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sabato 13 marzo 2021

Attacco partigiano alla postazione B7

Dintorni di Molini di Triora (IM) - Fonte: mapio.net

Il 3 o il 4 giugno [1944], qualche giorno prima dello sbarco alleato in Normandia, vi è l'attacco alla postazione «B7».
Vittò [Giuseppe Vittorio Guglielmo], Erven [Bruno Luppi], Tento e Marco [Candido Queirolo], sebbene già divisi nei due distaccamenti, decidono di attaccare insieme la postazione «B7», situata nella zona di Perallo [Frazione di Molini di Triora (IM)], villaggio che è su per giù a metà strada fra Molini di Triora e Carmo Langan.
Il comando dell'azione è affidato a Moscone (Basilio Mosconi), ora con Tento [Pietro Tento] e Marco, e già scelto per comandare un nuovo eventuale distaccamento. Egli diventerà infine comandante del Battaglione «Marco Dino Rossi» (2° Battaglione della V Brigata).
Il 4° distaccamento (Marco e Tento) scende da Gerbonte; il 5° (Vittò e Erven) scende dalle alture che sono sopra Carmo Langan; s'incontrano a Loreto.
Il distaccamento di Marco e Tento partecipa al completo, tutto in un solo gruppo, all'azione contro la «B7».
Il distaccamento di Vittò e di Erven viene diviso in due gruppi: uno di questi, nel quale vi sono Vittò ed Erven, partecipa direttamente all'azione contro la «B7», mentre l'altro viene mandato in Molini.
Il comando dell'azione, come si è detto, è affidato a Mosconi, del 4° distaccamento. Mosconi, ex sergente maggiore non di carriera del disciolto esercito, precisa con particolare accuratezza il modo di condurre l'attacco: spiega il compito di ogni uomo, di ogni arma, la prudenza per evitare le mine seminate intorno alla postazione, l'ora dell'inizio dell'attacco, il segnale (inizio: ore l2 esatte; segnale: un colpo di pistola).
La postazione è vicina alla strada, proprio dove questa disegna una curva; ed è all'interno della curva stessa.
I partigiani si portano sul posto e si dispongono a semicerchio, distribuendosi sopra, sotto e lateralmente, al di là della strada; in modo che la strada resta fra essi e la postazione.
Esattamente alle ore 12, come convenuto, Mosconi dà il segnale con un colpo di pistola, e viene iniziato l'attacco col mortaio da «45», con fucili e con bombe a mano tedesche dal manico lungo; il mortaio, affidato a Milorato, era piazzato presso un castagno, a monte della postazione.
Colti di sorpresa, i militi fascisti (forse 12 o 15) si rinchiudono nella capanna che è, press'a poco, al centro della postazione e nel punto più sporgente della curva; mentre due tedeschi corrono alle due mitragliatrici collocate una a monte e una a valle, e rispondono al fuoco.
Un proiettile spezza a Mosconi la penna del cappello alpino. Il castagno, dove stava Milorato col mortaio, era crivellato di colpi. Mentre un gruppo scelto di partigiani, cautamente a causa delle mine, si stava portando vicino alla baracca per assaltarla con le bombe a mano, Mosconi riesce a colpire con una bomba del mortaio la capanna. Avviene uno scoppio, che la fa saltare in aria, uccidendo i fascisti, che vi erano dentro; tutti gli altri uomini della postazione (due tedeschi e due italiani) sono fatti prigionieri; di essi, solo un italiano non è ferito, mentre sono feriti leggermente l'altro italiano e un tedesco, e gravemente l'altro tedesco.
Il tedesco gravemente ferito è portato nel vicino paese di Molini e affidato alle cure di un sacerdote; degli altri non si è potuto accertare se rimasero con i partigiani o se furono rimandati a casa; tuttavia si sa che non furono fucilati.
Marco, da Molini, manda un telegramma al Prefetto: «Comunichiamo espugnazione da parte nostra postazione B7 alt Provvedete voi ritirare vostri morti alt Noi sprovvisti becchini alt». Firmato: «I ribelli».
Nella notte vennero i pompieri a ritirare le salme dei fascisti caduti.
Frattanto, l'altro gruppo del 5° distaccamento, mandato in Molini prima dell'attacco alla «B7», nel suddetto paese aveva preso in consegna un camion, affidato ai partigiani dal proprietario allo scopo di sottrarlo ai tedeschi, che volevano requisirlo.
Dopo che la «B 7» fu presa, il sopra menzionato gruppo del 5° distaccamento fece passare il camion avuto in consegna, che venne quindi avviato alla montagna, e - passato il camion - fece saltare il ponte della strada fra Molini e Langan.
L'azione contro la «B7», di cui si è ora parlato, avvenne due o tre giorni prima dello barco alleato in Normandia; e quindi, come si è detto, il 3 o il 4 giugno.
Dopo l'azione contro la «B7», il 5° distaccamento (Vittò ed Erven) fa la sosta di un giorno; poi va a prendere accantonamento nelle caserme di Carmo Langan. In questa nuova sede si trasferisce il giorno dello sbarco in Normandia, quindi il 6-6-44.
I partigiani si stabiliscono anche in qualche casa, che poi verrà bruciata dai nazifascisti (casa di Lanteri Cesira). Compito del 5° distaccamento era di controllare la Val Roia e la Val Nervia, oltreché di fronteggiare la postazione tedesca di Monte Ceppo. Infatti in questa località, che in linea d'aria dista circa km.5 da Carmo Langan, i tedeschi avevano ancora ingenti forze; e d'altra parte la località stessa era di particolare importanza, perché da essa si domina la zona di Carmo Langan, che è un po' a nord ovest, e quella di Baiardo, che è un po' a sud ovest; e, in più, per Monte Ceppo passa una strada che collega le strade di Carmo Langan e di Baiardo, consentendo l'accesso alla montagna e all'interno da disparatissimi punti.
A sua volta il 4° distaccamento (Tento e Marco), subito dopo il fatto della «B7», prende posto a Triora. Carmo Langan è nodo stradale importantissimo, perché vi si incontrano le strade che vanno, fra l'altro, a Pigna, a Cima Marta, a Molini di Triora, a Baiardo.
Per dare, a questo punto, un'idea della situazione stradale in generale, giova richiamare l'attenzione sulle seguenti arterie principali:
1) strada Ventimiglia o Piani di Vallecrosia - Camporosso- Isolabona - Pigna - Carmo Langan - Molini di Triora - Passo della Teglia - Bosco di Rezzo - Rezzo - Pieve di Teco - Albenga;
2) strada  Isolabona - Apricale. Baiardo - Vignai - Badalucco;
3) strada Arma di Taggia - Badalucco - Molini di Triora;
4) strada Badalucco - Carpasio - Colle d'Oggia - San Bernardo di Conio - Bosco di Rezzo (fino alla prima delle arterie sopra elencate);
5) strada San Bernardo di Conio - Colle San Bartolomeo;
6) strada San Bernardo di Conio - Colle d'Oggia - Borgomaro - Chiusavecchia;
7) strada Colle San Bartolomeo - Caravonica - Chiusavecchia;
8) statale «28», che, partendo da Imperia, passa per Chiusavecchia, Colle San Bartolomeo, Pieve di Teco, e quindi permette di accedere da Imperia e dal Piemonte, oltre che da Albenga e da Ventimiglia, alle strade già menzionate;
9) strada che, partendo dalla statale «28» a valle di Chiusavecchia, passa per Gazzelli, Chiusanico e Torria, e si ricollega alla statale «28» a valle di Cesio;
10) strada Carmo Langan - Cima Marta - Galleria del Garezzo - San Bernardo di Mendatica - statale «28» (innesto presso Case di Nava);
11) strada Via Aurelia - Ceriana - Baiardo;
12) strada Sanremo - San Romolo - Case Morini - Baiardo;
13) strada Sanremo - San Romolo - Perinaldo;
14) strada Ospedaletti - San Romolo;
15) strada Via Aurelia - Vallecrosia - Perinaldo;
16) strada  Perinaldo - Apricale;
17) strada Camporosso - Ciaixe - Monte Baraccone -  Ponte Raggio - Ponte Barbaira - Isolabona;
18) strada Camporosso - Ciaixe - Monte Baraccone - Margheria dei boschi - Pigna;
19) strada statale n. 20 o strada statale della Val Roia;
20) strada che si stacca dalla statale n. 20, a pochi chilometri da Ventimiglia, e - per mezzo di due tronconi - si collega alla strada che, partendo da Camporosso, passa per Ciaixe;
21) strada di Bevera, che, partendo dall'Aurelia, passa per Bevera, e si im mette nella statale n. 20 a valle di Airole.
Dalla sopra descritta rete stradale appare quanto fosse facile una penetrazione nell'interno;  e risulta altresì come Carmo Langan fosse uno dei nodi più importanti per la penetrazione stessa.
Dopo lo sbarco in Normandia, il 5° Distaccamento (Vittò ed Erven) si ingrossa fino a raggiungere, entro il 15 giugno [1944], la forza di circa mezzo migliaio di uomini.
Cosa analoga avviene per il 4° Distaccamento (Tento e Marco), il quale, entro il 15 giugno, raggiunge la forza di circa 300 uomini.
Giovanni Strato, Storia della Resistenza Imperiese (I^ zona Liguria) - Vol. I. La Resistenza nella provincia di Imperia dalle origini a metà giugno 1944, Editrice Liguria, Savona, 1976, ristampa del 2005 a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, pp. 286-289

venerdì 15 gennaio 2021

Tre giorni più tardi avevo già alle calcagna la milizia di Pigna

Scorcio dell'abitato di Castelvittorio (IM)
 
Nel marzo del 1944 i fascisti di Castelvittorio (IM) invitarono me ed altri ragazzi ad una riunione, durante la quale insistettero perché ci iscrivessimo al Partito: O vi iscrivete, o partite per il militare, ci dissero perentoriamente.
Io fui l'unico ragazzo ad avere il coraggio di dire di no.
Parlai per primo, dopo di che i fascisti mi obbligarono ad uscire dalla loro sede.
Tre giorni più tardi avevo già alle calcagna la milizia di Pigna in quanto elemento sospetto e, per non essere arrestato, dovetti abbandonare il villaggio.
Presi lo zaino e mi rifugiai in campagna; ma dopo circa un mese anche i dintorni di Castelvittorio diventarono malsicuri, così mi trasferii a Cetta [Frazione di Triora (IM), in Alta Valle Argentina] con l'amico Gino Asplanato, per cercare di unirmi alla Resistenza.
Là conobbi Vittorio Guglielmo (Vittò) [Ivano, Giuseppe Vittorio Guglielmo], un capo partigiano. Questi mi disse che stava organizzando un distaccamento collegato con i partigiani di Sanremo, e mi suggerì di entrare nella milizia per spiare i fascisti di Ventimiglia.
Mi arruolai con mio cugino Italo [Falce] Rebaudo, che dopo l'8 settembre era scappato dall'esercito.
Nella milizia sabotavamo a più non posso: ad esempio, prendevamo le bombe a mano e toglievamo loro la capsula per renderle innocue. Dopo circa un mese, però, ci dissero che avremmo dovuto partecipare ad un rastrellamento di partigiani, così decidemmo di fuggire.
Giacomo Romolo Rebaudo, testimonianza in Marco Cassioli, Ai confini occidentali della Liguria. Castel Vittorio dal medioevo alla Resistenza, Comune di Castel Vittorio, Grafiche Amadeo, Chiusanico (IM), 2006
 
[…] A Langan i partigiani presero le mie generalità e mi diedero Rodi quale nome di battaglia. Nei giorni successivi, Bruno Luppi [Erven] costituì un distaccamento [il V° dell’allora IX^ Brigata d’Assalto Garibaldi “Felice Cascione”, formata il 20 giugno 1944 e diventata il 7 luglio 1944 II^ Divisione “Felice Cascione”] di una trentina di uomini con base in un bosco vicino alla frazione Vignai, nel comune di Baiardo: il gruppo aveva lo scopo di isolare la postazione tedesca sul monte Ceppo, che impediva il transito da Baiardo a Langan. Io entrai a far parte del distaccamento in qualità di portaordini e il 26 giugno 1944 ricevetti il battesimo del fuoco. […]  già alla fine di luglio formammo un nuovo distaccamento agli ordini del comandante Mosconi [Basilio Moscone] e tornammo nei boschi intorno a Castel Vittorio. In settembre partimmo poi per Cima di Marta, con l’incarico di stare di vedetta per controllare che non arrivassero tedeschi dalla Val Roia. Là rimasi fino al rastrellamento dell’8 ottobre, quando Langan fu di nuovo occupata e noi dovemmo ritirarci a Piaggia (CN), poi alle falde del Mongioie, in Piemonte. […]  
Stefano Rodi Millo [conosciuto soprattutto come Mario], testimonianza in Marco Cassioli, Op. cit.
 
Gli uomini del distaccamento di Vittò [Ivano, Giuseppe Vittorio Guglielmo] e di Erven [Bruno Luppi] (5° distaccamento) nelle ore pomeridiane del… [10 giugno 1944], si recano a Castelvittorio, e si intrattengono nel paese, cantando inni partigiani. Restano fino a tarda sera. Quando partono, i fascisti che sono a Pigna, incominciano a sparare. I partigiani, mentre si allontanano, sentono gli spari… A Passo Muratone, situato fra Pigna e Saorge, a monte di rio Muratone, vi erano cinque o sei guardie di finanza della repubblica di Salòuna pattuglia del distaccamento di Vittò e di Erven va al Passo Muratone. Sulla base delle citate indicazioni, l’azione avviene in data 11 giugno. La pattuglia partigiana è comandata da Assalto [Carlo Peverello, nato a Castelvittorio il 28 febbraio 1923]. I partigiani, in tutto, erano circa una ventina, fra cui Serpe [Isidoro Faraldi, in seguito comandante del IV° Distaccamento del II° battaglione “Marco Dino Rossi” della V^ Brigata “Luigi Nuvoloni” della II^ Divisione “Felice Cascione“], Guido di Cetta, Marconi [Gino Asplanato] di Castel Vittorio, e i giovinetti Géna e Spezia (o «Scarzéna») [Pietro Bodrato, nato a Lerici, classe 1927]. L’azione era difficile per la posizione della caserma, che aveva alle spalle il monte e davanti lo strapiombo. A compiere l’attacco fu Assalto, insieme con Géna e Spezia…
Giovanni Strato, Storia della Resistenza Imperiese (I^ zona Liguria) - Vol. I: La Resistenza nella provincia di Imperia dalle origini a metà giugno 1944, Sabatelli Editore, Savona, 1976 
 
Il 20 corrente, verso le ore 17.30, banditi armati irruppero in Castelvittorio e, dopo aver bloccato tutte le strade di accesso al paese, penetrarono nella casa comunale dove bruciarono i manifesti e le bollette esattoriali, asportando una macchina da scrivere. Successivamente si portarono nell'ufficio postale ove danneggiarono l'apparecchio telegrafico, rendendolo inservibile. Infine si presentarono in diversi negozi di commestibili, asportando complessivamente 15 quintali di generi alimentari.
Nell'allontanarsi costrinsero certo Bruno Rebaudo a seguirli.
Notiziario della Guardia Nazionale Repubblicana del giorno 24 giugno 1944, p. 33. Fonte: Fondazione Luigi Micheletti
 
Tornammo a Castelvittorio proprio il 2 luglio [1944], il giorno della battaglia fra la popolazione civile e i tedeschi. Quando arrivammo lo scontro era già finito, i nemici avevano ucciso sette persone e stavano bruciando le case del paese.
Uomini e donne scappavano terrorizzati verso le campagne e noi andammo con loro; poi proseguimmo verso Langan [comune di Castelvittorio (IM)] e Cetta per raggiungere il quartier generale di Vittò.
Nelle settimane successive, mio cugino ed io fummo assegnati a due distaccamenti diversi: Italo raggiunse Baiardo con il comandante Marco [Candido Queirolo], io mi diressi invece sul monte Gordale con il comandante Mosconi [Basilio Moscone Mosconi, comandante di un Distaccamento, poi comandante del II° Battaglione "Marco Dino Rossi" della V^ Brigata], che mi diede Romolo quale nome di battaglia.
Là rimasi fino a settembre, quando il mio distaccamento si spostò a Marta per vigilare che i tedeschi non arrivassero dalla parte francese.
Poi l'8 ottobre 1944 i nazifascisti fecero un grosso rastrellamento in tutta la provincia di Imperia, così le formazioni partigiane che operavano nella zona dovettero ritirarsi fino in Piemonte, ai piedi del Mongioie.
Il 22 novembre 1944 i comandanti ci dissero di tornare a casa per trascorrere l'inverno al sicuro, in attesa di riprendere la lotta in primavera.
Italo ed io rientrammo quindi a Castelvittorio, passando i mesi di dicembre, gennaio e febbraio nascosti in una tana, in regione Viameglio.
Avevamo scavato un buco sottoterra e vi ci rannicchiavamo dentro come due volpi, e mia nonna chiudeva l'ingresso con una pietra [...]
Giacomo Romolo Rebaudo in Marco Cassioli, Op. cit. 
 
La collaborazione civili-partigiani, che si concretizzò tante volte nel corso della lotta di Liberazione, fu determinante nei primi giorni di luglio 1944 a Castelvittorio (IM).
Il paese rientrava nell'ambito di una vasta operazione di rastrellamento dei tedeschi, che tentarono in questo caso con ingenti mezzi lo sfondamento delle linee partigiane nel tentativo di creare una grande sacca in cui chiudere tutte le formazioni garibaldine e privarle, in tal modo, d'ogni via di fuga verso i territori piemontesi.
Il 2 luglio i nazisti requisirono la preziosa farina, suscitando una reazione d'orgoglio in numerosi abitanti, che, come ricordava il parroco don Caprile, imbracciarono le armi con la parola d'ordine di difendere il paese. Iniziata la sparatoria, per circa 5 ore borghesi, armati di fucili di ogni specie, resistettero ad un contingente tedesco ben armato.
Il giorno dopo il nemico trovò gli abitanti intenzionati a dare di nuovo battaglia.
Erano schierate fianco a fianco più generazioni del paese.
Tra i più maturi vi erano Mario Tucin [Mario Alberti, nato a Castelvittorio, classe 1896], Giuan Grigiun [anche Tumelin, Giovanni Orengo, nato a Castelvittorio, classe 1890], l'Acidu [Giuseppe Verrando, nato a Castelvittorio, classe 1886] e U Sociu [Giuseppe Caviglia, nato a Castelvittorio, classe 1892, morto il 16 dicembre a Castelvittorio in seguito a malattia contratta in servizio], buoni montanari, per lo più sulla cinquantina o sulla sessantina e vecchi combattenti dell'altra guerra mondiale, tutti tiratori infallibili per la loro lunga esperienza di cacciatori. Infine, i tedeschi se ne andarono, anche se gli abitanti di Castelvittorio furono tristemente consapevoli che quelli avrebbero fatto ritorno, come in effetti accadde nel mese di ottobre dello stesso anno.                        
Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell’Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell’Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945) - Tomo I, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998-1999 
 
[…] Eravamo verso la fine di agosto del 1944. Il Comandante Vitò aveva previsto nel consiglio di stato maggiore ogni possibilità di attacco. La sera prima dell’attacco stabilito, una numerosa colonna di tedeschi arrivò a Pigna. Il comando partigiano allora si radunò a Monte Vetta [nel comune di Castelvittorio (IM)] per studiare la nuova situazione. Intanto, nella stessa notte dell’arrivo dei tedeschi, Fuoco [Marco Dino Rossi] con alcuni suoi uomini, il suo gruppo volante di distruttori, con Pagasempre [anche Ruffini, Arnolfo Ravetti, poco tempo dopo capo di Stato Maggiore della V^ Brigata] e con uomini decisi di Castelvittorio, erano andati verso Dolceacqua per minare un ponte e tagliare la ritirata ai tedeschi. Ma le sorprese sono sempre in agguato. Lo avevano trovato presidiato. Si dovettero ritirare e mentre ritornavano verso Pigna, camminando a mezza costa per essere nascosti, si accorsero che i nazifascisti abbandonavano Pigna. I troppi attacchi avevano loro consigliato il ripiegamento su lsolabona e Dolceacqua. Tra gli attacchi che indusssero  i tedeschi ad andarsene, vi furono continui disturbi degli uomini del distaccamento di Castelvittorio (IM), guidato da Fuoco.    
don Ermando Micheletto, La V^ Brigata d’Assalto Garibaldi “Luigi Nuvoloni” (Dal Diario di Domino nero Ermando Micheletto), Edizioni Micheletto, Taggia (IM), 1975
 
Fu una giornata di festa: i visitatori si trattennero fino al tardo pomeriggio.
Mario Tucin, mentre i tre mangiavano, raccontò nei particolari la battaglia dei primi di luglio 1944; poi, con emozione, a Erven [Bruno Luppi, comandante partigiano rimasto gravemente ferito nella battaglia di Sella Carpe]: "Da quel giorno dell'aprile '44, quando tu, Vitò e un gruppo di vostri partigiani scendeste per primi a Castelvittorio, e deste fuoco sulla piazza a carte e arredi della sede del Fascio, alle liste di leva, ai ruoli delle tasse, e vedemmo i pochi fascisti del paese scappare a nascondersi, non mi siete più passati di mente. Vi ho sempre avuti nel cuore come angeli venuti dal cielo; io da sempre sono contro i fascisti e come me l'Acido e quasi tutti gli uomini del paese".
Erven gli sorrise, e lui, volto a Chechin, lo complimentò per la tenda e apprezzò la scelta del posto. Ma a Chechin venne di dire: "Però, se ci individuano e ci dovessero girare addosso il tiro dei mortai, saremmo come topi in trappola: qui non abbiamo ripari, non scampo in questa montagna ripida e in questo bosco impraticabile!".
"Già, non avete scampo!" ripeté Mario, e restò assorto tenendo una mano sulla tesa del cappello di panno nero gualcito, come a tirar fuori dalla fronte un ricordo confuso. Poi, brillando luce negli occhi, d'improvviso esclamò: "'A' grota du Leuvu'', sì, 'a' grota du Leuvu''. Deve essere proprio in questi paraggi. L'Acido e io l'abbiamo saputo dai nostri vecchi che esisteva... e un giorno, tanti anni fa, ci siamo stati dentro!".
Invitò Chechin a seguirlo e, facendosi strada per l'intrico del bosco, con l'agilità e la forza, lui quasi cinquantenne, da fare invidia a un giovane, si arrampicò per la costa e scomparve. Si ricordava di una piccola radura in quella zona del bosco, fatta di roccia arida coperta di gramigna nella parte assolata e di muschio nel declivio umido. Cercò a lungo ma solo quando si trovò in alto riuscì a individuare nel bosco la radura. Vi scese; vi riconobbe la roccia grigia, le pietre, i massi sepolti fra rovi ed erbacce. Frugò con occhio attento ogni pietra, ogni macigno fino a che, alla base di una sporgenza rocciosa, notò fra due massi un piccolo foro. Chiamò Chechin per farsi aiutare a spostare i massi; e n'ebbero appena spostato uno che apparve una cospicua buca, aperta in una specie di cunicolo che, scendendo, si perdeva nel buio.
"Eccola!" disse a Chechin esultando come avesse scoperto un tesoro. "Qui sotto avete spazio per nascondervi e per ripararvi anche dalle V2".
La radura rimaneva poco in alto e a una ventina di metri dalla tenda. Ridiscesero; Mario con la moglie e la figlia ripartì per rientrare a casa, promettendo di ritornare presto a trovarli [...] Uno di quei giorni Mario Tucin venne in compagnia del famoso Acido. l tre ci tenevano a conoscerlo e Mario li aveva accontentati. Era, l'Acido, piuttosto piccolo, grassoccio con tendenza al tondo anche nell'ovale del viso, fronte spaziosa per la calvizie, guance sane e fresche nonostante marciasse verso la sessantina, occhi piccoli e arditi come il temperamento che esprimeva nella energia dei movimenti e nella parlata rapida e concisa del tipico dialetto di Castelvittorio.
Quando Erven, nel porgergli la mano, gli disse: "Sono contento di conoscere un coraggioso come voi, un nostro amico", egli si illuminò e disse: "Ho imparato da mio padre ad amare la giustizia. Noi di Castelvittorio siamo abituati al lavoro, alla fatica e alla vita semplice, vogliamo bene a Cristo e alla Madonna, ma guai se ci pestano! Vogliamo vivere con dignità. Per questo il fascismo non ci va e non ci è mai andato. Le prepotenze malvolentieri le sopportiamo; e abbiamo fatto le 'giornate di luglio'. Siamo tutti con voi partigiani".
Fu piacevole la conversazione con lui e con Mario Tucin. Al termine, su proposta di Erven, Mario e l'Acido si presero l'incarico di organizzare in Castelvittorio il CLN.
Bruno Luppi, Saltapasti, La Pietra, Milano, 1979 
 
Tucin [Mario Alberti], Giuan Grigiun [Giovanni Orengo], l’Acidu [Giuseppe Verrando] furono tutti membri del C.L.N. di Castelvittorio e nel dopoguerra composero la giunta comunale del paese quando mio padre era sindaco. Con loro c’era anche Giulio Rebaudo… 
Stefano Rodi Millo in Marco Cassioli, Op. cit.

giovedì 16 gennaio 2020

Un seminarista partigiano sfugge al famigerato capitano Christin

Corte, Frazione di Molini di Triora (IM) - Fonte: Wikipedia
 
A rintuzzare le sortite dei partigiani non restava che ordire un rastrellamento nelle zone di Andagna, Corte [Frazioni di Molini di Triora (IM)] e l'intera Valle del Capriolo. Messe sull'allerta, le bande in loco si posizionarono a scanso di imprevisti sulla strada che da Passo Collardente immette alla Galleria del Garezzo. Ottima posizione per tracollare nel territorio della Piaggia.
La mattina del 7 marzo del 1944 era foriera di buoni auspici; la calma invitava a portare a fine la missione, sicuro che alla Rocca della Strega o Basura avrei consegnato il dispaccio alla staffetta X.
Uscii di casa in veste talare e gli scarponi ai piedi; intascai un foglio apparentemente bianco, arraffai il libro del Diritto Canonico - in previsione di un fermo poteva essere la carta attestante la mia qualità di studente ecclesiastico. Salutai a voce alta quelli di casa. Avevo appena imboccato la strada verso i lavatoi alla Raiella che incontrai Peirelli Baciò, soprannominato U Ricco. Il bravo uomo correva verso casa ansante; mi comunicò che in Piazza Niella i fascisti entravano nelle case, rubavano viveri...
Proseguii intenzionato ad oltrepassare i lavatoi e da qui giungere a San Bernardo per la regione Armetta. Giunto ai lavatoi scorsi nello spiazzo della Croce due fascisti intenti a posizionare un mortaio.
Tornai a ritroso alla prime case di Raiella, entrai in un fenile diroccato. Ottima idea, e in un non dire mi preparai con larghe love un nascondiglio. Pensai alla morte del topo, se scoperto. Se volevo essere libero, l'unica strada, pensai, era tentare il tutto per il tutto. Uscii dalla mia trappola e corsi allo scoperto; raggiunsi la Cappella Pilone a lato dei lavatoi: solo allora assaporai la libertà.
Fu breve la certezza di guadagnata libertà. Sulla stradale sotto ripa una pattuglia avanzava in direzione del mio fuggire. Compresi che sarei stato fermato. Sostai presso un cespuglio di folte rose canine. Sedetti, guardai innanzi. Due individui in divisa tedesca puntavano verso di me. Mi fecero cenno di alzarmi in piedi. Un ordine secco in buon italiano mi impose di alzare le mani.
Ero in tale frangente e uno dei militari mi frugava addosso quando, ignaro della situazione, un uomo non subito individuato perché carico di fogliame per le bestie mi si avvicinò. Fu fermato: lo osservai impressionato e sconvolto.
Incanto dal paese arrivavano rumori di porte spaccate; un filo di fumo si estese attorno ad un vecchio pagliaio alla Costa.
Le ore passavano; non una parola; solo sguardi. Le ore tredici, le quindici: il quadrante dell'orologio del campanile mi appariva come in una nebbia.
Una raffica di mitragliatore posizionato nel finestrone del campanile e un lungo fischio fu il segnale della riunione.
Il rientrare in paese fu come se si facesse ritorno dai campi. Anche i militi erano meno esigenti e per due volte vidi ottima occasione di una fuga. Non era, ben pensando, tanto salutare metterla in pratica. Giungemmo nel piazzale a fianco della vecchia chiesa di San Martino: donne in lacrime riunite. Alti i lamenti.
Era iniziata la conta; il capitano Cristin [n.d.r.: Francesco Christin dei Granatieri Repubblichini (1)] sollecitava alla rigorosità i suoi uomini. Strana scelta: una, due... diciassette - donne vecchie, alcune ventenni.
A lato, il parroco don Rodi, il padre Francesco, don Modesto Emmanuele, il chierico Giacomo Alberti. Anch'essi interrogati e messi in libertà. Fu allora che mi chiesi perché la sorte mi coprì con il suo mantello funesto.
Fui inserito ultimo della fila al lato destro: unico maschio fra donne. Non pensai d'essere il beato fra le donne. Mi convinsi che la scelta muliebre avrebbe comportato, in un secondo tempo, serrata inquisizione. La processione si avviò verso Molini percorrendo la carrozzabile.
Al mio fianco camminava un milite avvolto in larghe vesti tedesche; di costituzione gracile, gli occhi allampati. Lo classificai un cerca pane senza sudare. Con maniere stanche mi mette in mano un sacchetto pesante con l'ordine perentorio di portarlo fino a Molini. Dalla pesantezza e dal tintinnio individuai essere due canne di mitragliatore.
Camminava al mio fianco la cugina Giuseppina Velli. Si offrì di darmi una mano a portare il sacchetto. Declinai l'offerta: "Grazie, quando sarò veramente stanco questo ingombro lo lancerò sotto strada".
Il milite al mio fianco dai larghi vestiti teutonici in sonante patuà sanremasco intervenne: "Dì, mezzo preve! Provaghe; cun u sacu u ghe sarà e tue ossa". Più non fiatai.
Giunti in Molini ci condussero sul ristretto spazio dinanzi alla Chiesa. Le donne vennero rinchiuse nel magazzino di Casa Daneri, io "mezzo prete" buttato in una camera aperta sul pianerottolo innanzi all'ufficio del Capitano Cristin.
Una visione non gradita mi turbò a non dire. Di fronte alla mia prigione, sorridente, in pantaloncini caki vidi seduto Sandro Emanuelli. Non era, quando ci eravamo parlati, un partigiano? Avrebbe potuto tradire...
La mia prigione era di metri 2x3; una finestra-balcone guardava sulla piazzetta della parrocchiale; non un armadio né un tavolo. Arrugginito, un letto scricchiolante. Mi stesi sulla nuda rete, passarono le ore. Fuori nella notte uno scarpinare e un brusio continuo. Mi affacciai; sotto si effettuava il cambio della guardia.
All'alba al brusio si unì un calpestio di zoccoli di muli. Guardai sotto, e tra i conducenti scorsi la figura dimagrita di mio padre. Compresi che era stato per l'ennesima volta reclutato. Sul fare della sera si parlò di otto partigiani catturati in Bregala [Bregalla , Frazione di Triora (IM)] e che il giorno seguente sarebbero stati fucilati in luogo da stabilirsi.
Fu che anche la mia prigionia e il non essere stato ancora inquisito mi mise in grande prostrazione. Le donne, a gruppi, vennero rilasciate. Vidi salire e scendere le scale del Comando il sacerdote padre Modesto.
Fu per l'occasione ottimo intermediario.
Si vociferò che la liberazione delle donne costasse in denaro e in abiti civili non poco... Ciò che fu voce di popolo risultò poi realtà.
Passarono tre giorni; giorni di digiuno, un pasto povero al giorno, ma venne l'ora di essere introdotto alla presenza del Capitano Cristin. Non eravamo sconosciuti l'uno all'altro. Fu il Cristin a rilasciare il salvacondotto richiesto dai parroci del Vicariato per collegamenti con il vescovo Rousset in San Remo. Mi attendeva in piedi, tra le mani alcuni fogli: "ottimo studente in teologia, mi lesse, delegato dal clero locale, in possesso di due lasciapassare, da mesi abitante al paese nativo nelle vicinanze di Casa Saluzzo". Perché non dovevo sapere della mucca rubata dai ribelli al Saluzzo? Risposi di essere a conoscenza della mucca e che era mia convinzione che avesse due corna, due orecchie, due occhi e una coda: nulla ricordavo del manto.
Il Cristin andò in bestia: sputò una bestemmia. Colpito alla nuca da didietro caddi a terra. Mi trovai nella camera prigione, un filo di sangue mi usciva dalla bocca.
Compresi che il mio rispondere aveva aggravata la mia situazione di prigioniero.
Stavo pensando ad una risoluzione quando sentii un sassolino lanciato da fuori contro la persiana. La sollevai e guardai a basso.
Un vecchio sergente viennese, amico di mio padre, mi fece cenno di scavalcare la finestra. Era anche la fuga un conservare la vita. Presi la [veste] talare, la arrotolai, la fermai alla ringhiera e mi lasciai andare a basso.
 
Da Triora (IM), una vista sulla vallata - Fonte: Wikipedia
 
Si chiamava Frank l'amico di mio padre. Mi fece infilare un calettò e una bustina militare, prelevò un moschetto dalla rastrelliera e su verso Triora, era un cavalletto di Frisia e altri ostacoli. Alla Madonna delle Grazie vigilava una pattuglia tedesca. Frank confabulò alquanto, poi voltammo a sinistra sulla rotabile per Molini.
Giunti ai mulini di Pio ci abbracciammo consapevoli di avere posto le nostre vite in pericolo. Era la libertà. Proseguimmo da Corte ad Andagna attraverso l'unica strada. Allo spuntare del giorno, stanchi, io bussavo alla porta di casa.
 
Andagna, Frazione di Molini di Triora (IM) - Fonte: Pro Loco Andagna
 
Mi precipitai in cucina [in Andagna], aprii la madia, afferrai un pane e, presa la sacca della biada della mula appesa ad una sedia, vi lanciai dentro un fiasco. Dissi addio al padre Francesco, a mamma Clementina; sentii notizie del fratello Marcello alla macchia e al sicuro.
Lasciammo il paese e, tracollando da San Bernardo, con lungo percorso di sentieri sicuri si giunse in regione Gratino: non era ancora la meta prefissa.
Prima di giorno dovevamo arrivare al distaccamento di Moscone [Basilio Mosconi, in seguito comandante del II° Battaglione "Marco Dino Rossi" della V^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Luigi Nuvoloni"] in regione Fontanin, non lontano da Glori [Frazione di Molini di Triora (IM)]. Avevamo appena oltrepassato Gratin e si era per imboccare la strada di Agaggio Superiore [Frazione di Molini di Triora (IM)] quando, irruente e armi alla mano, la partigiana Natascia [Ida Rossi], unica donna della Banda Moscone, ci si pianta di fronte minacciosa.
Ordina di alzare le mani. La chiamo per nome, uso il dire del suo paese. Irremovibile. Siamo suoi prigionieri. Giunti al distaccamento, ci consegna a Moscone. "Brava la mia Natascia. Ottima preda questa mattina: un mezzo prete ed uno vestito da tedesco che cercheremo di conoscere".
Eravamo salvi. Assaporai che significa essere braccati, ma liberi.

Don Nino Allaria Olivieri *, Memorie. Diari 1940-1945. Seconda parte: Andagna - Fatti e Misfatti (1944-1945), Alzani Editore, 2011

* Don Antonio Allaria Olivieri "Poggio", nato ad Andagna, Frazione di Molini di Triora (IM), il 19.11.1923
Nel 1943, ventenne, studente di teologia presso il Seminario di Bordighera.
Nel mese di ottobre, rifiutato l'arruolamento nella Repubblica di Salò, saliva in montagna.
Con lo pseudonimo di "Poggio", nella formazione di Guglielmo Vittorio "Vitò" presso Loreto di Triora.
Incorporato nelle formazioni garibaldine con prevalenti compiti di staffetta e servizio informazioni.
Il 25 maggio 1944 veniva arrestato ad Andagna nel corso di un rastrellamento.
Riuscito a fuggire grazie alla complicità di un soldato austriaco, tornava al Distaccamento.
Il 18.6.1944 partecipava alla battaglia di Carpenosa che vide la liquidazione del presidio tedesco.
Il 25 Aprile 1945 fu a Sanremo con il I° Battaglione "Mario Bini" della V^ Brigata "Luigi Nuvoloni" della II^ Divisione "Felice Cascione" comandato da Vincenzo Orengo "Figaro".
Vittorio Detassis


(1) Ironia tragica della storia, Christin aveva combattuto il 10 settembre 1943 a Porta San Paolo di Roma. A quanto pare non ebbe rimorsi per le efferate azioni da lui comandate come ufficiale repubblichino nel ponente ligure. Francesco Christin scrisse un libro, Con gli alamari nella RSI. Storia del 1° Battaglione Granatieri di Sardegna 1943/45 (Edizioni Settimo Sigillo), recensito in seguito sulla rivista Il Granatiere (organo ufficiale della presidenza dell'Associazione Granatieri di Sardegna), nel n° 3 del 2017, con un articolo che riporta anche la seguente considerazione dell'autore: "Il tempo trascorso per noi, gli avvenimenti succedutisi nella storia della nostra Patria, hanno smussato, nel ricordo, l’asprezza degli episodi di allora. Su tutto sembra essersi steso un velo che, pur non facendoci dimenticare nulla di quanto abbiamo patito e gioito, ha creato come un alone di leggenda attorno ai fatti allora accaduti e dei quali siamo stati valorosi e tenaci protagonisti". Qui di seguito altre frasi estrapolate dall'articolo in questione: "L’autore era il Comandante di quel battaglione. Mi aspettavo un maggiore ricorso alla retorica fascista, invece da ogni parola si percepisce l’orgoglio delle proprie idee e la dignità per un dovere compiuto con onestà e grande senso di responsabilità. Il reparto dei Granatieri della RSI era una unità militare non politica. Come tale si comportò in ogni circostanza evitando gli eccessi tipici della spietata guerra civile. I racconti sono legati a quel tipo di conflitto, di guerriglia e controguerriglia, con pause prolungate e violenti e improvvisi scontri a fuoco. Un aspetto che mi ha colpito è che i molti Ufficiali dei Granatieri, spesso provenienti dai Corsi dell’Accademia Militare, mantennero i loro gradi per la maggior parte del periodo [...] Il Capitano Christin comandava il battaglione pur non essendo un Ufficiale superiore. I partigiani sono descritti come guerriglieri “mordi e fuggi” ma senza giudizi di disprezzo o odio. Erano italiani che militavano nella parte avversaria. L’epilogo è storia. Il 4 maggio 1945 il battaglione si arrese ai partigiani piemontesi. Non ci furono rappresaglie ai danni dei Granatieri, segno che non potevano essere accusati di violenze o comportamenti fuori dalle leggi di guerra. Furono portati in vari campi di prigionia per repubblichini per poi venire liberati nell’autunno del 1945. Tutti si integrarono nel nuovo Stato e contribuirono alla ricostruzione e rinascita dell’amata Patria. Il Tenente Chiti venne riammesso nell’Esercito Italiano fino a divenire Generale per poi farsi frate francescano [...] Ne consiglio la lettura". Sin qui la rivista Il Granatiere. Ma altro - e di altro tenore - si era già scritto sul Christin. "[...] Il Cristini, latitante, ha trovato dalla sua il tribunale che l'ha assolto. E' rimasto insoluto e da svelare il mistero di quel bando emesso, proprio dall'allora presidio repubblichino di Molini, di cui era comandante l'assolto capitano Cristini. In quel bando, dopo aver resa pubblica l'avvenuta esecuzione dei fucilati, si minacciava di uguale castigo tutti coloro che non si fossero presentati a servire la repubblichetta di Salò, estendendo la minaccia ai familiari dei contravventori e la confisca dei loro beni. Nonostante le richieste del P.M. per una condanna a trenta anni il processo si è concluso in una assoluzione per insufficienza di prove. Perché non si è sentito il parroco di Molini, che, a detta dei testimoni escussi, doveva essere il più importante testimone? Misteri della legge!": così scriveva l'Unità, organo del Partito comunista italiano, il 21 marzo 1947, riportando la notizia - "Francesco Cristini assolto" - che il Tribunale di Sanremo aveva assolto il capitano Christin, il cui cognome il giornalista aveva italianizzato - chissà perché - in Cristini. Adriano Maini