mercoledì 16 agosto 2023

Da Briga erano fuggiti una ventina di soldati, in prevalenza russi, ricercati dai tedeschi

San Michele, Frazione di Olivetta San Michele (IM)

Briga Marittima, oggi La Brigue, Val Roia francese, Dipartimento delle Alpi Marittime, nei primi mesi del 1945 era controllata da circa 40 genieri della Repubblica di Salò e da un centinaio di soldati della Wehrmacht, dei quali metà erano tedeschi e metà slavi. Questi ultimi sul finire di gennaio cercarono di contattare i garibaldini della I^ Zona Operativa Liguria. Verso metà febbraio una ventina di loro riuscirono a fuggire dal presidio di Briga. San Dalmazzo di Tenda e Tenda erano presidiate da militari della Divisione “Muti”, da altri 40 soldati repubblichini e solo da alcuni tedeschi. Libri, Breglio (Breil-sur-Roya), Piena, Olivetta San Michele a metà febbraio apparivano ormai sgombre di presenze nazifasciste. Lo stesso accadde per Saorge nei primi dieci giorni di marzo.
Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell'Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e della Storia Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945), Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998-1999
 
I russi erano scappati da Briga dove i tedeschi li tenevano a lavorare nelle fortificazioni, e per un po’ avevano girato nei paraggi, spaventando le donne sole in casa la notte che non li capivano e li credevano tedeschi. Poi erano riusciti a raggiungerci, e, insieme a qualche alsaziano o lorenese che aveva disertato dall’esercito tedesco, costituivano la Squadra Internazionale e avevano in dotazione l’arma più bella del battaglione, il Mayerling sputafuoco. Subito, come succede, si creò intorno alla Squadra Internazionale la leggenda che fosse la squadra più affiatata, più sfegatata, più disciplinata del battaglione. Non che in effetti non fosse così, ma c’era in quella ammirazione per loro, in quel portar loro ad esempio da parte dei comandanti, un qualcosa di leggendario, di dato per irraggiungibile. Noi ci sentivamo gli italiani, gente che non si lava, non si spidocchia, che va stracciata, che litiga tra sé, che urla e spara per nulla, che non sa bene perché è da questa parte e non dall’altra pure si batte a morte, carica di furore; loro i russi, un mondo sereno, che ha già deciso tutto, e ora sa di far la guerra, e continua a farla, con entusiasmo e odio e metodo, ma senz’abbandonarcisi, tenendo le armi pulite come specchi, non barando sui turni di guardia, non litigandosi sull’andare a legna, come continuassero una naja per conto loro, senz’ufficiali né consegne.
Italo Calvino, Romanzi e racconti, Mondadori, 1994, p. 846
 
31 gennaio 1945 - Da "Laios" al comando della V^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Luigi Nuvoloni" della II^ Divisione "Felice Cascione" - Informava che a Briga [La Brigue, Alpes-Maritimes, Vallée de la Roya. In tutta la zona di confine, in particolare attraverso la Val Roia, proprio in quel periodo si intensificarono gli sforzi per fare penetrare agenti francesi] si trovavano 30-40 tedeschi, 50 russi ed alcuni militari della RSI e che "Natalin della Gamba" aveva riferito che i russi di Briga gli avevano chiesto l'ubicazione delle forze partigiane, "pregandolo di aiutarli a scappare per raggiungere la zona partigiana".
16 febbraio 1945 - Dal comando del I° Battaglione "Mario Bini", prot. n° 45, al comando della V^ Brigata e al comando della II^ Divisione "Felice Cascione" - Comunicava...  che a Briga Marittima erano stanziati circa 100 uomini tra tedeschi e russi, oltre a 40 genieri della RSI; che sempre da Briga erano fuggiti una ventina di soldati, in prevalenza russi, ricercati dai tedeschi; che Tenda era stata bombardata da aerei alleati, che avevano causato la morte anche di 2 ufficiali; che Fontan, Saorge, Forte Tirion e San Michele [n.d.r.: Frazione di Olivetta San Michele (IM)] erano occupati da tedeschi, che Breil, Libri, Piena e Olivetta [n.d.r.: il borgo principale di Olivetta San Michele] erano terra di nessuno.
17 marzo 1945 - Da "Carmelita" a "Fuoco" [partigiani della I^ Zona Operativa Liguria] - Inviava l'elenco degli appartenenti alle bande fasciste ed alla G.N.R. (Guardia Nazionale Repubblicana) che furono in territorio francese, in particolare la serie di nominativi della G.N.R. di Mentone, 30 uomini, Antibes 4, Beausoleil 2, Nizza e zone limitrofe 35.
10 aprile 1945 - Dalla Sezione SIM [Servizio Informazioni Militari] della V^ Brigata "Luigi Nuvoloni" della II^ Divisione "Felice Cascione", prot. n° 381, al Comando Operativo della I^ Zona Liguria ed al comando della II^ Divisione - Comunicava... Sosteneva che l'esercito francese aveva conquistato importanti punti strategici.
11 aprile 1945 - Dal Comando della I^ Zona Operativa Liguria al comando della II^ Divisione "Felice Cascione" - Veniva comunicato l’imminente sbarco [n.d.r.: sbarco clandestino, a Vallecrosia (IM)] del capitano Bartali [n.d.r.: Giovanni Bortoluzzi, già a capo a settembre 1943 di una prima banda di partigiani in Località Vadino di Albenga (IM), poi dirigente sapista in quella zona, capo missione della Divisione “Silvio Bonfante” presso gli Alleati, vicecapo della Missione Alleata nella I^ Zona nei giorni della Liberazione] e veniva ordinato di tenere a disposizione dello scrivente comando eventuale materiale arrivato nel frattempo via mare.
13 aprile 1945 - Dal Comando della I^ Zona Operativa Liguria a Orsini [Agostino Bramè, commissario politico della V^ Brigata] - Si sollecitava maggiore attenzione nell'individuare per tempo e nell'avvertire dei movimenti del nemico rispetto alla tematica sbarchi [n.d.r.: sempre effettuati a Vallecrosia], in quanto il motoscafo di Renzo [Renzo Stienca Rossi], ricevuta una segnalazione sospetta dalla costa, era appena tornato indietro.
19 aprile 1945 - Da "Tina" [n.d.r.: probabilmente Battistina Mucignat, nata a Rezzo (IM) il 29/10/1916, patriota della IV^ Brigata "Elsio Guarrini" della II^ Divisione "Felice Cascione"] al comandante [della II^ Divisione "Felice Cascione"] "Vittò" [Giuseppe Vittorio Guglielmo] - Segnalava che "Briga è campo libero, nella notte partiranno tutte le truppe, nella giornata in corso non opereranno alcuna sortita, regolarsi di conseguenza".
da documenti IsrecIm in Rocco Fava, Op. cit.
 
L’operazione «Canard»: 11-17 aprile 1945
Sul massiccio dell’Authion, la linea di difesa era presidiata dai due battaglioni del 107° reggimento della 34a divisione, sostenuti da un potente schieramento di artiglieria. L’azione principale si svolse il 10 e l’11 aprile, e la sera del 12 l’Authion cadde in mani francesi, mentre i forti a sudest e quelli della Baisse de Saint-Véran e della Tête de la Secca resistevano. Il 14 l’attacco progredì tra il passo di Barbacane e la cima di Sespoul; il giorno dopo fu occupato il paese di Bréil, mentre un reparto scese nel vallone del Caïros, minacciando Saorge. Il 16 le batterie tedesche intervennero pesantemente, fermando ogni tentativo di avanzare lungo la Val Roya, mentre sulle vie di comunicazione venivano compiute distruzioni. L’operazione  verso il col  di  Tenda  fu  sospesa  per  attaccare  invece  in  direzione  della  Valle  Stura  di  Demonte,  al  fine  di  coordinare l’azione  della 1a D.F.L. con quella prevista contro il colle della Maddalena, l’operazione «Laure». Le perdite subite dai francesi furono molto alte: 195 caduti e 714 feriti. Gli italo-tedeschi ebbero 272 prigionieri, subendo perdite pesanti in morti e feriti, ma riuscirono a tamponare l’attacco e a mantenere il possesso del col di Tenda. L’operazione «Canard» bloccò comunque una delle vie di ritirata, tagliando la Val Roya […]
A Ventimiglia, il 25 [aprile 1945], un gruppo di civili italiani raggiunse la Francia per avvertire che i tedeschi se n’erano andati e il 26 i primi militari francesi entrarono nella città, subendo perdite a causa delle numerose mine disseminate dappertutto. Nel corso della giornata i francesi risalirono la Val Roya, raggiungendo Tenda e Briga, trovando difficoltà ad avanzare, viste le imponenti distruzioni e l’estensione dei campi minati. Il 29 reparti francesi raggiunsero Borgo San Dalmazzo, congiungendosi con i reparti provenienti dal colle di Tenda e con quelli arrivati dalla Valle Stura.
Alberto Turinetti di Priero, Il «fronte alpino»: 1944-1945, Alpi in Guerra (progetto Interreg)
 
Molti dei Ventimigliesi incorporati nelle unità alleate unita­mente a numerosi partigiani  parteciparono a fine marzo 1945 con le truppe alleate alla sanguinosa battaglia dell’Aution, che terminava con la cacciata delle truppe tedesche dal Bacino del Roia…
Redazione, Martirio e Resistenza della Città di Ventimiglia nel corso della 2^ Guerra Mondiale, Relazione per il conferimento di una Medaglia d’Oro al Valor Militare, Comune di Ventimiglia (IM), 10  aprile 1971 
 
25 aprile [1945], mercoledì
Sono scrosciate cannonate per tutta la notte. Ma allora è proprio noi che vogliono ammazzare? Ada [n.d.r. la figlia di Caterina Gaggero ved. Viale] è partita per andare a casa, ma dicono che i tedeschi, prima allontanarsi, abbiano minato dappertutto.
Di qui dalla Marina San Giuseppe è partito un battello con sopra Bottiero, Rocca e Dardano: vanno a Mentone a chiamare i francesi e a dire loro che ormai tedeschi a Ventimiglia non ve ne sono più.
Ada, nell’andare a casa, ha incontrato Lorenzo Vacca che le ha proposto di andare ad avvisare i francesi. Così sono andati fino a Mentone dove sono arrivati prima della barca. Sono tornati al pomeriggio, sani e salvi dalle mine, conducendo con sé i liberatori. Poco prima, un piccolo aereo militare, a causa di un’avaria al motore, era atterrato qui davanti a noi su un isolotto del letto del Roia e tutta la gente attraversava il fiume per avvicinarvisi il più possibile.
Ci sarebbe stato proprio da girare una pellicola! E dire che stamane sono ancora passati gli aeroplani e, subito dopo aver pranzato, abbiamo dovuto rifugiarci in galleria perché c’è stato un mitragliamento su per la vallata di Camporosso e hanno sganciato diverse bombe dalle parti di Vallecrosia.
I tedeschi che avevano fatto saltare il ponte sono stati uccisi dai patrioti a Vallecrosia. Altri tedeschi in ritirata hanno trovato la morte fra Ospedaletti e San Remo. Del ponte, soltanto due arcate sono andate distrutte e ci si può benissimo passare sopra con un carretto a mano. Il cavalcavia di Nervia è, invece, impraticabile. Nelle vicinanze della proprietà del signor Garzo, a causa delle mine, un soldato francese è morto, tre sono rimasti feriti. Pure ferita una suora e Benedé.
La bandiera bianca sventola sulla Torre Littoria. Le campane suonano a festa, per lo meno quelle poche che vi sono ancora. Quella che si trovava alla Madonna delle Virtù giace abbandonata davanti alla sede dell’U.n.p.a. [difesa antiaerea]. La gente, quasi incredula, esce dalla galleria, dai rifugi e dalle cantine dove ha trascorso lunghi mesi in condizioni di vita terribili.
26 aprile
Stamane sono passati Pippo e Adriano che andavano da Bataglia [n.d.r.: Caterina Gaggero ved. Viale gestiva, con l’aiuto della figlia Ada, l’osteria-trattoria Bataglia, sita tra la zona Ville e Latte, Frazione di Ventimiglia]. Ho deciso di andarci anch’io e di dormirci. Ada trasporta a casa la roba che abbiamo qui a Ventimiglia; porta su anche le galline ed io ho intenzione di trasferirmi nella nostra casa. Ora vedrò fin dove arriva il mio coraggio.
Continuano a passare truppe francesi, molti soldati sono negri. Sia i militari che i civili passano per la strada Romana.
Un mulo è stato ucciso da una mina nei pressi del signor Orazio.
Caterina Gaggero vedova Viale, Diario di Guerra della Zona Intemelia 1943-45, Edizioni Alzani, Pinerolo, 1988

martedì 8 agosto 2023

I tedeschi si rendevano conto di aver a che fare con pochi disperati

La stazione ferroviaria di Ceva (CN) in un'immagine d'epoca. Fonte: Ferrovia del Tanaro

Luglio 44
Garessio viveva allora la vita irregolare di quella zona partigiana in cui quella parvenza di organizzazione che si era tentato di iniziare aveva poco o niente fatti sentire i suoi effetti.
Partigiani se ne vedevano pochi per le vie perché già da Ormea era stato imposto che, se non per servizio, si doveva stare fuori dall'abitato.
Lo stesso distaccamento di Cion [Silvio Bonfante] alloggiato in quei giorni dentro la città rimaneva costantemente consegnato sulla piazzetta della chiesa principale.
Viveri non ne mancavano ché la provincia piemontese era ricca di prodotti.
L'unica angustia degli uomini venuti dalla Liguria era l'assenza di occasioni per combattere.
Ricordo un giorno in cui venne una staffetta a segnalare tedeschi nella zona di Val Casotto. La notizia di un dono imprevisto non avrebbe potuto provocare una manifestazione di gioia maggiore di quella.
Scattarono tutti verso le loro armi; nell'angolo Fiume, un mitragliere, piangeva, perché un gonfiore alla gamba gli impediva di seguire la sua pesante arma.
Mancen [Massimo Gismondi] continuava a stare a Pievetta. Nella vicina Bagnasco fu un giorno fatta sepoltura di un partigiano caduto. Mancen andò con una decina di suoi uomini per le esequie. Terminata la cerimonia, invece di tornare all'accampamento, pensò bene di andare un po' anche lui a divertirsi nella stazione di Ceva.
Nell'azione precedente aveva avuto solo una parte secondaria e non era tipo da non volersi rifare.
Che dieci o dodici uomini fossero un po' pochi per una cosa del genere a lui poco importava. In effetti i tedeschi dopo lo scherzo dalla settimana prima non erano ancora tornati a Ceva, ma il passaggio di automezzi e treni non si era per nulla interrotto.
Al ritorno non esitò a confessare che era stato non molto fortunato.
Dopo poco che era entrato in stazione, arrivò il primo treno.
Non avevano fatto ancora segno per fermare i viaggiatori, che dai finestrini incominciarono a partire raffiche a tutta forza.
La frittata era fatta: era un trasporto militare. In quei tempi ancora di armi automatiche leggere ve ne erano poche. Mitragliatori, e pesanti, parecchi, ma quel giorno più che moschetti e pistole non si erano portati.
Scappare non stava bene, e poi più baccano c'era più loro si divertivano. Grillo, uno della Volantina che si era avvicinato subito ad un vagone, non trovò di meglio che coricarcisi sotto, e girare [n.d.r.: o tirare? Il dattiloscritto riporta, comunque, "girare"] con la pistola a tutto quello che vedeva spuntare o dai finestrini o dalle predelle.
Mancen dietro un pilastro aveva l'unica preoccupazione di far centro in tutti gli stivaletti che tentavano di uscir fuori dalle portiere.
Gli altri a più non posso tiravano all'impazzata.
La cosa per un po' andò così, poi incominciò a rivelarsi lo squilibrio, man mano che i tedeschi si rendevano conto di aver a che fare con pochi disperati. Fu allora che Mancen fece ripiegare i suoi, e fu grande impresa il solo atto di averli riportati indietro senza una scalfittura.
Il 12 di luglio tornò a Garessio Curto [Nino Siccardi] e comunicò a tutti la grande notizia: la IX^ Brigata Ligure passava per i suoi meriti a divisione. Nasceva la "Felice Cascione".
27 distaccamenti venivano suddivisi in tre brigate di nove distaccamenti ciascuna: la I^, la IV^, la V^.
Cion fu subito proposto come comandante della prima e Mario [Ottavio Siri] passava a fianco a lui come Commissario.
Gli uomini della Volante non esultarono a tale notizia. Per loro significava non avere più a fianco Cion compagno di tante lotte.
Dovette promettere che avrebbe tenuto sempre i vecchi compagni vicini a lui come prima e che mai sarebbe mancato fra di loro. L'affetto di quei ragazzi per il loro capo era commovente.
La notte venne nel discutere l'elezione del nuovo comandante della Volante.
La mattina seguente ci sorprese in allarme.
L'attacco tedesco su Garessio si era questa volta pronunciato senza incertezze.
Partimmo con Cion alla testa verso il Colle di San Bernardo per sostenere il distaccamento che vi era a guardia.
Giorgio Olivero (Giorgio), comandante della VI^ Divisione d'Assalto Garibaldi "Silvio Bonfante", Diario, 9 maggio 1945, pp. 9-10. Fonte: Archivio Ligure della Scrittura Popolare

8 luglio 1944 - Da questa data al 27 luglio successivo, si è trascorso in Ormea un periodo di autentica quiete. È vero che ogni tanto si restava un po' preoccupati per le notizie che giungevano, ora dal Piemonte ed ora dalla Liguria, di scontri o di movimenti di forze d'ogni specie, ma qui in Ormea continuava a sopravvivere un vero centro di patrioti indisturbati; e nulla degno di nota si è svolto in questo periodo.
27 luglio 1944 - Verso le cinque del pomeriggio il Capitano Bologna mi confida che, dal Colle dei Termini, sta scendendo su Ormea una forte colonna di tedeschi, per cui sarebbe prudente allontanarsi. Intesa la notizia, radunammo in famiglia tutto ciò che più ci premeva e, col carro a quattro ruote di Antonietto Sappa di Luigi, partimmo tutti per Bossi - sotto frazione di Bossieta - ove trovammo asilo presso la famiglia di Roberto Merigone. Ivi prendemmo dimora e fu provvidenziale questa nostra decisione, confrontandola con i bombardamenti e i mitragliamenti di cui fu in seguito bersagliato il piccolo centro di Ormea.
28 luglio 1944 - Ai Bossi, in questo gruppo di cinque o sei baite, costruite in mota sul nudo scoglio, ai piedi del Pizzo della Guardia in una morta gora perché incassata e chiusa fra i ripidissimi pendii del Rio Bossi, assistiamo ad un continuo movimento di patrioti che, alla spicciolata e a gruppi, passano e si eclissano nelle foreste che coprono le alture circostanti.
29 luglio 1944 - Anche questo misero raggruppamento di catapecchie ormai assume la sua importanza. Da Ormea salgono persone d'ogni età e d'ogni sesso. Giungono anche donne ansimanti e impaurite che gareggiano nel racconto della invasione tedesca.
Nino Barli, Vicende di guerra partigiana. Diario 1943-1945, Valli Arroscia e Tanaro, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, tip. Dominici Imperia, 1994

lunedì 7 agosto 2023

Sbarcammo clandestini come clandestini eravamo partiti

Camporosso (IM): uno scorcio della zona dove abitava con la famiglia Alberto "Nino" Guglielmi

Raggiunti gli alleati, Domenico Mimmo Dònesi e Nino furono ingaggiati dai servizi inglesi, sottoposti ad un breve addestramento e preparati alla missione di invio dell’ufficiale di collegamento presso i partigiani della I^ Zona Operativa Liguria, il capitano Robert Bentley, del SOE  britannico. Intorno a Natale Nino [Alberto Guglielmi]  fu inviato a preparare lo sbarco di Bentley, che avvenne il 6 gennaio 1945, sempre sulla spiaggia di Vallecrosia. Di questa missione faceva parte anche Dònesi. Capacchioni era già in attesa in zona.
appunti inediti di Giuseppe "Mac" Fiorucci, per Gruppo Sbarchi Vallecrosia, Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia < Comune di Vallecrosia (IM) - Provincia di Imperia - Associazione Culturale "Il Ponte" di Vallecrosia (IM) >, 2007 

 
Attestato della N. 1 Special Force rilasciato alla memoria di Alberto "Nino" Guglielmi. Fonte: Giuseppe Mac Fiorucci, Op. cit.
 
La mattina del 25 gennaio [1945] mio padre arrivò trafelato a casa ordinandomi di vestire di corsa Bruno e di prendere un po’ di vestiario. Ci imbacuccammo con ogni possibile indumento e di fretta uscimmo dal paese verso la collina. Camminammo fino ai Negi, dove sostammo a casa di una conoscente. Ci aspettavano Elio  [Bregliano] e Mimmo [Domenico Dònesi] . 
A sera ci incamminammo per raggiungere la Costa di Vallecrosia. Traversammo una piantagione di limoni, mio padre, Elio e Mimmo si riempirono le tasche di limoni. Faceva freddo, molto freddo. 
Al mare ci aspettava una barca e ci imbarcammo. Il mare era mosso e ci vollero tutta l’esperienza e l’abilità di mio padre per governare la barca; il vento ogni tanto ci spruzzava sul volto la spuma delle onde. Mentre stringevo Bruno dicendogli di non aver paura, Mimmo e Elio divorarono tutti i limoni nel vano tentativo di sottrarsi al mal di mare. 
Giungemmo a Monaco e gli alleati ci soccorsero. 
Dapprima fummo ospitati  a Nizza da parenti, poi preferimmo stabilirci a Beausoleil. 
Mimmo venne sovente a trovarci portandoci qualche genere di conforto.
Il 26 aprile mio padre decise di ritornare a Vallecrosia. 
Giunti a Ponte San Luigi non ci lasciarono rientrare in Italia. Non avevamo i documenti! Come facevamo ad avere i documenti se eravamo fuggiti clandestini?!
La guerra era appena finita e la burocrazia ottusa già manifestava tutta la sua forza.
Ritornammo a Beausoleil e mio padre affermò “Ritorniamo in Italia come ne siamo scappati”.
Un suo amico pescatore di Monaco, forse anche lui contrabbandiere, gli mise a disposizione una barca e la notte del 27 ci imbarcammo per ritornare in Italia.
Sbarcammo clandestini come clandestini eravamo partiti. Sebbene la guerra fosse finita non avevo notizie di Nino [Alberto Guglielmi].
Fu allora che alle mie pressanti richieste mio padre mi mise al corrente che Nino era morto il 20 gennaio. Fu ammazzato a Baiardo, sulla strada per Vignai. Riuscii ad andare a Baiardo accompagnata dalla mia amica Manon per cercare dove fosse sepolto Nino.
Ritornammo ad abitare nella nostra casa alla Tribù.
Ci venne a trovare Luciano [Rosina] Mannini, che sapeva di Nino. Ci aiutò a trovare un carro e un mulo. Un amico dei partigiani di Bordighera, non ricordo chi fosse, mise a disposizione gratuitamente due bare, una per mio fratello e l’altra per Alipio Amalberti, trucidato a Badalucco.
Insieme a Ezio Amalberti andammo a Baiardo passando da Apricale.
Una donna di Baiardo, Esterina, un’anima pia, aveva provveduto a recuperare e, alla meno peggio, a sotterrare il corpo di Nino nel cimitero.
Giungemmo a Baiardo in serata, Ezio proseguì per Badalucco.
Mi vennero in aiuto il parroco e alcuni giovani di Baiardo. Si riesumò la bara e riuscii a tagliare una ciocca di capelli di Nino che conservo ancora oggi. Dormii dentro al cimitero appoggiata alla bara con il corpo di mio fratello. Mi fece compagnia il parroco alla luce di una lampada a petrolio; era un po’ sordo e parlò a voce alta per tutta la notte. Le sue parole attirarono l’attenzione di una pattuglia francese. Erano soldati africani che ci intimarono il mani in alto con i fucili spianati.
Spiegai loro in francese che ero venuta a recuperare la salma di mio fratello che giaceva dentro la bara. Scapparono a gambe levate. L’indomani mattina ritornò Ezio con la bara di Alipio. Ritornammo a Vallecrosia scendendo da Ceriana con quel triste carico.
Al nostro passaggio la gente si segnava commossa. Il ponte danneggiato lungo la strada era stato reso parzialmente agibile con assi di fortuna. Alcuni uomini impietositi si levarono il cappello e ci aiutarono nel difficile passaggio del ponte.
Arrivammo a Vallecrosia in serata ma ci aspettavano in tanti.
Venne improvvisata una camera ardente nella sede del PCI. L’addetto alle pompe funebri con un trapano voleva praticare dei buchi nella bara di zinco, come prescriveva la legge di allora. Mi opposi ferocemente all’ulteriore scempio che avrebbe subito la salma di Nino dopo che a Baiardo a causa della bara troppo piccola gli erano state fracassate le ginocchia. L’indomani i feretri furono portati in chiesa per la cerimonia religiosa (per evitare ulteriori problemi mio padre, prima di entrare, tolse le bandiere rosse che coprivano le bare) e quindi seppelliti nel cimitero di Vallecrosia alla presenza di tutti i partigiani e di tanta, tanta gente. Mio padre aveva recuperato la radio che aveva segnato il destino di Nino. Era avvolta in una tela di sacco, al momento dell’interramento la posai sulla cassa; giace con lui.
Dopo anni mi fu consegnata un’onorificenza alla memoria di mio fratello Nino; era compreso anche un contributo in denaro, mi fecero vedere anche un assegno che però non mi consegnarono perché nel frattempo era mancato anche mio padre. Che se li tengano! Di Nino mi resta il ricordo, una medaglia al valore, una ciocca di capelli, le parole che scrisse di lui Renzo Rossi e la certezza che, senza convenienza, fece tanto e più di quello che si sa, per la libertà di tutti, anche per quel semi-parente che fece la spia e lo tradì.
Emilia Guglielmi in Giuseppe "Mac" Fiorucci, Op. cit. 

giovedì 3 agosto 2023

All’inizio dello stesso mese a Imperia ci furono le prime deportazioni politiche

La pietra d'inciampo dedicata alla memoria di Nicola Serra. Fonte: Wikimedia

Nel dicembre del 1943 si ebbe il primo vero scontro a fuoco tra il gruppo di Felice Cascione e i nazifascisti a Colla Bassa, tra Montegrazie e Sant'Agata di Imperia. All’inizio dello stesso mese a Imperia ci furono le prime deportazioni politiche con l’arresto, in seguito a una delazione, di un gruppo di antifascisti che organizzavano la Resistenza: tra questi i fratelli Enrico e Nicola Serra, Bruno Gazzano, Raimondo Ricci e i fratelli Alberto e Carlo Todros, tutti deportati a Mauthausen, da cui i primi tre non faranno più ritorno.
Redazione, Guerra Partigiana - La Resistenza ligure, dal mare alla Benedicta - parte 1, Vento d'Aprile, 27 febbraio 2014
 


Tra i deportati nei campi di sterminio nazisti vi furono anche tre panteschi: i fratelli Alberto e Carlo Todros e Donato Spanò.
Alberto era nato nel 1920, mentre Carlo, il minore dei due fratelli, nel 1923, entrambi a Pantelleria. Figli di un ebreo torinese e di una cattolica pantesca, i due fratelli erano studenti quando, in seguito alle leggi razziali del 1938, furono classificati come ebrei ed espulsi dall’Università di Torino. Trasferitisi ad Imperia, dove conducevano una vita di stenti, dopo l’8 settembre parteciparono attivamente alla resistenza occupandosi della raccolta di armi per i partigiani. Furono entrambi arrestati nell’ottobre del ’43 e, dopo un lungo peregrinare fra le carceri della Liguria, inviati nel campo di transito di Fossoli presso Modena (lo stesso da cui passò Primo Levi). Da qui furono mandati nel campo di sterminio di Mauthausen, in Austria, dove giunsero il 27 giugno 1944. Stranamente, i nazisti non si accorsero che i fratelli erano ebrei e furono pertanto classificati come Schutzhäftlingen (detenuti per motivi di sicurezza) e non come juden. Attivi nel comitato clandestino che operava nel lager, i fratelli Todros sopravvissero alla prigionia. Alberto, divenuto in seguito un importante urbanista, fu anche autore di un memoriale [...]
Fabrizio Nicoletti e Marcella Labruna, I fratelli Alberto e Carlo Todros e Donato Spanò deportati nei campi di sterminio, Pantelleria Internet, 15 aprile 2016
 
I fratelli Serra, previa consultazione con lo scrivente, nei gruppi del quale erano incorporati, erano saliti in montagna - con espresso incarico di organizzare i giovani alla macchia - nei giorni immediatamente seguiti all'armistizio dell'8 settembre, dopo essersi adoperati, fra l'altro, per il ricupero delle armi (Enrico aveva partecipato all'azione per tentare di recuperare le armi della Capitaneria di porto in Porto Maurizio, il 9 settembre, ed entrambi qualche giorno dopo avevano preso parte ad un'azione per l'occultamento e il trasporto di armi della caserma Crespi, già precedentemente fatte uscire dalla caserma stessa). Nicola, diplomato in ragioneria, studente universitario della facoltà di scienze economiche e commerciali, sottotenente di complemento a Chiari l'8 settembre, era appassionato studioso di Croce, e appariva di tendenze liberali; Enrico, fornito del diploma di capitano marittimo (conseguito al Nautico di Savona dopo avere frequentato il ginnasio-liceo di Oneglia), e già collegato, tramite lo scrivente, al Partito d'Azione, dimostrava, in genere, lo stesso orientamento politico del fratello. Arrestati nel dicembre del '43, morirono, come già è stato ricordato, a Mauthausen, dopo indicibili sofferenze.
Acquarone Aldo, o Sebastiano Aldo, di Lena Pilotti e fu Federico, appartenente allo stesso gruppo di montagna dei fratelli Serra, era nato in Imperia il 12 agosto 1924. Fermato mentre si trovava nella propria abitazione, fu costretto - per evitare molestie alla madre - a frequentare in Germania i corsi di addestramento dell'esercito di Salò; ma riuscì di nuovo a fuggire, e tornò in montagna verso la fine del '44 col soprannome di «Alpino». Fu ucciso dai nazifascisti nelle vicinanze di Tavole nel gennaio del 1945 (17 gennaio). Il di lui padre, Federico, era morto nella campagna di Russia.
In montagna con i Serra vi era anche stato il giovane Bruno Gazzano, nato a Roma il 19 febbraio del '24, ma oriundo imperiese. Il Gazzano, arrestato dalla GNR l'11-2-44, fu successivamente incarcerato ad Oneglia e a Genova (Marassi), e quindi deportato nel campo di concentramento di Fossoli. Di qui dimesso, verso la fine del giugno 1944 entrerà nelle formazioni partigiane «GL» dislocate nei dintorni di La Spezia; di nuovo arrestato il 3 agosto del '44, sarà incarcerato prima a Marassi in Genova, poi a San Vittore a Milano, e quindi sarà successivamente deportato nei campi di concentramento di Bolzano e in quelli di Flossenburg, dove morì in data 22-2-45, nella dipendenza di Hersbruk.
Giovanni Strato, Storia della Resistenza Imperiese (I^ zona Liguria) - Vol. I. La Resistenza nella provincia di Imperia dalle origini a metà giugno 1944, Sabatelli Editore, Savona, 1976
 
Con decreto del Presidente della Repubblica 15 dicembre 1994 vistato dalla ragioneria centrale in data 7 febbraio 1995,  n.  40/S, è stata concessa la seguente ricompensa al valor militare "alla memoria" per attivita' partigiana:
Medaglia d'argento
Serra Nicola, nato il 2 luglio 1918 ad Imperia. "Fiero oppositore della dittatura fascista, già molto prima del 25 luglio 1943 si adoperava ad organizzare la Resistenza facendo attiva propaganda tra i giovani, recuperando armi e materiali per la guerra partigiana e costituendo bande armate nei pressi di Tavole. Catturato dai nazifascisti durante una rischiosa e volontaria missione nella città di Imperia, veniva deportato a Mauthausen dove moriva, dopo mesi di indicibili sofferenze, il 21 novembre 1944". - Mauthausen, 21 novembre 1944.
Gazzetta Ufficiale n. 129 del 5-6-1995 
 
Di lì [n.d.r.: il campo di transito di Fossoli] passò anche l'esuberanza giovanile di Bruno Gazzano di Porto Maurizio, che mi è stato caro amico di scuola. Giovane sportivo e leale, venne arrestato dalla GNR l'11 febbraio 1944. Dalle carceri di Oneglia e di Marassi passò a Fossoli. Fu liberato. Ma Bruno era troppo generoso per desistere dalla lotta antifascista. A fine giugno raggiunse le formazioni partigiane GL sulle montagne di La Spezia. Fu ancora ripreso e subì l'altra trafila: il 3 agosto rientrò nelle carceri di Marassi, poi fu internato in quelle di San Vittore: quindi nel campo di concentramento di Bolzano. Atto finale: a Flossenburg, dipendenza di Hersbruck, Bruno Gazzano terminò il suo martirio e morì il 22 febbraio 1945. Tre giorni prima della morte aveva raggiunto 21 anni di età!
Altro dolore imperiese era racchiuso a Fossoli: stavolta sono due sposi, Mario Vespa e Teresa Vespa Siffredi. Nel campo giunsero, per la solita trafila, dalle carceri di Marassi dopo inimmaginabili torture fisiche e morali. La povera donna, incinta, fu dimessa dopo quasi sei mesi di prigionia, mentre il marito proseguiva il suo calvario fino a Mauthausen! [...]
Carlo Rubaudo, Storia della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria) - Vol. II. Da giugno ad agosto 1944, edito a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, Imperia, Dominici Editore, 1992 
 
"Ma bisogna tanto farsi coraggio, aver fede che un giorno torneremo a quella serena spensieratezza degli ultimi tempi felici, di quei mesi così intensamente vissuti, il cui ricordo tanto sovente mi ritorna…".
Così il giovanissimo Aldo Acquarone scriveva a Maura (Dida) Ricci, nell'aprile del 1944. Si trovava, suo malgrado, nel campo di Senne III, in Germania, per un periodo di addestramento del Primo Reggimento di Fanteria della Repubblica sociale italiana (RSI). Era stato forzosamente arruolato dopo l'arresto avvenuto quattro mesi prima. Era uno di quei militari di leva che avevano disertato nel settembre del 1943 per unirsi a un primo gruppo di resistenti antifascisti sulle alture di Imperia. Fu catturato nel mese di novembre del '43, a causa di una leggerezza fatta nell'occasione di una “discesa” clandestina a Oneglia alla ricerca di abiti caldi per se e per i compagni per affrontare l'inverno in arrivo. Fatto il suo dovere, decise di incontrarsi con una ragazza che forse, ma non lo sapremo mai con certezza, era proprio Dida. Ciò che invece sappiamo con certezza è che Aldo aveva frequentato con grande assiduità, tra il '41 e i primi mesi del '43, quel gruppo di giovani portorini che avevano iniziato a maturare un profondo sentimento antifascista: Raimondo Ricci e sua sorella Dida, Angelo Magliano e sua sorella Mariella, Bruno Gazzano, i fratelli Todros e i fratelli Serra.
Franco Miglietta e Federico Acquarone, Aldo Acquarone, un partigiano, Storia e Memoria, n. 1, 2023, ILSREC - Istituto ligure per la storia della Resistenza e dell'età contemporanea
 
Angelo Magliano, classe 1919, già militare, fu fondatore della rivista clandestina “Costumi”, fu grande amico di Felice Cascione e dopo la Liberazione diresse sei riviste a livello nazionale, durante la Resistenza fu nell’organizzazione “Franchi” con Valiani.
Francesco Biga, Ufficiali e soldati del Regio Esercito nella Resistenza imperiese in (a cura di Mario Lorenzo Paggi e Fiorentina Lertora) Atti del Convegno storico Le Forze Armate nella Resistenza di venerdì 14 maggio 2004, organizzato a Savona, Sala Consiliare della Provincia, dall’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea della provincia di Savona

domenica 30 luglio 2023

Si decise allora di bloccare la strada attraverso la quale transitavano i rifornimenti alla postazione tedesca

Baiardo (IM): alle spalle, senza alberi, Monte Ceppo

27 giugno 1944, Sella Carpe, località a 1300 metri di altezza, nel territorio del Comune di Baiardo (IM).
È un passo nel quale la strada carrozzabile proveniente dal paese si biforca, proseguendo con un ramo verso Monte Ceppo e l’altro scende verso la Valle Argentina.
Sul culmine di Monte Ceppo era rimasto l’unico presidio tedesco (circa 400 uomini) che costituiva una minaccia costante ai partigiani del V° Distaccamento dislocati a Carmo Langan [località di Castelvittorio (IM)].
Tentare un attacco al monte per distruggere la postazione nemica era impossibile per mancanza di armi pesanti.
Si decise allora di bloccare la strada attraverso la quale transitavano i rifornimenti alla postazione tedesca.
Il 27 giugno Erven [Bruno Luppi] con una settantina di uomini si apposta sulla curva della strada per Monte Ceppo, in località detta Sella Carpe.
Verso mezzogiorno giungono due camions carichi di soldati nemici i quali sono investiti da una valanga di raffiche di mitragliatori, di altre armi automatiche e di bombe a mano.
Senza che avessero tempo a organizzare qualche resistenza, molti soldati vengono uccisi, altri rimangono feriti, i pochi superstiti si rifugiano nei boschi sottostanti.
I partigiani si apprestano a raccoglie molte preziose armi quando sopraggiungono imprevisti altri camions carichi di soldati i quali trovano il tempo di prendere posizione.
"La situazione si fa gravissima - racconta il Luppi in una sua memoria - man mano giungono altri Tedeschi i quali possono piombarci alle spalle. Un gruppo di sette partigiani riesce a bloccare momentaneamente l’azione del nemico per cui noi con un fuoco intenso possiamo affrontare i Tedeschi che si trovano sul bivio e che, però, aumentano di numero. Il loro fuoco è intensissimo, una quindicina di partigiani sono feriti, ma per fortuna in modo leggero. Solo due di essi rimangono colpiti a morte. Di fronte all’incombente minaccia, tento una sortita per cercare di eliminare una mitragliatrice nemica che ci rafficava alla nostra sinistra e che ci impediva l’unica via di ritirata e di scampo. Ma in quel momento sono colpito, prima di striscio al costato sinistro, poi da una granata che mi spezza il nervo sciatico al terzo medio della coscia destra. Poco dopo il mio ferimento per fortuito caso giunge una nuvola di nebbia spessissima che ci permette di defilarci nel sottostante bosco mettendoci in salvo".
Il bilancio della battaglia: Erven ferito gravissimo, una quindicina di partigiani feriti leggermente e, purtroppo, tre sono i caduti.
Ma i tedeschi lasciano sul campo quasi una cinquantina di morti.
I feriti, che sono una trentina, li trasportano negli ospedali di Sanremo.
Dopo il ferimento, il Luppi rimane tra i boschi e sui monti per mesi, senza cure, spesso braccato per la caccia che gli danno i nazifascisti, ma sempre a contatto con il Comando I^ Zona Liguria, assumendo, nei momenti di calma, incarichi per produrre stampa partigiana.
Al termine della lotta di liberazione Erven rivestiva il grado di vicecommissario della I^ Zona Operativa Liguria.
Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell’Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945) - Tomo I, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998-1999

Bruno Luppi fu Paolo e fu Ponzoni Iside, nasce a Novi di Modena l’8 maggio 1916. Da giovane, organizzato in un gruppo giovanile comunista nell’aprile del 1935 a Modena, è arrestato ed imprigionato con altri antifascisti nelle carceri di Sant’Eufemia. Resistendo ai maltrattamenti e nulla confessando, dopo una ventina di giorni riesce a farsi scarcerare.
Negli anni 1935-1936, sempre a Modena, entrato nuovamente a far parte del gruppo giovanile comunista, continua l’attività cospirativa diffondendo manifestini antifascisti e scritti vari tra i giovani dei corsi premilitari, raccogliendo fondi per soccorsi alle famiglie degli antifascisti in carcere.
Trasferitosi a Taggia (IM), negli anni 1938-1940, prende contatto con un gruppo di comunisti di Sanremo (IM), tra cui Umberto Farina, Giuseppe Ferraironi, Luigi Nuvoloni, Bruno Garruti e, con loro, svolge attività antifascista e organizza in Piazza Bresca una specie di stamperia clandestina composta da macchina da scrivere e ciclostile. Ivi sono compilati migliaia di volantini contro la guerra, da distribuire nelle caserme della Città e di Arma di Taggia. Dal 1941 al 1943 è militare sul fronte meridionale. 
L’8 settembre 1943 viene catturato dai Tedeschi mentre è sottotenente nel 20° Reggimento Fanteria in ritirata verso il nord dalla Calabria. Dalla località Maddaloni - Campania riesce a fuggire, dopo avere assistito alla fucilazione di ufficiali italiani da parte dei tedeschi, e a raggiungere Roma. La notte del 9 settembre si unisce a reparti della Divisione Piave ed al comando di due squadre di mitraglieri combatte contro il nuovo nemico per tutta la giornata del 10, presso il cimitero ebraico e quindi a Fuori Porta San Paolo. In questa località la resistenza dura tutta la giornata, dopo di che inizia una ritirata fino al Colosseo e, per Via Cavour, raggiunge Via Principe Amedeo, dove fa nascondere le due mitragliatrici in dotazione a causa l’esaurimento delle munizioni. Nelle operazioni sono caduti otto bersaglieri e altri rimangono feriti.
Dopo l’occupazione di Roma da parte dei Tedeschi, dal giorno 12 al 20, insieme al sottotenente di Fanteria Enrico Contardi, ad alcuni soldati sbandati e ad alcuni popolani di Trastevere, prende parte alla raccolta di armi, abbandonate negli ex accantonamenti militari (fucili, armi automatiche, munizioni), che vengono consegnate agli antifascisti di Trastevere. Negli stessi giorni col Contardi e quattro soldati riesce a sottrarre ai Tedeschi due automobili nuove di cui una era in uso a un console della milizia.
Grazie ad un permesso di circolazione, inoltratosi nel Ministero della Difesa, riesce ad asportare una grossa radioricetrasmittente che con una delle macchine riesce a trasferire ai Colli Albani ove la consegna ad un gruppo di antifascisti che si stanno organizzando per combattere i nazifascisti.
Nei giorni successivi spara a gruppi di soldati tedeschi ma, rimasto intrappolato, per fortuito caso riesce a sfuggire alla cattura e a raggiungere la stazione ferroviaria dove è tenuto nascosto da due ferrovieri.
Nei primi di ottobre, dopo varie peripezie, raggiunge la sua abitazione a Taggia per prendere contatto con i vecchi compagni e con i quali organizza a monte della Città, in località Beusi, una prima banda armata composta da una ventina di giovani, in gran parte militari sbandati. Ma la banda ha vita breve poiché si scioglie nel novembre successivo.
In quel periodo entra a far parte del Comitato di Liberazione di Sanremo, come rappresentante insieme ad Umberto Farina del PCI, con l’incarico di addetto militare.
Organizza pure il CLN di Taggia e una cellula del PCI ad Arma, coadiuvato dai compagni Mario Cichero, Candido Queirolo, Mario Guerzoni e Mario Siri.
Con i sanremesi dà vita ad un giornale clandestino quindicinale dal titolo Il Comunista Ligure, ciclostilato nel retro del negozio del Cichero stesso.
Il gruppo prende pure contatto con la banda armata di Brunati dislocata a Baiardo e con altre formatesi in Valle Argentina.
Dopo la morte del dottore Felice Cascione, capobanda ucciso in combattimento dai tedeschi il 27 gennaio 1944, la Federazione Comunista di Imperia costituisce il Triangolo Insurrezionale e il Luppi è designato a farne parte per la zona della Valle Argentina-Sanremo.
Con queste mansioni prende contatto con il comandante partigiano Nino Siccardi (Curto), in previsione dell’organizzazione di bande partigiane in altre zone della Provincia di Imperia.
Contemporaneamente organizza a Molini di Triora (IM) un presunto Comitato con a capo il farmacista Alfonso Vallini (Teia), tramite il quale fa giungere ai partigiani riuniti intorno al comandante Guglielmo Vittorio (Vitò) [Giuseppe Vittorio Guglielmo, organizzatore di uno dei primi distaccamenti partigiani in provincia di Imperia, dal 7 luglio 1944 comandante della V^ Brigata Garibaldi "Luigi Nuvoloni", dal 19 Dicembre 1944 comandante della II^ Divisione "Felice Cascione"], viveri, armi, e munizioni.
Nei primi giorni di aprile 1944 il Luppi si incontra nuovamente con il Siccardi a Costa di Carpasio, presenti il savonese Libero Briganti (Giulio), Giacomo Sibilla (Ivan) [a fine 1944 comandante della II^ Brigata "Nino Berio" della Divisione "Silvio Bonfante"], Vittorio Acquarone (Marino) e Candido Queirolo (Marco).
Si decide di raccogliere tutte assieme una ventina di bande sparse sul territorio per costituire la IX^ Brigata d’Assalto Garibaldi "Felice Cascione". Il che avviene. Anche Vitò si aggrega alla Brigata con i suoi uomini accampati in località “Goletta” (Valle Argentina).
Questi vengono suddivisi in due Distaccamenti denominati IV° e V°; quest’ultimo ha per comandante Vitò e per commissario il Luppi, con nome di battaglia Erven.
Il Luppi, come commissario, nei mesi di maggio e giugno prende parte a tutte le azioni che hanno consentito di ripulire i territori delle alte valli Argentina, Nervia e Roja da presidi e postazioni tedesche e fasciste...
Francesco Biga, Ufficiali e soldati del Regio Esercito nella Resistenza imperiese in (a cura di Mario Lorenzo Paggi e Fiorentina Lertora) Atti del Convegno storico Le Forze Armate nella Resistenza di venerdì 14 maggio 2004, organizzato a Savona, Sala Consiliare della Provincia, dall’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea della provincia di Savona

giovedì 20 luglio 2023

La squadra dei mortaisti partigiani era composta da quattro soldati della divisione San Marco, che avevano disertato

Dintorni di Rezzo (IM). Fonte: Parco Naturale Alpi Liguri

Insomma, nella cameretta di Oliveto si dormiva - si fa per dire - meglio. Dopo aver trascorso una notte quasi insonne, all'alba del giorno 5 settembre 1944 tutto l'accampamento era in movimento: avevamo udito lunghe raffiche di mayerling (la terribile arma automatica tedesca) provenienti da lontano. Prestato un poco di attenzione, ne individuammo la direzione: giungevano dal passo della Fenaira, dove era dislocato il distaccamento di "Germano" che controllava la strada proveniente da Molini di Triora e Andagna. Purtroppo, oltre che da quella parte, stavano giungendo i primi drappelli tedeschi anche da Rezzo e da Montegrosso - Men­datica, mentre il grosso delle truppe aveva già occupato tutte le montagne che si ergono intorno alla conca di Rezzo. Un grande rastrellamento nemico era in atto.
"Germano" resistette fino al limite delle forze, ma poi, preso tra due fuochi (dalla parte di Andagna e da quella del Passo della Mezzaluna), dovette desistere, lasciando purtroppo sul terreno Ettore Bacigalupo ("Genovese"), Felice Spalla, Pietro Glorio ("Gambin"), Aldo Gagliolo ("Terribile") e Italo Ghirardi ("Gherardo"). Anche Montegrande era stato occupato dai tedeschi.
Fu ad un certo momento della mattinata che il comandante Silvio Bonfante ("Cion"), rivolgendosi a Massimo Gismondi ("Mancen"), disse: «Bisogna che tu vada a sloggiare i tedeschi da Montegrande, perché ci tengono sotto tiro».
Al che "Mancen" rispose: «Ti sembra una cosa facile?». La risposta di "Cion" fu drastica: «Se non ci vai tu, ci vado io». A questo punto "Mancen" si decise, chiedendo una quindicina di volontari. Io ero già stato aggregato al reparto mortaisti, ma, se così non fosse stato, non sarei stato di certo un volontario. L'avventura del molino dei Giusi e il miracolo di Oliveto avevano destato in me un poco di paura.
"Mancen" con i suoi uomini partì per Montegrande e noi mortaisti ci preparammo ad agevolargli la salita. L'azione si doveva svolgere in modo che, quando la squadra dei volontari fosse giunta ad una cinquantina di metri dalla vetta, fuori dalla vegetazione, dopo un segnale convenuto avremmo incominciato a sparare con i mortai. Dovevamo essere precisi per non colpire i nostri compagni. La squadra dei mortaisti era composta da quattro soldati della divisione San Marco, che avevano disertato e raggiunto le nostre file in montagna, abbandonando il presidio di Chiappa in val Steria. Essi maneggiavano i mortai, mentre un'altra trentina di disertori della stessa divisione faceva da supporto. Istruiti in Germania, erano gente molto preparata, e presto lo dimostrarono. Dopo circa mezz'ora che era partito "Mancen", lui ci segnalò di aprire il fuoco. Noi che nel frattempo avevamo puntato il mortaio nel modo giusto, sotto la guida del sergente mortaista, al segnale iniziammo a sparare, in verità con un poco di preoccupazione perché, durante il trasporto dell'arma da Chiappa a San Bernardo di Conio, il sistema meccanico di puntamento si era rotto. Il sergente dimostrò in quel frangente la sua abilità. Mise in opera un sistema di puntamento manuale che si dimostrò efficacissimo. Salito sul tetto della vecchia chiesetta di San Bernardo, guardò Montegrande e quindi il mortaio, si piazzò nelle direzione retta dei due punti di riferimento e lasciò cadere a terra un'assicina di legno che si piantò nel terreno. Fatto questo, saltò a terra dal tetto della chiesetta che era abbastanza basso e, estratto dalla tasca un taccuino, fece alcuni calcoli. lo non capivo niente di quello che stava facendo. Terminati i calcoli e raggiunto il mortaio, maneggiò i vari sistemi di alzo e di brandeggio. Infine disse: «Credo che così vada bene, possiamo iniziare il fuoco». Tra me pensavo che, se "Mancen" e gli altri avessero saputo in che modo era stato eseguito il puntamento, indubbiamente sarebbero velocemente fuggiti dal luogo dove si erano appostati.
Uno degli inservienti infilò nel mortaio una bomba da 81 che, con un colpo secco, partì immediatamente. Attendemmo con ansia l'arrivo della bomba su Montegrande. Quando vedemmo lo scoppio proprio in cima al monte dove i tedeschi erano piazzati, esultammo per l'abilità del sergente e per lo scampato pericolo della nostra squadra di volontari.
Era giunto il momento decisivo. I nostri iniziarono l'assalto sparando all'impazzata, mentre i tedeschi, raggiunti da altri colpi di mortaio, si ritirarono verso il passo della Fenaira.
Conquistata la cima del monte, "Mancen" iniziò l'inseguimento del nemico, accompagnato dai tiri del mortaio che il sergente spostava gradatamente a destra man mano che i colpi partivano, per non colpire gli inseguitori.
Dopo aver sparato ancora una decina di colpi, però, purtroppo dovemmo smettere perché le bombe incominciarono a scarseggiare. Non potevamo più sciuparne.
Dimenticavo di dire che il mio compito, durante gli spari, era molto importante: portavo le cassette delle bombe dal luogo dove erano state sistemate, lontano dal mortaio una cinquantina di metri per sicurezza, all'arma che era al riparo della chiesetta. Con altri tre compagni dovevo percorrere quel tratto allo scoperto, per cui ogni tanto sentivamo fischiare vicino pallottole nemiche. Al fianco del mortaio era stata piazzata una mitragliatrice pesante che, azionata da Giuseppe Gennari ("Gino"), impediva ai tedeschi di avanzare dalla strada di Rezzo verso San Bernardo di Conio. Quando le sparatorie si placarono, mentre stava scendendo con la sera anche la nebbia, la squadra di "Mancen" fu costretta a ritirarsi da Montegrande portando con sé prigioniero un sergente tedesco. Nell'azione solo un partigiano era stato leggermente ferito ad un braccio.
Giunta la notte, mentre i tedeschi, impressionati dall'azione partigiana, avevano sospeso momentaneamente il rastrellamento, i distaccamenti di Franco Bianchi ("Stalin"), di "Germano" e di altri comandanti adottarono la tattica di disperdersi nei boschi. Noi, invece, caricammo su una decina di muli i mortai, le armi pesanti, le marmitte, i viveri e le munizioni, e con "Mancen", i fratelli Gennari, "Mancinotto", "Sardena", "Cigré'" (eravamo circa una trentina) ci calammo verso Rezzo per tentare di passare da qualche parte nella valle di Pieve di Teco, per avviarci poi verso Montegrosso - Mendatica. Ma, giunti vicino a Rezzo, venimmo a sapere che il paese era occupato dai tedeschi. Fummo costretti ad incamminarci verso il passo delle Bisciaire e, quando stavamo per giungere sul crinale, fummo accolti da lunghe raffiche nemiche. Era evidente che, prima che facesse buio, i tedeschi avevano piazzato le mitragliatrici sulla mulattiera, e, quando avevano sentito il rumore prodotto da una decina di muli, avevano dato inizio alla sparatoria. Fortuna volle che non fossimo sulla giusta traiettoria, così fummo in grado di scaricare i muli cbe abbandonammo al loro destino. Nascondemmo in modo precario il materiale scaricato, quindi ci buttammo di corsa dentro il bosco di Rezzo, fuori tiro perché protetti da una costiera.
Durante la notte incominciò a piovere e ci inzuppammo all'inverosimile. Credo che nessuno sia riuscito a dormire. All'alba, a mille metri di altezza, faceva un freddo intenso, mentre noi non avevamo vestiti di ricambio per poterci togliere quelli bagnati di dosso. Ricordo che Mario Gennari ("Fernandel") batteva i denti dal freddo fino a dare fastidio: forse era meno coperto degli altri. Dovemmo stare due giorni fermi in quel bruttissimo posto, mentre i tedeschi con pattuglioni di quindici/venti uomini venivano giù dai passi sparando raffiche a casaccio nei boschi inaccessibili, come era il nostro, e perquisivano tutte le baite sui pianori.
Racconterò quanto mi dissero alcuni partigiani che erano nascosti con il comandante Nino Siccardi ("Curto") in una di queste baite, aggiungendo che, prima di perquisirle, con grande prudenza, i tedeschi piazzavano contro le porte e le finestre delle stesse le armi automatiche.
Quando una pattuglia nemica giunse davanti alla baita dove si erano rifugiati "Curto" e alcuni suoi compagni, essa fu attratta da un albero carico di magnifiche mele. I componenti la pattuglia si misero a raccoglierle e a mangiarle, mentre i partigiani, all'interno della baita, col cuore in gola, attendevano in silenzio il momento decisivo. Se i tedeschi si fossero avvicinati alla baita, loro sarebbero usciti sparando all'impazzata, e cercando di disperdersi. E' incredibile dire che il "Curto", con la sua nota flemma, mentre osservava attraverso una fessura della porta i tedeschi che mangiavano le mele, si rammaricava pensando che se le stavano mangiando tutte, senza lasciarne alcuna ai partigiani. Il "Curto" aveva un eccezionale sangue freddo. Non sapeva cosa fosse la paura. Lo dimostrò in numerosissimi episodi. E ciò infondeva coraggio a tutti i partigiani. La spasmodica attesa durò due giorni, poi il nemico andò via e noi ci portammo verso la Casa Rossa (una baita dispersa nel bosco), per vedere se fosse già stata raggiunta da altri partigiani. Infatti colà ne trovammo alcuni. La baita era stata la sede del Comando e qualcuno nei pressi aveva nascosto della pasta. Fu recuperata e cotta senza sale in una marmitta. Da due giorni eravamo digiuni, una fame nera ci tormentava. Non avendo un piatto o una gavetta, per non perdere il giro, feci servire la mia razione in un pezzo di carta che avevo trovato lì per terra.
Andammo poi singolarmente a scavare in un terreno dove avevano già tolto le patate, riuscendo a trovarne parecchie, che bollimmo e mangiammo.
Dunque, il rastrellamento nemico finì due giorni dopo che era iniziato. Perdemmo una decina di partigiani. I tedeschi uccisero alcuni civili. Giorni dopo recuperammo le salme di due carbonai del luogo. Se non avessimo sentito il loro cattivo odore, chissà per quanto tempo sarebbero rimaste insepolte! Le perdite nemiche furono indubbiamente superiori alle nostre, ma non saprei quantificarle.
Di notevole c'è da dire che, se fossimo stati bene informati, potevamo ritirarci tranquillamente lungo la strada San Bernardo di Conio - Colle San Bartolomeo (una decina di chilometri), poiché la strada non era stata percorsa dal nemico, quindi era rimasta sempre libera.
Sandro Badellino, Mia memoria partigiana. Esperienze di vita e vicende di lotta per la libertà di un garibaldino imperiese (1944-1945), edizioni Amadeo, Imperia, 1998, pp. 52-57

giovedì 13 luglio 2023

Spostamenti del Comando Partigiano Imperiese

La prima pagina di un documento firmato da Simon (cit. infra) in data 3 agosto 1944. Fonte: Fondazione Gramsci

Per presentare un quadro complessivo delle ubicazioni e degli spostamenti del Comando della Resistenza imperiese, che si identificano in tanti momenti della lotta, che viene sviluppata a sua volta nei quattro volumi dell'opera, abbiamo ritenuto interessante tracciarne a grandi linee la cronologia fino alla Liberazione, iniziando, però, dalla metà dell'anno 1944, dato che il periodo precedente è stato approfondito con somma perizia nel primo volume dall'autore G. Strato.
Del suddetto periodo precedente vogliamo ricordare soltanto due episodi, rimasti inediti, che dimostrano con quanta serietà il comandante Nino Siccardi (Curto) desiderava organizzare la Resistenza imperiese, dal punto di vista della competenza, dell'efficienza e, al tempo stesso, come era precaria e difficile l'esistenza dei primi embrioni dell'organizzazione.
Primo episodio: nei primi giorni di dicembre del 1943, «Curto» aveva pensato di incorporare nella Resistenza imperiese degli ufficiali superiori dell'ex esercito, pratici del mestiere dal punto di vista tecnico, tattico e strategico. Per questo motivo, dopo vari suggerimenti avuti da alcuni compagni, aveva pensato di interpellare un bravo ufficiale e, in modo particolare antifascista, cosa abbastanza rara negli ambienti dell'ufficialità. Partito in bicicletta da Imperia, si recava presso Castel Gavone nel Finalese, dove incontrava il capitano Wuillermin Renato di 47 anni, vecchio e bravo combattente della prima guerra mondiale. Ma le trattative non erano ancora terminate quando il capitano, incappato in un rastrellamento, venne fucilato a Savona insieme ad altri per rappresaglia il 27 dicembre 1943.
Secondo episodio: nella prima decade di maggio del 1944, «Curto» e Libero Briganti (Giulio), rispettivamente comandante e commissario di tutte le bande partigiane imperiesi, da Arzéne si erano postati nel bosco di Rezzo, ospitati nella casa di Giobatta Bonello (Bacì Fundeghé). Si dovevano ulteriormente organizzare dei gruppi armati nella valle dell'Impero e per questo motivo venivano consegnate lire diecimila a un compagno di Ville San Pietro per l'acquisto di alimentari e il recupero di armi. Purtroppo il compagno organizzatore, ritornato presso il Comando per comunicare il risultato del suo operato, camminando guardingo e con la rivoltella in mano, era scambiato per un fascista e prima che si  potesse chiarire l'equivoco, dopo una breve sparatoria cadeva ucciso (1).
Con l'unificazione di tutte le bande della provincia nella IX brigata Garibaldi in giugno, il Comando, con a capo «Curto», si sposta ancora nel bosco di Rezzo e ivi rimane fino al 24 giugno 1944 (uccisione di L. Nuvoloni), quindi raggiunge la zona di Tavole. Nei primi giorni di luglio, con l'elevazione della IX brigata a II divisione d'assalto Garibaldi «F. Cascione», ritorna nel bosco e s'insedia nuovamente nella casa di «Bacì Fundeghé».
Alla metà del mese, per necessità militari si trasferisce a Garessio in val Tanaro e, dopo la battaglia di Pievetta (25 luglio 1944), si porta sotto il passo della Follia (Case Almirante), a monte di Pietrabruna, ove rimane fino al giorno della fucilazione degli ostaggi sul monte Faudo (vedi II volume). Seguono brevi spostamenti a San Bernardo di Mendatica, a Pieve di Teco, a Villa Talla ma, in definitiva, rimane nel bosco di Rezzo fino al 19 di settembre, quando l'ispettore «Simon» parte per il Piemonte scortato dal distaccamento di Muccia Pasquale (Turbine) per incontrare una Missione alleata (2). Ritenuto ormai troppo infido, dopo il 19 di settembre il Comando lascia il bosco per rifugiarsi a Piaggia da dove dirige la lotta fino al 13 di ottobre quando, iniziato il grande rastrellamento con l'occupazione tedesca di Pigna in Val Nervia e a causa dell'offensiva nemica in direzione di Triora-Piaggia, viene sospinto verso nord raggiungendo Upega [Frazione di Briga Alta (CN)] il 16; valicato il Mongioie con le brigate I e V, si porta a Fontane (provincia di Cuneo) dove, impegnato nella riorganizzazione delle formazioni, rimane fino ai primi giorni di novembre.
Rientrato in Liguria prima delle formazioni garibaldine, il comandante «Curto» va ad ispezionare la IV brigata (nelle zone di Villa Talla-Pietrabruna) e quindi prende nuovamente contatto con l'ispettore «Simon» [Carlo Farini] a Prelà, giuntovi in  precedenza ammalato (vedi capitoli XXV e XXVI).
Il Comando Operativo della I Zona Liguria, costituitosi il 19 dicembre 1944 e composto da «Simon», da «Curto» e «Sumi» [Lorenzo Musso, commissario politico] s'insedia in casa di Mario De Carolis in Prelà, dove rimane fino all'uccisione di quest'ultimo durante il rastrellamento del 28 dicembre. Allora i componenti e gli addetti sono obbligati a spostarsi a Pianavia presso la tipografia del C.L.N. provinciale che, da Villa Talla ivi trasferita, era stata montata qualche giorno prima dal tipografo Giovanni Acquarone (Barba), in un sottofondo della casa di Giovanni Calzamiglia (Bacì).
Ennesimo rastrellamento il 4 gennaio 1945 e la casa del Calzamiglia viene data alle fiamme. Nuovo rapido spostamento del Comando, fortunatamente sfuggito alla cattura, verso Badalucco in una casa diroccata, dove ha sede anche il centro staffette dirette da Federico Panizzi (Fedé) (ex miliziano del P.O.U.M. in Spagna nel 1937), e da qui a Vignai.
Invece «Simon», annaspando nella neve verso monte Acquarone, con don Nino Martini riesce a raggiungere Lucinasco in valle Impero nella notte.
Il 6 gennaio 1945 sbarca a Vallecrosia la Missione alleata composta dal capitano inglese Robert Bentley e dal radiotelegrafista John Mac Dougall (Mac), che si aggrega al Comando I Zona Liguria dopo due giorni a Vignai. Completato il Comando, il gruppo si porta a San Salvatore, sotto il passo della Follia da dove dirige la lotta.
A metà mese un pesante rastrellamento sul luogo, causato dalla trasmittente individuata dai goniometristi tedeschi, obbliga il gruppo a spostarsi a «Ciazza Becco», tra Badalucco e Pietrabruna, dove sosta una dozzina di giorni.
Durante questo periodo «Curto» si reca ad ispezionare la divisione «S. Bonfante» ad est della strada statale n. 28. Il 25 di gennaio è quasi spettatore della cattura del 10° distaccamento «W. Berio» (IV brigata) da parte del nemico. Triste episodio accaduto nel vallone tra Villa Talla e Pantasina. Ritornato a «Ciazza Becco», il 27 la località è investita da un rastrellamento ancora causato dalla radio trasmittente; ma accade un episodio singolare: alcuni garibaldini del comandante Ermanno Martini (Veloce) incrociano una squadra di soldati tedeschi; i due gruppi nemici si scorgono ma non si accende lo scontro, ognuno prosegue per la propria strada.
Nella notte successiva il Comando si sposta a Beusi, nel bosco del Pistorino, dove i figli del contadino Lanteri Francesco (Chiccò) avevano costruito un'apposita baracca. Dopo qualche gioroo giungono nel detto luogo anche «Simon» e la sua segretaria Bianca Novaro (Rossana).
Intanto avviene l'episodio relativo al sommergibile alleato * che doveva sbarcare rifornimenti sulla spiaggia presso il giro del «Don» (Arma di Taggia) e che, invece, non giunse, mentre i garibaldini caddero in una imboscata (vedi il precedente capitolo LIV).
Il 2 di febbraio il Comando I Zona Liguria è nuovamente riunito. Al Pistorino si discutono i piani per rifornire di armi i garibaldini tramite gli alleati con aviolanci. Il 9 avviene il convegno di Beusi per definire questi piani anche con i rappresentanti di alcuni C.L.N. delle città costiere (vedi il IV volume).
I rastrellamenti si susseguono incessanti [...]
[NOTE]
1 Da una testimonianza orale di «Curto»
2 Gli avvenimenti collegati al Comando della Resistenza imperiese sono descritti in modo particolareggiato nei volumi e nei capitoli precedenti.
Francesco Biga, Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), Vol. III. La Resistenza nella provincia di Imperia da settembre a fine anno 1944, a cura dell'Amministrazione Provinciale di Imperia e con il patrocinio dell'Istituto Storico della Resistenza di Imperia, Milanostampa Editore, Farigliano, 1977, pp. 524,527

* Michael Ross, uno degli ufficiali alleati che sarebbero dovuti rientrare nelle linee con il citato sommergibile, lasciò scritto nel suo "From Liguria with love. Capture, imprisonment and escape in wartime Italy" (Minerva Press, London, 1997) che nel richiamato torno di tempo furono tre i tentativi compiuti da un mezzo navale amico. I primi due vennero frustrati perchè scattarono trappole, da cui i partigiani si salvarono a stento, predisposte dai tedeschi, informati da una donna infiltrata nelle fila della Resistenza locale. La terza volta gli uomini del sommergibile, arrivando, non trovarono nessuno, perché, nel frattempo, i garibaldini avevano individuato la spia, che venne addirittura eliminata con l'uso di una pistola in dotazione ad un altro degli ufficiali alleati: e le comunicazioni radio in quel frangente non poterono funzionare, il che spiegava quel viaggio a vuoto.
Adriano Maini

Il 20 ottobre 1944 “Curto”, Nino Siccardi, con la scorta di 5 partigiani tornò momentaneamente ad Upega per procedere alla messa in salvo anche dei patrioti feriti che là erano rimasti.
La missione ebbe esito positivo.
[…] Le forze sbandate della I^ e della V^ Brigata, circa 150 uomini, furono incorporate nell’VIII° Distaccamento di Domenico Simi (Gori), che si costituì in Battaglione.
Venne tentato a più riprese un contatto con il comando divisionale, conseguito, infine, il 22 ottobre.
Nei primi giorni di permanenza a Fontane avvenne l’incontro tra il comandante [della II^ Divisione Garibaldi “Felice Cascione” della I^ Zona Operativa Liguria] Nino Siccardi (Curto) ed il maggiore inglese Temple (Wareski): “Curto” chiese un consistente aiuto militare per le sue formazioni: la riunione si concluse, tuttavia, con un nulla di fatto.
Più concreto fu il contributo in denaro giunto da più parti e con il quale “Curto” rimborsò la popolazione di Fontane per i viveri ed il vestiario forniti ai suoi uomini.
Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell’Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio-30 Aprile 1945) - Tomo I, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998-1999