nel dopoguerra composero la giunta comunale del paese quando mio padre era sindaco. Con loro c’era anche Giulio Rebaudo… 
Stefano Rodi Millo in Marco Cassioli, Op. cit.

domenica 13 dicembre 2020

Già notati svariate volte gruppi di ribelli armati

Dolceacqua (IM): Cappella dell'Addolorata

L'11 corrente, da certo Secondo Bosio, residente in Ventimiglia, è stato catturato un colombo viaggiatore che portava un messaggio dei ribelli diretto alle autorità militari inglesi.
Si unisce copia del messaggio
Notiziario della Guardia Nazionale Repubblicana (G.N.R.) del 28 maggio 1944, p. 21, così come da pubblicazione in Fondazione Luigi Micheletti.
 

Il Comando delle Brigate Nere ha una vasta rete di spionaggio che fornisce informazioni sui movimenti e sull'ubicazione delle formazioni partigiane.

Nel mese di giugno 1944 il predetto Comando ha a sua disposizione molte notizie sulla situazione numerica dei garibaldini e ne traccia un prospetto:

Rocchetta Nervina (IM)

«... Zona di Rocchetta Nervina
Già notati svariate volte gruppi di ribelli armati, in località Monte Forquin, al passo Mairige, a Monte Abellio; tutti provenienti dalla località Testa d'Alpe.

Airole (IM): uno scorcio di Val Roia

Zona di Airole
Notati gruppi di avvistamento a quota 677, quota 563 e presso il chilometro 10 della strada Ventimiglia-Airole.

Zona di Dolceacqua
Circa 70 ribelli armati trovansi nei pressi della Cappella dell'Addolorata, tra Dolceacqua e Monte Belgestro. Pare che altri gruppi di ribelli pure armati si trovino sulla cispluviale tra Roverino (Val Roja) e Camporosso (Val Nervia). Notati gruppi di avvistamento al chilometro 9 della strada Dolceacqua-Isolabona ed alla q. 370.

Isolabona (IM)

Zona di Isolabona
Notati gruppi di avvistamento e di sbandati presso il monte Morgi e presso la Cappella Marra a q. 577.

Pigna (IM): Corso De Sonnaz

Zona di Pigna e Castelvittorio
Accertata presenza di ribelli armati con armi automatiche e mortai e armamento individuale a Monte Gouta, Colle Venoso, Regione Grai, Margheria dei Boschi e monte Giardino. Il numero di questi è complessivamente di circa 800. Gruppi di avvistamento a monte Altomoro e Madonna di Campagna a q. 477, a Madonna Passoscio. Altri gruppi sparsi di circa 50 e 80 uomini armati sono stati visti a Buggio, Colle Prealba, a Monte Toraggio, a Monte Mera, a Monte Lega, con gruppi di avvistamento a quota 440, a Madonna del Carmine, a Madonna di Lausegno e nel paesetto di Orvegno, vicino a Monte Lega.

Apricale (IM): la strada provinciale

Zona di Apricale
Gruppi di sbandati notati, armati, a Monte Ruscarin, Monte Calvaria e a q. 300.

Vallebona (IM): alture di ponente

Zona di Vallebona e Seborga
Visti sostare diverse volte, presso il Passo del Bandito q. 703, gruppi di sbandati armati della forza di circa 20 - 30 elementi.    

Zona di Baiardo - Perinaldo e Ceriana
Accertata presenza di circa un centinaio di ribelli armati a Monte Mera; pure un centinaio a Monte Caggio, con gruppetti di avvistamento al chilometro 8 ed al chilometro 11 della strada Vallebona-Perinaldo. Sono stati visti transitare diverse volte, da San Romolo in direzione di monte Bignone, gruppi di 20 e 30 elementi di ribelli armati. Accertata presenza di due gruppi di circa 40 ribelli a Monte Ceppo e a Monte Cavanello, con gruppi di avvistamento al Passo di San Bernardo. Notati pure nuclei di ribelli armati a Baiardo nella villa Maiffret, nella galleria rifugio della villa e nella boscaglia adiacente. Accertata la presenza di un gruppo di circa 25 ribelli armati a Fascia d'Ubaga e a monte Merlo con gruppi di avvistamento a quota 536, quota 485, al chilometro 10 ed al chilometro 6 della strada Sanremo-Ceriana [...]».

Dagli incompleti dati in possesso del nemico, seppur non tutti attendibili e molti indubbiamente inesatti, si può valutare la possibilità di lotta della nostra Resistenza in quel periodo in cui l'entusiasmo saliva alle stelle ed in ogni valle risuonavano le canzoni partigiane.

Sul finire del mese di giugno del 1944, avviene un cruento combattimento sostenuto dal 16° distaccamento, che potrebbe anche essere ricordato come «La prima e l'ultima battaglia»; la battaglia cioè di un distaccamento appena costituito che si batte con grande coraggio, infligge gravi perdite ai Tedeschi e subisce, a sua volta, un rastrellamento tanto feroce, e giorni di martirio da non poter più essere ricomposto. I bravi giovani superstiti passano, quindi, a far parte di altri reparti. Noi, invece, il combattimento lo intitoliamo al nome della località presso cui si verificò e diciamo: «La battaglia di Sella Carpe».

Carlo Rubaudo, Storia della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria) - Vol. II. Da giugno ad agosto 1944, edito a cura dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia, Imperia, Dominici Editore, 1992

Pagina 33 del Notiziario GNR del 24 giugno 1944 cit. infra - Fonte: Fondazione Luigi Micheletti

Il 20 corrente, verso le ore 17,30, banditi armati irruppero in Castelvittorio e, dopo aver bloccato tutte le strade di accesso al paese, penetrarono nella casa comunale dove bruciarono i manifesti e le bollette esattoriali, asportando una macchina da scrivere. Successivamente si portarono nell'ufficio postale ove danneggiarono l'apparecchio telegrafico, rendendolo inservibile. Infine si presentarono in diversi negozi di commestibili, asportando complessivamente 15 quintali di generi alimentari. Nell'allontanarsi costrinsero certo Bruno Rebaudo a seguirli [...].
Notiziario della Guardia Nazionale Repubblicana del giorno 24 giugno 1944,
p. 33, così come da pubblicazione in Fondazione Luigi Micheletti